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Borghi, Camillo Ranier

L'oplomachia pisana, ovvero la battaglia del ponte di Pisa



L'OPLOMACHIA PISANA, OVVERO LA BATTAGLIA DEL PONTE DI PISA,
DESCRITTA DA CAMILLO RANIER BORGHI NOBIL PISANO, ALFIERE D'INFANTERIA DELL'A. R. DI TOSCANA NELLA BANDA DI PISA, E DA ESSO CONSACRATA AL SENATO, E POPOLO Della medesima Città di Pisa.

Dedica

AL SENATO, E POPOLO PISANO CAMILLO RANIER BORGHI. Quanto grande, ed eroica, altrettanto commendabile fu l'ingegnosa invenzione di quella finta, ma fiera Battaglia, che fin dal principio di questa superba Città destò ne' forti animi degli antichi Pisani quell'alto valore, che dimostrarono poi nelle tante malagevoli imprese, e nelle tante segnalate Vittorie ottenute, allora che l'intrepidezza del loro magnanimo cuore non aveva limite, che le impedisse il corso, nè freno, che la retardasse dal tentare ogni più periglioso cimento. Per la qual cosa ben meritarono, che ne fossero consacrate all'Immortalità le memorie, e dalle penne, che descrissero in più volumi le gloriose loro geste, e dagli Scarpelli, che le incisero ne' Marmi, e le scolpirono a maraviglia ne' Bronzi. Di non minor laude condegna sempre mai si rendè l'emula Pisana Posterità, che divenuta non mica erede delle superbe Grandezze, che sono beni caduchi della cieca Fortuna; ma bensì delle rare, ed immortali Virtù degli Avi suoi, fe trapassare d'uno in un altro Secolo, fino a questo ancor nascente, la bella usanza d'appresentare d'anno in anno all'altrui curiose pupille quel vago, ed insieme orrido Spettacolo, che volgarmente Giuoco del Ponte s'appella, tanto più mirabile, quanto più nascendo tra gli ozj, e le delizie d'una tranquilla pace, accresce pregio vie più riguardevole al di lei genio egualmente nobile, e marziale. Di questo adunque celebre, e famoso Giuoco, vera sembianza di Guerra, e della di lui origine bramando or'io di rintracciare il vero, e di difendere per quanto estendonsi le deboli forze del mio talento, dalle ingiurie del tempo una così illustre memoria, ho preso, eccelso Sentao, e valoroso Popolo, a raccogliere tutte le notizie che intorno a ciò sono state possibili. E dovendo per compiacere agli Amici, permettere, che queste mie povere fatiche compariscano alla pubblica luce, ho tosto conosciuto corrermi l'obbligo, per aver' il vanto ancor'io di derivare da questa inclita Patria, di dovere consacrarle a Voi, facendomi a credere, che non possano esservi se non care; sì perchè viene in esse a farsi onorata menzione delle nobili, e generose azioni de' nostri Maggiori; sì perchè potrete ravvisare in Voi stessi, e nell'eroiche Opere vostre, una vostra di loro felicissima immitazione. Questa sola credenza mi ha fatto superar quel timore, ch'io non senza gran ragione concepiva, d'aver ad incontrare le vostre giuste repulse per la tenuità dell'offerta, nella quale essendosi pur degnato il vostro benigno consentimento d'approvare, e d'aggradir parimente il Tributo dell'obbligata mia volontà, prendo animo a sperare, che siccome (mercè l'incomparabile umanità vostra) sono per rendersi meno osservabili le oscurità dell'ingegno, che questo mio mal composto libro contiene; così più chiaro sia per apparire quell'umilissimo ossequio, e quella somma venerazione, con cui ho l'onore di presentarvelo, ponendoli in fronte la gloria, e lo Splendore del vostro riveritissimo nome.

Prefazione

L'Aver trascorso, leggendo per mio divertimento, il trattato de' Giuochi Circensi Romani, posto in luce dal famoso Padre Onofrio Panvinio, e la Parafrasi di Pindaro dell'eruditissimo Sig. Alessandro Adimari circa gli antichi Giuochi de' Greci, m'invogliò di far passare con ogni maggior distinzione alla Posterità anche le notizie del nostro Giuoco del Ponte, per assicurarlo al possibile, che

L'Astro, che d'involar, se non invola,
Tenta la gloria all'opere ammirande,
Il tempo alfin, che la credenza nega
Alle scorse memorie

non potessero o minorare, o supprimere il grido, e la Fama d'un Giuoco vero ritratto di Guerra, in cui unitamente esercitandosi le virtù dell'animo, e del corpo, può meritamente tenersi di stima superiore a quanti mani, se ne rappresentassero e da' Romani, e da' Greci; poichè i Giuochi de' primi non servirono a' loro Cittadini, che di puro divertimento; e di solo esercizio del corpo quei de' secondi. Misurata dunque la bassezza del mio intendimento con la difficoltà dell'impresa, e ricordevole di quel detto. Sumite materiam vestris, qui scribitis, aequam Viribus, mi riconobbi quasi incapace a soddisfare il mio desiderio; reflettendo poi, che niuna cosa dev'essere più in pregio agli Uomini in vita, che la loro Patria, senz'altro riguardo a simili impegno m'accinsi. Appena, per così dire, dato di piglio alla pena, l'inaspettato passaggio, come può sperarsi, al Paradiso Nell'età sua più fresca, e più fiorita di Camilla Balbiani Consorte, e signora mi dilettissima, universalmente compianta per le degnissime sue qualità, concorrendo in essa, tutte le virtù, e condizioni, che in una Dama, e Moglie si ricercano, sospese il progresso del mio disegno; a cui nè meno per ombra averei mai più pensato, se, bisognose le mie lacrime di sollievo, non mi fosse stata forza ricorrere a qualche applicazione, essendo lo studio il balsamo più potente per alleggerire i dolori, e gli affanni. Terminato il lavoro, stetti in dubbio di darlo alla luce, per non espormi alle rigorose censure della Critica: l'aver poi letto Difficile esse aliquod reperiri opus, in quo nihil a quopiam reprehendatur, est enim arduum ita quidpiam perficere, ut non alicubi pecces. Quos di etiam sine aliquo errore quidpiam peragat aliquis, non facile est, quin patiatur, ac inveniat aliquem iniquum Judicem, mi fece correre a seconda del genio di molti affezionati a questo Giuoco, che ne domandavano la pubblicazione; sperando ancora, che le mie fatiche, quando la materia non sia trattata con l'ordine, che ricercasi, possano servire almeno d'impulso ad altri di ridurla a perfezione; e che la rozzezza dello stile deva esigere cortese compatimento, sapendosi, che la mia professione è di Soldato. Con tutte le diligenza da me usate poco in proposito del nostro Giuoco m'è sortito raccogliere, perchè pochi sono gli Autori, che di esso abbiano trattato; e niune le antiche memorie, che del medesimo appresso i Pisani si conservino. Sopra le cose dubbie ho stimato ragionevole dire il mio parere, intendendo discorrere delle materie, e non formare un puro registro dell'altrui opinioni: delle cose poi totalmente oscure ho tralasciato di parlarne perchè

5 Assai meglio è tacer, che dir menzogna.

Il titolo d'Oplomachia Pisana, posto in fronte al presente Trattato, l'ho dedotto da quella Oplomachia Greca, da cui suppongo possa avere origine il nostro Giuoco; al quale, quand'anche fosse falso il supposto, ho creduto tal nome poterglisi non ostante convenire, atteso il proprio significato dell'istessa voce Oplomachia, che risuona Armorum ficta conflictio, come a suo luogo si manifesta. In alcuni luoghi ho rapportato gl'interi passi degli Autori, per dar maggior forza a quanto ivi di discorre. Nel confutare gli altrui pareri, ho voluto addurre tutte quelle ragioni, che mi sembravano a proposito, senza eccettuarne alcuna, benchè di poca vaglia; persuadendomi, che unite con l'altre di maggior conto potessero molto cooperare alla mia intenzione, giusta la nota regola di Ragione, quae singula non prosunt, simul collecta juvant. Fino l'anno passato era mio pensiero, che la presente Opera corresse la Fortuna della Stampa, ma il passaggio delle Truppe Alemanne in Toscana, all'assistenza del quale fui in diversi tempi, e luoghi dalla mia Patria, e dal mio Sovrano impiegato, non mi diede campo di ciò eseguire: desiderando ora che ella uscisse al Mondo, almeno senza errori di Stampa, per ottenerne l'intento, non potendovi assistere di Persona, ne aveva porte premurose l'istanze a chi doveva; ma perchè, per quello scrisse erudita penna, il presupporre la Stampa senza errori è appunto un voler credere senz'acqua il mare, senza moto i Pianeti, e non più contrarj tra loro gli Elementi, alcuni de' più essenziali vedonsi corretti in un foglio in fine del Libro, lasciandosi gli altri al cortese compatimento, ed alla perfetta intelligenza di chi legge.

Indice

1. Quesito I Qual sia l'Origine del Giuoco del Ponte.

Non tengono i Pisani cos'alcuna di certo dell'origine di questo loro antichissimo Giuoco, perchè, oltre il lungo corso del tempo, i tragici successi della loro Patria hanno sepolto in una perpetua oblivione le più gloriose memorie. Quindi è, che in proposito del medesimo Giuoco seguendo ciascuno le notizie passategli per fama d'età in età da' proprj Antenati, a tenore della varietà delle medesime, varie sono le opinioni, che del suo principio si formano. Qualunque elle si sieno, quivi di tutte ne porrò distintamente il ragguaglio, ed esaminando di ciascuna le circostante a misura della propria intellingenza, mi farò lecito l'esprimere, quale io mi pesuada per più d'ogn'altra probabile, lasciando intero il suo luogo alla verità, e a chi si sia libero l'arbitrio di credere ciò, che gli sembrerà più ragionevole, perchè

Si puote male altrui far chiaro, e piano
Quel che ne pure a se medesmo è noto.

OPINIONE I. Dicono alcuni, che Musetto Re di Sardigna,
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forte sdegnato contro i Pisani per le da loro ricevute sconfitte, bramoso di vendicarsene navigasse col fiore delle sue Truppe alla volta di Pisa, e nel più cupo della notte penetrato in essa dallaparte, che 'l mezzo giorno riguarda, quella col fuoco quasi tutta in cenere riducesse; e che mentre passando il Ponte, che la Città dal Fiume Arno divisa congiunge, portar volesse l'istesse rovine anche nella parte verso Tramontana, il Popolo Pisano già messo in arme per opera d'una Matrona chiamata Chinsica, che al primo strepito delle nemiche furie s'era corsa a darne parte al Senato, s'opponesse alla di lui barbarie, e' fieramente con esso combattendo lo costringesse ad una vilissima fuga; onde il Senato, per conservar' eterna la memoria di tatnto successo ordinasse, che ogn'anno nel giorno dell'ottenuta vittoria, sopra ilPonte medesimo, si rappresentasse fra gli Abitatori dell'una, e dell'altra parte della città un giocoso combattimento. Il Padre Gio. Battista Ferrari Gesuita registra anch'esso questo pensiero e prima di lui fu da altri cantato

Anzi perchè l'altr'jer là su quel Ponte
Incontro a' Saracin le vostre squadre
5Si dimostraron sì valorose, e pronte,
Ch'alla vittoria lor troncar le strade,
Acciò divenghin manifeste, e conte
L'alte prodezze alla futura etade
Su quel Ponte medesmo a vostra gloria
10Eterna altrui se ne farà memoria.
Del vostro alto valor per rimembranza,

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ch'ogni stagion brumal quì si rinuova,
Di giuoco tal s'ordinerà l'usanza,
Di cui più bel non mai si vide altrove:
15Di vera pugna altrui darà sembianza,
Dov'ha Marte a spiegar tutte sue Prove;
Proprie, e vere saran l'armi a difesa,
Ma Lunati Targon sol per offesa.

Che Musetto veramente l'anno millecinque venisse a' danni di Pisa, e che in essa facilmente entrato per non esser circondata di mura (avendo la fabbrica di queste avuto principio nell'anno 1102, e termine nel 1154 desse alle fiamme la parte sopranotata, pare, che nonpossa dubitarsene; poichè tutti gli Scrittori delle memorie Pisane in questo fatto concordano; ma che fra i Pisani, e le genti del prefato Musetto vi seguisse battaglia, non v'è riscontro, che lo dimostri. E' vero che Raffaello Roncioni asserisce, che vi fu un simil combattimento; ma vedendo che il Padre Lorenzo Tajoli Domenicano, che egli celebra per diligentissimo nelle cose di Pisa, e che avanti di lui scrisse, dice totalmente il contrario; e il Troncia, che dopo di esso compilò della Città gli annali, aderisce al Tajoli, mi fanno credere per ideali del Roncioni il racconto. Riferisce il primo che quando Musetto si mosse contro Pisa, essendo i Pisani in Calabria all'assedio di Reggio, in essa non si trovavano altri Uomini, che Vecchi, Putti, Dottori, e simili inesperti all'armi, i quali nell'avvicinarsi del Barbaro alla Città tutti si fuggirono a' monti, ed egli entrò in essa senza alcuna
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difficoltà, e resistenza) e non trovandosi Abitatori la fece saccheggiare; e data alle fiamme quella parte di essa, che è detta Chinsica, subito si partì con tutte le sue genti. Narra il secondo, che l'accennato Musetto venne alla rovina di Pisa, sapendo che la Città si trovava sprovveduta, e senza Difensori, per essere i Pisani all'assedio di Reggio; e che egli assalì in tempo, che i pochi Abitatori, e inabili all'armi, si erano ritirati a' monti; e che dopo aver saccheggiata, e bruciata la parte sopra descritta, si diede alla fuga, insospettito dal suono d'una campana, fatta sonare da' Reggenti della Repubblica; il che pure ricavasi da altri Manoscritti. Che fosse costume de' Pisani, quando si prtavano a gran'imprese, lasciar la Patria con pochi, o nissuni Difensori, confidati forse nella fortezza di quattordicimila, o sedicimila Torri, che la coronavano, appieno lo dimostrano li due seguenti successi. L'anno 1004 incamminati a' danni dell'istesso Re Musetto, avendo i Lucchesi mosso contro il loro stato, non proseguirono il viaggio, perchè la Città si trovava vota di gente, e in pericolo di ricevere qualche gran danno. L'anno 1114 tornando i Lucchesi a' danni de' Pisani in tempo, che questi navigavano all'acquisto delle Baleari, per non tralasciare l'impresa, ricorsero all'aiuto della Repubblica Fiorentina, per assicurare la Città da qualche sorpresa, per esser rimaste in essa poche persone abili all'armi. Se dunque in fra i Pisani ed i Saracini non vi seguì la decantata battaglia, ne viene in nevessaria conseguenza, che il
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Giuoco del Ponte, che si propose istituito per memoria d'azione così gloriosa, veramente non abbia l'assegnato principio. Ma quando ancora vi fosse seguito il detto conflitto, poco a mio credere favorirebbe l'addotta opinione; non parendomi probabile, che, se in memoria di quel fatto si fosse istituito il nostro Giuoco, il Roncioni medesimo, che registra l'onorifica remunerazione, conceduta dal Senato Pisano a quella generosa Donna, per il benefizio da essa ricevuto, dovesse poi esser così ingrato alla Patria di trascurare la memoria di detto Giuoco, che tanto ridondava in memoria della Patria medesima. Racconta come per supremo decreto fosse determinato, che la parte incendiata, detta allora Guassalongo, e Spassavento, per l'avvenire si chiamasse Chinsica, come di presente si chiama; nome, che altri dicono impostole dalla voce Chinsica, che in Lingua di quei Saracini significar volesse arsiccio, o abbruciaticcio; e che a detta Donna fosse eretta una Statua di marmo, che per fama universale si tiene quella, che vedesi in via S. Martino nella facciata d'una Casa de' RR. PP. del Carmine; ricompensa, se non eguale al di lei illustre operato, almeno di decoro non ordinario, poichè uno degli onori, che possa farsi ad un'Uomo di gran merito, si è quello d'ergere Statue a sua gloria, particolarmente quando ciò vien' esequito dal Pubblico. Tralasciando finalmente le congetture direi, che dal seguente riscontro pienamente si
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manifestasse la fallacia della già assegnata origine del nostro Giuoco; poichè non può controvertersi, che a volere, che avesse avuto il principio dalla fuga del Re Musetto, converrebbe, che la sua venuta a Pisa fosse stata in detto anno 1005, dì 17 Gennajo, per esser questo il giorno destinato ab immemorabili alla di lui rappresentazione, com'è notissimo; ma essendo seguita in tempo, che i Pisani erano in Calabria all'assedio di Reggio, come consta di sopra, non potè essere di Gennajo, perchè essi partirono a tale impresa il dì 6 Luglio 1005 e da quella vittoriosi ritornarono il dì 6 Agosto 1005. Benchè dalle sopra espresse ragioni possa restar manifesto, qual conto debba farsi dell'autorità de' sopracitati Nozzolini, e Ferrari, soggiungo, che oltre all'essere Autori moderni, avendo il primo dato alla luce il suo Poema in Firenze l'anno 1635, ed il secondo i suoi ragionamenti in Siena l'anno 1652, hanno scritto ciò, che da altri è stato loro suggerito, come chiaramente da' medesimi si deduce, e in specie del Ferrari, che fonda il suo discorso nella relazione datagli di simil Giuoco da Francesco Rossermini nobil Pisano, che pure non fermasi nell'addotta opinione, come in seguito si manifesta. Ma quando ancora potesse darsi, il che non s'ammette, che la fuga del Re Musetto fosse seguita nel dì 17 Gennajo, non ostante, attesa la seguente reglessione, ardirei dubitare, che il Giuoco del Ponte non riconoscesse dalla predetta fuga il principio, poichè, se in tal giorno la Città di Pisa ottenne la
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liberazione dal guasto, e saccheggiamento dell'Armi del prenominato Musetto, probabilmente oltre all'istituzione del Giuoco averebbero i Pisani conservato tal memoria con solennizzare la Festa di S. Antonio Abbate, che cade ind etto giorno; o almeno con eleggerlo in Santo Padrone della Città, come hanno fatto d'altri Santi per simili, e anche minori congiunture di riportate vittorie, cioè di S. Sisto Papa, e Martire, de' diecimila Martiri, di S. Giustina Vergine, e Martire, e d'altri, a' quali ancor di presente la Città di Pisa conserva il titolo di Padroni. Leggendosi in oltre, che in onore del primo i Pisani edificassero in Pisa una Chiesa sotto il di lui titolo, che ancora oggidì è in essere, ed il Rettore di essa ha dignità di Priorato, e dura tuttavia nella Comunità il padronato di quella ed a gloria de' secondi della Vacchetta de' Partiti dell'anno 1500, e 1501 segnata di Lettera K segnata num. 10 esistere nel pubblico Archivio della Comunità medesima a carte 139 vedesi registrata la seguente deliberazione. Votum, et promissio facta à D. D. Antianis quator Capitaneis Conductoribus Decem millium Martyrum auxiliatorum libertatis, et Populi Pisani, quolibet anno die 22 Junii celebrandi x Missas, faciendi unum convivium x Pauperibus, et praeconizandi factum dictorum quator Capitaneorum x millium Martyrum praelantium, auxiliantium, liberantium, et defendentium Populum Pisanum, et ejus Civitatem ab ejus inimicis.
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Altri raccontano, che Publio Elio Adriano, che in luogo dell'estinto Trajano l'anno di nostra saluta 119 fu eletto all'Imperio, venisse in Pisa, e v'introducesse questo nobilissimo Giuoco. Gio. Cervoni, ed il precitato Padre Ferrari registrano anch'essi queta notizia, e in un marmo esistente nella facciata lungo l'Arno della casa del già Sig. Pietro Viviani, infra alcune altre cose al detto Giuoco attenenti, le seguenti precise parole si leggono: Qual Giuoco ebbe principio da Elio Adriano Imperator Rom. quando stata in Pisa negli anni di Xpto CXIX. Al che parve ancora alluder volesse un celebre Poeta dicendo

Aut haec instituit simulati bella Gradivi,
20Cum semel Alphea Caesar in Urbe fuit:

se veramente si giustificasse, che Pisa avesse goduto la presenza di quest'Imperatore, non sarebbe forse lontano dal verisimile il poter credere, ch'ei fosse stato l'autore del nostro Giuoco essendo fama, che in tutte le Città, dov'esso pervenne, vi fondasse qualche fabbrica, vi facesse rappresentare quei Giuochi soliti farsi in Roma, e ve ne istituisse acnhe de' nuovi.
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Il Canonico Totti, ed il prenominato Roncioni scrivono, ch'egli vi sia stato; anzi il secondo soggiunge, che vi fabbricasse un sontuoso Palazzo, un'Anfiteatro, e le Terme, il qual Palazzo narra esser stato poste ov'è di presente il Duomo, l'Anfiteatro, e le Terme fuori della Porta al Leone, della qual Porta vedonsi pur' al presente i vestigi poco lontano da quella, che adesso chiamano la Porta nuova, che fece fare il Gran-Duca Cosimo II, come testifica la seguente iscrizione posta la medesimaPorta: Cosmus Med. Florentie et Senarum Dux II. Delle Terme suddette fa anche menzione il Troncia dicendo, che l'anno 1063 fu dato principio al Duomo, dove anticamente erano le Terme d'Adriano; e Ubaldo Arrosti scrive, che il Senato Pisano l'anno 800 si congregava nel Palazzo delle Terme d'Adriano alla Porta al Parlascio, ora volgarmente chiamata la Porta a Lucca. Il Padre Tajoli, che prima del Totti,e del Roncioni scrisse le sue Istorie, celebrato dall'istesso Roncioni, come sopra si dicce, per diligentissimo nelle cose di Pisa, non dà veruna notizia della venuta, e dimora in essa Città del suddetto Imperatore; e il Troncia, che dopo quegli scrisse i suoi annali, anch'egli di simil venuta non parla. Se avessero trovato riscontro, che Adriano fosse stati in Pisa, non mi sembra
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probabile, ne avessero tralasciato il racconto; poichè, se tanto il primo, quanto il secondo (quantunque egli non sel creda) pongono la dimora fatta in Pisa da Nerone, che fu Imperatore dall'anno 55 di nostra salute all'anno 70, molto più averebbero certamente registrato quella d'Adriano, che dal 119 visse fino al 141. Parimente non posso persuadermi, che, se fosse stato in Pisa, Sparziano, e Pietro Messia Scrittori della di lui vita, ciò dovessero tacere; ed in specie il secondo, che regista la venuta in essa d'altri Imperatori, che furono Federigo II, Enrico VII, Lodovico V, Carlo IV, Lothario II e se espressamente non pone quella d'Ottone II, e d'Enrico quarto, che pure vuole il Troncia, che abbiano onorata con la loro presenza questa Città, massime Ottone con lasciarvi alcuni della sua nobil Corte, da' quali dice, che derivarono l'illustri Famiglie Pisane Casamatti, Orlandi, Ripafratta, Visconti, Verchionesi, Gusmai, e Duodi; non tralascia però di significare i loro viaggi per tutta l'Italia, per iquali non vien tolta la probabilità d'esservi stati. Dunque, se in vece di verificarsi la dimora in Pisa d'Adriano, resta provato più tosto il contrario, io non posso appagarmi, che il Giuoco del Ponte, come puramente fondato nella predetta dimora, possa riconoscere per Autore questo Monarca. Nè crederei dovessero fare statol'autorità del Cervoni, del Ferrari, e dell'accennato marmo, per non avere detti due soggetti altro fondamento,
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come gli stessi asseriscono, che d'averlo sentito dire; nè la memoria di quella pietra a mio giudizio altra origine, che uno de' suddetti Autori per esser ivi stata psota dal Signor Cosimo Viviani pochi anni avanti la di lui morte, che seguì l'anno 1700, leggendosi in essa: Cosmus Vivianus Antiqui Patriae Ludi Amans ne Imperantis Verba Pereant, hic sculpta Posuit. Parimente direi non meritasse attenzione, ciò che potesse replicarsi in ordine a quanto, circa le Terme d'Adriano, ne' precitati Roncioni, Troncia, e Arrosti si legge. In primo luogo per non vedersi da altri singolari Scrittori fatta stima veruna del loro Racconto. L'eruditissimo Padre Noris, che del 1681 diede alle stampe in Venezia le sue gloriose fatiche, specialmente parlando delle Terme alla porta del Parlascio sistenti, delle quali ad onta del tempo conservasi ancora intatto un Ipocausto, (luogo in cui l'Uomo sudava, come si fa di presente nelle nostre Stufe) le suppone fabbricate da Antonino Pio, congetturandolo da alcuni frammenti di pietre, che si vedono in diverse parti nella facciata esteriore del nostro Duomo, che gli considera colà trasportati dalle rovine di dette Terme, per trovarsi in essi, in pezzi però separati, inciso il nome di quell'Imperatore come appresso si manifesta.
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(Imp. Caesar) - (Imp. Caesari Divi Hadriani Fil. Divi Trajani Nep. Parth.) - (I. Tra) à (I. Aeelio Hadriano Antonino Aug. Pio Pont. Max. Trib. Potes. III Cos. III Pr. Indulgentis). Secondariamente perchè, quando anche chiaro constasse, che in Pisa fossero state con le Terme d'Antonino anche le Terme predete d'Adriano come pare senta il Sig. Canonico Martini, non per ciò stimerei ne potesse venire in conseguenza, ch'egli avesse in questa Città dimorato. Poichè siccome vi sarebbero state le Terme d'Antonino, che con tutta certezza può dirsi, che mai a Pisa venisse, mentre non giudicando egli luogo più a proposito per la dimora dell'Imperatore, che la Città di Roma, come Regina, e capo dell'Imperio, contro il costume de' passati Cesari, non volle mai da quella partirsi, che per sola cagione di ricrearsi, e di gire qualche volta alla caccia, così vi potrebbero essere state anche quelle d'Adriano, senza che egli in Pisa avesse dimorato, e che o per averle a sue spese fatte del tutto fabbricare per lo solito fasto della Romana grandezza, o per avere a' Pisani permesso il costruirle, o resarcirle, avesse voluto, che con tal nome chiamate venissero, nell'istessa guisa, che riedificata a sua permissione la Città di Gerusalemme,
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già da Tito distrutta, volle, che lasciato il proprio nome, quello d'Elia Adria Capitolina prendesse; o pure che gli stessi Pisani così la nominassero per aver'ssso col proprio denaro in qualche parte alla di loro fabbrica contirbuito; essendo stato costume de' buoni Imperatori Romani il prestare in alcune contingenze simili ajuti alle Città dal loro Imperio depedenti, come si legge che praticasse l'istesso Adriano con le Città di Nicomedia, e di Nicea per la restaurazione delle rovine, in esse Città dal Teremoto cagionate; e Antonino Pio in occasione di seguiti incendj, con la Città di Narbona in Francia, con quella d'Antiochia in Asia, e con Cartagine in Affrica: ed egli pure fu quegli, che restituì al primiero suo stato la via Emilia, che da Pisa passando a dirittura per le Maremme andava a Roma, come di tal risarcimento ne fanno fede gl'infrascritti caratteri incisi in una colonna, che sopra detta strada serviva per termine delle miglia, ritrovata pochi anni sono in un luogo chiamato Rimazzano, la quale ora si conserva nel Campo Sato di Pisa; e parla di dettta via ancora Leandro Alberti nella sua descrizione d'Italia. CAES. I. AEL. Adrianus Antoninus Aug. Pius P. M. TR. P. VI Cos. III PP. Viam Aemiliam Vetustate Dilapsam Oper. Ampliatis
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Restituendam Cur. A Roma M. P. CLXXXVIII. Io però reflettendo alla poca distanza, che s'interpone dalla Porta a Lucca, o sia del Parlascio al Duomo, e dal Duomo fuori della Porta al Leone, e alla vastità, che Vitruvio assegna per la costruzione di simili fabbriche, giudicherei fuori d'ogni dubbio, che le Terme motivate dal Roncioni, dal Troncia, e dall'Arrosti, benchè in luoghi separati fossero una solo mole, una cosa medesima, potendosi fabbrica tale estendersi non solo da detta Porta a' Luoghi già accennati; ma di vantaggio ancora, poichè generalmente eranole Terme superbi edifizj, ne' quali si trovavano non solo Bagni d'acque calde, e tiepide, che servivano per purificarli dall'immondizie, molte Scuole per esercitare il corpo ne' giuochi, e l'animo nelle virtù, ma ancora Portici, Boschetti, Giardini, Piazze, e simili, dimodo che la di loro magnificenza, e grandezza era così mirabile, come può riconoscersi dalle rovine di quelle, che si vedevano in Roma (l'iconografia delle quali trovasi diligentemente riportata da Sebastiano Serlio nelle sue opere d'Architettura che potevano assomigliarsi ad uno de' sette miracoli del Mondo: onde Ammiano Marcellino stimando didiminuire la capacità di queste Terme col paragonare ognuna di esse ad una Città uguagliolle a tante Provincie: Romae Lavacra in modum Provinciarum extracta. Premesso ciò crederi, che indubitatamente si potesse
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tenere, che le dette Terme, in Pisa esistenti, non fossero altrimenti fabbricate nè da Adriano, ne da Antonino, ma bensì da' Pisani, per non dire molti secoli prima, che Roma nascesse, avanti almeno, che dagli Imperatori dominata ella fosse. In primo luogo potrebbe considerarsi, che la Città di Pisa era una delle dodici antiche Dominanti di Toscana, che riconosceva per genitrice la Grecia, che da' Greci si praticavano i Ginnasj, che le Terme de' Romani erano l'istessa cosa degli accennati Ginnasj de' Greci, e che l'uso di quelli prima passò di Grecia in Toscana, e poi di Toscana a Roma: ma per non andar vagando in presunzioni dirò, che gra gli altri decreti fatti in segno di mestizia dalla Republica Pisana per onorare, come devota Colonia de' Romani, la morte di Cajo Cesare, Figlio adottivo d'Ottaviano Augusto, apertamente si legge, che durante il tempo prefisso al lutto si tenessero serrati anche i Bagni pubblici: Balneisque publicis, et tabernis omnibus clausis. Dunque se dino al tempo di detto Cajo Cesare, che morì, circa l'anno terzo del nascimento del Salvator nostro Gesù Cristo, ritrovavansi in Pisa i Bagni pubblici, che altro i somma non erano, che e decantate Terme, non volendo significare quella voce BThermae che loca aquas habentia, aut sponte natura calentes, aut fornace calefactas, sudandi, lavandique usibus deputata, se mancano non dirò memorie ma congetture, che qualifichino per diversi dalle Terme de' Romani que' Bagni, de' quali ammiransi
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anche di presente in Pisa gli avanzi, nonpare, che ammetter possa contradizione il mio sentimento. L'erudite iscrizioni, che l'anno 1693 furono collocate ne' resarcimenti del già nominato Ipocausto, stabiliscono anch'esse il mio pensiero, mentre le dichiarano per degna memoria di quelle Terme, che la Città di Pisa era solita negli antichi tempi servirsi. D. O. M. Parietinae, quas Viator aspicis, reliquiae Thermarum sunt, quibus antiquitus Pisana Civitas utebatur. Harum, cum reliquas partes tempus edax consumpserit, Sudatorio dumtaxat pepercit, quod nec innumerabili annorum serie, nec Barbarorum injuriis eversum studiosos vetustatis oculos ad se allicit. Id ingredere, et attentius contemplare, si rerum antiquarum delectaris, videbis integram edificii formam, observabis rationem luminum, et quomodo calor per tubos immitteretur, nihil notitae tuae subtractum quereris, nec facile quicquam alibi in hoc genere inveniri posse perfectius affirmabis, et simul gratias ages providentiae Serenissimi Cosmi III. Magni Aetruriae Ducis, qui ne hoc antiquitatis insigne Monumentum funditus interiret, eius curam, diligentemque custodiam imperavit Anno MDCIIV.D. O. M. Sex viri, qui Parthenonem, ubi Parentibus orbae Virgines aluntur, et educantur, qui vulgo Charitatis Domus appellatur, moderantur, ejusque rem administrant, cum ad suum jus, dictionemque pertineat hic locus, in quo Sudatorium Thermarum Pisanarum tot saeculis, tot casibus mansit invictum, et officii sui minime negligentes,
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et Magni Ducis jussis obtemperantes, et antiquitatis reverentia moti reliquias tam vetusti, tam insignis aedificii omni ope, et cura tuendas, et conservandas censuerunt Anno Salut. MDCXCIII. Magistratum gerabant Eques Gaspar Leolus, Eques Joannes Baptista Nervius, Eques Honofrius Mosca, Julius Gaetanus, Tiberius Gualandius, Joannes Lanfranchus Chiccolius.
La rovina delle Terme si ascrisse generalmente dal Bacci a' tempi de' Goti, e de' Longobardi; che per essersi poi mutati i costumi in Italia non ritornarono più in uso, attesochè la Religione Cattolica non volle permettere si riedificassero. Che Pisa fosse Colonia de' Romani lo attesta ilNOris, dicendo, che fu dichiarata tale a istanza de' propij Cittadini,l'Anno della fondazione di Roma 574, che vuol dire negli anni del Mondo 3790, e avanti la venuta del Divino Redentore anni 176. Il contenuto de i decreti fatti dalla Repubblica Pisana in tal tempo, e per la cagione sopra descritta si legge scolpito in una tavola di marmo, che oggi trovasi in Campo Santo a mano destra nella parete vicina alla Porta dell'ingresso in detto luogo, posta allato ad altra simil tavola, che parimente contiene diverse costituzioni, dall'istessa Repubblica formate, per la morte di Lucio Cesare, fratello di detto Cajo Cesare; memorie, che di presente restano sommamente
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illustrate, avendo dato motivo all'erudizione del celebre Padre Noris di porle sotto il titolo di Cenotaphia Pisana. Quella, che al nostro proposito appartiene, in tal forma leggesi espressa. Pisi In Foro In Augusteo Scrib. Adfuer. Q. Setorius Q. F. Atilius Tacitus P. Rasinius L. F. Bassus L. Lappius P. F. Thalus Q. Sertorius Q. F. Alpius Pica C. Vettius L. F. Vircula M. Herius M. F. Priscus A. Albius A. F. Gutta Ti. Petronius Ti. F. Pollio L. Fabius L. F. Bassus Sex F. Cretic. C. Canius C. F. Saturninus L. Otaclius Q. F. Panthera. Quod adsunt cum in Colonia nostra propter contentiones canditatorum Magistratus non essent, et ea acta essente, quae infra scripta sunt. Cum ad IIII nonas Apriles allatus esset Nuntius Cajum. Caesarem Augusti Patriae Pontif. Maxumi custodis Imperii Romani, totiusque orbis terrarum praesidis Filium Divum Nepotem post consulatum, quem ultra finis extremas Populi Romani bellum gerens Feliciter peregerat; bene gesta
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Re Publica, devicteis, aut in Fidem receptis bellicosissimis, ac Maximis Gentibus ipsum volneribus pro Republica exceptis ex eo casu crudelibus fatis ereptum Populo Romano jam designatum, justissimum, ac simillimum Parentis sui virtutibus Principem Coloniae nostrae unicum Praesidium Eaque Res non dum quieto luctu, quem ex decessu L. Caesaris Fratris ejus Consulis designati Auguris Patroni nostri Principis juventutis Colonia Universa susceperat renovasset, multiplicassetque moerorem omnium singulorum universorumque ob eas res universi Decuriones Colonique quando eo casu in Colonia neque II vir neque Prefecti erant neque quisquam juri dicundo praerat inter se se consenserut pro Magnitudine tantae, ac tam improvisae calamitatis opportere ex ea die qua ejus decessus nuntiatus esset usqui ad eam diem, qua ossa relata atque condita justaque ejus manibus perdecta essent
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cunctos veste mutata Templisque Deorum immortalium BALNEISQUE PUBLICIS, et tabernis omnibus CLAUSIS convictibus se se apstinere matronas quae in colonia nostra sunt sublugere diemque eum quo die C. Caesar obit qui dies est A. D. VIIII k Martias pro alliensi lugubrem memoriae prodi notarique in proesentia omnium jussu ac voluntate caverique ne quod sacrificium publicum neve quae supplicationes nive sponsalia nive convivia publica postea in eum diem eove die qui dies erit A. D. VIIII k Mart. fiant concipiantur indicanturve nive qui LUDI scenici CIRCIENSESVE eo die fiant spectenturue utique eo die quod annis publice manibus eius per Magistratus eosve qui Pisis jure dicundo praerunt eodem loco eodemque modo quo L. Caesari Parentari institutum est Parentetur. Utique arcus celeberrimo Coloniae nostrae loco constituatur ornatus spoleis devictarum aut in fide
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receptarum ab eo Gentium super eum statua pedestris ipsius triumphali ornatu circaque eam duae equestres inauratae Cai. et Luci. Caesarum statuae ponantur. Utique cum primum per legem Coloniae duo viros creare et Habere potuerimus II duo viri qui primi creati erunt hoc quod Decurionibus, et universis Colonis placuit ad Decuriones referant eorum publica auctoritate adhibita legitumue id caveatur auctoribusque iis in tabulas publicas referatur interea T. Statulenus Juncus flamen augustalis Pontif. Minor. publicorum P. R. sacrorum rogaretur ut cum Legatis excusata praesenti Coloniae necessitate hoc officium publicum et voluntatem universorum libello reddito Imp. Caesari Augusto Patriae Pontif. Maxumo Tribuniciae potest XXVI indicet. Idque T. Statulenus Juncus Princeps Coloniae nostrae Flamen August.
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Pontif. Minor. publicorum P. R. Sacrorum libello ita ubi supra scriptum est Imperatori Caesari Augusto Ponfitici Maximo Tribun. Potect. XXVI Patri Patriae reddito fecerit placere copscriptis quae ad IIII nonas Apriles quae sex Aelio Cato C. sentio Saturnino cos. fuerunt facta acta constituta sunt per consensum omnium ordinum ea omnia ita fieri agi haberi opservarique ab L. Titio A. F. et Allio T. F. Rufo II viris et ab eis quicumque postea in Colonia nostra II vir Praefecti sive qui ali Magistratus erunt omnia in perpetuom ita fieri agi haberi observarique utique L. Titius A. F. T. Allius T. F. Rufus II viri era omnia quae suprascripta sunt ex decreto nsotro coram Pro quaestoribus primo quoque tempore per Scribam publicum in Tabulas publicam referenda curent. Censuere.


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OPIONIONE III Non manca, chi crede, che questo Giuoco possa ricnoscere il suo principio da Nerone, il più famoso in crudeltà fra tutti i Principi. Narrasi, che questo Tiranno venisse in Pisa, e in onore della Dea Diana, vi fabbricasse un suntuosissimo Tempio; Che nel giorno della sua dedicazione facesse rappresentare un fierissimo combattimento di Gladiatori; Che obbligasse con barbara potenza gl'istessi Pisani a dover celebrare ogni anno, nel giorno medesimo, per memoria di tal dedicazione, un simile spettacolo. Che l'uso empio di questa battaglia non solo dirasse finche visse l'Istitutore, ma a titolo di superstiziosa Religine, da altri suoi Successori permesso, continuasse fino ad Antonino Pio; Che questi, abborrendo le stragi, ordinasse, che in avvenire in simili conflitti si combattesse con le spade spuntate, e senza taglio: Che in tal forma per qualche tempo i detti Pisani operassero; Che finalmente appieno illustrati da i Raggi della S. Fede Cattolica, restase per loro un tal reo costume annullato; Che desiderosi nondimeno di conservare l'acerba rimembranza, per loro conforto il riducessero in un volontario giocoso divertimento, mutando quella spada, in uno stromento di legno, che mazza chiamarono, che accompagnata allo scudo, solito portarsi ancora nel primo loro cimento,a detto Giuoco il nome di mazza e scudo ne dessero; Che questo, dall'arbitrio di chi di tempo in tempo a detto Giuoco ha soprinteso, e dagli eventi del caso, abbia poi prese le forme, che di presente si praticano; e da Giuoco di mazza, e scudo,
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siasi il suo nome in quello di Giuoco del Ponte mutato, perchè sopra del Ponte si cominciasse a rappresentare. D'un Tempio fabbricato in Pisa da Nerone in onore di Diana, nel tempo della sua creduta dimora in Città, ne fanno menzione diversi Scrittori delle memorie Pisane, dicendo; Che si trovasse vicino, ov'è di presnte la Porta a Luccca, che fosse di forma rotonda, tutto incrostato di bianchi marmi; Che la sua volta ascendente all'altezza di cento braccia, si sostenesse sopra novanta colonne, parimente di marmo bianco; Che la sua sommità avesse un Cielo di rame, a similitudine del vero Cielo smaltato, e dipinto; Che in esso ingegnosamente apparissero, e tramontassero il Sole, la Luna, e le Stelle; Che vi si facessero i tuoni, e per minutissimi fori cadesse l'acqua a simiglianza di pioggia, trattavi sopra per via di condotto da' vicini monti del Bagno; Che nella parte principale del Tempio fosse collocata la Statua di Diana tutta d'oro con ricchissimi ornamenti di pietre preziose; Che questo finalmente restasse abbattuto, e distrutto per intercessione d'un Pisano vero, e fedel servo di nostro Sig. Gesù Cristo per nome Turpè, che era della corte dell'istesso Nerone, da cui gloriosamente ottenne dopo crudelissimi tormenti la corona del Santo Martirio; Che gl'Imperatori Romani per la dedicazione, e consacrazione de i loro Tempj, Teatri, Anfiteatri, e simili fossero soliti far rappresentare diversi Giuochi, e
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spettacoli ce ne assicura il Panvinio, e si riscontra, che tanto facesse Cesare per la consacrazione del Tempio di Giulio, Ottaviano per la terminazione di quello di Venere, e Caligoa per quello d'Augusto. Quanto Nerone si dilettasse degli Spettacoli de' Gradiatori, può raccogliersi dall'istanze, che egli fece al Senato per rimetterne l'uso de' medesimi già vietati; il che avendo ottenuto facevagli poi combattere, non solo Uomo con Uomo, ma come in una battaglia squadra con isquadra. Che dalla clemenza d'Antonino Pio veramente restasse interdetto l'uso delle spade di filo a' Gladiatori, si giustifica dal Mercuriale; e che finalmente l'antico Giuoco de' Pisani si nominasse di mazza, e scudo si manifesta parimente dal Nozzolini, che cantò:

Dove in fero certame a scudo, e mazza
Sembran genti pugnar fra lor discordi;

e da altri Autori ancora. Non ostante le cose predette, dubiterei della verità dell'addotta origine del nostro Giuoco, non parendomi, che il di lei principal fondamento, che è la venuta a Pisa di Nerone, resti in modo alcuno giustificata. E' vero, che li sopra citati Tajoli, Roncioni, Totti, Razzi, e Troncia pongono, ch'egli vi sia stato, ma la loro autorità, ardirei dire, che in quest'affare esser potesse di poco rilievo. Poichè oltre l'esser tutti moderni, non eccedendo il più antico il corso di centocinquant'anni, ed il registrare cose antichissime senza verun testimonio, sono
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anche fra loro discordi del quando la detta venuta seguisse. Il primo non dà notizia di tempo il secondo afferma, ed è seguito da altri due, che vi venisse l'anno 57 di nostra salute, e vi ritornasse l'anno 60, facendovi Martirizzare S. Turpè. L'ultimo referisce trovarsi in cronache manoscritte, che vi fosse l'anno 70. In secondo luogo perchè gli Scrittori della vita di Nerone non solo non danno ragguaglio alcuno della sua venuta a Pisa, ma chiaramente da' medesimi si deduche, che, durante il suo Imperio, che fu dal 57 al 70 di nostra salute, non s'allontanò mai da Roma che per andare a' suoi vicini divertimenti; se non quando circa l'undecimo anno del suo dominio si portò in Grecia per romper l'Istmo d'Acaja, ch'è uno stretto di terra fra l'Arcipelago, e il Mare Ionio, che fa quest'Isola nel Peloponneso, chiamato oggi la Morea. Il che pure avvertì l'istesso Troncia dicendo: Che Nerone abitasse in Pisa difficilmente me lo persuado, poichè in quattordici anni, ch'egli imperò, non trovo, che mai partisse di Roma, solo che l'antepenultimo anno, che andò in Acaja; nè vedo con qual viaggio potesse passare a Pisa. Terzo perchè chiaramente si manifesta, com'eglino senza attendere alla probabilità delle cose hanno scritto ciò, che ha loro somministrato una fallace tradizione; mentre non solo narrano, che quei pezzi d'antica muraglia, che di presente vedonsi alla porta a Lucca, siano avanzi delle fabbriche, che ivi fece il menzionato Nerone, quando si è sopra pienamente giustificato, altro non essere, che memorabili contrasegni dell'antiche Terme Pisane, per tali
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considerandosi ancora dall'erudito intendimento del Cav. Franc. Maria Ceffini, pubblico Professore ordinario civile nello studio di Pisa,e da Francesco Robertelli. Ma di più asseriscono, chele vestigia di quegli Archi, che ancora ammiransi in una vietta, ora chiamata della Murella, che capo poco sopra 'l Bagno, alla strada maestra lung il Fosso d'Osori, comunemente detta via del Bagno, siano laceri avanzi di quegli Aquedotti, per li quali da' vicini monti facesse Nerone correr l'acqua sopra l'edifizio accennato, senza maturamente riflettere, se per altri più adeguati usi potessero ivi essere stati fabbricati, come con maggior fondamento osservarono due dotti Soggetti de' nostri tempi; credendo l'uno, che per trovarsi in vicinanza di essi alcune acque da lui, per quanto scrive, con particolare osservazione riconosciute calde, l'istesse sopra detti archi scorressero alle dette Terme; e tenendo l'altro per più verisimile, e probabile, che per quelli fossero condotte acque fesche per l'uso tanto più universale, necessario, e salutevole del bere, per non trovarsi, almeno in questi tempi, in Pisa Fontana alcuna, che naturalmente sorga dal suolo; massime ancora attesa la qualità di detta fabbrica poco, o niente dissimile dagli Acquedotti, che da' Monti d'Asciano per lo corso continuato di 5 miglia conducono di presente l'acque alle Fonti della nostra Città di Pisa; Acque, allo scrivere di penna erudita rese al rigoroso cimento di ben mille sperienze più celebri di quante già mai
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sortissero da tutte le Fonti d'Europa, le quali pel merito della loro eccellenza vengono condotte trionfanti su gli archi,
benefizio, che deve comunemente riconoscersi dal paterno zelo della felice memoria di Ferdinando I, terzo Gran Duca di Toscana, e di Cosimo secondo suo successore, come si legge nell'appresso memoria, esistente in uno degli archi degl'istessi Aquedotti, ove resta la Fonte alla strada di Calci contigua, e fa menzione ancora il Troncia: Aqueductum à Ferdinando Magno Duce Hetruriae III Salubritati urbis inchoatum Cosmus II Fil. Mag. Dux IIII Perfecit Anno MDCXIII. Se gli Autori predetti avessero anche considerato, che Nerone in tutto 'l tempo del suo Imperio non fece mai cosa buona, e che spogliò delle più riguardevoli ricchezze gli Altari della Grecia; e permise l'uccisione di molti nobili Romani, a solo fine d'usurpargli i loro ricchi patrimonij, mi persuado, non avessero certamente ammessa per vera una relazione, che qualificava per cultor degl'Iddj, chi altra Deità non conobbe, che la tirannia, e la dissolutezza. Dunque se Pisa godè la sorte di non veder l'aspetto di Nerone, il Giuoco del Ponte altresì goderà quella di non riconoscere per autore un simil Tiranno; e se in essa pure non fu, come ne resta
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manifesto, il tanto celebrato Tempio di Diana, il Martirio di S. Turpè, non dovette avere origine dalla rovina di quello. Se poi fuori del suddetto di Nerone fosse stato in Pisa altro Tempio all'istesso Idolo dedicato, e che per opra di detto Santo a terra cadesse, io non oso ciò affermare, nè contradire; perchè, siccome si trovavano in essa Tempj eretti alla falsità d'altri Numi, uno de' quali dedicato ad Apolline dicesi fosse la Chiesa di presenta chiamata S. Pietro in vinculis; un'altro consacrato a Marte l'antica Chiesa di S. Michele in Borgo; un'altro a Cerere, dove trovasi di presente la Chiesa di S. Niccola; un'altro a Venere, dov'è la chiesa di S. Andrea in Chinsica; e un'altro alla Dea Vesta, ove ora risiede la Sapienza, prima Dogana del Sale, così esser vi potea quello in onore della prefata Diana: è ben vero, che Scrittori degni di fece non fanno menzione alcuna di simil successo, e solo riferiscono, che esso fosse della Casa, e famiglia di Nerone, e che ricevesse in Pisa la Palma del S. Martirio. Ond'io fermamente credo, che non altro, che la persecuzione, che generalmente sostenne in quei tempi la S. Chiesa, che fu la prima, che per Imperial decreto seguisse, in cui, oltre un grandissimo numero di Cristiani, furono anche fatti morire i gloriosi, e beati Apostoli S. Pietro, e S. Paolo, fosse quella, che introdusse nel Cielo in nostro concittadino Eroe.
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Ma quando ancora Nerone fosse stato in Pisa, ed ivi avesse operato quanto da' precitati Autori si disse, non ostante dubiterei, che il nostro Giuoco non fosse derivato da lui; poichè non è probabile, nè verisimile, che i Pisani, che a forza furono astretti a sacrificarsi come vittime al di lui barbaro genio, dopo aver veduto ridotto miracolosamente in polvere il Tempio, e poco dopo con esso anche il suo fondatore, avesser voluto con l'istituzione del loro Giuoco eternare la memoria d'un'azione più tosto detestabile, e ignominiosa; nè che la Pietà della Religione Cattolica, che fino dell'anno 44 di nostra salute fu dall'istesso S. Pietro introdotta, e che dopo la morte di Nerone essendosi mirabilmente estesa, solo patì la seconda general persecuzione sotto l'Imperio di Domiziano, che dall'anno 80 della Nascita del Salvatore visse fino al 98, avesse loro permessa, una simil commemorazione, come repugnante a' suoi sacrosanti istituti; assicurandosi S. Cipriano, che, abbattuta l'Idolatria, restarono anche sbito dannati tutti gli Spettacoli, che dalla medesima dependevano: Omnia inquam ista spectaculorum genera damnavit (scilicet scriptura) quando Idololatriam substulit ludorum omnium matrem. Avendo in principio della presente opinione nominati spesse volte i Gladiatori, ho stimato a proposito porre quì nel fine un breve ragguaglio de' medesimi, per appagare la curiosità di chi n'avesse desiderata la notizia. I Gladiatori erano Uomini, che per dar sollazzo a' Riguardanti s'uccidevano l'un
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l'altro, ed erano della condizione de' Servi comprati, costretti a simil vita per esser prigioni di guerra, o pure volontariamente sottoposti a detta professione. Da certi loro Maestri, che Lanisti si nominavano, prendevano quotidiana lezione di ferire, e difendersi, come si fa nelle scuole di scherma: bene esercitati che fossero, si vendevano a' Munerarj, che erano quelli, che gli presentavano a combattere negli Spettacoli, ne' quali si conquistavano il nome di Gladiatore. In memoria de' vincitori si formavano alcune statue di metallo, che s'offerivano a i Tempj quasi trofeo del loro valore. Il loro continuo cibo consisteva in certa specie di polenta fatta di farina d'orzo. Marc'Antonio alimentava di questi così gran numero, che nella guerra contro Ottaviano Augusto ebbero ardire, con danno notabile degli amici di questo, di portarsi quasi sino in Egitto in soccorso dell'altro: sotto Trajano a Toma ne comparvero in un sol giorno in campo diecimila, sotto Probo trecento paja, sotto Aureliano ottocento, e sotto Filippo primo mille. Nel mettere in campo i Gladiatori eleggevano due pari d'età, di destrezza, e d'ardire, onde spesso avveniva, che ambedue rimanevano morti; e se a caso succedeva, che uno fosse ferito, e che indietro cedesse fino all'estremità del Campo, donde non era lecito uscire, e che l'avversario di continuo il ferisse, e che il ferito si raccomandasse al Popolo Romano, egli facendo fermare il vincitore scampava da morte il vinto: ottenendo più
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volte vittoria, di Servi erano fatti liberi, e allora non potevano esser più forzati a combattere; si concedeva loro la libertà percontendogli con una bacchetta il capo, dicendo loro nell'istesso tempo liber esto: lasciando il loro esercizio appendevano le proprie Armi alla porta del Tempio d'Ercole, come protettore dell'arte Gladiatoria; costumandosi in quei tempi d'appendere gli strumenti dell'esercizio, che più non volea praticarsi, alle porte de i Tempj delle Deità, che quello riguardavano. Da gente vile, plebea, e serva passò un simile esercizio, a titolo di far prova del propio valore, anche ne liberi, e da questi ne' Nobili, Cavalieri, e Senatori, e finalmente negli Imperatori medesimi; leggendosi che Comodo vi operasse settecento trentacinque volte: è ben vero, che i Gladiatori, contro de' quali quest'Imperatore con la spada di filo combatteva, avevano le spade di piombo, o se pure di ferro, con le punte di piombo. L'uso de' predetto Gladiatori vogliono fosse introdotto in Roma da' Figliuoli di Marco Lepico; e Ateneo afferma, che i Mantinensi,e gli Arcadi ne fosse gl'inventori, e che i Romani sl'imparassero da' Toscani, a' quali fossero insegnati da' Greci. Costantino il Magno non volendo comportare, che gli uomini si dessero così scioccamente la morte, vi pose con la seguente legge il rimedio - cruenta spectacula in otio civili, et domestica quiete non placent, qua propter omnino Gladiatores esse prohibemus: essendo di poi stati
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nuovamente permessi, restarono del tutto annullati dall'Imperatore Onorio che morì nell'anno di nostra salute 427. OPIONIONE IV. Da altri si tiene, che Pelope, Figlio di Tantalo Re di Frigia, lasciati al dominio de' proprj Stati Atreo, Tieste, e Pitteo suoi Figli, desideroso d'acquistar nuove Corone, benchè d'età assai matura, si ponesse con poderosa armata in mare; e che dopo molto faticoso, e incerto viaggio perndesse finalmente terra in Toscana alla foce del real Fiume Arno, che portatosi per esso finoin un luogo detto Cataldo, ivi sbarcasse, e, fatte riconoscere le adiacenti campagne, stabilisse, attesa la comidità di detto Fiume, la vicinanza del Mare, la fertilità delle pianure, de' Monti, e de' Colli, di edificare una città in riva al medesimo; che perciò eseguire invitasse, e anche costringesse gli sparsi Abitatori di quei contorni ad unirsi con le sue Genti; e a tutti somministrando dell'oro per fabbricare, perchè molto n'avesse seco condotto (essendo egli il più ricco, e potente fra gli altri nel Peloponneso) in breve tempo il luogo da esso per la Città disegnato restasse d'abitazioni, e Abitatori ripieno. Che questa nuova Città col nome di Pisa chiamasse, perchè da Pisa d'Elide questi suoi fondatori venissero; e che volendo in essa totalmente governarsi secondo le leggi, e i costumi di loro Patria v'introducessero il nostro Giuoco, a imitazione di quel certame Olimpico, che nel proprio paese era
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solito rappresentare; il quale per il corso de' tempi siasi poi ridotto a quella perfezione, che di presente si vede. Che Pisa in Toscana riconosca il suo principio da' Popoli di Pisa in Grecia, pare non possa controvertersi, poichè con Virgilio, che scrisse

Hos parere jubent Alpheae ab origine Pisae,
Urbs Etrusca solo.

E rutilio Numanziano

25Elide deductas suscepit Etruria Pisas
Nominis indicio testificata genus.

unitamente concordano Catone, e Plinio. Che detti popoli fossero quivi condotti da Pelope, oltre tutti gli Scrittori delle Cronache Pisane altri molti Autori, e antichi, e moderni l'istesso confermano: onde il Nozzolini prese a cantare

Mirate in prima quì, dove il natale
Dell'alma vostra Alfea principia, e fonda
Pelope Re de' Greci.

Che in Grecia si celebrassero i Giuochi Olimpici, ricavasi pienamente da Pindaro, da cui ancora si deduce, che la vittoria Olimpica era maggiore appresso i Greci, che il trionfo appresso i Romani, che pure era il sommo, il massimo di tutti gli onori di quella Repubblica.
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Strabone però discorda dagli altri Scrittori, e ascrive l'onore dell'origine di Pisa a certi Pisei chiamati Pilj, che all'impresa di Troja furono seguaci di Nestore, dicendo, che questi nel ritorno, che facevano vittoriosi alla Patria, trasportati dalla fortuna del Mare parte approdassero nel Metaponto, e parte nel lido pisano. Ma che questo Autore siasi in questa parte certamente ingannato, appieno lo dimostra Dionisio Alicarnasseo, che pone la Città di Pisa nel numero dell'altre Città abitate da' Pelasgi, che furono quelli, che uniti con gli Aborigini cacciarono d'Italia i Siculi tre etadi avanti l'accennata rovina di Troja; e il precitato Numanziano in tal forma s'esprime:

30 Ante diu quam Trojugenas fortuna Penates
Laurentinorum Regibus insereret,
Elide deductas suscepit Etruria Pisas, etc.

E se veramente Pisa non fosse stata fabbricata avanti l'eccidio di quella gran Città, probabilmente non sarebbe potuta concorrere al soccorso d'Enea, con dargli mille de' suoi valorosi soldati, per esser quello giunto nelle campagne di Laurento, dove poi fabbricò Lavinio, la seconda State dopo l'esterminio della sua Patria; come di tal ajuto ne rende infallibile testitmonianza Virgilio in quei versi:

Tertius ille hominum, Divumque interpres Asilas,
Cui pecundum fibrae, Coeli cui sidera parent,
35Et linguae volucrum, et presagi fulminis ignes,
Mille rapit densos acie, atque horrentibus hastis,
Hos parere jubent Alphae ab origini Pisae,
Urbs Etrusca solo.

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Dal che il Nozzolini prenominato prese motivo di cantare

Ecco più quà, che di copiose squadre
40Del suo Popol feroce arma un presidio;
E contro a Turno al Trojan Duce, e Padre
Del Romano valor diello in sussidio,
Che giunto a quel di Populonia Madre
Dell'Impero Latin fondaro il nidio.

Fermato dunque, che Pelope sia stato il fondatore della Città di Pisa, prima di dar giudizio della addotta origine del nostro Giuoco, parmi necessario riconoscere il tempo della fondazione della medesima Città, e quello dell'istituzione de' Giuochi Olimpici. E in ordine alla prima ispezione, non trovasi certezza alcuna del suo principio, consta bensì, che Pelope non desse il nome di Peloponneso a tutta quella Penisola, che si distende in fra i due Mari Ionio, ed Egeo, già Apia, e Pelasgia detta, ed ora Morea chiamata, se non dopo superato Enomao ivi regnante, e sposata la Figlia Ippodamia; e che un tal cambiamento di nome seguisse circa gli anni del Mondo 2521 al tempo d'Ottoniel Giudice degli Ebrei. Ciò stante discorrerei così: se Pelope nel tempo accennato aveva già Moglie, non è probabile fosse di tre lustri minore: diamo, che partisse da' suoi stati in età d'anni sessanti, e che a causa di tempeste, incertezza di viaggio, e simili, prima di giungere in Toscana vi consumasse altri quattro anni, crederei si potesse anche verisimilmente concludere, che Pisa avesse potuto ricevere dal detto Pelope il principio circa
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gli anni del Mondo 2570; e così avanti l'incendio di Troja anni 214, avanti la fondazione di Roma anni 646, e avanti al nascimento del Redentore anni 1396. Poichè l'eccidio diTroja dopo anni 10, mesi 6, e giorni 12 di crudelissima guerra, in cui morirono settecento settantamila Greci, e seicento settantaseimila Trojani avanti la caduta, e altri dugentosettantamila dopo quella, seguì negli anni del Mondo 2784. Roma fu fondata da Romulo 432 anni doop l'eversione della Città predetta, e così negli anni del Mondo 3216, e il Salvator nostro Gesù Cristo nacque l'anno 42 dell'Imperio di Cesare Augusto, di Roma 750, e del Mondo 3966, il tutto secondo il computo degli Ebrei. Se al conto predetto si aggiungerà gli anni decorsi dalla Nascita di nostro Signore fino al presente, che secondo lo stile Pisano sono 1712 troverassi, che la Città di Pisa vanta fin quì 3108 anni di vita; fortuna, che non hanno goduta tant'altre Città Toscane, a le contemporanee,

45 Che appena i segni
Dell'altre sue ruine il lido serba.

Passando alla seconda ricerca, sono diversi i pareri di chi sia stato l'inventore de' Giuochi Olimpici, e in conseguenza del tempo, in cui avessero il loro principio. Alcuno dicono, che il primo, che gli ritrovasse, fosse Ercole Ideo nella venuta ch'egli fece d'Ida in Elice con quattro suoi Fratelli; e che ciò
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operasse in onore di Giove. Altri vogliono, che Giove istesso ne fosse l'inventore dopo aver superato Apollo nel corso, Mercurio, e Marte alle pugna; e altri ne danno per autori Enomao, e Pelope. La più ricevuta, e seguita opinione si è, che Ercole non l'ideò, ma il Figlio d'Alcmena, dopo aver debellato Ogea Re d'Elide, l'istituisse in onore di Giove suo padre; o pure, come affermano altri, in onore di Pelope, n fra i quali Stazio Papinio nella Tebaide

Ludumque superquo martia bella
Praesudare paret, se seque accendere virtus
Grajum ex more decus primus Pisaea paratus
50Hunc pius Alcides Pelopi certavit honorem.

E Ausorico in fine eglog.

Tantali dae Pelopi maestum dicat Elis honorem,

di cui esso Ercole era pronepote, attesochè Alcmena sua Madre era nata di Lisidice Figlia di Pelope, e d'Ippodamia. Se dunque Ercole inventò i Giuochi Olimpici in memoria di Palope, è manifesto non poter' essere istituito in Pelope a imitazione di detti Giuochi Olimpici quello del Ponte; oltre che Pelope in quel tempo non poteva trovarsi in vita stante l'essere di lui Ercole pronepote in età di debellare Ogea Re d'Elide; ma quando fosse stato vivo, non sarebbe regnato in Elide Ogea, ma l'istesso Pelope, mentr'ebbe tutto quel Regno in dote da Ippodamia
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dopo la morte d'Enomao. Ma posto ancora che non in onore di Pelope, ma di Giove fossero i detti Olimpici dall'istesso Ercole istituiti, non perciò il Giuoco del Ponte potrebbe riconoscer da quelli il suo principio; perchè se da Pelope furono gettati a Pisa i fondamenti negli anni del Mondo 2570, come si è sopra già detto, i Giuochi Olimpici furono da Ercole ritrovati negli anni del Mondo 2673 come ricavasi da Gio. Tarcagnotta nelle sue Istorie del Mondo, e così cento tre anni dopo la fondazione di Pisa; oltre che i medesimi Giuochi non ebberonoto principio che 406 anni, e di vantaggio dopo la decantata rovina diTroja, allora che furonorinovati da Isito Figlio di Prassonide, atteso l'Oracolo d'Appoline, che le guerre, e i mali sopra i Greci non sarebbero cessati, se non si fossero rinovati i detti Giuochi; e dal detto tempo cominciossi in Grecia numerare la prima Olimpiade. Ma quando ancora in tempo della fondazione di Pisa fossero stati in essere i detti Giuochi Olimpici, attesa la total differenza, che dal nostro Giuoco a quelli si trova, come riscontrasi dal sopradetto Pindaro, non potrei persuadermi, che esso da quelli avesse sortito inataili. In primo luogo quelli si celebravano ogni 5 anni una volta, e nel plenilunio di quel Mese da' Greci chiamato Partenio, che seguiva tra l'Aprile, e 'l Maggio; il nostro ogni anno, e sempre nel Mese di Gennajo, non essendovi fama in contrario. Quelli fuori della Città, cioè infra Pisa, ed Elide, vicino al Tempio di Giove, dove era una Selvetta
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d'Ulivi, delle cui frondi il Vincitore s'inghirlandava; il nostro dentro la Città. A quelli davasi nome di Sacri; al nostro non trovo, che un tal nome sia mai stato attribuito. Quelli duravano per cinque continui giorni, il nostro in poch'ore d'un sol giorno finisce- Chi in quelli operava v'interveniva del tutto spogliato; e nel nostro armato tutto di ferro. In quelli si riportavano da' Vincitori premj assari riguardevoli; nel nostro altro premio non ottiensi, che la gloria d'aver vinto. A quelli per legge era proibito alle donne il trovarvisi presenti, e se alcuna contro il divieto vi fosse intervenuta, veniva giù dal Monte Tifeo precipitata; che al nostro vi sia mai stata una simil costituzione, non v'è memoria, che lo ricordi. Quella era una festa composta di diversi spettacoli; e la nostro un solo ne comprende, e totalmente dissimile da quant'in essa se ne vedevano. Di cinque sorte erano gli esercizj, che negli Olimpici si rappresentavano, cioè la Lotta, il Pugilato, il Corso, il Salto, il Disco; quelli, che in essi operavano, Lottatori, Pugili, Cursori, Saltatori, e Discoboli chiamavansi. Il Salto era un moto con sollevazione di corpo senz'altra legge, il quale però in varie forme facevasi. Il Disco consisteva nello scagliare una pietra rotonda, e grave, e quei che più altro, o più lontano la sospingevano, erano i più valorosi. La Lotta era un contrasto, ove gli Uomini unti, aspersi di certa polvere, e nudi cercavano con vantaggio si prese di braccia, e di mani, e di gambe atterrarsi l'un l'altro: e di questi restava vincitore chi tre volte gettava a terra il compagno. Il Corso si faceva in diversi modi, e con diversi
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nomi si distingueva correndosi a piedi, a cavallo, e con le carrette. Il Pugilato era un contrasto, che facevano con le pugna nude, e tal volta armate d'un certo strumento chiamato Cesto, ch'era un guanto di lame di bronzo, inchiodate sopr'alcune strisce di cuojo: la vittoria era di quello, che o gettava a terra a forza di colpi, il nemico, o che gravemente, e con danno maggiore il feriva; e questi Pugili de' Greci, vogliono, che fossero l'istesso de' Gladiatori de' Romani. L'onore di chi restava negli Olimpici Vincitore consisteva, in esser subitamente coronato con una ghirlanda d'olivo salvatico, nell'erigere in sua memoria Statue, in esser cantato da chiarissimi Poeti il suo nome, e quello della di lui Patria, nell'entrare nella sua Città non per le porte di essa, ma dentro un sublime cocchio, per un'apertura, che apposta facevasi nelle di lei mura, o per via di Ponti sopra le mure medesime; e finalmente in darglisi perpetuamente il vitto a spese del pubblico erario. OPINIONE V. V'è ancora chi narra, che dopo incendiata Troja dovendo i soldati, che a detta impresa assisterono, far tutti ritorno alle proprie case, quei Pisei, che militavano sotto la condotta di Nestore, giudicando, che la loro Patria, attesa la moltitudine delle reliquie trojane, che prigioniere in Grecia portavano, non
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potesse più esser bastante ad alimentar tanta Gente, risolvessero di navigare inToscana, sapendo, che ivi trovar dovevasi una Città, già fabbricata da' Popoli di loro nazione, sperando, che questi recusar non dovessero di ricevergli per Compagni; Che dopo molto cammino finalmente a Pisa pervenuti, fossero con somma allegrezza ricevuti, ed abbracciati, assegnando loro per abitazione la parte opposta d'Arno, dove ora chiamasi in Chinsica, la quale dopo aver ripiena di molte fabbriche, col mezzo di Ponti sopra dell'Arno eretti unissero al primo abitato; e perchè in Pisa d'Elide, d'onde essi partirono, si celebrassero in quei tempi i Giuochi Olimpici, seguendo il natio costume introducessero anche in Pisa un simili istituto, prendendo a rappresentarlo sopra uno de' già accennati Ponti; e che da questo principio riconosca l'origine il nostro Giuoco, ridottopoi neò corso de' tempi come di presente si vede. Il Padre Noris mostrasi fautore dell'addotta opinione quanto alla venuta in Pisa di detti secondi Pisei, nella seguente forma scrivendo: At si dicamus Pisas à Pelope ortas, quod eamdem urbem Nestor Pelopis altero saeculo successor per socios Trojani belli in Etruria delatos excitaverit, Plinium Straboni satis commode conciliabimus; essendo nell'origine di Pisa detti Autori discordi, come nella precedente opinione si manifesta. Frat'Annio Viterbese nell'ottavo de' suoi comentarij sopra Mirtillo Lesbo, riportato anche da Leandro Alberti alla pag. 27 della sua Italia, pone, che quei Popoli, che andarono alla guerra di Troja con Nestore,
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fossero domandati Pilj, il che pure asserisce l'istesso Strabone; e, che venendo in quest parti, la Città da essi edificata, Pilia, e non Pisa la domandassero, la quale poi prendesse il nome di Capilia, ed ora quello di Campiglia ritenga; che è di presente una Terra situata nelle Maremme lontane da Pisa miglia quaranta in circa. Il Roncioni seguita anch'egl'il predetto parere, soggiungendo, essere stata aggiunta la lettera G al nome di Capilia per dare al nome medesimo miglior suono, e più spirito nel proferirlo; tenendo, che quella prima parola Capilia altro non volesse significare, se non che coloro, che edificarono Campiglia, fossero discesi da' Pilj, per prendersi da' Toscani la sillaba ca per derivazione. Nel sentimento del Viterbese non concorre il già citato Noris, ma contro di quello non parmi, che adduca altre ragioni che la sopraccennata conciliazione di Strabone con Plinio. Io però senza maggior fondamento non saprei allontanarmi, poichè è certo, che i Pisei, come sopra si è provato, da Pisa d'Elide la nostra Città Pisa chiamarono; che i Pelasgi passati in Toscana, in essa una Città edificarono, che da Larissa loro Metropoli nel Peloponneso Larissa nominarono; che gli Arcadi sotto il comando d'Evandro loro Re venuti in Italia fabbricarono nel Lazio un Castello col nome di Pallanzio, perchè dalla greca Città di Pallanzio discesi, che i Trojani da Enea giudati eressero nelle campagne di Laurento un'altro Castello che come Figli di Troja, Troja appellarono. E che Antenore anch'egli Trojano fondasse nel seno del Mare Adriatico
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un'altra Troja in memoria della sua Patria. Perchè dunque non potrà credersi probabile, tanto più non constando in contrario, che anche i detti Pilj avessero costrutta la detta Città, e chiamatala Pilia per conservare come l'altre sopra espresse Colonie il nome di quella Città di Pilia, d'onde essi uscirono, che pure nel Peloponneso trovavasi? Le Colonie erano Città, che avevano origine da altre Città metropoli; ed erano fabbricate da quei Popoli, che dall'istesse Metropoli ne venivano, per così dire, sbanditi; essendo stato costume de' Grci, che qunado la Gente volgare talmente in una Città avanzavasi, che il territorio d'essa non producesse alimento succifiente per tutto il numero degli Abitatori, o pure che dall'intemperie dellaria reso più sterile meno del solito fruttasse, il mandare buona parte della medesima ben d'armi munita fuori de' proprj confini ad acquistarsi o con la forza, o con la permissione, oltre la susistenza per vivere, anche il luogo per istabilirsi. Ne la differenza da Pilia, a Campiglia potrebbe servire a mio credere d'oposizione, sia, o non sia d'attendersi ciò che in proposito di tal mutazione dal detto Roncioni fu scritto; poichè è verissimo, che infiniti sono quei luoghi o totalmente variati, o in parte corrotti dall'antica sua denominazione, come di questi ultimi senza allontanarsi dalla Toscana ne fanno fede Manliana, Saturnia, Clusio, Blera, Pistoria, Fesule, ora detti Magliano, Saturniana, Chiusi, Bieda, Pistoja, Fiesole. Restando dunque
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probabile, che i detti Pilj a Pisa non venissero, non saprei comprendere, come potessero considerarsi per inventori del nostro Giuoco. Ma quando ancora vi fossero giunti, come si suppone in principio, con tuttociò sarei di parere, che loro non si dovesse attribuire l'onore dell'invenzione del nostro Giuoco, poichè proponendolo istituito a imitazione de' Giuochi Olimpici, loro osterebbero tutte l'istesse ragioni, che si riferirono in fine dalla precedente opinione, con quel più, che conseguentemente si dirà nel quarto quesito. OPINIONE VI. Altri suppongono, che 'l Giuoco del Ponte sia stato inventato dalla Repubblica Pisana per una politica ragione di stato, a fine di tener lontano dall'ozio i propri Suddit; e per assuefare la Gioventù con un Giuocoso militare trattenimento a veri marziali cimenti, come ricavasi da un ingnoto Poeta, che in tal forma cantò:

Ne secoli trascorsi allora, quando
Facea pisa tremar l'acqua, e la terra,
Per dar dalla Città perpetuo bando
55All'ozio, che lumana gloria atterra,
Andarono i Politici inventando
Un Giuoco, il quale avea forma di guerra,
In cui spesso operando i loro petti
Empievan di coraggio i Giovanetti,

Che l'opinione predetta non tenga molto del probabil,e non può certamente negarsi,
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ammettendosi comunemente dagli Statisti la pratica di simili popolari divertimenti, come prodottivi della quiete, e del valore ne' Sudditi, ambi effetti di sommo riguardo; e ne rende le ragioni il Botero con queste precise parole: Perchè il Popolo è di natura sua instabile, e desideroso di novità, n'avviene, che se gli non è trattenuto con varj mezzi dal suo Prencipe, la cerca da se stesso, anco con la mutazione di Stato, e di Governo; perciò tutti i Prencipi savj anno introdotti alcuni trattenimenti popolari, ne' quali quanto più s'ecciterà la virtù dell'animo, tanto saranno più a proposito; e il Conte Gualdo nel suo Guerriero prudente soggiunge: Il valore de' Sudditi è la più fida guardia, che darsi possa alla Greggia del Dominio, e come i Lupi appunto stanno lontanid a quell'Agnelle, che alla custodia loro tengano buoni Mastini, così gli emoli non così facilmente si dispongono ad assalire quello Stato, alla cui difesa veggiono i Sudditi fedeli, e armigeri. Io però riflettendo alla destinazione del giorno, in cui esso Giuoco si suole annualmente rappresentare, dubiterei della verità dell'addotto parere, non potendomi persuadere, che un'allegrezza inventata per sollievo di tutto il Popolo Pisano dovesse poi solennizarsi in un giorno di lavoro, che vuol dire in un giorno più tosto dannoso alla maggior aprte del medesimo Popolo, cioè a' manifattori, e lavoranti, per non essere in Pisa festivo il dì 17 Gennajo, (giorno in cui suole rappresentarsi il nostro Giuoco, come si è replicatamente detto) con tutto che in esso cada la solennità di S. Antonio Abbate, com'è notorio. Accresce il mio dubbio la comune consuetudine di
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rappresentarsi in giorni festivi tutti quegli spettacoli, che puramente riguardano il semplice divertimento de' Popoli, come vedesene l'esempio nel Giuoco del Calcio in Firenze, in Siena, in Lucca, in Livorno, nel Giuoco del Pomo in Arezzo, in quello de' Pugni in Venezia, nella Giostra di Bologna nella Domenica della Quinquagesima, ne' Giuochi Florali in Tolosa il dì primo Maggio, e nella festa de' Tori in Madrid nel giorno di S. Gio9 Batista. Uso a mio credere indotto da una perfetta politica, mentre in simil giorni disoccupate dalle faccende le Genti de' circonvici paesisi lasciano più facilmente guidare dalla curiosità a i medesimi spettacoli; dal che n'avviene utile non ordinario alle Città, ove quelli si rappresentano, che è quanto doverebbe ricercarsi da chi desidera il vantaggio della sua Patria: cosa, che non succede, quando gli stessi divertimenti vengono praticati in giorno di lavoro, come l'esperienza ne ha più volte dimostrata Pisa medesima la differenza. Considero di più, che, se il Giuoco del Ponte fosse stato inventato puramente per i Politici fini sopra descritti, non solo non dovesse premere a' Pisani, che il detto Giuoco si esercitasse anche fuori di Pisa negli altri Luoghi di loro proprietà; ma che per gli stessi fini si dovesse più tosto ne' Luoghi medesimi introdurre: e pure riferisce il Cervoni aver veduto in mano del Sig. Canonico Raffaello Roncioni, in un'antico Libro di Statuti, scritti in carta pecora, e fatt'in Sardigna nella terra di Caglieri, in tempo che i Pisani erano Padroni di detta Isola,
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sotto numero 61 la seguente proibizione, cioe: E siano tenuti detti consoli per sacramento, e pena lire venticinque Pisane, che quando egli vedessimo, o sentissino, che in detto Castello di Castro si volesse Giuocare, o combattere a Mazza, e scudo, incontinente egli con quelli Citadini, che parrà loro, anderanno a i Castellani, e opereranno a lor potere, che quel Giuoco, o battaglia non si faccia in nessun modo. E pure detto Castello di Castro fu ivi l'anno 1217 dalla Repubblica Pisana di pianta edificato, con altra Terra ancora, che Villa di Chiesa chiamarono. Nel principio del predetto libro di Statuti asserisce l'istesso Cervoni, che vi fosse la seguente intitolazione, che in grazia dell'Antichità quivi si porta. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen. Questo breve (così sogliono i Pisani chiamare i Volumi de' loro Statuti) fu composto, fatto, e ordinato a mandare a correggere a Pisa, in tempo delli discreti, e savi Uomini,Messer Nero di Gonculino, Messer Bindo Facca Consoli del Porto di Callari, e corretto, e emendato per li descritti, e savi Uomini Ser Collino del Colle, e Ser Pellajo della Seta, Ser Giudone da Fauglia, e Ser Bacciomeo di Malglo, correnti allora gli anni del Signore 1318 del Mese di Febbrajo. Ser Piero Porcellino del detto Porto, Notajo. Ser Gaddo da Fagiano. OPINIONE VI. Si registra finalmente da altri, che il Giuoco del Ponte tragga l'origine da un certo militare esercizio, con cui gli Antichi Greci fossero soliti
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ammaestrare per la guerra i proprj loro Soldati, giusta il sentimento di non ignobil Poeta:

60Forsan, et Heroes sic consuevere Pelasgi
Ad Martem armatos excoluisse viros;

e che l'uso del medesimo sia stato trasportato dell'Orientali contrade in Toscana dal soprannominato Re Pelope della Città di Pisa fondatore. Non sembra controvertibile, che dappoichè l'ambizione, e l'ingordigia di dominare diedero il motivo alle discordie, e a i combattimenti, che appena creato il Mondo si fecero sentire, (attestando Giuseppe Ebreo, che Thobel, che fu il nono descendente d'Adamo, egregiamente esercitasse l'arte della guerra, anche la disciplina militare, cioè l'arte di far buono il Soldato dovesse avere coll'istessa guerra il princio; affermandosi, che gli eserciti,) che sono una moltitudine d'Uomini, d'animali, di strumenti, di macchine, e di monizioni ridott'insieme per far la guerra, non per altro con tal nome si chiamino, che dal continuo necessario esercizio, che in essi per ben regolargli ricercasi; onde ilCornazano cantò:

Esercito per questo fu chiamato
Moltitudine d'Uomini esercenti
Se stessi contr al lor nemico armato

E' parimente manifesto, che accortosi il Mondo, come la disciplina, e buona istituzione de' Soldati fosse il nervo della milizia, la nudrice, e
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l'anima degli eserciti, abbiano gli Uomini di tempo in tempo inventato varj mezzi per approfittarsi nella medesima; riducendogli, per render più dilettevole la fatica, in diverse forme di Giuochi; tutti però all'uso della guerra appropriati, perchè in grazia della medesima introdotti. Nè può dubitarsi, che infra l'altre Nazioni per una sì lodevol politica, non aprisse la Greca pubbliche scuole, che Ginnasj, e Palestre appellarono: dove sotto la direzione di bravi Professori ammaestravasi la di lei Gioventù nell'arte Ginnastica, cioè in certi Giuochi detti Ginnici, ritrovati da Licaone Re d'Arcadia, che fu al Mondo molto prima del detto Re Pelope, come ricavasi da Gio. Boccaccio, che consistevano nella Chironomia, cioè in fare alle braccia, o sia lottare; nella Sciamachia, cioè nella Scherma; in Giuocar di Picca, in Saltare, in tirar l'Arco, in caricare il Dardo, in maneggiar Cavalli, in correre, e in altri simili militari esercizj. Oltre le predette cose particolari, esercitavansi ancora nell'Oplomachia, che altro non era, che un finto fatto d'arme, come spiega Celio Aureliano, riportato da Gio. Argoli: hoc est armorum ficta conflictio; nella quale dovevano operare armati, e con lo scudo, e col rimanente dell'armi loro, come pare possa raccogliersi dalla parola Hoplomachus, che significa is qui scuto, reliquisque armis instructus in arenam descendit. Ciò, che in si fatto cimento in vece di spada, o d'altr'arme
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offensiva tenessero, a me non consta, ma trattandosi d'un puro esercizio, simile a cert'altro battimento, con con piccole mazzette facevasi, come soggiunge il sopracitato Argoli ut erat batutitio, quae rudiculis, virgisque fiebat, (da cui si dice esserne derivato appresso gl'Italiani la voce battersi, e battaglia) non sarebbe lontano il credere, che anche nell'Oplomachia si servissero di qualche bastoncello, o altro simile strumento, per esser contor la natura del Giuoco l'usarvi cose, che portino il rischio di far danno notabila, e di toglier forse anche la vita. Onosandro Platonico ne' suoi antichi militari precetti registrò, che dopo ordinato l'esercito secondo le regole da esso prescritte si dividesse in due parti, e di poi senza ferro si ristringesse a combattere, distribuendo a' Soldati i leggier pili, e l'aste fragili; e, se fossero stati in terreno lavorato, si facessero combattere con le zolle di terra. Ciro il grande, essendo in Media, per assuefare i suoi Persiani ad assalire con le scimitarre i Nemici, che solo servivansi d'armi da lanciare, divise i medesimi in due parti; e dando ad una di essi, che figurò per li Nemici, zolle di terra, armò gli altri d'una grossa sferza nella destra, e con lo scudo nella sinistra, e con le corazze indosso disponevagli in tal forma a combattere; variando di poi l'ordine, facevagli nuovamente azzuffare, acciò che i suoi Soldati restassaro universalmente in simil battaglia esercitati. Posto ciò, attesa la similitudine della predetta Oplomachia con l'antico Giuoco de' Pisani, l'esser
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Pisa stata edificata da' Greci, la probabilità, che in essa trovar si potessero i Ginnasj, e le Palestie, essendo molto verisimile allo scriver d'Andrea Palladio, che in ogni Greca Città fosse uno di questi tali edifizj, e la notizia che i Pisanj, attendendo quanto bastava alla coltura de' terreni, si dessero nel resto totalme alla milizia, stimolati dallo stesso Re Pelope esercitatissimo nell'armi, ardirei di concludere, che da questa potesse riconoscer quello il suo principio; e così esser vera, o almeno più d'ogn'altra probabile, e verisimile la preaddotta origine del nostro Giuoco. Poichè se l'Oplomachia, come si disse, altro non era, che un'esercizio di finte battaglie; il Giuoco de' Pisani non altro, che una simil disciplina contenne, e contiene. Se chi in quella operava vi compariva armato della persona, in questo un simil costume non solo di presente si pratica; ma altresì anticipatamente praticar si dovea, poichè trovasi, che l'anno 1407 dopo che i Fiorentini ebbero Pisa per tradimento di Gio. Gambacorta, mandasse un bando, che pena vita da' Pisani si portassero al Palazzo maggiore con ogni altra sorta d'armi, tanto offensive, che difensive, anche quelle, che si giuocava a Mazza, e Scudo: e finalmente se in detta Oplomachia unito allo scudo servivansi per combattere di qualche strumento di legno,come si è probabilmente supposto; anche da' Pisani adopravasi con lo Scudo pure un pezzo di legno lavorato in forma di Clava, che Mazza chiamarono, da' quali strumenti l'azione medesima prese il nome di Mazza,
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e Scudo. Qualumque finalmente siasi di questo Giuoco l'origine, io me la figuro per sommamente gloriosa; poichè se fosse stato altrimenti, tengo per fermo, che avesse la sorte di tant'altri famosi Spettacoli, de' quali ne vive appena il nome. Ma perchè, come scrisse erudita penna, l'opinione è uno specchio, che dimostra le cose piccole grandi, e le grandi piccole, rimetto liberamente i miei sensi, conoscendo la debolezza del mio, ad altro più sagace intendimento.

2. Quesito II Cosa sia il Giuoco del Ponte.

Per chiarezza maggiore di quello deve dirsi, stimiamo necessario premettere, che la Città di Pisa resta divisa in due parti quasi eguali dal Fiume Arno, che vi scorre dal Levante al Ponente per braccia millenovecento in circa; dal che n'avviene, che, siccome egli ne disgiunge gli Abitatori, così separa gli affetti, e il genio de' medesimi in due contrarie fazioni, non per altro però, nè per altra ragioni discordi, che per questo loro Giuocoso divertimento: onde da nobile Poeta fu detto

Dividit et Pisas media pulcherrimus unda
Arnus, et in partes sic quoque corda secat:

ed altro celebre Soggetto mio particolare Amico, ed
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amato Concittadino Cantò

Pisa posta sull'una, e l'altra riva
Del bell'Arno, che lei divide, e bagna;

e più sotto

5 Al rinomato Ponte ecco i Cavalli,
V suol in se divisa Alfea pugnare.

Ciò stante, crederei, che il Giuoco del Ponte, attese le forme, con le quali di presente sipratica, potesse assolutamente chiamarsi un vero simulacro di guerra, mentre toltene le stragi, e la morte, ogni altro requisito della vera guerra ritrovasi: poichè se la guerra altro non è, che una pugna di due eserciti con le debite solennità preventivamente intimata pugnam duorum exercitium rite prius indictam; ovvero una discordia di due Popoli, che con la forza combattano Dissidium duorum Populorum per vim certantium; il Giuoco del Ponte altro parimente non è, che una battaglia di due Eserciti, o due Popoli, che tali possono considerarsi le due predette fazioni, anch'essa con le debite solennità preventivamente intimata. Se la guerra rispettivamente riguarda il riacquisto del perduto, e la difesa dell'acquistato; anche il nostro Giuoco altro fine non ha, che di ritogliere, e respettivamente difendere la fama, e la gloria da una delle fazioni conseguita nella conquista del famoso Ponte, che la Città divisa congiunge: e se per far la guerra ricercasi denaro, soldati, monizioni, armi, coraggio, e prudenza; per fare altresì il nostro Giuoco l'istesse cose appunto
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richieggonsi. La sola mancanza dunque delle stragi, e del sangue, perchè simulatamente, e per prova di valore si combatte, dà il nome di Giuoco al nostro conflitto; l'ira però, e lo sdegno, che da esso deriva, superiore a quello di qualsivoglia guerra si rende, poichè ciascun Soldato quivi combatte per propria elezione, e genio di rimaner superiore al Nemico, non già per obbedienza al proprio Principe, o per l'utile del soldo: in somma la causa è a comune di ciascheduno de Combattenti, dal che ne avviene, che segua così feroce il combattimento, che pone in dubbio chi non ha simil Giuoco altre volte veduto, come possa aver termine senza la morte di molti; e per verità se il desiderio di quei, che pugnano fosse sufficiente ad uccidere, niuno di essi vivo uscirebbe: nè di minore stima sarebbe certamente comparso alla vista di Zizimo Fratello di Bajasette, se, trovandosi presente ad una Giostra, gli sembrarono poco a far da vero, e troppo per passatempo gl'incontri, che in quella seguivano: e non di rado ne' tempi andati prima che restasse proibito agli armati il montare su le spallette del Ponte, è succeduto, che lacuni mossi, o da cieca temerità, o da scambievole violenza di combattere, azuffatisi sopra le dette spallette sono combattendo precipitati nel Fiume, ostinatamente persistendo anche nell'acque nell'intrapresa battaglia neque in hibernalibus tamen aquis succensus furor, aut ultio refrigebat, sed ruebant pugnantes, pugnabant natantes altero hostem ictu, altero aquam verberantes.
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Ma quel, che apporta a chi nol sa', stupore,
E' che quei, che quel giorno eran nemici,
E ch'in questo s'avrian cavato il core,
10La mattina di poi son veri amici:

verificandosi a prova,

C'ha'l furor dal pugnar sol nutrimento
In nobile Alma, e quel finito, è spento.

La gara delle predette fazioni giunge al maggior segno perchè i Pisani sono in essa generati, allevati, ed istruiti: chiunque e dall'intendere, che i piccoli Fanciulli in quei giorni, che sono interposti dalla disfida alla battaglia, con pugni, con calci, con morsi, con sassi,e simili si percuotano, e malamente si trattino per il Viva del loro partito, potrà argomentarne la qualità della passione degli adulti, e degli Uomini, dalla quale non vanno esenti nè meno le Donne medesime. Con tutta la gran gara però, la gran passione, il grande sdegno, non trovasi, che mai per alcun tempo sia insorto scompiglio, che abbia disturabata la pace, e la tranquilla quiete della Città, e de' Cittadini; che è quello, che rende ancora ammirati i Forestieri, non potendo capire, come Pisa siasi preservata così illesa da quei sinistri, che a cagione di simili fazioni altre gran Città hanno sofferto, e più d'ogni altra Costantinopoli, che per la divisione di due colori, cioè verde, e rosso, vide vicendevolmente svenati numero infinito degli aderenti, donde nacquer poi le guerre civili, e quelle sanguinose battaglie, che desertarono quasi tutto
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l'Oriente. Così bella prerogativa della Città di Pisa (oltre la buona condotta de' Capit, la prudenza de' Nobili, e de' Cittadini, e 'l desiderio comune della preservazione del Giuoco, motivi, che hanno sempre cooperato, e cooperano a sopprimere qualumque benchè piccola confusione, che nascer potesse) comunemente si tiene, che deva riconoscersi da più secoli in quà anche dal Cielo, come impegnato a favorire con ajuto speciale una simile azione. Raccontasi, che essendo in Pisa S. Caterina da Siena nel tempo solito giocarsi al Ponte, e che stanto un giorno nella Chiesa di S. Cristina in amorosi colloquj col suo, e nostro Crocifisso Signore, restasse sorpresa da improviso strepito di Trombe, e tamburi; e che avendole detto il Salvatore, che non si sbigottisse, perchè quel romore non seguiva, che per occasione d'un Giuoco solito rappresentarsi da' Pisani, ella efficacemente, mossa dall'ardente sua carità, lo pregasse di non permettere, che mai 'n quello, ne per quello alcun male succeder dovesse, il che le fosse dalla Divina misericordia accordato. Tanto comunemente porta in Pisa la memoria d'una fama, che non ha memoria. Nè può credersi senza mistero l'antico continuato costume di celebrarsi dalla parte, ove la detta Chiesa di S. Cristina risiede, nel giorno, che accade il Giuoco, una Messa solenne in onore di detta Santa, come si dirà a suo luogo: e finalmente dal successo felice di tanti secoli pare non possano revocarsi in dubbio gli effetti della Divina promessa, della quale in ogni tempo se ne sono veduti infallibili riscontri; ed in specie l'anno 1661, in cui dovendosi nel dì
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24 Febbrajo rappresentare una superbissima Battaglia sotto il Generalato per la parte di Mezzogiorno del Sig. Cavaliere ….. Mosca, e per quella di Tramonata del Sig. Cavaliere Gabbriello Antonio Raù, circa l'ore 22, mentre da ciascuna delle parti preparavasi le milize per marciare al campod ella Battaglia, oscurossi in un subito il Cielo; e con sommo terrore delle persone cominciò una fierissima tempesta d'acqua accompagnata con grandine, con vento, con baleni, e con tuoni, facendosi sera, e continuando la pioggia, si venne infra le parti per mezzo d'Ambasciatori al trattato di trasferire ad altro giorno il combattimento: ma perchè nel prendere, e riferire l'ambasciate nacquero alcuni disoridni con apparenza di farsene de' maggiori, per ovviare a tutti gli sconcerti restarono licenziati i Combattenti, nè più si fece detta battaglia. Esorcizzandosi poi ne' giorni seguenti nella Chiesa di S. Cristina dal Sig. Buonanni, Curato della medesima, un'indemoniato, disse, che per intercessione di S. Caterina da Siena fu operato che non si Giocasse al Ponte il detto dì 24, perchè nel calare che avesse fatto la Battaglia da una delle parti, attesa la moltitudine deglia rmati,c he erano sopra secento per parte, ci sarebbe seguita morte d'Uomini. Che la città di Pisa abbia avuto la sorte di godere più volte della presenza d'una Santa così riguardevole, non può controvertersi; anzi che in essa, e nella già detta Chiesa dal suo Sposo Gesù le furono concedute le Sacrosante Stimmate l'anno di nostra salute 1375, come referisce il P. Domenico Maria Marchesi nel suo Diario Domenicano; e
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ne rende ampla testimonianza la seguente iscrizione, che sta impressa nella medesima Chiesa, ove il gran miracolo succedè. D.O.M. D. Catharina Virgo Patria Senensis, virtute Coelestis, ad hanc aram Sacratissimo Jesu Crucifixi Stigmate donatur Anno reparatae sal. MCCCLXXV mense Aprili inuente, mox Divini Authoris Immagine Senas clanculum delata, quaeque hinc superstes capsula vetustate detrita Fabius Orlandinus Patritius Flor tantae memoriae Religiosus hoc Sacellum erexit. dicavit, ornavit Anno D. MDCXVII. Qual nome le due Fazioni del nostro Giuoco negli antichi tempi tenessero, non consta; ma essendo che i Romani, a i quali in materia di Giuochi fu maestra la Toscana, nel corso delle carrette fino in sei Fazioni divisi, o per distinguersi nel corso medesimo, o per poter celebrare le glorie della parte vincitrice, si servissero di varj colori, che furono il Bianco, il Rosso, il Verde, il Celeste, il Dorato, e'l Porporino; e che dal colore, di che essi erano vestiti, prendessero il nome, come de' Bianchi, se di coloro bianco, de' Rossi, se di color rosso, e così successivamente
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forma appunto che segue di presente nel Giuoco del Calcio, potrebbe credersi, che anche i Pisani (tanto più atteso l'uso antichissimo delle predette divise, delle quali alcuni fanno autore il Re Enomao), per li fini già accennati di due diversi colori abbigliandosi, da quelli 'l nome delle loro Fazioni derivato ne fosse. Di certo può dirsi per quanto riferisce il Cervoni, che l'anno 1580 una di esse era chiamata la parte di Banchi; e l'altra la parte di Borgo; e ciò a mio giudizio dal nome di due principali strade, che fanno capo a quel Ponte, che è campo del nostro Giuoco. L'anno 1599 per quello ricavasi da un cartello stampato, ch'era nelle mani del Signor Donato Samminiatelli, venivano chiamate coll'istesso nome, che di presente ritengono, tolto a mio credere, dagli aspetti della situazione delle parti medesime, cioè di Mezzogiorno la parte di Banchi, perchè al Mezzogiorno rivolta; di Tramontana quella di Borgo, perchè a Tramontana esposta rimirasi. Ciascuna di dette parti resta presentemente divisa in sei Compagnie, ovvero Squadre, le quali tutte innalzano propria bandiera di vaghi colori composta; quelle di Mezzogiorno sono S. Antonio, S. Martino, S. Marco, Leoni, Dragoni, e Delfini: L'insegna della prima è di color di fuoco; della seconda bianco, nero, e rosso; della terza bianco, e giallo; della quarta nero, e bianco; della quinta verde e bianco, e della sesta turchino, e giallo. Le Squadre di Tramontana si chiamano S. Maria, S. Michele, Calci, Calcesana, Mattaccini, e Satiri: L'insegna
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della prima, è di color celeste, e bianco; della seconda bianco, e rosso; della terza verde, bianco, e dorè; della quarta giallo, e nero; della quinta bianca, turchino, e fior di Pesco, e della festa rosso, e nero. Al pari d'ogni altro principio del nostro Giuoco resta incerto il tempo dell'istituzione delle Squadre predette nel numero soprassegnato, ed il motivo della loro denominazione; poichè l'anno 1569, e l'anno 1574 trovasi, che ciascuna delle parti comparve al combattimento con dieci squadre. L'anno 1589 nella battaglia fatta per le nozze di Ferdinando I terzo Gran-Duca di Toscana, la parte di Mezzogiorno aveva otto Squadre, e quella di Tramontana nove. In quella rappresentata in Firenze da' Pisani l'anno 1608 per gli sponsali del Principe di Toscana, Cosimo II suo Figlio, furono dieci Squadre per parte, tutte tanto in questa, che in quella preceente Battaglia con bizzarre invenzioni formate, e fuori dell'ordine delle sopra descritte, delle quali si dirà a suo luogo. Se poi fosse costume de' Pisani il variare in ogni Battaglia le divise, o pur che ciò solo facessero in qualche singolare occasione alle due predette somigliante, per mancanza di notizie non v'è che soggiungere; siccome se nel numero delle dieci Squadre per parte dell'altre anteriori Battaglie vi potessero essere incluse, anche le sei sopranominate, benchè di ciò qualche cosa potesse dedursene dal trovarsi fatta menzione nel ricordo della Battaglia
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del 1574 della banda di S. Martino, e di quella di S. Maria. Toccante la denominazione delle Squadre, che modernamente ottengono nel nostro Giuoco, crederei, che parte di esse potessero aver sortito il nome da alcuni Quartieri della medesima Città, cioè S. Maria, S. Antonio, S. Martino; altre dal luogo de' Soldati, che le compongono, come S. Michele, Calci, Calcesana, e S. Marco; ed altre dall'Impresa, che nella loro Insegnaportano, come Mattaccini, Satiri, Leoni, Dragoni, e Delfini: il che pure fu anche prima di me in parte considerato da erudito Soggetto, che di tal particolare trattando nella seguente forma lasciò scritto: Sex utrinque Cohortes variis nominibus, partim ab ea urbis regione, quam incolunt, partim a tesseris, sive imaginibus, quas gestant, sic Leones, Satyros, Dracones se vocant. Appoggiando la mia credenza alla notizia, che abbiamo de' Nomi imposti alle Romane Legioni, ed al tempo, in cui esse erano istituite, come Prima, Seconda, ec., ed al Luogo, dov'erano collocate, come l'Italica, se in Italia; la Cretense, se in Creta, ec. e da' Regni, e dalle Provincie da loro debellate, come la Partica, la Scitica, al Macedonica, ec. e dall'Impresa, che alzacano, come la Fulminatrice dal Fulmine dipinto negli Scudi, la Ferrata, perchè tutta coperta di ferro, ec. e dal nome de' suoi Istitutori, come l'Augusta, la Claudia, la Trajana, ec. e dagli Dei venerati dal Comandante Supremo, come la Minerva, l'Appollinare, ec. e finalmente da altri varj accidenti, come Ausiliaria, Valente, Vincitrice, Pia,
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Fedele, Felice, ec. Non meno che fra le Legioni Romane regna nelle Squadre predette così gagliarda l'Emulazione, che stimandosi ciascuna a tutte l'altre di condotta, e di prodezza superiore, sdegna d'ogni altra, benchè dell'istesso partito, il paragone, sempre ricercando a gara nelle Battaglie l'impiego de' più ardui cimenti, e delle più difficili azioni, per riportarne il pregio, e la gloria d'un segnalato valore. Ciascuna di dette Squadre gloriasi d'aver' i suoi Fautori, che contribuiscono col denaro al loro armamento, e con tanta passione vi s'interessano, che alcuni vi hanno consumate, se non tutte, almeno buona parte delle proprie sostanze; e forse con rammarico di non poter' imitare un Milione, che ne' Giuochi di Roma diede fondo a tre Patrimonj; un Probo, che per solennizzare imedesimi donò al Popolo 1200 libre d'oro; un Simmaco, che vi dissipò dugentomila Scudi; e un Massimo, che ve ne spese quarantamila. Alcuni altri poi non contenti della special cura presasi di dette Squadre in vita, per avervi parte anche dopo morte, hanno obbligati gli Eredi a somministrare per comodo delle medesime e sopravesti, ed armi. Nel testamento del Sergente Domenico del quond. Benedetto Rosi di Pisa del dì 9 Agosto 1658 Fiorentino, rogato da M. Gio. Battista Barberi, in cui istituì suo Erede universale l'Opera dello Spedale di S. Gregorio, e S. Bartolomeo di Pisa, si legge quanto appresso, cioè: Con obbligo agli medesimi Eredi di preservare appresso di loro, o di detti Esecutori
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tutte le armature per il Giuoco del Ponte, che si troverà avere sino al giorno della sua morte, quali non si debbano mai vendere, ma tenersi inperpetuo, con obbligo di prestare quelle a quello, o a quelli, che armeranno la Squadra di Satiri per il giorno della Battaglia; e poi si debbano dagli detti Eredi, ed Esecutori ricuperare per tutto il Carnovale, volendo, che a' medesimi, che armeranno, gli sia dagli Esecutori, ed eredi dato, e somministrato pezze quattro di tele ordinarie per le Camiciuole de' Combattenti di quel colore, che parrà agli Esecutori.
L'armi ritrovate furono sette Morioni, tre a maschera, e quattro a bastoncelli, tre paja di guantoni, quattropaja di spallacci imbottiti, ed un pajo di bracciali di ferro, come apparisce al Libro Entrata, ed Uscita della suddetta Eredità. a. 9. Nel Testamento del S. Cosimo Viviani ab Episcopo del dì 21 Aprile 1595, rogato da M. Simon Antonio Braccesi, in cui istituì Erede Fideicommissario il Sig. Pietro Viviani suo Nepote, vi sta registrato quando appresso Item comanda, e vuole, che da detto suo Erede sia prestato per servizio del Giuoco del Ponte l'Insegne, e tutti quelli Morioni, e altre arme, che vi sono per servizio di esso Giuoco, con questo però, che de' migliori Morioni non gli presti, ma l'imprestanza di tali robe faccia alle Battaglie generali, ma alle Battaglie piccole gli sia proibito il darle, e questo il Testatore vuole, che sia esequito per mantenere detto antico, e famoso Giuoco.

3. Quesito III Di che tempo si faccia il Giuoco del Ponte.


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Nell'antecedenti ricerche si è replicatamente detto, che il dì 17 Gennajo, in cui cade la solennità di S. Antonio Abate, è il giorno destinato all'annua rappresentazione del nostro Giuoco, non essendo dalla fama, giammai fin quì stata posta in dubbio una simil consuetudine; ne a queta repugna il numero di molte Battaglie, che potrebbero contarsi seguite fuori di detto giorno, e mese, essendo ciò accaduto per onorare l'intervento di qualche gran Personaggio, o per altro straordinario motivo; come seguì l'anno 1589, che si Giuocò il dì 26 Aprile per la venuta in Pisa di Madama Cristina di Lorena, Sposa di Ferdinando III Gran Duca di Toscana; l'anno 1609, che si Giuocò il dì 28 Ottobre in Firenze sul Ponte a S. Trinità per le nozze del Gran Principe Cosimo suo Figlio; l'anno 1653, che si Giuocò il dì 6 Gennajo per trovarsi in Pisa il Duca di Modena; l'anno 1664 il dì 2 Marzo, che fu la prima Domenica di Quaresima per esser in Pisa Monsieur Luigi di Bourlemont, Plenipotenziario di Lodovico XIV Re di Francia, e Monsig. Cesare Rasponi, Plenipotenziario di Papa Alessandro VII;
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dove prosperamente aggiustarono alcune differenze, infra la S. Sede, e la detta Corona di Francia, essendo il predetto Bourlemont riseduto della Casa de' Signori Scorzi, come testifica questa iscrizione, che vedesi espressa nella facciata della medesima Casa: DEO PACIS SACRUM Hisce in Aedibus locus praebitus Ludovico Burlemontio Ludovici XIV Regis Christianiss. Legato ad instaurandam concordiam inter eumdem Regem, et Alex. VII Pontif. Max. bonae Fidei omine cum supra Januam Domus jam diu scriptum extaret SIT PACIS Antonius Scorzius Insualae Dominus laeti successus Monumentum Posuit A. D. MDCLXIV Ferdin. II M. D. Aetrur. Regnante Publicaeque illud tranquillitatis opus studiis curisque adjuvante. e in altre simili infinite occasioni. In oltre detta mutazione di tempo è succeduta, e succede da che hanno i Pisani introdotto il costume, (di cui pure non trovasi il principio,) di fare due Battaglie l'anno, una nel giorno accennato di S. Antonio, alla quale vien dato il nome di Battagliaccia, che serve come d'una scuola per disciplinare i Soldati novelli; e l'altra si chiama
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Battaglia generale, che non ha tempo prefisso, dependendo dalle convenzioni delle parti la sua rappresentazione. E' ben vero però, che ne' tempi moderni, cioè dopo la venuta in Toscana della Serenissima Violante Beatrice di Baviera, nostra Gran Principessa, anche la Battaglia per S. Antonio alle volte, e specialmente quando l'Atezza sua è stata in Pisa, si è trasportata al dì 23 Gennajo, giorno natalizio della medesima. Da che dependa l'annua celebrazione di questo Spetatcolo nel prefisso giorno de' 17 Gennajo, resta al pari della sua origine totalmente ignoto; odne facendosi luogo alle conjetture, che in ossequio dell'Antichità generalmente s'ammettono, direi, che ciò potesse seguire per una singolar commemorazione, o del salvo arrivo di Pelope dopo i suoi incerti, e pericolosi viaggi nel luogo, ove Pisa risiede; o del principio, ovvero della terminazione e dedicazione dell'istessa Città di Pisa. Mi nasce il primo pensiero dall'intendere, che quei Greci, che militarono sotto Ciro, nel ritorno, che dopo la di lui morte facevano alla Patria, giunti salvi a Trabisonda, oltre i sacrifizj fatti a Giove Salvatore secondo il promesso voto, rappresentassero per allegrezza anche i Giuochi Ginnici. Mi somministra il secondo l'usato costume de' Romani (a' quali in tutto fu unica Maestra la Grecia) di solennizzare come festivo il dì 20 Aprile, in cui rappresentavano alcune Feste dette Palilie, perchè alla Dea Pale dedicate, chiamando detto giorno il natal della Patria, solo
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perchè in esso furono a Roma i primi fondamenti gettati; onde Properzio lib. 4 Eleg.

Urbi festus erat, dixere Palilia Patres:
Hic primus cepit moenibus esse dies.

Traggo l'altro dall'osservanza degli Antichi di celebrare per la terminazione di qualche nuova Città diversi Giuochi, e Spettacoli, come fece Agrippa re de' Giudei con grandissima splendidezza, per le Città da lui fabbricate; e prima di esso Erode nella dedicazione di quella di Cesarea, con ordine, che in memoria della medesima ogni cinque anni rinovar si dovessero. Potrebbe ancora considerarsi, che la destinazione del nostro Giuoco già detto aver potesse per fine qualche memorabil vittoria dall'istesso Pelope ottenuta contro quegli ostacoli, che ordinariamente accadono a quelle Nazioni, che pretendono gli altrui Stati occupare. Volendo Ercole far passaggio in Italia, gli convenne prima superare i Liguri, che valorosamente gli si opposero; Enea appena pervenuto nel Lazio vide armati a' suoi danni tutti i Popoli di quella Regione; e Cristofano Colombo, Fernando Cortese, ed altri valorosi Capitani, senza replicate battaglie non poterono stabilire a i Cattolici l'acquisto del nuovo Mondo. Che per l'acquisto di segnalate vittorie siasi praticata l'istituzione di qualche Giuoco, e Spettacolo per tener sempre viva negli Uomini la memoria delle gloriose geste degli Antenati, si giustifica con l'esempio d'Ercole
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istitutore de' Giuochi Olimpici, i quali volle, che di cinque in cinque anni si rappresentassero, come per una specie di trionfo per aver superato Ogea Re d'Elide. Con quello parimente d'Ottaviano Augusto, che istituì nella Città di Nicopoli, da esso fatta fabbricare in Epiro, alcuni Spettacoli da rinovarsi ancor'essi ogni cinque anni in memoria della disfatta di Marc'Antonio, e di Cleopatra. Con quello della Repubblica Fiorentina, per la caduta della nostra Città di Pisa, datale in potere da Gio. Gambacorti per la somma di cinquantamila fiorini, che ordinò, che ogni anno per la commemorazione di tal successo il dì 9 d'Ottobre si dovesse correre un Palio di Cavalli corsieri, comunemente chiamati Barbari; e con molti altri esempj, che per brevità si tralasciano.

4. Quesito IV Dove si faccia il Giuoco del Ponte.

Dal nome stesso del Giuoco, e da quello si è detto nel secondo Quesito, resta chiaramente manifesto,com'esso sopra d'un Ponte si rappresenti; e de i tre, che in Pisa sul fiume d'Arno di presente ritrovansi, quello di mezzo, che Ponte nuovo chiamasi, è il Campo destinato per tale Spettacolo; facendo fede del suo glorioso impiego la seguente iscrizione, scolpita dalla parte di Tramontana in un de' Pilastri delle di lui sponde:
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En moles
Olim Lapidea
Vix Aetatem Ferens
Nunc Marmorea
5Pulchrior, et Firmior Stat
Simulato Marte
Virtutis Verae Specimen
Soepe Datura.

Dove anticamente si rappresentasse al pari d'ogni altra sua particolarità ignoto ne resta: io però mi pesuaderei, tantopiù attesi que' gloriosi Testimonj d'Antichità, che alla Porta a Lucca si vedono, de' quali si parlò nella seconda Opinione del primo Quesito, che anche in Pisa, come da' Greci fabbricata, trovar si dovessero i soliti loro Ginnasj; e che nelle Piazze di questi, Stadj chiamate, con gli altri consueti Giuochi ginnici anche il nostro si celebrasse. Che poi a imitazione di Roma, colla quale le Città d'Italia, e specialmente le Colonie maggiori facevano emulazione, vi fosse introdotto il Circo, che era un grande spazio di terreno in forma rotonda, cinto di mura, deputato per gli Spettacoli; e che in esso con tutti gli altri Giuochi, che dall'istesso Circo Circensi sempre appellaronsi, anch'egli si facesse vedere; essendo manifestissimo, che in
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Pisa si rappresentassero, come in Roma detti Giuochi Circensi, onore permesso solo alle Colonie più nobili, come registra il già citato Padre Noris: Uti Romae, ita in Coloniis ludi Scaenici, ac Circenses edebantur, non in omnibus Romanorum Urbibus, sed tantum in nobilioribus: poichè nelle già allegate costituzioni fatte da' Pisani per la morte di Lucio Cesare le seguenti precise parole si leggono: NIVE QUI LUDI SCAENICI CIRCIENSESVE EO DIE FIANT SPECTENTURVE. Costume in simili occasioni di pubblico lutto, praticato ancora da' Greci fino a serrare del tutto i Ginnasj, e le Plestre, come seguì in Atene per l'avuto penetimento della commessa uccisione di Socrate, così scrivendone il Fabbro: Ludos Gymnicos sicuti usurpatos in laetitia publica, sic in moerore, luctuque publico intermissos, et quidem adeo ut Gymnasia ipsa occluderentur, et Palestrae, quod evenisset Athenis post necatum Socratem, cum ejus rei postea penituisset. Perdutosi l'uso de' predetti Giuochi Circensi, il quale vogliono, che per le crudeli, e miserabili Guerre co' Goti, dalla povera Italia per anni diciotto continui sofferte, restasse abolito a i tempi di Giustiniano Imperatore, che mancò di vita l'Anno di nostra Salute 578; crederei, che il nostro Giuoco si fosse cominciato a praticare, o sopra qualche piazza, come cantò il Nozzolini:

Rimirate più là, come in gran Piazza
10Fan con ricche livree ludi, e bagordi,
Dove in fero certame a Scudo, e Mazza

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Sembran genti pugnar fra lor discordi.

o pure in qualche altro adeguato luogo, come seguì dall'anno 1637 all'anno 1659, che, essendo rovinato il Ponte, fu eletto per Campo di battaglia la strada de' Setaioli, assegnando la metà verso la Piazza, detta de' Cavoli, a' Cavalieri di Mezzogiorno, e l'altra verso il rovinato Ponte a' Cavalieri di Tramontana: tenendo per indubitato, che il rappresentarsi ora sul Ponte sia un fatto veramente moderno, non perchè in Pisa un simil luogo mancasse, che ciò, stante la divisione del Fiume Arno, succeder non poteva; ma perchè quei Ponti, de' quali si ha notizia, che in essa già sette secoli scorsi in numero di tre si ritrovavano ne' medesimi siti, ove i presenti si vedono, non fossero proprj per una simile azione; perchè il Ponte, per cui ora si passa in Fortezza, chiamato già in Ponte di Spina, era di legno: è però vero, che dall'anno 1036 all'anno 1046 videsi fabbricato di sasso; ma il suo piano ineguale, e la di lui situazione in un'estremo della Città, lo rendeva forse incapace del nostro Giuoco, trovandosi, che l'anno 1167 esso fu rappresentato in Arno, il qual'era talmente stretto dal ghiaccio, che per più giorni continui vi si camminò come per le strade, e vi passarono i carri carichi senza affondarsi: il che seguì del Mese di Gennajo, come ricavasi da un'antico Manuscritto latino di Cronache Pisane, che trovasi appresso li Sig. Scorzi di Pisa; e nota il Roncioni nel libro settimo delle sue Istorie, che detti ghiacci si mantennero sino al dì 17 del Mese predetto. Il Ponte a Mare, quand'anche in quei tempi
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fosse stato di sasso, non era atto tal funzione, come il primo, sì per la somiglianza del sito nell'altro estremo della Città, sì per l'inegualità del suo terreno, che averebbe conceduto maggior vantaggio più ad una parte, che all'altra. In che tempo la fabbrica di questo Ponte seguisse, a me non consta: posso ben dire, che, essendo l'anno 1328 per la sollevazione, che seguì in Pisa contro il Vicario di Lodovico Bavaro, in qualche parte demolito, fosse poi l'anno 1332 nel pristino stato rimesso; e che nell'anno 1640 minacciando rovina fossero smantellate le sue sponde, e ridotto nella forma, che ora si vede. Il Ponte di mezzo non era capace di farvisi il Giuoco, perchè oltre l'esser di legno restava ingombrato da molte Botteghe, che sopra di esso erano state fabbricate, delle quali tiravansi annualmente di pigione più di trecento Fiorini; anzichè impedendo questo la veduta del bel Teatro, che fa il Fiume con l'ampie vie lungo se dall'una, e dall'altra parte, fu stabilito da Pietro Gambacorta insieme con gli Anziani, e col Consiglio de' Cittadini, per maggior' ornamento della Città, di farlo di pietra; e così fu dato principio alla di lui fabbrica il dì 14 Aprile 1381. Poichè fu perfezionato, cedè con precipitosa rovina alle vicende del tempo l'anno 1637 il dì 9 di Gennajo a ore ventitrè, e tre quarti: dal capriccio dell'Ingegnere Alessandro Bortolotti il dì 10 Giugno 1641 cominciò a rifarsi colla demolizione di molte Case di quà, e di là contigue al medesimo, furono allora fatte quelle piazze, che anche di presente si vedono;
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ma prima di restar terminato, la notte del dì primo di Gennajo 1644 circa l'ore sei tornò a cadere nel Fiume. Finalmente dalla perizia di Francesco Navi sopra le pigne del primo Ponte rovinato, nel breve corso di mesi diciassette, l'anno 1660 restò di tre Archi, come ora si trova, nuovamente ristabilito; che la Divina Provvidenza, per utile della povera Città di Pisa, si compiaccia preservarlo illeso con gli altri tutti per quanto ne duri 'l Mondo. Trovasi ancora fatta menzione d'un'altro Ponte, (detto alla Spian da quell'istessa Chiesa di S. Maria della Spina, la qual'anche di presente si vede) che dalla strada di S. Maria passava a quella di S. Antonio. Fu detto Ponte cominciato da alcuni particolari Cittadini l'anno 1182; e perchè per tal cagione insorsero in Pisa infiniti disordini, fu solo data mano alla di lui terminazione a spese della Repubblica l'anno 1263: quando restasse perfezionato, e di che tempo ne seguisse la caduta, per mancanza di notizie, a me ignoto totalmente ne resta. Stante dunque le cose premesse parmi ne resti abbastanza manifesto, che il rappresentarsi del nostro Giuoco sopra del Ponte esser non possa, che una moderna Invenzione, la quale abbia avuto il suo principio, o dopo la terminazione del suddetto Ponte, ovvero, com'è più probabile, del precedente eretto il sopradetto anno 1381, per esser stato posto quasi nel centro del bel Teatro d'Arno, e ad una più bella, e maggior veduta mirabilmente scoperto. Più moderna di questo suo rappresentarsi sul Ponte mi credo la mutazione del di lui nome da
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Giuoco di Mazza, e Scudo in quello di Giuoco del Ponte, la quale senza dubbio attribuirei alla variazione di quell'Armi, che davano al Giuoco il nome predetto di Mazza, e Scudo, seguìta a' tempi del Magnifico Lorenzo de' Medici, che mancò di vita nell'anno 1492, e di Giovanni Medici, Padre di Cosimo I Gran-Duca di Toscana; registrando il Cervoni, che il primo, essendo veramente vago d'ogni sorta di Spettacoli, introdusse le Targhe in vece degli Scudi, e'l secondo fece cambiare le dette Targhe in Targoni, o Pavesi in quella foggia, che a' nostri tempi si vedono. Avendo dimostrato insieme coll'origine del Giuoco che cosa egli sia, di che tempo si faccia, e dove si faccia, per continuazione dell'intrapreso ordine converrebbe ora trattare del come si faccia; ma perchèe ciò a mio credere non potrebbe pienamente intendersi senza l'antecedente cognizione di tutte l circostanze, che necessariamente vanno gli avanti, ho giudicato a proposito, prima d'ogni altra cosa, di ciascuna di esse separatamente discorrere; dal che ancora sempre più si farà manifesto, quanto il nostro Giuoco con la vera Guerra concordi.

5. Quesito V Del Consiglio di Guerra.


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Non v'è dubbio, che per non trovarsi nel Mondo azione alcuna, che più ricerchi consiglio, che quella della Guerra; e per essersi riconosciuto, che tutte le cose più importanti di essa non vengano mai meglio deliberate, ed esequite, che col consiglio, coll'autorità, e parere di diversi, ne fosse introdotta quell'Assemblea d'Uomini insigni nell'armi, e nelle politiche, a cui dassi il nome di Consulta di Guerra. Per l'istessi riguardi anche da ciascuna delle Fazioni del nostro Giuoco la medesima Consulta costituita ne venne, nella quale concorrono due Soggetti della prima Nobiltà, con titolo di Deputati della Parte, molti altri Cavalieri, e Cittadini, e tutti quelli, che si prendono cura del Giuoco. Tal consiglio però non radunasi, che in occasione di Battaglie Generali, facendosi poco conto della Battaglia ordinaria per S. Antonio, volgarmente detta a chi Monta Monta; essendo in arbitrio di qualsivoglia il promoverla, ottenuta che sia la licenza di battere il Tamburo, che deve concedersi dal Maestro di Campo delle Bande, e in assenza dal Capitano Anziano delle medesime; venendo questa totalmente ordinata a spese particolari della novella Gioventù. non interessandovisi regolarmente, che pochi Soldati veterani, e quetsi a solo fine di dirigerla, ed istruirla nelle regole del Giuoco, e per osservarne i
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più valorosi, riempiendosi poi di questi all'occorrenza i Ruoli de' Veterani medesimi. Tal Battaglia per S. Antonio non è differente, quanto alla sostanza della condotta, e del combattimento, dalla Generale, e però non intendo sopra di essa diffondermi, perchè dalla notizia della maggiore, si farà anche la minore palese. Trattandosi dunque di Battaglia Generale, radunasi una, o più volte, occorrendo, il detto Consiglio di Guerra, discutendo prima, se debba a detta Battaglia procedersi: approvata la risoluzione, si passa a considerare i veri fondamenti della Guerra, che sono il fondo del denaro per le spese da farsi, e l'elezione del Generale, e degli altri Ufiziali; come Luogotenente Generale, Sergente Maggiore, Maestro di Campo, Consiglieri, Ambasciatori, Capitani, Alfieri, Caporali secondo l'usato stile di simili Battaglie: trovati gli assegnamenti del primo, e approvati i Soggetti per il secondo, si concede la permissione d'intimare alla parte contraria il Cimento. Ciò, che si pratica nel denunziare la Battaglia Generale, dal Cartello infuori, s'opera ancora per l'ordinaria di S. Antonio: l'obbligo di tal cerimonia corre alla Fazione, che nell'ultimo conflitto restò perdente, con questa distinzione però, che a chi perdè la Battaglia ordinaria tocca la disfida della Battaglia ordinaria; e a chi restò vinto nella Generale, incumbe la disfida della Generale. Oltre i suddetti Consigli di Guerra, che di si possono Generali, se ne fanno ancora de' particolari
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commposti solo d'Ufiziali, e di pratici Soldati, dove a tenore de' militari precetti consultansi i modi da tenersi per deluder gli sforzi del Nemico; ed è lecito a ciascheduno di detta Consulta di proporre i suoi disegni, intesi i quali cn le ragioni de' loro fondamenti, dal Generale poi con gli altri supremi Comandanti si risolve segretamente l'impresa da eseguirsi: e simili Consulte sono assolutamente necessarie, perchè ciascuno per virtuoso, e di svegliata intelligenza che sia, abbisogna degli altrui consigli; e tanto più nel nostro Giuoco, dependendo l'esito felice del cimento non solo dal valore de' Combattenti, quanto alla saggia condotta de' Comandanti, operando in esso più della forza l'ingegno, a cagione de' vari stratagemmi, che vi si praticano, e vi si possono praticare.

6. Quesito VI Come si proceda nella Disfida.

Perchè non sembrava ragionevole rivolger l'armi contro chi volesse umiliarsi con domandar pace, e alle leggi altrui volontariamente sottoporsi, fu introdotto, prima di commettere ostilità alcuna, di denunziare la Guerra al suo preteso Nemico. Avanti che Roma vi Fosse, ciò costumavasi con inviare al medesimo un'Araldo. Da' Romani fu l'istesso praticato col lanciare per mano di certi loro deputati, Feciali nominati, alla presenza almeno di tre testimoni dentor i confini degli Avversarj un'asta ferrata, ovvero sanguinosa: ne' tempi più moderni si sodisfece a tal'uso con pubblicar Manifesti, con fare scopertamente levate di Truppe, e con non tener celato il suo disegno. I Pisani, imitando in qualche parte i Romani, ed in qualche parte li più Antichi, nel Mondo seguente la loro Guerra protestano. La Fazione, come si è accennato, che in ultimo luogo predette, da un luogo destinato, come dalle Sette Colonne, se quella di Tramontana; e di Banchi, se l'altra di Mezzogiorno, Posti, che fanno figura delle loro respettive Tende, manda un Tamburo battente a' confini del Campo nemico, cioè alla metà del Ponte, ed ivi fatta una chiamata a Battaglia, donde partì, ritorna. Dopo breve dimora replica la detta funzione, e ciò fino alla terza volta facendo, intendesi la Marzial denunzia soddisfatto. La Fazione contraria prima d'accettar l'invito, anch'essa tiene col suo Consiglio di Guerra le necessarie conferenze: Concludendosi di combattere, nell'istesso modo che fu sfidata risponde. Di consenso poi delle Parti si stabiliscono due giorni più o meno fra loro distanti, secondo richiede il bisogno, in uno de' quali la Parte provocante presenta alla provocata la disfida formale in carta, e nell'altro rende questa a quella di detta disfida la risposta. Nel tempo, che resta in mezzo dalla prima intimazione all'attacco del Cartello, che così chiamasi l'azione suddetta, si camina giornalmente per la Città
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colle Bandiere, Trombe, e Tamburi; si procede alla pubblica elezione del Generale, e de' rimanenti Uffiziali, alla scelta de' Combattenti, e allo stabilimento delle Compagnie de' medesimi colla distribuzione de' Segni delle Squadre; il qual segno consiste in un galano di nastro di Seta del colore della Divisa, o Insegna, sotto cui devono militare, che regolarmente da ogni Soldato al Cappello si porta. Giunto il giorno destinato al Cartello della Fazione, che deve riceverlo, ne' posti sopra accennati si alza un Maestoso Padiglione, sotto cui, corteggiati dalla Nobiltà più cospicua, stanno a sedere i Deputati, e la Generalità di detta Fazione, cioè tutti gli Uffiziali,e altri Uomini insigni per valore, e per direzione, necessarj al buon governo dell'Armi. Da detto Padiglione alla metà del Ponte in doppia Spalliera, lasciando in mezzo un'ampia via, si distendono armati di spada con la maggior parte de' Guerrieri, tutti gli Aderenti della Parte, che a migliaja, e d'ogni condizione, senza ritegno alcuno vi concorrono. Ordinate in tal forma le cose della Fazione opposta, col Cartello spiegato nelle mani s'invia un'Araldo, che ha sempre un nobil Giovanetto, accompagnato da altri due Gentiluomini, e da infinita moltitudine del di lui partito, armata, parimente di spada. Appena posto il piede nel Campo nemico, resta onorato il di lui arrivo con lo sparo di Mortaletti, che continua per quanto esso in detto Campo dimora; per mezzo delle Truppe nemiche, avanti il suddetto Padiglione si porta, e senz'altri complimenti, che
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d'un tacito saluto, ad una Statua, che si pone alla destra del Padiglione medesimo, affigge il Cartello, e poi di buon passo con tutti i suoi seguaci spargendo a nembi copie del medesimo, con voci strepitose d'allegrezza fa nel suo Campo ritorno. Il che seguito, il Popolo, che resta, con incredibil silenzio s'affolla intorno al Padiglione per intendere il contenuto della Disfida, venendo questa da un posto eminente ad alta voce letta dal Cancelliere della Fazione, la qual terminata, e con allegro viva applaudita, con Trombe, con Tamburi, e colle sei Insegne si portano immediatamente alla metà del Ponte, e dopo una guerriera armonia partendosi, vanno per la Città scorrendo, fino a qualche ora di notte, supplendo alla mancanza della luce del giorno collo splendore di varj, e numerosi fuochi. Le formalità, che la Parte provocata pratica in ricever la Disfida, l'istesse appunto costuma la provocante in attender di essa la risposta. Se la comparsa di tanto Popolo armato, adorno di nastri della sua parziale divisa, tutto giulivo, e festeggiante, in angusto terreno ristretto, colle circostanti Fabbriche piene di Spettatori, ossa formare uno Spettacolo degno veramente d'ammirazione, alla mancanza della Penna in esprimerlo supplisca la mente di chi legge in considerarlo. I Cartelli per simili Disfide sogliono essere concepiti con istima non ordinaria dal Nemico, ben sapendo,

Che quanto il vinto è di più pregio, tanto
Più glorioso è di chi vince il vanto;


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e con tutti i registri in dette Scritture necessarij, come il contenuto della Querela nella proposta, la Mentita nella risposta, e in tutte il nome a chi si manda, la data del luogo, del dì, del mese, dell'Anno, e la sottoscrizione del mandante; come può dedursi dagli seguenti, che per modo d'esempio quivi si pongono. A i valorosi Cavalieri di Tramontana. Vincesti, ò Cavalieri di Tramontana, per aumentare ancora a noi la Gloria d'aver generosamente combattuto con la vostra possanza. La dubbiezza però d'una fiera Battaglia, che a Voi concedè l'avvantaggio di poco arringo guerriero, a noi altresì diede l'animo di poter credere, che nella vostra vittoria avesse la maggior parte la Sorte. Vi sfidiamo dunque, più coraggiosi che mai, a nuovo cimento, per mantenervi, che senza l'aiuto della Fortuna è inutile ogni sforzo del vostro coraggio, e per contrastare col nostro valore. Il giorno, che da Voi sarà proposto per combattere,e da noi accettato per trionfare, sarà testimonio, che veramente cedemmo all'avversità del Destino, e non alla vostra baldanza. Dalle nostre Tende il dì I Cav. di Mezzogiorno. A i valorosi Cavalieri di Mezzogiorno. V'ingannate, o generosi Cavalieri di Mezzogiorno, se credete di minorare il pregio della nostra Glorai con attribuire all'incostante Fortuna le vostre cadute. Sovvengavi, che le Leggi di questo Nume non ebbero mai forza nel Regno della Virtù, sotto l'insegne della quale oppresso non resta, che valorosamente combatte; e che le replicate Vittorie, spesse volte contro le vostre animose
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Squadre ottenute, convincono per falsa la vostra asserzione. Giacchè oppressi vi confessate, consolatevi pure con la speranza di risorgere. Accettiamo la vostra Disfida, e con quella l'occasione di nuovamente trionfare. Vi attendiamo dunque il dì del presente Mese, con le solite armi, nell'usato Campo; dove difendendo le nostre ragioni vi faremo confessare, che la sola Virtù, unita al Valore del nostro braccio, è quella che ci fa strada a' Trionfi.
Dal nostro Campo il dì I Cav. di Tramontana. Ne. tempi più antichi la soscrizione de' predetti Cartelli fu in diversi modi praticata, essendone stati quando da un Cavaliere a nome di tutta la Fazione, quando dal Maestro di Campo, e quando dal Generale medesimo, sempre però con nomi finti, e d'invenzione. In uno dell'anno 1618 leggesi: Io Cav. Launimedoro d'universal consenso, e a nome commune de' Cavalieri Meridionali affermo quanto sopra. In altro dell'anno 1623 Io Cavalier Palamedoro di commune consenso de'Cavalieri di Mezzogiorno affermo quanto sopra. In altro dell'anno 1628 Io Cavalier Lodovildo del Carro Mestro di Campo affermo. E in due dell'anno 1651 vedesi notato in quello di Mezzogiorno: Io Cavaliere Copiamor d'Anglante Capitano Generale. Nell'altro di Tramontana: Io Cavaliere Caspicenario Capitano Generale. Seguita la funzione del Cartello si passa a far le Truppe, il che nella forma seguente succede. In un giorno a piacimento della Parte provocata i Soldati di ciascheduna Squadra, armati tutti di Spada, co i
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loro Alfieri, e Capitani, senza Insegna veruna, nè Trombe, o Tamburo, vanno separatamente passeggiando per l'una, e per l'altra parte della Città, visitando le Case de' loro Amici; girato, che hanno fino all'ore ventitrè in circa, riconducono alle proprie Case i detti Alfieri, e Capitani, dove trovano apparecchiata una sontuosa refezione, terminata la quale resta ciascuno licenziato. In altro giorno dalla Parte provocata vengono praticate le medesime formalità. Ne' tempi passati facevansi le Truppe da ambe le Parti in un medesimo giorno, il che riusciva di maggiore allegria, avendo solo dell'anno 1697 avuta origine la sopraccennata separazione. Il far di dette Truppe non è senza motivo militare, poichè serve per una particolar Rassegna de' Soldati di ciascheduna Squadra, non solo per osservare le qualità personali de' medesimi, quanto quel più, che riguardar possa l'onore, e la fortezza dell'istessa Squadra. L'uso poi dello scambievole passaggio ne' Campi nemici lo suppongo introdotto per un popolare divertimento, per dar mostra di loro a chi non possa godere della battaglia, e per far pompa de' Combattenti; non curandosi, per confidare ciascuna delle Fazioni fuor di modo nel proprio valore, di palesare la forza delle sue Genti. Essendosi detto spra, che pendente il tempo della prima disfida col Tamburo all'attacco formale del Cartello si procede all'elezione de' Soldati, ed Uffiziali, si passerà a dimostrare, come a tale elezione si venga; siccome si tratterà di tutti i Carichi del nostro Giuoco occorrenti, delle qualità ricercate ne' Soggetti da conferirgli, e de' pesi, e delle
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obbligazioni, che ciascun Carico seco porta; dando principio da quello de' Deputati della Parte, e del Furiere, come persone necessarie anche nelle prime, e più remote predisposizioni; e proseguendo di grado, in grado tanto de' Combattenti, quanto de' Comandanti, de' suoi Consiglieri, ed Ambasciatori, si tratterà poi d'altre deputazioni necessarie nel solo giorno, o nell'atto della Battaglia.

7. Quesito VII Delle Qualità, dell'Autorità, e degli Obblighi de' Deputati della Parte.

I Deputati della Parte si eleggono sempre dalla prima Nobiltà della Fazione, e debbono esser prudenti, sagaci, politici, affabili, e di buo discorso, per dipendere dalla di loro buona condotta, e contegno la sodisfazione, e la quiete di tutta la Fazione medesima. Il numero di essi suol'essere ordinariamente di due, o al più tre per parte: la continuazione della loro carica depende dalla propria volontà; in eleggersi non si pratica altra solennità, che d'essere dalla maggior parte di quelli, che s'interessano nel Giuoco, pregati ad accettare simile ufizio. In occasione di Consigli di Guerra, che devono intimarsi colla precedente loro permissione, debbono intervenire tante volte, quante richiede il bisogno, acciò col loro esempio vi concorrano tutti
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gli altri aderenti; trattandosi di collette di denaro, o proposte d'assegnamenti, debbono essere i primi a contribuire, e fare offerte per muover gli altri ad operare con generosità; devono mantenere la reputazione, e l'onore della sua Parte, non permettendo le venga tolto ciò, che di ragione se le perviene. Senza il di loro consenso, con tutta la licenza ottenuta dagli Ufiziali delle Bande, trattandosi di Battaglia Generale, non può toccarsi il Tamburo: per quello riguarda la quiete, utilità, e 'l buon governo del Giuoco possono obbligare tutto il loro partito, toccando ad essi, non essendovi Generale, di accordare, fermare, e soscrivere le bisognevoli convenzioni; da loro dipende ancora la destinazione del giorno da farsi le Truppe dopo la funzione del Cartello, e molte altre simili incumbenze.

8. Quesito VIII Delle Qualità, e degli Obblighi del Furiere.

Il Furiere per uso del nostro Giuoco è la carica più laboriosa di quante in esso se ne ritrovi, dependendo, per così dire, dalla di lui buona attività l'esistenza del Giuoco medesimo: è dunque necessario, ch'egli sia più tosto Giovine, che d'età avanzata, di perfetta salute, di buon concetto, allegro, e gioviale, di vivace ingegno, ameno di ripieghi, intelligente delle cose pertinenti al conciliar gli
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animi disgiunti, di buon discorso, e non ignorante di politica. Giovine, e di perfetta salute, perchè ad esso tocca la fatica di camminare replicatamente da un luogo all'altro a fine di trovare, e discorrere con chi è solito d'ingerirsi nel Giuoco; di buon concetto, per ottener fede con facilità presso coloro, co' quali discorre; allegro, e gioviale, per allettargli a trattar con esso; di vivace ingegno, per rispondere con facilità alle opposizioni gli venissero fatte; ameno di ripieghi, per proporre con prestezza partiti, e trovarne de' nuovi, quando i già proposti non piacessero; intelligente del conciliar gli animi, per valersi degli opportuni rimedj per simili infermità; di buon discorso, sì per persuadere, sì perchè alle occasioni gli occorre trattare non solo colla più fiorita Nobiltà, ma co' Principi medesimi; non ignorante finalmente di politica, per procedere con cautela in tutte le sue operazioni. Gli obblighi di suo Ufizio è impossibile il registrarli, posandosi addosso di esso quasi tutte le incumbenze del Giuoco, tanto per trovare assegnamenti per il medesimo, che per provedere Armi per li Soldati, per intimare, e fare intimare le necessarie Consulte di Guerra, portare, occorrendo, ambasciate, ricever' ordini, compartirgli, ed altri simili impieghi. Il numero di questi Ufiziali è uno per Parte, e sempre suol'essere un'onorato Cittadino, che, possedendo le qualità sopra descritte, non resta mai da detta carica rimosso; e alle volte suol darseli un'ajuto, che resta eletto a intera sodisfazione del Furiere medesimo.

9. Quesito IX Delle Qualità, ed Obblighi del Celatino.


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L'Ufizio del Celatino è importantissimo nel nostro Giuoco; e ardirei di affermare, che l'esito felice delle Battaglie in buona parte dependa dalla diligente vigilanza, e sollecitudine del medesimo; onde conviene, che sia intelligente per pratica del Giuoco, robusto, e gagliardo per eseguire le sue incumbenze, che quasi tutte nella forza consistono; non temerario, per non cimentarsi più del dovere; obbediente, per non trasgredire gli ordini ricevuti; e finalmente attento ad operare ciò, che ad esso tocca, non curandosi d'ingerirsi in quello, che ad altri sarà commesso, perchè

Nulla fa chi troppe cose pensa.

Al detto Celatino (nome conferitogli dalla Celata, che porta in testa) vien permesso comparire alla Battaglia Col Corsaletto di ferro indosso, Guantoni imbottiti alle mani, Celata, o Borgognotta in capo, della forma, che si vede per la figura L, nella prima Tavola delle Figura poste al seguente Quesito, e colla Rotella, e la Targa conforme l'uso antico. Il numero di essi depende dalle convenzioni delle Parti, che si regolano a misura del numero de' Soldati delle Squadre; deputandone più, o meno secondo comporta il bisogno, come quattro, sei, otto per Isquadra, purchè ne sia l'istesso preciso numero per Parte.
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Gli obblighi di detti Celatini non hanno principio, per così dire, che con l'istessa Battaglia, e sono differenti secondo i Posti, che vengono loro assegnati, che sono all'assistenza della Buca, a quella de' Prigioni, e a quella delle proprie Truppe. A' primi in quel numero, che saranno eletti, essendo ciò in arbitrio delle Parti, corre l'obbligo di prendere, e far prendere prigioni, essendo loro possibile, quei Soldati della Parte contraria, che superano gli altri di coraggio, e di bravura; e di aprire, quando lor sarà comandato, la Buca medesima, con la maggior possibile ampiezza, acciò l'Entrature possano avere il desiderato effetto: cio che sia Buca, ed Entratura, a suo luogo si farà manifesto. Incumbe a' secondi il ricevere i Prigioni, che da' primi saranno fatti, e quelli condurre, per disarmarsi del Morione, a' Deputati, eletti per ricevere i detti Morioni da' medesimi prigionieri. Agli ultimi corre il peso di tenere bene unite, e in ordine le Truppe, che devono combattere; di alzare le Buffe, rinfrescare, e riordinare quei Soldati, che usciranno stracchi dalla Battaglia, che con voce propria dicesi Rimpostar le Truppe, per poi dopo qualche respiro rimettergli, occorrendo, nel Combattimento.

10. Quesito X Delle Qualità, e degli Obblighi del Soldato privato.


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Quell'istesse qualità, che si desiderano nel Soldato per l'uso della Guerra, che sono età, attitudine di corpo, coraggio, obbedienza, volontà, buona nascita, pratica dell'Armi, e timor di Dio, si ricercano ancora in quello per servizio del nostro Giuoco. L'età non meno di diciotto, nè più di cinquant'anni, perchè il troppo giovine non può avere nè la complessione, nè la cognizione, che ad un tal mestiere ricercasi; e al troppo avanzato suol mancare le forze, e quegli spiriti generosi, che ad un Soldato convengono. Di buona attitudine di corpo, che si distringue in gagliardia, e agilità di membra, acciò possa reistere alla fatica, e maneggiarsi in tutte le necessarie operazioni. Ardito, e coraggioso, a fine d'eseguire qualsivoglia azione con maggiore intrepidezza, virtù, senza la quale non pare, che possa convenirsi ad alcuno il nome d'Uomo, non che di Soldato. Obbediente, per esser pronto all'occasioni del comando; Volontario, perchè sia permenente nel servizio; Di Stirpe onorata, acciò lo stimolo della riputazione l'induca in qualsivoglia contingenza a far buone, e degne azioni; Pratico d'Armi, acciò nelle Battaglie non si trovi impacciato nel maneggio
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di quelle, che gli saran consegnate; Timorato finalmente di Dio, poichè da questo il tutto depende. Sono così in pregio in questo Giuoco il valore, e le buone qualità d'un Soldato, che trovandosene, in occasione di farsi il Giuoco, alcuno contumace alla Giustizia, o per debito Civili, benchè Fiscali, o per Cause Criminali ancorchè Capitali, è consueto, ricorrendo alla clemenza de' nostri Serenissimi Padroni, il concedere a simili Delinquenti un Salvacondotto per giorni tre, cioè per il giorno avanti la Battaglia, per il giorno, che si combatte, e per il susseguente. Trovandosi talvolta in Carcere vien permesso di estrarli, col solo dar Mallevadore di rimetterli; dal che spesse volte ne deriva l'intera libertà, ed assoluzione de' medesimi, terminando con adeguato aggiustamento i loro interessi. A fine poi che i Soldati eletti per il nostro Giuoco dovessero corrispondere anche coll'opere alla speranza, che concepivasi dalla buona disposizione di loro Persona, ne' tempi più remoti da ciascheduna delle Fazioni introducevasi sul Ponte con un vaso di certa mistura ripieno, e con un grosso pennello nelle mani alcuni Uomini, amatori veramente del Giuoco, e della verità, che con titolo di Osservatori chiamavansi, ad effetto di segnare nelle spalle que' Soggetti, che avessero sfuggito il cimento, e quei, che avessero combattuto con cattivo Giuoco; intendendosi cattivo Giuoco il ferire dal petto in giù. Accadendo, che alcuno fosse in tal forma contrasegnato, veniva riconosciuto, e con suo biasimo dal Ruolo de' Combattenti levato: imitando in ciò
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i Romani, che toglievano dalle loro Milizie quei Soldati, che di poco servizio riuscivano: ne' tempi moderni, benchè l'uso di contrasegnare nel modo predetto sia da qualche tempo andato in dissuetudine, non si tralascia però anche presentemente per gli fini medesimi di tacitamente osservare chi manca a' suoi doveri. La quantità de' Sldati bisognevole per il nostro Giuoco, secondo la diversità delle congiunture, e de' tempi, è stata anch'essa variante. Avanti che nelle Battaglie Generali fosse prescritta l'eguaglianza del numero delle Soldatesche, da ogni Fazione armavansane quante più si poteva, essendo giunti fino a trascendere ottocento Soldati per parte. Accordata poi a ricerca della Parte di Mezzogiorno la detta egualità di numero (il che seguì non senza contradizioni l'anno 1672, prevedendosi, che tolto il refugio d'ascrivere le perdire delle Battaglie alla superiorità delle forze nemiche, si sarebbe maggiormente accresciuta delle Parti la gara, come infatti è succeduto, e succede) la quantità de' Combattenti depende dalle convenzioni delle medesime Parti, che si regolano a misura degli assegnamenti, che si ritrovano; il che ha causato, che alle volte si è combattuto a trenta, quaranta, cinquanta, e fino a sessanta per Isquadra. Gli obblighi del Soldato privato in questo Giuoco sono di provedere per tempo le sue necessarie armature, d'intervenire alla funzione del Cartello, e di risegnarsi la mattina della Battaglia a casa del suo Alfiere; Essendo benestante doverebbe farsi la sua
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sopravvesta, detta Camiciuola, e l'Armi offensive, e contribuire ancora a qualche altra per utile, e onore della sua Squadra. L'armi per la sua difesa sono Celata di ferro con visiera, o buffa, che si alza, e abbassa, da' Pisani detta Morione, come di vede nella prima Tavola per la Figura A. Falzata, che è una berretta ripiena di Cotone, da porsi sotto il Morione, ad effetto che stia in capo stabile, e non crolli, fatta come dimostra la figura B. Corsaletto di ferro volgarmente chiamato Petto, e Schiene, come la figura C, sotto di cui costumavasi portare un giubbone di cuojo, o di tela imbottito di crine cotto, che da alcuni ancora di presente si pratica; Bracciali di ferro, come la figura D, ovvero di canovaccio imbottiti, come la figura E; Spallacci propriamente chiamati; Collare imbottito, come la figura F; Guantoni imbottiti, come la figura G; Parasotto di ferro, come la figura H; e Stincaletti, che sono certi grossi cartoni, che si pongono a difesa delle gambe. Tutte le suddette Armi si adattano intorno al Soldato, come dimostra la figura della seconda Tavola, che ricoperto poi con la sua Camiciuola di tela (e alle volte è stata anche di Seta) lunga fino al ginocchio, de' colori della Bandiera, sotto cui deve militare, ed impugnata la sua Arme offensiva nominata Targone, fa quella comparsa, che denota la figura della terza Tavola. Il Targone è uno strumento di tavola grosso un quindicesimo di braccio, lungo un braccio, e due terzi in circa, alla cima più largo d'un terzo, e al fondo da un sesto di braccio, che si maneggia per mezzo di due manichi; ed è lavorato
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nella forma, che rappresenta la figura I della prima Tavola. Gli ultimi due pezzi d'armatura sono moderni ritrovati dalla necessità di defendere quelle parti dove essi si pongono, per assicurarsi dal cattivo Giuoco, che sempre qualche poco di corre, perchè, come disse il Tasso,

Che è, che meta a giust'ira prescriva?
Chi contra i colpi, e la dovuta offesa,
Mentr'arde la tenzon, misura, e pesa?

e come cantò l'Arriosto,

Tirare i colpi a filo ogn'or non lice.

L'altre Armi sono antichissime, facendosi autore della Corazza un tal Midea Messeni, e della Celata, secondo alcuni i Lacedemoni, e secondo altri gli Egizzj, da' quali passasse ne' Greci, per quello ne registra Polidoro Vergilio. Che i Romani adoprassero Celate poco dissimili da quei nostro Morioni, che si chiamano a maschera, si deduce da Guglielmo Choul, che in proposito di dette Celate, così precisamente discorre: la visiera, delle quali (come quelle, che alzano, e abbassano oggi i nostri uomini d'arme) era fatta come una maschera, come quelle, che noi veggiamo ancora a' tempi nostri. I Giubboni traputanti, e imbottiti fino a' tempi di Ciro si portavano da certi Popoli della Natolia detti Calibi: e gli costumarono anche i Romani sotto nome di Toracomaca: ultimamente poi se ne servivano i Gannizzeri; e
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gl'Indiani di Acasual, per quello scrive Pietro d'Alvaredo a Fernando Cortese, non avevano indosso alte armi, che certe casacche di cotone, grosse tre dita, lunghe fino a' piedi. Il Targone pure, Pavese ancora chiamato, benchè moderno nel nostro Giuoco, mi persuado, che riconosca dall'Antichità il suo essere, leggendosi nel precitato Choul, che gli Scudi de' Romani erano fatti a similitudine de' Pavesi. Di questi Pavesi fa ancora menzione il Sig. di Gaiia con le seguenti parole: Les Escus, Targes, ou Pavois, che les Anciens portojent au bras gauche, pour parer les coups a l'imitation des Samnites, qui en estojent les inventeurs. La forma di combattere con detti Pavesi dall'antico parimente depende, deducendosi dal Tacito, che il ferir con gli Scudi fosse costume de' Batavi, al che l'Adimari soggiunge: e fin'oggi i valorosi Pisani in Toscana ritenendo forse per tradizione l'uso dell'antica Grecia loro Patria combattano con essi il forte Giuoco del Ponte, immagine del Sinapismo, che è secondo Suida, quando i Soldati uniti accozzavano gli Scudi insieme. Le già sopraccennate Armi per uso del nostro Giuoco, a riserva della maggior parte de' Corsaletti, che con le debite licenze vengono somministrate dall'Armeria della Fortezza di Pisa, si trovano nelle mani di diversi Particolari, da' quali repartitamente a' Combattenti si distribuiscono; e poche
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sono quelle Case, che di tali Armi non abbiano, perchè pochissimi sono quei Pisani, che non abbiano Giuocato, e che non Giuochino; facendosi fra loro poca stima di quella Gioventù, che in questo cimento non comparisce, operando ciò, che quella parte di essa, che, in occasione di Battaglie numerate, resta escluda dal conflitto, per non esservi luogo per tutta, se ne chiami in sommo grado offesa; e l'anno 1699 per ovviare a molte dissensioni insorte nella parte di Tramontana, a causa di simili Malcontenti, fu presoper espediente fabbricare un Ponte di legno nella Piazza di S. Caterina, sopra di cui sfogassero i loro marziali furori, come seguì il secondo giorno di Marzo, che comparvero alla Battaglia in numero di centododici, divisi in due Squadre, con sopravvesta del colore di loro Bandiere, una Fior di pesca, ed una Cerulea, dentro le quali pendente da tre aste vedevasi dipinto un gran Vaglio, o Crivello, ripieno di Soldati, con le divise di Tramontana, con altri sotto di esso in terra, e altri in figura d'esser caduti, e cadenti da' fori di detto crivello. Il Combattimento secondo il convenuto durò mezz'ora, terminando con egual valore de' Combattenti, che si chiamarono i Crivellati.

11. Quesito XI Delle Qualità, e degli Obblighi del Capo Squadra, o Caporale.


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Siccome, secondo i precetti militari, l'Uffizio del Caporale deve sempre conferirsi al Soldati più anziano, benemerito, e pratico della Compagnia, perchè dalla di lui buona vigilanza, e sollecitudine in gran parte depende ogni particolare della Compagnia medesima; così coll'istesso riguardo è solito eleggere per Caporali delle Compagnie del nostro Giuoco (Truppe da noi chiamate) quei Soggetti, che per lungo servizio, e per natural disposizione sono riconosciuti per i più pratichi, ed accorti Soldati delle Truppe medesime. Dal numero delle Soldatesche si regola quello di detti Caporali, non assegnandosi più di quindici Soldati per ciascheduno. Per debito di loro Uffizio devono tenere nota distinta di tutti gli Uomini della sua Truppa, e conoscergli di vista, e di nome; mancando per qualche accidente alcuno di essi, devono parteciparlo a' loro Uffiziali. Devono riscontrare se l'armi de' loro Soldati siano bene in ordine. Devono ingegnarsi di conoscere la natura, e qualità de' suoi Soldati più importanti, e adoprar loro nelle operazioni più difficoltose; e devono ricercare, ed eseguire con esatezza i comandi de' loro Uffiziali. Oltre a' suddetti pesi, che si convengono ancora a' Caporali delle
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Milizie, s'aspetta a' medesimi il consegnare a ciascuno de' suoi Soldati il segno della loro divisa, il condurgli nella Battaglia secondo gli ordini loro conferiti, il ritrargli a tempo dalla medesima, e il fargli rinfrescare, e riunire per nuovamente, occorrendo, rientrare a combattere.

12. Quesito XII Delle Qualità, ed Obblighi dell'Alfiere.

Sostenendo nella Milizia l'Alfiere uno de' posti più onorati della Compagnia, e di maggior confidenza d'ogn'altro, venendogli consegnata l'Isegna, che è segno, e guida de' valorosi Soldati, esser dovrebbe generoso, Nobile, prudente, vigilante, accorto, giovane, robusto, di bella presenza; e finalmente dotato di tutte le qualità, che in Persona di simil sorta si richiedono. L'Alfiere per uso delle nostre Squadre basta, che sia solamente generoso, non già per segnalarsi con coraggio esemplare ne' militari cimenti, eleggendosi regolarmente Giovanetti di quattordici, o quindici anni; ma per supplire con mano liberale alle spese dalla di lui carica ricercate; dal che n'avviene, che sia indistintamente conferita, tanto alla Nobiltà, che alla Cittadinanza. Il numero di questi Uffiziali è uno per Isquadra, che vuol dire sei per ciascuna Fazione.
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Vengono pubblicamente eletti da una, o più Truppe di quelle respettive Squadre, delle quali devono essere Alfieri, con portargli sopra le spalle per qualche spazio di tempo per la Città, gridando con festose voci, viva il Sig. Alfiere. Accettato che abbiano l'impiego, in abito da Città pomposamente adorni di galani, e pennacchj de' colori delle loro respettive Bandiere, con la spada al fianco, e col seguito ciascuno di due Paggi, parimente abbigliati con Livrea della loro Insegna, vanno passegiando in quel posto per la Città fino all'adempimento della Battaglia; seguita la quale, restano anch'essi d'ogni loro titolo spogliati. Gli obblighi dell'Alfiere sono di dare il segno a tutti i Soldati, e Celatini della di lui Squadra; di tenere bene inordine la propria Insegna; di dare nel giorno,che tocca alla di lui parte il far le Truppe, rinfresco a quei Soldati, che l'averanno accompagnato per la Città; di procacciare a sue spese un Tamburino per il giorno della Battaglia; contribuire per la stampa de' componimenti, che per onore della di lui Squadra si volessero dispensare; e corrispondere in altre occorrenti spese a proporzione del proprio Grado. Ne' tempi più antichi costumavasi ancora d'eleggere il Tenente della Squadra; ma perchè questa carica non è stata sempre permanente, nè pure a' moderni tempi si stila, se ne tralascia la descrizione.

13. Quesito XIII Della Qualità, e degli Obblighi del Capitano.


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Vogliono le regole della Milizia, che le qualità del Capitano, che è capo, e direttore supremo della sua Compagnia, devano superare quelle degli Uffiziali a lui subalterni, per quanto esso avanza gli altri d'autorità, e d'onore. Nell'elezione del nostro Capitano allontanandosi alquanto dalle predette regole, più che ad ogni altra prerogativa, si ha riguardo alla ricchezza, e generosità. Il numero de' Capitani, la forma della loro elezione, la pompa del vestire, e la continuazione della lor carica, si uniforma a quanto dell'Alfiere si disse senz'altro divario, che in vece di due Paggi il Capitano quattro seco ne conduce. I suoi obblighi sono d'armare di sopravvesta, e di Targoni, a riserva di quelli, che contribuisce il Generale, e Luogotenente, tutti i Soldati della di lui Squadra; di dare l'istesso rinfresco, e di supplire alle spese de' componimenti, secondo dell'Alfiere si disse; e vincendosi la Battaglia, insieme coll'Alfiere deve convitare i Soldati della Squadra. Ma siccome le vicende del Mondo hanno fatto mancare i denari, e crescere i bisogni, recusandosi tal volta dagli Alfieri, e da' Capitani di sottoporsi a tutte le spese, alle quali sarebbero tenuti, suol contribuirsi all'armanento di loro Squadra da altri
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affezionati alla medesima; ricavandosi ancora qualche capitale dalle collette degli aderenti alle Fazioni, e da altri assegnamenti, che sogliono essere a notizia del Furiere delle parti, da cui regolarmente suol tenersene nota distinta.

14. Quesito XIV Delle Qualità, e degli Obblighi del Sergente Maggiore.

Perchè al Sergente Maggiore resta appoggiata l'esecuzione di quasi tutte le cose, che nella Milizia si trattano, è necessario, che esso sia Soldato sperimentato, consumato in diverse guerre; che abbia maniera nel comandare; che sia di credito, e d'autorità, e sopra tutto diligente, e vigilante. Di qualità non inferiori si ricerca il nostro Sergente Maggiore, a cui vien commesso quasi tutto il regolamento del nostro Giuoco, essendo a suo carico, a similitudine dell'altro, l'ordinare le Soldatesche, tanto in occasion di marciare, che d'alloggiare, e combattere; e siccome al primo, atteso la multiplicità delle cose al suo Offizio attenenti, alle quali mai da se solo potrebbe sodisfare, gli vien conceduti due Ajutanti, che siano Uomini di molta abilità, e valore, di forze, e di età da poter travagliare; così parimente al nostro per la medesima causa gli
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stessi aggiunti, e della stessa vaglia si danno. Oltre i predetti obblighi militari, per decoro di sua Persona deve andare bizzarramente vestito; deve condur seco almeno quattro Servitori, coperti di quella livrea gli sembrerà più a proposito, e contribuire con generosità alle spese dell'armamento della sua Fazione. Il numero di simili Uffiziali è uno per parte, come del Maestro di Campo, Luogotenente Generale, e Generalissimo, cariche tutte, che terminano con al fine del Giuoco.

15. Quesito XV Delle Qualità, e degli Obblighi del Maestro di Campo.

Le qualità del nostro Maestro di Campo non sono per niente discorsi da quelle, che la Milizia in tal Soggetto ricerca; poichè è necessario, che sia molto sperimentato in guerra, che in essa abbia con onorate cariche comandato, di molto consiglio nel prendere gli partiti intorno agli accidenti, se li portassero, d'animo intrepido, e valoroso, segreto nel celare le risoluzioni comunicategli, diligente nell'eseguirle, vigilante nel prevenire il Nemico; e finalmente accorto, ed avveduto in ogni particolare, scegliendo il buono dal cattivo, e l'ottimo dal migliore.
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Nell'elezione del nostro Maestro di Campo, siccome del Sergente Maggiore, Luogotenente Generale, e dell'istesso Generale, procedesi nella forma si disse dell'Alfiere, e del Capitano, non col altro divario, che dal minore, o maggior numero di Popolo che a detta elezione concorre. Le suddette quattro cariche è stato sempre solito conferirle a Soggetti della prima Nobiltà. Gli obblighi militari del nostro Maestro di Campo sono di ricevere da i suoi Superiori tutte le commissioni, e gli ordini, che secondo le occorrenze saranno necessarj, e quelli distribuire agli Uffiziali suoi subalterni. Negli altri pesi poi cammina del pari col Sergente Maggiore.

16. Quesito XVI Delle Qualità, e degli Obblighi del Luogotenente Generale.

Essendo il nostro, non meno del Luogotenente Generale di Armata, la seconda Persona dopo il Generalissimo, la chiave, il fondamento, e la viva voce di tutto l'esercito, è necessario, che a similitudine di quello sia peritissimo nell'arte militare, sperimentato nella medesima per essersi trovato in diverse battaglie, e incontri; e di perfetta cognizione nel maneggio delle Soldatesche, sì per condurle, che per dirigerle, e farle combattere.
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E' a suo capriccio il prender gli ordini dal Generale, e poi di sua propria bocca dargli a qualunque sia di bisogno, in assenza di quello, a cui tocca il governo del Campo. Nel vestire, e nella servitù deve con qualche maggior pompa distinguersi dal Maestro di Campo, e dal Sergente Maggiore; e deve dare cento Targoni per servizio degli Armati, con quel più gli detterà la generosità del suo animo.

17. Quesito XVII Delle Qualità, e degli Obblighi del Capitano Generale.

Dalle qualità ricercate negli Ufiziali subalterni al Capitano Generale potrà dedursi la stima di quelle, che in esso Soggetto debbano concorrere; essendo certissimo, che, se quegli, a cui sì nobile, ed importante cura vien commessa, non sarà di rara, ed esquisita virtù dotato, non potrà mai nè alla grandezza del carico, nè alla necessità dell'opera sua corrispondere; e sempre chiamerassi felice quell'esercito, che da prudente Capitano si governa. Di prerogative non inferiori esser dovrebbe anche il Generale del nostro Giuoco, per potere, senza dependenza degli altrui consigli, sodisfare all'incumbenze del proprio ufizio; ma atteso il grave dispendio, che seco porta la detta carica, più che
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alla sagacità, al valore, all'intrepidezza, all'impegno si ha riguardo alla ricchezza, e alla generosità, restando appoggiato il maneggio, e la disposizione delle Soldatesche alla sufficiente perizia de' Comandanti inferiori. Al pari del Generale d'Armata incumbe anche al nostro il procurare d'aver certezza de' fatti del Nemico, della qualità degli Ufiziali; se il di lui esercito sia composto da Gente veterana, e pratica, ovvero di nuova; quali fini, e pensieri abbia, e cercare ingegnosamente di toglierli gli Amici, i Confederati, e simili. Gli corre poi obbligo, essendo numeroso l'Armamento, di dare dugento Targoni, due casse di Verdea per rinfrescare gli Armati, mente combattono; di fare tre giorni avanti la Battaglia nel proprio Palazzo un nobilissimo rinfresco generale; di regalare a tutti i Celatini delle sei Squadre di sua Fazine la Sopravveste de' colori dell'Insegna, di cui sono Celatini; di vestire il giorno, che fansi le Mostre, per assistere alla sua comitiva, sei Cavalieri con Calzonetti, e Giubbone di Drappo, con Animetta, ed Elmo all'Eroica; di pagare le Trombe, e i Tamburi dalla funzione del Cartello fino alla terminazione del Giuoco; di supplire al bisognevole de' fuochi per tutte quelle allegrie, che si fanno avanti, e dopo la Battaglia vincendosi; di condurre continuamente seco sei Paggi, o Staffieri con livrea di sua soddisfazione, e d'andare in abito corrispondente alla nobiltà del suo Impiego. Vincendosi la Battaglia, deve banchettare tutti gli Uffiziali di sua Fazione; far
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Festini, ed altri simili divertimenti. La scarsezza però del denaro, che da molti anni in quà universalmente regna, congiunta colle vicende della sorte di molte Nobili Famiglie Pisane, ha operato, ed opera, che la detta carica di Capitano Generale ne' tempi moderni non resti sì spesso conferita, come per lo passato seguiva; e dalla mancanza di questa altresì ha origine la mancanza del Luogotenente Generale, del Maestro di Campo, e del Sergente Maggiore, quanto però alla pubblica pompa; ma non già per il bisogno delle Soldatesche, al regolamento delle quali, e del Giuoco medesimo gli stessi Soggetti assistono, con titolo particolare di Comandanti. Tutte l'altre cose, come i Posti degli Alfieri, e de' Capitani restano nel primiero loro essere, e sempre in ogni Battaglia Generale si sono praticate, a riserva di quella dell'anno 1707; alla quale di consenso delle Parti per minor briga, stante la mancanza di tempo, si procedette senza i detti Alfieri, e Capitani: per Battaglia Generale presentemente intendesi quella, che si fa a numero eguale di Combattenti per parte.

18. Quesito XVIII Delle Qualità, e degli Obblighi de' Consiglieri.


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Con tutte le ottime qualità del Capitano Generale, per quello che scrisse un celebre, ed antichissimo Autore, Fa di bisogno, che il medesimo abbia seco alcuni Colleghi, e Compagni insieme, co' quali deliberi d'ogni cosa, Con lo stesso fine anche il Generale del nostro Giuoco di simili Consiglieri ben proveduto ne viene. Questi si desiderano non solo della prima Nobiltà, ma dotati di prudenza, di pratica negli affari politici, e finalmente periti di quanto richiede la di loro carica. Il numero di essi è in arbitrio del Generale, e per quel che ricavasi dal Cervoni, sono stati fino a tre. Il loro obbligo si è, richiesti che siano, di dire il loro parere intorno alle proposizioni, che verranno lor fatte. Non sono tenuti d'andare in abito distinto, come si è detto degli altri Ufiziali: solo il giorno della Battaglia debbono comparire alla Mostra nella forma, che si farà nota a suo luogo; e devono contribuire secondo la propria volontà all'Armamento della loro Fazione.

19. Quesito XIX Delle Qualità, e degli Obblighi degli Ambasciatori.


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Oltre i predetti Consiglieri, il nostro Generale, resta ancora assistito d'altro Soggetto pure della prima Nobiltà, con titolo d' Ambasciatore. Questi conviene, che sia prudente, politico, di buo discorso, e di vivace ingegno, per eseguire con ispirito ciò, che sarà alla di lui condotta appoggiato. E' al suo peso l'esporre con chiarezza, e senza parole equivoche l'ambasciate, che dal suo Generale, o da chi per lui sarangli commesse; e nell'istessa forma referire le risposte, che dal Generale della contraria parte a quelle verranno fatte; potendo l'oscurità di qualche detto, sì nell'esporre, che ne riferire, cagionare disordini considerabili: onde a propria cautela fu da simili Ambasciatori introdotto il farsi dare in carta il fondamento, tanto delle proposte, che delle risposte, adornandone poi a misura del proprio talento l'esposizione, per potere, in caso di controversia, far constare di non aver nè mancato, nè ecceduto alle commissioni loro ingiunte. Per onore poi del proprio grado devono andare in abito da farsi distinguere, conducendo ancora con esso loro qualche Paggio. Il giorno della Battaglia debbono comparire alla Mostra a cavallo, abbigliati con bizzarria, e col seguito di due Staffieri, e devono contribuire secondo la propria generosità all'Armamento di loro Fazione

20. Quesito XX Delle Qualità, e degli Obblighi de' Deputati al riscontro de' Combattenti.


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Con l'introduzione delle Battaglie a numero eguale di Combattenti per parte restò altresì introdotto il costume di deputare da ciascuna delle Fazioni alcuni Soggetti da mandarsi nel Campo nemico, a fine di riscontrare, che il numero de' Soldati non ecceda la quantità convenuta; e per assistere all'esecuzione di tutte quelle cose, che per il buon governo della Battaglia saranno state dall'istesse parti reciprocamente accordate. Questi Deputati è necessario, che siano di molt'accortezza, acciocchè dal Nemico non venga in qualche modo defraudata la loro assistenza; di petto, e di stima per esigere il dovuto rispetto, e nemici delle dissensioni per ottenere il loro intento senza sofisticherie: regolarmente vengono eletti tanti Cavalieri, e tanti buoni Cittadini per parte, e 'l numero di essi depende dalle convenzioni delle medesime Parti: essendo stati alle volte due, quattro, sei, e fino in dieci. Avvicinandosi l'ora dell'Accampamento, i Deputati del Mezzogiorno devono passare nel Campo di Tramontana, e quei di Tramontana nel Campo di Mezzogiorno, ciascuno di essi col segno al cappello delle loro proprie Divise, acciocchè da tutti restino conosciuti per Nemici; tosto ordinando a chi n'avrà
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l'incumbenza, di far partire dal Ponte, e dagli Steccati il Popolo, che ivi adunato si fosse: ciò eseguito, debbono far serrare tutte le avvenute degli Steccati, a riserva di quella per l'ingresso degli Armati: restando nel recinto di essi Case, o Botteghe, devono quelle attentamente visitare, acciocchè non vi fossero o Uomini, o Armi, e poi farle immantinente sprangare. Debbono altresì visitare il circuito de' medesimi Steccati per riconoscere, se vi siano luoghi capaci da poter passarvi Uomini. Giungendo l'Armata nemica, devono riscontrare il numero de' Soldati, de' Celatini, e d'ogn'altro Ufiziale, che abbia da intervenire nel Combattimento; debbono attendere, che le Sopravvesti de' Soldati siano de' colori proprj delle Divise, e che distinguansi da quelle de Nemici per evitare i disordini, e le confuzioni; che i Targoni non siano de' proibiti: intendendosi per proibiti tutti quelli, che possono impugnarsi per la loro coda a due mani. Terminata la Funzione del contare le Truppe, nel tempo, che dura la Battaglia, devono vigilare, che non entri persona alcuna negli Steccati; e che siano appieno osservate tutte le convenzioni infra le Parti firmate, come si disse in principio. Oltre al numero predetto da mandarsi ne' due Campi nemici, eleggonsi ancora altrettanti Soggetti per Parte delle qualità sopraddette, per assistere ciascuno di essi nel proprio Campo a' Mandati de' Nemici, acciocchè il tutto abbia il suo fine con ordine, e senza confusione.

21. Quesito XXI Delle Qualità, e degli Obblighi de i Deputati nel ricevimento de' Prigionieri.


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Affine che non si smarriscano i Morioni di quei Soldati, che dall'una all'altra Fazione passano prigionieri di battaglia, costumasi dalle Parti medesime di mandar parimente quattro, sei, o più Soggetti, secondo gli accordi già fatti nel Campo nemico, perchè sia lor cura di ricuperare i Morioni predetti. Le prerogative di questi Deputati per l'istesse ragioni, e per li fini medesimi non devono essere inferiori a quelle de i Deputati sopradescritti: anche in simil carico vengono collocati unitamente e Cavalieri, e buoni Cittadini. Per debito di loro Uffizio, passati che siano nel campo nemico, anch'essi col loro distinto segno al Cappello, non devono in altro ingerirsi, che in ricevere i Morioni da quei Soldati, che saranno fatti prigioni, e quelli in luogo sicuro riporre, venendo per tale effetto deputata una delle Botteghe, che sono poste nel distretto degli Steccati; e poi la mattina seguente quelli restituire a' lor veri Padroni, per quanto verrà a loro notizia dal nome registrato in un polizzino, che dentro nel Morione da ciascun Combattente sul dubbio, che nascer potrebbe di loro prigionia, incollocato ne resta. Incumbe ancora a' medesimi d'osservare, ed operare, che non
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vengano fatti strapazzi agli stessi Soldati, che passano prigionieri.

22. Quesito XXII Delle Qualità, dell'Autorità, e degli Obblighi de' Deputati all'assistenza dell'Oriuolo.

I Deputati all'assistenza dell'Oriuolo devono essere della prima Nobiltà, ed è solito eleggerne uno, ovvero due per Parte. Il loro Uffizio unicamente si ristringe ad osservare, che non prima, nè dopo il giusto, e preciso termine del tempo prefisso al combattimento, venga dato ilsegno per al fine del medesimo; potendo l'arbitrio, quando non fosse per comando supremo, o per qualche strano accidente, apportare sommo pregiudizio ad una delle Parti; come seguì l'anno 1711 per la Battaglia solida del dì 17 Gennajo, giorno di S. Antonio, che avendo i predetti Signori Deputati di comune parere acconsentito, che seguisse il tiro a correr dieci minuti in circa avanti la terminazione de i tre quarti d'ora prefissi al combattimento, benchè i Cavalieri di Tramontana avessero guadagnato quasi tutto il Ponte degli Avversarj, non ostante da' Cavalieri di Mezzogiorno fu preteso, che loro dovuta non fosse la vittoria; sopra la qual differenza ne nacque la seguente dichiarazione.
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A dì 6 Febbrajo 1710 Fior8 Fior. Io Senatore Gino Capponi Commissario, e Capitano Generale per S. A. R. della Città di Pisa, volendo aderire all'istanze, che mi vengono fatte dagli Signori Deputati dell'una, e dell'altra Parte sopra il Giuoco del Ponte, di venire a quella dichiarazione, che a me pare conveniente sopra gli emergenti isorti nella Battaglia seguita in mia assenza il dì 17 Gennajo prossimo caduto, Avendo udito più volte le ragioni degli uni, e degli altri, e visti, e considerati i Capitoli tra essi concordati; e presa informazione del successo, e circostanze del fatto da Persone terze disappassionate, e degne di fede; Dico, che con tutto, che quelli della Parte di Tramontana avessero riportato vantaggio ben grande sopra la Parte avversa nell'istante, che fu sparato il mortaletto, ad ogni modo, perchè mancava ancora molto spazio di tempo al termine di tre quarti d'ora, che per patto espresso era stato prefisso, e concordato ne' Capitoli firmati tra l'una, e l'altra Parte dover durare la Battaglia; non mi pare che si possa, nè deva venire ad un'espressa dichiarazione, che quelli della Parte di Tramontana abbiano riportato un'intera, e reale vittoria; e però non essere lecito a' medesimi usare quei trionfi, che si sogliono concedere alla Parte vincitrice. Ma perchè ancora considero, che al tiro del mortaletto, non si può, nè si deve più combattere; e però molto lodevolmente avere gli medesimi di Tramontana desistito dal proseguire la vittoria, che già inclinava a loro favore; Dichiaro, che stante lo svantaggio, nel quale al detto tempo dello sparo del mortaletto si trovavano quelli della Parte di Mezzogiorno, in occasione d'altra
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Battaglia per S. Antonio si deva da questi, come soccombenti, nel dett'atto del tiro del mortaletto disfidare quelli di Tramontana; nella qual congiuntura sarà molto conveniente farsi dichiarazione più distinta circa le pendenze del tempo, ed altro, che occorra, per troncar la strada a nuovi sconcerti, e disturbi, ec. Io Gino Capponi Commissario di Pisa mano propria.
Dall'anno 1707 in qua hanno i predetti Deputati il privilegio, che deva procedersi col loro parere alla sommaria condanna di quei Trasgressori, che nell'atto della Battaglia monteranno, armati, o disarmati che siano, sulle spallette del Ponte. Trovandosi presenti a tal Festa i nostri Serenissimi Padroni, che risiedono nel Palazzo Pretorio della Città, posto nella parte di Mezzogiorno a piè del combattuto Ponte, l'Oriuolo sta nelle mani dell'Altezze loro; e da esse, che pure si compiacciono di ricercarne il consenso de' Deputati assistenti, vien dato il segno per il principio, e per il termine della Battaglia. In mancanza de' Serenissimi Padroni ciò eseguisce il Commessario pro tempore, e in assenza di esso il suo Giudice. Ne' tempi più antichi, per quello ricavasi da un ricordo dell'anno 1574, e da un Cartello stampato l'anno 1559, il tempo della Battaglia ascendeva a due ore: fu poi ridotto ad un'ora per quanto riscontrasi da un recapito stampato l'anno 1661; e finalmente dell'anno 1686 in qua a tre soli quarti d'ora s'estende.
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Il detto tempo comincia a decorrere dal segno, che vien dato per alzarsi l'Antenna, ch'è un lungo abete posto attraverso al Ponte, per tener separati i Combattenti; invenzione introdotta dopo la nuova fabbrica del Ponte medesimo, che vuol dire dall'anno 1660 in quà; costumando prima di fare la detta divisine con una, o con due corde, come leggesi nel già citato Cartello del 1599. Lo sparo di due mortaletti postati di rimpetto al suddetto Palazzo Pretorio, al provvedimento de' quali supplisce di proprio la Fortezza della Città, fa palese ad ognuno esser terminato il tempo prefisso della Battaglia. L'uso di questo tiro non sarà 40 anni, ch'è stato introdotto, poichè l'anno 1664 sonavasi tre volte la campana della Torre del Commessario, e l'ultima sonata indicava il fine del combattimento, come espressamente si legge nell'iscrizione, posta nella facciata della Casa del nostro Concittadino Pietro Viviani, e ritrovasi al libro de' Bandi di detto tempo 64; e ciò secondo il costume antico, come si deduce dal Cervoni alla pag. 136.

23. Quesito XXIII De' Bandi, degli Ordini, e delle Convenzioni per uso del nostro Giuoco.


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Prima di porre in marcia l'esercito vogliono i militari precetti, che si pubblichino diversi Ordini, e Bandi per il buon governo del medesimo: per l'istesso fine avanti di movere le nostre Soldatesche da pubblico Banditore fanno intimarsi i soliti, e consueti Ordini intorno al nostro Giuoco, non solo a dette Milizie, ma alla Città tutta, secondo la mente del nostro Serenissimo Padrone, cioè, Che nessuno sia ardito di tirare da' tetti, palchi, finestre, o altro luogo sassi, pine, o altro, che possa offendere gli Armati, e l'altre Persone, che saranno sul Ponte; siccome da questi non si possa nè fra di loro, nè ad altri fuori del Ponte tirare le cose medesime sotto pena di scudi cinquanta d'oro ciascuno, e per ciascuna volta con più due tratti di fune ad arbitrio, e cattura. Che nell'atto del Giuoco non si possa portare sul Ponte arme offensiva sotto le pene imposte per i Bandi vecchi. Che l'arme offensiva del Giocatore sia il solito Targone senza poter esser' atterrato. Di più si riduce a memoria a tutti gl'interessati nella Battaglia l'osservanza degli accordi, e delle capitolazioni fermate colla Parte contraria per l'esito felice
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della medesima, che secondo il consueto sono, Che (non essendovi Generale) non vi sia Generale, nè altro Comandante in alcuna forma alla testa delle due Armate. Che i Capitani, che vorrano combattere, abbiano nella loro Squadra un Soldato meno del numero, ch'è stabilito da' Sig. Deputati sopra ciò eletti. Che i Capitani, e gli Alfieri di ciascuna Squadra, che non vorrano combattere, siano ammessi dentro lo Steccato nel modo, e con l'istesse armi, come si dirà in appresso, de' Celatini. Che i Paggi de' Capitani, e degli Alfieri di alcuna Squadra, siccome quelli degli altri Ufiziali, che anderanno a servire colla mostra, non siano ammessi nello Steccato. Che debba eleggersi numero eguale di Celatini per Parte, i quali possano intervenire nello Steccato con Petto, e Reni, e Guantoni, con Borgognotta, o Celata, escluso il Morione con falsata; e portare Rotella, e Targa conforme l'uso antico. Che per comandare siano ammessi solamente quattro per Parte, due soli de' quali possano stare sopra e sponde del Ponte, senza cosa nissuna in mano da poter' offendere, nè loro sia lecito levar Targoni agli Armati; e gli altri due comandare in terra, con facoltà a questi di poter eleggere due Ajutanti di loro sodisfazione. Che nessuno Armato, Celatino, o Ufizialie, e qualsivoglia altra Persona possa montare, e stare sopra le sponde del Ponte, durante la Battaglia, fuori che gli suddetti due Comandanti eletti per Parte. Che sia eletto egual numero di Soggetti per Parte per riscontrare il numero delle persone, tanto rispetto agli Armati per combattere, che al numero de' Celatini, ed altri Ufiziali; parte de' quali vadano ne' respettivi
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Campi nemici, e parte rimangano ne' loro proprj, per assistere, che i Deputati de' Nemici esercitino con giustizia le loro incumbenze. Che non siano ammessi, nè introdotto negli Steccati quei Soldati, che porteranno Targoni, che non siano della qualità, che sempre è stato solito usarsi; siccome quelli, che non averanno le Camiciuole divisate con li colori proprj, e bene apparenti dell'Insegne della loro Parte. Che sia eletto egual numero di Persone per Parte, scambievolmente per assistere al riscatto de' Morioni di quei Soldati, che passeranno prigioni nel Combattimento. Che il giorno della Battaglia si debbano dare reciprocamente li Nomi, e Cognomi delli Deputati alle suddette cariche, ad effetto che possano essere introdotti nello Steccato. Che i Prigioni siano messi immediatamente fuori dello Steccato senza Morione, e Targone, e che non possano più rientrare in detto Steccato. Che non sia lecito, nè permesso in alcun modo a tutti quei destinati nel Campo nemico sì a contare, che ad assistere a' Prigioni, e a ricevere i Morioni, di montare sul Ponte, venendo loro ciò espressamente proibito; e solo debbano stare negli Steccati a' posti loro, all'esercizio del proprio ministero. Che i Palchi destinati per gli Spettatori del Giuoco debbano esser distanti tre braccia dagli Steccati. Che le Botteghe, che sono tanto dall'una, che dall'altra parte dentro agli Steccati, debbano esser visitate, e sprangate bisognando, se vi fosse qualche sospetto; nelle quali, essendo fuori di sospetto, si possano tenere li rinfreschi, e riporre i Morioni, da consegnarsi in esse da uno de' Cavalieri assistenti, che deve stare a tal'effetto nella
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medesima Bottega insieme col Padrone di essa. Che ad effetto, che l'antenna vada su unita, e si rimova ogni disordine passato per cagione della medesima, debba questa esser'incassata in un ferro fabbricato apposta per detto effetto. Che detta Antenna non sia mandata su senza il consenso dell'una, e dell'altra Parte. Che da ciascuna delle Parti si deputino due Cavalieri per assistere all'Oriuolo, e per attendere i comandi del Padron Serenissimo, essendovi. Che la Battaglia debba aver principio da' cenni del Serenissimo Padrone; e non essendovi, da chi per lui; e debba durare tre quarti d'ora all'Oriuolo dell'Altezza Sua, da cui si darà il solito cenno del termine della medesima per lo sparo de i due mortaletti.
Ne' tempi andati il sengo per il principio della Battaglia facevasi col suono della Campana, che sta nella Torre del Palazzo Pretorio; e fu introdotto il darsi dal Principe l'anno, che furono Generali per la parte di Tramontana il Cavaliere Catani, e per quella di Mezzogiorno il Cavaliere Campiglia, come ricavasi dal già citato Chimentelli, Campanae sonus pro signo, aut Principis manus annuentis, quod hoc anno factum. Che, spirato il termine de' predetti tre quarti d'ora, debba seguire lo sparo de i due mortaletti; e quella Parte, che averà guadagnato del Ponte all'altra, s'intenda vittoriosa. Che al consueto sparo delli due mortaletti, tanto li Vincitori, che i Vinti siano obbligati ritirarsi immediatamente nel loro respettivo Campo di Battaglia. Che ad effetto, che allo sparo de' predetti due
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mortaletti più facilmente si divida la Battaglia, siano obbligati i Deputati dell'una, e dell'altra Parte ricorrere a chi s'aspetta, per ottenere quel numero di Corazze, che più occorre. Che i Vincitori non possano passare con le Squadre, Tamburi, e Fuochi fuori dello Steccato, da farsi dall'una, e dall'altra parte del Ponte.
Oltre i suddetti Capitoli, che a beneplacito de' Deputati pro tempore delle Parti, da' quali vengono accordati, e sottoscritti, possono accrescersi, e diminuirsi, l'anno 1697 sotto dì 24 Maggio ne furono accordati alcuni da osservarsi per sempre in avvenire, con l'interposizione, e autorità del Marchese Filippo Nerli, Commessario di Pisa in detto tempo, i quali furono i seguenti, cioè, Che il giorno, nel quale s'attaccherà il Cartello della Disfida, i Soldati dell'una Parte, e dell'altra non possano passare dopo la Disfida nella Parte avversa in truppa con le Spade; e sia proibito a ciascuno portare Spadoncini a due mani. Che alle Truppe, che si fanno secondo il solito avanti la Battaglia, e che passano dalla Parte contraria, sia da' Sig. Deputati prefissa la giornata da potersi dare da una Parte sola, ed un'altra giornata per l'altra Parte, precedendo ad avere la prima giornata quella de' Vincitori. Che quei Soldati della Parte di Tramontana, che saranno fatti Prigioni, siano obbligati passare il Barchetto dalla Scala della Botte; e all'incontro quei di Mezzogiorno debbano passare altro Barchetto alla Scala della Pietra vecchia; ne' quali luoghi doverassi respettivamente destinare detti Barchetti dall'una, e dall'altra Parte. Che dopo la Battaglia di S. Antonio non si possa più
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toccar Tamburo, nè spiegare Insegne da' Vinti per lo spazio di giorni cinque, compresovi il giorno della Battaglia; spirati i quali possano farlo, mentre siano in grado di portare la Disfida a' Vincitori per la nuova Battaglia Generale. Che il Vincitore possa nella medesima sera della Vittoria passare nella parte del nemico, dentro però gli steccati, con l'Insegne, Tromba sonante, e Tamburo battente una, o più volte volendo, ed ivi far fuochi d'allegrezza fino alla mezza notte, e non più oltre. Che dalla suddetta sera in poi non possa il Vincitore passare la metà del Ponte, nè con Insegne, nè con Trombe, e Tamburi, nè con Camiciuole, nè con Truppe con le Spade, o senza; ma solo gli sia lecito fare su la sua parte tutte quelle Feste, che vorrà per la Vittoria ottenuta, non avvilendo mai la Parte contraria con figure, nè segni da concitare gli odj; il che doveranno resecare i Deputati della Parte medesima dentro a' limiti della convenienza; nè mettere in istampa Poesie, o altro senza licenza sottoscritta dal Commessario pro tempore. Che all'incontro il Vinto non possa dopo la Battaglia toccar la cassa, spiegare, e cavar fuora Insegne, portar Camiciuole, far fuochi, nè alcun segno di Festa pubblica indicante il Giuoco del Ponte per giorni cinque, come a quella di S. Antonio, compresovi il dì della Battaglia, fuori che, facendosi la Battaglia Generale la Domenica ultima del Carnovale, si possano dare l'ultima sera di Carnovale le feste da tutte e due le Parti; e facendosi la Battaglia Generale il lunedì ultimo di Carnovale non si possa dal Vinto far cos'alcuna nè meno la detta sera dell'ultimo del Carnovale.

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L'anno 1707 con l'approvazione del Senatore Gino Capponi, Commessario della Città di Pisa, oltre le cose predette fu ordinato, Che, se alcuno averà ardire levare i Targoni agli Armati per offendere qualcheduno, con lanciarle, o percuotere in altra forma, s'intenda ipso facto incorso nella pena di due tratti di fune, e carcere ad arbitrio; siccome se alcuno Armato monterà sopra le spallette del Ponte, durante la Battaglia con Targone, incorra nella pena che sopra; ed essendo disarmato, e montando senza Targone, incorra nella pena di scudi quindici da applicarsi al Giuoco del Ponte per la Parte de' contravenienti, contro de' quali sommariamente si proceda, e solo col parere di quei Cavalieri, che saranno Deputati ad assistere all'Orologio. I Capitoli soliti accordarsi da' Deputati delle Parti, o da' loro Generali ne' tempi più antichi, per quello dimostra un Cartello di Disfida dell'anno 1599, furono alle volte stampati in seguito della Disfida medesima, e in tal forma a tutti universalmente noti rendendosi, non potevasi da alcuno allegarne ignoranza.

24. Quesito XXIV Del far ricorso a Dio.


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Se è vero, com'è verissimo (vedendosi ciò religiosamente praticato nelle tenebre degli antichi tempi, non solo dal Gentilesimo, ma da qualsivoglia altra Nazione), che da ogni prudente, e pratico Condottiere d'eserciti, prima di dar principio all'impresa premeditata, si ricorra ad invocare le proprie Dietà per il prospero evento della medesima; così prima di farsi il nostro Giuoco un simil ricorso al vero Dio non si tralascia, per implorare dalla sua Divina Misericordia, che in esso, nè per esso verun male intervenga; affine di che da ciascuna delle Parti la mattina del giorno, in cui deve seguire la Battaglia, si fa celebrare una Messa solenne in musica, con lo sparo di più mortaletti; alla quale in adeguato posto assistono il Generale, essendovi, gli Alfieri con le Bandiere, tutti gli altri Uffiziali, e infinità di Popolo, che vi concorre. La Chiesa, dove segue detta funzione nella parte di Tramontana, essendo in Pisa i Serenissimi Padroni, è quella di S. Niccola; non essendovi, succede in S. Michele di Borgo. Dalla parte di Mezzogiorno alle volte si è eletta la Chiesa di S. Martino, alle volte di S. Lorenzo in Chinsica, e alle volte di Santa Cristina. Nella parte di Tramontana si canta sempre la
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Messa della Beatissima Vergine Maria, e nell'altra di Mezzogiorno la Messa propria di S. Caterina da Siena; e celebrandosi fuori della Chiesa di S. Cristina, si fa una decorosa Festa al di lei Altare per la cagione, che si disse nel secondo Quesito. La celebrazione di dette Messe, ma senza musica, si pratica ancora per la piccola Battaglia di S. Antonio. Terminata la Messa si procede alla benedizione di tutte le Bandiere, e poi uscendo di Chiesa con Trombe, e Tamburi si conducono alle loro Case ad uno, ad uno gli Alfieri con la propria Insegna, che immantinente vien posta ventilando alle loro finestre. Essendovi fatta menzione della benedizione delle Bandiere, non voglio tralasciare di soggiungere, che esse non solo di benedicono nell'occasione predetta; ma portando il caso, come al bisogno succede, di metter fuori una nuova Insegna, prima che resti al pubblico spiegata, viene solennemente benedetta; al che si procede con pompa non ordinaria, abbigliandosi con vago militare apparato quella Chiesa, ove segue la cerimonia, cantandosi Messa solenne in musica, con lo sparo di mortaletti, e con varietà di componimenti. Delle suddette Bandiere ve ne sono alcune fatte dal Pubblico, che si conservano appresso qualche privato Cittadino; ed altre fatte di proprio da' particolari, da' quali vengono cortesemente concedute per servizio del Giuoco; e tutte sono di Drappo, della grandezza ciascuna di braccia sei per ogni parte, galantemente intrecciate co i colori, che le compongono.

25. Quesito XXV Del Luogo del Rendevos.


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Essendo difficilissimo, per non dire impossibile, che un Principe, che delibera mettere in Campo un'Armata, possa avere tutte le Truppe pronte, ed unite in quella parte, dove deve marciare il suo Esercito, fu dalla necessità introdotto il deputarsi un tal luogo, in cui in un giorno a ciò destinato debba senza fallo concorrere tutto il numero delle Soldatesche, affinchè il Generale dell'Armata possa dar loro una rivista per riconoscere appieno le forze, e le qualità, e 'l capitale, che possa farne; d'un sito medesimo, che da' Franzesi chiamasi del Rendevos, fa di mestiere per le Milizie del nostro Giuoco, acciocchè il nostro Generale, essendovi, e in sua mancanza altro Ufiziale possa per gl'istessi sopranarrati fini riconoscerle, renderle informate delle operazioni da eseguirsi,e in alcuna di quelle, occorrendo, farle esercitare. Per il Rendevos della Parte di Tramontana resta regolarmente eletta la fabbrica dello Studio di Pisa, volgarmente chiamata la Sapienza; e per quello di Mezzogiorno i Portici, e la Piazza di S. Sepolcro. La mattina del giorno destinato alla Battaglia, appena spuntati i primi raggi del Sole, s'odono per la Città mille bellicosi suoni, che eccitano il
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coraggio delle Milizie; si vedono i Soldati correre a' luoghi da essi eletti, chi a prendere, chi a sgravarsi dell'armi già provedute; miransi i loro Capi tutti giubilo andar confortando, e animando i proprij Soldati alla gloria, e all'onore; per tutto altro in fine non sentonsi che voci strepitose di guerra:

Guerra, guerra, ciascuno esclama guerra,
Che ogni dimora lor grave si rende:
Guerra il suol, guerra il mar par che risponda.

Il dopo pranzo poi di ciascheduna Squadra i Soldati vanno con le loro armi a casa del loro Alfiere, dove interviene ancora il Capitano; all'ora opportuna, che suol'essere la vigesima prima in circa, a Squadra a Squadra marciando con Trombe, e Tamburi si portano al sopraddetto Redevos: unite che siano le Truppe, dal Generale, e dagli altri Comandanti dansi loro gli Ordini più necessarij; e dopo aver loro fatta l'istesso Generale, o pur'altri per lui, una breve militare Orazione si dispongono alla marcia.

26. Quesito XXVI Della Marcia dell'Armata.

La Marcia delle nostre Armate, che da noi chiamasi Far le Mostre, è una delle vaghe Funzioni, che nel Giuoco succedano, e enlla forme
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seguente alla medesima si dà principio. Alla testa di ciascheduna Armata vedonsi due Cavalli di ricchissimi abbigliamenti coperti, guidati a manoda due Staffieri bizzarramente vestiti; dietro questi, che voti conduconsi per uso del Generale, compariscono sei Trombetti, ciascuno con piccolo Elmo in testa, e con Sopravveste in dosso de i colori d'una delle sei Bandiere della Fazione, sopra cavalli con bardature corrispondenti alla Divisa del loro vestire, e con pennone simile alla Tromba. Viene poi il Generale (al quale precedono sei Paggi a piede colla di lui livrea abbigliati, con bizzarre Berrette in testa, e con Targa, e Scudi nelle mani) in Abito all'Eroica, di nobile Usbergo armato, con Elmo rilucente in testa di piume, e gioje arricchito, sopra cavallo fastosamente adorno, e con bastone dorato nelle mani; dietro ad esso cavallo, e in Abito Militare seguono i suoi Consiglieri, e in mezzo a questi il di lui Ambasciatore, dipoi in due ale divisi marciano pure a cavallo sei Cavalieri d'Elmo, e Corazza armati, ed all'Eroica parimente vestiti; appresso questi camminano altri sei Paggi a piede con livrea del Luogotenente Generale, e poi lo stesso Luogotenente armato, e a cavallo, preceduto ciascuno di essi da quattro Paggi a piede, sulla dritta il Maestro di Campo, e sulla sinistra il Sergente Maggiore, armati, e in gala non meno de' Comandanti supremi; viene appresso il Capitano della prima squadra a piede in Abito pure all'Eroica, con Mazza, e Scudo nelle mani, (e ciò in memoria dell'antico Giuoco di
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Mazza, e Scudo) preceduto anch'esso da quattro Paggi addobbati con Abito de i colori della sua Bandiera, col seguito de' suoi soldati, e Celatini, che con tamburo battente marciano in debita distanza a due, o a quattro per riga, con Sopravveste, e Pavese de i colori di loro Divisa, portando sulla punta dell'istesso Pavese il proprio Morione di vaghe piume ripieno; in mezzo de' quali trovasi l'Alfiere in Abito non dissimile al Capitano con la sua Insegna spiegata in ispalla, e con due Paggi, che lo precedono, tenendo anch'essi in mano, secondo il costume di tutti gli altri Paggi, lo Scudo, e la Targa. Con l'ordine della prima, marcia la seconda, e tutte l'altre Squadre, delle quali, per non infastidire con soverchie repliche chi legge, se ne tralascia il racconto. Gli due Ajutanti, che sono quelli, de' quali si trattò nella carica del Sergente Maggiore, camminano fuori dell'ordinanza per assistere, acciocchè non segua confusione in detta marcia. Le Squadre di ciascheduna Fazione in simili congiunture riconoscono sempre il loro posto, nè potrebbe senza gravi sconcerti togliersi loro la precedenza: dalla Parte di Tramontana si deve il primo luogo a S. Maria, poi a S. Michele, a' Mattacini, a Calcesana, a i Satiri, e a Calci; da quella di Mezzogiorno si concede a S. Martino, poi a S. Antonio, a S. Marco, a' Leoni, a' Dragoni, e a' Delfini. Il cammino di detta marcia suol regolarsi secondo l'opportunità delle occasioni: quando sono stati in Pisa i Serenissimi Padroni, s'è sempre praticato, che l'Armata di Tramontana uscendo dalla
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Sapienza, vada a dirittura di lung'Arno al Palazzo dell'Altezze loro, e intorno a quello un breve giro facendo, per la medesima strada al suo Campo di Battaglia si porti; e quella di Mezzogiorno partendosi da S. Sepolcro cammini dalla sua parte di lung'Arno, finchè non giunge rimpetto al Palazzo medesimo, e girando il palchetto delle Conce, anch'essa al suo Campo di Battaglia s'inoltri. Solamente l'anno 1685 per avere S. A. R. anticipata la sua gita al Palazzo del Commessario, non ebbe luogo la suddetta consuetudine, e le Mostre seguirono in altra maniera; poichè l'Armata di Tramontana passò tutto il Ponte, e, proseguendo la marcia intorno agli Steccati del Nemico, fece ritorno al suo posto: il simile fu operato dall'altra di Mezzogiorno nel Campo di Tramontana. In assenza de' Serenissimi Principi ciascuna si parte dal solito luogo del suo Rendevos, marciando di lung'Arno immantinente al Ponte. Durante la detta marcia, da ogni Squadra si dispensano Sonetti, ed altri varij Componimenti; alcuni fatti dal Generale, e da' Capitani per accender gli animi de' Soldati ad una nobil gara; altri da' Soldati al Generale, e a' Capitani, esprimenti la loro ubbidienza, e prontezza al combattere; ed altri dal Generale, da' Capitani, e da' Soldati medesimi dedicati al merito, e alla bellezza delle Dame Pisane. Non essendovi Generale, si praticano non ostante tutte le formalità sopra descritte, e la di lui mancanza non minora, che la sola comparsa delle Mostre.
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Ne' tempi andati convien credere, che i Generali alle volte si dilettassero di comparire nel giorno della Battaglia sotto nomi finti; leggendosi in un Cartello stampato l'anno 1659: Leucippo il veloce Condottiere de' Campioni di Tramontana: in due altri dell'anno 1662: Aquilante Condottiero de' Campioni dell'Austro: Muzio Scevola Generale de' Cavalieri di Tramontana; e in altro dell'anno 1664: Claudio Tiberio Generale de' Cavalieri di Tramontana.

27. Quesito XXVII Del mettere in Battaglia l'Esercito.

Quel riguardo, che deve aversi nel porre in battaglia un'Esercito, che è l'ordinanza, l'istesso, e forse maggiore si ricerca nel disporre le nostre Soldatesche, perchè, se in questa l'arte alle volte suol giovare più che la forza, sempre nel nostro Giuoco più dall'arte, che dalla forza, il vantaggio ne viene; cagionando la buona disposizione non meno in esso, che negli Eserciti la vittoria, e al contrario la confusione, la rovina, e la perdita: e che veramente si proceda colle regole della vera ordinanza Militare in seguito si farà manifesto. Nelle fronti degli Eserciti è solito collocarsi parte delle Genti più deboli, perchè non isperandosi la vittoria da' primi, ma dal corpo di tutta l'Armata,
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quelle servono per disordinare, e straccare gli Avversarj. Nelle fronti parimente delle nostre Armate, Affronti da noi chiamate, (che si compongono da cinquanta, sessanta, e più Soldati, disposti a quattro, o cinque per riga, secondo l'uso dell'antica Romana Testudine, cioè Serrati talmente, e coperti da' loro Pavesi, come se fossero tutti cuciti insieme, si mettono sempre de i Soldati novizj, e di minor valore; non dovendo questi regolarmente combattere, ma resistere alle percosse de' Nemici, avanzare, e mantener terreno. L'onore di simile impiego, che è il posto più importante, e di maggior fatica, e pericolo, dalla Parte di Mezzogiorno resta sempre conferito alla Squadra di S. Marco, e a quella de' Dragoni; armando con la prima l'ala dritta, e con la seconda la sinistra della sua Armata; e dalla parte di Tramontana, contro la Squadra di S. Marco si oppone quella di S. Michele, e contro i Dragoni la Squadra di Calci; preeminenza, che non si potrebbe lor togliere senza il totale ammutinamento di dette Squadre. Nelle Militari Ordinanze si pratica, o almeno praticar si dovrebbe, di porre insieme i Fratelli co' Fratelli, gli Amici cogli Amici; perchè con maggior'animo combattono, confidati in quell'ajuto, che in caso di pericolo potria loro essere vicendevolmente dall'affetto del Parente, e dell'Amico con tutto vigore somministrato. Nel distribuire le Compagnie del nostro Giuoco con tutt'attenzione simil precetto, e con frutto non ordinario si attende.
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Si osserva, come cosa utilissima nell'Armate, di distribuire in piccoli distaccamenti le Milizie, non tanto per compartire le fatiche, quanto per non esporre un solo corpo al pericolo di essere disfatto interamente, essendo poi impossibile il rimetterlo; ed ancora perchè dall'emulazione, che nasce tra gli Uffiziali, e i Soldati di corpo differenti, vengono l'imprese con calor maggiore eseguite. Per li precisi già accennati fini anche nel nostro Giuoco si scompartiscono le Squadre in piccole Truppe di quindici, o pochi più Uomini per ciascheduna. Nell'ordinanze dell'Armate è necessario, che le Truppe siano talmente postate, che in caso fossero le prime rovesciate, non possano urtare, e confondere l'altre, che seguono: con ordine non dissimile si postano quelle del nostro Giuoco, perchè, disunite che fossero, sarebbe forse impossibile il riordinarle, e rimetterle. Devono finalmente negli Eserciti tenersi Truppe di riserva per farle accorrere dove, e quando lo ricerchi il bisogno; ed altresì disporne alcune in modo, che possano combattere più volte, perchè chi conserva più Gente all'ultimo, guadagna. Queste precauzioni nel nostro Giuoco sono assolutamente più d'ogni altra riguardevoli, perchè quella Fazione, che nell'avvicinarsi del termine del Combattimento non avrà forze riservati, verrà a sottoporsi senza dubbio alla perdita. Ma perchè perfettamente si riconosca l'ordinanza del nostro Giuoco, si mostra al seguente figura, che in piano iconografico
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rappresenta il Campo d'una delle Fazioni, con le Truppe in Battaglia in numero di trecento sessanta Soldati, e sessanta Celatini, co' loro Capitani, Alfieri, ed altri in tal maniera spiegandosi: AC, BD, Lunghezza della metà del Ponte. AB, Larghezza del medesimo. EF, GH, Spazio serrato dagli Steccati per comodo delle Soldatesche. II, Posti de' due Comandanti, che stanno sopra le spallette del Ponte. KK, Posti de' due Comandanti in terra. LL, Posti delle sei Bandiere della Fazione: i Capitani non hanno posto fermo, ma scorrono per l'ordinanza a loro beneplacito. M, Affronti di cinquant'Uomini per ciascuno, impostati otto, o dieci braccia lontano dall'antenna: dietro a' medesimi stanno i due Ajutanti per riceve da' Comandanti delle spallette gli avvisi di quello faccia la Battaglia, e il Nemico, e referirgli a' Comandanti di terra. N, Truppa di quindici Uomini, che alzata l'antenna entra a pareggiare il Taglio, chiamandosi Taglio quella linea, che si forma alla fronte de' Combattenti. O, Trombetti, e Tamburini, che suonano nel tempo che si combatte. P, Truppa d'otto Celatini per servizio della Buca, che è quel vano, che resta per fianco tra l'uno, e l'altro Affronto, per cui si mandano le Soldatesche alla Battaglia. Q, Quattro Truppe di sei Celatini l'una per ricevere, e accompagnare i Prigioni a disarmarsi. R, Tre Truppe di sei Celatini l'una per condurre le
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Soldatesche stanche a rinfrescarsi. S, Quattro Truppe di dodici Uomini l'una per mettersi a suo tempo una dopo l'altra a combattere. T, Quattro Truppe di dieci Uomini l'una per servirsene secondo porti il bisogno. V, Otto Truppe di quindici Uomini l'una per l'istesso servizio di quelle della lettera S. X, Due Truppe, una di diciotto, e una di diciannove Soldati scelti per dar con esse il carico alla Battaglia. Y, Truppa di dieci Celatini per rinfrescare, e rimpostare negli Steccati quei Combattenti, che usciranno della pugna stracchi. Z, Posto di diciotto Soldati a cavallo per dividere la Battaglia; i quali, essendo in Pisa i Serenissimi Padroni, sono della guardia; in mancanza, si comandano le Corazze della Banda di Pisa. &, Posto de' Mandati de' Nemici al riscontro de' Combattenti. å, Posto de' Mandati de' Nemici al riscatto de' Morioni de' Prigionieri. Con l'ordine medesimo, o poco differente pone la sua Gente in Battaglia anche la Fazione contraria, per poi ciascheduna di essa disporne, non a misura della propria volontà, ma dell'opportuna occasione, ch'è l'origine d'ogni bell'opra. L'ordine, e la prontezza di porre in Battaglia le Soldatesche dalla perizia de' Comandanti facile fuor di modo si rende; poichè essendo a' medesimi nota la forza di tutte le Squadre, anticipatamente distribuiscono ciascuna di esse in quel numero di
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Truppe, che loro sembra più a proposito, facendo poi, posto nella Sopravvesta di ciascuna Truppa, un contrasegno, come sarebbe una Stella, una Luna, un Giglio, un'Aquila, o altro, nel dispor la Marcia, comandano, che giunte tutte le Milizie al Campo di Battaglia, per esempio, la Truppa di S. Maria del Giglio, prenda posto sul Ponte otto, o dieci braccia dietro la Truppa de Mattaccini della Stella; che quella di Calcesana dell'Aquila si fermi negli Steccati alla dritta, o alla sinistra di quella de' Satiri della Luna; e così discorrendo delle Truppe rimanenti, talmente che appena giunte al detto Campo di Battaglia, in un momento, e senza veruna confusione, vedesi piantata l'ordinanza con le debite distanze, occupati i posti dagli Uffiziali a misura del loro impiego, e in istato di prontamente combattere, che è la principale tra l'azioni delle Milizie.

28. Quesito XXVIII Delle Considerazioni, e dell'Avvertenze pratiche nel Combattimento.

Per evitare al possibile gli errori, che non meno nel nostro Giuoco, che nella Guerra riescon sempre dannosi, si procede nel di lui Combattimento con molte considerazioni, e avvertenze, che nelle vere Battaglie s'attendono, cioè
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Che s'impedisca al possibile, che non giunga a notizia del Nemico l'ordinanza da tenersi nel combattere, e al contrario si cerchi d'aver lingua delle di lui disposizioni. Che prima d'attaccare il conflitto, il Generale, e gli altri supremi Comandanti, camminando per l'ordinanza, esortino gli Uffiziali, e i soldati a valorosamente Combattere; raccomandando loro sopra tutto l'ubbidienza, ch'è Madre, e governatrice d'ogni virtù. Che nell'inviare le Genti alla Battaglia, e nel ritirare dalla medesima le stanche, si osservi di non confondere gli ordini. Che le Truppe, che escono stracche dalla pugna, si tirino addietro per prender lena, e rinfrescarsi. Che vi siano Truppe pronte ad ogni occorrenza, senza averne a distaccare dall'ordinanza fatta. Che le Truppe stiano sempre unite, e in ordine fino all'ultimo Combattimento. Che non s'impegnino le Truppe, se non per necessità, facendole avanzare a tempo, e in modo, che portino terrore, e danno a' Nemici, soccorso, e ardire agli Amici. Che si rinfreschi a tempo la Gente stanca con la fresca. Che non si aspetti il Nemico con piè fermo, ma piuttosto si vada ad incontrare, procurando d'arrivare in Battaglia sopra di lui, avanti ch'egli vi sia ordinato. Che nel Combattere si osservino gli ordini
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cagionandone l'inosservanza non ordinarj disordini. Che quelli, che comandano, non devano Combattere, ma attendendo al loro impiego, non potendo con le mani valere che per un'Uomo, ma col senno, e col giudizio per molti, anzi per tutti. Che vincendosi del terreno nemico, le Truppe s'avanzino verso la Battaglia, mantenendo la loro ordinanza; e perdendosene del proprio, si ritirino a misura della perdita verso gli Steccati. Che nel posto delle prime Truppe, che vanno a Combattere, subentrino le seconde, in quello delle seconde le terze, e così successivamente fino all'ultime.

29. Quesito XXIX Come si combatta.

Giunte le Milizie al Campo di Battaglia, e con le già accennate considerazioni disposte, li Comandanti Supremi si portano a riconoscerne l'ordinanza; e visitando ciascuna delle Truppe, dove riducono a memoria a' loro Capi l'istruzioni loro date per la propria condotta, dove variano l'incumbenze occorrendo, e dove nuovi ordini fanno palesi, non tralasciando ancora con accomodate le parole d'accender nuovamente gli animi di tutti i Soldati a soddisfare con segnalato valore all'intrapreso impegno.

In tanto Tromba s'ode alta, e canora

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Che alteramente con superbo carme
Grida alle forti Schiere all'arme all'arme

Quasi che simil suono avesse forza di togliere la favella a tante viventi migliaja di Spettatori d'ogni stato, Maschi, Femine, Giovani, Vecchj, Secolari, Religiosi, Nobili, Plebei, ec., che per quanto si distende la veduta del lung'Arno occupano le Strade, le Sponde, le Finestre, i Terrazzi, i Tetti, i Palchi per tal uso fabbricati, ed ancora empiono le barche, che nell'Arno ritrovansi, non s'ode una benchè piccola voce, effetto d'un'interna passione, che infondendo ne' cuori anche de' meno interessati un certo timore per la dubbiezza dell'evento, nel principio dell'azione obbliga le lingue di tutti al silenzio. A tal tocco di Tromba ambe le Armate, partendosi da' primi loro posti, marciano l'una contro l'altra, e giungono a toccare unicamente e l'Antenna, che i loro Campi divide; dove fatto alto senza passare ad ostilità alcuna, al costume degli Antichi attendono il segno di Combattere, non mancando però d'invitarvi al possibile con le parole. Dopo brevissima dimora deal Serenissimo padrone, o da chi per lui, si dà il segno per l'attacco della Battaglia: nell'alzarsi dell'Antenna, unico ostacolo alle nemiche Schiere,

Orror più che di morte i cuoi ingombra
5Pallor più che di morte i volti imbianca;

e gli Affronti d'ambe le Fazioni al suono de' guerrieri strumenti con impeto indicibile, con urti, e con percosse gli uni contro gli altri si spingono, secondati con pari ardire da alcune Truppe, che i di loro
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fianchi riguardano. Portando il caso, che la mente di ciascuno de' Generali sia di contrastare coll'Avversario a tutta forza, consistendo la vittoria nell'occupare il terreno nemico, da ognuno di essi cercasi di sostenere il posto unite, e ristrette le proprie Milizie; ingegnandosi con reciproca industria di penetrare con l'ajuto di nuove Truppe nell'ordinanza nemica per fiancheggiarla, e sbaragliarla. Non sortendo alle volte a niuno di essi l'intento, vedesi quella folta moltitudine di persone a misura delle forze, che a vicenda dalle Fazioni nella Battaglia s'impegnano, ora cedere, ora recuperare il perduto, ut propugnaculum ambulans, aut aggerem mobilem merito quis dixerit lasciò già scritto un bell'Ingegno. Ottenendo uno di loro la sorte di rompere, e disordinare qualche ala dell'Esercito nemico, sforzasi di tagliar fuor l'altra, o tutta, o in pare, e farla prigioniera. Accorresi da chi vede tal'infortunio al riparo del danno con inviar soccorsi al corno indebolito, o con ritirar l'avanzato per conservare il retta linea la fronte della Battaglia. Succede talvolta, che a cagione, o della reciproca forza, o della stanchezza di Combattere delle prime righe, o dalla necessità del respiro, contro il volere de' Comandanti si rivolga altresì scambievolmente quel forte; mescolandosi allora i Soldati dell'uno, e dell'altro Partito alla confusa in ogni parte si combatte. A tal pernizioso disordine cercasi da quelli di por rimedio, tentando di rimetter la Battaglia, o con nuovi soccorsi, o con imprigionare i più avanzati, e meno cauti Nemici. Talvolta desiderando uno de'
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Generali togliere all'altro nel principio della Battaglia quel più di forze, che gli sarà permesso, ordina all'Affronto della sua dritta, che subito attaccata la zuffa si lasci a poco a poco rispingere, acciocchè il Nemico impegnandosi possa esser tagliato, e preso prigioniere. Talvolta per l'istesso fine vi posterà un falso Affronto, o pure scoprirà affatto uno degli Affronti nemici, senza lasciarvi rincontro nè pur'un'Uomo a Combattere. Talvolta ambi i Generali, incontrandosi nell'istesso disegno, trovansi astretti a cambiare in un'istante le fatte disposizioni; opportunità, che richiede ne' Comandanti del nostro Giuoco la pratica più esatta di quanto contengono di perfetto le regole della buona Milizia. Sempre però dalla loro perizia a questi, ed altri molti stratagemmi si oppongo i necessarj rimedj con rinforzi di Truppe, con risolute passate di Soldati, con arrestare la Parte, che avanza, caricare l'altra più stabile, ritirarsi, e simili operazioni; dal che ne avviene quando il lentamente avanzare, quando il frettolosamente cedere d'una delle Parti, quando con pari impeto riacquistare, poi riperdere, e sempre a forza di pesantissimi colpi di Targone, che destano in chi gli vede orrore, e compassione; percotendosi senza riguardo di punta, di taglio, e a due mani il capo, le braccia, il petto; tenendo in tal forma la sorte sospesi gli animi degli Spettatori (da' quali a qualsivoglia progresso dell'armi del proprio Partito con festose acclamazioni s'applaude) di chi debba riportare in fine la vittoria. In tali vicende di fortuna chiaramente risplendono l'ingegno, la risoluzione, la buona condotta de' Capi, ed il valore de' Combattenti, i quali
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Fanno or con lunghi, ora con finti, e scarsi
Colpi veder, che mastri son del Giuoco;
Or gli vedi ir altieri, or rannicchiandosi,
Ora coprirsi, ora mostrarsi un poco,
10Ora crescere innanzi, ora ritrarsi,
Ribatter colpi, e spesso dal lor loco,
Girarsi intorno, e d'onde l'uno cede,
L'altro aver posto immantinente il piede.

Oltre le industrie, e gli stratagemmi nel Combattere, se ne praticano ancora molti nel mandare i soccorsi, che con voce propria diconsi Entrature; vestendosi talvolta i più valorosi, ed intendenti Soldati delle Fazioni colle Sopravvesti delle Squadre meno temute, a fine che il Nemico loro non si opponga con valida resistenza; talvolta facendo fare ad una medesima Truppa due Entrature, ora con Sopravveste d'una Squadra, e poi d'un'altra per impegnar l'Avversario, supponendole Genti diverse, a consumar delle proprie ancor fresche; e per fargli credere in ultimo, che tutte le Truppe nemiche abbiano una, o più volte combattuto, al che somma attenzione si riguarda per misurare col tempo del Combattimento le forze fresche, che restano: fingesi ancora talvolta qualche numerosa Entratura di Combattenti per tirare il Nemico ad opporsile con forza eguale, eseguendola poi, o con la metà dell'Entrature ordinarie, o del tutto tralasciandola; poco importando cedere in principio di Battaglia qualche spazio del proprio terreno, quando ciò segua con risparmio delle sue, e con iscapito delle forze nemiche. Altre militari sottigliezze si praticano, e si
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possono praticare, ma per non ammaestrare il Nemico in quello, che da esso, o non si sa, o non si attende, se ne tralascia la spiegazione, tutte però all'occorrenza si pongono in esecuzione con incredibile aggiustatezza; e ben vero, che non sempre se ne ritrae il desiderato fine, perchè oltre l'ingegno

Fortuna anco più bisogna assai,
15Che senza val virtù raro, o non mai.

Nell'atto del Combattimento tutti i Capi, ed Ufiziali subalterni vedonsi intenti alla puntuale esecuzione delle loro incumbenze: chi rinfresca le Milizie stanche, ; chi le rimposta, e le riordina; chi accomoda a' Soldati alcuna dell'arme di dosso; chi fa Prigioni; chi le conduce alla coda dell'Armata; chi provvede di Targoni quei Soldati, che nel Combattimento hanno il proprio perduto; chi assiste alle Truppe di riserva; chi avvalora i più timidi; chi loda i valorosi; e chi si affatica ad aprir la Buca per l'Entrature: in somma non v'ha persona oziosa. I Prigioni, che nell'atto della Battaglia si prendono, passando nelle mani de' Celatini, vengono condotti a' Deputati al ricevimento de' Morioni; e di quelli, e de' Targoni disarmati si pongono subito fuori dello steccato, e senz'altra pena valicando in piccoli Barchetti l'Arno, nel terreno di loro Fazione ritornano. Vicino allo spirare del termine prefisso al Combattimento, dalla Parte vincitrice con tutte le Truppe e fresche, e rimpostate, e stanche si dà alla Perdente l'ultimo carico, il che chiamasi Far bastione: quella cerca di sostenere tale sforzo con ogni suo
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possibil vantaggio, e, ponendo in esecuzione l'ultime prove del proprio valore, tenta di ricuperar il terreno perduto, o almeno di non cederne di vantaggio, per minorare alla Vincente il pregio d'una più segnalata Vittoria. Consumato il termine prescritto de' tre quarti d'ora, a' cenni di chi può segue lo sparo de i due mortaletti; e quella Fazione, che in quel tempo si trova nel terreno dell'Avversaria, s'intende la Vincitrice; seguìto il tiro

Del Popol lieto un mormorio festante
Sonoro applauso a quegli Eroi compone:

e le Corazze, che nell'uno, e nell'altro Campo stanno a posta ad aspettare un tal cenno, montano sul Ponte a dividere il Combattimento; e tutti i Soldati da' loro posti partendosi vanno alle proprie Case a disarmarsi, e in un momento per tutta la Città, e ne' vicini Contorni si sa qual Parte abbia dell'altra trionfato; poichè vincendo i Cavalieri di Mezzogiorno si suona per qualche tempo una Campana, che è nella Torre del Commessario, detta Campana dell'Arme; e vincendo quei di Tramontana, suona una Campana, che sta nella Torre dell'Oriuolo pubblico della Città, chiamata la Campana dello Studio. Il detto Studio, per quello riferiscono il Troncia, e l'Arrosti, fu eretto in Pisa l'anno 1339, e l'anno 1343 da Papa Clemente VI fu confermato, e dichiarato Studio Generale: essendo stato serrato molti anni a cagione di Guerre, fu riaperto da Lorenzo de' Medici circa l'anno 1476; e nel 1479
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per la rea contagione, ch'era in Pisa, fu trasferito a Pistoja, e l'anno 1481 in Prato: tornato a Pisa fece nuovo passaggio in Prato l'anno 1495; e l'anno 1497 fu portato a Firenze: nel 1515 si riaperse in Pisa, e circa il 1527 a cagione di Peste, e di Guerra fu nuovamente serrato: rinnovato finalmente da Cosimo I Gran-Duca di Toscana l'anno 1543 fin quì felicemente mantiensi. I primi Professori, che venisesro a leggere nello Studio predetto furono Bartolo da Sassoferrato per la Legge, e M. Guido da Prato Dottore di Fisica per la Chirurgia; il primo con provisione di 150, e 'l secondo di 230 Fiorini d'oro di lire 3 per Fiorino di Moneta Pisana. Il detto Bartolo abitò nell'antiche Case de' Familiati vicino al Duomo, e quando il Gran-Duca Ferdinando I fece fabbricare il Palazzo per il Collegio degli Scolari, chiamato perciò Ferdinando, acciò non si perdesse la memoria d'un'Abitatore tanto insigne, nel seguente Epitaffio, posto sopra la porta di detto Palazzo, S. A. volle ne apparisse perpetua ricordanza a' Posteri. Ferdinandus Medices Magnus Dux Aetruriae III has Aedes, quas olim Bartolus Juris Interpres Celeber incoluit, nunc renovatas, et instructas Adolescentibus, qui ad Philosophorum, et Jurisconsultorum Scolas missi
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Publico Urbium, atque Oppidorum suorum sumptu separatim alebantur, publicae utilitati consulens addixit, Legesque, quibus in Victu, Vestitu, Vitaque simul degenda utebantur, tulit Anno Salutis MDLXXXXV.

30. Quesito XXX Della Vittoria.

E' solito, che la Vittoria faccia godere all'Esercito Vincitore il vantaggio delle sofferte fatiche colle ricompense, che da i Soldati si riportano a misura del merito, e del valore, tanto in generale, che in particolare; concedendo loro talvolta il poter saccheggiare gli Alloggiamenti, i Carriaggi, le Terre, i Castelli, e qualche Città de' Nemici. Parimente la Vittoria del nostro Giuoco contribuisce anch'ella ' Guerrieri della Parte vincitrice le meritate ricompense, che consistono nella gloria, e nella fama, premj, che si danno alle fatiche de' veri Soldati; e che sono i frutti della vera virtù, e nell'onore d'aver vinto, e di poter passeggiare nel Campo del superato Nemico colle proprie Bandiere, Trombe, e Tamburi, e con fuochi d'allegrezza,
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(come appresso si farà manifesto) che è l'oggetto, a cui tendono tutti i sudori, tutte le spese, e tutte le applicazioni delle due Fazioni combattenti. Se a Tigrane figlio di Artabano prima di passare in Grecia fosse stato palese il fine della nostra Pugna, alla notizia datagli, che gli Arcadi contendessero ne' Giuochi Olimpici per una corona d'Oleastro, che pure con l'onore portava ancora, a chi toccava la sorte di conseguirla, utile non ordinario, non averebbe certamente esclamato: oimè, Mardonio, e in qual parte n'hai condotti a guerreggiare, ove gli Uomini non per ira, non per ricchezze, ma per virtù combattono? Terminata, come si disse, la Battaglia, i Soldati dell'uno, e dell'altro Partito si portano alle proprie case a deporre i militari Arnesi: quei della Parte vincitrice, dpo breve riposo, armati di lunga Spada per maltrattati, e percossi che siano, escono fuori a tripudiare, e far festa, baldanzosamente narrando ciascuno le fatte prove del proprio valore. Fra tanto da chi ne ha l'incumbenza cominciasi a distribuire ne' luoghi opportuni ciò, che abbisogna per solennizzare la riportata Vittoria. Ordinato tutto il bisognevole, circa l'ode due della notte i Vincitori accompagnati dal rimbombo di mortaletti, dallo strepito di fuochi artifiziati, da fragor di Trombe, da rumor di Tamburi, e da mille, e mille voci di giulive acclamazioni, allo splendore di varj ardenti fuochi festosi, passano negli Steccati de' Nemici a cogliere il frutto delle gloriose loro operazioni; (il che in
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detta sera possono, ed è loro lceito fare una, o più volte a loro piacere, purchè segua avanti che passi la mezza notte, restando loro dopo un tal passaggio interdetto) e fatta in essi una decente dimore, ritornano nel proprio terreno, camminando quasi tutta notte con varj lumi per la Città, venendo loro sempre in abbondanza somministrati dalla maggior parte delle Case, dalle quali passano con le Bandiere. Il costume di simili fuochi, e allegrezze dopo le ricevute Vittorie, è antichissimo, trovandosi in uso fino a' tempi di Moisè, sotto nome di Festa Epinicia, Maggiore dell'allegria de' Vincitori si è la mestizia, e la confusione de' Perditori, talmente che in quella notte la parte da loro abitata pare una solitudine, non sentendosi, nè vedendosi per le strade di essa persona alcuna; e la mattina, che segue, deposti i segni di loro Divise, non sembrano più quelli, che furono; ma stando depressi, e sconsolati, si lusingano colla speranza di vincere un'altra volta, disponendosi intanto a soffrire, almeno con apparente costanza, lo spettacolo del Trionfo dell'Avversario, da cui suol rappresentarsi nel giorno della prima Festa susseguente alla già fatta Battaglia, o in altra secondo gli torna di maggior comodo. Le Vittorie delle Battaglie per S. Antonio si solennizzano ancor'esse con li suddetti fuochi, e allegrie, ma non si da dipoi trionfo alcuno.

31. Quesito XXXI Del Trionfo.


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L'Onore del Trionfo, consistente nell'ingresso, e cammino, che facevasi dal Generale vincitore per la Città sopra suplime Cocchio d'avorio, preceduto con vaga disposizione dalle spoglie de' superati Nemici, da' Principi, e da' Capitani prigionieri, e da altri non ordinarj apparati, inventato a' tempi di Bacco, introdotto in Roma dal di le Fondatore, e tenuto da' Romani per il sommo, il massimo di tutti gli onori, fu il premio delle fatiche de' Generali, terminato che avessero coll'esito felice della Vittoria le Guerre da loro intraprese. Premio non dissimile conferisce parimente a' nostri Generali la Vittoria del nostro Giuoco: è ben vero, che per servirsi della medesima con moderazione, cedono il proprio posto a qualche simulato Personaggio. La magnificenza, la nobiltà, e la comparsa de' loro trionfi, per non esservi forma prescritta, depende dall'intelligenza, e dall'ingegno di chi ne prende la direzione, regolarmente però suol praticarsi coll'ordine seguente. Due Trombetti a cavallo danno principio alla pompa; a questi succedono dieci, quindici, e più coppie d'Uomini a Cavallo in abito militare, seguiti da una, o due Carrette da guerra ripiene d'armi ostili, bandie, ed altri militari trofei; dietro a queste camminano a piede in figura di Nemici
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prigionieri con le braccia legate alcuni Soldati; preceduti, e fiancheggiati da altri Soldati a piede in abito d'Alabardieri per accompagnatura, e per guardia de' Prigioni, e delle Carrette; alla testa de' quali marciano quattro Trombetti, e altrettanti Tamburini: comarisce poi tirato da quattro, o sei Cavalli un maestoso Carro con vaga struttura formato, arricchito d'imprese, e di motti, e accompagnato da molti Soldati a cavallo, che da ogni parte ordinatamente il circondano: nel posto più eminente di esso trovasi, o il Valore, o la Fama, o la Vittoria, e nella parte più bassa si vedono in nobil coro disposte, o le Ninfe dell'Arno, o le Muse, o le Virtù con varj strumenti musicali. Gli Abiti di tutta questa comitiva sogliono essere bizzarri, e ricchi, siccome le bardature de' Cavalli, e gli addobbi del Carro,, e delle Carrette, e tutto appropriato al possibile a quello, che rappresentano. Con l'ordine descritto, e col seguito di molte Carrozze di nobili Dame ripiene, e d'infinito Popolo, dispensando varj poetici componimenti, e cantando ne' luoghi premeditati con soave melodia le glorie della riportata Vittoria, camminano fino a sera per la Città; e dopo terminato il trionfo non mancano di fare sul proprio terreno nuovi fuochi d'allegrezza, e tutto con ogni rispetto del superato Nemico, non ignorando, che

Esser parco al dannar, largo alle lodi
Deve ogni buon Guerrier, che fama agogna:
In pregio non si vien per torti modi,
Ne ci dà vero onor l'altrui vergogna.


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Tal volta ancora, sebbene di rado, si è trionfato fuori dell'ordine già accennato, come pure seguì l'anno 1696 per la Vittoria riportata nella Battaglia Generale del dì 4 Marzo dalla parte di Mezzogiorno, che onorò con sì degno trionfo il valore de' suoi guerrieri, che

5 La Città di Gradivo
A' Figli suoi del Mondo vincitori
Non erse in paragon Trofei maggiori.

Un maestoso Loggiato d'ordine Dorico, che in Isola sopra quindici pilastri di bianco marmo in lunghezza di braccia cinquantasette, e in larghezza di braccia trentatrè in circa, nel proprio terreno quasi in faccia del combattuto Ponte superbamente sìinalza, architettura aggiunse il Vincitore la vaghezza di bizzarro apparato, adornando con riprese, cadute, e svolazzi di drappi diversi gli archi tutti di quella fabbrica, dalla sommità de' quali stavano pendenti dipinte Cartelle di varj componimenti ripiene: leggendosi in alcune di esse i pregi di più Vittorie dalle sue armi ottenute dall'anno 1674 al dett'anno 1696. Nella parte anteriore di dette Logge vedevansi tramezzati da arguti, e saggi motti, ed iscrizioni intrecci d'arme, e di bandiere, e d'altri militari strumenti. Lunghi ordini di sedie porgevano la comodità a Riguardanti d'ivi per qualche tempo trattenersi. All'ingresso, che in esse fecero i Comandanti, e tutti gli altri Uffiziali con Insegne, Trombe, e Tamburi, seguì un lungo sparo di mortaletti; terminato il quale furono dispensati diversi sonetti in onore
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dell'ottenuta vittoria, terminando poi la sera medesima la festa con fuochi, e con altre simili allegrie. Le suddette Logge furono fatte fabbricare da Ferdinando III Gran-Duca di Toscana per comodo de' Mercanti l'anno 1605, come dalla seguente iscrizione ricavasi. Ferdinandus M. Dux III Mercatorum comodo Civitatis Ornamento, Publicaeque Utilitati consulens Antiquis Aedificiis Dirutis, Et Area data, Forum A Fundamentis excitavit Anno D. MDCV. Tal volta suol anche avvenire, che niuna delle Parti resti vincitrice per terminarsi la Battaglia, senza che l'una abbia conquistato del terreno dell'altra. Succedendo ciò, si solennizza da ciascuna di esse la Pace, con Carri trionfali, fuochi, banchetti, poesie, e altre simili allegrezze. Tali accidenti però rare volte accadono, e a mia notizia ne sono pervenuti due soli, che uno seguì l'anno 1672 nella Battaglia del dì 25 Febbrajo, che fu la prima volta, che si combattesse con numero eguale di Soldati per Parte, i quali furono quaranta per ogni Squadra; e l'altro nella Battaglia del dì 17 Gennajo 1662 Pisano, essendo Generale per la Parte di
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Tramontana il Sig. Cav. Muzio Ranier Lanfranchi, e per quella di Mezzogiorno il Sig. Alamanno Venerosi, rappresentata in occasione di trovarsi in Pisa il Serenissimo Arciduca d'Ispruch, con gran controversia però de' Cavalieri di Tramontana, che ne pretendevano la Vittoria sul fondamento, che al termine del Combattimento la destra di loro Armata fosse precisamente sul mezzo del Ponte, e la sinistra inoltrata per qualche braccio nel terreno degli Avversarj, che poi restò nella seguente forma decisa. S. A. S. ha dichiarato, che nel primo futuro Giuoco del Ponte si deva attaccare il Cartello dal Generale della parte di S. Martino; comandando, che fra tanto nessuna delle Parti ardisca passare nel terreno della Parte contraria con granate accese, o altrimenti in forma di trionfo; permettendo perciò a ciascuna di esse Parti il fare dalla sua banda, e nel suo terreno quelle allegrezze, e fuochi, che le parrà, già che giudica S. A. che il vantaggio fosse per la Parte di Tramontana, ma non pare di dichiararlo un'intera Vittoria; e questo s'intenda per le pendenze del Giuoco di jeri giorno de' 17 Gennajo 1661 ab Incarnatione; riservandosi S. A. S. di dichiarare quello più occorra per dir come si devano contenere in avvenire. In ordine alla suddetta dichiarazione i Cavalieri di Mezzogiorno il dì 12 Febbrajo fecero un bellissimo Carro Trionfale, condotto da quattro superbissimi Cavalli, sopra di cui era la Pace coronata d'Ulivo con quattro Amorini, che due vestiti di teletta d'argento con Giubbone celeste, e due di teletta d'oro con Giubbone bianco, anch'essi coronati d'Ulivo, e con molti strumenti musicali, e con esso andarono camminando per la Città, dispensando vaghi Componimenti, tutti allusivi alla Pace: circa mezz'ora di notte trovandosi nella Piazza rincontro il Palazzo del Commessario, dov'erano moltissime Dame, furono cantati alcuni Madrigali in Musica; e quei quattro Amorini allo splendore di molte fiaccole fecero un bizzarro balletto, e terminossi la Festa. Il dì 21 detto anche i Cavalieri di Tramontana uscirono con un ben'inteso Carro Trionfale, ove vedevasi la Vittoria mascherata, Venere, Amore, e un Coro di Musici, e di strumenti, che in diversi luoghi della Città cantarono un Componimento adeguato al soggetto, che rappresentavano; il Carro era maestrevolmente composto, e riccamente ornato; nella di lui Poppa trovavasi dipinta la Vittoria mascherata, e vestita nel modo stesso, ch'era sul Carro, col Motto Tanto più bella son, quanto non mostro. Da uno de' lati un'Alloro col Motto Impallidito mai, ed una catasta di legne con un poco di brace accesa, e un Vento, che spira, col Motto Un soffio sol m'accende. Dall'altro lato un Sole coperto da una nuvola, ma co' raggi, che la penetravano, ed il Motto Tanto risplendo; ed un campo con lacuni Ulivi da una parte, e dall'altra alcuni Uomini armati, che combattevano tra loro, col Motto Bisognerà così. Era il Carro accompagnato da molti Uomini a cavallo, tutti in abito di guerra, che dispensavano diversi Componimenti in prosa, e in versi, e da infinita quantità di Popolo.

32. Quesito XXXII De' Conviti dopo la Vittoria.


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Se è precetto militare, come registra Onosandro Platonico, che, ottenuta la Vittoria, si debbano apparecchiare solenni conviti a' Vincitori; l'esecuzione del medesimo anche nel nostro Giuoco non si tralascia, poichè non solo da' Capitani di ciascuna vincitrice Squadra si dà a' proprj Soldati una lauta mensa; ma dal Generale ancora a' Capitani, e a tutti gli altri Uffiziali della Fazione si fa un solennissimo Banchetto. Le ricreazioni de' Soldati è solito si facciano da ciascuna Squadra in giorni separati per prolungare al possibile l'allegrie, e le feste. Si portano alle emdesime colla Sopravveste del Giuoco in dosso, armati di Spada, e Pugnale, marciando alla Casa, che deve ricevergli, colla propria insegna, che vien posta ad una finestra di essa con Tamburo battente, e con Tromba sonante; ponendosi poi il segno del loro ingresso a mangiare con lo sparo di mortaletti. Per il fine predetto costumasi di fare anche il Convito degli Ufiziali in giorno, che non vi sia altro divertimento: l'apparecchio del medesimo ordinato con bizzarria, e diversità di trionfi, con ricchezza d'argenti, abbondanza di commestibili, e vaghezza di Militari trofei, che adornano il luogo, ov'esso celebrasi, può da tutti vedersi, essendo libero a ciascheduno l'ingresso. Lo sparo de'
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mortaletti significa il principio del pranzo, che viene accompagnato da grata armonia di Trombe fino al termine del medesimo, che pure fassi noto da altro simile strepito di mortaletti; chiudendosi in fine il periodo di tal festa con una pubblicazione di qualche ingegnoso Sonetto. Non essendovi il Generale, segue non ostante il suddetto Convito a spese de' Commensali, che v'intervengono. L'uso degli accennati Conviti, per quel che ricavasi da Giuseppe Ebreo, è antichissimo; leggendosi, che Moisè fece in segno di Vittoria un sontuoso Banchetto a Gesù Capitano degli Ebrei per la rotta data agli Ameliciti.

33. Quesito XXXIII Dell'Utile del nostro Giuoco.

Quanto il nostro Giuoco è conforme nell'apparecchio, nell'ordine, e nel fine alla vera Guerra, altrettanto dissimile negli effetti si rende, perchè da quella mali infiniti alle Città ne vengono; da questo, oltre il trattenimento, e 'l diletto, utile non ordinario alla nostra Città se ne produce, e con frutto dell'anima, e del corpo. Dell'anima, perchè l'applicazione di prepararsi alla Battaglia, e 'l denaro, che per ssa si spende, totalmente devia le Persone oziose da molti
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mali: col discorso del Giuoco, di cui i Pisani oltremisura si compiacciono, si toglie universalmente ne' Congressi la critica, o per meglio dire la satira dell'altrui operazioni; e per la frequenza delle radunanze s'uniscono gli animi discordi, e molte volte si dà fine a lunghe, ed ostinate inimicizie. Del corpo, perchè non v'è mestiere, che con suo guadagno non travagli; l'Armaiolo, e'l Magnano in racconciare Armature; il Legnajolo in esitar tavole, e far Targoni; il Sellajo in lavorare Spallacci, Guantoni, Falsate, e Collari; il Fondaco in vender Tele, Nastri, e Drappi; il Sarto in cucire Camiciuole, ed altri Abiti; il Pittore in dipinger dette Camiciuole, e Targoni; il Doratore in ornare d'oro, e d'argento Elmi, Animette, e Targhe; il Droghiere in vendere Oro, Argento, Tinte, e Colla; il Funajolo in dar via Spago, e Funicelle; il Chiodajo in vender chiodi; il Muratore in fabbricar Palchi per comodo degli Spettatori; il Facchino in portare, e riportare Armi, ed altri arredi; il Vetturino, e 'l Navicellajo in condurre, e ricondurre Forestieri; lo Speziale, e 'l Cerusico in medicar percosse, stincature, e qualche rottura di capo, che sempre ve n'è divizia; e più d'ogn'altro l'Oste nel far le spese a' Forestieri, che in buon numero v'intervengono di Livorno, di Lucca, e d'altri circonvicini Paesi; concorrendovi ancora indistintamente il Contado tutto, talmente che Pisa sembra una nuova Città, sì per il detto concorso di Popolo, sì per l'abbondanza de' commestibili, quanto per il denaro, che vi si spende, e che vi resta; e per l'allegria ancora, che poi s'estende a tutto il Carnovale, non mancando Maschere,
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Veglie, Gestini Accademie, ed altre recitazioni. Se agli antichi Romani fu molto a cuore di conservare i Giuochi Gladiatorj, che altro in fine non erano, che iniqui, e crudeli divertimenti, giudicandoli profittevoli alla Repubblica, perchè fomentavano il coraggio; con maggior fondamento doverebbero i miei Concittadini custodire questo loro singolar Giuoco del Ponte, e cercare co' mezzi d'una perfetta politica unione ogni di lui più regolato preseguimento; poichè oltre l'essere uno de' celebri Spettacoli del Mondo, non solo serve loro di fomite al coraggio, ma reca a' medesimi tutti li già detti riguardevoli avvantaggi, i quali dal loro senno, dalla prudenza, e condotta, in ogni tempo possono ricevere maggiore agumento, instruendogli ancora nelle marziali discipline, onde saggiamente fu detto,

Che chi 'l Ponte d'Alfea forte contende
La guerriera virtù provido apprende.

34. Quesito XXXIV Degli Autori, che hanno fatta menzione del nostro Giuoco.

Benchè nel corso dell'Opera a' suoi proprj luoghi si trovino citati quasi tutti gli Autori da me veduti, che discorrono del nostro Giuoco, non ostante ho voluto qui porre un distinto ragguaglio di essi con registrar ciò, che in lode dell'istesso
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Giuoco hanno scritto, e della nostra Città a cagione del medesimo. Il Cav. Gio. Batista Guarini in un Sonetto, che è in ordine l'ottantesimo quarto, in tal forma cantò: Guerra del Ponte a Pisa,

Qualor di guerra in simulacro armata,
Di valore indivisa, Arno divide,
E qual fu sempre, ove più Marte ancide,
Pisa al ferir' invitta, al vincer nata.
5Tal da penna famosa invidiata
Pugnar Goffredo in sul Giordan la vide:
E Schiere disarmar Perse, e Numide
Di sacre spoglie, e più di gloria ornata.
Se tal'era d'Etruria il vinto stuolo
10Al periglioso varco, allor che volse
L'intrepido Romano a lei la fronte;
La fama, che cantò d'Orazio solo
Contra Toscana, or canteria, che tolse
Un sol Toscano a tutta Roma il Ponte.

Don Tolomeo Nozzolini nel Poema della Sardegna recuperata cant. 17 stan. 63 cantò:

15 Taccia il moderno tempo, a Stocchi, e Scudi
Od a lancia, e corsier Giostre, e Tornei;
Taccia l'antica età bagordi, e ludi
Olimpi, Juvenali, Ismi, e Nemei;
Taccian d'Evandro i Lupercali ignudi,
20I Dionisi, i Piti, e gli Eraclei
Ch'al paragon del Ponte umil trastulli
Dir si potrian di Femmine, e Fanciulli.

Roberto Titi, descrivendo il nostro Giuoco sotto nome di Gephiromachia Pisana, ne' suoi versi impressi in Firenze l'anno 1571 con quelli di Pietro
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Gherardi alla pag. 159 conclude:

Hic cernas priscos Heroas, acris Achillei,
Hic est Ajacis virtus, Diomedis, Ulissei,
25Atque illic contra pugnantem praelia magnum
Hectora, et ingentem spectes Sarpedona, et usque
Si qui alti doctis celebrantur carmine Grais.

Giovanni Cervoni nella descrizione delle Pompe, e Feste fatte nella Città di Pisa per la venuta di Madama Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana, registra alla pag. 29: Prima è da sapersi, che la Battaglia del Ponte di Pisa è un Giuoco antichissimo. Agostino Paradisi nel trattato dell'onore, che è il secondo Tomo del suo Ateneo dell'Uomo nobile part. 3 cap. 14 n.24 in fine in proposito del nostro Giuoco dice Questo Giuoco memorabile per la sua antichità, industrioso per l'ingegno, che vi s'impiega, vago per la varietà de' colori, che vi campeggiano, è stato annoverato nel numero de' più celebri Spettacoli dell'Universo da penna erudita di celebre Poeta, che n'ha cantato in versi eroici latini la descrizione, aggregandolo agli altri più singolari del Mondo, presi per soggetti delle sue Poesie. L'Abbate Felice Viali nel suo ringraziamento a Pisa, azione prima pag. 4 scrive Nel partimento di se stessa ebbe il privilegio di credere uniti i suoi Abitanti, non in altro tempo discordi, che in occasione di Giuoco, ne ad altri fine armati, che per cavalleresco esercizio nell'annua famosa guerra sul Ponte, che la congiunge; ove in finta Battaglia fanno pomposa mostra d'un vero coraggio, ammaestrando non tanto la destra, che il cuore a' marziali conflitti, e abbattendo anche tra scherzi così co' lampi degli Usberghi, onde s'ornano, come co' colpi degli ordigni,
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onde s'armano, quasi tanti Ercoli con la Clava alle mani l'abominevole mostro dell'ozio, che gli spiriti generosi divora.
Alessando Adimari nel suo Pindaro tradotto in verso Toscano, nella dichiarazione dell'Ode prima dell'Istmia n. 11 pag. 501 parlando del ferir con gli scudi, così soggiunge e sin oggi i valorosi Pisani in Toscana, ritenendone forse per tradizione l'uso dell'antica Grecia lor Patria, combattono con ess il forte Giuoco del Ponte. Il Padre Gio. Battista Ferrari Gesuita nella quarta delle sue Collocuzioni alla pag. 56 descrivendo il nostro Giuoco, così ragiona: Neque hic dissimulandum silentio est, consuevisse Mediceos Principes, concorditer discordes, et inter se diversos alterutri favere Factioni, pugnae consultationibus praesidere, consilio, manuque animos, viresque suppeditare. Hoc autem feroci ludo ab antiquissimi usque temporibus prolusere Pisae suorum seriis, ac triumphalibus Civium certaminibus, quibus Terrae, Marisque domitores Sardiniae in primis, Balearium Insularum, Siciliae, Corsicaeque Regna subegerunt, et in Hierosolimorum inclita, divinaque expeditione Goffredo Bollionio auxilium voluntarium, et valentissimum attulerunt. Valerio Chimentelli in una delle sue Orazioni, che manoscritte ritrovasi nella riguardevole Libreria del Sig. Luigi Maria Ceffini, Cavaliere dell'Illustris. e Sacra Religione di S. Stefano Papa, e Martire, uno de' dodici del Consiglio di detta Religione, e Professore ordinario civile nell'Università di Pisa, parlando del nostro Giuoco così discorre Atqui bellicis consultationibus ipsi quoque Serenissimi Principes
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hinc Mathias ad Meridiem, hinc Leopoldus ad Boream interesse solent, qui statim a prandio Regiam linquentes sedem, tamquam Genii, ac Numina tutelaria, ore, auctoritate, consilio, suam quisque Partem propugnaturi conventum illum adeunt. Haud minus divisa studia Foeminarum Principum, quae sua itidem auspicia Propugnantibus commodant.

35. Quesito XXXV Descrizione della nobil comparsa di di due famose Battaglia del Ponte.

Avendo nel secondo Quesito fatta menzione della Battaglia seguita in Pisa il dì 26 Aprile 1589 per la venuta in detta Città della Serenissima Madama Cristierna dell'Oreno, Sposa del Serenissimo Ferdinando Medici III Granduca di Toscana; e di quella fatta da' medesimi Pisani in Firenze sul Ponte a S. Trinita il dì 28 Ottobre 1609 per le Nozze del Serenissimo Gran Principe Cosimo di lui Figlio con la Serenissima Maria Maddalena Arciduchessa d'Austria, ho voluto in fine di quest'opera descrivere l'invenzione, e gli abiti delle Squadre, che in dette due Battaglie intervennero, come cose assai riguardevoli, e molto difficili, per non dire impossibili a più vedersi ne' tempi avvenire a cagione delle gravi spese, che vi si ricercano. Le Squadre dunque della prima Battaglia, di cui fu Generale per la Parte di Tramontana, detta allora di Borgo, il Sig. Marchese di
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Fusdinovo, e per quella di Mezzogiorno, di Banchi in quel tempo chiamata, il Sig. Tiberio Ceuli furono le seguenti. Squadre della Parte di Tramontana. La prima squadra fatta dal Sig. di Piombino, e dal Sig. Odoardo Rossermini suo Luogotenente condotta in persona d'Alessandro il Macedone consisteva in trenta Soldati vestiti d'Ermisino zaffrone all'usanza di Macedonia, cioè con busto di corsaletto, con falde larghe increspate nell'appiccatura del busto, lunghe fino al ginocchio, mezze maniche fino al gomito, che in braccio facevano gran gonfio. Il vestito era tutto guarnito di larghe trine d'argento al numero d'otto strisce per il dritto, e una intorno alle falde, alle maniche, e da collo. In gamba avevano calzette di colore con istivaletti d'argento affibbiati con nastri incarnati; in braccio Guantoni di cuojo inargentato; in capo Morione inargentato con isvolazzo di tremolante, e sopra un Mappamondo con una palma dritta nel mezzo, e in una cartella, che cingeva la palma, elggevasi corsi, e vinsi. Alla mostra portarono picche molto belle, e accanto scimitarre con fornimenti d'argento, dispensando un cartello, in cui dicevano, volem mantenere, che fuori d'Alessandro Magno non era altri degno di servire alla Serenissima Granduchessa. Nella Battaglia si servirono di Targoni inargentati coll'impresa, e motto sopra descritto, che pure trovavasi nella di loro Insegna, la qual'era di taffettà incarnato, e bianco, divisata a onde, con fiamme d'oro nell'onde bianche, e fiamme d'argento nell'incarnato.
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La seconda Squadra fatta dal Sig. Don Pietro Medici, e condotta dal Sergente Cupido in Persona del Balsà di Soria, era di trentaquattro Soldati vestiti alla Turchesca di drappo scarnatino vagamente abbigliato, e guernito, con berrettini del medesimo colore in capo, avvolti con lunghi veli d'oro, e d'argento in forma di turbanti, con targhe alla Turchesca in mano, e scimitarre al fianco, che servirono alla mostra, armandosi poi alla Battaglia di Morione, e Targone di colore parimente scarnatino, siccome era la loro Insegna, senza veruna impresa dentro la medesima, pubblicando con un Cartello di mantenere, che ogni sorta d'oltraggio fatto dalle Dame agli amanti fa crescer l'amore, ma sol quello, ch'è accompagnato con qualche gentilezza. La terza Squadra fatta, e guidata dal Sig. Jacopo Galletti in persona di Federigo Sueco, era composta di ventiquattro Soldati in abito alla Tedesca di drappo bianco, e turchino, con quella divisa di colori ne' collari, giubboni, calze, e berrette, che detta nazione usa in queste bande; Le berrette così divisate avevano cordoni turchini con nastri di seta bianca avvolti, ornate di medaglie, e di belle penne di più colori: alla mostra avevano alabarde in ispalla con ferri inargentati, e l'aste de' colori predetti, siccome erano i Morioni, e i Targoni; in piedi avevano scarpette bianche: L'insegna era in tre parti divisa per il lungo, le due parti da banda bianche, e la di mezzo turchina, dentro di cui vedevasi tra fiamme di fuoco un'Aquila nera col motto verus amor, proponendo con un Cartelllo di mantenere non esser cosa da Cavaliere l'ingannare con finzioni le Dame,
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ma con tutta fedeltà doverle defendere da chi ardisse far loro oltraggio.
La quarta Squadra fatta dal Sig. Orazio Lanfranchi, e guidata dal Sig. Fabio degli Agostini in persona di Cajo Aquilio Palladio Cavalier Romano, era di ventiquattro Soldati abbigliati con una sopravveste militare all'antica Romana di Raso bianco, e rosso a' quartieri, divisati i busti dalle falde, frappato in cintura, e da piedi; i busti erano a corsaletto, e le falde a guisa di faldiglia, appiccate senza crespe al busto; in piedi Stivaletti d'argento fino a mezza gamba, divisati a quartieri, e legati con varj nastri di seta; in capo il Morione, pure divisato a quartieri de' medesimi colori, e sopra di esso per cimiero un'Aquila d'argento in atto di levarsi a volo, con una palla simile in una zampa. L'Insegna di Taffettà bianco, e rosso divisa a quartieri, dentro di cui era una palla azzurra con tre gigli d'oro, e sopra di essa una Corona Reale, e sotto tre Aquilotti bianchi, che rimiravano alcuni raggi Solari, che uscivano da detta palla, col motto in Franzese Alla pravve; I Targoni erano divisati anch'essi a quartieri bianchi, e rossi coll'istessa Impresa, e Motto, dichiarandosi con un Cartello Di mantenere, che l'Amore nato di Venere è giusto, e buono, e degno di esser seguito da ogni onorato Cavaliere, perchè per mezzo di quello l'Uomo viene ad essere spronato ad operare generosamente: e perchè questa Squadra fingevasi sotto la protezione di Venere, avanti la medesima procedeva un ben ornato Carro da quattro ruote in forma di Conchiglia, il quale veniva adombrato da una bianca nuvola, leggiadramente formata di cotone, e sopra
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di esso Venere, che aveva in mano il Pomo d'oro, col suo detto Detur pulchriori, e a lei davanti Cupido, benissimo ornato di veli, che mostrava il nudo, e detto Carro era tirato da due candidissime Colombe, che erano due Cavalli figurati sotto quella forma. La quinta Squadra fatta dal Sig. Cavaliere Adriano Urbani, e guidata dal Sig. Celso degli Agostini in persona d'Urganda Maga, era di ventiquattro Soldati vestiti con Sopravveste da Soldato all'antica di Drappo Turchino accollata, coperta tutta d'una rete inargentata, per la quale erano scompartiti molti fiorami d'argento: in capo avevano Morioni turchini, con veste ,e buffe inargentate; in gamba calzaretti d'argento; in braccio Targoni di color turchino, coll'Impresa d'un ramo di Trifoglio, nascente nell'arena del Mare, fiorito di fiori bianchi, rovolto ad un Sole, col motto Tuo mutor aspectu. L'Insegna era di Taffettà turchino, traversata da una sbarra bianca dalla punta dell'asta alla coda dinanzi dell'Insegna, col Motto, e coll'Impresa già detta. La Maga era in abito di Drappo nero, tutto coperto di segni celesti, e di Figure triangolari, quadrangolari, ed altre simil d'argento, con capelli neri, scapigliata, con veste scollata, ed increspata fino a' piedi all'usanza antica, con collare giallo di velo fino di seta, e bacchetta in mano inargentata facendo manifesto con una lettera: D'aver condotto alla Battaglia del Ponte con Amadis di Gaula altri Cavalieri, acciò col loro valore onorassero nel gran Torneo la gran Signora di Toscana. Questa Squadra, facendo di se Mostra particolare, fu condotta giù per Arno da
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questa Maga in un gran Serpente alato di lunghezza di braccia trenta, accomodato sopra una Barca, che calando per il Fiume pareva Serpente naturale, e gettava fuoco lavorato per bocca: giunto avanti il Palazzo di S. A. restò il Serpente artifiziosamente adombrato da una nuvola, e aprendosi nelle reni, i Combattenti insieme con la Maga saltarono fuori armati,e coll'Insegna inalberata salirono sopra la strada in ordinanza. La sesta Squadra era di ventidue Soldati, sotto nome di Venturieri sconosciuti, vestiti di Drappo bigio vergato di bianco, con Morioni, e Targoni del medesimo colore, e coll'Insegna di Taffettà fatta a striscie di bigio, e bianco, entrovi una Lanterna cieca col lume dentro, e col motto Latent meliora: ma fu creduto, che seguisse a spese del Generale della Parte. La settima Squadra, guidata da Cammillo Scarlatti in figura di Pelope Re d'Arcadia, aveva numero venti Soldati vestiti di Drappo rosso, e sopra il vestito avevano certe pelli, che lor coprivano il petto, e le spalle, all'uso degli antichi Pastori d'Arcadia; nella pelle davanti avevano una Cartella col Motto Hinc genus, et Patria; in capo portarono alla Mostra Berrettini rossi, con diversi ornamenti, e vaghi capricci pastorali; i Targoni, ed i Morioni, che servirono alla Battaglia, erano rossi, col Motto già detto, il qual'era ancora nell'Insegna di Drappo rosso. L'ottava Squadra fatta, e condotta dal Sig. Pietro della Seta, sotto nome di Attilio Regolo
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Cavaliere Romano, comparve di numero ventisei Soldati armati di veste Militare alla Romana, corta fino a mezza coscia, e di mezze maniche fino a mezzo il braccio, con sottomaniche; il busto era di color turchino, e le falde rosse tutte listate, punteggiate, e rabescate d'argento; le falde erano increspate nell'appiccatura del busto; il busto era frappato sulla cintura, e le falde da' piedi; nel petto, e nelle reni aveano due maschere d'oro; in capo alla Mostra Celate di carton pesto inargentate, e rabescate d'oro; al fianco scimitarre simili; in piedi borsacchini all'antica di cuojo d'oro, travisati di color rosso. La loro Insegna era di Taffettà turchino, e rosso, divisata da cima a fondo de' medesimi colori, entrovi un'Aquila bianca, che posava la zampa destra sopra una palla turchina, e la sinistra sopra un giglio bianco, col Motto Evexit ad Aethera virtus. Alla Battaglia portarono i Morioni dipinti dinanzi di bianco, e di dietro di rosso, siccome i Targoni col Motto predetto: avanti questa Squadra andava a piedi la Fama vestita di Drappo nel solito suo abito, con l'ali piene d'occhi, d'orecchie, e di lingue, variata di colori, e con Tromba alla bocca, dopo lei veniva Marte a cavallo, armato egli, e'l cavallo in quella foggia, che di esso Marte si legge; e dispensarono un Cartello, in cui fingevasi, che la Principessa d'Uobatina scrivesse alla Serenissima Gran-Duchessa, narrandole La rapina fatta di suo Marito da una Maga del Lago, e la speranza, che aveva, mediante il responso dell'Oracolo, di riavere il suo Sposo per mezzo del valore del suddetto Attilio Regolo. La nona, ed ultima Squadra della Fazione di
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Tramontana. fatta dal Sig. Francesco Gatani, e condotta dal Sig. Lodovico Chiostra, era di ventiquattro Soldati, coperti d'una veste di Drappo nero fino a' piedi, con Morioni, e Targoni di simil colore, entro de' quali, e nelle vesti vedevansi, come altresì nell'Insegna di Drappo parimente nero due rami di Cipresso pendenti uno dalla destra, e l'altro dalla sinistra, levati in traverso con fascia, nel mezzo de' quali veniva annodata dritta un'Accetta o Scure, col Motto nella fascia a lettere rosse Irreparabile. Squadre della Parte di Mezzogiorno. La prima squadra fatta dal Generale di detta Fazione, e guidata dal Sig. Cesare Grazia, sotto nome d'Alindo dell'Isola di Taprobana, era composta di ventiquattro Soldati, abbigliati con veste Militare a uso di camiciuola lunga fino a mezza gamba di broccatello dorè, bianco, e azzurro, com maniche fino al gomito, e sotto maniche d'altro colore, con begli Stivaletti in piede, con Morioni azzurri rabescati di giallo, e Targoni simili: questa Squadra marciava con due Insegne, che una di Taffettà giallo, e turchino fatta a bande larghe circa mezzo braccio, entro di cui appariva un Pezzo d'Artiglieria sulla carretta, al quale dato fuoco la palla andava a ferire in un trofeo di molte sorte d'armi, col Motto: Virtute ardente; e la'ltra di Taffettà verde, e dorè a quartieri, e dispensarono un Cartello, in cui si conteneva Voler provare, che le Donne di Roma, e di Genova fossero le più belle del Mondo. La seconda Squadra fatta parimente dal Generale predetto, e guidata dal Capitano Girolamo Bertucci comparve numerosa di venti Soldati, chiamati ausiliarj, che militavano sotto le due predetto Bandiere, ed erano vestiti di Drappo giallo con Elmi, e Targoni di simil colore. La terza squadra fatta, e condotta dal Sig. Curzio Lanfranchi, in persona di Talestri Amazzone, era composta di trenta Soldati vestiti all'uso dell'Amazzoni, cioè con Sopravvesti militari fino a mezza gamba, frappate in cintura, e da piedi. Il busto era di color turchino, le falde gialle, e le maniche d'incarnato, per tutto rabescate d'argento a fiorami, e viticci; in capo Capelliere parte sciolte, e parte annodate con veletti d'oro, e d'argento, nastri di diversi colori, e svolazzi pendenti alle spalle, e sopra Elmi di carton pesto inargentati, e rabescati d'azzurro con pennacchiere di varie penne, di veli d'oro, e d'argento, con nodi, e fiocchi vaghi, abbellite da fila di tremolante, al fianco Scimitarre alla Greca, pendenti da cinture di cuojo d'argento rabescato; in piedi Stivaletti d'argento rabescati di rosso, aperti davanti, e legati con nastri di seta di più colori; in braccio Targhe lunate di color pavonazzo, entrovi un Levriere in atto d'andar volontario alla lassa, che pendeva da una mano posta in alto col Motto Per ubbidire a chi d'imperio è degno. L'insegna loro era di Taffettà giallo colla predetta Impresa, e Motto, il qual'era ancora ne' Targoni, che si servirono in Battaglia, pubblicando con un Cartello Di voler mantenere, che le leggi del Mondo hanno fatto gran torto alle Donne nel distinguere gli esercizi virili da' feminili: essendo la Donna per se stessa atta ad esercitare tutte le cose, che possono esercitare gli Uomini.
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La quarta Squadra fatta da alcuni Gentiluomini Fiorentini, e guidata dal Sig. Andrea Velluti, era di trenta Soldati vesti con veste lunga fino al collo del piede di Drappo verde, con mezze maniche sopra il gomito, con guarnizioni d'argento, che rappresentavano il ghiaccio, e la neve, e con sottomaniche di Drappo scarnatino, che figuravano il nudo; in piede Stivaletti d'argento; in capo per la Mostra Celate inargentate, lavorate con diversi colori, e per la Battaglia Morioni de' colori medesimi; in braccio Targoni verdi pendenti al giallo con Imprese rappresentanti quasi tutte le Cacce, e Uccellagioni del Verno. La loro Insegna era di Verde, entrovi un Troncone d'albero mezzo secco, quasi tutto coperto, e macchiato d'argento, che ne rassembrava la neve, col Motto, Et cum hyeme legio, scritto in una Cartella, che fasciava il Tronco. Dietro a detta Squadra veniva un'alto, e spazioso Monte figurato per l'Appenino, il quale dalla metà verso la cima appariva ripieno di neve: nella sua cima in certo cavo era situato un Vecchione così ben vestito di tela incarnata, che pareva veramente nudo, con chioma, e barba bianca lunga, spruzzato alquanto di neve, con certi ghiacciuoli alla barba, e a' capelli, in atti di morirsi di freddo: alle falde del Monte si vedevano alberi, cespugli, spine, ed altre piante di quelle si tengono verdi nel Verno, tutte asperse di bianco per rappresentarle nevose: alle radici del Monte erano finte alcune Spelonche, dentro, e fuori delle quali si vedano Pastori, che pascevano i loro Armenti, ed alcune spezie d'Animali, che l'Appenino produce. Il Monte era portato, nè si vedeva da chi:
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appariva tirato da due Gufi, i quali tiravano con certe corde, che appena si scorgevano. Appresso il detto Monte veniva la primavera sopra un bel Carro tutto coperto di frondi, e fiori di varie sorte, e colori, tirato da due leggiadri Cavalli, coperti di Drappo pavonazzo, a cui d'intorno, e di sopra erano scompartite molte maschere d'oro, e d'argento, con veli sottilissimi d'oro, e d'argento, e di varj colori, fiocchi a gruppi, a svolazzi. La Primavera era in abito d'una Giovane molto leggiadra, ornata di verde, rabescata di frondi, di fiori, e di mascherette d'oro, e d'argento, e di colori diversi: nella sinistra si aveva un gruppo di molti fiori; a' suoi piedi era quello, che guidava il Carro, vestito di Drappo verdegiallo, con Montiera in testa d'argento rabescata di più colori. Fuori vicini al Carro andavano due Giovani vestiti di Drappo bianco con Montiera in capo di colore incarnato, adornati di belli svolazzi, e di varj pennoni, portando in mano una Canestra inargentata assai grande per ciascuno piena di fiori, i quali porgevano alla pirmavera, che gli andava spargendo all'ultimo Verso del sottoscritto Madrigale, il quale fu cantato in musica a cinque voci con Liuto, e Spinetta. I Musici erano vestiti di Drappi diversamente colorati con Montiere in capo verdi, e d'argento, con fronde, e fiori intorno.

Di frondi, e fiori adorna,
Donne, la vaga Primavera il fero
Verno scaccia, e ritorna
Per rinovar d'Amore il bel pensiero.
5Già le nevi all'altero

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Padre Appennin disgombra, e come suole
Sparge nel vostro sen rose, e viole.

La quinta Squadra fatta, e condotta dal Sig. Francesco da Scorno sotto nome di Sicano, era di ventiquattro Guerrieri Siciliani suoi compagni descendenti di Briareo, vestiti d'un abito di drappo bianco col busto a uso di corsaletto con le falde fino sotto al ginocchio ornato per tutto di fiamme di fuoco, e nel petto di ciascuno, racchiusa da un festoncino in figura circolare, vedevasi una mano con una facella ardente composta di molte verghe, o bacchette col motto jactata crescit, la qual'impresa era ancora nella loro Bandiera di taffettà bianco con fiamme di fuoco, e ne' Targoni, che erano inargentati, come ancora ne' Morioni. Alla veste avevano mezze maniche frappate, e sotto quelle per tutto il braccio maniche di drappo scarnatino, che rassembrava il nudo, in gamba stivaletti d'argento aperti d'avanti, e legati con nastri bianchi, e scarnatini, proponendo con un Cartello di mantenere, che le Donne della parte Australe della Città di Pisa fossero più belle di quelle della parte Settentrionale. La sesta Squadra fatta dal Pittore Achille fu di soli ventiquattro Soldati nominati Venturieri Genovesi, vestiti con Camiciuole di Drappo di colore azzurro rabescate di bianco con calzette di piu colori, e scarpette simili: alla mostra portarono in capo cappelletti di color turchino, abbigliati con varj capricci, e in mano mazze ferrate, nel petto, ne' Morioni, e ne' Targoni avevano uno specchio commesso, e circondato d'oro. La loro Insegna era di taffetà turchino entrovi l'arme Ducale impressa nel corpo
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del Sole, che da tutte le bande la cingeva di raggi, con un'Aquila sotto, che rigurdava quel Sole col motto nec minus milites. La settima squadra, fatta, e guidata dal Sig. Flaminio da Scorno, e dal Sig. Orazio Punta era di trenta Soldati cognominati i Ragazzi di Banco, abbigliati con una veste militare alla Romana di drappo scarnatino tutto ripieno di gigli d'argento, fatta nel busto a corsaletto, con falde a uso di faldiglia fino sotto il ginocchio, le maniche di drappo verde; in capo alle mostre berrettini di drappo pavonazzo, guarniti di cordoni rossi; in gamba calzette di color turchino; in piedi scarpe bianche con nastri scarnatini; i Targoni di colore scarnatino ripieni di gigli d'argento nel mezzo de' quali era scritto Aut hunc, aut super hunc. L'insegna era di taffettà di color simile piena de' medesimi gigli con un'impresa, che era un termine, il quale dal mezzo in su produceva un Ragazzo dal corpo al capo, il quale teneva aperte le braccia, e le mani alte; e nella destra aveva una palla azzurra con tre gigli d'oro, e nella sinistra un giglio bianco col motto Utcumque: il medesimo termine, e motto era nel petto, e nelle Reni delle veste di ciascun Soldato. L'ottava, ed ultima Squadra della Parte di Mezzogiorno fatta, e guidata dal Sig. Adriano Ceuli, sotto nome del Cavaliere Vranio d'Arabia, era di venti Soldati, vestiti con Camiciuole di drappo ceruleo, e lunghe fino a mezza gamba, con mezze maniche fino a mezzo il braccio, e sotto maniche di drappo giallo, tutto sparso di stele d'oro di più grandezze: le falde, e le mezze maniche erano tagliate a
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drappelloni larghi quattro dita, e certe catenelle d'oro legavano, e incatenavano nel fin del taglio l'uno all'altro drappellone. I Morioni erano del color medesimo ripieni di stelle, come ancora i Targoni, dentro de' quali, e nella bandiera di taffettà ceruleo v'era l'impresa d'uno di quegli Sparvieri detti Accipitri, volante, e zoppo da un piede, ritratto al naturale, col motto Pede coniugium, pede bellum, dispensando un Cartello, in cui diceva, voler mantenere, che la sua Donna avanzava di grazia, e di bellezza tutte l'altre Donne del Mondo. Dagli Abiti de' Soldati privati potrà la prudenza di chi legge argomentare di che ricchezza, e galanteria esser dovessero quelli degli Alfieri, de' Capitani, de' Tenenti, de' Supremi Uffiziali, e di tutta l'accompagnatura de' Paggi, Staffieri, Trombetti, Tamburini, e simili; e chi ne desiderasse un'esatta contezza, siccome dell'esplicazione dell'imprese, e de' motti sopra mentovati nella descrizione fattane da Messer Gio. Cervoni sovente nell'opera citato potrà pienamente appagarsi, leggendo dalla pagina 67 alla pag. 136. Le Squadre della seconda Battaglia, di cui fu Generale per la parte di Mezzogiorno il Sig. Don Ferdinando Orsino, e quella di Tramontana il Sig. Don Antonio Medici, furono delle seguenti invenzioni. Squadre della parte di Mezzogiorno. La prima Squadra, guidata dal Sig. Orazio Moriani, era composta di trenta Soldati in abito all'Indiana, così attillatamente vestiti, che dal mezzo in su, e dalla metà della coscia a' piedi apparivano
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nudi; un girello di piume di più colori coprivagli dalla cintura a mezza coscia; sotto il ginocchio, e sopra il gomito avevano piccole piume, che circondavano loro la gamba, e 'l braccio. Dalla spalla sinistra traversando il petto, cadeva loro sopra il fianco destro una banda; o tracolla. In piedi scarpette all'Indiana alla mostra, in capo piccola berretta con altre penne introno, nella mano sinistra il Targone, che in tutti faceva figura di scudo, e nella destra un dardo d'altezza quanto l'Uomo. La seconda Squadra, guidata dal Sig. Vincenzo Aquilani, era di trenta Soldati Tedeschi, con veste ad uso di Camiciuola fino al ginocchio, con mezze maniche tagliate, e sotto maniche intere: sopra detta veste corsaletto di ferro, in gamba Stivaletti, in capo alla mostra Elmo con piume, nella mano sinistra il Targone, e nella destra la picca. La terza Squadra, guidata dal Sig. Gasparo del Torto, era di trenta Soldati vestiti all'uso de' Contadini Tedeschi con calzoni molto larghi, legati sopra 'l ginocchio, increspati di sopra, e di sotto, che stavano assai gonfi, giubbone attillato fino a mezza coscia bene stretto in cintura con mezze maniche larghe, e increspate dalla spalla, e dal gomito, che in braccio facevano gran gonfio, con sotto maniche fino al polso; in gamba calzette legate sotto il ginocchio con galani di nastro; in capo alla mostra bizzarra berretta; nella mano sinistra lo scudo, e nella destra un corto bastone. La quarta Squadra, guidata dal Sig. Raffaello Roscellajo, era di trenta Soldati, armati di veste militare alla Romana fina a mezza coscia con mezze
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maniche tagliate a falde, e sottomaniche fino al gomito: il busto era fatto a corsaletto, e da esso scendevano intorno falde un poco più corte della suddetta veste; in piedi stivaletti; da mezza coscia alla metà della gamba appariva il nudo; in capo alla mostra Elmo con piume al fianco pendente da una tracolla la Scimitarra, nella mano destra una Sargentina, e nella sinistra lo Scudo. La quinta Squadra, guidata dal Sig. Filippo Baldovino, era di trenta Soldati sotto nome di Vecchj coperti d'una larga veste, lunga quasi sino a piedi legata in cintura, con mezze maniche larghe, increspate dalla spalla, alla metà del braccio, con gran collare all'antica al collo: alla mostra comparvero con lunga barba al mento, berretta con piume in capo, Spada al fianco, e scudo in mano. La sesta Squadra, guidata dal Sig. Marc'Antonio Relingiero, era di trenta Soldati nominati parimente Vecchj, abbigliati con una larga veste fino a mezza gamba, con mezze maniche a falde, e sotto maniche, fatta nel busto detta veste a guisa di corsaletto: in piede avevano stivaletti, in capo alla mostra Elmo con alto, e vago cimiero, al mento lunga barba, nella mano sinistra la picca, e nella destra il Targone. La settima Squadra, guidata dal Sig. Odoardo Diesso, era di trenta Soldati, anch'essi col nome di Vecchj chiamati, in abito poco dissimile dagli antecedenti, giungendo loro la veste appunto al ginocchio, con alcune falde, che staccavansi dal corsaletto, un poco più corte della veste. In capo alla mostra portarono Elmo con piume, al mento barba mediocre, Sargentina, e Scudo nelle mani.
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L'ottava Squadra, guidata dal Sig. Michele Barchi, era di trenta Soldati in abito alla Turchesca con veste lunga fino a mezza gamba, Turbante in capo con mezza Luna in cima, Sciabla al fianco, e Scudo nelle mani. La nona Squadra, guidata dal Sig. Alessandro Lippi in persona di Nettuno, era di trenta Soldati, in forma di Dei Marini, coperti dal collo a' piedi d'una veste fatta a squame di Pesce, circondata la cintura, le braccia, ed il collo da larghe foglie d'erbe marine, con maschera al viso al naturale di detti Dei, con un grand'osso di Pesce nella destra, e lo Scudo nella sinistra, dispensando un Cartello, in cui esso Nettuno diceva d'esser comparso alla Battaglia per acquistare gloria, ed onore, e per vedere, e ammirare le grandezze del gran Fernando. La decima, ed ultima Squadra della Parte di Mezzogiorno, guidata dal Sig. Marc'Antonio Quarantotti, era di trenta Soldati nominati Affricani, adorni in modo, che sembravano veri Leoni; ed alla mostra avevano nella destra una Clava, o mazza ferrata, e nella sinistra una Palla, affermando con un Cartello di voler mantenere, che le Dame della Parte dell'Austro erano di bellezza maggiore, e di valore almeno eguale a quelle, che abitavano da Tramontana. Squadre della Parte di Tramontana. La prima Squadra, guidata dal Sig. Cav. Lanfreducci, era di trenta Soldati, nominati Nobili di Francia, vestiti con giubbone molto alla vita, calzoni fino a mezza coscia, increspati in cima alla cintura, e in fondo alla coscia, che facevano assai gonfio; sotto di essi altri calzonetti fino al ginocchio, che
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con vaghe legature fermavano le calzette; in capo alla mostra portarono Berrette con piume, e svolazzi cadenti alle spalle, e spada a canto pendente da una tracolla. La seconda Squadra, guidata dal Sig. Pietro Rossermini, era di trenta Soldati sotto il nome di Guerrieri sconosciuti, in abito alla Persiana, con Sottoveste fino al ginocchio, e Sopravveste un poco più corta, affibbiata davanti fino alla cintura con mezze maniche fino al gomito: alla Mostra comparvero con una Berretta in capo alla Scocca, ma dritta, con bizzarra nappa alla cima, e due svolazzi cadenti alle spalle, che si partivano dalla Mostra di detta Berretta; Scimitarra al fianco, e Targa nella destra, pubblicando con un Cartello Di voler defendere, che l'onore, e la gloria nell'azioni umane proposte come oggetto non debbono mai stimarsi onesti, se però bramati non sono, perchè l'Uomo così onorato, e glorioso possa dipoi con più segnalato rilievo giovare altrui. La terza Squadra, guidata dal Sig. Muzio Lanfranchi, era di trenta Soldati, sotto nome di Antichi, abbigliati d'abito simile a quelli, che sopra si descrissero nella settima Squadra del Mezzogiorno, ma in mano non portarono che il Targone. La quarta Squadra, guidata dal Sig. Lattanzio Poggio, era di trenta Soldati, detti Ciclopi, quali erano figurati tuti nudi, nè altro avevano in dosso che un Drappo, che dalla spalla sinistra discendeva loro davanti, e di dietro fino a mezze cosce; in testa alle Mostre avevano alcune piccole Berrette, e sulla spalla destra portavano un'Asta, in cima di cui era finto un ferretto fatto da una parte a guisa di
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martello, e dall'altra a punta un poco ritorta, dichiarandosi con un Cartello Di mantenere, che Amore non è aspra, e fiera, ma dolce, e graziosa voglia, che i più feroci e i più selvaggi affrena. La quinta Squadra, guidata dal Sig. Adriano Campana, era di trenta Soldati Mori, con veste fino al ginocchio, con mezze maniche, affibbiata fino alla cintura, con Ciarpa sopra, e Stivaletti a mezza gamba, apparendo il rimanente, come le braccia, nudo; in testa alle Mostre avevano piccole Berrette con basse piume; nella destra una Lancia, e nella sinistra lo Scudo. La sesta Squadra, guidata dal Sig. Anibale d'Abramo, era di trenta Soldati vestiti alla Greca, d'abito simile a quello si disse sopra de' Persiani, eccetto la Berretta, che era bassa con un gran gruppo di penne da una parte, e ornata di veli ad uso di piccolo Turbante cadenti con isvolazzo dietro le spalle. La settima Squadra guidata dal Sig. Cavaliere Ferdinando Rossermini, era di trenta Soldati, chiamati Tedeschi, precisamente vestiti di quell'abito, che vedonsi di presente quei della Guardia a piede de' nostri Serenissimi Padroni, con di più un gran collare rotondo al collo, e in testa alla Mostra una larga Berretta ornata di poche piume da una parte, Spada al fianco, e Alabarda in ispalla. L'ottava Squadra, guidata dal Sig. Alessandro Pescaglia, era di trenta Soldati, sotto il nome di Cavalieri d'Augusta, ed erano vestiti nella forma medesima di quei descritti nella settima Squadra del Mezzogiorno, proponendo con un Cartello Di mantenere, che il vero Amore più delle faticose, che nelle facili Imprese chiaro si scorge.
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La nona Squadra, guidata dal Sig. Cavaliere Leonardo Pone, era di trenta Soldati, sotto nome di Veterani, vestiti all'Unghera con una Sottoveste fino al ginocchio, abbottonata davanti, e una Sopravveste larga, fatta a guisa di Gabbano con sue maniche fino al gomito, lunga quasi a mezza gamba: alla Mostra portarono in capo Berretta all'Unghera con arme in ispalla simile ad un'Alabarda, affermando con un Cartello Di voler dimostrare, che a valoroso Capitano convenga il vincere non meno per opera del consiglio, che il superare per virtù dell'armi; e che la temerità ne' Giovani non ha tosto versato l'impeto, che è forza, che languisca. La decima, ed ultima Squadra della Parte di Tramontana, guidata dal Sig. Cavaliere Brunozzi, era di trenta Soldati, nominati Schiavi, di vestitura poco differente dalla Squadra de' Turchi del Sig. Michel Bianchi; e comparvero alla Mostra con Turbante in testa, Sciabla al fianco, e Scudo nelle mani. L'onore delle sopradescritte Notizie si deve alla diligenza di Matteo Greutter d'Argentina, che con somma accuratezza delineò, ed incise la Mostra dell'accennata Battaglia in un disegno di lunghezza tre quarti di braccio Fiorentino, e di larghezza due, il quale, col mezzo delle stampe, ebbe luogo di spargersi per il Mondo, ed io ne ho vedute in Pisa tre copie; una appresso il Sig. Bruno Scorzi; una in Casa del Sig. Jacinto Viviani; e l'altra nelle mani del Rev. Sig. Giovanni Giusti, leggendosi in detto disegno la seguente Iscrizione:
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Il Nobile, e Antico Gioco del Combattimento del Ponte, solito farsi in Pisa, e per le Nozze de' Serenissimi Sposi Cosimo de' Medici Prencipe di Toscana, e Maria Maddalena Arciduchessa d'Austria fatto sul Ponte a Santa Trinita in Firenze alli 28 Ottobre 1608, Squadre venti di Persone trenta per Squadra venuti di Pisa per Combattere. Di che qualità di Drappi, differenza di colori, e ricchezza d'abbigliamento fossero poi le Squadre predette, siccome le loro Insegne, Imprese, Motti, e Cartelli, a riserva de' sei sopraddetti favoritimi dal Sig. Marc'Antonio Orlandi, a me non è sortito con tutte le diligenze praticate, e fatte praticare rinvenirne memoria alcuna: bisogna però, che veramente fossero con molto sfarzo, e senza risparmio, mentre la spesa della Squadra degli Ungheri, condotta dal Sig. Cavaliere Pone, ascese alla somma di Scudi seicento settanta, e quella della Squadra degli Schiavi, guidata dal Sig. Cavaliere Brunozzi, importò Scudi seicento settantotto, lire sei, soldi dieci, e denari quattro, come apparisce a' libri dell'Illustris., e Sacra Religione di S. Stefano, da cui dette due Squadre furono a proprie spese ordinate. Convien dunque credere, che anche la spesa dell'altre non fosse dissimile dalle dette due,
[p. 181]
essendo ragionevole, che, siccome erano tutte eguali di numero di combattenti, e ad un'istesso fine ordinate, così ancora fossero di decoro, e di comparsa. IL FINE
[p. 182]



(revised 28/02/2000) Borghi, Camillo Ranier.
Elena Pierazzo

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