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Da Morrona, Alessandro

Pisa illustrata nelle arti del disegno




PREFAZIONE

Lo studio delle Belle Arti ha in ogni tempo distinte le culte dalle barbare nazioni. Nascon'esse dal raffinamento di gusto di una società giunta alla sua perfezione, e suppongono i sensi e l'immaginazione piena di delicatezza. Questa allora ricevendo, come in uno specchio, le immagini che la natura le ha in varj tempi mostrate, e scegliendo fra quelle le più vaghe sa perfezionale, ed accozzarle insieme colla più bella simetrìa. Per tal guisa ella giunge talora a superare il modello: si moltiplicano gl' innocenti piaceri de' sensi e della immaginazione, ed acquistano le Città un pregio novello, che dopo la gloria delle armi e la saviezza della legislazione reca ad esse un non piccolo lustro. Fralle Città che per le produzioni delle Belle Arti si distinsero, quella di Pisa certamente deesi annoverare. Ella ingentilita per l'enunciate prerogative, seppe al valore di Marte accoppiar l'amore pei geniali ed utili oggetti. Conciosiaché virtù
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superiore risvegliandosi in seno a lei, e servendo questa di guida alle grandiose idee, nella prim'alba del secolo XI richiamò nelle sue liete contrade le Belle Arti sbandite. Quindi lo smarrito disegno per mezzo di continuate scuole a poco a poco avvivando gustar ne fece il sapore ai vicini, e el resto dell'Italia l' emulazione ne risvegliò. A trattare appunto un così bell' argomento, e a dimostrarne il vero questo mio secondo lavoro consacro; e se 'l desìo non erra, sembra ch'egli aspirar possa, se non alla gloria dell'eleganza, a quella almeno dell'utilità e della nuovità; giacché la storia dell'Arte antica dei Pisani, o sia quella delle Belle Arti dei tempi di mezzo, rischiarata innanzi all' epoca della prima edizione di quest'opera non venne giammai. Nella presente poi ella dovrà esserlo maggiormente; perocchè l'ordinanza osservo la più convenevole alla tessitura istorica, quella cioè di dare in ogni secolo, dall'XI incominciando a tutto il XVI, il ritratto delle Belle Arti; il corredo vi unisco di molte non disutili aggiunte. Maggiori vedute, e più rapporti a prò della Patria e della generale istoria dell'Arte e degli Artisti pisani discopro;
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di modo che l'opera mia nella divisata foggia rivestita, sarà ben fortunata se riescirà meglio accetta, che la prima non fu, ai Leggitori d'istruzione e di cultura forniti, e veri intelligenti delle Arti Belle. A questi pertanto venerazione portando offro di buon grado il tributo delle molte mie cure e delle lunghe fatiche onde giunsi alla meta di così compilarla. Anche un nuovo attestato avrebbono eglino avuto già col seguito d'altra già incominciata produzione; ma delle virtù sociali amico anche di troppo, disarmato altresì contr'ai colpi degli uomini diversi d'ogni costume e pien d'ogni magagna, farvi riparo non seppi; onde quella fatalità mi colse che con empio laccio gli sventurati circonda. Nel silenzio pertanto di più anni mi giacqui privo di tranquillità, senza che alcuna mano di restituirmi a quella si degnasse giammai. Confidai nella Patria, giacché del mio lavoro, qualunque si fosse, il frutto ne vide; ma la Patria, sorda alle voci di benemeranza, ed al voto consolativo di più cittadini, nel grand'uopo mi dimenticò. Finalmente inspirato dal suono de' graziosi accenti di pochi amici pregiabili, e
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mercè le premure ed il genio lodevole dell'Editore di quest'opera rintracciando le orme primiere di quegli studj, cui dedicai l'età ridente, il dolce esercizio ne riprendo; e per la via difficile della virtù, che mena dritto altrui per ogni calle, all'Arti che sopra di me le attrattive loro mantennero, ed alla Patria, a quella stessa che fin qui considerarmi util non volle, utile di buon grado oggi ritorno. Ma seguitando il preliminare ragionamento, dopo di aver fatto sentire il nuovo sistema di questa seconda edizione, terrò dietro alla prima con far parola degli antichi Monumenti; e perché molti oltre le nozioni delle Arti amano andare in traccia delle vetuste cose, e perché l'Antiquaria può rivolgersi allo studio di quelle, trascriverò le memorie, che le più interessanti sembrano pel pregio dell'antichità, o per i fatti notabili che in se contengono. Siccome non ometterò di riportar le altre destinate ad eternare il nome e le doti degli estinti che fra gli uomini in qualche modo si distinsero. E se talvolta alcuna delle meno importanti trovasi nel carattere corsivo scritta o priva di qualche parte insignificante, ciò si attribuisca all'amor di quella brevità
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che negli epitaffi desideriamo con Platone, il quale si espresse che il titolo della lapida che non eccedeva quattro versi era il più bello e disse, che un tal uso era de' Greci, quantunque de' Romani ancora lo fosse. Non ragionerò, perché ispezion mia non è, della vantaggiosa e bella situazione di Pisa, Città grande, cinta di mura, con larghe strade, e da real fiume nella più vaga e dilettevol foggia divisa, come dalla pianta che ne offro si raccoglie; e nemmeno del clima dolce e sano che la rende più popolata e bella nella fredda stagione, di che il Cocchi, il Targioni, ed altri scrissero. Per quello poi che riguarda l'antico lustro della Pisana Chiesa ed i molti privilegi che le concessero i Pontefici bene affetti per esser' eglino stati dai Pisani accolti e difesi sovente, come accennar dovrò in questo primo volume, consultar si puonno l'Ughelli, il Mattei, ed il Martini nel suo trattato, Theatrum Basilicae Pisanae. Pregevole e decorosa ella è quest'opera non solo per le tavole i rame che in se contiene, ma per le belle erudizioni ecclesiastiche, poi molti privilegj
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e riti, e per quant' altro mirabilmente illustra la Pisana Chiesa tuttora fiorente, con molto decoro formata da un rispettabil Capitolo di Canonici, ed a cui meritamente presiede il degnissimo Arcivescovo Monsignor Ranieri Alliata. Se poi l'opera del Martini di notizie sulle Arti non isfoggia, conobbe l'Autore che non fu di sua sfera il trattarne. Che se si tenesse sempre fermo quell'assioma, quisquis in arte sua, ogni opera pregevole delle Arti del disegno, tolta di mano agl'intriganti guastatori, inviolato conserverebbe quel bello originale, quel carattere puro e divino che il pennello industre, o lo scalpello animatore le dette; gli scritti altresì privi di fantastici giudizj non confonderebbero con falsi lumi i leggeri amatori. Fermandomi ancora sull'idea della prima edizione credo, che al mio assunto appartenga il disaminare il merito dei prodotti dell'Arti in quegli attributi che costituiscono l'idea della bellezza. Né farò ciò con lunghe e sottili considerazioni, ma con semplici parole tanto che ne traggano utile e diletto le anime sensibili, secondo l'insegnamento di Plutarco. Non intendo di voler per questo soddisfare
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alla varia turba de' giudici; né pretendo che siano oracoli i miei giudizj. Imprendo soltanto a descrivere il bello, onde sia palese a tutti, anche agli assenti la celebrità dell'opera, e dell'Autore; e sarebbe indiscreto quel lettore che volesse da per tutto trovar quel bello ideale, di cui furono inventori i Greci, imitatori i Romani, e che dopo il miglioramento delle Arti tanto s'ammira elle opere di que' divini Artefici, che aetas tulit alma Leonis. Ma anche molti altri, che debbo cedere a questi, hanno un merito proprio degno di essere encomiato, o perché si distinsero in altri pregi dell'Arte, perché moderarono lo stile angoloso, e secco, quali ebbe sempre la Pittura ne' suoi principj. E giacché della Scuola Fiorentina dovrò principalmente far parole, dico, ce questa fu studiosissima del disegno, e della notomìa, e che Masaccio, Leonardo da Vinci, Michelangiolo, F. Bartolommeo, e Andrea del Sarto, (dai quali tutti, se l'ultimo se ne eccettua, imparo non poco il maggior de' Pittori il gran Raffaello) ebbero de' valenti successori ne' Salviati, nei Bronzini, nei Cigoli, e i tanti altri rinomatissimi Pittori. Non solo il Vasari, che
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finalmente fu scrittor di merito, e che dette lume anche a quelli, che l'accusavano di patriottismo, ma tanti altri chiari Scrittori nel far l'apologia dei toscani ingegni dimostrano, quanto eglino valessero nel disegno, che predominò a Roma, e a Firenze, come in Lombardia, ed in Venezia il colorito; e che la Toscana nei tre ultimi secoli fu nuova Atene riguardo alle Arti, ed alle Scienze. Nel critico, e molto delicato giudizio delle opere mi conterrò in modo da non riprendere acremente i difetti, e le mancanze. Non già ch'io non costumi di notarle, ma perché materia sconveniente al mio scopo essa non è, e perché mi son note più che per teorica le lunghissime difficoltà, che specialmente nella difficil' Arte della Pittura s'incontrano, talchè rispetto quello ancora, che in una delle tante parti di questa giunse a distinguersi. Il biasimare alla peggio è molto facile, quanto difficil'è il rilevare il bello e l'utile, e ciò che cade sotto la più sana critica. Né soffro taluni che privi di vera intelligenza nell'Arte biasimano con decisiva sentenza generalmente quell'opera, che in una sola parte è difettosa. In tal caso si deponga
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ogn' idea di elogio, che i Valentuomini ancora non vanno esenti da tal censura. Costoro pertanto non chiamo al giusto esame di critica delle opere dell' Arte; non la turba di quegli Artisti, che videro poco più de' proprj dipinti, e che quelli condannano, ove non trovano le meschine loro prerogative; non i parziali, che criticano anche ad onta della favorevole sensazione che ne risentono, né coloro che per comparir di buon senso secondano ciecamente la moda, o che di loquacità e di quattro termini tecnici provvisti decidendo delle Arti che non intendono e del bello che mai non conobbero ingannano che buonamente gli ascolta; ma bensì quelli, che spogliati di amor proprio e dalla natura adorni di delicate idee collo studio del disegno e delle scienze, e con aver formato un gusto sicuro nell' esaminar con frutto le grandi opere della bella antichità e delle più rinomate moderne scuole sgombrano l'ignoranza, e giunsero a conoscere la vera idea del bello 1Questi, che avrebbono con maggior
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decoro una tal materia maneggiata, gli errori miei correggeranno. E se in un opera da me esposta qualche rapporto essenziale inosservato o qualche parte mal giudicata e con troppa facilità d'elogio espressa venisse giammai, potrà ciò derivare dal non bene addestrato ingegno nello studio delle Bell' Arti, difficilissimo riputato dai savj; abbenchè spinto dall'amor di esse coltivandolo per molti anni trascurato ancor' io non abbia di esaminare quel che di più perfetto nell'ornatissima Roma e nel rimanente d'Italia, madre de' genj più felici, si ammira . Cosa discara alla maggior parte de' leggitori non sarà, che da me, nel significar l'opera, delineato sia dell' Autore il carattere, tanto che basti a dare un'idea del credito e della scuola di lui e del tempo in cui visse. Se poi mi si presenterà qualche non triviale notizia, che riguardi l'istoria o la cronologia necessaria per la maggior cognizione delle cose e dei tempi, ne darò un leggerissimo cenno solquanto serva all' ornamento della materia. Procurai di fondar le mie asserzioni più che mi fu possibile senza risparmiar fatica sui monumenti certi, sulle autografe
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carte degli accreditati Scrittori, e sulle memorie che da sicuri fonti io medesimo attinsi, tanto che l'amatore e l'artista possano meglio confrontar le cose da me indicate per conoscere il vero, e per maggiormente erudirsi. Non farò caso delle opere di niuna fama per non istancare il Lettore inutilmente. Pensiero non prenderò di battezzar quelle d'incognito artefice, ma di riguardare l'intrinseca bontà ambirò unicamente. Tantomeno deciderò sull' incertezza di copia e d'originale, impresa talvolta malagevole anche ai Professori più celebri, che in certi giudizj restarono ingannati sovente 2 Accennato quanto convenevol parve a render servigio alla storia degli Amatori delle Arti utili e liberali, passo a dar conto della distribuzion dell' opera. Sarà ella in tre volumi distinta. Questo primo verrà diviso in due parti. L'una racchiuderà l'istoria di Pisa antica; e ben lungi dal pretendere di darla estesa e completa, io sol quasi in iscorto il quadro ne mostro.
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L' altra riporterà l' istoria delle Arti risorte dopo il mille, e segnatamente dell' Architettura e della Scultura Pisana né secoli XI, e XII, coll' illustrazione analoga de' celebri tre edifizj Duomo, Battistero, e Campanile, e col far conoscer gli Architetti, che, aventi per capo Buschetto, additaron la via d' onore ai secoli futuri. Separati pure in due parti saranno il secondo e il terzo volume: ed il contenuto di esse dichiarato verrà nel respettivo proemio. Num. 33 Tavole di rame relative alla materia distribuite saranno negl' indicati volumi. Otto di esse avran luogo in questo primo compresa la pianta attuale della Città. Pareva ch' una qualche pianta di Pisa antica io qui produrre dovesse, ma di rintracciarne un disegno di veritiero carattere originale vana speme formai. Il Dal Borgo una ne presenta dell' 800 3 la suppone di Bonanno Architetto e Scultore pisano, ma la vera istoria di essa sembra che poco si sostenga. Altra ve n' è, se mal non mi lusingo, la quale, mentre porge una sufficiente
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idea di Pisa Gentile, a meno dubbiose tradizioni si appoggia. A buona equità ci assiste la notizia certa, che Lorenzo Magrini fu il primo possessore d'una simil pianta, quale disse a me di aver copiata dall'autografo disegno ch' esisteva nel convento soppresso di S. Caterina di Pisa fra i manoscritti del P. Orlendi Domenicano noto nella Repubblica letteraria. Altresì ben mi ricordo che fralle molte persone di piena fede il Professore Fassini, il Guerrini, Domenicani entrambi, ed il fu Sig. Maggior Alessandro del Testa dell' esistenza d' una tal carta originale mi parlaron sovente, con aggiungervi la circostanza, che al P. Orlendi fu trasmessa dal Duca Bonanni di Palermo. Di presente trovo possessore di un esemplare della medesima il Sig. Cap. Ranieri Zucchelli, il quale ci assicura esser quello stesso da me sopra nominato del Magrini. Ei possiede ancora diverse memorie su tal oggetto, ed eccone un cenno. Pisa da Verga d' oro sino al Falcone 4 lungo il fiume Arno si distendeva, ed era cinta di
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mura, cui i diversi forti e belle torri recavano ornamento e difesa. Quadrangolare bislunga era la figura; avea sobborghi rispettabili e vasti; poichè dessi sino al poggio verso il fiume Serchio, e sino alle falde del monte pisano, e di quello d' Agnano si distendevano. Otto erano le porte della città, e portavano i nomi d' Ercole di Marte di Cerere d' Esculapio, e di altre Deità, se quella del Trionfo si eccettua. Col Circo massimo, col Foro, coll' Anfiteatro, colle Terme, e con i Templi di Diana di Marte di Giove di Vesta di Minerva di Pallade e di Cerere, ( di che non mancano gli architravi i capitelli ed altri celebri avanzi per indicarli ) pongo fine al breve racconto della nostra pianta dei tempi gentileschi, ove le cose anzidette si riscontrano. Finalmente accennar debbo, che un'Appendice relativa all'Antiquaria, ed atta a formar' elogio di uno dei più celebri Potestà di Pisa, Buonaccorso da Palude, ed a rinnuovare un saggio della Zecca Pisana, chiuderà la materia di questo primo volume. Egli è officio di buon Cittadino il servire alla Patria per quanto può. Lo esercita il seguace di Marte, che sotto l' onorato
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incarco delle armi all' oscuro oblìo toglie i gloriosi suoi giorni. Io pure tergendo di lunghi studj il sudore, onde porre in trono la mia Pisa a dar lume delle Bell' Arti all' Italia, come alla Grecia tutta lo diè Corinto, d'averlo ben' esercitato ho fiducia. E se la Patria di benemerenza, a cui aveva ambito, scevro fin qui mi rende per quelle ordinarie combinazioni, che lo stato felice e disgraziato dell' uomo costituiscono, voglio anche prudente speranza nutrire, che la medesima mi si debba mostrar grata in appresso.

Indice

1. PARTE PRIMA ISTORIA DI PISA ANTICA.

1.1. CAPITOLO I. ORIGINE DI PISA GRECO-ETRUSCA.

1.1.1. PARAGRAFO 1. Pisa Greca.


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Non è oscura la fama, che fra i tanti luminosi fasti, onde và altera la Città di Pisa quello si annoveri dell'origin sua per antichità rispettabile. Mestiere fia dunque, ch' un sì bell'argomento dia principio all'opera nostra; e che per rintracciarlo nelle tenebre de' secoli remoti, le carte de' più vecchi, e classici Scrittori ci siano lume, e scorta.
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Il gran Poeta, mentre cantò

……….. di quel giusto
Figliuol d' Anchise, che venne da Troja,
Poich'el superbo Ilion fu combusto.

fà testo valutabile in quei notissimi versi:

Tertius ille hominum, Divumque interpres Asylas
5Cui pecudum fibrae, coeli cui sidera parent,
Et linguae volucrum, et praesagi fulminis ignes,
Mille rapit densos acie, atque horrentibus astis,
Hos parere jubent Alpheae ab origine Pisae
Urbs Etrusca solo 1

Molto rilevan' eglino a formar giudizio che Pisa era di già ricca popolata e potente allorchè dette ad Enea non piccol soccorso in uno stuolo di mille scelti guerrieri sotto il comando d'Asila. E poichè tre anni, o poco più, si contano da Troja distrutta alla venuta in Italia del Figliuol d'Anchise, noi a buona equità dovremo intanto al gran Virgilio la prima notizia plausibile, che la Città nostra è più dei tempi trojani
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antica incomparabilmente. Qual'altro appoggio ei ci porga cogl' indicati versi, lo diremo in appresso; e desideriamo, ch'egli sia di noi pel sentiero difficile, che batter ci conviene, qual fu per la region del pianto dell' autor di que' versi:

10 Ond' io per lo tuo mè penso, e discerno
Che tu mi segui, et io sarò tua guida
E trarroti di qui per luogho eterno.

Producasi or l'autorità di Plinio, che l' anterior notizia ci rischiara, e che costituisce a Pisa l'enunciata origine per antichità rispettabil molto: Pisae, egli narra, inter Amnes Auserem, et Arnum ortae a Pelope, Pisisque, sive Teutanis, Graeca Gente 2 Una tale autorità abbracciata trovasi da molti scrittori. Catone ne' suoi fragmenti la comprova, e si esprime Solino: Chi non sà, che da Pelope Pisa?andro Alberti
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nella sua descrizion d'Italia lo seguita; e noi ci proveremo a dimostrarla qual vero istorico fondamento del disegno nostro. Pelope figlio di Tantalo Re di Frigia con diversi popoli della Grecia, e con i Pisèi principalmente, per fama celebri solo 3lasciate le arcadi contrade, alle spiagge tirrene navigando giunse. E poichè per avventura fermò le piante in quella parte ove forse un paese etrusco giaceasi da due fiumi vagamente irrigato, ella è agevol cosa a comprendere, che la piacevol vista, la situazione pel fiume, e per il mar vicino vantaggiosa, amena per la pianura, e pel terreno fertile, destasse il pensiero a quell'inclito Re greco di fabbricarvi una Città forte, e di grandezza non priva, ma non dai fondamenti, come ogni natural ragione vuol, che si creda. E siccome per l'amoroso acquisto della bella Ippodamia, dopo di aver vinto al corso del cocchio Enomao, o sia che lo vincesse in battaglia 4Pisae regnum tenuit, al dir di Diodoro 5 e perché la
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più parte dei molti suoi seguaci dir poteano come Aretusa in Ovidio.

Pisa mihi Patria est, et ab Elide ducimus ortus,

volle che come in Grecia nell'Etruria altra Pisa vi fosse dando per memoria gloriosa un tal nome alla Città da lui, e da suoi popoli edificata. Lo stile di fabbricare abitazioni, e Città, ove ne discacciavano gli Etruschi fu praticato da diverse Colonie trasmigrate di Pelasgi, parte dei quali detti Alfei, e Arcadi Pelasgi formavano il pelopense guerriero drappello oltre ai Teutoni, ed ai Pisèi. Il Tiraboschi Autor ch. della storia della letteratura italiana la nostra opinione comprova, ove commenda gli studj degli abitatori della Magna Grecia 6 Per gli scritti poi di Strabone, e di Plinio sappiamo che Agilla, o Cere edificata, ed abitata fu dai Pelasgi venuti di Tessaglia. Siccome molto acconcia è la notizia, che i Pelasgi quando nella Campania si ritirarono, eressero quivi la Città di Larissa così denominandola a similitudine dell'altra che fu Metropoli di loro nel Peloponneso. Un esempio anche meglio apposto all'opera soprallodata di
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Pelope lo porge Omero in Cadmo attestando ch'egli edificò nella Beozia una Tebe novella in ossequio della sua Tebe in Egitto, che gli fu patria 7 Teucro in Orazio innalzò in Cipro la nuova Salamina in ossequio dell'altra che fu sua patria in Attica; ed Enea in appresso alla Città di Aceste fabbricata da lui d'Ilio, e di Troja i nomi vi appose. Ma l' asserzion nostra bastantemente assicurata sembra, perch' ogn' altro esempio su tal costume si taccia, e perché tengasi per debole e vana l'opinione che la Città nostra per la moltitudine degli spessi edificj fosse detta Pinsa, e Pisa appresso, o qual altra simile alcun leggero scrittore divulgasse giammai 8 Ma tenendo fermo il fin qui detto riguardo a Pelope, non vada inosservato il racconto dello Scrittor della romana istoria Dionisio d' Alicarnasso, che molto rilevante all'argomento nostro ci fa bisogno a questo luogo. I Pelasgi, dic' egli nel principio del suo primo libro, aventi Deucalione
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per Duce le armi in Italia portarono a prò degli Aborigeni 9, e col valor di quelle vinti gli Umbri, così detti per esser campati dalle acque del diluvio, diverse Città conquistarono, e fra queste Cere, o Agilla, Pisa, Saturnia, ed Alsio. Or la circostanza, che tali note menzion fanno della nostra Pisa nell'epoca di Deucalione ci pone nel caso di ricorrere alla cronologìa: mezzo il più opportuno, onde conciliare le autorità divisate di Plinio, e di Dionisio, ed a convalidare il pensier nostro. Pelope, come fra gli altri M. Guarnacci osserva 10 regnò in Grecia poco prima di Cadmo. Questi tenendo dietro al calcolo del Petavio fu negli anni del mondo 2526, e dopo il diluvio di Noè 871. Dunque non mal ci apporremo a fissar l'epoca del Regno, e della venuta di Pelope in Italia circa agli anni del mondo 2450, e presso il fine dell'ottavo secolo, o sia negli anni 795 dopo il diluvio, e 1600 anni avanti G. C.. Altresì dal diluvio, (che secondo la cronologia della Volgata, e giusta i migliori
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Cronologi accade 1655 anni dopo la creazione del mondo) fino all'età di Mosè si contano 822 anni. Ma nell'epoca di Mosè, che poco allontanandosi dal calcolo del Petavio, e secondo lo stile ebraico vuol dire circa agli anni 880 dopo il diluvio, e 2535 dal mondo creato, e circa a quattro secoli prima della guerra trojana, il Re Deucalione colla greca truppa in Italia giunse; dunque l'epoca del Re Pelope, di sopra indicata circa al 2450, comparisce anteriore a quella di Deucalione. Tanto era appunto desiderabile, dovendosi tener per vero il testo di Dionisio, e creder con esso che Pisa non fuor di stagione con tal nome allora esistesse. Or seguitando con istorico ragionamento a dire qual'altra cosa d'importanza ci lasciarono scritto di Pisa gli Antichi, che riputar si debbono i più informati riguardo all' origin sua, quantunque non abbiano chiara luce tutte l'epoche delle trasmigrazioni dei Greci, o Pelasgi 11 e del
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trattenimento di loro nelle italiche contrade, avvenne una da farne qui ricordanza. Egli è Strabone coetaneo di Dionisio, che scrive nel quinto libro della sua Geografia: Qui Nestorem ad Ilium secuti in reditu tempestate disjecti, alii quidem Metapontum, alii litus Tyrrhenum tenerunt, ubi a nomine relictae Patriae Pisas condiderunt. Noi pel chiaro testo di Plinio, e per l'esame fatto su quello di Dionisio, ed instruiti altresì da Virgilio nostra guida onorata siam' persuasi, che l'edificazione di Pisa da Strabone pretesa, esser non potette per i conquistatori della città distrutta; perocchè, come di sopra avvertimmo, ben pochi anni dopo il trojano infortunio ella fu in grado di dare ad Enea il considerabile ajuto di mille de' suoi più scelti soldati. Rigettando pertanto le ultime due parole: Pisas condiderunt, abbracceremo
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la comune opinione, e venerando quelle dello scrittor dell'oscura Cassandra, di Catone, di Livio, di Solino, di Giustino, e dell' istesso Dionisio, spiegheremo in tal guisa il sentimento del Filosofo Cretense. I Pelasgi, o Pili Pelasgi di Pisa Greca, fumanti ancor le ceneri di Troja, con Nestore Re di Pilo, navigando con mala fortuna, al lido tirreno approdarono. Ed essendo eglino di nemiche opime spoglie onusti, e lieti altresì per aver posto il piede nel bel soggiorno dei loro maggiori non lo edificarono, come parve al nominato istorico, m ma decorandolo con nuove fabbriche, più amplio, e potente lo rendettero. Bensì i prefati Scrittori concorrono insieme ad opinare, che quei popoli il titolo di Alfea a Pisa aggiunsero; e che a simiglianza del fiume Alfeo 12 che presso Pisa, e per Elide in Arcadia scorre, e di cui cantò il mantovano Poeta:

Alpheus fama est huc Elidis amnis,

Alfeo denominarono il Fiume Arno, che colle sua acque in dilettevol foggia la divide.
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Noi per altro inchiniamo volentieri a credere, come più verosimil cosa, che nella sua prima pelopense edificazione la città nostra fosse detta Pisa Alfea dagli edificatori Pisei, o Pisani d'Arcadia per eternar la memoria della patria abbandonata. Finalmente per non condannare ad errore il parer di Strabone allegheremo il costume di alcuni scrittori, che chiamarono impropriamente inventori delle cose quegli, che soltanto le ristorarono, o che le ingrandirono; siccome altri vi furono che il termine fabbricatore applicarono talvolta a chi rendeva gli edifizj più splendidi e belli. Arride a ciò il Fabbricio 13 e osserva le seguenti erronee, ma usate espressioni: Didonem condidisse Carthaginem: Augustum Romam: Constantinum Bizantium, quando sappiamo, che Didone, Augusto, e Costantino restaurarono le città predette, e di nuove magnifiche fabbriche le decorarono. Non si debbono a questo luogo tacere i seguenti versi elegiaci, che nel suo itinerario Rutilio Numaziano scrisse sul vago stile dei primi anni del secolo XV perché molto
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rilevano allo scopo nostro per le cose già dette, e per la conferma che la situazione di Pisa non variò giammai.

15 Alpheae veterem contemplor originis urbem,
Quam cingunt geminis, Arnus, et Auser aquis,
Conum pyramidis coeuntia flumina ducunt,
Intratur modico frons patefacta solo.
Sed proprium retinet communi in gurgite nomen,
20Et pontum solus scilicet Arnus adit.
Ante diu, quam Trojugenas fortuna penates
Laurentinorum Regibus insereret
Elide deductas suscepit Etruria Pisas
Nominis indicio testificata genus.

Ometteremo al presente di volgere il pensiero ai moderni scrittori per tal' oggetto, e ciò per non gravare il volume di citazioni soverchie. Nemmeno lo spingeremo oltre all'edificazione di Pelope, avvegnachè noi farlo risalire potremmo ai tempi di Saturno, sotto di cui favoleggiò l'età dell'oro 14
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se ci fu concessa l'ipotesi dell' immaginato paese, che i fondamenti a Pisa somministrasse. In quell'epoca in fatti una trasmigrazione di Pelasgi pone Macrobio 15 Italia, ed osserva che fù questa la prima, e non quella che sotto Deucalione Dionisio descrive. Ma checchè sia di ciò, si devenga finalmente a conchiudere, che noi squarciato in parte il denso velo che in quei remoti secoli c'ingombra, e le note investigando dei più classici vecchi scrittori, note brevi sovente, e contraddittorie talvolta per colpa forse delle vicende dei tempi, e del cambiamento dei nomi, e dei governi, ci saremo ingegnati di rintracciare con un qualche storico fondamento se non lo stato della cuna della città nostra, l'epoca almeno della primitiva origine: e questa dichiarata avremo per avventura vetustissima ed illustre. Pisa in fatti ha ben ragione di gloriarsi se da un Re potente della Grecia la ripete circa al nono secolo dopo il diluvio, e circa a quattro secoli prima dell'incendio di Troja, e se dopo di esso per Nestore nell'arte della guerra, e nell'eloquenza eccellente un notabile
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ingrandimento ricevette: epoca al parer nostro le più chiara del suo potere. Per tale avvenimento onorevole i migliori Cronisti pisani furon d'avviso a scrivere, che i giuochi olimpici in Pisa fin d'allora si fecero a similitudine di quegli, che dinnanzi alla statua di Giove Olimpico celebravansi dai Pelasgi inventori di Elide, o sia Olimpia prossima a Pisa greca, o per dir meglio dai Pisèi nel dintorno di Pisa stessa. Stazio pertanto si espresse: non aliter quam Pisae sua lustra Tonanti 16 cantò Virgilio:

25 Aut Alpheae rotis praelabi flumina Pisae;

ed il sopraccitato Strabone:

Pisa Civitas est in Elide Peloponnesi juxta Alpheum
fluvium, circa quod quinto quoque anno celebrantur certamina Jovi sacra, quae Olimpia
dicebantur. Ex hac Urbe ortum traxerunt, qui Pisas in Tuscia condiderunt.

Ma basterà quanto fin qui si è detto di Pisa Greca, perché si passi a confermarle il titolo di Etrusca.

1.1.2. PARAGRAFO 2. Pisa Etrusca.


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Per quanto poco sperar si possa dalla solita scarsità delle notizie di quei tempi oscuri per natura intralciate, egli è nostro pensiero di provare che a Pisa il titolo di Etrusca ancor si competa. Noi a buona equità lo troviam sostenuto da molti vecchi scrittori, e dagl' intermedj ancora. Bochart, e Banier, se il Petavio, ed il Montfaucon si eccettuano di Pisa or col nome di Greca, or con quello di Etrusca fan ricordanza. Trovansi sovente negli scritti di Licofrone: Pisa Civitas Tyrrhena. L'istorico d'Alicarnasso, ed altri asseriscono, che Pisa e Cere fossero Pelasghe, cioè Greche, e che fossero insieme Etrusche o Tirrene 17 Fidène, abbenchè edificata dagli Albani, ella è sempre nominata Città etrusca da Livio, e da Dionisio. Ma noi anche per tale argomento non perderem di vista la guida propostaci del gran Poeta mantovano, e ci serviremo di quei versi qui a ripetersi acconci:

…… Alpheae ab origine Pisae
30Urbs Etrusca solo.

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denotando essi senza equivoco ch'era la nostra Pisa

D'origin Greca, e di terreno Etrusca 18

Consultando poi frai moderni M. Guarnacci, dotto Scrittore delle origini italiche, ei giudica Pisa assolutamente Etrusca. Non crede per altro, che per causa della situazione in amena pianura, pel fiume che la bagna, e per il prossimo lido del mare annoverar si debba fralle dodici primarie, e più vecchie Città etrusche, che sul dorso dei monti s'innalzarono, e che Plinio chiamò: Capita originis. Eppure se quei fabbricatori dal timor del diluvio sbigottiti procurarono per le abitazioni di loro i siti più accosti al maggior Pianeta, ed ai quali per iscoscese pietre si poggiasse, egli è da credere, che altri valutassero i vantaggi della pianura, della vicinanza del mare, ed in oltre la circostanza utile di un fiume navigabile. E se ad una tal credenza abbiam già favorevole un esempio nella Città etrusca di Populonia che sul lido del mar Tirreno riposava, molto più aver lo potremmo nella nostra Pisa, che gode le sopraindicate
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prerogative, e che fu superiore a quella nelle forze armate, nella popolazione, ed in grandezza eziandìo. Non sarà inutile, perché riguardo alla posizione pregio le porta, e perch'è dicevole a questo luogo la similitudine di Alessandro il grande; esso la proposizion derise, e rigettò il disegno dell'Architetto, che sopra un alto colle come cosa eccellente la città da esso ideata gli dipinse, e volle nel bel sito piano, e sul lido del mare la sua Alessandria porre, che anche a'dì nostri per tal conto si commenda. Ma qualunque sia il pensier nostro, deesi saper buon grado al Biondo, che nell'Italia illustrata porta opinione, che le dodici Città predette fossero le seguenti: Luni, Agilla o Cere, Faleria, Volsèna, Chiusi, Perugia, Arezzo, Roselle, Volterra, Populonia, Pisa, e Fiesole. Dietro al Biondo Alessandro da Alessandria ne' suoi geniali nominò le Città medesime, senonchè vi aggiunse, Mantova, Tarquinj, Vetulonia, Veii, Fidene, e Corito, cioè Cortona. Il Sigonio tolse Luni a quelle del Biondo, e Veii vi pose. Altri Scrittori moderni ne contano anche diciotto, e più ancora. Gli antichi affermano essere state dodici quelle Città dette Capita originis, ma spartitamente le numerarono, e
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non tutte giammai. Livio per esempio nel decimo libro chiama potentissime Città, e capi d'Etruria Volsena, Perugia, ed Arezzo, ed altrove nomina Roselle ai confini di Volsena. Ne parla confusamente Plinio. Dionisio promesse di parlarne con fondamento, ma nol fece mai. Si conchiude adunque, che né per il testo dei primi, né d'altri Scrittori abbiamo un vero lume per riconoscerle. Per buona sorte Livio, e Plutarco 19 stimano, che dalle dodici Città primitive d'Etruria altre dodici non meno ragguardevoli ne derivarono di quà dall'Appennino fino a tutto il Regno di Napoli, ed altrettante di là per la Lombardia fino all'Alpi. Conciosiaché se dal Cluverio, dal Cellario, e dall'Olstenio, dal Borghini, e dal Guarnacci non vien concesso a Pisa il posto nelle primarie città vecchissime d'Italia, noi credendo all'asserzion favorevole del Biondo, e di altri dietro a lui, ed alle nostre, forse non vaghe congetture, ci contenteremo di riporla fralle dodici indicate Città etrusche non men ragguardevoli di quà dall'Appennino. Il Guarnacci stesso in altro luogo
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del suo secondo volume prova, ch'ella tiene il suo posto fra quelle; ed altrove indica la qualità etrusca di lei, e la pretende anche originaria in grazia di osservarla un oggetto delle conquiste dei Pelasgi sotto Deucalione: ciò che nel primo paragrafo dimostrammo. Siccome nell'incominciare il secondo, provato abbiamo coi voti degli antichi Scrittori, che la fondazione sua pelopense non distrugge la condizione etrusca di lei, vogliasi, o nò concedere la non inverosimil congettura dell'esistenza sua, qualunque fosse, prima di quella. Or non trattenendosi di soverchio sulla materia di questa età decrepita, osserveremo solo ancora, che la greca fondazione, e la circostanza d'esser ella stata Colonia Greca come abitata in alcuni tempi dai Greci tanto Pisei, quanto Pelasgi non toglie a lei la qualità etrusca. Imperocchè ogni qualvolta fu dai popoli edificatori abbandonata, essa venne per forza d'armi in poter de' Toscani 20 E poichè questi per gran tempo la tennero, essa adottar dovette il modo del governo etrusco sotto di loro, e seguitarlo ancora rioccupata
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dai Greci, giacché sappiamo, ch'essi per confederazione, e per parentela ai Toscani si unirono. Su tal proposito giusta considerazione meritar debbono alcuni versi del Principe de' Poeti latini, che già nel tracciar l'origine di Pisa a noi fu scorta. Dopo di aver egli celebrata per bocca d'Enea nel nono libro la fortezza d'Asila,

…..Chorinaeum sternit Asylas.

ci ricorda in appresso ch'egli era Augure non solo, ma ancora Re tosco, e che toschi erano i guerrieri suoi: Citato quel verso del libro undecimo:

….Princeps turmas inducit Asylas

nel libro XII si spiega:

Et Messapus equum domitor, et fortis Asylas
35Tuscorumque phalanx.

In oltre non vada inosservato il Dempstèro, ove dichiara il nostro Asila: Etruscorum Rex: Eneae tempore bello clarus: Augur. E dell'erudito Scrittore giovi a noi di qui produrre quanto appresso 21
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Pergo ad alios Etruriae Reges, qui sub ea regnabant tempora, quibus Ilio exciso, Trojanorum reliquias Aeneas in Italiam intulit, atque tunc non tota quidem Etruria uni, ut videtur, parebat Regi, sed post Mezentii exilium, in dynastias divisa, singulis populis Rectores suos sive Reges adsignabat: quorum hic Asylas unus, spectatae quidem virtutis, qui Regiam Pisis habebat, ut vidit, adnotavitq. Macrobius libr. 58 Saturnal. cap. 15, et Virgilius lib. 10 Aeneid. Qui riporta il Dempstèro quel passo di Virgilio, che incomincia: Tertius ille hominum etc. ma noi perché in principio di questo cap. lo riportammo, stimiamo di esibire in vece i seguenti versi del suo traduttore Annibal Caro:

Asila il terzo, Sacerdote, e Mago
Che di fibre di fulmini, e d'uccelli
E di stelle era interprete, e indovino
Mille ne conducea, ch'un ordinanza
40Facean tutta di picche: e questi a Pisa
Eran soggetti, alla novella Pisa,
Che pria figlia d'Alfeo, d'Arno ora è sposa.

Seguita a dire il Dempstèro, che i Regi erano in quel secolo anche Sacerdoti, o Auguri almeno; che questa dignità passò dagli Etruschi ai Romani, e che i Pisani
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dopo che fu discacciato il crudele Mezenzio surrogarono Asila in luogo di lui. Impariamo poi da altri Autori, che la scienza augurale fu coltivata in sommo grado dagli Etruschi, o Toschi, e che ne fosser' eglino gl'inventori. Diodoro Siculo nel lib. 5 lo spiega, e ne fa testo Ovidio colle seguenti parole del traduttore 22

Ei Tage detto, pria notizia certa
D'aprir futuri casi a Etruria diede.

Or fia cosa superflua di qui esporre quanto la scienza predetta fosse poi dai Romani onorata, avendo detto abbastanza per ciò ch'era dicevole alla cognizione più chiara dei Pisani Etruschi. Finalmente sembra che sufficienti osservazioni fatte si siano sulle autorità non oscure di scelti scrittori, onde conchiudere, che alla nostra Pisa non senza istorico fondamento i titoli entrambi di Greca, e di Etrusca si convengano; e godiamo se per avventura male applicata non fu l'intitolazione a questo capitolo di Pisa Greco-etrusca.

1.2. CAPITOLO II. I pregi di Pisa greco-etrusca.


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1.2.1. PARAGRAFO 1. Riguardo all'arte della guerra ed al commercio.

Dato un cenno che Pisa sotto il governo etrusco dei Re in democratica foggia sovra d'ogni altra Città italica si resse, passo tosto a narrare in semplici parole lo splendor de' pregj suoi. Essa in primo luogo nel tempo della potenza, e della cultura etrusca nelle marziali imprese tanto terrestri quanto navali grandemente si distinse pria che Roma nascesse. Vero è che l'alto valore, e i chiari gesti suoi frall'oscurità impenetrabile di remote stagioni si avvalgono; e che il rintracciargli sembrerebbe forse a taluno sogno d'infermi, e fola di romanzi; pure un qualche valore istorico nei vecchi Scrittori non manca, che per avventura anche un tale assunto protegga. Non c'incresca di rivolgere nuovamente lo sguardo agl'indicati tempi di Enea, ed
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a ciò che il gran Poeta epico mantovano ne scrisse. E se il Beverini per servirci adesso di questo suo traduttore cantò:

Mille lance da Pisa egli traeva
In sembianze a vedersi orride, e belle

E seguitò a dire, che mille uomini dettero le due Città di Chiusi, e di Cosa, e che

Seicento in arme arditi combattenti
La madre Populonia aveagli dato
5Trecento l' Elba…..

tanto basta a provar con chiarezza a prò dell'impreso argomento la superiorità di Pisa sulle altre Città etrusche nella popolazione, e nella potenza. Ma testimonianze anche più magnifiche ricercando, noi frattanto dobbiam saperne grado ai due accreditati Scrittori Strabone, e Plinio. L'uno, dei Pisani espressamente parlando si spiegò: Etenim inter hetruscos in belli gloria excellebant. Nel suo quinto libro l'altro scrisse: Videtur ea Urbs quondam floruisse, ac ne nunc quidem ignobilis est ob fertilitatem et lapidicinas et navalem materiam qua olim usi sunt ad maritima praelia. Dal medesimo Storico in oltre i navali combattimenti eseguiti dai Pisani d'allora
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singolarmente si commendano. E se l'impero marittimo ingrandirono gli Etruschi, e se il nome Tirreno ovunque risplendette non è debil fama che i Pisani la massima gloria ne avessero. Ben' acconcio è l'attestato di Livio, perché dopo di aver egli per tal conto commendati i Pisani nel quarto libro, nel quinto si esprime: Tuscorum ante Romanorum Imperium late terra marique opes patuere. Nemmeno estraneo al proposito nostro è quello dello Scrittore Alicarnassèo ove riguardo al dominio del Mediterraneo scrisse: Deinde Tyrrheni imperatores maris effecti. Che poi molto influissero i Pisani ad ampliare il commercio dei Toscani per ogni dove, l'alleanza dei medesimi coi Tiri, e coi Fenicj lo comprova. Dichiara Diodoro che nei tempi della guerra trojana i Tirreni, o Pisani erano padroni del commercio, e del mare, e che per essi faceasi delle merci il trasporto 23 Non è men favorevole a tal'oggetto l'epitaffio tradotto che ci porta il Noris 24 Marco Nevio….. lasciò al Collegio dei fabbricatori de' bastimenti della vetustissima stazione
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pisana ec.
, perocchè l'epiteto vetustissima appellar deve ai tempi etruschi dei quali ragioniamo. In fine mirabilmente giova alla nostra causa quel verso di Claudiano: Portuque rates instaurat Etrusco. Né qui si ometta di avvertire, che fu stile dei vecchi Scrittori e di Virgilio ancora di servirsi dei nomi Tirreni, e Toschi per denominare i Pisani, perché gli riputavano popoli in tal genere di guerra, e di commercio segnalati, e perché la Città ed il Porto di loro erano dei commerci etruschi, o tirreni l'emporio. Ma del Porto Pisano atto al bisogno delle navali imprese, e necessariamente esistente in quei giorni dovrem fare chiara menzione nella seconda parte del terzo volume.

1.2.2. PARAGRAFO 2. Riguardo all'Arte del disegno.

Non solo nell'arte della guerra, e delle lunghe navigazioni tennero il campo i Pisani nei tempi etruschi, ma quella del disegno riguardo almeno alla Plastica, ed alla Scultura coltivarono eziandìo. Ed avvegnachè per tal materia niuna istoria precisa ci assista, noi non la perdiam di vista come non iscevra di ragionamenti appoggi,
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e come principale scopo del nostro lavoro. Direm di passaggio ch'egli è avviso degli Scrittori eruditi, che i primi semi della cultura nelle Scienze, e nelle Arti liberali si gettarono pria nell'Egitto, quindi nell'Italia e nell'Etruria principalmente. Che poi il disegno prima che fra i Greci fra gli Etruschi fiorisse, ella è opinione concorde degli Scrittori, e dei veri Antiquarj. Questi la formano colla cognizione dell'antichissimo stile delle gemme, e dei vasi, quando una qualche etrusca iscrizione ne manca. Favorevoli sono le autorità dei vecchi Greci. Ma queste a miglior uopo ove dovrem dare un saggio del nascimento, e delle vicende della Scultura si porteranno. Or qui daremo un cenno soltanto, che fra gli Etruschi antichissimo fu lo stile dei Tempj delle are e delle statue, e che inventori degl'idoli furon essi. Ce lo insegna Giovenale; ed oltre che ne parla in più luoghi Virgilio, nel lib. 8. dell'Eneide avvi una tale espressione:

Omnigenumque Deum monstra.

Quindi degli Scrittori moderni favellando il Dempstero, il Gori, ed il Guarnacci su tal'oggetto scrissero. Il Maffei convinto
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dai primi due, le Arti degli Etruschi commenda. Il Winckelmann stima, che i popoli della Grecia, e nominatamente i Pelasgi Arcadi quando la seconda volta trasmigrarono in Italia ne dilatarono il commercio, e la mitologìa: il carattere di loro v'introdussero, ed ingrandiron le Arti. E poichè questi popoli fermarono il piede principalmente in Pisa già Colonia Greca, onde i vecchj Autori la denominano talvolta Pelasga Tirrena, noi non dubitiamo di opinare, che i Pisani, ed i Greci amici, ed affini vicendevolmente si animassero a migliorarle in Toscana. Plinio con queste parole lo afferma 25 Praeterea elaboratam hanc Artem Italiae, et maxime Etruriae. Né anderebbe lungi dal verosimile chi giudicasse che nel suolo pisano in miglior modo, e con maggiore studio che nel resto dell'Italia le Arti si esercitassero. Così quei Greci che successivamente agli Etruschi n'ebbero i principj studiandosi di tergere in esse il carattere sproporzionato e goffo ma sempre semplice e duro, mostrarono il genio loro foriero di quanto poi fecero a pro di esse nel suol natìo. Siccome i Pisani facendo
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lo stesso co' Greci annunziarono di buon'ora quanto felicemente giovarono alle Arti nei tempi repubblicani, ciò che noi nella seconda parte di questo volume incominceremo a provare. Non poco rileva al nostro assunto che Diodoro Siculo dichiarasse i Tirreni cioè i Pisani studiosissimi nel disegno, e che Ateneo si spiegasse: Cum Tyrrheni Artium studiosi essent 26 Al mancamento di altro valore istorico pregio di monumenti certi supplir potrebbe; ma per nostra sventura alcuna moneta etrusca pisana a noi almeno non fu palese giammai, e privi siamo di una preziosa reliquia in marmo, in bronzo, o in sottile argilla, in cui il carattere etrusco ogni difficoltà dello stile disgombri. Di tali mancanze dobbiam render grazie all'incuria non men che alla natìa barbarie degli uomini, ed al tempo distruggitore: colla diversità per altro che l'uno opera lentamente, e che con velocità agiscono gli altri. Che più! questi sempre in contradizione fra loro, mentre sotto gli occhi nostri le distruggono, poco meno che con sonore squille il buon gusto per
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le Arti, e per l'Antiquaria van predicando. Ma se di un appoggio d'istoria ben condotta e di un sicuro avanzo son privi per tal conto gli Eruditi renda men grave il rammarico di loro la notizia, che alcuni dei tanti Sarcofagi nel celebre Campo-Santo dai nostri vecchi situati arridano al commendato ingegno dei Pisani Tirreni, e che inoltre faccia fede di esso l'antico terren nostro di simili anticaglie fecondo. Riguardo ai Sarcofagi, noi nella nuova illustrazione di quel Cimitero c'ingegneremo di ravvisarne forse alcuno dell'età bramata. Passando al secondo articolo, son molte le prove che persuadono qualmente nell'interno della Toscana, più che nel resto dell'Italia molti bei monumenti etruschi si ritrovarono; e che Roma, la Francia, e l'Inghilterra gli accolsero. Non riesca disaggradevole a tal proposito la testimonianza nostra, che in diverse cave fatte in addietro nel suolo pisano, e principalmente fuori dalla porta al mare, molti idoletti, vasellami, e lucerne si ritrovarono; e che alcuni di tai lavori condotti nei bronzi, e nelle terre di quella leggerezza, e sottil vernice dagli Antiquarj encomiata, dimostrarono, almeno agli occhi nostri per poco, che gli fu concesso di rimirargli, l'antichissimo pregio etrusco:
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ma questi ancora alla predetta mala sorte non isfuggirono. Non si ometta a questo luogo di allegar la narrazione, che fa il Canonico Roncioni nel terzo libro della sua cronaca inedita pisana. Mentre dic'egli si facevano i fondamenti delle mura della Città, ritrovate furono molte urne cinerarie per lo più indicanti lo scalpello etrusco; soggiunge inoltre che per non equivoche memorie nell'anno 1638 nello scavo del fosso intorno al baluardo detto di S. Lazzaro furono dissotterrati molti vasi di terra cotta, detti olle, ed una testa antichissima di marmo bianco; che in questa il tempo romano, e che negli altri compariva l'etrusco. Ad una tal'epoca appartenevano alcuni dei tanti rottami d'urne, e sarcofagi, che nel dintorno delle mura fuori della porta a Lucca furono ritrovati nella circostanza del militare accampamento fattovi dagli Spagnoli. Un certo Magrini di tali cose informato, ed altri che vivevano in quei giorni ce lo asserirono. Ma simili avanzi desiderabili quanto mai, dispersi furono deplorabilmente; e basti sol dire, che per attestato dei suddetti serviron'eglino sovente all'equilibrio del peso degli equipaggj
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di quei soldati a prò delle bestie, che gli trasportavano. Simili notizie doveano muover gli animi di vera cultura, e di buon genio adorni, seppur tali ve n'erano, a tentar nuovi scavi. Noi glielo inspirammo nella prefazione dell'edizione prima di quest'opera, additandone il sito, che sembrava il più opportuno. Ma in tale spazio di tempo sappiamo che i guardiani degli orti nel far fosse, o fondamenti di piccole casa qualche anticaglia ritrovarono, facendone quell'uso ch'è proprio di loro. Molto acconcia a tal proposito è la notizia che ci dà il Targioni nel tomo primo de'suoi viaggi. Quivi del castello di Terricciola ragionando ci fa sapere, che presso quel terren fertile di medaglie, d'idoletti, e di simili anticaglie fu scoperto nel 1756 un sepolcro etrusco; e che l'Arciprete di quel luogo gli dette dei rottami di fibula di rame e molti frammenti di vasetti pure di rame assai sottile, i quali ebbenchè rosi dalla verde gruma notabile rendeasi la maestrìa, e l'ingemmamento azzurro di vetriolo di rame nella graziosa incrostatura. Finalmente, ebbenchè non ci sia riescito per l'oscurità del soggetto, e per
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altre cause addotte di dar migliori prove del bellico valore, e delle Arti dei Pisani, ci lusinghiamo di aver dimostrato, scevri di parziale impegno, che frai Tirreni i Pisani primeggiarono nella guerra e nel commercio, e che da Dionisio, da Diodoro, e da Livio in ispecie son per tal conto celebrati. Godiamo in oltre che il Winckelmann, ed il Caylus, e che dietro di essi i nostri non equivoci indizj attestino 27 che Pisa oltre al genio guerriero fu sede dei popoli Etruschi nelle Arti liberali eccellenti.

1.3. CAPITOLO III. PISA COLONIA ROMANA.

1.3.1. PARAGRAFO 1. Romani, e Pisani confederati.


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Se il pensiero nostro d'investigar tracce sicure dell'anno in cui Pisa a Roma soggetta divenne riescì malagevole a vano, abbiasi per indubitato, che circa agli anni romani 745 ella n'era Colonia, come vedremo in appresso. Brama prende a taluno di sentire il testo di Livio analogo a tal oggetto, e per cui 'l Noris ed altri l'epoca della Colonia Pisana all'anno 574 assegnarono; eccolo adunque nelle sue precise parole. Pisanis agrum pollicentibus, quo colonia latina deduceretur gratiae ab senatu actae. Triumviri creati ad eam rem Q. Fabius Buteo, M. et P. Popillii Laenates. Ma Plinio dicendo, che il Senato col mezzo degl'indicati Triumviri rese grazie ai Pisani per aver' eglino promesso il territorio, anzi una porzione di esso (come
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natural ragion vuole) ove dedurvi una Colonia latina, chiarezza non porge, onde credere che la deduzione allor ne seguisse. Conciosiaché non potendosi per altro Scrittore autorevole dichiarar l'epoca, in cui Pisa Colonia Romana divenne, c'ingegneremo di tessere la seguente narrazione per devenire alla più verosimile opinione: ed è ciò che richiede l'idea del presente lavoro. I Romani irritati dalla crudeltà di Tarquinio il superbo, e dalla violenza che fece a Lucrezia Sesto suo figlio dopo di avere scosso il giogo dei Re sofferto per lo spazio di 243 anni, passarono al governo dei Consoli, e di un Dittatore che soltanto nelle grandi urgenze dello stato nominavasi. Sotto di essi perfezionata la militare disciplina incominciò Roma a fiorire, e dette a divedere che destinata ella era dall'amica fortuna a far di se gran comparsa nel teatro del mondo. Abbenchè le costasse cara la guerra dei Volsci, e quella dei Veienti pure mercè l'amor filiale dell'invitto Coriolano, ed il valor di Camillo liberatasi dai primi, e vinti i secondi alla Toscana rivolse le armi. Ciò fu circa all'anno 374, e sappiamo che le tre Città forti Bolsena, Perugia, ed Arezzo costrette furono a dimandar la pace, e
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che i Romani glie l'accordarono coll'ordinaria condizione dei vincitori ben espressa da Livio in queste note: multa quingentum millium aeris in singulas Civitates imposita 28 Ma per dire in semplici parole di ciò che alla nostra Pisa appartiene: dopo che i Toscani assaliti dai Galli poco godendo del favor di Marte costretti furono a ritirarsi di quà dall'Appennino, ella sovente risentir dovette le molestie dei vicini Liguri, e quel terreno perdere, che fralla Macra, e l'Arno si distende. E poichè talvolta osarono i fieri nemici in numero imponente di balenar gli acciari sotto le sue mura, avrebb' essa forse ceduto alla forza maggiore, ed all'ostinato assedio, se per avventura de' Romani il soccorso non le giungeva opportuno. Un tale avvenimento a buona equità c'informa, che ne' primi anni del sesto secolo i Romani dettero ai nostri un chiaro segno d'amicizia non equivoca, e di confederazione. Vero è ancora che solleciti furon' eglino a darne prove novelle in appresso, prendendo motivo dalle scorrerìe che facevano i Liguri sovente nelle
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adiacenze di Pisa colla mira di far bottino come Tito Livio racconta. Continuò lungo tempo il quartier generale delle nuove truppe romane nella Città nostra. Nuova causa ne nacque circa all'anno 529, onde a Pisa convenne di dar ricetto ad un esercito consolare. Scrive Polibio nel 2.° libro che circa all'anno citato Caio Attilio Regolo Console colla sua armata vi giunse per difenderla dalle irruzioni de' barbari. Egli fu che incominciò la battaglia presso Telamone contro i Galli, e che sopraggiunto il rinforzo del suo collega Emilio ne riportò piena vittoria incontrando l'onore segnalato di consacrar con essa la propria vita alla patria. Or qui non andrem' divagando nel disaminare se in appresso, cioè negli anni di Roma 536 Annibale alla testa di 80 mila uomini dopo di aver passati i Pirenei, attraversata la Gallia meridionale, e superate le Alpi fralla neve, e il vento, per l'amena pianura del fiume Arno o sopra al fiesolano colle nell'Etruria discese; ma si dirà soltanto che Pisa tuttora presidiata dalle amiche truppe nulla soffrì nella seconda guerra cartaginese. Fu questa bensì sul Tesino, sulla Trebbia, e sul Trasimeno molto grave ai Romani. Ma poichè in fine grazie al benigno fato, che
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gli accompagnava vittoriosi ne riescirono pieni di coraggio viemmaggiormente si applicarono a conquistar l' Impero di tutta l' Italia. Allora fu che guerra dichiarata mossero ai Liguri, ai Galli cisalpini, ed ai Transpadani perché del Cartaginese invasor dell'Italia giurato nemico di loro furon' eglino socj. Toccò a L. Valerio Flacco Console il comando dell'armi romane; e frai Pretori, scrisse Livio 29 P. Porcius Laeca Pisas, ut ab tergo Lebuis Liguribus esset, et P. Porcius Laecae ad Etruriam circa Pisas duo millia peditum, et quingenti equites ex gallico exercitu decreti. Ciò nel 555 avvenne. Nel 559 le ostilità dei Liguri Apuani cessarono. Ma omettendo noi di narrare le nuove turbolenze, le tregue, ed i diversi fatti d'arme in appresso accaduti e sempre col vantaggio dei Romani, ci ristringeremo a dare un cenno di due segnalate battaglie. Fu data la prima nel 569 da Sempronio Console, il quale a Pisis profectus in Apuanos Ligures, devastando campagne, e bruciando villaggi, e castelli si fece strada sino al fiume Macra, ed al porto della
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Luna. Racconta Livio la seconda nel 572. I Consoli, dic' egli, Gn. Bebio, e L. Emilio mosser le armi contro i Liguri Apuani, e furono sì rapidi i progressi del romano valore, che gli costrinsero a rifugiarsi nelle montuose antiche sedi, e nelle selve. Dopo di una tal vittoria dovendosi ritirare gli eserciti ordinarono i Padri Coscritti che dei due Consoli l'uno dovesse a Roma portarsi, e l'altro prendere in Pisa I quartieri d'inverno onde servire alla difesa di lei 30 Si rinnuovarono le tregue fra gli ostinati nemici. Finalmente nel 574 i Romani a vincere avvezzi sotto il comando di P. Cornelio, e di M. Bebio contro gli Apuani marciarono con animo fermo di riportare una compiuta vittoria. Difatti i castelli di loro espugnarono; e dopo di avergli più volte sconfitti completamente gli vinsero. Per sì fatta vittoria i Pisani, di giubilo compresi nel vedersi una volta liberati dai vicini ostinati nemici, vollero rendere un tributo di gratitudine all' amica Nazione invitta, che contro i Liguri per lo spazio di circa a 40 anni gli fu difesa e schermo.
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Pertanto nell'anno stesso 574, a Roma spedirono una legazione, e fu quella di cui abbiam' fatto parola in principio portando il testo di Livio: Pisanis agrum pollicentibus etc. Ed all'osservazione che in tal luogo si fece qui fà mestiero di aggiungere ad onoranza di Pisa quanto sembra che raccorre, ed argomentar debbasi dal nostro istorico racconto. In primo luogo si fà chiaro per esso che Pisa era città libera; che si governava colle proprie leggi 31 e che i Pisani non in forza di presidio militare dei terribili triumviri, né in forza di gravi imposte, e nemmeno in arbitrario modo costretti, come alla più parte dei popoli addivenne, ma spontaneamente, ed in liberal guisa una parte del terreno, ed il domicilio offrirono a quella Nazione onde ripetevano la sicurezza, e la pace di loro. E poichè dessa a gran passi incamminavasi alla meta del suo glorioso destino, e perché dal fumo fuoco si argomenta i Pisani racchiudendo alto cuore, ed un' innata accortezza in seno, quella che poi spiegò Dante in quei versi:

Trova le volpi sì piene di froda;
Che non trovasi ingegno, che gli accupi.

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si determinarono all'indicato oggetto di politica, e coll'offerta generosa all'ambizione soddisfecero 32 Ella è poi valutabil cosa, che Roma volle di Pisa esser socia e confederata piuttosto che vincitrice altera, perché forse rispettò in lei gli antichi pregi nelle armi, nel commercio, e nelle arti da noi celebrati 33 e ci sia lecito il dire che la Repubblica novella trattò l' antica, come trattata essa fu da Porsenna, il quale convinto dai prodigj dell'animo coraggioso di Orazio Coclite, e di Clelia, e dall'intrepidezza di Muzio Scevola, volle piuttosto divenire amico di Roma che vincitore. Conseguenze non meno plausibili trarremo ancora dai nostri detti, che Pisa atta a ricevere un esercito consolare, ed a soggiornar legioni romane lungamente, doviziosa, e forte esser dovette, come la dichiarò il maestro dell' istoria latina; che in oltre doveva mantenere in arme numerose milizie, che unite ai socj di Roma colsero finalmente il frutto della divisata vittoria per lunghissimo
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tempo desiderata; e che per tale importante marziale occupazione non potetter' elleno seguitare il genio altero, e signoreggiante de' Romani nell' africana spedizione, come fossero altri popoli ausiliarj dell' Etruria. Mentr' è sotto i torchj la presente materia ci giunge opportuno un erudito mss. del ch. sig. Dottore Tempesti pisano, e noi di favor sì grato e cortese profittiam volentieri. Sul testo di Livio, Pisanis agrum ec. già esibito ci si raggira, e contiene delle osservazioni e delle ragioni molto migliori che noi non portammo per non doversi credere che avesse luogo la partizione dell'agro promesso. Or de periodi come stanno nell'originale gioverà molto che noi riportiamo. Possibile, io dico, che trattandosi d'una Città dall'istesso Livio tante volte onorevolmente mentovata, ch'era un sicuro antemurale dei Romani contro i Galli, ed i Liguri, e trattandosi d'un vasto e ricco territorio situato tanto vantaggiosamente nell'Etruria annonaria, il diligentissimo Livio in questa occasione soltanto avesse taciuto il particolare dell'eseguita deduzione? Ed altrove relativamente all'offerta fatta dai Pisani al Senato: è chiaro che il Senato Romano e fosse sensibile ad una tal' offerta e promessa onde mandò una particolare
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ambasceria a farne i ringraziamenti e per quell'affettata clemenza di cui faceva pompa in ogni occasione, non accettasse l'offerta; sì perché sarebbe sembrato accettandola ch'esso dubitasse della fedeltà dei Pisani suoi antichi ligie, ed amici essendosi costantemente come ho detto di sopra mandate in ogni tempo le colonie romane a solo fine di assicurarsi della fedeltà dei rispettivi popoli o di fresco soggettati, o facili a rivoltarsi; sì perché vedendo i Pisani da tanto tempo aggravati pel soggiorno delle milizie Romane, ed altronde forse sapendo il Senato che molti dei veterani eransi già domiciliati nel paese, sarebbe sembrato un abusar soverchio dell'altrui condescendenza il togliere una parte dei loro terreni ai proprietarj d'una Città libera, ed amica, che li accorti Padri Coscritti ben previdero, che presto o tardi sarebbe stata tutta di loro, e così Pisa Etrusco-greca, senza violenza, naturalmente, e progressivamente sarebbe divenuta interamente Romana, come avvenne difatto
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1.3.2. PARAGRAFO 2. Origine della colonia.

Cesare quindi Augusto allorchè s'innalzò sul sepolcro della Romana Repubblica
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ed allorchè dato fine alle guerre civili chiuder fece le porte di Giano, si applicò a dar attestati di benefica riconoscenza a quei bravi soldati, pel cui valore adoprato principalmente contro i Germani, i Traci, i Sarmati, ed i Cantabri erasi sul crine assicurata l'onorata fronde, molte colonie militari costruir volle, ed a ciò l' Italia tutta costrinse. Pisa già da lungo tempo dominata dai Romani non potette esserne esente. Anzi nel suo territorio come il più fertile, e vasto, quei privilegiati militari in gran numero più che altrove si stabilirono. Ad una tal epoca segnata dall'anno di Roma 745 circa, e precedente di poco all' era volgare noi dobbiam' fissar lo sguardo, ed avrem' per avventura trovato in essa quando Pisa Colonia Romana effettivamente divenne. Ragion pur vuole, che Colonia Giulia, e Colonia Julia obsequens si appellasse eziandìo in venerazione della famiglia dei Giuli, che come istruttori di quel benefico provvedimento felicitarono quei Coloni. Colonia Julia obsequens si denomina in que' nostri funerei Decreti, celebri per la dotta illustrazione che ne fecero il Pagani, ed il Noris, e che noi nella descrizione del Campo Santo che gli conserva
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dovrem' riportare. Quello di Lucio Cesare fà chiaro testo al fin qui detto. A piè di esso a chiare note si legge, che i Pisani mandarono ambasciatori ad Augusto per implorare che COLONIS JULIENSIBUS COLONIAE OPSEQUENTI JULIAE PISANAE ei concedesse di formar pompa funebre allo spirto di Lucio. Ma questa Colonia Giulia Romana, concorrendo noi volentieri nel sentimento del soprallodato Sig. Tempesti poco prima dell' Era volgare non prova, e non può provare la pretesa Colonia latina di circa dugent'anni avanti. Conchiusasi in fine che Pisa in una tal' epoca interamente Romana divenne; che obbedì con ispontanea sommissione, ai Cesari, e che ad essi, ed ai Coloni novelli deve saper grado di quello stato felice di magnificenza, e di lusso a cui giunse. Che gl' Imperatori non ordinaria estimazione dimostrassero a questa Colonia in grazia dell'obbedienza, e della celebrità sua non mancano dei classici libri di storia che lo assicurano. Che altresì l'indicato fasto anche in tal epoca a Pisa giustamente si competa, non piccole prove abbiam' noi per crederlo. Bruto il barbaro uccisore di Giulio Cesare, e di se
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stesso la denominò una delle principali signorìe dell'Etruria; lo attesta Dionisio dell'età pure di Augusto che cessò di vivere nel 764 di Roma. Plinio scrisse ch' ell' era in quei giorni la più considerabile dopo la Capitale. E se nell'epoca di Pisa Etrusco-greca il grand'Epico mantovano ci dimostrò la grandiosità sua sulle altre città etrusche, i soprallodati funerei marmi nel bel tempo ramano ce la somministrano. In essi in fatti molti templi, terme superbe, circo, e teatri si nominano; e non è debil prova che in grembo a lei si stabilissero molte famiglie romane illustri quivi enumerate, perché l'esistenza portano di grandi edificj, e palagj. Concorrono pure a denotar fabbriche superbe le indubitate memorie del palazzo, e del tempio d' Adriano, e dei molti delubri a Marte, a Cesare, e ad altre Deità consacrati. Fan chiara inoltre la floridezza sua i molti frammenti in marmo scritti nei tempi traiani, e negli antonini; ma tuttociò avrem' campo di notare nel proseguimento di questo volume, e nel terzo principalmente in cui si dà luogo alla descrizione del bagno detto di Nerone, di vestigj degli acquedotti, dei bagni di S. Giuliano, e del Porto Pisano: tutte romane fabbriche. Direm' qui soltanto
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di passaggio, che i bagni romani erano di un lusso straordinario, onde si lagnò Seneca che quegli della plebe fossero ripieni di trombe d' argento, e che gli uomini fatti liberi calpestassero le gemme. Il Noris dai fondamenti che negli orti sotterra si trovano sovente argomenta, che fino al campanile del Duomo arrivassero le terme pisane, fatte dopo di Augusto, e forse sotto Antonio Pio. Il Gori ne rigetta l' opinione dicendo l'architettura del Laconico appella all' età di Augusto; e che le pareti, e la volta erano ricoperte di un intonaco con polvere di marmo impastato, e ben levigato. Riguardo poi alle terme di S. Giuliano, egli è d' avviso il Cocchi, che fosser' elleno stimate nel tempo di Pisa-romana per soddisfare al costume delle sane, ed insieme deliziose lavande. Originale attestato ne portano quelle colonne e quei capitelli, che nell'indicato luogo si descrivono, e quella rotta tavola di marmo, le cui parole impresse cura ci prende di riportare. Né sarà qui inutil cosa il riflettere, che siccome oltre alle terme artificiali delle naturali ancora ve ne fossero nei pisani contorni (atte per le qualità soavi di loro al bramato intento di dilettare i sensi) tanto le une, quanto le altre
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esistessero nel quarto anno di Cristo o sia nel 757 di Roma, nel qual' anno i suddetti Cenotafj Pisani ordinano, che i bagni pubblici durante il pubblico lutto disserrati non siano. In fine la suddivisata parziale amorevolezza degli Imperatori verso Pisa prova abbastanza, che di romane fabbriche abbondante, e splendida esser ella dovette. Alla magnificenza, al lusso, ed alla popolazione andò congiunto anche in tal epoca il corredo del vetusto carattere guerriero, del commercio marittimo, e del genio avito dei Pisani d' allora per le Arti sorelle. Ricordati son' eglino da Livio in occasione di guerriere spedizioni per la Corsica, e per la Sardegna. Strabone, e Plinio parlano concordemente della celebrità di loro sui primi due articoli. D'essi c'informa la storica narrazione del Porto Pisano inserita come fu detto nel terzo volume. Ma più chiari segni ne somministrano i versi del Poeta Numaziano quivi prodotti, e fan fede autorevole circa alla metà del Sec. V. del bel fabbricato di quel Castello. E se l' ingegno per le Arti addestraron' essi nella Greco-etrusca stagione, nella Romana lo avvivarono. Testimoni indelebili ne sono per avventura i lavori
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di scalpello dei molti soprallodati sarcofagi, ed eseguiti non fuor di ragione nel terren nostro. E se ai barbari distruttori non isfuggivano, veduto avremmo anche oggidì le statue, i templi, e gli ornati nobili provenienti dal disegno nel foro del circo, e nelle terme, e per tale infortunio or ne vediamo soltanto in più luoghi della Città sparsi i miseri avanzi. Un numero prodigioso di artefatti dell'antichità romana oltre agli etruschi già indicati si ritrovarono pure nelle cave diverse, che presso le mura urbane, e nelle adiacenze si fecero, e che nel corso di quest' opera accennar dovremo. I contorni principalmente del Porto Pisano soddisfecero all' erudita curiosità del Targioni diligentissimo investigatore di simili anticaglie. Quivi riguardo al tempo di cui ragioniamo egli trovò due iscrizioni romane sul marmo forse di Carrara, la prima delle quali era con caratteri ben formati; e fralle molte medaglie, e le monete una ne descrive colla testa dell' Imperatore Augusto, e coll'ara della provvidenza nel rovescio, e l'altra coll'effigie di Domiziano, e nella parte opposta con una vittoria che vola. Memoria plausibile a tal' oggetto si legge in uno dei Cenotafj predetti, come
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osserveremo nel riportargli. E questa coll'altra di Numaziano.

Hic oblata mihi sancti Genitoris imago,
Pisani proprio quem posuere foro:

son molto acconce a provare, che in Pisa sotto gl'Imperatori le opere di scultura con decoro dell'arte si praticarono. Ma in fine additando, che il governo romano nella Città nostra ebbe vita fino a tutto il secolo Vdi Cristo, chiuderemo il ragionamento di Pisa Colonia.

1.4. CAPITOLO IV. PISA REPUBBLICA.

1.4.1. PARAGRAFO 1. Sua Origine.


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La divisione dell'Impero romano fatta dal Gran Teodosio nel 395 ed i barbari chiamati in appresso dai male accorti ambiziosi Reggenti ne sollecitarono la caduta. In pochi anni Genserico Re dei Vandali vide a lui sommesse le Spagne, e Signore assoluto divenne di gran parte dell'occidente. La misera Italia circa al 452 al flagello del feroce Attila Re degli Unni non si sottrasse. Tre anni dopo con nuove catene la strinse Genserico invitato dall'Imperatrice Eudossia; e le truppe di lui nel sen di Roma grandemente infierirono. In tal occasione di tumulti, di devastazioni, e di stragi mancarono i Cesari. Finalmente nel 476 Odoacre entrato nelle italiche contrade cogli Etuli popoli della Scizia esiliò Augustulo, e Re d'Italia proclamar si fece. Finì l'Impero di Roma ma non ebbero
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fine con esso i mali dell'Italia. Perocché Teodorico Re degli Ostrogoti indotto dai Greci nel 493 vi sopraggiunse; vinse, ed uccise Odoacre, e vi stabilì il suo regno. Belisario spedito da Giustiniano gliel tolse nel 522. Ma il valoroso Generale mal soffrendo la ritirata ordinatagli dall'Imperatore i Longobardi vi spinse; e questi vi stettero finché non venne Carlo Magno a distaccargli. Lo scorrer di volo questo tratto istorico avrà giovato, io mi lusingo, a comprendere la causa onde dalla metà del secolo V. fino all'epoca di Carlo Magno l'oscurità delle istorie ne derivasse, e di quella di Pisa principalmente. A noi per altro non mancano le forze in dar fama a lei anche in quei giorni infelici. Non intendiamo già di sostenerla scevra di mali nella comune disavventura. Essa al contrario risentì molto delle barbariche sovversioni, e delle stragi in cui fu avvolta l'Etruria; e prestiam pur fede al Canonico Roncioni 34 e coll' Autore degli Annali veneti asserisce, che Pisa molto soffrì nel crudo scempio che fecer le armi di Totila. Ma grazie al destino favorevole che invigilava
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sopra di lei, grazie alla virtù non isperita nel suo cuore giammai, abbiam campo e ragione di narrare che il politico e sobrio governo la sostenne, che le sue forze navali non vennero meno, e che pertanto conservò sempre un certo grado di lustro, e di potere. Infatti ne porge un chiaro segno il ricusar ch'ella fece la pace promossa, e conchiusa da Gregorio Magno fra l'Impero de' Greci e quello de' Longobardi nel 599.E giacché il dotto Autore del discorso accademico sull' Istoria letter. pis. le parole del Pontefice produsse, noi profittiamo di sì bel documento, e trovandolo molto acconcio qui si riporta: Ad Pisanos autem hominem nostrum qualem debuimus transisimus, sed obtinere nihil potuit. Unde et Dromones eorum ad egrediendum jam parati sunt.Or ben ponderando la negativa alterante data dai Pisani al Pontefice, che non valutarono essi la soscrizione dei Duchi Longobardi, e che senza tema furon pronti alla forza dobbiam necessariamente congetturare, che la Città fin' d'allora oltre all'indicato potere era indipendente. Di più, unendo a ciò l' altrui autorevole sentimento, che Pisa nutrendo nelle vene greco sangue etrusco e serbando in petto animo intrepido e marziale tenne ben aperto lo sguardo sulle
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generali rovine, e sui politici andamenti dei popoli d'Italia per profittarne, opinion portiamo che avendola dimostrata indipendente sullo spirare del sesto secolo, avesse colto innanzi il momento fortunato di ritrarre il collo dal giogo, e di rivestirsi in quella nuova gloria a cui aveva aspirato. Pertanto, checché n'abbia opinato il Muratori 35 sembra che quantunque non si possa con tutta precisione deciderne, ciò non ostante siasi in tal guisa con giusto fondamento rintracciato il nascimento della libertà pisana, e l'epoca di quella Repubblica che fu una delle prime d'Italia, e che fu sì chiara in appresso.

1.4.2. PARAGRAFO 2. Fasti.

Se per lo spazio di circa a due secoli il divisato oblìo ci ricuopre perché i progressi con ordinanza dir non si possano, memorie abbiamo classiche, e sicure che la nostra Repubblica era circa all' 800 florida, e potente. Grande per dire il vero
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fu da quest'epoca in appresso la virtù de' figli suoi; e la fama per più di cinque secoli portò sull' ali ovunque le segnalate gesta di loro. Hann' elleno in fatti in mille carte impresse per opera di molti pisani storici, e cronisti, e di non pochi esteri ancora. Abbiamo pure qui ricordanza frai nostri il Marangone più antico degli altri 36 il Roncioni per la sua ist. pisana inedita, il Tronci, il Dal Borgo, l'Arrosti, il Cardosi, il Sardi, il Pagni, il Mastiani, ed il Mosca, che la guerra balearica entrambi scrissero, gli autori dei tre discorsi accademici 37 il Gaetani, il d'Abramo, il Martini, il Seravallino 38 ed i molti codici mss. che in Firenze nella magliabechiana, e nella laurenziana biblioteca si conservano. Fra gli esteri poi si contano l' Ughelli, Guido da Corvara, l'Ammirato, il Noris, il Tajoli, il Dempstèro, il Gori, il Guarnacci, il Nozzolini, e tanti altri inseriti fra gli Scritt. ital. del Muratori,
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che per brevità si tacciono. Avvertir debbo per altro che tutti le glorie di Pisa Repubblica encomiarono, ma niuno compilò mai una storia pisana con sana critica, e con modo cronologico, e ragionata condotta. Nemmeno ispezion nostra è di scriverla tale a questo luogo. Bensì ci farem pregio di qui annoverare le marittime, e le terrestri imprese, che al più alto grado d'onore la gran Repubblica Pisana portarono, e queste con molta precisione, dovendole noi accennare in più luoghi di quest'opera, e tutte nemmeno, perché soverchio lunghi saremmo. Incominciando dall'epoca sopra indicata concordano i migliori storici in asserire 39 e nell' 820 l'armata navale dei Pisani sotto il comando del Conte Bonifazio datogli da Carlo Magno Principe molto ben affetto di loro spiegò le vele non verso la Sicilia per liberarla dall'invasione dei Saraceni, ma di volo nell'Africa si condusse a portar la guerra nel seno di essi. E poiché gloriosi ne trionfarono, la Sicilia, e le spiagge italiche ne risentirono quel vantaggio che giudiziosamente avea preveduto
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Bonifazio, cioè di rimaner esse per tal modo dall'oppressione di quei barbari disgombre. Per così segnalata impresa Lodovico Imperatore figlio di Carlo Magno confermò a Pisa i privilegj che il padre le dette, e quegli principalmente di crear Consoli, e di continuare a viver libera colle sue leggi. Un nuovo navale combattimento frai Pisani, ed i Saraceni, e la vittoria dei primi narra il Tronci all'anno 874. Non cessarono le imprese marittime dei Pisani nel X. secolo 40 in cui è noto che potrebber' essi porre in mare fino in 300 navi, e che in oltre per antica consuetudine non dimenticando d'intraprendere la mercatura ne aveano allora di già dilatate le commerciali corrispondenze. Ma divenendo al sec. XI. viepiù chiaro comparisce lo splendore della Repubblica Pisana. Ci serviremo dello scrittor da Varna, e di Michel da Vico 41 per denotare in primo luogo quant'essa lodevolmente si occupava nell' accrescer le forze navali, e nella costruzione dei legni di maggiore, e di minor carico: come ancora
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per concepire la grandezza delle spese che far ella dovea negli armamenti, e nelle spedizioni.

…..variantes nomina naves:
His portantur equi, sunt quaedam victubus aptae.
Ingentes aliae possunt portare catervas

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Quindi passeremo a far memoria di altre battaglie, indicanti 'l coraggio risoluto, ed il valor della nazione. Nella prima seguita nel 1003 s'impadronirono i Pisani di 18 galere nemiche; ai Saraceni ritolsero i prigionieri che fatti essi aveano sul lido romano, e dal Pontefice grande onoranza e larghi doni ne riportarono 43 L'assedio, e l'espugnazione di Reggio di Calabria non fu di piccola gloria alle armi pisane. All'an. 1004 l'assegnano alcuni Cronisti, ed il Volterrano, lo Spina ed il Tajoli la descrivono. Il Tronci nell'epoca da essi discorda. I fatti celebri della Sardegna ebbero incominciamento nel 1006. Grande fu la spedizione in quell'isola, narra l'istorico
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Roncioni, e grandi furono i trionfi che quivi ne riportarono i valorosi Pisani. Dopo di aver'essi battuta la Città di Sasseri, e dopo di aver' espugnate altre piazze volsero in fuga colla sua armata il Re Musetto, s'impadronirono di tutta l'Isola, e con ricco bottino se ne ritornarono vittoriosi alla patria. Eterna è la memoria del pisano bellico valore nelle sicule spiagge per l'iscrizione vegliante nella facciata del Duomo di Pisa al suo luogo trascritta. Poiché nel 1017 il guerriero e coraggioso Musetto rioccupò la Sardegna ei di bel nuovo soggiacer dovette alle armi della pisana truppa, che rapidamente vi accorse ad istanza di Benedetto VIII. Or non vada per noi dimenticata la presa di Cartagine, patria del grande Annibale, che dell'onorata fronde ornò le tempia ai Pisani circa al 1030. In essa fecer' eglino spiccare l'innato solito valore nell'arte della guerra, e quelle mura atterrarono, che molti secoli addietro provarono il furor de' Romani. Egli è dovere che per ordine di tempo alla Sardegna si ritorni, perché l'istoria manoscritta del Roncioni ed altre c'informano, che nuovi trionfi in quell'isola coronarono i Pisani, e ciò fu nel 1034. come
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dall' iscrizione nella facciata del nostro Duomo si rileva. Per esser brevi la lunga narrazione dei fatti guerrieri troncando direm' della prigionìa della moglie, e del figlio del Re Musetto: che riescì a questi secondo l' Autor citato di campar colla fuga dai Pisani, o che ne restò prigioniero, se prestiam' fede allo Spina. Questa nobile impresa somministrò il soggetto all'eroico poema di Tolomeo Nozzolini, che in Pisa ebbe i natali nel 1568, e quindi l'onor di dare insegnamenti di Logica, e di Fisica in quelle Università. L'indicato Poema è intitolato: La Sardigna Ricuperata; egli è voluminoso; e sulle tracce condotto della rinomata Gerusalemme dà saggio del talento del Poeta 44 Negli anni appresso i Pisani discacciarono i barbari da Lipari, dalla Corsica, e dall'Elba, e se ne impadronirono. A tal proposito scrisse il Villani 45 In questi tempi la Città di Pisa era in grande, e nobile stato di grandi e possenti Cittadini dei più d'Italia….et per la loro grandezza, e gentilezza erano Signori di Sardigna, e di Corsica, et di Elba….Quasi dominavano
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il mare con loro legni, e mercanzìe
. Non men plausibile al nostro racconto è l' espression dell' Ammirato: Avea con grande sua gloria tolto nei passati secoli ai Saraceni la Sardigna et la Corsica, aveva signoreggiato fino agli ultimi tempi l'Elba: né si dubita che per lo numero delle Galee et de Legni che metteva in acqua non fosse stata quasi padrona del mare 46 Con brevità ricordiamo la presa di Palermo fatta dai Pisani nel 1063. non perché sia lieve la celebrità di essa, ma per non ripetere quello che qui detto si fosse nell'illustrazione del Duomo, che dalle considerabili ricchezze ivi conquistate ebbe l' origine 47 Poiché i Pisani padroni della Corsica divennero, come di sopra indicammo, dovettero circa all'an. 1070. sostenere aspra guerra mossagli dai Genovesi, e piena vittoria ne ottennero. Circa al 1088. i Pisani offesi negli affari di commercio dagli Affricani exercitu congregatoTunis assediarono, ed uccisone il Re, la Regina col figlio a Pisa condussero. Secondo il Breviario d'istoria pisana 48 ritornati ben tosto nell' Affrica
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assieme coi Genovesi le città d'Alessandria, e di Sibilia espugnarono, e colla ricchissima preda gli ornamenti della Primaziale accrebbero, ed eressero la Chiesa di S. Sisto. Da molti Cronisti si raccoglie, che nel secolo di cui ragioniamo i Pisani discacciarono i Mori da una gran parte della Spagna, e che vinsero Rodi, Corfù, Ascalonia, Cefalonìa, Zante, Utica, Tripoli, e Sidone di Soria con Alessandria di Egitto. Non si passi sotto silenzio, che all'onorata impresa di Terra Santa concorsero ancora i Pisani nel 1099, e ch'ebbero parte nelle glorie di quel Capitano,

Che 'l gran Sepolcro liberò di Cristo.

Fu condottiero della flotta di 120 navi composta il Pisano Arcivescovo Daiberto deputato da Urbano II, e che fu poi dichiarato Patriarca di Gerusalemme 49 Oltre a tutte le cronache pisane, autorevoli Scrittori lo affermano, e fragli altri
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il Card. Baronio 50 Ughelli nell'Italia sacra, Leandro Alberti nella descrizione dell' Italia, ed il Viviani 51 In oltre la narrazione che ne fa Guglielmo Arcivescovo di Tiro, e Scrittore di quei tempi 52 come ancora la lettera scritta al successore d'Urbano dagli stessi Goffredo e Daiberto 53 non sono lievi attestati. In fine il P. Ferreri Gesuita nella quarta delle sue collocuzioni parlando dei Pisani in tal modo si spiega, et in Hierosolimorum inclita divinaque expeditione auxilium voluntarium, et valentissimum attulerunt. E se l' Autor celebre della Gerusalemme liberata lo tacque ignorando forse le autorità suddivisate, il Guarini in uno de'suoi Sonetti così lo espresse:

5Pisa al ferire invitta, al vincer nata.
Tal da penna famosa invidiata
Pugnar Goffredo in sul Giordan la vide,
E schiere disarmar perse, e numide
Di sacre spoglie, e più di glorie ornata

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L'espugnazione di Bona in Affrica e la distruzione di molte terre, e castelli attribuisce all'an. 1110. Costantin Gaetani nella vita di Gelasio II. 55 checché ne scrivesse il Dempstèro all'an. 1030. Ne condussero il Re prigioniero al Pontefice, e quel che fu atto di singolarissima umanità reso ch'egli si fu cristiano il lasciarono tornarsene libero a casa sua 56 Or ci prendiam' premura di far parola dell'azione marziale la più rinomata del secolo di cui si ragiona. Ella fu al certo la conquista delle Isole Baleari, che fecero i Pisani nel 1115, e che dalle più accrediate penne viene a gran ragione encomiata 57 Noi per non traviare dal proponimento additeremo soltanto, che i Pisani sotto il comando di Pietro Arcivescovo con trecento legni vi si portarono; ed omessa la lode dovuta allo sfoggio della virtù guerriera, e dell'attività di loro si dirà che
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segnalata, e completa fu la vittoria, e che ucciso il Re di quell'isole, prigionieri la moglie con un piccolo figlio in Pisa condussero 58 Lorenzo Varnese, o Veronese 59 Diacono del prelodato Arcivescovo un lungo Poema scrisse in latino idioma, ed in sette libri spartito sull'indicata memorabil guerra, di cui fu testimone oculare. Esso è interessante, e la scienza militare, l'attività, ed il coraggio dei nostri mirabilmente dipinge; e dove vuol denotare la liberazione di un gran numero di cristiani così si esprime:

10 Millia captorum plusquam tardena fuerunt
Quos sevus Balee vinxit, tenuitque Tyrannus.

Una sepolcrale iscrizione nella Chiesa di S. Vittore di Marsilia la memoria conserva di quei valorosi Pisani che nelle pugne guerriere perirono. La riporta l'Ughelli, ed il Volterrano; e noi qui soltanto ne lasciamo scritti i seguenti versi:


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O pia victorum bonitas! defuncta suorum
Corpora classe gerunt, Pisasque ducere querunt.
Sed simul adductus ne turbet gaudia luctus
15Cesi pro Christo tumulo clauduntur in isto

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Per accennar di volo un nuovo segno della liberalità pisana dagli storici commendata diremo che il mentovato Regio figlio nel suo cambiato regno i Pisani riposero. Or procedendo alle vittorie riportate da essi nell' Italia inferiore contro Ruggero Re di Sicilia e di Napoli, e nemico di Roma troppo lunghi saremmo a contare i fatti d'arme strepitosi già ricordati nelle migliori storie dei bassi tempi. Vero fu che i Pisani espugnarono Napoli, Reggio, Gaeta, Amalfi, Rebello, Scala, Arturina, ed altre città forti in quel tempo. Una tal guerra incominciò dall'an. 1135, e nel 1140 ebbe fine. Il Marangone afferma che le dette città, ed i castelli stettero sotto i Pisani sette anni, e che nel 1147 praticando il carattere magnanimo, e liberale soprallodato renderono
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al Re Ruggero Napoli e le altre terre che tenevano di suo regno
. Non passeremo sotto silenzio, che nell'indicata presa d'Amalfi i Pisani non rapirono com'altri scrissero 61 io dono ricevettero le antiche Pandette di romane leggi dall' Imperator Lotario 62 Nuove spedizioni in oriente delle pisane flotte annoverar potremmo dal 1147 in poi sulle tracce del Gaetani, e del Ciacconio, ma additeremo soltanto quella fatta alle preghiere di Clemente III, che fralle più distinte dobbiam riporre. Dominus Papa Clemens (prima di esortare Federigo Imperatore, Filippo Re di Francia, Enrico Re d'Inghilterra, ed altri Principi) per suam presentiam in Pisana majori petiit, rogavit, et exhortatus est Pisanos, ut surgerent ad recuperandam Terram Jerusalem, et tunc dedit vexillum Sancti Petri Domino Ubaldo Pisis Archiepiscopo ec. 63. Fralle altre militari azioni degna di ricordanza è la presa che costà giunti fecero i Pisani
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della Città di Tiro 64 Corrado, che n'era Signore in segno di grata ricompensa luoghi, doni, stabilimenti, e privilegj novelli ai prodi liberatori concedette per aver' essi folta ai barbari la Città sua. Finalmente mille pubbliche testimonianze abbiam' noi di classici Scrittori, e di più Pontefici di quanto nel sec. XII. operarono col senno, e colla mano, e di quanto soffrirono nei gloriosi acquisti i Pisani nelle orientali contrade. Si tacciano pure le prime, e sol discara non giunga la notizia, che ci dà il Terzi nella descrizione delle due Chiese patriarcali d' Antiochia, e di Gerosolima in queste sue parole: Il Castello costrutto già per opera della Repubblica Pisana sotto il regno di Baldovino sorge nell'Aquilone…munito di quattro bastioni, di larghi, e di profondi fossi, ornato di gran sale, logge ec. Si tacciano ancor le seconde, e sol si accenni che nei brevi dei Pontefici leggesi di Pisa, che favore coelestis Numinis de inimicis Christiani nominis victoriam frequenter obtinuit, et eorum Urbes plurimas subjugavit 65
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Né sol nelle divisate gesta segnalaronsi i Pisani, né sol furon' eglino il sostegno delle orientali conquiste, ma si distinsero ancora nel proteggere i Pontefici, e nel difender l' Impero. Dando dei primi un istorico cenno, serviron' eglino di scampo a Gelasio II. contro la persecuzione dei partigiani di Maurizio, e contro la violenza della soldatesca di Enrico III. Imperatore, accogliendolo gratamente nel sen della Patria; e quindi ab Urbe Pisana recedens a Pisanis per mare usque ad Marsiliam honorifice perductus est 66 Onorevole ricevimento fecero i Pisani la successor di Gelasio, narra il Baronio. Il Volterrano d' entrambi scrisse: Gelasium II. Henrici III. Imperat. iram fugientem, deinde Calistum II. e Burgundio Pisanis concessit, exceperunt 67 Innocenzo II. avendo incontrato in Roma l' istessa sorte di Gelasio per sottrarsi all' Antipapa Anacleto ed agli aderenti del Re di Sicilia implorò l'ajuto dei Pisani, i quali colla forza, e colla scorta delle
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galere di loro a Pisa lo condussero 68 e qui terminò il favor dei Pisani verso Innocenzo; perocché nel ritorno ch' ei fece dalla Francia uniti essi coi Genovesi 69 poderosa truppa coll'armi alla mano lo riposero in soglio. Non con minore amorevolezza per la seconda volta l'accolsero, quand'ei per campare dalla sollevazione insorta nuovamente in Roma, con sollecitudine a Pisa si ricondusse. Costantin Gaetani asserisce che per lo spazio di 5 anni vi si trattenne fino alla morte di Anacleto. Certa cosa è che vi creò Cardinali, vi convocò il Concilio generale coll'intervento di tutti i Vescovi d'occidente, vi spedì molti brevi e con Lotario Imperatore vi tenne abboccamento 70 Scrive il Baronio nel tomo XII, che i Pisani con armata navale riassoggettarono a questo Pontefice Civitavecchia, ed altri luoghi.
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Eugenio III similmente angustiato dall'eretico Arnaldo in Roma volle far conoscere che asilo, e che schermo ai Pontefici era Pisa sua Patria. Gregorio VIII ancora bramando di unire le forze armate dei Principi cristiani per ricuperar Gerusalemme verso Pisa si mosse, vi giunse, e v'incontrò l' eterno ricovero del sepolcro 71 Conchiudendo coll'Abate Gaetani, che Pisa fu primo rifugio de' Papi, e porto sicurissimo della romana Chiesa fluttuante e portando le parole del Volterrano che humani, et hospitales in Romanos Pontifices fuerunt: basterà di aver leggermente trattato un tale argomento 72 Or passando a portare un qualche esempio soltanto del parziale attaccamento dei Pisani verso gl'Imperatori, noi già dicemmo che preser' eglino la parte di Lottario contro Ruggero Re di Sicilia. Nel 1192 con Arrigo V. assediarono Napoli, e ajutarono lo detto Imperatore a conquistare lo Regno di Puglia laddove i Pisani guadagnarono molto, e tornarono vittoriosi 73
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Ebber gloria di prestare ajuto a Federigo II. portandosi con 40 galere ben'armate a conquistar la Sicilia; egli altresì volendo praticare con essi un tratto di riconoscenza, e di grata amicizia nel 1229 ampie conferme di giurisdizioni e di privilegj in Accon, in Tiro, in Joppe, ed in Gerusalemme gli dette. Egli è ancor vero, che i Pisani mentre prestavano officj di ospitalità, d'amicizia, e di guerrieri soccorsi a prò dei Papi, e degl'Imperatori stessi conservando l'animo altero, alteramente, quando fu duopo spiegarono agli uni ed agli altri i sentimenti loro. Giustificano ciò bastantemente gli ardimenti detti del Console Pisano pronunciati in faccia a Federigo: come potrai toglierci la Sardegna, e dare ad altri per poco denaro quello che non è tuo? simili tratti di ardire usati dai Pisani verso i Monarchi leggonsi pure negli annali genovesi, ed in altre storie di quei giorni 74 Fragli Annalisti pisani, e gli esteri il Marangone porge miglior' idea della fierezza con cui si combatteva trai Fiorentini condotti dal Farinata, ed i Pisani e gli altri Ghibellini uniti ai Tedeschi. Forma egli in oltre il quadro dell'ostinato furore al carro intorno ove la bandiera
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dell' esercito era inalzata. Noi diremo il numero dei morti, perché in esso non vanno mai d'accordo i racconti. Certo è, che le fiorentine schiere sbaragliate e rotte cedettero il campo, e che l' Autor citato conta 2000 morti fra quelle. Non ispiegheremo in qual modo nel 1267 i Pisani co' Senesi ed altri di Toscana di fazione ghibellina si mossero contro il Re Carlo. Accenneremo soltanto che la venuta di Corradino in Pisa nel 1268 fu con plauso onorata dai Pisani, e da tutti i Ghibellini dell'Italia, che vi concorsero; e passando sotto silenzio gli avvenimenti di Marte favorevoli al Re Carlo, e sventurati pel mantovato Corradino diremo che la prigionia di questi in Napoli, e la perdita di molti valorosi concittadini fu oltremodo sensibile ai Pisani. Contuttociò nel 1273 non ricusarono l' amicizia, che volle stringer con essi il prefato Re Carlo colla mediazione di Gregorio X. Da questa epoca in poi grandemente infierirono le due fazioni Guelfa, e Ghibellina, ed era interesse dei Fiorentini il fomentarle. Non meno si accrebbe gli odj, e le discordie fralle Repubbliche di Venezia, di Lucca, di Genova, e di Pisa: e la gelosìa del commercio per lo più le produsse.
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Nel 1283 le guerre si accrebbero fralle ultime due Repubbliche. Finalmente nel 1284 quella famosa battaglia accadde presso la Meloria, cotanto mentovata dagli Scrittori, e che la vittoriosa Genova fra' suoi festi annovera. Non è ispezion nostra il descriverla: potrà soddisfarsi il Leggitore se alle storie di Pisa, di Genova, e di Sardegna si rivolge, che dell'orribil conflitto il quadro ne porgono. Bensì crediamo che spetti a noi l' accennar la cagione onde l' armata di Pisa ebbe la rotta. Ella al certo non fu il numero inferiore delle sue navali forze, ma fu l' Ammiraglio di lei il Conte Ugolino della Gherardesca, che per secondare il suo maligno e perfido disegno allorquando rinforzar dovea la battaglia con tre de'suoi migliori, e più ben'armati legni, intimò ad essi la ritirata; e dietro di lui lasciando le onde rosseggianti del patrio sangue velocemente al lido si giunse. Ecco in Pisa il traditore, che fabbrica a lei le catene onde farsene il tiranno. Egli in fatti nel 1287. per condurre a fine il suo malnato pensiero tenendo stretta amicizia coi Fiorentini persuade i Pisani a far pace con essi; dal farla altresì coi Genovesi gli distoglie pel maligno artifizio di tener lungi il ritorno de'principali
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Cittadini nelle carceri di Genova racchiusi. Per buona sorte Nino Visconti nipote d'Ugolino, e Giudice di Gallura a cui disse Dante trovandolo nel Purgatorio:

Judice Nin gentil, quanto mi spiacque
Quando te vidi non esser tra rei.

acceso l' animo d' amor patrio incominciò a tenere aperto lo sguardo sugli andamenti del zio, e ad opporsi alle sue tiranniche disposizioni. Nulladimeno Ugolino seguitato da molti Guelfi suoi partigiani tentava d'indebolir le forze di Pisa per farsene tiranno, e già sui Ghibellini signoreggiava. Per tal cagione, pel trattenimento di concluder la pace bramata coi Genovesi, e finalmente per il delitto da lui commesso di toglier la vita al nipote dell' Arcivescovo Ruggero 76 sollevò il popolo contro in tal modo che il Conte, due figli, due nipoti, e molti de'suoi seguaci restarono prigionieri. In appresso condannato a morte fu il traditore, ed insieme con i
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predetti figli, e co' nipoti fu racchiuso nella torre de' Gualandi detta delle sette vie, e della fame in appresso 77 Questo fu il luogo ferale ov' ei pagò la pena del tradimento, pena ben dovuta al delitto, ma ahi troppo disumana, snaturata, e barbara riguardo a quegli innocenti che servir dovettero a gravarla. Non sappiamo pertanto condannare il gran Poeta Alighieri, se nel suo immaginato inferno collocava Ugolino nell'atto di rodere il teschio dell'Arciv. Ruggeri che gli fu giudice, in tal guisa esprimendosi:

La bocca sollevò dal fiero posto
Quel peccator, forbendola a' capelli
20Del capo ch'egli avea di retro guasto:

Dopo di aver narrato ai due virtuosi pellegrini ciò che ignominia faceva al suo nemico, tacendo per altro quel che portava infamia a se stesso, ne vengono i più bei versi che Dante facesse mai, tanto al
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vivo esprimon' essi la luttuosa, ed orrida scena che a rimembrarla raccapriccia:

Com' un poco di raggio si fu messo
Nel doloroso carcere, et io scorsi
Per quattro visi el mio aspetto stesso;
Ambo le mani per dolor mi morsi:
25Et quei pensando, ch' i 'l fesse per voglia
Di manicar, di subito levorsi;
Et disser; padre assai ci fia men doglia
Se tu mangi di noi: tu ne vestisti
Queste misere carni: et tu le spoglia.
30Quetaimi allhor per non fargli più tristi:
Lo dì, et l'altro stemmo tutti muti:
Ahi dura terra perché non t' apristi!
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si fittò disteso a' piedi
35Dicendo, padre mio che non m' aiuti?
Quivi morì: et come tu mi vedi
Vid' io cascar li tre ad uno ad uno
Tra 'l quinto dì, e' l sesto: ond' i mi diedi
Già cieco a brancolar sovra ciascuno
40Et tre dì gli chiamai, po' che fur morti,
Poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno.

Poiché il Conte si tacque, il nostro gran Poeta non ebbe poi gran torto, qualora si eccettui l'epiteto forte di soverchio, e quant'altro spiega il satirico suo solito stile, s'egli proruppe in quei notissimi versi:


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Ahi Pisa vituperio delle genti
Del bel paese là, dove'l sì sona,
Poich'e vicini a te punir son lenti;
45Movasi la Capraia, et la Gorgona;
Et faccian siepe ad Arno in su la foce,
Sì ch'egli anniegh' in te ogni persona:
Che se'l Conte Ugolino haveva voce
D'haver tradita te de le castella;
50Non dovei tu i figliuol porre a tal croce.
Innocenti facea l'età novella, ec.

Dopo la morte del mentovato Ugolino la fazione Ghibellina in Pisa s'accrebbe, e restò depressa la Guelfa. Altresì gli affari esteri di guerra incominciando a voltar faccia non fu egli mal'accorto avviso de' Pisani di provvedersi di un valoroso Capitano, onde sostenere la non avvilita virtù guerriera di loro. Conciosiaché nel 1289. la Repubblica invitò il Conte Guido di Montefeltro ad accettare il grado onorifico di Capitan Generale al quale contro la volontà del Papa egli acconsentì volentieri. La scorta ed il reggimento di lui ben opportuno giunse a render vani gli sforzi dei Fiorentini collegati con i Lucchesi, ed i Genovesi nel 1290 in ispecie. In quest' anno medesimo procrastinando i Pisani la consegna del Castello di Castro perdettero l' Isola dell' Elba; ed
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il Porto di loro col vicino Livorno gran danno ricevette dall'armata navale genovese, e dalla lucchese di terra, come ci converrà narrare descrivendo nel terzo tomo l'indicato Porto. Nel 1293 il Consiglio del Senato, gli Anziani, ed i Consoli arridendo alla sagacità, ed alla vigilanza del nominato Generale concedono a lui l'onorevole facoltà di eleggere ambasciatori, e di costruire dei patti a nome della Pisana Repubblica 78 Stante la pace conchiusa con i Fiorentini nell'anno sopraindicato ed una tregua ancora stabilita coi Genovesi nel 1299 si ristorarono in parte dei sofferti danni i Pisani, e qualche ombra di calma godettero.

1.4.3. PARAGRAFO 3. Decadenza.

La sconfitta della battaglia della Meloria, e dietro di essa i patti della tregua sopraindicata svantaggiosi alla Repubblica per dover'ella cedere ai Genovesi la città di Sasseri in Sardegna, tutti i luoghi della
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Corsica, e fare uno sborso di denaro considerabile 79 danno bastantemente a conoscere l'indebolimento delle forze di lei: e pertanto non erroneamente avrem dato incominciamento dall' epoca del 1300 al nostro paragrafo. Nell' anno citato in Firenze, ed in Lucca ove i Ghibellini accorsero in ajuto degl' Intelminelli, i semi si sparsero della fazione dei Bianchi, e dei Neri ch' ebbe in Pistoja l' origine. Ma quel che importa di narrare è che lieta ed aggradevole giunse ai Pisani la nuova dell'elezione dell'Imperatore Enrico VII. E facendogli mestiero di esercitare verso di lui quell'osservanza che agli antecessori suoi aveano dimostrata, si occuparono nel 1310 o 1312 secondo il Tronci a riceverlo con i maggiori contrassegni di giubbilo, e di magnificenza. L'Imperatore altresì per mostrarsi grato ai medesimi conquistar gli fece per mezzo di un suo Generale il castello, e la valle di Bruti ch'erano sotto il dominio di Lucca. Come poi proseguisse il suo viaggio alla volta di Roma accompagnato da un buon numero
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di truppa pisana, lo diremo nella descrizione del Duomo, ove la sua nuda spoglia ebbe il sepolcro. I Pisani dal timor compresi per la morte di questo Imperatore, e per i danni recati ai Lucchesi, ed ai Fiorentini e ad altri della Lega Guelfa presero il partito di far' offerta della Signorìa di Pisa al Re Federigo, al Conte di Savoia, e ad Arrigo Conte di Fiandra. Ma poiché tutti la ricusarono, ricorser' eglino nel 1313 ad Uguccione della Fagiola uomo di molto senno, valoroso nelle armi, e già Vicario del defonto Imperatore. Questi non fu lento ad accettare l' onorifico grado; e tosto che vi fu salito ebbe campo di esercitare il genio suo marziale contro i Lucchesi principalmente, le cui campagne, e paesi circonvicini desertando fin sotto la Capitale gli assalì bravamente. Che nell'anno appresso i Pisani facessero pace col Re di Tunis, e che n'esista l' istrumento nell'archivio delle riformagioni in Firenze non ometto di accennare. Ma giova di ritornare a Uguccione per dire che instancabile fu nel nuocere ai Lucchesi a segno tale, che gli costrinse a pacificarsi co' Pisani colla forte condizione di rimettere in Lucca tutti i fuoriusciti Ghibellini e gl' Intelminelli in ispecie.
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Finalmente per la mala osservanza del patto con mano armata della pisana soldatesca entrò in Lucca nel 1314, ne discacciò i Guelfi, il sacco le dette, e giusta al costume dei vincitori, ciò che v'era di buono fu sua conquista. L'ordine del tempo or ci porta a far menzione di altra strepitosa battaglia detta di Valdinievole, o di Montecatino, che non fu inferiore a quella sopraenunciata di Mont'aperto. Nell'indicato luogo ove era accampata l' armata Guelfa, Uguccione dopo di aver dato sistema al governo di Lucca il suo esercito condusse. Egli era inferiore di forze: ma mediante una prudente ed accorta ritirata in un sito vantaggioso, gli riescì dopo di un fiero combattimento di sconfiggere il nemico, che fragli estinti vi lasciò il Duca di Gravina suo condottiero. Questa dolorosa sconfitta, scrisse il Villani, fu il dì 29 Agosto 1315. Fatta la detta sconfitta s'arrendeo ad Uguccione il Castello di Montecatini, e Monsommano. Anche il nostro Uguccione non di mezzano talento, ma di svegliato ingegno, e per se stesso risoluto, e guerriero, ritornato che fu in Pisa tentò di togliere i diritti alla Repubblica. I Pisani per altro non più quegli di prima è vero, ma sempre
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nemici delle oziose piume conoscer seppero gl'indizi delle sue tiranniche mire. E nel 1316, allorquando egli era in Lucca per far dar la morte a Castruccio Intelminelli, l'occasion colsero; e mediante una sollevazione da Coscetto del Colle giudiziosamente condotta dalla minacciata tirannìa d' Ugoccione si disciolsero. Abbenché col solito Magistrato degli Anziani, e con quello de' Consoli di mare si reggesse la Repubblica, era forza di sagace provvedimento l'eleggere un nuovo Capitan Generale, e nella persona del Conte Gaddo o Gherardo della Gherardesca cadde la scelta. Questi abbracciò la confederazione propostagli da Castruccio, che dalla morte campato mercé la sollevazione anzidetta erasi fatto Signore di Lucca. Mancò il Conte Gaddo perché la morte lo colse nel 1320, come si rileva dall'epitaffio da noi prodotto nel terzo tomo parlando della Chiesa soppressa di S. Francesco; fu sostituito il Conte Ranieri suo Zio, che non imitò il nipote nella bontà e nell'amor della Patria. Molte turbolenze ei suscitò frai Cittadini; molti motivi di disgusto gli dette, e fece lega con Castruccio, la cui ambizione di farsi Signore di Pisa fu discoperta.
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L'anno 1324 ci somministra una spedizione fatta dai Pisani di molti uomini di arme sopra una quantità di grossi legni in Sardegna contro il Re d' Aragona, che minacciava d'impadronirsene. E riescì a lui di fatto perché il Giudice di Arborèa capo della terza parte di quell'isola mancò di fede alla nostra Repubblica, e perché dietro di lui molte Città volontarie si rendettero. Dei soli quattro Castelli che restarono ad essi fedeli due malgrado il soccorso ricevuto di 32 galere pisane dopo un lungo assedio capitolarono. Degli altri due che furono quegli di Chiesa, e di Castro già edificati dai Pisani, il primo non potendo più sostener l'assedio ond' era stretto dalle truppe d'Alfonso figlio del Re predetto dopo otto mesi arrendersi dovette. Nuova armata pisana rinforzata da dei bravi Tedeschi, e comandata da Manfredi figlio del mentovato Conte Ranieri in tempo giunse a difendere il secondo; ma avendo ella dovuto cedere al numero maggiore degli inimici, capitolò, ed ottenne in parte il mentovato castello. Contuttociò nuove ostilità ne accaddero. In fine nel 1326 fu stabilita la pace fral Re d' Aragona, e la Repubblica, che restò priva della Sardegna.
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Sembra a noi di non dover tacere a questo luogo che il Re di Baviera accettò la corona imperiale da Guido Tarlati in Milano nel 1327, e che ne godettero i Pisani perché da esso ancora sperarono amorevole appoggio. Fallace per altro, e scemo riescì lo sperare; perocché al suo arrivo in Toscana significò egli alla Repubblica col mezzo di ambasciatori di voler entrare in Pisa in qualsivoglia modo. I Pisani che non volevano far contro al Papa né romper la pace col Re Roberto, né co' Fiorentini, vi si opposero costantemente; né servì al Tarlati Vescovo d'Arezzo ch'era in compagnia del Bavaro la grande amicizia, che aveva con essi a persuadergli. Castruccio intanto, che fu pronto a dimostrar degli atti officiosi al Bavaro, profittò della ricusa data dai Pisani, e sollecitò quel Monarca ad accamparsi colle sue truppe nel dintorno di Pisa offerendosi egli di fare il simile co'suoi soldati. Troncando per amor di brevità le circostanze del forte assedio direm che da esso 80 sarebbero liberati i Pisani per ragion di
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forze, di provvisioni, e di coraggio, ma per le diverse opinioni dei cittadini capitolarono, e principalmente convennero, che stando fermo il repubblicano governo, né Castruccio, né i fuoriusciti entrare in Città dovessero. Ne fu giurata l' osservanza, ma riguardo a Castruccio si smarrì 'l giuramento. Di volo accenniamo, che nell'anno stesso Castruccio mercé l' accorto suo servigio fu dichiarato dall' Imperatore Duca di Lucca, e del suo territorio; che il Bavaro fece partenza per Roma, e che Castruccio da lui non si disgiunse. Accenneremo ancora, che questi mentr'ebbe nuova che i Fiorentini tolta gli avessero Pistoja, a Pisa sollecitamente si ricondusse. In tale occasione tentò di effettuare l'antica brama d'impadronirsene; ma i Pisani, che seco come col lupo trattando tenevano il can sotto il mantello, se ne schermirono. Finalmente per sottrarsene affatto si determinarono di offrirsi piuttosto all'Imperatrice, e per ottenere di esser servi molto denaro a lei mandarono. In quest'epoca noi dobbiam fissar lo sguardo per dare molti gradi di decadenza alla nostra Repubblica per la surriferita perdita della Sardegna, per quella di Sarzana, e d' altri castelli concessi dal
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Bavaro a Castruccio, per le gravose contribuzioni imposte dal medesimo, e per la forzata offerta all' Imperatrice come sopra dicemmo. Poco ci vuole a credere che aggradevol giungesse l' indicata servitù della Repubblica all' Imperatore. Egli ben tosto spedì un suo Vicario a Pisa: l'onorò Castruccio e nel tempo stesso celando de' suoi gravi vapori atra mistura, d' impedirgli il possesso della Città fu suo pensiero. Dei principali cittadini si procurò destramente il partito, si cattivò i dipendenti dal Bavaro, e di tali armi cinto il popolo costrinse ad eleggerlo per due anni Signore di Pisa. Ma per bona sorte dei Pisani fu forza a Castruccio di allontanarsi dalla città per soccorrere la sua Pistoja. In tale occasione forse per le soverchie fatiche della guerra ammalatosi incontrò il giorno dell'ultima partita. E perché ciò accadde nel mese di settembre del 1328 per asserzion de' cronisti, e per conferma del Villani 81 In questo tempo presero padronanza
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di Pisa i figli di Castruccio, ma per breve tempo essi ne godettero. Imperocché il Bavaro sollecitamente vi accorse, ne prese il dominio, all'Imperatrice giusta la predicata offerta la concesse, e Vicario per lei vi lasciò Tarlantino Tarlati d' Arezzo. E se privò i figli di Castruccio della Signorìa di Pisa, non gli tolse ai prieghi della madre quella di Lucca. Quivi per altro persuaso dai Pisani si portò poco dopo con numerosa truppa, ascoltò le voci di quei cittadini contro il governo dei nominati Signori, e mentre i Lucchesi libertà dimandavano, colla forza imponente cacciandone i Castracani se ne fec' egli il padrone. Che il Bavaro ritornato in Pisa dasse la maggior prova del suo sdegno a Papa Giovanni: che solennemente in quella Città ricevesse l' Antipapa F. Pietro da Corvaia appellato da lui Niccola V., e quanto altro accadde su tal particolare, lo passeremo sotto silenzio. Converrà bensì di esporre, che mentre i Pisani soffrivano di mala voglia il comprato giogo, gravi affari richiamarono il Bavaro a Milano. Da Pisa pertanto nel 1329 egli si dipartì: lasciò per Vicario il Tarlati, e raccomandò l'Antipapa. Ma il calor della libertà non ispento prese nuovo
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vigore nel cuor dei Pisani, i quali tosto acclamarono Signore di Pisa il Conte Fazio della Gherardesca denominato il giovane, ed il Vicario colle sue genti alla fuga costrinsero. Questo raggio di tranquillità fu nell'anno stesso adombrato dai Fiorentini pel trattato della compra di Lucca fatto dai Pisani con i Tedeschi. Lo fu ancora nell'anno seguente 1330 in cui si destò una congiura contro gli Anziani, ed il Conte Fazio principalmente: tanta è l'invidia, che nel cuor degli emuli alberga contro i Reggenti il governo. Dicasi di passaggio, che i Pisani già interdetti per motivo del Bavaro mandarono in dett'anno ambasciatori al Papa in Avignone per essere assoluti colla promessa di dargli nelle forze l'Antipapa Niccola, e che si acquistarono il favor del Pontefice; come pure che nel 1332 accaddero dei fatti d'arme narrati dal Malevolti fralle due Repubbliche senese, e pisana, e che poi fu conchiusa la pace col mezzo del Pontefice, e del Vescovo di Firenze come suo delegato. Ritornando agl'interni tumulti contro Bonifazio: poiché svanì ogni speranza di cambiamento negli emuli suoi per essere stata discoperta la prefata congiura, tentaron'
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essi condotti da Mattaione Gualandi una potente sollevazione onde deporlo dal reggimento della Città. Ma poiché gli amici del Conte al suono della campana a martello pubblicarono ad alta voce che i Gualandi aspettavano il soccorso lucchese comandato dal De Rossi Vicario di Mastino della Scala, il numero di essi grandemente si accrebbe, e ben provvisti d'armi, e di coraggio corsero ad affrontare il nemico, e lo vinsero. Per tal vittoria accaduta a piè del ponte della spina, detta della Fortezza in appresso, volle il Conte che s'inalzasse una bella torre col titolo di Vittoriosa, ed apporre vi fece la poetica iscrizione, che troverà il leggitore in quest'opera ove i monumenti repubblicani ci siam proposti di riportare. Pisa lacerata dalle guerre civili, come informati ne fummo, nel 1341 conchiuse la pace con Genova per vent'anni, a detta de'Cronisti; ma con Firenze ebbe nuovi contrasti riguardanti alla presa di Lucca. Descrivono gli storici fiorentini, e senesi, perch'io per brevità la taccia, una fiera battaglia seguìta sotto le mura di Lucca fralle due armate pisana, e fiorentina colla peggio della prima, e di poi col rovescio dell'ultima. Dicono che per la seconda volta questa vi accorse: che
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fu di bel nuovo rispinta, e che in fine gli assediati con maggior forza stretti dai Pisani e di viveri scarsi capitolarono. Correva l' 11 di luglio del 1342 quando i Pisani vittoriosi dopo un assedio di undici mesi spiegate le bandiere della comune entrarono in Lucca, lasciando al comando dei forti, e dei castelli il Tarlati d'Arezzo ch'ivi ritrovarono prigioniero per conto de'Fiorentini. Il Duca di Atene intanto fattosi Signore di essi stimò di far pace co' Pisani lasciandogli tranquilli nella Signorìa di Lucca per anni 15 come attesta Giov. Villani. Asserisce il Marangone nelle sue cronache che costò la guerra della Città di Lucca a' Pisani più d'un milione e mezzo di fiorini d'oro, e per viemaggiormente comprendere le forze dispendiose dei medesimi anche nella decadenza loro egli soggiunge, che si trovavano a loro spese 4000 cavalli. Il Muratori altresì coll'appoggio dei soprannominati storici descrive le considerabili somme, che impiegarono i Fiorentini per sostener quella guerra. Lieve menzion faremo delle congiure suscitate da Giov. Visconti, e dai figli di Castruccio e per buona sorte discoperte, come ancora dei danni che i Pisani ricevettero nel 1345 da Luchino Visconti
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Signore di Milano e dell' accordo fatto di dover'essi mandare a lui un destriero, un palafreniero con tre falconi, e due pellegrini, dice il Tronci, ed in oltre restituire ai Castracani i beni di loro. Nel 1347 si rinnuovarono in Pisa i partiti sotto i nomi ben noti de' Bergolini, e dei Raspanti. I primi lo trassero da Bergo soprannome dato al Conte Ranieri degli emuli suoi, e n'erano i capi i Gambacorti; fu dato quello di Raspanti alla parte contraria come amministratori poco fedeli del pubblico erario, e quegli Della Rocca vi presedevano. Il proponimento di esser breve non mi permette d' invilupparmi nella lunga serie dei mali funesti, che dai mentovati partiti derivarono alla Repubblica. Egli è già noto che Carlo Imperatore giunto in Pisa nel 1355, si adoperò molto per domare la prepotenza dei Gambacorti togliendo loro il capitanato di essa ch'eransi usurpato; e che in fine mal sicuro vedendosi nella Città tumultuante si dipartì da quella. Gli Scrittori fiorentini, e l'Ammirato tra questi fanno menzione di nuove discordie fralla pisana, e la fiorentina repubblica suscitate nel 1356 per causa di gabelle imposte; e sopra d'ogni altra la guerriera zuffa
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raccontano presso Figline da ambe le parti valorosamente sostenuta, e decisa in fine a favor della pisana. Quindi soggiungono che le truppe tedesche, e le inglese al soldo di essa facendo scorrerìa per tutto il Casentino ricca preda ne riportarono. Continuando la discordia fralle due rivali nel 1364 i Castelli di Vinci, e di Lamporecchio, e quel di Barberino in Vald'arno ne sentirono le perniciose conseguenze. Vide Fiesole l' ardimento delle pisane schiere, quando calate sotto Firenze forzarono la porta di S. Gallo con fiero assalto ma con esito poco felice, perché l'oro sparso dai fiorentini, scrisse l'Ammirato, ebbe gran forza in una parte dei soldati inglesi, e dei tedeschi. Per questa, e per altra battaglia vinta dall'esercito fiorentino nella pianura di S. Savino molti pisani prigionieri stettero in Firenze fintantoché dai Nunzj Apostolici non fu conchiusa la pace fralle due Repubbliche 82 Siam giunti all'epoca di Gio. Dell'Agnello altro cittadino pisano, che nel 1365
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pel favor de'Raspanti al grado giunse di regger la Repubblica, o piuttosto d'indebolirla maggiormente colla sua mala condotta. Non essendo egli entrato nella lega dell'Imperator Carlo e del Papa contro di Bernabò Visconti di Milano credette di provvedere all' inconsiderato passo con ispedire ambasciatori all'Imperatore coll'offerta di Lucca. Ma se i Lucchesi in tal guisa alla soggezione de'Pisani si sottrassero, anche l'Autore perdette in tale occasione il dominio di loro. Perocché per la sua caduta ch' ei fece in Lucca dietro a quella del balcone di legno sovra di cui egli stava con altri ascoltando le bizzarrìe di un buffone dell' Imperatore, i Pisani tanto Bergolini quanto Raspanti tutti malcontenti di lui si unirono a sollevarsi. La prestezza onde accorsero i figli dell'Agnello non valse a sedargli: anzi crebbe a tal segno il tumulto, che fu gran sorte il campar dalla furia de' sollevati. Per tal via la Repubblica un lampo vide della smarrita sua libertà. I Bergolini, ed i Raspanti pel maneggio politico del governo gli animi riunirono, ma il ritorno al Gambacorta non fu concesso. Intanto l' Imperatore informato del tirannico sentiero battuto dall' Agnello cura non prese dell'avvenimento: a Pisa sen venne,
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ed ivi grandemente onorato, dopo qualche giorno la strada di Roma intraprese. I Gambacorti mal soffrendo l' indicato esilio si adoprarono in modo coll'Imperatore che la grazia ottennero di ritornare nella Città; e tanto destri furono a dar promesse di sommissione, e di quiete, quanto solleciti a violarle. Di fatto riescì a Pietro di farsi acclamare Signore di Pisa. L 'Imperatore se ne dolse: ed intrigato dai Raspanti gli mosse contro un esercito. La soldatesca di Pietro con bravura lo sostenne, e quindi rinforzata affrontò con tanto impeto gl'Imperiali che fino ai confini lucchesi gli rispinse. Per opera poi de' Fiorentini che in tale occasione con gente, e con denaro Pisa soccorsero fu fatto il trattato d' unione fra essa, e l' Imperatore. Poco ci tratterremo a narrare come Gio. dell' Agnello, che rovinato assieme col balcone in Lucca lasciammo, venne in istato d'andare a Milano ad implorar forza e favore dai Visconti amici suoi. L'ottenne egli infatti; ed alla testa di molti armati sotto Pisa si condusse; ma il Gambacorta seguito da buon numero di Bergolini guerrieri gli andò incontro, e dopo un'aspra battaglia a decampar lo costrinse. Allora fu che l'Agnello deposta
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ogni speranza marciò verso Livorno, e lo prese; quindi devastando passò nelle maremme; in fine avendo i Pisani sempre alle spalle se ne ritornò in Lombardìa. Seguitò il Gambacorta per diversi anni a governare con somma prudenza, e saviezza. E se gli eventi che in seguito gli accaddero ricerca particolare non meritano, la merita pur troppo il suo disgraziato fine. D' esso l' Autore fu Jacopo d'Appiano beneficato e dipendente da lui; ed appunto per esser tale giusta al reo costume de' perfidi macchinò di togliere il governo, e la vita al suo Signore. Questi altresì dotato d'animo buono non se ne guardava. Ma giunto l'Appiano alla meta del suo iniquo disegno al palazzo di lui con una turba di partigiani armati sen corse. Lorenzo il figlio di Pietro coraggiosamente gli si oppose; ma in mala guisa ferito fuggendo in braccio alla sorella Priora del monastero di S. Domenico, ove trovar credette un asilo, rispinto da lei barbaramente, per quanto savio ne fosse il motivo, vi trovò la morte 83 Intanto
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l' ottimo Pietro postosi alla finestra del suo palazzo invitò il nemico a salire in esso ad oggetto di convenire insieme per sedar' entrambi il tumulto. L'Appiano al contrario fece cenno ch'egli piuttosto disceso montasse a cavallo onde ottener meglio l'intento. Discese l'infelice: e dando nuova scoperta di sua bontà soverchia mentre alzò il piede alla staffa per montare in sella da cento colpi offeso perdette miseramente la vita. Sazio l'Appiano dell'orrida tragedia acclamar si fece Capitano, e difensore del popolo; ma poco godette del suo sanguinario trionfo. Perocché pel podere della morte di Vanni suo figlio per i sinistri avvenimenti politici dello stato, e per l'età grave infermo divenne; e dopo che in virtù degli amici suoi ebbe il contento di veder l'altro figlio Gherardo nel suo grado riposto, chiuse i lumi al giorno. Entrato Gherardo al reggimento di Pisa nel settembre del 1398 dette da sospettare ai Fiorentini, ch'ei volesse cederla al Duca di Milano nemico di loro, e già amico del padre suo. Né mal s' apposero eglino, perché questi nutrendo cuor timido, e basso al Duca la vendette per il prezzo di ventimila fiorini riserbandosi soltanto Piombino con alcuni castelli,
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e l' Isola dell'Elba. Così Pisa in quest'epoca non per causa degli stranieri avvenimenti, ma per le male tempre degl'ingrati suoi figli si trovò venduta. Mentre accadde la morte del Duca predetto nel 1402, il figlio Gabbriello Visconti imprese a governar Pisa, e fin dal suo principio motivo dette ai Pisani di odiarlo. Altresì i Fiorentini scevri del timor de' Visconti per l' indicata morte, ed aspirando a impadronirsi di Pisa fecero un movimento contro la città, ma delusi del pensiero si ritirarono; e perché il Duca Gabriello disperando di aver soccorso dai fratelli quello del Re di Francia ottenne mediante l'offerta di Livorno, una tregua di quattr'anni seco stabilirono. Toccando di volo le turbolenze dei Pisani col Duca per sospetto di vendita della Città ai Fiorentini, la vendita realmente conchiusa d' accordo in Pietrasanta presente il Duca fra gli Ambasciatori di Genova, e di Firenze, passiamo a dir che i Pisani stanchi di difender la cittadella opportuna cosa credettero di richiamare i Gambacorti sperando col mezzo di loro di venire a qualche accomodamento con i mentovati rivali. Giovanni in fatti figlio di Gherardo eletto Capitano del popolo di Pisa non mancò di prenderne pensiero.
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I Fiorentini intanto sordi alle istanze, ed ai trattati le ostilità proseguirono. Eccoci giunti all'anno 1406, epoca destinata al decadimento totale della potenza e della libertà pisana. Giov. Gambacorta colse il tempo opportuno, onde farsi assoluto padrone della Patria depressa senza che alcuno avesse campo d'opporsi. L'esercito fiorentino nella notte che seguiva al nono giorno di giugno del 1406 suddetto, scrive Scipione Ammirato, avvicinatosi alla Città incominciò dalla porta di Stampace a quella di S. Marco a metter le scale per salire sulle mura; e già vi erano molti de' più arditi montati; quando levato il rumore delle guardie nemiche esse con gran parte del popolo accorso incominciarono a difendersi valorosamente, e con ferocia grande ad urtare, e ferire in modo tale che ciascuno dei nemici meglio che potette attese a provvedere al suo scampo. Vedendo i Fiorentini di non poter' espugnar Pisa colla viva forza tentarono di opprimere i residui dell' antico orgoglioso potere col blocco, e colla fame. Intanto il prefato Gambacorta perduta ogni speranza di salvar la patria quella nutrì di giovare a se stesso. Ch'egli infatti dasse in mano ai Fiorentini la Città di Pisa, le fortezze, e i castelli dello stato, e delle
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grosse somme di denaro, e che i Fiorentini altresì considerata l'incertezza dell'esito della guerra offrissero a lui cinquantamila fiorini, abitazioni, e privilegj in Firenze, ed il possesso delle isole di Capraja, della Gorgona, e del Giglio non se ne dubita. Sappiamo in oltre che con istrumento pubblico nella Chiesa dì S. Bartolommeo di Putignano nei sobborghi di Pisa fu fatta la capitolazione, o vendita piuttosto come anche il Giovio nel suo primo libro la giudica 84 e che ne furono dati reciprocamente gli ostaggi. Nel dì 14 d'ottobre dell'anno citato l'esercito Fiorentino entrò in Pisa con buona ordinanza osservando il patto espresso nella capitolazione di non fare offesa ad alcuno de' Cittadini. Jacopo Gianfigliazzi coll'insegna del giglio n'era alla testa, quindi ne veniva il Castellani con quegli della parte guelfa. Il Gambacorti a cavallo con i suoi aderenti si fece trovare alla porta di S. Marco pel dovuto officio di ricevere il General Capponi, e di dare a lui la consegna del dominio della Città. Questo Generale quando fu al palazzo degli Anziani
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con parole molto acconce, e con buona grazia fece un lungo ragionamento al popolo pisano, e nell' istessa forma gli rispose Bartolommeo Ciampoli a nome del medesimo 85 Troncando ogni allungamento su tal proposito accenneremo che molte delle migliori famiglie repubblicane, mal soffrendo di vivere sotto i Fiorentini, alle patrie mura voltando le spalle emigrarono in Palermo, ed in altre Città della Sicilia, e del Regno di Napoli, e che i Cittadini rimasti meditaron disegni di squotere l' odiato giogo: ma invano per lungo spazio di tempo. Grazie al favore del Re Carlo VIII, allorquando disceso in Italia alla conquista di Napoli in Pisa si trattenne, discacciati ne furono i Fiorentini, ed i Pisani ottennero il bramato intento di vedere spezzate le servili catene che pel corso di 88 anni gli strinsero 86 Quanto grave ne fosse il peso, chiaro si raccoglie nel libro secondo dell' Ist. d'Italia dal Guicciardini,
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ov' ei descrive il tristo ragionamento dell'imbasciatore pisano dinanzi al soprallodato Re Carlo dimorante in Roma, e per ordin suo pronunziato in faccia all'Imbasciator fiorentino. Noi, per esser lungo, ne riporteremo soltanto le ultime parole: Narrate le crudeltà dei Fiorentini, le acerbe esazioni, le rapine, la proibizione di far mercanzìe, di esercitar le arti, di aver cura degli argini, e dei fossi del contado, conservata sempre da Pisani antichi con esattissima diligenza….per queste cagioni cadere per tutto in terra le Chiese et i palagi et tanti nobili edificj pubblichi et privati, edificati con magnificenza et bellezza inestimabile de' maggiori suoi ec.. Scrive il medesimo Guicciardini che nell' anno 1495 il Re Carlo per le ragioni stesse onde aveva i Pisani sottratti alla servitù dei Fiorentini restituì a questi Livorno, al cui governo civile presedevano i Pisani soltanto, mentr'era francese la guarnigione. Si unirono questi ultimi con l'Imperatore, con i Veneziani, ed i Genovesi per espugnar quella piazza; ma essendo stata ben fortificata, e provvista fu vano ogni sforzo. Il patrio spirito de' Pisani dava ognora dei chiari segni di ravvivamento onde liberi mantenersi: ma ahi libertà passeggiera,
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che come nebbia al sol si dilegua, in breve tempo disparve. Molto ad essi dannoso fu il possesso che di Livorno presero i Fiorentini. Fatti eglino più baldanzosi, e forti circa al 1499 sotto le mura della Città desolata novellamente comparvero. E presa di mira la fortezza di Stampace ed aperta la breccia nella parte del bastione, che guarda il levante, la presero. Ma poiché riescì alle pisane truppe dopo un aspro conflitto di rispinger gli aggressori, perderla essi dovettero. Finalmente nel 1505 accadde l'assedio che della sorte dei Pisani onninamente decise. Noi ci serviremo delle parole dell'altro storico fiorentino Scipione Ammirato per darne un'idea: incominciò parlando del Comandante Bentivoglio nel sorger del sole dell'altro giorno a battere con undici cannoni dalla porta Calcesana infino a S. Francesco con tanto progresso, che a 22 ore era già rovinato poco meno di 40 braccia di muro. Non si perdé un momento di tempo per dar l'assalto con tremila fanti. Ma i Pisani non avendo in questo tempo fornito di fare il riparo…..comparvero animosamente ove era il bisogno, et faciendo gagliarda difesa sbigottirono in guisa i fanti che non fu pur uno, il quale ardisse di calar nel fosso che era fra il riparo e il muro rotto. Parendo per
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questo che si dovesse fare maggior batterìa, si tirarno le artiglierie la notte che seguì più oltre, si attese a tirare per tre dì, e fatta apertura non minore della prima, fu comandato l'assalto… I Pisani disposti prima a morire sulle rovine della loro Patria che venir per forza in mano dei Fiorentini, così gli uomini come le donne riparandosi cogli steccati, e con un fosso innanzi bravamente si difesero
. La consueta virtù costante degl'infelici assediati fu di tal tempra che vince il dire d'assai. Fino al 1509, non allentò essa giammai; e nemmen fin'allora i nemici di bloccar cessarono la Città. Finalmente Pisa condotta all' ultima desolazione, ed all'estremo orribil punto della fame, ed oppressa altresì da 14 anni di guerra crudele, a patti, e per trattato si rendette. Cadde Pisa Repubblica che fralle più famose dell' Europa, come furono Genova, e Venezia, poggiò in fama di grande, onorò se stessa, e l'Italia. Ella per più di due secoli fu il terror de' Seracini 87 Ella fregio decoroso degl'Imperatori soccorsi d'arme dette, e sparse tesori a prò
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di essi, e d' Enrico VII. in ispecie 88 Corredata di un magnifico e celebre Porto potentissima in mare divenne, e fu dominante altera di tutte le Isole tirrene traendo profitto dalle ricche miniere del ferro e dell'argento dell' Elba. Distendendo il suo dominio dall' Isola del Corvo verso Lerici fino a Civitavecchia, padrona fu di più di 500 Castelli, e terre di mura cinte in Toscana 89 per lo spazio di venti anni fu Signora di Lucca. Abbondante ella di cittadine genti, e di straniere ancora per attestato del Monaco Donizzone 90 distese colle prime il suo impero nell' Oriente, e quivi si arricchì di stabilimenti in tutte le piazze commercianti al pari dei potenti Veneziani, e dei Genovesi. Dessa la legislatrice del mare non senza ragione si denomina 91 Fu
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rispettata per i Consoli che teneva in Napoli, in Capua, in Puglia, in Calabria, in Venezia, in Palermo, in Messina, in Agrigento, in Cipro, in Costantinopoli 92 Accon, per tutta la Siria, in Gerusalemme, in Babilonia, nel Cairo, in Antiochia, in Tripoli in Tiro, in Damiata, in Alessandria, in Tunis, e e nelle marittime piazze delle Spagne. A tanta gloria d'armi, e di commercio quella di onorar le lettere, e di ristorar le Bell' Arti smarrite, principal' argomento di quest' opera, in lei si aggiunse 93 Considerata divenne per la sua Zecca che fu ben florida per via di ragione, se alle narrate cose il pensier si rivolge. Tracciando gli accreditati Monetografi il Muratori, il Carli, l' Argelati, ed il ereditata dal benemerito della Patria, ed ottimo Mons. Arciv. Zio di loro. V. il Zanetti Mon., e Zec. d'Ital. T. 2. p. 398., e T. 4. p. 55. Nella improntò monete in rame, in argento, ed in oro dal tempo de'Franchi e de' Longobardi fino
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ai primi anni del Zanetti 94 Racchiudendo essa alto cuore, non forza d'armi fu al certo, giudice ordinaria delle disputanti Nazioni, perché nella sua decadenza fu capace di far fronte a tutti i Guelfi, ed agli altri esteri nemici d'invidia tinti pel soverchio ingrandimento di lei. Bensì dei propri figli i tradimenti dal primo d' Ugolino incominciando, le inasprite ostilità, e le ostinate cittadine discordie dotto i nomi funesti di Guelfi, e di Ghibellini, di Bergolini, e di Raspanti, e dei Gambacorta in fine, desse tutte insieme senza prender pietà dell'oltraggiata augusta Donna gareggiarono col tempo distruggitore delle Città più superbe, e dei Regni a spegnere la vita di lui. Molto acconci fiano a chiudere il nostro istorico ragionamento quei versi, che nel canto 16 del suo Paradiso scrisse l'Alighieri da noi commendato sovente:

55Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal delle Cittade
Come del corpo el cibo che s'oppone…

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Se tu riguardi Luni, et Urbisaglia
Come sono ite, et come se ne vanno
60Dirieto a se Chiusi, e Sinigaglia
Udir come le schiatte si disfanno
Non ti parrà nuova cosa forte
Poscia che le Cittadi termin hanno.

Fine della Parte Prima.

2. PARTE SECONDA ISTORIA DELLE BELL'ARTI DOPO IL MILLE.

2.1. CAPITOLO I. I PISANI PRIMI RISTORATORI NEL SECOLO XI.


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Dall'amor del sapere, se principalmente alligna in anime sensibili non meno che dalla necessità l' aumento delle Arti più che dalle sole ricchezze procede. Per queste due cagioni i Pisani poco dopo il millele richiamarono a nuova vita. In tal epoca noi dobbiam fissare lo sguardo mal sostenendosi che il disegno esistesse anche prima del mille, tempo in cui 'l commercio, le Arti, e gli studj, vinti da lungo sonno languivano. Certa cosa è che sulle coste
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marittime le Arti più che' altrove si sostennero. Né andrebbe lungi dal vero chi affermasse non essersi giammai spento il disegno in Europa, se dir s' intenda di quello ideale meschino, e dalla più rozza natura dettato. Così fatte esser dovettero quelle sacre immagini, o almeno di mala maniera eseguite, ch'avanti il mille per lo più nei chiostri monacali stavansi ritirate; come pure quei vetri dipinti sotto Leone III., che forse furono i primi, di che parlano alcuni contemporanei nel Muratori 95 Ma allorché si trattò d'incamminar le Arti a miglior via, Pisa gloriosa comparve. Essa pel commercio, e pel favore dell'armi era ricchissima. Ma poiché altresì era di bel genio dotata, e di svegliato ingegno a grand' imprese avvezzo, imitando la Grecia consacrò le sue nobili cure a così lodevole oggetto: mal consigliato quel popolo d'animo basso che non lo apprezza. L'Architettura pertanto, la Scultura, e la Pittura eziandìo, come tutte sorelle ed indivisibili compagne, corsero in grembo a lei dimandando aita, e ristoro per disgombrare il tenebroso velo ond' erano
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avvolte. Nella più aggradevol foggia Pisa le accolse. Alla prima si applicarono a gara i cittadini. Colla seconda il disegno ad un grado condussero ch' al resto dell'Italia fu maraviglia, e norma; onde si può dir che seppero per causa di lei, servendoci di due versi del gran Torquato:

Spiriti vivaci risvegliare al core,
E strada aprirgli a non caduco onore.

Adopraron' eglino la Pittura con minore sforzo di miglioramento per le ragioni ch'a suo luogo addurremo, e per gli esempj che somministrano la Sicilia e la Magna Grecia, ove fiorente lo studio delle Bell'Arti, quelle dell' Architettura, e della Scultura primeggiarono. Or facendo mestiero di passare a ragionare di una scuola di tal sorte terrem' noi quella cronologica ordinanza che nel proemio ci proponemmo. E per non render delusi gli studiosi dell' Arti Belle con idolatrare quella sorte di partito o d'altro interesse che all'errore invita ci lusinghiamo di poter sodisfare al genio di loro con appoggiare i nostri detti alle più sicure notizie, ed ai fatti più che' alle parole. Per battere il primo sentiero suppliremo alla scarsità accaduta per colpa de' tempi col
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porre in campo quelle poche notizie che ci fu concesso di attingere dagli autografi libri. Per il secondo in virtù di non aver noi risparmiato fatica di disegno teorico-pratica, porrem sotto gli occhi oltre ad una classe d'ingegnosi soggetti una serie di pregiati monumenti. Conciosiaché questi alle autorità prefate congiunti renderanno a Pisa quel vero lustro in tal genere, ch'altri forse involontariamente le tolse; costituiranno senza questione la Scuola Pisana de' tempi di mezzo; ne segneranno i progressi, ed autenticamente l'istoria formeranno quella in generale delle Arti risorgenti in Italia.

2.2. CAPITOLO II. L' ARCHITETTURA NEL SECOLO XI.

2.2.1. PARAGRAFO 1. Vicende dell' Arte avanti l'epoca pisana.


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Dall'Architettura daremo incominciamento all' istorico lavoro, perché di quest'Arte onorevole, utile, e necessaria alla Repubblica si occuparono in primo luogo i Pisani. E stando all' indicato proponimento di ammaestrare, di giovare, e di recar diletto in filosofica guisa coll'osservanza della distribuzione de' tempi narreremo di essa sol quanto fa d'uopo per condurci a quell'epoca che alla pisana nazione assegna quel rango distinto che nel primo capitolo le attribuimmo. L'Architettura, Arte d'imitazione anche essa denominata, avvegnaché scevra di natural modello dalla necessità, e dal comodo della vita trasse il nascimento suo grossolano, e rozzo. I suoi avanzamenti furono a proporzione dell'umano raziocinio.
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A misura poi dell'industria essa a gradi più raffinata divenne, e si videro allora le abitazioni di solidità e d' ornamenti corredate. Omettendo di rintracciarla nelle vie malagevoli ed oscure dei primi tempi noi con Erodoto il più antico Scrittore di tal materia la ritroviamo circa agli anni del mondo 1802 nell' Impero Babilonese, e nell' Assiro intenta a grandeggiare nelle numerose torri di Ninive, ch'ebbe fama di Città bella, ed a sfoggiare nel tempio di Bel e nella prodigiosa piramidal torre di Babilonia, se la sua base in forma quadra si eccettua 96 In appresso lo spirito grande di Semiramide non cessò di coltivarla se non quando dalla mortal salma si disciolse. Quindi la ravvisiamo nelle grandi opere che il sapiente figlio di David eresse circa agli anni del mondo 2990. Diodoro, e Virgilio c'insegnano, che l'Ateniese fabbricatore del celebre laberinto fu il maggior artista dell' età sua, e che gli scolari con esso norma, e sistema dettero alle opere architettoniche oltre a quelle della
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statuaria; siccome Plinio attesta, che inventori furon' eglino di meccanici strumenti 97 L'opera di più di un secolo, o di circa a 25 Olimpiadi fu necessaria a disporre l'epoca fortunata delle Arti, e delle Scienze. Così bella gloria vantò la Grecia circa a cinque secoli prima dell' era volgare. In grembo a lei, ed in Atene principalmente l'Architettura in maestosa foggia abbellita comparve. Dal bel genio di Pericle sostenuta e protetta fece di sé la più magnifica, e superba mostra nelle ateniesi, e nelle spartane contrade, di tempj, di teatri, e di altre sontuose fabbriche adorne. Dopo quel regno mercé la grandezza ed il favor di Alessandro non meno bella, e fiorente delle due Arti sorelle quivi si mantenne. Vi soggiornò felice per lo spazio di 30. e più Olimpiadi. Nell' Olimpiade CXX. poco dopo la morte del nominato Eroe passò nell' Asia, e nell' Egitto. Dai seguaci di Seleuco fu ben accolta ed onorata nell' Asia, non men che nell' Egitto dai Tolomei. Frai Romani comparve sul finir della Repubblica. Quivi sotto il buon Augusto,
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regno felice per le scienze, e per le Arti, de' più bei fregi magnificamente adorna si rendette. Vitruvio contemporaneo, Autor rispettabile di un architettonico sistema di tal verità ci assicura, e ne fan chiara fede i preziosi avanzi delle Terme, degli Anfiteatri, e de' Tempj. Tal si mantenne l'Arte nostra per qualche secolo in seno all'Italia, cioè dal principio dell' era volgare a tutto il IV secolo. Il regno di Costantino fu l' epoca della sua decadenza. Giustiniano II. con prodiga mano la sostenne, e già sappiamo che per ordine suo esercitò il suo talento Isidoro, e che fu riedificato da Antemio in Costantinopoli il gran Tempio di S. Sofia. Dopo la morte del soprallodato Imperatore, per le irruzioni dei Longobardi, sproporzionata, e dalla barbarie mal concia l' Architettura divenne. Nulladimeno del sesto secolo, in cui Leone Vescovo, ed altri regolari la coltivarono, volle far qualche sfoggio e principalmente nella Chiesa di S. Dionigi sotto Clotario Re di Francia, e sotto Alderano Re de' Mori in Cordova. Respirò anche meglio nell' VIII secolo. per opera di Carlo Magno, perocché desso proteggendo, ed incoraggiando gli Artisti, fece de' grandi e per lo più sacri edifizj
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innalzare. Dopo l' interregno dei Longobardi, e la barbarie de' Visigoti l'Arte nostra nel X secolo. depose le gravi spoglie, ed ornata, e leggera anche di soverchio comparve. Ma già il breve tratto istorico, su di cui non è nostro assunto di trattenerci lungamente, ci ha condotto all' epoca pisana.

2.2.2. PARAGRAFO 2. Buschetto Capo della Scuola Pisana.

Poiché i primi passi de' nostri Pisani furono rivolti all' Architettura, come già dicemmo, fu gran mercé del prelodato animo di loro, dei sensi delicati per natura, e dei lumi acquistati dai viaggi ben noti, e forse ancora dalla preziose reliquie dell'antichità rimaste, che la grande idea formassero d' innalzare un Tempio in estraordinaria foggia, e che per effettuarla, il pensamento necessario adottassero di andare in traccia del maggior maestro di tal' Arte. Per avventura lo ritrovaron' eglino in Buschetto. Questi al grand'uopo prescelto in virtù del bel genio pisano ebbe campo di far fiorire l' elevato suo talento e di destar l'animo suo civilizzato all'amor della gloria.
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Per così fortunata combinazione l' Architettura dall' infelice stato, e dal letargo in cui giacea nel X secolo sollevata si disciolse. Nel superbo edifizio del Duomo di Pisa impiegata il primo notabil ristoramento ne ottenne, e vide l' alba foriera de' suoi bei giorni. Che un tal vantaggio all'Arte ed ai paesi ne accada allor quando i soprantendenti alle fabbriche d' importanza portano amore ed intelligenza all'Arti bisogna convenirne. Perocché allor ne deriva una buona scelta di Artefici; e dalla capacità di operare in questi, e d'intendere in quegli ne risulta eccellenza di esecuzione, utilità a chi ordina, ed ornamento al paese. Grazie al genio de'Grandi godono a' dì nostri simil vantaggio le Capitali in ispecie Parigi, e Milano; in quest'ultima con proprietà relativa, e con molto decoro, e spesa il magnifico Duomo viemaggiormente si abbella. Egli è desiderabile, che anche fra noi or che l' istesso Gran Luminare ci aggiorna una tal sorte accada; e che non essendo ogni virtù sbandita, sempre lungi ne stia il mal costume di destinare alla direzione dei luoghi illustri persona di tutto altro istruita, e che parla più di quel che meno intende.
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Ma sopra di ciò ogni altra sana riflessione troncando ritorniamo al nostro Architetto. Buschetto, se dalla Grecia piuttosto, che dall' Italia, e da Pisa principalmente traesse i natali, noi senza prove certe non osiam di decidere. Ch' ei fosse di greca origine, l'antica tradizione lo vuole, e molti scrittori lo affermano. Per non ragionar soverchio non esporremo ciò che va supponendo Flaminio Dal Borgo ne' suoi scritti 98 mentr' ei non fa che riprendere il Can. Martini di non avere intesa l' iscrizion sepolcrale. Nemmeno anderemo dietro a semplici congetture per rintracciarne l' origine piuttosto da Pisa, che dalla Grecia. Né sappiamo quanto possano sostenersi, sottoponendole alle regole della sana critica, tanto la seguente congettura stimata fralle migliori, quanto l'autorità, che addurremo di passaggio, affinché ognuno possa darle il giusto peso. La congettura ella è, che rimasta povera l' Italia di artefici, da che spenta l'Arte in Roma si trasferì in Costantinopoli, facesse mestiero ai Pisani viaggiatori, e floridi commercianti di ricorrer là dove aveva essa il nido, o in altre parti del
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Levante. Così fecero in fatti circa a quel tempo i Veneziani, e l'Abate Desiderio di Monte Cassino 99 in quella nuova Atene. Concorde a questa fia la notizia, che i Pisani Buschetum ex Graecia favore Costantinopolitani Imperatoris obtinuerunt per quanto apocrife si sospettino le antiche carte Pisane, ond'ella è tratta 100 Riguardo poi all' autorità divisata ella è dello Scrittore anonimo del Santuario Pisano, che afferma di aver tradotto dai libri originali dell' opera i nomi dei primi Uffiziali della medesima, e fra questi quello di Buschetto da Dulichio e che tutti gli altri confrontano colle famiglie d'allora. E giacché una tal notizia l'idea ne risveglia, abbiano finalmente quella fede che meritano coloro, che per forza di ragione argomentano, che i nostri vecchi non dalla iscrizione, né da altre fallaci persuasive, ma da sicuri fonti a noi sconosciuti l' opinione traessero. Malgrado tuttociò noi avremmo desiderato di trovar
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documenti onde alla Patria nostra attribuir l'onor di aver prodotto un tanto meraviglioso Artefice. Ma le forze al desiderio mancando ci contenteremo in questo luogo di osservare, che il nome Busketus, come si legge nell'antica lapida, può convenir benissimo a un nome greco latinizzato alla maniera, e all'uso di que'tempi, e che da ciò certamente non può trarsi un plausibile argomento per provare, che Buschetto non fosse greco d'origine. S'io non temessi d'esser lungo, potrei riportare molte riflessioni espostemi in una lettera da un celebre Professore di questa Università 101 comprovanti una tale osservazione, e che giustificano l'indeciso mio giudizio. Ma mi restingerò soltanto a riferirne alcune della più essenziali colle medesime sue parole: Esser fuor di controversia, che l'opinione, che fa Buschetto greco di patria, meriti la preferenza sopra l'altra, che lo fa Pisano, o almeno Italiano. Quella è di tutti gli Scrittori Pisani, nessuno eccettuato, ciascun dei quali, sebben posteriore all'età di Buschetto, è per altro molto verisimile, che ne abbia
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veduti autentici documenti, o perduti posteriormente, o sepolti di nuovo nella polvere degli Archivj. Certamente Pietro Cardosi Autore del Santuario Pisano dice di aver ricavata questa notizia dagli antichi libri dell' Opera
102 il quale se molte altre cose ha fedelmente trascritto, perché s'avrà da giudicare impostore intorno a Buschetto? questo universal consenso degli Scrittori dimostra almeno una univeral tradizione orale del Popolo Pisano costantemente mantenutasi fino a'loro tempi, la quale non è verisimile che potesse variare senza che di tal variazione rimanesse vestigio alcuno; né potrebbe sospettarsi o d' ignoranza in cosa così semplice, o di malizia nell'aver dato alla Grecia, e tolto a Pisa contro ogni interesse nazionale un uomo sì illustre. Ora a confronto di tutto ciò, che pure ha molto peso, che cosa si adduce a favore dell' altra opinione, che finalmente è nata sola da pochi mesi? Buschetto è nome Italiano: dunque il nominato apparteneva a Pisa, o almeno all' Italia. Eccone tutto il discorso. Ma questo in amendue le sue parti è vano, se non anche ridicolo. Se Buschetto è nome Italiano, Buskettos, o anche meglio Buskeptos
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è egualmente nome Greco; e se frai nomi Greci a noi noti non troviamo Buskeptos nemmen troviamo Buschetto frai nomi a noi noti Italiani. Ma chi è che sappia, o abbia saputo, o saprà giammai i nomi, di cui è capace una lingua o per ragione, o per caso, o per bizzarrìa? Che se la voce Buschetto ha qualche svanita analogia colla voce Italiana buscare, e altra simile, da cui nulla per altro di buono può rilevarsi, la voce Buskeptos ne ha una più fondata colla voce Buskeptomai, considerare altamente, da cui derivandosi significherebbe un alto consideratore, un alto ingegno, nome convenientissimo a un grand'Architetto. Sebbene queste fredde analogìe, queste forzate derivazioni a che vagliono finalmente? a confonder tutti i linguaggi, avendone voglia, ciascuno de'quali essendo composto degl'istessi suoni, non è possibile, ammessi ancora i dissimilari del Leibnizio, che per tutto non s'incontrino sovente combinazioni ora simili, ed or l' istesse, quantunque senza alcuna dependenza fra loro né di origine, né di significato. Non v' ha dunque ragione alcuna di torre alla Grecia la voce Buschetto, e darla all' Italia. Ma quando si avessero tutte quelle, sulle quali legittimamente si giudica di tali materie, basterebbe per torle colla voce
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anche la Persona? Nò certamente; converrebbe provare in oltre, che una tal voce, un tal nome non vi potè passare con alcuno di quegli infiniti Italiani, che insieme con tanti altri Popoli dai quattro venti v'inondarono specialmente dopo i tempi di Costantino, e che ne alterarono la Religione, le Scienze, la lingua, i costumi, che ne fecero in sostanza una nuova Grecia, ed oh quanto diversa da quell'antica! Or questa prova s'è mai fatta? è impossibile a farsi? Sicché ammesso ancora quel che non è, che la voce
Buschetto fosse pretta Italiana, la di lui Patria italiana resterebbe in fine niente men che conclusa. La recente opinione adunque che lo fa Pisano, o Italiano è senza fondamento, ed i trapassati Pisani meritano somma lode per essersi mostrati in questo punto più amici della verità, che dell' onore della loro nazione. Or molti mi mossero ad apportare in questa seconda edizione la lettera del ch. Tiraboschi tanto benemerito della Letteratura Italiana. Ella è molto acconcia ed onorevole alla nostra materia, sì perché conferma la gloria di Pisa, e dell' Arte sua, come perché dietro al parere allegato dal Bianucci tratta dell' origine di Buschetto. Passi per altro il Lettore tutto ciò che a me appartenente per solo tratto di somma gentilezza da lui si dice. Signore, Giorni sono mi è stato recato il Tomo II. della sua Pisa Illustrata, di cui colla consueta sua gentilezza ha voluto farmi un cortese dono. Per esso io le professo, come debbo la più sincera riconoscenza, e tanto maggiore, quanto meno io conosca di aver meritato un sì pregievol dono. Io mi son divorato il libro con incredibile piacere, perché l' ho trovato pieno di notizie nuove ed interessanti di bellissimi lumi per le teorìe dell'arti, e di giustissime riflessioni, e perché con esso sempre più si conferma a codesta Illustre Città la gloria di essere stata la prima a richiamare le belle Arti all' antica eleganza. Ciò debbo anche renderle grazie per la frequente e troppo onorata menzione, che vi ha voluta far del mio nome. Veggo che ella, e il fu Sig. Dott. Bianucci inclinano a credere Buschetto Greco, né io mi ostinerò in dirlo Italiano. Veggo però della contradizione tra ciò che dice il Dott. Bianucci che tutti gli Scrittori Pisani nessuno eccettuatone, fanno Buschetto nativo di Grecia, e ciò che si dice nelle note all' Elogio di Giunta nel T. I. degli Illustri
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Pisani pag. 252. Noi per un vecchio possesso di oltre sette secoli lo crederemo Pisano. Il Dott. Bianucci dice che Buschetto può esser nome Greco, e che se non è Greco non è neppure Italiano. Quanto alla prima parte non so se potrà trovarsi un nome proprio Greco che finisca in etto. Quanto alla seconda noi abbiamo qui a buon conto la Famiglia Boschetti che nelle antiche carte talvolta si dice Buschetus, e tante altre ne ha l'Italia di somigliante terminazione. L'Autorità del libro delle Riformagioni da lei citato nel T. 1. pag. 30 avrebbe molta forza se potesse provarsi che fosse d' autore contemporaneo, o che egli avesse fedelmente copiati i libri di codesta Opera. Ma né provasi la prima parte né la seconda. Anzi provasi, che la memoria non è esatta perché ella prova (T. 1. pag. 10), che la prima pietra del Duomo fu posta l'anno 1063, o 1064, e il Codice Fiorentino fissa l'anno 1080. Non vi è dunque documento sicuro, che ci mostri Buschetto natìo della Grecia. Gli autori posteriori, che l' hanno affermato, possono essere stati tratti in errore, o dall' iscrizione attribuendo a Buschetto ciò che ivi si dice di Dedalo, o dell' opinione allora comune, che tutti gli artisti dell' XI, e del XII. secolo fossero Greci. Il nome di Buschetto è certamente più Italiano, che Greco. Tutto ciò
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parmi che potesse indurre il Sig. Dott. Bianucci a non dire ridicolo il raziocinio fatto per credere Buschetto Italiano, e a non dire che essa era opinione nata da pochi mesi, mentre pure ei poteva sapere, che questa fu anche l' opinione del Dal Borgo. Ho letto con piacere ciò che Ella dice intorno a quadri, che diconsi pinti ad olio, fino del secolo XIII., e XIV., e la giustissima riflessione, che Ella fa, m'era stata fatta mesi sono dal Sig. Antonio Armanno, che ha molte cognizioni in questo genere. Se mi è nondimeno lecito proporre un dubbio in una materia nella quale mi confesso totalmente ignorante, mi pare che dovrebbe trovarsi qualche diversità tra un quadro lavorato con colori misti ad olio, e un quadro lavorato a colori, senza olio, a cui pure sia stata sopraposta una vernice, e che un maestro nell'arte e diligente osservatore potrebbe conoscere, se il quadro sia della prima o seconda maniera. Se ciò è praticabile, sarebbe a bramarsi che si facesse questo tentativo con alcuni di questi quadri. Aggiungo a ciò, che il quadro di Tommaso da Modena, che ora è in Vienna è stato fino ai tempi di Giuseppe II. abbandonato in un Castello della Boemia, ove è difficile che si pensasse a inverniciarlo. Perdoni di grazia, Sig. Alessandro stimatissimo questa lunga e nojosa cicalata, e
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l'attribuisce alla stima, che fò del molto suo merito, e della sua bellissima Opera, che certamente è una delle più interessanti, che abbia avuta l'Italia in questi ultimi anni riguardo alla storia delle Belle Arti. Mi protesto col più riverente ossequio. Di VS.
Modena 3 Decembre 1792. Dev.mo Obb.mo Servitore Girolamo Tiraboschi. Noi professando vera stima ben dovuta all'erudito Scrittore della prefata lettera, né osando di rigettare la ragionata inclinazione di lui conchiuderemo, che qualunque si fosse l' origine del nostro Architetto vero è, che desso per la nostra Pisa prodiga remuneratrice del valor suo singolare si distinse in modo, che giunse alla memoria de' posteri come il Maestro e l'Autore della risorgente Architettura in Italia. Simili elogi di lui vanno già in mille carte espressi. Il nostro Vasari fra gli altri scrittori nel suo proemio appella Buschetto rarissimo in quell'età; ed altrove si esprime:
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ch'ei diede principio all'Arti del Disegno in Toscana, e che fu gran cosa metter mano ad un corpo di Chiesa così fatto di cinque navate e quasi tutto di marmo dentro, e fuori. Non è da tacersi, che l'Arte meccanica altra prerogativa fu dell'eccellente Maestro. L'intelligenza sua particolare nelle macchine fece sì ch'oltre alla cognizione di ciò che può destare incanto, e che il bello architettonico forma, ebbe egli ancor la maniera facile, ed ingegnosa per eseguirlo ; e pertanto d' ornamenti valutabili arricchì il suo bel Tempio. Eterna prova di tanta singolarità di Buschetto ognor sarà l'iscrizione incisa nel marmo che ne racchiuse il mortal velo, e che noi riporteremo descrivendo la facciata di quel Tempio ov' è collocata.

2.2.3. PARAGRAFO 3. Allievi di Buschetto comprovanti la Scuola Pisana.

Fra gli Architetti, che ammaestrar si dovettero sotto l'encomiato Buschetto abbia per noi il primo posto Rainaldo. Questi nell' esecuzione della Grand'Opera di lui spiegò i suoi talenti; il miglior Maestro di quell' età frai Pisani coltivatori di
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tal'Arte comparve, e meritò l'elogio scolpito in marmo, che nell' anzidetta facciata ritroveremo, unendovi opportunamente le nostre osservazioni. Qui ci prendiam pensiero di dire, che quel che si fece per opera di Buschetto, e di Rainaldo presso di noi basta a convincer coloro, che indistintamente affermano che all'Italia mancasse in quei tempi calamitosi ogni lume di buona Architettura. E senza cercare quel che si facesse altrove basta a noi di poter dire, che la Pisana Repubblica fu il nido, in cui si nutriron quegli ch'erano destinati a farla risorgere. I premj, e gli onori, ch' ella accordava a questi, le cure che adoperava per trasportare da lontani paesi quel che mancava al proprio suolo, un certo gusto che cominciava a diffondersi ne' suoi cittadini, l'amor della gloria, e della magnificenza ch'era in tutti, la sicurezza di poter'esser'ella maestra alle altre Nazioni produssero quello, che tuttora fa l'ammirazione del culto forestiere. In fatti dopo di essersi eretta in Pisa la bella Cattedrale, le più illustri Città dell'Italia furono animate dallo stesso bel desiderio di erigere a Dio grandiosi Tempj. Né perciò solamente si giovarono l'estere Nazioni dell'esempio, e dell' ajuto dei
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Pisani, ma a questi ancora per altri bisogni ricorsero. Molte antiche carte, ed il Vasari stesso attestano, che così fecero i Milanesi per l' oggetto di costruir macchine militari, poiché il gran meccanico Buschetto aveva tramandato alla sua scuola l'arte di farne per ogni uso di pace, e di guerra. Ma una tal notizia come appartenente ai primi anni del sec. XII. verrà in esso meglio dichiarata. Il Muratori attesta, che sullo spirar del secolo XI., in cui la Cattedrale Pisana s' incamminava al suo compimento, Chiese, e Basiliche rinnovate furono in Venezia, in Verona, in Modena, in Piacenza, in Lucca, in Pistoja, ed in Pisa stessa per tacer d'altre Città dell' Italia 103 In Pisa difatti a prò dell'argomento nostro veglian tutt'ora dei Monumenti sacri malgrado ch' altri siano stati spenti a' dì nostri. Fra questi citeremo la Chiesa di S. Vito di non mediocre grandezza, il cui lato meridionale era spartito, ed ornato di marmi a similitudine del prelodato Tempio, come nel terzo volume ci converrà meglio accennare. Riguardo ai Monumenti ch' esistono ancora, la gran Chiesa di
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S. Paolo, e quella di S. Matteo concorrono meglio che le altre a provar di fatto, che presso allo spirare del secolo XI. riscaldati gli animi dei Pisani all' amore dell' Arte, e della gloria, pensaron' eglino ad incoraggiar gli Artefici, ad accrescer lustro alla scuola ingrandita di Buschetto, e ad abbellir la Città con ornati simili di ricca materia composti: virtù sbandita a' dì nostri. Il Tempio mentovato di S. Paolo anche per poco che all' esterno si consideri, nella perfetta imitazione dell'applaudito esemplare primeggia; e godiamo che il Sig. Milizia scrittore intelligente di architettonici precetti abbia in tal guisa opinato. Ma degli abbellimenti, e dell'originaria struttura di esso ne parleremo nel terzo tomo ove frai pubblici edifizj descriverlo dovremo. Quivi ancora faremo conoscere quella parte della sopraindicata Chiesa di S. Matteo che appella alla prelodata scuola indubitatamente. Ma tempo è ormai che la nostra penna si adopri ad illustrare in tutte le sue parti quell'insigne Monumento sol fin qui nominato, che fa epoca nell'Arte del secolo di cui ragioniamo.

2.3. CAPITOLO III. DUOMO DI PISA.

2.3.1. PARAGRAFO 1. Qualità architettoniche, e origine della fabbrica.


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La regolare unione di tutte le parti che compongono un Tempio, l' imbasamento molto elevato dal suolo, sovra di cui egli posa, il giro spazioso di libera piazza ove isolato trionfa, la piazza medesima alquanto superiore al piano della Città, ed a cui si apre l' ingresso per larghissime strade, son rari pregj meritamente esaltati da Leon Battista Alberti, e da altri Scrittori di architettoniche dottrine: e questi meravigliosamente compariscono nella nostra celebre Primaziale. A lei d' intorno sono vagamente disposte tre altre rinomate fabbriche, Battistero, Campanile, e Camposanto. Una sì bella unione di quattro rispettabili Monumenti produce un nobile sorprendente prospetto teatrale, si rende unica in Europa, e forma il più cospicuo
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ornamento di Pisa. Ella in oltre somministra una chiara idea della potenza, e della ricchezza di quella città onde famosa si rendette specialmente ne'due secoli dopo il mille 104 denota a sufficienza che la medesima fu in que' tempi l'Atene dell'Arte risorgente. Né fia meraviglia, se una Nazione già florida, e adulta mostra scevro lo spirito delle più basse, e materiali nozioni, ed affinata si scorge nelle idee più sublimi, e delicate. L'edifizio che il primo ad illustrare imprendo come il più antico degli altri, e come onor dell' Arte del secolo XI. portò già il vanto sopra tutti quegli eretti nei rozzi secoli, e passa anche presentemente per una della più belle Cattedrali che vanti 'l Culto della cattolica Religione. Giova a noi di repetere ch' ei risvegliando in Italia, e principalmente in Toscana l'animo di molti a belle imprese fu cagione, che si dette principio a varj edificj in quel secolo di ragionevole architettura prima che prendesse generalmente possesso il germanico stile, che circa al 250 fra noi s'introdusse. Quasi un simile
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miglioramento la medesima Italia sotto Carlo Magno quando si liberò dai Barbari nell' ottavo secolo, nel quale alcuni Architetti raddolcirono in parte la longobardica sproporzionata goffezza, sforzandosi d'imitare il buon'ordine antico, come osserva l'eruditissimo Muratori. Questa maniera di architettare non ebbe più relazione colla gotica antica, ma con un innesto di barbaro stile al bello dell'antichità fu distinta dagli Antiquarj eruditi col nome di Greco-barbara. Siccome chiamarono Arabo-tedesca la maniera del decimoquarto secolo, e Greco-tedesca, o Gotica moderna greca quella del decimoquinto nei primi ristabilimenti della buona Architettura in Toscana. La nostra si può chiamar simile a quella praticata nel quarto secolo sotto Costantino, epoca del traviamento dell'Arte, come potrà combinare chi ammirò nella Città di Roma varj Tempj eretti sotto il detto Imperatore, e specialmente la gran Basilica di S. Paolo, dove sempre si mantenne una certa greca proporzione ad onta della decadenza dell' architettura, giacché il variar delle cose succede sempre per insensibili degradazioni 105
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Qui non ha luogo la precipitosa opinione di coloro, che senza differenza alcuna avviliscono quegli edifizj ancorché splendidi, e magnifici, che son di costruzione barbara, e che alla confusa chiamano col nome improprio di gotico tutto quello, che partecipa d' indole barbarica. Gli edifizj detti volgarmente gotici non in tutto, e non sempre son difettosi, e l'innesto delle due specie d' architettura non è sempre una spiacevole sconcordanza. All'osservator di buon gusto, e al delicato ammiratore della sola vera bellezza non intende di far passar quest'opera per un modello dell'Arte architettonica. L'uno, e l'altro sanamente decidano, s'ella è per quel tempo meravigliosa; e se coll'indicato innesto non solo sia di dissonanza scevra, ma greca nelle essenziali parti, e discretamente barbara nelle accessorie unisca alla magnificenza dei marmi quella maestà che spesso manca agli edifizj sulla norma della moderna bellezza costrutti. I medesimi proveranno ancora, come provo io stesso che il nostro Tempio, quando che per la vista all' animo si presenta, produce un certo incanto, e dilettando appaga, sicuro effetto di quell'accordo d'impressioni, che nasce dalla proporzione, e dal consenso delle parti, principali cagioni della
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bellezza dell'architettura. I difetti che compariscono sì nella mancanza di un determinato numero di dette parti, come ricercherebbe la leggiadrìa, sì nella qualità di certi antichi ornamenti, sono moderatamente adoprati, né son tali da distruggere intieramente la sodezza, e la indicata proporzione dell'opera commendata, ed in conseguenza non tolgono a lei il merito di bella, e la rara prerogativa di dilettare i riguardanti. Tanti bei pregj suoi ella deve a Buschetto, che come primo sorprendente Maestro, e Capo-scuola d'Architettura nel sec. XI. abbiam di sopra encomiato. Or fa d'uopo di accennare, che una delle più splendide imprese dei Pisani forma l'epoca luminosa di questa Basilica. Se fino dal principio del VII secolo. secolo per la scarsità degli Storici di quei tempi, e per la fatalità degl' incendj restarono nelle tenebre involti tanti anteriori fasti di loro, con altrettanto splendore alla fine del decimo ricorsero 106 Allora fu che dopo di
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aver condotte a buon fine molte nobili imprese nell'isola di Lipari, ed in Affrica, e dopo di aver domato in più luoghi della Sicilia l' orgoglio dei Barbari in ajuto di Roberto Guiscardo Duca di Puglia, e di Ruggiero suo fratello, finalmente nell'anno 1063 soli sotto il comando del nobile Giovanni Orlandi uno dei Consoli tentarono l' espugnazione dell' antichissima città di Palermo con sì felice evento, che spezzata la catena del porto s'impadronirono di sei navi cariche di ricche merci, e vittoriosi alla patria fecero ritorno. Attestano sì segnalata impresa gli annali di Pisa, e della Sicilia; vien riferita dall'eruditissimo Muratori nella sua Storia d'Italia 107 scolpita in antichi caratteri la leggeremo in appresso. Le riportate ricchissime spoglie suscitarono negli animi dei Pisani inclinati alla magnificenza, ed alle Belle Arti l'idea nobile, e grande d'impiegarne il
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considerabil prodotto in erigere un Tempio, che degno si rendesse dall'ammirazione di tutti per la grandezza della spesa, e per una nuova in quei tempi architettonica struttura. Così quei valorosi Cittadini ebbero in considerazione la dignità della Città loro; e sulle onorevoli orme degli antichi Eroi unirono sempre alla potenza la nobiltà del pensare, onde procacciarsi fama presso i posteri. Per tanto per dar effetto al gran pensiero fu demolita l'antichissima Chiesa di S. Reparata, nota principalmente per gli scritti di Raffaello Volaterrano, per la cronaca pisana pubblicata dal Muratori, e per la carta topografica prodotta da Flaminio dal Borgo nella sua storia pisana. Questa al riferir di Gio. Marangoni 108 Del Tronci e di alcuni moderni Storici era già stata costrutta nel quarto secolo sulle rovine delle terme di Adriano. Ma credono Michele di Montagna 109 il Roncioni predetto 110 ch'ella più tosto sui fondamenti di porzione del
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palazzo di detto Imperatore si erigesse, perché le terme erano altrove, e secondo il parere del Cardinal Noris dalla porta a Lucca al Campanil del Duomo si distendevano 111 Quindi sul fine dell'anno medesimo 1063, o sia sul principio dell'anno pisano 1064 fu gettata la prima pietra dell'edifizio sotto il Pontificato di Alessandro II., e sotto Enrico III. Imperatore, essendo Vescovo di Pisa Widone, o Guidone di nazione Pavese. Senza consultar gli Scrittori ella è chiara una tal epoca per l'appresso inscrizione, che smentisce il Vasari assegnandola nel suo proemio al mille sedici. Egli ebbe poi fine circa all'anno 1092 secondo le sopra riferite memorie, e nel 1100 secondo altre esistenti nella biblioteca magliabechiana, e giusta la cronaca pisana attribuita a Bernardo Marangone 112 Molto consideratamente avevano già provveduto i Pisani, che sì magnifica Chiesa avesse convenevol dote, ad oggetto di viemaggiormente arricchirla di ornati, e conservarla alla posterità. Perocché nell' anno 1089 spedirono in Alemagna Ambasciatori Gualando Orlandi, e
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Aldebrando de' Visconti ad Enrico Imperatore a chiedere varj luoghi nel territorio di Val di Serchio per dote del Duomo, e gli ottennero 113 Molto ancora alla ricchezza, e alla dignità di esso contribuì la gran Contessa Matilde, che fin dall'anno 1103. come abbiamo dal Tronci, alcuni beni gli concesse ad effetto, che all'intero compimento recato fosse; né ciò distrugge la soprallegata testimonianza del Marangone. Ad istanza della medesima fu l'Episcopio pisani inalzato alla dignità maggiore di Arcivescovado da Papa Urbano II. 114 Daimberto fu il primo de' Vescovi a esser dichiarato Arcivescovo, e Primate di Corsica, e di Sardegna. In appresso, cioè nell'an. 1118. Gelasio II. la conferma ne fece; consacrò la Chiesa, dedicandola alla gran Madre di Dio, ed ornò la medesima, ed il Senato ancora di bellissimi privilegj, come ne fa menzione Pietro Diacono nelle cronache cassinensi 115

2.3.2. PARAGRAFO 2. Facciata.


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Prima di ogni altra cosa giusto è ch'ella facciata il mio ragionar si rivolga, come la più nobil parte esteriore di un edifizio. E giacché molte delle principali Chiese dell'Italia son mancanti di una tale essenzialissima decorazione, la nostra facciata oltre l'intrinseco suo merito pel tempo in cui fu fatta, si rende maggiormente degna d'osservazione, ond'io colle più semplici, ma non inutili parole distintamente la descriva. Ella è rivolta a ponente; e se col magistero del disegno, e con una total sodezza l'occhio non appaga, offre per altro il raro pregio dell'eleganza predominando a colpo d'occhio senza eccesso l'altezza alla maggior larghezza; e perché tutta è composta di marmi, e di varie pietre egiziane, nobiltà e magnificenza nella fantasìa risveglia. I suoi ornamenti per la ricca materia, e pei numerosi non volgari intagli fan decorosa comparsa, né tutti si discostano dalla greca norma. Eccone la disposizione. Cinquantotto colonne distribuite in cinque ordini formano un vago
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compartimento. In quattro di essi compariscon elleno isolate ed equidistanti dalla parete, dimodoché ne risulta un nobil peristilio di quattro loggiati, uno sopra l'altro. La maggior parte di esse sono di marmo bianco greco, e lunense; ve ne sono di bel granito orientale rosso, e di quel cenerino tirato a buon pulimento. Una è di bellissimo porfido, come tutto io stesso da vicino osservai 116 Nel prim' ordine sei alte colonne di bel marmo bianco incassate nei pilastri, e due ante-pilastri quadrati sugli angoli sostengono con grata simetrìa sette grandi arcate, che voltano in semicerchio, ond'esso per la buona architettura dagli altri si distingue. Le due colonne corilitiche giustamente collocate dall' Architetto a fregiar la regia porta richiamano l' occhio dell'osservatore per l'intaglio a fiorami, che tutta la superficie ne adorna. Il lavoro è
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antico, greco, o egiziano che sia 117 giacché fra gli antichi Greci, e gli Egizj si ornavano in tal guisa le colonne destinate ad arricchire i Tempj, come osserva Strabone 118 Intorno al fusto delle altre quattro colonne girano delle scannellature ripiene a dati intervalli di bacche d' ellera, e di rose. I capitelli di scultura parimente antichi son degni anch'essi di considerazione; i corintj pel sottil lavoro, ed i compositi per lo stil' egizio. In questi gli animali, i putti, ed altre figure geroglifiche fan le veci dei caulicoli. Scherzoso è quello, ove al vivo espressi son due leoni, che mentre sulle foglie situati sostengon l' abaco, due capi di timidi animali che gli escono dalla bocca, formano lo sporgimento de' caulicoli. Il lavoro dell'acconciatura delle teste, piuttosto che indicare il predetto stile, sembra un'imitazione di quello che sotto gl' Imperatori Romani si praticava sovente. Marmi bianchi da liste di marmo ceruleo divisati vestono le mura, ed un fregio di non ordinario intaglio incastrato prende lo spazio di due
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arcate. Altro simile scompartito a formelle quadre con rosoni, ed altri sottili fogliami, lavoro forse di antica mano industre, gli stipiti, ed il sopracciglio delle due porte laterali circonda. Passando al second'ordine, egli è composto di diciotto colonne eguali ma d'inferior grandezza alle prime; queste co' due pilastri sugli angoli diciannove piccoli archi sostengono. Altrettante formano il terzo a differenza, che dieci vanno diminuendo secondo l'inclinazione dei piani fino quasi al semplice capitello: cosa difettosa nell'arte. Nove se ne contano nel quarto, che all'uso barbaro non piombano sulle sottoposte, e sette nel quinto, che degradano come sopra. Termina la facciata in un solo frontespizio triangolare, che supera in altezza gli altri due mezzi frontespizj indicanti le minori navi, ciò che viene approvato dal buon gusto palladiano. Scrisse Giorgio Vasari di Buschetto nel suo proemio 119 Ed oltre alle altre cose nella facciata dinanzi con gran numero di colonne accomodò il diminuire del frontespizio molto ingegnosamente, quello di varj, e diversi
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intagli d'altre colonne, e di statue antiche adornando
. I capitelli delle quattro indicate loggie sono la maggior parte moderni sostituiti ali antichi guasti dal tempo, fra' quali ne restano alcuni composti di sole quattro teste di leoni, e di uomini di ragionevol disegno sull'indicato stile egizio, e anche etrusco, come alcuni pretendono. Gli archi, e le cornici andanti al di sopra di essi, ed altri fregi son tutti in varie guise nobilmente arricchiti d' intagli. Non resti inosservato l' antico bassorilievo della cornice del second'ordine, dove son bene adattate varie specie di animali, e ciascun pezzo mostra la mano di bravo Scultore. Varie teste di uomini, e di bestie sono scompartite nel centro degli archi, ed altrove; e fra di esse alcuna se ne osserva non ordinariamente delineata. Finalmente due mezzi leoni posando maestosamente sulla cima delle già lodate colonne guardano il principale ingresso. Con tali rappresentazioni di figure diverse, maschere, rosoni, e simili altri ornati decorando Buschetto così bell'opera imitò le bellissime degli antichi, i quali con la varietà di sì eleganti forme credettero di dilettar maggiormente; e forse nelle teste umane diverse fra loro imitar
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volle que' vecchi Architetti, che ornavano i pubblici edifizj delle effigie dei vinti nemici secondo il sentimento di Vitruvio 120 imitò parimente nei sopraccitati leoni i Greci e gli Egizj, che studiosi dell'arte simbolica soleano situargli per lo più sulle soglie de' sacri Tempj, come narra Valeriano 121 segno di maestà, e come vigili custodi delle cose divine. Erano talvolta geroglifici tutte le suddette rappresentanze, e quelle ancora di frutta, e di fiori. Simili cose s'incontrano in quasi tutte le antiche Chiese, perché i primi Cristiani da tali usi non si allontanarono 122 Sulle estremità de' frontespizj s' inalzano cinque statue di marmo bianco della rozza maniera di que' tempi. Dimostran' elleno, che la Statuaria decaduta dalla sua nobiltà dopo la traslazione dell' Impero in Costantinopoli non si smarrì affatto, ma quasi deforme ed incolta stette nelle mani di pochi, sinchè non fu ristorata dalla Scuola Pisana circa al 1200 123 A quest'epoca attribuiremo la più eminente statua, che
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rappresenta la Madonna col Divin Figlio, sembrando molto migliore di pieghe, e di movimento. Infatti sù quell'alta cima stava prima collocato un tabernacolo, che ornato di colonnette, e di fogliami all'uso germanico una statua racchiudeva, come c'insegna quella pittura del Campo-Santo, dove Antonio Veneziano dimostra di aver copiato questa fabbrica. Negli angoli dei mezzi frontespizj si gettano in fuori due cani per lo scolo delle acque: uso molto praticato nelle fabbriche sacre di quei tempi, ed anticamente osservato presso i soprannominati popoli dagli Jonici, e dai Dorici, che di teste di leoni invece di grondaie per lo più si servivano 124 Finalmente nel sodo degli spartimenti, porfidi, serpentini, ed altre belle pietre son commesse alla mosaica. Attese le quali cose tutte con verità esposte, e sovente dai critici inosservate, cedano alla nostra le gotiche facciate sì antiche, che moderne, le une di goffezza non vuote, le altre quanto ricche di marmi, tanto
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ripiene, e cariche di sottigliumi, e di sculture.

2.3.3. PARAGRAFO 3. Inscrizioni de' Tempi mezzani inserite nella facciata.

Varie antiche inscrizioni sovra i marmi scolpite son poste in fronte di questa Basilica, e meritano che io qui le trascriva pei luminosi fasti, che in se contengono. Mi protesto di averle estratte dall' originale, copiando gli errori, e fedelmente imitando abbreviature, ed innesti, massimamente quando cader vi possa dubbiosa interpretazione. Soltanto non istancherò inutilmente il Leggitore nel confondere insieme le parole senza distanze, eccettuato il caso di qualche ambiguo senso. Cominciando dallo spazio della prima arcata sulla sinistra di chi osserva, trovasi incastrato nel muro il sepolcro del mentovato Buschetto, dove non molto facilmente si leggono i seguenti elogj, perché le lettere vi sono in gran parte corrose. Nella prima l' Encomiaste paragona l' ingegno di Buschetto a quello di Ulisse, e di Dedalo celebre per il laberinto cretense, e per altri edifizj, che furon col suo disegno
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inalzati in Egitto, in Atene, e nell' Italia ancora, e particolarmente in Sicilia. Sono i seguenti caratteri scolpiti in grande nel frontespizio del sepolcro. BUSKET. 125

JACE…HIC….INGENIORU
DULICHIO…PREVALUISSE DUCI 126
5 MENIB' JLIACIS CAUTUS DEDIT ILLE RUINA
HUJUS AB ARTE VIRI MENIA MIRA VIDES.
CALLIDITATE SUA NOCUIT DUX INGENIOS
UTILIS ISTE FUIT CALLIDITATE SUA.
NIGRA DOM' LABERINTUS ERAT TUA DEDALE LAUSE
10AT SUA BUSKETU SPLENDIDA TEMPLA PROBANT.
N HABET EXPLU NIVEO 127
DE MARMORE TEMPLU
QUOD FIT BUSKETI PRORSUS AB INGENIO.
RES SIBI COMISSAS TEMPLI CU LEDERET HOSTIS
15PROVIDUS ARTE SUI FORTIOR HOSTE FUIT.
MOLISET IMMENSE PELAGI QUAS TRAXIT AB IMO
FAMA COLUMNARUM TOLLIT AB ASTRA VIRUM

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EXPLENDIS A FINE DECEM DE MENSE DIEBUS
SEPTEMBRIS GAUDENS DESERIT EXILIUM.

Sotto la cornice si legge in caratteri più grandi la memoria della prontezza, e della facilità con cui s' inalzavano per opera di Buschetto tante, e sì smisurate moli nei seguenti versi; onde oltre a quello del Dulichio Ulisse è a lui maggiormente convenevole il paragone di Dedalo, il quale non solo, al dir di Plinio, fu padre dell'architettura, e della statuaria, ma fu ancora inventore di varj stromenti spettanti alla meccanica.

20 QD VIX MILLE BOU POSSENT JUGA JUNCTA MOVE.
ET QUOD VIX POTUIT P MARE FERRE RATIS.
BUSKETI NISU QD ERAT MIRABILE VISU.
DENA PUELLARV TURBA LEVABAT ONUS 128

Nel corpo dell'urna in cartella di marmo vien repetuto con caratteri più minuti l'istesso elogio. Convenne ch' ei veramente ne fosse meritevole. Seguono altre illustri inscrizioni in rozzi, ed abbreviati caratteri tutte in un gran marmo comprese. La prima scolpita da
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più trascurato scalpellino dimostra, quanto Pisa fosse rinomata, ed illustre; Ed è la seguente:

EX MERITO LAUDARE TUO TE PISA LABORANS,
25NITIT E PROPRIA DEMERE LAVDE TVA;
AD LAUDES URBS CLARA TUAS LAUS SUFFICIT ILLA
QUOD TE PRO MERITO DICERE NEMO VALET;
NON RERUM DUBIUS SUCCESSUS NAQ SEDS
SE TIBI PRCUNCTIS129
30FECIT HABERE LOCIS;
QUARE TANTA MICAS QD TE Q. DICERE TEMPTAT
MATIA PRESS DEFICIET SUBITO;
UT TACEA RELIQUIA QS DIGNUM DICERET ILLA;
TPRE PRETERITO QUE TIBI CONTIGERINT;
35ANNO DNICE INCARNATIONIS M. VI.

Tratta la seconda delle vittorie riportate dai Pisani in Sicilia contro i Saraceni. In questa, come nell' antecedente le parole per lo più si uniscono insieme, e tanto l'esametro, quanto il pentametro sono nella medesima riga.


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MILIA SEXDECIES SICLU PROSTRATA POTENTER
DU SUPERARE VOLUNT EXSUPERATA CADUNT.
NAMQUETUUMSICULACUPIENS GENS PERDER NOMEN
TE PETIIT FINES DEPOPULATA TVOS.
40UNDE DOLENS NIMIV MODICV DIFFERRE NEQVISTI
IN PROPRIOS FINES QVIN SEQ' RERIS EOS.
HOS IBI CONSPICIENS CVNCTOS MESSANA PERIRE
CVM GEMITV QVAMVIS HEC TVA FACTA REFERT.
ANNO DOMINICE INCARNATIONIS M. XVI.

Accenna la terza la liberazione del Regno di Sardegna dai Barbari mediante il valor dei Pisani.

45 HIC MAJORA TIBI POST HEC URBS CLARA DEDISTI
VIRIB' EXIMIIS CU SUPATA TUIS.
GENS SARACENORU PERIIT SINE LAUDE SUORU
HINC TIBI SARDINIA DEBITA SEMPER ERIT
ANNI DNI M. XXXIIII.

L' ultima narra la guerra portata dai Pisani nell' Affrica con felice esito, e la conquista della città di Bona.

50 TERTIA PARS MUNDI SENSIT TUA SIGNA TRIUMPHI
AFRICA DE CELIS PSULE REGE TIBI.
NA JUSTA RATIONE PETENS ULCISCIER INDE
EST VI CAPTA TUA SUPERATA BONA.

[p. 155]

In differente pietra, ed assai consunta è altra memoria scritta confusamente, che appartiene alla costruzione del Tempio, allora fuori dalla città, ma non lungi. Sembra molto probabile, che uno dei motivi per quivi erigerlo fosse il sito spazioso, libero da ogni traffico, e rilevato dal piano della città con idea di rinchiuderlo poi dentro le mura, come fu fatto 130

QUABENE QUAPULCHRE PROCUL HAUD EEDER ABURBE
55QUE CSTRUCTA FUIT CIVIB' ECCE SUIS
TRPRE WIDONIS PAPIENSIS PSULIS HUJUS'
QUI REGI FAMENOTETIPSPAPE

131

Leggesi finalmente in marmo pario impressa l' inscrizione sepolcrale della Regina di Majorca, che dopo la conquista delle Baleari condotta prigioniera a Pisa col Real figlio il Battesimo ricevette, ed il rimanente di sua vita piamente condusse 132


[p. 156]
REGIA ME…..GENUIT; PISE RAPUERUNT
HIS EGO CUM NATO BELLICA PREDA FUI.
60MAJORE REGNU TENUI, NUNC CONDITA SAXO
QUOD CERNIS JACEO, FINE POTITA MEO.
QUISQUIS ES ERG TE MEMOR ESTO CONDITIONIS
ATQ. PIA PRO ME MENTE PRECARE DEUM.

Tra la prima, e la seconda porta è la tavola di marmo, dove distintamente si legge la spedizione dei Pisani contro i Saraceni in Palermo, e l' anno in cui fu principiato il Duomo nelle seguenti parole edite dall' Ughelli, dall' Orlendi, dal Tronci, e da altri.

ANNO QUO XPS DE VIRGINE NATUS, AB ILLO;
65TRANSIERANT MILLE DECIES SEX, TRESQ; SUBINDE
PISANI CIVES CELEBRI VIRTUTE POTENTES;
ISTIUS ECCLE PRIMORDIA DANT INISSE 133
ANNO QUO SICULAS EST STOLUS FACTUS AD ORAS;
QD SIMUL ARMATI MULTA CUM CLASSE PROFECTI;
70OMS MAJORES, MEDII, PARITERQUE MINORES;
INTENDERE VIAM PRIMA SUB SORTE PANORMA;
INTRANTES RUPTA PORTU PUGNANDO CATENA;
SEX CAPIUNT MAGNAS NAVES OPIBUSQ: REPLETAS;

[p. 157]
UNA VENDENTES RELIQUIAS PRIUS IGNE CREMANTES;
75QUO PRETIO MUROS CONSTAT HOS ESSE LEVATOS;
POST HINC DIGRESSI PARU TERRAQ' POTITI;
QUA FLUWII CVRSV MRE SENTIT SOLIS AD ORTUM;
MOX EQUITU TBA PEDITU COMITANTE CATERVA;
ARMIS ACCINGUNT SESE CLASSEMQ RELINQUUNT;
80INVADUNT HOSTES CONTRA SINE MORE FURENTES;
SED PRIOR INCURSUS MUTANS DISCRIMINA CASUS;
ISTOS VICTORES, ILLOS DEDIT ESSE FUGACES
QUOS CIVES ISTI FERIENTS VULNERE TRISTI,
PLURIMA P 134 PORTIS STRAVERUNT MILIA MORTI,
85CONVERSIQ. CITO TENTORIA LITORE FIGUNT;
IGNIB., ET FERRO VASTANTES OMIA CIRCU;
VICTORES VICTIS SIC FACTA CEDE RELICTIS,
INCOLUMES MULTO PISA REDIERE TRIUMPHO;

Finalmente vedesi in alto presso la porta maggiore la seguente inscrizione. HOC OPUS EXIMIVM, TAM MIRVM, TAM PRETIOSUM: RAINALDUS PRUDENS OPERATOR, ET IPSE MAGISTER: CONSTITUIT MIRE, SOLLERTER, ET INGENIOSE.
[p. 158]
Egli è avviso di alcuni, che questa per l' espressione delle parole, e come posta in luminoso luogo, ed in lettere cubitali scritta faccia grande ostacolo a ciò che affermai riguardo al nome dell' Architetto di questo Tempio. Dico per altro che il chiaro significato di quei versi inseriti nel riportato epitaffio di Buschetto nella facciata istessa, cioè:

"Hujus ab arte viri, menia mira vides,
90"At sua Busketum splendida Tempia probant.
"Non habet exemplum niveo de marmore templum,
"Quod fit Busketi prorsus ab ingenio".

smentisca bastantemente coloro, che trasportati da spirito di novità ricercano l'Architetto in Rinaldo, lasciando a Buschetto la semplice virtù di macchinista, come di lui l' altro elogio ci narra. Su tal proposito inutil cosa non credo di proporre l' original memoria di un anonimo scrittore, quella cioè, che accennai poc'anzi come vegliante nell' archivio delle Riformagioni di Firenze, e come fedelmente tradotta dagli antichi libri dell'opera. Quivi accennati vengono tutti i primi Operaj del Duomo di Pisa dalla sua edificazione in questi termini: Fu l'anno 1080
[p. 159]
Ildebrando del Giudice, Uberto, Leone, Signoretto Alliata, e Buschetto da Dulichio, che fu Architetto; il capo di detti fu Ildebrando, e gli altri furono Ministri, e Uffiziali dell'Opera, come si trova nell' Archivio di detta Opera
135 In virtù di tal memoria, e principalmente dei suddetti versi scolpiti nel sepolcro di lui sembra certissimo, che Buschetto sia stato l' Architetto di questo Tempio, onde convien dedurre, che il rammentato Rinaldo altro non fosse, che un semplice esecutore del disegno di lui, o il Capo-Maestro. L'espressioni in fatti degli accennati versi sono atte ad indicare un tale impiego, indicando la parola Operatorchi lavora nella fabbrica materialmente, e praticandosi la parola Magisterper significare il Capo-Maestro, secondo il Du-Cange 136 quegli a cui si appoggia la principal cura delle cose secondo il Facciolati, e secondo altri l'esecutore d' invenzioni architettoniche. Ella difatto preceduta
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dall' altra parola Operatoracquista maggiormente un tal significato. Da ciò ne viene altresì la conseguenza di non doversi abbracciare neppure l'opinione di coloro, i quali attribuiscono a Rinaldo la sola facciata, che il nome scolpito ne porta, perocché anche quello di Buschetto si legge nella facciata istessa, ed autor della fabbrica senza eccezione, e senza equivoco si dichiara. Siccome non giova il credere, che con gli altri marmi un sepolcro si collocasse; poiché la facilità del lavoro e le tracce tuttavia segnate, dove lateralmente all'arca intorno dovea ricorrere la fascia turchina, simil credenza smentiscono. Stante che conchiudendo, che Buschetto Autor del disegno fosse, e che fosse Rainaldo il Capo Maestro, vengono mirabilmente a conciliarsi le due riportate inscrizioni, che in altra maniera sarebbero contradittorie. Né quanto fin' ora esposi avrà d' uopo di essere autenticato dalla comune opinione di tanti autorevoli Scrittori, e da varie antiche inedite memorie, che attestano, come concorsero da straniere parti i Maestri più accreditati a prestare la loro opera in sì importante Edifizio sotto la direzione di Buschetto, fra i quali il prefato Rinaldo il più industre ingegno, sollecito, ed esperto
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nell' intagliare (secondo che si espresse l'Encomiaste) dovette tenere il primato, ed esser dichiarato soprantendente all'opera. Ognuno sa, che così accadde in tutte le fabbriche di straordinario lavoro; e questi tali appunto vengono nominati dagli Scrittori, e reputati sono talvolta dai compositori delle inscrizioni. Fra gli altri esempj quel ci rimembri, che inalzandosi il Duomo di Siena uno dei più bei gotici edifizj, ebbero gran nome M. Lapo, e M. Goro di Giotto fiorentini, ma però come i più valenti Maestri operatori di scalpello sotto la direzione dell' Architetto Giovanni Pisano. Riferisce il Baldinucci che 137da Carrara, e da Pisa furono fatti venire a Loreto trenta dei più pratici Scalpellini, e fermati più intagliatori, e Andrea Contucci dal Monte Sansavino fu dichiarato Capo-Maestro. Tralascio gli allegorici versi de ore Leonis ec.come non interessanti. Non v' ha dubbio che questi incisi in piccolo variato marmo sottoposto al suddetto, ed in caratteri più minuti non abbiano relazione alcuna col surriferito elogio; l'avran forse con i due Liocorni intagliati con
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plice traforo forse in quei bassi tempi, e con i due Leoni similmente espressi nel marmo dell'opposta parte. Il Can. Martini per altro non ebbe un tal riflesso; ma solo per recar meglio in proprietà la simbolica spiegazione fatta da S. Pietro riguardo ai leoni, scrisse: Potissimum quia huic explicationi consonat mens ipsius, mi fallor Artificis, nam prope Leonem Columnae introeuntium dexterae sequentia verba insculpta leguntur; quindi l' una, e l'altra inscrizione insieme unite, e con egual carattere ei riporta, come se fossero analoghe fra loro. Veramente nella supposizione del Martini né l'artista né l'opera meritava la pena di un tanto elogio; perocché il disegno è meschino, e l' accapigliatura in ordinate ciocche parallele sembra all'egiziana: alla qual foggia molto si rassomigliò quella del secolo XI.

2.3.4. PARAGRAFO 4. Porte di bronzo storiate.

Inconveniente e disaggradevol cosa non fia che noi senza troncar l' ordinata descrizione delle bellezze del nostro Duomo anche delle più moderne si ragioni. Ornato, che per la materia, e per
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il pregio dell'arte indica magnificenza, e proprietà dicevole a sì superba Basilica, e che Pisa e l' Italia onora, son le tre Porte di bronzo storiate, che ne rendono ampio l' ingresso. La grazia degli ornati, le numerose figure ben distribuite, la difficoltà dei tondi rilievi, il disegno, l' artificio dei ben rinettati bronzi, e il decoro in somma di tutto il lavoro richiama l' attenzione dell' intelligente osservatore. La Porta principale superiormente alle altre è alta braccia dodici, e braccia sei larga. Un grazioso contorno di fronde, di frutta, e di fiori, che imitano ben la natura, e che sono di un getto maraviglioso divide in quattro quadrature ciascuna imposta. Vengono in esse rappresentati varj Misterj della Madonna; le figure ben atteggiate, e di bei panni vestite sono, ed alcune quasi dal piano si distaccano. Nelle divisioni dell' ornato gli emblemi relativi sono espressi. Effigiati sono nei tre fregj varj Profeti, e Santi, che nelle estremità loro, e nelle mosse tengono molto del grave stile michelangiolesco. In fine diversi geroglifici colle epigrafi relative sono negli angoli collocati. Le due Porte laterali alte braccia otto, e mezzo, e larghe quattro, e due terzi
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restano scompartite dal contorno simile all' indicata foggia in tre soli riquadri per imposta. Quegli della sinistra porta dimostrano varie istorie del Nazzareno incominciando dalla Nascita di lui, e dall' offerta dei tre Magi. Sono col solito ordine scompartiti i respettivi geroglifici. Fregiata di due ben' espressi animali, il rinoceronte, ed il cervo colla simbolica inscrizione è l'inferior parte delle imposte; e la superiore di un' aquila, e del pellicano. Negli angoli sono otto simulacri di Santi dintornati con vivezza nelle parti risaltate. Sull' istessa norma egli è il partimento della destra porta, dove sono distinti altri fatti di Cristo con i soliti ordinati geroglifici. Tutte le prefate storie si trovano minutamente descritte nell'Opera del Can. Martini con i respettivi rami condotti col disegno dei due fratelli Melani di Pisa. Narrata la rappresentazione, ed il pregio dell' arte di così raro, ed eccellente lavoro dritto è ch'io esponga da quali valorosi Artefici egli deriva. Primieramente ne fece il disegno il fiammingo Scultore, ed Architetto Gio. Bologna da Dovay, celebre per le tante opere sue maravigliose, che abbelliscono varie Città d' Italia, fralle quali Genova, Lucca, Bologna, Roma che alimentò i suoi rari
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talenti, e Firenze dove molto si trattenne ne' più decorosi lavori col favor d' illustri Mecenati 138 Nell' anno 1601 si modellarono le tre Porte nella suddetta Città di Firenze, e furonvi adoprati più valenti Artefici di quel tempo nell' arte fusoria sotto la scorta, ed approvazione del mentovato Maestro Gio. Bologna. Fra gli altri fu prescelto il principale scolare di lui Pietro Francavilla, che nato in Cambrai riconobbe la perizia nell'arte dalla città di Firenze: Pietro Tacca con Antonio Susini fiorentino, della cui particolare abilità molto si servì Gio. Bologna nell' operare: Orazio Mochi della scuola di Giovanni Caccini: Giovanni Bandini da Castello, detto Giovanni dell'Opera Scultore assai diligente della scuola di Baccio Bandinelli. Finalmente è degno di essere nominato il P. Domenico Portigiani dell' Ordine dei Predicatori. Se questi venne in fama di abile Professore nel fondere il bronzo 139, lo dimostra il difficile, e gran lavoro, di cui egli coll' ajuto di un certo
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Maestro Angelo Serrano fece il getto con tanta accuratezza, e felicità, che sommamente diletta. Il lavoro per altro non fu perfezionato da lui, che morte gli sopragiunse, ma da un certo Zanobi suo nipote, ed ajuto. Tutte le surriferite memorie sono nell' archivio del Capitolo inserite nel codice Lett. M. spettante al risarcimento della Chiesa dopo l' incendio. Evvi eziandìo un attestato del Susini, e di Pietro Tacca, ai quali, attesa la perizia nell' arte, e l'aver fatto quivi alcune storie, fu dato a stimare il lavoro dopo la morte del Portigiani. Notizia ancor si trae dall'indicato fonte, che M. Raffaello di Pagno o Pagni pisano 140 Ne ebbe la soprintendenza in compagnia di Gio. Bologna, e che l' uno, e l' altro furono anche giudici, e revisori. Non ometto l' importante memoria scritta dal Baldinucci ella vita di Gregorio Pagani fiorentino scolare di Santi di Tito. Questi dic' egli universalissimo in tutte le arti, che provengono dal disegno dette particolarmente sicure prove
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del suo talento nel gettar metalli, e modellare in terra, ed in cera. Che però facendosi l'anno 1600 le Porte di bronzo storiate per la Cattedrale di Pisa non solo toccarono a Gregorio le gran fatiche di riveder le cere, ed ogni altra cosa, ed assistere a chi operava, ma ebbe anche a fare di sua mano i modelli in tutto, e per tutto di tre Storie di mezzo rilievo. In una di esse figurò Nostro Signore orante nell' orto, in una la Flagellazione del medesimo, ed in un'altra la Coronazione di Spine, e le condusse finite quanto mai può dirsi, e tali appunto quali egli le modellò furono messe in opera nelle Porte. Da tutto ciò si raccolga quanto convenevolmente si provvide al decoro dell' opera combinando la scelta dei migliori Professori di quel tempo colla grave, e considerabile spesa, che ascese a 8601 scudo 141. Così non si fece sotto Eugenio IV. nella Porta di S. Pietro in Roma, perché furono fatti venire da Firenze Antonio Filarete, e Simone invece di Lorenzo Ghiberti. Fu pertanto lodevol cura di Ferdinando dei Medici di farla eseguire con tali riguardi; siccome ancora molto contribuì la generosità grande del
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medesimo Principe al riparo dei gravosi danni, ed la nuovo abbellimento della Chiesa, dopo che restò in gran parta arsa, e guasta dall' incendio: solita fatalità dei più celebrati Tempj. Tanta onorevol memoria al Regio Mecenate, e benemerito delle Arti fu con molta ragione a caratteri di bronzo impressa nelle due cartelle che ornano superiormente la porta maggiore, e nei quattro scudi, che sono nel rovescio della medesima. È dovere che io qui la esponga:

TEMPLUM HOC INCENDIO
FERE CONSUMPTUM
95FERDINANDUS MEDICES
MAGNUS DUX ETRURIAE III.
MAGNIFICENTIUS
PROPRIIS SUMPTIBUS
PENE REAEDIFICANDUM
100JUSSIT AN. SAL. MDCII.

Il mentovato incendio seguì nella notte del 25 ottobre 1596 stile pisano, e non nel 1600 come scrisse il Papebrochio. Il Canonico Roncioni allora vivente racconta l' infortunio accaduto per trascuraggine di un capo maestro stagnajo M. Domenico da Lugano, mentre era impiegato a risaldare alcune lastre di piombo ond' è coperto l' edifizio. Rimasero distrutte allora le antiche porte, la maggiore delle quali fu
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opera di bronzo fatta nel 1180 da Bonanno Architetto, e Scultore pisano. Giorgio Vasari, e Paolo Tronci ne riportano l' antica inscrizione; la riportiamo ancora noi, perché serve ad illustrar l' epoca dell' arte di gettar metalli tanto gloriosa alla Città di Pisa.

Janua perficitur vario constructa decore
Ex uno Virgineum Christus descendit in alvum
Anno MCLXXX. Ego Bonanns Pis. mea arte hanc Portam uno anno perfeci tempore Benedicti
Operarii.

Per dimostrare quanto uno mal possa fidarsi degli scrittori di viaggi, osserveremo che Mons. Cochin nel tomo secondo Voyage d'Italie. A Paris 1796 parlando di Pisa, scrisse: Les Portes en sont de bronze a bas reliefs, mais presque tous mauvais, et demi-gotiques; ils sont de Bonanne. Errore sì massiccio di cronologìa, e d' imperizia non essendo credibile in lui come amatore, ed artista, prova che egli scrivendo asserì talora ciò che non vide, o che la memoria perdette di quel che aveva veduto: lo confessa egli stesso nella prefazione dell' opera indicata. Il Sig. de La Lande in ciò non lo seguita, come fa in altre cose. Quali fossero le imposte della altre porte non gioverà molto di rintracciare.
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Accennerò soltanto (non valutando quel che dice il Baldinucci 142 certe porte di legno recate dai Pisani da Majorica) che il citato Roncioni contemporaneo all'incendio afferma, 143Ch' oltre quella fatta da Bonanno nel 1180 eravi altra porta di bronzo coll' intaglio di tutta la vita di N. S. in figure di argento; che fu donata nell'anno 1100 da Goffredo Buglione ai Pisani, i quali portarono la terza nell'anno 1114 dall' Isola di Majorica. Giovanni Villani 144 dice che tornata l' oste de' Pisani dal conquisto di Majorica renderon grazie ai Fiorentini, e domandarongli qual segnale del conquisto volessero, o le Porte di metallo, o le colonne di porfido, che avevano recate, e tratte di Majorica. Le Pitture a mosaico nelle lunette sulle porte laterali vengono attribuite dalla tradizione a un certo Filippo di Lorenzo Paladini. Nel soffitto dell' arco della porta destra per chi osserva sono scompartiti tre ritratti parimente a mosaico. Non volendosi interpretare a caso quello sotto posto agli altri con un berretto nero avente nelle pieghe una striscia di carta bianca,
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senza che alcuna lettera vi sia segnata, convien dire col Vasari, che alcuni pittori di quel tempo costumarono di ritrarsi in quella guisa. Negli altri due vestiti di rosso compariscono effigiati due Signori di Pisa, e forse col figlio Gherardo Jacopo d' Appiano, che con gran solennità prese possesso del suo governo in questa Primaziale. La cronologia può combinare col Mosaicista, il quale probabilmente della scuola di Vicino pisano non avea molto dirozzato la maniera.

2.3.5. PARAGRAFO 5. Interno scompartimento del Tempio e sue bellezze.

Lasciate per ora altre meritevoli osservazioni riguardo all' esterno, imprendiamo a descrivere l' intera parte di questa Basilica. Con proprietà, e con decoro porta essa un tal nome perché all' antiche Basiliche del gentilesimo, e dei Cristiani imitatori si rassomiglia, e perché tale diceasi allora quel Tempio ch' era di regio edifizio, e di singolar costruzione 145
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L'occhio dell'osservatore a gustare avvezzo l' eccellenza delle cose, resterà certamente colpito al primo aspetto di sì nobile, grave, ed ampia mole. Alcuni rapporti allo stile di quei tempi non impediscono, che una magnifica disposizione di parti da bella varietà elegantemente combinate desti l' idea di quella proporzione e simetrìa, che rende armonica, e piacevole un' opera di architettura. Speriamo che ciò venga approvato anche dagli ammiratori della sodeza dei Greci, che se quella onninamente qui non ritrovano, negar non possono, che una certa grandiosa bellezza non gli si presenti. Sorprendente è il numero, e la mole delle colonne, che sono di questo Tempio l' ornamento più ragguardevole pe' grandiosi peristilij, che da esse si formano. M.r Cochin così si espresse: L' interieur a de la beauté par la quantité des grandes colonnes de granit, dont il est soutenu, ce qui lui donne un air demi-antique, et demi-gothique. Tutte le colonne sono 208, settanta sono quelle, che si alzano dal piano a reggere le arcate della gran macchina. Essendo rotonde, e lisce fanno di se bella mostra; e così fatte le giudica Leon Battista Alberti più convenienti alla maestà d' un Tempio. L' altezza di loro non si può dar
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certa, e fissa in tutte egualmente: Perocché le 24 colonne corintie di considerabil mole, ond' è fiancheggiata la gran nave di mezzo sono per l' ordinario di braccia 17 compresa la base, e il capitello. Di braccia 14 è il fusto; e di 6 braccia, e un sesto è la circonferenza. Le altre minori sono alte per lo più braccia 13, e un quarto in tutto: anno il fusto di 10 braccia, e di 4 braccia, e cinque sesti la circonferenza. Tali dovettero esser messe in opera secondo che venivano da diversi paesi, o che si trovavano nella Città medesima, avanzi di nobilissimi antichi edifizj. Per altro no si distingue senza una particolare attenzione l'irregolarità dell' altezza di loro in un ordine istesso Un tal difetto dell' arte fu benissimo adombrato dalla maestrìa di Buschetto, mentre le dispose in maniera, che l' occhio a prima vista resta ingannato; e senza concepire disuguaglianza, dell' ordine, e della general proporzione si appaga. In prova di ciò egli è da notarsi particolarmente, che l' accortissimo Maestro con falsi attici sotto le basi, e con capitelli, e abachi alcune delle più corte ajutando le collocò verso le tre porte, dove appunto tali cose fanno minore impressione
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ai sensi, e meno s' incontrano nella linea visuale. Giova eziandìo di qui ricordare il modo facile, e maraviglioso, con cui Buschetto non men valente nella meccanica che nell' architettura seppe eseguire la difficile operazione di estrarle dalle navi, e d' innalzarle, e collocarle sulle basi. Di ciò fa indubitata fede il riportato epigramma Quod vix mille bovum ec., ed i seguenti versi nel primo elogio espressi:

105 Molis, et immense pelagi quas traxit ab imo
Fama columnarum tollit ad astra virum

Inoltre dal distico, che a questo precede:

res sibi commissas Tempi cum lederet hostis
Providus arte sui fortior hoste fuit.

si raccoglie, che Buschetto medesimo ne fu talora il condottiere (molto probabilmente dalla vicina Isola dell' Elba, le cui cave erano già da gran tempo aperte) superando con grande sforzo dell' arte sua gl' insulti delle barbare genti, che allora corseggiavano i nostri mari. Seppure il componitor dell' iscrizione non volle qui forse indicare, che offesa la nave in qualche porto; e pel grave peso affondatasi,
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convenisse al Buschetto estrar dal fondo del mare i commessi marmi, e recuperargli con somma industria. Sembra che letteralmente venga ciò indicato dalle parole,, pelagi quas traxit ab imo. A quanto sopra è forza di aggiunger nuovamente l'esposizione del pentametro

Et quod vix potuit per mare ferre ratis,

affinché vieppiù chiaramente si concepisca, che alcune colonne furono d' altronde condotte. Né andrem' lungi dal verosimile congetturando, che non solo se ne formassero dal granito della detta Isola allora soggetta al pisano dominio, e queste bensì in piccolo numero, come dalla disuguaglianza di loro, e da altre circostanze rileveremo in appresso, ma ancora, che qualcuna di esse, e parte de' tanti pregiati sassi si trasportassero da più lontani paesi. Non dovrà ciò recar meraviglia, come la recò a Gio. Lodovico Bianconi 146 perocché è molto facile persuadersi, che i Pisani quantunque fossero allora inclinati
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soltanto alle cure marziali, ed al commercio, e non all' anticaglie, potevano benissimo unire ai sempre verdi allori, e all' interesse loro questa per essi non indifferente, e gloriosa cura; e spogliando all' uso de' vincitori i luoghi ricchi, ed illustri anche delle pregevoli pietre, queste per soddisfare al concepito nobile pensamento alla patria portassero. È notissimo, che così fecero appunto altri popoli potenti, e vincitori. Lo fecero i Romani dopo d'aver trionfato de' Greci; i Saraceni nel VII secolo. secolo da Siracusa in Alessandria traghettarono opere di bronzo; i Veneziani nel mille dalla Grecia trasportarono colonne, ed altri preziosi marmi per il Tempio loro; e nel 1180. per opera del lombardo Architetto condussero le due grandi colonne, che poste sulla riva del mare alla piazza di S. Marco fanno decoro. Che il trasporto difficile di simili cose si potesse mettere ad effetto dai Pisani, non è da negarsi. Famoso emporio, e porto franco il più considerabile del Mediterraneo era Pisa in quel tempo, come noi a suo luogo narrammo portando l' attestato del Monaco Donizzone Poeta contemporaneo. Siccome appoggiati alle autorità di Strabone, di Lucano, di Virgilio, di Claudiano
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147 di Rutilio Namaziano, e di tanti altri vecchi, e moderni Scrittori dicemmo indubitata, e notissima la marittima potenza della Repubblica dominante, e intraprendente di lunghissimi viaggi per tutti i mari allora conosciuti. Dal che si può raccogliere, che espressamente ancora si costruissero in Pisa grossissimi legni, come si fece in Roma sotto Augusto, ed in altri tempi; e che in Lei fiorisse allora grandemente l'arte Meccanica, onde molti fossero gli Artefici capaci dell'esecuzione di tai navigli da carico, e da guerra, e di macchine militari da porvi sopra; ma di ciò daremo miglior' avviso nell' incominciar la storia dell' Arti nel sec. XII. Sul proposito dell' indicata opinione scrisse il Vasari nel suo Proemio, che fu questo Tempio ornato dai Pisani d' infinite spoglie condotte per mare, essendo eglino nel colmo di loro grandezza, da ben lontanissimi luoghi. Inoltre si legge nel nostro pisano
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accreditato Storico 148 Che nella fabbrica del Duomo fu speso grandissimo denaro senza computare molte cose maravigliose, che dai Pisani per arricchirlo portate furono da diverse parti del Mondo; e dove parla delle colonne, dice, che ne furono portate dall'Africa, e dall'Egitto, da Gerusalemme, dalla Sardegna, e dalla Sicilia ancora, che in abbondanza di marmi alla Grecia non invidiava 149 È ben vero però che se io per le indicate ragioni non seguito le tracce del sopraccitato Bianconi, e di altri, i quali invogliati soverchio di dare a Pisa la gloria di molti superbi edifizj romani quella già dichiarata le tolsero, intendo di non distruggere la prima opinione di loro anzi di valutarla, e di unirmi volentieri con i migliori Scrittori dell' istoria pisana conciliando, che la maggior parte di tali cose fossero ritrovate nella Città istessa celebre propter saxorum operaal dir di Strabone. La credenza d' entrambe le opinioni avvalorata viene dal numero considerabile, e per lo più disuguale delle colonne, che in ultimo come cosa ragguardevole accenno, e dal detto comunemente
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approvato, che la novità delle cose straniere sempre piace. E per portare un luminoso esempio, con tutto che nella Città di Roma non mancassero marmi di raro artificio si sà, che ne venivano d' oltre mare. Dicesi in fatti che varj membri architettonici di greco marmo scavati sotto il monte Aventino sulla spiaggia del Tevere, dove era il Porto, fossero lavorati in estero paese, e trasportati a Roma per servizio delle fabbriche rimaste imperfette per il devastamento dei Barbari. Attese le quali cose si può conchiudere con l' Alberti gran Maestro in Architettura, che non è più facile il decidere, se abbia più contribuito alla maravigliosa costruzione di questo Tempio l'ingegno, e l' artificio dell' Architetto, o lo studio dei Cittadini in raccogliere tante cose singolarissime, ed eccellenti, che saranno un eterno monumento di quanto amore portavan' eglino alle Belle Arti in tempo, ch' erano trascurate, o mal coltivate dalle altre nazioni. Ma la nostra narrazione seguitando egli è da osservarsi, che nella nostra fabbrica trionfa l' ordine corintio il più delicato, il più pregiato dai Greci, ed il più adoprato dai Romani nelle stupende opere di architettura: e n' è una prova il Panteon.
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Fa bellezza lo spartito della pianta disposta in proporzionata, e grata forma di croce latina. La parte più lunga è grandiosamente sconpartita in cinque navi da quattro eleganti ale di colonne rotonde e isolate; perciò si offre allo sguardo oggetto nobile, e grande, che fissa l' attenzione, e che riempie l' animo di stupore. La parte trasversa della crociata è a tre navi, e conseguentemente con due file di colonne. Nell' uno, e nell' altro braccio la nave di mezzo come più vasta delle altre molto si distingue. Un Tempio così decorato, e da Vitruvio distinto col termine tecnico di Deiptero, produce l' effetto, che passando l' occhio per gl' intercolonnj nasce nei sensi una illusione meravigliosa, e insieme dilettevole tanto per la varietà degli oggetti, che ad ogni passo si presentano, quanto per la maggior grandezza, ed estensione, che si concepisce. Non sono così frequenti le Chiese d' Italia, che sieno adornate, e sostenute da sì gran copia di colonne giudiziosamente disposte. Convien dunque dir di Buschetto, che non paventò l' ingegno all' alta impresa. Or la qualità esaminandone: se ne contano 56. di granito, e 14 di marmo. Le 24. grosse colonne sono per lo più di granito nostrale, cioè di quello dell' Isola
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dell'Elba, e del Giglio, che fu molto stimato dai Romani per la sua saldezza, e perché prende buon pulimento; se ne adornarono le Chiese più grandi fralle quali il Duomo di Ravenna nella sua tribuna, il S. Giovanni di Firenze, ed in parte la gran Rotonda di Roma. Fra i pregiatissimi graniti orientali sono di bella sorte la maggior parte delle colonne, che reggono le due navate poste sulla sinistra di chi entra per la regia porta. Elleno sono di granito rosso egizio, di quella bella pietra onde gli Egiziani per lo più i celebri obelischi formarono che accrescono tanto ornamento a Roma. Infatti dimostrano essi chiaramente le parti rosse, o sia il feldspath di colore rosse distinto dalla mica nera ; ed in qualche pezzo, che restò meno offeso dal fuoco, lustrate si conservano. Di granito bigio orientale sono altre colonne, e quasi tutte quelle dell' ordine che resta sulla sinistra verso la Cappella di S. Ranieri; e queste hanno la superficie con macchiette bianche, e nere, ma di un nero che dà in verdognolo, simile alla pelle delle serpi 150 Dal pulimento, che anche in alcune
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parti di queste colonne si conserva, si può raccogliere, che tutte le orientali dovettero essere lustrate avanti l' incendio, che per tal conto tolse una maggior bellezza alla fabbrica. Or se il pulimento no si può adesso restituire, meritano per altro dei decorosi restauri, e non quegli di rozza calce, che in alcune benchè piccole parti le disonora. Fra le 14 colonne di marmo alcuno sono di misto di Seravezza, quattro di bardiglio, una di cipollino, ed altre sono vagamente brecciate; fra queste il Targioni 151 ne trova alcune di marmo numidico, o sia breccia affricana. Le due colonne striate, una a fronte dell' Altare della Madonna detta di sotto gli organi, e l' altra poco distante nella medesima fila hanno le strie proprie del fusto corintio sulla greca norma; siccome greco è il marmo dell'Isola di Paros, che tale alla patina ed alla grana si dimostra. Quella gran colonna di ricontro all' Altare dei Dottori non è di diaspro, o di altra pietra dura, come fu da molti tenuta, a di un bel marmo misto da molte parti rosse, e gialle divisato. I capitelli son tutti di scultura, o corintj, o compositi. Ma perché la maggior
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parte sono corintj, e per conseguenza meglio proporzionati alla colonna una maggiore sveltezza producono, e danno leggiadra forma alla simmetrìa. Egli è bensì vero che tanto gli uni quanto gli altri mostrano gran finezza d'intaglio. Alcuni modani di scultura son per eleganza pregevoli. Questi, ed altri disuguali membri architettonici, frantumo di raro antico edifizio furono propriamente scelti, perché relativi sono alla magnificenza della fabbrica, e con gran riflessione, ed intelligenza adattati. Da ciò si raccoglie, che se Buschetto non potette felicemente porre in effetto l'euritmìa consistente nell'unità, e nella varietà, ne intese però la forza; e ricercò maravigliosamente per quell' età l' equilibrio delle parti, onde ne risulta la sodezza, e la solidità della fabbrica. Il Vasari architetto, e pittore intelligente su tal proposito così si espresse nel suo Proemio, Fu grande il giudizio, e la virtù di Buschetto nell' accomodare sì fatte cose tutte disuguali fra loro, e nel far lo spartimento della Fabbrica dentro, e fuori molto bene accomodata. Anche nei tempi più barbari un certo Daniello architetto, perché con prodigiosa unione abbellì di tali differenti marmi la celebre Basilica di Ravenna meritò l' elogio, che di lui scrisse Cassiodoro
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Segretario del Re Teodorico Mecenate delle Arti fra i Goti. Fu certamente portentosa l' arte di alcuni pochi Architetti di quei tempi, mentre nell' accozzare molti disuguali membri, da tanti adoprati a caso, e senza decoro, conservarono la proporzione, riguardandola, come ella è difatti, per il principale ingrediente della bellezza dell' Architettura. Quantunque è altresì vero, che gli Edifizj di antica buona maniera, poiché no si distrussero affatto, dettero sempre norma agli Architetti di qualche buon senso, attesa la facilità nell' imitar con misure le parti architettoniche, il che nella Pittura, e nella Statuaria non accadde. Avendo noi molto parlato di un tale ingegnoso accozzamento di parti, sembra anche proprio il ricordare che fu già costume fino dei primi Cristiani di erigere le Chiese di rottami delle opere del Gentilesimo, da loro medesimi barbaramente distrutte. Roma moderna dà prova dell' uso, che quivi si fece degli antichi avanzi fino dai tempi di Costantino. Per la Basilica di S. Paolo furono tolte al gran Mausoleo di Adriano le colonne onde formarne quella pregiata selva che tanto l' onora; e l' arco medesimo di Costantino portando superbi ornamenti del più vetusto arco di
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Trajano, mostra il confronto dell'Arte cadente. Di ciò scrivendo l'erudito antiquario Winckelman 152 Commenta la Chiesa rotonda di S. Costanza presso quella di S. Agnese, detta volgarmente il Tempio di Bacco; ed ivi dimostrando le basi, e i capitelli ineguali fra loro convince di errore il Ciampini 153 Il quale intende, dalla proporzione delle parti specialmente di provare, che fosse anticamente quella Chiesa un Tempio di Bacco. Un tal costume fu ancora fuori d' Italia. Per esempio la Cattedrale di Cordova, anticamente Tempio di Giano, quindi Moschea presso i Mori, fu ornata ne' tempi barbari dopo l' irruzione dei Longobardi, e degli Arabi di quel gran numero di colonne la maggior parte milliare. Inutil cosa non sembra di passare ad accennare che dopo il mentovato incendio di questo Tempio per opera in ispecie di Cosimo Cioli Intagliator fiorentino 154 si fecero nell' anno 1604. considerabili risarcimenti, come si ricava dall' antico codice
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lettera L. nell'archivio capitolare. Veglia nel medesimo la notizia, che nel cambiamento di alcune colonne, nel 1597 quattro grossissime furono condotte dall' Isola del Giglio per la navata di mezzo; che Andrea Sandrini, e Pasquino Parducci si obbligarono di mutare otto colonne nella gran nave suddetta; e che le altre quattro vennero dall' Isola dell' Elba per la somma di scudi 520. compresa l'opera di appuntellar gli archi, di che tuttavia si vedono i segni. Le notizie stesse vengono confermate dal codice 92. cl. 37. della Biblioteca Magliabechiana col di più, che rimase una colonna nell'Isola del Giglio sulla spiaggia del mare, la quale alcuni raccontano d' averla veduta. È altresì noto, che nell'Isola dell' Elba nel Territorio di Campo alcune colonne intere sul lido esistono tuttora nelle quali è scritto Opera Pisana. or se accenniamo la spesa occorsa nelle 8. suddette grosse colonne ascendente a scudi 9177., come nel codice num. 366. cl. 25., e se narriamo che altra ne occorse di scudi 2096 per 8. colonne mezzane, intendiamo di far sempre più comprendere, quali innumerabili spese furono fatte nella restaurazione, e quanto un Sovrano della Real Casa de' Medici si mostrasse degno de' suoi maggiori col non aver risparmiato
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denaro, e cura per rendere a Pisa uno de' suoi più magnifici ornamenti. A queste notizie quella si aggiunga ce Raffaello Roncioni coetaneo scrittore asserisce che le principali colonne soffersero il danno del fuoco, fralle quali sette di granito orientale tenevano il primo luogo. Né si taccia la memoria esistente nel sopracitato archivio, che una delle colonne di granito orientale levate dalla crociata dopo l' incendio fu ridotta al di fuori sulle gradole per sostegno dell' Urna, ch' or più non sostiene ; onde da tutto ciò si raccolga, la quantità maggiore dei ricchi marmi, e de' graniti stranieri avanti l' incendio, e la probabilità maggiore delle due conciliate opinioni. Ha il suo gran pregio il vasto pavimento di tutto il Tempio. Sotto la cupola è a opera musaica di rare pietre intersiato; nelle altre parti è tutto nobilmente coperto nelle altre parti è tutto nobilmente coperto di lucide pietre di marmo bianco ordinatamente divisate da liste di marmo ceruleo. Egli è molto ben conservato ; e si rende egualmente stimabile se sia pario il marmo o lunense, perché l'uno e l'altro si eguagliano in pregio secondo i seguaci del sentimento di Plinio 155
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Il soffitto delle maggiori navate è intagliato in legno a rosoni, e di oro riccamente coperto. Comparisce in esso uno dei considerabili restauri dopo l'incendio, perché prima era di tavole dipinte, come si raccoglie dalle suddette memorie nella Biliot. Magliab., dove nel codice num. 17. cl. 25. è descritta la forma, e lo stato del Duomo avanti il fatale avvenimento. Le navi laterali sono con volte, ornamento stabile; e decoroso di un Tempio; Son condotte di sesto acuto conforme voltano gli archi, uso che ne' due secoli posteriori fu generalmente praticato. Al disopra delle dette volte gira un loggiato, o gallerìa d' intorno a tutta la fabbrica sullo stile delle antiche Basiliche. Quivi è di già noto, che presso i Gentili si radunavano le femmine, e gli uomini ad ascoltare le arringhe dei giusdicenti; e che presso i primi Cristiani le sole donne consacrate a Dio per assistere alle funzioni sacre v'intervenivano 156 Divide la gallerìa suddetta una fila di pilastri di marmi bianchi, e turchinj, e di colonne di varj marmi, e di graniti, che corrispondono
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appunto sull' altre sottoposte, e che sostengono il tetto delle minori navate. Altra simile a confronto ne comparisce nella muraglia della gran nave, il cui partimento in tante arcate aperte, quante sono al di sotto è molto proprio all' uso dei portici superiori. Quest' ordine, che volentieri denominerei un attico continuo, nel concedere la vista delle interne logge fa che maggior grandezza si concepisca; e simmetricamente ricorrendo esso sopra la cornice corintia intorno a tutto l' edifizio sembra bene ideato per giovare alla grandezza delle sottoposte colonne, e per togliere l' odiosità dell' altezza dalle prime arcate al soffitto. Dobbiamo in questo luogo notare, che le colonne poste nel mezzo di ciascun vuoto dell'attico suddetto venendo a piombare sul centro del grand'arco di sotto contro le buone regole architettoniche non tolgono lode alla fabbrica, come può sembrare a taluno; e dovrem' dire sciolti d' ogni pedantesca affettazione, che se tal cosa non è lodevole ad imitarsi, nemmeno nel caso presente disgusta l' occhio, e molto soffribile si rende in un' opera di quell'età: tanto più ce le colonne compariscono in buona proporzione, e atte al puro abbellimento di quel vacuo. Quest' ornato in foggia più sottile andò molto in moda
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ne' due secoli posteriori. Un tal ordine poi fu praticato sovente nelle antiche principali Chiese, dove la costruzione, e il comodo de' portici superiori lo ricercava. Vedesi tutto a colonne nel Tempio illustre di S. Sofia di Costantinopoli 157 d'onde il Martini supponendo greco Buschetto congetturò, ch' ei ne trasse il pensiero. Comparisce in oltre in S. Marco di Venezia, e nel S. Giovanni di Firenze, dove tal quale, e con ornamento simile ricorre sul primo elegante colonnato. Questo Tempio però quantunque abbia certe variazioni di buon gusto (ciò che lo fan credere eretto non a bei tempi di Augusto, ma in quelli di Valentiniano) vien generalmente stimato, e diè norma al Brunellesco. Benché in questa superior parte comodamente non si passeggi per non essere tutti i pavimenti smaltati, ciò che sembrerebbe decoroso, e necessario, tutta volta ella merita, che vi si ascenda ad osservare più dilettevoli cose. Son' elleno di fatti la bella vista della grandiosa fabbrica, che in diversi punti grata si mostra, le pitture a fresco del Coro, i bassi rilievi antichi
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di Giovanni Pisano scompartiti nel parapetto del corridore sopra le tre porte, di che parleremo in appresso, e alcune colonne di un bel granito bigio orientale, o granitello egizio lustrato, ed altre di marmo greco scannellate. I capitelli sono per lo più jonici antichi; e possono interessar l' Amatore quegli non solo che alludendo addirittura all'invenzione di Callimaco, mostrano fralle foglie l' intreccio del canestro, ma quegli ancora composti di quattro cicogne, e suoi vilucchi, o di quattro soli animali, or di grafi, e di civette, che furono il vero simbolo di Pallade, ed or di scimmie, strano oggetto del culto di greca gente in Africa 158 d'onde è facile, che i Pisani ne facessero il trasporto. L'istessa osservazione potrà farsi in alcuni antichi capitelli sovrapposti alle grandi colonne delle navate. Le quali cose vogliono alcuni Antiquarj, che non sempre siano indizj di egiziano, ma talvolta di etrusco antico scalpello, perché non sempre gli antichi Etruschi usarono quell'ordine, che prese da loro la denominazione, ma molti simili generi di capitelli alle colonne adattarono.
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Dove s'incrociano le due braccia dell'edifizio s'innalzano da terra quattro piloni a sostenere la gran cupola di forma ellittica. Due delle grandi arcate, che voltano sopra di essi, cioè l'orientale, e l'occidentale essendo aperte, e vuote fino alla sommità loro mostrano del Tempio il prospetto più magnifico, e dilettevole a colpo d'occhio. Le altre due, meridionale, e settentrionale occupate restano dalla comunicazione delle descritte logge. Più di 100. finestre piccole, e strette (cosa difettosa) con vetri per lo più coloriti, portano debil luce alla fabbrica. Un tal uso fu praticato è vero nelle Chiese dei primi Cristiani per rendere il luogo più atto al raccoglimento; e lo fu presso i Gentili ancora, perché non si divagassero con la mente queglj, che attendevano ai sacrifizj. Ma Leon Batt. Alberti, di certi vani di finestre troppo angusti parlando, dice, che loderebbe grandemente, che il di dentro dei Tempj non fosse malinconico; e noi goderemmo altresì, se dal nostro si togliessero affatto i vetri tinti, che tramandano scarsa luce, e che se ne introducesse una maggiore per render più chiare, luminose, e godibili le rarità, che doviziosamente l'arricchiscono.
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Per dare una certa norma delle essenziali misure dello spaccato, avendole ritrovate non simili in varj scritti, non ho ricusato la fatica di riscontrarle io stesso, e sono le seguenti. Tutta la lunghezzza dalla soglia della porta maggiore alla parete della tribuna è braccia fiorentine 165., e piedi di Parigi 293 e un terzo. La larghezza totale delle cinque navate è braccia 55 e mezzo, e piedi 98 e due terzi 159 La larghezza della sola nave di mezzo è braccia 22. L'altezza della medesima è braccia 57. Misura della crociata trasversale: Tutta la lunghezza è braccia 123 e mezzo comprese le tribune. La larghezza da muro a muro è braccia 29 e mezzo. La larghezza della sola nave di mezzo è braccia 13. Il giro interno, e l'area sulle date misure valuteremo, se non che la maggior lunghezza non più si considera dell'indicate braccia 165 ma di 162 presa da muro a muro.
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Tutto il giro è braccia 551 in circa, mentre i cerchi delle tribune e impediscono l'esattezza. L'area del braccio dritto della croce è 8570 braccia quadre. L'area del braccio traverso, defalcata l'incrociatura, è braccia quadre 1765 160 L'area totale è braccia quadre 10335. Le mura, che lateralmente chiudono l'edifizio sono scompartite da dodici pregevoli Altari, che corrispondono ad ogni terzo intercolonnio. Fra un Altare, e l'altro sono pilastri incastrati dirincontro alle colonne con i capitelli composti, e colla cornice, che fa il giro di tutto il Tempio. Questo spartimento, che maggior vaghezza otteneva dalla migliore scelta del marmo venato di Carrara, fu fatto sull'idea nobile in gran parte eseguita di vestir riccamente i vacui, che ne risultano, di pitture a olio sulla tela prodotte da valorosi pennelli, come andremo divisando in appresso. Qual decoro resulterebbe proprissimo dell'arte se gli accennati pilastri dassero contezza delle basi di loro, e se ricorresse intorno un qualche sodo marmoreo imbasamento piuttosto,
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che un ingombro di oscuri sedili, i quali per quanto siano bene seguiti, sono piccole cose in paragone alla grandezza di una Chiesa colossale. I nominati Altari son tutti di un bel marmo lunense. Furono rinnovati dopo l'an. 1500. La tradizione ascrive il disegno della più parte a Michelangiolo Buonarroti bastantemente rinomato Professore delle tre Belle Arti, che dal disegno han vita. Lo Scultore Stagio Stagi da Pietrasanta vi adoprò i suoi valorosi scalpelli, e vedrem'alcuni per esso di sopraffino intaglio abbelliti. Giorgio Vasari perch'ogni altra citazione si ometta, fà chiaramente attestato, che quando Perino del Vaga lavorava in Pisa, che dovette essere circa al 1540, Stagio Stagi aveva incominciato l'ordine delle nuove cappelle di marmo 161

2.3.6. PARAGRAFO 6. Opere di Pittura, Scultura ec.


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Volendo noi ordinatamente descrivere, e mostrare tutte le rarità, che a opera di tarsia, e di musaico, e che in marmo, e in tela distinte fastosamente nobilitano la nostra Primaziale, se ne prenda un regolato giro nella seguente forma. Dalla regia porta sulla destra volgendo si presentano due depositi 1.° Il primo è dell'Arcivescovo Matteo Renuncini fiorentino, che ricco di meriti fu inalzato all'Arcivescovado di Pisa nell'anno 1577., come attesta l'Ughelli, e che morì nell'anno 1582 come si legge nell'inscrizione riportata dal P. Mattei 162 Il lavoro, se non è del tutto di Pietro Tacca (come scrissero alcuni) celebre Scultore
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fra gli scolari di Gio. Bologna, opera sua è certamente il Cristo di bronzo di un bel getto, e di bene intesa notomìa. 2.° L'altro deposito appartiene all'Arcivescovo Francesco Frosini, che dalla vescovile dignità della Città di Pistoja sua patria fu inalzato nell'anno 1702. a questa di Pisa sotto Clemente XI, e sotto Cosimo III Gran-Duca di Toscana. Riportata pure dal Mattei è l'iscrizione in cui si legge, che questo Prelato aveva già fatto fare il deposito molto tempo avanti la sua morte. Il marmo tanto nei lavori di quadro, quanto nei bassirilievi fu scolpito da un certo Vaccà Scultore di Carrara. Nell'uno, e nell'altro sepolcral monumento oltre il venato di Seravezza, il nero, e il giallo di Portovenere e le lucentissime breccie, tenute da alcuni per diaspri di Sicilia, si distingue lo statuario lunense, l'alabastro cotognino, ed il bellissimo nero detto da alcuni pietra di paragone, da altri nero orientale, o nero antico come il più morato di tutti 163 E' da dubitar per altro, che egli sia nostrale dei monti di Prato, o di quegli di Carrara, dove si cava una bella qualità di nero, 164
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che in molte casse, e ne' mausolei fu adoprato 3.° Un gran Candelabro di bronzo qui d'intorno inalzato porta scolpita nella base di marmo la seguente iscrizione:

ALEXANDER TIBANTEUS PISANUS
JOANNE PATRE VIRO NOBILI PATRIA FRANCO
PIETATIS ERGO DEO DICAVIT ANNO 1600

4.° L'Immagine di N. S. dipinta a fresco nel pilastro sembra alla durezza dello stile un avanzo del decimo quarto di secolo, quando in questa Chiesa secondo il Baldinucci 165 dipinsero alcune tavole Bernardo Nello di Giovanni Falconi pisano amico di Bruno, e di Buffalmacco, e Tommaso di Stefano detto Giottino, come imitatore dell'opere di Giotto. 5.° Il primo Altare architettato con soda e semplice maniera, se manifesti l'indicato stile michelangiolesco non oso decidere, mentre la purità dei membri delle cornici, e dei profili quasi indicherebbe quello del Vignola. Negl'intagli de' marmi comincia a comparire il buon gusto del nominato Scultore da Pietrasanta. La bella
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tavola, dov'è effigiata la Madonna in mezzo alle Sante Vergini escì dal pennello di Cristofano Allori fiorentino detto il Bronzino, perché figlio di Alessandro, il quale ebbe parimente un tal soprannome come discepolo, e nipote di Angiolo Bronzino. Che questo Pittore affezionato alla maniera del Cigoli, e del Pagani, e imitatore nello stil della grazia del prodigioso Correggio mostrasse un ottimo gusto, e si acquistasse luogo fra i più accreditati Professori di Pittura, che fiorirono sul principio del secolo passato nella scuola fiorentina, si rileva competentemente da questa opera sua. Comparisce in essa il robusto colorito lombardo: le figure hanno del grande, sono svelte, e di bei panni vestite: quella della Madonna nobilmente atteggiata signoreggia sovra le altre, e nel grembo di lei siede un leggiadrissimo putto. Le teste impastate con somma morbidezza mostrano una bell'aria, e la mostrerebbero anche di più, se si togliesse loro l'insipido ornamento delle corone. Per sodisfare all'osservazione, che verrà fatta dagli' intendenti, di alcune parti non finite, né corrispondenti alle prelodate diremo, che questa tavola restò imperfetta per la morte di Cristofano, e che fu poi terminata nell'anno 1626 da Zanobi
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Rosi suo scolare, il quale terminò eziandìo altri suoi lavori rimasti imperfetti 166 Noteremo altresì che non deve attribuirsi al Pittore la mancanza di quel primo fiore di fresco colorito, ma bensì al savio conservatore del quadro che circa a trent'anni sono sacrificò lo sventurato al guasto di cattivo ripulitore. Il primo degli spartimenti da noi poc'anzi divisati ci offre una gran tela da Antonio Cavallucci colorata. Se d'essa favellar non potemmo nella prima edizione di quest'opera perché l'Autore pochi anni prima della sua morte in Roma la fece, or ne diremo che alla mancanza del bello ideale nelle figure supplisce la proprietà del carattere, e che l'effetto del rilievo, il morbido impasto delle carni sul tinto chiaro campeggiando trionfano Che alcuna figura introdotta non sia senza cagione analoga al fatto del vestimento di S. Bona, egli è un bel requisito. Tali prerogative apparendo non false, e molto superiori ad alcune parti poco felici, ed a qualche
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difetto non disgustoso per altro, come dimostrar si potrebbe, sembra ch'abbia ben dritto di piacere questa Pittura de' giorni nostri, come piace agli amatori di pendanterìe scevri, ed al volgo. Il contiguo spazio fu ricoperto sullo spirar del 1787 di simil tela che Domenico Corvi accreditato Pittore della scuola di Francesco Mancini poco innanzi all'estremo suo giorno in Roma condusse. Se nell'altra edizione l' altrui sentimento esporre dovemmo, or presente l'oggetto diremo, che la figura di S. Ubaldesca ha conveniente attitudine, buon garbo di panneggiamenti, ed espressione, ma non rara ai giorni nostri. Tutto il dipinto trattato col lume di notte risquota dal conoscitore di tal modo di dipingere le adeguate riflessioni. 6° La Tavola del seguente Altare, detto dei Dottori, è opera del celebre pannello di Francesco Vanni, che fiorì nel XVI. secolo., e di cui in Città di Siena, madre feconda dei bei talenti nell'arte, più eccellente Dipintore non vantò mai. Il conoscitore esperto, che abbia molte belle opere di lui osservate (mi si conceda di rammentar quella in lavagna unico quadro originale frai grandi in S. Pietro di Roma da me più volte, e sempre con
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sorpresa veduto) potrà conoscere in questa lo stil suo barroccesco, per cui ebbe particolar genio, ed onde formò la bellissima sua maniera ricca di contorni in ordine squadrato, e vero, di un bel carattere di mani, e di teste, e di un vago colorito. Questo nella grazia, e nelle pastose tinte dei tre putti viene abbastanza indicato; e la testa del S. Tommaso per viva si distingue. Si rende notabile la figura in atto di scrivere, che riceve il lume opposto a quello del quadro. Ella è attribuita ad Annibal Carracci gran Maestro della scuola bolognese, giusta la seguente storia, che io non garantisco per vera. Dicesi, che questo valent'uomo si portò a visitare il Vanni; e che mentre lo stava attendendo dipingesse la suddetta figura con tal sollecitudine per riescire nell'amichevole scherzo, che non pensò a ricercare il lume del quadro. Ad un tale racconto avran prestato fede gl' intendenti allorquando dal fatto se ne poteva dedurre una prova; ma ciò non accade al presente per causa del deterioramento della figura, la cui mano reggente il libro è un cattivo ritocco d'inesperto restauratore. E poiché questi sul quadro tutto l'ardita man'distese, molta ragione avrem noi di dolerci che le migliori
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opere de' più insigni Maestri o dalla incuria de' possessori o dall'ingiuria del tempo offese, destinate siano a cader sovente nelle mani di coloro, che lungi dal conservare anche quel poco che la fortuna ha rispettato in esse contaminano tutto di mala maniera, ond'altro che l'imperizia, e la presuntuosità loro non apparisce. 7° Nello spazio contiguo s'incontra il gran Quadro, che ci rappresenta la traslazione del Corpo di S. Guido pisano. Ne fu il dipintore Gio. Domenico Ferretti di Firenze, che ha fiorito in questo secolo, e che fu scolare di Gio. Giuseppe dal Sole bolognese. Egli è tinto con ispirito; e alcune vesti sacre nel franco maneggio dei lumi, e delle ombre mostrano fantasìa pittoresca. Il tutto insieme però, e massimamente alcune figure un po' trascurate, o mal disegnate fanno sì, che questa debba cedere ad altre opere, che il Ferretti fece per Bologna, per Firenze, e per Pisa ancora, come a suo luogo diremo. 8° La rappresentazione del gran quadro, che veste l' altro spartimento dimostra, quando Eugenio III. S. P. celebrando alla presenza dei Legati Vescovi greci, ed armeni fu colpito in fronte dal divin raggio, in mezzo al quale apparvero due candide colombe. Questo soprannatural prodigio
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osservato da uno solo degli astanti Vescovi (dice le storia) bastò a disciogliere il dubbio insorto sul rituale della Messa fra la greca, e l' armena Chiesa. Egli merita lode sì nella parte istorica, che nella pittoresca. Si trova nella prima una rigorosa osservanza del costume, e questa principalmente negli abiti convenienti de'Vescovi Armeni; si distingue la seconda nella bene ideata composizione, nel disegno, e nel maraviglioso effetto del riposo, come pure nello sfuggimento delle parti, che produce un largo notabile, e fà sì che nella piana superficie la vista s'interni. In fatti il gruppo della femmina voltata in ischiena, e del grazioso e ben atteggiato putto situato nelle prime linee del quadro in una massa di ombre, allontana mirabilmente gli alti oggetti. Queste, ed altre ordinate parti spiegano bastantemente il genio felice dell'Autore Go. Battista Tempesti pisano, a cui debbo saper grado di quel poco che negli anni miei giovanili appresi nella difficil arte del disegno 167 Nell'ara appresso un'opera di pittura in tavola porta speciale attenzione come derivante
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da uno dei primi pannelli, n'ebbero fama in quel secolo, quando l'Arte risorta si perfezionò in Italia; e tale essendo giust'è che l' autore, il significato, ed il pregio se ne produca. L'Autore fu Andrea del Sarto fiorentino bastantemente noto nella storia dell'Arte, perché io non ne descriva il carattere. Figurata in essa è la Madonna assisa in alto, e luminoso luogo, sostenente con molta leggiadrìa di posizione il divin Figlio, che al vivissimo volto porta insegne di amore. Ai fianchi del trono son situati due fanciulli bene intesi, e di forme semplici, e molli, che uno ha la figura d'Angelo, l'altro di S. Gio. Battista. Ordinate più abbasso sù confini del quadro sono le immagini di S. Francesco e di S. Bartolommeo; quella di S. Girolamo è in prima linea genuflessa. Una tal composizione quasi spogliata della vecchia freddezza può francamente annoverarsi fralle migliori di quella età. Le tinte mostrano passabilmente il natìo loro splendore, abbenché il quadro in addietro molto mal tenuto sia stato sovente in qualche piccola parte restaurato. Questo lavoro ch'è fragli ultimi di Andrea sarebbe al giudizio di chiaro Scrittore uno dei migliori di lui come lo furono i primi del Pontormo; ma l' esser'egli stato terminato
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da altra mano fà contro l'opinione. A questa ascriver volentieri potrebbesi la figura del S. Francesco. Ella è ben condotta nella testa, nelle mani, e nei piedi, ma priva è di quella agilità non sempre osservata da quei primi Maestri; siccome non dà contezza della sua posizione, quantunque le regole della prospettiva generalmente nel quadro trionfino. Giorgio Vasari scolare del medesimo Andrea ne somministra l'istoria nella vita del Sogliani in questi termini. E perché egli (cioè il Sogliano) si era acquistata molta grazia fra' Pisani, gli fu dopo la morte di Andrea del Sarto dato a finire una Tavola per la Compagnìa di S. Francesco di Pisa, che il detto Andrea lasciò abbozzata. Soppressa una tal Chiesa nell'anno 1785. il pittoresco lavoro fu destinato da Pietro Leopoldo ad aggiunger decoro a questo celebratissimo Tempio. 9° Il seguente Quadro grande rappresenta il B. Pietro Gambacorti pisano in atto di supplicare Urbano VI. per l'approvazione del suo Istituto. Fu fatto in Roma da Sebastiano Conca di Gaeta, che fu allievo di Francesco Solimene, ed uno dei migliori Professori del secolo presente nella bell'Arte della Pittura. Si può dir questo lavoro con buon ordine pittoresco eseguito, e forse più studiato sembra nell'imitazione
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della natura, che nella buona scelta del bello ideale; mostra qualche grazia nei composti, e vivezza in alcuni volti come in quegli de' due soldati sull'estremità del quadro. Trionfa l'Eroe, che all'occhio senza fatica si presenta, e la gloria ha un bel partito di luce, che dà il brio, e l'anima a quel silenzio, ond'è tutto il quadro condito; ciò che sovente più che un abbaglio di tanti lumi alletta. 10. Nella gran tela dell'altro reparto Francesco Mancini di S. Angiolo in Vado scolare del celebre Carlo Cignani, seguitò l'istoria del medesimo B. Gambacorti, allorché instituisce l'Ordine. L'uniformità delle tinte, e quel tuono generalmente cenerino di un debol colorito lo rende, ma non gli toglie il pregio di aver buoni contorni, e di essere con facilità dipinto. 11. Ne segue l'Altare detto de' SS. Martiri Gamaliele, Nicodemo, ed Abibone, i corpi dei quali giacciono nell'urna di marmo, come accenna l'inscrizione quivi scolpita. Questo prezioso dono del Patriarca 168
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e del Re Gottifredo portarono i Pisani con molte spoglie dall'assedio di Gerusalemme. Paolo Tronci riporta l'inscrizione hoc in Sarcophago ec. il cui originale in tavola si ritrova in una delle stanze dell'opera; accenna in oltre, che sotto la mensa ancor oggi si vede l'istessa Tomba, al presente dall'ornato moderno ricoperta, entro la quale i detti Santi furono trasportati da Gerusalemme. L'inscrizione, che vi si leggeva è scolpita all'esterno nel fianco dell'Altare non troppo fedelmente, per quanto mi asserì persona di tali cosa bene informata. Ella è in questi termini, ed è prodotta dal Gori.

115HIC OLYMPII QUATUOR QUISCENT
AVUS, PATER, FILIUS, NEPOS
JAM PLENU EST NON MOLESTOR
AUT MALO MEO ET MEORUM.

Porgono gli scritti maggiori prove, che quest'Altare fosse eretto col disegno del sempre celebre Scultore Michelangiol Buonarroti. Alla mancanza del gusto dell'architettonica
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struttura supplisce il pregio del ricercato, e sopraffino lavoro d'intaglio; e di esso la più intenta osservazione sarà di non ordinario piacere alle persone di buon gusto, e di utile agli studiosi, e dilettanti di sì nobil facoltà. Lavoro di greca mano esperta potrebbe egli agevolmente sembrare, se le contemporanee memorie, e le tempre di esso chiare per la cognizione e pel confronto non ci assicurassero, che fu mirabilmente condotto dal rammentato Stagi da Pietrasanta. Non men ch'il Civitali, che per un certo istrumento poc'anzi nominar dovemmo, e che nella statuaria ben esperto nelle Cattedrali di Genova, e di Lucca per noi si distinse, niuno dei moderni pareggia il nostro scultore nei capitelli, nelle cornici, e nelle fregiature. Ell'è particolare la diligenza di scalpello onde son'ivi introdotte maschere, che non esagerando sembran gettate, uccelli, ippogrifi, ed altri mostri, e figurine ideali, fogliami sottilissimi, e quanto di bizzarro un greco, o un antico romano Artefice inventasse giammai. Il mezzo rilievo di marmo bianco statuario è circoscritto dall' architettura dell' Altare. Se altri non lo riputarono degno di memoria, e se qualcuno dell'Autor dubitasse, il Borghini lo additò chiaramente
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scrivendo nel quarto libro del suo riposo: Le prime figure, che facesse di marmo Bartolommeo Ammannati furono nel Duomo di Pisa a una sepoltura di corpi Santi, un Dio Padre con alcuni Angeli di mezzo rilievo. Nel piedistallo sinistro per chi osserva sta scritto: OPUS FACTUM AN. SAL. MDXXXVI. MENSIS JANUARII. 12. Entrando nel sinistro braccio della croce trasversale si trova nel primo Altare sulla destra una bella Pittura in tavola, dove la Madonna col Bambino siede in alto soglio attorniata da più Santi, fra' quali S. Gio. Battista, S. Giorgio, S. Francesco, e S. Barbera. Ella viene attribuita a Gio. Antonio Sogliani accreditato Pittore fiorentino, ed imitator felice delle opere del gran Maestro dell' Arte F. Bartolommeo da S. Marco. La figura di S. Pietro, il tinto di alcuni panni, ed altri pochi attributi ne indicano lo stile. Ma se lo sguardo io volgo al gruppo delle due principali figure, le più graziose di tutte: se la cera de' volti, l'andamento della natura, il giro della testa del Bambino, ed il piegar delle vesti ne osservo:
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se l'atteggiamento ammiro de' sovrapposti due putti, alcune proprietà del S. Giovanni, e di una delle Vergini genuflesse, la sveltezza, e il colorito più castigato, e semplice, che non usò altrove il Sogliano, abbraccio volentieri il sentimento di Cochin, e di altri eruditi viaggiatori, agli occhi de' quali il far grazioso di Raffaello in quest'opera splendette. Né fia mal fondato il mio, e l'altrui parere; perocché con gl'impulsi del genio molto concorrono le memorie di questo Archivio Capitolare, il componitore dell' elogio del Sogliani nel quarto tomo degli Uomini Illustri 169 e la tradizione in somma, ch'egli oltre avere eseguito per questa Chiesa due quadri rappresentanti la Madonna con più Santi, altro ne terminò sul medesimo soggetto incominciato da Perino del Vaga. Ognuno sa, quanto sì eccellente artefice imitò la maniera del divino suo Maestro, affinché ne tragga l'enunciato pensiero. E se il Vasari, e Raffael Borghini contemporanei parlando di questa tavola nella vita di Pierino non dichiarano, che fosse cominciata da lui, ci assicurano per altro, che gli fu commessa dall'Operajo, come
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meglio dovrò in appresso accennare; ella è poi notabil cosa che tanto in ambedue i citati Scrittori, quanto nel libro lett. L. del detto archivio, dove nominatamente si fa menzione di quest'opera di pittura, ella si dice soltanto terminata dal Sogliano. Conchiudasi finalmente, che la nostra tavola mostrando la mano di due bravi artefici Pierino del Vaga , e Gio. Antonio Sogliani tiene un rango molto distinto, e lascia dietro di se quasi tutte le altre, che adornano gli Altari di questo Tempio. Ella fu tenuta giustamente in pregio anche dal Gran-Duca Cosimo. In prova di ciò la notizia vegliante in più carte autentiche mss. adduco, che un Operajo Papponi pel troppo amore, che portava alle Arti nobili se ne disfece vendendola per contratto a Pietro Tacca scultore in Livorno per pochi scudi nell'anno 1589; e che nel 1619 per ordine del G. D. suddetto e perché il Ceoli fu bene scelto al decoroso reggimento di questa Chiesa, mediante lo sborso di 199 scudi fu recuperata. Anche all' ara presente il decoro degl'intagli non manca, e nemmen l'indizio in essi del prelodato stile dello Stagi. 13° Chi ritrae diletto da qualunque bel prodotto dell'Arte non ometta di osservare al di sopra alcuni avanzi di stimabilissima
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pittura. Son sei fanciulli commendati dal suddetto Borghini, che condusse a buon fresco Pietro Bonaccorsi bastantemente noto col prefato nome di Perino del Vaga 170 Malgrado l'incuria sufficientemente si scorge in essi la purità del disegno, e la vaga maniera di quel grazioso pennello. Come poi un tal lavoro proseguito non fosse, il Vasari più degli altri scrittori ne fa estesamente l'istoria 171 Ma noi combinandola con varie antiche inedite memorie, daremo brevemente un cenno di ciò, che forma epoca di un abbellimento notabile di questa Chiesa riguardo alla pittura. Si trasferì Perino da Genova 172 Pisa in tempo, che i Pisani intenti al maggior lustro della Primaziale procuravano la scelta de' migliori scalpelli, e de' più rinomati pennelli: riguardo molto necessario, e lodevole di chi soprintende alle pubbliche fabbriche per non riempire la Città di volgari abbellimenti.
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Pertanto l'Operajo di quel tempo M. Antonio d'Urbano ricercò subito sì rinomato Maestro, gli comunicò la nobile idea, e l'incarico di tutta l'opera gli detta. Per lo che fece Pierino il disegno, dove in bell'ordine divisava le cappelle con graziosi compartimenti di stucchi, di grottesche, di serie di putti, e di varie istorie di Santi. E perché gli fu commesso, che prima eseguisse la tavola a olio per l'Altare di S. Barbera (come il primo ultimato dallo Scultore di Pietrasanta) fece i cartoni per quella facciata, dove fra bellissimi ornamenti aveva divisato la storia di S. Giorgio, che ammazzando il serpente libera la figlia del Re; ed incominciò la grande impresa degli indicati sei putti. Condotti che gli ebbe a fine, o per estro pittoresco, o pel motivo di amorosa passione, che lo distogliesse, come scrive il Vasari, deliberò di ritornare a Genova, dove aveva già dipinto con grande estimazione, e lasciò il lavoro di Pisa imperfetto. Ma fu così lunga la sua assenza, che l'Operajo stanco di più attenderlo dette finalmente a terminare la detta tavola a Gio. Antonio Sogliani, il quale aveva già dipinti alcuni quadri per la tribuna. Tornato Pierino da Genova, prese sdegno talmente della
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risoluzione dell'Operajo, che non volle altrimenti proseguir l'opera; e poco dopo se ne partì per Roma. La tanto furiosa determinazione di lui molto concorre a confermare l' allegata opinione sulla prelodata dipintura. Così questo nobil Tempio perdette il fregio di mostrare le mura intorno arricchite degli stimatissimi dipinti in fresco dell'imitator più felice del gran Raffaello, e che secondo il Vasari, erano per riescir cosa degna di lui, e da far nominare quel Tempio oltre le antichità sue molto maggiormente, e da fare immortale Perino ancora. Era almeno molto desiderabile, che non incolta mano dasse compimento alla delineata storia che tutta quella superior parte di cappella comprendeva; perocché ottenuto in tal guisa l'intento d'un maggiore ornato, quello ottenevasi della conservazione degli eccellenti avanzi, onde il rozzo pennello dell'imbiancatore più da lungi gli rispettasse. Siccome sperar potevasi, che il vegliante modello l'animo gentile di qualche Operajo inspirasse al proseguimento della nobile idea di tali dipinture d'intorno a sì bel Tempio, in cui 'l bianco di calce è incompatibile, ed alle sottoposte pitture in olio svantaggioso. Lodevol fia mai
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sempre per noi qualunque provvedimento si destini alla maggior bellezza di lui, perché agevolmente ( anche alla moda operando, tanto che il gusto trionfi ) potrebbe farsi tale da stare a confronto colle più belle prime Chiese d'Italia, sempre che si eccettui l'inarrivabile Basilica di S. Pietro di Roma, la cui fama per ogni dove trascorre. 14. Quattro tele dentro i divisati compartimenti di marmo vestono lateralmente le pareti di questa parte di crociata. Fu Dom. Cosi del Voglia adorno di profonde cognizioni legali, e d'animo generoso, e pio, che nell'an. 1700 continuar volle l'idea nobile, e grande. Conciosiaché i primi due quadri ai più valenti Professori di quel tempo della scuola romana commise; ed ordinò il terzo al miglior pisano Maestro, che allora maneggiasse con decoro i pennelli. Il primo che si presenta ha per soggetto cosa soprannaturale operata da S. Ranieri pisano Protettore della Patria. Fu dipinto da Domenico Muratori bolognese in Roma nell'an. 1718., come egli scrisse nell'angolo destro del quadro. Studiò questi il disegno da Lorenzo Pasinelli scolare di Simon Cantarini. Una tal'opera da lui trattata col maggior'impegno tiene al parer
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nostro uno dei primi posti frai lodevoli prodotti onde si acquistò credito nella Città suddetta. Se pei lumi sparsi soverchio resta mancante al primo colpo d' occhio di unità d'oggetto, e di ciò ch'è la base del buon colorito, ella si distingue penetrando colla mente più addentro nella tanto difficile espressione delle passioni, nella proprietà delle figure, e nella felicità dell'invenzione. La femmina ossessa dimostra propriamente terrore, e squotimento, ed è nell'agitazione più risentita. Le tinte del volto, e del petto son maneggiate con somma verità; e bellissime pieghe secondano il moto della figura. Il Santo bene espresso per il soggetto più ragguardevole del quadro (nel cui volto era solo desiderabile una più nobil cera) opera effettivamente; perocché tenendo con risolutezza la femmina per i capelli, sembra, che ordini al Demonio che da colei se ne parta. Con maestrìa son tirate a fine molte figure, che conducono alla presenza del Santo gl'infermi per la bramata guarigione. Ben intese sono le parti nude dei poveri, fralle quali la bella accademia nel carro si distingue. Proprissimo è l'atteggiamento dei putti; e la femmina per la piaga dolente si contorce con sì viva espressione nel volto, che lo spirito ne prova fisicamente il raccapriccio,
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e la pietà. Del buon disegno finalmente, parte principale della pittura e fondamento della romana Scuola, di bei partiti di pieghe e di grandezza di maniera non è scevro il pittoresco lavoro. Se non prestai troppa fiducia alla fantasìa, spero che il formato giudizio disapprovato non venga da quegli che sanno fare scelta di un'opera; e che sebbene non provenga essa da un Luminare, s'internano ad esaminarne le parti, poiché il bello, e l'utile non può concepirsi al primo sguardo. 15. Forma il piacer degli occhi il seguente bellissimo quadro escito da' floridi pennelli di Benedetto Luti fiorentino scolare di Domenico Gabbiani, e nudrito in Roma in grembo alle opere de' greci artefici. Quivi tenne l'onorevol grado di maestro dell'accademia del nudo, ed eseguì nel 1711 la presente opera meritamente stimata dagl'intendenti dell'Arte. Ella rappresenta il vestimento di S. Ranieri. Vedasi qual si presenta il Santo Giovine sciolto il crine a' piedi del Sacerdote; e come all'aria del volto la gentilezza dell'animo, e dello spiritual raccoglimento palesa. Molto proprio è l'atteggiamento alzando con la mano destra un lembo della mondana spoglia, di cui non desìa rivestirsi. Segni di meraviglia e di stupore nella più parte dei
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volti, e negli atti delle figure si scorgono. Si distingue fra queste una leggiadra femmina con capelli biondi ravvolti in trecce, mentre è condotta con non ordinaria delicatezza, ed è sì ben riflessata nelle carni, che effettivamente riluce. Dimostra all'opposto robustezza nelle sue parti più terminate, ed aspre la gran figura in prima linea del quadro; ella è da risentita ammirazione colpita, e forse di soverchio; perocché se Raffaello l'inventò proprissima al soggetto ch'egli trattava, nel caso presente nol sembra. Bellissimo è l'Angelo che in alto collocato agile, e lieve accenna il fatto graziosamente. Egli ha del celeste nell'aria del volto, sulla cui fronte sono i bei crin d'oro semplicemente raccolti; egli è tinto nella parte nuda con morbidezza di vero impasto, che può servir di norma a certi moderni Pittori, che ai dipinti loro dan compimento con cento sottili inverniciati impiastri. Finalmente questa nostra dipintura può divisare a chiunque abbia occhio erudito il tocco leggiero, e molle, la general floridezza, e l'armonica magìa nel tingere unita ad una industriosa distribuzione di ombre, e di lumi. Ricca degl'indicati requisiti, tutti difficili nell'Arte della Pittura vien meritamente giudicata l'esemplare di Benedetto Luti, e quella che porta
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il vanto sovra le altre, che in gran tela espresse adornano questa Basilica. Fa merito al nostro egregio Dipintore l'accennare, come egli in segno di riconoscenza, e di stima per il prefato suo Maestro fece passar il quadro da Firenze indirizzandolo al Gabbiani, onde ne giudicasse; ciò costa dalla lettera del medesimo Luti inserita nelle pittoriche del Pagliarini 173 16. In fronte dalla crociata si ammiri presentemente la Cappella già detta dell'Incoronata, ed ora di S. Ranieri pisano. Ne fece il nobil disegno Lino Senese, Architetto, e Scultore. Questi come uno dei migliori scolari dell'accreditato artefice Giovanni pisano venendo impiegato in quei tempi nelle cose di maggior rilievo fu chiamato a Pisa per architettare questa Cappella dov'esser collocato doveva il corpo del Santo Protettore. Se si ha riguardo a ciò, che potea farsi in quella per anche grossa età, ella è stimabile, come per formare qualche concetto di Lino il Baldinucci osserva, e come molto propriamente ne scrive il Vasari 174 Non ordinario è il partimento della Tribuna artificiosamente incrostato
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di ben terzi, e puliti marmi bianchi, e mischi; e di si ricca materia è tutta l'archittettonica struttura. I due fregi sopra le nicchie si distinguono fralle opere d'intaglio. Un gruppo di figure condotte di mezzo rilievo di marmo bianco lunese adorna, il compartimento di mezzo; ed esprimon'esse la Madonna Assunta in Cielo con un ceto di Angioli, e con gli Apostoli al di sotto. Lateralmente dentro le nicchie son situate due grandi statue, che sembrano rappresentar due Profeti. Nella volta son gruppi di putti scolpiti di mezzo rilievo. Dentro l'ornato superiore, ch'è un frontespizio molto conveniente, son collocate tre statue di marmo bianco rappresentanti la Madonna incoronata dall'Eterno Padre, e dal Figlio. Tutti i suddetti lavori di scultura, dopo che altri n'ebbe eseguiti nella cappella di rincontro, fece circa all'an. 1583 Francesco Mosca da Settignano, detto il Moschino, figlio e scolare di Simone Mosca intagliatore di quel tempo sul gusto antico. Quantunque qui non con molta grazia ei lavorasse i suoi marmi, operò con buon credito assieme col Padre in Roma, in Orvieto, in Firenze, ed in Parma, come attesta il Vasari 175
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e venne destinato da Duca Cosimo per l' Opera del Duomo di Pisa. M. Batista Lorenzi Scultor fiorentino travagliò nelle due nicchie della tribuna, dove fra i membri intagliati si distinguono i fregi. A far le stime di queste opere di scultura fu deputato Valerio Cioli da Settignano valente Scultore, che l'arte imparò dal Tribolo. Tutte le allegate notizie furono da me estratte da' citati codici di questo archivio. Nell'alta nicchia finalmente fuori del divisato ornamento vedesi a musaico espressa la Madonna sedente in trono con Angioli intorno, lavoro di Gaddo Gaddi fiorentino uno de' più esperti maestri di musaico dell'età sua, ed imitator felice della giottesca maniera. Giorgio Vasari 176 parlando di quest'opera dice, che fu secondo quei tempi (correndo l'anno 1308) con gran diligenza, e stabilità eseguita. Uno dei marmi, ond'è smaltato il pavimento di questa cappella, le ossa ricopre dell'Arcivescovo Francesco Bonciani fiorentino, oratore, e poeta celebre; e la seguente iscrizion sepolcrale in esso incisa si legge:


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HIC SITA SUNT OSSA
120FRANCISCI BONCIANI FLORENT.
ARCHIEP. PIS.
OBIIT AN. D. MDCXX.

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17. Vicino all'Ara 178 sorge dal pavimento un gran piedistallo di granito egizio rosato con conciami di giallo antico, e di quello di Siena, e con bozze di broccatello di Spagna. Sopra di esso posa la nobilissima urna di verde di Polsevera con fiorami, ed altri ornamenti di bronzi dorati, ed è quella che in se racchiude le sacre ossa di S. Ranieri Pisano della nobil famiglia degli Scaccieri, 179 che morì nell'anno 1161 e che acclamato fu dal Popolo Protettor della Patria. Dessa insieme col nuovo Altare, la cui mensa è di bellissimo giallo di Siena, si eresse per ordine,
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ed a spese del piissimo Principe Cosimo III. Né fu l'Architetto Gio. Battista Foggini Scultor fiorentino, che ammaestrato in Roma da Ercole Ferrata milanese, e da Ciro Ferri nel disegno, lasciò in patria, ed in Pisa ancora opere di scultura e di architettura degne di lode. 18. Passando alle due facce delle minori nevate, che la descritta cappella fiancheggiano, son'elleno adorne di un magnifico lavoro di architettura, ricco d'intagli, e condotto di finissimi marmi bianchi, e di mischi, di giallo antico, e di quello di Siena. In cartella di marmo replicatamente si leggono i seguenti caratteri:

FRAN. MED. SERENISS.
MAGN. HETRU. DUCE II.
125FELICITER IMPERANTE
A. SALV.
M. D. LXXXVI
HIERO. PAPPO. AEDITUO.

Due colonne di marmo bianco scannellate sostengono i frontoni, e fanno ala alle due nicchie, entro le quali due statue grandi più che natura son decorosamente situate. Quella sulla dritta della tribuna vestita in abito militare antico, e circa quattro braccia alta è di marmo bianco di Carrara. Alcuni Scrittori appoggiati
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a dubbiosa tradizione l'attribuirono al nominato Moschino. Ma la miglior maniera, ch'io ne ravvisava mi fe ricorrere al fonte usato; e dal cod. let. M. trassi memoria, che Giovan Battista Lorenzi, e Accademico fiorentino, questa statua di marmo terminò nell'anno 1593, e che Pietro Francavilla ne fece la stima di 270 ducati di lire sette l'uno. Quivi in oltre si narra, che dall'opera del medesimo Battista furono fatte le due nicchie ch'ornato formano alle due facce laterali della tribuna. Egli per attestato del Baldinucci morì in anno dopo, ch' ebbe ultimata la detta statua; ed è quel professor di scalpello ben noto col nome di Battista del Cavaliere, e come autore della bella statua rappresentante la Pittura nel sepolcro di Michelangiolo, che tanto ornamento accresce alla magnifica Chiesa di S. Croce di Firenze. L'altra Statua in più parti racconcia che arricchisce la facciata dall'opposta nave, di antico scalpello vien giudicata. Vogliono alcuni, che fosse ritrovata a caso nello scavo di qualchè antico edifizio; e che il Paganesimo pel simulacro di Marte l'adorasse. Al presente è stata convertita in S. Potito, e l'opposta ha di S. Efeso il nome.
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19. Sulla dritta volgendo s'incontrano altri due quadri per ornamento delle pareti. La rappresentazione del primo è la morte di S. Ranieri. Il Dipintore fu Giuseppe Melani pisano, che fiorì circa al 1700, e che unitamente all'Architetto suo fratello fece onore alla Patria col distinguersi nell'arte della Pittura. Quest'opera fu l'ultima ch'ei condusse. Abbenché condannata al peggior lume, e priva sia di una ricercata eleganza nelle tinte, ella avrà sempre del merito presso quegli che intendono, e che di osservar si degnano anche le opere, che non portano il nome di luminoso Autore. Essa in fatti così addormentata dimostra buona disposizione di figure convenevole al soggetto, e regolar prospettiva, che per lo più in molti quadri si trova in pratica osservata, quand'esser dovrebbe, al dir di Leonardo da Vinci, briglia, e timone della Pittura. E' da considerarsi l'atteggiamento della femmina ossessa, che per soverchia angoscia abbandonata si mostra. La caduta stessa del candeliere ben disegnato nello scorcio è il più studiato effetto dell'arte. 20. Nella seconda tela Felice Torelli veronese, che esercitò la Pittura in Bologna nella scuola di Gio. Giuseppe dal Sole, espresse nell'anno 1700 il miracolo operato
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dal medesimo S. Ranieri di restituir la vita ad una morta bambina presentatagli da' proprj genitori. Venuto a morte l'Autore fu colorita la gloria da Lucia Casalina consorte di lui, che apprese l'arte nella medesima scuola. 21. Passata la porta orientale è degno da osservarsi il piccolo Altare di S. Biagio. Egli è altro modello di eleganza pe' molti bei lavori d'intaglio sul marmo lunese condotti col più delicato finimento dal prelodato Stagi. La statua del Santo collocata nel mezzo di sì pregiato lavoro al medesimo scalpello attribuir si vorrebbe. Ma dar fede dovendosi ad alcune inedite carte di circa a quel tempo ed alla concordante notizia 180 che il Tribolo fu amicissimo dello Stagi, e che seco lavorò nel Duomo di Pisa, crederla piuttosto dovremo di questo celebre Scultor da Firenze, che allievo del Sansovino fiorì verso la metà del sesto secolo. 22. Non dubbiosamente ascriveremo al medesimo Stagi la statuetta di marmo posta nel mezzo sulla vicina pila dell'acqua santa, perché molte memorie lo attestano. 23. Voltando nel lato superiore della croce un'opera di pittura additeremo nell'ordine
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stesso delle divisate tele grandi, ma di gener diverso a tutte le altre, di quel che vero fresco volgarmente s'appella. L'Operajo Borghi a proprie spese per acquistarsi lode eseguir la fece al Tempesti nel 1793. Con facilità di pennello, con buon disegno, e con espressione nei volti ei vi rappresentò la cena del Redentore. Sulla porta della Sagrestìa il mausoleo vedesi dell'Arcivescovo di Pisa Pietro Ricci aretino, il cui marmoreo simulacro giace sull'urna. Eccone la memoria sepolcrale:

HOC CELEBRI TUMULO PETRI DE RICCIS
130DE FLORENTIA
ARETINI DEINDE PISANI ANTISTITIS BENEMERITI
SITA SUNT OSSA
QUI FELICITER E VITA MIGRAVIT
PRIDIE KAL. DECEMBR. AN. MCDXVIII.

L'altra iscrizione denota, che nell'anno 1713 fu dalla cappella di S. Ranieri nel presente luogo trasferito. 24. Dentro la Sagrestìa a fronte della porta è situata in alto la tomba del Cardinal Francesco de Moricotti Arcivescovo di Pisa. Narra il Tronci 181 All'osservazione
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del Ciaccone che morì egli in Assisi nel 6 di febbraio 1394; che di lì a Pisa fu traslatato il cadavere; e vuole erronea riguardo all'anno l'iscrizione, che dice:

135 SEPUL. FRANCISCI MORICOTTI CARDINALIS S. R. E.
VICECANCELLARII PATRIABQUE ARCHIEPISCOPI
OBIIT MCCCXCV. PISANO.

25.Dirimpetto è incassato nel muro altro Sepolcro di marmo colla seguente iscrizione:

J. FRAN. SCHERLACTI C. PIS. ARCH. OB.
A. MCCCLXIII.

Giacciono sopra le due casse i simulacri dei defunti Prelati; e la fronte delle medesime è a figure di bassorilievo scolpita con simmetrico spartimento, e con istile non de' peggiori di quell' età. La nuda salma per altro dell' Arcivescovo Scherlatti dall'effige di marmo separar si volle, e breve strada facendo nel fianco della piccola porta presso l'Altare di S. Ranieri si nascose. L'iscrizione quivi impressa dichiara che ciò fu nell'anno 1714. pis.. 26. Nell'Altare contiguo alla porta di questa sagrestìa è una bella Tavola dipinta
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nell'anno 1630 da Gio. Bilivert pittor fiorentino di padre fiamingo. Fu questi il miglior discepolo del rinomato Lodovico Cigoli; e tanto si avanzò nell'arte colla sua morbida maniera, col buon disegno, e col colore, che si acquistò fama, e fu protetto da Ferdinando I., e da Cosimo II Principi amorevoli ai grandi ingegni. Il soggetto del quadro son le Marìe a piè del Crocifisso. Egli è pennelleggiato con facilità somma, ed una gran naturalezza apparisce negli atteggiamenti delle figure, e negli andamenti delle pieghe. La pasta del colore dovette esser molle, e saporita, pria che dal ripulitore ignorante sfiorata fosse. Sono al vivo espressi gli affetti delle Marìe; fra queste mi ferma la grandiosa figura della Madonna, che dritta in piedi dinanzi al divin Figlio, non piangente, ma a ciglio asciutto è posta in un di quegli atti, che giusta l'espression del Petrarca parlano col silenzio. Gli ornati del moderno Altare son di bei marmi bianchi composti; e le colonne essendo di un bel marmo rosso vagamente mischiato da varj degradati colori, sono additate dai Naturalisti. L'iscrizione in marmo nel fianco della mensa dichiara, che quando nel 600 furono fatte da una, e dall'altra parte le divisioni pel comodo
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delle due Sagrestie, furono anche eretti i due Altari a spese del Canonico Sabini. 27. Venendo ora a parlar del Coro, non mi fermerò sul recinto di esso, ch'è tutto di marmo, condotto al di fuori di fiorami, e d'arabeschi con intersiature di diaspri, e d'altre pietre di varj colori, ma sul nuovo Altar maggiore, che per la ricca materia con nobiltà si presenta. Il verde antico, il lapislazzuli, ed il broccatello di Spagna lo compongono, e facilmente ne adombrano il gusto. I corniciami, e varj altri membri furono di dorati bronzi propriamente immaginati. Incrostature di persichino di giallo di Siena di polsevera di bardiglio e di brecce di Seravezza la posterior parte ne vestono. Egli fu eretto nell'anno 1774. a spese del defonto Arcivescovo De Conti Guidi, come spiega l'iscrizione posta nel pilastro. Non si passi sotto silenzio a questo luogo l'antico altare lavorato in noce. Se il moderno vanta ricchezza di pietre, vantò l'antico il decoro di buoni intagli nel prefato legno, e quello di tre statue in bronzo del celebre Giov. Bologna 182 sovra di esso innalzate. Eppure
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un tal decoro dell'arte per bontà dell'Operajo d'allora ad ignobil magazzino fu destinato. Ei ne campò per avventura mediante le premure da me fatte presso il successore Operajo Cammillo Borghi, ond'ora è concesso ai veri amatori di ammirarlo nel Cristo sull'ara moderna e nei due Angeli, reggente ciascuno un candelabro, sulla sponda dell'indicato recinto del coro. I gradini intagliati in una cappella del Campo Santo furono posti. Giova l'accennare, che su quest'Ara nel giorno del Corpus Domini s'innalza una maestosa macchina degna d'essere osservata per l'architettura eseguita con mirabile effetto, e con dolcezza di tinte da Francesco Melani, e per le figure dipinte da Giuseppe fratello di lui. 28. Lateralmente negli angoli, dove i pilastri sostengono la grande arcata son situate due grosse colonne di porfido rosso orientale sopra non ordinaria base di marmo, alle quali fan corona due stimabilissimi capitelli. La prima ad osservarsi merita
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esser quella sulla destra dell'Ara maggiore, e per la bella qualità della pietra, e pel suo capitello principalmente. Egli è condotto con istupenda finezza di eccellente lavoro. Se si esamina l'artificio delle maschere, degli aggruppati putti, e delle figure del satiro, e di varj animali cavate dal finissimo marmo statuario: se le foglie lavorate col maggior gusto, e giri di quelle con delicato traforo: e se generalmente la particolare morbidezza, e il sommo pulimento dell'intaglio si osserva sembra doversi giudicare quest'opera di finissimo greco lavoro. Conosceranno gl'intendenti, che aggrandita non fu con parole la descrizione, e recherà forse meraviglia, ch'ella provenga per quanto la tradizione ed alcuni mss. ci assicurano, dalla mano sempre felice del sovente lodato Maestro Stagio Stagi da Pietrasanta. 29. Sul medesimo capitello leggiadramente s'innalza una statua in metallo, altra opera degna di somma stima. Un Angelo di belle forme, vestito di sottili, e bene accomodati panni, che sostiene con pronta attitudine un candelabro ella rappresenta. La base parimente di bronzo è molto ben lavorata. Tanta bellezza di esecuzione si deve a Stoldo di Gino Lorenzi da Settignano, che molto operò in Pisa, e che atteso
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il non ordinario suo credito fu dichiarato dal Gran Duca Francesco soprantendente all'opera del Duomo, come distesamente ne parlano il Borghini, e il Baldinucci. Nella base è scritto l'anno 1583. in cui si fece il lavoro. Nel cit. codice di quest'archivio è indicata la stima fatta dal nominato M. Valerio Cioli Scultore di scudi 420. per la semplice fattura 183 30. Serve di accompagnamento nella parte opposta altra colonna del medesimo porfido. Ella è di due pezzi, che tale fu quivi collocata in luogo di altra intera, che per ordine del G. D. Cosimo III. servì per l'Altar Maggiore della Chiesa di S. Stefano. Asserisce il Tronci 184 di aver egli veduta questa colonna fralle altre nella prima loggia della facciata occidentale sopra la porta grande, dove era stata collocata dai Pisani a perpetua memoria dell'ottenuta vittoria nelle Isole Baleari, d'onde l'aveano trasportata insieme con le due colonne che regalarono a' Fiorentini. Il Capitello di marmo bianco statuario è anch'esso di non ordinaria bellezza. Ei fu commesso dal detto Principe
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al rinomato Scultore Gio. Battista Foggini per accompagnamento dell'altro soprallodato. In quest'opera, dice l'elogio nel tomo XI. serie degli Uomini illustri ec. dimostrò il Foggini che la maniera del suo operare non portava invidia alle opere de' più eccellenti Maestri. Fu fatto nell'anno 1714. 31. Per quanto lo permette il gran baldacchino, che per lo più defrauda la bellezza dell'architettura delle Chiese, si alzi lo sguardo verso le pitture a fresco, che ornano il grande arco trionfale 185 La rappresentazione è di gruppi di Angioli in campo d'oro. Il lavoro fu de' primi di Domenico Ghirlandajo fiorentino secondo gli scritti del Vasari 186 Esso fiorì dopo la metà del XV. secolo, facilitò l'Arte del musaico, lavorò bene a fresco, togliendo nella pittura certi usi antichi, e fu maestro ne' principj del disegno al gran Buonarroti. Scrisse ancora l'Aretino, che Domenico avea prima dipinto tutta questa tribuna, in prova di che sotto i quadri presenti ne esistono tuttavia alcune reliquie. 32. I freschi compresi nelle pareti del presbiterio dagli archi fino al soffitto, dove
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son divisati in più spartimenti i principali misterj della Madonna, i fregi con fogliami, ed i putti, mal si ascrivono dal Martini, e da altri all'istesso Ghirlandajo. Imperocché molto ne soffre la cronologìa, trovandosi scritto nelle due cartelle situate dove si congiungano gli archi il Real nome del benemerito Principe Ferdinando I. de' Medici, e nel mezzo della faccia orientale della grande arcata, che sostiene la cupola, l'anno MDLXXXVIII., in cui fu dato compimento al pittoresco ornato, e in conseguenza più di cento anni dopo la morte del suddetto Ghirlandajo. Oltre di che l'errore si fa chiaro mediante l'esame degli arabeschi, e delle figure, alcune delle quali son molto ben condotte nel disegno, e nel colorito, e ben panneggiate. Bensì agevolmente mi determinerei ad attribuire il lavoro a Bernardino Poccetti fiorentino eccellente pittore in fresco di grottesche, e di figure, perché egli operò in Pisa circa all'anno enunciato, come dovrò dire a suo luogo, perché molto ne prevalse il prefato Principe, che ordinò questo lavoro, e perché in fine fu maestro di Michelangiolo Cinganelli fiorentino, del quale abbiamo certa notizia, che quivi operasse circa al 1600., allorquando colorì i peducci della cupola. E poiché in
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questa parte si scorge eseguita la grande idea, che fece Perino del Vaga per abbellire tutte le mura del Tempio, come appunto fu poco innanzi da me descritta, fia molto verisimile il congetturare, che sul disegno lasciato da Perino operassero i suddetti maestri. Se osserviamo di fatto una certa leggiadrìa di disinvolta posizione in alcune figure, e certi putti svelti, e graziosi ci confermeremo nella opinione. La solita fatalità delle scrostature derivate forse dall'umido delle pietre richiederebbe il restauro. 33. Non sono di spregevol fattura i seggi de'Canonici, e di tutto il coro per gl'intagli, e pe' lavori di tarsia, manifatture introdotte in Toscana a' tempi del Brunellesco, e di Paolo Uccello, come insegna il Vasari. Da una artificiosa connessione di legni di diversi colori vengono quivi rappresentate figure, fogliami, ed altri ornamenti. Giuliano da Majano, e Giuliano da S. Gallo ingegneri accreditati, ed Architetti fiorentini nel secolo XV. ebbero gran parte ne' suddetti lavori, e si servirono dell'opera di Guido da Servellino, o Seravallino, e di Domenico di Mariotto, come attestano il Vasari 187
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Raffaello Roncioni 188 In appresso Gio. Battista del Cervelliera Architetto pisano, in simil genere di grande ingegno dotato terminò con miglior maniera sì d'intagli, che di tarsie non solo la maggior parte dei suddetti seggi, ma quegli ancora, che annessi alle pareti tutta la Chiesa circondano. Egli ancor si distinse nei lavori della cattedra nel mezzo della medesima dirimpetto al pulpito situata. 34. Nelle pareti, che chiudono gli spazj delle due ultime arcate veggionsi due gran quadri di pittura a olio sul muro contenenti due fatti di pisana istoria. Quello, che resta al di sopra della cattedra arcivescovile rappresenta l'armata pisana che sotto il comando del concittadino Arcivescovo Pietro vittoriosa ritorna dalle Isole Baleari, conducendo schiava la Regina moglie dell' ucciso Re Nazzaradeolo, ed il figlio 189 Nella superior parte del quadro è la seguente iscrizione apposta:
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PASCHALE II. P. M. AUCTORE PISANI CLASSE CCC. TRIREMIUM COMPARATA PETRO ARCHIEPISCOPO PISANO DUCE BALEARES INSULAS PROFLIGATIS SARACENIS IN DICTIONEM REDIGUNT, CAPTAQUE REGIA CONJUGE, AC FILIO PRAECLARAM VICTORIAM ILLUSTRI PIOQUE TRIUMPHO EXORNANT. A. D. MCXV. Volendo i Pisani nel XVI. secolo perpetuar la memoria di sì segnalata impresa mediante la nobil' arte della Pittura, ne commisero il lavoro a Domenico Passignani fiorentino scolare di Federigo Zuccheri, come uno degli accreditati Pittori dall' Italia in quel secolo 190 Si portò egli pertanto a Pisa; e coll'ajuto del suo scolare Cesare Dandini condusse a fine il gran lavoro nell'anno 1618. Abitò nel palazzo dell' opera 15 mesi; e per ordine di Cosimo II. quarto Gran-Duca di Toscana, il cui glorioso nome si legge nella fascia sotto al piano del quadro ebbe per sua mercede scudi 1000., come resulta dalle memorie di quei tempi. L'intelligenza grande del nudo, ed altre qualità pittoresche proprie di quell'esperto pennello,
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se qui si occultano al dotto conoscitore, ei ne comprenderà le cagioni. Le mestiche di quei tempi di sole terre senza biacca composte, e l' usato stile del Passignano di distendere liquido il colore e di servirsi talvolta per mezza tinta della mestica sono i motivi onde il nostro quadro l'idea del primiero stato appena dimostra, ed onde altre opere di lui negli scuri sono annerite, e guaste. Tanto più questa dovette esservi soggetta per la disparità dei composti, su' quali fu lavorata, o per la mal preparata calce. 35. Pietro Sorri senese, primo allievo, genero, e compagno del suddetto Passignano, che seco lo condusse in Venezia ad erudirsi sul paolesco grandioso stile, ravvivò nell'altro gran quadro dirimpetto la gloriosa memoria per la Chiesa Pisana della onorifica consacrazione di questa Primaziale fatta dal Pontefice Gelasio II. Non fia discaro ch'io qui brevemente dell'istoria l'idea ne risvegli 191
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Questo Pontefice per la seconda volta da Roma fuggendo per sottrarsi a' sediziosi Romani, ed alla forza de' Frangipani, giunse per la via del mare nella Città di Pisa nel settembre dell'an. 1118 dove con sommo onore ed applauso fu accolto. E poiché lo supplicarono i Pisani di voler consacrare la Basilica di loro, ei v'aderì di buon grado. Fatti pertanto con sollecitudine i più magnifici preparamenti nel giorno stabilito del dì 26 di settembre dell'anno 1119 pisano, e dell'anno comune suddetto 192 fu la consacrazione con gran pompa, e con l'intervento non solo di quei Cardinali, che seco condotti avea, ma di quasi tutti i Vescovi della Toscana, di alcuni della Sardegna, del Clero di Lucca, e di gran numero di Sacerdoti, e di Diaconi. Tanta Clericorum, Laicorum, nec non et Mulierum multitudo ec.e tutto ciò che allora avvenne gli scritti narrano di antico codice medesima
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Chiesa. Il mentovato Pittore molto bene espresse le particolarità tutte della storia, i Personaggi, che vi ebbero parte, il luogo, e tutte quelle azioni accessorie, che poteano render più nobile, e vero il soggetto. Usò molto artificio negli abiti convenienti, nello sb