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Roncioni, Raffaello

Delle famiglie pisane


Indice

1. FAMIGLIE PISANE

1.1. Abate (Dell')

ABATE (DELL') Annotando la Cronaca del Convento di Santa Caterina, dissi già (a pag. 501), che un Andreotto di questo cognome trovavasi fra i mille cittadini chiamati a giurar pace coi Genovesi nel 1188. I Dell'Abate appartennero all'ordine dei popolari; talché nel 1296 uno di questa casa (Guido), che fu dell'arte de' vinai, poté godere dell'Anzianato. Così fu, nel secolo appresso, di Piero, anziano negli anni 1325, 1331, 1334, 1336, 1338, 1346, 1349, 1352, 1354, savio per la riforma degli ufficii del potestà, capitano del popolo ec., sanzionata nel 28 settembre 1346, non che per la formazione delle nuove tasse degli Anziani e loro elezioni negli anni 1349, 1352, e 1355 (Consilia et San- ctiones Pisani Senatus ab an. 1317 ad an. 1358, MS. p. 90-96, 161-167, nell'Arch. Capitolare della Primaziale), ed uno dei sedici cittadini cac- ciati in bando pel rumore levatosi nel dì 4 di marzo 1356. Allo stesso uffizio per esso ottenuto parteciparono pure Puccio (1332), Miche- le (1340), ed Enrico (1350, 1352). Piero ebbe, a quanto vuol cre- dersi, due figli: Giovanni, che sedé nel magistrato degli Anziani nel 1372, e Banduccio (diverso certamente dall'altro di cui dice una carta del 1303 dell'Arch. Roncioni N. 574), che vi fu ammesso nel 1376; quegli probabilmente che si apparecchiò, vivente ancora, la tomba in San Francesco, con questa iscrizione dataci dal Da Mor- rona (III. 85): SEP. D. BANDUCCII DE ABATE A. D. MCCCXXXXIV. Michele, già morto nel 1370, ebbe un figlio in Jacopo, che sedé Anziano nove volte; cioè negli anni 1370, 1373, 1380, 1383, 1387, 1389, 1391, 1392, 1395. Anche Enrico ebbe discendenza; e giu- dico che fosse suo figliuolo quel Lorenzo che i monumenti dicono venuto di Guccio, o Guccino, e che nominasi tra gli Anziani che sedettero pel Q. di K., nel 1375 e nel 1397; come suo nipote quel
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Piero che fu Anziano nel 1393, da cui discendeva Banduccio che era degli Anziani nel 1396 e nel 1397, e tre volte ancora dei priori, caduta la repubblica; e ultimamente nel 1436 pis. Anche Jacopo che fu figliuolo di Michele, e che vedesi nel 1387 dei sessanta depu- tati a formare il nuovo estimo, ebbe discendenti; e tra questi gio- verà ch'io ricordi Michele suo figlio, priore due volte, e ultima- mente nel 1426 pis. Banduccio di Piero già nominato, è l'ultimo dei Dell'Abate che si veda nell'elenco dei Magistrati; giacché forse questa famiglia, nelle calamità della patria, si tramutò al- trove. Io congetturo che fossero di questa casa quel Fra Niccolò, religioso Domenicano, che visse nel secolo XIV, con lode di pre- dicatore molto valente; e quella certa Suor Paola, monaca di San Silvestro, che vedesi rammentata nei Capitoli di disciplina fermati da Fra Pietro Strozzi, provinciale della provincia romana, nel 2 giu-gno 1337. Da questo documento potrebbe argomentarsi che costei fosse della famiglia di Puccio. V. sopra p. 501 e 561.

1.2. Abbracciavacca

ABBRACCIAVACCA Questa famiglia di popolari partecipò dell'Anzianato nella per- sona di Jacopo giurisperito, che sedé in questo magistrato nel mag- gio e nel giugno del 1311. Il Tempesti, sulla fede della tavola aggiunta al Vocabolario della Crusca (Disc. p. 79), pone fra gli an- tichi poeti pisani Meo Abbracciavacca. Il Ciampi, dopo il Tiraboschi, per altro, lo fa pistoiese (Vita e poesie di Messer Cino Da Pistoja; Pisa 1813, 8vo, p. 7, 8). Così l'editore dei Poeti del primo secolo della Lingua Italiana; Firenze 1816, II 1.

1.3. Accatti

ACCATTI Il nome di Bandino Accatti si osserva tra quelli dei mille che nel 1188 promisero di attener pace ai Genovesi pel loro Comune. Continuatasi la famiglia degli Accatti nei due secoli appresso, ot- tenne luogo nelle pubbliche magistrature bene spesso. Bandinaccio difatti fu Anziano, tra il finire del secolo XIII ed il cominciare del successivo, fino a sedici volte. Primieramente (a quanto sappiamo adesso), sedé nel luglio e agosto del 1289, quando
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era potestà l'Arcivescovo Ruggieri, capitano del popolo Ildebran- dino Conte di Romania, e mentre il Conte Ugolino della Gherar- desca gemeva nelle carceri. Di lì a breve tempo era Anziano nuo- vamente; prima, quando tutto regolava a sua posta Guido di Mon- tefeltro (gennajo e febbrajo 1290); poi, quando succedevansi nel grado di capitani del popolo Ranieri della Greca da Orvieto (gennajo e febbrajo 1294), Conte di Colle di Val d'Elsa (maggio e giu-gno 1295), e finalmente Bosone De' Gabbrielli da Gubbio (luglio e agosto 1296). Corse poi un anno senza che fosse detto degli An- ziani. Sennonché, nel 1298 era tratto a questa magistratura, con grado di priore pel Q. di P., nei due mesi di luglio e agosto. Ciò non fu nel 1301, perché allora tenne il solo uffizio di Anziano. Tornò ad esser priore per lo stesso quartiere negli anni 1303, 1304, 1306, 1308, 1310, come pure nel 1314; essendo allora capi- tano del popolo e capitano di guerra, Uguccione Della Faggiola. Venuto il 1316, fu degli Anziani, nei due mesi appunto di luglio e agosto, quando il Conte Ranieri della Gherardesca lasciò l'ufficio di capitano del popolo, per dar luogo ad Izigrino De' Suardi da Ber- gamo. L'ultimo suo Anzianato (e questa volta ancora ebbe grado di priore) è del 1320, pel luglio e agosto. Mentre Bandinaccio ve- niva così adoprato nei pubblici ufficii, non rifiutavano l'opera loro alla patria neppure Bonaggiunta e Ciolo. Di quest'ultimo, per ve- rità, poco è da dirsi, se ne togli che fosse Anziano in tempi nei quali il vivere fu assai riposato; dico nel 1332e nel 1335. Non è così di Bonaggiunta. Anziano da prima nel 1304 e nel 1308, venuto il 1310, aveva preso a sedere come priore pel Q. di P. il dì primo di marzo ; quando, scorsi appena quindici giorni, dové abbandonare il luogo ai nuovi Anziani eletti da Arrigo VII, dimorante allora nella città. Bonaggiunta non si rimaneva per questo dai pubblici carichi nei tempi appresso. E veramente, incontrasi priore degli Anziani pel quartiere summentovato, nel gennajo e febbrajo 1314, quando Uguccione della Faggiola teneva tutto in sua balìa; come pure nel 1320 e nel 1321. Nel 1326 fu uno degli otto savi eletti per comporre gli ordinamenti, o (come meglio direbbesi) il Codice militare per le masnade stipendiarie del Comune: documento pre- zioso di cui fu primo a darci contezza il Ricotti (Storia delle com- pagnie di ventura, II 295). Venuto il 1327, era di nuovo Anziano. Sennonché, meglio che in altri tempi, fecesi benemerito della patria quando nel 1329 trovossi a reggere lo stesso ufficio di Anziano, con grado di Priore pel Q. di P., correndo i mesi di settembre ed ottobre. Allora fu che, per le cure di Bonifazio Novello della Ghe- rardesca, il Comune scosse ogni giogo straniero; e bello sopra ogni altra cosa è l'elogio che i contemporanei ci lasciarono degli
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Anziani che quella santa opera ajutarono (V. Roncioni, Ist. Pis., p. 755). Anche in appresso tenne lo stesso ufficio con egual grado; e fu negli anni 1331, 1333 e 1335. Forse di lì a non molto tempo ebbe fine la famiglia Degli Accatti.

1.4. Aghentina

AGHENTINA Leggendo il giuramento prestato ai Genovesi nel 1188 dai mille Pisani, incontrasi tra gli altri nomi di cittadini quello di Bernardo Aghentina. Era allora operajo della chiesa maggiore. Lo fanno ve- dere assai carte inedite dell'Archivio Diplomatico Fiorentino, in altri tempi dell'Opera nostra del Duomo. La più importante, cono- sciuta, sebbene inedita, dal Manno e dal Tola (Stor. di Sarde- gna, I. 333, 334 - Dizionario Biografico degli uomini illustri di Sarde- gna, III. 63), offre una donazione fatta alla nostra chiesa cattedrale da Pietro I re d'Arborea, figliuolo di Barisone. Volea questo giudice, posta la mano al governo, rendersi amici i Pisani. Disegnò dunque gratificarseli coll'offerire alla chiesa loro principale, e per essa all'operaio Aghentina, una corte nel luogo di Chillis, con quaranta tra servi e serve. L'atto è del 1186. Bernardo, come operajo, nel 28 luglio dell'anno appresso, ricevé giuramento di fedeltà dal prete Benenato, rettore della chiesa dei Santi Pietro e Niccolò dei Pi- sani in Costantinopoli, per quello che avrebbe dovuto amministrare per interesse dell'Opera del Duomo in quella metropoli. Visse fino al 1200. Nel 26 luglio del 1199, un converso dell'Opera testava per la facoltà che disse di avere avuto da Bernardo.

1.5. Agnello (Dell')

AGNELLO (DELL') Jacopo Agnelli, notajo, appare in un contratto del Capitolo di Pisa, segnato di N. 1180 l'anno 1223. [Note:

. Jacopo era notaro de' Consoli maggiori, quando sottoscrisse al giuramento dei mille che nel 1188 promisero pace ai Genovesi. A quest'atto presero ugualmente parte Terio o Lutterio, Tommaso, Te- dice e altro Lutterio suo figliuolo, Matteo ed il figlio Odimondo

] Tommaso di Matteo Agnelli, notaio, appare in un contratto dell'Opera del Duomo, segnato di N. 258, rogato l'anno 1264
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. [Note:

. Ora è nell'Arch. Diplomatico di Firenze. Era forse questo Tom- maso nipote dell'altro già da me rammentato (V. sopra, no. 1). Le notizie che dà l'autore, e quelle che ho potuto aggiungere, sono ba- stevoli a porre in aperto l'antichità d'una famiglia sulla quale gioverà distendersi alquanto; ché niuna giunse nella repubblica a più alto grado di potere. I due famigerati scrittori delle cose della patria nostra, cioè il Tronci (Memorie ec., pag. 176) e il Da Morrona (III. 46, 47), pensano che sia di questa famiglia il B. Agnello (altri lo dissero Angelo), che si fece seguace di S. Francesco al suo venire in Pisa; e che fondata la nostra chiesa dei Minori (poi di S. Francesco), dilatò l'Ordine prima in Fran- cia, poscia in Inghilterra, ov'ebbe tomba. Non vedo come possa avere stabile fondamento questa loro asserzione, essendo troppo recente l'iscrizione che si legge nella chiesa di S. Francesco, e che abbiamo presso il Da Morrona (III. 58). Altrove ho mostrato come non possa assentirsi a chi vorrebbe di questa famiglia Fra Guglielmo, religioso Do- menicano, scultore, e dicasi ancora architetto, nel secolo XIII (Chron. S. Cath., &. 107, p. 468). Gallo è di questa casa quegli che veramente appartiene all'età di che ora parliamo. Di esso ci ha conservata una molto bella memoria Guido da Corvaja. Questo scrittore ci fa sapere, che Gallo, il quale era giureconsulto, fu uno dei tre ambasciatori in- viati dal Comune al concilio di Lione nell'anno 1274 (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., 682, 683. V. Casapieri, Da Vico). Niente altro posso dire di esso. Solo mi è dato aggiungere, che tra i Dell'Agnello vissuti in questo secolo, vengono rammentati Netto, che fu anziano pel Q. di K. nel 1296; Lutterio, o Terio, che portò il nome dei più antichi. Terio, di cui dico adesso, fu anziano pel Q. di P., negli anni 1290 e 1291, allorché stava per la prima volta al governo del Comune, Guido da Montefeltro. Non vi ebbe luogo quando il potere fece passag- gio nel Conte Galasso; ma vi era ben richiamato con grado priorale (sempre per il Quartiere stesso) nel maggio e giugno 1293, stando allora di nuovo ogni balìa di potestà, capitano di popolo e capitano di guerra, in Guido da Montefeltro. Tralascio di notare come Terio tornasse all'an- zianato nel 1294 e 1296, e con grado di priore nel 1298. Anche nel secolo susseguente partecipò ai medesimi onori. E in vero, fu degli Anziani (con grado di priore pel Q. di P.) negli anni 1301, 1303, 1304, 1306, 1316 (nel qual tempo, a' 31 di maggio, concorse alla nomina dei sindaci che dovevano recarsi presso re Roberto per la pace. R.) e 1319. Certo, debbe dirsi che vivesse lungo tempo, se egli è quel Lutterio medesimo che venne assunto all'anzianato pel Q. di P. nel 1334. Cecco o Francesco, figliuolo di Terio, fu del magistrato degli anziani, e risiedé pel Q. di P., per la prima volta, nel 1310. Ebbe il grado di priore nel 1318 e nel 1325. Cacciato il Tarlati al 17 giugno 1329, e con esso gli anziani che reggevano la terra, Cecco venne chiamato a succe- der loro con altri undici. Tenne il grado a tutto l'agosto. Mi passo del suo anzianato del 1331. Il più memorando degli anzianati suoi è quello del novembre e dicembre 1335. Facilmente ricorderà il lettore, come
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nell'11 novembre avesse luogo quel fiero combattimento cittadinesco al Ponte alla Spina, da cui il conte Bonifazio Novello uscì vittorioso de' ne- mici. Il testo dell'Anonimo, da cui lo abbiamo, e che menziona gli an- ziani del tempo, è errato nell' anno (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV 670, 671). Del resto, vivevano nel 4 febbrajo 1344 due figliuoli di Francesco; voglio dire Tommaso della cappella di S. Eufrasia, e Gio- vanna moglie di Guelfo del fu Simone Stefani della cappella di S. Lo- renzo in Chinseca, amendue menzionati in una carta sparsa dell'Archi- vio della Curia Arcivescovile. Un altro Dell'Agnello risiedeva con grado di priore pel Q. di K., quando vi ebbe luogo Cecco per l'ultima volta. Questi è quell'Jacopo che era stato anziano nel 1334, e che fu poi priore pel Q. di K. negli anni 1337, 1339, 1341 e 1345 (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV 671). Fu intorno a questi tempi (1336) ch'ebbe luogo tra gli anziani pel Q. di P., anche un Michele. Sennonché quello di cui conviene ora entrare in parole più speciali, è Cello o Si- mone. Trovo esser egli stato anziano pel Q. di K. nel 1305; poi, con grado di priore, nel 1310. Bene è a rammentarsi il suo priorato degli anziani del maggio e giugno 1313, perché questo è il tempo in che Ar- rigo VII fece sua stanza in Pisa. Né fu questa l'ultima volta in che ebbe Cello uffici politici; ché bene altre cinque ancora (1318, 1324, 1326, 1329, 1331) tu lo vedi nel magistrato degli anziani. Cello era mer- cante, a quanto pare, d'assai credito. Ugone III, re d'Arborea (il grande nemico dei nostri in Sardegna, durante la guerra aragonese), aveva da esso e da altri mercanti pisani avuto in custodia merci e de- nari. Venuto il 1324, con lettera del 4 novembre , fece mandato a Francesco Degli Zaci (V. Degli Zaci) di consegnare a Cello ed ai socii tutte le terre, case e beni mobili che in quell'anno medesimo erangli state restituite dal Comune di Pisa, e per di più ottocentosettanta lire, nove soldi e dieci denari di pisani minuti, che gli si dovevano per af- fitti delle predette terre dai Pisani dal momento in che il nostro Comune aveva conciliato la pace, e vi volle aggiunta la facoltà di sfruttare le predette terre e beni sino a pieno rimborso. Lo Zaci sodisfece al man- dato in Sarzana nel 2 febbrajo (D). Cello è il cittadino da cui ven- nero Giovanni (il doge), Piero, e forse Cegna; dei quali dovrò dire distesamente in appresso. Nella chiesa di S. Francesco avvi quest' iscri- zione dataci dal Da Morrona (III. 76): S. DISCRETOR. VIROR. S. CEGNA ET IOANNIS QUONDAM PERI DE AGNELLO; ET HERED. EORUM. È molto probabile che il Piero qui rammentato, sia colui che fu anziano nel 1342 e nel 1345. Cegna suo figlio fu priore pel Q. di K. nel 1356 e nel 1360. È ben vero, che tacendosi nel Breve degli Anziani il nome del padre di questo Cegna, potrebbe dirsi ancora che l'anziano di sopra rammentato sia quel medesimo che sembra essere stato figlio di Cello e fratello del doge. Di Giovanni non mi soccorre alla mente altro ricordo che quello che dà l'iscrizione. Non così posso dire di Piero figliuolo di
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Cello, e dei fratelli suoi. Piero, dopo il tumulto del Gambacorti, e l'an- data di Carlo IV a Pietrasanta (1355), fu chiamato a bocca anziano per tre mesi, con grado di priore, pel Q. di K.. In questa occasione doven- dosi sbramare l'avarizia di Carlo, si tassò volontario col fratello Giovanni nella cospicua somma di mille fiorini d'oro (Masi, Ragionamento ec. p. 88). Era in ufficio di priore degli anziani pel Q. di K. (1368, set-tembre), quando fu deposto il fratello dal grado supremo di doge. De- liberatosi che avesse a riformarsi l'anzianatico, dové lasciare il luogo. In S. Francesco fuvvi un tempo, al di fuori della chiesa, un'arca di marmo disegnata alla gotica, coll'arme addoppiata dei Dell'Agnello, e con questa iscrizione, secondoché referisce il Da Morrona (III. 73, 74): S. DISCRETORUM VIRORUM IOANNIS ET PETRI FILIOR. S. CELLI DE AGNELLO, EORUMQ. ERED. IN QUO IACET S. PETRUS, QUI OBIIT DIE XXIV SEPTEMBRIS MCCCLVII. INDICT. X. Ciascun intelligente vede troppo bene come sia qui corso errore nella data. Vengo ora a dire di Giovanni; brevemente per altro, sì perché è mio consiglio riserbarne il più ad una monografia; e sì perché le vicende di esso nell'epoca in che tenne il dogato, altro alla perfine non sono che le vicende stesse del Comune, e che la storia intera di un tal periodo. Filippo Villani dice che, quando fu eletto doge, Giovanni era reputato buono mercatante e fedele cittadino (V. le not. 1 e 2 al Roncioni, Ist. Pis., p. 878); e dall'Anonimo apprendiamo, che dimorò nella cappella di S. Cristina (Cron. di Pisa. - Murat. S. R. I., XV. 1046). Nel 1336 fu anziano per la prima volta; poi di nuovo nel 1341. Risiedeva pel Q. di K., anche quando nei tempi appresso ebbe il priorato degli anziani: il che fu negli anni 1343, 1359, 1361, 1362, 1363 e 1364. Il Comune lo inviò ambasciatore a Bernabò Visconti; il che diede occasione al cre- dere che si acconciasse con esso per guisa, da satisfare solamente all'am- bizione di signoria. Ben mi persuado che poco o nulla sincere fossero le sue profferte a Piero da Vico (V. Da Vico), a cui propose gli piacesse es- sere signore di Pisa per un anno. Credo che fin d'allora avesse aguzzato lo sguardo al grado supremo che ottenne dipoi. In qualunque modo, è certo, esser egli pervenuto al dogato per le mene dei suoi aderenti della fazione Raspante. Eravi tratto nel 12 agosto 1364. Nella mattina del 13 giurò in Duomo l'ufficio come doge di Pisa e di Lucca, e difensore del popolo. Oltre alla graziosità di abbassare certa gabella e di rimettere i confinati, sue prime proferte furono: farebbe buona giustizia; manter- rebbe lo stato del Comune. Altri giudichi se fosse mantenere la parola l'aver giurata la pace con Firenze nel 30 d'agosto 1364. Del resto, il reggimento suo fu tutto tristizie; ché niuno più borioso, niuno più avaro o crudele di lui. Ho scritto altrove dei consorti che volle farsi (V. Conti). A maggior conferma dell'alto suo grado, chiese ed ottenne che anche i figliuoli fossero dogi con esso. La proposta fu accettata nell'8 agosto 1366: otto giorni appresso fu dal doge e dai figli prestato il giuramento. Ma nulla valse ad impedire la sua rovina, ch'egli ben previde all'appressarsi
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di Carlo IV in Italia. È troppo noto com'egli si rompesse una coscia Lucca, e come tosto vedesse fuggirsi di mano la signoria pel subito ven- dicarsi che fece Pisa in libertà. Bandeggiato (1368, settembre), confiscati in comune i suoi beni, non si ristette per altro dal fare sforzi, anche ostili e poderosi, per ritornare in patria: ma tutto fu vano; ché invecchiò povero e povero morì, come dice l'Anonimo (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1057). Giovanni Dell'Agnello ebbe due mogli; Mattea, di cui parla Filippo Villani, colei che ebbe tomba nel Duomo; Maddalena, della famiglia dei Prefetti da Vico di Roma (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1075). Dalla prima nacquero a Giovanni i due figliuoli che si associò bambinelli al dogado; i quali furono Gualtieri e Francesco, detto Aiuti dall'Anonimo (siccome altrove mostrai), perché figlioccio dell'Aguto. Gualtieri, quando fu eletto doge col fratello, aveva appena sette anni (V. la not. 2 al Roncioni, Ist. Pis., p. 883, 884). Un luogo di R. Sardo, (cap. 143, p. 162), ove forse è un'aggiunta arbitraria d'amanuense, po- trebbe dar motivo ad equivoco sull'età giovanile di Gualtieri; ma l'Ano- nimo Pisano (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1049) ci dà il modo di scoprire l'errore. Nel testo del Sardo si scambiò Gualtieri nipote di Marcovaldo, vescovo d'Augusta e patriarca d'Aquileja, vicario di Car- lo IV, con Gualtieri Dell'Agnello. Quest'ultimo era stato creato cavaliere dalla mano stessa di Carlo IV a Moriano, sotto un albero, prima del suo ingresso in Lucca: il che avvenne nel 5 settembre 1368 (R. Sardo, cap. 142, p. 162). L'Anonimo (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1050) dice che furono fatti da Carlo IV cavalieri amendue i figli del doge. Ignoro che cosa fosse di essi in appresso. Più celebrità ottennero certo i nipoti. Furono questi, secondo un contemporaneo (Cron.di Pisa - Murat. S. R. I., XV, 1052, 1064), Gherardo, Antonio, Piero, Nanni e Lemmo. Gherardo è colui che levò maggior grido. Nel 1363 fu an- ziano pel Q. di K. nei mesi di maggio e giugno. Che fosse nipote del doge, lo ripete R. Sardo (cap. 138, p. 159); che suo padre fosse Piero, lo dice il Breve degli Anziani (V. sopra, p. 729). Gherardo ebbe tutta la confidenza di Giovanni suo zio, perché questi lo fece succedere a Bindaccio Benetti (V. Benetti) nel governo di Lucca (1365) come vicario. Il Cianelli che ne ha raccolte le notizie autentiche, aggiugne che il doge lo spedì a Milano per suo ambasciatore a Carlo IV (Mem. Lucch., I. 393, 394, 397). È fuor di dubbio, che Carlo lo creasse cavaliere (20 agosto 1368) quando era a Modena; d'onde Gherardo partì cogli altri alla volta di Lucca nel giorno seguente (R. Sardo, cap. 138 e 139, p. 158). Frattanto il doge, rottasi la coscia in Lucca, essendo adagiato sul letto, chiamò a sé Gherardo, e con esso Piero da Vico e Bindaccio di Peracca (V. Peracca, e Da Vico), non che altri cittadini; e ingiunse loro si recassero a Pisa senza indugio, per guar- dare che non avvenisse mutazione di stato. Vi giunsero in quel giorno stesso sulle ventidue, insieme con Gualtieri nepote di Marcovaldo pa- triarca d'Aquilela, speditovi dall'imperatore. Si accese disputa tra Gherardo, Piero da Vico, Binduccio di Peracca e altri cittadini, in- torno al luogo ove dovesse dimorare Gualtieri; perché, mentre eglino
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volevano che ciò fosse nel palazzo degli Anziani, Gherardo per lo con- trario voleva che Gualtieri si acconciasse nella canonica del Duomo. Tratte fuori le spade, e gridato muoja il doge, Gherardo fu salvo perché si ricovrò sotto il mantello di Gualtieri (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1055). Gherardo seguì in tutto la fortuna, ancorché avversa, dello zio. Altre volte ebbi a parlare della cacciata dei Raspanti, e dello sdegno che ne mostrò Carlo IV. Avendo questi fatto proposito di assaltar Pisa, di rubarne e ucciderne quanti fossero cittadini, nel 4 aprile 1369 fu or- dinato uno sforzo, al quale parteciparono i Raspanti che erano a Lucca. Ora, l'assalto cominciò alla porta al Leone, che si tenea (dice l'Anonimo) per Messer Giovanni DELL'AGNELLO. Tra quelli che vi montarono sopra, è ricordato Gherardo (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1052. V. an- cheR. Sardo, cap. 154, p. 170, 171). Riuscito vano lo sforzo, si dette cogli altri a fare ruberie ed arsioni per Val di Serchio ed Asciano, e si spinse fino alla Pieve di Calci (R. Sardo, cap. 156, p. 174). In se- guito ebbe luogo un altro tentativo, tutto di Gherardo; intorno al quale mi conviene usare le parole dell'Anonimo: "A dì XXIV di aprile, Messer Gherardo dall'Agnello, lo quale era nipote del Dogio che fu di Pisa, si venne con molta gente da Lucca, e con cento cinquanta cavalieri, e presso al giorno volse con trattato intrare nella Terzanaja di Pisa. Non li venne fatto. Messe fuoco in alquante case di Barbaricina presso a Pisa, e poi si ritornò a Lucca con la ditta gente" (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1054). Di esso niente altro ho da aggiungere, se non se che nello stesso anno 1369 (dicembre) si pose con la gente di Bernabò Visconti, e con quella della compagnia e cogli altri fuorusciti, nel nostro Piemonte, ove si fecero danni assai. Antonio, figlio di Pietro, secondo R. Sardo (cap. 142, p. 162), fu creato cavaliere da Carlo IV a Moriano, insieme col doge suo zio e col cugino Gualtieri. Il Breve degli Anziani pone, sotto l'anno 1361, come residente in questo magistrato un Antonio di Ser Cegna dell'Agnello. Ora questa notizia ne rende dubbiosi, perciocché non sappiamo propria- mente a qual de'due debbano riferirsi i fatti che anderò ora narrando con brevità. Era, veramente, Antonio nipote del doge all'assalto della porta al Leone, e fu di coloro che vi montarono sopra (Cron. di Pisa- Mu- rat. S. R. I., XV. 1005; R. Sardo, cap. 154, p. 170). Ancor esso fu con Bernabò Visconti e colla gente della compagnia del nostro Piemonte. Di Piero, altro nipote, questo posso dir con certezza: egli pure salì sopra alla porta al Leone durante l'assalto; egli pure prese a correre il Pie- monte (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1052; R. Sardo, cap. 154, 165, p. 1, 170, 178). Se questo fu figliuolo di Ser Cegna, come io penso, ulteriori notizie possono aggiungersi. In effetto, sarebbe a dirsi che questo Piero fu colui che venne creato cavaliere dal doge a Moriano nel 5 settembre 1368. Ranieri Sardo (cap. 142, p. 162), narrando questo fatto, dice che fra i cavalieri creati dal Doge, vi fu Piero di Ser Cegna dell'Agnel- lo. A crederlo nipote di esso doge mi dà animo l'autorità dell'Anonimo; il quale dice che tra i diciotto cavalieri che il Dell'Agnello creò, eranvi duoi suoi nepoti (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1050). Quello che dico di Piero rispetto al padre, forse con certezza maggiore potrebbe
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asseverarsi di Nanni o Giovanni che si trovò esso pure al primo assalto dato alla porta al Leone (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1052; R. Sar- do, cap. 154. p. 178). Giovanni di Cegna era stato anziano pel Q. di K. nel 1359, ed aveva risieduto in anzianatico con grado di priore pel Quar- tiere istesso nel 1362 e nel 1363. Credo che esso sia quel Giovanni che militò agli stipendii del signore di Verona e di Vicenza (Antonio Dalla Scala), e che fu fra i famosi condottieri prigioni i quali caddero, nel 1386, nelle mani di Francesco da Carrara allorché questi restò vittorioso (Andrea Gavaro, Istor. Padov.- Murat. S. R. I., XVII. 580-582). Pare che alla perfine dopo lunghe vicende, tornasse fra i suoi, se deve dirsi che esso sia quel Giovanni di Ser Cegna che vediamo priore pel quartiere summentovato di K. nel 1399. Secondo l'Anonimo (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1064) altro nipote del doge era Lemmo, o Gu- glielmo. Il Breve degli Anziani lo dice figliuolo di Jacopo (che sarebbe un terzo fratello del Dell'Agnello), là dove parla di coloro che furono tratti al governo nel 1362; ma ove menziona Lemmo Dell'Agnello come anziano pel Q. di K. nel 1335, e come priore degli Anziani per questo stesso Quartiere 1343, 1344 e 1347, non indica da chi nascesse. Da ciò ne segue, potersi supporre avere esistito due Lemmi. Ad ogni modo, è certo che Lemmo (quello, io credo, che fu figliuolo di Jacopo) com- batté nel fatto di Cascina, ed ebbe la sventura di rimaner preso, e condotto prigione a Firenze (R. Sardo, cap. 131, p. 152). Il suo fine così è raccontato dall'Anonimo: "A dì XVI d'ottobre, anni mille trecento settantadue, Ser Gabbriello da Parma, Cavaliere degli sbanditi per lo Comune di Pisa, cavalcoe a Livorno con cinquanta fanti a pié, e con cento uomini a cavallo, e prese due grandi cittadini di Pisa, cioè Lem- mo Dell'Agnello lo quale era nipote del Dogio, e uno Andrea di Compa- gno, li quali erano stati ribelli del Comune di Pisa, li quali andavano a Roma; e per fortuna di tempo essendo ellino in una galeotta di Geno- vesi, capitorno in Livorno, e secretamente stavano sotto la sentina del legno, e stavansi più sconosciutamente che elli poteano. E come la fortuna volse, quelli che reggeano Pisa, lo seppero; di che comandò al ditto Ca- valieri che andasse e prendesseli, e subitamente, senza menarli in Pisa, li appiccassero per la gola. E così fece. Come furno presi, li fece confes- sare, e poi appiccare per la gola a un olmo su la piazza di Sant'Antone a Livorno" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1064). Parlando dei figli di Cegna, resta ch'io dica di Matteo. Trovo che fu anziano per la pri- ma volta pel Q. di K. nel 1364, e che ebbe il priorato degli anziani 1399 e nel 1401. La famiglia dei Dell'Agnello trovò chi la continuò in patria nel secolo XV nella persona di Ghiberto figlio d'Antonio, che fu anziano stando sempre la repubblica (1405); e in quell'Efeso figlio di Jacopo, non che in quell'Obizzo, amendue dei priori sotto la prima dominazione fiorentina. Ma su tutti deve rammentarsi Giovan Bernardino, cavaliere aureato. Esso pure fu dei priori nel 1488 e nel 1493. Quando i Pisani scossero il giogo fiorentino, egli fu uno dei tre ambasciatori spediti, il 12 novembre 1494, dagli anziani nostri e dal governatore di Francia a Carlo VIII a Firenze, per intendere qual governo s'aveva da stabilire.
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Tornato in Pisa, la plebe lo ebbe a suspetto, perché fu sparsa voce che il Dell'Agnello volesse rimetter Pisa nelle mani de' Fiorentini: laonde fu astretto a rimanersi in casa per non esporre a pericoli la sua persona (Portoveneri, Mem., p. 289, 291). Che cosa avvenisse nella sua casa quando vi si portò Carlo VIII nel 21 giugno del successivo anno 1495, bello è il saperlo da chi vide quei tempi. Parlo del Portoveneri. E per vero, esso ci fa sapere che andando il re di Francia a veder ballare nella casa di lui, e sedendo il re in mezzo a due fanciulle le più belle del ballo, gli si fecero dinanzi genuflesse molte donne, dimandando di grazia che Pisa non ritornasse più sotto ai Fiorentini. Furono fornite (si narra) di molte buone parole (Mem., p. 314). Giovan Bernardino nei tempi ap- presso andò ambasciatore a Venezia, ed anco a Massimiliano Imperatore (Portoveneri, p. 334. V. anche Doc.). Il Dell'Agnello di cui parlo, fu anzia- no nel 1496 e nel 1498. Giovan Bartolommeo, figlio di Andreotto, venne compreso nella descrizione de'cittadini ordinata da Cosimo I nel 1565

]

1.6. Agostini

AGOSTINI Mariano d'Antonio fu dichiarato dalla sua città, nell'ultima guerra con li Fiorentini, castellano della porta del Parlascio, oggi detta a Lucca, e della grande e fortissima torre, l'anno 1497 (Vacch. E). [Note:

. Era nipote di Nanni, che si apparecchiò la tomba colla seguente iscrizione (inedita) nel nostro Camposanto: SEP. NANNI D'AGOSTINO DE AUGUSTINIS ET HEREDUM SUORUM MCCCCXXXXVIII. Tra i nostri documenti troverà il lettore la provvisione del 17 novembre 1499, per cui Mariano, come uno dei gonfalonieri e cittadini, ebbe pienezza di balìa per stringere qualunque lega e per trasferire il domi- nio di Pisa in qualsivoglia signoria anche non italiana, fuorché tra i Fiorentini o in chi potesse soggettarla ad essi

] Pietro di Luca fu mandato castellano di Vico Pisano, l'anno 1503 (Vacch. L). Onorato di Mariano attese alle lettere, e dottorossi nelle leggi canoniche e civili; e l'anno 1560, fu eletto dalla sua patria uno degli oratori che si mandarono al Granduca Cosimo per cose atte- nenti a quella città. Vedesi nel libro de' partiti del 1559, a carte 60, l'anno da me nominato 1560. Onorato di Lodovico, da giovine insignito della croce di Santo Stefano di Pisa, vive al presente; e nelle navigazioni fatte, e nelle imprese di questa sacra Religione, ha dimostrato segno di molto valore e di somma fortezza. [Note:

. Morì nel maggio 1650 (Lib. d'Esequie, in Arch. dell'Ordine di S. Stefano)

] Torquato di Lodovico, datosi alle lettere, dopo l'essersi addotto- rato nell'una e nell'altra legge, ebbe per le sue molte virtù un ca- nonicato nella chiesa maggiore di Pisa; e vivendo mentre scriviamo queste cose, altro di lui non diremo. Ferdinando di Fabio, da giovinetto prese l'abito militare dell'or- dine di Santo Stefano di Pisa, e servendo la sua famosa Religione, si è trovato a diverse imprese fatte da quella; e vivendo oggi, non lascia di servirla e d'onorarla. [Note:

. La sua morte avvenne nel settembre 1638 (Lib. d'Esequie cit.)

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Pietro di Fabio si trova oggi, essendosi dato alla religione, dot- tore di legge, illustrando con la vita e con le virtù la sua onora- tissima famiglia. [Note:

. Questa iscrizione inedita, che leggesi nel Camposanto, fa vedere come gli Agostini stringessero illustri parentadi: NICOLECTAE CAROLI LANFRANCHI ANTUERPIAE NATAE PISIS NUPTAE MULTORUM LIBERORUM MATRI VITA PUNCTAE AUGUSTINUS AUGUSTINIUS CONJUGI AMATISSIMAE POSUIT SIBIQUE SUISQUE POSTERIS A. D. MDCXLII.

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1.7. Ajutamicristo

AJUTAMICRISTO Fra Domenico da Peccioli, nel secolo XIV, così scrisse di questi cittadini: Quae quidem familia temporibus nostris fuit; in magno statu regiminis pisanae Communitatis, numerosa viris, locupleta divitiis, ma- gnifica domibus, et rerum apparatibus valde clara (Chron. S. Cath., 261, p. 576). Son fole di genalogisti, che questa famiglia de- rivi da quel Perino ch'essi fantasticarono fosse primo vescovo di Pisa: fole, che l'Imperatore Arrigo VI, nel 1110, li dichiarasse conti imperiali; fole (io credo) che Carlo IV, nel 1366, confer- masse loro questo privilegio. È un fatto certo, che gli Ajutami- cristo non appajono tra i mille cittadini che promisero di attener
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pace ai Genovesi nel 1188. Non so poi qual fede meritino gli An- nalisti Camaldolensi (I, Append. 368; VIII, 504), i quali affermarono che fosse di questa famiglia il B. Bartolommeo converso del loro istituto, morto nel 28 gennajo 1224, nel monastero di S. Frediano, ove tuttora sono le sue reliquie. Stando ai documenti di fede non dubbia, le memorie di questa casa non vanno oltre il secolo XIV. Il primo degli Ajutamicristo che a noi si offra nella qualità di An- ziano, è Puccio. Fu in questa magistratura, pel Q. di M., nel 1313, quando il Conte Federigo da Montefeltro era vicario imperiale per Arrigo VII; poi l'ebbe di nuovo nel 1318 e 1336. Nel Breve, ove si nota questo suo secondo Anzianato, fu aggiunto da mano più mo- derna, essere stato figliuolo del defunto Lapo. Questo lapo è, per me, diverso dall'altro figliuolo di Vanni (e questi era Anziano nel 1316 e nel 1319), che fu nell'Anzianato, tra il 1317 e il 1339, fino a sette volte. Costui ebbe un fratello nella persona di Conte. Sceso Carlo IV in Italia, costituiti gli Anziani nostri vicarii gene- rali per Pisa e per Lucca, col diploma del 9 marzo 1355 (R.), Conte fu appunto degli Anziani che vennero chiamati a governare la città nostra, e rimase nell'ufficio per tre mesi (dal 1 marzo a tutto il maggio); talché viene nelle cronache rammentato tra gli Anziani che prestarono il loro assenso nel parlamento tenutosi affinché Pisa si desse all'Imperatore (R. Sardo, cap. 104, p. 128). Trascorso questo tempo, Conte tornò ad essere nell'Anzianato con grado di priore pel Q. di M., negli anni 1358 e 1361. Conte, nella mattina seguente, al rumore che finì colla cacciata de' Raspanti (1369, 4 aprile), fu uno dei dodici ambasciatori spediti a Lucca per la parte dei Gambacorti a scusarsi presso Carlo IV. Imprigionato cogli altri, d'ordine dell'Imperatore, con grandi minacce di farli tagliare la testa, fu poi fatto libero, quasi direi, per miracolo. Lo abbiamo da quel che narra l'Anonimo: " A di1 14 ditto (aprile) tornonno da Lucca li ditti cittadini, li quali erano in prigione a Lucca per lo 'mperadore, et entronno in Pisa la sera al tardi suonata l'Ave Maria. Come funno alla Porta dello Parlascio, si scalzonno, e senza nulla in capo, e in gonnelle, collo capesto al collo e uno candelo di libra in mano, tutti insieme andonno alla chiesa di Santa Maria al Ponte Nuovo (La Spina), e quine offerseno li ditti candeli con grande riverenza; e questo feceno, che si votonno, se ellino campassero, di andare alla ditta chiesa in quello modo" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV, 1055). Da quanto dirò in se- guito di Guido, si farà manifesta la cagione per cui Conte, abben- ché di fazione contraria ai Gambacorti, fosse ora adoperato da essi. Gli Ajutamicristo sono assai rammentati nelle memorie miserevoli delle nostre divisioni come Raspanti; e tra quelli che molto si
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agitarono perché Pisa cadesse nelle mani di Carlo IV, veggo prin- cipalmente ricordato Masino (R. Sardo, l. c.). Era stato degli An- ziani negli anni 1331 e 1337; priore di questo magistrato, pel Q. di M., nel 1341 e nel 1347; e perciò ben pratico della cosa pub- lica, quando si travagliava in queste mene, che fruttarono tanto dolore alla patria. Nel tumulto che si levò contro Carlo IV, combatté fra gli avversarii dei Gambacorti (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1030, 1031). Nel 1359 fu priore, pel Q. di M., per l'ultima volta. Allora avvenne che, alla presenza di lui e dei colleghi, si sborsarono a Dinuccio d'Asolara duemila fiorini, dispensati poi a certi caporali della compagnia del conte Lando, perché gli uomini di essa uscissero da Pisa (R. Sardo, cap. 127, p. 145). Credo che parli di esso R. Sardo, quando dice che Masino doveva esser fatto in pezzi, insieme con Gualtieri capitano in Pisa per l'Imperatore Carlo IV, e con altri cittadini, in quella trama che fu svelata da Colo del Mosca (Cron. di Pisa, cap. 128, p. 145). Forse a lui ac- cenna lo stesso cronista (cap. 129, p. 148) laddove narra, che fu di quelli che si partirono da Pisa per vendicare sulla persona di Ja- copo Papa, che trovavasi a Carrara, l'uccisione di Gherardo Ca- pocchio, fatta da Guido Papa a Palermo (V. Papa). Masino fu uno dei savii per la riforma dell'anzianato e dell'uffizio di cancelliere ec. cominciata nel 1 marzo 1355; e nell'aprile (1356)) seguente era degli aggiunti dati agli Anziani per nuove riforme d'uffizii e di salari. Ometto di accennare come venisse adoperato per consimili riforme anche nel mese di ottobre del medesimo anno 1356, e nel 1358 (Consilia etc. Pis. Sen. ab an. 1317 etc., p. 165-167, 177-181, 185-187, 198-200). Masino, in unione a Guido, dette mille fiorini d'oro per l'imposta dei ventimila fiorini ordinata da Carlo IV (Masi Ragionamento ec., p. 87). Ciò di Masino. Totto è un altro soggetto di questa famiglia di cui parlano assai i monumenti del secolo XIV. Era stato Anziano nel 1331; priore di questo magistrato, pel Q. di M., negli anni 1337, 1340, 1343, 1346; quando, venuto il 1355, il Comune lo destinò uno dei tre ambasciatori aggiunti ai tre primi che furono inviati a Roma per assistere all'incoronamento di Carlo IV (R. Sardo, cap. 99, p. 125). Restituitosi in patria, fu più volte nello stesso ufficio di priore degli Anziani; e ciò correndo gli anni 1356, 1360, 1363, 1365. Nel 1362 uscì in armi al Fosso Rinonichi coll'eser- cito che andò contro i Gambacorti ed altri fuorusciti (R. Sardo, cap. 130, p. 148). Fautore del Dell'Agnello perché ottenesse il do- gato (R. Sardo, cap. 132, p. 152), corrucciatosi poi con esso, dové soffrire la carcere ed essere minacciato nella vita. L'Anonimo, che narra ciò, dice che Totto e gli altri cinque soggettati al duro tratta- mento, si riamicarono col doge, ma soggiunge, che sempre stetteno
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insieme non troppo chiari
, onde si brigarono per chiamare Carlo IV perché venisse deposto il doge di signoria, e salire eglino in stato (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1047). Infatti, quando il doge si ruppe la coscia, Totto fu di quelli che tentarono d'indurlo alla rinunzia (R. Sardo, cap. 143, p. 163). Gli Ajutamicristo erano stati chiamati alla consorteria dei Conti dal Dell' Agnello. Totto fu rettore a Lucca durante la dominazione pisana non una volta sola (Mem. Lucch., I. 357, 388). Nel 1346, dopo la morte di Michele Del Lanti, cancelliere degli Anziani, era stato uno dei savi per la riforma di tale ufficio, ed uno dei ventotto poi per la riforma dell'anzianato dopo il rumore dei Gambacorti (Consilia etc. ab an. 1317 etc., MS. p. 87-90, 173, 174, in Arch. Capit.). Non saprei dire se avesse discendenza; come avvenne di Masino, da cui derivò un Guido, che ebbe l'Anzianato forse nel 1338, e certo il priorato degli Anziani, pel Q. di M., durante gli anni 1357, 1363, 1364; e che non dee confondersi con quel Guido di Jacopo che ebbe lo stesso grado di priore, prima nel 1362, e quindi nel 1369, allorché Carlo IV fa- ceva sua stanza in Toscana. Non so quale dei due Guidi desse la propria figliuola in matrimonio a Lorenzo di Pietro Gambacorta; onde avvenne che le case degli Ajutamicristo furono risparmiate dalle fiamme, e solo rubate, nel tumulto suscitatosi contro i Raspanti (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1051, 1052). Questa medesima incertezza riguarda la persona di Guido, che vedo annoverato tra i reggitori del Comune di Lucca in diversi tempi (Mem. Lucch., I. 379, 382). Guido di Masino fu molto liberale verso la chiesa di Santa Caterina dei Predicatori. Diede, infatti, com'è noto, cinque- cento fiorini d'oro per gli stalli corali dei Frati; che riuscirono, per gl'intagli che vi furono fatti, una delle più eccellenti opere di quel tempo. Più liberale di lui medesimo mostrossi ancora Fede- rigo, perché donò per quest'opera fino ad ottocento fiorini d'oro (V. sopra, p. 591). Non leggo che questo fosse mai degli Anziani, come furono molti altri di questa casa; tra i quali Giovanni (1340), Bernardo (1344), Francesco di Masino (1358 ec.). Altri determini se esso sia quel Federigo di Ugo che venne eletto dei priori dopo assoggettata la repubblica, e precisamente nel 1445 pis.. Questo è poi fuori d'ogni dubbiezza, che un Giovanni Ajutamicristo fosse uno di quei cittadini ai quali venne prescritto (27 febbrajo 1407) di rimanersi in Firenze come statico, e di ridurvi la famiglia, a pena della vita. Nella nostra chiesa di Santa Caterina ebbero tomba al- cuni di questa famiglia, come fa vedere l'iscrizione assai informe del sepoltuario della Biblioteca dell'Università. Gli Ajutamicristo, a quanto viene affermato dagli scrittori di storia Siciliana, per sottrarsi al peso del giogo fiorentino, passarono in Palermo con Alfonso
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d'Aragona, e godettero colà gli onori della baronìa. Di colà Gugliel- mo Ajutamicristo scriveva la lettera pubblicata dal canonico Casa- pieri nella sua scrittura legale per la questione del patronato di San Matteo. Può vedersi anche fra i nostri Documenti la lettera che fu scritta a lui (dagli Anziani) e a tutta la nazione pisana dimo- rante in Sicilia. È del 22 gennajo 1496. Del resto, l'ultimo di que- sta casa che avesse magistrature in patria, per quanto mi è noto, è Bonaccorso, Anziano nel 1503 pis. Avrei dovuto dire di Fra Tommaso, figliuolo di Bernardo, che ebbe il priorato del con- vento di San Domenico di Venezia nel secolo XIV ma su questo basterà rileggere quanto ho già scritto altrove (V. sopra, p. 576).

1.8. Alberti (Degli)

ALBERTI (DEGLI). V. CASALBERTI

1.9. Alliata

ALLIATA Ugolino fu canonico del Duomo di Pisa, come si vede per un contratto che nell'Archivio del suo Capitolo si conserva, rogato l'anno 1250. Betto di Galgano, uno degli imbasciatori mandati dai Pisani al re d'Aragona per fare nuova pace con lui, l'anno della salute nostra 1310. Fu uno de'Consoli del porto di Cagliari, citta prin- cipale di Sardigna, mandatovi dalla sua Repubblica l'anno 1319; ed uno degli oratori Pisani mandati a Napoli a fermare la pace con Roberto re, l'anno 1330. [Note:

. Intendi al pisano. La missione riuscì in una tregua, conchiusa in Napoli il 23 ottobre (V. Dal Borgo, Diplomi, p. 390). L'A. nel parlare della sua ambasciata al Re d'Aragona seguitò l'era pisana. In- fatti da una carta dell'Arch. Alliata (N. 177) si rileva, che nel 31 luglio 1309 comune n'era già ritornata. Offre questa carta la deliberazione con la quale gli fu fatto quietanza pei denari amministrati in tale oc- correnza. Erano dugento fiorini, dei quali spese centosessantasei, un- dici soldi e dieci denari, per le galere e per le ciurme. I rimanenti vennero da lui restituiti alla camera. Era stato anziano pel Q. di F. nel 1295; poi, nel 1299, aveva avuto il grado priorale in questo stesso magistrato degli Anziani. In seguito, dopo di esservi stato richiamato nel 1300, riottenne il luogo di priore negli anni 1301, 1302, 1304, 1306, 1308, 1310 e 1311. Il suo priorato, che mi par degno di un ricordo tutto speciale, è quello del settembre e ottobre 1313. Freschis- sima era la morte d'Arrigo VII, cosicché i Pisani ghibellissimi tro- vavansi in questo tempo in grande sgomento. Cadde, adunque, nel go- verno di lui la chiamata d'Uguccione Della Faggiola. Betto nel 1316 fu eletto uno de'quattro sindaci per conchiuder la pace con re Roberto a Napoli. Il sindacato è del 31 maggio. Nel Dal Borgo (Diplomi, p. 230, 239), che lo riferisce, avvi errore nel nome: leggasi Betto in luogo di Piero. Betto, nel gennajo e febbrajo 1317, come pure negli anni 1322, 1324 e 1326, fu degli Anziani con grado di priore pel Q. di F. Nel 1318 era console a Pisa pel porto di Cagliari, quando ne fu corretto il Breve (V. Masi, Ragionamento, p. 109). Bindo e Gaddo che nacquero da Gal- gano, nel 1314, furon citati dal Vicario dell'Arcivescovo, perché depo- sitassero certe somme di denaro che erano state affidate da alcuni testatori al loro padre, defunto in servizio della crociata. Trovasi nell'Arch. Alliata (N. 199) il libello d'eccezioni per essi proposte, dal quale non sarà inu- tile togliere quelle eccezioni le quali giovano a rischiarare in qualche parte la storia del tempo: Item alia ratione et causa quia .... dicti Bindus et
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Gaddus non sunt confessi vel inde convicti legictime se habere aliquam pecu- nie quantitatem vel unqam habuisse relictam passagio generali vel parti- culari, vel in subsidium terre sancte. Item alia ratione et causa quia posi- to....quod predicta istrumenta apparerent et ipsi fuissent legictime convicti se debere solvere pecuniam supradictam; dicta pecunia ad presens non potuit nec potest peti per vos nec per dominum pisanum Archiepiscopum...; cum nullum passagium particulare vel generale ad terram sanctam recupe- randam fiat ad presens, ut notorie in civitate Pisana, Ianue et partibus marinis et per universum mundum notorie constat: licet pie dicatur ordi- natum fuisse per sanctissimum patrem dominum Clementem summum pon- tificem papam quintum. Item....quia posito....quod particulariter passa- dium fieret quod regant et omnia supradicta cessarent, dictum preceptum fuit iniusium....nec ipsi germani possunt cogi ad dictam pecuniam vel aliquam eius partem exolvendam; quia dicta pecunia, ut ex testamento de- functi predicti patet aperte, relicta fuit in subsidium passagii generalis et non particularis; et quando passagium generale fieret, et pro mictendo ad illud unum peditem et unum equitem....:unde cum passagium generale non fiat, licet dicatur fieri particulare, dicta pecunia ad presens peti non potest, nec ipsi ad eam solvendam cogi
. Il tempo di sua morte è determinato dall'iscrizione apposta al suo sepolcro in S. Francesco, e riferita dal Da Morrona (III. 86): HIC IACET VENERAB. CIV. PIS. SER BETTVS AGLIATA QUI OB. DIE XVI MENS, MAR8 AN8 MCCCXXX. Una carta che trovasi appresso i suoi discendenti nel loro archivio do- mestico, sotto il N. 185, appartenente al 31 agosto 1310, ci fa mani- festo ch'egli ebbe per moglie Isabella figliuola di Giovanni Sismondi, figlio di Ugolino Vecchi (V. Sismondi). Del resto, sono ben antiche le memorie degli Alliata. In effetto, oltre a un Ugolino Alliata, che giurò la pace con Genova nel parlamento solenne ove intervennero mille Pi- sani nel 1188, vedesi avervi preso parte ugualmente Roberto e due suoi figliuoli, Gerardo e Ranieri. Dalle carte poi dell'archivio domestico Al- liata si raccoglie, che vivevano nel 1274 alcuni figliuoli di Roberto; ed erano Gerardo, Galgano, Giovanni e Filippo. Anche Cortenuova, figliuolo di Gerardo, è di questo tempo. Galgano, nel 1292, fu esattore della prestanza di seimila fiorini imposta nel mese di maggio Dal Conte Galasso di Montefeltro, e nel 29 novembre ottenne pubblica dichiarazione di avere riscosso cinquemila settecentonovantotto fiorini d'oro, diciotto soldi e cinque denari (Arch. Alliata, N. 56). Queste memorie hanno il sicuro appoggio de' documenti. Altri veda se lo abbiano ugualmente le cose narrate pel Tronci intorno al B. Signoretto. Secondo questo scrittore, Signoretto venne in luce nel 1269 da Alessandro e da Con- tessa Gettalebraccia. Aggiunge che condusse vita santissima e da romito in Sicilia, ove si trasferì nel 1360, e che caduto in mano di pirati, ne ebbe la corona del martirio. Secondo il summentovato scrittore, il B. Si- gnoretto fu avviato alla vita di perfezione dal B. Pietro Gambacorti
[p. 835]
(Tronci, Vite dei Santi Pisani, MS. nella Libreria del Convento di San Francesco). O bisogna supporre errore in ciò che del B. Pietro narra l'A., o trasferire ad altri tempi il vivere del B. Signoretto; il cui mar- tirio fu espresso, nel 1802, dal pennello del Cav. Pietro Benvenuti in un'ampia tela che veste le pareti della Chiesa Primaziale nostra. Trovo scritto che alla famiglia Alliata appartenesse anche la B. Clelia Camal- dolense, cui si dà il vanto di aver fondato coi propri danari il monastero di S. Paolo di Pugnano. Di essa, per altro, tace affatto il Mattei, scrittore autorevole, ove favella di questo monastero già fondato nel 1086 (Hist. Eccl. Pis., Append. II. 11)

] Alberto suo fratello, Castellano della fortezza del castello di Ca- stro in Sardigna, l'anno 1320 (Dalle scritture di casa loro, in car- tapecora). [Note:

. Essendomi consigliato meco stesso di supplire per quanto io possa e dove meglio convenga, il manoscritto dell'A.; chi legge non troverà incongruo che a questo luogo venga fatto ricordo di alcuni soggetti di questa casa vissuti in questo tempo, e non rammentati nel testo. Uno di questi è Neri, anziano nel 1295; gli altri sono Gaddo, anziano nel 1312; Gano, anziano nel 1323; e Bindo, che fu pur esso del medesimo magistrato degli anziani, per la prima volta nel 1300. Betto fu inteso ad ogni genere di traffico. Una carta dell' 11 apri-le 1310 mostra ch'era socio di un banco di commercio in Tunisi, ed altra carta del 20 ottobre dell'anno istesso scritta in Famagosta (in palatio episcopali) ci mostra che il di lui nome non era ignoto neppur colà (Arch. Alliata, N.i 180, 182). Ma forse la sua maggiore ricchezza venne dagl'imprestiti fatti al Comune, e dagli appalti delle rendite pubbli- che. Vi ha memoria che nel 1314 fosse nella società alla quale vennero date in compenso le rendite di Sardegna di trentanovemila e dodici fio- rini d'oro dati al Comune, e che nel 1315 fosse di altra società cui si do- vevano dal Comune istesso venticinquemila fiorini d'oro per l'appalto della vena del ferro dell'Elba (Arch. Alliata, N.i 203, 220). Bindo, nel 21 maggio 1316, era testimone alla tregua stipulata coi Volterrani (capitano del popolo il conte Gherardo della Gherardesca); nella qual tregua fu, tra le altre condizioni, l'atterramento dei castelli di Miemo e Gabbreto (Tronci, p. 306; Cecina, p. 100, 101). Si fece in Pisa nel palazzo di residenza degli Anziani. Del resto, Bindo, di cui parlo, fu priore degli Anziani pel Q. di F., secondo l' usato, anche negli anni successivi 1325, 1330 e 1332. Non posso omettere che Lippo, o Fi- lippo, ebbe l'anzianato prima nel 1303; poscia il priorato degli anziani (pel Q. di F. ancor esso) nel 1310 e 1320. Intorno ad esso V. la se- guente nota 6

] Francesco, uno de' Consoli del detto porto di Cagliari, eletto l'anno 1321 (Dagli statuti del Porto di Cagliari). [Note:

. Ciò non trovasi nella parte stampata Dal Pardessus, ma in quella che rimane tuttora inedita (V. la seguente nota 6)

] Jacopo d'Ugolino, uno dei Capitani dello esercito pisano che fu mandato contro i Pistolesi assediati da Castruccio Castracani, duca di Lucca e vicario imperiale per Ludovico Bavaro in Pisa, 1329. [Note:

. Questo è forse colui che fu anziano nel 1361, e poi priore pel Q. di F. nel 1364. Un più antico di questo stesso nome professò la mi- litia nell'Ordine de' Gaudenti, e fu tumulato in S. Francesco; venendo
[p. 836]
apposta al suo sepolcro questa iscrizione, dataci prima dal Dal Borgo, poscia da Alessandro Da Morrona (Dissert., II. 6. - Pisa Ill., III. 80): HIC JACET HONORABILIS MILES BEATE VIRGINIS DOM. JACOBUS AGLIATA CIVIS PISANUS QUI OBIIT A. D. MCCCXXXIX. DIE XXX. MENS8 OCTOBRIS. Era stato degli Anziani nel 1307

] Giovanni di Francesco, uno degli imbasciatori pisani mandati a Luchino ed a Giovanni Visconti, signori di Milano, per cosa d'impor- tanza, l'anno 1346; e fu capitano di Pontedera l'anno 1391. [Note:

. Fuvvi anche un Giovanni di Filippo. È uno dei savii che venne eletto per la riforma dell'ufficio del Cancelliere degli anziani (1346), morto Michele del Lante

] Francesco (Cecco di Bindo) fu Capitano maggiore nell'Elba l'an- no 1348; potestà d'Usigliano, l'anno 1360, come si legge nell'
[p. 837]
Archivio dell'Arcivescovado ed uno de' Vicari e Rettori di Lucca, eletto dai Pisani a questo reggimento l'anno 1364. [Note:

. Di Bindo suo padre parlai di sopra. Questo Cecco fu senza dubbio degli anziani nel 1335; poi, in questo medesimo magistrato, ottennne il grado priorale, pel Q. di F., negli anni 1348, 1350, 1353, 1359. Visse parimente in questi tempi un altro Cecco, figlio di Betto rammentato di sopra; e questi fu anziano con grado priorale negli anni 1348, 1351 e 1354. Sappiamo inoltre, che viveva quando Car- lo IV, nel 1355, era in Pietrasanta. In questo tempo sborsò di suo trecento fiorini d'oro per compiere la somma dei ventimila fiorini voluta da Carlo IV (Masi, Ragionamento ec., p. 87). Cecco di Betto è colui che si querelò presso il Bavaro, per parte sua, del padre, del zio Bindo e di Filippo di Giovanni di ruberie sofferte in mare da Geno- vesi e Savonesi, e che n'ebbe la concessione contenuta nel diploma del 24 novembre 1328 (D.). Ma qui sorge certa difficoltà. Il Cecco o Francesco Alliata che fu cacciato dal magistrato degli anziani quando ne fu espulso il Tarlati (17 giugno 1329), e che in seguito ebbe molte volte il priorato (1331,1333, 1336, 1338, 1341,1343,1345, 1359, 1361) e fu spesso dei savii a riformare gli ufficii come negli anni 1346, 1349, 1352, 1354, 1355 ec. (Consilia etc. Pis. Senat. etc. ab an. 1317 etc., in Arch. Capit.); è un terzo individuo di questa casa o, più veramente, l'uno de'due già menzionati? Non saprei come po- tesse accertarsi, perché sempre nei luoghi rammentati vidi tacersi il nome del padre suo. Tale oscurità è assai increscevole, perché giove- rebbe molto il sapere da chi discendesse quel Cecco Alliata che ebbe gran parte negli avvenimenti del suo tempo, e del quale ti favellano di frequente le carte e le cronache. Come già scrissi (V. la nota A. al Componimento III tra le Rime Istoriche di un anonimo Genovese dei secoli XIII e XIV nell'Appendice all'Arch. Stor. Ital., Vol. IV C.. p. 48), Cecco nel 1328 aveva caricato due uscieri di assai mercanzie; ma fu assalito nelle acque di Tunisi da una cocca e da una galea dei Ga- tiluxi e degli Usodimare, fuorusciti di Genova, i quali avevano fer- mata la loro stanza in Savona. cecco, nel 4 luglio 1342, trovossi presente nel palazzo degli anziani alla stipulazione della pace tra la repubblica di Firenze, retta allora pel duca d'atene, ed il Comune
[p. 833]
nostro. Ivi è qualificato mercante (R.). Alla morte del Conte Boni- zio Novello Della Gherardesca (1348), scopertesi le fazioni del Ber- golini e dei Raspanti, Cecco fu dei caldi parteggiatori della prima, che Andrea Gambacorta capitanava (V. Gambacorta). Nel tumulto del 24 dicembre, si unì ai Gambacorti: laonde fu di coloro che si spinsero contro i Della Rocca, e contro gli altri Raspanti (Cron. di Pisa - Mu- rat. S. R. I., XV. 1018, 1019). Abbenché poi Bergolino, alla venuta di Carlo IV (soprastando il pericolo) si accostò, col suo casato e con altri cittadini della propria setta, alla parte contraria. Era egli allora, insieme con Franceschino Gambacorta, capitano della masnada da piè e da ca- vallo (V. Gambacorta, e V. anche Litta, Famiglie Celebri ec. - Gam- bacorta di Pisa, Tav. I). È rammentato tra coloro che si adoperarono perché gli anziani dessero Pisa nelle mani di Carlo IV. Persisté in que- sto divisamento per forma, che, nel consiglio generale dei 22 aprile 1355, fu primo ad entrare in ringhiera dopo la proposta del vescovo d'Inspruck, capitano generale dell'Imperatore in Pisa, e a consigliare che Carlo fosse signore liquito di Pisa e di Lucca (R. Sardo, cap. 104, p. 128, 229). Nel consiglio generale, per altro, del 27 febbrajo dell'anno successivo, standogli allora dinanzi agli occhi la cruda memoria del suppli- zio dei Gambacorti, contrastò a chi voleva far capitano di Pisa a vita il vescovo d'Inspruck; propose fosse per soli sei mesi, tutto al più per un anno ( R. Sardo, cap. 119, p. 138). Nel 6 luglio 1369, fu di coloro che parlamentarono a Vico col conte Lando, per determinarlo a lasciar vuoto il contado che aveva invaso cogli uomini della sua compagnia (R. Sardo, cap. 127, p. 144). Ma il fatto pel quale è principalmente ri- cordato Cecco Alliata, è il trattato o congiura di Federigo Del Mugnajo. Ordivanla i Bergolini contro i Raspanti nel 1360. Le voci che dove- vano ripetersi quando fosse levato il rumore, tra le altre, eran queste: Viva Cecco Alliata e Piero Gambacorti (MR. Sardo, cap. 128, p. 146). Non narrerò come il trattato venisse scoperto. Dirò solo quel che fosse in quest'incontro di Cecco Alliata, giovadomi all'uopo delle parole di un Cronicista del tempo: "Federigo del Mugnajo (egli scrive) tenea questi modi. Elli era sensale, et essendo con li mercanti cittadini di Pisa, si diceva: come fate? e lo mercante diceva: li Gambacorta erano buoni cittadini e pacifici, e teneano la città in grande pace. E tanto diceva sopra questo, che elli gl'induceva a quello voleva; e se alcuno non si assicurava, elli li dicea: or sappi che a questo trat- tato si tiene Ser Cecco Alliata: e li anderò di ciò a parlare. E in questo modo molti ne condusse. Questo Federigo, quando andava a Ser Cecco Alliata, si li parlava di prestar denari per iscritte a mer- catanti, e non per quello che dava ad intendere alli cittadini. E li cittadini li chiedeano perché lo ditto Ser Cecco si era prima con li Bergulini, e perché egli venne in isdegno con li Gambacorta, si rivolse e tenne con la parte delli Raspanti; e poi si dicea per Pisa, che Ser Cecco si contentava male: per questo li cittadini credeano a Federigo" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1035)

] Colo, uno de' Vicari e Rettori di Lucca per la sua città, l'an- no 1360. Fu anche uno degli oratori Pisani che furono mandati a Lucca per cagione delle guerre di quei tempi fatte con i Fiorentini, l'anno 1363. [Note:

.
[p. 838]
Fu uno dei rettori di Lucca anche per una parte dell'anno 1353 (Mem. Lucch., I. 377). Nel 1354, venendo Carlo IV in Italia, andò a lui ambasciatore con altri (V. Gambacorta, Lanfranchi, Da Vico), a Man- tova: questa notizia è positiva, comunque sia gravemente errato il testo Muratoriano dell'Anonimo (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1026). Nel 1355 fu uno dei quattro che giurarono pel popolo fedeltà a Carlo IV, nel solenne parlamento tenuto in Duomo. Poco dopo, quando Pisa si dette all'Imperatore liberamente, fu uno dei sindaci inviati a Siena, ove Carlo in quel tempo trovavasi, per fargli la proferta, e giurargli fedeltà. In questo mezzo, tornato l'Imperatore a Pisa, ebbe luogo il supplizio dei Gambacorti e dei loro aderenti; poi il passaggio di Carlo IV a Pietrasanta. Nel 29 maggio di quest'anno, quando Carlo era in quella terra, furono chiamati gli anziani a bocca per tre mesi: Colo ebbe il grado di priore pel Q. di F. (R. Sardo, cap. 87, 104, 113, p. 118, 129, 135). Dava in questo tempo fino a 250 fiorini d'oro del suo per la imposta dei 20,000 fiorini voluta da Carlo (Masi, Ragionamento, ec., p. 87). Se esso è il Niccolò di Cecco, conviene affermare che vivesse fin'oltre il 1377; perciocché in questo tempo io trovo un Niccolò di Cecco Alliata risiedere tra gli anziani pel Q. di F. Sembra che fosse fratello di Andrea, che fu priore degli Anziani pel Q. di F. nel 1367; e che nel 1369 vi fu nuovamente chiamato in quella notte istessa in cui scoppiò il rumore contro i Raspanti (R. Sardo, cap. 153, p. 170). L'ultimo suo priorato pel Q. di F. cadde nel 1370. Notisi che Colo Al- liata (1348) fu uno dei savii deputati a comporre gli ordinamenti ap- provati nel consiglio generale del 28 agosto, diretti a determinare le condizioni richieste in coloro che si sarebbero resi cittadini pisani per accrescrere la popolazione menomata dalla grave pestilenza di quell'anno. Non vuolsi poi neppur tralasciare l'avvertenza, che forse questo mede- simo Colo è colui che fu dei savii aggiunti agli anziani per la riforma degli ufficii e dei salarii nel 1356 e in altri tempi (Consilia etc. Pisan. Sen. ab an. 1317, in Arch. Capit.)

] Ranieri, Potestà di Campiglia, luogo importante nel territorio pisano, l'anno 1362; Capitano del Piemonte di Pisa, l'anno 1379. [Note:

. Credo che sia il Neri, o Neruccio, figliuolo di Ser Gaddo. In questo caso sarebbe stato anziano pel Q. di F. negli anni 1353 e 1358, ed avrebbe ottenuto il priorato degli anziani pel quartiere istesso nel 1382

] Filippo, Capitano di due galere pisane, prese alquanti legni di corsarli in Corsica e nella Maremma di Roma, ed un corsale famo- sissimo detto Colombano; e tornò vittorioso alla sua patria l'an- no 1374. Come si vede nel Lib. delle Provv., fu mandato ambascia- tore ai Fiorentini, ed a Carlo della Pace re di Napoli, che si ri- trovava in Firenze, l'anno 1381. [Note:

. Nacque di Giovanni. Più comunemente di Filippo e Lippo, quelli del suo tempo lo chiamarono Filippaccio, credo per l'arditezza dell'ani- mo. Era sua la casa in Val di Serchio arsa dagli uomini della compa- gnia dell'Aguto, nella loro correrìa del 18 gennajo 1370. Il suo primo anzianato è del 1347. Di nuovo fu anziano nel 1361. Il grado di priore degli anziani pel Q. di F., lo ebbe solo nel 1367, durante la signoria del Dell'Agnello. Nell'anno seguente, ai 18 giugno, fu uno degli eletti come sindaci per lo sborso da farsi al Comune di Firenze di 10,000 fio- rini d'oro secondo i trattati (R.). L'Anonimo lo chiama (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1064, 1065, 1068, 1075) valente e saputo citta- dino, grande e savio cittadino, savio e valente di mare. Queste
[p. 839]
testimonianze fan ragione degl'incarichi che ebbe, anche dopo di aver soste- nuto l'anzianato, negli anni 1369, 1371 e 1374. Ed invero, nel 1375 al 13 giugno , gli anziani lo spedivano a Bologna ambasciatore all'Agu- to, in compagnia di R. Sardo, e del canonico Oddone Maccaione de' Gua- landi, ad offerire denari al condottiere per distoglierlo dal gettarsi sul contado nostro. Riuscite vane le trattative, fu in quest' anno istesso adoprato per altro col Gualandi a praticare l'accordo coll'Aguto, quando costui condottosi sul territorio pisano, aveva fatti molti prigioni (R. Sardo, cap. 186, p. 179, 186-188; Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1068). Nel 1376 sostenne di bel nuovo l'ufficio di prior degli anziani pel Q. di F. L'ultima sua impresa, ch'io sappia, è quella ricor- data dall'Anonimo pisano, colle parole del quale giova narrarla: "Del mese di agosto lo Comune di Pisa armoe una galeotta con molti buoni uomini pisani, della quale fu padrone uno cittadino di Pisa, savio e valente di mare, chiamato Filippaccio Alliata; e andonno a Civitavec- chia, e assaglitteno uno legno armato del prefetto di Roma. La gente si gettò a terra, e preseno il legno, e menonnolo a Pisa; e quando giunsono alla Porta Legatia da mare in Pisa, arseno lo ditto legno e menonolo per Arno dirieto alla galeotta di Pisa sino alla scala della casa del ditto Filippaccio, padrone della ditta galeotta, il quale legno era presso grande come la galeotta. E a dì IV di settembre vi tornò detto Filippaccio un'altra volta, e prese un altro legno, che vogava a XVI remi, e lo menonno a Pisa, e arsenelo come di sopra. - E lo ditto prefetto, per inanti più d'un'anno, avea fatto grande danno al Comune di Pisa, e avea rubato molti mercanti pisani, navicando da Roma a Pisa; e nimicava li Pisani con iscusa, dicendo che aveano tolto certi denari e donamenti a Maddalena Tradita sua suore, moglie del già messer Giovanni Dell'Agnello, quando elli fu sposto di signo- ria; ma non diceva la verità: e per questo colore avea rubato alli Pi- sani più di sessanta migliaja di fiorini" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1074, 1075). Filippaccio ebbe due volte ancora, dopo questo tempo, il priorato degli anziani nel 1382 e nel 1385. Bi- sogna dire che servisse la patria col consiglio anche in età decrepita, mentre fu priore pel Q. di F. anche nel 1404

] Piero, eletto Capitano del Piemonte Pisano, l'anno 1387. [Note:

. Figlio di Jacopo. Fu anziano nel maggio e giugno del 1387

] Bartolommeo, mandato Capitano di Forcoli l'anno 1391. [Note:

. Credo che sia il figlio di Bindo, che fu anziano nel 1391

] Bindo di Bartolommeo, Castellano di Libbrafatta, nel 1392 e 1393. [Note:

. Nei tempi precedenti a questo aveva assai volte risieduto fra gli anziani, cominciando dal 1372, e proseguendo negli anni 1377, 1379, 1380 e 1384

] Buonaccorso, uno dei Capitani dell'esercito pisano fatto per ri- cuperare Montevaso, castello forte nella Maremma Pisana, l'an- no 1393; e dipoi Capitano di Pontedera, l'anno 1398. [Note:

. Fu figliuolo di Cecco. Ebbe spesse volte l'anzianato: prima nel 1368; poi, con grado di priore pel Q. di F., nel 1386. Nell'anno appresso fu ambasciatore a Bernardo Della Sala e a Guido d'Asciano, condottieri d'una compagnia di ventura, che devastava il territorio. Era
[p. 840]
con esso Ser Giovanni Da Peccioli (V. Da Peccioli), ma sappiamo da R. Sardo, che niente fu concluso (Cron. Pis., cap. 203, p. 212). Nel 1388 e nel 1391 ebbe nuovamente il priorato. Erano tempi questi nei quali non era vile il servire alla patria, signoreggiata da Pietro Gambacorti. Vennero poi i tempi pessimi della signoria dell'Appiano; quelli del dominare che fece il Duca di Milano, Giovan Galeazzo Vi- sconti, susseguiti dagli altri certamente non felici di Giovanni Maria Vi- sconti e di Filippo Maria, ma forse meno pessimi di quelli estremi nei quali ebbe ogni potere Giovanni Gambacorti. In questi angosciosi mo- menti, nei quali tanti pericoli sovrastavano al Comune, Buonaccorso non mancò al debito di cittadino. Servì, infatti, come prior degli an- ziani non solo nel 1398, ma anche negli anni 1400, 1402 e 1405. Al cadere della repubblica, Gherardo Alliata fu uno di quei cittadini ai quali colla Provvisione del 27 febbrajo 1407 fu comandato di chiamare le loro famiglie in Firenze dentro il marzo, pena la vita e mille fiorini d'oro. Alcuni degli Alliata emigrarono, a quanto si dice, in Sicilia, e questi sono i Principi di Villafranca

] Tutti questi nominati di sopra si trovano avere ottenuta le dette dignità nominate, e si veggono registrate nei Libri delle Provvisioni ordi- narie e straordinarie, che sono nell'Archivio della Comunità nostra; eccetto che quel Filippo capitano delle due galere, la vittoria delle quali è raccontata da tutti gli Annali di Pisa. Seguitano ora gli offici e le dignità concesse a questa famiglia quando la città di Pisa ri- tornò nella sua prima dignità, e dopo ancora, fino a' tempi nostri; il qual ordine sarà da noi osservato nella descrizione dell'altre fa- miglie pisane. Pietro, come si legge nel Libro delle Collezioni nell'Arcivesco- vado, segnato D, trovasi Canonico pisano l'anno della nostra re- denzione 1483. [Note:

. È forse quello di cui fassi menzione in un dispaccio del 13 mar-zo 1498, diretto agli Oratori presso la signoria di Venezia

] Filippo di Jacopo, Castellano di Libbrafatta nel 1496 (Vacch. C), del Palazzotto di San Giorgio sopra la Porta Legatia (oggi chiusa), l'anno 1497 (Vacch. E); Castellano della fortezza di Stampace di Pisa, l'anno 1499 (Vacch. H). Francesco di Colo, console dei Pisani in Venezia, 1497 (Vacch. F). Ritornato a Pisa, ebbe il grado dell'operariato del Duomo; e tro- vasene onorata menzione nel Libro de' Partiti cominciato l'anno 1517, a carte 245, del 1519. [Note:

. Fassi menzione di lui in una istruzione data a Francesco da Catignano, oratore alla signoria di Venezia; e da quanto ivi si dice, può raccogliersi che i cittadini avevano in esso gran fede. Anche una carta (N. 76) dell'Arch. Franceschi Galletti fa menzione di lui, e ci mani- festa ch'ei mercanteggiava in Venezia. Tra gli Alliata che hanno lasciato nome di loro servigii resi alla patria in questi tempi, avvi pure An- dreotto, di cui è parola in una lettera del 1504, dalla quale si rileva ch'era stato inviato in Sicilia per procurar grani alla città, e per altre occorrenze

] Colo di Mariano, uno de' Commissari della guerra con piena autorità, l'anno 1499 (Vacch. I).
[p. 841]
Giovanni di Jacopo, Operajo della chiesa maggiore di Pisa. Fassene ricordo nelle scritture dell'Opera l'anno 1508, e nel Libro de' Partiti de' Signori Priori di Pisa, del 1511, a carte 14 (1508). [Note:

. La tomba sua e della consorte è in Camposanto, con questa iscrizione: DIE XXVIII MAY D. IO. ALIATAE PATRITIO EQUITIQ. ET OPERARIO FABRICAE PIS. MAJOR. ECCLES. ET D. GENEVRAE EJUS UXORI DOLCISS. B. M. P. MDXIII.

] Tommaso d'Annibale, da giovine prese l'abito dell'Ordine di Santo Stefano; ed oggi serve la sua Religione come a cavaliere d'onore si conviene. [Note:

. Morì nel 1627 (Lib. d'Apprensioni d'Abito, in Arch. dell'Ordine si S. Stefano)

] Adriano, figliuolo similmente di Annibale, imitando i suoi mag- giori, fu creato molto giovinetto Cavaliere Gerosolomitano; ed in quella sacra religione, ha dato saggio del suo valore nelle imprese marittime da quella fatte, e con molta sua gloria recate a fine. Mario di Gherardo, vive al presente insignito dell'ordine caval- leresco di Malta; giovine d'alta speranza ed aspettazione. Annibale di Gherardo si è dato alla religione, e essendosi addot- torato in legge, dà segno di non degenerare da' suoi antenati. [Note:

. Il suo ritratto vedesi nel quadro d'altare nella chiesa di San Francesco, rappresentante la Natività di Nostra Donna, ov'è questa iscrizione che ci dà il Da Morrona, ed. 1.a, III. 70: "Fra Adriano Alliata pisano, Paggio di Verdala, Coppiero di Garzes e di Vignan- curt, Gran Maestro della Religione Gerosolimitana ec., l'anno 1624 ha fatto fare quest'opera Da Niccolajo Aliot de Ligny Embaroy, fatto in Vigone di Piemonte"

]

1.10. Amati (Degli)


[p. 834]
AMATI (DEGLI). Un Giunta di questo cognome trovasi nominato tra i mille cittadini pisani i quali promisero di attener pace ai Genovesi nell'anno 1188.

1.11. Ammannati (Degli)

AMMANNATI (DEGLI). Non voglio asseverare, perché da ciò mi distoglie una qualche dubbiezza, che possa dirsi di questa casa Pupo, anziano pel Q. di F. negli anni 1299 e 1310. Il Comune, nel 3 dicembre 1309, lo spedì ambasciatore ai Sangemignanesi, per ottenere la restituzione di certi cavalli e giumenti tolti dai soldati di Sangemignano a Jacopo Gaetani e ad altri cittadini (R.). Certo è per altro, che appartenne a questa casa Maestro Ligo, dottore di medicina e di filosofia, Anziano nel 1354; non nel 1346, come erroneamente scrive il Fabroni. Ebbe tomba nel Camposanto, con questa iscrizione dataci dal Fabroni istesso, dopo il Fabrucci: HIC IACET VIR PRUDENS ET DISCRETUS M. LIGUS Q. FRANCISCI AMMANNATI DE PIS. IN MEDICINA PHILOSOPHIA ET SEPTEM LIBERALIBUS DOCTORATO QUI OBIIT A. D. MCCCLVIIII DIE XVIII AUGUSTI. Sopra il sepolcro eravi maestro Ligo, rivestito di toga, sedente in cattedra alla presenza de' discepoli: d'onde ne deduce il Fabroni, ch'egli fosse professore di medicina nell'Università (Hist. Acad. Pis., I. 155). A suo tempo verrà da me illustrato il sigillo di questo medico, e forse professore dello studio; sigillo che conobbi pel cor- tese animo del Sig. M. Supino, che lo possiede. Altro medico, credo, di questa famiglia, vissuto nei secoli XV e XVI, fu Luigi, e uno dei tre ambasciatori spediti a Napoli quando colà fece passaggio Carlo VIII.Venne eletto degli anziani, non solo nel 1496 pis., ma anche negli anni 1499 e 1503 pis.

1.12. Ancroja (Dell')

ANCROJA (DELL') Jacopo di Lorenzo, andò per la sua città imbasciatore in Sicilia nel 1502 (Vacch. L a 106), ai Signori Lucchesi, ed a Roma l'anno 1503;
[p. 842]
e dopo fu mandato alla Repubblica di Genova con il medesimo grado; e ritornato a Pisa l'anno 1505, il seguente di nuovo fu spedito ai Lucchesi, che fu del 1506. Fu poi imbasciatore per negozi della sua patria a Fiorenza l'anno 1518. Appare nel Libro de' Partiti fatti e cominciati del 1517, nell'Archivio Pisano, 1518, cart.90.167.243. [Note:

. Fu dato alla mercatura. Morì nel 1. novembre 1523, ed ebbe tomba nel Camposanto, con questa iscrizione che credo inedita: D. O. M. S. IACOBI LAURENTII DE ANCROIIS CIVIS ET MER. PIS. SUORUMQUE FILIORUM ET DESCENDENTIUM QUI OBIIT KAL8 NOVEMBRIS MDXXIV MORE NOSTRO PIS. Fu uno dei cinque sindaci per la città i quali fermarono la capitolazione della resa nel 1510

](Vacch. M). Lorenzo di Jacopo si dette alla religione, ed ottenne per le sue virtù un canonicato nella Chiesa Maggiore di Pisa; ed aggravato da estrema vecchiezza, si morse pochi anni sono. Andrea di Jacopo fu adoperato dai Pisani nelle loro occorrenze, e dovendo essi con licenza ottenuta dai Fiorentini mandare uno ora- tore a Papa Clemente VII per cose d'importanza, ebbe questa le- gazione; come si vede nel Libro dei Partiti del 1533, a carte 184: e ritornato alla patria, fu da quella mandato imbasciatore al Gran- duca Cosimo, ed all'illustrissimo Cardinale Cibo di gloriosa memoria. Appare a partito del 1538, a 104. [Note:

. Lo rammentò Francesco del Lante in una lettera alla Signoria di Pisa scritta da Napoli ai 22 luglio 1506 (D.).Congetturo che fosse suo fratello germano quel Giovanni che, condottosi colla vita agli anni ot- tanta, volle porsi la tomba nel nostro Camposanto urbano, facendosi sopra quest' iscrizione: D. O. M. IOANNES IACOBI ANCROJA CIVIS ET MERCATOR PIS. OMNIBUS OFFICIIS ET SUAE CIVITATIS DIGNITATIBUS EGREGIE FUNCTUS ANNOS AGENS LXXX IN PRESENTI SAECULO FUTURI ET MORTIS NON IMMEMOR HOC SEPULCRUM CONSTITUENDUM CURABAT SIBI ET SUIS ANNO AB INCARNATIONE DOMINI MDLXXIV. Era stato dei priori negli anni 1515, 1535, 1536, 1540 e 1543. Pari- mente i di lui fratelli, Andrea e Niccolò, avevano seduto in questo stesso magistrato in varii tempi. Fabio, figliuolo di Andrea, è fra cittadini de- scritti nel 1565 d'ordine di Cosimo I, come l'avo, e come Giuseppe, Jacopo ed Andrea suoi fratelli. Così parimente Niccolò loro zio. L' ulti- mo di questa casa che godesse onori nei primi anni del secolo XVII, è Adriano d'Orazio

]

1.13. Anfossi


[p. 843]
ANFOSSI. Nel giuramento solenne con cui mille cittadini pisani promisero che il Comune atterrebbe pace ai Genovesi (1188), fra i Consoli maggiori che vi sono nominati, scorgo Bulgarino Anfossi; a cui si associano Al- cherio ed altro Bulgarino di questo istesso cognome. Il Marangone c'istruisce che Alcherio (e ciò fu senza dubbio degli altri ancora di sua casa) fu detto Anfossi dal suo genitore, morto già nell'anno 1164. In questo tempo, Alcherio, che il Marangone istesso dice uomo di legge, formò parte di un'ambasciata che fu spedita in Germania all'impera- tore Federigo; d'onde venne (17 aprile 1165) l'infeudazione della Sardegna (R.). Ciò può dirsi d'Alcherio. Rispetto a Bulgarino (né so quale de' due sunnominati), più cose ancora ci sono recitate dai vecchi annali. Narrasi, infatti, che durando guerra tra Genova ed il nostro Comune (1166), Bulgarino armò due galere, insieme con Guido del fu Fornaio; colle quali prese da prima, a Capocorso, una galeotta de' nemici; poi altri legni, nelle acque di Provenza, e tra questi certa nave di gran portata, che veniva dal Garbo: cosicché poté far ritorno a Pisa, al 22 di luglio, con un bottino di oltre a cinquemila lire, e con ventitré prigioni. Venne il seguente anno 1167; ed in questo parve Bulgarino esser chiamato a cose maggiori. E veramente, fu uno dei due Consoli che, capitanando otto galere, ac- corsero alla chiamata di Federigo, ch'era tutto inteso ai danni di papa Alessandro III e dei Romani; e procedette appunto dallo stuolo da esso condotto, che Roma dové cedere. Al 21 di agosto egli era già di ritorno a Pisa. Nel 22 novembre vedesi capo di un'ambascerìa inviata al re di Sicilia Guglielmo II, all'oggetto di fermar pace tra esso ed il Comune: pace vanamente trattata, perché si giudicarono intollerabili i patti voluti dal re. Né qui avean termine le fatiche sue per la patria. Nel 1170, insieme con tre altri cittadini, navigò con quattro galere in Sardegna per combattervi i Genovesi; e n'ebbe bella vittoria, dacché giunse a far preda di dieci navi nemiche: cinque delle quali, nel 24 giugno, vennero abbruciate; mentre le altre cariche di bottino, furono condotte in Pisa.

1.14. Angeli

ANGELI Enrico, uno degli Oratori pisani che si trovò a trattare la pace fra le città di Toscana a Montopoli, castello forte e di considerazione, l'anno 1330. [Note:

. È chiamato Henricus Iacobi Angeli de Vico notarius. Veramente, più che a trattar la pace, fu destinato a far fede delle carte dei sindi- cati offerte in questa occasione (V. Dal Borgo, Diplomi, p. 363). Per altro, non mi sembra dimostrato che da essi siano discesi gli uomini in- signi che poté annoverare questa famiglia nel secolo XVI. Bene è vero che i De Angelis sono una vecchia casata pisana. Guglielmo, Gerardo, ed Uberto De Angelis suo figliuolo sono tra' cittadini che nel 1188 in- tervengono al solenne parlamento nel quale fu giurata pace ai Genovesi

]
[p. 844]
Bacciameo, ammesso al governo della Repubblica, dovendosi man- dare a Genova imbasciatore, vi fu consenso universale dei Se- natori pisani eletto l'anno 1341; e dopo, con maggiore sua gloria, ebbe la legazione di Roma l'anno 1348. Manno, seguitando le vestigia de' suoi maggiori, fu l'anno 1387 creato dai Pisani Capitano di Ghezzano; e dopo, governò con titolo di Castellano per la sua città gli Scarlinesi, che fu del 1397 (Dai Li- bri delle Provvisioni ordinarie ed estraordinarie, come sopra). Pietro di Cristofano fu uomo di chiesa, e molto stimato ne' suoi tempi per la sua dottrina. Compose alcune opere, fra le quali trova- sene una alla stampa in versi latini, molto eleganti e belli. Michelangelo di Jacopo, trapassando di dottrina e di sapere gli an- tenati suoi, dopo l'essersi addottorato in filosofia e medicina, lesse molti anni nello Studio Pisano la medicina sopraordinaria; e di quivi chiamato, servì come suo protomedico il Granduca Francesco; e stimato e riverito da tutti, morse in Fiorenza, lassando dopo di sé degna ed onestissima prole. [Note:

. Fu anche Anatomista dello Studio dal 1552 al 1555. Nel 1572 viaggiò in Spagna come medico del Principe Francesco de' Medici. Il Fabroni avverte esistere nella Riccardiana una sua opera MS. intitolata De Facultatibus Naturalibus, ed altra operetta che s'iscrive De recto usu aquarum mixtarum, nella quale ha proposto dottrine poi sostenute dal Redi (Hist. Acad. Pis., II. 81, 82, 257, 258)

] Antonio, fratello di Michelangelo, datosi alle lettere, in quelle fece profitto grande, facendosi padrone della lingua greca e della latina, e tale che conoscendo il suo valore il sapientissimo Granduca Co- simo Medici, lo chiamò al governo de' suoi figliuoli; dal quale impara- rono qualsivoglia virtù, e costumi convenienti a Principi grandi: ed ebbe per li suoi molti meriti il vescovado di Massa di Maremma; dove lassò la vita, con dolore universale di tutte le persone che lo conoscevano, l'anno 1579. [Note:

. Ho apposto la data che mancava nel testo, seguitando il Cesaretti, che lo dice nobile pisano. Aveva succeduto a Ventura Bufalini nell' 11 agosto 1570. V., oltre al Fabroni, II. 82, Cesaretti, Memorie Sacre e Profane dell'Antica Diocesi di Populonia, al presente Diocesi di Massa Marittima (Firenze 1784), P. I. T. I. 65

] Pietro, ultimo figliuolo di Jacopo e fratello del vescovo, fu veramente un miracolo di natura de' suoi tempi; dottissimo nella lingua greca, latina e toscana, ed in tutte compose opere, preclarissime e dottis- sime. Dilettossi assai della astrologia giudiciaria, ed in tale scienza trapassò tutti gli altri del suo tempo. Lesse molti anni la lettura della umanità e della lingua greca nello Studio Pisano, e chiamato a Roma fu gratissimo al Cardinale Ferdinando Medici, che fu poi esaltato all'imperio di Toscana: ond'egli ritiratosi a Pisa, riebbe il suo luogo, e non lassando fatica nessuna per giovare agli studiosi, so- praffatto dalla vecchiaja, si morse in quella città, e fu come padre comune pianto da tutti. L'opere sue mandate alle stampe e notissime, come ancora quelle del vescovo suo fratello, fanno indubitata fede della loro dottrina e bontà: Né tanto se ne potrebbe da me dire, che non fosse poco. Passò a miglior vita l'anno 1596. [Note:

. Secondo l'iscrizione che leggesi nel nostro Camposanto, e il Fa- broni riporta, deve dirsi morto nel 28 febbrajo 1596, dopo aver vissuto 78 anni. Il Fabroni e il Tiraboschi scrissero distesamente delle sue azioni e delle sue opere(Hist. Acad. Pis., II. 422-433. - Storia della Lett. Ital. Firenze, Molini e Landi, 1805-1813 Tom. VII, pag. 1453 , 1559). Lesse nel nostro Studio anche l'Etica e la Politica d'Aristotile. Lasciò bel nome, soprattutto per le poesie latine. Elegante oltre ogni credere è il poema sulla caccia dei cani, giudicato uno de' migliori che la poesia la- tina e moderna possa vantare. Voltosi poi al poema epico, scrisse in
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dodici libri la Siriade, e così trattò in versi latini l'argomento medesimo che allora stava verseggiando il Tasso italianamente. Il poema, perché scritto in età avanzata, sebbene elegante, non ebbe l'ultima perfezione. Dettò parimente un Comentario latino sopra la guerra di Siena. Pubblicavalo al principio di questo secolo il benemerito canonico Domenico Moreni, con questo titolo:- Petri Angeli Bargei de Bello Senensi Commentarius, ad Cosmum Medicem Etruriae Ducem, ex codice MS. Magliabechiano nunc primum in lucem editus, notisque illustratus etc. Florentiae 1809, per Franciscum Daddium, in 8

] Niccolò di Francesco, non degenerando dai suoi maggiori, fece il suo studio in Pisa, e dottorossi nell'una e nell'altra legge; e ritira- tosi con il vescovo d'Aversa suo zio materno, fu da lui fatto canonico
[p. 848]
di quella chiesa: nel quale ufficio facendosi conoscere da tutti, il vescovo l'elesse per suo vicario. Ma chiamato a maggior grado, an- dossene a Roma, e v'ebbe la dignità dell'Avvocato concistoriale, e l'avvocazione del popolo Romano, e della nazione Fiorentina; e da molti fu stimato principalissimo nella sua professione: la quale eser- citandola con grande studio ed esquisita diligenza, finalmente in quella città rese l'anima al suo Signore. Jacopo, fratello di Niccolò, non solo attese alle leggi civili e ca- noniche, ma ancora alle lettere greche, latine, poetiche e matema- tiche; e dilettossi molto della geografia e della sfera; ed in tutte queste scienze divenne eccellentissimo. Ma il suo principale intento fu nelle leggi; nelle quali si dottorò, e lesse nello Studio di Pisa pri- mieramente l'Instituta, e di poi l'estraordinario civile e l'ordinario canonico, e oggi il civile, con gran frequenza d'ascoltatori. Mentr'egli teneva il primo luogo nello Studio Pisano, fu dal serenissimo Ferdi- nando Medici mandato Auditore generale della città, e dominio di Siena; nel qual luogo lesse la mattina l'ordinario civile senza con- corrente: e fu ancora Vicegovernatore di quello stato in compagnia del signor Fiscale, e del signor Depositario di Siena: ed oltre di questo, nella medesima città ebbe il grado di Capitano di Giustiza, principalissimo, e solito darsi a persone di molta scienza e dottrina. Terminati con grandissimo suo onore questi officii, se ne ritornò a Pisa, e riebbe il suo luogo dell'ordinario civile la sera; e per i suoi molti meriti il serenissimo Granduca Ferdinando lo dichiarò nella sua Religione Balì di Volterra e sua diocesi, e di Piombino in terra ferma. [Note:

. Cominciò dall'insegnare il diritto canonico nel 1572. I Pisani lo dichiararono lor cittadino. Il Fabroni (Hist. Acad. Pis., II. 145, 146), dopo di averne descritto le azioni, narra che morì nel gennajo del 1609; ma i Libri di Apprensioni d'abito dell'Arch. dell' Ordine di S. Stefano, anticipano di un anno la sua morte

] Giulio suo fratello, e nato ad uno stesso parto seco, con la me- desima felicità s'impatronì della medicina e della filosofia, e divenne dottissimo nella lingua greca, e nella scienza matematica. Lesse lungo tempo in Pisa logica, filosofia, matematica, e medicina teo- rica e pratica: ed allettato da tante sue virtù, il serenissimo Ferdi- nando lo chiamò per suo protomedico a Fiorenza; come fece ancora a Roma Clemente VIII Pontefice. Ottenuta licenza con buona grazia di quella Altezza Serenissima, ottenne da Sua Santità la degnità di Commendatore del famoso Spedale di San Spirito in Sassia di Roma: e mentre che s'aspettava vederlo cardinale, ché così il Papa aveva designato, e detto voler fare, si morse in Roma l'anno 1602. [Note:

. Ho aggiunto l'anno della morte al testo dell'A., seguitando il Fa- broni. Mancò nel 9 settembre, e fu sepolto in Roma in Santo Spirito (Fabroni, l. c., p. 270, 281; - Marini, Degli Archiatri Pontificii, p. 181)

] Cosimo, fratello di Giulio di Jacopo, dottorossi nelle leggi civili e canoniche; ed andatosene a Roma, divenne famoso e valente avvocato; e fu fatto Auditore del santo ufficio della Inquisizione: nel qual luogo dimostrando la sua prudenza, ottenne dal Pontefice Clemen- te, VIII di tal nome, il vescovado di Cortona; dove santamente morse, con discpiacere di tutta quella città, l'anno 1604. [Note:

. Così l'Ughelli, Ital. Sacr., I. 631, quanto alla data di sua morte, che non trovasi nel MS. dell'A.

]
[p. 846]
Orazio di Michelangiolo attese all'armi; ed avendo preso l'abito di Cavaliero della sacra Religione di Santo Stefano di Pisa, si morse sul fiore della sua gioventù pochi anni dopo. [Note:

. Avvenne la sua morte nel 1592

] Scipione ed Jacopo fratelli, e figliuoli di Michelangiolo, si dettero alle lettere, ed ambedue conseguirono la laurea del dottorato; e mentre che si aspettava da loro degni frutti dell'egregio ingegno, si morirono non ha gran tempo. Martino, figliuolo unico d'Orazio, vive al presente, trovandosi in- signito dell'ordine equestre di Pisa; ed, oltra di questa patria, citta- dino fiorentino. [Note:

. Morì nel 1627

] Francesco di Jacopo, imitando le vestigia di suo padre, si è dotto- rato in Pisa, ed oggi legge nello Studio Pisano l'Instituta civile, con molto onore. [Note:

. Venne a morte nel 1664, come dal Fabroni, Hist. Acad. Pis., II. 222

]

1.15. Appiani

APPIANI Andrea, uno degli oratori che andarono a Padova per negocii importanti di questa città, l'anno 1381. Buonaccorso, di Giovanni fu creato dai Pisani castellano di Ca- scina, l'anno 1395. Giovanni, castellano della rocca di Peccioli l'anno 1356, e di quella di Pontadera l'anno 1382, e di poi castellano di Libbrafatta del 1396 (Dai Libri delle Provvisioni nominati di sopra, nella Vacch. I. del 1499). Guido fu mandato capitano di Forcoli e di Santo Gervasio, posti nel territorio pisano, l'anno 1369.
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Jacopo di Vanni, dal quale ebbe principio l'illustrissima famiglia dei signori di Piombino, fu molti anni Gran cancelliere della Re- pubblica Pisana, e da quella, come si vede nel Libro delle Provvi- sioni, fu mandato imbasciatore al Duca di Milano, l'anno 1376 e 1386. Litto, capitano d'una compagnia di soldati, spedito dai Pisani alla guardia del castello di Montecalvoli, frontiera d'importanza, l'an- no 1330. Lorenzo, come si vede per un contatto in carta pecora che han- no i frati di San Niccolajo di Pisa, fu Consolo del mare l'anno 1341. Pacchione (così trovasi nominato nell'Archivio dell'Arcivescovado), essendo dottore di legge, fu eletto Giudice de' forestieri l'anno 1341. Tomaso di Matteo, commessario del bastione edificato sopra la cima del monte maggiore di Pugnano, per difensione e sicurezza di Pisa, l'anno 1499. Tomeo fu dichiarato castellano della rocca di Santo Francesco di Piombino, l'anno 1396. [Note:

. Chi ricerca i principii delle famiglie che coll'andare del tempo si distinsero pel cognome derivato dal nome della terra nativa, trovasi bene spesso soprappreso da dubbiezze: e così sarebbe di noi, se volessimo ri- cercare uno ad uno quali furono gli antichi dei d'Appiano, fattisi poi così celebri. È ben vero che tra i mille pisani i quali giurarono la pace con Genova nel 1188, vi sono un Nocco ed un Barone d'Appiano: ma chi ne rende certi che a questo tempo il de Appiano aggiunto ai loro nomi, sia cognome veramente, come per alcuno viene scritto? (Litta, Famiglie Celebri. Appiani di Pisa, Tav. I). Se dovessimo attendere al- l'iscrizione che riferiremo più sotto, il vero cognome dei d'Appiano sa- rebbe stato Del Polta; e così il De Appiano onde distinguonsi e Vanni e Jacopo, nome patronomico anziché cognome. Ma io non voglio pro- porre una opinione novella che tutta si appoggerebbe ad un monumento di data recente: comunque sia da osservarsi che i Del Polta furono in antico tra le nostre famiglie (V. Del Polta), e che Jacopo VI d'Appiano che volle fatta l'iscrizione, attestava di un fatto domestico e non altrui, ad una vera tradizione di famiglia. Ma sia che vuolsi di ciò, noi rigette- remo francamente l'opinione dell'Ammirato, e non che di esso, del Fa- broni, i quali fecero venire Vanni d'Appiano, padre di Jacopo, dal contado di Firenze (Ist. Fior., II. 835. - Mem. d'Ill. Pis., I. 373, 374). Il ch. Pompeo Litta pone per stipite della famiglia un Benvenuto contadino, vissuto nel XIII secolo in Appiano, terra tra Pontedera e Ponsacco; ma aggiunge che per quanto per lo più questo si affermi dagli scrittori, "altri lo negano, pretendendo che gli storici guelfi abbiano sparso questo racconto per odio ad una famiglia ghibellina ". I documenti che ri- corderò in seguito mostreranno che Vanni nacque da Benvenuto. A noi non giova l'affaticarci per indagar se siano della famiglia d'
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Appiano Cecco, e Cecco di Paolo; il primo vinaio, ed anziano pel Q. di K. nel 1327; l'altro addetto all'arte de' macellai, ed anziano pel Q. di M. nel 1336. L'interesse storico che può spirare la narrazione dei fatti ri- guardanti questa casa, move intieramente da Vanni e dai fratelli. Igno- rasi qual fosse la condizione del padre di Vanni. Certo la educazione di Vanni fu liberale anziché no, perocché divenne notaro di professione. Il Bavaro, essendo in Pisa, lo elesse anziano pel Q. di F. pel gennajo e febbrajo. Altra volta fu narrato, come, intorno al 1355, la città nostra sottostasse al conte Bonifazio Novello della Gherardesca. Ciò spia- ceva ai Lanfranchi e ad altri loro seguaci. Mi passo della battaglia al ponte alla Spina dell'11 novembre. Avverto solo che tra i fautori dei Lanfranchi, e perciò tra coloro che levarono il fiero tumulto, e che com- batterono il conte Bonifazio, eravi, secondo un cronista, non solo Vanni, ma vi si trovavano ancora i fratelli. Il riuscimento infelice dell'attentato dové obbligarli, sulla sera, a ripararsi ad Asciano; nella successiva mat- tina, a lucca (Anon. Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV 670, 671). Ne ignoro i nomi, perché i documenti non ne favellano. Vanni, nel 12 agosto 1341, fu testimone alla lega stetta in Milano tra Luchino Visconti ed il nostro Comune. Leggesi invero in questo documento, che avrò luogo anche altrove di menzionare (V. Buonconti, Cavalca): Actum etc. present. Vanne de Appiano de Pisis filio quondam Benvenuti. Rimase Vanni, senza dubbio, in questa istessa città sino al giorno 20. Allora fu che assisté alla stipulazione della lega tra Pisa e i Gonzaga (V. Buonconti); documento ove si legge nuovamente: Actum Mediola- ni etc. presentibus etc. Vanne de Appiano filio condam domini Benvenuti de Pisis. Il ch. Litta, che tace dei fatti sovraccennati, propone due opinioni sulla morte di Vanni: l'opinione (e fu dell'Ammirato) che gli venisse mozza la testa, come a principale ministro dei Gambacorti, d'ordine di Carlo IV, nella mattina dei 28 maggio 1355; e quella, che rimanesse estinto nel tumulto suscitatosi otto giorni innanzi (Famiglie Cel. Ital., Appiani Tav. I). Forse non soccorse alla mente dell'in- signe genealogista quel che già erasi scritto pel Dal Borgo a contra- dizione dell'Ammirato (V. la not. al Cecina pag. 205). Vanni, secondo l'Anonimo, fu ucciso nel combattimento d'una lancia che li venne nella bocca da uno famiglio del Conte Paffetta (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1030). Questa testimonianza è sempre più confortata adesso per quello che trovasi presso R. Sardo "Di che (egli dice) essendo al ponte vecchio, l'una parte e l'altra si cominciaro a gittare lance e ba- lestre e pietre; e in quello badaluccare, venne a Vanni d'Appiano una lancia in nella bocca, di che rimase morto"(Cron. Pis., cap. 108, p. 132, 133. V. anche Roncioni, Hist. Pis., p. 831, 832 Cecina, p. 205). La menzione speciale che fanno i cronisti della morte da questo cittadino, ci fa vedere che esso non era uomo d'oscuro nome; e perciò vuol cre- dersi capace di avere educato da per sé solo il figliuolo Jacopo di cui ora vengo a favellare, senza ricorrere al supposto gratuito dell'Ammirato e di altri scrittori che lo dicono educato da fanciullo per le cure e nella casa istessa di Pietro Gambacorti (Litta, l. c.). Il Dal Borgo (not. al
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Cecina, p. 202), facendo vedere che Pietro Gambacorti fu quasi coe- taneo di Jacopo d'Appiano, mostra inverosimile la narrazione, che giudicò "una delle solite fole inventate dagli scrittori guelfi per aggravare con l'infame titolo d'un quasi parricidio l'eccesso d'uno scellerato ca- porione de' Ghibellini". Non so persuadermi come il Fabroni, scrivendo di Pietro Gambacorti, non vi ponesse mente (Mem. d'Ill. Pis., I. 373, 374). Del resto, io non so quando appunto nascesse Jacopo. Mi è noto solo che nel marzo e aprile del 1354 risiedé in anzianatico pel Q. di F.. È mestieri dire adunque, che avesse già toccato i trent'anni a questo tempo, e così prima della morte del padre, che mancò, come vedemmo, nell'anno appresso (not. al Cecina, p. 202). I nostri cronisti osser- vano silenzio intorno a Jacopo per assai tempo. Vuole il Litta (l. c.) che alla morte del padre si ricovrasse a Milano presso i Visconti, e soggiunge che questi si servirono di lui nel governo d'alcune castella. Jacopo entrò in ufficio di cancelliere degli anziani nel settembre del 1369,e così pochi mesi dopo il ritorno in patria di Pietro Gam- bacorti, che aveva avuto luogo nel 14 febbrajo; e già era stato in questo officio (fuorché nei due mesi di marzo e aprile 1370, quando sedé anziano pel Q. di F.) oltre ad un anno, allorché il Gambacorta me- desimo venne eletto capitano di guerra e difensore del popolo. Non mi sembra adunque al tutto esatto ciò che si legge presso il Litta (l. c.), cioè che l'Appiano rimanesse in Milano fino al momento in cui Pietro Gambacorti fu fatto signore di Pisa, e che all'annunzio di questa fausta novella volasse in patria presso di lui, e che allora, in premio dei meriti del padre, fosse nominato notajo e cancelliere della signoria. Non per questo io voglio negare che al grado di cancelliere degli anziani possano averlo sollevato le cure del Gambacorti. Jacopo è menzionato spesse volte nelle cronache, per tutto il tempo nel quale sostenne l'incarico di can- celliere. Essendo stato eletto nel 1372 Benedetto Gambacorta vicario e successore di suo padre, fu Jacopo (insieme con Andrea Galletti, V. Gal- letti) che andò a lui come cancelliere degli anziani a rendergli nota l'elezione, e gli deferì il giuramento ( R. Sardo, cap. 174, p. 186). Jacopo, a quanto sembra, era fino da questo tempo in prospero stato di fortuna. Ed invero, all''avvenimento di Urbano VI al papato (1378), es- sendosi fatte assai brigate d'armeggiatori per solennizzarne la ele- zione, una ve n'ebbe di lui, ed una seconda condotta dal suo figliuolo e da Piero Griffi (R. Sardo, cap. 185, p. 198 V. Griffi). Urbano, com'è noto, movendo da Lucca per Perugia, passò a Vico nella sera del 27 settembre 1387. Quivi fu tra gli altri cittadini anche Jacopo d'Appiano, per presentarlo ed onorarlo ( R. Sardo, cap. 199, p. 208). Se non che, è il 1392 che a sé ne richiama. Un cronista del tempo in- colpa Jacopo della morte di uno da Capannoli, di cui per difetto del testo ignorasi il nome. Ciò gli rendeva nemico Giovanni Rosso Dei Lanfranchi (V. Lanfranchi), e quelli dei suo seguito. Vanni, figliuolo dell'Appiano, era prigione in Firenze. Tornatone, il Lanfranchi tendeva insidie alla vita di esso; se non che gli Appiani, padre e figliuolo lo ricambiarono d'insidie non meno tremende. Vanni era assistito dal conte Gabriele da
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Montescudajo (V. Della Gherardesca), seguitato da dugento compagni d'ar- mi. Ora, nel giorno 2 di ottobre 1392, Giovanni Rosso Dei Lanfranchi ed il figliuolo Tomeo, essendo stati appostati da Vanni e dalla sua brigata, non che dal conte Gabriele e dagli uomini di suo seguito, rimasero uccisi sulla piazza degli Anziani. Pare che il colpo partisse da Gabriele e dai suoi. Per questo fatto la terra andò a romore. Acquietato che fu, Pietro Gambacorta si recò a palazzo; Jacopo d'Appiano n'uscì, e andossene a casa sua. Allora la città fu come divisa. Il Gambacorti ritrattosi poscia in sua casa, fecesi forte coi suoi. Così Jacopo d'Appiano, a cui concorsero assai cittadini e forestieri. La gente d'arme, da cavallo e da piè, stava sulla piazza. In questo, Benedetto Gambacorti faceva tirar le catene de' ponti perché niuno potesse entrare in città: ma l'Appiano sormon- tando gli ostacoli, giunse a raccogliere ben millecinquecento fanti in sua casa, e assai di questi dal contado. Afforzatosi per tal modo, uscì in arme gridando viva il popolo, e andò al palazzo degli anziani. Allora i Gambacorti, con molti cittadini e soldati, cominciarono ad andare pel Ponte Vecchio, ed a trarre verrettoni. Per tale assalto la brigata dell'Ap- piano si fece innanzi sul ponte, davanti alla brigata del Gambacorti. Fu quivi che alcuni dei suoi rimasero uccisi, e che venne ferito a morte Lorenzo Gambacorti ( V. Gambacorti, Guitti, Murci). Ciò servì a porre in fuga quanti erano seguaci di Pietro, che rimase solo con Guel- fuccio suo famiglio. In questo mentre l'Appiano, seguito dalla brigata sua, superato il ponte, si spinse da S. Bastiano sino alla casa nuova di Pietro Gambacorti, che trovavasi armato, col suo Guelfuccio, nella loggia nuova. Pietro gridò a Jacopo, che non facesse tanto male. Allora gli venne lanciata una chiaverina nel petto. È vano aggiungere come, prostrato a terra, morisse per più colpi: solo qui torna conto avvisare, che avvenuta la strage, Jacopo ritornò colla brigata al proprio palazzo, e di là a quello del popolo, gridando viva il popolo: il che si fece anche in tutta la notte. In questo tumulto, rubato il potestà (Araone Doria), furono arsi tutti i libri delle sue cancellerie; e fu rubato eziandio l'asseguitore, con tutta la sua famiglia. Così dicasi degli ebrei e di altri usurai; così di certi mercanti forentini. Mi passo della fuga dell'arcivescovo Lotto Gam- bacorti, e di molti altri (V. Gambacorti). Queste cose avvenivano nel 21 ottobre. Nel 22 andò bando, che tutte le gabelle pagassero la metà. Ai 23 fuvvi un consiglio di più di 300 cittadini, fatto per gli an- ziani. Quivi l'Appiano mostrò dolore del caso, ma soggiunse che "con- siderato ch'egli doveva essere morto lui e lo suo figliuolo, volse in- nanzi fare altrui, che fusse fatto a lui". Aggiunse voler vivere come cittadino, sempre a devozione degli anziani e del popolo. Piero Del Rosso levossi (V. Del Rosso), e consigliò si chiamassero cittadini, ed egli fra questi, a racconciare le cose fatte. Il partito fu vinto. Non dirò come due de' Gambacorti, Lorenzo e Benedetto, fossero portati fe- riti nella casa dell'Appiano, ove morirono poi, l'uno ai 28 ottobre, l'al- tro nel 9 novembre (V. Gambacorti). Solo aggiungerò che l'Appiano era tratto, di lì a breve tempo, allo stesso ufficio di capitano ch'ebbe Pietro Gambacorti, e col medesimo salario ed onori. Ai 16 di ottobre poi
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fu creato cavaliere di popolo solennemente da Filippo di Sciarra dei Gae- tani. Finito il rito, fece egli stesso cavalieri altri cittadini (V. Gaetani, Gualandi, Macigna, Zaci). Era questo un rendersi benigni agli animi. In effetto, si videro ben presto i segni di questo favore che cercava di guadagnarsi, in quella elezione che venne fatta di Vanni suo figlio al grado istesso di vicario e successore del padre, ch'ebbe in prima Bene- detto Gambacorti (V. Gambacorti). Jacopo, che erasi assai bene assicu- rato al di dentro, non si trovava egualmente sicuro al di fuori. Erano quelli i tempi ne' quali le compagnie di ventura facevano guasti orribili; ed erano allora poi a temersi nemici i Fiorentini, nemicissimi i Gam- bacorti e gli altri usciti. Non descriverò l'assalto che, nel novembre del 1396, dettero la città all'arcivescovo lotto, e gli altri di suo seguito, coll'aiuto di gente assoldata (V. Gambacorti). Dirò solo che in questo incontro, che riuscì colla peggio degli assalitori, Jacopo d'Appiano stette in arme col figlio a respingerli, e si recò alla porta a S. Marco, ov'era maggiore il pericolo. Sennonché tali assalti non si sarebbero potuti soste- nere dall'Appiano, ove non avesse avuto ricorso ad ajuti stranieri. Ra- nieri Sardo, seguitato da noi in tutta questa narrazione, dice che l'Ap- piano mandò per Luca da Canale, e che questi nel dicembre venne al soldo di Pisa con trecento cavalli e con trecento fanti, bene in punto. Era questo un soccorso assai valido; ma non sembrando sufficiente all'Appiano, giunse ad ottenere dal Duca di Milano due altri; cioè l'uno di dugento lance, guidate da Paolo Savelli da Roma; l'altro di trecento lance e di dugento balestrieri a cavallo, oltre ad una buona mano di fanti, condotti tutti da Federigo da Barbiano. Lascio di dire di altri soccorsi, non che degli scontri che vi furono tra questi armati, la gente della compagnia e i fuorusciti. In questo, Carlo Gambacorta, essendo preso, confessò per tormenti essere in trattato coi nemici dell'Appiano di entrare in Pisa per ribellarla colla gente dei Fiorentini, e per uccidere, ove si potesse, l'Appiano istesso. Ebbe mozzo il capo, dopo non lungo processo. Così l'Appiano si macchiava di nuovo del sangue dei Gambacorti! (V. Gam- bacorti). È scritto che poco dopo passasse ad abitare la casa di Pietro Gambacorti, con tutta la sua famiglia. Era questa la casa istessa ove di- morò in altri tempi il Conte Bonifazio Della Gherardesca. Frattanto mo- riva (chi dice ai 3, chi ai 6 di ottobre 1397) Vanni suo figliuolo. Pare che grande dolore ne avesse l'Appiano. Qui occorre di narrare un avve- nimento, seguitando quanto scrive R. Sardo. Niccolò Diversi da Lucca, ambasciatore in Pisa pel Duca di Milano, e Paolo Savelli, eransi ac- cordati (3 gennaio 1398) di voler prender l'Appiano in sua casa, col figliuolo Gherardo, e poscia di correr Pisa colla brigata di novecento ca- valli che allora il Savelli capitanava. Avvisatone l'Appiano, se ne andò in cittadella alle sei della notte col figliuolo, e ordinò che come fosse giorno, egli desse avviso del fatto ai cittadini, e che poscia catturasse il Savelli e il Diversi. Ciò si eseguì puntualmente; e quando i due catturati furono in cittadella, si levò romore, talché subito venner rubati i cavalli loro con buona parte delle armature. A ciò tenne dietro, nel giorno istesso, il bando di tutti i soldati del Savelli, l'esame e la tortura del Diversi. Confessò questi, che doveva correre Pisa col Savelli; aggiunse che a
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tale trattato tenevano mano fra i Pisani Tiglio degli Upezzinghi e Ra- nieri Zaci (v. Upenzzinghi, Zaci); tra i Lucchesi, Piero Rapondi. Cat- turati ancor questi, confermarono colle loro confessioni ciò che aveva confessato il Diversi; Né andò poi molto tempo, che cadde in sospetto anche Matteo da Fauglia (V. Da Fauglia). Fatto prigione (10 gen-najo 1398) ebbe di molta colla. Si seppe che essendo degli anziani parlò più volte col Diversi, e gli promise di dargli le chiavi di quella porta della città che più volesse, a fine di mettervi dentro gente assol- data; e ciò secondo i voleri del Duca di Milano. A questi infatti vo- levano i congiurati sottoposta la città. Non dirò qui delle condanne alle quali i congiurati furono sottoposti (niuno fu punito di morte), e come il Savelli dovesse promettere per buoni mallevadori, quando uscì di cit- tadella (21 febbrajo 1398), di non far cosa che venisse contro al comune e popolo di Pisa, di non domandare niente di quello gli era stato rubato, infine di non usare di rappresaglia. Qui aggiungerò solamente, che il fatto raccontato fin qui secondo la testimonianza del Sardo, è assai diversa- mente narrato da altri cronisti, quali sono il Minerbetti e il Buonin- contri, seguitati adesso dal Pezzana. Secondo questo scrittore, che raccolse i dati storici dai cronisti che rammentai, Niccolò Pallavicini da Parma fu inviato dal Duca di Milano (12 dicembre 1397) col fine di persuaderlo a cedergli Pisa o per denaro o in cambio di altre terre; proposta che già gli aveva fatto a nome del Duca stesso il Diversi. "Essendo al tutto tornate vane le prime astute ma riguardose insi- nuazioni dell'Ambasciatore e del Diversi, questi deliberarono, insieme col teologo Frate Filippo dell'Ordine de' Minori, altro messo del Duca e con Paolo Savello, condottiero di 300 lance ducali, che, richieste dal vecchio tiranno, munivano la città, di portarsi a Jacopo e d'in- durlo con modi più risoluti al piacere del Duca. Tanto più fidatamente si accinsero a questo passo, quanto che le cose dell'Appiano erano volte in basso sin dal passato ottobre, in cui egli avea toccata una grave sconfitta, e perdutovi il miglior suo sostegno, il figliuolo Giovanni. Tanto di costernazione erasi in quella lugubre emergenza manifestato nel fiero vegliardo, che aveva fatto credere non solo ai ducali, ma ai Pisani stessi, ch'egli decrepito, e conscio della inettitudine al gover- nare del figliuolo rimastogli, sarebbesi di agevole indotto a cedere al Duca la città. Con queste veramente lusinghe, il Pallavicino si portò, in compagnia di tre, all'Appiano, la notte del terzo giorno di gennajo del 1398, scelto a bello studio quel tempo per coglierlo all'improv- vista. Giunti a lui e messogli sott'occhio la declinata fortuna, l'età, il perduto figliuolo, e l'impossibilità sua di continuar nel governo di Pisa, gli propongono, anzi gl'intimano di aperto, di cederla al Vis- conti. Lo scaltrito vecchio, frenata l'ira nel bollente petto, seppe con destre parole ottenere che libera gli si lasciasse quella notte alla risposta, cui intendeva dare il dì vegnente, dopo che avesse conferito di ciò cogli anziani del popolo. Partiti i quattro, palesò Jacopo l'inti- mazione ai suoi amici; per consiglio de' quali commise tosto al figlio di ragunare le soldatesche della città; chiamò per corrieri quelle che eran fuori; suscitò il popolo all'armi, ed appena spuntato il giorno
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mandò tutte quelle genti a minacciar morte al Savello: il quale, seb- bene preso all'impensata, si pose in sulle difese; ma incapace al re- sistere co' suoi trecento contro sì gran numero, fu sconfitto, ferito e condotto prigione nel castello. Ivi furono pur carcerati il Pallavicino, il Diversi e Frate Filippo; ed il presidio del Duca fu scacciato da Pisa. Dopo questo, l'Appiano astutamente mandò voce per la città, che il Sa- vello e il Diversi all'iniquo tentativo fossero venuti di proprio capo, senza saputa del Visconte. Il quale, fallito l'immaturo disegno, la buona riuscita di cui ridondata non sarebbe che in solo suo pro, col- l'usata ipocrisia, intera ne versò l'infamia sopra i suoi agenti, disap- provando la loro condotta. Non mancò per altro d'insistere per- ché costoro fossero posti in libertà" (Pezzana, Storia della città di Parma, I, 261, 262). Tale ancora, presso a poco, è la narrazione del Litta (l. c.); Né dissimile di troppo è quella del Tronci (Mem., p. 484, 485), tranne solo che questi dice che gl'inviati del Duca di Milano richiesero all'Appiano solamente che consegnasse loro la guardia della cit- tadella di Pisa, Cascina, Livorno e Piombino. Del resto, non andò dipoi molto tempo che avvenne la morte di Jacopo. L'Anonimo la pone nel 4 settembre 1398 (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1087), ma R. Sardo asserisce esser morto Jacopo fin dal dì 1, e narra poi per minuto le molte solennità de'di lui funerali. Secondo questo medesimo scrittore, il corpo di Iacopo fu sepolto nella chiesa di S. Francesco nel giorno 8 del mese istesso . Ivi stette fino al 1567. In questo anno, Jacopo VI d'Appiano d'Aragona lo trasferì nel Camposanto. Dobbiamo al Dal Borgo lo averci indicato ove ora posino le ceneri dell'Appiano e del figlio. "Da un'an- tica ed informe memoria ritrovata in mia casa (esso scrive), venni a sapere, che entro al sepolcro della famiglia d'Appiano, il quale esiste nel nostro Camposanto pisano, dovea esservi una cassa di marmo con iscrizione. Mosso da studiosa curiosità, volli accertarmene, ed andatovi insieme con l'eruditissimo sig. Dott. Raimondo Cocchi....mio buon amico, e socio de' miei studi d'antichità, si vidde, nell'entrare a man destra, nel marmoreo pavimento, avanti il quadro che rappresenta l'in- ferno, la sepoltura della famiglia d'Appiano, e, sopra la lapida, due armi rilevate della detta famiglia, una delle quali esprime l'antica solamente della casa d'Appiano, e l'altra è inquartata collo stemma d'Arago- na....Alzato il marmo che chiude l'apertura del sepolcro, si tro- varono due spranghe di ferro a traverso, che fan croce tra loro, e che impediscono lo scendere nella sepoltura. Ma non ostante, si vidde dentro un urna di marmo di quadrata figura, con un coperchio sopra, fatto a piramide, e perciò molto eminente e prossimo alla bocca del sepolcro; ed in detto coperchio apparisce incisa la presente iscrizione: VANNI JACOBIQ. OLIM PISAR. DNI. EIUS FILII AC VANNI NEPOTIS. DEL POLTA D'APIANO OSSA HAC URNA JACOB. SEX. ARAGONA D'APIANO EOR. DESCEN. STAT. PLUMBIN. INSULARUM ILVAE PLANOSAE ET MONTISXPI DNUS. FLORENTIAEQUE AC SENAR. DULCIS CLASSIS DUX GENERALIS PIISS. POS. V. KAL8 MAR8 MDLXVII.
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(not. al Cecina, p. 205, 206). Jacopo, secondo il Litta (l. c. ), si congiunse in matrimonio ben quattro volte. Dapprima con una femmina di Calci, poi con Polissena di Emanuele Pannocchieschi Conte d' Elci, in seguito con una nipote di Filippo Sciarra (certo io credo dei Gaetani), e per ultimo con Lodovica del Marchese Spinetta Malaspina. Non so da quale di essa nascesse Vanni di cui adesso conviene ch'io parli. Questi fu in anzia- natico per la prima volta nel 1376, quando il padre era cancelliere. I Pi- sani, pregati dai Senesi di ajuto contro la compagnia di Guido da Cor- reggio e di Giovanni Similer, lo spedirono ad essi nel 1386, con buon numero di balestrieri (Roncioni, Ist. Pis., p. 938). Nel 1391 poi essendo venuto a Pava Giovanni Belost condottiere, e avendovi fatto danno assai, fu spedito oratore ad esso. Ora, colla sua prudenza e valore, operò per modo, che questo condottiero voltò altrove l'animo (Roncioni, Ist. Pis., p. 945). Narrasi che il padre lo inviasse agli stipendii di Giovanni Galeazzo Visconti. "Seguendo, nel 1391 (scrive il Litta), Jacopo Dal Verme con- tro i Fiorentini, rimase prigione in un fatto d'arme in Valdinievole, il 24 settembre". Soggiunge poi, che "il Duca di Milano a caro prezzo lo riscattò, riconsegnando anche Giovanni Ricci, ministro della repub- blica suo prigioniere, e spedì Vanni a Pisa, colla mira che cooperasse a sbalzare i Gambacorti dalla signoria " (l. c.). Ranieri Sardo racconta che Vanni fu prigione per un anno a Firenze; ma aggiugne che Jacopo pagò per riscatto dodicimilacinquecento fiorini (Cron. Pis., cap. 205, p. 215. V. anche Roncioni, Ist. Pis., p. 950). Ciò starebbe a contradire al Litta, ove non si volesse supporre che i danari fossero dati all'Appiano dal Duca, del che non parla il cronista. Non ripeterò qui quello che fu narrato intorno alle insidie che ad esso tendevano i Lanfranchi; com'egli giungesse ad ucciderli, come poi si levasse a romore la terra, e allora fosse ucciso Pietro Gambacorti. Solo dirò che qualche scrittore lo dice reo di avere ucciso Pietro Gambacorti ed i figliuoli, non so con quanta verità (Ioh. De Mussis, Chron. Placent. - Murat. S. R. I., XVI. 555). Fu già scritto per me, come sedesse anziano con grado di priore pel Q. di F., appena il padre ebbe la signoria (novembre e dicembre 1392); e dissi pure come nel 24 novembre era fatto vicario e successore del padre. Non vuol qui ripetersi nemmeno, che Vanni si mostrò in arme quando l'arcivescovo Lotto Gambacorti tentò di assalir la città. La sua morte av- venne in cittadella, secondo alcuni, nel giorno terzo di ottobre; secondo altri, nel sesto, correndo il 1397. L'esequie furono magnifiche, ed ebbe tomba in S. Francesco ( R. Sardo, cap. 322, p. 223): ma dipoi le sue ceneri furono trasferite nel Camposanto Urbano. Il Litta dice che "morì, secondo alcuni, avvelenato dal padre, sdegnato ch'egli pretendesse la ces- sione di Pisa al Duca di Milano". Aggiungo, ch'ebbe in moglie la figlia di uno dei Conti da Montescudajo. Del resto, ebbe un figlio naturale de- nominato Antonio a cui lo zio Gherardo lasciò una rendita nel 1405, sulle miniere del ferro dell'isola dell'Elba. Ebbe esso Antonio in mo- glie, non Maria d'Antonio da San Casciano, come scrive il Litta, ma Maria di Giovacchino. Questa donna fondò la cappella di S. Bernardino (ora soppressa), congiunta alla chiesa di S. Francesco. Anche oggidì tu
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leggi all'esterno di questa fabbrica, ridotta ad abitazione privata, l'iscri- zione riferita dal Da Morrona (III. 61), la quale dice: MONA MARIA DA SAN CHACANO DONNA FU D'ANTONIO BISCONTE D'APPIANO MCCCCLVII. La sepoltura di lei è dentro la chiesa di San Francesco, ed anch'ora vi si legge questa iscrizione dataci scorrettamente dal Da Morrona (III. 70): QUESTA È LA SEPULTURA DELLA VENERABILE E NOBILE DONNA MONA MARIA FILIUOLA CHE FU DI GIOVACHINO DA SAN CHASCIANO, DONNA CHE FU DEL NOBILE HOMO ANTONEO VISCONTE DA PIANNO FATTA AN. D. MCCCCLVIIII. Gherardo-Leonardo, figliuolo d'Jacopo, è quello che ora a sé ne ri- chiama. Trovo che fu anziano pel Q. di F. nel 1391, allorché sempre si- gnoreggiava Pietro Gambacorti. Ebbe, a quanto scrivesi (Litta, l. c.), l'am- ministrazione dell'arcivescovato dopoché l'arcivescovo Lotto Gambacorti dové fuggire dalla città. Gherardo (siccome narrai) doveva esser preso col padre nella congiura ordita dal Savelli e dal Diversi. Da quanto narra R. Sardo, e da ciò che già narrai, si deduce, che ad esso il padre affidava l'incarico, scoperta la trama, di catturare il Savelli, e di levare il po- polo a romore. Gherardo ( a di 16 del gennajo seguente (1391) ), fu fatto cavaliere in Duomo, a nome del Duca di Milano, da Niccolò Pallavicino. Gli anziani lo regalarono, in tale occasione, di cinquecento fiorini. Alla morte del padre (1 settembre 1398), Gherardo rimase in tutte quelle cose aveva lui, e con quello stato e governo. Nel (6 gennaio successivo (1399)), faceva imprigionare assai cittadini, e di lì a breve tempo (14 gennaio) li confinava in varie terre (V. Dell'Astaio, Cinquini, Murci ec.). Né qui si rimaneva dall'usare tirannescamente del potere ottenuto. In effetto, nel 21 di quel mese, faceva uccidere molti citta- dini, nel palazzo degli anziani, e poi v'andava con buona schiera d'ar- mati intimando agli anziani d'uscirne, perch'egli solo voleva essere si- gnore di Pisa a bacchetta, senza niuna compagnia. Gli anziani tornarono alle loro case, ed egli tenne il loro luogo nel palazzo. A questo tempo erano, senza meno, bene innanzi le pratiche della vendita della città al Duca di Milano. Corrotti dall'oro di questo signore, guidarono e con- sigliarono l'affare (giova consecrare all'infamia i loro nomi) Giovanni Strambo Da Calci, Luchino da Perignano, Niccolò da Monalvello, Ar- cangiolo da Palude, Ser Piero da Pietrasanta. Furono dati dugentomila fiorini, e venne convenuto che Gherardo avrebbe in signoria Piombino, Scarlino, Suvereto, Campiglia e tutta l'isola dell'Elba. Scrivono che i Pisani vanamente offrissero al D'Appiano l'istessa somma dei dugen- tomila fiorini, perché la loro libertà non cadesse (Sozom., Pistor. Chron. - Murat. S. R. I., XVII. 1166, 1167). Gherardo fece la renunzia in mano d'Antoniolo Porro Conte di Pollenza,nel 19 febbraio 1399. Così R. Sardo, che abbiamo, per la sua fedeltà, seguitato di preferenza ad ogni
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altro in tutto quello che riguarda Gherardo. A quanto scrive il cronista di cui parlo, corrisponde appuntino una lettera del Porro, scritta nello stesso giorno 19 febbraio; colla quale fa noto a Giovan-Galeazzo-Maria figliuolo del Duca, di aver preso possesso di Pisa a nome del di lui pa- dre, alle ore sedici, con bandiere spiegate, annuendovi il magnifico (Ghe- rardo), e tutti i cittadini. È stampata presso il Giulini (Memorie della città e campagna di Milano ec., XII. 589, 590). Gherardo si ritrasse in cittadella, avendo consegnata la città al Duca. Poscia passò a Piom- bino, che fortificò ed abbellì. Morì nel 1405. Con esso chiudesi per noi ogni dscorso sugli Appiani; le ulteriori vicende dei quali, anziché alla storia di Pisa, appartengono a quella d'altre parti d'Italia. Per questi V. Litta, Appiani, Tav. I-III

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1.16. Aquilani

AQUILANI Massimo di Roberto avanzò tutti i suoi maggiori in ogni sorte di virtù e scienza; perché in Pisa patria sua dottoratosi, riuscì me- dico e filosofo eccellentissimo; stette molti anni in Fiandra; e ri- tornato a Pisa, fu nella spedizione di Portogallo, fatta dal glorioso Re Filippo l'anno 1579, mandato protomedico dell'illustrissimo Don Pietro Medici dal Serenissimo Granduca Francesco; e fornita quella guerra l'anno 1584, la sua città mandollo a Fiorenza imba- sciatore alla prefata Altezza, come si vede nel Libro de' Partiti di quell'anno a 263; e poco doppo terminando li suoi giorni il Gran- duca detto, trovossi essere uno di quelli oratori eletti dai Pisani a condolersi di tanta perdita con il Granduca Ferdinando, ed insieme a rallegrarsi seco della sua promozione all'imperio di Toscana: e fu questo l'anno 1587, come appare a detti Libri di Partiti di quel tempo. [Note:

. Visse oltre il 1591, perciocché in quell'anno fu del priori, come già era stato nel 1555. Il Mazuchelli lo dice versato nella cognizione di ben sei lingue, ed aggiunge avere egli scritto in latino Dell'origine, qualità e spezie de' poponi, trattato volgarizzato poi da Filippo Valori e stampato in Firenze nel 1602, in 4., con dedica a Baccio Valori (Gli Scrittori d'Italia, I P. II. 906, 907). Gli Aquilani hanno la loro tomba in S. Francesco. Morrona, Pis. Ill., III. 82

] Scipione di Valerio di Roberto, da giovinetto si dette allo studio, ed essendosi dottorato, ottenne per le sue virtù una lezione logica nello Studio Pisano, la quale ancora legge; avendo preso l'abito di Santo Stefano per la commenda fondata da Fabio suo zio paterno, il quale morse a Roma pochi anni sono. [Note:

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Cominciò a dettar logica nel 1599, ed undici anni presso fu di- chiarato professore straordinario di filosofia. Già sino dal 1597 aveva recitato una lezione nell'Accademia Fiorentina sopra l'Eco. Nel 1620 pubblicò per le stampe di Venezia un'opera assai commendevole, inti- tolata De Placitis Philosophorum qui ante Aristotelis tempora floruerunt. Vuolsi per altro che ve ne sia un'edizione Veneta anche del 1587. Morì nel 1623. Era stato dei priori in quell'anno, come nel 1620. V. Fa- broni, Hist9 Acad. Pis., II. 377. Mazucchelli, l. c.. Gli Aquilani sono enumerati nella descrizione ordinata da Cosimo I nel 1565.

]

1.17. Arcari

ARCARI. Fra i mille cittadini che nell'anno 1188 solennemente promisero si manterrebbe pace con Genova, eranvi cinque di questa famiglia, distinti pei nomi di Giovanni, Grasso, Paganello, Guido e Giovanni. Quest'ultimo veniva da Guido. A me non avvenne di trovar memo- rie notevoli degli Arcari vissuti nel secolo XIII; se tolgasi quella di un Lapo, che nel 2 maggio 1303 era già morto, e che destinò nel testamento il tutore ai propri figliuoli nella persona di Betto Alliata. La carta da cui tolgo questa notizia (Arch. Alliata, N. 119), mi fa conoscere che Betto Alliata si scusò da questa tutela, allegando il disposto degli Statuti, che fanno libero ai popolari il rifiutare la tu- tela dei nobili (V. Alliata). Del resto, convien supporre che vi fosse un'altra famiglia degli Arcari di popolo; ché altrimenti non potrebbe spiegarsi come goder potesse gli onori dell'anzianato nel 1362; di che fu certamente rivestito Ser Nicolò di Neri, notaro da Vecchiano.

1.18. Archicani (Degli)

ARCHICANI (DEGLI) Un solo individuo di questo cognome trovasi rammentato fra i mille cittadini che, correndo il 1188, promisero di attenere pace ai Genovesi.

1.19. Arcidiacono (Dell')

ARCIDIACONO (DELL') Fra i Consoli maggiori del Comune che intervennero al solenne parlamento nel quale fu giurata pace in Genova nel 1188, scorgesi
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il nome di Enrico, venuto da questa famiglia. A questo tien dietro, come semplice cittadino, Malpiglio; cui si unisce il figliuolo, di- stinto pel nome d'Enrico.

1.20. Arciprete (Dell')

ARCIPRETE (DELL') Questa famiglia di popolari trasse origine da Vico, e nel seco- lo XIVebbe a godere più volte dell'onore dell'anzianato. Tra gli altri individui sono a distinguersi Colo (notaro), Anziano nel 1347; e nel 1351, e principalmente Fanuccio, Anziano esso pure nel 1350 e nel 1352. Fanuccio era dato alle armi. Avendo Carlo IV (febbrajo 1355) pregato il Comune di concedergli ajuto di soldati per spedirli al suo legato in Romagna, gli furono dati cento cavalli i quali vennero guidati da Fanuccio (R. Sardo, cap. 93, p. 122). I figliuoli di questo cittadino furono Giovanni, notaro di professione, che fu Anziano più volte (1374, 1376, 1385, 1386, 1389, 1392); e finalmente Piero, che sedé per l'ultima volta tra gli Anziani nel 1394, come priore pel Q. di M.

1.21. Ardecasa

ARDECASA. In un giudicato del 1152 pubblicato dal Grandi, vedesi sotto- scritto Ardecasa consul. Fu padre d'Albitello, che nel 1188 giurò, tra i mille cittadini, di ottener pace ai Genovesi? Lo ignoro. Certo è che Albitello ebbe tre figliuoli, i quali in questa solenne occasione pre- starono giuramento insieme col padre. Sono Jacopo, Saraceno e Gui- do. Di un Guglielmo Ardecasa già morto nel 1198, è memoria in una carta dataci dal Grandi, nella quale si legge che a lui sopravvissero la moglie ed i figliuoli (R.). In certi MSS. si legge che Saraceno, detto Cino, del già Jacopo Taccolini Ardecasa, donò nel 1280 due case ed una torre al Monastero di S. Michele in Borgo, per accre- scerne il claustro. Fra le varie opinioni avanzate su questa fami- glia, avvi ancor quella che sia un ramo de' Casapieri (V. Casapieri).

1.22. Argomenti (Degli)


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ARGOMENTI (DEGLI) Bindo di questo cognome fu dei mille che, nel 1188, giurarono pace coi Genovesi. Nel secolo XIV trovasi un Jacopo Argomenti (notaro), che fu Anziano nel settembre e ottobre 1320; tempo in cui furono dipinte le imagini di Nostra Donna e di altri Santi nella sala degli Anziani, conforme ebbi luogo di avvertire altrove (V. Ron- cioni, Ist. Pis., p. 719, e le mie Memorie inedite di Francesco Trai- ni, p. 39).Costui ebbe discendenza, che seguitò l'arte sua nota- rile. Il figliuolo portò il nome di Francuccio, e fu Anziano nel 1354. Da costui venne altro Francuccio, che godé dell'anzianato nel 1387.

1.23. Armati

ARMATI Guido e Benenato distinti con questo cognome, s'incontrano fra quei mille cittadini che nel 1188 furon chiamati a giurar pace ai Genovesi. Penso che questa famiglia si continuasse nei due secoli appresso. Infatti, il nome di Guido vedesi ripetuto in colui che fu priore degli Anziani pel Q. di K. negli anni 1290, 1292, 1293, 1295, 1299; e che sostenne lo stesso stesso ufficio pel Q. di M. nel 1300 e nel 1301. Nell'Archivio delle Riformagioni di Firenze vidi un atto il quale appartiene al suo anzianato del 1293, e nel quale ne lessi il nome; l'elezione del sindaco, che fu fatta per la pace con Lucca e colle altre comuni di Toscana, non che con Nino da Gallura, e cogli altri fuorusciti. Bacciomeo è altro di questa casa su cui conviene portare una qualche attenzione. Fu di quelli Anziani che entrati in ufficio nel 1 marzo 1312, dovettero lasciare il luogo, dopo quindici giorni, ai nuovi Anziani eletti da Arrigo VII. Taccio di Bartolommeo, pe- rocché di questo niente ho da dire, se tolgasi che fu in questo magistrato istesso con grado di priore pel Q. di M., durante il 1317.

1.24. Armingossi

ARMINGOSSI Anche in proposito di questa famiglia, ne soccorre mirabilmente il giuramento del 1188, prestato per la conclusione della pace con Genova dai mille Pisani. E veramente, s'incontra in esso il nome
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di Goffredo Armingossi. Che questa famiglia siasi continuata nei due secoli appresso, non rimane alcun dubbio. Le memorie che appar- tengono al secolo XIII, riguardano Lambertuccio più principalmente che altri. Costui fu dal Comune eletto sindaco allorché si trattò di fermar la pace con Castelfranco del Valdarno inferiore; atto che si compié nel 21 maggio 1267 (R.). Nel documento della pace è detto juris professor; e da ciò il Fabroni ha voluto inferire, forse con so- verchia facilità, ch'egli dettasse in patria la scienza delle leggi (Hist. Acad. Pis., I. 37). Checché sia di ciò, giova osservare, che l'antico nome di Goffredo vedesi ripetuto in altro che fu semplice Anziano nel 1293, e priore di questo magistrato medesimo pel Q. di K. nel 1296. L'ultimo di questa casa del quale si parli nel Registro degli Anziani, è Vanni, che sedé per lo stesso Q. di K. nel 1307 e nel 1319.

1.25. Arnascio

ARNASCIO Un solo individuo di questa famiglia, distinto pel nome di Ugone, fa solenne mostra di sé nel giuramento che nel 1188 prestarono per la pace con Genova i mille cittadini pisani.

1.26. Assi (Degli)

ASSI (DEGLI) Nel giuramento dei mille cittadini pisani, pel quale si obbliga- rono di mantenere pace coi Genovesi (1188), vedonsi Guinicello e Ranieri di questa casa.

1.27. Assopardi

ASSOPARDI (DEGLI) Il primo documento, a quanto io sappia, dal quale è dato desu- mere notizie intorno a questa famiglia, è il solenne giuramento pre- stato dai mille Pisani nel 1188, di cui più volte ebbi luogo di fa- vellare; nel qual atto appariscono un Tolomeo ed un Ugolino degli Assopardi. Sulle fonti del porto di Piombino vedesi ancora un'an- tica iscrizione, che ne ricorda il nome di un Ugolino Assopardi,
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Capitano di Piombino e dell'Elba nel 1248, sotto il cui reggimento fu compiuta quell' opera per pubblico benefizio. Il Targioni (Relazioni di alcuni viaggi della Toscana, IV. 256) la riporta assai imperfetta. Ciò quanto a memorie del secolo XIII. Maggiori notizie son quelle poi che riguardano gli Assopardi vissuti nei tempi successivi. Nic- colò è quegli che giova rammentare prima d'ogni altro. Fu degli Anziani prima nel 1334; poi priore di questo magistrato istesso, pel Q. di M., negli anni 1336, 1338, 1340, 1344, 1346, 1350. Ranieri Sardo fa menzione di una sua parlata quando (del 27 febbrajo 1356) fu fatto consiglio in Duomo per stabilire se era da confermarsi o no il vicario di Carlo IV; e per le parole sue apprendiamo che l'As- sopardi scese nella sentenza istessa di Cecco Alliata, che voleva che tutto al più ciò si facesse per un anno (V. Alliata). Scorso que- sto tempo, Niccolò sedé priore degli Anziani, per lo stesso Q. di M., due volte ancora, cioè nel 1360 e nel 1362. Nell'anno 1346 fu dei savi per la riforma dell' uffizio del cancelliere degli Anziani, alla morte di Michele del Lante, e nel 1348 era dei riformatori degli uffizii e dei salarii, non che dei deputati a scrivere gli ordinamenti coi quali si determinarono le condizioni per concedere la cittadinanza ai nuovi venuti a favorire la popolazione menomata dalla pestilenza. Consimili incarichi ebbe anche in appresso. In effetto, secondo la ba- lia del 28 gennajo 1349, era di coloro che formarono le nuove tasche e le nuove elezioni degli Anziani, come nel 1355, prima nel gennajo poi in marzo, dopo il rumore dei Gambacorta. Anche nel 1356 e nel 1358 fu scelto a riformare l'Anzianato. Nel 1354 e nel 1359 fu uno dei rettori di Lucca (Mem. Lucchesi, I. 377, 388). Piero, che nacque da esso, ebbe l'Anzianato nel 1357; e Giovanni, figliuolo esso pure di Niccolò, fu nel medesimo magistrato negli anni 1398, 1399 e 1403. Eletto priore dagli Anziani pel Q. di M., pei mesi luglio e agosto 1405, non poté compiere neppure il primo mese dell'ufficio suo. E di vero, Gabriele Maria Visconti lo addusse prigione in Ge- nova (V. Roncioni, Ist. Pis., p. 971). Tornato Giovanni in patria al cadere della libertà, fu dei cittadini compresi dai Fiorentini nel de- creto del 27 febbrajo 1407.

1.28. Astajo

ASTAJO (DELL'). Non ho memorie di questa famiglia le quali vadano al di là del secolo XIV. Da Bindo, Anziano nel 1354, discesero Bernardo, An- ziano nel 1370 e 1381; Giovanni, Anziano esso pure nel 1376,
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Bartolommeo, che ai 24 luglio 1386 stette mallevadore a Bondo del fu ser Colo Galeata per dugento fiorini d'oro (Carta inedita dell'Arch. Franceschi ); e Ranieri, che fu uno dei sessanta scelti nel 1387 a formare il nuovo estimo. Bartolommeo, caduto in sospetto a Gherardo d'Appiano, nel 6 gennajo 1399, fu carcerato, poi ai 14 mandato ai confini a Massa del Marchese (R. Sardo, cap. 233, p. 241). Al cadere della repubblica, fu dei compresi del decreto del 27 febbrajo 1407, ai quali era ordinato di richiamare in Firenze le loro famiglie, pena la vita, dentro il marzo. Ma più che questi, vuol essere considerato Gherardo; perché, secondo le cronache, fu uno degli Anziani (ed ebbero tutti nome e grado di priore) che la compagnia di San Mi- chele fece in Lucca, quando colà si recò per parlamentare con Car- lo IV, e che vennero confermati dal Vescovo di Spira. Era lanajuolo. Le cronache parlano anche un'altra volta di esso; e ciò avviene quando narrano delle due fuste colle quali Colombano corseggiava i mari, pel quale dové egli pagare come mallevadore fino ad otto- cento fiorini d'oro (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1052, 1065. V. anche Alliata). Oltre ad esso, furono pure un Agostino, un Fi- lippo, un Lapo ed altri di questa casa, che godettero dell'Anzianato nel secolo XIVe XV.Bindo di Gherardo è l'ultimo di sua fami- glia che avesse la magistratura dei priori, e ciò nel 1433 pis.. Esso pure al cadere della Repubblica fu compreso nel decreto dei 27 febbrajo 1407. Per la carta dell'Arch. Franceschi menzionata poco fa, si viene a conoscere che i Dell'Astajo abitarono in diverse parroc- chie della città. Così infatti si legge in essa: Actum Pisis in apoteca domus habitationis.... Bartholomei Astarii, posita in cappella S. Mar- tini de Petra, presentibus Bindo q. Gerardi Astarii de cap. S. Gregorii Portecharis, et Iohanne Pieri Astario de capp. S. Margarite.

1.29. Baccone

BACCONE Bartolommeo e Dodo furono tra quei mille cittadini i quali giura- rono pace ai Genovesi, pel Comune, nel 1188. Nel 1241 Simone fu uno di coloro i quali vennero chiamati a riformare il Costituto.
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1.30. Badessa

BADESSA. Fra i mille che, nell'anno 1188, giurarono pace coi Genovesi, avvi un Giovanni di questa casa. Questo nome, convertito nel più popo- lare di Vanni, fu proprio di uno di questa famiglia stessa che fu in ufficio di Anziano nel 1297. Da ciò si deduce che i Badessa erano popolari. Altra conferma ne abbiamo dal vedere che Puccio o Jacopo ebbe lo stesso ufficio che Vanni nel 1310.

1.31. Bagno (Dal)

BAGNO (DAL) L'antichità di questa famiglia è attestata dalla Cronaca di S. Ca- terina, ove si legge dei Dal Bagno, che fuerunt mercatores magni, et cives antiqui in capite Vici Maioris( 143, p. 496). Da queste espres- sioni mi sembra doversi dedurre, che questa casa era estinta verso il finire del secolo XIV. Scrissi altrove che ad essa appartennero in antico Gaddo, o Gherardo, e Bonaggiunta; ambedue dei cittadini i quali giurarono la pace coi Genovesi nell'anno 1188. Nel secolo XIII vissero assai di questa famiglia, i quali toccarono ancora il secolo sus- seguente. Ranieri è tra questi, ma non saprei affermarlo di Pietro, che nel 1270 fu sindaco del Comune per la ratifica della pace con Firenze. Ranieri una volta fu Anziano, durante il primo di quei secoli (nell' anno 1296); poi fu sempre tratto priore di questo magistrato per il Q. di F. negli anni 1302, 1305, 1307, 1309 1311 e 1322. Caduta Pisa in potere del Bavaro, fu nuovamente eletto a quest'uf- ficio per nomina del Bavaro istesso, perché fosse in carica pei due mesi di gennajo e febbrajo 1328. Ho giusto motivo di dubitare che esso non sia quel Ranieri Dal Bagno, Anziano per il quartiere me- desimo nel 1351. Credo certo che fosse figliuolo del primo Pietro, eletto pur esso Anziano dal Bavaro nel tempo in che faceva sua stanza in Pisa, pei mesi di febbrajo e marzo 1329, o più veramente a beneplacito imperiale, secondoché diceva il decreto. Del resto, egli fu Anziano nei soli due mesi sovra accennati. Trascorsi questi tempi fortunosi, lo vedo priore degli Anziani pel Q. di F., negli an- ni 1349 e 1351. Nel 1349 fu pure deputato alla riforma dell'Anzia- nato. Quanto a Puccio, è da dirsi che fu pur'esso degli Anziani tre volte; e ciò duranti gli anni 1304, 1307,1311. Credo di questa stessa famiglia Ceo, o Bartolommeo, che sedé Anziano nel 1305 ancor esso per il Q. di F.. Non ho poi argomenti per dire che non si staccassero
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dallo stesso ceppo Niccolino e Ceo suo figliuolo, che furono An- ziani pel Q. di K.; il primo più volte, cominciando dal 1330; l'altro una volta sola, cioè nel 1349. Appartenne a questa casa Frate En- rico, virtuosissimo giovine, che morì in patria (credo nella prima metà del secolo XIII), mentre era nel noviziato dei Domenicani di S. Caterina (Cron. cit., 143, p. 496). Tra le rime degli antichi no- stri poeti italiani ne sono alcune attribuite a Pannuccio dal Ba- gno, che si dice vissuto nel 1250 (Poeti del primo secolo della Lin- gua ec., I. 335 seg.); ma io credo che fossero più veramente dettate nel secolo seguente. R. Sardo narra che nel 1362 era massajo della Terzanaja di Lucca Jacopo di Cecco Dal Bagno; ed aggiunge che ad esso vennero consegnate 740 staja d'orzo da mandarsi al Ceruglio, a Pietrasanta e anche altrove. Il Tronci (Descrizione MS. ec., p. 97), vuole, non senza ragione, che i Dal Bagno siano stati i fondatori di S. Lorenzo in Chinseca. Non mi accordo con lui là dove dice che essi furono nobili. Nei documenti antichi vedesi rammentata la torre de Balneatoribus, la quale certo fu di proprietà di questa famiglia.

1.32. Baldovineschi (Dei)

BALDOVINESCHI (DEI). Fra i mille cittadini chiamati nel pubblico parlamento a giu- rare la pace con Genova, correndo il 1188, vedesi un Bugliafava di questa consorteria: alla quale anche prima del secolo XIII, siccome penso, apparteneva il padronato dell'insigne Chiesa Abba- ziale di San Michele in Borgo, forse perché gli antichi loro concor- sero largamente, fin da principio del secolo XI, all'atto lodevole della sua fondazione. Presso gli Annalisti Camaldolensi (IV. 425) trovasi una carta del 30 luglio del 1224, nella quale si vedono prestare il loro consenso per l'elezione dell'Abbate Giovanni, varii di questa stessa consorteria. Sono essi: Bugliafava del fu Bernardo Bugliafava, Alberto del fu Rodolfo, Gaetano del fu Oddone Stanca, Giovanni del fu Teperto. Lascerò che altri giudichi se debbano dirsi di questi i due Guidi (padre e figlio) Baldovinis, i quali giurarono la pace con Genova nel 1188. Il Roncioni, Ist. Pis., p. 619, ricorda due dei Baldovineschi che furono coloro che militarono contro i Genovesi nel 1284.

1.33. Balzani


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BALZANI Quando i Pisani nel 1188 convennero insieme, fino al numero di mille, per giurare la pace coi Genovesi, trovossi fra questi anche un Ranieri distinto pel cognome che accenno. Questa casa durò anche nei due secoli successivi, ed ebbe fino a tre individui vis- suti contemporaneamente, che portarono il nome del più antico che ho rammentato. Questi furono Ranieri di Leopardo, Ranieri di Rustichello, Neri o Ranieri di Simone. Rustichello era stato in ufficio di priore degli Anziani pel Q. di P., allorché, carcerato il Conte Ugolino, strinse in mano ogni potere Ruggieri arcivescovo; voglio dire nel novembre e decembre del 1288. Quanto a Mone o Simone, padre di Ranieri, gioverà avvertire che esso pure era stato in ufficio di Anziano correndo il 1302 ed il 1307, e che poi nel 1314 vi fu chiamato nuovamente. Questo suo Anzianato ul- timo cadde appunto nel giugno; mese nel quale Uguccione Della Faggiola alla testa dei Pisani si rese padrone di Lucca, e la corse furiosamente. A questo memorabile Anzianato di Mone successero i suoi priorati pel Q. di P. degli anni 1322 e 1324. Pare fosse dalla sua sorte serbato ad essere in questo ufficio nei giorni di maggior letizia per la Città. Fu priore, infatti, per il summentovato quar- tiere nei tre mesi di luglio, agosto e settembre 1328; tempo me- morabile per l'assedio ed espugnazione di Pistoja, che Castruccio fece assistito dai Pisani, ed a cui porse mano, tra gli altri molti cittadini, un Neri di Nocco Balzani, che credo della famiglia mede- sima. Quando penso che, durante questo tempo medesimo, avvenne ancora la morte di Castruccio, e l'ingresso trionfale in Pisa del Bavaro dopo la incoronazione di Roma, non so trovar facilmente nella storia pisana un tempo così pieno di cure siccome questo, per coloro che ressero l'Anzianato. Del resto, altri di questa famiglia avevano già occupato in quel torno codesta magistratura popolare. Sono: Duccio, Anziano nel 1300; Vanni, o Giovanni, prima Anziano in quest'anno istesso, poi nel 1307 e nel 1312; e finalmente Guido ch'ebbe lo stesso ufficio negli anni 1303 e 1310.

1.34. Bandi

BANDI Anche questa famiglia novera tre cittadini che si unirono agli altri molti, i quali giuraron la pace con Genova nel 1188: son essi
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Gherardo, Giovanni e Baldovino. Nel secolo XIII, Ugolino era Ca- marlingo del Comune. Fu testimone in patria, nel 14 giugno 1268, ad un atto memorando; al privilegio cioè che rilasciava ai Pisani Cor- radino, mentre era fra noi (R.). Nel 1276, il Comune scelse a suo sindaco uno dei Bandi, quando si trattò di compromettere, per ob- bedire agli ordini del papa e di Carlo d'Angiò, nel vescovo Velasco, nunzio pontificio. Questo atto è del più alto interesse nelle nostre istorie, quando si pensa che si trattò per esso di rimettere in città i fuorusciti guelfi (tra i quali era il Conte Ugolino della Gherardesca), e di fermar pace colle città di questo partito. Se mai fu di questa famiglia Piero, o Pieruccio, Anziano nel 1335, bisogna ben dire che fossero affatto di popolo, vedendosi ascritto all'Arte dei macellaj. Non è indicata l'Arte a cui appartenne Neri, Anziano nel 1349. Non vedo poi, che, oltre a Tenduccio di Piero, siavi altro che abbia goduto l'onore di questa magistratura.

1.35. Barattola

BARATTOLA Raccontano i nostri Annali, che i Lucchesi, per i patti che ave- vano con Genova, fattisi a combattere i nostri, e riportata vittoria presso ad Asciano nel 1168, mandarono alcuni prigioni pisani, de majoribus, nelle carceri genovesi; del qual atto n'ebbero gran bia- simo dall' universale. Eravi fra questi Gerardo Barattola, figliuolo di Ugone Odierna. Gerardo di cui parlo, fu Console; ed in tal qualità, essendo poi stato liberato dalla prigionia nel 1171, giurò pace coi Fiorentini per quarant'anni, e garantì loro i privilegii ben noti (R.). Ma oltre a questo, fu di tale famiglia un Guglielmo, che sembra degno di particolar memoria. Nel giugno del 1169, Guglielmo partì da Pisa come uno de' due savi destinati ad accompagnare Gherardo Cortevecchia, che il Comune inviava ambasciatore a Guglielmo II (il Buono) re di Sicilia. Trattavasi di un atto rilevantissimo, della pace tra questo re colla Repubblica. Ora, secondoché narran le cronache, la pace venne fermata. Non so quando Guglielmo venisse a mancare. Invano cercherebbesi il suo nome fra i nomi dei mille cittadini i quali giuraron pace con Genova nel 1188. Vero è che vi si trovano quelli di due altri individui di questa casa; cioè di un Ranieri e di un Roberto. È credibile che Ranieri, di cui parlasi qui, sia quel medesimo che resse il Comune come console per venti mesi, comin- ciando dal 1217 (Anonym., Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXVI. 643).

1.36. Barba (Della)


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BARBA (DELLA) In un contratto che l'Abbate di S. Michele di Borgo (Ildebrando) celebrò nel 24 settembre 1146, per acquistare una torre da Atolino figliuolo d'Alcherio, trovasi fra i testimonii, insieme col celebre Bur- gundio e con Ranieri Bottacci (V. Bottacci), Marignano del già Martino Alabarba (R.). Credo certamente che Marignano morisse non molto dopo; perciocché fra i cittadini (de majoribus) che andarono prigioni a Genova, dopo la rotta di Asciano nel 1168 (V. Barattola), trovo che vi fu Bonaccorso del già Marignano Alabarba. Bonaccorso vi- veva anche nel 1198. In quest'anno, infatti, vendé allo spedale ag- giunto alla chiesa di S. Lorenzo alla Rivolta, alcuni suoi beni. Se non che, prima di questo tempo compariscono assai altri di questa casa. E per vero, Ugolino, Odimondo, Marco, Matteo e Benincasa suo figliuolo, giurarono tutti ugualmente di osservare pace con Genova nel solenne parlamento celebrato in Pisa, secondoché dissi più volte, nel 1188. La Cronaca di S. Caterina (49, p. 430) favella di Fra Egidio De' Barba, uomo virtuoso, che vestì l'abito de' Domenicani qui in Pisa, e che in progresso di tempo fu missionario zelantissimo nella Maremma. L'Allacci (Poeti Antichi, p. 47) fra i rimatori dei vec- chi tempi ricorda Cielo, o, come io credo, Ciolo, Della Barba di Pisa; del quale per altro non si videro mai a stampa le rime. Se non che, più che altri di questa casa merita menzione Sigerio, il quale fu priore degli Anziani pel Q. di F., pei due mesi di luglio e agosto 1317. Sembra certo che a questo tempo fosse già uso a praticare in Na- poli, e che non fosse fin d'allora riguardato come straniero in corte di re Roberto; perché poco prima (12 maggio) era stato testimone alla pace fermata alla presenza di questo principe nella sala del Castelnuovo (R.). Sigerio, dopo di aver goduto dell'Anzia- nato in patria, pare che tornasse in Napoli. Nel 23 settembre 1328, si trovò presente come testimone alla celebrazione dell'istrumento della tregua stretta tra re Roberto e i Pisani, da durar sola- mente fino al 1. maggio successivo (R.). In una lettera che il re Roberto ebbe a scrivere al Comune poco appresso (2 novembre), per concedere una proroga di due mesi oltre quelli accordati coll' atto del 23 settembre, narra questo principe di essersi a ciò indotto per le informazioni principalmente di questo loro cittadino, suo fedele e domestico, da cui ebbe notizia che eglino procuravano di ridur tutto a parte Guelfa, bandeggiando qualunque non tenea per la Chiesa. La pace tra i Pisani e Roberto fermossi, com'è noto, nel 21 giugno 1330. A questa Sigerio assisté come testimone (R.); se non che, tornato in patria, incontrò presto la morte. Ebbe tomba
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presso S. Francesco, secondo questa iscrizione che ci dà il Da Morro- na (III. 86): HIC IACET HONORABILIS CIVIS PISANUS SER SIGERIUS DE BARBA QUI OB. A8 D8 MCCCXXXIII. Sembra che Sigerio fosse stato bene addentro nella grazia del re Roberto; e ciò non dee recar maraviglia. Alcuni dei Della Barba in- fatti a quei tempi mercanteggiavano in Napoli. Tal era Marco, a pro del quale il re Roberto medesimo scrisse una lettera commendato- ria (6 maggio 1313) quando partì da Napoli con una nave carica di vino, carni, ec. (Arch. del Regno di Napoli). Sigerio lasciò un figlio nella persona di Piero, Anziano più volte, incominciando dal 1330 e venendo al 1352. Costui sembra essere stato uomo di certo valore e di non poca pratica nei pubblici affari, essendoché venne spedito, nel 1357 (credo al pisano), come ambasciatore al re di Marrocco e prima ancora al Garbo (Roncioni, Ist. Pis., p. 820, 840). Nel 1350 fu prima uno dei savi pei nuovi ordinamenti sui salarii, poi dei deputati a scrivere i regolamenti sulla gabella del vino. Nell'anno antecedente era stato tra i riformatori dell'Anzianato, e così nel 1355. Del resto, a questa famiglia appartiene anche un Bonaccorso, che fu nell'Anzianato nel luglio e agosto del 1330. Non saprei asseve- rare senza qualche perplessità di animo, che esso sia quel medesimo Buonaccorso che vedo in uffizio di Anziano nei giorni di Pietro Gam- bacorti; voglio dire nel 1375. Comunque sia, altri di questa casa sedettero in questo secolo nel medesimo magistrato. Tali sono Fran- cesco Anziano nel 1354; e Guglielmo suo figliuolo (e questi fu an- che capitano di guerra a Pontedera (Roncioni, Ist. Pis., p. 901), che ebbe la stessa carica fino a quattro volte, e ultimamente nel 1383. Non mi saprei, per altro, facilmente indurre a tenere che fosse figliuolo suo quel Giovanni di Guglielmo che vedo essere stato de' priori nel 1477 pis., quando la Città sottostava per la prima volta all'impero dei Fiorentini. Un Giovanni è rammentato nel testamento del conte Gualando da Castagneto fatto nel 1374 (R.), e lo credo diverso dall'al- tro, che essendo canonico andò alla regina d'Aragona nel 1372 (Ron- cioni, Ist. Pis., p. 911).

1.37. Belaste

BELASTE. Nel novembre del 1178, convenivano nella chiesa di S. Maria di Grasse i Consoli di quel Comune, alla presenza di Fulcone vescovo di Antipoli, e di altri illustri, all'oggetto di fermar pace con i
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Pisani. Tra i varii articoli di quest' accordo era, che i Consoli di Grasse avrebbero definito dentro quaranta giorni, secondo giustizia ed i buoni usi, il richiamo che avesse fatto Ildebrando Belaste, ed altri pisani, non che tutti quelli che si trovarono con esso(R.). Que- sto articolo del trattato fa vedere, parmi, evidentemente, che Ilde- brando era un commerciante, il quale ebbe a soffrire qualche pira- teria per parte d'alcuna nave di Grasse. Durava questa famiglia an- che nel secolo XIV Lanfranco di Baldo fu Anziano nel 1357.

1.38. Bella (Della)

BELLA (DELLA) Guidone era Console nell'anno 1165. Essendovi guerra con Ge- nova, lo spedirono i reggitori del Comune con tre galere bene ar- mate in Provenza per soccorrere i nazionali. Il vento contrario lo spinse all'Elba. Fu allora che cadde nelle sue mani una nave la quale apparteneva, secondo che è scritto, ai Genovesi ed ai bor- ghesi di Palermo. Veniva da Alessandria, ed era ricca di molto ca- rico. Nel 1170, Ugone fu il Gonfaloniere a cui si dette a condurre la seconda schiera fra le tre dell'esercito che i Pisani vollero spinto contro i Lucchesi. Nella cronaca del Marangone è chiamato miles fortissimus. Aveva sotto di sé in questo scontro settecento cavalieri; e tra questi i Conti Gherardo, Ranieri ed Ugo, non che il conte Tedice di Biserno. Non saprei se Bonaggiunta de Bellis, che giurò la pace con Genova tra i mille cittadini nel 1188, sia di questa casa.

1.39. Bellebuono

BELLEBUONO Bonuccio di Francesco sedé Anziano nel 1318. Francesco, notaro di professione, fu nell'Anzianato nel 1372, nel 1378, e in altri tempi ancora. È rammentato nelle cronache per essere stato uno dei sessanta scelti a formar l'estimo generale che Pietro Gamba- corti ordinò fosse fatto nel 1387 (R. Sardo, cap. 202, p. 211). Credo suo figliuolo quel Bartolommeo che ottenne l'Anzianato nel 1384, nel 1386, nel 1404, nel 1407, pis.; e che, caduta la repubblica, fu di quei Pisani ai quali i Fiorentini intimarono, nel 27 febbrajo 1407, di recarsi, tempo un mese, a Firenze, e di rimanervi a beneplacito di quel Comune, pena la testa e la confisca dei beni, con di più
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l'onere di presentarsi ogni giorno ai rettori. Nel secolo XV, in cui questo avveniva, altri tre individui di questa casa ebbero in patria l'uffizio di priori.

1.40. Bellomo

BELLOMO Due fratelli, Andrea ed Alberto, intervennero al solenne giura- mento dei mille cittadini che promisero pace ai Genovesi nel 1188. Erano, nel secolo XIII, e credo ancor prima, i Bellomo, patroni, con altri assai, del Ponte Nuovo, certamente perché tra coloro che con- corsero a fondarlo. Nel 2 ottobre, difatti, del 1258, Ranieri di Paffa, giurisperito, nominò per sé e per tutti gli altri di sua casa il nuovo pontonajo; come raccolgo dall'atto che trovasi in originale nell'Ar- chivio di Monte Cassino. Del resto, Francesco fu priore degli An- ziani pel Q. di P., prima nel 1289, poi nel 1290, quando era Potestà e Capitano di guerra Guido di Montefeltro. Correndo il no-vembre e decembre del 1293, sedé di nuovo in questo magistrato, ma come semplice Anziano; così nel 1395. Fu solo nuovamente priore nel successivo anno 1296, e così di seguito negli anni 1299, 1300, 1302, 1303, 1305, 1309, 1311, 1313, quando la Città era retta a nome dell'imperatore Arrigo VII dal suo Vicario generale Manfredi di Chiaramonte. Nel 1304 (18 aprile) fu uno dei sindaci ai quali molti dei Todini di Massa dettero in guardia, con certi patti, pel Comune nostro il castello di Valli. Del resto, tra i Bellomo reputo degni di particolare menzione, Puccio, nel cui anzianato (luglio e agosto 1314 ) Uguccione della Faggiola si rese padrone di Motrone; e Vanni, eletto Anziano del Bavaro nel 1328.

1.41. Benencasa

BENENCASA. Tra i mille cittadini che, nell'anno 1188, promisero di osservar pace ai Genovesi, scorgesi un Uguccione di questo cognome, che si continua anche nel tempo appresso. Ed infatti, nel maggio 1261 Guidone era fra gli Anziani. Intervenne in tal qualità a due atti. Nel 24 di quel mese, prese parte al consiglio generale tenuto in Duomo, per destinar sindaci a fermar la lega Ghibellina con Fi- renze, Siena, Pistoja ed altre città di Toscana; e nel 31 poi dello stesso mese, assisté ad altro consiglio generale che si tenne nella
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medesima chiesa; nel qual consiglio, all' occasione di ratificare i patti di quell'accordo (D.), Guidone ebbe un figlio che vedo chiamato Pericciolo o Piero. Ho per sicuro che fosse degli Anziani prima del 1286. Nel Breve del Comune MS. (I. 154), che giurarono il conte Ugolino Della Gherardesca e Nino Giudice di Gallura, come potestà e capitani del Comune e del Popolo, trovo infatti stabilito doversi tener ferma certa provvisione fatta dagli Anziani (primo de' quali è nominato Pericciolo), per la quale son fatti liberi i maestri o mu- ratori dell'Opera del Duomo dall'obbligo che gravava su tutti gli altri, di dar mano all'atterramento delle case e degli edifizi, trat- tandosi di qualche delitto avvenuto che soggettasse a tal pena alcuno dei cittadini, qualora fosse ordinato dalla pubblica autorità. Nel secolo XIV e precisamente nel 1311, Ciolo di questa famiglia sedé priore degli Anziani pel Q. di K. nei due mesi di gennajo efebbrajo, nel qual tempo tutti i poteri erano nelle mani del Conte Federigo da Montefeltro. Taccio degli altri i quali furono negli ufficii nel secolo istesso, tra i quali basterà solo rammentare Jacopo, Anziano nel 1378.

1.42. Benetti

BENETTI Così nelle cronache e nei monumenti vedo chiamata questa fami- glia, che dicesi ancora Benedetti. Bartolommeo viveva nel 1252, e la sua casa e torre serviva in questo tempo alla corte o tribunale del Potestà. Rimane un giudicato che ne fa fede, tra i documenti dell'Arch. Roncioni. Non mi farò ad enumerare i varii soggetti di questa famiglia i quali furono nell'Anzianato finché stette la repub- blica. Parlerò solamente di coloro i quali chiedono note più partico- lari cominciando da Puccio. Il suo nome è giunto perfino a noi, non solamente perché nel 1345 fu dei savi per la riforma dei salarii (Consilia etc., ab an. 1317 etc., p. 80-86), ma anche perché si lega al possesso di Lucca preso pei Pisani nel 1342. Ed in vero, a questa occasione ei vi fu lasciato (6 luglio) come uno dei rettori e castel- lani dell'Agosta. Il testo dell'Anonimo per cui lo sappiamo (Cronica di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1011) deve correggersi ove trovasi scritto di Bonetto, anziché di Benetto; e così deve farsi anche là dove accenna che questa famiglia alla morte del Conte Ranieri della Gherardesca fu di quelle che si scopersero di parte raspante (l. c., p. 1018). Non così ove l'Anonimo parla del tumulto che finì colla prima cacciata dei Raspanti (l. c., p. 1019). Puccio, abbenché gli fosse ordinato da Dino della Rocca in quell'incontro di armarsi e di
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uscire a combattere i Bergolini, amò meglio astenersene. I Benetti erano cittadini doviziosi molto, e se ne ha bella prova quando si pensa che due di essi (Benedetto e Cione) dettero insieme fino a mille fiorini d'oro per la gravezza imposta da Carlo IV, nel 1355 (Masi, Ragionamento ec., p. 87). In questo tempo viveva Bindaccio, noto come amatore di cose nuove. Narra R. Sardo che i Fiorentini, nel luglio del 1364, capitanati dal Malatesta, eransi spinti con sforzo molto gagliardo fino al borgo di Cascina. Ai Pisani, che avevano as- soldato l'Aguto con molti stipendiari, inglesi e tedeschi, parve si do- vessero tosto assaltare. Lo fecero molto disordinatamente, e però n'ebbero sconfitta. Il cronista summentovato ci fa sapere che que- sto avvenne per la rabbia e pazzia di alcuni cittadini, l'uno dei quali era Bindaccio (cap. 131, p. 151). Bindaccio di lì a breve tempo fu di coloro i quali trassero armati a casa di Giovanni dell'Agnello, e che potentemente lo aiutarono perché fosse Doge (R. Sardo, cap. 132, p. 152). N'ebbe in premio l'essere coi suoi della consorteria dei Conti (V. Conti). Quando il Doge si ruppe la coscia, Bindaccio fu tra gli ambasciatori spediti a Lucca a Carlo IV perché volesse concedere la riforma dell'Anzianato. Recatosi poi in S. Romano ove giaceva in letto il dell'Agnello, forte lo stimolò con gli altri, sebben vanamente, perché volesse dimettere la dignità. Tornato a Pisa, fu eletto Anziano dai trentadue cittadini ai quali era stata commessa la nomina (R. Sardo, cap. 153, p. 163). Le cronache dopo questo tempo taccion di esso; solamente aggiungono, allorché vengono a dire della cacciata dei Raspanti avvenuta nel 1369, e del rumore che si levò contro di essi: "E tutti quelli di Benetti, e li Ajutamicristo funno rispar- miati, perché aveano fatta parentezza con Messer Piero Gamba- corta, che Ajutamicristo avea dato la figliuola a Lorenzo figliuolo di Messer Piero soprascritto" (Cronica di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1051). Bindaccio fu anche potestà di Parma negli anni 1396 e 1397 (Pezzana, Storia della città di Parma, continuata, I. 246, 249, 250). Un cronista del tempo (R. Sardo, cap. 202, p. 211), dice che Nic- colò di Simone fu uno dei sessanta che nel 1387 formarono il nuovo estimo. Questo cittadino insieme a Benedetto di Giovan Simone ebbe la sventura di dover deplorare la servitù della patria. Confinato l'uno e l'altro a Firenze, vennero compresi nel decreto del 27 febbrajo 1407.

1.43. Benigni


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BENIGNI Vennero da Vico. Giovanni fu uno dei mille cittadini che, nel 1188, promisero pace per il Comune ai Genovesi. Penso che sia di questa casa quel Niccola giurisperito, il quale, nell' 8 giugno 1276, fu uno dei tre sindaci scelti a fermar la pace tra Pisa e i fuorusciti guelfi (ed era tra questi il conte Ugolino), e le città guelfe di Toscana. Questa pace fu stabilita nel 13 giugno, presso il fosso Rinonichi, o Arnonico. L'atto di cui parlo, veniva accompagnato nel giorno me- desimo dal compromesso (e fu sindaco pel Comune di Pisa il Bandi V. sopra Bandi) che erasi fatto, per volere del papa e di re Carlo d'Angiò, in Velasco vescovo Egitaniense, nunzio del papa. Del resto, in questa casa de' Benigni incontrasi ripetuto il nome del più antico Giovanni, in un giureconsulto che ebbe assai parte negli af- fari pubblici durante i secoli XIII e XIV . E per vero, io lo vedo Anziano negli anni 1293, 1296, 1297, 1298, 1300, 1301, 1302, 1304, 1306, 1311; e finalmente, correndo il 1313, quando era vica- rio per l' imperatore Arrigo, il Conte Federigo da Montefeltro; non che nel 1316, quando fu Capitano del popolo il Conte Gherardo di Donoratico. Nel 15 febbrajo dell'anno seguente 1317, fu nominato sindaco e ambasciatore, in unione a Ranieri Buglia dei Gualandi, affinché si recasse a Napoli in corte di re Roberto, e vi fermasse la pace colle città della lega guelfa di Toscana. La cosa riuscì a buon fine, perciocché la pace fu stretta in Castelnuovo, presente il re medesimo, nel 12 maggio (R.). Reduce in patria, Giovanni fu nuovamente Anziano negli anni 1318, 1319 e 1326. Nel 1329, es- sendo il Bavaro in Pisa, accettò l'elezione in Anziano pei mesi d'aprile e maggio, non che la conferma per tutto il giugno, fatta nel Consiglio del popolo. Ma nel giorno di S. Ranieri (17 giugno) venne cacciato, coi colleghi, quando fu espulso il Tarlati (D.). Nel 1331 fu di bel nuovo chiamato tra gli Anziani; e così nel 1333, e nei seguenti anni 1335, 1336 e 1339. Venne poi il 1341, ed in que- st'anno non solo, ai 24 giugno , fu testimone alla pace che si conchiuse con Genova (D.), ma ebbe mano a molti altri fatti. I Fiorentini, vo- lendo tutta Toscana soggiogare e guerreggiare, e maggiomente a Pisa, secondoché dice un cronista, trattarono con Mastino ed Alberto Della Scala di comprare Lucca. "Ma innanzi che fosse fatto lo mercato, volendo osservare con certo colore di romper pace con Pisa; perocché nella pace si era, che li Fiorentini non si do- veano impacciar di Lucca alcuna cosa: che feciono li superbi Fiorentini? Mandonno a Pisa ambasciatori a dimandare certi patti che sarebbero stati sconvenevoli, s'ellino avessino auti tutti li
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Pisani in prigione; tanto erano sconvenevoli. E perché le ditte dimande funno loro dinegate, si feciono grande minaccie di po- ner le serre alle porte di Pisa " (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1004). Più consigli ebbero i Pisani per questa bisogna; uno, tra gli altri, generale nel Duomo. Alla proposta fatta del consigliare per uno de' priori degli Anziani, surse, secondoché narrasi, il Benigni. Il cronista da cui lo abbiamo, aggiunge ch'egli era procuratore e avvo- cato de' Fiorentini, e salariato da essi annualmente con cinquecento fiorini d'oro. Furono questi i suoi detti: "Signori, voi sapete come li Fiorentini son possenti e grandi, e perché abbiano comprato Lucca, e noi ci brighiamo di afforzare la nostra città, e le nostre tenute e fortezze, e di stare in pace con esso loro, lo meglio che noi possiamo, e far vista di non curarci di Lucca. Per noi non fa di pi- gliar guerra, perché ellino sono più possenti di noi, e voi sapete che tutta Toscana tiene con loro, e gran parte della Lombardia, e sie lo re Ruberto di Napoli; e però consiglio che questo si faccia " (Cro- nica di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1004, 1005). Uno solo fu il dici- tore che si levò ad afforzare le parole di lui. Ogn'altro poi seguitò il consiglio di Vanni Buonconti (V. Buonconti), che consigliava la guerra. Il cronista da cui si tolgono queste notizie, non racconta in quali mesi avvenissero questi fatti. Puo congetturarsi che ciò fosse tra il luglio e l'agosto; perciocché vedo in questo tempo il Benigni sedere come priore, secondo l'usato, pel Q. di M.. Durante il suo governo, dové essere spettatore di fatti capaci a dimostrare come la sua propo- sta erasi sentita con dispetto. Ed invero, non solamente i Pisani s'armarono ed introdussero le loro genti nel Ceruglio, unendosi a Francesco e ad Enrico Castracani Degli Antelminelli; ma strinsero d'assedio Lucca medesima (D.). Giovanni tornò ad essere in questo stesso ufficio di priore degli Anziani nel luglio e agosto del 1343, e successivamente nel 1345, e nel 1346. È uno dei savi i quali det- tarono nel 1345 le istruzioni per l'ambasciatore a Filippino Gonza- ga (D.). Aveva case in Vico, e vi albergò Carlo IV nella sera del 14 settembre 1368, quando ritornava da S. Miniato. Ciò basti di lui. Bindo, giureconsulto ancor esso, fino a diciotto volte godé dell'ono- re dell'Anzianato intorno a questi medesimi tempi. Nel 1334 fu uno dei tre correttori del Breve dell'arte dei Pellicciai, che conservasi inedito. Ebbe due figli; Gerardo, e Piero, che fu uomo di legge, e da cui discese un altro Giovanni. Goderono tutti dell'Anzianato; Ge- rardo, nel 1337 e nel 1359; Piero (che fu anche rettore di Lucca; Mem. Lucchesi, I. 387, 388), negli anni 1350, 1354, 1357, 1362, 1363, 1366, 1371; e finalmente Giovanni, nel 1385. Sono incerto che questo Giovanni sia quel medesimo che comincia ad occupar grado di Anziano nel 1365; che fu uno dei due priori che si elessero per
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ciascun quartiere nel marzo o aprile 1369, quand'era in Toscana Carlo IV; e che fu poi sempre priore degli Anziani per il maggio negli anni 1371, 1374, 1377, 1378. Né questi furono i soli Anziani di tal casa nel secolo XIV Di Betto, giureconsulto ancor'esso, fassi menzione tra gli Anziani del 1329; anzi, espulso, come dicemmo, Giovanni nel 17 giugno, egli subentrò nel medesimo luogo di priore pel Q. di M., il qual grado che tenne poi tredici giorni che ancora rimanevano del giugno, e poi per due mesi di luglio e agosto. Tac- cio di Matteo e di Tommaso: il primo di essi priore degli Anziani pel medesimo quartiere nel 1332; l'altro Anziano nel 1381.

1.44. Benigni (Dei)

BENIGNI (DEI). Vennero da Vicopisano. Giovanni De Benignis è tra i cittadini che, nel 1188, giurarono pace ai Genovesi. Senza dubbio, è di questa stirpe Niccola Benigni giurisperito, che nell'8 giugno 1276 fu uno dei tre sindaci per formar la pace tra Pisa e i fuorusciti guelfi (l'uno dei quali era il Conte Ugolino della Gherardesca) e le città guelfe di Toscana. Questa pace fu stabilita nel 13 giugno, presso il fosso Rino- nichi, come dicono i cronisti pisani; Arnonico, com'è espresso in quelli di Firenze. L'atto di cui parlo, era stato accompagnato, nel giorno medesimo, dal compromesso fatto (ed era sindaco del Comune il Bandi - V. Bandi), per volere del papa e di re Carlo d'Angiò, in Velasco, vescovo Egizianense, nunzio pontificio (Carte inedite; e Anon., Fram. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 646). Del resto, i Benigni ebbero un Vanni, o Giovanni, il quale visse anche nel se- colo XIII e XIV che fu Anziano ben ventitré volte, e che venne adoperato di frequente negli affari pubblici. È questi colui i cui anzia- nati caddero negli anni 1293, 1296, 1297, 1298, 1300, 1301, 1302, 1304, 1306, 1311; e che fu eziandio del medesimo magistrato nel 1313 (essendo vicario per l'imperatore Arrigo, il Conte Federigo da Montefeltro), e nel 1316, nel tempo in cui reggeva come capitano di popolo il Conte Gherardo di Donoratico. Nel 15 febbrajo del successivo 1317, fu eletto sindaco e ambasciatore, in unione a Ranieri Buglia De' Gualandi (V. Gualandi), affinché, portandosi l'uno e l'altro a Napoli, fermassero la pace colle città della lega guelfa di Toscana. La pace di cui dico, fu stabilita in Napoli, ed appunto in Castel Nuovo alla presenza di re Carlo istesso, nel 12 di maggio (R.; e V. Tronci, p. 283). Reduce in Pisa, Giovanni fu di nuovo degli Anziani nel 1318 e 1319. Sodisfatto a questo incarico, gli Anziani lo elessero uno dei
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sette savi, nel 5 ottobre 1321, per formare il decreto che contener doveva le regole da seguitarsi nel sindacato degli uffiziali forestieri, (Consilia et Sanctiones Pisani Senatus, ab an. 1317 ad an. 1358, MS. nell'Arch. Capitolare della Primaziale, pag. 40, 41). Nel 1326 fu chiamato di nuovo a seder tra gli Anziani. Trovandosi il Bavaro nella città nel 1329, Giovanni venne eletto da esso ad uno degli Anziani pei mesi d'aprile e maggio; e giunto poi il giorno 26 di quest'ultimo mese , pel consiglio del popolo fu confermato in tale ufficio anche per tutto il giugno. Se non che, nel giorno di S. Ranieri (17 giugno), fu cacciato di luogo, insieme coi colleghi, nel momento istesso in cui venne espulso il Tarlati (D.). Nel 1331, e successivamente negli an- ni 1333, 1335, 1336, 1339, fu di bel nuovo in anzianatico. Quand'an- che del suo anzianato del 1333 non ne avessimo ricordo pel Bre- ve, ne avremmo piena contezza per averne tatto speciale menzione l'Anonimo, quando discorre dei fatti contro Siena dopo la cattura di Dino Della Rocca (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 668). Del resto, Giovanni fu testimone, ai 24 luglio 1341, alla pace con Ge- nova; a quella pace istessa cui il ch. Litta attribuì la data del 1342, forse perché seguitò l'era pisana (Famiglie Celebri Italiane - Gam- bacorti di Pisa, Tav. I). Qui avvi un fatto degno di ricordo, riguardante questo soggetto, e riferibile allo stesso anno 1341, il quale vuol essere narrato colle parole di un contemporaneo: "Nel mille trecento quarantadue (era pisana), li superbi Fiorentini e ribelli dello imperio di Roma, volendo tutta Toscana suggiogare e guerreggiare, e mag- giormente a Pisa, si feciono trattato e ragionamento con Messer Mastino Della Scala di comprare Lucca, e compronnola. Ma innanzi che fusse fatto lo mercato, volendo osservare con certo colore di romper pace con Pisa; perocché nella pace si era, che li Fiorentini non si doveano impacciar di Lucca alcuna cosa; che feciono li su- perbi Fiorentini? mandonno a Pisa ambasciatori a dimandare certi patti, che sarebbono stati sconvenevoli s'ellino avessino auti tutti li Pisani in prigione; tanto erano sconvenevoli. E perché le ditte dimande funno loro dinegate, si feciono grande minaccie di poner le serre alle porte di Pisa. E questo faceno perché a loro parea esser nella signoria di Lucca, e andavano cercando modo di volere avere tenzone e guerra con Pisa. E li Pisani, sentendo che li Fiorentini trattavano di comprar Lucca dal ditto Messer Mastino, e già era fatta la compra, consideronno li Pisani, che la compra di Lucca potea tornar in troppo danno a Pisa, e gran pericolo; e più volte li Pisani ebbero consiglio tra loro; e una volta tra le altre feceno ge- neral consiglio al Duomo, cioè nella chiesa di Santa Maria Mag- giore; e essendo raunati li Anziani col populo di Pisa e col Comune nella detta chiesa al Consulo, di questo fatto di Lucca, si levò suso lo
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Priore delli Anziani; e disse: Signori, la cagione che noi siamo raunati qui al consiglio, si è questa: che li Fiorentini hanno comprato Lucca, e Pisa li fia donata; e fannoci grande minacciare, dicendo che ci poneranno le serre in su le porte; e che ellino, avuta Pisa, disfa- ranno li tre quartieri di Pisa, e Chinsica terranno, e farannone una Fiorenzuola; e noi tutti ruberanno e ucciderannoci; e molti grandi mi- nacci fanno. E però consigliate sopra questo quello vi par di fare. Le- vossi a consigliare un cittadino di Pisa, giudice e dottore, chia- mato Messer Giovanni Benigna; ed era procuratore e avvocato delli Fiorentini, e aveva ogni anno di provigione fiorini cinque- cento d'oro; e disse così: Signori, voi sapete come li Fiorentini sono possenti e grandi, e perché abbino comprato Lucca; e noi ci brighia- mo di afforzare la nostra città, e le nostre tenute e fortezze, e di stare in pace con esso loro lo meglio che noi possiamo, e far vista di non curarci di Lucca. Per noi non fa di pigliar guerra, perché ellino sono più possenti di noi; e voi sapete che tutta Toscana tiene con loro, e gran parte della Lombardia e sin lo re Roberto di Napoli: e però consi- glio che questo si faccia; e scese dal perbio, e puosesi a sedere" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1004, 1005). Non starò ad aggiungere come Giovanni Buonconte, parlando contro la sentenza di lui, spingesse i Pisani a pigliar guerra contro Firenze (V. Buon- conti): solo dirò che egli era Anziano in questo tempo ( luglio e ago-sto 1341), quando le genti pisane furono introdotte nel Ceruglio, e Lucca venne stretta d'assedio. Voglio credere che esso sia quel medesimo che occupò lo stesso grado negli anni 1343, 1345 e 1346; che trovossi assessore del rettore del Comune pisano di Castel di Castro in Sardegna nel 1294 (Arch. Alliata, N. 58); e che non debba confondersi con altro Vanni o Giovanni dei Benigni, suo ni- pote e figlio di Betto, come fa vedere una carta dell'Archivio della Cer- tosa, N. 2201, di cui dirò alcuna cosa in seguito. Vengo adesso a parlare di Bindo giureconsulto anch'esso, che fu Anziano fino a diciassette volte, e spesso con grado di priore. Risiedeva pel Q. di M., per la prima volta, nel 1301; ed in appresso prendeva luogo nuovamente in anzianatico, venuto il 1305. Così avveniva nel 1309, e negli anni 1311, 1313, 1316, 1320, 1322, 1327, 1330 e 1331. Nel 1337 (11 febbrajo) fu uno dei quattro savi de- putati dagli Anziani a comporre gli ordinamenti pei quali si volle ovviare alle frodi che commettevansi dagli uomini del contado nel rendersi cittadini, a danno del Comune pisano, e dei comuni rurali che abbandonavano (Consilia et Sanctiones Pis. Sen., ab an. 1317 ad an. 1358. MS., pag. 63, in Arch. Capit.). Era degli Anziani, dopo questo tempo, negli anni 1338, 1340, 1342, 1344 e 1346. Nel tempo ultimamente ricordato, fu dei savi ai quali venne commessa la
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riforma degli ufficii del Potestà, Capitano del popolo, ed altri uffiziali fo- restieri; riforma che venne approvata col decreto del 28 settembre , secondoché fu già avvisato (V. Dell'Abate e Alliata). L'ultimo Anzia- nato suo è del 1348. I figliuoli di Bindo goderono dell'Anzianato; e furono Gerardo (1337, 1359), Piero (Anziano negli anni 1350, 1354, 1357, 1362, 1363, 1366, 1371, ed uno dei savi eletti per la riforma dell'Anzianato da cominciare il 1. marzo 1355, non che uno dei ven- totto a formare le tasche degli Anziani ec. dopo il tumulto del 21 maggio 1355), e Giovanni. Quest'ultimo, se pure non è il figlio di Betto, nel 1352, fu uno dei savi eletti per riformare le tasche degli Anziani, e per le nuove elezioni che vennero fatte nel 26 luglio (V. Dell'Abate e Alliata). Credo che esso sia quel Giovanni che, nel 1365, fu An- ziano quando in questo ufficio, anziché quattro priori, se ne vollero otto in ogni bimestre: ed ho per certo che parli di esso R. Sardo quando narra che Carlo IV, tornando da S. Miniato, albergò a Vico nella casa di Giovanni Benigni, nella sera del 14 settembre 1368 (cap. 144, p. 164.). Quando i Gambacorti suscitarono di lì a poco il rumore in Pisa, in certa notte, contro i Della Rocca, gridando viva l'Imperatore e quelli di S. Michele; Giovanni fu uno di coloro che vennero chiamati Anziani mentre durava il tumulto (R. Sardo, cap. 153, p. 170). L'ultimo suo Anzianato è del 1385.

1.45. Berci (Dei)

BERCI (DEI) Credo che non debba farsi differenza tra coloro che vedonsi nomi- nati dei Berci, o dei Bergi. Jacopo, nel 1188, fu uno dei mille cittadini i quali promisero pel Comune pace ai Genovesi. Ignoro se esso sia quel medesimo Jacopo d'Arestano Berci, che, secondo trovai in certi manoscritti, rogò l'atto di possesso dell'Abbazia di S. Michele in Borgo nel 1232. Se non che, l'uomo di questa famiglia che a sé ne chiama più specialmente nel secolo XIII, è Ugone.Veniva da Vico. Era giuresperito, e certo di gran conto. Nominato uno dei sindaci per la pace da fermarsi con Carlo d'Angiò, la recò ad effetto nei confini di Ripafratta e di Montecchio nel 14 aprile 1270. Ai 22 poi del mese stesso, lasciò la città anche questa volta come uno dei sindaci che avrebbero fermato la pace tra Pisa e le città della lega Guelfa. Nel 28 aprile , fu nominato sindaco, insieme con Guiscardo Cinquini (V. Cinquini), per la pace da fermarsi coi Volterrani. Compievasi l'atto nel 2 di maggio, in S. Bartolommeo di Pistoja (R.). In questo medesimo giorno fermò pure amistà con Firenze, Prato, Colle e
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S. Gemignano. Ai 4 poi passò a Firenze per confermare, secondo i patti, la pace già stretta. Anche questa volta si univa ad esso Gui- scardo Cinquini, ed era con esso ugualmente nella successiva amba- sciata a re Carlo in Napoli, d'onde tornò il 26 di luglio. Il testo di Guido da Corvaja (Murat. S. R. I., XXIV. 673-676) è errato nel co- gnome Bencius. È da leggersi Bercius, secondo l'originale che trovasi nell'Archivio delle Riformagioni di Firenze. Quando il Conte Ugolino Della Gherardesca, coi Visconti ed altri Guelfi uniti alle città di Tosca- na, eransi, nel 1276, spinti ai danni di Pisa; Ugone, nel 26 maggio, venne eletto ambasciatore, insieme con Ugolino Gatti, per trattar coi Guelfi nemici, e colle città contrarie ai Pisani, della pace, con piena balìa; e nel 30 dello stesso mese , ebbe ampio mandato di presentarsi col collega al Conte Ugolino ed ai fuorusciti Pisani, per dichiarare che il Comune era disposto a trattare con loro. Ciò dica qual uomo egli fosse. Se non che, sembra essere stato uomo di certo conto anche Gaddo, o Gherardo, che visse in questo secolo, ed anche nel susse- guente. Alla caduta del Conte Ugolino, aveva preso il luogo di potestà e di rettore del Comune, come è noto, l'Arcivescovo Ruggeri. Fu in ufficio due mesi; poi pose in suo luogo, come vicario, Bonaccorso Gubbetta da Ripafratta. Non so di chi fosse consiglio lo scegliere un nuovo potestà. Fatto è che il Gubbetta istesso, insieme con Baldino da Panico, nipote dell'Arcivescovo, con Gaddo da Caprona (V. Da Ca- prona), con Nino Strambo (V. Strambi), e con più altri, nel novembre, elesse Potestà in luogo dell'Arcivescovo, che già aveva deposto l'ufficio di Capitano, messer Gualtieri di Brunsfort. Uno degli elettori fu Gaddo Berci (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 655). Esso era giureconsulto. Nell'Archivio Alliata (N. 119) vidi una sua sentenza del 1303, data come giudice della Corte dei pupilli. Ciò solo baste- rebbe a rettificare quello che scrive il Roncioni, Ist. Pis., pag. 645, intorno al tempo di sua morte. Fu Anziano nel 1322, e però, a quanto io sappia, una sola volta. Non così Andrea. Infatti, eletto da prima nel 1321, fu nuovamente in ufficio, per nomina del Bavaro, nel 1328, tempo in cui era eziandio dei repartitori della prestanza dei trentacin- quemila fiorini d'oro, di che vennero gravati cinquecento cittadi- ni (D.). Baldo del fu Jacopo (di questa casa pur esso) sembra essere stato in uffizio di notaro degli Anziani nel giugno e luglio del 1321; poi nell'Anzianato, nel 1324. Quanto a Francesco giureconsulto, vuolsi osservare averlo eletto Castruccio priore degli Anziani pel Q. di M., pei due mesi di luglio e agosto 1328; ma esservi poi rimasto ancora pel settembre. In questo tempo, come altrove avvertimmo, ebbe luogo l'espugnazione di Pistoja, e la morte di Castruccio medesimo. Corse, dopo quest'epoca, assai tempo prima che si ve- desse altri della famiglia dei Berci in carica di Anziano. Il primo,
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infatti, che vi fosse chiamato dopo Francesco, è Pancaldo, che sedé in ufficio nel 1364. Ancor egli si dice da Vico; come pure Colo, che fu Anziano nel 1373. I monumenti parlano anche di un Simone di Giunta, Anziano nel 1377; e di più altri che godettero di quest'istessa magistratura, dei quali passo in silenzio. Nel 1350 fu data sepoltura nei chiostri di S. Francesco ad uno dei Berci, di cui ignorasi il nome; come si raccoglie dagli avanzi di una lapida, le cui parole si hanno appresso il Da Morrona (III.78).

1.46. Biserno (Da)

BISERNO (DA). V. DELLA GHERARDESCA

1.47. Bizzarri

BIZZARRI (Nella Vacch. C). Simone di Guaspari, essendo il primo che si trovi adoperato dalla sua Repubblica, fu eletto Commissario e Castel- lano di Cascina, l'anno 1496. Simone detto, Castellano di San Marco (car. 187), l'anno 1496. (Nella Vacch. H). Simone detto, fu mandato Castellano di Libbra- fatta, fortezza e luogo importante dello stato pisano, 1499. (Nella Vacch. E). Simone, castellano di Cascina, e Commessario (car. 4); e fu solamente Commessario (car. 4), l'anno 1497. (Nella Vacch. D). Mariano d'Antonio, castellano della Torre di foce d'Arno (car. 30), l'anno 1496. (Nella Vacch. C).Antonio, Commessario de' Marrajoli (car. 180), l'anno 1496. (Nella Vacch. L). Antonio, imbasciatore a Vitellozzo Vitelli, leg- gesi nella Vacch. detta (car. 230), l'anno 1503. [Note:

.
[p. 882]
Si fece il sepolcro di S. Matteo con questa iscrizione che tut- tora si legge: SEP. SER ANTONII OLIM GASPARIS DE BISARRIS CIVIS PISANI SUORUMQUE FILIORUM HAEREDUM ET SUCCES- SORUM MCCCCCVI DIE VERO XXIIII MENSIS FEBRUARII

] (Nella Vacch. M). Simone, Capitano del bastione detto il Barba- gianni, vicino alla Porta alle Piagge (car. 278), l'anno 1506. Aurelio di Jacopo vive al presente, dottore di filosofia e di me- dicina, molto amato e riverito dalla sua città per le sue singolari virtù. Giuseppe di Jacopo, dottore di legge, toltoci dalla morte, non potette dimostrare quanta fosse l'eccellenza del suo ingegno. Passò a meglior vita d'età immatura. [Note:

. Antonio di Sebastiano Bartolommeo di Bernardino ed alcuni altri di questa casa che tolse il nome anche di Del Bizzarro sono tra i cittadini compresi nella descrizione ordinata da Cosimo I nel 1565

]

1.48. Bocca

BOCCA Tineto di Bernardo, dottore, e Giudice delle appellazioni, l'an- no 1165 (Dagli Annali Pisani). [Note:

. Fu ancora uno dei mille che intervennero, nel 1188, al so- lenne parlamento nel quale fu giurata pace ai Genovesi. Tineto aveva un figlio, al quale dette il nome di Bernardo, che già ebbe il padre. Anche questi giurò di mantener pace ai Genovesi

] Grotto di Pietro, Consolo di Giustizia, l'anno 1230 (Contratto in casa loro). Jacopo di Andrea, Castellano di Viareggo, l'anno 1337; Prov- veditore, con altri cittadini, dell'esercito pisano mandato a Pietra- santa ed a Motrone, l'anno 1340; Potestà di Marti, lo stesso anno; Potestà di Palaja, l'anno 1343; e Connestabile de'Pisani nel ca- stello detto Ceruglio, nel 1348. Fu valorosissimo e religioso, per- ché fece a sue spese edificare parte del Capitolo del monastero d'Agnano nel contado di Pisa, con una sontuosissima cappella. [Note:

. Credo diverso dal padre del nostro Jacopo quell'Andrea che giurò pace ai Genovesi fra i mille, nel 1188

] Andrea di Jacopo, Vicario di Palaja in luogo di suo padre, l'an- no 1343. [Note:

. Esso è quell'Andrea che, essendo Anziano nel gennajo e febbraio 1372, vide compiersi sotto i suoi occhi l'elezione di Benedetto Gambacorta in vicario e successore di Pietro suo padre

] Andrea di Giovanni, Castellano dell'isola del Giglio, l'anno 1337, e per innanzi Capitano della capitania di San Lorenzo alle Corti, del 1382. Silvestro di Jacopo di Giovanni, fu Castellano di Castiglione della Pescaja, l'anno 1387 (Dai Libri delle Provvisioni, come sopra); ed uno del Numero dei Consoli del mare, l'anno 1403 (Dal Breve della corte del mare). [Note:

. Fu Anziano ancora nel 1390 e nel 1406. Visse anche dopo la caduta della Repubblica, e in questo tempo tristissimo ebbe per due volte il priorato

] Michele di Jacopo fu ancora egli Consolo del mare, l'an- no 1405. [Note:

. Lo trovo fra gli Anziani del marzo e aprile 1395

] Paolo di Silvestro, andatosene a Roma, ebbe per il suo molto va- lore da Papa Martino di tal nome quinto, carichi d'importanza; e fra gli altri, fu da quel Pontefice mandato per Governatore della città ........ [Note:

. lacuna del MS (Contratti in casa loro, e Patente del Papa).

]
[p. 883]
Jacopo di Rinieri fu mandato imbasciatore al magnifico Lorenzo De' Medici, ed alli Fiorentini due volte, l'anno 1474, e di poi del 1476; come ai Libri de'partiti di quei tempi appare, a car. 10, 16 e 138. [Note:

.
[p. 884]
Fu spesse volte priore, e precisamente negli anni 1461, 1463, 1465, 1469 pis.

] Matteo di Jacopo di Rinieri, fu dai Pisani mandato Castellano di Vico, l'anno 1496 (come si vede nella Vacch. C, car. 132), e due volte imbasciatore a' Genovesi. Tutto è registrato nella Vacch. D del detto anno, car. 30 e 131. Eletto di poi, del 1497, Castellano della fortezza detta Stampace di Pisa (trovasi nella Vacch. F, a car. 128); ed ulti- mamente, con alcuni altri Pisani, per cose d'importanza andò im- basciatore al Signor di Piombino, con il quale teneva parentado; e fu di molto giovamento alla sua Repubblica in quei tempi calamitosi e travagliati: e questo si trova nella Vacch. H (car. 108) del 1498. [Note:

. Era stato priore nel 1478. Gridatisi liberi i Pisani, fu Anziano nel 1499. Non abbandonò la patria, per altro, quando i suoi concitta- dini dovettero sottostare nuovamente a Firenze. Tu lo vedi infatti dei priori nel 1520 e nel 1523

] Rinieri di Jacopo di Rinieri, essendo la patria sua debellata dai Fiorentini, andossene in Sicilia, dove molti altri Pisani s'erano trans- feriti; e diportossi di tal maniera, che v'acquistò ricchezze e gradi se- gnalati, perciocché egli fu Governatore di Villafranca, e d'altre terre grosse di quell'isola: e mentre cercava di farvisi maggiore, con dis- piacere di tutti venne a morte. Antonio di Rinieri sopradetto, fu colonello di fanteria italiana, e ritrovossi alla guerra di Siena, ed ancora a tutte l'altre che si fe- cero a tempo suo. Primieramente fu fatto capitano del Granduca Co- simo l'anno 1536, e suo luogotenente nella provincia di Lunigiana; e doppo, capo di cento archibugieri a cavallo, aggiunti alla guardia de' cavalleggieri di Sua Altezza in quei tempi molto pericolosi. Tro- vossi il primno con la sua gente a combattere a bandiere spiegate con quelle di Piero Strozzi, che si trovavano intorno a Barga per occu- parla; e fornita la guerra di Siena, e l'altre, per la pace seguita tra i principi cristiani, ebbe dal detto Serenissimo, per ricompensa delle sue molto onorate fatiche, il governo d'Arezzo; ed essendo governa- tore della banda e castellano di quella città, terminò gloriosamente i suoi giorni. [Note:

. Nel 1541 fu dei priori. Girolamo Roffia così ha raccontato lo scontro che il Bocca ebbe con Piero Strozzi: "Li Grigioni al congiun- gersi collo Strozzi non ebbero altro impedimento, se non che, sotto Gallicano nel Lucchese, furono alla coda assaltati da certe fanterie, che il capitano Antonio Bocca pisano aveva cavato di Fivizzano per condurle a Barga: nel qual luogo infra di loro si fece alquanto di sca- ramuccia, dove poco danno dall'una e dall'altra parte ne successe". (Racconto 2, in Arch. Stor. It., II, 551, 552)

] Jacopo, fratello d'Antonio, fu ancora egli capitano di fanteria italiana; e nel detto assedio fatto intorno a Barga, mentre valoro- samente combatteva, fu morto d'archibugiata dalle genti di Piero Strozzi. Giuseppe d'Antonio, non degenerando punto dai suoi maggiori, at- tese alle lettere, e dottorossi in legge canonica e civile; e fattovi profitto mirabile, ebbe la lettura dell' Instituta nello Studio Pisano, molto giovane: e mentre cresceva in virtù, fu fatto Canonico della Chiesa Maggiore di Pisa, e di poi degnissimo Arciprete. Ne' quali gradi si diportò di modo, che conosciuta la sua virtù e valore, Barto- lommeo giugni, meritissimo arcivescovo di Pisa, lo creò suo vicario
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generale; ed il simile fece ancora l'arcivescovo Carlo Antonio Dal Pozzo, di gloriosa memoria; e servì questi prelati nel detto officio, mentre che vissero: ed ora fatto vecchio, leggendo l'Ordinario Ca- nonico, quale ha letto molti anni, gode il frutto di tante sue onorate fatiche. [Note:

. Insegnò il diritto canonico per trentatré anni. Narra il Fabroni, che il Bocca, tratto dall'amor di patria, parlò parole forse troppo se- vere contro Francesco De' Medici, che mostravasi d'animo nemico a Pisa. Sono poi memorandi questi suoi detti in una lettera a Ferdinando De' Medici: si laedimur, si accusarum, si in invidiam vocamur, dabis nobis hanc veniam, ut nobis dignitatem tenere liceat, si minus liceat liber- tatem. Morì nel 1610, ed ebbe tomba in S. Michele in Borgo; ov'é tut- tora l'iscrizione a uno dei lati della porta maggiore (V. Fabroni, Hist. Acad. Pis., II, 147, 148)

] Rinieri d'Antonio, datosi a servire i Serenissimi Granduchi di To- scana, fu, giovinetto, paggio del Granduca Cosimo; ed avendo preso l'abito di Santo stefano papa e martire, servì per cameriero segreto dal signor Don Pietro Medici; e doppo, ritiratosi a casa, si morse lanno 1578. [Note:

. L'A. tace dell'anno della morte, ma bisogna credere che av- venisse nel 1578, perché nei libri d'Apprensioni d'abito dell'Arch. del- l'Ordine di Santo Stefano si fa memoria della celebrazione dell'esequie nei 18 ottobre di tal anno

] Cosimo d'Antonio, seguendo le vestigia de' suoi progenitori, e tro- vandosi cavaliere Gerosolimitano, sarebbe venuto a' supremi gradi in quella sacra Religione, se non fosse stato oppresso da immatura morte. Sigismondo di Antonio attese alle lettere; ed essendosi addottorato nell'una e nell'altra legge, se ne andò a Roma, e per molti anni eser- citovvi l'officio dell'avvocare: e conosciuto il suo valore dal signorù Don Virginio Orsino duca di Bracciano, lo fece governatore e luogo- tenente generale, per tre anni, di tutto quello stato. E mentre in ne- gocii tanto onorati accresceva splendore alla sua famiglia ed alla pa- tria, ritornato a Roma, vi morì. Antonio di Rinieri d'Antonio, datosi alle lettere, si dottorò nella legge cesarea e pontificia; ma forzato ad attendere alle cure fami- liari di casa, trovandosi Cavaliere della Religione di Santo Stefano, amato ed onorato da tutta la sua città, si morse giovane l'anno 1610. Rinieri d'un altro Rinieri d'Antonio, attendendo alle lettere, e dottoratosi in legge canonica e civile, ed ottenuto per le sue virtù un canonicato nella Chiesa Pisana dall'arcivescovo Carlo Antonio Dal Pozzo, vive al presente in grande aspettazione.

1.49. Bocci

BOCCI. Vi sono, a mio credere, grandi probabilità che Boccio giuris- perito, console e ambasciatore a Federigo I, non sia per nulla di questa famiglia (V. Coco); ma parmi bene che possa dirsi di essi quel Lanfranco Boccio che fu tra i Consoli maggiori del Comune nel 1188, e che intervenne in tal qualità al solenne giuramento di pace inverso i Genovesi. Eravi in questa casa a tale occasione un altro Lanfranco, fratello di Guido, i quali prestarono il mede- simo giuramento; come pur fece un Ranieri. Forse viveva in que- sto tempo anche Enrico, padre di Gherardo. Nell'Arch. Roncioni avvi una sentenza dei 21 agosto 1252, data dal vicario di Angelo, da Sant'Eustachio, proconsole romano e podestà di Pisa, colla quale si revoca l'antecedente giudicato, per cui Gherardo era stato
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condannato in otto lire, per aver fatto scrivere, come credevasi er- roneamente, nei registri dei Capitani dei militi un destriero anziché un ronzino, come gli altri ufficiali. I Bocci erano dei patroni del Ponte Nuovo, credo perché stati dei fondatori di esso. Nel 2 ottobre 1258, concorsero alla nomina del nuovo pontonajo, e agli altri atti che si fecero a tale occorrenza, per loro stessi e per gli altri di loro casa, Boccio giurisperito, figlio di Boccio; Lanfranchino e Ildebrandino, di Enrico. Nel secolo XIV, Enrico fu Anziano nel 1356; poi priore pel Q. di P. negli anni 1364 e 1370. Così avvenne di Gaddo del fu Franco. Infatti, fu Anziano nel decembre del 1364, e nel successivo gennajo 1365. Andrea, nel 1297, fu uno dei correttori dello Statuto dei cuojai dell'acqua fredda di Fuordiporta.

1.50. Bolgheri (Di)

BOLGHERI (DI). V. DELLA GHERARDESCA

1.51. Bolsingi (Dei)

BOLSINGI (DEI) Tra le famiglie che vennero a ripararsi a Pisa movendo da altre terre, e che vi ottennero cittadinanza, fuvvi quella de' Bolsingi. Di questa notizia siamo debitori all'autore della Cronaca di Santa Cate- rina, che parlando di fra Niccolò, religioso Domenicano, scrive: Hic fuit de Bolsingis de Prato: nobilis erat parentela; et inde expulsi, cives Pisani fuerunt(245, p. 569).Fra Niccolò è il più splendido orna- mento di questa casa. Lesse teologia in Pisa, in Perugia, in Firenze e in molti altri conventi. Fu poi rettore dello studio di Firenze e di Padova. Divenne ottimo cantore, predicatore grazioso, validissimo nelle dispute. Ebbe il priorato del convento di S. Maria di sopra Minerva di Roma, e pare morisse nel 1380, ai 3 di febbrajo.

1.52. Bonacci (Dei)

BONACCI (DEI). Leonardo, che i più dicono Fibonacci, ottenne nome celebratis- simo per tutto il mondo; ma fin qui non poté dirsi con certezza quali ne fosseero gli antichi, Né quale la condizione della famiglia
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dalla quale egli era uscito. Io confido poterlo fare mercé uno studio assai sottile posto nei documenti che più erano all'uopo. Nel seco- lo XII eravi la famiglia dei Bonacci. Matteo de Bonaccis fu uno di quei mille che intervennero al solenne parlamento del 1188, ove fu giurata pace ai Genovesi (Dal Borgo, Diplomi, p. 125). Leonardo in questo tempo era giovinetto. Nel libro dell'Abbaco pose questa intito- lazione: "Incipit Liber Abbaci, compositus a Leonardo filio Bonaccii pisano ". E nella Pratica della geometria: "Incipit Practica Geometriae composita a Leonardo ex filiis Bonacci"; o, secondo altri manoscritti: "Incipit Practica etc. composita a Leonardo pisano de filiis Bonaccii"; oppure: "Incipit Practica etc. composita a Leonardo Bigollosio filio Bo- naccii pisano etc." (Mem. d'Ill. Pis., I, 163, 164#, #167; Libri, Histoire des Sciences Mathématiques en Italie, II, 21, 305). Al Guglielmini (Elogio di Leonardo pisano, p. 37) sembra indubitato che il Bonacci dato al padre di Leonardo, sia cognome anziché nome. Giova per altro riflettere, che tale opinione può andar soggetta a difficoltà, ove pongasi mente al Bonaccius q. Boniti del documento del 10 gennajo 1109, datoci dagli Annalisti Camaldolensi (III, 211). Fu so- spettato per alcuno, che la famiglia Dell'Abbaco di cui è parola nei monumenti del secolo XIV e XV, potesse essere la discendenza di Leonardo, così denominata per la celebrità che ottenne il libro dell'Abbaco da lui composto. Questa congettura diviene adesso cer- tezza pei documenti ai quali posso accennare. Nel Breve degli An- ziani (p. 757) si nota che nel maggio e giugno 1384 fu priore, pel Q. di M., D. Bartholameus Thomasi De Abbaco leg. doct.. Così il Mano- scritto N. 1305. Nel Manoscritto N. 1306 leggesi invece: D. Bartholo- meus Mag. Thomasi De Bonagiis. Questa preziosa variante ci fa sicuri che i Bonacci dopo la pubblicazione della prima opera di Leonardo, non si designarono ordinariamente pel cognome loro proprio, ma quasi sempre vennero additati per quei della casa Dell'Abbaco. Ciò è tanto vero, che talvolta vennero distinti, quasi direi, pel doppio cognome. Così nel testamento di Guglielmo dei Malpigli, dell' 8 decembre 1409, Guglielmo si dichiara marito di Jacopa, figlia Egre- gii etc. D. D. Bartolomei olim Mag. Thomasi De Bonagiis De Abaco ci- vis pisani(Carta sparsa dell'Arch. della Cur. Arciv. V. Malpigli). Ciò vale sempre più a confortare la fama di Leonardo. Qual fosse la condizione del padre, ce lo fa sapere egli stesso nel proemio al libro dell'Abbaco, che scrisse da prima nel 1202. Cum genitor meus(dice) e patria pubblicus scriba in duana Bugeae pro pisanis mercatoribus ad eum confluentibus constitutus praesset etc. (V. Mem. d'Ill. Pis., I. 167; - Libri, II. 287). Leonardo, fatto questo principio, prosegue a nar- rare che il padre lo volle presso di sé; e che giunto a Bugia, visti i vantaggi ed il comodo che sarebbero venuti al figliuolo dagli studii
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dell'aritmetica, volle che vi applicasse l'animo per certo tempo. Soggiunge inoltre, che avendo in seguito viaggiato in Egitto, in Siria, in Grecia, in Sicilia ed in Provenza per cagioni di traffico, si persuase ognor più, per via di confronti, di studio e di dispute, che il metodo indiano dei nove numeri era da anteporsi a quelli usati in tali terre, e che superava d'assai in bontà l'Algoritmo ed il me- todo di Pitagora; anzi quest'ultimo, raffrontato al metodo degli In- diani, doveva riguardarsi quasi delirio. Così la discorre Leonardo nella introduzione all'Abbaco (Mem. d'Ill. Pis., 1. 167;-Libri, II. 288). Del resto, come avvisai altrove, di Leonardo ha taciuto ogni cronista patrio, se tolgasi il notaro Ser Periziolo, che così ne scriveva al principio del XVI secolo: "Leonardo Fibonacci fue nostro concive e vivette nelli anni 1203. Vidde tutto el mondo; tornoe a Pisa, e recò i numeri arabichi e l'aritmetica, e ne compose un libro; che in questo tempo, dell'anno 1506 pisano nello tempo scrivo, tiene la famiglia delli Gualandi, e vi sono expressi li numeri fino al decimo; quale composto forma la decina, et insegna contare el......" (Ricordi ec., p. 388). Tre sono le opere per le quali è chiaro il nome di Leonardo: e giova qui rammentarle ordinata- mente secondo i tempi, cominciando dal libro dell'Abbaco. Questa scrittura fu dettata da prima (siccome dissi) nel 1202, poi ricorretta e pubblicata nel 1228; e allora indirizzata, giusta il desiderio, a quel Michele Scotto che fu astrologo di Federigo II, e che scrisse varie opere intorno alla scienza. Questa seconda compilazione dell'Abbaco va distinta in quindici capitoli, e comprende una esposi- zione del sistema aritmetico degl' Indiani, ed un trattato dell'alge- bra. È il primo libro scritto da un cristiano, ove si trovino esposte le regole dell'aritmetica indiana. L'ultimo capitolo di esso (il quin- dicesimo) ne costituisce la parte più importante. Il ch. Libri, che ha il vanto non piccolo di averlo tratto in luce (II. 307-479), chiama il Fibonacci padre della nostra algebra moderna; Né contento di questa lode, soggiunge che Leonardo ebbe il merito di apportare appo noi una scienza intiera, aggiungendovi notizie importanti; e che precorse talmente al suo secolo, che gli sforzi riuniti di tutti i geometri d'Europa in un periodo di quasi trecento anni, non valsero ad aggiungere cosa alcuna a quello ch'egli aveva ritrovato (l. c., p. 32). La seconda opera di Leonardo è la Pratica della geometria, indirizzata a maestro Domenico, personaggio affatto sconosciuto. Questo libro è molto voluminoso. Alcuni dei manoscritti portano la data del 1220, altri del 1221. È ancora da osservarsi, che certe materie non vedonsi in tutti trattate ugualmente. Questo dette luogo a congetturare che dell'opera si facessero, quasi direi, più edizioni, ampliate e ricorrette. Checché sia di ciò, in quest'opera Leonardo si è
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specialmente occupato della misura dei corpi, ed è poi disceso a pa- recchie ricerche algebriche. Sono innumerevoli e tutte di assai conto le notizie che vi si rinvengono. Scrivono che vi sieno perfino indicate le lettere di cambio. A mostrarne l'utilità, basta il sapere che in essa s'incontrano bei dati sulle misure e sulle monete presso i di- versi popoli coi quali i Pisani vivevano in continue relazioni a ca- gione del commercio loro. Il Fibonacci, giusta la sua propria testimo- nianza, scrisse eziandio un trattato sui numeri quadrati (ora perduto), che sembra dedicasse a Federigo II. Il Targioni avevalo ritrovato in un trattato di aritmetica di scrittore anonimo del secolo XV. Fra Luca Paciolo ne ha riprodotto una parte nella Summa de Arithmetica et Geometria. Tralascio di aggiungere, averne usato ancora il Galigai. È incerto l'anno della morte di Leonardo. Pensa il ch. Libri, che venisse detto al suo tempo Bigollone, forse perché, come uomo tutto inteso alle scienze, poco o nulla si brigasse del commercio, occu- pazione la più gradita de' suoi concittadini. Le cose ch'io dissi, ne fanno certi, che i contemporanei mostraronsi affatto incuranti di esso. Pare che la loro incuria si estendesse ancora al di lui mirabile tro- vato; perocché non mi avvenne giammai, ogniqualvolta mi feci ad esaminare le carte pisane del secolo XIII, di veder fatto uso in esse delle cifre arabiche invece delle romane, ove più sarebbe occorso; voglio dire nei libri dei conti. I numeri arabici mi apparvero soltanto in alcune carte del secolo XIV, le quali sono nell archivio Alliata; carte che vennero scritte quando il secolo era bene avanzato. Del resto, per tornare a Leonardo, giova soggiungere, seguitando il ch. Libri, che le sue opere sono ugualmente notevoli per quello che in esse tu trovi, e per ciò che in esse non si rinviene. Negli anni in che Leonardo scriveva, le matematiche studiavansi per farne applicazione alla magia ed alla astrologia. Nelle opere di Leo- nardo non avvi traccia alcuna di scienze occulte. Il suo genio va innanzi al suo secolo nella filosofia, in quella guisa istessa ch'egli lo precorse nelle scoperte scientifiche. Nelle opere di Bacone, di Rai- mondo Lulli e di Alberto il Grande, i quali scrissero dopo di lui, la ve- rità è sempre mista all'errore ed alla piu grossolana superstizione. Ciò non è di Leonardo. Quest' uomo, al quale gli Occidentali devono l'in- troduzione dell'algebra, è salutato dal ch. Libri come il più gran geo- metra del medio evo, e come quello che per tre secoli ha sostenuto solo l'onore delle matematiche pure presso i cristiani, e che all'epoca del risorgimento ha stabilito la superiorità scientifica degli Italiani (l. c. p. 42-44). I discendentii di Leonardo vissuti nei primi anni del secolo XIV, andavano distinti pel soprannome Dell'Abbaco. Nocco fu priore degli Anziani pel Q. di M. nel gennajo e febbrajo 1316, quando tutto obbediva ad Uguccione della Faggiuola. Costui ebbe un
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figlio (Bindo), che godé dell'anzianato nel 1326. Ignoro in qual grado di parentela egli fosse con quel ser Miniato da cui venne mae- stro Tommaso spesse volte ricordato ne' monumenti; il quale nel 1354 sedé da prima nell'anzianatico. Ho motivo di credere che in questa famiglia si conservasse, almeno come scienza tradizionale, la dot- trina dei numeri; perché Tommaso, sebbene dottore di leggi, otto anni appresso era deputato ad insegnare pubblicamente l'aritmetica (Fabroni, Hist. Acad. Pis., I 72) . Tommaso è rammentato come dot- tore nelle leggi in una carta sparsa nell'Arch. della Cur. Arciv. del 19 settembre 1391.Era priore degli Anziani pel Q. di M.. nei mesi di settembre e ottobre 1393. Bartolommeo suo figliuolo si applicò, come il padre, al diritto. Scrissi già come fosse priore degli Anziani pel Q. di M. nel 1384. Tenne questo stesso grado anche negli anni 1391, 1397 e 1406 pis.. Nel giugno del 1393 (come mostra una carta dell'Arch. della Cur. Arciv.) depositò nelle mani di alcuni dei Lan- franchi cinquanta fiorini d'oro (V. Lanfranchi). Abitava nella cap- pella di S. Sebastiano delle fabbriche maggiori. Già dissi della sua figliuola, e del di lei matrimonio. Quanto cadde la Repubblica, fu di quei cittadini ai quali venne ingiunto, per decreto del 27 febbrajo 1407, di ridursi a Firenze colla famiglia sotto pena della vita. Il sepolcro di questi cittadini trovasi nell'insigne nostro Camposanto. Apparecchiavaselo Piero figliuolo di Bartolommeo con questa iscri- zione: SEP. PIERI AURIFICIS Q. BARTHOLOMAEI DE BONAGIS ET EIUS HAEREDUM.

1.53. Bonagi (Dei)

BONAGI (DEI). V. DEI BONACCI

1.54. Bonone

BONONE Il Marangone ci fa sapere, che un Lamberto Bonone era morto già nel 1175, e che di questo appunto era figliuolo il console Uguc- cione. Preziosa notizia è questa, perché per tal guisa noi disco- priamo a qual famiglia appartenesse quell' Uguccione che, recatosi a Francoforte in corte di Federigo I, come capo di un'ambasceria pi- sana, ne riportò il celebre privilegio d'infeudazione della Sardegna, dato nel 17 aprile 1165 (R.); del quale ne concepirono gran dispetto
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i legati genovesi, ed il re Barisone, che vi era presente. Del resto, io non so ben dire se Lamberto, console dell'Arte della lana, il quale giurò co' due altri colleghi la pace con Genova nel 1188, fosse figliuolo di questo, e perciò nipote di Lamberto il vecchio: perché, fra i mille cittadini i quali intervennero a quell'atto, si rinviene un secondo Lamberto di quest'istesso cognome. Uguccione viveva an- cora nel 1198. Fu in quest' anno uno dei due legati che vennero spe- diti all'imperatore Alessio III, per ottenere la conferma delle prece- denti convenzioni e privilegi della repubblica coll' imperio di Co- stantinopoli (R.) (V. Modani). Del resto, nel secolo XIII viveva un Lamberto del fu Lamberto. Fu testimone, nel 3 ottobre 1214, a quella intimazione che l'arcivescovo Lotario fece a Vitale canonico, che voleva insieme possedere un canonicato e la pieve di Calci, di lasciare l'uno dei due benefizi (R.).

1.55. Borgo (Dal)

BORGO (DAL). Rosso, Capitano d'una galera pisana, l'anno 1172 (Dagli Annali Pisani ). [Note:

. Viveva anche nel 1188. Fu infatti uno dei mille i quali giura- rono la pace coi Genovesi. A quest' atto presero egualmente parte Leo- nardo e Masseo suo figliuolo, Simone e Francuccio, insieme con Panta- leone figliuolo del primo, e Guglielmo (giureconsulto) figlio dell'altro

] Bartolommeo di Simone, uno del numero de' Consoli che si eleg- gevano al governo della Repubblica pisana, l'anno 1241. [Note:

. Qui l'A. non distingue, come doveva, i Consules Iustitiae, i quali durarono a crearsi anche dopo l'introduzione stabile del potestà, dai Con- sules, de Communi

] Masseo di Lionardo, Consolo pisano l'anno 1243 (Nell'Archivio dell'Arciv. di Pisa ). [Note:

. V. la not. 1. Del resto, è stato creduto che appartenga ai Dal Borgo quel Gerardus Burgensis, che era uno del senatori pisani nel 1 marzo 1207, e che intervenne alla stipulazione dell'istrumento di tregua tra Pisa e Volterra, giurata nella chiesa nostra di S. Pietro a Pa- lude. Altri veda come possa dirsi di questa stessa famiglia quel Benedet- to, che fu giudice del piato civile della Moja di Tollena, e del castello di Monte Gemoli, nel 1245, dopo l'accusa per cui i Volterrani erano stati citati in giudizio dinanzi a Pandolfo Della Fasanella, capitano gene- rale in Toscana di Federigo II (Cecina, p. 24, 44)

]

1.56. Bottacci


[p. 892]
BOTTACCI. A questa famiglia nel XIIsecolo appartenne un Bernardo. Era già morto nel 1146, quando il figliuolo suo Ranieri, essendo Console, assisté come testimone alla vendita di una terra, che fu fatta ad Ildebrando Abate di S. Michele in Borgo (Grandi, Ep. de Pandect., p. 187). Ranieri fu presente alla sentenza, che, nell'anno seguente (1147), dettero Ermanno vescovo di Costanza ed il conte di Raimbotto, messi dell' imperatore Corrado, a favore del Capitolo pisano, rispetto al possesso della selva di San Rossore (Grandi, l. c., p. 194). Un contemporaneo lo chiama vir strenuus. Questo stesso scrittore (Be- nencasa, biografo di S. Ranieri) racconta, che fu inviato, essendo Console, come capo di una solenne ambasceria al soldano d'Egitto. Seguendo una tal narrazione, si viene a sapere che il Bottacci prese porto ad Alessandria; che di là si trasferì in Babilonia (Cairo); e che consumato il negozio pel quale era stato inviato, tornò di nuovo ad Alessandria: d'onde, per adempiere ad un suo voto, che lo chia- mava a visitare il Sepolcro di Cristo, si recò per mare in Joppe; e di là per la via di terra in Gerusalemme: ove riconosciuto il penitente Ranieri Scaccieri suo concittadino, gli fu attorno con ogni sorta di istanze per ricondurlo in patria. È noto come queste istanze riuscis- sero vane in principio: Né qui monta che si dica come lo Scaccieri raggiungesse finalmente in Accon la galera del Bottacci (V. Scaccieri). Ora questi nella navigazione verso Pisa incontrò, come narrasi, due galere nazionali, che correvano i mari al servizio dell'imperatore Em- manuele. Volevano i capitani di esse che il Bottacci si conducesse in loro compagnia a far riverenza all'Imperatore. Egli se ne rifiutò, protestando non aver mandato dalla repubblica a ciò fare. Ad onta di questo, i capitani stessi tentarono di condurlo violentemeale alla corte imperiale. Appresso il Lami (Deliciae Erudit., Tom. V) sono documenti, i quali mostrano aperto che il Bottacci fu spedito amba- sciatore al soldano d'Egitto (Saladino), per gl'interessi degli stabi- limenti che i Pisani avevano colà; Né questo fatto può collocarsi prima dell'anno 1143. Ho luogo di credere, che il Bottacci, Console spedito all'imperatore di Costantinopoli nel 1161, insieme a Cocco (Dei Griffi), sia lo stesso Ranieri Bottacci di cui sino a qui tenni discorso. Erano condotti da due galere, le quali, secondoché tro- vasi scritto, ritornavano a Pisa nel seguente anno 1162, al 29 di giugno. Il Tronci (Mem., p. 93) racconta che nel 1160 era dei Consoli Boccio Bottacci, e afforza il suo detto per l'atto con cui i Consoli del Comune donarono all'Opera del Duomo alcuni diritti che avevano i Pisani in Costantinopoli. Quantunque sia certo che Ranieri Bottacci
[p. 893]
avesse un figlio chiamato Boccio, e che assisté al giudicato (del 1147) dei messi di Corrado III (giudicato che già ricordammo di sopra), dal nome solo di Boccio che leggesi nel documento del 1160, non può desumersi che fosse dei Bottacci; perché altri di ben diverse fami- glie lo ebbero ugualmente (V. Bocci). Il Tronci (Mem., p. 127e 135) dice che Boccio Bottacci fu uno dei ventotto capitani scelti per formar l'oste contro Lucca nel 1170: e venuto poi a narrare i fatti che avvennero nel 1173, aggiunge che, a mente di certi scrittori, Gherardo (altro dei Bottacci) giurò il rinnovamento della pace coi Fiorentini e col conte Macario. Il Marangone tace affatto di questo.

1.57. Bottari

BOTTARI. Appartennero i Bottari alla consorteria de' Lei, di cui formaron parte altri nobili casati. Quando, ai 3 d'ottobre 1214, l' arcivescovo Lotario intimò a Vitale di dimettere il canonicato o la Pieve di Calci (V. sopra Bonone), fu testimone all'atto Baruccio del fu Guidone Bot- tari. Durava questa famiglia nel secolo XIV; conforme mostrano queste due iscrizioni che allora furono fatte presso S. Francesco, e che noi riportiamo secondo il Da Morrona (III. 85). S. NOBILIUM VIRORUM RAINERI BUTTARI ET FILIOR. QUONDAM UGOLINI BUCTARI OLIM GERMANI SUI DE DOMO LEI .....ET EOR HER. AN. D. MCCCXXXXI. S. DOMINARUM MULIERUM NOBILIUM VIRORUM RAINIERI BUCTARI ET FILIOR. QUONDAM UGOLINI BUCTARI OLIM GERMANI SUI DE DOMO LEI AN. D. MCCCXXXXI. Quando Carlo IV, nel 1356, chiese al Comune quelle si ingenti somme di danaro di cui parlano i cronicisti, Ranieri fu di quei cit- tadini che si tassarono volontariamente. Stando al documento, pare che ciò facesse, oltre a Ranieri, anche un Neri, o altrimenti Ra- nieri. La somma sborsata da esso fu di dugento fiorini d'oro (Masi, Ragionamento accademico. p. 87).

1.58. Botticelli

BOTTICELLI. Francesco fu dai Pisani mandato Provveditore dell'esercito loro, che andò per occupare Barga, grossa terra dei Fiorentini, l'anno 1364. Dai Libri delle Provisioni. [Note:

. Un Botticella era anziano negli anni 1289, 1296, 1300 e 1305. Nel 1304 fu uno dei correttori ed emendatori dello statuto (inedito) dell'Arte della Lana. Leopardo o Pardo Botticella, tabernajo e macel- lajo pur esso, dopo di aver seduto degli anziani nel 1290, nel 1293, nel 1294 e in altri tempi, fu tratto a questo ufficio per nomina d'Ar- rigo VII, essendo questi in Pisa. Entrò in carica nel 17 marzo 1312, e vi stette a tutto l'aprile. Giurò, cogli altri, nelle mani d'Arrigo; ma non prese parte al sindacato, mediante il quale si ordinò un procuratore per giurar fedeltà ad Arrigo stesso a nome del Comune. Trovossi, per altro, presente (12 aprile) alla sentenza con cui l'Imperatore pose al bando dell'Impero Firenze, Siena, Lucca, Parma, Reggio; infine tutte le terre guelfe che a lui si erano dichiarate nemiche: come puo vedersi dal documento datoci da più eruditi; e, tra gli altri, novellamente dal Pertz. Monum. Germ., IV. 524 seq.;e dal Dönniges, Acta Henrici VII imperatoris, II.171 seq. Altri anziani ebbe questa casa nel secolo XIV. Per questi basterà leggere il Breve. Solamente gioverà aggiunger qui, che Vanni, o Vannuccio, che era seduto anziano fin dieci volte, venuto Carlo IV, fu uno dei tre ambasciatori (V. Gambacorta, Gherardeschi, conti di Montescudajo), i quali lo precedettero per i suoi ordini a Siena, allorquando colà si volse, per passare poi a Roma a prendervi la corona (R. Sardo, cap. 99, p. 125). I Botticelli, nel 1347, al manifestarsi delle due parti dei Bergolini e dei Raspanti, si scoprirono fautori ardenti dell'ultima. L'Anonimo da cui abbiamo questa notizia, chiama ad altra occasione Vanni gran cittadino della parte dei Raspanti. Ag- giunge, che abitò la cappella di S. Lucia de' cappellari (Cron. di Pisa- Murat. S. R. I., XV. 1018, 1037). Molte volte avviene d'incon- trare il suo nome; come laddove è parola della congiura che dissero avere ordita (1356) il conte Paffetta, o Jacopo da Montescudajo (V. Gherardeschi). Scopertasi la trama, Vanni, nel 7 febbrajo , fu capo dicitore delle sette Arti, le quali andarono al capitano dell'Imperatore
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Carlo IV, confortandolo a far giustizia.(R. Sardo, cap. 121, p. 140). Vanni, nel 1362, andò per capitano di guerra, quando si voleva espu- gnare il castello di Pietrabuona, che era nelle mani de' Fiorentini. Dié più battaglie insieme coll'altro capitano di guerra Vanni Scaccieri (V. Scac- cieri). Non dirò qui per qual modo Pietrabuona cedesse. Questo verrà narrato ad altro luogo. Solo aggiungerò, che nel 1364 era nuovamente in campo. Trattavasi ancor questa volta di far fronte ai Fiorentini. I Pi- sani erano fiancheggiati dall'Aguto, guidatore d'Inglesi e Tedeschi. Ra- nieri Sardo dice che furono battuti nel piano di Cascina, perché si mossero disordinatamente per la rabbia e pazzia di quattro cittadini; l' uno dei quali era Vanni (Cron. Pis., cap. 131,p. 151). Vanni, co'suoi Botticella, come caldo aderente dei Raspanti, fu chiamato dal doge Dell'Agnello a formar parte del casato dei Conti (V. Conti). Alla succes- siva venuta poi di Carlo IV in Italia (1368), Vanni gli andò incontro a Milano. L'Imperatore lo fece cavaliere, insieme con due altri citta- dini (V. Dell'Agnello, Da San Casciano). Francuccio, che fu anziano più volte, si tassò, per cento fiorini d'oro, quando si dové sborsare, nel 1355, la vistosa somma di ventimila fiorini nelle mani di Carlo IV (Masi, Ragionamento, p. 89). Un sepolcro di alcuno dei Botticella fu nel primo chiostro di S. Francesco, ed il Da Morrona (III, 75) riferì un frammento d'iscrizione; ma per essa non può conoscersi che vi fosse tumulato.

] Francesco di Coto fu mandato, l'anno 1431, oratore ai Fiorentini, ed il simile l'anno 1437. Appare al Libro de'Partiti. car. 3, 4, 1437. [Note:

. Credo che Colo suo padre fosse quell'anziano che sedé nel 1364. Forse questo Colo nacque da quel Francesco il quale fu anziano più volte, e che era in questo magistrato anche nell'aprile del 1355, quando si fecero mene perché Pisa si desse a Carlo IV. Egli non accorse, per altro, che al secondo suonare della campana (R. Sardo, cap. 104, p. 128)

] Bernardo di Rosso andò imbasciatore ai detti Fiorentini l'an- no 1444, siccome si vede al Libro de'Partiti di detto tempo a car. 96. [Note:

. Fu dei priori nel 1449 e nel 1454, pis.. Nel tempo in cui Pisa si sottrasse al giogo fiorentino, fuvvi Paolo Botticella che, nel 23 dicembre 1494,venne eletto uno dei tre provveditori delle dogane mag- giori, secondoché narra il Portoveneri (p. 294)

] Francesco, l'anno 1567, fu mandato imbasciatore al granduca Cosimo De Medici: il che si legge nel Libro dei Partiti di quel tempo, a. car. 136, l' anno 1567. [Note:

. Credo sia Francesco di Polidoro, il quale fu dei priori ben quat- tro volte, e ultimamente nel 1576. Nel 1565, trovasi nominato nella descrizione dei cittadini ordinata da Cosimo I. Del resto, vari soggetti di questa famiglia durarono ad essere di governo anche nel secolo XVII. L'ultimo di tutti, che fu dei priori, è Aurelio

]

1.59. Brache (Delle)


[p. 896]
BRACHE (DELLE). Antiche molto sono le memorie storiche che ci mostrano l'esi- stenza di questa famiglia; che, voltasi poi la città a parte di popolo, fu dell'ordine democratico. Di tale antichità siamo avvisati pel notis- simo giuramento dei mille cittadini, appartenente al 1188, perché in esso noi riscontriamo i nomi di Bindo e d'Ildebrandino De Bra- chis. Gli statuti inediti del Comune del secolo XIV, ricordano la torre De Brachiis prossima alla via del Borgo, ch'io congetturo fosse di questa famiglia. Bonuccio vedesi due volte Anziano; cioè negli anni 1300 e 1308: priore poi delli Anziani, pel Q. di M., fino a tre volte; voglio dire nel 1310, 1317 e 1322. Puccio ottenne questa magi- stratura fino a sette volte. Vi sedeva dapprima negli anni 1305, 1307, 1314 e 1317; poi, con grado di priore degli Anziani pel Q. di M., nel settembre e ottobre 1320; nei mesi appunto nei quali furono dipinte le imagini della Vergine e di alcuni Santi nella Sala degli Anziani, conforme ebbi già luogo di ricordare (V. Argomenti). Nel 1325 vi fu tratto per l'ultima volta. Il nome di Bindo (che già ebbe, come vedem- mo, un individuo di questa casa vissuto nel XII secolo) nel secolo XIV distingueva un discendente che non ebbe l'anzianato fuorché una volta sola (nel 1305); a differenza di Biagio di Giovanni, che l'otten- ne fino a dodici. Il primo anzianato di Biagio cadde nel 1313, quando era vicario per Arrigo VII Manfredi di Chiaramonte; i successivi, negli anni 1321,1324,1332, 1334, 1336, 1338, 1341, 1343, 1344, 1348. Notisi che, cominciando dal 1332, ottenne l'anzianato, ma con grado sempre di priore pel Q. di M.: come fu ugualmente di Buono, che risiedeva negli anni 1326, 1330, 1334 e 1335. Del resto, Biagio, di cui dissi di sopra, ebbe tomba in S. Caterina, e i suoi eredi gli posero la seguente iscrizione, che do secondo il sepoltuario della Bi- blioteca della nostra Università: SEP. HONORABILIS CIVIS SER BLATII DE BRACHIS ET EIUS HEREDUM QUI OBIIT MCCCXXXXVIIII DIE II JUNII. Biagio era stato, nel 1346, uno dei savi alla riforma dell'ufficio del cancelliere degli Anziani, dopo la morte di Michele del Lante. Di Guido poco è da dire, stanteche fu solamente Anziano e riformatore di questo ufficio nel 1349; a differenza di Colo, che era chiamato a questa magistratura non tanto nel 1333, quanto negli anni 1335 e 1345, e che ebbe tomba in S. Caterina con questa iscrizione: SEP HONORABILIS VIRI COLI DE BRACHIE CIVIS PISANI ET HEREDUM SUORUM QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXVIIII DIE II APRILIS.
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Da costui veniva Jacopo; quegli che, nel settembre 1387, fu dei ses- santa cittadini chiamati a formare il nuovo estimo. Ho voluto così minutamente parlare di tutti questi, perché si abbia piena contezza della famiglia cui appartenne Giovanni (diverso dal padre di Biagio) ch'ebbe un fine così infelice. Giovanni fu degli Anziani nel 1331 e 1335; ed ottenne il grado di priore, pel Q. di M., correndo prima il 1349, poi durante gli anni 1350, 1352 e 1354. Ad esso si debbono in parte, perché scelto ad essere uno dei savi, gli ordini sulla gabella del vino, i quali furono approvati ai 19 marzo 1350. Nel 1352 fu uno dei riformatori delle elezioni dei notari degli Anziani, non che dei riformatori dell'anzianato nel 1355, (Consilia etc.. ab an. 1317 etc., MS. in Arch. Capit.). Nel 22 aprile di quest'ultimo anno, perorò nel pub- blico perché Pisa si desse a Carlo IV, pregando ciò non pertanto la santa corona, che Lucca fosse alla divozione di Pisa. Suscitatosi di lì a breve tempo (20 maggio) grave rumore nella terra, fu avvolto nel processo e nella sventura istessa, che colpì più fortemente alcuni dei Gambacorti (R. Sardo, cap. 104, 111, p. 129, 135; Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1032). Nel 26 maggio eragli mozzato il capo, insieme con altri sei infelici, nella piazza degli Anziani, e davasi poi tomba al suo corpo nella chiesa di S. Caterina. Moriva così Giovanni, lasciando due figli; Bindo, dico, e Bartolommeo. Del primo è memoria che fosse tra gli Anziani del 1350 e del 1352; cosic- ché è fuori d'ogni dubbio, che ebbe questo ufficio quando ancora viveva suo padre. Rimasto lontano dall'anzianatico per assai tem- po, fu priore pel Q. di M. nel 1374. Bartolommeo suo fratello, fu nell'anzianato prima nel 1371; poi, con grado di priore, pel quartiere stesso pel quale aveva seduto il fratello, nel 1377 e nel 1382. Non so quale di essi fosse dei sedici ai quali venne fatto comandamento di uscire di Pisa dopo il rumore del 4 marzo 1356. Bartolommeo ebbe tre figliuoli, Bindo, Giovanni e Mariano; tutti viventi al cadere della re- pubblica; tutti investiti in varii tempi del grado di Anziani. Il nome del primo ha nelle memorie patrie infausta celebrità. Era stato chia- mato a sedere tra gli Anziani nel 1397. Stimolata la mente sua dalla memoria del destino infelice che già aveva avvolto in una stessa sciagura l'avo suo e i Gambacorta, piacquesi più dell'amicizia di Giovanni di questa famiglia, che dell'amore dei cittadini tutti. Nel- l'8 dicembre 1406, il Delle Brache conchiudeva infatti la turpe ven- dita, a nome del Gambacorta, con Firenze (R.). Gino Capponi, nei Commentari, aggiunge fede al nostro detto; anzi per esso vengono a sapersi certi particolari di quei momenti che precedettero il trattato, che torna utile non ignorare: "Per messer Giovanni (scrive ) veniva sulla mezza notte in Campo Bindo delle Brache, e segretamente entrava in casa Gino e Bartolommeo Corbinelli, amendue de' Dieci
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di Balìa; e benché chiaro si vedesse che la città di Pisa era costretta da fame, per modo che in pochi giorni conveniva s'arrendessino: e dimostravalo, che Bindo, ogni volta cenato avea (che tuttavia venia digiuno sempre lui, e 'l suo compagno) se ne arebbono voluto por- tare qualche pane; ma Gino ogni volta gliene negava, dicendo: Portane in corpo ciò che tu vuoi, che altrimenti non ne porteresti tanto che fosse atto a mantenerti solo un centesimo d'ora; e senz'esso se n'andava" (ap. Murat. S. R. I., XVIII. 1138). La vendita di che favellai, dové renderlo caro ai Fiorentini: perciò io credo brutta finzione politica, quella sua chiamata come ostag- gio a Firenze, insieme colla moglie, voluta dal decreto del 27 febbrajo 1407. Quest'ordine volle confinati in Firenze anche i suoi fratelli Giovanni e Mariano, non che Andrea e Francesco (D.). Gio- vanni erasi congiunto in matrimonio a Francesca figliuola di Ghe- rardo Gambacorta, ed aveva ricevuto dal fratello di essa Giovanni la dote nella somma di quattrocento fiorini d'oro, metà in denari, metà in corredo; come apparisce da una carta inedita del 6 febbrajo 1393, la quale trovasi nell'archivio Franceschi.

1.60. Brigasenno

BRIGASENNO Un Benenato Brigasenno fu dei mille che, nell'anno 1188, pro- misero di attener pace ai Genovesi. Con esso non venne a estinguersi la famiglia; perché abbiamo memorie che durò in buono stato anche nei tempi appresso. Neri, o Ranieri, fu tra i cittadini che, nel 1253, si obbligarono in proprio per l'osservanza dei patti giurati dal Co- mune ai nobili di Corvaia e di Vallecchia: lo che sta a dimostrare l'opulenza della famiglia. Né qui hanno termine le memorie che lo riguardano. E per vero, egli era degli Anziani nel maggio del 1261. Ora, secondoché è noto, nel 24 di questo mese assisté al consiglio generale adunato per nominare i sindaci da inviarsi al convegno dei comuni, ove sarebbesi trattato della lega Ghibellina; e nel 31 del mese istesso intervenne pure all'altro consiglio nel quale si fece so- lenne ratifica di quell'atto. Notai di sopra, che nel XII secolo fuvvi un Benenato. Questo nome distingue ancora un discendente che tenne l'ufficio di priore degli Anziani, pel Q. di F., nei due mesi di settembre e ottobre,quando il Comune fu retto da Bonaccorso Gubbetta, vicario dell'arcivescovo Ruggieri, in allora potestà. Altro di questa famiglia, voglio dire Mone figliuolo di Ranieri, fu degli Anziani intorno a quelli stessi tempi, cioè nel gennajo e febbrajo 1290, reggendo il Comune Guido di Montefeltro.

1.61. Bugarro


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BUGARRO. Non può revocarsi in dubbio l'antichità di questa famiglia, per- ché è autentico il documento dal quale apparisce che Bonajuto Bu- garro, e Francesco suo figliuolo, presero parte al solenne parla- mento del 1188, in cui fu fermata pace con Genova. Io credo che non andrebbe lontano dal vero chiunque conghietturasse che fosse nipote di Francesco colui che ebbe lo stesso nome, vivendo tra il cadere del secolo XIII ed il principiare del XIV, e che fu degli Anziani spesse volte tra il 1289 e il 1304, e che trovo essere stato prescelto, con altri, a riformare lo statuto dei Mercanti nel 1294. Giovanni, o Vanni di questa medesima casa, era stato già Anziano nel 1325, quando Lodovico il Bavaro lo volle prescelto per questo stesso magistrato, pei due mesi di gennajo e febbrajo dell'anno 1328; tempo in cui il Bavaro istesso fece sua permanenza in Pisa. Dopo questo tempo, tornò ad essere degli Anziani nel 1334; ed ottenne il grado di priore di questo stesso magistrato pei mesi di luglio e agosto 1349. Al suo uscire di carica, gli subentrò il figliuolo Buono, o Bonuccio, come altrimenti è detto. Questo aveva avuto l'uffi- cio di priore degli Anziani pel Q. di M. nell'anno 1353; quando nella sera del 4 marzo 1356, gli fu ordinato di sgombrar tosto dalla città, insieme con altri quindici cittadini, perché sospettato fautore del tumulto che nella mattina erasi suscitato contro il capitano dell'imperatore Carlo IV. Tornato in patria, partecipò di nuovo al governo. Nel 1371 fu priore degli Anziani pel Q. di M. Intorno a questi tempi, due altri di questa medesima famiglia furono degli Anziani; voglio dire Niccolò (1376) e Tommaso. Quest'ultimo, nel 1356, erasi tassato volontariamenle a cento fiorini d'oro, quando si trattò di porre insieme tra i cittadini le gravi somme volute da Carlo IV.

1.62. Bulgarelli

BULGARELLI. Nel giugno del 1161, furono spediti tre ambasciatori a Fede- rigo I, tra i quali era Bulgarino Bulgarelli. Nell' ottobre del mede-simo anno ,gli fu inviata nuova ambasceria, di cui formava parte il console Gherardo Bulgarelli. Era questi quel Gherardo che tornò ad essere spedito all'imperator Federigo che trovavasi a Lodi, quando colà erano convenuti gli ambasciatori di molte città italiane, insieme con molti valvassori. Bulgarino visse assai tempo, perché non fu
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console solamente nel 1167 (come appare da memorie di fede non dubbia), ma si trovò ancora a giurare la pace con Genova nel 1188. Forse Bulgarello, padre di Bulgarino, fu colui dal quale tolse nome la famiglia. In tal caso, sarebbe quel medesimo che dicesi figliuolo di Benedetto, e che assisté al giudicato (del 5 maggio 1163) di Gof- fredo duca e marchese di Toscana a favore della Chiesa e Ospedale dei Santi Martino e Frediano. Sembra vivesse ancora nel 1185 (Grandi, Ep. de Pandect., p. 92, 93, 143-146).

1.63. Buonanni

BUONANNI. Naio ebbe diversi carichi dalla sua Repubblica; imperocché fu mandato Capitano di Morrona l'anno 1315, e Castellano di Capal- bio, l' anno 1325; e dopo, Castellano di Gorgona, il che seguì del 1330. [Note:

. Nacque da un Giovanni, o Vanni, Anziano nel 1300 e nel 1307. Fra i Buonanni vissuti intorno a questi tempi vuol essere ricordato Bet- tino, notajo, che fu dei riformatori dello statuto dei Mercanti nel 1281

] Nino ebbe in governo, l' anno 1325, sotto titolo di Castellano, il castello di Donoratico; e l'anno 1322e 1323era stato Castellano di Sugareto, luogo importante nella Maremma di Pisa. [Note:

. Era notaro, e godé dell'Anzianato negli anni 1301 , 1303, 1306 e 1309

] Bonagiunta fu Castellano di Pontadera e di Sarzana l'anno 1331. Spigliato ebbe dai Pisani la legazione della Romagna, e fuvvi mandato imbasciatore l'anno 1350; e nel 1356, andò oratore al Signore di Milano; ed ultimamente al Vescovo di Luni, ed ai Mar- chesi Malespini, e questo fu l'anno 1362. Dai libri delle Provvi- sioni. [Note:

. Ancor esso era notaro. Ho osservato che solo una volta fu An- ziano, nel 1364

] Lorenzo d'Acconcio, nell'ultima guerra che ebbero i Pisani con i Fiorentini, fu fatto Castellano di Stampace; fortezza importante di Pisa (Vedasi nella Vacch. E, a car. 169, l'anno 1497). E andò a Napoli oratore al Gran Capitano; come appare nella Vacch. M. del 1506, a car. 265. Cherubino avanzò tutti i suoi maggiori, e datosi alle armi ed alle lettere, divenne famoso così nell'una come nell'altra profes- sione. Fu molte fiate Capitano di fanteria a diverse guerre fatte in Italia e fuori. Fu favoritissimo e gratissimo del re di Francia, e dopo servì il gran Carlo V; e fatto vecchio, servì per segretario il duca Alessandro de' Medici, e la serenissima Margherita d'Austria sua consorte; e fu dal Duca mandato, l' anno 1536, imbasciatore all'Imperatore. Ma un altro Cherubino fu poco dopo, che per le sue virtù ot- tenne d'essere creato cavaliero di San Iacopo nella Spagna; ed oltra di questo, fu ancora Abate delle ricche abbazie di San Michele di
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Verruca e di Santo Ermete, non molto lontane da Pisa, e godevale l'anno 1542. Questo Cherubino fu ancora governatore di Fano, l'anno 1542. [Note:

. Altro Cherubino vi fu che nel 1611 riparò il sepolcro dei suoi maggiori, che si vede tuttora nel nostro Camposanto, e vi appose questa iscrizione, fin qui inedita: D. O. M. CHERUBINUS BONANNUS LUDOVICI FILIUS ANTIQUUM HOC NOBILISSIMUM BONANNAE SUAE FAMILIAE SEPULCRUM PENE VETUSTATE CONSUMPTUM SIBI POSTERISQUE SUIS RESTAURANDUM CURAVIT A. D. MDCXI.

] Lodovico di Lorenzo fu Capitano molto famoso alla guerra di Siena, ed a molte altre ancora: e le cose di sopra si sono cavate dalle patenti e dalle bolle e scritture di questa famiglia. [Note:

. Esso è il solo dei Buonanni che si veda ricordato nella descri- zione de'cittadini ordinata da Cosimo I, nel 1565

] Raffaello fu ancora Capitano valoroso nell' armi, e fu dalla sua Città mandato oratore al duca Alessandro l'anno 1533. Trovasene memoria nel Libro de' Partiti di quel tempo, a car. 161. Pietro attese alla religione, ed era Canonico della Chiesa maggiore di Pisa l'anno 1542. Alessandro medesimamente fu uomo di chiesa; e per le sue virtù servendo la corte di Roma, ottenne l'abbazia d'Ogni Santi, dell'Or- dine di San Benedetto, nella città di Cremona; e morse arciprete della chiesa Pisana, l'anno 1584. Girolamo di Cherubino, dottore dell'una e dell'altra legge, e Priore della chiesa di San Sisto di Pisa, vive oggi, illustrando con le sue virtù la sua famiglia. [Note:

. Claudio di Cherubino è l'ultimo che fosse dei priori. Ciò avvenne per l'ultima volta nel 1638

]

1.64. Buonconti


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BUONCONTI. Banduccio, imbasciatore ai Genovesi l'anno 1299. [Note:

. Tutto porta a credere, che la famiglia de'Buonconti avesse grado in città fino dal secolo XII; perché nel parlamento solenne, nel quale, durante il 1188, fu giurata pace ai Genovesi, vidersi quattro dei Buon- conti. Erano Bonaggiunta e il figliuolo Giovanni, insieme coi fratelli Ban- duccio ed Andrea. Niuna meraviglia adunque che R. Sardo abbia potuto dire che i Buonconti furono una delle potenti casate della città, dominan- do il Gambacorta (Cron. Pis., cap. 184, p. 185). A quest'epoca avevano già levato grido da assai tempo, principalmente per quello che avvenne a Banduccio, di cui qui parla l'autore. Banduccio, come mostra il Breve degli Anziani, fu di questa magistratura sette volte, verso il finire del seco- lo XIII; ben dieci volte nel successivo. Arrigo VII, durante l'assedio di Brescia, lo fece suo tesoriere. L'Anonimo, da cui ne abbiamo la notizia, ci fa sapere che esso era mercante (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV 985, 987). Quando Arrigo VII venne coll'esercito a S. Casciano, Ban- duccio vi si trovava in unione a Piero suo figliuolo; sia (come penso ) che avessero seguitato l'Imperatore; sia che fossero compagni a Gio- vanni Fagiuoli (V. Fagiuoli), che colà si era portato per offerire, in nome del Comune, ad Arrigo 20.000 fiorini d' oro. In effetto, i due Buonconti trovaronsi presenti a quest'atto, che venne consumato nei 26 dicembre 1312 (Doenniges , II. 191, 192). La morte di Arrigo fece volgere il Buonconti tutto ai servigi della patria. Narrano le cronache, che nel settembre Pisa dimandò pace a Lucca. Fu parlamentato a Quosa tra gli ambasciatori nostri e de'Lucchesi. Era l'uno dei nostri, Banduc- cio. Chiedevano i Pisani restituzione ai Lucchesi dei due castelli d'Asciano e di Buti. Narrasi che Bonturo Dati, ambasciatore lucchese, rispondesse veggente tutte l'ambascerie di Toscana, che i Lucchesi volevano tenersi Asciano, perché le donne pisane vi si specchiassero. Queste amare pa- role commossero altamente Banduccio. "Allora il detto Banduccio Buon- conte (prosegue l'Anonimo), el quale era un gran cittadino di Pisa, disse alli suoi compagni, che lor piacesse di far questa risposta, e disse: Signori Lucchesi, innanzi otto di li Pisani mostreranno se le donne
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loro hanno specchi
; e partinnosi da loro, e tornonno a Pisa. E Uguc- cione e li Anziani essendo insieme, domandonno alli ambasciatori, come aveano fatto. Rispose Banduccio Buonconte: Noi siamo stati ischerniti, e contoe la risposta di Bonturo Dati; e Uguccione con li Anziani se ne fecero grande meraviglia. Or ben sono li Lucchesi mon- tati in grande superbia: questo fanno per la forza delli Toscani. Allora disse Banduccio Buonconte: Uguccione, metti in punto la masnada, e manda lo bando che 'l popolo e i cavalieri sien fuore alla Porta dello Parlascio, innanzi che la candela di dodici danari sia spenta, alla pena del pié allo pedone, e allo cavaliere l'arme e lo cavallo. Disse Uguc- cione: La masnada vorrà danari. E elli rispose: Per questo non ri- manga, e io ne presto fiorini mille; e molti cittadini di volontà li pre- stonno; e pagonno le masnade" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV 987). Qui non fa d'uopo aggiungere qual successo avesse la spedi- zione. Piuttosto che accennare a questo, parmi convenga tener discorso del fine infelice di Banduccio, e di quello di Piero suo figliuolo, il quale aveva più volte seduto nell'anzianatico, e che erasi già adoperato, nel 1305, per pubblico decreto, della emendazione degli Statuti dell'arte della lana e della Corte del Mare, che tuttavia si serbano inediti. Al- trove dissi della pace che nel 1314 fecero i Pisani all'insaputa di Uguc- cione. Al ritorno degli ambasciatori che l'avevano stretta a Napoli, Uguccione li riprese forte nel consigilo pubblico; e credendo che fosse deliberato di dar Pisa a re Roberto, fece correre la città il giorno ap- presso dai Tedeschi coll'aquila viva, dicendo: Muoiano i Guelfi tradi- tori, e gli usciti di Toscana. Ciò mosse a sdegno Banduccio, il quale nella piazza di S. Cristina, disse di molte parole superbe. "Piero suo figliuolo (soggiunge l'Anonimo), che era priore degli Anziani, fece giurare la masnada in sua mano, che senza volontà delli Anziani non piglierebbono arme. Onde Uguccione cautamente col suo consiglio mandò per lo ditto Banduccio Buonconte, e Piero suo figliuolo, e so- stennegli nel suo palagio, e formò contra di loro inquisizione di tra- dimento contra la verità. E a di1 XXIV di marzo Anni Domini milletre-cento quattordici , li fece decapitare in prato, fuore della Porta delle Piagge: di che dalli buoni uomini di Pisa ne fue grande duolo; e da inde a due giorni el ditto Uguccione raunò in Duomo uno generale consiglio, e disse al popolo di Pisa delli predetti molti mali, cioè di Banduccio e di Piero, e di molte offese " (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 989, 990)

] Giovanni o Vanni, dottore, imbasciatore al Papa l'anno 1311; imbasciatore al re di Napoli, l'anno 1331. [Note:

. Giovanni Villani, in un luogo della cronaca di cui dirò fra non molto, ci fa sapere che Vanni fu figliuolo di Banduccio. Era giurecon- sulto; però venne chiamato a riformare alcuni statuti. Questo avvenne nel 1302; e gli statuti per esso riformati, oltre a quello dei Mercanti, sono quello delle sette arti dei cuojai, non che gli altri tre dei cuojai dell'ac- qua fredda di Fuordiporta, dei cuojai dell'acqua calda della Spina, dei cuojai del Ponte Nuovo. Trovo che fu priore degli Anziani, pel Q. di F., prima nel 1299, poi negli anni 1301, 1304 e 1310. Dino Compagni ebbe
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occasione di parlarne, all'anno 1302, per tal guisa: "Coll'ajuto degli Ubaldini, i Bianchi e i Ghibellini cominciarono guerra in Mugello; ma prima vollono essere sicuri di loro danari; e i Pisani gli sicurarono. Ma Vannuccio Buonconti pisano tenea per moneta con parte nera, e però da lui niun ajuto ebbono o favore" (Cron. Fiorent., p. 123). Da una lettera inedita) dell'Imperatore Arrigo VII al Comune nostro, per mala ventura mancante di data, si conosce che il Comune lo aveva spe- dito a lui ambasciatore, insieme con Giovanni Zeno dei Lanfranchi (V. Lanfranchi), per invitarlo ai soccorsi; ed è molto probabile che ciò fosse fatto non molto dopo l'elezione, o veramente quando già era a Losanna. In questa lettera Arrigo lo dice giurisperito, e soggiunge di attender dai Pisani risposta sulle cose discorse in voce cogli oratori. Vanni fu di nuovo priore degli Anziani, pel Q. di F., nel 1317.Nel 1320 sedé priore pel Q. di K.. In appresso trovossi in questa stessa magistra- tura nel 1321, nel 1323 e nel 1324, e per due volte nel 1326. Né si astenne da simile ufficio, quando il Bavaro trattenevasi in Pisa. Volendo egli al governo uomini che gli fossero devoti, videsi Vanni nell'anzia- nato nel gennajoe febbrajo del 1328. È qui che il suo nome suona per noi disleale, se vuole aversi fede al Villani. Pisa, secondo che viene narrato, avrebbe saputo resistere ad ogni sforzo guerresco di Lodovico; sì era forte e ben governata; ma venuti a dissenzione i cittadini, si scese agli accordi. Tra quelli che vollero la pace, ricordasi come principale il Buonconti; che il Villani dice corrotto per lettere e promesse di Castruc- cio (Cronica Fior., X. 34). Scorso questo tempo, più volte tornò allo stesso ufficio di priore degli Anziani pel Q. di K. (1330, 1332, 1334, 1335, 1337, 1339). Venne il 1341. I Fiorentini, aspirando alla signoria di tutta Toscana e maggiormente di Pisa, trattarono con Mastino Della Scala l'acquisto di Lucca. Non dirò qui dei modi adoperati a fine di romper pace con Pisa. Solo gioverà ch'io rammenti, seguitando l'Anonimo, quello che riguarda il Buonconti, che surse a contradire in tale occasione a Gio- vanni Benigni (V. Benigni), il quale, corrotto dall'oro de' Fiorentini, siccome mostrai, aveva parlato per isconsigliare dalla guerra. "Levossi (egli scrive) un altro cittadino, chiamato Gianni Buonconti, uno ardito e buono uomo, e buono cittadino di popolo; e disse: Signori, noi siamo qui raunati per consigliar lo bene, e lo stato e la grandezza di tutti noi e della nostra città; e salvo la reverenzia del ditto di messer Giovanni, che ha ditto che li Fiorentini sono grandi e possenti, e che noi diciamo di non curare della compra hanno fatto di Lucca, e che noi non pigliamo guerra con li Fiorentini; io dico così, che li Fiorentini hanno comprato Lucca, e dicieno che Pisa li fu donata, e minaccianci, come avete udito; e però io dico lo contrario, che noi pigliamo la guerra valentemente con li Fiorentini superbi, e mettiamo avere e persona; e se questo non basta, fino alle nostre donne, se fa di bisogno di pigliar l'arme; e pognisi l'oste intorno alla città di Lucca valentemente. Noi abbiamo ragione, Iddio ci ajuterà, e sarà con esso noi; e la superbia delli malvagi Fiorentini, sempre ci sono iti con vizj e con inganni, a Iddio piacerà che si abbassi, e vada in fondo. E ditto che ebbe, si puose a
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sedere" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV 1005). Dissuasa la pace vergognosa, si prese la guerra: e certo bisogna dire che l'ajutasse molto il Buonconti, perciocché fu appunto priore degli Anziani, pei Q. di K., nel luglio e nell'agosto, quando si fecero grandissimi sforzi attorno Lucca, perché non cadesse nelle mani de'Fiorentini (D.). Dopo questo tempo, il suo nome non appare altrimenti negli atti pubbici; anzi, in un documento ch'io vidi tra le carte inedite dell'Archivio della Curia arcivescovile, appartenente al 16 gennajo 1354, a questo tempo egli era già morto. In questa stessa carta si accenna esservi stato un Lapo figlio di Giovanni. Questi fu anziano nel 1329, ed ebbe in moglie Giovanna figliuola di Gherardo Gambacorta (V. Gambacorta)

] Ugolino, dottore, imbasciatore ad Azzone Vesconti, signore di Milano, l'anno 1323; ai Fiorentini, l' anno 1337; ad Azzone Vi- sconti, l'anno 1339; fu Potestà di Piombino, l'anno 1340; imbascia- tore ai Genovesi, l'anno 1344. [Note:

. Nel chiostri di S. Francesco il Da Morrona lesse questa iscri- zione (III 76): S. HONOR. CIVIS ET PRUDENTIS JUDICIS IN UTRO- QUE IURE PERITI DOMINI UGOLINI DE BONCOMITIBUS. Nel 1347era priore degli Anziani, e cominciò a risiedere il 1o d'agosto . Questa è l'ultima volta in cui lo vediamo risiedere in anzianatico. Per lo innanzi eravi stato negli anni 1335, 1337 e 1338. L'atto per cui princi- palmente vuol ricordarsi, è la lega stretta per esso in Milano ai 20 agosto1341 tra il nostro Comune ed i Signori di Parma e di Mantova, i quali volevano opporsi al Bavaro (D.). Egli è distinto pel nome istesso che portò già uno di sua casa, che essendo canonico della chiesa mag- giore, fu ucciso proditoriamente, per ordine, a quanto si disse in quei tempi, dell'arcivescovo Oddone della Sala

] Banduccio di Tuccio, Capitano di sette galere pisane, l'anno 1324; e Capitano di due, l'anno 1325. [Note:

. Tuccio suo padre viveva quando questo Banduccio (1319) fu nominato Anziano per la prima volta. Infatti, Tuccio di cui parlo, fu priore pel Q. di F. nel 1321. Esso è meritevole di ricordo, perché fu degli anziani eletti da Arrigo VII, nel 17 marzo 1312 a tutto l'aprile . Nel giorno medesimo, Tuccio, nel parlamento generale, dopo di avere giurato ad Arrigo fedeltà, concorse cogli altri anziani alla nomina del sindaco che doveva riconoscere, a nome del Comune, come signore su- premo l'Imperatore istesso (Doenniges, II. 33, 170). Non fu, per altro, presente nell'11 aprile, come vi furono altri anziani, alla sentenza con cui Arrigo pose al bando dell'impero Firenze, Lucca, Siena, Parma, Reggio; infine, ogni altra terra che gli si era mostrata nemica. Del resto, per venire a Banduccio suo figliuolo, basterà osservare, che non solamente fu molte volte degli Anziani; ma che, nel 1329, procedé alla emendazione, con altri deputati dal pubblico, dello Statuto della Corte del mare. Nel 1356, a di 4 marzo , essendovi sospetto di rivolta, e nutrendolo in animo il capitano dell'imperatore Carlo IV, Banduccio fu uno di quei sedici cittadini ai quali, la sera al tardi, fu comandato che si recassero fuori di Pisa (R. Sardo, cap. 120, p. 139). Nel 1369 era, per l'ultima volta, in ufficio di Anziano. Non posso credere, che
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esso sia quello stesso che, nel 1387, fu uno dei sessanta chiamati a formare il nuovo estimo; come Lodovico, non rammentato dall'A.

] Piero, Castellano di Rotaja, l'anno 1341. [Note:

. Secondo la cronaca Roncioni, colla quale ho rettificato la lezione di R. Sardo nella parte che riguarda i tempi anteriori a Carlo IV, Piero sarebbe stato figliuolo di Banduccio; di quello, io credo, che morì per volere d' Uguccione Della Faggiola

] Bartolomeo fu Castellano della fortezza di Lucca sottoposta ai Pisani, l'anno 1348; ed ambasciatore a Roma, l'anno 1350. [Note:

. Due dei Buonconti, vissuti in questo secolo, ebbero ugualmente il nome di Bartolommeo: il figliuolo, cioè, di Francesco, e quello di Marzucco. Il primo fu Anziano nel 1346, l'altro nel 1336. Se fossimo certi che il Bartolommeo Buonconti ricordato fra gli Anziani del novem-bre e dicembre 1353, fosse figlio di Francesco, converrebbe dire che esso subentrò nell'ufficio al padre. Abbenché s'ignori quale dei due fra i Bartolommei sia stato l'Anziano negli anni 1317, 1323, 1328, 1352 e 1353, vuolsi ciò non pertanto dire istorico ì nome di Bartolommeo nella famiglia; e ciò perché condottosi il Bavaro a Roma, e lasciato in Pisa a suo vicario Castruccio, questi volle anziano Bartolommeo Buon- conti nel luglio, agosto e settembre 1328. I Fiorentini in questo tempo corsero il territorio nostro. Il Buonconti, insieme con tre altri anziani trovossi all'assedio di Pistoja: città che alla fine, ai 3 d'agosto, dové cedere. Testimone il Buonconti di questo fatto, fu certo autore, almeno in parte, della lettera con che vennero annunziati agli Anziani rimasti in Pisa i patti della resa. Durava in ufficio, quando gli Anziani nel 9 set-tembre 1328 ebbero avviso della morte di Castruccio. Voglio credere che, nel 21, si facesse incontro al Bavaro che, reduce da Roma, entrò in Pisa trionfalmente (D.). Del resto, Bartolommeo, figliuolo di Francesco, fu scelto per la emendazione dello Statuto della Corte del mare, nel 1343. Rimane incerto quale dei due debba dirsi quello che nel 1348 fu dei savi sopra gli ordinamenti per l'ammissione dei nuovi cittadini, e che nel 1350 era preposto a dettare i regolamenti intorno ai salarj. Queste istesse in- certezze si manifestano del pari, quando si guardi ai savi che riformarono l'anzianatico nel 1349, non che al rettore di Lucca del 1353 e del 1355 (Mem. Lucch., I. 377, 379)

] Tingo, Castellano di Capraja, l'anno 1348. [Note:

. Fu Anziano pel Q. di P., nel novembre e dicembre 1352. Fra i soggetti di questa famiglia che l'A. non rammenta, scorgo Filippo. Senza accennar qui al suo anzianato, basterà ricordare che esso fu avvolto nel processo del conte Paffetta (1356). Ebbe confino a Perugia (R. Sardo, cap. 121, p. 141). Nel 1355 era stato savio per la riforma dell'anzia- nato, la quale prese ad aver vita al 1omarzo; e nel medesimo anno fu di nuovo uno dei ventotto riformatori di questo magistrato dopo il tu- multo dei Gambacorta (Consilia etc., ab an. 1317 etc., in Arch. Capit. )

] Niccolò, oratore alle genti della Garfagnana, l'anno 1350. [Note:

. Nacque di Marzucco. Era stato degli anziani negli anni 1338, 1342, 1348 e 1352; quando nel 1356 fu uno dei sedici cittadini, ai quali fu dato ordine di lasciar Pisa, nella sera del 4 marzo, per la stessa
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cagione per la quale vedemmo allontanato Banduccio (R.Sardo, c. 120, p. 139. V. sopra, not. 4). Nel 1359, fu catturato come sospetto d'aver preso parte alla congiura di Federigo del Mugnajo. Ciò avveniva nella notte del 13 di novembre ; e nel 28 era lasciato libero, ma sotto si- curtà (R. Sardo, cap. 128, p. 146, 147). Nel 1372 tornò ad essere anziano, nel gennajo e febbrajo; tempo degno di ricordo, perché fu al- lora che Benedetto Gambacorta venne destinato vicario e successore di Pietro suo padre. I Buonconti furono di quei cittadini che andarono alla casa di Pietro Gambacorti a persuaderlo che volesse assumere al go- verno il proprio figliuolo, e che poscia a questo effetto si recarono presso gli anziani (R. Sardo, cap. 174, p. 185). Del resto, Niccolò trovasi tra i savi che riformarono l'anzianato negli anni 1349, 1352 e 1355. S. Ca- terina da Siena ha scritto due lettere a Nera vedova di lui, esortandola alla pazienza

] Mariano, Vicario delle terre sottoposte ai Pisani nella Sardigna, l'anno 1358, 1359 e 1360, e ambasciatore al re d'Aragona nella città di Barcellona, l'anno 1379. Buonaccorso, imbasciatore ai Fiorentini, l'anno 1369. [Note:

. Venne da Bartolommeo; ma ignoro se dal figlio di Marzucco o di Francesco. I suoi primi anzianati sono degli anni 1347, 1350, 1353, 1354. Nel 9 giugno 1355, dopo il supplizio de' Gambacorti, fu dei dieci confinati, ai quali videsi imposto d'allontanarsi da Pisa e da Lucca oltre alle quaranta miglia. Sembra che dovesse esulare per nove anni: giacché trovo il suo nome tra quelli dei confinati rimessi dal Dell'Agnello in Pisa nel 1364 (R. Sardo, cap. 116, 134, p. 137, 154). Riabilitato agli ufficj, sedé in seguito fra gli anziani negli anni 1371, 1374 1376, 1380, e 1382. Fu dei riformatori dell'anzianato nel 1352 e nel 1355

] Andrea, dottore, oratore a Roma all'imperatore Carlo IV, l'an- no 1369. [Note:

. Nacque di Giovanni. Dopo di essere stato anziano, con grado di priore, nel 1369; e ne' successivi anni 1370, 1373 e 1374 senza que- sto grado, venne eletto, nel 1378, uno dei sei ambasciatori che la città inviò ad Urbano VI a Roma, per rallegrarsi del suo inalzamento (R. Sardo, cap. 187, p. 200). Fu poi anziano nel 1401

] Francesco, Capitano di Montecastello, l'anno 1387; e l'anno 1404, Capitano di Vada e di Razignano. [Note:

. Credo che sia quello stesso che ebbe l'anzianato nel 1399

] Gherardo, oratore al conte di Vertù a Milano, per la città di Pisa, l'anno 1388. [Note:

. Nipote di Marzucco, figliuolo di Niccolò. I suoi anzianati cad- dero negli anni 1370, 1373 e 1402. Questa famiglia ebbe molti anziani finché stette la repubblica nel secolo XIV, ed un vescovo titolare; vo- glio dir frate Andrea, religioso Domenicano, inalzato all' ufficio pastorale essendo Urbano VI a Lucca. Narra la Cronaca di S. Caterina, che esso ebbe in Sicilia un fratello assai ricco, ma ne tace il nome (V. sopra, p. 592, 593)

] (Dai Libri delle Provvisioni). Francesco, datosi alla religione, ottenne la dignità dell'Archi- presbiterato della Chiesa maggiore di Pisa; e trovasi nominato nelle scritture dell'Archivio dell'Opera di detta chiesa l'anno 1395. Gherardo, dottore di legge, fu mandato oratore ai Veneziani l'anno 1496 (Vacch. C); e dopo, al duca di Milano: e tornato da quella legazione, fu spedito lo stesso anno imbasciatore in Sicilia (a car. 62): e di nuovo fu destinato oratore al duca di Milano (Vacch. I del 1500 ): e giunto in Pisa, poco vi si fermò, che la sua Repubblica lo mandò imbasciatore al re di Francia l'anno 1502 (Vacch. I a car. 170). Trovasi poi (Vacch. M) Vicario dell'Arci- vescovo di Pisa, e canonico pisano; e come tale, andò la seconda volta oratore ai Veneziani, del 1503; e ultimamente ai Genovesi, l'anno 1506 (Vacch. M a car. 155). [Note:

. Assai delle istruzioni che lo riguardano vedonsi nei nostri docu- menti

] Matteo fu mandato dai Pisani imbasciatore ai Senesi, l'anno 1500: il che si vede notato nella Vacchetta di detto tempo, a car. 102. [Note:

. Credo che fosse figliuolo di Bartolommeo

]
[p. 909]
Giriforte di Piero fu fatto Castellano della torre di foce d'Arno, luogo molto importante in quel tempo; e questo fu l'anno 1498, si come si vede registrato nella Vacch. H del 1498 (car. 17); e come appare nella Vacch. M (car. 270), andò imbasciatore ai Genovesi, mandatovi dai Pisani, l'anno 1506. Questo Giriforte, per scrittura che ho ritrovato dipoi, fu tesoriero di Papa Pio, secondo di que- sto nome; sì come apparisce chiaramente nel Libro de'Partiti del- l'anno 1461 (car. 58), che si ritrova nell'Archivio della Comunità di Pisa. Ed ancora ho letto in detto Archivio, che Piero di Piero fu mandato imbasciatore ai Fiorentini due volte, l'anno 1461 come si vede nel Libro de'Partiti di quel tempo (car. 72 e 98); e di più, che Andrea di Piero andò imbasciatore ai detti Signori l'an- no 1444, che si legge nel Libro de' Partiti (car. 10). [Note:

.
[p. 904]
Caduta per sempre la repubblica in mano dei Fiorentini, Giri- forte fu dei priori, e ultimamente del 1522 al pis. Piero suo padre ebbe il priorato cinque volte, ed una sola volta Andrea di Piero qui nomi- nato. Nella descrizione de'cittadini che Cosimo I ordinò (1565), si ram- mentano Cristoforo di Paoloantonio, Bonaccorso di Ranieri, Giacomo di Jacopo di Biriforte (Giriforte), e Maria Caterina di Giovan Francesco. (Dal Borgo, Dipl., p. 453). Cristoforo di Andrea viveva nel XVII se- colo, e fu cinque volte priore, e per ultimo nel 1652 pis.. I varii sepol- cri dei Buonconti furono in S. Francesco. Il Da Morrona (III. 87), ren- dendone testimonianza, ci fa sapere che la loro eredità passò ne' Pescio- lini Venerosi

]

1.65. Buzzacarini

BUZZACCARINI. V. SISMONDI

1.66. Caldera

CALDERA. Fra i mille Pisani concorsi al parlamento del 1188, eravi Altito, o più veramente Albito Caldera, e Saraceno suo figliuolo. Albito (detto anche Albitone) nel 1233 era senatore, e fu presente nel 1o gennajo alla lettura delle correzioni che allora si fecero al Co- stituto. Nel 1238 era morto, leggendosi in un documento inedito del 21 dicembre di quell'anno :Actum Pisis in apotheca ballatorii turris filiorurum q. Albitonis Caldere et consortum in capite pontis veteris (Arch. della Curia Arciv.). Saraceno, prima del 1237, era stato Console del Comune. Venuto quest'anno, fu uno de' Capitani della compagnia della Concordia della città. Tal compagnia era formata dalla unione di società di armi, come io credo, dei cittadini; quali erano la compagnia della Spada, della Rosta, del Ponte a Mare ec.. Ora, in tal qualità, prese parte al compromesso del 5 aprile, fatto per la conclusione della pace tra il Comune, Volterra, Lucca ed altre città e terre, e molti signori del contado; non che alla pace stessa che fu poi fatta nel 7 novembre. In questo documento è detto nobilis vir(R.). Nel 1240 era tuttora in vita. Infatti, in un documento ine- dito dell'Arch. della Curia Arciv. del 25 marzo, io lessi: Actum Pisis ante turrim Saraceni q. Albitonis Caldere et consortum que est in capite pontis veteris scilicet inter banchora. Leggesi in alcuni manoscritti che i Caldera fossero della consorteria dei Casapieri.

1.67. Calmangiare


[p. 910]
CALMANGIARE. Alberto Calmangiare giurò, come Console maggiore, la pace con Genova nel celebre parlamento del 1188. A quest'atto medesimo prese parte ugualmente Ildebrando, distinto per ugual cognome. Alberto era stato Console anche nel 1185. Leggesi tuttora chiaramente espresso il suo nome nel giudicato del 9 febbrajo, con cui fu decretata la resti- tuzione di certa nave, con suoi armamenti, tolta violentemente a certi Saraceni nelle acque di Malta.

1.68. Campiglia (Da)

CAMPIGLIA (DA). Salimbene fu capitano di Campiglia e di Suvereto, nel 1293; fu uno dei capitani dell'esercito pisano che andò contro i Pistolesi, ed allo assedio di quella città, l'anno 1329. [Note:

.
[p. 911]
Andò nell'esercito come capitano pel Q. di P. (D.). Era anziano nel 1335. Forse ebbe tomba in Camposanto, ove leggesi questa iscrizione: SEP. CECCHI MACCII ET SALIMBENIS DE CAMPILIA ET EREDUM EORUM.

] Tommaso fu mandato dai Pisani Castellano di Campiglia, l'an- no 1366 (Dai libri delle Provisioni). [Note:

. Figliuolo di Salimbene, fu due volte anziano, e ultimamente nel 1371

] Matteo, Castellano di Vico, l'anno 1496. Andrea di Tommaso andò imbasciatore ai Fiorentini due volte; cioè negli anni 1428e 1436. Si legge ne'libri di Partiti. [Note:

. Fu anziano negli anni 1400, 1403 e 1404. Venuta Pisa in mano dei Fiorentini, non si sottrasse dagli uffizi. Era uno dei suoi maggiori, siccome penso, quell'Andrea la cui vedova fece fare a Taddeo di Bar- tolo, nel 1395, la tavola a tempera che fu già in S. Francesco, ora presso un privato del quale accennai il nome nelle mie Memorie inedite intorno alla vita e ai dipinti di Francesco Traini, p. 43. Anche di presente possono vedersi sotto questa tavola i tre primi versi della seguente iscrizione, data già dal Da Morrona (III. 60), ed ora in parte riferita dai benemeriti editori del Vasari, Firenze, tip. Le Monnier, 1846, II. 221: VEN. DOMINA. DOMINA. DATUCCIA. FILIA. OLIM S. BETTI DE SARDIS. ET UXOR QUONDAM SER ANDREE DE CAMPIGLIS FECIT FIERI HANC TABULAM PRO ANIM. SUOR. DEFUNCTOR. THADEUS BARTHOLI DE SENIS PINXIT HOC ANNO DOMINI MCCCLXXXXV. Forse era di questa famiglia quel Grasso, compreso dai Fiorentini nel decreto del 26 febbrajo1407

] Niccolò, imbasciatore ai Lucchesi, l'anno 1497, fu poi eletto uno de'provveditori a munire ed a fortiticare la città di Pisa, l'an- no 1500. Giovanni fu dai Pisani mandato oratore al re di Francia, l'an- no 1500, e l'anno 1504 andò per imbasciatore ai Genovesi; infine, anche ai Lucchesi l'anno 1505. [Note:

. Un Giovanni De Campiilia fu degli anziani nel secolo XIII cin- que volte, e per ultimo nel 1298. Non sarebbe improbabile che fosse un suo discendente quello che venne sepolto presso S. Francesco con que- sta iscrizione (Da Morrona, III. 79): SEP. HONORABILIS CIVIS PISANI S. JOANNIS DE CAMPILIA ET HERED. QUI OBIIT AN. D. MCCCXXXXV. Del resto, Giovanni di cui parla l'A., fu uno di quei gonfalonieri e cittadini ai quali venne data piena balìa di sottoporre la città a qualunque signore, ancorché forestiero, fuorché ai Fiorentini (V. Agostini)

] Tommaso di Tommaso fu mandato a Fiorenza negli anni 1428 e 1440. Valerio di Camillo, da giovinetto pigliò l'abito di Santo Ste- fano di Pisa; e ne' negocii della sua religione ha dimostrato e dimo- stra segni di persona giudiziosa e valorosa. [Note:

. Morì al 15 di febbraio 1627 (Libro d'Esequie in Arch. dell'Or- dine di S. Stefano)

] Pompilio di Giannandrea fu ed è ancora cavaliero del detto Ordine; ma tormentato da un male incurabile, poco si può nella milizia detta esercitare. [Note:

. Prese l'abito nel 1589 (Libro d'Apprensioni d'abito in Arch. cit.)

] Girolamo, fratello di Pompilio, cavaliero di San Giovanni, o vero Gerosolimitano, andossene a Roma da giovine: nella qual città si è fatto conoscere per magnifico e liberale.

1.69. Campo (Del)


[p. 912]
CAMPO (DEL). Vanni fu uno de'Consoli del mare, l'anno 1350. [Note:

. Non voglio affermare che siano di questa famiglia sette individui che, nel 1188, assisterono al parlamento nel quale fu giurata pace ai Genovesi; e si nominavano Ubaldo, Ranieri, ed il figliuolo Enrico,
[p. 913]
Guido e Giovanni figlio di esso, Bando e Bonaccorso nato di lui. So che alcuno potrebbe dire che essi erano terrazzani, così detti da quel luogo di contado nostro che ritiene anche oggidì il nome di Campo. Ciò ripeto anche rispetto a quell'Upettino che fu anziano nel 1258, quando la città fu assoluta dalle censure per la mediazione di Fra Mansueto (Chron. Var. pis. - Murat. S. R. I., VI. 192); ed a Coscio, che fu anziano tra il finire del secolo XIII ed il principio del susseguente, fino a sei volte, e da prima nel 1291. Queste stesse parole convengono ad altri anziani; quali sono Bonaccorso (1300 e 1309), Fanuccio (1307), e final- mente Guido (1335 e 1337). Così è di quel Cellino il cui sepolcro trovasi nel primo chiostro di S. Francesco, con questa iscrizione, che pubblicò il Da Morrona (III. 76): S. VENER. CIVIS PISANI S. CELLINI DE CAMPO ET HERED. Ne duole che le stesse incertezze risguardino Bondo; uno degli otto savi, i quali, nel 1330, fecero certi ordinamenti, a richiesta dei consoli del mare, sopra i noli delle piatte e barche che si prendevano a Porto Pisano per condursi a Pisa. Trovansi questi ordinamenti nello Statuto inedito della corte del Mare. Nello stesso Statuto incontrasi ezian- dio una deliberazione del 1322 risguardante i sensali, alla quale prestò mano, come notaro degli anziani, Nuccio Dal Campo. Fra le iscrizioni della chiesa di S. Francesco ve ne ha una, da cui si apprende che fino dal 1307 eravi stato tumulato il corpo di un Bacciomeo Dal Campo. Il Da Morrona (III.77)così la riporta: HIC IACET HONOR. CIVIS PISANUS S. BACCIAMEUS DE CAMPO QUI OBIIT AN. D. MCCCVII. Presso questo scrittore avvene pure una terza, la quale ci fa conoscere che un Colo del fu Ranaldo (se non è errato il nome del padre) si preparò nel luogo istesso il sepolcro per sé, pei fratelli e per gli eredi (Morrona, l. c.). Altra iscrizione, e questa pure nei chiostri di S. Francesco, ci fa conoscere che vi ordinarono il loro sepolcro, nel 1383, Lorenzo e Gio- vanni ed altri Dal Campo. Così presso il Da Morrona (III. 88): S. LAURENTII ET IOH. S. DUTI ET S. COLI S. NINI DE CAMPO ET SUOR. AN. D. MCCCLXXXIII MENS8 AUG8. Lorenzo, notaro di professione, fu anziano nel 1380; Giovanni nel 1381. Credo poi che Colo sia diverso dal già rammentato. Colo di cui parla l'iscrizione è per me quello che venne chiamato come repar- titore del nuovo estimo nel 1287 (R. Sardo, cap. 202, p. 211). Non vedo che l'A. abbia menzionato Guido Dal Campo. Ne fa ricordo R. Sardo (cap. 36, p. 188), facendoci sapere che esso andò, di commissione del
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Comune, nel 1375, insieme a Piero Grifi, alla compagnia dell'Aguto, con una somma di oltre quattromila cento fiorini d'oro, perché non devastasse il contado

] Puccio, Castellano di Pontetetto, l'anno 1354. Opizo fu mandato dai Pisani vicario delle terre che avevano in Sardigna, l' anno 1355. [Note:

. Fu anziano pel gennajo e febbrajo 1350

] Jacopo, imbasciatore ai Veneziani, ai Padovani ed ai Ferraresi, l'anno 1369. Piero di Bonaccorso , Castellano di Tereglio, l' anno 1369; e Ca- stellano del Ceruglio, l'anno 1370. Andrea di Michele fu uno degli oratori pisani che furono mandati a Tunisi, a far pace con quel re; come si vede per il contratto di detta pace, il quale si ritrova appresso di me: e questo seguì l'anno del Signore 1398. [Note:

. Questa carta, di cui forse il Roncioni ebbe un apografo, può leggersi nel Tronci (Mem., p. 479-484). L'A. non è del tutto esatto. Andrea di Michele fu il solo sindaco e ambasciatore che fermasse l'ac- cordo.Tornato in patria, sedé anziano nel 1389. Potrebbe aggiungersi che lo fu ancora nel 1396, se alla tratta si vedesse unito il nome del padre. Un altro Andrea, figliuolo di Jacopo, visse nel secolo successivo; e questi pose, per sé e pel figliuolo Gerardo, la seguente iscrizione sopra il sepolcro ch'è nel Camposanto: HOC EST SEPULCRUM SER ANDREAE NOTARII QUONDAM JACOBI DE CAMPO ET SER GERARDI EJUS FILII NOTARII ET HEREDUM SUORUM A. D. MCCCCLVIIII DIE X MENSIS MAI

] Cristofano, vicario di Buti, l'anno 1400 (Dai libri delle Pro- visioni, come sopra). Francesco di Tommaso andò, l'anno 1427, imbasciatore a detti Fiorentini. Vedesi al libro de' Partiti. Simone di Francesco fu mandato imbasciatore ai Fiorentini tre volte, nel 1462. Rinieri d'Enrico, fu mandato imbasciatore ai Fiorentini, l'an- no 1430. Bartolommeo di Francesco fu, ancora lui, mandato per imbascia- tore a Fiorenza, negli anni 1466 e 1467. Michelangelo di Tommaso fu, nell'ultima guerra che ebbe la nostra Città con il popolo Fiorentino, fatto Capitano di una bireme (ché l'ho nominata appunto come si trova scritto nella vacchetta R. l' anno 1501, a car. 105), armata dai Pisani; e prima era stato Prov- veditore dell'arsenale loro. Trovasi nel libro de' Partiti dell'an- no 1498. Alemanno attese alla religione, e trovandosi ricco di beneficii, fu adoperato dai Pisani, e mandato oratore al pontefice romano, l' an- no 1502. Vincenzo andò per imbasciatore ai Fiorentini, l' anno 1531. Niccolò d'Agostino per tutti li gradi della milizia ascese a quello di Capitano; e trovossi alla guerra del suo tempo: ma quelle mancate, si morse Capitano della fortezza di Sorano, mandatovi dal granduca Francesco.

1.70. Cane (Del)

CANE (DEL). Enrico era Console nel 1162, quando nel 7 agosto fu spedito am- basciatore, insieme con altri, a Federigo I, che trovavasi a Torino, per mover lamento della ingiustizia con che i Genovesi osteggia- vano il Comune. L'Imperatore intimò a Genova e a Pisa di posare le armi fino a che gli fosse dato di scendere in Toscana. Nell'av- viarsi poi per Francia, ove, secondo lo statuito, era per trattarsi dello scisma della Chiesa, condusse seco sino a Besançon Enrico, ed il collega Ranieri Gaetani (V. Gaetani). I nunzi pisani si abboccarono col re di Francia (Lodovico VII), e n'ebbero promesse di amicizia per la loro città. Enrico tornò ad esser Console di lì a breve tempo, cioè nel 1164. Nel 10 agostodi quell'anno era a Pavia ambasciatore insieme col Console Benedetto, a Federigo I; e fu in quel giorno ed in quella occasione, che l'imperatore coronò re di Sardegna Bari- sone: del che ed esso ed il collega, alla presenza dei quali l'atto si consumò, concepirono il più alto dispetto. Enrico è detto dal Ma- rangone miles strenuissimus, laddove parla della guerra del 1170, che fu tra Pisani e Lucchesi. Era, infatti, condottiere o gonfaloniere della terza parte dell'esercito, forte di cinquecento cavalli, e com- batteva sotto di lui l'ardita milizia del vescovo di Volterra. La vitto- ria fu pei Pisani. Nel 1172era di nuovo condottiere d'esercito nei fatti d'arme che seguirono fra Pisani e Lucchesi pei Valvassori di
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Garfagnana, e ne uscì vittorioso. Fu in questo medesimo anno che trovossi testimone alla stipulazione dei patti pei quali Pisa e Firenze collegate, assentirono di stare alla mediazione di Cristiano arcivescovo di Magonza, vicario di Federigo I, e di rendere i pri- gionieri genovesi e lucchesi, per concludere con questi la pace. Ciò si fece nel borgo di S. Genesio nel 23 di maggio. In quest'atto dicesi Henricus, q. Canis: d'onde si rileva l'origine del cognome (R.). Nel 1188, giurò la pace con Genova, insieme col figliuolo Bonaccorso, e con Tedice, che non saprei dire in qual legame di parentela fosse con essi. Bonaccorso nella vita politica seguitò le vestigie del padre, e giunse ad ottenere il principal grado della città sua, quando in essa al governo consolare cominciò ad alternarsi il governo del Potestà. Appresso l'Anonimo (in Murat. S. R. I., XXIV. 643), si legge che nel 1219 (certo al pisano) fu Potestà per mesi venti. Ora, ch'egli fosse in quest'ufficio in tal tempo, venghiamo a saperlo anche per un documento datoci dal Muratori; qual è il trattato di pace e di commercio che fu fatto tra la città e borgo d'Arles, e il Comune di Pisa, nella stessa Arles nel maggio del 1220 (R.). Ivi Enrico è detto nobilis vir, e figliuolo di Enrico Cane: il che sta a confermare ciò che notammo di sopra, quando ci accadde parlare del giura- mento del 1188. I tempi nei quali Bonaccorso reggeva il Comune, erano pieni di espettazione; perciocché un uomo di altissimi spiriti appressavasi di calare da Germania in Italia, qual era Federigo II, che, nel 1220 appunto, qua venne per la corona. Non so che alcuno abbia scritto che Buonaccorso Cane fosse presente in Roma all'in- coronamento che ebbe luogo nel 22 di novembre. Io lo congetturo dal vedere che, due giorni dopo, Federigo concedeva ai Pisani so- lenne conferma di tutti i loro privilegj, inchiudendovi il godimento ancora di Massa; e tutto questo nella persona del Potestà, presente all'atto (R.). Al quale Bonaccorso sopravvisse non poco, rilevandosi da un documento del 1.o dicembre 1236, essere stato tra coloro i quali rifiutarono di pagar certe decime al monastero di S. Michele in Borgo. In quest'atto chiamasi miles (Annal. Camald., IV. 533; Tronci, Memorie ec., p. 181, 182). Avvi tra i nostri Documenti una carta del 9 luglio 1221, per la quale si vede che, durante il governo di Bonaccorso, fuvvi contesa tra il Comune e l'arcivescovo Vitale, quanto all'esercizio della giurisdizione criminale nel castello di Nubila.

1.71. Cantone (Del)


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CANTONE (DEL). Fra' Domenico da Peccioli, parlando di Fra' Bartolommeo Del Cantone, soggiunge: Fuerunt cives satis antigui, de quibus aliquos ego vidi. Ciò è giustificato dal vedersi, secondoché osservai (V. sopra p. 445) fino a quattro di questa casa giurar la pace con Genova nel 1188: quali sono Roberto ed Alberto, insieme coi loro figliuoli Leopardo e Jacopo. Ugone del Cantone, come senatore, fu di coloro che presero parte alla sentenza del 9 febbrajo 1185, già rammentata (V. Della Bella). In un documento del 1240, stampato in parte dal Mattei (Stor. Eccles. Pis., App. I. 110), si fa menzione di terreni posti presso S. Donnino, di pertinenza di Ruberto del fu Rainaldo del Cantone. Mi sembra improbabile che esso sia il Roberto che giurò la pace ai Genovesi. Questa famiglia, oltre ad alcuni frati dell'Ordine Domenicano, chiari per virtù (tra i quali frate Giovanni e frate Ubaldo), ebbe, nel XIII e nel XIV secolo, due, i quali vivendo al secolo, sostennero pubblici incarichi; per non dire di Marco, il quale fu dei correttori dello statuto dei Mercanti nel 1294. Tal era Gherio, Anziano nel 1297; tale Ceo. Ceo fu priore degli Anziani pel Q. di F. nel 1289; e dopo di essere stato semplice Anziano nel 1292e nel 1294, ritornò al priorato più volte tra gli anni 1295e 1301. Nel 1304fu due volte Anziano; e ne'due seguenti anni, era uno dei correttori dello statuto della Corte del mare, non che dell'altro dell'arte della Lana, come già per tre volte (1287, 1290, 1299) aveva emendato quello dei Mercanti. Nel 1306, 1308 e 1309, vedesi nuovamente priore degli Anziani, e quindi eletto di questo medesimo magistrato dall'imperatore Arrigo VII, e come tale assunto all'ufficio nel 17 marzo 1312; secondoché mostra il docu- mento datoci dal Doenniges, ove il nome di Geus deve correggersi Ceus. Rimane appresso il Doenniges istesso un documento del me- desimo giorno, nel quale Ceo, cogli altri Anziani, elegge il sin- daco, perché sia prestato giuramento a nome della città all' impe- ratore. Ceo assisté alla sentenza dell' 11 aprile del 1312, colla quale Arrigo, essendo in Pisa, pose al bando dell'impero Lucca, Siena, Parma, Reggio ed altre città di parte guelfa, ch'eransegli mostrate nemiche. Questa sentenza fu pubblicata dal Muratori (Ant. Ital., IV. 623 seq.), e dal Pertz (Monum. Germ., IV. 524); ma la più fresca pubblicazione fattasene dal Doenniges sopra un testo torinese, ci svela un fatto di qualche momento per noi, perché ci fa vedere che Ceo era giurisperito (Acta Henrici VII Imp., II. 33, 170-177). Ceo nacque di Bonaggiunta. Il documento per cui venghiamo a sa- perlo è un contratto di compra che esso fece di certa casa nel
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25 settembre 1301. Acquistavala da Cecco del già Giovanni Grifi (V. Grifi), e dava ad esso, come prezzo, novanta fiorini d'oro, valutati quaranta soldi di denari pisani minuti a fiorino. Il contratto è stipulato Pisis in domo pisani Comunis scilicet in palatio populi in loco ubi est ecclesia antianorum (Arch. della Curia Arciv.). Vanni, altro di questa famiglia, viveva nel tempo medesimo, e fu Anziano nel 1303. Filippo suo figliuolo, nel 31 marzo 1348, fece un codicillo (che può vedersi tra le carte dello Scrittojo del Seminario, N.o 118), con cui lasciò dieci staja di grano ai frati di S. Caterina per legato nel dì del suo anniversario, con questa condizione, che si accideret (così scrisse )quod fratres....S. Catherinae non permitterent corpus meum sepelliri et monumentum meum fieri in dicta ecclesia....ante altare S. Mariae Magdalenae in dicta Ecelesia constitutum ut reliqui sepelliendum ....; quod ipso facto quod dictum meum corpus non sepel- liretur et monumentum meum non fieret in dicto loco propter contra- dictionem seu contrarietatem fratrum dicti conventus, priventur .... dicto judicio sextariorum decem grani. Filippo era parrocchiano di S. Cosimo. Del resto, a questa casa appartenne Fra' Bartolommeo religioso Domenicano, pratico di negozi, dottissimo nelle scienze, morto nel 1327. Cominciò il magnifico claustro di marmo del convento di S. Caterina; edificò la Chiesa e il refettorio del monastero di S. Croce in Fossabandi (Chron. S. Cath., 142, p. 494, 495). In questo istesso secolo visse ancora Bonaggiunta. Esso fu Anziano du- rante il dogato di Giovanni Dell'Agnello.

1.72. Capannoli

CAPANNOLI. Ceo fu da' Pisani mandato per Castellano a Rotaja, luogo impor- tante dello stato loro, l'anno 1325. Giannandrea, Castellano di Castiglione della Pescaja, l'anno 1366 e 1369, e di poi Castellano di Buriano (castello nella maremma di Pisa), l' anno 1370, ed ancora l' anno seguente 1371 (Dai libri delle Provvisioni ). [Note:

.
[p. 918]
Sto in forse se sia nome patronimico, o cognome, il De Capan- nolis, onde distinguonsi fra i cittadini i quali nel 1188, promettono pace ai Genovesi, Traffedo, Giovanni suo figliuolo, ed Enrico. Credo patronimico l'aggiunta De Capannoli dato a Jacopo, uno degli anziani del luglio e agosto 1288, tempo in cui ebbe ogni potere l' arcivescovo Ruggeri; Né stimo prezzo dell'opera il decidere cosa alcuna rispetto ad altri non pochi anziani, distinti per egual modo, i quali vissero nel se-colo XIV. Questa osservazione conviene, a mio giudizio, anche a Ceo e Gian Andrea che l'A. ricorda

] Antonio di Chelino fu mandato imbasciatore ai Fiorentini l'an- no 1466, ed ebbe lo stesso grado l' anno 1483, come appare ne' libri de' Partiti. Piero, fratello d'Antonio, fu dal Capitolo di Pisa eletto, per le sue virtù ed integrità di vita, l'anno 1469, operajo della chiesa di san Giovanbatista. Apparisce chiaramente nei libri dell'Opera detta, ed
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in un contratto che si conserva in casa loro, da me veduto e letto, del 1469. Antonio di Niccolò fu molto adoperato nell'ultima guerra che si ebbe con i Fiorentini; imperocché due volte andò in Francia: la prima, imbasciatore agli oratori pisani che si trovavano appresso al re, l'anno 1496; la seconda, al re stesso: e dopo andò imbascia- tore ai signori Genovesi l'anno medesimo: e tornato da questa legazione, fu fatto Castellano della fortissima torre di Foce d'Arno; e datogli il successore, fu dichiarato Castellano di Stampace, for- tezza principalissima di Pisa, l'anno 1497. Conosciuto dai Pisani il suo valore, lo mandarono il seguente anno a commessario di Buti, castello grosso e di molta importanza: nel quale officio si diportò così bene, che gli fu dato dalla sua città il carico di castellano di Vico Pisano, l'anno 1503: e questo si sa, per le Vacchette del pub- blico Archivio, a rispetto di tanto uomo. Alessandro di Niccolò fu fatto Castellano del torrione di San Marco; luogo molto importante per la guerra che si faceva con i Fiorentini; e per innanzi era stato Castellano della rocca posta sopra la porta al Parlascio, l'anno stesso: ed ultimamente ebbe la fortezza di San Giorgio, l'anno 1499. Se ne ha notizia nelle Vac- chette sopraindicate. Santi d'Abramo fu mandato per Commessario alla Verruca, for- tezza di molto giovamento ai Pisani per l'altezza sua; e l'anno 1500 ebbe il medesimo grado, e non molto dopo ebbe la carica di Castel- lano della torre di Foce d'Arno: come pure ricavasi dai pubblici Libri, che fu spedito per Castellano commessario di Vico Pisano. Lorenzo di Chelino, seguitando le vestigia dei suoi maggiori, fu fatto Castellano di Santa Maria in Castello, l'anno 1499. Giovan Batista fu mandato Castellano di Cascina, l'anno 1499. Bastiano, figliuolo di Giovan Batista, da giovine datosi al mestier dell'arme, ebbe in governo la rocca di Libbrafatta: il che da' nostri Libri vedesi essere stato del 1503. Giuseppe di Francesco si dette alle lettere; e divenne eccellentis- simo medico, e famoso filosofo. Lesse molti anni nello Studio di Pisa con gran concorso di scolari; e sarebbe pervenuto in maggiore ri- putazione se non era da morte immatura tolto dal mondo l'an- no 1597. [Note:

. Morì di cinquantacinque anni. Era stato dei priori nel 1574, e poi nel 1582e 1586. Il Fabroni narra che fu parlatore mediocre, ma arguto in disputare. Ebbe tomba in S. Niccola con questa iscrizione, data dal Fabroni (Hist. Acad. Pis., II. 284): JOSEPHO CAPANNOLO FRANCISCI F. MEDICO PERITISSIMO SEPTIMO SUPRA VIGESIMUM ANNUM IN PATRIA LOGICAM PHILOSOPHIAM EXTRAORD. PRAXIN ORD. VIRO SUAE CIVITATIS PRIMO SUMMA CUM LAUDE AC PIETATE PROFESSO LABORUM FRUCTU APUD SUPEROS IAM FRUENTI JO. BAPTISTA FR. MOESTISSIMUS P. AN. D. MDLXXXXVIII VIXIT AN. LV.

] Adriano di Lorenzo attese alle lettere, e dottorossi in legge ca- nonica e civile; e per le molte virtù sue, nella Chiesa maggiore di Pisa ottenne un canonicato; e la lettura dello estraordinario civile nello Studio Pisano; dove al presente legge. [Note:

. Morì nel 1644, in età di sessantanove anni (Fabroni, Hist. Acad. Pis., II. 226, 227)

] Oggi questo ramo si domanda degli Abrami: nondimeno hanno provato con molti con- tratti, e scritture pubbliche e private, che sono della antica fami- glia de' Capannoli.

1.73. Caprona (Da)

CAPRONA (DA). Fu in Pisa questa famiglia nobilissima da tempi ben remoti, ed ebbe le proprie case presso il luogo ove sorge la chiesa di S. Torpè. Federigo Visconti così scrive in uno dei suoi sermoni:hujus (Nero- nis)mirabile Palatium apud Parlascium, quod modo detinent nobiles viri Capronenses; et ideo quia Imperatori in Palatio successerunt, viri quoque nobiliores de Civitate nostra existunt....Circa domum, illorum de Caprona...,aedificata est Ecclesia in honorem Beati Tor- petis (ap. Mattei, Hist. Eccl. Pis., II. 38;- Memorie d'Ill. Pis., II. 41). Io non consento facilmente al Mattei, che i Da Caprona fossero i valvassori del castello che ha questo nome. Mi dà grave motivo di dubitarne una sentenza dell'arcivescovo Villano, dell'an- no 1155, per la quale si vede che nelle cose risguardanti la chiesa di Caprona, v'interveniva il solo consenso del popolo (ap. Grandi, Ep. de Pand., p. 202-204). Al Mattei sovraccennato piacque con- getturare, che i Da Caprona fossero signori di Montalto, castello situato presso l'Arno, per acquisto fattone da Gandulfo di Bibbona.
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A ciò fu condotto dalla lettura di una carta del 18 marzo 1144, la quale trovasi nel Muratori, Ant. It., IV. 241, 242. In essa Guido cardinale di S. Chiesa, ed i fratelli suoi Ubaldino, Ubico e Ranu- zio, fanno donazione del predetto castello alla Chiesa romana, te- nendo allora la sede papale Lucio II. Io non so vedere che questi donatori fossero dei Da Caprona, quando il documento dice chiaro, che il loro padre era Ugone del castello di Fucecchio. Il Tronci ha scritto, che la vittoria di Reggio del 1004, si ebbe essendo Pandolfo Capronesi ammiraglio dell' armata: nel che mi sembra dare miglior prova d'amor di patria, che di critica storica. Certo, questo scrit- tore non vuol seguirsi; principalrnente poi là dove scrive che An- drea di Filippo Da Caprona fu uno dei cittadini che, nel 1053, fon- darono la pia casa di Misericordia (Memorie ec., p. 10, 20); perché il monumento su cui si appoggia, è senza fallo supposto. Vogliono che a questa famiglia appartenesse Guido, che fu poi cardinale. È scritto che si recasse a Roma nel pontificato di Urbano II, o di Pasquale suo successore immediato. Seguitò Innocenzo II in Fran- cia, quando sembrava impossibile resistere in Italia all'antipapa Anacleto; e fu premio della sua fedeltà e del suo zelo il grado di cardinale del titolo dei SS. Cosimo e Damiano, che gli fu dato nel 1130 nel Concilio tenuto a Clermont. Per due anni dimorò tra i Francesi, sempre come familiare d'Innocenzo, ognora nei concilii che questo papa vi tenne. Tornato a Roma col pontefice, lo seguitò al Concilio di Pisa del 1134, o, come altri vuole, del 1135; che cominciato nel 30 maggio, compivasi nel 6 di giugno; dove fu gran numero di prelati, e dove Ingerberto fu investito del marchesato di Toscana. Recatosi poi a Milano, per volere del papa, insieme con S. Bernardo, con Matteo vescovo d'Albano, e con Goffredo vescovo di Chartres, coo- però grandemente in riconciliare alla Chiesa lo scismatico arcivescovo, e nel rendere obbediente al Papa ed all'imperatore Lotario i cittadini. Vana riuscì l'opera sua e degli altri inviati papali, perché Cremona si pacificasse con Milano: solo fu fruttuosa riguardo a Pavia. È nelle sto- rie, che recatosi a Genova cogli altri nunzii (meno S. Bernardo), fa- cesse por giù ogni odio contro Pisa. San Bernardo scrivevagli (1140) perché volesse tener ferma la condanna degli errori di Abeilardo fatta nel Concilio di Sens, e per raccomardargli Stefano vescovo Metense: ma però non mi par verisimile, che a lui sia diretta la lettera colla quale ei rimprovera Guido legato di Pisa, come quegli che tiene alla sua mensa, e protegge a viso aperto, Arnaldo da Bre- scia, discepolo d'Abeilardo; che, cacciato d'Italia e di Francia erasi riparato a Zurigo. Guido consumava lodevolmente un atto di gran momento, quando, spedito legato in Germania a Corrado III, riusciva a stornare le mene degli Arnaldisti, ed a far sì che venissero
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confermati a S. Chiesa, nella persona di Lucio II, i vetusti suoi privilegii. Eugenio III nel 1146 lo inviò suo legato in Lombardia; poi (morto Roberto Pullo inglese) lo disse cancelliere di S. Chiesa. Nel 7 febbrajo 1147, egli soscrisse apud sanctum Genesium alla bolla con che Eugenio III volle protetta dalla S. Sede la nostra Badia di S. Paolo a Ripa d'Arno (Carta inedita dell'Arch. Roncioni ). Negli ul- timi di maggio di quell'anno istesso, Guido era sempre in Francia, insieme col papa, che ivi si riparò per campare sé e la sua corte dalle violenze dei Romani. Corrado inviava colà suoi legati, i quali giun- gevano a Digione nel 30 marzo, per invitare il pontefice ad un convegno in Argentina, ove si tratterebbe di ciò che più impor- tava alla Chiesa. Meglio ad Eugenio sembrava il trasferirsi a Pa- rigi: se non che volea spedito in Germania come suo nunzio Guido Cardinale; che presentatosi a Corrado in Bamberga, fu ricevuto a gran letizia, e n'ebbe segni d'affetto singolare verso la sua per- sona, di reverenza verso la Sede Apostolica. Reduce in Francia fu ai Concilii di Treveri e di Reims, insieme col papa. Ai 16 giugno 1148, era in Vercelli, e di là discese a Pisa, ove trovavasi verso la metà di ottobre, per rimanervi, come certamente fece, fino al 18 novembre. Vogliono che allora ordinasse l'edificazione della chiesa di S. Torpè. Postisi agli accordi i Romani con Eugenio, nel 1149, Guido, da Tusculo ov'erasi soffermato dopo il soggiorno di Pisa, passò col pontefice a Roma. Cade in questi tempi la let- tera che egli scriveva a Wibaldo abate di Corbeia suo amico, di- retta ad ottenere che Corrado, lui mediatore, non si volgesse ai danni della chiesa e del Papa: al che forte spronavalo l'imperatore Emmanuello Comneno. Ebbe Guido sepolcro in Roma nella chiesa del suo titolo, ma s'ignora l'anno di sua morte. - Io non posso credere che cittadini così illustri com'erano i Da Caprona, non fos- sero invitati al pubblico parlamento ove, nel 1188, fu giurata pace con Genova: perciò mi sembra indubitato che siano di questa fami- glia i fratelli Bacciomeo e Guglielmo, Giovanni e Guido, fratelli pur essi tra di loro, Ugo ed il figliuolo Corrado, i nomi dei quali appajono in quest'atto. Ho poi per sicuro, che sia di questa casa Bul- garino, Console nel 1185. Se non che, le memorie del secolo XIII e XIV ne richiamano più specialmente a loro, come quelle che ne svelano assai fatti sui personaggi di questa famiglia, dalla quale uscì, nel primo dei detti due secoli, Uguccione. Sorti gravi dissidii tra Pisa, Lucca, Volterra ed altre città; ed alla guerra esterna aggiun- tesi le gare di cittadini potenti come i Visconti, di cattani in gran- dissimo stato com'erano i Gherardeschi; Uguccione, nel 5 aprile 1237, veniva eletto ad arbitro, insieme con Fra' Gualtieri priore de'Do- menicani, e con Gualtieri di Calcinaja (che credo degli Upezzinghi),
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affinché si trovasse modo di ridurre le cose alla pace. Uguccione e gli altri arbitri pronunziarono il lodo nel 7 novembre (R.). Sto incerto se sia di questa famiglia Bartolommeo Capronese, che trovavasi in Accon nel 1248, e che fu testimone, nella chiesa di S. Pietro dei Pisani, alla recognizione che fece del privilegio di Federigo II (1229) il notaro Benencasa da Cascina. Ho questo per indubitato, che alla casa dei Capronesi appartenessero in questo secolo Fra' Bartolom- meo, religioso Domenicano, di vita assai lodevole; non che Giovanni ed Ugolino, i quali, nel 1253, si obbligarono in proprio verso i nobili di Corvaja e di Vallecchia, per l'osservanza dei patti giurati loro dal Comune (Chron. S. Cath., 65, p. 7). Altri veda se possano dirsi loro congiunti Bercio ed i fratelli che, essendo stati sbandeggiati dal Comune, si afforzarono con altri nel castello di Caprona; talmente- ché, nel 1281, il potestà Giovanni di Luccino da Como fu costretto di porvi assedio per isnidarneli (Anon., Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I. XXIV. 646). Quello che io credo senza dubbio di questa casa, è Bac- cio, rammentato come uno dei capi Ghibellini che si unirono all'ar- civescovo Ruggieri per cacciare di signoria Nino di Gallura, quando teneva il grado di potestà e capitano del popolo, in compagnia del Conte Ugolino Della Gherardesca: fatto di grande momento, che appartiene al 1288, siccome mostrano le cronache (Anon., l. c.-Murat. S. R. I., XXIV, 651). Quello che dico di Baccio, credo doverlo affermare an- che rispetto a Gaddo, o Gherardo, che fu degli elettori in quel- l'anno medesimo di Gualtieri da Brunforte, quando si trattò di chia- marlo all'ufficio di potestà; grado di cui prese il possesso nel dicembre (Anon., l. c.-Murat. S. R. I., XXIV, 655). Ma quelli che più meri- tano la nostra considerazione, sono due individui assai rammentati nei monumenti del secolo XIV: voglio dire Filippo e Guido. Filippo fu cavaliere, ed uomo di somma autorità fra i cittadini. Quando Arrigo VII discese in Italia per la doppia corona, e per recarsi a soggezione il paese, Filippo fu uno dei cinque ambasciatori ai quali si volle com- messo il farsi dinanzi a lui. L'atto dell'elezione è del 25 feb-brajo 1311; tempo in cui l'imperatore già si trovava a Milano, ove non molto dopo giunsero gli ambasciatori. Quel che facessero costà, è attestato dai nuovi documenti che il Doenniges ci ha fatto cono- scere: nei quali voglio si avverta, esservi errore nel cognome del nostro Filippo, che dicesi de Capiona, anziché de Caprona. Il primo atto quivi operato da Filippo e da' suoi colleghi, fu quello di rico- noscere come signore, a nome del Comune, Arrigo VII, e di giurargli fedeltà nelle solite forme volute dalla cancelleria imperiale. Si fece l'istrumento in Milano nel 19 marzo dello stesso anno 1311, nella sala dell'arcivescovato; e vi assisterono Giovanni (Polo) arci- vescovo di Pisa, Gerardo vescovo di Basilea, Guidone vescovo
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d'Asti, Vallerano fratello d'Arrigo, e più altri che qui non fa d'uopo ricordare. Filippo, insieme cogli altri ambasciatori, non si rimase a questo solo; ma fecesi immediatamente a supplicare Arrigo affinché volesse dare ai suoi Pisani nuova investitura di tutti gli antichi feudi che già possedevano. L'imperatore vi condiscese, presenti tutti i ram- mentati testimoni, e nel luogo medesimo, consegnando ad esso ed ai colleghi, siccome simbolo, la spada sguainata (R.). Dopo questo tempo, incontriamo una notizia intorno a Filippo presso l'Anonimo scrittore degli Annali Aretini; il quale, all'anno 1313, nota D. Phi- lippus de Caprona Civis Pisanus fuit missus per Dominum Imperatorem Arretium pro suo vicario, et stetit certo tempore; postea fuit missus Comes Federigus Montisferetri, et complevit annum(in Murat. S. R. I., XXIV. 865). La notizia che dà l'Anonimo è confermata da un docu- mento che ora leggesi appresso il Doenniges; pel quale apprendiamo che Filippo era in ufficio di vicario nel 7 aprile. Fu allora, infatti, che l'imperatore gli scrisse lettera e perché dimettesse la carica nelle mani del Montefeltrano e del Vicario generale, e perché consegnasse al primo i prigioni di S. Giovanni in Val d'Arno, che tenea custoditi in Arezzo. Questa lettera, che fu scritto in Pisa, si dice consegnata al figliuolo di Filippo, di cui si tace il nome (Acta Henrici VII, I. 52). Non bisogna credere, argomentandone da questo subito richiamo impe- riale, che Filippo fosse decaduto dalla grazia d'Arrigo. Ardente ghibel- lino, giovava meglio forse al principe di ascoltarne ognora i consigli. Questa mia congettura viene avvalorata dal vedere che Filippo re- stituitosi in Pisa, fu testimone, nel 26 del mese istesso, alla sentenza che Arrigo si fece a proferire contro il re Roberto (R.). Filippo, vivendo assai tempo, ebbe a veder anco la discesa di un altro impe- ratore, cioè di Lodovico il Bavaro del quale, a quanto sembra, di- chiarossi avversario. La sua torre infatti (ove abitava) fu fortificata dal Comune quando si trattò di resistere all'assalto di Lodovico. Ne ebbe poi Filippo cinquanta lire per ristoro dei danni (D.). Se Fi- lippo fu un caldo ghibellino, non lo fu certamente meno di esso Guido, che ebbe a consorte certa donna Nese, morta già nel 1318, come raccogliamo dai Libri dei conti dell'Opera del Duomo. Guido, al calare che fece Arrigo VII in Italia, fu uno de' suoi seguaci. Po- stosi l'imperatore intorno a Firenze, lasciava Guido suo vicario in Valdarno. Nel 25 giugno 1313, quando l'imperatore trovavasi in Pisa, Guido gli presentò supplica per ottener lettera di rappresaglia contro venti comuni del Valdarno di sopra; tra i quali erano Fi- gline, San Giovanni, Montelungo, ec.; dei quali dicevasi creditore di milletrecento ventiquattro lire per salarii a lui non pagati (R.). Guido nel 1322 fu ucciso proditoriamente per odio di parte da Cor- bino dei Lanfranchi, conforme e scritto largamente altrove (Roncioni,
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Ist. Pis., p. 719 seq.). Ora conviene dire d'altro che portò il suo nome medesimo. È scritto, che mentre l'assedio di Lucca durava, i Fiorentini, a cacciarne i Pisani, si spingessero intorno al campo con cinquemila cavalieri e con molti pedoni. Tale sforzo astringeva gli assedianti a chiedere ajuto. Mandarono in Lombardia per soc- corso alla lega, e a Luchino Visconti signore di Milano. Costui pro- mise soccorsi, qualora mandassero statichi. Sei ne furono inviati delli maggiori gentiluomini della città e li più sufficienti, tra i quali fu messer Guido Da Caprona, che stava nella cappella di Santo Torpè (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1010. V. anche F. Raynerii Granci, De Proeliis Tusciae - Murat. S. R. I. , XI. 354). In questa, Lucca cadde in potere dei Pisani, i quali la tennero soggetta assai lungamente. Guido ne fu potestà nei due secondi semestri del 1353 e del 1364 (Mem. Lucch., II. 349, 350). Esso non è il solo dei Da Caprona, di cui intorno a questi tempi abbiansi memorie storiche. In effetto, è da rammentarsi ancora Mariano (non Martino, com'e nella stampa del documento), come quello che, nel 1355, sborsò con Guido istesso quattrocento fiorini d'oro di sua volontà, per saziare le voglie avare di Carlo IV (Masi, Ragionamento ec., p. 89). Ma- riano era stato potestà di Lucca pel secondo semestre del 1354 (Mem. Lucch., II. 349). È quello stesso che dicono mandato a guar- dia di tale città dopo la vittoria di Montecatini (Roncioni, Ist. Pis., p. 707, 708). Guido, dopo la cacciata dei Raspanti del 1369, fu uno degli ambasciatori inviati a Carlo IV nel 4 aprile, i quali ebbero da lui, che trovavasi a Lucca, quell'aspro ed ingiusto trattamento di cui occorse già di parlare (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I.., XV. 1052, 1055. V. Ajutamicristo). Egli è l'ultimo potestà per mezzo di cui i Pisani reggessero Lucca (Mem. Lucch., II. 351, 352). Nel 1372fu potestà di Vico (Roncioni, Ist. Pis., p. 913). È rammentato come vivente nel 1373, nei libri dei Conti dell'Opera del Duomo, insieme con Giovanni di Messer Gaddo: anzi possiamo asserire che viveva anche nell'anno appresso, essendoché il conte Gualando da Castagneto lo nominò esecutore della sua estrema volontà nel testamento che fece in Perugia, nel qual atto disse doversegli restituire una coltre vermiglia ed un pajo di cuscini (R.). Ugo, secondoché già venne av- visato, fu dell'Ordine dei Frati Predicatori, ed attese principalmente all'arte di alluminare i Codici; esercizio in cui divenne eccellente (Chron. S. Cath., 169, p. 515). Del resto, i Da Caprona, anche verso il finire del secolo XIV, erano dei maggiori cittadini, secondo l'attestazione di R. Sardo; il quale gli annovera tra coloro che sollecitarono l'elezione di Benedetto Gambacorta in vicario e suc- cessore di Piero suo padre, quando questi cadde in infermità al principio del 1372 (Cron. di Pisa, cap. 174 - Arch. St. It., VI.
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p. II. 183). Nel celebre nostro Camposanto sopra un antico cassone marmoreo è intagliata questa iscrizione: SEPULCRUM NOBILIUM DE DOMO CAPRONENSIUM. Al cadere della Repubblica, questa casa fu avvolta nella sciagura comune ad assai cittadini. Gaddo (e questo fu ancora di Andrea e di Lodovico) venne confinato a Firenze, pel decreto del 7 febbrajo 1407, che obbligava entro certo termine (il mese di marzo prossimo) a farci venire tutta la propria famiglia (D.). Anche nel 1447 i Da Caprona facevano tristo spettacolo di loro a Firenze insieme a molti altri illustri cittadini pisani, conforme scrive Mattia Pal- mieri in un luogo del primo libro De Bello Italico, il quale fa mira- bilmente al proposito nostro, perché molto giova a rischiarare la storia delle famiglie pisane: Igitur Florentini, pristino adhuc timore pavidi, has reliquias, heu cruda calamitas! Florentiam obsides proficisci jubent. Harum equidem familiarum, quae adhuc tantis calamitatibus reliquae erant, obsides, ac veluti in custodia Florentiae quotidie, proh dolor! conspiciens, quid non ingemiscebam? Venerant enim Lanfranchi, Orlandi, inter quos et sacerdos Marianus, vir praestans, visebatur; Gua- landi, Vivariani, Ascorniani, Caproniani, Gayetani, qui Patriae jura servarant (nam reliqui, perditis Patriae castellis, se Florentiae inse- ruerunt), Cinquini, Bartholotti. Cernere erat et Ragonenses, Bracen- ses; Galetti, una Galli Palmieri, Lantes aderant. Lanfreduccii aderant, Lambertuccii, Barbi, Mastiani, et qui ex Cassiano, quique e Septimo dicebantur. Stabant inter hos et qui a Butino quodam orti falso se Donaratici proceres appellabant. Cernebantur Aliates, qui Pisis subse- derant: nam caeteri Siciliam divites habebant, Griphi, Zampantes, Damiani, Buccani Colti, Vecchiani, multique praeterea (a p. Mem. d'Ill. Pis., III. 228, 229).

1.74. Carfagni

CARFAGNI Senza la Cronaca di S. Caterina, forse non avremmo memoria di questa famiglia, di cui ha detto lo scrittore di essa: Isti (Car- fagni) fuerunt in Pisis cives honoris. Venne da essa quel frate Jacopo Domenicano, morto nel 1338, predicatore valentissimo; intorno al quale sono belle notizie presso Fra' Domenico da Peccioli, e nelle cose da me già avvertite. Ed invero, ho mostrato che esso seguitò aperta- mente le parti dell'arcivescovo Oddone Della Sala nei grandi dissidii
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che questi ebbe col Comune (V. sopra, Chron. S. Cath. 156, p. 501, 502).

1.75. Carletti

CARLETTI. Sono del XII secolo le prime memorie di questi cittadini; percioc- ché Albertino e Jacopo suo fratello, Guido e Meuccio, giurano tutti ugualmente la pace con Genova nel 1188. Se fosse genuino l'atto di fondazione della pia casa di Misericordia, sarebbe stato d'uopo af- fermare, come ha fatto il Tronci, che Pantaleo di Donato Carletti, cavaliere nel 1053, fu dei generosi che vollero fondato il pio istituto (Memorie ec., p. 20). Del resto, questo solo è certo, che un Al- bertino Carletti fu tra coloro che, nel 1253, si obbligarono in pro- prio per l'osservanza dei patti stipulati fra il Comune ed i nobili di Corvaja e di Vallecchia: il che mostra che questa famiglia nel secolo XIII durava ancora in buono stato. È molto probabile che si estinguesse nel secolo XIV; perciocché in una carta inedita dell'Ar- chivio della Curia Arcivescovile, segnata del 2 maggio 1360, mi venne fatto di notare, che una torre acquistata (parmi) nella par- rocchia di S. Salvadore in Porta d'Oro da uno degli Upezzinghi, aveva a confine terra cum domo olimCarlettorum. Il Roncioni (Ist. Pis., p. 620) enumera i Carletti che rimasero, taluno estinto, altri presi nella giornata della Meloria.

1.76. Carratelli

CARRATELLI. Di questo cognome abbiamo memoria per un avvenimento isto- rico ricordato da uno dei nostri Cronisti. Nel 1325, ai 5 di novembre , i Pisani perdettero Sarzana, perché Spinetta (Malaspina) la tolse loro. Era giudice allora del potestà pisano Gherardo Carratelli (Anon., Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 672. V. Orlandi). Gherardo nel 1344sentenziò come giudice del tribunale degli Ap- pelli.

1.77. Casapieri


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CASAPIERI. Bulso di Pietro fu Consolo di giustizia della sua Città: fassene memoria in un contratto che hanno le monache di santo Lorenzo di Pisa, da me veduto e letto; e questo fu del 1190. [Note:

. L'antichità e nobiltà di questa famiglia è indubitata. Se dovesse prestarsi fede a certi MSS. di genealogie, dovremmo dire che i Casapieri (De Domo Petri) vennero di Fiandra. Nel secolo XVII fuvvi acre disputa a cagione del patronato della chiesa di S. Matteo, tra i Casapieri e le monache; e nella scrittura legale fatta a pro di esse, si affermò che la famiglia dei Casapieri, del cui diritto allora cercavasi, non derivava per niente dagli antichissimi. Ciò aprì il campo a contrarie argomentazioni, ed a ricerca di documenti volti a dimostrare che i Casapieri viventi nel 1695, discendevano da quel Pipino, dal quale venne Ildeberto dello Albito; colui che fece libertà alla consorte Teuta di fondare e poi di dotare, siccome effettuò nel 18 maggio 1027, il monastero di S. Matteo (Ann. Camald., II Ap. 8-13). Ma tenuto anche che ciò non sia, non è priva di fonda- mento istorico l'asserzione che i Casapieri fossero vecchissimi cittadini, e già variamente diramati fino dal secolo XII. Ciò dico attenendomi al giuramento dei mille Pisani prestato nel 1188 ai Genovesi per la pace. In questo documento, infatti, trovansi rammentati Pietro e Bulso suo figliuolo (quello medesimo che qui ricorda l'A.), ed Andrea Delle Sta- dere; cognome notevole, perché fa vedere che già da questo tempo eranvi due rami almeno dei Casapieri; e che l'uno di essi, abbandonato il più vecchio cognome, usava distinguersi per l'altro che tolse dal di- ritto ch'ebbe la famiglia sui pubblici pesi (V. le mie Memorie inedite intorno alla Vita ed ai Dipinti di Francesco Traini ec., p. 11). Di- remo in seguito dell'altra discendenza detta dei Taccoli. L'A. pone
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insieme i discendenti di tutti i rami dei Casapieri. Non sarei lontano da credere che il Bolso di Pietro sia quello medesimo che, nel 1161 (18 marzo), essendo Console, concedé coi colleghi all'Opera del Duomo certi diritti che i Pisani avevano in Costantinopoli, unitamente alla chiesa che colà i Pisani eran giunti a possedere (R.). Il Tronci (Memorie, p. 95) narra, che in questo medesimo anno Bolso fu mandato ambascia- tore a Guelfo, duca di Spoleto e marchese di Toscana, insieme all'arci- vescovo Villano, e ad altri (V. Federighi, Grassi), rivestiti del grado consolare, quando Guelfo aveva convocato un parlamento delle città Toscane nel Borgo di S. Genesio

] Pietro Casapieri, cavaliere Rinieri Bavosi, cavaliere Gano delle Statere, cavaliere Capitani di tre galere alla rotta di Meloria, successa del mese di agosto, l'anno 1284. (Dagli Annali Pisani). Andrea delle Statere fu dai Pisani mandato imbasciatore agli re di Tunisi e di Buggea, per fatti importanti della sua Repubblica (leggesi in un contratto conservato con molti altri nell' archivio dell'Opera del Duomo); e fu l'anno 1301. [Note:

. Stimo opportuno di por qui una memoria sui Casapieri, che leg- gesi nell'Anonimo, sotto l'anno 1280, essendo potestà Ottolino da Man- dello; per la quale si conoscono alcuni di questa casa che vissero nel secolo XIII , e che l'A. tralasciò di accennare. "In del cui tempo si fecie la torre honorevile e bandita, mouto bella, di messere Federigo Delle Statee, messere Perchino, messere Andrea, messere Cieo, e mes- sere Guiccio Massella, quando si fecieno Cavalieri " (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 646). Appartiene a questo secolo anche Enrico; quegli che nel 10 maggio 1273, come uno de' sindaci del Co- mune, giurò in Orvieto di stare ai comandi del papa, e che nel 13 ne scrisse al Comune. È quello stesso che andò dipoi ambasciatore a Carlo d'Angiò (Guido de Corvaria, Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 680, 683, 684). Presso il Roncioni (Ist. Pis., p. 621) possono vedersi i nomi di quelli fra i Casapieri, che, secondo i moderni, furono presi alla rotta della Meloria, e anche uccisi. Del resto, Gano del fu Ceo Scalabrino de' Casapieri, che l'A. ricorda nel testo, viveva nel 13 marzo 1301, come mostra la carta di N.o 33 dello Scrittojo del Seminario. Ivi pure si trova (N.o 34) certa ratifica di vendita fatta nel medesimo anno, al 25 del mese istesso, da Jacopo detto Puccio Scalabrino del fu Galgano di Pietro Bulsi de'Casapieri, per la quale viene convalidato il contratto Di Tora, vedova di Sigerio Bulsi de'Casapieri, e figlia del già Gerardo Rossi dei Lanfranchi (V. Lanfranchi)

] Lotto Ardecasa fu fatto Potestà, e Capitano di Vico Pisano (ap- parisce nell'archivio di casa mia): lo che seguì l'anno 1307. Roberto delle Statere attese alla religione; e per li meriti suoi ebbe, l' anno 1319, il vescovado d'Albi, città nella Provenza. Tro- vasi nominato nell'archivio dell'Arcivescovado di Pisa, come ho detto, del 1319. [Note:

. Roberto fu vescovo di Terralba in Sardegna; non d'Albi. Era dell'Ordine dei Minori. Tratto alla sede Terralbense nel 1302, quando Oddone della Sala passò al vescovado di Pola, intervenne, nel 1309, al Concilio provinciale di S. Giusta. Nel 10 ottobre 1315, essendo presso Pisa nella chiesa di S. Sofia (dei Templari), scrisse una lettera, stampata dal Fabroni, colla quale dispensò per due anni Niccola Amisi de' Casa- pieri, canonico Terralbense, dall'obbligo di risiedere, perché attendesse in Pisa istessa allo studio del diritto canonico. Ritrovandosi poi in que- sta città nel 18 marzo 1319, prorogò tal dispensa ad un triennio; come abbiamo da una seconda lettera, che trovasi presso il Fabroni medesimo, che la trasse dagli atti straordinarii della Curia Arcivescovile. Il notaro che ne fece le copie, descrisse anche i Sigilli del nostro vescovo pen- denti dall'una e dall'altra (Mattei, Sard. Sacr., p. 261.- Fabroni, Hist. Acad. Pis., I. 402-404. - Martini, Stor. Eccl. di Sard., III. 363)

] Albizi delle Statere fu uno degli oratori pisani mandati l'an- no 1317 a Siena, per imporre la pace con le Comunità di Lombar- dia e della Toscana. Dopo, fu mandato imbasciatore a Castruccio Castracani signore di Lucca; che fu del 1323. [Note:

.
[p. 930]
Nacque da Guglielmo. Nel 6 agosto 1312, Albizzo trovavasi a Tivoli colla corte d'Arrigo VII. Fu presente alla protesta che fece l'im- peratore contro l'ordine di tregua che Clemente V voleva osservasse col re Roberto; protesta cui andò unita la dichiarazione fatta da Arrigo di non credersi astretto a giurare fedeltà al papa. Nel medesimo giorno Arrigo rispose eziandio alle domande che i cardinali deputati a incoro- narlo gli diressero a nome del pontefice. Qui pure è menzione della pre- senza di Albizzo (Doenniges, Acta ec., II. 55-58). Albizzo, nel 25 gennajo 1336, fece il suo testamento, che ho posto a stampa. Vi sono legati per fra Domenico Cavalca e per fra Bartolommeo da S. Concor- dio: vi sono lasciti per l'ospedale di Vieri Maschione; luogo di carità a cui il Bavaro aveva concesso ogni favore col diploma del 10 gennajo 1329. L'eredità di Albizzo, giusta quanto aveva disposto, pervenne all'Opera del Duomo, cui impose l'obbligo di erigere un altare o cap- pella in S. Caterina. Vi sodisfece l'operajo Giovanni Coco, allogando la tavola a Francesco Traini (V. Coco, e le mie Memorie inedite intorno alla Vita e Dipinti di Francesco Traini, p. 10, 11, 109-123). Intorno a questi tempi viveva anche Piero. Nei Documenti nostri appartenenti al 1327 si fa ricordo di una sua ambasciata a Castruccio. Nel 1333 era confinato a Rosignano; ma essendosi recato di persona con quattro ca- valli al soccorso dei nostri, che combattevano contro i Sanesi a cagione di Massa, fu assoluto dal bando (Anon., Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 668)

] Corrado fu mandato Capitano di guerra di tutta l'isola dell'Elba, l'anno 1331. Gaetano andò per Castellano di Rotaja, l'anno 1345. [Note:

. Narrasi che allora si spingesse anche contro il vescovo di Luni (Roncioni, Ist. Pis., p. 792)

] Simone ebbe dimolti governi. Prima, fu dichiarato, l'anno 1348, castellano della Verrucola di Garfagnana; dopo, di Pontito; e l'an- no 1354, fu potestà di Castiglione della Pescaja, luogo molto impor- tante nelle Maremme di Pisa. Stefano Bavosi fu mandato potestà di Peccioli, l' anno 1350. Matteo, seguendo i suoi maggiori, governò con titolo di vicario, la vicaria della Garfagnana, l' anno 1354, e l'anno 1355. Cione fu, l'anno 1350, Capitano e Castellano di Pontito; e l'an- no 1354, andò Castellano di Serezzana per i Pisani. Albizi delle Statere fu successore di Cione in Serazana; e l'an- no 1335, fu dai Pisani spedito Castellano di Castiglioni di Garfagnana; e doppo, fu fatto Capitano di Montecalvoli , l'anno 1361; ed ultima- mente, andò per Castellano a Casuli di Garfagnana: il che seguì del 1393.
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Sigerio, cavaliere, fu dichiarato vicario di tutta la Maremma di Pisa, l'anno 1371; e l'anno 1373, vicario della Valdera; e potestà di Castiglione della Pescaja, l'anno 1375e 1377. Saracino Bavosi fu fatto Castellano di Sugareto, del 1375; e l'anno 1377, ebbe il medesimo grado; ultimamente, andò per Capi- tano di Vada e Razignano, e fu l'anno 1388. Antonio, l'anno 1387, fu mandato Castellano di Montecalvoli (Dai libri delle Provisioni). Matteo fu molto adoperato dalla sua Città; la quale mandollo im- basciatore più volte al granduca Cosimo; cioè negli anni 1557, 1558, 1560, 1562e 1563. Vedesi il tutto ne' libri de' Partiti di quei tempi. Flaminio di Matteo attese alle lettere, e particolarmente all'arte divinatoria e giudiciaria; e fuvvi molto eccellente, predicendo molte cose che tutte successero vere. Fu dalla sua Città fatto uno de' dodici della Misericordia, e morse l'anno 1598. [Note:

. I Casapieri ebbero potenza di ricchezza anche dopo che Pisa fu caduta sotto la signoria de' Fiorentini. Ser Perizolo gli annovera fra i ricchi cittadini che imprestarono moltissimi denari al Comune per darli al Maliscalco di Carlo VIII (Ricordi, p. 392). Del rimanente, Flami- nio qui ricordato, trovasi tra i cittadini descritti, d'ordine di Cosimo I, nel 1565. Ho già detto (not. 1) che i Taccoli furono anch'essi consorti dei Casapieri. Ne abbiamo prova per una carta inedita dell'Archivio della Curia Arcivescovile, scritta ai 4 febbrajo 1400, ove si fa ricordo di Nic- colò del fu Giovanni Dei Taccoli de Domo Petri, il quale aveva ordinato che si fondasse un altare in S. Niccola. Portò questi il nome di Niccolò figlio di Lotto, che nel 1353 fu spedito ambasciatore al cardinale Egi- dio Albornoz, quando fu spedito in Italia come legato pontificio da In- nocenzo VI, affinché componesse le cose in questo paese (Tronci, p. 371, 372). Una carta inedita dell'Archivio della Curia Arcivescovile, scritta nel 31 dicembre 1348, ci dà notizia del luogo ov'ebbe in città questo Niccola la sua abitazione, perocché in essa si ricorda turris ha- bitationis heredum D. Locti De Tacculis et consortum in capite Pontis Veteris

] Pietro di Flaminio, da giovinetto si diede alle lettere, e fecevi profitto grande; e volendosi far conoscere, andossene a Roma; dove ben veduto ed accarezzato, fattovi Protonotario apostolico e Canonico pisano, tornossene alla patria: nella quale, seguitando il solito suo studio di belle lettere, così greche come latine, vive al presente fa- cendo onore a sé, ed alla sua nobilissima famiglia. [Note:

.
[p. 929]
Nella chiesa di S. Matteo vedesi, sul pavimento, questa iscri- zione che lo riguarda: PETRUS CASAPIERUS SEU DE DOMO PETRI CANONICUS PISANUS ET PROTONOTARIUS APOSTOLICUS ET MATHEUS FRATRES GERMANI ALBITHI FRATRIS TESTAMENTO CLAUSTRISQUE SACRIS OBSEQUENTES OSSA MAIORUM SUORUM EX ANTIQUISSIMO IN AEDE INTERIORI SUAE GENTIS SEPULCRO EFFOSSA IN HOC RECENS SIBI SUISQUE SUB FOSSUM PIE INTULERUNT A. S. MDCXII NONAS IUNII. Anche nella storia della patria Università, figura questa famiglia. Il Fabroni, infatti, ci parla di Ranieri, cavaliere dell'Ordine di S. Stefano, che dettò Istituzioni civili per quarantadue anni, e che venne a morire nel 21 marzo 1726 (Hist. Acad. Pis., III. 323). È questi l'autore della scrittura legale di cui fu detto alla not. 1

]

1.78. Casassi

CASASSl. Questa famiglia, che secondo il Roncioni(Ist. Pis., p. 619) annovera assai soggetti i quali caddero nelle mani dei Genovesi nella guerra del 1284, ha ottenuto certa rinomanza negli Annali Pisani, pei fatti nei quali ebbe principalmente parte Gherardo, vissuto nel secolo XIV. Ciò null'ostante, merita una qualche nota ancor Puc- cio. Sebbene non si dica per qual ragione i Pisani lo inviassero am- basciatore, nel 1318, a Jacopo re d'Aragona, nella provvisione d'onde il Tronci (che lesse malamente Casacci) tolse questa notizia; tuttavia a me pare assai ragionevole la sua congettura, che oggetto della missione si fossero gli affari di Sardegna (Memorie ec., p. 307, 308). Ma, secondoché io già avvisava, Gherardo è più che altri degno di essere conosciuto. Era un ritagliatore di panni lani, avverso, a quanto sembra, ugualmente ai Bergolini e ai Raspanti, i quali laceravano la patria. Fu, dunque, principale autore della Compagna di S. Mi- chele, volta ad assicurare i buoni cittadini dai pericoli che loro so- vrastavano per le fazioni. Come vero fondatore di questa compagnia, n'ebbe il priorato; e fu autor principale della tornata de' Gamba- corti in Pisa. R. Sardo parla della sua andata a Lucca a Carlo IV. È noto come la Compagna di S. Michele giungesse a fare eleggere Anziani (entrarono in ufficio il 1.o marzo 1369) uomini della sua fede; ed è pur noto come i Bergolini e i Raspanti giungessero a corromperli in guisa, che sei degli Anziani teneano coi primi, sei
[p. 932]
coi secondi. Ciò mise grave dolore in cuore al Casassi, ed al Con- siglio; Né mancò chi disse nell'adunanza doversi gettare a terra dal palazzo gli Anziani, per mettervene altri dodici: se non che prevalse deliberazione più mite, suggerita forse da quelli che teneano pei Bergolini, assai dei quali ve n'erano nella Compagna istessa. Ciò inanimiva, io credo, Piero Pilotti, che vi apparteneva, il quale ajutato da più di trenta cittadini, dei quali era capo, e dai Gamba- corti, levò rumore a fine di abbattere compagnia di S. Michele. Maggior pericolo che qualunque altro corse in allora il Casassi: perciocché, fattisi i rivoltosi alla porta di S. Michele, vollero il gonfalone a viva forza, minacciandolo di rubargli il fondaco e uc- cidergli i figliuoli, se mai lo negasse. Bisognò cedere alle minacce. Rimase, insieme con Guido Sardo, altro capo della Compagna, in S. Michele, tutto il resto della notte; ed alla mattina veniente, fecero amendue rinunzia del governo di Pisa a Piero Gambacorti. Questo fu nel 4 aprile 1369 (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XXV. 1051, 1052). Gherardo viveva anche nel 1387; perciocché in quest'anno fu uno dei sessanta chiamati a formare il nuovo estimo, ordinato da Piero Gambacorti. Non so quando avvenisse la sua morte. Forse poi furono suoi figliuoli Andrea e Lodovico; due fra quei cittadini ai quali fu intimato di rimanersi statici in Firenze col decreto del 7 febbrajo 1407 (D.).

1.79. Cascina (Da)

CASCINA (DA) Rinieri, datosi alle armi, e per mezzo di quelle ottenuto il grado di Cavaliero aureato, si dette alla mercatura, e vi fece tal profitto, che mercatando e trafficando in Tunisi, fuvvi eletto Consolo dai Pisani l'anno 1403, e ancora l'anno 1404. Carlo di Francesco fu dai Pisani mandato imbasciatore ai Fio- rentini, l'anno 1444; ed ebbe il medesimo grado nel 1450, 1461 e 1462. Paolo di Piero, nell'ultima guerra fatta con i Fiorentini, fu messo Castellano a Vada; porto e castello importantissimo de' Pi- sani, posto sulla riva del mare; e ciò nel 1496. Pietro di Girolamo fu dai Pisani eletto Consolo della loro nazione in Bruggia, città principale della Fiandra, l'anno 1497; e poscia fu mandato imbasciatore all'Imperatore nel 1497. [Note:

. Quel che operasse durante la sua ambasceria a Massimiliano, può vedersi nei documenti che noi pubblichiamo per la prima volta

] Niccolò fu oratore ai Lucchesi, l'anno 1497.
[p. 933]
Diotajuti di Giovanni andò imbasciatore alla Maestà Cesarea, l'anno 1497. Bartolommeo d'Ulivo fu mandato Commessario di Vicopisano, nel 1498. Benedetto di Mariano ottenne, sotto nome di Castellano, la torre della foce d'Arno, correndo il 1498. Antonio d'Ulivieri ebbe in governo Libbrafatta, con titolo di Castellano. Il che seguì del 1499. Giovanni di Carlo fu Castellano della fortezza del Palazzotto, nel 1499; e andò poi Castellano della torre di foce d'Arno, del 1500. Jacopo di Batista attese alle lettere, e divenne nella medicina e nella filosofia eccellentissimo dottore. In queste ed in altre scienze fu molto stimato, ed ebbe dalla sua Città segnalati gradi: e doven- dosi mandare una imbasceria al Papa per cose attenenti ai Pisani, egli fu uno degli oratori non solo al Pontefice, ma ancora al duca Valentino Borgia, al cardinale Santacroce, all'imbasciatore di Spa- gna, al cristianissimo re di Francia, ed alle due repubbliche Luc- chese e Genovese; come chiaramente dimostrano i nostri registri pubblici del 1504e 1505. Mariano di Niccolò fu mandato imbasciatore più volte al gran- duca Cosimo Medici; cioè nel 1552e 1560. Nel 1561fu eletto uno di quei gentiluomini che, come oratore pisano, andasse ad incon- trare il cardinale Don Giovanni Medici, che pontificalmente venne a pigliare il possesso del suo arcivescovado di Pisa; e l'anno 1564, andò di nuovo imbasciatore al granduca Cosimo predetto. Lodovico, anch'egli fu imbasciatore al detto signore nel 1562. Pietro e Niccolò, fratelli, e figliuoli di Giulio di Mariano, am- bedue attesero all'arme, e diventarono cavalieri dell'Ordine di Santo Stefano papa e martire: ed essendosi trovati a molte imprese fatte dalle galere di quella sacra Religione, terminarono la loro vita gio- vinetti, con dolore universale della patria. Il primo morse l'an- no 1595, e l'altro all'assedio d'Ostende, fortezza importantissima d'Olanda: e questo fu l'anno 1604. [Note:

. Lib. d'Apprensioni d'Abito, in Arch. dell'Ordine di S. Stefano.- Tra i soggetti di questa casa , è degno di ricordo Giuseppe Maria, che professò sacri canoni nella patria Università nel secolo decimosettimo (Tempesti, Discorso ec.; pag. 114; Fabroni, Hist. Acad. Pis., III. 249)

]

1.80. Castagneto (Da). V. Della Gherardesca


[p. 934]
CASTAGNETO (DA). V. DELLA GHERARDESCA.

1.81. Castellanselmo (Da)

CASTELLANSELMO (DA). Francesco di Giovanni di Guido, proavo de' viventi, fu dalla repubblica Pisana creato uno de' nove della Bala; magistrato di grande autorità: nel quale, mentre l'amministrava con somma giu- stizia, terminò i suoi giorni, l'anno 1500. Vincenzo di Jacopo, guerreggiandosi con i Fiorentini, ebbe in custodia, con titolo di Conestabile, la fortezza e la porta alle Piag- ge, l'anno sopranominato 1500. Francesco di Niccolò di Francesco, padre di Niccolò che vive al presente, attese alla mercatura; nella quale si fece conoscere per persona espertissima, e di gran maneggi: e fu mandato, l'anno 1559, imbasciatore al granduca Cosimo, per cose molto importanti alla sua Città. Morse ricco di facoltà e di figliuoli, e carico d'anni. Giulio di Francesco, da giovinetto si diede alle lettere, e fecevi profitto grande; e conosciuto per tale, andò imbasciatore al gran- duca Francesco Medici, a condolersi seco della immatura morte della regina Giovanna d'Austria sua consorte. Datosi poi alla reli- gione, ottenne un canonicato nella chiesa maggiore di Pisa; e quando si aspettavano i frutti del suo ingegno, ed accrescimento di degnità e d'onori, si morse, con dispiacere universale di tutta la Città, e della sua onoratissima famiglia. Niccolò di Francesco, che vive oggi, lasciate le cure familiari della casa sua, nelle quali da giovinetto fu introdotto dal padre, se ne andò a Roma; e per il suo valore e sapere divenne familiaris- simo del signor Jacopo Buoncompagno, duca di Sora e d'Arci, e conte d'Arpino, e servillo in Roma molti anni: il quale, volen- doli rendere il merito delle onorate sue fatiche, mandollo Viceduca e Commessario generale, con grandissima autorità, ne' detti suoi stati; li quali con molta sua lode governò sino alla sede vacante di papa Gregorio decimoterzo. Nel qual tempo, ritornato a Roma, fu chiamato per majordomo suo dal signor Federigo Cesi, duca d'Acqua- sparta e di Monticelli; dal quale fu cordialmente amato, per dipor- tarsi molto bene nel detto officio. Ed essendo grato a tutti ed am- mirato per lo sue virtù, fu dal Senato Romano fatto cittadino della loro città; come si vede per il privilegio stesso dato in Roma a dì 22 d' aprile del 1587. Ma conoscendo egli, per la calamità de' tempi,
[p. 935]
di poter fare alla corte poco frutto, deliberossi di quivi partirsi. Pertanto, andatosene a Milano sotto il governo di tre gran principi, Duca di Terranuova, Contestabile di Castiglia e Conte di Fuentes, prese in appalto da quella regia Camera il transunto del sale: im- presa non meno faticosa che grande; la quale esercitò per lo spazio di dodici anni con molti incomodi, travagli e pericoli; e fu molto caro ed adoperato in negocii d' importanza dai detti due ultimi prin- cipi. Finalmente, già aggravato dagli anni, e da diversi mali ca- gionatili dalle passate fatiche, ritornossene, con somma lode e con onorate facultà, alla desiderata patria, essendone stato lontano anni ventidue: e conosciuto ed esperimentato il suo valore, fu dal gran- duca Ferdinando eletto Operajo del Duomo di Pisa, ed insignito delle insegne militari de' Cavalieri a speron d'oro, e restituito ne- gli stipendii, prerogative ed immunità solite godersi dagli antichi Operai; il cui grado, come ciascuno sa, è principalissimo in que- sta nostra città di Pisa.

1.82. Catignano (Da)

CATIGNANO (DA). Questa famiglia la trovo molto antica: ma quanto agli officii della Città, questi pochi mi sono pervenuti alle mani; che sono i sottoscritti: Francesco di Bartolommeo dette opera alle lettere, e dottorossi in medicina; e, come persona di grande ingegno, andò imbascia- tore al re di Francia, ed al Re de' Romani, l' anno 1496; e poco dopo fu rimandato oratore alla Maestà Cesarea, l'anno 1497, e ai Veneziani; infine, al Signore di Piombino, e un'altra volta ai Ve- neziani, l'anno 1498. Ed essendo ritornato alla patria dopo tante fatiche, conoscendosi il suo molto valore, fu uno de' Commessarii di tutto l'esercito pisano l'anno 1499; e dopo, fu eletto imbascia- tore al Duca di Milano, verso il 1500. [Note:

. Del suo ritorno dall'ambasciata a Carlo VIII a Napoli, scrive il Portoveneri (Memoriale, p. 306). Le istruzioni, poi, che gli ven-
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nero date, allorché andò oratore alla Signoria di Venezia, son poste a stampa fra i nostri Documenti. Lo stesso dicasi dell' istruzione per l'am- basciata a Massimiliano imperatore

] Andrea di Lando fu Castellano della rocca sopra alla porta del Parlascio, oggi detta a Lucca, l'anno 1496; e dopo trovasi Antonio Maria essere stato Commessario di Peccioli; poi anche di Cascina, l'anno 1498; e finalmente Castellano della torre di Foce d'Arno, l'anno 1504. Antonio di Bartolommeo, come si vede in un contratto che hanno li Padri del Carmine di Pisa, era Canonico pisano l'anno 1540. [Note:

. Nel 30 aprile 1560 prese possesso dell'arcivescovato in nome del cardinal Giovanni De'Medici: figliuolo di Cosimo I; e nel 9 marzo dell'anno seguente, assisté al solenne e pomposo ingresso che il Cardi- nale medesimo fece nella Città (Mattei, Hist. Eccles. Pis., II. 177. Append. 116)

]

1.83. Cavalca

CAVALCA Questa famiglia, che ha un cognome il cui grido giunse ovunque si parla di lettere italiane, aveva parte nelle pubbliche bisogne del Comune nostro fino dal secolo XII. In effetto, Guido Cavalca fu uno dei mille che, nel 1188, giurarono di attener pace ai Genovesi. Il celebre documento da cui vien tolta questa notizia, c'istruisce che egli esercitava l'arte di notaro; arte che parve perpetuarsi nella famiglia; posciaché notaro fu egualmente Jacopo, detto più comu- nemente Puccio, assai rammentato nei ricordi patrii, che toccò i due secoli XIII e XIV. Jacopo fu Anziano nel 1209, nel 1304 e nel 1306. Nel 1310, andò ambasciatore al Papa, se vuole aversi fede al Tronci (Memorie ec.., p. 286). Nel 1313, Roberto re di Napoli spedì a Pisa perché gli fosse mandato un uomo di legge, col quale tratterebbe della pace. Ora, Jacopo che fu inviato a Napoli, com- piuta la missione, tornavasi in patria. Nell'anno seguente (1314), fu degli Anziani pei mesi di settembre e di ottobre. Nel giugno del 1324, non era più (Dal Borgo, Diplomi, p. 35l); anzi era morto innanzi l'11 gennaio dell'anno precedente , perché nel testamento di Tornato del fu Dasso dei Lanfranchi (V. Lanfranchi), cui fu testimone un suo figliuolo, trovo scritto: actum ec. presentibus ec. Iohanne Ca- valca notario q. Ser Jacobi Cavalce de Vico de Capp. S. Sebastiani de Fabricis Maioribus ec.. Giovanni di cui parlo, nel 18 dello stesso mese , rogò un codicillo dello stesso Tornato (Arch. Roncioni, N.i 811, 812). Morendo, oltre a Giovanni, lasciò due figliuoli, Simone e Boccio, che esercitarono per egual guisa l'arte della notaria. Simone fu quello che, nel 19 giugno 1324, scrisse l'istrumento per stabilire accordo tra Jacopo re d'Aragona ed i Pisani, circa le reciproche dissensioni intorno alla Sardegna (Dal Borgo, l. c.) e venne poi inviato a Lucca per consegnare agli ambasciatori del Bavaro dician- novemilaquaranta fiorini, che il Comune gli pagò per riscattare le gabelle: al quale effetto aveva imposto una presta di ventimila fiorini
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d'oro, della quale furono stabiliti tre esattori, ed il Cavalca uno dei loro notari (D.). Boccio fu notaro degli Anziani nel 1337, nei due mesi di maggio e giugno. È uno degli ambasciatori inviati a Milano nel 1341, i quali conchiusero la lega col Visconti, e l'altra lega coi Signori di Parma e di Mantova (V. Appiani, Buonconti). Narrasi che fosse in appresso ambasciatore agli Aretini (Roncioni, Ist. Pis., p. 793). Oltre a questi, è da rammentarsi ancora Guido, notaro, come gli altri, di professione: il quale era stato degli Anziani pei due mesi di marzo e aprile 1312; quando, giunto in Pisa Arrigo VII, nel dicias- settesimo giorno del secondo di quei mesi, dové abbandonare il luogo agli Anziani nuovamente eletti per esso; ove solo ritornò nel 1317. Deve lamentarsi assai che la Cronaca di S. Caterina abbia taciuto del padre di Fra' Domenico, insigne per la santità della vita, me- raviglioso per la purità dello scrivere, e giustamente salutato da tutti come uno dei maggiori lumi del nostro volgare italico, e che morì nell'ottobre del 1341. Chi voglia piena contezza di esso, non ha che a leggere la Cronaca di S. Caterina, e le dichiarazioni che vi ho fatte (Chron. S. Cath., 168, p. 508-514); alle quali una qui mi è grato soggiungerne, per la materia che me ne porge il ch. Ottavio Gigli nella sua Biblioteca Sacra, al quale noi Italiani dobbiamo la pubblicazione di tre preziose scritture fin qui inedite del Cavalca; quali sono il Trattato della Mondizia del cuore, l'Ammonizione a S. Paola, e l'Esposizione del Pater Noster. Del resto, mentre Fra' Do- menico subiva il comune destino dei mortali, vivevano in Pisa due, se non più, della sua casa, i quali parteciparono essi pure come popolari alla magistratura dell'anzianato. L'uno di questi è Ranieri, notaro, Anziano nel 1353 e nel 1378; l'altro è Silvestro di Ser Francesco, che sostenne il medesimo magistrato nel 1371. I Cavalca si dissero sempre da Vico, perché derivarono da quella terra.

1.84. Cavalcante

CAVALCANTE. Popolani. Giovanni di Michele fu spesse volte Anziano pel Q. di F. (1358, 1360e 1362), e pel Q. di P. (1375, 1391, 1396, ec. ). Così fu (per tacere di Andrea e di alcun altro) di Gante suo figlio (1388, 1390, 1404 e 1406). Lo ricordo più specialmente, perché trovo essere stato compreso tra quei cittadini che, confinati a Fi- renze, soggiacquero al decreto del 27 febbrajo 1407, per cui si or- dinava che dovessero a tutto il marzo avervi richiamato ancora le loro famiglie, alla pena di mille fiorini d'oro (D.). Era in vita
[p. 938]
anche nel 1419, essendo stato in questo tempo tratto all'ufficio di Priore.

1.85. Cavalozari

CAVALOZARI. Secondo la pronunzia variata coll' andare dei tempi, si dissero altrimenti Cavalosari, come lo fa vedere un documento dell'Arcive- scovato, spettante al 1265, dal quale apparisce che Simone riteneva certa terra in feudo. Fra' Domenico da Peccioli ci fa sapere che furono popolari. Nel 1.o marzo 1279, Giovanni del fu Matteo Cavalo- zari di S. Sebastiano delle Fabbriche Maggiori donò ottantadue lire a causa di nozze a Ermellina di Oradino del già Ildebrandino del Tur- chio, della cappella di S. Simone di Porta a Mare, e dichiarò di aver ricevuto in dote sessantacinque lire (Carta dell'Arch. Diplom. di Firenze). Bacciomeo, Ceo, Simone e Puccetto figliuoli di Giovanni, componevano una società di prestatori, che stabilì il suo banco in Corte Romana; dalla quale, secondo avvisai, presero denari a mutuo, nel 1299, l'arcivescovo nostro Giovanni Polo, e Teodicio arcivescovo di Torres. Nel 1323, fuvvi questione a causa dell'imprestito fatto all'arcivescovo di Pisa, e per una lettera di Giovanni XXII, che si conserva nell'Arch. Diplomatico di Firenze, siamo fatti certi che i diritti di Simone, avvenutane la morte, eransi trasfusi nei figliuoli Vanni e Ceo. Vanni, che qui si rammenta, fu l'Anziano che sedé pel Q. di P. nel 1330. Certo è poi, che un Puccio di Ceo fu priore degli Anziani pel Q. di P. nel 1367. Altro di questa casa fu Ser Novi, mercante esso pure; da cui venne Fra' Ugolino, religioso Domeni- cano, dotto nella filosofia e nella teologia, oratore, calligrafo per- fetto, e che continuò l'opere di Fra' Bartolommeo da San Concor- dio, che aveva preso a scrivere una Cronaca del nostro Convento di S. Caterina. Di esso parla Fra' Domenico da Peccioli (V. Chron. S. Cath., p. 401). Uno del Cavalozari, Simone, il quale viveva nel 1369, aveva dato cauzione di duemila lire per certo Orlando di Scotto da Piacenza, carcerato, quando questi fuggì nel rumore su- scitatosi nella notte del 3 d'aprile (V. Dei Benetti).

1.86. Cenami (De)


[p. 939]
CENAMI (DE). Non so se sia di questa famiglia, sebbene mi senta inclinato a crederlo, quel Bernardo De Cinnamo, Console del Comune nel 1171, e che giurò l'accordo coi Fiorentini per il traffico da farsi con Pisa (R.). Certamente poi, sono di questo Jacopo, ed i figliuoli suoi, Bacciomeo e Bartolommeo. Tutti questi fecero parte dei mille che, nel 1188, giurarono la pace con Genova.

1.87. Cesano (Da)

CESANO (DA). Nello scrivere di questa famiglia non seguiteremo Né il Tronci, né il Bottieri, i quali ci dettero un lungo novero di soggetti come appartenenti ad essa, non riflettendo che molti potettero dirsi Da Cesano dal luogo natale; ché Cesano fu certa piccola terra, ora di- strutta, posta poco di lungi da Vico. Michelangelo, avo di Gabriele di cui parleremo con più proposito, è quello sul quale dobbiamo fis- sarci. Era molto pratico delle bisogne pubbliche, che furono molte nel secolo XV in cui visse, e perciò fu ambasciatore, secondoché leg- gesi, a Lorenzo dei Medici. Di esso nacque Leonardo. Questi seguitò gli studi del diritto, e quando la nostra Università risorse (1472), fu chiamato a leggervi in tale facoltà, aprendogli la via il Soccino il Giovine. Il Fabroni tien discorso di una sua consultazione dettata in pro di un notaro querelato di falso. Era Leonardo al Governo di Piombino per Gherardo d'Appiano, quando Pisa, risorta libera al venire di Carlo VIII, ebbe a chiedere all'Appiano stesso che il suo vicario si dimettesse dall'ufficio, ché troppo facevasi bisogno del senno di questo cittadino. I tempi erano tristi, tristi poi sovrammodo quelli nei quali Pisa ricadde sotto la servitù di Firenze: del che Leonardo ebbe grande amarezza d'animo (Fabroni,Hist. Acad. Pis., I. 253). Di lui nacque Gabriele al principio del 1490. Datosi questi a seguitare gli studi, e fattosi uomo di chiesa, annoverato tra i familiari di Clemente VII; ap- parisce per la prima volta, come intento ai maneggi politici, nel 1527, nell'ambasciata di cui fu incaricato presso la repubblica di Venezia a render vani gli sforzi d'Alfonso I d'Este, che voleva riammessi in Bologna i Bentivoglio. Ignorasi qual fosse il negozio per cui Cle- mente VII ebbe a spedirlo in Inghilterra. Fatto cardinale Ippolito de' Medici (1529), e divenutone il Cesano il consigliere il più fido,
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si ebbe opinione nel pubblico ch'ei lo stimolasse ad occupare, nel 1531, lo stato di Firenze, prima che il Duca Alessandro ritornasse di Fian- dra. Se questo non fu, altesta per altro il Varchi che quattro anni ap- presso il Cesano era in corte di Carlo V a Barcellona, a far vive le pretese e querele d'Ippolito contro Alessandro per la divisione del patrimonio privato de' Medici, e pel governo dello stato di Firenze. La missione non ebbe buon successo, e in breve tempo poi gli tenne dietro il mancare di vita d'Ippolito, chi disse di sua morte, chi di veleno, del qual ultimo avviso fu il Cesano, come mostrò in certa lettera pietosissima scritta su questo accidente alla Veronica Gambara. In questo mezzo, Paolo III chiamò Gabriele al suo servizio, com'egli scrisse alla Gambara, con favori, commodi e speranze da non farne poco conto. Non per questo la fortuna lasciò di aspreggiarlo; come mostra il seguente fatto che così trovasi narrato in certe schede di Monsignor Girolamo da Sommaia. "Il Cesano (ivi si legge) venne a Firenze dopo la morte del Duca Alessandro pochi dì, e disse pubblicamente che era un pezzo sapeva doveva essere ammazzato: per queste parole fu preso e condotto di notte in fortezza.... Esaminato, disse che aveva detto quella parola perché un principe nuovo in una città libera soggiogata coll'armi, com'era il Duca Alessandro, e che non si avesse cura e vivesse come lui, non poteva di meno di essere ammazzato". Fu questa una giostra fattagli per semplice burla di consentimento di Cosimo. Pare che dopo questo fatto, avvenuto nella sera del 21 gennajo 1536, il Cesano si riducesse di nuovo in corte di Roma, ove nel tempo avvenire ebbe i favori di Giulio III, il quale gli dette il benefizio di S. Lorenzo di Malaventre, che poté ritenere insieme al canonicato della primaziale nostra. Sebbene prima di questo tempo, e sedendo tuttavia pontefice Paolo III il Cesano con- trasse più che stretta familiarità col cardinale Ippolito d'Este il Gio- vine, col quale si condusse in Francia ai tempi di Francesco I. Vi rimase anche durante il regno di Enrico II, e fu confessore per nove anni della Caterina de' Medici consorte sua. Fu per le istanze di lei che Paolo IV, nel 1556, lo volle inalzato alla sede vescovile di Sa- luzzo, che tenne con lode di prelato zelantissimo fino al 1568. So- prappreso in quest'anno dal comune destino degli uomini, ebbe tom- ba nel coro della cattedrale saluzzese con questa iscrizione, di cui il Muletti, al finire del secolo XVIII, non poté leggere che le due ultime linee:
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GABRIELI CESANO PISIS PARENTIBUS NOBILIBUS ORTO, QUI LATINIS GRAECISQUE LITTERIS POLITIORIBUS EXCULTUS, ATQUE PHILOSOPHIAM, IURISQUE CIVILIS SCIENTIAM EGREGIE ADEPTUS, NON INSIGNES MODO MAGISTRATUS PRUDENTISSIME GESSIT, SED OB MORUM ELEGANTIAM, AC VIRTUTUM PRAESTANTIAM MULTIS ETIAM PRINCIPIBUS CHARUS, INTIMUSQUE EXTITIT. A CLEMENTE VII PONT. MAX. AD RES MAGNAS GERENDAS EST IN ANGLIAM MISSUS, CUM AMPLISSIMIS CARDINALIBUS MEDICEO HUIUS CLEMENTIS EX PATRUELE NEPOTE, ET HIPPOLYTO II ESTENSE CONIUNCTISSIME VIXIT. DEMUM A PIO PAPA IV. SALUTIARUM PONTIFEX CREATUS, CUM HIC POPULOS OMNI LABE INCOLUMES CONSERVARE PRO VIRIBUS STUDERET, SENIO CONFECTUS, PRETIOSUM ANIMAE DEPOSITUM, QUAM SANCTE RELIGIOSEQUE CUSTODIERAT, CHRISTO SERVATORI REDDIDIT ANNO MDLXVIII. VI.CAL8 AUGUSTI. VIXIT ANNOS OCTO SUPRA SEPTUAGINTA MENS. VI. DIES XXI. ANTONIUS CAESANUS AVUNCULO AMANTISSIMO MOERENS POSUIT. Il nipote Antonio, che pose l'iscrizione (ove ciascuno facilmente emenderà il nome di Pio IV, sostituendovi l'altro di Paolo), cano- nico della primaziale, nasceva da una sorella di Gabriele, la quale era passata nella casa dei Raù. Ad essi Gabriele lasciò ogni suo avere, ordinando ad un tempo che Antonio e i primogeniti della casa, si di- cessero poi sempre Raù Cesano (V. Raù). Gabriele fu dotto in la- tino, in greco, nella filosofia e nelle leggi. Della sua letteratura, e del grido che ne fu al suo tempo, ne porge argomento il dialogo scritto per Claudio Tolomei, e che disse Il Cesano, ove è disputa sulla deno- minazione da darsi alla lingua volgare tra Pietro Bembo, Alessandro de' Pazzi, Baldassar Castiglione, e Giovan Giorgio Trissino, per non dir del Cesano che fa, tra tutti questi contendenti, la parte di giudice. Si crede che il Tolomei altro non abbia fatto che ripetere i ragiona- menti usciti dalla bocca di tali letterati, mentre assidevansi alla mensa del Duca Ercole II di Ferrara. Quivi appunto, secondoché io lessi, il Cesano pronunziò la sentenza in pro della dizione del Machiavello, dicendola più adatta di quella del Boccaccio, quanto al ritrarre cose gravi e non comunali. Al Cesano dobbiamo alcune let- tere che si leggono stampate, ma non è suo certamente il Tesoro dei concetti poetici, che venne fuori per le stampe di Venezia nel 1610. Lo stesso dicasi del volgarizzamento dei Morali d'Aristotile, e della versione d'alcuni scritti di Cicerone, secondoché mostra il Bottieri. V. Mem. d'Ill. Pis., IV. 383-403, ove son rettificate le cose dette dal Tempesti, Discorso ec., p. 123.

1.88. Chiasso (Di)


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CHIASSO (DI). Antichissimi furono questi cittadini. Due di essi, che avevano ugualmente il nome di Puccio, assisterono al famoso parlamento del 1188. Nel secolo XIII visse Betto, e da lui venne Ceo, che fu Anziano nel 1310. Guidone, addetto all'arte dei vinai, e che fu nell'Anzianato nel 1315, poco dopo la battaglia di Montecatini, ebbe un figlio Vanni o Giovanni, Anziano del popolo nel 1322, ed uno dei notari degli esattori della prestanza dei ventimila fiorini d'oro imposta ai cittadini alla venuta del Bavaro (V. Cavalca). Taccio di Bacciomeo, Anziano nel 1342e nel 1348; e solamente soggiungo che Jacopo, priore degli Anziani pel Q. di M. nel 1376, nel 1387 era già morto, secondoché può congetturarsi dalla narrazione di R. Sardo: il quale, parlando delle correrie della compagnia condotta da Bernardo Della Sala, accenna ad alcune prede di uomini e di bestiami fatte, secon- doché dice, alla casa fue di Jacopo di Chiasso (Cron. di Pisa, cap. 203 - Arch. Stor. It., VI p. II. 213).

1.89. Chiccolo. V. Lanfranchi

CHICCOLO. V. LANFRANCHI.

1.90. Chierici

CHIERICI. Nella Cronaca di S. Caterina leggonsi queste parole, rispetto a questa famiglia: Fuit familia Pisis satis clara in Forisporta. Non vedo che alcuno di questa casa intervenisse al parlamento del 1188: congetturo però che il cognome avesse origine dal padre di Filippo, che vien detto juris civilis professor in una carta del 1259 (Fabroni, Hist. Acad. Pis., I. 37). Filippo di cui parlo, fu giurisperito, e, a quanto pare, dei partigiani dell'arcivescovo Ruggieri, nel momento in cui questi giunse a cacciare di signoria il Conte Ugolino. Io lo sospetto dal vederlo nominato priore degli Anziani pel Q. di F. nei due mesi di luglio e agosto 1288; nei primi istanti, cioè, nei quali l'Arcivescovo s'intitolò potestà, rettore e governatore del Comune e del Popolo. Ignoro quello che fosse di esso ne' giorni in cui le cose governavansi da Guido di Montefeltro. Solo mi è noto che fu sei volte priore degli Anziani, per lo stesso Quartiere, dal 1293al 1311.
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Venuto il 1312, il Comune lo destinò, con decreto del 17 marzo, a sindaco per giurare fedeltà in suo nome ad Arrigo VII. Egli adempì la sua missione nel giorno stesso nella piazza del Duomo, ov'era adunato il pubblico parlamento; ed il popolo tutto ivi accorso approvò l'atto coi gridi e coll'alzar delle destre (R.). Non andò molto che fu nuovamente priore degli Anziani; nei due mesi di luglio e agosto 1313. Il Fabroni, appoggiato ad una carta del 16 gennajo 1308, contenente una sentenza di Filippo come Giudice dei pupilli, nella quale si dichiara judex et juris civilis Professor, ama credere, non so con quanta verità, che fosse pubblico insegnatore delle leggi in patria (Hist. Acad. Pis., I. 41, 42). Filippo di cui parlai fino ad ora, ebbe un figliuolo, giurisperito anch'esso, denominato Chierico, secondo ch'io penso, dal nome dell'avo. Nel 16 di gennajo 1303(era degli Anziani pel gennajo e febbrajo), fu testimone alla trascrizione solenne, che venne fatta per mano di notaro, del privilegio che Ar- rigo VI aveva conceduto ai Pisani nel 30 maggio 1193 (Muratori, Antiq. It., IV. 477). Molte altre volte ancora fu priore degli Anziani pel Q. di F., dal 1318 al 1325. Nel 1327 sedeva priore, nel settembre e ottobre, quando Lodovico il Bavaro teneva stretta d'as- sedio la Città; talché si trovò eziandio all'ingresso che quegli vi fe- ce, a malincuore dei cittadini, a dì 11 d'ottobre. Dopo questo tempo tornò ad essere ben otto volte priore degli Anziani; cioè dal 1331 in- sino al 1350. Mentre era in quest' ufficio, nel gennajo del 1348 fu spedito a Lucca, insieme a Colo Murci (V. Murci), a visitare la città in segno di dominio. Ricevuto, col collega, coi maggiori segni di rispetto, gli si fece l'onore di un pranzo sontuoso nella gran sala degli Anziani, pel quale ebbero invito venticinque cittadini lucchesi, oltre gli Anziani che allora erano in carica. Furono poi, tanto Chierico che il Murci, regalati di paglia, orzo e fieno pei loro ca- valli, e per quelli della gente di loro seguito, di una vitella ec.. Chierico era stato vicevicario in Lucca di Dino della Rocca, quando questi eravi vicario pel Conte Ranieri di Donoratico (Mem. Lucch., I. 353, 362, 363). Credo suo figliuolo quel Filippo che fu Anziano nel 1357. A questa famiglia appartenne Fra' Giovanni, religioso Do- menicano, che lesse teologia in Siena ed in Venezia con lode; e che fu postulato, benché senza effetto, per la cattedra vescovile di Luni (Chron. S. Cath., 218, p. 549).

1.91. Chiostra (Della)


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CHIOSTRA (DELLA) Michele di Jacopo fu il primo che io trovo che servisse la sua Città; imperocché fu da quella mandato imbasciatore ai Fiorentini: come si trova scritto nel libro de' Partiti del 1427. Gherardo andò imbasciatore ai detti Fiorentini: il che seguì del 1469. Michele di sopra nominato, fu eletto Castellano di Filettulo e Commessario di Vada, circa il 1496. Bartolommeo di Simone, nella guerra che si ebbe con il popolo fiorentino, fu Capitano di cento soldati, ed uno de' sei eletti sopra la guerra con piena autorità, con titolo di Commessario, l'anno 1496: e il seguente, ebbe in governo, con l'istesso grado, la fortezza della Verruca, Calci, Buti, e i luoghi vicini: e prima era stato Castellano della fortezza di Stampace. Andò poi imbasciatore ai Se- nesi, e al duca Borgia Valentino, e al signore Vitellozzo Vitelli. Trovasi un' altra volta Commessario della guerra; e in ultimo, im- basciatore ai Lucchesi l'anno 1505e 1506. Il principio de' suoi onori fu l'anno 1496. [Note:

. La commissione data a Bartolommeo per Siena, trovasi nei no- stri Documenti

] Leonardo di Simone fu fatto Castellano della fortezza di San Marco di Chinsica; e ciò del 1496. [Note:

. Intorno a questi tempi vissero Ulivieri di Filippo, e Tommaso di Filippo, orafi di professione. Li rammento a questo luogo, perché il primo in ispecie fu uno dei tre deputati a comporre, nel 1518, il Breve degli Orafi che abbiamo tuttora. Alcuni dei Della Chiostra si trovano descritti fra i cittadini nostri, d'ordine di Cosimo I, nel 1565: e que- sti sono Giacomo di Tommaso e Piero di Olivieri

]

1.92. Ciaffi

CIAFFI. Quando Fra' Domenico da Peccioli dettò la sua Cronaca, questa famiglia era estinta; perché, parlandone, ebbe a dire: Fuerunt nomi- natissimi cives ad Sanctum Clementem. L'antichità di questi cittadini è attestata dal giuramento solenne del 1188, di cui tante volte ebbi luogo di parlare, ed a cui i prese parte un Matteo Ciaffi. Non posso credere che sia quello stesso Matteo da cui venne Fra' Bartolommeo,
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religioso di molta fama tra i Domenicani. Genitore di esso credo piut- tosto quel Matteo che, nel 4 dicembre 1253, prese ad obbligarsi in proprio di fronte ai nobili di Corvaja e di Vallecchia, per l'osser- vanza dei patti che ad essi aveva promesso di attenere il Comune. Forse questi è quel Matteo che era morto prima del 1302; come ne danno notizia i Libri dei conti dell'Opera del Duomo; ove si dice che fra i cittadini pei quali vennero comprate tre some di pere, per farne loro presente, eo quod sepe venditur blada ante domos eorum, vi erano heredes Matthei Ciaffi. Fra' Bartolommeo morì, con gran fama di virtù, nel 1340. Era stato il primo religioso pisano dell'Ordine di S. Domenico, che avesse studiato in Oxford la teologia (Chron. S. Cath., 162, p. 505). Nel 1330, viveva oblata (donata) nel mona- stero di S. Stefano Oltr'Oseri, Bice, o Beatrice. Pentitasi, insieme alle religiose tutte, di avere riconosciuto Lodovico il Bavaro come imperatore, e come papa Pietro da Corvara; e di averli, come tali, ajutati con collette ed altri favori, e del disprezzo per l'interdetto papale; ne chiese assoluzione pubblicamente ai Legati pontificii, nel 1o febbrajo, colle altre donne di quel monastero. Vano è il dire come dichiarasse pur essa di soggettarsi alla penitenza che le verrebbe im- posta (D.). La famiglia dei Ciaffi ebbe un nome distinto nella persona di Andrea, di cui abbiamo un libro De Gerundiis, che il Bartolo rammenta ne'suoi scritti. Era Giudice della Corte dei Pupilli nel 1310, come si ha per una carta inedita dell'Arch. Alliata (N.o 185). Vogliono che insegnasse in patria circa il 1320. Parlano di esso molti scrittori; fra i quali, Grandi, Ep. de Pand., p. 59, 60;- Fabrucci, I. 19;- Fabroni, Hist. Acad. Pis., I. 43, 44; - Mem. d'Ill. Pis., IV. 41; - Sauvigny, Hist. du Droit Romain au moyen age, trad. del Guenoux, Paris 1839., III. 266.

1.93. Cigolo

CIGOLO. Il Tronci (Mem., p. 92) dice che, nel 1158 al pisano, Pellario e Lamberto di questo cognome erano Consoli del Comune. Nel giu- gno del 1161, Lamberto era stato spedito con altri due ambascia- tori a Federigo I, che trovavasi in Lombardia. Narrasi che fosse ricevuto a grande onore, e che trattasse seco lui degli alti inte- ressi della Città. Lamberto viveva anche nel 1188; in cui, con un Gualando dello stesso cognome, giurò la pace ai Genovesi.

1.94. Cini


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CINI Bartolommeo fu mandato Castellano di Tojano; come si vede nei Libri delle Provvisioni ordinarie e estraordinarie del 1359, 1360. Giovanni di Jacopo fu molto adoperato dai Pisani nell'ultima guerra loro, e andò imbasciatore al re di Francia due volte, al Cardinale di San Pietro a Vincola, e al Signore di Bellomonte; e di nuovo, al re di Francia; e dopo, al Cardinale di Roano, e ai Signori Genovesi e Lucchesi: e tutto ciò negli anni 1496e se- guenti, sino al 1503. Finita poi la guerra, fu mandato oratore al Papa, il quale si ritrovava a Fiorenza, l'anno 1515. [Note:

. Fra i nostri Documenti vi ha l'istruzione che gli fu data per l'ambasceria a Genova. Trovasi pur rammentato in altro documento che noi produciamo, di quel tempo

] Cosimo di Lorenzo fu eletto uno di quei cittadini che furono mandati imbasciatori a condolersi della morte del granduca Cosimo col granduca Francesco successore, l' anno 1575. [Note:

. È rammentato insieme con un Sebastiano, anche nella descri- zione ordinata da Cosimo I nel 1565

]

1.95. Cinquini

CINQUINI. Fra' Domenico da Peccioli scriveva di essi al suo tempo, voglio dire al cadere del secolo XIV: Adhuc sunt cives clari, sed magis fuere per prius. Guiscardo, secondoché avvisai, fu uno dei mille che giurarono pace coi Genovesi nel 1188. A questa casa appartiene la venera- bile Villana, della quale è ricordo nella Vita di Santa Gherardesca dell'Ordine Camaldolense, dataci dai Bollandisti sotto il 29 maggio N.o 68; ove, nel Commentario che si premette, al N.o 3, leggi questa nota marginale di un codice ov'era una tal Vita: Nota quod haec Vil- lana mirarum virtutum foemina...fuerit avia Johannis de Cinquinis, patris fratrum Bartholomaei, Jacobi et Francisci Cinquinorum, fra- trum Praedicatorum (V. inoltre, Grandi, Ep. de Pandect., p. 249, 250). Giovanni del quale ci fa parola a questo luogo, e che più comunemente venne detto Vanni, fu molte volte degli Anziani. Da prima vi era chiamato (già lo avvisai) nel settembre e ottobre 1288, allorché era vicario dell'Arcivescovo Ruggieri, rettore
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del Comune, Bonaccorso Gubbetta da Ripafratta; poi, nel maggio e giugno 1293, giorni nei quali Guido da Montefeltro tutto rego- lava a sua volontà. Dopo di essere stato nuovamente e più volte Anziano tra gli anni 1295e 1304, venne eletto Castellano di Castel di Castro in Sardegna. Fu allora che surse colà la maestosa torre dell' Elefante (meraviglia di qualunque la riguardi anche adesso); come fa vedere questa iscrizione che vi fu apposta, e che io qui re- ferisco più correttamente del Valery (Voyages en Co4rse, à l'Ile d'Elbe, et en Sardaigne; Bruxelles, 1838, .vo, II. 161, 162), grazie alla cor- tesia dell'illustre Cav. Pietro Martini: PISANO COMMUNI OMNIA CUM HONORE CONCEDENTE DOMINO CEDANT ET VIGORE ET HOC OPUS MAXIME TURRIS ELEFANTIS FUNDATUM IN NOMINE SUMMI TRIUMPHANTIS SUB ANNIS CURRENTIBUS DOMINI MILLENIS QUARTAE INDICTIONIS SEPTEM TRECENTENIS DOMINIS PRUDENTIBUS JOANNE CINQUINA JOANNE DE VECHIIS GRATIA DIVINA CASTELLI ESSENTIBUS CASTRI CASTELLANIS ATQUE FIDELISSIMIS CIVIBUS PISANIS CUJUS FUIT ELECTUS SAGAX OPERARIUS PROVIDUS ET SAPIENS MARCUS CALDOLARIUS ATQUE SIBI DEDITUS FUIT ODDO NOTARIUS HUBALDUS COMPOSITOR HORUM RITIMARIUS ET CAPULA JOANNES FUIT CAPUT MAGISTER NUNQUAM SUIS OPERIBUS INVENTUS SINIXTER. Vanni, tornato in Pisa, fu Anziano anche una volta, nel 1311. Nell'anno antecedente (24 febbrajo 1310) Fra' Ranuccio Arcivescovo di Cagliari nominò suo procuratore certo Ildebrandino di Giovanni da Casole per riscuotere da esso e dalla società dei Cinquini ottocento- trentasei lire di denari pisani piccoli, depositati nel banco di questi mercanti a Cagliari (Arch. Roncioni, N.o 676). Se Vanni fu, come penso, figlio di Pericciolo, ebbe un fratello in Benenato, come fan vedere alcune carte dell'Arch. Roncioni (N.i 527, 544#, #545) degli anni 1296 e 1300. Questo nome di Benenato incontrasi spesso nella famiglia. Mi astengo dunque dall'affermare che a Benenato di cui parlo appartengano i versi che nelle collezioni di rime antiche vengono detti opera di Natuccio Anquini da Pisa (Poeti del primo secolo, I. 414-421), sebbene io abbia per fermo che il cognome del verseggiatore fosse Cinquini, e così, che per un fallo dei leggitori di antichi Codici, venisse tolto a questa nostra famiglia il vanto di aver dato un poeta all'antica
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letteratura. Del rimanente, un Benenato Cinquini fu collettore delle tasse imposte ai Comuni del Valdarno, un tempo capitanato degli Upezzinghi, e nel 12 maggio 1292 venne approvata la sua gestione per decreto pubblico (Arch. Roncioni, N.o 498). Forse Benenato di cui il documento favella, è quel medesimo che trovandosi in Messina nel 1295, pagò (4 novembre) per l'università dei mercanti pisani set- tanta once a peso generale a Jacopo Campolo, che le reclamava per rappresaglie concedutegli, contro i nostri dimoranti in Sicilia, dal luo- gotenente di Pietro d'Aragona; voglio dire del fratello suo Federigo (Arch. Roncioni, N.o 517). Che vivesse un altro Benenato in questi tempi figlio di Buonaggiunta, e che fosse maggiore di età, bene lo mostra una carta del 2 agosto 1300 (Arch. Roncioni, No 545); però io resto dubbioso a qual de'due appartenga l'atto del 19 decembre 1298 (Arch. Roncioni, N.o 537), pel quale Benenato Cinquini dona al suocero Francesco Buonconti per la moglie Romea cento lire pisane, a cagione delle nozze, confessando altresì di ricevere seicento lire di dote, e du- gento di corredo in fiorini d'oro, valutati a quarantatré soldi e quattro danari. Altro soggetto di questa casa, che vuole specialmente ricor- darsi, è Guiscarduccio vissuto nel secolo XIII. Un documento inedito dell'Arch. Arcivescovile scritto nel 1259, ci rende certi che esso era collettore della gravezza imposta per la tassa ordinata dalla Santa Sede per l'assoluzione della città dall'interdetto. È questi colui che nel 28 aprile 1270 fu nominato sindaco con Ugone Berci per conchiu- dere la pace con Volterra, e che consumò quest'atto col collega nel 2 maggio successivo successivo nella chiesa di S. Bartolommeo di Pistoja; da dove partitisi ambedue a Firenze, strinsero la pace altresì con quella repubblica. Col Berci stesso fu quindi nell'ambasciata a re Carlo di Napoli, d'onde ritornò nel 26 di luglio dell'anno medesimo (V. Berci). Non saprei dire se a questo tempo fosse stato degli Anziani. Lo fu bene due volte nel 1289. Penso poi che esso sia quel Guiscarduccio Cinquini della Cappella di S. Martino in Guatolungo, il quale essendo stato incaricato, mentre teneva la signoria Guido da Montefeltro, della missione e ricevimento degli esploratori in tempo della guerra, ebbe nelle sue mani cinquecento novanta lire, delle quali rese ragione pub- blicamente, come appare dalla quietanza che ne riportò nel 30 dicem-bre 1291 (Arch. Roncioni, N.o 495). Appartiene ad esso ugualmente un altro documento dell'Arch. Roncioni (N.o 513), ove è detto che es- sendo stato deputato a condurre in Sardegna certa masnada del Co- mune da piede e da cavallo in servigio del Giudice d'Arborea, ebbe nelle sue mani ottomila settecento quarantotto lire e otto danari; delle quali risparmiò solo tenuissima parte, com'è detto nella carta istessa che contiene il decreto di quietanza scritto nel 28 giugno 1294. Leg- gendo il Breve degli Anziani, vedesi che ben dodici volte, e forse più,
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un Guiscarduccio Cinquini ebbe luogo in questa magistratura popo- lare; ma vuolsi riflettere che nel secolo XIV eranvi un Guiscarduccio di Benenato ed un Guiscarduccio di Bonaggiunta, come fanno vedere assai carte dell'Arch. Roncioni. A quest'ultimo appartengono più e diversi documenti che ivi si trovano, per i quali si rende chiaro che attendeva alla mercatura, e due fra questi del 1310 (20 e 26 agosto) in particolare (N.o 641, 682). Il Fabroni fra i Professori della patria Università volle ricordato Benedetto Cinquini, di cui disse esservi in Santa Caterina lapide sepolcrale colla seguente iscrizione, data così anche dal sepoltuario della Biblioteca della nostra Università: DOMINUS BENEDICTUS DE CINQUINIS RECTOR ECCLESIE SANCTI LAURENTII ET PERITUS IN IURE CANONICO ET CIVILI QUI OBIIT A. D. MCCCXXVI MENSE AUGUSTI. Attorno ad una immagine di un Crocifisso, conservata un tempo nel monastero di S. Lorenzo alla Rivolta, era scritto a lettere d'oro: Hoc opus fecit fieri Dominus Benedictus, rector hujus ecclesie Sancti Laurentii, et peritus in iure canonico et civili, pro anima sua et F. Cinquini sui patris, de eius pechunia. Anno Domini MCCCVIIII die XIIII mensis Junii (Fabroni, Hist. Acad. Pis., I. 41). La nomina che fecero del di lui successore i patroni fissati a Palermo, conservata nell'Arch. Roncioni (N.o 834), ha Benenatus e non Benedictus; ma forse errò chi scrisse la carta in paese lontano. Tali notizie dovevano qui aver luogo; come qui fa d'uopo dire di Piero, che fu Anziano, per la prima volta, nel maggio e giugno 1312. Nel 1318era in Sardegna, come lo fa vedere una carta dell'Arch. Roncioni N.o 774. Nel 1326 fu uno degli otto Savi che composero il Codice militare per la masnada degli stipendiarii a cavallo (Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, II. 295). Quando Castruccio fu vicario imperiale in Pisa per Lodovico il Bavaro, che trovavasi a Roma, Piero fu eletto priore degli Anziani; e stette in ufficio tre mesi. Caddero in questo tempo l'assedio di Pistoja, la morte di Castruccio istesso, ed il ritorno in Pisa del Bavaro dopo la sua incoronazione, che avvenne in Roma (D.). Sebbene, circa questi tempi nei quali uno dei Cinquini era spettatore di tali fatti nel secolo, altri di questa famiglia, e tutti e tre figliuoli di Giovanni, splendevano nei chiostri dei Domenicani. Fra' Barto- lommeo, primo tra essi, fu uomo d'intemerati costumi; e lesse le scienze non solo in patria, ma anche a Parigi. Morì nel 1332. Il suo fratello Fra' Jacopo fu tutto preso della virtù, Né altra cosa ebbe in delizia quanto la più perfetta osservanza delle discipline dell'Ordine; secondoché narra chi ne ha scritto. Lo stesso fu di Fra' Francesco. Questi, portatosi, ne' suoi verdi anni, oltremare
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per dilatare la fede; ed associatosi, a quanto credesi, a Fra' Gior- dano, l'illustre missionario; ajutò grandemente quest'opera san- tissima, soccorrendo a tutti i predicatori per lunga pezza, col som- ministrar loro danari, libri e vestimenta: talché meritò d'esser tratto al vescovato di Taurisio. Parlai altrove di una sua lettera sopra il martirio di quattro Frati Minori. Tornato a Pisa, passò il resto della vita in opere sante; e nell'anno della orribile pesti- lenza (1348), si dette a visitare gl'infetti per soccorrerli, talché venne a morte per obbedire alla sua carità: fine al certo più bello di quello che attendeva in breve altri della sua casa; voglio dire Cecco o Francesco (Chron. S. Cath., 149, 185, 206, pp. 499, 532, 533, 541, 542). Questi, che credo esercitasse l'arte di no- taro, fu priore degli Anziani, pel Q. di K., prima nel 1348, poi nel 1352 e nel 1354. Nel 1349 fu dei Savi per la riforma dell'An- zianato, e così nel 1353e nel 1355, correndo il gennajo. Essendosi levato rumore in città nel 20 maggio di quest'ultimo anno, contro Carlo IV, fu avvolto nella sventura dei Gambacorta. Narrasi che, collato miseramente, confessasse avere in animo l'uccisione dell'im- peratore. Fu dei sette cittadini che ebbero mozzo il capo nella piazza degli Anziani. Il corpo esangue fu spettacolo di tutti per intiera un'ora; poi venne sepolto in Santa Caterina. Queste cose sono raccontate da R. Sardo più largamente ancora di quel che facesse lo scrittore della Cronaca di Pisa. Nel Breve degli Anziani tutto è compendiato nella parola mortuus fuit. Cecco perdé la vita ai 26 mag-gio; ma quello stesso che lo volle estinto, sforzavasi di nascondere l'odio suo verso questa famiglia. In effetto, tra gli Anziani che Carlo IV poneva in ufficio pei mesi di settembre e di ottobre (tre mesi dopo il sacrifizio), vedesi un Francesco di questo cognome, figliuolo di Guido, morto in questo tempo. Cecco, morendo (taccio di Bartolommeo di Ser Fenuccio, Anziano nel 1352; e diverso da Bartolo, Anziano nel 1372), lasciò un figliuolo per nome Benenato; che credo notaro di professione, e che fu Anziano fino ad undici volte; dal 1375 sino al 1398. Sorto il secolo quindicesimo, sedé in questo magistrato di nuovo due volte (con grado di priore pel Q. di K.) nel 1401 e 1405. Quest'ultimo è il più memorando de'suoi anzianati; perché in questo tempo Giovanni Gambacorta si vide creato capo delle masnade, difensore del popolo; ed oltre a ciò la cittadella venne dai nostri violentemente tolta ai Fiorentini. Era stato am- basciatore al Duca di Milano quando divenne signore di Pisa, e vuol correggersi il Tronci (Memorie ec., p. 489) che lo chiama Be- nedetto. Ho luogo di credere che i Cinquini, come aderenti antichi ai Gambacorti, non fossero alieni dal parteggiare per Firenze. Ca- duta, infatti, la Repubblica, Francesco figliuolo di Benenato fu subito
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eletto uno degli otto priori, e stette in ufficio dal 18 novembre 1405 a tutto il febbrajo succcssivo. È quello medesimo che Giovanni Gam- bacorta dette statico con altri assai ai Fiorentini, ad assicurare l'adempimento delle condizioni fissate nei notissimi capitoli; quan- tunque il testo che ne abbiamo a stampa dica che fu il figliuolo di Benedetto (R.). Tra i priori di questa casa che sedettero dopo la caduta della Repubblica, vi furono Gerardo, fratello di Francesco e figliuolo di Benenato, priore più volte, e ultimamente nel 1406 pis.; come pure Andrea, figliuolo di Bartolo, il cui ultimo priorato è del 1450. I Cinquini sono rammentati da Mattia Palmieri fra quei cittadini che erano statici a Firenze nel 1347.- Non è da tralasciare di far breve memoria di Muzio Cinquini, nato in Roma da Alessandro, nobile pisano, e da Claudia Capranica. Nel 10 giugno del 1609 fu eletto vescovo di Avellino. Morì in Roma, nel dì 8 d'aprile del 1627. La sua sepoltura è nella basilica Liberiana, della quale, com'egli un tempo, furono altresì canonici Curzio e Roberto suoi fratelli germani. V. Ughelli, Ital. Sac., VIII. 203.

1.96. Cionetti

CIONETTI. Cionetto di questa famiglia vien rammentato dagli antichi anna- listi, quando si fanno a parlare della fabbrica del nostro Battistero. Infatti, dopo di aver dato mano alla fondazione di una parte di es- so, dico del secondo giro (era Operajo della fabbrica), nel 1153; navigò nel 1158 all'Elba per toglierne tre colonne, e nel 1161si portò in Sardegna per altre due colonne, al porto di S. Reparata. Al ritorno soffrì grande fortuna, e fu gettato a Portovenere; ma alla perfine poté giungere salvo a Pisa. Non posso aggiungere altre cose intorno ad esso. Non così rispetto alla sua famiglia. Infatti, esa- minando il prezioso documento del 1188, trovansi, tra quelli che giurarono, non solamente un Giovanni, ma eziandio un Sigerio e un Burgundio Cionetti.

1.97. Coco

COCO. Le memorie di questa casa rimontano al XII secolo, trovandosi un Uguccione Coco, o Cocco, tra quelli che presero parte al celebre giuramento del 1188. Non incline a credere ch'esso sia quel
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medesimo Uguccione che, nel 1253, rimase mallevadore verso i nobili di Corvaja e Vallecchia, pei patti che loro aveva giurati il Comune. Comunque sia, questo documento serve per confermarci nella opi- nione che Giovanni Coco, di cui adesso son per dire alquante cose, fosse disceso da una famiglia bene antica. Giovanni era giurecon- sulto. Fu priore degli Anziani per la prima volta, pel Q. di K., nel marzo ed aprile del 1331, quando era Capitano del popolo Filippo De' Brancaleoni Del Monte Della Casa; e vi fu assunto di bel nuo- vo, ben quattro volte, dal 1332al 1340. Eletto Operajo del Duomo nel 1342, coprì quell' ufficio fino al 1346; ed ebbe poi tomba nel nostro Camposanto, giusta la sua volontà. - Sotto la sua ammini- strazione (come già scrissi) venne scolpita la statua di Nostra Don- na, sulla porta reale del Duomo, non saprei dire da quale artefice; e per suo eccitamento Tomeo, o Tommaso, dipintore, figliuolo di Betto, coloriva un'imagine di S. Cristoforo nella stessa chiesa, la quale oggi cercherebbesi invano.- Ho dimostrato, come credo, pie- namente, in altra mia scrittura, siccome a lui debbasi una delle bellissime opere di pittura del secolo XIV; la tavola, cioè, di S. Domenico colorita dal Traini, e che questi dava certamente com- piuta nel 1345. Qui mi piace solo porre l'iscrizione che vi lessi: Hoc opus factum fuit tempore Domini Iohannis Coci Operarii opere maioris ecclesie Sancte Marie pro comuni Pisano pro anima Domini Albisi de Stateriis de pe....supradicte Franciscus Traini pin. (V. le mie Memorie inedite intorno alla vita ed ai dipinti di Francesco Trai- ni ec., p. 9-11; e le dotte annotazioni al Vasari, Vite dei Pittori, edizione di Firenze, coi tipi di F. Le Monnier).

1.98. Colle (Dal)

COLLE (DAL). Corre nella città di Pisa vecchia tradizione, che Coscetto Dal Colle fosse uno dei due che salirono pei primi sopra le mura di Ge- rusalemme, quando fu espugnata dalle armi cristiane guidate da Goffredo di Buglione: e di questa tradizione hanno tenuto conto an- che il Roncioni ed il Tronci. Presso amendue trovasi l'iscrizione che dicono essersi letta a Livorno sotto l'arco della porta della for- tezza di mare; la quale dice: "Io Coscetto dal Colle, pisano, fui il primo a montare sopra le mura di Gerusalemme" (Hist. Pis., p. 145;- Memorie ec., 35, 36). Qual prezioso documento non sarebbe mai questo, anche per la storia del volgare italico, ove non si aves- sero fortissimi dubbii. non dirò sulla sua esistenza, ma sull'essere
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stato scritto in epoca prossima a quella del gran conquisto? Ognuno lo vede. Pongo innanzi questi pensieri, i quali riguardano ancora la persona di Coscetto, della cui esistenza è ben fortemente a dubi- tarsi, avvegnaché riposi sopra memoria di fede incertissima. Il Tron- ci, fra i capitani della prima crociata, rammenta altresì Guido dal Colle; ma non so su qual documento riposi la sua asserzione (Me- morie ec., p. 36). Comunque sia, non è dato controvertere che nel XIV secolo vi fosse in Pisa una famiglia di questo cognome; alla quale appartennero Cellino, Piero e Bonaccorso. Cellino è rammen- tato nella guerra che i Pisani ebbero coi Sanesi (1333) per il pos- sesso di Massa. Stava in Massa messer Dino Della Rocca, come capitano di guerra per il Comune di Pisa. Ora, un certo giorno di marzo, trovandosi fuori di Massa con settanta cavalieri, tra' quali vi era Cellino, si abboccò coi Senesi; e in questo incontro essendo Cellino percosso, fece sua ritirata nella terra, lasciando il Della Rocca, che poi venne fatto prigione dai nemici (Anonim., Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 667. V. Della Rocca). Cellino, nel 24 giugno 1341, fu testimone all'accordo con Genova (D.).È noto poi come i Pisani nel 1325, perdessero Sarzana per l'assalto di Spinetta (Malaspina). Ora, l'Anonimo summentovato ci fa sapere ad un tempo, che vi rimase ferito e fatto prigione Cegna dal Colle; che poi giunse a sottrarsi dal carcere ove era racchiuso (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 671, 672. V. anche Carratelli e Orlandi). Maggiori notizie ne soccorrono riguardo a Piero figliuolo suo. Caduto di signoria il doge Giovanni dell'Agnello, fu uno dei sette cittadini ai quali fu commesso di porre i beni di lui in comune (1368). Esso aveva beni in Putignano; e nell'anno seguente ebbe abbruciata una casa, quando la compagnia di Giovanni Aguto, nel 31 decembre, si recò sul terreno di Pisa. Eletto pontefice Urbano VI (V. Da Pe- rignano), il Comune gl'inviò una solenne ambasciata, di cui Piero fece parte (V. R. Sardo, cap. 187, p. 200; Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1074). Urbano, dopo varie vicende, giungeva a Lucca nel 1386. Fra gli ambasciatori pisani che colà furono spediti, avvi Piero. Questi soli fatti sarebbero più che sufficienti per persuaderne che i Dal Colle erano in questi tempi fra i maggiori cittadini; ma ove pure questi mancassero, non ci sarebbe nascosto: perciocché R. Sardo ce ne rende testimonianza là dove parla dei cittadini che fecero pressa a Pietro Gambacorta perché si desse un vicario ed un successore nella persona di Benedetto suo figliuolo (1370). Del re- sto, volendo dire eziandio di Bonaccorso, non mancano memorie: perché i Cronisti narrano, che esso condusse come padrone a Roma la galeotta sulla quale montarono a Piombino Ottone Duca di Brun- swich, marito della regina Giovanna di Napoli, ed il Cardinale
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d'Amiens, a'quali si unì l'arcivescovo Moricotti; quando, morto Gregorio XI (1378), si trattò della elezione del successore (R. Sardo, cap. 183, p. 196; Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1073). Bo- naccorso viveva anche nel 1387. Infatti, fu allora uno dei sessanta che vennero chiamati a formare il nuovo estimo.

1.99. Compagno (Di)

COMPAGNO (DI). Jacopo di Pietro Compagni, appare, nell'Arcivescovato, nel pro- tocollo di Ser Leopardo d'Avane, come notajo, l'anno 1262. Rinieri fu dalla sua Città eletto Castellano di Libbrafatta l'an- no 1323. [Note:

. Nel suo anzianato del 1314, fu fatta la balìa per sindacato degli uffiziali di Sardegna (Dal Borgo, Diplomi, p. 315). Era Anziano anche nel 1331

] Simone Compagni, fabbro, vende al Comune di Pisa 62 ferra da cavalli (come dal libro delle Provvisioni), l'anno 1362. [Note:

. Penso che sia quel Mone di Jacopo che fu anziano pel Q. di F. nel 1343 e nel 1364. Forse è diverso dall'altro Mone che fu uno dei mercanti pisani, a favore dei quali, nel 1324, si confessò debitore, se- condo che dissi, Ugone III re d'Arborea (V. Dell'Agnello). Al cadere della repubblica, viveva un Simone, compreso nel decreto del 27 feb-brajo 1407

] Bartolommeo fu tre volte imbasciatore a Carlo quarto impera- tore: la prima essendo questi a Lucca, la seconda a Siena e la terza a Roma, l'anno 1369; e dipoi fu fatto Capitano della capi- tanìa del Bagno ad Acqua, l'anno 1393. [Note:

. Il Bartolommeo che viveva nel 1393, è un Bartolommeo di Gio- vanni, non di Simone. Gli anzianati di questo secondo sono degli an- ni 1359, 1362, 1363 e 1364. Nel 1355fu dei riformatori delle tasche degli Anziani; nel 1360, uno dei quattro Savi deputati a formare gli ordinamenti pei partitori della Prestanza (V. Alliata). Si tassò per du- gento fiorini d'oro, quando si vollero, nel 1355, trar danari dai cit- tadini per versarli nelle mani di Carlo IV (Masi, Ragionamento ec., p. 87). Nel 1356 (5 ottobre) fu presente alla conferma che fecesi di Vanni Scacceri come capitano di certe navi che dovevano starsi a guar- dia della marina, come si legge in alcuni ordini aggiunti allo Statuto
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della corte del Mare. Era dei Raspanti. Giovanni Dell'Agnello non solo chiamò la sua famiglia alla consorteria dei Conti(V. Conti), ma scelse Bartolommeo di cui parlo, per suo tesoriere (R. Sardo, cap. 132, p. 154). Quando Carlo IV tolse Lucca dalla soggezione pisana, Bartolommeo es- sendo a lui ambasciatore, fu sostenuto, d'ordine dell'imperatore stesso, cogli altri colleghi (R. Sardo, cap. 155, p. 171. V. Sismondi, Da Vico ec.). Era dato alla mercatura (V. Roncioni, Ist. Pis., p. 822). Mi passo di Andrea, del cui destino fu scritto altrove (V. Dell'Agnello). Colui del quale giova parlare più specialmente a questo luogo, è Gherardo che nasceva da Bartolommeo stesso. Fu anziano per la prima volta nel 1376, e poi in varii tempi. Il Sercambi ha scritto di un fatto av- venuto nel 1405, che riguarda interamente questo cittadino. "Aven- do.....Messer Giovanni Gambacorta, co' suoi, fatto male, e volendo giungere male a male, fe' prendere Ghirardo di Compa- gno, e alquanti Pisani Raspanti, e al ditto Ghirardo tolse la fortezza che lui aveva fatta fare; et oltra ciò, volse dal ditto Ghirardo fio- rini XXV mila; e dopo molto tormento di colla, quelli danari pagò" (Cron. di Lucca - Murat. S. R. I., XVIII. 868). A questo fatto fece allusione anche Messer Bartolommeo da Piombino, quando parlò agli adunati che aveva raccolti Gino Capponi, caduta la repubblica in mano dei Fiorentini. Tra i convenuti eravi Gherardo, perocché l' oratore così prese a dire, volgendosi a lui: "Né eziandio, come al tempo di messer Giovanni Gambacorti, intervenne a voi, o messer Gherardo di Com- pagno, il quale avevi boce d'essere il più ricco cittadino di Pisa e d'Italia; e senza avere alcuna cosa commesso, avesti più di trecento tratti di colla per ritrovare i vostri danari; de'quali io credo, che di tutti vi spogliasse" (Commentarii di Gino Capponi - Murat. S. R. I., XVIII. 1145). Gherardo ed il figliuolo Piero furono dichiarati ribelli a perpetuità coi loro discendenti nei capitoli tra Giovanni Gambacorta e i Fiorentini (R.). L'Ammirato (Ist. Fior., lib. XVII, 936) ci fa sapere che, dopo, questo Gherardo fu nominato uno dei capi dei venti ambascia- tori che dovevano recarsi a Firenze. "Costoro (soggiunge) fatte al Gon- faloniere Castellani, e alla Signoria ch'era seco, le debite sommes- sioni, furono insieme con dugento altri cittadini pisani e coi Gambacorti istesso, che i Fiorentini richiesero, ritenuti per lo spazio di due anni nella città finché la Cittadella Vecchia fusse rifatta ". Ecco perché il suo nome trovasi compreso nel decreto de' 27 febbraio 1407. Il suo sepolcro architettato alla gotica, vedesi anche oggidì nella chiesa di Santa Caterina; e vi si legge sopra questa iscrizione, riportata ancora dal Da Morrona ( III. 98): SEP. DI GHERARDO DI BARTOLOMMEO DI SIMONE DI COMPAGNO CITADINO DI PISA. Dettò il suo testamento nel 18 novembre 1419, e può vedersi nello Scrittojo del Seminario Arcivescovile (N.o 177). A questo tempo, era ancora in vita la consorte. Giovanna del fu Andrea di Giovanni
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Buonconti (V. Buonconti); ma era morto il suo figliuolo Pietro, di cui re- stavano la vedova Ginevra ed il figliuolo Ranieri ancora pupillo. Credo che la spoglia di Pietro sia deposta essa pure in Santa Caterina, sotto la lapide ove è scritto: SEP. DEI FIGLIUOLI MASCHI TANTO DI GHERARDO DI BARTOLOMMEO DI SIMONE COMPAGNO CITTADINO DI PISA. Gherardo, nel suo testamento, fa questa disposizione circa la sua sepoltura: Judico corpus meum sepeliendum in Ecclesia Sancte Cathe- rine de Pisis, in monumento meo novo, sito in dicta Ecclesia; dal che si deduce aver pensato ad apparecchiarselo in vita. Notisi che esso abitò nella cappella di S. Pietro in Vincoli. Del resto, a Ripoli, voglio dire a quattro miglia dalla città, stanno tuttora in piedi quasi per intiero le mura della fortezza che Bartolommeo costruì a proprie spese. Invano si cercherebbe ora sovr'essa l'iscrizione antica la quale lo attestava. Ne- gletta barbaramente, potei peraltro ritrovarla, nel 2 febbrajo di quest'anno 1848, in una delle cantine addette alle case coloniche costrutte nell'interno della fortezza. Essa dice: HOC EDIFISIUM FECIT FIERI GHERARDUS BARTHALOMEI COMPAGNI QUOD FUIT INCEPTUM A. D. MCCCLXXVIIII DIE PRIMA MARSII ET EXPRETUM A. D. MCCCLXXXII DIE PRIMA SETTENBRIS. La parrocchia del SS. Andrea a Lucca, edificata presso alla fortezza, ha nella sagrestia una tavola a tempera colla Vergine, il Divin Figlio, e quattro Santi nei laterali, figure intiere. Al disotto si legge: Ja- cobus Conpagnus Pisanus, nome che osservo essere stato nella famiglia anche nel secolo XV6300

] Francesco di Tommaso fu mandato imbasciatore al re di Francia, l'anno 1503. [Note:

. Nel 1501 era dei priori, quando fu autorizzata la stipulazione dei capitoli tra il Comune, Giuliano dei Medici ed i fratelli (D.). An- che nel secolo XVI durava questa famiglia. Alessandro di Pietro Di Compagno fu dei cittadini descritti, d'ordine di Cosimo I, nel 1565

]

1.100. Conti (Dei)

CONTI (DEI). Nel XIV secolo questo cognome fu proprio, come dicemmo, di una consorteria, intorno alla cui origine gioverà ascoltare un con- temporaneo: "Innanzi la venuta dello 'mperadore (Carlo IV) nel milletrecentosessantasette..., messer Giovanni Dell'Agnello, Dogio di Pisa, ordinoe, per esser forte nel stato delli Raspanti, di fare tra loro un casato grande, nobile e gentile; e fessi per messer
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Bernabò Signore di Melano, il quale, come Vicario dello mpera- dore, aveva l'autorità. E chiamasi lo Casato de' Conti; perocché elli fece nobili e gentili e Conti, e tutti d'uno animo e d'un vo- lere a difender l'un l'altro. E sono diciassette case, tutte fatte una casa, e un sangue, e una guerra; e sono li casati scritti qui sotto. A tutti dié loro un'arme, cioè nello scudo lo leopardo nel campo vermiglio. I nomi de' casati sono questi: Messer Gio- vanni Dell'Agnello, e suoi Consorti; Messer Simone da San Ca- sciano, e suoi Consorti; quelli Del Mosca; quelli Del Fornajo; li Scarsi; quelli d'Ammiano (Damiani); quelli di Benetto; li Aju- tamicristo; li Maggiulini; li Botticella; quelli di Compagno; quelli delli Occhi; li Rossermini; Ser Piero di Messer Albizzo e Con- sorti; Antone da Rasignano e li Consorti; li Scaccieri e li Rave (Raù)" (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1048; V. anche Tronci, Memorie ec., p. 414, 415; il quale erroneamente dice che il doge dette il titolo di Conte a soli dieci casati). Giovanni Del- l'Agnello fidava assai in questi consorti. Quando conobbe che Car- lo IV per la seconda volta apprestavasi per venire a Pisa, ebbe a consiglio fino a quarantotto cittadini di essa consorteria. In questo consiglio si agitò se dovesse riceversi o no l'imperatore. Messo il partito "a denajuoli gialli e bianchi, tutti missero li denajuoli del sì, salvo che due del no". L'Anonimo che ci narra queste cose, dice come il Doge forte se ne sdegnasse, e come poi prese consi- glio di accordarsi coi Visconti (Cron. di Pisa - Murat. S. R. I., XV. 1048, 1049). Le diciotto famiglie chiamate dal Doge al con- sortato, aggiunsero al loro proprio cognome quello dei Conti; che credo perdessero, caduto di signoria il Dell'Agnello.

1.101. Cornacchini

CORNACCHINI. Di questa famiglia, che venne d'Arezzo e si fece pisana, il primo che l'illustrasse fu Tommaso di Marco, medico famoso dei suoi tempi; il quale lesse molti anni in questo celebratissimo Stu- dio, e lassò alcune opere che sono state mandate alla stampa dai suoi figliuoli, che l'hanno agguagliato nelle virtù, e in ogni altra cosa. Morse tanto uomo, da tutti amato, l'anno 1584. [Note:

. V. Fabroni, Hist. Acad. Pis., II. 63, 272, 273

] Marco di Tommaso, seguitando le vestigia di suo padre, si dot- torò in filosofia e medicina; e per le sue virtù ottenne la lettura nello Studio Pisano, dove oggi legge con molto suo onore. [Note:

. Professò dapprima la botanica(dal 1601 al 1606), poi la me- dicina: nel quale esercizio durò fino al 1621, anno di sua morte. Di una sua opera medica parla il Fabroni, l. c., p. 63

]
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Orazio di Tommaso, dottoratosi nelle dette scienze molto gio- vine, fu condutto a Padova a leggere logica dalla serenissima Re- pubblica di Venezia; e dopo, richiamato a Pisa dal Granduca Fer- dinando; mentre leggeva detta scienza con grido universale, passò a miglior vita, lassando gran desiderio di sé: e questo fu l'an- no 1608. [Note:

. Ho desunto dal Fabroni l'anno della morte. Insegnò logica, co- minciando dal 1599; ma allorché venne a morte, professava la bota- nica: scienza di cui resse la cattedra dal 1606 al 1608 (Fabroni, l. c.)

]

1.102. Cornino (Di). V. Della Gherardesca

CORNINO (DI). V. DELLA GHERARDESCA.

1.103. Corte (Della)

CORTE (DELLA). Lamberto fu uno dei Consoli che nel 1171 giurarono il trattato coi Fiorentini (R.). A quest' epoca era già morto suo padre Uguc- cione. Questa famiglia non ebbe fine in Lamberto. Infatti, nel famoso giuramento fatto ai Genovesi nel 1188, ebbero parte non solo i due fratelli Bandino e Guido, ma anche Jacopo, Niccolò e Pallavicino, figliuolo di quest'ultimo. I Della Corte erano nobili; ond'è che il loro cognome ricercasi invano nel Breve degli Anziani. Dagli atti della Curia Arcivescovile si apprende, che durava que- sta famiglia nella prima metà del XIV secolo. Così, infatti, si legge sotto il 27 ottobre 1329: Cegna q. Vannis Messere de nobilibus de Curte de cappella S. Ylarii.

1.104. Cortevecchia


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CORTEVECCHIA. Gerardo era Console del Comune nel 1169. Fu allora che venne spedito ambasciatore in Sicilia, per trattar della pace tra la Re- pubblica ed il re Guglielmo II. Venne ricevuto a grande onore, ed il suo negoziato riuscì a buonissimo fine, perché la pace fu fermata nel modo il più ampio. Nel 1173 era nuovamente Console del Comune. Fu allora che, venendo il 1.o settembre , confermò col suo giuramento il trattato che Pisa fece con Corneto (R.). Nel 1188 era uno dei tre Consoli dei Mercanti. Chiamato al par- lamento nel quale trattossi di giurare la pace con Genova, non rifiutò d'intervenirvi.

1.105. Damiani

DAMIANI. Rinieri, divenuto, per il suo mirabile ingegno, famosissimo dot- tore di leggi, ebbe onoratissimi gradi dalla sua Città; e prima an- dò, l'anno 1317, Imbasciatore ai Lucchesi; e nel 1328, a Lodovico Bavaro imperatore, e da poi fu mandato Oratore al signor Filippo Gonzaga, l' anno 1345; e nel 1350 ebbe il colmo degli onori: im- perocché fu creato Cavaliere e conte Palatino da Carlo IV, impe- ratore romano; come si vede per il privilegio stesso, che si ritrova nello Archivio dell'Opera del Duomo di Pisa, da me veduto e letto. [Note:

. Fra Domenico da Peccioli, che lo conobbe di persona, lo chiama consultissimus vir (Chron. S. Cath., 139, p. 488, 489). Arrigo VII lo elesse suo consigliere nel 3 di luglio 1313 (Doenniges, Acta ec., I. 89). Della sua imbasciata a Lucca parla il Roncioni, Ist. Pis., p. 714. Fu priore degli Anziani, pel Q. di P., ben dieci volte, dall'anno 1323 per insino al 1355. Nel 1321 era uno dei Savi deputati a formare il de- creto che avrebbe prescritto il modo da tenersi nel sindacato degli uffiziali forestieri(V. Benigni); e dopo di essere stato procuratore del Comune nel 1333, per ratificare il lodo del Vescovo di Firenze, per cui era tolta ogni differenza con Siena (Tronci, p. 338;- Roncioni, Ist. Pis., p. 763), nel 1345 incontrasi tra coloro che gli Anziani prescelsero a stabilire i salarii ed altre spese occorrenti alla repubbilca (V. Benetti). Anche nel 1355, fu dei Savi per la riforma dell'anzianato (V. Dell'Abate, Ajutamicristo ec.); e così nell'anno susseguente, e nel 1358 (V. Aju- tamicristo, Assopardi ec. ). Taccio di altri consimili incarichi. Aggiungo che, nel 1345, fu uno dei Savi che vennero chiamati a scrivere le istruzioni da darsi al notaro Michele da Ghessano, che spedivasi amba- sciatore in Mantova a Filippino Gonzaga (V. Benigni, Bottari ec.). Nel 24 giugno 1341, assisté alla celebrazione della pace fatta con Genova, il cui istrumento si dettò nel palazzo del Comune (D.). Nel 4 luglio del successivo anno , fu testimone, nel luogo istesso, all'atto di pace che venne stretta coi Lucchesi (R.). Nel 1345 ebbe parte principale nei ne- goziati per la pace col Visconti (Roncioni, Ist. Pis., p. 799; Tronci, p. 360; Litta, Famiglie ec. - Gambacorta, tav. I). Scrive il Cianelli (Mem. Lucch., I. 353), che fu vicario, nel 1347, a Lucca pel Conte Ranieri Novello Della Gherardesca; e fors'anche uno dei rettori dell'Ago- sta. Allorché Carlo IV, dopo il tumulto del Gambacorti, addimandò quella ingente quantità di moneta di cui spesse volte mi accadde di parlare, il Damiani si tassò volontario per cinquanta fiorini d'oro (Masi, Ragionamento ec., p. 86). Poco prima, quando l'imperatore mandò bando che chi avesse da querelarsi andasse a lui, fu uno dei caporali di coloro (ed erano più di trecento) che si attrupparono innanzi al palazzo a gran
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furore; non che de' Raspanti che vollero Pisa nelle mani imperiali (R. Sardo, cap. 87, 104, p. 118, 119, 128).Molto in lungo trarrebbe il parlare per minuto delle ambascerie che sostenne, e dei negoziati politici ai quali dette mano. Ne parla il Roncioni ben distesamente nelle Istorie Pisane, ed assai ne dice nel testo che noi annotiamo. Il Tronci (Memorie ec., p. 329) parla di una sua ambasceria a S. Gemignano nel 1328. Vuolsi credere che abbia avuto tomba in Santa Caterina, ove videsi apposta la seguente iscrizione, quasi consunta fino dai tempi nei quali per tal guisa riferivala il Fabrucci (II. 64):
S. HONORABILIS D. RAINERI DAMIANI IURISPER. ET FIL. SUOR. D. IO IUR. PERIT. ET DOM. FRANCISCI DOCTORIS LEGUM ET EORUM DESCENDENTIUM ET HAEREDUM.

] Ghetto (così trovo nominato questo gentiluomo) fu mandato, l'anno 1330, Imbasciatore ai Fiorentini; e doppo, Rettore delle terre e castella che i Pisani avevano in Sardegna: e questo fu l'anno 1345. Francesco, seguitando le vestigia de'suoi antenati, dottorossi in legge canonica e civile; e riuscito uomo di valore, se ne servirono i Pisani con il mandarlo Imbasciatore agli Aretini nel 1344 (carte nell'Archivio dei PP. Agostiniani), a Luchino e Giovanni Visconti Signori di Milano, l'anno 1346. Andò da poi due volte Oratore a Luigi re di Napoli; la prima l'anno 1348, e la seconda del 1356. [Note:

. Avvi fra i nostri documenti l'istruzione datagli quando fu amba- sciatore ai Visconti, con Rosso Zaci e con Colo Scarso (V. Scarsi e Zaci). Era figliuolo di Ranieri, come fa conoscere l'iscrizione già rife- rita. Pe' suoi anzianati basta leggere il Breve. Nel 1355 fu uno dei sei ambasciatori inviati a Roma per onorare Carlo IV quando vi prese la corona, (R. Sardo, cap. 99, p. 125); ufficio che meritò per aver soste- nuto nei tempi precedenti un'ambasceria a Giovanna regina di Napoli e a Luigi principe di Taranto (scambiato dal Roncioni, Ist. Pis., p. 810, in Lodovico d'Angiò), presso i quali anche in seguito ritornò ambascia- tore (Roncioni, l. c., p. 825). Nel 1356 era uno dei Savi aggiunti agli Anziani per provvedere alla riforma degli uffizii e dei salarii (V. Ajuta- micristo, Alliata ec.). Fu professore di leggi nella patria Università: ma ne venne rimosso nel 1359, insieme con altri (V. Scarsi e Tegrimi), allorché il Comune volle diminuire le spese da cui era aggravato (Fa- broni, II. 63, 64; III. 11-13). Viveva anche nel 1363; perciocché in questo tempo lo trovo priore degli Anziani pel Q. di P.. I Damiani sono una delle famiglie che il Dell'Agnello volle comprese nel casato dei Conti (V. Conti)

] Giovanni fu ancora egli dottore di leggi, e con titolo di Capi- tano governò Treggiaja, l'anno 1348. Fu uno dei Vicari e Rettori di Lucca l'anno 1360. [Note:

. V. sopra, not. 1. Nel 1341 fu uno dei tre Savi che vennero in- caricati di scrivere i nuovi ordinamenti per l'Elba, e per gli uffiziali che il Comune vi spediva a governarla; non che per la vena del ferro (Consilia et Sanction. Pis. Sen. ab an. 1317 etc., 265, 266). Destinato uno dei due rettori di Lucca nel 1355, gli fu fatto impedimento, da quei Tedeschi che vi erano per Carlo IV, di entrare nell'Agosta; dal che ne venne la voce in Pisa che Lucca era venduta, e il subito trar delle compagnie armate verso quest'ultima città (R. Sardo, cap. 110, p. 133). Il Tronci parla di una sua successiva ambasciata a Firenze (Memorie, p. 397); così il Roncioni, Ist. Pis., p. 793. Al cadere della repubblica, un Ranieri Damiani fu compreso nel decreto emanato dalla Signoria di Firenze nel 27 febbrajo 1407. È quegli di cui parla l'autore delle Cronache di Pisa (S. R. I., I. 825) falsamente attribuite al Maran- gone. Mattia Palmieri annovera i Damiani fra i cittadini nostri che
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facevano tristo spettacolo di loro medesimi a Firenze nel 1447. V. so- pra, p. 926

] Cino fu mandato Castellano di Motrone, l'anno di sopra det- to, 1348. Michele, datosi all' arme, prese l' abito de' Cavalieri oggi detti di Malta, e trovossi a molte imprese fatte da quella sacra Religione.
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Fassene memoria in più contratti che ha questa casa; e trovasi in uno, ch'era vivo l'anno 1420. Tiberio di Niccolò attese all'arme; e avendo preso l'abito del- l'Ordine di Santo Stefano di Pisa, fu fatto Capitano d'una galera della sua Religione, e nel detto grado si morse. [Note:

. Nell'Arch. dell'ordine di S. Stefano non potei ritrovar la me- moria dell'anno di sua morte, ma solamente mi fu dato conoscere, pei documenti che ivi esistono, aver egli vestito l'abito nel 27 marzo 1574.

] Michelangelo, fratello di Tiberio, fu soldato valorosissimo, e trovossi a molte guerre dei suoi tempi; e fatto Capitano di diverse bande dei Granduchi di Toscana, morse a Grosseto, principale for- tezza dello stato di Toscana. Gherardo, fratello di Michelangelo e di Tiberio, si dette alla religione, e dottorossi in leggi; e sarebbe asceso a maggiori degnità, se dalla morte non fosse stato prevenuto troppo presto.

1.106. Digrignati

DIGRIGNATI. Nel 1168 fu aspra la guerra che arse tra Lucca e Pisa, con varia fortuna. Fra i cavalieri che caddero nelle mani de'Lucchesi, e che furon giudicati de'più valenti e dei più nobili, fuvvi Ugoli- no, figliuolo di Baldiccione Digrignati. I Lucchesi avrebbero potuto ritenerlo, o permettere che fosse riscattato. Pieni d'odio contro il nemico, fecero cosa che fruttò loro somma infamia appresso tutti. Tolsero dodici de' migliori prigioni, e gli dettero nella custodia dei Consoli genovesi che li condussero secoloro a Genova, ove li cu- stodirono prigioni. Ugolino di Baldiccione Digrignati fu uno dei do- dici. Liberato, non sappiamo altro di lui, se non che viveva ancora nel 1188; e che in quest'anno viveva anche il padre di lui: perciocché l'uno e l'altro giurarono nel solenne parlamento della pace fatta coi Genovesi.

1.107. Dodo

DODO Narrano le vecchie cronache (né so che ad esse contradicano i documenti), che Ottone I, nel 962, giunse tra noi con gran seguito di sua gente; e che vi lasciò sette baroni, i quali dettero origine a sette famiglie che rimasero in Pisa: l'una delle quali fu quella dei Dodi, o Duodi. Sia che vuolsi di questa tradizione, a noi spetta il mostrare più propriamente quali individui appartenessero a questa fa- miglia, che poi si allargò ad una consorteria. Secondo il Tronci, Eri- tone Dodo fu uno dei principali capitani dell'esercito pisano alla prima crociata (Memorie ec., p. 36). Credo sfornita di appoggio storico questa opinione. Il primo dei Dodi di cui veramente sia da parlarsi, è, quanto a me, Teperto, figliuolo del fu Dodo. Nel 21 novembre 1110, intervenne come testimone ad un atto di gran solennità. È questo l'istrumento con cui Ubaldo, figliuolo del fu Sismondo, e
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Matilde sua consorte, si obbligarono verso i Consoli, gli Operai del Duomo e l' arcivescovo Pietro (Moriconi), di tenere a lor devozione per la chiesa pisana il castello di Ripafratta. Questa promessa fu scritta nell'antico cimitero del Duomo (R.). Teperto del fu Dodone, nel 26 settembre 1115, fu testimone all'atto di permuta per cui Uberto, abate di S. Giustiniano di Falesia, trasferì nell'Opera del Duomo alcune parti del castello e rocca di Piombino. A quest'atto assisté pure come testimone, Dodone del fu Ildebrando, che può credersi della stessa famiglia. Teperto, poco prima (nel 7 luglio), era stato presente al giudicato per cui Marquardo (delegato, credo, di Ratbodo marchese di Toscana) aveva definito una lite tra privati risguardante il possesso di una certa selva (R.). È questo quel Teperto da cui venne Dodo, e ch'era già morto nel 1129? Non saprei indurmi a negarlo Né ad affermarlo. Comunque sia, visse nei tempi appresso un Teperto, il quale spese l'opera sua in pro della patria. Il Tronci (Memorie ec., p. 92) lo dice Con- sole del Comune nel 1158 al pisano. Fu uno dei Consoli del 1155; come fa vedere il decreto intorno alla misura della Via S. Cecilia (Archivio Roncioni, N.o 81). Nel 1169 ebbe mano ai negoziati per la pace con Genova e con Lucca; di che distesamente favella Oberto Cancelliere, continuatore del Caffaro (Ann. Gen. - Murat. S. R. I., VI. 330, 331). Nel 10 luglio 1173, i Consoli del Comune lo inviarono ambasciatore al re di Majorica, per stabilire la pace; e la sua missione riuscì felicemente: anzi la fortuna gli fu si pro- pizia, che ritornando colle sue galere per la Provenza, divenne infestissimo ai Genovesi, che spogliò di non poche navi, alcune delle quali furono da lui calate a fondo: cosa mirabile a dirsi; per- ciocché egli era già di ritorno in Pisa nel 17 di agosto. Tale era Teperto, Né dissimile da lui mostravasi Dodo, figliuolo di un Te- perto, morto già nel 1129; e ben diverso da quel Teperto di Ugone di Teperto, ucciso in mare dai Genovesi mentre ritornava di Sar- degna nel 1162, e che il Tronci dice dei Duodi (Memorie ec., p. 108): opinione molto verisimile. Dodo fu tra i chiari guerrieri della guerra Balearica. Così lo celebra il Varnense (De Bello Balearico - Murat. S. R. I., VI. 131): Et Dodo Teperti clarus per praelia natus.. Se ascoltiamo il Roncioni (Ist. Pis., p. 163), seguito dal Tronci (Mem., p. 44, 48, 49), fu uno dei dodici Consoli eletti ad apprestar quella impresa. Bene è certo, che Console e grande aiutatore di questa spedizione fu Guidone, di cui il Varnense riporta un gene- roso discorso, pronunziato allorché i Lucchesi manifestarono la loro
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volontà di partirsi da quell'impresa (De Bello Balearico - Murat. S. R. I., VI. 119-121). Dodo nel 1129 era Console, e fu presente al decreto con cui l'Arcivescovo Ruggiero I rinnuovò la scomunica già fulminata da Daiberto contro qualunque osasse offendere i fabbri che annualmente portavansi da Pisa all'Elba, al Giglio ec. per i loro lavori, e che erano usi offerire venti soldi alla fabbrica del Duomo (D.). Nel famoso giuramento della pace con Genova nel 1188, s'incontrano i nomi tanto di Teperto quanto di Dodo; ma io non sono molto disposto a crederli quei medesimi che sopra abbiamo rammentati. A questo stesso atto prese parte anche Ugone. Teperto viveva ancora nel 1196. In quest'anno, ai 14 agosto, trovossi nella chiesa maggiore, quando ponendovi il piede l'arcivescovo Ubaldo Lanfranchi, reduce dalla Crociata, sgridò fortemente i canonici per essersi dati nella sua assenza nove colleghi all'insaputa sua; dei quali ciò non pertanto fece conferma (R.). Il Tronci (Memorie ec., p. 85) dice che i Pisani, nel 1154, richiesti da Federigo I, gli spedirono a Roncaglia tre loro ambasciatori, e che l'uno di questi fu Tacito Dodo. Credo inesatta questa notizia, anche rispetto al tempo. Nella prima metà del secolo XIII, la torre dei Dodi era il luogo ove il Potestà rendeva giustizia. Lo fa vedere un giudicato del 5 otto-bre 1241, ove si legge: Actum Pisis in turri Dodorum, ubi est Curia Potestatis. Ignoro se sia quella medesima torre che i Dodi avevano poi a comune coi Gaetani nel secolo XIV, secondo una carta del 7 maggio 1327 ed altra del 13 gennajo 1334, ove si dice: Actum et in solario Apothece pedalis turris Dodorum et Gaitanorum, que est in capite pontis Novi (Arch. della Curia Arcivescovile). I Dodi concorsero coi Gaetani, coi Gualandi, coi Galli ec., alla fabbrica del Ponte Nuovo. Da ciò ne venne quel loro patronato, di cui fa fede una carta inedita dell'Archivio di Montecassino, del 2 ottobre 1258. Quivi compariscono come rappresentanti tutti i Dodi che allora vivevano; e per comune loro interesse, Dodone Grotti e Dodone Botonfio. In questo istesso secolo strinsero parentado con una illustre famiglia, quella dei no- bili di Corvaia. Così infatti è scritto nella Cronaca di Guido: die Paschalis Resurectionis Domini MCCCLXXV, ipsa die kalendarum aprilis, domina Gostantia filia domini Pactarini de Corvaria ivit ad virum, scilicet ad Jacopum quondam domini Gerardi Gaduccii de Duodis (MMurat. S. R. I.
, XXIV. 682). Fra le carte sparse dell'Archivio della Curia Arcivescovile, av- vene una del 22 aprile 1307, per la quale si viene a conoscere che a questo tempo era già morto Nino Visconte de Domo Dodorum, ma che ne rimanevano i figli Betto e Puccio, nati dalla di lui consorte Chese, figlia di Giovanni Merola. Per questa stessa carta si scopre, che vivevano allora ugualmente Puccio detto Sciarra, figliuolo di Saracino
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Villano; Puccio del fu Villano; Fuccio, detto Jacopino, del già Gaddo Villano, de Domo Dodorum; e che tutti abitavano nella cappella di San Donato. È opinione del Tronci (Memorie ec., p. 8) che i Duodi, illu- stre famiglia Veneta, sia derivata da questa nostra di Pisa. Sia che vuolsi di ciò, credo opportuno di avvertire, che nel 1327 era tuttora in vita Tuccia, che si dice filia q. D. Saraceni Villani de Duodis, vedova in quel tempo di Cecco Vecchio degli Upezzinghi (V. Upez- zinghi). La carta inedita dell'Archivio della Curia Arcivescovile da cui ne abbiamo notizia, ci mostra ancora che a quel tempo (26 novembre) era morta anche Fanuccia, figlia q. D. Villani de Duodis, e vedova di Jacopo delle Stadere dei Casapieri (V. Casapieri). La casa di abitazione di Tuccia ci viene additata dal documento istesso in cui è scritto: Actum Pisis in pede scalarum turris habitationis suprascripte D. Tuccie posite in cappella S. Donati secus arnum.

1.108. Donoratico (Di). V. Della Gherardesca

DONORATICO (DI). V. DELLA GHERARDESCA

1.109. Drago (Del)

DRAGO (DEL). Fra Domenico da Peccioli li dice antichi cittadini, e consan- guinei dei Del Tignoso, i quali abitavano presso San Martino in Chinseca. Nei cataloghi degli Operai della Primaziale non vidi farsi ricordo di Robertino di Ugolino. Il suo nome va unito ad un atto inedito di assai conto per l'istoria. Nel 22 maggio 1283 il conte Ugolino della Gherardesca fece una dichiarazione, con la quale venne a confessare di aver ricevuto certa somma come tutore di Nino di Gallura. L'atto fu celebrato alla presenza di Robertino, che venne qualificato Operarius Opere S. Marie. Di questa casa fu frate Roberto, religioso Domenicano, Vescovo d'Uselli in Sardegna, tra il 1312 e il 1338; e che fu sepolto in S. Caterina dinanzi all'altare maggiore. Fu liberale molto verso il Convento. Ebbe un fratello (Bacciomeo) morto verso il 1324, e che lasciò tre figliuoli in età pu- pillare: cioè Roberto, Nino e Guidone; come più ampiamente ho mostrato altrove (Chron. S. Cath., 140, p. 491, 493).

1.110. Ebriaci (Degli)


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EBRIACI (DEGLI). Molto antiche sono le memorie di questa famiglia. Nel parlamento solenne del 1188, intervennero anche Barile e Matteo, come pure Sardo e Barisone, fratelli, di questo cognome. Barile era padre di questi ultimi; il quale, indi a non molto, cessò di vivere. Di ciò noi siamo avvisati per due documenti tratti novellamente in luce da me, e certo non privi d'interesse storico, perché ci fanno vedere due, non che un solo, dei fratelli Ebriaci in via per la Crociata. Tali documenti appartengono al 21 e 22 agosto 1189. Col primo di questi atti Barisone fa pieno mandato alla sua moglie Ugolinella, fino al suo ritorno dalla Crociata; e quest'atto lo ripete, rispetto alla propria consorte Matilde, anche Sardo, ma con qualche differenza. Da questi due documenti venghiamo a sapere di più, che gli Ebriaci avevano le loro case, in questo tempo, presso alla chiesa di S. Si- mone al Parlascio; e che non mancavano di portico. Nel secolo XIII, e precisamente nel 1253, Ebriaco fu uno dei cittadini i quali si ob- bligarono in proprio in verso i nobili di Corvaja e Vallecchia, per l'osservanza dei patti che aveva loro promesso il Comune nostro. A quali vicende poi andasse soggetto Ciando di Matteo quando tutto obbediva a Guido di Montefeltro, lo narra l'Anonimo, Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 665 (V. Gaetani).

1.111. Erici (Degli)

ERICI (DEGLI). Antichissima è questa famiglia. Bono, Abate di San Michele in Borgo, lasciando memoria nel 1048 della fondazione di quel mona- stero, fatta trent'anni innanzi, diceva di averne comprato il ter- reno su cui era edificato da Errigo filio Heritii (R.). Due anni prima, Erizio, figlio della buona memoria d'Enrico, gli allivellava alcune terre per il censo annuale di due denari d'argento, moneta luc- chese (Grandi, Ep. de Pand., p. 138, 142). Credo che qualunque amasse di trarre molto da lungi le genealogie, non si riterrebbe troppo dall'affermare che questi furono gli antichi Degli Erici. Sia che vuolsi, a me sembra degno di considerazione il verso del Var- nense; il quale, enumerando i guerrieri che mossero per le Baleari, dice: Hinc Herithone satum genitoris nomen habentem.
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(De Bello Balearico - Murat. S. R. I., VI. 112). Forse è lo stesso personaggio a cui il Tronci (Memorie ec., p. 44) dà il nome d'Arrigo e che dice uno dei dodici ambasciatori inviati al papa prima di muo- vere per le Baleari. Sarebbe mai quell'Eriso console che, nel 26 mag-gio 1155, sottoscrisse al decreto che fissava l'ampiezza della Via S. Cecilia? Del resto, in questo secoloXII, tre degli Erici (Eri- sio, Sismondo e il suo figliuolo Filippo) furono nel parlamento del 1188, in cui si giurò pace ai Genovesi. Questa famiglia durò anche nei tre secoli appresso. Mondino era morto nel 1331, ma vivevano in questo tempo i suoi figliuoli Lando e Betto, che si dissero patroni della chiesa di S. Martino di Scorno Maggiore (Arch. della Curia Arciv. Atti). Nel 31 maggio 1343, Enrico, figlio di Lando degli Erici, della cappella di S. Jacopo di Mercato, dette a mutuo quattro fiorini d'oro e cinquanta soldi di denaro pisani, per Mea, figlia di Bartolommeo dei Bonconti, secondo che già mi fu dato di osservare (V. Bonconti). Se non che, su tutti gli altri, nel se- colo XIV, si distinse Giovanni, dottore in ragione canonica, e con- sigliere di Pietro re d'Aragona. I Pisani, nel 1349, lo nomina- rono ambasciatore a questo principe, insieme con Francesco Me- rola, per ottenere che ai loro mercatanti fosse libero e sicuro il trafficare nei suoi stati. Fu conseguito l'intento. Nel 1353si provò la necessità di rinnovare simile concessione. Anche questa volta si ebbe ricorso al consigliere gradito al re Pietro; a cui si ag- giunse, per altro ambasciatore, Giovanni Buzzaccarini Dei Sismondi, cavaliere (V. Sismondi. V. Regesto, e Memorie d'Ill. Pis., I. 319). Né questa fu l'ultima missione in che l'Erici veniva adoperato presso di quel re. Infatti, nel 1356, era costituito nuovamente ambascia- tore alla corte d'Aragona. Il Comune lamentò in appresso il suo so- verchio intrattenersi in quella ambasciata, in cui stette dal 21 agosto 1356 sino al 7 ottobre 1357. E per vero, lo dimostrarono gli Anziani in quella loro provvisione del 20 febbrajo 1358, nella quale lo vollero privato di dugento lire di quel salario che aveva percetto (a ragione di lire sei e dodici soldi al giorno), perché dissero che si era indebitamente trattenuto (vi rimase quattrocento undici giorni) oltre il tempo necessario in tale ambasciata. Da questa stessa prov- visione, che sparge qualche ombra sulla morale condotta di Gio- vanni, si viene a conoscere che aveva ricevuto già in prestito dal Comune seicento lire, e per di più dugento sessantadue e mezzo fiorini d'oro (D.). Non so se queste somme fossero parte di ciò che doveva al Comune fino dal 1343, per cui gli venne fatto abilità, ai 3 d'aprile , di pagarne solo una parte (Arch. Capitolare, Filza E, 6). Le cose di sopra accennate fanno vedere che, quantunque consi- gliere di re Pietro il Ceremonioso, non risiedeva in sua corte. Gli
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Erici fino dal secolo XII avevano dato nome alla chiesa di S. Bar- tolommeo, perché da loro fondata. Se ne ha prova in quel docu- mento del 1196 che già venne rammentato (V. Dodi). In esso, in- fatti, è testimone tra gli altri il prete Guidone S. Bartholomaei filiorum Erithi(R.). In questa parrocchia furono, a quanto pare, le abitazioni loro. In un documento dell'Arch. Alliata dei 2 gennajo 1305 (N.o 135), parlandosi di certa casa tribus solariis posita in capp. S. Bartholomei de Heritis, si soggiunge, tenet unum caput in classo Caseariorum, aliud caput in voito olim Iudicis Gallurensis..... latus in terra et domo illorum de Heritis. Giovanni Degli Erici fu testimone della caduta della Repubblica; e fu di quei cittadini, ai quali, nel 1407, si intimò il confino a Firenze, sotto pena della vita (D.).

1.112. Erovari

EROVARI. Ramone Erovari aveva torre presso S. Donnino nel nostro su- burbio. Se ne fa menzione in un documento del 1241, datoci dal Mattei quasi per intero (Hist. Ecc. Pis., App. I. 110). Bencivenne Erovario era stato testimone, ai 23 marzo 1230, all' atto con cui il frate Alberto venne investito d'ordine dell'arcivescovo Vitale, della chiesa di S. Maria Maddalena. Nella stampa del documento è errata la lezione Crovario (Mattei, l. c., 91). Questi due soggetti non sono i soli ch'io abbia saputo trovare di questa famiglia nel secolo XII . Avvi, infatti, nell'Archivio della Curia nostra Arcivesco- vile una carta del 13 gennajo 1271, la quale ce ne scuopre tre altri. Graziano Erovario (così il documento) emancipa dinanzi il tribunale dei pupilli (Curia Nova Pupillorum) i figliuoli Bartolommeo (notaro), e Matteo, a sua sacra patria potestate; dichiarando di averli resi di pieno loro diritto, e capaci di agere et contrahere et testamenta et ul- timas voluntates condere ubique pro eorum velle, sicut Cives Romani et liberi patresfamilias faciunt et facere possunt, et remisit eis usufructum sibi a lege concessum. Questa famiglia durava anche verso il finire del secolo XIV ; se vuol riflettersi che in questo tempo Michele di tal cognome fu dei sessanta chiamati, nel 1387, a formare il nuovo estimo.

1.113. Esmadore


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ESMADORE. Un Bonaggiunta di tal cognome è rammentato nel famoso docu- mento del 1188: e questa famiglia durava anche nel secolo XIV ; perciocché un Andreotto fu degli Anziani nel 1316.

1.114. Fabbro (Del)

FABBRO (DEL). Quando Fra' Domenico da Peccioli scrisse la Cronaca di Santa Caterina, questa famiglia, secondo la sua testimonianza, era estin- ta( 10). Nel XII secolo ci avvenghiamo in alcuni individui che ad essa appartennero. Tali sono Gerardo di Ugone, Camarlingo pubblico, e testimone nel 1161 alla donazione che i Consoli fecero all'Opera del Duomo di certi diritti e proventi di Costantinopoli (R.); Marignano, Ricovero, Ugo, e Dassio suo figlio, i quali nel 1188giurarono la pace coi Genovesi. Orlandino visse nel secolo XIII , e fu padre di Frate Proino, Domenicano, uno dei fondatori del Con- vento nostro di Pisa. Oltre alla santità e alla dottrina per le quali questo religioso fu tenuto in conto di uomo al tutto singolare, è nar- rato che veniva fatto predicatore generale, insieme con San Tom- maso d'Aquino, nel Capitolo di Napoli del 1260. Suo padre gli fece dono, per mano di notajo, di molti Codici, che volle serbati all'uso del Convento; e Fra' Domenico da Peccioli ce ne ha conservato il Catalogo (loc. cit.). Ebbe Frate Proino un nepote nell'Ordine, e questi fu Frate Giovanni, che moriva essendo suddiacono. Non so se sia di questa famiglia quel Leopardo, il quale fu testimone, nel 1267, nella casa del Comune, al privilegio che il Potestà Bar- tolommeo di Soppo, in unione al Capitano del popolo Anselmo da Rivolo, e agli Anziani, concessero a Ugone da Fagiano per il nuovo monastero che voleva fondato nella valle di Calci, in luogo che fu poi detto Nicosia (R.). Ignoro ugualmente se appartenga a questa casa quel Bonaggiunta, notaro di professione, che dicesi figliuolo di Avito Fabro; e che nel 12 giugno 1259, vendé una casa ed un pezzo di terra ortale, nei confini di Livorno, in luogo detto Car- raja (feudo dei Marchesi di Massa di Corsica ec.), a due eremiti di Santa Maria da Parrana (R.). Fra' Domenico da Peccioli dice di avere osservato nel Registro degli Anziani, assai nomi dei Del Fabbro. Forse egli poté vedere Registri più antichi di quello che noi abbamo prodotto. Nel Registro nostro io trovo soltanto il nome
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di Sigerio, che fu Anziano per quattro volte. È memorabile il suo primo anzianato, perché cadde nel luglio e agosto 1288, allorché imprigionato il Conte Ugolino Della Gherardesca, l'Arcivescovo Ruggieri si recò in mano ogni potere. Sigerio fu nuovamente degli Anziani nel luglio e agosto del 1290 (essendo Potestà, Capitano del popolo e di guerra, Guido da Montefeltro); nel novembre e decembre 1293; e finalmente nel settembre e ottobre 1295, nel qual tempo sedé come priore pel Q. di F., a cui avea sempre appartenuto.

1.115. Facca

FACCA. Non mancano memorie di questa famiglia (che appartenne alle popolari) fino dal secolo XII. Gerardo e Sigerio Facca suo figlio giurarono cogli altri nel famoso parlamento del 1188. Giovanni, o Vanni, fu molte volte degli Anziani tra il finire del secolo secolo XIII, ed il sorgere del successivo. E per vero, lo fu dapprima nel 1299 e nel 1305; poi, con ufficio di priore pel Q. di F., negli anni 1309, 1312, e nel 1313, pei mesi di novembre e decembre, quando tutto sottostava a Uguccione Della Faggiola. Venuto il luglio del 1314, gli Anziani lo aggiunsero al loro consiglio, con altri quattro Savi convocati per nominare un sindacatore generale di tutti gli ufficiali di Sardegna; nomina che cadde sopra Pietro Bucci da Cortona, giurisperito. Vuolsi credere che Vanni avesse parte nel redigere le istruzioni che furono date al Bucci sotto il dì 31 d'agosto (R.). Nel 1316 lo trovo nuovamente degli Anziani collo stesso grado di priore; e così nel 1319e 1321: anzi in quest'anno fu uno dei Cor- rettori dello statuto dei mercanti, che conservasi tuttavia inedito. Nel 1324 e nel 1326 fu di nuovo nell'anzianato, con grado di priore. Quando il Conte Bonifazio Novello di Donoratico, riportò sopra i nemici il completo trionfo di cui parlano le istorie, Gio- vanni meritò di essere chiamato nuovamente ad esercitare l'ufficio di priore degli Anziani, che altre volte aveva esercitato con non piccola lode. Questo fu nel settembre e ottobre 1329. Taccio di quello che operò in questo tempo a benefizio della quiete pubblica; e solo mi piace soggiungere, che di nuovo era priore degli Anziani nel 1331. Poco visse dipoi; come ci avvisa l'iscrizione apposta al suo se- polcro nella chiesa di San Francesco, riportata con error di lezione dal Da Morrona (III. 86): HIC IACET HONORAB. CIVIS IOHANNES FACCA QUI OB. DIE XXII MEN8 IULII AN8 MCCCXXXIIII, ET BONACORSUS EIUS FIL.
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I documenti parlano eziandio di un Sosso Facca. Giova qui ricor- darlo, perciocché trovasi che fu uno dei banchieri ai quali venne pagato il cambio di certe monete che si vollero scambiare in fiorini d'oro, allorché (1328) fu mestieri farne consegna a Jacopo Sbarra di Lucca, tesoriere di Lodovico il Bavaro (D.). Giovanni, oltre al figlio Bonaccorso ch'ebbe tomba con esso, vide in sua vita un figliuolo (Tingo) tratto esso pure all'anzianato nel 1319. Da esso vennero Giovanni, Anziano nel 1345, e Filippo, Anziano nel 1347. Sigerio aveva seduto fra gli Anziani nel 1325, e Bindo poco dopo di lui (1327). Di Bindo ci ha conservato una preziosa memoria il Masi, trascurata, non so perché, dal Pardessus. Essendo Bindo uno de' due Consoli del porto di Cagliari nel 1318, fu composto e ordinato lo Statuto di quel porto che ancora abbiamo; lavoro nel quale vuol credersi che egli avesse non poca parte (Ragionamento Accad. della Navigazione e Commercio della Repubblica Pisana, p. 101). Di Colo possiamo dir solamente, che fu Anziano nel 1335. Non così di Cecco; perciocché questi, oltre ad avere avuto l'anzianato nel 1339, nell'anno 1387 fu uno dei sessanta Deputati a formare il nuovo estimo; dopoché pochi mesi innanzi era stato priore degli Anziani pel Q. di F. Antonio nacque da esso, e fu Anziano nel 1386. Venuta, nel 1388, sul pisano la compagnia di Bertoldo inglese, in- grossata da stipendiari tedeschi ed italiani, e dalla brigata di Guido d'Asciano; e fatti orrendi guasti di beni e prigionie di persone, prima a Lavajano, poscia a Perignano e a Ponsacco (due terre che si rese obbedienti); fu pattuito che sgombrerebbe il paese mercé lo sborso di tredicimila fiorini d'oro. La prima paga che si portò al campo al Bertoldo, ai 3 di giugno, da tre inviati del Comune, fu di seimila cinquecento fiorini d'oro; ed Antonio, uno di essi, recò seco una borsa che ne racchiudeva milletrecento. Dopo questo tempo fu priore degli Anziani pel Q. di F. nel 1394, e per ultimo nel 1403.

1.116. Fagiuoli

FAGIUOLI. Al dodicesimo secolo risalgono i monumenti i quali possono ser- vire alla illustrazione di questa famiglia, celebre nella storia della giurisprudenza. Infatti, nel solenne e più volte ricordato parla- mento del 1188, prese luogo Uberto Fagiuoli, uno dei tre giudici allora dei Foretani; e con esso v'intervennero, oltre a Gerardo e Gerio, Jacopo ed altro Uberto suo fratello. Nella rocca di Massa Marittima avvi una pietra nella quale si vedono scolpiti a basso- rilievo un pesce, un capo di donna, un capo d'uomo, ed un capo
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di papero col collo. Sopra di queste figure avvi un'iscrizione in ca- rattere barbaro e pieno di nessi, che il Targioni (IV. 125) così riferisce: UBERTUS FASELUS IUDEX MELO. SAS. Non so a qual de' due Uberti già ricordati appartenga. Del resto, un maestro Bernardo, canonico, fu presente, nel 1196, alla querela e alla riconciliazione che l'Arcivescovo Ubaldo Lanfranchi, reduce dalla Crociata, fece col Capitolo; essendo evidente l'errore di lezione nel Mattei, che lesse Fascolo in luogo di Faseolo (Hist. Eccl. Pis., I. App. 65-68). Enrico viveva certamente in questo tempo. Rimane di esso una sentenza del 1202, che proferì essendo giudicante nella Corte de' Foretani. Quest'atto, che conservasi inedito nell'Ar- chivio Arcivescovile, è rammentato dal Dal Borgo (Dissert. sull'ori- gine dell'Università Pis., p. 102), e nelle Mem. d'Ill. Pis.(II. 171, 201). Bernardo, altro dei Fagiuoli, era arbitro pubblico nel 1233; e giudicò, nel 14 novembre , a favore del monastero di San Michele in Borgo, governandolo Enrico Abbate (R. - e Mem. d'Ill. Pis., II. 171, 201). Nell'anno precedente fu dei revisori e correttori del Costituto. Questa riforma, che conserviamo tuttora inedita, fu letta ed approvata nel 1.o gennajo 1233, essendo potestà Ugone Lupi da Parma. Ma niuno di questa famiglia si conciliò maggior fama di Giovanni, nato, a quanto credesi, in questo medesimo secolo XIII. Studiò il diritto a Bologna sotto Giovanni Beneventano. Se deve tenersi che nascesse intorno al 1233, come parve al Fabroni, e al Vernac- cini suo biografo (che seguitò la cronologia dell'iscrizione che lo dice morto nel 1286, di anni sessantatré); non potrà giammai as- severarsi, come fece quest'ultimo scrittore, che sia una persona istessa con quel Giovanni Fagiuoli, giudice della Corte della legge, che sentenziò nel 1245. Come vi furono in questa casa, già lo vedemmo, due Uberti viventi nel tempo istesso; così vi potettero essere due Giovanni: anzi tre ne vissero a un tempo, come verrà dimostrato. Quanto a me, non consentirò facilmente che il celebre giurista sia quel Giovanni Fagiuoli che prese parte come Senatore alla nomina dei Sindaci per fermar con Venezia la lega fatta nel 12 luglio 1257; e che si parli di esso quando si narra che un Gio- vanni Fagiuoli, nel 1259, fece alcune addizioni ai patrii statuti. Giovanni insegnò pubblicamente la scienza del diritto civile in patria; secondoché ne dà indizio (per tacere di altri riscontri) il coperchio ora perduto del suo sepolcro, situato nel nostro Cam- posanto, ove vedeasi un maestro in atto di dettare dalla cattedra ai proprj discepoli. Giovanni scrisse una Somma sopra il libro dei Feudi, più volte ricordata dal Baldo; un trattato de Summariis
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Cognitionibus
, che meritò le lodi di Cino da Pistoja e del Bartolo, e che il Durante ricopiò quasi nello Speculum Juris. Fece eziandio alcune note alle Costituzioni e Prammatiche del regno di Sicilia, e molte dichiarazioni di testi del diritto civile. Ad uomo di tal dot- trina potevano bene affidarsi negoziati politici. Nel 1270fu Sindaco per la conclusione della pace tra i Pisani e Carlo d'Angiò: per il che recossi tra Ripafratta e Montuolo. Era in quest'anno degli Anziani. Durante il suo governo, fu stretta pace con Lucca. In seguito, fu ambasciatore a Carlo d'Angiò, il quale trovavasi in Napoli. Se- condo la testimonianza del Baldo (se pure è vero che parli di esso questo scrittore), Giovanni nei tempi appresso occupò la sede ar- civescovile d'Embrun. Leonardo Aretino pone in bocca al Fagiuoli una lunga parlata fatta nel consiglio pubblico, poco dopo la rotta della Meloria; nella quale esso contrasta al parere del Conte Ugo- lino, e dissuade l'amistà con Firenze e l'adesione al partito guelfo, insistendo, al contrario, perché si cessi da ogni contrasto con Ge- nova. Di questa parlata non trovasi motto presso altri scrittori. Quando venisse a morte Giovanni, lo dice questa iscrizione del Camposanto, che noi riportiamo valendoci della miglior lezione che ne stabilì il Vernaccini (Mem. d'Ill. Pis., II. 175): LEGUM. DOCTORIS. FAZEOLI. TUMBA. IOHANNIS DOCTORUM. FLORIS. DEDIT. HUNC. NATALE. IOHANNIS. VIXIT. FONS RORIS. DECIES. SEX ET TRIB. ANNIS. MILLENIS. SEX. OCTUAGINTA. DUCENTIS. XPI. VITA. SENIS. DEFCIT. TAM. SAPIENTIS. LIBERET A PENIS. QUEM. GL. .. TI ..NT. (Dal Borgo, Diss. dell'Origine dell'Univ. Pis., p. 114-118 - Dis- sert. I, Par. II, 328-356; - Fabroni, Hist. Acad. Pis., I. 39-41; - Sarti, De Claris Archigymnasii Bononiensis Professoribus; - Mem. d'Ill. Pis., II. 165-204; - Ciampi, Vita e poesie di mes- ser Cino da Pistoia, p. 50, 51, 133, 134; -Savigny, III. 272). Gerardo vien detto figliuolo di Giovanni, giurisperito, e fors'anche professore di diritto. Nel luglio e agosto del 1289 sedé priore degli An- ziani pel Q. di M., e così nel novembre e dicembre 1290. Ai 12 luglio 1293 trovossi presente alla pace fermata in Fucecchio tra Pisa, i fuorusciti e le città della lega guelfa (R.); pace, alla conclusione della quale prese non poca parte (Anonym., Fragm. Hist. Pis. -Murat. S. R. I., XXIV. 664). Poco appresso, voglio dire nel settembre e ottobre, durando a dominare Guido di Montefeltro, tornò al grado di priore degli Anziani per lo stesso Q. di M. Così avvenne per dieci altre volte, dal 1294fino al 1309. L'Anonimo dice che era uno dei
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più savi uomini che fossero in Pisa, là dove narra esser egli stato d'avviso che dopo la pace coi fuorusciti guelfi dovesse togliersi dal bando Nino di Gallura (Fragm. Hist. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV 666). Forse Gerardo non dette prova di molta fermezza d'animo, accettando in seguito il carico di andare a Firenze come uno degli ambasciatori per scusare il Comune del non aver voluto ribandire il Visconti medesimo (Anonym., l. c., p. 667). Nel 1313 ebbe il priorato degli Anziani, al principiare dell'anno. Morto Arrigo VII (agosto 24), volendo Pisa pace con Lucca, spedì nel settembre a Quosa, tra gli altri suoi ambasciatori, ancora Gerardo; e tutti concordemente do- mandarono la restituzione di Asciano e di Buti. La pratica tornò vana per le audaci parole che si scambiarono Banduccio Buonconti e Bonturo Dati, secondoché già fu avvertito (V. Bonconti). Ai 26 novembre , sembra che Gerardo fosse in Napoli. Colà si condusse con altri due ambasciatori per trattare la pace col re Roberto. Fu que- sto il giorno in che Uguccione della Faggiola fece cadere sopra di lui e dei colleghi la nomina de' Sindaci per le trattative sopraccen- nate, le quali riuscirono poi all'accordo nel 27 febbrajo del susseguente anno 1314. Queste politiche ingerenze furono seguitate da altre nei tempi posteriori. E veramente, fu di nuovo priore degli An- ziani pel Q. di M., mentr'era Capitano del popolo il Conte Ranieri di Donoratico; voglio dire nel luglio e agosto1316, non che nel 1319. Nel 1327, entrato Lodovico il Bavaro in Pisa, fu da esso lui nomi- nato priore degli Anziani pei due mesi di novembre e dicembre. Se fossimo certi ch'egli fosse quel Gerardo che Carlo IV volle eletto all'ufficio di Anziano, converrebbe dire che egli viveva ancora nel 1355, e che governasse le due città di Pisa e di Lucca dal 1o di marzo a tutto il maggio. Ad ogni modo, quel Gherardo Fagiuoli di cui qui si tratta, è quel medesimo che fu deputato, nel 27 gennajo dello stesso anno , a redigere come uno dei Savi la riforma delle ta- sche degli Anziani, loro cancelliere e notari, per un quadriennio, da cominciare dal 1o marzo (V. Assopardi, Alliata, ec.). Rimangono di Gherardo alcune Glosse MSS. sopra un esemplare del Costituto Pisano del secolo XIV, che vedesi nella Biblioteca del nostro Se- minario. Giovanni, che credo suo figliuolo, attese ancor egli al di- ritto, e sostenne molte volte pubblici incarichi. Fu sette volte priore degli Anziani pel Q. di P., dal 1294 al 1307. Venuto il 1311, fu uno dei tre ambasciatori inviati a Milano per giurar fedeltà in nome del Comune ad Arrigo VII, e per ricevere l'investitura imperiale. Soddisfatto a questo nobile incarico, nel 19 marzo riducevasi in patria. Nel settembre e ottobre di quell'anno istesso , tornò ad es- sere priore degli Anziani. Pare che tacessero per lui le cure pub- bliche fino al 1320. Fu in quest'anno di nuovo priore pel Q. di P.,
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come ancora nel 1322. Quando Lodovico il Bavaro era in Roma per la corona, egli fu degli Anziani eletti da questo principe. Ciò cadde nel maggio e giugno 1328, essendo allora vicario imperiale Gio- vanni da Castiglione. Tornato da Roma il Bavaro, morto Castruc- cio, ed essendo egli in Pisa, e tenendo l'ufficio di vicario il Tarlati; Giovanni, per volere dell'imperatore, fu eletto priore degli Anziani, pel Q. di P., pei due mesi di aprile e di maggio 1329. Accettato l'ufficio, il 25 di maggio, per un consiglio generale del popolo, fu confermato anche pei due mesi successivi; ma venuto il 17 giugno , venne cacciato di luogo, insieme coi colleghi, quando il Tarlati dové abbandonar la città. Ciò basterebbe di esso, se non fosse da aggiungersi che nel 1302 dette mano alla correzione dello statuto dei mercanti. Andrea, che fu priore degli Anziani pel Q. di P. una volta sola (1299), non so se fosse giureconsulto. Lo fu senza meno Jacopo. Questi era stato priore degli Anziani pel Q. di M., prima nel 1309, poi nel 1312; quando Arrigo VII, nel 1313, pensò inviarlo ambasciatore in Lombardia, con onorevoli colleghi (il patriarca d'Antiochia, Lemmo Gualandi, e Pone Glucci da Pe- rugia), per sollecitare soccorsi necessarj alla guerra, e per dar mano ad altre pratiche, tutte rivolte a render sicuri i suoi suc- cessi. Giusta le istruzioni date da Arrigo, dovevano gli ambascia- tori chiedere ai Milanesi trecento cavalli, cento a quelli di Ber- gamo, cinquanta ai Comaschi, altri cinquanta ai Piacentini; ed alle altre città non sottoposte a taglia, quel più che avessero potuto. Aggiungi gli ajuti di moneta. Infatti, fu loro ingiunto: pro- curassero di comporsi con Matteo Visconti a venticinquemila fiorini l'anno, per il debito dei fiorini trentasettemila cinquecentosei, di cui era aggravato verso l'imperatore pel censo che rimase sui frutti del vicariato di Milano, di cui avealo rivestito; e che esigessero settemila fiorini da Piacenza, seimila settecento da Lodi, e la minor somma di tremila da Crema. Questa era una parte sola della missione. Altre parti erano lo indirizzarsi ancora ai Comuni di Novara, di Tortona, di Ivrea, di Chieri; l'ordinare a Filippo principe d'Acaja di recarsi a Pisa con buona comitiva di cavalieri in servigio dell'imperatore, con- ducendo seco, ove potesse, gli statichi di Pavia e di Vercelli; il comandare a Matteo Visconti di far condottiero di trecento cavalli che verrebbero in Pisa, Galeazzo suo figliuolo; il trattare, infine, coi marchesi di Saluzzo e di Monferrato dei gravi affari che poteano ri- guardarli (Doenniges, Acta ec., I. 104, 108). Queste cose dicono a quali pratiche Jacopo fosse adatto. Morto l'imperatore, e postosi Uguccione Della Faggiola alla testa del Comune, Jacopo fu eletto priore degli Anziani, pel Q. di P., pei due mesi di novembre e di- cembre di quell'anno. Narrano le cronache, che impadronitosi
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Uguccione non solo di Lucca, ma di molte castella eziandio, ne ordinò il disfacimento. Caddero a terra Cotone, Aquila, Frigiano e Castel Passerino: e procurante dello sfacimento delle castella fue (dice un contemporaneo) Messere Jacopo Faggiolo (Cron. di Pisa Murat. S. R. I., XV. 991). Jacopo non ebbe, a quanto io sappia, pubbliche cure fino al 1322 (se ne togli l'essere stato uno dei Savi deputati, nel 1321, a formare il decreto che prescriveva come si dovessero sindacare gli ufiziali forestieri; V. Benigni, Damiani ec.): nel qual tempo fu nuovamente chiamato a sedere fra gli Anziani; come av- venne nel 1349 e nel 1351: se pure non voglia credersi che quel Ja- copo Fagiuoli che sedé in questi ultimi tempi, sia diverso dal più antico. Io sono di tale avviso. Nei ricordi di Miliadusso di Baldic- cione de' Casalberti (che produciamo fra i Documenti) veggo notato che questo cittadino maritò Tedda sua figliuola, nel 1358, a Jacopo Fagiuoli; il quale venne poi a morte nel 15 giugno 1362. Ivi pure si narra che Chese, nata di tal matrimonio, fu poi consorte (1376) di Guicciardo dei Buzzaccarini dei Sismondi. Il Tronci (Memorie ec., p. 383), parlando dei presi all'occasione del tumulto dei Gamba- corti, come loro aderenti, ricorda Neri Fagiuoli. È chiaro aver esso seguito M. Villani (Cronica Fior., V. 33); ma questo cronista lo denomina Neri di Lando da Faggiuola. Forse è quel medesimo che il Roncioni (Ist. Pis., p. 698) scrive essere stato uno dei dodici ca- pitani della guerra di Lucca al tempo di Uguccione della Faggiuola. Dissi già di un Andrea, che fu degli Anziani nel 1375; ed è assai probabile che sia suo figliuolo quel Giovanni che vedo Anziano nel 1389.

1.117. Familiati (Dei)

FAMILIATI (DEI) Nella permuta di terre tra Lodovico abbate di S. Michele in Bor- go, e Guidone chierico del fu Gerardo, fatta nel 31 maggio 1095, di beni situati presso l'Oseri, è rammentata una possessione dei Fa- miliati. Quando nel 30 gennajo 1134, Bernardo abbate di S. Michele di Verruca vendé al predetto Lodovico abbate, assisté a quest'atto come testimone Guglielmo Familiati (R.). Nel 26 maggio 1156, due dei Familiati, Ildebrandino e Ugo, sottoscrissero al decreto con- solare che fissò l'ampiezza che doveva avere la Via S. Cecilia; il primo come pubblico divisore, il secondo come notaro (Arch. Ron- cioni, N.o 61). Uguccione, il quale visse fino al 1190, e forse più oltre, come altrove avvisai, fu giudice ordinario, ed arbitro pub- blico; ed ebbe due figliuoli, Ranieri e Ildebrandino, ricordati in
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un documento del 1172. Quest'ultimo che fu ancora testimone, nel 1161, alla donazione fatta dai Consoli all'Opera del Duomo di certi diritti in Costantinopoli (R.), ottenne le stesse magistrature del padre; anzi, come ora mi giova avvertire, fu Console del Co- mune nel 1166. In questo suo consolato venne dato in pegno il ca- stello di Piombino ad alcuni sovventori di denaro che imprestarono al Comune trecento lire. Se deve aversi fede al Tronci (Memorie ec., p. 108, 109), si segnalò, nel 1163al pis., volgendosi contro i Luc- chesi. Nel 1180 è ricordato in due documenti concernenti l'Opera del Duomo (D.). Nel 1188 fu uno dei mille che giurarono la pace con Genova; nel che concorreva con esso non solamente Matteo, ma ancora Bandino: quello stesso il quale, secondo che ho scritto altrove assai largamente, lasciò chiaro nome di sé in Bologna, ove morì professore di diritto nel 1218 (V. Arch. Stor. Ital., VI., P. I, Sez. I, 52). Poche memorie (penso per mancanza di documenti) hannosi dei Familiati nel secolo XIII. Popolani, godettero dell' an- zianato nei tempi appresso: come fu di Vanni (1305, 1307), e di Bestialino, che dopo di essere stato di questo magistrato nel 1306, fu nel 1314 priore pel Q. di P., nei due mesi di luglio e agosto. Era allora Capitano di guerra, non che Potestà e Capitano del popolo, Uguccione Della Faggiola. Ora, nel 19 agosto, essendo i Lucchesi costretti ad arrendere il castello di Motrone, Bestialino, presente alla resa, fu uno dei due Anziani che ne ricevettero la consegna pel Comune (Roncioni, Ist. Pis., p. 698). Fu anche in questo tempo (31 agosto) che vennero date le istruzioni convenienti a Pietro Bucci, perché si recasse in Sardegna a sindacare tutti gli uffiziali del Comune (V. Facca). Bestialino tornò nuovamente ad esser priore degli Anziani nel 1321 e nel 1323. Per me, credo che Bestialino del quale parlai, sia diverso da quello ch'ebbe lo stesso nome e cognome (sebbene erroneamente nel testo Muratoriano si legga Bastianus de Familiaris), e che trovossi nell'anzianato nel maggio del 1267 (credo al pisano), allorché il Comune ricuperò Motrone, la Versilia ed altre terre (Chron. Var. Pis. - Murat. S. R. I., VI. 195). Nel 1321 era stato ugualmente Anziano Pe- ruccio, che aveva goduto di questo stesso onore anche nel 1317. Gli anzianati di Puccio, del quale ora vengo a parlare, caddero in giorni di grandi commozioni. Lodovico il Bavaro lo nominò a questa magistratura pei due mesi di novembre e decembre 1327, quando appunto gli erano state schiuse dai Pisani le porte della loro città. Il Familiati sembra parteggiasse per esso, e fors'anche per l'anti- papa; perché, tornato Lodovico a Pisa, lo vedo eletto Anziano per l'aprile e pel maggio del 1329. Ad onta di questa elezione, e della conferma ottenuta pel Consiglio del popolo sotto dì 29 maggio, fu, nel
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17 giugno, cacciato di palazzo insieme cogli altri Anziani, quando dalla città fu espulso il Tarlati, vicario del Bavaro. Puccio fu uno dei capitani dell'esercito pisano che andò all'espugnazione di Pi- stoja (Roncioni, Ist. Pis., p. 748). La torre dei Familiati (poi, ne' tempi medicei, collegio Ferdinando) servì spesse volte a luogo di detenzione dei prigionieri di guerra. Nel 1290 vi furono rac- chiusi i prigioni che si fecero nella resa di Calcinaja; e nel 1341 molti dei Fiorentini caduti nelle mani dei Pisani nella giornata del 2 ottobre (Anon. Pis. - Murat. S. R. I., XXIV. 660; R. Sardo, cap. 79, p. 112). In questo stesso secolo XIV, le case dei Familiati servirono alla dimora del Bartolo. Ho dimostrato altrove, come nel 1380 queste torri fossero divenute proprietà dell'Opera del Duomo, e allora venissero dipinte da certo Roberto pittore (V. le mie Memorie del Traini, p. 95, 142).

1.118. Federici (De')

FEDERICI (DE'). Detti anche Federighi. Enrico fu tratto al consolato del Comune nel 1161; quando non voglia dirsi col Tronci (Memorie ec., pag. 92) ch'egli il tenesse fino dal 1159. Nel 16 marzo del primo fra gli anni indicati, donò coi colleghi certi diritti che avevansi in Costantinopoli, a Benedetto Operajo per il Duomo (R.). Il Tronci (l. c., p. 95) dice che Enrico fu al parlamento di San Genesio, ove trovavasi Guelfo Duca di Spoleto e Marchese di Toscana: ma vuolsi osservare, esser questo fatto avvenuto nel marzo dell'anno antecedente; ed esservi poi silenzio nel Marangone (p. 21), che nulla dice dell'intervento di Enrico. Se non che, per tornare al suo consolato del 1161, giova soggiungere che nell'ottobre fu uno dei quattro ambasciatori che vennero inviati a Federigo I, il quale trovavasi, come ho luogo di credere, a Lodi. Ricevuto coi colleghi con ogni segno d'onore, l'au- gusto Federigo trattò seco loro delle condizioni del suo impero. Di qui venne che Pisa inalzavasi sulle altre città di Toscana. Fu sotto il consolato di Enrico che si gettarono le fondamenta della casa del Comune presso a Sant'Ambrogio, e che vennero eseguite alcune opere d'arte alla torre del Magnale del Porto Pisano. Fu eziandio in questo tempo, che si spedì solenne ambasciata all'imperatore di Costantinopoli, con due galere, per stringere con esso lui le con- venzioni che più fossero profittevoli al Comune. Quando Enrico cessò dal consolato, fece parte di un'ambasceria inviata all'impera- tore Federigo. Fu allora che vennero stipulate in Pavia le solenni convenzioni che rimangono tuttora. Enrico prestò giuramento cogli
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altri ambasciatori: il che fecesi nel 6 aprile. Di lì a non molto, era di ritorno a Pisa. Enrico fu Console un altra volta nel 1168: anno in cui fecesi aspra guerra con Lucca. È rammentato nell'ac- cordo fatto in ottobre coi Visconti di Carraja e di Vallecchia, per la mutua difesa contro i Lucchesi (D.). Viveva anche nel 1188. Fu allora infatti, che giurò la pace con Genova. Ciò fece anche Pipino suo figliuolo, che era Console del Comune; ed amendue vennero imi- tati da Nuccio e Colo di questa medesima casa. Il Roncioni (Ist. Pis., p. 621) riporta i nomi di alcuni dei Federighi che rimasero prigioni nella guerra genovese del 1284. Questo medesimo scrittore (l. c., p. 729, 730) dice che Pietro Federighi fu capitano nella spedizione contro gli Aragonesi per la Sardegna. Ignoro se fu quel medesimo che venne molto appresso adoperato per cacciare la parte Raspante da Piombino (V. Gambacorta).

1.119. Ferrante (Di)

FERRANTE (DI). Nel 1188, Bindo di Ferrante fu uno dei mille che giurarono la pace con Genova. Gerino, nel 1253, fu di quei cittadini che si ob- bligarono in proprio per l'osservanza dei patti pei quali il Comune si astrinse inverso i nobili di Carraja e di Vallecchia, quando questi giurarono la civiltà pisana. Altri di questa famiglia sono Pallavicino, senatore nel 1257, che intervenne alla nomina del sindaco per stipulare la lega con Venezia; Gerardo, riformatore dello statuto dei mercanti nel 1288 e nel 1296, ed Anziano negli anni 1290, 1292, 1293 e 1297; Bacciomeo, Anziano ugualmente nel 1302 e nel 1308; Bonaggiunta, ch'ebbe cinque volte l'anzianato tra il 1304 e 1324; Ranieri, che fu Anziano solamente nel 1311; e Francesco, che fu Anziano prima nel 1310, poi, con grado di priore pel Q. di K. nel 1315. È però memorabile il suo anzianato dei tre mesi di luglio, agosto e settembre 1328. Caddero in questo tempo l'espugnazione di Pistoja, la morte di Castruccio, e il ri- torno del Bavaro a Pisa. Dopo questi giorni, fu di nuovo nell'an- zianato negli anni 1343, 1346 e 1347. Quando Carlo IV, nel 1356, richiese i Pisani di ventimila fiorini d'oro, egli si tassò per dugento. (Masi, Ragionamento ec., p. 88). Ebbe un figliuolo. Gerardo. che fu Anziano pel Q. di K. nel 1359.
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(revised 10/10/2001 ) Roncioni, Raffaello.
Elena Pierazzo

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