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Neri, Pompeo

Relazione della visita fatta all'ufizio de fossi di Pisa l'anno 1740


Indice




RELAZIONE Della visita fatta all'Ufizio de Fossi di Pisa l'anno 1740
, e diretta a Sua Altezza Reale il Serenissimo Gran Duca di Toscana nostro clementissimo signore dall'auditor Pompeo Neri segretario del suo consiglio di Reggenza, e uno dei deputati della predetta visita sotto di 9 ottobre 1743 e approvata dalla Reale Altezza Sua dopo la di lei esaltazione al trono imperiale per suo benigno dispaccio segnato in Vienna sotto di 26 ottobre 1746 e pubblicata per susseguente rescritto del consiglio di reggenza del di 12 aprile 1747




Relazione della Visita fatta all'Ufizio de' Fossi di Pisa l'anno 1740
Divisa in tre Parti Nella prima Parte si descrive il sistema con cui era regolato l'Ufizio al tempo di detta Visita Nella seconda si descrive lo stato della Campagna pisana al tempo di detta Visita, e si propongono i regolamenti per bonificarla, e mantenerla sempre in buon grado Nella terza si descrive lo stato dell'azzienda dell'Ufizio al tempo di detta Visita, e si propongono i regolamenti per ristaurarla, e mantenerla in forze proporzionate al bisogno della Campagna

1. Parte prima Relazione della Visita fatta all'Ufizio de' Fossi di Pisa l'anno 1740 Parte Prima Nella quale si descrive il sistema con cui era regolato l'Ufizio al tempo di detta Visita

1.1. Indice Tavola de' Capitoli della Parte Prima


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  • Capitolo 1
    che serve d'Introduzione
  • Capitolo 2
    Descrizione del Territorio Pisano
  • Capitolo 3
    Del Magistrato de Fossi e sua Giurisdizione e soprintendenza
  • Capitolo 4
    Dell'Entrate assegnate all'Ufizio de Fossi
  • Capitolo 5
    Delle spese cbe debbono farsi a carico dell'Ufizio de' Fossi
  • Capitolo 6
    Delle spese a cui l'Ufizio de' Fossi soprintende rimborsandosi sopra le Imposizioni
  • Capitolo 7
    Del concorso degli ecclesiastici alle Imposizioni dell'Ufizio de' Fossi

1.2. Capitolo primo Che serve d'introduzione

Fino dall'anno 1739
diversi lamenti, che pervennero dalla provincia pisana sopra lo stato infelice di quelle campagne indussero il Consiglio di Reggenza a prendere qualche informazione dei danni, che il ritardato scolo delle acque cagionava a quelle fertili pianure, e della condotta, e amministrazione di quell'Ufizio de Fossi. L'Ufizio de' Fossi di Pisa è un magistrato stabilitovi espressamente per aver cura dei fiumi, fossi, scoli, strade, e aquedotti di tutto quel territorio, ai quali in parte provvede con entrate proprie, in parte con entrate avventizie ricavate dall'imposizioni, che con certe regole egli distribuisce sopra i privati. I lamenti che per più parti risvegliarono l'attenzione del suddetto Consiglio consistevano in rappresentare il cattivo stato del paese rispetto agl'argini de fiumi principali, che si dicevano in grado pericoloso rispetto ai fossi che per la più parte erano ripieni, e agli stagnamenti d'acque, che per detta causa, e per altre in diverse parti seguivano con danno della semente, e della salubrità dell'aria; e in esagerare che non ostante venivano aggravati più del consueto delle imposizioni di detto Ufizio, il quale non pareva, che con la percezione delle medesime supplisse, come sarebbe stato conveniente a tutti i bisogni della campagna, incolpando in ciò la scarsezza dell'entrate, e più la cattiva economia dell'Ufizio medesimo, colla quale venivano in pochi lavori troppo dispendiosi a
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consumarsi le forze della cassa in danno del rimanente. E tutto questo si aggiungeva una quantità di clamori esorbitante, e benchè fra loro diversi e bene spesso contraddittorj sopra l'utilità, ò necessità de lavori, che l'Ufizio andava facendo, parendo a molti che ò si lavorasse contro i principj della scienza idraulica, ò che si negligessero gli affari più importanti per attendere a quelli di maggior premura. Per venire in cognizione di queste querele domandò il Consiglio diverse informazioni si pubbliche, che private, si ai ministri dell'Ufizio, che a persone in quello non interessate; ma siccome queste non soddisfecero pienamente, e portava il caso che la poca concordia, che era tra i ministri dell'Ufizio suddetto rendeva la materia più oscura, e le relazioni che pervenivano più sospette, il Consiglio dopo un maturo esame venne nel sentimento, che per essere appieno informato de' bisogni presenti, e per riordinare con un sistema durevole l'amministrazione di detto Ufizio in benefizio del popolo, e del territorio pisano, fusse necessario far precedere una visita generale a tutta quella campagna, nella quale riassumendo le ordinazioni prescritte da molti valenti geometri, che per il passato hanno preseduto ai lavori di quel paese, si potesse osservare lo stato presente del medesimo per vedere, se corrisponde alle regole, che dovevano praticarsi, con notare, e correggere gli abbusi, che da qualche tempo in quà potessero essere stati tollerati, e con migliorare, e aggiungere ciò che l'ispezione del luogo, e l'esperienza potesse suggerire per facilitare sempre più il corso dell'acque, e riassicurare la sanità dell'aria. Fu considerato che per mezzo di tal visita si verrebbe ad acquistare una giusta cognizione dei lavori da farsi per migliorare e mantenere in buono stato la campagna pisana, e del metodo annuale con cui fusse più espediente a regolare un tal mantenimento.
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E che data la certezza di questi lavori si straordinarij, che annuali, si sarebbe potuto con qualche fondamento pensare al provvedimento dei fondi, d'assegnamenti si straordinari, che annuali, che fussero giudicati bisognevoli. E siccome i lavori per le ordinazioni antiche, parte debbono pagarsi con l'entrate proprie dell'Ufizio, e parte colle imposizioni sopra i particolari, si sarebbe potuto, data la detta certezza, venire più facilmente in chiaro, se l'entrate proprie dell'Ufizio fussero per essere bastanti, ò nò, e procurare in appresso il supplemento necessario. Fatte le quali cose si poteva senza timore di equivoco passare a riordinare, e riformare le leggi antiche per adattarle alle circostanze de presenti tempi, e promulgarne anco delle nuove, secondo l'esigenza delle operazioni da farsi, e a prescrivere, e dirigere a norma di tale esigenza le respettive incumbenze dei ministri dell'Ufizio, e togliere tra loro ogni principio di discordia. Fu creduta ancora questa visita opportuna per rivedere nell'istesso tempo l'amministrazione del detto Ufizio, e appurare con chiarezza lo stato dell'entrate, e delle spese con la mira di prescrivere, dove occorresse, qualche regola per tener vive l'entrate, e procurarne senza disastro dei sudditi la debita esazione per far le spese nei lavori con il maggior risparmio possibile, e compatibile con la perfezione dei medesimi, e per distribuire con un giusto reparto le imposizioni necessarie sopra i particolari. Questa visita fu ordinata sotto di 18 aprile 1740 con Motu proprio spedito il medesimo giorno, di cui si dà annessa la copia in piedi del presente capitolo, ove io ebbi l'onore d'esser nominato per uno dei tre deputati a questa Commissione in compagnia del senator Conte Pecori Commissario di Pisa, che in tal qualità è uno de componenti il Magistrato suddetto dei Fossi, e del Cavaliere Francesco Pecci soggetto i di cui ben conosciuti talenti avevano fatto determinare il Consiglio nel sentimento di presceglierlo come idoneo per la soprintendenza dell'Ufizio suddetto. E siccome per dare
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un prudente regolamento al corso dell'acque, e per togliere sopra di ciò tutte le dispute era necessario, che a tal commissione fussero aggiunti i periti più accreditati nell'arte idraulica, così furono scelti per tal'effetto il Dottor Tommaso Perelli professore dell'astronomia nell'Università di Pisa, Pietro Vayringe professore di fisica sperimentale nell'Accademia di Vostra Altezza Reale, e Giovanni Veraci, ingegnere del Magistrato della parte di Firenze. Per ben eseguire questa commissione fu stimato conveniente di ridurre a qualche precisione le doglianze in confuso pervenute, e di dare adito agl'interessati di farsi sentire, e dire tutto quello, che avessero creduto opportuno; e perciò fu notificato ai Priori della città di Pisa, e in appresso a ciascheduna comunità del territorio pisano, che tal visita era stata ordinata per gli effetti sopraddetti, e che perciò ciascheduna ponesse in carta i bisogni del suo proprio distretto, e le rappresentanze che per proprio vantaggio avesse stimato bene di fare, e di suggerire, acciò in seguito sopra il luogo si fussero con maggior profitto esaminate dai deputati suddetti. Una tale intimazione fu fatta ancora ai ministri delle possessioni di Vostra Altezza Reale, e a quelli delle possessioni della religione di S. Stefano, e ad altri principali interessati nei terreni di quella provincia; e preparate che si ebbero in tal guisa, e con diverse altre disposizioni le materie da osservarsi, e da trattarsi si credè opportuno di trasferirci a Pisa per eseguire con dovuta esattezza gli ordini di cui eramo stati incaricati.

1.2.1. Motu proprio di Commissione della Visita dell'Ufizio de Fossi di Pisa

Avendo Sua Altezza Reale dalle relazioni fattele con molta diligenza, e
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zelo dal senator Conte Pecori Commissario di Pisa, e dal Cavaliere Roffia Vice Provveditore dell'Ufizio de Fossi di quella città riconosciuto lo stato poco felice di quell'amministrazione, e il bisogno che vi è di provvedere alla sanità di quella campagna; e risguardando con particolare affetto il popolo pisano, che vi ha il principale interesse; vuole perciò, e comanda che riassumendosi gli ordini antichi di quell'Ufizio con molta saviezza pensati dai suoi Serenissimi predecessori, e correggendo gli abbusi col decorso del tempo introdotti, si ristabilisca il sistema dell'Ufizio medesimo nella forma più conveniente alle presenti necessità, colla mira di prescrivere un regolamento all'acque delle pianure di Pisa, e Livorno, che apporti il maggior profitto che sia possibile alla fertilità della campagna, e la salubrità dell'aria, e con la mira di render sempre meno sensibile agl'abitanti questo naturale aggravio della loro provincia, e di procurarne sempre più eguale, e più discreto il reparto; contentandosi benignamente la R.A.S. di contribuire a tal'effetto con tutti quei mezzi, e con tutti quei sussidj, che saranno alla paterna di Lei clemenza rappresentati necessarj per assicurare a quel paese la perpetuità d'uno stabilimento così salutevole. Elegge per tanto Sua Altezza Reale e deputa l'Auditore Pompeo Neri, e il Cavaliere Francesco Pecci incaricandoli di trasferirsi a Pisa, ove assieme col detto Senatore Conte Pecori dovranno prender cognizione di tutto ciò che appartiene al regolamento dell'Ufizio suddetto, e ascoltare le rappresentanze, che saranno fatte da quelle comunità, e da qualunque persona interessata con autorità di risolvere sommariamente sopra ciò che non ammette dilazione, ò che non sia necessario partecipare alla R.A.S. E per procedere con tutte le cautele, che più convengono alla buona direzione di tal affare, vuole Sua Altezza Reale che detti deputati facciano visitare la pianura suddetta di Pisa, e quella di Livorno, e osservare il regolamento, che presentemente si pratica intorno al corso dell'acque, ripari d'argini, e ripe, e scavazioni dei fossi, direzione delle acque stagnanti, mantenimento di strade, e ponti, e acquedotti, e tutt'altro appartenente a tali
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articoli; nominando per tale incumbenza il Dottor Tommaso Perelli Professore di astronomia nell'Università di Pisa, Pietro Vayringe Professore di Fisica sperimentale nell'Accademia di Sua Altezza Reale, e Giovanni Veraci Ingegnere del Magistrato della Parte, i quali fatte che abbino le più diligenti osservazioni, riferischono il loro sentimento sopra tutto ciò che stimeranno meglio convenire alla pubblica utilità. E perfezionata che sarà detta relazione, e prese che averanno i deputati predetti tutte le altre informazioni che stimeranno piu idonee per mettersi in grado di secondare, e condurre a fine la clementissima intenzione di Sua Altezza Reale, e dati che averanno gli opportuni provvedimenti a quei mali che esigessero un pronto riparo. Vuole la medesima A.S.R. che il detto Auditore Pompeo Neri referisca in scritto ciò che da loro sarà stato operato, e le disposizioni che da loro saranno stimate più giuste a prendersi in avvenire per il perpetuo regolamento dell'Ufizio de' Fossi, per attendere in appresso la Sua Reale approvazione. Il presente motuproprio sarà registrato nella Cancelleria del suddetto Ufizio; e comanda Sua Altezza Reale al Magistrato de Fossi, e a tutti i suoi ministri , ai rappresentanti della Comunità, e agli iusdicenti, e ministri del territorio di Pisa, e Livorno di riconoscere detti deputati per il tempo che durerà la detta visita, e di eseguire i loro ordini, che tale è la sua espressa volontà; e tutto non ostante. Dato in Consiglio di Reggenza il di 18 aprile 1740

Consigliere Richecourt Consigliere Gaetano Antinori

1.3. Capitolo secondo Descrizione del Territorio Pisano

Il territorio pisano di cui si da annessa la pianta al numero I
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principia per la parte della Maremma dal mare all'imboccatura del fiume Cecina, e seguita per questo fino al marchesato di Riparbella, poscia continuando per i confini del vicariato di Lari, della potesteria di Peccioli, e di quella di Palaja sempre per la parte delle colline cala nel fiume Cecinella, e a seconda dell'acqua attraversa la strada Fiorentina circa a due miglia e mezzo sopra Castel del Bosco, e vicino al suo sbocco nel fiume Arno lascia la Cecinella, e pel confine della terra di Montopoli giunge al predetto Arno, sopra il quale voltando pure a seconda dell'acqua arriva dirimpetto al fosso della Gusciana, donde passando a traverso lo stesso fiume sotto il poggio di Montecchio, perviene al confine della comunità di Calcinaja vicariato di Vicopisano, e seguitando pel confine della comunità di detto Vicopisano fino al fosso della Serezza, piega sù detto fosso verso il lago di Bientina fino all'Argine Grosso, e camminando verso i monti di Buti, giunge a un termine murato alla falda del monte, che si chiama il Porto di Tiglio, primo confine fra i territorj pisano e lucchese; quivi salendo il monte trova il luogo detto Tiglio, comunità di Buti, vicariato di Vicopisano, e stendendosi lungo il confine de lucchesi sul vertice de monti delle comunità di Vicopisano, San Giovanni alla Vena, Cucigliana, Lugnano, Noce, Verruca, Montemagno, Calci, Agnano, Asciano, Bagno, Rigoli, Corliano, Mulina, Colognolle, Pugnano, e Ripafratta, scende pe' confini di questa il monte, e traversando un piccolo piano, che ha per confine un fosso, giunge al fiume Serchio sopra a Cerasomma secondo confine de lucchesi, e nel voltare secondando l'acqua del Serchio, arriva dirimpetto al luogo detto Lajano, comunità di Filettole nel territorio pisano, ove passa il Serchio; e procedendo lungo una fossa, che serve di confine, sale alla sommità del monte fino ad una torre rovinata, e continuando il cammino sopra i monti di detta comunità di Filettole, e d'Avane previene in faccia al luogo detto Pietra a Padule, dove è il terzo termine murato co' lucchesi; indi scendendo al piano verso il lago di Mazzaciuccoli per le comunità di S. Frediano a Vecchiano, di
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Vecchiano, Nodica, e Malaventre; giunge sopra il porto della Bufalina dentro la macchia di Viareggio quarto confine lucchese, dal quale prosegue a seconda di una fossa che si chiama del Confine, la quale traversando tutta la macchia di Migliarino si conduce al mare, ove termina la confinazione col territorio di Lucca. Dallo sbocco di detta fossa in mare prende poi il confine del mare medesimo, e lungo la macchia di Migliarino arriva alla foce del Serchio, e quindi andando avanti lungo il lido della macchia di S. Rossore, attraversa Fiume Morto, e perviene alla foce d'Arno, dalla quale lungo la macchia di Tombolo si conduce alla bocca del Calambrone, e di qui alle mura di Livorno, d'onde poi seguitando sempre il mare passa il Rio Maggiore e il fiume Ardenza, e arriva ai poggi di Montenero, per le falde de quali prosegue fino a Castiglioncello, termine di detti poggi, e poi a traverso del piano di Rosignano, e Vada ritrova lo sbocco del fiume Cecina in mare, da cui comincia la presente confinazione. Il territorio pisano così descritto comprende il capitanato di Pisa, e il capitanato vecchio, e nuovo di Livorno, i vicariati di Vico Pisano e di Lari, e le potesterie di Riprafatta, Pontedera, e Cascina, Peccioli, e Palaja, ed è diviso in centotrentasette comunità. Questo territorio consiste in una pianura adjacente al mare circondata da una parte da colline piacevoli, e dall'altra da monti alquanto aspri, e salvatici, la qual pianura è divisa da due fiumi principali Arno, e Serchio, che sboccano con gran copia d'acque nel mare, e che per le acque di questi, e di altri piccoli fiumi che la irrigano è sottoposta a continui pericoli d'inondazioni; siccome per il poco suo declive verso il mare, e per il rialzamento del letto di detti fiumi è sottoposta agli stagnamenti dell'acque sue proprie naturali, per cui molti tratti di quelle fertili campagne restano padulosi, e frigidi, e per cui anco i terreni coltivati patiscono bene spesso considerabili danni per il tardo, e difficile scolo delle acque piovane.

1.4. Capitolo terzo Del Magistrato de' Fossi, e sua Giurisdizione, e soprintendenza


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Da tale descrizione è facile il comprendere di quanta importanza sia in questo territorio la direzione dell'acqua, e che senza il soccorso dell'arte, e della continua attenzione non può mantenersi in quelle pianure la fertilità della campagna, nè la salubrità dell'aria; onde non è maraviglia, che vi sia stato fino dagli antichi tempi stabilito un magistrato, che avesse la particolar cura di dirigere questo importante affare, e in fatti si trova fino dall'anno 1475
essendo venuta Pisa in potere della Repubblica Fiorentina, pensò questa a riparare al pessimo stato in cui era allora quella pianura, e vi stabilì un magistrato, che fu chiamato Opera della Riparazione del Contado di Pisa, composto di due cittadini fiorentini, e quattro pisani, e furono fatte fin di quel tempo diverse leggi per riparare coll'industria all'infelice situazione di quel paese, alle quali sono state successivamente secondo la contingenza de tempi fatte diverse variazioni, e aggiunte fino all'anno 1587
nel quale fu pubblicata l'ultima riforma; la quale pose gli affari di quel magistrato nel sistema che appresso a poco al presente continua, ed essendo stato da Cosìmo Primo Gran Duca chiamato col nuovo nome d'Ufizio de Fossi, fu composto de due Consoli di Mare residenti in Pisa, di tre cittadini pisani da estrarsi da certe borse municipali e di un Provveditore da eleggersi da Sua Altezza Reale, e con tal numero di persone continuò fino al 1680
nel qual tempo fu aggiunto al detto Magistrato il Commissario di Pisa, come sussiste ancora di presente, e si chiamano i Commissarij e Ufiziali de Fossi. La giurisdizione di detto magistrato si estende per tutto il territorio pisano sopra descritto, dal quale solo deve eccettuarsi il Capitanato vecchio di Livorno, il quale siccome si regola dalla comunità di Livorno
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con governo totalmente separato, ed indipendente da quello dell'Ufizio dei Fossi, così se ne dà a parte alla pianta al numero II di cui si parlerà al suo luogo. Del resto dentro i limiti del detto territorio ha l'Ufizio suddetto la totale privativa soprintendenza della direzione dell'acque; e provede perciò al regolamento de fiumi, e mantenimento de loro argini e ripe, all'escavazione, e mantenimento dei fossi, di tutti gli edifizi a acqua, ò che servono a dirigere, o raffrenare il corso dell'acqua, di tutte le strade della città e territorio, e degli acquedotti della città medesima, siccome delle fogne, e altre fabbriche pubbliche; e generalmente soprattutto ciò che può contribuire alla pulizia della città, e luoghi abitati, alla fertilità delle campagne, e alla salubrità dell'aria. Per soddisfare a tali incumbenze gli sono state assegnate alcune entrate di pertinenza in origine delle comunità pisane; e siccome tali entrate non possono essere sufficienti a tutto il bisognevole, così per il rimanente sono stati stabiliti alcuni metodi di imporre sopra i particolari interessati nei lavori da farsi, e di rimborsarsi per questo verso delle spese occorrenti. E siccome molte leggi, e ordinazioni col progresso dei tempi sono state fatte si per regolare le dette operazioni, si per custodire e tener vive l'entrate destinate per loro dote, si per il giusto, e facile reparto delle imposizioni, così l'esecuzione di tali leggi rimane commessa alla cura di questo magistrato, il quale ha privativa cognizione, e giurisdizione in tutte le cause si civili, che criminali, che alle dette leggi, e ordinazioni hanno rapporto, con piena facoltà di comandare quanto per l'esercizio delle sue incumbenze stimerà opportuno, e di forzare ciascheduno all'esecuzione. Detto magistrato è indipendente, e dalle sue deliberazioni non si dà appello a verun'altro tribunale, solo essendo luogo al ricorso immediato al Principe, al qual effetto è stato sempre solito raccomandare in Firenze alla cura di uno ò più ministri la sopraintendenza agli affari di esso, si per ricevere ed esaminare i ricorsi che si presentano al principe, si per
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esaminare le partecipazioni, che il medesimo magistrato dirige secondo le sue istruzioni a Sua Altezza Reale per riceverne la sua sovrana approvazione, e per comunicare gli ordini che alla R.A.S. piace dare di tempo in tempo per il buon governo di esso Ufizio. Il detto Ufizio per l'esecuzione dei suoi ordini ha diversi ministri subalterni, de quali in piedi al presente capitolo se ne da la nota segnata di lettera A colla descrizione delle incumbenze, provvisioni, ed emolumenti di ciascheduno. Nell'anno 1602
le comunità del territorio pisano, eccettuata la città medesima di Pisa, furono smembrate dalla giurisdizione, e sopraintendenza del Magistrato de Nove di Firenze, che presiede al governo di tutte le comunità dello stato fiorentino, e fu stabilito in Pisa a tal effetto un magistrato intitolato de Surrogati de Nove, ma questo fu composto delle istesse persone, che componevano il Magistrato de Fossi, onde quantunque il titolo sia diverso, e gli affari vi si trattino con qualche separazione di atti, tanto si può in sostanza dire che l'istesso Magistrato de Fossi soprintende al governo economico di tutte le comunità della provincia pisana. Un altro Magistrato detto di Fabbriche, e Coltivazioni fu istituito nell'anno 1601
, e composto di quattro cittadini di Pisa eletti da Sua Altezza Reale a vita, e questo quantunque sia formato da persone diverse, tanto per l'affinità delle materie si aduna nell'istessa residenza e intervengono alle sue adunanze il Provveditore e Assessore dell'Ufizio de Fossi e si serve dell'istesso cancelliere, e cancelleria. La premura del Gran Duca Ferdinando Primo di vedere ripopolata la pianura pisana, e ampliata con nuove fabbriche e coltivazioni la fertilità di quel suolo, dette origine allo stabilimento di tal magistrato, che ebbe la speciale sopraintendenza sopra le fabbriche, e restaurazioni di case e orti, che per ornato della città e suo contado erano bisognevoli, e sopra le piantazioni, e coltivazioni de' terreni, con
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autorità di prendere e fare osservare tutte le cautele, che per ben regolare la coltura, e fertilità delle possessioni si stimano necessarie, come si vede dal motuproprio del Gran Duca Ferdinando annesso alla lettera B. E siccome spesso accade che le materie subordinate alla cognizione di questo magistrato non sono con una notoria distinzione separate da quelle del Magistrato de Fossi, e sono alle volte di dubbiosa pertinenza, così bene spesso si trattano in questi due magistrati gli affari con qualche promiscuità per non dire confusione.

1.4.1. A Nota del Danaro che dalla Cassa dell'Ufizio de' Fossi a titolo di Provvisione, o di mance si paga a diversi Ministri del medesimo Ufizio

Al Commissario di Pisa ch'è uno dei componenti il Magistrato……39.14
Ai due Consoli di Mare che ancor essi intervengono nel Magistrato……105.24.8
Ai tre cittadini pisani che riseggono nel detto Magistrato……632.13
Ai quattro Uffiziali del Magistrato di Fabbriche, e Coltivazioni, che quantunque formino un magistrato separato hanno
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però alcune mance dalla cassa dell'Ufizio……132
Al Provveditore il quale è direttore di tutta l'amministrazione dell'Ufizio……2189.4
All'Assessore……243.17.4
Al Cancelliere che serve tre magistrati, cioè de Fossi, de Surrogati e di Coltivazioni, e Fabbriche……1066.15.8
Al Sotto Provveditore il quale deve essere un ministro intelligente, e pratico della campagna, e capace di ordinare e fare eseguire ogni lavoro, siccome capace di ben regolare la scrittura dell'Ufizio, l'immediata direzione della quale resta a suo carico……1054.19
Al Camarlingo il quale ha una pensione passiva di 287.10
……869.5.8
Al Ministro dell'Estimo, il quale ha cura di tenere in giorno i libri dell'estimo di tutte le comunità, e di formare le distribuzioni, che l'Ufizio ogn'anno pubblica per suo rimborso tanto sopra l'estimo, che sopra li scoli, con impostare e tenere i libri dei debitori di tali distribuzioni; e ha la cura in oltre di fare i saldi con tutti i camarlinghi delle suddette comunità; onde la sue carica si considera per la più laboriosa dell'Ufizio, ed ha una pensione passiva di lire 336
……852.2.4
All'Ingegnere……1185.5.8
Al sotto Cancelliere……631.6.8
Allo Scrivano Computista…… 627.18
Ai due Ministri a Cavallo, i quali debbono esser persone capaci di levare di
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pianta, e dell'altre operazioni di agrimensura, di ordinare e fare eseguire un lavoro……1097.16
Al Ministro dell'Opere di Bestie, il quale riceve le portate di tutte le bestie del territorio, e dirige le comandate, che occorrono delle medesime bestie, e forma il reparto della tassa annuale che si pubblica sopra le bestie suddette……483.1.4
All'aiuto del Ministro dell'Estimo, il quale ha inoltre la carica di Sopraintendente alla pulizia della città……662
All'altro aiuto del detto Ministro il quale ha in oltre la carica di riscontro del camarlingo ……461.19
All'aiuto di cancelleria……224.13.4
Ai compisti di cancelleria……12.10
Al Ministro delle Pinete ……341.1.4
Al Caterattaio del Fosso de Navicelli in Pisa ……555.10
Al Caterattaio di detto fosso in Livorno……316.
Al primo Caterattaio per la pulizia della città ……634.10
Al secondo Caterattaio per l'istesso oggetto……466.10
Al Custode del palancato di S. Piero in Grado ……90.5.8
Al Custode del palancato di Barbaregina……97.4.8

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Al Custode del palancato di Malaventre……90.5.8
A sette Caporali per lavori che fa l'Ufizio……17.10
Ai fontanieri, muratore, legnaiolo e magorano, e altri artefici che servono l'Ufizio ……25
Alle quattro guardie dell'Ufizio ……20.--.8
Al primo donzello……293.17.2
Al secondo donzello ……293.17.2
L'importare di tal nota arriva alla somma……15814.7
che sono scudi ……2259.1.7
Ma si deve avvertire, che non tutta la spesa di queste provvisioni resta a carico della cassa dell'Ufizio, la quale per alcune porzioni di tale spesa si rimborsa sopra l'estimo, e per alcune si rimborsa sopra gl'interessati nei lavori, e in tanto si è posta in tal forma, perchè si veda tutto quello che per verità conseguiscono gli stipendiati; del resto l'uscita della cassa a titolo di provvisioni, mance, e altro, fatti tutti gli scandagli, ascende a scudi millesettecento in circa.

1.4.2. B Motuproprio di creazione dei magistrati di fabbriche e coltivazioni Don Ferdinando Gran Duca di Toscana

La città nostra di Pisa e suoi piani di Vald'Arno, e Val di Serchio dalle colline in quà se fussero piene di case, e avessero maggior numero
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di abitazioni, avriano ancora concorso di popoli, quali se li eleggerebbero per patria, sariano più coltivati, e più facilmente si difenderebbero dalle inondazioni d'Arno con rendersi fertilissimi, e atti a nutrire con il frutto loro quella moltitudine di gente, che già sostentavano, e ancor a mandar grasce fuora, oltre il sovvenire la nuova popolazione di Livorno con loro utilità; onde maggior comodità s'avria di supplire alle spese, che ne apportano le soprabbondanti acque d'Arno. Però aviamo pensato per l'introduzione di questo pubblico servizio non solo invitare gli abitatori presenti della città, e contado possessori di terreni a voltar l'animo alla coltivazione, procurare aiuti di nuova gente, migliorare l'aria, che facilita la multiplicazione, propagazione, e conservazione loro, ma ancora obbligarli. E per questo effetto essere opportuna una particolare deputazione di uomini d'esperienza, intelligenza, et accuratezza, et autorità che piglino l'assunto di farne conseguire l'effetto suddetto. Onde informati che tali qualità concorrono in M. Cristofano Bandini Camarlingo dello Spedal Nuovo di Pisa, in Baccio Panciatichi Provveditore della Grascia, Bastiano Manacci Provveditore del Ufizio de Fossi, e Giovanni Vecchiani cittadino pisano, gli aviamo eletti, e in virtù delle presenti li eleggiamo Commissari Deputati sopra le fabbriche, restaurazioni di case, casalini, orti, coltivazioni et ogni altro della città, suo contado, e piani suddetti, e luoghi palustici, e del Vald'Arno, Val di Calci, Asciano, Agnano, sino a Librafatta, e la Marina, li scoli particolari non spettanti all'Ufizio dei Fossi, con ampla amplissima autorità di visitarli, massime li adiacenti alla strada di collina sino al ponte d'Arnaccio, e del Val di Serchio spogliati di case, e beni, e coltivazioni; ordinami le fosse camperecce, scoli privati, li spartimenti dei campi, le piantate d'alberi da cima, gelsi, viti, farnie, pioppi, olivi, lecci,
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e altri alberi a proposito alla qualità dei terreni, prati, pasture, piantumati, bestiami bufalini, vaccini, domi, bradi, cavalli, pecore, capre, muli, modi di custodirli, e case, le capanne da potervi ciascuno tenervi nutrirvi, custodirvi, e multiplicarvi, le distribuzioni di semente di grani, biade grosse e minute, commettere le diligenze necessarie, sollecitare l'Ufizio de Fossi che faccia fare li scoli, ponti, argini, e strade tanto a sua cura, e spesa, quanto a cura solamente con spesa solita distribuirsi sopra l'estimo spettanti alli particolari possessori, assegnar termini convenienti a mettere in esecuzione gli ordini che daranno, e in caso di negligenza di quelli particolari a chi gli aran dati di coltivazioni, piantate, scoli privati, restaurazioni, fabbriche di case, capanne, solite commettere all'Ufizio dei Fossi, e si esiguischino a spese di tali contumaci, delle quali si stia almeno assoluto arbitrio loro, onde possino per la restituzione astringere le loro persone, beni e frutti di terreni de facto, senza processo, sommariamente, Manu Regia, procurare lavori di fornaci, fare accomodare a chi fabbricherà nella città siti, casalini, e casette di poco momento, e prezzo da trecento scudi in giù, e nelli ripartimenti di terreni, e per imprese grosse, pezzetti di terreni da detto prezzo in giù, e con obbligo che per tal'effetto ogn'anno almeno due volte, una per tutto il mese di maggio, l'altra per tutto settembre abbino visitato tutti li paesi nella presente deputazione compresi. Ogni otto giorni la domenica dopo vespro debbino ritrovarsi, ed adunarsi nel tribunale dell'Ufizio dei Fossi; il Cancelliere del quale, o suo sustituto in un libro a parte noti, e conservi diligentemente tutte le deliberazioni che faranno, oltre all'andar con loro alla visita suddetta che si faccia a spese dell'Ofizio, e nella quale procurino che ciascun padrone amministratore dei terreni da visitarsi, ancora spettanti all'amministrazione dello Scrittoio nostro di Pisa, vi si ritrovi nel tempo della visita per meglio intendere, e possedere la resoluzione loro, e non errare
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nell'eseguirla, dovendosi perciò con bando pubblico per la città, e mercati et affissione alle parrocchie intimare innanzi li luoghi, e giorni della visita, oltre al pertecipare le deliberazioni di cose importanti quali abbino contradizione, e ricordare, e procurare che li denari siano sovvenuti, ed i legnami, quelli che bisogno per tal effetto n'haveriano; e tre di loro concordi faccino deliberazione, e magistrato. Dato in Pisa li 4 di maggio 1601 Il Gran Duca di Toscana Lorenzo Usimbardi Segretario.

1.5. Capitolo quarto Dell'entrate assegnate all'Ufizio de Fossi

L'entrata più considerabile dell'Ufizio de Fossi è quella che si dice dei sali vecchi, la quale si riscuote della cassa della Dogana di Pisa nella somma annua di scudi tremila cinquecento. Questa entrata ha origine da diverse antiche imposizioni ordinate dalla Repubblica Fiorentina per formare un assegnamento all'Ufizio dei Fossi. In primo luogo nell'anno 1491
per provvisione dei Diciassette Riformatori delle Cose di Pisa sotto di 21 giugno esistente nella cancelleria de Consoli di Mare si vede, che fu imposto sopra la tratta, o gabella de' grani che escono fuori di stato un soldo per sacco a favore del detto Ufizio. In secondo luogo nell'anno 1528
per provvisione della Repubblica Fiorentina del di 4 gennaio esistente nella detta cancelleria de' Consoli di Mare si vede aumentato il prezzo del
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sale in Pisa e suo contado un quattrino la libbra per tre anni, e assegnato questo accrescimento al detto Ufizio. In terzo luogo per altra provvisione della Repubblica Fiorentina del di 12 settembre 1531 non solo restò confermato l'accrescimento predetto ordinato nel 1528
, ma fu imposto un nuovo accrescimento di altri due quattrini per libbra a favore del medesimo Ufizio, il che allora fu fatto per cinque anni, e poi successivamente confermato per dieci, e finalmente ridotto perpetuo, come si vede da una lettera del Gran Duca Cosìmo Primo del 19 giugno 1540 diretta a Donato Ridolfi Provveditore della Dogana di Pisa esistente in quella cancelleria, che si da annessa alla lettera A. In quarto luogo fu assegnato al medesimo Ufizio il sesto delle gabelle delle mercanzie, che a tal'effetto furono gravate di un sesto di più sopra la solita gabella, il quale assegnamento ha origine da una Capitolazione fatta nel 1532
tra i quattro Riformatori delle Cose di Pisa, e la detta città di Pisa, come costa da una riforma di quella Dogana fatta dal Duca Alessandro sotto il di 17 agosto di detto anno 1532, e dalla detta lettera del Gran Duca Cosìmo Primo a Donato Ridolfi del 1540
. Delle sudette assegnazioni si vede che ne primi tempi ne fu tenuto conto a parte dall'Ufizio della Dogana di Pisa, che le risquoteva, e ne pagava il prodotto all'Ufizio de Fossi. Ma nell'anno 1573
si vede che questo prodotto fu per facilità fissato ad una somma annuale certa, che è la sopradetta di scudi tremila cinquecento, la quale da quel tempo fino al presente è stata pagata ogn'anno regolarmente, e senza veruna alterazione. Nell'anno 1595
essendo bruciato il Duomo di Pisa per riparare ai danni di tale incendio fu dalla città di Pisa offerto spontaneamente che si accrescesse di nuovo il prezzo del sale nella detta città, e suo contado quattro quattrini per libbra, acciò il prodotto di tale accrescimento s'impiegasse nell'accennata
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riparazione, il che fu approvato per rescritto del Gran Duca Ferdinando Primo per anni dieci. Nell'anno 1603
essendo ristaurata la chiesa, i pisani supplicarono che il prodotto di tale aumento per il rimanente del decennio si rivolgesse in benefizio dell'Ufizio de Fossi, e si vede che furono esauditi per motuproprio del detto Gran Duca Ferdinando del di 16 aprile 1603 annesso alla lettera B, il quale assegnamento finito il decennio venne a spirare; ma siccome in quel tempo che durava erano accesi ai libri dell'Ufizio in debito della Dogana due conti, un conto vecchio per l'antico aumento del sale, e altre entrate di cui sopra abbiamo parlato destinate in favore dell'Ufizio, e un conto nuovo per l'accrescimento temporale avanzato, come sopra abbiamo detto alla reparazione del duomo, quando cessò di esigersi questo conto nuovo, rimase ai libri il solo conto vecchio, o conto de' i sali vecchi, con la quale denominazione dura tuttavia a scritturarsi si ne i libri della Dogana, che in quelli dell'Ufizio dei Fossi. Il secondo articolo d'entrata assegnata all'Ufizio dei Fossi, è quella delle pinete. I monti di Pisa sono in gran parte rivestiti di pini salvatici, i quali fino negli antichi tempi della Repubblica Pisana si trova che erano considerati come una regalia di quel comune, ed è stato perciò sempre proibito a qualunque persona di potergli tagliare, o farne uso veruno, e in tale proibizione restano compresi ancora i padroni medesimi del suolo, ove i pini suddetti sono posti, i quali non ostante il dominio non possono disporre delle dette pinete, la conservazione delle quali premeva alla città per servizio pubblico, e in specie delle sue armate navali. Col progresso del tempo la giurisdizione, e soprintendenza sopra queste pinete è stata assegnata dai serenissimi Gran Duchi all'Ufizio de' Fossi con facoltà di tagliare quel che occorre per servizio degli aquedotti, e altre fabbriche pubbliche, siccome di profittare dei tagli annuali, che senza pregiudizio delle boscaglie potevano farsi applicando la rendita ai bisogni
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dell'Ufizio, e in specie al mantenimento della fabbrica delle fonti, come resulta dal motuproprio del Gran Duca Ferdinando Primo del di 11 giugno 1592 annesso alla lettera C. In queste istesse boscaglie siccome è stato solito sempre tagliare per servizio dell'Arsenale di Pisa, così a proporzione del maggiore, o minor consumo di detto Arsenale, maggiore, o minore sarà la rendita annua, che l'Ufizio potrà ritirarne secondo il ragguaglio di quello che ha fruttato nell'ultimo decennio. L'entrata dell'anno comune, sarebbe scudi 982
in circa, e in ciò è da notarsi che il cattivo stato in cui sono quelle boscaglie toglie ogni speranza di far sopra il taglio delle pinete maggior profitto; e anzi necessità a contentarsi per molti anni di minorarlo. Il terzo articolo d'entrata propria dell'Ufizio è quella detta dell'opera di bestie, la quale procede dall'obbligo, che anticamente avevano tutti i padroni, e possessori di bestie del territorio di Pisa di contribuire coll'opera di dette bestie ai lavori, che annualmente l'Ufizio faceva nell'escavazione de fossi. Fu poi introdotto l'uso di ridimersi da tal obbligo con pagare in contanti l'equivalente di dette opere. E finalmente nell'anno 1689
fu preso espediente di tassare ciascheduna comunità in una somma fissa, la quale si repartisse in ciaschedun comune tra i possessori delle bestie a proporzione del numero delle bestie medesime. In tal guisa dunque fu imposta la tassa sopra tutte le suddette comunità, che al netto importa scudi per duemilacentosessantadue in circa, come resulta dal ristretto annesso alla lettera D, e tal somma non è soggetta a variazione quando si esiga con puntualità ai debiti tempi. Sopra ciò è da avvertirsi, che il metodo di esigere questa tassa non è d'impostare per debitrici le comunità, le quali pensino per rimborsarsi alla distribuzione sopra i particolari, ma l'Ufizio medesimo fa la distribuzione sopra ciaschedun particolare, e imposta per debitore ciascheduno, e da ciascheduno riscuote. E a quest'effetto tiene un Ministro che si chiama dell'Opere di Bestie, che riceve le
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denunzie annuali di tutte le bestie, che esistono in ciascheduna comunità, le quali denunzie è necessario che l'Ufizio sempre abbia con tutta l'esattezza anco per altri effetti, come sarebbe quello di regolare le comandate che occorrono per i lavori, ed altro. E sopra la certezza che da tali denunzie si ricava del numero delle bestie esistenti in ciascheduna comunità, e sopra la certezza della tassa fissa, che da ciascheduna di dette comunità deva esigersi, detto ministero proporziona il reparto a tanto per bestia in ciaschedun luogo, e con ciò imposta per debitori i respettivi possessori delle bestie suddette, e manda la lista dei medesimi in ciaschedun comune coll'enunciativa del rispettivo contingente, il quale da ciascuno deve pagarsi in Pisa nel mese di agosto alla cassa dell'Ufizio. Il quarto articolo d'entrata destinata per dote all'Ufizio de Fossi sono gli ancoraggi, i quali consistono in una tassa imposta a tutti i navicelli che passano per il fosso navigabile, che da Pisa va a Livorno, e per l'altro simile, che da Pisa va a Riprafratta. Per il passaggio in ciascheduno di questi fossi fatti per comodo della navigazione, e del commercio vi è una tariffa, che si dà annessa alla lettera E, la quale determina l'esazione di detta tassa, il prodotto annuo della quale, siccome depende dalla maggiore, o minore affluenza dei trasporti, così è sottoposta a variazione, e fatto il calculo di anni dieci si trova che gli ancoraggi dell'uno, e dell'altro fosso sono arrivati a rendere scudi milleventiquattro in circa, senza però detrarre in tal somma le provvisioni de' caterattai, nè il mantenimento delle cateratte di Pisa, di Livorno, e di Riprafatta, e loro respettive fabbriche, e della fabbrica del varatoio, e della tettoia di Pisa, che tutti sono aggravi di tale entrata. Il quinto articolo d'entrata resulta da beni stabili, che possiede in proprio l'Ufizio. Fra questi l'effetto più considerabile è il letto d'Arnaccio, il quale è un canale molto amplo, che principia da Arno alle Fornacette, e si conduce allo Stagno, e serve per divertirvi l'acque d'Arno
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sudetto quando si dà il caso che nelle massime escrescenze minacci di sommergere la città e pianura di Pisa; e siccome prescindendo da tali congiunture non è di uso al corso dell'acqua, è terreno perciò molto proprio per la pastura, al quale effetto è preso in affitto dalle comunità circonvicine per la somma fissa di scudi trecentocinque l'anno, alla quale tutte concorrono secondo il reparto che si da annesso alla lettera F. Oltre la rendita di questo affitto, dagli altri beni, che l'Ufizio tiene affittati, o allivellati, secondo il ragguaglio di anni dieci viene a ricavare annualmente la somma di scudi centoventicinque in circa. Molti altri effetti l'Ufizio possiede senza ricavarne frutto alcuno, come sarebbe degli argini e panchine de fiumi, e fossi, letti abbandonati, e altre cose simili, dove o perchè le leggi per buon governo proibiscono far piantazioni, o perchè si tratti di piccolissimi ritagli di luoghi palustri e sterilissimi, o per incuria finalmente ed inavvertenza, non si è pensato a ritirarne verun profitto. Qualche entrata l'Ufizio ricava dal taglio degli alberi che egli fa piantare nei luoghi pubblici, o di sua proprietà, la qual'entrata però non passa gli scudi dugentocinquanta in circa, ed è assorbita da altrettanta spesa che si vede impiegata in tal piantazione annualmente. Un articolo d'entrata doverebbero essere per l'Ufizio le pesche, le quali essendo dagli statuti dell'Ufizio proibite generalmente per il territorio pisano sopra i fossi di scolo, e altri luoghi, si apparterebbe al medesimo Ufizio il dare la licenza di pescare in quei luoghi, che non fossero pericolosi, e con quelle regole che esso prescrivesse per evitare le fraudi, e i danni de' pescatori, e da tali licenze potrebbe ricavarne qualche vantaggio. Ma secondo l'abbuso presente non ne ricava cosa alcuna, essendosi i pescatori usurpati la facoltà d'introdursi in qualunque luogo senza dipendenza dell'Ufizio. Finalmente formano un piccolo oggetto d'entrata alla cassa dell'Ufizio
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diverse condannazioni di pene pecuniarie, in cui incorrono per diversi titoli i trasgressori alle leggi dell'Ufizio, che ragguagliano fra tutte annualmente la somma di scudi dugentosessantatre in circa. Sicchè restringendo tutte l'entrate assegnate all'Ufizio de' Fossi, si riducono secondo la seguente nota alla somma annua di scudi ottomila seicento undici.

1.5.1. Ristretto dell'entrate appartenenti all'Ufizio de Fossi

Dai sali vecchi…… Scudi 3500
Dalle pinete …… Scudi 982
Dall'opere di bestie…… Scudi 2162
Dagli ancoraggi…… Scudi 1024
Dai beni stabili…… Scudi 430
Dal taglio degli alberelli…… Scudi 250
Da condannazioni diverse …… Scudi 263
…… in tutto Scudi 8611

1.5.2. A Lettera del Gran Duca Cosìmo Primo a Donato Ridolfi Provveditore della Dogana di Pisa Al Magnifico Provveditore di Pisa Donato Ridolfi nostro carissimo


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spettabile amico nostro carissimo. L'estrema necessità e penuria che ha patito tutto questo territorio ci fà conoscere quanto sia utile, e necessario il lavorare del continuo ai fossi di codesta città, e suo contado, mediante il quale oltre, al rendersi sano il paese, si può sperare ogn'anno copia grande di frumenti, e di biade in quella provincia; onde essendo stata ordinata per il passato a tale effetto una legge, la quale dispone, che chi tiene il luogo e offizio che avete voi, sia obbligato sotto pene gravissime, delle quali sono cognitori et esequtori e conservatori delle leggi di questa città, pagare a detto Ufizio de Fossi la terza parte del terzo di tutto il ritratto del sale, che si mette a entrata al netto, et un soldo per ogni sacco di grano che va fuori con gabella, e di un altro terzo di detto ritratto del sale, che si mette a entrata, come sopra, e di un sesto di tutte le gabelle che pagano con il sesto, tutto quello che vi resta et avanza pagato i salari de' Rettori del Contado di Pisa, e de Cavallari, emessi loro, e pagato tutti li censi che ogn'anno si pagano in questa città agli Offiziali del Monte, all'Arte dei Mercatanti, et a Cinque del Contado; vogliamo, e per le presenti vi ordiniamo che in esequzione, e per osservanza di essa legge voi, e vostri successori ogni mese da qui avanti senza replica exceptioni, o dilazione alcuna dobbiate pagare, et effettualmente paghiate all'Offizio predetto de' Fossi tutte le rate e porzioni assegnate per virtù di detta legge, come di sopra, e che mancandosi nei pagamenti suddetti quel camarlingo che mancherà resti molestato, e condannato nelle pene, e pregiudizi che in essa legge si contengano, e che li presenti Conservatori possino, e debbino esigerle, e farle esigere irremissibilmente non ostante qualsivoglia in contrario, et acciò questa nostra volontà e ordinazione, sortisca l'effetto che desideriamo, e che voi e vostri successori non possiate pretenderne, o allegarne ignoranza alcuna, vogliamo che il moderno nostro Provveditore
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di costì faccia registrare le presente ne libri di essa Dogana a perpetua memoria, e che il Cancelliere di quella sia tenuto sotto pena della nostra indignazione e disgrazia nel principio del loro ofizio notificarle a qualsivoglia vostro successore, et a qualunque Provveditore di detta Dogana infra il termine di giorni otto dal di, che haranno preso l'offizio. Però come voi l'arete lette, e presone copia, non mancherete di consegnarle da nostra parte in mano del moderno prefato Provveditore, acciò le faccia registrare al Cancelliere di detta Dogana, il quale potrà salvare li originali in filza, e così eseguite dandoci avviso d'averlo fatto e bene vale. Di Fiorenza li 19 giugno 1540 Cosìmo de Medici Estratta la presente copia dalla Riforma de Fossi in carta pecora segnata di numero 2
sotto le carte 45
.

1.5.3. B Motuproprio del Gran Duca Ferdinando Primo che applica il prodotto dell'aumento del prezzo del sale all'Ufizio de Fossi Don Ferdinando Gran Duca di Toscana

Spettabili Consoli di Mare, e Uffiziali de' Fossi. Essendo Dio grazia la restaurazione del duomo della città di Pisa ridotta a segno che si può sperare, che l'opera di essa chiesa con le sue entrate
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supplirà a quel che resta da fare, però inclinati alle supplicazioni, a preghi della città di Pisa in sollevamento dell'universale di tutto il paese, e sgravio dell'estimo, et imposizioni che sarebbero necessarie di fare particolarmente per il sostentamento, e per la manutenzione de' condotti delle fonti, e della restaurazione del Ponte a Mare, e del taglio alla foce d'Arno, caso che sia necessario il farlo. Però applichiamo, et incorporiamo l'augumento del sale, che già fu imposto per la restaurazione di detta chiesa alle dette tre opere, e non in altro uso, e questo per il tempo che resta per l'imposizione per l'avvenire, cominciando da oggi, e così ne farete seguire il pagamento ai debiti tempi in mano del camarlingo de Fossi, quale però oltre il tener conto a parte, e separato, non possa con stanziamento del magistrato, nè senza esso in modo alcuno direttamente, nè inderettamente accomodare, nè pagare denari suddetti in altra causa, che per li detti effetti sopra ordinati, sotto pena di pagarli del suo proprio, che così li farete intimare a detto camarlingo, et a ministri del sale, e deputati sopra la fabbrica del duomo, e a chi bisognerà, e così eseguirete. Dato in Palazzo 16 aprile 1603

Il Gran Duca di Toscana Estratta la presente copia dal registro di suppliche de Fossi dal 1599
al 1600
segnato di lettera G e di numero 9
sotto numero 591
.

1.5.4. C Motuproprio del Gran Duca Ferdinando Primo sopra le Pinete Don Ferdinando Medici Gran Duca di Toscana

Spettabile Offiziali de' Fossi di Pisa nostri carissimi volendo noi provvedere
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che le pinete che sono nei monti, e territorio sottoposto alla nostra giurisdizione si mantenghino, e possino crescere in grossezza, e lunghezza per li servizi e lavori pubblici; et apportando a questo molto impedimento quelli pini, che in detti monti, e luoghi sono già secchi da piedi, e quelli che per essere storti non possono divenire abili da lavoro da filo, e l'esser parimente alcuni ne' luoghi suddetti folti, di maniera, che s'impediscono l'un l'altro. Però vi commettiamo, che quelli, li quali son già secchi al piede, usando in ciò buona fede, e senza fraude, comunque siano gli facciate tagliare, e levare da piedi e accatastare per vendergli. E quanto a quelli, che sono torti, come sopra purchè siano distanti da case, e coltivati tanto di grani e biade, come di castagni, o olive, e viti almeno braccia cento li facciate tagliare, e accatastare, e vendere, come sopra, e quelli che sono diritti, come pure oveunque siano in luogo folto, e verdi, acciò possino crescere, gli facciate diramare, senza però toccare mai il tronco e pedale dell'albero, acciò non secchino, con fare accatastare, e vendere dette diramature, per l'esecuzione del quale ordine v'intenderete con Bastiano Manacci Provveditore della fabbrica delle fonti, dandogliene la cura principale, e perchè vogliamo che il ritratto di detta legna, dedotta la spesa del tagliarle, et accatastarle, serva per detta fabbrica, avvertendo gli esecutori, che se in ciò useranno fraude alcuna, o corruttela saranno esemplarmente gastigati. Dato in Livorno li 11 gennaio 1592

Il Gran Duca di Toscana Estratta la presente copia dalla filza di suppliche de' Fossi dal 1590
al 1594
segnato di numero 7
sotto numero 375
.


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1.5.5. D

Ristretto e nota delle comunità del piano, e collina di Pisa tassate al pagamento della tassa dell'opere di bestie nelle somme di contro a ciascheduna di esse notate, in ordine al benigno rescritto di Sua Altezza Reale de 25 aprile 1689 le quali somme vengono distribuite sopra le bestie degli abitanti di dette comunità, in ordine alla portata che da essi ogn'anno nel mese di gennaio vien fatta, a ragione di un tanto per bestia più e meno secondo la quantità di dette loro bestie, qual pagamento devono fare gli predetti abitanti alla cassa dell'Ufizio de Fossi di Pisa per tutto il mese di agosto di ciascun anno, passato il quale i contumaci incorrono nella pena del doppio. Comunità ……tassa del piano……delle comunità Sant'Andrea…… Lire 66.10.16
Asciano…… Lire 181.9.10
Agnano…… Lire 101.6. 5
Avane…… Lire 83.18.5
Arena…… Lire 393.13.8
Bottano…… Lire 210.2.11
Calignola…… Lire 107.9.3
Colognole…… Lire 13.6.1
Coccinaia…… Lire 19.13.9
San Frediano a Vecchiano…… Lire 110.3.10
Filettole…… Lire 234.14.2
Gello…… Lire 40.11.11
Ghezzano…… Lire 110.17.5
San Giusto a Campo…… Lire 51.3.5

[p. 29]
Limiti, e Camazzano…… Lire 97.4.6
San Martino…… Lire 52.10.9
Mezzana…… Lire 70.12.4
Malaventre…… Lire 54.18.5
Metato…… Lire 99.5.6
Mulina…… Lire 64.16.4
Nodica…… Lire 127.9.3
Orzignano…… Lire 37.3.8
Ponte a Serchio…… Lire 10.4.8
Patrignone…… Lire 21.9.10
Rugnano…… Lire 61.8.2
Rappiana…… Lire 73.13.9
Rigoli e Corliano…… Lire 122.2.7
Ripafratta…… Lire 73.--.1
Vecchiano …… Lire 119.14.10
Vecchialigia…… Lire 26.5.2
San Vittorio a Campo…… Lire 67.11.--
San Benedetto a Settimo…… Lire 136.2.4
Casciavola…… Lire 103.--.6
San Casciano…… Lire 352.8.--
Cascina…… Lire 765.17.5
San Frediano a Settimo…… Lire 139.10.6
San Giorgio…… Lire 67.4.1
Laiano…… Lire 43.13.4
San Lorenzo alle Corti…… Lire 142.18.9
San Lorenza a Pagnatico…… Lire 103.--.6
Marciana…… Lire 76.8.3
Marcianella…… Lire 83.18.5
Musigliano…… Lire 31.--.10
Montione…… Lire 95.3.7
Navacchio…… Lire 12.5.8

[p. 30]
Oratoio…… Lire 232.6.5
San Prospero…… Lire 145.13.4
Pettori…… Lire 62.15.5
Putignano…… Lire 295.15.5
Riglione…… Lire 60.14.5
San Rimedio…… Lire 134.1.5
Ripoli…… Lire 65.16.10
San Sisto…… Lire 48.8.10
Titignano…… Lire 204.6.11
Usignano…… Lire 79.9.8
Zambra…… Lire 103.14.2
Buti…… Lire 155.4.5
Calci…… Lire 239.9.8
Cucigliana…… Lire 15.--.2
Calcinaia…… Lire 294.16.2
Gello e Pozzale…… Lire 208.8.9
San Giovanni alla vena…… Lire 59.19.7
Lugnano, e Noce…… Lire 55.18.10
Monte, e Castello…… Lire 193.1.9
Montecchio…… Lire 119.15.4
Montemagno…… Lire 39.18.3
Pontadera…… Lire 553.13.7
Vico Pisano…… Lire 292.14.1
Uliveto, e Caprona…… Lire 51.3.5
Barbaregina…… Lire 158.12.8
San Biagio a Cisanello…… Lire 51.3.5
San Giusto a Cisanello…… Lire 72.13.4
San Giovanni al Gatano…… Lire 110.3.9
San Giusto in Canniccio…… Lire 122.16.3

[p. 31]
San Iacopo a Orticaia…… Lire 53.4.4
San Marco a Calcesana…… Lire 27.5.9
San Michele degli Scalzi…… Lire 32.--.15
San Marco alle Cappelle…… Lire 212.10.7
Santo Stefano…… Lire 100.5.11
Ponsacco…… Lire 254.9.10
Camugliano…… Lire 46 4 5
…… Le comunità del Piano sommano in tutto …… Lire 10011.18.8
Comunità della collina Bagno a Acqua…… Lire 69.8.4
Cevoli…… Lire 136.9.2
Crespina…… Lire 201.8.7
detta per la fattoria di Cenaia dei Signori Bartolini tassata l'anno 1706
…… Lire 20.-.-
Casciana…… Lire 38.-.9
Colognole…… Lire 34.5.8
Ceppato, e Parlascio…… Lire 24.11.3
Castell'Anselmo, e Nugola…… Lire 50.3.--
Nugola per la fattoria di Nugola di Sua Altezza Reale…… Lire 35.--.--
Castelnuovo…… Lire 135.18.7
Collemontanino…… Lire 32.11.5
Sant'Ermo…… Lire 39.11.2
Fauglia…… Lire 127.18.7
Gabbro…… Lire 110.7.--
Lari…… Lire 87.10.--
Santa Luce, Pieve, e Pastina…… Lire 174.6.4
Montalto…… Lire 31.4.3
Perignano, e Lavaiano…… Lire 228.11.3

[p. 32]
Pomaya…… Lire 44.--.2
Panana…… Lire 34.19.4
San Ruffino…… Lire 36.13.5
San Regolo, e Luciana, e Postigliano…… Lire 81.17.6
Rosignano…… Lire 234.17.7
Usigliano di Lari…… Lire 50.6.4
Casanova…… Lire 75.4.5
Fabbrica…… Lire 199.4.4
Ghizzano…… Lire 116.9.10
Legoli…… Lire 101.6.9
Morrona…… Lire 50.16.7
Montecchio…… Lire 40.15.4
Peccioli…… Lire 245.5.6
Stiana…… Lire 92.5.7
Strido…… Lire 117.10.5
Terricciola…… Lire 127.1.6
Alica…… Lire 45.17.5
Capannoli…… Lire 92.2.2
Collegoli…… Lire 21.19.11
Forcoli…… Lire 105.15.--
San Gervasio…… Lire 50.9.8
Marti…… Lire 214.14.9
Montefoscoli…… Lire 151.5.11
Palaia…… Lire 107.2.5
Santo Pietro…… Lire 124. 6.10
Solaia…… Lire 41.19.2
Toiano…… Lire 42.9.4
Treggiaia…… Lire 130.13.4
Villa Saletta…… Lire 71.9.3
Usigliano di Palaia…… Lire 26.18.11
Castellina…… Lire 141.--.11

[p. 33]
Chianni…… Lire 253.19.7
Laiatico…… Lire 195.6.1
Orciatico…… Lire 82.14.5
Orciano…… Lire 68.11.5
Rivalto…… Lire 43.6.5
Riparbella…… Lire 68.7.11
Lorenzana…… Lire 108.16.5
Tremolato, e Vicchio…… Lire 27.12.8
Le comunità della collina sommano in tutto …… Lire 5472.19.7
E quelle del piano sommano in tutto…… Lire 10011.18.8
ammonta l'entrata dell'opere di bestie in tutto a…… Lire 15484.18.3
sono…… Scudi 2212.18.3
Si defalcano scudi cinquanta compresi, e che si distribuiscono in detta somma per la provvisione del ministro…… Scudi 50.
rimane al netto l'annua entrata…… Scudi 2162.18.3

1.5.6. E

Tariffa e regola di quello devono pagare gli ancoraggi dei navicelli d'ogni sorte tanto grandi, come piccoli, che passeranno il Ponte a Mare, o per il fosso navicabile da Pisa a Livorno, così d'andata come di ritorno levata dalla vecchia esistente a 83
emanata dal negozio partecipato a Sua Altezza Serenissima et approvato con suo benigno rescritto del primo settembre 1684 posto in filza di suppliche P numero 494
approvato dal Magistrato li 20 settembre 1684 a 269
e prima.
[p. 34]
Li navicelli che vanno a spasso per il fiume Arno, e tutti li navicelli che vanno a pescare non pagano cosa alcuna. Quelli che vanno con detti giunchi, e legna gettate dal mare alla marina per una volta pagano…… Lire --.6.8
Ma se tornassero carichi di mercanzia di Livorno paghino…… Lire 1.6.8
Quelli che vanno con detti ad alloggiare al Piano, o a bocca d'Arno per ciascuna volta paghino…… Lire --.6.8
Ma se tornassino carichi di mercanzia di Livorno……" 1.6.8
Quelli che vanno con detti a Stagno per una volta tanto paghino…… Lire --.6.8
Ma se tornassero di Livorno a Pisa carichi di mercanzia paghino …… Lire 1.6.8
Quelli che vanno con detti verso ponente senza entrare nel fosso, quanto all'andata paghino…… Lire --.6.8
E altrettanto alla tornata; ma devino giustificare essere andati verso ponente, ma se tornassero con mercanzie verso levante di Livorno paghino…… Lire 1.6.8
Quelli che vanno con detti verso levante all'andare paghino …… Lire -.16.8
E altrettanto alla tornata Quelli che con detti portano farina per la biscotteria di Livorno paghino dieci crazie all'andata, e altrettanto alla tornata, intendendosi tanto per detto fosso che per quello di Santa Marta talchè l'effetto sia che per tutti due i fossi devino pagare in tutto…… Lire 1.13.4
Li navicelli de' passeggieri paghino per l'andata, e ritorno per una volta tanto…… Lire -.16.8.

[p. 35]
Il decreto del Magistrato de' Fossi de 27 agosto 1687 G. R. a 15
enunciato nella Riforma a 87
dice che li navicelli che vengono da Livorno con passeggieri devino, e siano tenuti in lire -.6.8
per una volta in ordine alla tariffa, e riforma dell'Ufizio de' Fossi; e non ritornando a Livorno con passeggeri devino pagare…… Lire -.16.8
. Ma se tornassero da Livorno carichi di mercanzie paghino…… Lire 1.6.8
. Li navicelli che caricheranno ortaggi, e robe di qualsivoglia sorte devono pagare come gli altri…… Lire -.16.8
. E non hanno a portare se non persone, e robe de' passeggieri, ma che non siano mercanzie. Li navicelli che caricheranno diaccio paghino dieci crazie all'andata, e dieci alla tornata; si veda il decreto del 31 luglio 1727, che li riduce a…… Lire -.6.8
. Quelli che con detti porteranno acqua di Pisa a Livorno Lire -.6.8
. Ma se torneranno di Livorno carichi di mercanzia paghino…… Lire 1.6.8
.

Tariffa, e regola Di quello devono pagare li navicelli, che toccheranno, e passeranno per il fosso di Santa Marta. Navicelli, che anderanno di Pisa a Ripafratta, e da Ripafratta verranno a Pisa, eccettuati quelli della biscotteria di Livorno, che devono solamente pagare, come si e detto, paghino appunto tanto all'andata, che alla tornata, alla ragione di quello, che pagano quelli, che vanno, e vengono da Pisa a Livorno, e da Livorno a Pisa. Navicelli, che verranno dal Bagno a Pisa carichi di sassi, materiali o altro
[p. 36]
paghino all'istessa ragione, che pagano i navicelli, che per il fosso di Livorno vanno a Stagno. Navicelli che entreranno in Barbaregina paghino alla ragione di quelli che vanno al piano. Navicelli che entreranno in detto fosso di Santa Marta carichi di qualsivoglia roba, e portino in ogni luogo fuora de soprannominati, paghino all'istessa ragione di quelli, che vanno al piano. Si eccettuano dai suddetti pagamenti tutti i navicelli, che caricano per servizio dell'Ufizio de' Fossi. Navicelli che passeranno dalla Porta a Mare con grano, biade, e legumi forestieri per condursi a Lucca per via del fosso paghino giuli quattro per ciascuno, e quei navicelli, che portano mercanzie senza vettovaglia, paghino giuli due per ciascuno, così fu comandato per rescritto di Sua Altezza Reale del dì 17 aprile 1610 registrato in Dogana di Pisa, come si vede nella Riforma Vecchia di questo Ufizio a 68
. E tutti quei navicelli, che saranno trovati in frodo, e non averanno osservato il passaporto conforme la regola suddetta, siano tenuti pagare dall'uno il sei, e in oltre essendo catturati dai famigli per detto conto, e condotti in carcere, oltre la pena suddetta siano tenuti pagare ai detti famigli per cattura lire sette per ciascuno, e ciascheduna volta. I ministri delle porte usino ogni diligenza, che sopra i frodi siano pagati detti noli. Marco Andrea Baroncini cancelliere demandato.


[p. 37]

Nota delle comunità della Potesteria di Cascina debitrici del fitto d'Arnaccio da repartirsi sopra tutta la Massa dell'estimo pagante delle medesime comunità San Benedetto a Settimo…… Lire 38.6.1
Casciavola…… Lire 62.18.6
Cascina…… Lire 557.11.6
San Casciano…… Lire 76.19.2
San Frediano a Settimo, e Macerata…… Lire 173.5.2
San Lorenzo a Pagnatico…… Lire 149.12.4
San Lorenzo alle Corte…… Lire 79.--.8
Laiano…… Lire 23.14.6
Marciana…… Lire 82.1.5
Marcianella…… Lire 99.19.9
Montione…… Lire 18.12.3
Musigliano…… Lire 16.3.9
Navacchio…… Lire 9.15.8
San Giorgio…… Lire 122.13.8
Pettori…… Lire 29.3.3
San Prospero a Via Cava…… Lire 133.2.4
Ripoli…… Lire 63.6.11
Riglione…… Lire 8.19.6
San Sisto al Pino…… Lire 15.14.3
Usignano…… Lire 117.11.9
Titignano…… Lire 182.11.--
Zambra…… Lire 73.17.4.
…… Lire 2135.-.9
sono Scudi 305.-.9

1.6. Capitolo quinto Delle spese, che debbono farsi a carico dell'Ufizio de' Fossi


[p. 38]

Con l'entrate enunciate nell'antecedente capitolo, deve l'Ufizio de' Fossi supplire ai seguenti generi di spese. In primo luogo deve pagare tutti i ministri stipendiati dell'Ufizio secondo la nota riportata sotto il capitolo terzo alla lettera A, dalla quale si deve detrarre l'importare delle provvisioni di cui l'Ufizio si rimborsa; onde resta a carico della cassa la somma di scudi millesettecento in circa. In secondo luogo sono a carico della medesima cassa le spese generali per mantenimento dell'Ufizio, le quali consistono in fuoco, libri, carta, cera, lumi per consumo dell'Ufizio, in mantenimento della fabbrica del medesimo, in elemosine alla chiesa della Madonna dell'Acqua, e altri obblighi simili. E tutte queste ragguagliano secondo il calcolo di un decennio a scudi seicentocinquanta in circa l'anno. In terzo luogo vi sono i frutti dei denari, che tiene a cambio passivo l'Ufizio suddetto, che annualmente ascendono alla somma di scudi cinquecentottantotto in circa sopra la sorte di scudi sedicimilaottocentoventidue, che tanti se ne trovò al tempo della nostra visita avere in debito l'Ufizio. Il quarto articolo di spesa è il mantenimento della fabbrica degli acquedotti, e delle fontane della città, la quale secondo il ragguaglio di anni dieci ascende alla somma di scudi ottocentotrentasei in circa. Il quinto articolo è la pulizia delle strade, e fogne della città, la quale resta a carico dell'Ufizio de Fossi, e costa annualmente scudi trecento, essendosi trovata per tal somma data in impresa. Alcune provvisioni di legnami, ferramenti, e attrazzi, che conviene
[p. 39]
all'Ufizio tenere preparati per comodo dei lavori da farsi formano il sesto articolo di spesa, che si chiama del magazzino di Porta Mare, e importa annualmente scudi dugento trentasette in circa secondo il ragguaglio di anni dieci. La necessità di facilitare lo scolo delle acque nei fossi di quella pianura porta, che si debbino secondo gli usi, e gli ordini antichi due volte l'anno nettare, e pulire dall'erbe che in gran copia vi crescono, e crescendo riempiono gli alvei, e ritardano il moto dell'acque; onde questo ripulimento annuale, che l'Ufizio deve fare nei fossi addossati a suo carico costa la somma di scudi centoquarantasei in circa secondo il ragguaglio di quello, che si è speso in dieci anni, e costerebbe molto più se si spendesse quanto veramente il bisogno richiede. L'ottavo articolo di spesa consiste nella piantata degli alberelli, la quale costa annualmente secondo il ragguaglio fatto di dieci anni scudi dugento cinquanta in circa; appresso a poco quanto è il profitto del taglio di questi medesimi alberelli. Il nono articolo di spesa è il mantenimento dei ponti sopra i fossi di pertinenza dell'Ufizio, e sopra le strade maestre del territorio pisano, la quale spesa quantunque non possa calcolarsi esattamente, tanto non manca di essere riguardevole per i dispendi straordinari, che può cagionare. Il decimo articolo similmente non è calcolabile, e consiste nelle spese di lastrico, che l'Ufizio per uso inveterato nella città di Pisa soffre in proprio lungo le sponde d'Arno, e in alcune piazze, e altri luoghi vicini alle fonti pubbliche, le quali quantunque non siano continue, sono però molto valutabili. Tutto quello, che avanza a queste spese, che certamente ogn'anno diminuiscono la maggior parte delle medesime entrate, deve consacrarsi all'escavazione dei fossi principali del piano di Pisa, che sono recipienti
[p. 40]
di tutte le acque di quella vasta pianura, al bisogno de quali l'Ufizio secondo gli ordini veglianti deve in tutto supplire secondo la nota, che si dà annessa alla lettera A. E siccome tra questi vi è il fosso di Livorno, e quello di Ripafratta che debbono continuamente tenersi scavati per l'uso della navigazione, così richiedono ogn'anno una grossa partita di spesa impiegandosi nel mantenimento del primo scudi milledugento novantatre, e nel secondo scudi trecento ottantatre, secondo il ragguaglio di dieci anni, e ristringono in tal guisa la somma impiegabile nell'escavazione degli altri fossi, che rimane insufficiente al supplire al bisogno di tutti; e costringe l'Ufizio a contrarre debiti, o la campagna a rimanere danneggiata dai ritardati scoli, o a rivalersi con imposizioni straordinarie, come si vede che più volte è seguito; e come dall'annesso ristretto facilmente ciascuno si persuaderà che debba seguire. Ristretto dell'uscita annuale nelle spese poste a carico dell'Ufizio de Fossi A provvisionati…… Scudi 1.700
A spese generali…… Scudi 650
A interessi de cambi…… Scudi 588
A fabbrica delle fonti…… Scudi 836
A pulizia della città…… Scudi 300
A spese del magazzino…… Scudi 237
A nettatura dell'erbe…… Scudi 146
A piantata degli alberelli…… Scudi 250
A mantenimento de ponti…… Scudi -- A spese di lastrico…… Scudi -- A fosso di Livorno…… Scudi 1293
A fosso di Ripafratta…… Scudi 383
…… in tutto Scudi 6.383

[p. 41]
Dal che si vede, che deducendosi dall'entrata come sopra descritta nella somma di …… Scudi 8611
la detta uscita certa annuale di …… Scudi 6383
…… resta per assegnamento dell'escavazione di tutti gli altri fossi della pianura la sola somma di…… Scudi 2228

1.6.1. A Nota de fossi della Pianura di Pisa che debbono secondo lo stato presente scavarsi, e mantenersi a spese dell'Ufizio de Fossi.

Il fiume della Tora è appartenente per tre quarti all'Ufizio, e per un quarto a particolari interessati. Il fosso Reale è tutto a carico dell'Ufizio. La fossa Nuova è per metà a carico dell'Ufizio, e per metà a carico degl'interessati. Il rio del Pozzale si appartiene tutto all'Ufizio. L'antifosso d'Arnaccio similmente tutto all'Ufizio. Il fosso Vecchio come sopra. Il fosso del Torale Il fosso di Titignano Il fosso di Oratoio, il quale con i due precedenti si appartiene per tre quarti all'Ufizio, e per un quarto agl'interessati. Il fosso del Caligio è tutto a carico dell'Ufizio. La fossa Chiara similmente appartiene tutta all'Ufizio. Il fosso de' Navicelli da Pisa a Livorno è tutto a carico dell'Ufizio. Il fosso, o sia scolo di Pisa per due terzi a carico dell'Ufizio, e per un terzo dei particolari.
[p. 42]
Il fosso della Sofina appartiene tutto all'Ufizio. Il fosso dei Bastioni è per due terzi a carico dell'Ufizio, e per un terzo dello Scrittoio delle Fortezze. Il fosso delle Fortificazioni si appartiene per un terzo all'Ufizio, un terzo all'Abbondanza, e un terzo allo Scrittoio delle Fortezze. Il fosso della Vicinaia. Il fosso del Martraverso. Il fosso dello Scorno, e Il fosso del Fiume Morto si appartengono tutti all'Ufizio. Il fosso del Marmigliaio. Il fosso dell'Osaretto. Il fosso del Tedaldo. La fossa Cuccia. Il fosso dell'Anguillara, e Il fosso dell'Oncinetto si appartengono tutti parimente all'Ufizio. Il fosso Doppio appartiene per tre quarti all'Ufizio, e per un quarto ai particolari. Il fosso di Ripafratta tutto è a carico dell'Ufizio. Il fosso dell'Oseraccio come sopra. Il fosso della Bana. La fossa Magna. Il fosso della Storvigiana Il fosso della Traversagna tutti come sopra. Il fosso della Serezza Nuova per un quarto si appartiene all'Ufizio, e per tre quarti ai lucchesi.

1.7. Capitolo sesto Delle spese a cui l'Ufizio soprintende rimborsandosi sopra l'imposizioni

Fin qui si è parlato delle spese, che l'Ufizio deve fare con la dote
[p. 43]
delle proprie entrate. Resta ora da parlare degli altri generi di spese raccomandate alla cura, e soprintendenza, del detto Ufizio, delle quali esso si rimborsa con l'imposizioni, che in diversi modi egli distribuisce sopra i particolari, che debbano secondo gli ordini veglianti soffrirle. Gli articoli più importanti in questo genere di spese sono i ripari degli argini, e ripe dei fiumi Arno, e Serchio, e il mantenimento delle strade principali della provincia. Per tutto quello che occorre per questi due oggetti l'Ufizio ha l'incumbenza di provvedere quel che stima conveniente, e ordinando i lavori necessari, li paga con i denari della propria cassa, la quale poi rimborsa con l'imposizione dell'estimo, che si distribuisce nell'anno susseguente. E siccome tale imposizione non incomincia a risquotersi, che nell' agosto dell'anno susseguente, così è manifesto, che l'Ufizio dei denari che anticipa per tali occorrenze, si tiene in disborso almeno per lo spazio di due anni in circa. Questa imposizione dell'estimo è una tassa prediale, che in ciascheduna comunità s'impone sopra i beni stabili, e serve per pagare le spese locali di ciascheduna comunità, e le spese universali a cui ciascheduna comunità deve contribuire, e siccome tanto l'une, che l'altre sono variabili, così variabile ancora è questa imposizione, la quale caricandosi sopra beni stimati, o si voglia dire allibrati, si pone a tanto per lira secondo il maggiore, o minor bisogno annuale, che ciascheduno resta in tal guisa tassato a proporzione della stima delle sue possessioni. Le comunità del territorio pisano oltre che le suddette spese locali, e universali, che tutte le altre soffrono, hanno di più il particolare aggravio di contribuire alle spese sopradette dell'Ufizio de' Fossi nel mantenere gli argini, e ripe d'Arno, e del Serchio, e le strade suddette. Questa contribuzione fu regolata con una legge del 1551
, con la quale a ciascheduna strada o parte di strada sono state assegnate le comunità, sopra delle quali deve repartirsi la spesa, e il simile è stato fatto alle diverse partite degli argini suddetti, con la mira di far soffrire
[p. 44]
respettivamente le spese a quelle comunità, che ricevevano dai ripari, e mantenimenti suddetti benefizio. La spesa adunque in vigore di detta legge si distribuisce sopra le comunità assegnate, e si divide tra loro a proporzione della massa dei loro estimi, e in ciascheduna si suddivide in appresso l'aggravio sopra i particolari a proporzione delle lire d'estimo, che ciascheduno possiede. E' però d'avvertirsi che l'Ufizio per rimborsarsi non imposta per debitrici le comunità, rilasciando a loro la cura del reparto; ma fa da se la distribuzione, e reparto sopra ciaschedun particolare, e imposta ai suoi libri per debitore ciaschedun possessore dei beni secondo il suo contingente, il quale si esige direttamente in Pisa dalla cassa dell'Ufizio de' Fossi. Talchè l'effetto è che ogni possessore di beni nelle comunità pisane paga il suo contingente d'estimo per le spese della sua comunità locali, e universali in mano al camarlingo della comunità medesima; e quella parte di estimo che s'impone per l'Ufizio de Fossi lo deve pagare in Pisa alla cassa dell'Ufizio suddetto. Questo metodo oltre a essere d'incomodo ai particolari debitori, che hanno l'imbarazzo di tenere per causa dell'estimo due conti accesi, uno alla comunità, e uno all'Ufizio dei Fossi, e di dover pagare il loro debito parte in provincia, e parte in Pisa, è cagione ancora, che l'Ufizio suddetto, il quale per tanti altri titoli è già costretto a tenere una voluminosa scrittura, deve a tal solo oggetto darle un così copioso, e laborioso accrescimento, che in verità i ministri volendo tenerla in giorno vi restano oppressi. E in oltre da questo metodo deriva, che rimanendo molti debitori insolventi, l'Ufizio de' Fossi che ha anticipato il denaro, e deve risquotere per rimborso, rimane allo scoperto coll'andar del tempo di considerabili somme, e si rende in tal guisa esausta la sua cassa, e impotente a riparare alle nuove spese, che giornalmente occorrerebbero. Ciò che impone l'Ufizio de' Fossi sopra l'estimo a causa de sopradetti lavori non è fisso perchè dipende dalla maggiore o minore quantità
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dei lavori suddetti; ma facendo il ragguaglio di quello che a questo titolo ha speso in dieci anni, importa annualmente scudi cinquemilacentododici in circa. È ben vero da avvertirisi, che tale imposizione in questi ultimi tempi è molto cresciuta; poichè osservando lo speso per l'istesso titolo nelli anni precedenti, e facendo un anno comune dal 1680
in poi, il ragguaglio importerebbe scudi tremila trecento cinquantatre in circa, e così una somma molto più mite di quella fatta nell'ultimo decennio. Questa somma deve avvertirsi, che non si distribuisce ugualmente sopra tutte le comunità; ma siccome si aggravano solamente quelle in benefizio delle quali sono occorsi i lavori colla regola della detta legge dell'anno 1551
, così può succedere, che nel medesimo anno l'aggravio in una comunità sia maggiore, e in un'altra minore secondo le contingenze. Un altro articolo di spesa, che l'Ufizio suddetto fa per rimborsarsi sopra l'estimo, è quello che si dice uscita dei Surrogati, la quale non consiste in altro, che in alcune piccole provvisioni di ministri, le quali per non aggravare la cassa dell'Ufizio, fu detto, che questa se ne rimborsasse sopra l'estimo, a contemplazione del servizio, che detti ministri prestavano, non solo all'Ufizio de' Fossi propriamente detto, ma ancora al magistrato dei Surrogati, e così a contemplazione dell'utilità, che da tal ministero resulta a tutte le comunità in genere. E questa distribuzione si fà con imporre egualmente sopra tutte le comunità del territorio pisano a proporzione della loro massa d'estimo. È ben vero, che in sgravio di questa imposizione, si deve considerare ciò che l'Ufizio annualmente ritira da certe tasse, che tutti i Camarlinghi delle comunità pagano nell'atto di fare ogni anno il loro saldo, le quali tasse importano scudi sessantatre, onde per quel di più che manca al rimborso dell'Ufizio si forma l'imposizione nella sopradetta maniera. Un tal metodo d'imporre si osserva ancora per rimborsarsi della
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spesa che l'Ufizio fa nel mantenimento del Ponte a Mare, il quale essendo giudicato di benefizio universale, si è posato similmente sopra l'universale il carico di mantenerlo. Un simile metodo si è anco praticato con l'istessa reflessione quando fu fatta la fabbrica del Ponte di Mezzo della città di Pisa, e pare molto giusto, e facile a mettersi in pratica in ogni caso, ove si tratti di lavori, che risguardino il benefizio non particolare, ma universale. È pero da avvertirsi, che l'imposizione de Surrogati diversifica da quella del Ponte a Mare in questo, che nella prima si aggravano in tutte le comunità le sole masse d'estimo de laici, e nella seconda si aggravano anco quelle degli ecclesiastici, come fu fatto anche in quella del Ponte di Mezzo. Ciò che s'impone per i Surrogati può ascendere annualmente a scudi cent'otto in circa, anzi siccome tal somma annua rimane troppo tenue per ripartirsi in ciaschedun anno sopra tante comunità, così se ne fa la distribuzione ogni cinque anni per aspettare, che la somma sia più sensibile, e suscettibile di minute suddivisioni; e in tal guisa la cassa dell'Ufizio ne sta in disborso per tutto questo tempo. La spesa occorrente per il Ponte a Mare è difficile ridurla a ragguaglio annuale; ma a proporzione del bisogno si fanno i lavori, la spesa de quali quando arriva a somma distribuibile si forma l'imposizione per il rimborso. Un altro genere di spesa totalmente diversa è quello, che l'Ufizio fa per scavare, e mantenere i fossi, e fiumi, al di cui mantenimento non è stato provvisto con incaricarne l'Ufizio medesimo. Siccome questi lavori si giudicano solamente espedienti alla privata utilità dei terreni, che scolano in detti fossi, o temono le inondazioni di detti fiumi, così è stato giudicato, che la spesa debba posarsi solamente sopra i particolari possessori di quei terreni, che risentono profitto dai lavori suddetti. L'Ufizio in questo genere non intraprende operazione veruna, se non a
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richiesta di alcuno degl'interessati. È ben vero, che essendo il lavoro richiesto e non contradetto, e riconosciuta la contradizione irragionevole, e l'Ufizio lo intraprende, e lo perfeziona con i propri denari, i quali anco in questo caso anticipa per rimborsarsene sopra l'imposizione. L'imposizione si fà misurando le stiora del terreno che scola nel fosso da cavarsi, o che in qualche modo riceve benefizio dal lavoro da farsi e di poi fatta che sia la spesa, questa si distribuisce a un tanto per stioro; e quando si giudichi che non tutti i terreni ricevino uguale vantaggio, si dividono i terreni in classi, e in ogni classe si fa il reparto a tanto per stioro. Fatto in tal guisa il reparto, si impostano, e addebitano tutti i possessori dei terreni ai libri dell'Ufizio del loro contingente, il quale da essi si paga alla cassa; ma segue anco in questo caso ciò che si è detto di sopra, cioè, che restando molti debitori insolventi, l'Ufizio oltre allo stare in disborso del suo denaro, non ottiene poi il rimborso completo, come sarebbe di dovere. Le spese solite farsi annualmente per questi lavori a carico dei particolari sono molto variabili, ma si possono calcolare a scudi quattro mila settecento novanta otto, secondo la spesa fatta negli ultimi dieci anni, nella quale però sono comprese anco le spese dei palancati. I palancati sono chiuse fatte con rastrelli di legno per circondare, e difendere i luoghi seminati dagl'insulti dei bestiami che stanno per le macchie, i quali siccome occorrono farsi in luoghi, che interessano quantità di persone, così per fuggire le querele, e le lunghezze vi è stata interposta l'autorità dell'Ufizio, perchè questo pensasse a farli, e rimborsarsi sopra ciascuni particolare, quantunque anche in questo caso convenisse all'Ufizio soffrire l'anticipato disborso del denaro, e lo scapito sopra i debitori cattivi.
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A questa classe di spese si deve riferire ancor quella del lastrico delle strade della città di Pisa, e di qualche castello del suo territorio, le quali si anticipano dall'Ufizio, e si distribuiscono sopra i padroni delle case adiacenti; e queste rispetto alle strade di Pisa sono importate al ragguaglio degli ultimi dieci anni scudi cinquecento ottanta nove in circa. Un'altra spesa finalmente assai importante per la città di Pisa, è quella di riparare, e mantenere le sponde, e muriccioli d'Arno dentro la città, alla quale si provvede similmente con i denari dell'Ufizio, il quale doverebbe rimborsarsene sopra la città medesima; ma per essere controverso il modo di effettuare questo rimborso, questo resta tuttavia impendente con danno di quella economia. Secondo gli ordini antichi, che si vedono fino del 1475
le spese di tale occorrenza si dovevano ripartire sopra tutti gli abitanti della città di Pisa. Ma questo metodo fu abbandonato forse perchè era di troppo disastro ai poveri, dei quali suol formarsi il maggior numero degli abitanti della città, e perchè con tutto il disastro il pervenire all'effettivo rimborso era per mezzo di tali impotenti persone molto difficile. Fù adunque nell'anno 1577
pensato un nuovo metodo di distribuire sopra le case della città, per un terzo sopra le case che riescono lungarno, e per li altri due terzi sopra le rimanenti case della città, e tale imposizione si doveva fare a misura della maggiore, o minore estensione delle rispettive facciate, o gronde delle case suddette, e perciò si chiamava la distribuzione delle gronde. Questa però non ostante che fusse ordinata nel detto anno 1577
si vede che allora non fu messa in pratica, e durò molto tempo l'Ufizio a spender di suo senza rimborsarsi. Finalmente essendo accresciuto il credito dell'Ufizio a somma tale da non poter più stare in disborso, si vede che nel 1680
fu messa in pratica la prima volta questa distribuzione delle gronde ideata cento anni avanti; e furono in poco tempo pubblicate tre distribuzioni, la seconda delle quali nel 1684
, e la terza nel 1693
; ma con infelicissimo successo per le difficoltà
[p. 49]
che si suscitarono, per le quali l'Ufizio non ha mai potuto conseguire l'intiero rimborso. Tra le più considerabili difficoltà fu la pretensione che s'incontrò negli ecclesiastici di esentare da detta imposizione le gronde, o facciate delle chiese, e altri luoghi sacri, la qual pretensione essendo stata sostenuta da Roma, non fu possibile per le distribuzioni allora veglianti devenire all'esazione sopra tali luoghi, anzi l'effetto è stato, che essendo gli ecclesiastici debitori in confuso e per ragione di luoghi immuni, e per ragione di luoghi non immuni, hanno sfuggito con tal confusione di pagare il debito anco per la parte non controversa, e per tal causa son rimasti accesi al libro detto delle gronde molti nomi di debitori. Un altro effetto è seguito, che doppo col tempo tale distribuzione sopra le gronde, attese mi suppongo, le difficoltà incontrate, non è stata altrimenti messa in uso, e nell'anno 1710
ritrovandosi l'Ufizio de' Fossi creditore di questa imposizione per lavori fatti di scudi cinquemila cinquecento, il pagamento di questi fu addossato, in cambio di distribuirlo sopra le gronde, allo spiano del Panfine di Pisa, con farli pagare scudi cinquecento subito, e il restante a ragione di scudi centocinquanta l'anno, con che la cassa dell'Ufizio non si trova ancora rimborsata dell'intero della spesa fatta fino a detto tempo. Ma quel che più importa resta ancora in totale disborso delle spese occorse dal 1710
fino al tempo presente, per le quali non è stato preso alcun provvedimento, quantunque sia di precisa necessità il farlo, o con ristabilire in modo eseguibile, e non litigioso l'imposizione delle gronde, o con distribuire in altro modo sopra la città, o altri obbligati questo debito sì per le spese passate, che per le future. Le quali spese future si rendono tanto più indispensabili, e riusciranno più gravose,
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quanto che questa difficoltà di rimborso è stata causa per il passato, che l'Ufizio in tale articolo ha speso meno che ha potuto; onde al presente le sponde d'Arno si trovano in precisa, e pronta necessità di copiosi resarcimenti.

1.8. Capitolo settimo Del concorso degli ecclesiastici alle imposizioni dell'Ufizio de' Fossi

I beni ecclesiastici del territorio di Pisa sono nell'istessa guisa, che nel rimanente della Toscana di due nature; poichè alcuni si dicono di antico acquisto, perchè passati in dominio della Chiesa avanti la bolla di Leone decimo, e gli altri di moderno acquisto, perchè acquistati dopo la disposizione di detta bolla, che sottopone a tutte le gravezze i beni, che da allora in poi sarebbero passati negli ecclesiastici. Per i beni di moderno acquisto la detta bolla, e la successiva pacifica osservanza ha tolto tutte le difficoltà, perchè si equiparano a tutti gli effetti ai beni de laici; ma per i beni di antico acquisto si incontrano in ogni genere d'imposizione degli ostacoli; perchè in primo luogo pretendono di essere esenti, e privilegiati da qualunque aggravio; e secondariamente quando in qualche caso siano tenuti a concorrere, pretendono di dover godere qualche distinzione, e alleggerimento della gravezza, e in oltre di non poter essere astretti a pagare per mezzo dei tribunali laici; ma che deva l'esazione seguire per via della Curia Ecclesiastica. Infatti nell'imposizione ordinaria
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dell'estimo, che si forma in ciascheduna comunità, questi beni di antico acquisto sono totalmente esenti, e si chiamano non paganti, non concorrendo essi a ciò, che le comunità per le spese locali, e universali impongono annualmente sopra i possessori dei terreni. Ma siccome quello che impone l'Ufizio dei Fossi sopra l'estimo non è propriamente una gravezza, ma un rimborso, e restituzione di spese fatte in diretta, e particolare utilità di ciaschedun possessore dei terreni, che restano con tali spese liberati, e preservati dall'imminenti danni delle acque, così è stato sempre preteso che restino obbligati alla restituzione di tali spese anco i beni di antico acquisto, detti non paganti, valendosi in ciò della generale consuetudine che è in Toscana, che i beni ecclesiastici di tal natura concorrino alle spese di fiumi, ponti, strade, e simili, che si fanno per particolare interesse di ciaschedun concorrente. Nonostante in questo caso, o per fuggire le dubbizze, o per qualunque altra causa fu creduto opportuno di domandare un breve a Roma per ottenere il concorso di tali ecclesiastici. Il breve si ottenne, ma con delle condizioni alquanto favorevoli per gli ecclesiastici, perchè fu detto che li ecclesiastici concorressero, quando i beni dei laici non fussero potenti a soffrire soli la spesa, che nel concorrere dovesse farsi loro qualche sbasso, o diminuzione, e che non dovessero in alcun modo concorrere alle spese di ornati, coltivazioni, e simili, e con altre dichiarazioni espresse nel breve di cui si da la copia in piede del presente capitolo alla lettera A, il quale è l'ultimo ottenuto nell'anno 1735
. Questo breve ogni dieci anni deve rinnovarsi, ed è quello che si osserva pacificamente nella presente distribuzione delle imposizioni. In oggi non si controverte più, se siano tenuti gli ecclesiastici a concorrere o no, attesa la condizione di non concorrere, se non in caso d'impotenza
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dei laici, perchè vi sono due sentenze di nunzi pontifici, che si danno annesse alla lettera B, e alla lettera C, che dichiarono dover essi concorrere atteso che costa che i beni dei laici sono insufficienti a soffrire tutto il peso dell'imposizione. Nell'istesse sentenze però è stato dichiarato, che da alcuni generi di spese siano gli ecclesiastici esenti, e in specie da tutte le spese dei ministri, l'opera dei quali è necessario impiegare per disegnare, dirigere, e perfezionare i lavori. Ed è stato detto che l'Ufizio de' Fossi nel distribuire ciascheduna imposizione debba mostrare la distribuzione, e i libri delle spese fatte a certi deputati ecclesiastici, i quali possino riconoscere, se i loro beni venghino aggravati più del giusto, e avvalorare con la loro approvazione dette distribuzioni. Queste condizioni da osservarsi fanno sì, che l'Ufizio per potersi rimborsare dei suoi crediti bisogna che tenga in ciascheduna imposizione conti, e libri doppi, e reduplichi la fatica dei suoi ministri, poichè dovendo distinguersi la massa degli ecclesiastici da quella de' laici, viene a imporsi con diversa proporzione, nè si può ad un tanto per lira collettare gli uni, e gli altri, e tale reduplicazione di conti che si incontra in tutti i minuti articoli di spese reduplica certamente la scrittura dell'Ufizio, e la fatica delle persone impiegate a tenerla. E siccome doppo fatte tutte queste diligenze non si ottiene, che di potere solamente imporre, giacchè l'esazione dei nomi ecclesiastici si vuole che passi per la curia ecclesiastica, così segue che l'Ufizio non ha modo di forzare i suoi debitori al pagamento, e rimane per molto tempo in disborso de' suoi capitali, e con la tardanza si fanno sempre delle perdite a causa delle poste che facilmente diventano inesigibili. Per accellerare tale esazione l'Ufizio è stato costretto di dare alla curia ecclesiastica un sette per cento di partecipazione` sopra le somme, che per suo mezzo si riscuotono, ed è stato costretto a restare perciò in un sicuro, e perpetuo disborso di detta somma con danno della cassa, che per tali perdite rimane sempre più esausta. Questo sette per cento quantunque non apporti alcun benefizio agli
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ecclesiastici che pagano, è però un aggravio considerabile per l'Ufizio, nella cassa del quale ogni anno si accresce il vuoto per altrettanta somma. E a questo si aggiunge un altro aggravio di cinque per cento, che l'Ufizio è quasi sempre costretto a soffrire, perchè i debitori ecclesiastici essendo per l'ordinario morosi, così cadono per lo più negli spogli, che fanno i soprasindaci, i quali poi pensano a esigerli, ma con la pertecipazione del cinque per cento; sicchè accade, che sopra tali nomi abbia bene spesso l'Ufizio uno scapito di dodici per cento. Cumulando questo aggravio che soffre l'Ufizio con l'altro aggravio, che soffre la massa de' laici in sopportare sola tutte le spese di ministero, si vedrà chiaramente essere il concorso degli ecclesiastici a queste spese di comune utilità molto incompleto, e molto lontano dalla giustizia, e dall'uguale profitto, che ne ricavano tutti i proprietari dei terreni a proporzione delle respettive loro possessioni. Ciò che si è detto per rapporto agli ecclesiastici nella distribuzione della spesa che si fa sopra l'estimo, si deve intendere ancora della distribuzione che si fa sopra gli scoli, nella quale si osservano l'istesse regole per tassare, e distribuire sopra i beni di antico acquisto. Finalmente anco in occasione delle spese fatte per causa di lastrichi, avendo alcune chiese della città di Pisa promosse delle pretensioni, queste con le loro lunghezze, e difficoltà hanno anco in questa parte ritardati all'Ufizio de Fossi i mezzi di rimborsarsi. È ben vero, che l'uso è che gli ecclesiastici paghino in questo come i laici, e non si sa che sia stata formata pretensione, nè allegato alcun titolo per esentarsene. Solo di fatto alcuni difficultano, e ritardano il pagamento, il quale per mancanza di coattiva non si può fare eseguire senza molto circuito. E alcuni parochi di Pisa per aver chiese di rendita miserabile ripugnano di esser tenuti a tale spesa per mancanza della congrua, la quale obiezione non porta in conseguenza, che la chiesa sia esente; ma ridurrebbe la questione solo a vedere se per la chiesa sia tenuto il paroco, o il
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patrono, o il popolo, o altri che in mancanza della congrua si possino dire obbligati. Per l'imposizione delle gronde abbiamo accennato nel capitolo precedente che fu preteso dagli ecclesiastici di esentare tutte le fabbriche sacre e che questa pretenzione fu sostenuta acremente dalla Congregazione dell'Immunità di Roma, la quale fece un decreto contrario a detta imposizione nell'anno 1683
fondato in un voto del cardinale Albizi; ma non essendo andata avanti questa imposizione, et essendo difficile per questa, e altre cause di riassumerla, stimo superfluo il parlarne altrimenti.

2. Parte seconda Relazione della Vista fatta all'Ufizio de Fossi di Pisa l'anno 1740 Parte seconda


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Nella quale si descrive lo stato della Campagna pisana al tempo di detta visita, e si propongono i regolamenti per bonificarla, e mantenerla sempre in buon grado.

2.1. Indice Tavola de Capitoli della Parte seconda


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  • Capitolo 1
    Divisione della pianura pisana
  • Capitolo 2
    Del fiume Arno
  • Capitolo 3
    Degl'influenti del fiume Arno
  • Capitolo 4
    Del fiume Serchio
  • Capitolo 5
    Della campagna adiacente al lago di Maciuccoli
  • Capitolo 6
    Della campagna adiacente al fiume Morto
  • Capitolo 7
    Del fosso Reale o Calambrone
  • Capitolo 8
    Della pianura interposta tra Arno, e fosso Reale
  • Capitolo 9
    Della pianura interposta tra fosso Reale e le colline
  • Capitolo 10
    Della pianura di Livorno
  • Capitolo 11
    Della città di Pisa

2.2. Capitolo primo Divisione della Pianura pisana


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Dalla soprascritta narrazione può comprendersi qual fusse il sistema dell'Ufizio de' Fossi, allorchè ci fu data la commissione di visitare lo stato della sua amministrazione, e lo stato della Campagna pisana. E siccome questa visita aveva due oggetti, uno di stabilire i lavori necessari al buon regolamento delle acque in quella Provincia, che in gran parte venivano controversi, e l'altro di trovare li assegnamenti per i suddetti; così principieremo da esporre ciò che fu operato per adempire alla prima parte di questa nostra incumbenza, per passar poi alle proposizioni che ci parvero più fattibili per assicurare alla disastratta azienda dell'Ufizio bastevoli e perpetui assegnamenti. La Campagna pisana adunque dentro i confini da noi sopradescritti è distinta in pianura, collina, e montagna, la pianura è confinata a settentrione dalle montagne, che dividono lo stato pisano dal lucchese; a mezzogiorno dalle colline, a levante dalla Cecinella, fiume che divide il territorio pisano dal fiorentino, e dai Poggi di Montecchio; e a ponente dal mare. Questa pianura è il principale oggetto dell'Ufizio de Fossi per la difficoltà che vi è di regolare il corso dell'acque, le quali sì per la montagna, che per la collina non hanno bisogno dell'assistenza dell'arte; e perciò dentro i limiti di detta pianura fu da noi ristretta la nostra visita, giacchè l'Ufizio de Fossi fuori di essa non ha altra cura che lo riguardi,
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che il mantenimento di alcune strade, che non formano un ogetto molto considerabile. Questa pianura è di lunghezza, contando da Bocca d'Era fino al mare di diciotto miglia in circa per linea retta. La sua larghezza poi è diversissima secondo le molte vaste tortuosità che formano le radici de monti e delle colline che la confinano. Lasciando da parte la pianura di Livorno come di natura diversa, la maggior larghezza della pianura di Pisa è dalla parte del mare, ove dal confine di Lucca fino alla Bocca del Calambrone si contano sedici miglia; e la minor larghezza che è dal monte della Verrucola fino alla Collina di Perignano è di cinque miglia. Non è stata calcolata esattamente l'estensione della sopradetta Pianura per le tante irregolari sinuosità che formano le radici delle suddette montagne, e colline; ma per le considerazioni fattevi vien giudicata esser la di lei superficie dugento miglia quadre; e di altrettanta e forse maggior ampiezza vien giudicata la superficie di quelle montagne, e colline che mediante il loro declive tramandano le acque nella pianura suddetta. Questa pianura si trova in stato quasi orizzontale e con pochissima inclinazione verso il mare che dev'essere il ricettacolo delle di lei acque; e questa è la causa che ella soffre tanti pregiudizi nel corso ritardato e difficultato delle acque suddette, e che vi è necessaria una straordinaria, e perpetua diligenza per regolare il movimento delle medesime. L'acque che infestano questa pianura si possono distinguere in due sorte, estranee cioè, e naturali. Le estranee sono quelle che per mezzo de fiumi procedenti da paesi più remoti vi sono portate, e le naturali sono quelle che dal cielo piovono sopra la suddetta pianura, e sopra la superficie dei monti, e delle colline adiacenti, di dove poscia o per mezzo di rivoli e torrenti scorrono nel piano, o per via di canali sotterranei tengono vive le scaturigini d'acqua, che in gran quantità per il mezzo di detta pianura si ritrovano.
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Tutte queste acque doverebbero portarsi la mare, e per portarvele non vi sono, come dimostra la carta, che cinque bocche, cioè la Foce del Calambrone, la Foce d'Arno, quella di Fiume Morto, quella del Serchio, e l'esito del porto di Viareggio, ove comunica il lago di Maciuccoli, nel quale scolano diverse campagne del territorio pisano. Se a qualcheduna di queste cinque foci potessero portarsi tutte le acque che sopravvengono nella provincia pisana con un moto regolare, e ristrette in canali atti a riceverle, la naturale fertilità della campagna, e la benignità del clima renderebbe il paese uno de più floridi dell'Italia; ma la poca inclinazione che abbiamo di sopra accennato che ha questa pianura verso il mare, forma in diverse parti potenti ostacoli al moto delle sue acque naturali, che sono perciò sottoposte a spessi stagnamenti, altri temporali, altri perpetui; e l'impeto con cui talvolta corrono per la pianura suddetta l'acque straniere espone il paese all'altro male delle inondazioni, talchè per l'una e per l'altra di queste naturali disgrazie resta notabilmente offesa la salubrità del suo per altro delizioso soggiorno, resta una parte del suo terreno ben considerabile totalmente inutile, e un'altra assai pericolosa, e resta priva della popolazione di cui sarebbe intanto maggior numero capace, e di cui averebbe necessità per render più leggiero alli scarsi suoi abitatori il peso della vigilanza continua che bisogna impiegare per difendersi da simili infortuni, e del dispendio annuo che per tal causa convien soffrire. Riassumendo la distinzione da noi di sopra proposta delle acque di questa provincia, è da considerarsi che l'acque estranee vi sono portate dal fiume Arno, e dal fiume Serchio, i quali siccome corrono con pelo delle loro acque superiore al piano della campagna, così sono quasi per tutto il loro corso sostenuti con argini alti e potenti, e sono per ciò incapaci di ricevere in sè lo scolo delle pianure adiacenti che restano più basse. Sicchè prescindendo da alcuni pochi influenti di cui
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si parlerà a suo luogo, si può dire generalmente che questi due canali sono i ricettacoli delle acque straniere, e che solamente le altre tre foci, del Calambrone, del Fiume Morto, e del lago di Maciuccoli servono a scolare le acque naturali della campagna pisana, la quale perciò si divide comodamente in tre parti; la prima cioè interposta tra il fiume Arno e le colline, che più comunemente si chiama Valle d'Arno, che tutta sbocca in Calambrone; la seconda interposta fra l'Arno, e il Serchio, che tutta sbocca in Fiume Morto, e la terza situata di là dall'argine destro del Serchio, che scola nel lago di Maciuccoli. Per seguitare adunque la divisione naturale del paese, prima parleremo del corso di detti due fiumi Arno, e Serchio, e passeremo poi a considerare le dette tre porzioni di pianura con la foce che ciascheduna ha per lo scarico delle sue acque, notando in ciaschedun luogo le osservazioni che nella visita a noi commessa furono fatte per benefizio di questo importante territorio.

2.3. Capitolo secondo Del Fiume Arno

Il fiume Arno nasce dalle montagne dell'Apennino, e traversando la Toscana da levante a ponente prende la maggior parte dell'acque di tutta la provincia, e le porta nel territorio pisano, ove entra alla foce della Cecinella, e per mezzo di detto territorio le scarica in mare con un corso alquanto tortuoso di trenta miglia in circa. Queste acque portano alla città di Pisa e sue campagne adiacenti il comodo di avere un fiume navigabile; ma dall'altra parte espongono il paese a diversi incomodi, il primo e il più essenziale de' quali è il pericolo dell'inondazioni, che bene spesso hanno desolato
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la parte più coltivata della campagna, e afflitto con danni notabilissimi anco la città. A queste inondazioni tutti i luoghi adiacenti ai fiumi vi sono in qualche modo sottoposti, e forse quando il caso porta una combinazione contemporanea di eccessive pioggie, e di liquefazione di nevi vi sono sottoposti senza che l'arte possa portarvi alcun rimedio. Non ostante per discorrere delle cause, che più particolarmente espongono il territorio di Pisa a questa disgrazia, è da osservarsi che il letto d'Arno è talmente rialzato, che se non fusse con argini ben forti accompagnato per tutto il suo corso, traboccherebbe le sue acque per tutta la pianura, la di cui salvezza perciò consiste nella stabilità, e custodia continua di questi argini, i quali hanno bisogno nel tempo delle piene di esser molto ben guardati dall'assistenza de circonvicini abitanti che in gran numero, e muniti di certe regole vi accorrono per riparare ove l'impeto del fiume minaccia di superare la resistenza che si trova opposta. Questo fiume adunque col pelo dell'acqua superiore alla campagna corre con tal mole, che bene spesso rompe, o pone in pericolo i suoi argini, e corre per un letto tortuoso, nelle quali tortuosità non può far di meno di non perdere alquanto di velocità, e di alzarsi a proporzione di corpo, il che gli accade anche in diversi altri luoghi, ove la larghezza del letto è più smoderata del dovere. Di queste tortuosità le più nocive vengono considerate una appunto avanti di entrare in Pisa che l'impedisce d'imboccare per un canale diretto nel ponte della Fortezza; e l'altra sotto Pisa in luogo detto Barbaregina, e l'altra alla foce del fiume vicino al mare, le quali in altri tempi da Vincenzio Viviani, e da Cornelio Meyer fu proposto che si levassero, ponendo il fiume in dirittura, il che averebbe fatto due buoni effetti l'uno di toglier l'ostacolo all'impeto del fiume che lo fa in tali trattenimenti crescere di corpo con pregiudizio degli argini superiori,
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e l'altro di risparmiare la grande e quotidiana spesa che per difendere le ripe si richiede in tali tortuosità, come massimamente è accaduto in quella di Barbaregina. A questi impedimenti alla velocità dell'acqua che accadono in più luoghi del suo corso si aggiunge quello che incontra nella foce, la quale ponendo in mare in una spiagga d'acque basse, non può in conseguenza spingere molto avanti, nè precipitare in luogo profondo le arene, che seco porta; ma restano depositate intorno alla foce, e vi fanno alle volte una specie di banco che dificulta e ritarda lo sbocco del fiume istesso con gran pregiudizio della velocità non solo necessaria in tempo di piena a conservarsi, ma del suo letto ancora, che per tal causa è costretto a rialzarsi; e questi banchi di arena, che si trovano alla foce d'Arno, si dà il caso bene spesso che sono fortificati e accresciuti dal movimento del mare, il di cui lido particolarmente ove le acque sono basse ogn'uno sa essere a tali variazioni molto soggetto. Il vento ancora che domina la foce d'Arno può essere alle volte un temporaneo, ma potente ostacolo alla velocità dell'acque, le quali incontrando i flutti marini straordinariamente rigonfiati, e cresciuti di corpo, e spinti dalla forza del vento verso il lido, non possono contro una forza così grande proseguire l'ordinario corso, anzi regurgitano per un gran tratto di paese con gran pericolo delle campagne superiori, quando si dà la combinazione delle piene grandi e dell'impeto de venti opposti alla detta foce. Per tenere la foce d'Arno più libera dai mentovati impedimenti si sa che fu proposto dai detti Viviani e Mayer di farvi un nuovo taglio per togliere al fiume vicino al mare tutte le sue tortuosità, e farlo sboccare in mare per un canale diritto, e quindi prolungare la foce di questo canale per qualche tratto anco nel mare medesimo con accompagnarlo con certe sassaie, e scogliere sostenute da palafitte, e con procurare di tenere la larghezza di detta foce più angusta di quel ch'ella era, acciò accrescendovisi la velocità dell'acqua, vi si potesse mantenere sempre
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la desiderata profondità, e potesse accompagnare lo scarico delle arene più addentro nel mare che fusse possibile, e in luogo perciò d'acqua più profonda, ove si potessero disperdere senza timore. La relazione più esatta di questi lavori giudicati espedienti per la buona direzione del fiume Arno si può vedere originalmente nel discorso del detto Cornelio Meyer ingegnere olandese, che l'ha impresso nel suo libro intitolato L'arte di restituire a Roma la tralasciata navigazione del suo Tevere, e nella relazione di Vincenzio Viviani del dì 12 aprile 1684 impressa nella raccolta degli scrittori dell'acque, e fatta al Gran Duca Cosimo III in occasione della visita che in compagnia di detto Meyer fece in quel tempo alla campagna pisana, dove per occasione di una grandissima piena accaduta sotto di 19 maggio 1680 che allagò la città e la pianura, si vede che regnava un gran timore di simili inondazioni, e risvegliò perciò l'attenzione di Sua Altezza Reale la quale fece in quel tempo per editto pubblicare, che chiunque avesse da proporre qualche rimedio per esimere in avvenire la città da simili disgrazie, lo proponesse a fine di potervi sopra deliberare; e si vede che diversi cittadini pisani distesero i loro pareri, che furono di poi dal Gran Duca fatti esaminare al detto Meyer e al Viviani, come resulta dalle loro relazioni, alle quali mi riporto. È ben vero che dopo questa visita e dopo queste relazioni certo è che i lavori che furono dai periti concordemente proposti non sono stati effettuati, e o fosse che il progresso del tempo dileguasse il timore della sofferta inondazione, o che la spesa necessaria in detti lavori, e che passava ventimila scudi, l'impedisse, non si sà che dall'Ufizio de Fossi sia stato mai dato principio ai medesimi. Si sa bene che dopo l'inondazione del 1680
fu fatto un generale rialzamento degl'argini d'Arno, e delle sue sponde in città; onde può essere che per allora giudicassero questo riparo sufficiente senza entrare nella spesa d'altri lavori.
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Riassumendo in oggi le osservazioni in quel tempo fatte, certo è che Arno si trova esposto agl'istessi inconvenienti, anco di presente mediante il rialzamento del letto che sempre cresce, e attese le tortuosità sopraccennate che tuttavia sussistono, e altri luoghi dove per la troppa ampiezza dell'alveo perde di velocità, e altre difficoltà che si trovano alla di lui foce. Perciò non può negarsi che i lavori proposti in quell'occasione da quei valent'uomini non fossero per essere utilissimi, perchè tutti tendenti a conservare al fiume la velocità necessaria, e per conseguenza la bassezza dell'acqua. Siccome utilissimo sarebbe, non avendo in vista altro che quest'oggetto, procedere in oltre a togliere tutte le altre tortuosità del fiume Arno, oltre quelle sopraccennate, come sarebbe quella tra Riglione e San Casciano, e generalmente ridurlo in un canale diritto da Pontadera a Pisa, come fu pensiero del celebre architetto Bernardo Bontalenti. E ottimo consiglio in oltre non può negarsi che sarebbe l'ampliare le luci de i ponti di Pisa, che troppo anguste riescono alla mole dell'acqua che vi deve passare, e dal perpetuo rialzamento del letto d'Arno sempre più si vanno angustiando, secondo che spiega e propone Vincenzio Viviani in detta sua relazione. Ma tutti i progetti per utili che siano, quando sono notabilmente dispendiosi, sempre è solito che se ne aspetti la necessità evidente; onde siccome la città di Pisa dal detto anno 1680
in qua non è stata inondata, e le inondazioni che di poi sono seguite per la campagna, siccome quelle che precederono la detta inondazione del 1680
non può dimostrarsi, se non ostante l'apposizione di tutti questi rimedi fussero per accadere, o no; poichè in verità possono darsi tali combinazioni di eccessive piogge, e di subite liquefazioni di nevi, e di venti contrari alla corrente del fiume, per cui la mole dell'acqua superi ogni riparo possibile, così questa incertezza congiunta ai rari trabocchi nella città, che sogliono essere quegli di maggior danno, e che più destano l'attenzione de cittadini, credo
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che sia stata causa che non sia stato per anco intrapreso alcuno de lavori soprannotati per non aggravare di un dispendio così insigne il paese già disastrato, e che è forzato a succombere in questa materia a diverse altre spese più indispensabili, e di più manifesta e presente utilità. Infatti l'allargare i ponti di Pisa, quantunque non possa negarsi che in tempo di piena fussero per essere più opportuni, sarebbe una spesa la quale nelle circostanze presenti non pare proponibile, perchè supera le forze del territorio pisano; e similmente il ridurre Arno generalmente in canale, oltre la spesa grandissima porterebbe qualche pregiudizio assai notabile alla navigazione, la quale recando tanti altri vantaggi al paese, non bisogna perdere di vista, mentre si tratta di difenderlo dalle inondazioni, finchè almeno vi resta qualche altro riparo compatibile. Tali reflessioni di economia potrebbero anco fortificarsi in gran parte, considerando che nella inondazione d'Arno ultimamente seguita dopo la nostra visita nel 3 dicembre 1740, con tutto che fusse delle più insolite, e che restasse allagata la città di Firenze molto meno esposta a simile infortunio, che quella di Pisa, e tutte le campagne della Valle d'Arno superiore, e inferiore, non ostante Arno in Pisa non fece verun male, e la maggior parte della pianura adiacente restò salva; onde tanto meno potrebbe credersi necessario l'intraprendere una spesa notabile per liberarsi da un male, che può sperarsi remoto. Ma dall'altra parte bisogna ancora far reflessione che le inondazioni con tutto che accadono di rado, quando però succedono particolarmente nella città sono causa di un danno così grave, e così universale, che non vi è spesa, che tutti allora non volessero avere impiegata per prevenirlo. E il male non è di tal sorte, che si possa indugiare a porvi riparo al tempo che arriva, perchè allora non vi è forza d'uomini, nè somma di denaro che basti; ma bisogna avervi con preventivo consiglio
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poste in opera tutte le cautele possibili in tempo opportuno, e trattandosi di cautele, non è un inconveniente che alcuna di esse, e anco la maggior parte resti superflua, poichè basta che una sola in un tempo giovi, perchè la spesa di tutte si possa dire ben fatta. Bisognerebbe ignorare la storia pisana che ci assicura de' casi più volte seguiti a questa città di simili inondazioni, le quali quando accadino due o tre volte in un secolo, non si può dire che accadino raramente, se si considera il male che fanno, e il gran numero di famiglie che ne soffrono; onde quel ch'è accaduto altre volte non vi è ragione veruna lusingarsi che non possa accadere ancora in avvenire, essendo la natura l'istessa; anzi abbiamo una ragione potentissima per accrescere il timore, poichè nel progresso del tempo i ripari contro le inondazioni restano i medesimi, e le cause che producono le inondazioni sempre crescono, perchè cresce il rialzamento del letto d'Arno, il quale forzerà sempre a raddoppiare l'attenzione, e la spesa per difendersi dall'impeto del fiume. E se nella detta inondazione del 1740
la città non patì, questo non si può prendere per regola in avvenire, perchè potè esserne la cagione che l'Era, l'Elsa, l'Ombrone, e altri fiumi sotto Firenze non combinassero le loro massime piene con la massima piena d'Arno, il che può non seguire un'altra volta, e potè essere ancora che l'istesso aver Arno inondato tutte le campagne del territorio fiorentino facesse portarli le sue acque più basse nel territorio pisano, il quale però restasse salvo, nei quali accidenti come ogn'uno vede, non è prudenza sperare, tanto più che la memoria è ancor fresca di quanto poco, ciò non ostante mancasse al fiume a traboccare le sponde di città, e quale straordinario sforzo ci volle per gli uomini che difendevano gl'argini, i quali furono più volte in pericolo prossimo di perdersi. Sicchè quanto sia vanità il lusingarsi, che le cautele che l'arte insegna debbino in tutti i casi, e in tutti i tempi
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resistere all'impeto della natura, altrettanto però è irragionevole sul fondamento che questo impeto è alle volte irresistibile di addormentarsi per sempre, e negligere di fare quel che si può, perchè se le cautele alle volte non bastano, nella maggior parte de' casi però producono tutto il loro profitto, e la prudenza esige che si attenda a ciò che più spesso suole accadere. Il che tanto più deve in questo caso apprendersi; quanto che il rialzamento che continuamente fa il letto d'Arno fa prevedere che nel progresso del tempo sempre maggiore sarà il pericolo. Di questo rialzamento del letto d'Arno si portano tali prove nelle due relazioni di Vincenzio Viviani impresse nella raccolta degli scrittori dell'acque, ch'è superfluo ragionarne, riportandomi a quella solo per appurare bene la proporzione di questo rialzamento, siccome non si sa che sia stata mai fatta la livellazione del corso dell'Arno, fu creduto necessario di farla, e fu ordinato nella visita, che dai periti in tempo opportuno fusse fatta con tutta l'esattezza dalla Cecinella fino al mare, acciò possa servire di regola in avvenire, e di precisa direzione ne i lavori da intraprendersi, e delle cautele tempo per tempo da porsi in uso. Considerata per tanto la preponderanza delle ragioni che persuadono essere cosa utile il pensare a difendersi dal pericolo delle future inondazioni, fu creduto in primo luogo di dover pensare a fortificare generalmente e rialzare gli argini, i quali è manifesto che dopo il 1680
avevano bisogno almeno di quella maggior altezza che il letto del fiume col rialzarsi averà loro fatto perdere; e di questo bisogno già ne danno ocularmente in diversi luoghi indubitati contrassegni. Una tal cautela oltre all'essere la più ovvia, e la più dimostrativamente efficace, si giudica ancora che sia per ora la meno dispendiosa, non essendo per adesso gl'argini d'Arno giunti a tale altezza da non poterla crescere, nè mantenere in appresso senza smoderato incomodo. Ma siccome
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coll'andare del tempo questo rimedio può mancare, perchè rialzando sempre più il letto, bisognerebbe andare avanti col rialzamento degl'argini, a tal segno che il costruirli, e mantenerli si ridurrà a una spesa eccedente; così pare cosa prudente frattanto avere un occhio anche al tempo avvenire, e quando venga l'opportunità, munirsi poco a poco anco con altre cautele tendenti a raffrenare gl'impeti più nocivi di questo fiume, in proposito delle quali noi non possiamo che lodare, e approvare i lavori per tal effetto proposti nella detta relazione del 1684
da Vincenzio Viviani, dei quali prescindendo dall'allargare i ponti di Pisa, cosa secondo le circostanze presenti improponibile, e prescindendo dalla generale riduzione d'Arno in canale, cosa pregiudiciale alla navigazione, crediamo che la maggior parte si possa mettere in pratica con profitto. E se per causa del loro dispendio atterriscono chi ne deve soffrire l'aggravio, si possono intraprendere non tutti in un tempo, ma uno per volta, con rimettere alla discretezza di chi dovrà presedere all'attuale direzione dell'Ufizio de Fossi, lo scegliere quelle annate che possino essere più scariche del solito dall'ordinarie imposizioni, affinchè il reparto di esse non sia di troppo grave e subito incomodo agli abitanti, i quali dall'altra parte devono restare persuasi, che trattandosi di liberare i loro terreni, e le loro case dalla desolazione che cagionano i trabocchi d'acque, questa sicurezza non la possono comprare, che con una porzione del loro denaro, non vi essendo altro modo per riparare a un male che si può dire naturale di questa loro provincia. E pensando a distribuire con qualche giustezza la spesa che per tali straordinari lavori si dovesse fare, si riflette che le inondazioni portano un grandissimo e diretto pregiudizio alla città di Pisa, alle campagne adiacenti al fiume, che già sono tassate per il mantenimento degl'argini, e indirettamente a tutto l'universale del territorio pisano, che dall'afflizione della città, e delle migliori sue campagne resta pregiudicato.
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Onde si crederebbe, salvo un più giusto calcolo, che nell'atto di fare detti lavori dovrà farsi, che la spesa dovesse repartirsi all'incirca per un quarto sopra l'estimo universale del territorio pisano, e per il restante sopra le comunità obbligate agl'argini d'Arno; e per alleggierire la spesa di questi lavori straordinari si crederebbe che si potesse in tali casi procedere a delle comandate parimente straordinarie, imponendo otto, o dieci opere per uomo sopra tutti gli abitanti dello stato pisano. Frattanto però dovendo discorrere del corso d'Arno tale quale è, e prescindendo dagli accennati miglioramenti, che potrebbero opportunamente farvisi, la prima cautela consiste in difendere le ripe tali quali al presente sono, con prevenire, e riparare alle corrosioni che il fiume tempo per tempo vi và facendo; nel che nè più facile, nè meno dispendiosa regola si sà trovare, che l'avvertire che dette ripe siano tenute inclinate al fiume con moltissima scarpa, e vestite con piantazioni atte a far macchia che fortifichi il terreno, e possa eludere l'impeto della corrente. Una tale avvertenza fu stimata molto necessaria a mettersi in pratica, perchè fu osservato nella visita, che le ripe nella maggior parte erano tenute negligentemente, e esposte per ciò alle corrosioni, le quali corrosioni dilantandosi si approssimano col tempo all'argine, dalla di cui resistenza depende nel tempo delle piene la salvezza della campagna. Questa negligenza procede perchè i terreni fra gli argini e le ripe sono per la più parte di piccola estensione, e sottoposti a tutte le mediocri piene d'Arno; onde i padroni che li posseggono non sogliono avere molta attenzione in difenderli, e quando accade che il fiume con qualche corrosione cominci a minacciargli, sperano che l'Ufizio de Fossi per cautela dell'argine farà nel fiume i lavori necessari; onde sopra tale fiducia poco si curano di stare attenti, e prevenire come potrebbero, con piccola diligenza l'insulto di queste corrosioni.
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Questa piccola cautela fu stimata dunque necessarissima a farsi osservare generalmente per risparmiare all'Ufizio de Fossi una spesa notabile, che per i passati tempi si vede fatta in riparare con lavori di sasso, o di legname, alle corrosioni che ogni anno accadono in diversi luoghi delle ripe suddette; e siccome questa cautela non è di dispendio veruno, e di piccolissimo incomodo, così non fu creduto ingiusto il darne il carico ai possessori dei terreni che formano la ripa medesima, e fu stimato perciò doversi pubblicare un editto, dove si assegnasse un termine a detti possessori ad avere scarpata la propria ripa in forma che la scarpa sia di un braccio di pianta almeno per ogni braccio di altezza della medesima ripa, e con che la detta scarpa principi dal ciglio della ripa, ed arrivi fino al pelo del fiume in acqua ordinaria; ed un termine ad aver vestita e piantata la ripa suddetta almeno in questo principio con un filaro di Vetici parallelo al corso del fiume, e con che l'obbligo di mantenere la ripa in tale stato s'intenda essere loro perpetuo, e che ogni anno nel mese di agosto debbano aver compite le riparazioni a tal'effetto necessarie; e per l'osservanza di questo regolamento e di altri ancora che occorressero, fu creduto espediente di stabilire l'uso di una visita ordinaria da farsi due volte l'anno con l'intervento del Provveditore del Ufizio de' Fossi, del suo ingegnere ordinario, e del mattematico che di tempo in tempo sarà deputato, affinchè nel mese di aprile possino osservarsi i danni che ha fatto il fiume nel passato inverno, e ordinarvi i ripari necessari, e nel mese di settembre osservata l'esecuzione di tali ripari per cautela dell'inverno avvenire, e tenuti in tal guisa in osservanza molti ordini prudentemente ne' passati tempi pensati per il mantenimento degli argini, e delle ripe, e in specie il sopraccennato editto per tenere dette ripe scarpate e vestite, il quale in sequela di quanto fu nella visita risoluto, è stato in appresso dal Magistrato de Fossi pubblicato. Le sopradette cautele è credibile che diminuiranno in parte
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le annuali corrosioni del fiume; ma non è però possibile che tutte le impedischino, onde quando accadino, bisognerà pensare in primo luogo se sia opportuno il ripararvi, e secondariamente con quale metodo sia più facile ottenere questo riparo. Il riparare alle corrosioni delle ripe è sempre espediente quando non occorre in ciò fare dispendio notabile, e che non conviene altro che dare qualche maggiore scarpa alla ripa medesima, o farvi qualche piantazione, o qualche altro piccolo e facile lavoro; ma quando si trattasse di lavori murati, o di palizzate, che esigessero gravi spese, certo è che bisogna avvertire se la ripa che si vuol difendere è vicina all'argine, o lontana. In caso che sia lontana, e che l'argine perciò non sia posto in pericolo, e che la prudenza non richieda per altre cause di raffrenare in quel luogo per l'appunto l'impeto del fiume per forzarlo ad una miglior direzione, è da notarsi che un lavoro murato, e per conseguenza dispendioso non serve in tal caso ad altro, che a salvare la sola striscia di terreno che è tra la ripa e l'argine, nel che bisogna avvertire che la spesa del lavoro che si fa non sia spoporzionata al valore del poco di terreno che si difende, come più volte nel far la visita dei lavori fatti in Arno, e nel Serchio ci è riuscito osservare. E perciò bisogna che tempo per tempo i periti che ordineranno i lavori da intraprendersi per difesa di tali corrosioni, abbino molta avvedutezza in commettere simili ordinazioni, avendo l'occhio più tosto alla buona direzione del fiume in generale, che ai lamenti alle volte troppo pressanti di qualche privato possessore di detti terreni, e considerando che quando furono costrutti gli argini, fu tutto lo spazio intermedio abbandonato, e destinato per letto del fiume; e che la prudenza e l'uso vuole che si difendino le ripe, questo solamente è necessario per un preventivo riparo degli argini medesimi, i quali non è dovere che s'indugi a vederli dalla forza del fiume corrodere. Quando poi si tratta di ripe vicine agl'argini, anco in tal caso bisogna avere avvertenza se piu tosto che intraprendere lavori dispendiosi nel fiume, sia più espediente ritirare l'argine addietro, il
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che nei luoghi dove il terreno non è molto valutabile, come da Pisa verso il mare, può agevolmente farsi, quando non osti la considerazione di non dare al alveo del fiume in qualche luogo un'ampiezza eccedente, come di sopra abbiamo notato per le osservazioni scritte nelle relazioni del Meyer, e del Viviani. E generalmente nella nostra visita fu creduto che da Barbaregina in giù verso il mare, ove il fiume ha la macchia di San Rossore da una parte, e la macchia di Tombolo dall'altra, i lavori murati siano un dispendio inutile. Quando poi veramente la necessità porti che la ripa si difenda con lavori dentro il fiume, si ebbe campo di osservare che i puntoni di sasso che in troppo abbondante quantità si vedono messi in uso nel corso d'Arno, e del Serchio, non hanno prodotto quel felice effetto che potrebbe sperarsi dal dispendio notabile che vi si richiede, o per esser troppo inclinati contro la corrente del fiume, o per essere troppo rilevati sopra il pelo dell'acque ordinarie, onde alcuni sono restati inutili affatto, altri sono stati scalzati e posti in isola dalla forza dell'acqua, che vi percuote, e altri hanno cagionato un'altra corrosione nella ripa opposta, da cui è venuta la necessità di un nuovo dispendio; perciò i periti avendo considerato la natura di questo fiume in questo territorio, in cui corre senza pietre, e senza ghiare, hanno creduto che dovendo munirsi le ripe per riparare, o prevenire le corrosioni, sia meglio in avvenire, tralasciando il riparo troppo dispendioso dei puntoni, il rivestire e armare le dette ripe di sasso sciolto di cava in quella maniera che dal sopralodato Vincenzio Viviani viene prescritto nelle citate relazioni. Un tal modo di operare oltre il risparmio della spesa molto minore per ogni conto che quella dei ripari soliti praticarsi fino al presente, riuscirà sempre di più facile mantenimento, nè darà occasione alle diverse riflessioni della corrente del fiume, al tormento delle ripe opposte, e molte volte al serpeggiamento del letto che in
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conseguenza suole avvenirne. Giova anche avvertire che in quei casi ancora ne' quali la fabbrica dei puntoni venisse creduta indispensabile, come nel caso di dover difendere qualche fabbrica contigua alla ripa del fiume, o altro simile, si osservi di dare ai medesimi molto maggiore scarpa di quella che si è costumata finora; e nel regolare la direzione dei medesimi si abbia riguardo a indirizzare la corrente del fiume verso i luoghi più fortificati e meno esposti. Per il medesimo motivo si giudicano pure inutili le palafitte e steccati di legname ripiene di pietre e terreno per difendere le ripe adiacenti ne i siti esposti alle corrosioni, facendo vedere l'esperienza che simile sorta di lavori ne i letti de fiumi senza la conveniente scarpa non si sostengono, anzi dall'impeto dell'acqua che urtando perpedicolarmente ne i medesimi si reflette verso il fondo, e si forma in vortici, vengono facilmente scalzati, e demoliti, rendendo in tal guisa sempre più deboli e esposti alla rovina quei siti, ai quali con simile riparo pretendevasi di provvedere. Dopo le ripe l'ultimo riparo è la custodia degli argini, i quali conviene tenere con cautela nella fermezza, e altezza destinata. Per la guardia di questi in tempo di piena vi sono buonissimi ordini nell'Ufizio de Fossi, e in conseguenza di questi tutti gli abitanti della campagna a ogni bisogno prontamente vi accorrono comandati da certi caporali a ciò destinati, ed assistiti in caso di maggiore urgenza da i ministri che l'Ufizio vi spedisce, e procurano insieme con grande sforzo con subitanei ripari provvedere ai luoghi più minacciati dall'impeto delle acque, nel che è per la forza degli ordini che vi sono, e per la pratica che hanno di tal cosa, e molto più per la pressantissima necessità che li obbliga veramente a essere in ciò diligenti, pare che tutti secondo il solito si comportino lodevolmente, onde in ciò non si possa aggiungere cosa alcuna, e serva che si continui nell'osservanza degli usi antichi. Per la fermezza similmente de i medesimi argini ottime sono le leggi
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dell'Ufizio de' Fossi che probiscono seminare e piantare sopra di essi, e a una certa distanza dalle loro radici, e molto più il farvi tane, o buche da grano, per qualunque altro uso, e cose simili; e proibiscono la pastura, e il passaggio dei bestiami sopra di essi; e ne i luoghi ove tal passo di bestiame è inevitabile ve lo formano apposta murato, o in altra maniera, che la grossezza, e altezza dell'argine non possa patirne; onde sopra di ciò non è desiderabile altro che la vigilanza in fare osservare dette leggi, e lo stabilimento della detta visita annuale al fiume Arno, e Serchio, ove con l'ispezione de periti potrà in tempo opportuno prevedersi i detrimenti, che avessero nel corso dell'anno gli argini sofferto, e dare gli ordini necessari per rimediarvi, e tenerli sempre nell'altezza, e grossezza che viene destinata. Nè in ciò altro ci parve degno di considerazione se non lo stato de muriccioli d'Arno in Pisa che si possono chiamare gli argini di Città, i quali in più luoghi minacciano rovina, e hanno bisogno di pronta e considerabile spesa per porvi riparo. Resta da parlare di un soccorso che nell'estrema necessità contro le inondazioni si lusinga d'aver la città di Pisa, e questa è una diversione che si fà a Arno nell'atto che passato San Giovanni alla Vena svolta vicino alle Fornacette verso ponente girando il Monte della Verrucola, ove come dimostra la pianta di numero III, e di numero XI nel gomito ch'egli fa opposto alla direzione del fiume si trova un argine più piccolo, e più debole del rimanente degli argini d'Arno, il quale nel tempo delle massime piene, o naturalmente si rovescia dal fiume che prima che in ogni altro luogo vi trabocca, o non seguendo questo si rompe anco tal volta a bella posta da i ministri dell'Ufizio de' Fossi, che in tempo di piene debbono in tal sito esser presenti per salvare con questa diversione la città di Pisa. Attestato a questo arginello, che si dice del Trabocco, è un canale molto recipiente, che si chiama Arnaccio, il quale conduce l'acque, che in tal contigenza
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riceve verso lo stagno, ove diffondendosi si debbono poi condurre al mare per la foce del Calambrone. Che questa diversione d'acque sia infinitamente nociva a quella parte di pianura interposta fra il Fosso Reale il corso d'Arno, non è da porsi in dubbio, perchè tutta l'acqua non può riceversi da quel canale, e molta ne trabocca nelle campagne coltivate, e molta ne regurgita anco dallo stagno con interrire gli scoli campestri, e gli altri recipienti di acqua chiara tanto necessari alla sanità di quel paese. Se poi detta diversione sia o no giovevole alla città di Pisa, è molto dubitabile, perchè quantunque scemi la copia dell'acque, non scema però a proporzione la mole della corrente, attesa la diminuzione di velocità che le cagiona. Il Viviani nella sopramentovata sua Relazione asserisce chiaramente questo trabocco inutile, e propone più tosto, quando i lavori da esso in detta sua Relazione progettati per rimediare alle inondazioni della città di Pisa non si credessero sufficienti, di fare un canale di perpetua diversione, cioè non di trabocco, ma che realmente dividesse il letto d'Arno in due rami, che per due alvei regolari e arginati conducessero l'acque al mare; la qual proposizione per altro non ci pare ben considerata, si a causa della navigazione che si perderebbe, si a causa del rialzamento del letto, che nell'uno, e nell'altro ramo d'Arno ben presto verrebbe prodotto. Nonostante la difficoltà di persuadere ai pisani, che questa loro ultima speranza del trabocco sia fallace, con tutto che alle volte Arno abbia traboccato alle Fornacette, e di poi inondato anco la città, fa che non sia prudenza l'abolire questo uso, che quantunque si possa dimostrare nocivo per la Valle d'Arno, tale non può dimostrarsi per la città di Pisa, e forse può anche essere che in qualche caso qualche piccolo vantaggio le apporti; onde è da rilasciarsi alla prudenza di chi
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presiede all'Ufizio de' Fossi di non si valere veramente di questo trabocco se non in casi di ultima necessità, e forse di aspettare senza far taglio veruno che l'impeto del fiume naturalmente vi rompa; poichè è probabile che nelle piene veramente massime, e atte a sommergere la città, questo argine come tenuto più debole degl'altri sia il primo a essere superato, come in fatti si è veduto anche modernamente accadere nella inondazione del 3 settembre 1740 in cui la diversione seguì senza opera di veruno. E certo è che o fusse effetto di quella diversione, o delle tante altre, che il fiume aveva sofferto nelle campagne fiorentine, di cui sopra abbiamo parlato, la città di Pisa restò salva, il che tanto più contribuì a confermare la buona opinione di questo trabocco, il quale in dubbio per tal causa non si stima bene abolire. Questo è quello che si può dire per il regolamento di questo fiume, quando le cose continuino a stare nel grado, che al presente si ritrovano; ma se col progresso del tempo il letto d'Arno anderà rialzando, come pare che debba seguire, perchè le cause di tale rialzamento non si possono rimuovere, ogn'uno vede che bisognerà di mano in mano a proporzione che il letto rialza, rialzare, e fortificare anco gli argini che lo sostengono, e bisognando fare per maggior cautela degli argini doppi, e con l'istessa proporzione alzare i muriccioli della città, in che sempre accrescerà la spesa, e renderà più penoso, e più rischioso il mantenimento. Un rimedio che libererebbe il paese da tutti questi pericoli che si antiveggono, e che apporterebbe mille altri benefizi alla pianura bisognosa di maggior declive verso il mare sarebbe quello, che è stato in altre occasioni da i periti proposto, e spesso ancora viene popolarmente rammentato, di valersi dell'acque d'Arno per rialzare regolarmente la pianura suddetta, prendendo per via di colmate regolari, e fatte con buon ordine a bonificare prima i terreni più alti, e più vicini al fiume, e procedendo a grado, a grado più oltre verso i più bassi, e prendendo le debite cautele per non interrire li scoli della campagna, che resta fuori della colmata, e per non perdere il terreno vecchio nel mentre che se ne acquista del nuovo.
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Questo progetto è per verità di vastissima e lenta esecuzione, et è difficile per la varietà de padronati, in cui è diviso il terreno, che bisognerebbe sottoporre alle colmate; ma però viene considerato dal Viviani in detta sua Relazione spesso citata, e da molti altri periti per l'unico naturale rimedio, che possa riparare agl'inconvenienti del rialzamento d'Arno, e a quelli del poco declive della pianura, e dicono che non doverebbe spaventare la sua vastità, nè la sua lentezza; poichè per grande che sia l'impresa, tanto è possibile, quando l'autorità del Principe con efficacia vi s'interponga; e siccome lento di sua natura è il male, così non deve rincrescere che lento altresì sia il rimedio, quando si sia persuasi della sua attività. Queste colmate sono state in alcuni tempi tentate, ed esistono ancora le vestigia in due luoghi. Il primo alle Cateratte di Calcinaia, ove l'acqua d'Arno si prendeva per condurla per un canale a colmare alcuni terreni vicini al Padule di Bientina; e l'altre Cateratte esistono in un luogo vicino a Pisa detto le Bocchette, ove attestava un fosso che conduce al margine del Padul Maggiore per colmare quivi colle torbe d'Arno i terreni palustri, che lo circondano. L'uno e l'altro di questi progetti ebbero infelice riuscita, non perchè non si facesse colle torbe d'Arno qualche acquisto, massimamente con quello delle Bocchette, conforme si desiderava; ma perchè portandosi in ambedue i luoghi l'acqua d'Arno per un lungo canale a colmare in luogo molto distante dagli argini d'Arno, seguiva primieramente che s'interriva il canale medesimo che doveva portarvi l'acqua con piccola caduta; che l'acqua di poi depositato, che aveva, non aveva un emissario libero e franco; ma pregiudicava agl'altri terreni sani che non erano nella colmata, e anco a quelli che erano restati nelle parti superiori del canale, e che si erano lasciate addietro per colmare prima i più bassi. Onde l'infelice riuscita di queste tali esperienze non alla natura delle colmate deve attribuirsi; ma al poco metodo che fu osservato in eseguirle; poichè volendo colmare, niuna parte di
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terreno bisogna lasciare indietro, e bisogna cominciare prima dai più alti luoghi per andare dopo ai più bassi, e provvedere di mano in mano all'esito dell'acque che s'introducono per non perdere da una mano ciò che si acquista dall'altra, come saviamente spiega il medesimo Viviani nella detta Relazione. Non ostante con tutto che la teorica delle colmate ci persuada pienamente della loro utilità, e non ostante che il buon successo di quelle che sono state fatte secondo le regole dell'arte ci confermi coll'esperienza questa persuasione, tanto ci rimane luogo a dubitare, se queste regole dell'arte che agevolmente possono praticarsi in una mediocre estensione di terreno, o anco in una grande, ma inculta, e infruttifera, e abbandonata, si possino poi senza superare un numero infinito di ostacoli porre in opera in una pianura vastissima, e nella maggior parte fruttifera, e fertilissima, la quale bisognerebbe per molti anni perdere a fine di sottoporla alle torbe del fiume con la rovina di tutte le case, che sarebbe poi necessario reidificare, e con la desolazione di tutte le famiglie, che da questa parte di pianura già sana ritraggono il loro sostentamento. Di esperienze fatte altrove in simile vastità di terreno noi non abbiamo altra notizia che delle colmate fatte coll'acque del Po' nel Polesine di Ferrara, le quali ebbero buon successo; ma giudichiamo questo caso molto differente, perchè si trattava nel Polesine di valli totalmente palustri, e infruttifere, nelle quali l'ampiezza del luogo non forma alcuno ostacolo all'architetto ch'è provvisto di denari sufficienti per far la spesa, e ha copia di torbe in proporzionata abbondanza; laddove nel pisano per acquistare del terreno bisogna cominciare a perderne per molti anni più di altrettanto, e bisogna principiare a riparare ai danni di tante persone, che a prima vista si presenta l'affare se non impossibile, almeno complicatissimo; onde noi riserberemo il dettagliare le difficoltà, e i compensi che vi potessero essere per superarle, a coloro che si ritroveranno in quel tempo, in cui la necessità fatta forse più pressante
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forzerà i paesani a pensare più animosamente a i remidi che la natura loro offerisce.

2.4. Capitolo terzo Degl'influenti del fiume Arno

Il fiume Arno nell'entrare nel territorio pisano riceve nella sponda sinistra la Cecinella, indi il rio di Ricavo, e poscia il rio Bonello, e il rio di Monte Castello, i quali sono quattro piccoli torrenti, che vi portano l'acqua dalle contigue colline con sufficiente caduta; onde non somministrarono materia a veruna osservazione. Procedendo più oltre dalla medesima sponda sinistra s'incontra la foce dell'Era torrente ancor esso, ma molto più considerabile, perchè prende l'acqua dalle colline di Volterra, e ricevendo in se alcuni altri rivoli e torrenti li porta in Arno. Tralascieremo di parlare di tutto il corso di questo fiume, il quale essendo della natura de torrenti, quando è bene arginato e lasciato scorrere nel suo letto naturale, non può nocere alla pianura per cui passa, e noteremo solo che nel Ponte sopra l'Era situato vicino al suo sbocco in Arno, e che dà il nome alla terra di Pontedera, si osserva un arco di esso detta sponda sinistra totalmente interrito, onde vi deve angustiare per necessità in tempo di piene il corso dell'acque; e questo interrimento procede perchè nelle parti superiori a detto ponte le sponde del fiume sono state da i possessori de' terreni portate troppo avanti ristringendo l'alveo più del dovere, e ciò massimamente è accaduto nella sponda sinistra, la quale ha voltato la corrente del fiume dalla parte opposta, e dato luogo per conseguenza all'interrimento seguito poco sotto di una luce del ponte. E perciò fu stimato bene, che l'alveo fusse restituito alla sua primiera, e convenevola
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larghezza, acciò il fiume potesse imboccare direttamente tutte le luci di detto ponte, e profittare in tempo di piene tutta l'ampiezza che vi è, e fu data perciò la commissione a i periti di farne la relazione e pianta in forma precisa per potere ordinare a i possessori de' terreni la demolizione degli acquisti fatti Fu osservato ancora che per liberare alcune strade della pianura circonvicina del Pontedera dall'escrescenza del fiume, vi era bisogno della costruzione di un argine che fu ordinato nell'atto della visita, e commessane l'esecuzione all'Ufizio de Fossi; siccome fu commessa l'esecuzione di alcuni ripari a una corrosione molto tortuosa che il fiume aveva fatto intorno ai beni dell'Opera del Duomo di Pisa. Del resto questo fiume non interessando altrimenti la pianura pisana, non si credè materia da potervi fare più particolari osservazioni, quantunque diverse dispute, che sono insorte ne passati tempi tra i possessori de terreni a quello adiacenti abbiano dato occasione di parlar molto di esso, come può vedersi in diverse scritture del Padre Abbate Grandi, e di altre impresse sopra tale argomento della raccolta delli scrittori dell'acque. Dopo la foce dell'Era Arno fino al mare dalla sponda sinistra non riceve veruno influente. Dalla sponda destra il territorio di Pisa comincia dopo il Poggio di Montecchio nella comunità di Calcinaia, la pianura della quale assieme con la pianura di Bientina, e di Vico Pisano formano una vallata interposta tra il Poggio di Montecchio, e altri contigui a levante, e i monti di San Giovanni alla Vena, e di Vico a ponente, e questa vallata ha a mezzo giorno le sponde d'Arno, e a tramontana il lago di Bientina, come dimostra la pianta di numero IV. Il lago di Bientina è la più copiosa raccolta d'acque stagnanti che si trovi in Toscana, avendo vicino a trenta miglia di circonferenza, ed è la metà dello stato della repubblica di Lucca, e la metà nel Granducato, e Vostra Altezza Reale è padrone dell'isola che c'è nel mezzo di detto lago, il quale rialzato da tutte l'acque de monti vicini, non ha altro luogo di dove scaricarsi che in Arno,
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e inonderebbe tutta la vallata di sopra descritta di Calcinaia, Bientina, e Vico Pisano, se quelle comunità non si fossero difese con un argine ben forte fatto al margine del lago, il quale non permette l'esito delle sue acque più alte della pianura suddetta che per mezzo di un canale chiamato della Serezza, il quale sotto i monti appunto di San Giovanni alla Vena le conduce in Arno. Il lago predetto averebbe un'altra comunicazione nello stato lucchese col fiume Serchio per via di un canale, che si chiama Rogio, il quale attesta a un altro canale detto Oseri, che sbocca poi in Serchio, e da in tal guisa il comodo della navigazione tra il lago e il fiume suddetto. Ma non ha questo lago, per quanto si sappia, pendenza alcuna verso il Serchio; anzi conviene a i lucchesi raffrenare molto cautamente l'impeto di questo fiume, perchè nell'escrescenze non rompa, ed entri nel lago, come forse vi averebbe qualche naturale inclinazione, come si può vedere da un discorso di Lorenzo degli Albizzi impresso nella Raccolta degli scrittori dell'acque. E il fatto è che il lago nelle sue massime copie d'acque non prende altra direzione che verso la pianura di Bientina aggregando l'acque addosso all'argine che la difende, di modo tale che quando si dà la combinazione che Arno è grosso, e non può ricevere l'acque della Serezza, e l'acque del lago dall'altra parte si alzano, l'argine suddetto fa tutta la forza per difendere questa pianura, la quale sta in grave pericolo d'inondazione, com'è seguito per alquanti giorni appunto nel passato inverno. La pianura suddetta averebbe qualche inclinazione verso il lago, come dimostra la carta di livellazione di numero V. Ma non può il lago servirle di scolo, perchè ha bisogno piuttosto di difendersi dalle di lui acque, che le riescono più alte; e non può nemmeno servirle di scolo la Serezza, perchè questa è un canale che si livella col lago, che bisogna tenere arginato colla stessa vigilanza del lago medesimo
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sicchè lo scolo non può separarsi che nel letto d'Arno. Questo letto è veramente inferiore al livello della pianura, la quale in tempo d'acque basse può scolare agevolmente nel fiume; ma nel tempo delle gran piene, e anco nelle mediocri resta il pelo dell'acqua d'Arno superiore alli scoli campestri, i quali bisogna che il tal caso restino stagnanti, aspettando, che il fiume si abbassi; onde ogn'uno vede quanto danno per causa di questi ritardati scoli debba inferirsi alla fertilità di queste campagne. Tre sono i canali per cui questa pianura tramanda le sue acque naturali in Arno. Il primo è il Giuntino, che serve di scolo alla comunità di Calcinaia. Il secondo serve alla comunità di Bientina, e si chiama il Cilecchio. E il terzo che serve alla comunità di Vico si chiama lo scolo di Vico. Li sbocchi di questi tre canali sono muniti di cateratte, acciò possino tenersi aperti in tempo che il fiume è basso, e tenersi serrati in tempo che l'acque alte del fiume impediscono non solo lo scolo, ma che regurgiterebbero senza questa provvidenza nei canali medesimi con inondare le campagne, e interrire le fosse. Fu osservato allo scolo del Giuntino, che primo si trova nella sponda destra d'Arno, che le cateratte del medesimo fatte di due archi erano in primo luogo di luce troppo angusta per ricevere facilmente la copia dell'acque di detto canale; e in secondo luogo erano situate non per l'appunto alla foce del canale in Arno, ma per alquanto spazio dentro terra, da che ne seguiva che la porzione del canale intermedia tra le cateratte, e Arno restava sottoposta all'interrimento, che le piene d'Arno che vi potevano senza ritegno passare, vi portavano; il che doveva essere di un pregiudizio grandissimo allo scolo dell'acque; onde fu giudicato espediente che queste cateratte si portassero più avanti sopra lo sbocco per l'appunto del canale nel fiume, e si facessero di un arco solo,e di luce sufficiente, acciò senza impedimento potesse passare l'acqua quando la bassezza d'Arno lo permette, e che lo sbocco in oltre di
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Giuntino in Arno, si portasse in un punto più basso di quel che al presente era, per fargli godere di maggior caduta, com'è notato nella dimostrazione inclusa nella Carta di numero V. Un simile provvedimento fu creduto dover prendere nell'incontrare in detta comunità di Calcinaia uno scolo campestre detto degli Alamanni, il quale metteva foce in Arno per mezzo di una piccola cateratta, che aveva il vizio di essere ancora essa costruita alquanto dentro terra con lasciare lo sbocco esposto all'impeto del fiume, e aveva un altro difetto, che era costruita in modo, che difficultava e angustiava la strada che lungo la riva del fiume in quella parte cammina, il che non poteva permettersi. Procedendo più oltre si trovò in appresso il canale del Cilecchio, il quale parve in buon grado. E andando avanti si giunse alle cateratte di Vico, ove attestano due canali, che servono di scolo alla pianura, il primo de quali si chiama di Cesana, e il secondo di Vico e Pratogrande. Le soglie di queste cateratte fu osservato che potrebbero essere sbassate alquanto, e potrebbe in tal guisa togliersi un inutile impedimento allo scolo di una gran parte di quella pianura, che per questo piccolo emissario deve tramandare le sue acque. Sopra lo scolo di Vico,e Pratogrande fu osservato in primo luogo essere ripieno notabilmente, e dover essere cura degl'interessati il fare l'istanze opprtune per ricavarlo, giacchè a loro si appartiene la spesa. E secondariamente fu osservato che il letto di questo canale è troppo angusto. Sopra di che è da sapersi che questo fosso fu scavato già parallelo all'antica Serezza per ricevere li scoli della campagna, che restava a levante della detta Serezza antica, e che poi essendosi ritirato il letto dell'antica Serezza più vicino al monte, tutte le terre che prima erano a ponente della Serezza vecchia, e sono ora intermedie tra i due letti della vecchia e nuova Serezza concorrono in oggi con i diversi fossi, e con il letto della detta Serezza vecchia ridotto a scolo campestre, a impinguare l'acque del canale di Vico e Pratogrande il quale con tutta questa ricrescita d'acque è restato però nella sua primiera
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angustia di letto; ed è notabile che dopo la congiunzione di queste due acque laterali il letto nell'approssimarsi alle cateratte in vece di allargarsi più si ristringe; ed essendo queste cateratte formate di tre luci, il letto di questo canale non ne occupa che una sola; onde parve qui che alle gravi difficoltà, che ritardano per natura a questa campagna lo scolo in Arno, se ne aggiungessero per pura negligenza molte altre, alle quali volendo, sarebbe possibile subito riparare. Ma una riprova di più supina negligenza la somministrano le ture che in più luoghi si ritrovarono a traverso allo scolo di Vico, e Pratogrande, e che si osservarono ancora in diverse parti delli scoli dei particolari, i quali per quanto principalmente interessati siano nelle fertilità di questa pianura, e per quanto formino vivissime querele sopra l'infelicità della loro situazione, tanto con estrema maraviglia si lasciano dalla negligenza trasportare a commettere, e tollerare inconvenienti di questa sorta contro le chiare leggi dell'Ufizio de Fossi, e contro l'interesse publico, e privato. Queste ture non ostante, che non paia forse credibile, pure troppo spesso s'incontrano non solo in questa parte, ma in altre ancora del territorio pisano; e per lo più sono fatte o da i pescatori per chiudere il pesce, o da i contadini, che se ne servono come di ponti per passare da un campo all'altro, e abbreviare così la strada. Certo è che non si può immaginare un disordine più fatale alla sanità della campagna, e che renda in un momento inutile la grave spesa che si fa a cavare un fosso, e inutili le speculazioni degl'ingegneri, che si danno tal volta tanta pena per profittare di una piccola caduta. Ma non ostante, questo disordine succede, e siccome le leggi dell'Ufizio de' Fossi sopra di questo sono buone, e chiare, noi non possiamo dire altro, se non che bisogna inculcare a chi presiede una maggior vigilanza per farle osservare, e ristabilire l'uso delle guardie, che da poco in quà sono state dismesse, le quali potranno contribuire alla più rigorosa osservanza di queste, e altre simili ordinazioni.
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Un altro gravissimo disordine a questo scolo di Vico, e a molti altri simili del territorio pisano è cagionato dalle pesche, l'uso delle quali nei canali dove debbono scolare l'acque della campagna anderebbe totalmente abolito. Il canale della Serezza Vecchia ridotto, come si è detto in oggi scolo campestre, si tiene da una fattoria di Vostra Altezza Reale a uso di pesca, e questa pesca si dilata per tutti i canali delle risaie, che attestano alla detta Serezza Vecchia, e per tutti i canali di Pratogrande, che debbono anch'essi mettere foce nello scolo di Vico. L'ingordigia de pescatori forma in questi canali per trattenere il pesce delle ture alle volte, come si è detto, di terra, e più comunemente delle traverse, o siepi di cannucce, che per quanto non tolghino totalmente la comunicazione all'acqua, tanto ne ritardano e dificultano notabilmente il movimento; tanto più che queste siepi, e incannucciate a ogni passo s'incontrano con grandissimo scandalo, e con grandissima compassione de' poveri possessori dei terreni, che vengono aggravati con tante spese per la pulizia dei canali, che per quest'altro verso con tali ingiustissimi impedimenti restano loro ostrutti in fraude delle clementissime, e generose intenzioni dei sovrani regnanti, che hanno impiegato tanta cura, e tante somme di denaro per ridurre i paduli della pianura pisana a campagna coltivabile. Sopra di questo noi non possiamo proporre altro, che la totale abolizione di queste pesche, poichè in somma seminare, e pescare sopra li stessi campi non è lecito, e l'arte del pescare è troppo direttamente contradittoria all'istituto di tenere asciutta la campagna; onde in tal fatto non è luogo a compensi, nè a mezzi termini; ma bisogna assolutamente rinunziare al piccolo interesse di pochi centi di scudi, che possono importare le pesche di tutto il piano di Pisa, per assicurarsi il frutto di tutte le gravi spese, e di tutte le diligenze che si fanno per la sanità di detta pianura. Nè giova lusingarsi che a forza di leggi, e di pene si possa ridurre i pescatori a contentarsi di pescare solamente in quei modi, e in quei tempi, che senza fare lavori
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ne i fossi, e senza recare impedimento al moto dell'acque potrebbe esser permesso; poichè questo non è mai riuscito, nè potrà mai riuscire; e facilmente ciascuno se ne persuaderà considerando che di tale importanza è il tenere nei fossi di scolo sempre facile, e spedito il moto dell'acque, che se l'Ufizio de Fossi in ciaschedun canale tenesse persone stipendiate, acciò non solo due volte l'anno, come fà, ma giornalmente tenessero il letto pulito dalle frane, cannelle, erbe palustri, e altri impedimenti, che pur troppo la natura rigenera, non sarebbe se non un provvedimento utilissimo alla sanità della campagna, che tanto patisce di questi ritardati scoli. Onde se questo non si può fare per la troppo eccedente spesa, è però fattibile il non tenere i pescatori, i quali sono appunto persone stipendiate dall'interesse, che trovano nell'esercitare la loro arte per avere in ciaschedun fosso una vigilanza continua a ritardare, e difficultare il tanto necessario movimento dell'acque, il che è l'istesso, che stipendiare persone che distrugghino tutto quello che l'Ufizio de Fossi va facendo, e togliere ai poveri paesani il benefizio delle gravose imposizioni che soffrono. Sicchè chiunque avrà la cura dell'Ufizio de' Fossi, e averà in mente il bene della campagna, e le grandi spese che vi si fanno, dovrà procurare l'estirpazione di questo pernicioso abuso delle pesche ne i canali di scolo il quale oltre il danno che fà, si può dir francamente esser ingiusto, e una mera usurpazione degli affittuari di dette pesche, le quali in tanto in oggi si trova d'affittarle per qualche somma, in quanto che è cresciuta la tolleranza di vedere trasgredite le leggi antiche dell'Ufizio de Fossi, che proibiscono di fare a uso di pesca le cannicciate, e altri simili lavori per ritenere il pesce, e l'acqua, senza de quali non potendo il pesce conservarsi nei ricettacoli opportuni per i pescatori gli affitti suddetti non averebbero credito, e forse sarebbero di niun valore. E quando ancora dovessero valere qualche cosa, se mai è stato giusto che l'utile privato debba cedere all'utile pubblico, questo è uno dei casi in cui si rende manifesta la necessità di porre in pratica questa massima.
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Per ritornare adunque alla pianura di Vico, Bientina, e Calcinaia, si conclude che liberata che fusse dall'abbuso delle pesche, e delle altre negligenze, che ne suoi canali si scorgono, allargato l'alveo del canale di Vico, e corrette, e abbassate le cateratte nella forma sopradetta, potrebbe esser quella di miglior condizione, che al presente non si ritrova, e profittare dello scolo, di cui è capace, quando l'acque d'Arno sono basse; ma non potrebbe perciò ridursi totalmente sana, perchè la difficoltà dell'altezza d'Arno non può superarsi, e questa troppo sovente s'incontra, e con i lunghi, e spessi ritardi infrigidisce i terreni, e li rende incapaci alla cultura, da cui la loro bontà molto prometterebbe. Pensando ai rimedi che vi potrebbono essere per superare questo inconveniente, tre cose vennero in mente, che parvero degne di qualche reflessione. Il primo di applicare alla foce di ciaschedun canale di scolo, cioè al Giuntino, al Cilecchio, e a Vico una macchina che servisse a alzare l'acqua del canale in modo tale da poterla far passare in Arno anco quando le sue acque sono alte, nel che si goderebbe il benefizio dello scolo in tutti i tempi, cioè per mezzo delle cateratte quando l'acque sono basse, e per mezzo della macchina quando fossero alte. Ma considerando all'estensione di questa pianura, e alla quantità grande dell'acqua, a cui per forza di tali macchine doverebbe darsi movimento, fu fatta reflessione che non una, ma molte macchine sarebbero necessarie in ciaschedun luogo, e che assai grave sarebbe la spesa, che si ricercherebbe per la costruzione, e per il mantenimento di tali macchine, le quali a causa del sito della detta pianura circondata d'ogn'intorno da monti non potrebbero, conforme in altri paesi si costuma, muoversi col benefizio del vento; onde col multiplicarle a misura che lo richiede la mole dell'acqua da evacuarsi da una pianura così vasta, la spesa si calcola che diventerebbe eccedente; onde non fu creduto il progetto eseguibile; e l'esperienza di qualche particolare, il quale in tal maniera ha tentato in vano di tenere asciutto un piccolo spazio di terreno, ha giustificato le difficoltà che nell'atto della visita furono opposte
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alla proposizione che fu fatta di servirsi di dette macchine sull'esempio d'Olanda, il quale per la ragione già detta, e per altre che per brevità si tralasciano, non pare applicabile alle circostanze di quel paese. In secondo luogo fu pensato a rialzare egualmente la pianura già detta fino a farle guadagnare quella caduta di cui manca al presente per scolare con felicità le sue acque in Arno almeno in stato d'acqua mediocre, servendosi a quest'effetto del benefizio delle colmate con introdurre per mezzo di un canale manufatto le torbe d'Arno in tempo di piena a depositarvi la terra, di cui vanno cariche. Ma si considerò nel medesimo tempo, che il poco declive, e l'angustia della pianura accennata renderebbe se non impossibile, almeno difficile, tardo, e dispendioso un somigliante rimedio. La bassezza dei terreni situati con poca differenza di livello fra loro renderebbe necessaria la costruzione di una quantità considerabile di arginature per impedire l'acqua delle colmate di spagliare sopra i terreni fruttiferi e coltivati, e la poca pendenza della pianura impedirebbe lo scarico dell'acqua chiarificata delle colmate, la quale però converrebbe che a grande stento in tempo di acque più basse si restituisse nel fiume. E di fatto gli avanzi che si osservano ancora delle sopradette cateratte di Calcinaia fanno vedere che altre volte si pensasse alla bonificazione dei terreni di questa pianura, per mezzo delle colmate, le quali dopo qualche inutile tentativo, per i motivi accennati restassero abbandonate. Non potendosi adunque nè col benefizio troppo dispendioso delle macchine, nè col rialzamento dei terreni per mezzo delle colmate sperare di restituire a questa parte di campagna la necessaria felicità dello scolo, venne in mente un terzo espediente, con cui fu immaginato di poter condurre l'acque piovane per mezzo di una botte sotterranea a traverso del fiume Arno a unirsi colli scoli della campagna, che resta a sinistra del medesimo, e che si scarica per diversi canali nel Calambrone.
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Un tal'espediente ci parve degno di considerazione, perchè nell'osservare le campagne poste a destra e a sinistra del fiume la pura oculare ispezione dimostrava essere la campagna destra superiore di livello alla sinistra; onde si procurò di verificare questa differenza con tutta l'esattezza per mezzo di diverse, e replicate livellazioni, il resultato delle quali si vede alla carta di numero V. Assicurati adunque in tal guisa di avere sufficiente caduta, ci parve che il rimanente del progetto restasse di facile esecuzione; essendo molto ben possibile unire tutti gli scoli della pianura alla sola foce dello scolo di Vico come più basso degli altri, e di poi far passare un canale murato sotto il letto d'Arno, attestandolo allo scolo di Vico, e facendolo passare dalla parte opposta. com'è dimostrato dalla carta di numero IV nella quale anco si puol vedere lo scandaglio della spesa che si crede necessaria in tale operazione, che passa di poco li scudi diciottomila, onde si può comprendere che quando anche in pratica riuscisse alquanto maggiore, resterebbe sempre molto bene impiegata, e compensata del gran vantaggio che si apporterebbe a tutte quelle vaste pianure, gl'interessati nelle quali hanno così bene compreso l'importanza, e il profitto di tal lavoro, che già si sono esibiti di farne essi la spesa da ripartirsi a proporzione delle respettive loro possessioni, e con un memoriale sottoscritto da molti di loro hanno supplicato Vostra Altezza Reale a concedergliene la permissione, la quale tanto più hanno luogo di sperare, quanto che due fattorie della Reale Altezza Vostra situate in detto piano riceverebbero dall'esecuzione di tal progetto amplissimi miglioramenti. L'acque uscite che fussero dalla volta sotterranea si potrebbero condurre con un breve canale nel rio del Pozzale, per cui si porterebbero felicemente al Calambrone. Nè ciò pare che possa preggiudicare agl'interessati nel rio del Pozzale, perchè in primo luogo gl'interessati nella pianura di Vico, e Bientina bisognerebbe che si unissero alle spese del ripulimento del detto
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rio del Pozzale, che diventa in tal guisa ricettacolo delle loro acque, e così verrebbe ad alleggierire la spesa di tal mantenimento ai vecchi interessati. E giacchè tra poco sarà necessario ricavarsi il detto rio del Pozzale, si potrebbe in tale escavazione anco allargare alquanto il suo letto, il quale quantunque anche in oggi sia ben capace, potrà allora con tale accrescimento ricevere senza scrupolo di alcuno questa nuova aggiunta d'acque. E per ogni caso che non ostante s'incontrasse qualche difficoltà, che per ora noi non sappiamo prevedere; vi è il rimedio di fare sboccare questo nuovo canale nel Pozzale con mezzo di cateratta, tal che prima resti libero lo scolo per gl'interessati vecchi, e poi serva per i nuovi. E finalmente vi è il modo di non servirsi del sopradetto Pozzale, e di fare un canale separato, che conduca in Fossa Chiara, e altrove, il qual'espediente accrescerà senza dubbio la spesa da farsi ora; ma non l'accrescerà talmente da non la potere non ostante chiamare utilissima per tutte quelle campagne di cui sopra abbiamo parlato. Questo è quello che può dirsi della campagna posta tra la Serezza, il lago di Bientina, il poggio di Montecchio, e Arno. Ma resta ancora da parlare di una piccola parte di questa pianura, che rimane interposta tra i monti di Vico e la Serezza, la quale non può avere scolo in Arno, perchè la foce della Serezza resta appunto a canto al monte di San Giovanni alla Vena; onde tutte l'acque delle pendici dei poggi per quella parte, e dellle vallate tra dette pendici racchiuse debbono scolare nella Serezza medesima. Dalla foce della Serezza fino al castello di Vico tutti gl'influenti che sboccano nella sua sponda destra non formano oggetto di considerazione, perchè venendo direttamente dai poggi con sufficiente caduta, hanno lo scolo libero, e non segue alcuno inconveniente. Sopra il castello di Vico Pisano mette foce nella Serezza per mezzo di due piccole cateratte il rio delle Manette, e per questa foce debbono
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passare tutte l'acque delle vallate interposte fra l'argine destro della Serezza, l'argine del padule di Bientina, che si chiama di Margutte, e i monti. Questo fosso delle Manette prende l'acqua del rio del Tinto, e del rio Valletta, del rio Grifone e del rio Caselle, che vengono da i poggi vicini, e prende l'acqua dell'antifosso della Serezza, che è un fosso parallelo all'argine destro della medesima, per cui doverebbero scolare l'acque campestri di quella vallata adiacente fino alla fattoria delle Cascine. In primo luogo fu osservato che le cateratte del detto fosso delle Manette sono di luce troppo angusta , e che sarebbe meglio rifarle di un arco solo e di capacità più adattata alla copia dell'acqua che vi deve passare. Di poi fu osservato che questa parte di campagna interposta tra i poggi e la Serezza essendo molto più alta dell'altra parte di cui sopra abbiamo parlato, potrebbe aver naturalmente lo scolo nella Serezza medesima, quando questo canale non servisse ad altro che all'acque naturali del paese. Ma siccome porta l'acque del lago di Bientina, che vi si mantengono, perciò bene spesso alte, così patisce ancor essa di ritardato scolo, perchè bisogna aspettare almeno, che Arno possa ricevere la Serezza, e poi che la Serezza sia sgravata a segno da poter ricevere l'acque della campagna. Per tal causa dunque oltre molte terre frigide, e incapaci di semente si vedono in questa parte due paduli, uno nella vallata tra il castello di Vico e le Cascine, che si chiama la Paduletta, e l'altro tra il poggio delle Cascine e il lago di Bientina, che si chiama padule di Margutte. Nella Paduletta spaglia al presente il rio di Buti, che viene dai monti circonvicini, e vi è lasciato andare senza regola veruna; onde non serve ad altro che accrescere la mole dell'acque che debbono
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poi sgravarsi nella Serezza; non ostante si osservò che col suo spaglio quantunque irregolare qualche bonificamento, e rialzamento di terreno aveva cagionato; onde fu considerato come un rimedio naturale per potere col tempo adoprandovi l'arte, colmare questi luoghi bassi, che essendo restati in un certo modo imprigionati tra i poggi e la Serezza, non possono avere altra speranza per diventare coltivabili, che nel rialzamento. E siccome questo rio di Buti tanto può esser voltato nella vallata della Paduletta, che nella vallata di Margutte, così col tempo facendo buon uso dell'abbondanza delle sue torbe si potrebbe bonificare l'uno, e l'altro luogo. Frattanto però affinchè l'acque si possino condurre alla foce delle Manette nel miglior modo possibile, bisognerebbe che l'antifosso della Serezza restasse libero da una tura che si osservò in luogo detto Val di Casale, la quale serviva a uso di ponte, e siccome fu asserito essere quel passo opportuno agli abitanti, fu all'istanza de' governatori della comunità di Buti ordinato fabbricarvisi un ponte, acciò l'antifosso restasse libero. E bisognerebbe ancora che fussero tolti molti impedimenti d'incannicciate, che ancora in questa parte in gran numero si osservarono, e che l'antifosso suddetto che non passa le Cascine restasse prolungato finchè dura l'argine della Serezza fino al lago, acciò potesse prendere l'acque dal Margutte che non hanno in oggi veruno sfogo, e che si avvertisse di tenere la Serezza separata dall'antifosso, riparando alcune aperture fatte nell'argine destro della Serezza, per cui le sue acque comunicano non solo con quelle dell'antifosso, ma anco con quelle della Paduletta; perchè siccome per lo più l'acque della Serezza sono più alte non è prudenza che in questo tempo la campagna abbia a patire non solo del ritardato scolo, ma debba ancora ricevere in se l'acque straniere, dalle quali ogn'uno vede che sempre peggiori sono fatte le condizioni de terreni che debbono scolare.
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Col rio di Buti adunque si possono col tempo migliorare queste campagne; con le sopradette diligenze si possono le loro acque condurre più regolatamente alla detta foce delle Manette; ma qui sempre resta la difficoltà nel farle passare dalla detta foce nella Serezza, che troppo spesso di trova alta più del dovere.Se agli argini del lago di Bientina si potessero fare le cateratte, affinchè il canale della Serezza servisse prima per lo scolo della campagna adiacente, e ricevesse poi l'acque del lago, il rimedio sarebbe trovato, perchè come si è detto, la campagna sopra il letto del canale ha sufficiente caduta. Ma questo espediente non sò se si possa prendere co' lucchesi, i quali senza dubbio riguarderebbero questa macchina delle cateratte come contraria alla felicità del loro scolo, per la quale essi già considerano il canale della Serezza come serviente al lago, e sono in possesso di custodire essi a loro spese, e con persone nominate da loro l'altre cateratte, che già sono alla Serezza, a Riparotto. Delle difficoltà che si trovano nell'impiegare le macchine per alzare le acque di sopra abbiamo parlato; onde il pensiero più ragionevole sarebbe quello di tramandare queste acque per un canale sotterraneo, che traversasse la Serezza, e le portasse nella campagna adiacente all'argine sinistro di essa, la quale è di livello molto inferiore alla campagna opposta. Qualche ostacolo potrebbe fare a questo pensiero la troppa profondità del canale della Serezza, che obbligherebbe a fare il canale di scolo sotterraneo forse più concavo del dovere per poterlo con facilità tenere pulito; onde si stimò più facile, trattandosi di un passaggio breve di formare un canale di tavole grosse di pino, o altro legname atto a stare sotto l'acqua, e di collocare questo canale nel mezzo dell'alveo della Serezza in modo che non impedisca il passaggio ai Navicelli, il quale in tal guisa, attestandolo alla Foce delle Manette, e attraverso della Serezza facendolo passare nella sponda opposta, potrebbe dar l'esito con agevolezza, e con moderata spesa a tutte l'acque, che a detta foce delle Manette si adunano, le quali non sono in tal copia da non poter essere ricevute per un canale simile al sopradetto.
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Resta finalmente da parlare dell'istesso canale della Serezza, il quale mette foce in Arno per mezzo di certe cateratte costruite a spese de lucchesi, e da essi mantenute giacchè essi sono i principali interessati nel buono stato di questo canale, ch'è l'unico emissario del lago di Bientina, il quale se si alzasse da di corpo inonderebbe le pianure che vi sono adiacenti nel territorio di Lucca, al quale farebbe maggior danno che al territorio di Toscana,perchè da questa parte non vi confinano che poggi, o la pianura di Bientina bene arginata, come si è detto di sopra. Si osservò l'argine sinistro di questo fosso, il quale è più importante dell'altro, perchè ripara tutta la pianura di Bientina e di Vico; e si vedde che era franato in diversi luoghi per difetto di scarpa, e che in altri luoghi riusciva troppo angusto, poichè deve servire non solo d'argine, ma anco di strada. Quest'argine fu costruito da i lucchesi, che lo dovevano secondo le convenzioni fatte porre in buon grado, e poi consegnare all'Ufizio de Fossi, acciocchè esso pensasse poi al di lui mantenimento a spese comuni; onde attesi i difetti, che aveva quest'argine l'Ufizio de Fossi ha sempre ricusato di prenderlo in consegna, pretendendo che i lucchesi dovessero prima correggerlo, e ridurlo in buona forma secondo i patti. Sopra di che nella faccia del luogo noi non potemmo che pienamente restar convinti delle ragioni che haveva avuto l'Ufizio de Fossi nel recusare tal consegna, perchè veramente l'argine non ha la scarpa conveniente, ha sofferto già alcune frane, altre è esposto a soffrirne, e non può servire di strada, sicchè in qualche luogo è troppo angusto, sì perchè mancano di distanza in distanza le opportune poste per l'incontro delle vetture. Sicchè si approvò, che dall'Ufizio s'insistesse con tutto il calore che l'argine restasse stabilito con tutta la prontezza trattandosi di un riparo troppo importante per tutta quella Pianura. I due ponti ancora che sono sopra la Serezza uno a Vico, e l'altro alle Cascine furono osservati bisognosi di pronto resarcimento, il che essendo a carico dell'Ufizio, fu detto doversi riparare senz'altra dilazione. Avanti di partire da questo luogo si osservò minutamente l'altezza del letto d'Arno, e la di lui proporzione, coll'altezza della soglia delle
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cateratte della Serezza, e rilevandosi essere il letto superiore, come dimostra la carta di numero V fu creduto di potere aderire alle istanze che facevano i lucchesi di rialzare alquanto la detta soglia per render più maneggevoli le cateratte che dovevano fare di nuovo. Dopo la foce della Serezza Arno comincia a correre sotto le radici de i Monti, e serpeggiando sotto la costiera della Verrucola, riceve il rio di San Giovanni, il rio della Mora, il rio di Noce, e la Zambra di Calci, i quali essendo torrenti non danno luogo a veruna considerazione. A Caprona ricominciano li argini d'Arno da questa parte, il quale scorre fino a Pisa per la pianura bene arginato, e senza ricevere veruno influente. Giunto in Pisa riceve il fosso di Ripafratta, il quale è una deviazione del Serchio presa a Ripafratta, e condotta per un canale a Pisa, ove si congiunge con Arno. In questo sbocco era stato dubitato che il letto d'Arno potesse ricevere del pregiudizio, perchè quantunque sia proibito per più giustissimi motivi l'ammettere in questo canale l'acqua del Serchio quando è torba, tanto alle volte vi viene dall'incontinenza de mugnai contro il divieto introdotta; e si credeva che siccome il Serchio a Ripafratta porta materie più grosse di quelle che porti Arno a Pisa, lo scarico di queste torbe del Serchio in Arno dovesse cagionare una deposizione nel letto di questo fiume vicino al ponte della Fortezza di materie incapaci di rimoversi dalla sua corrente, onde potesse in tal guisa restare pregiudicato. Si ebbe per tanto tutta l'avvertenza di fare nel letto d'Arno le osservazioni più esatte ne luoghi circonvicini a questo sbocco, e non ci fu permesso di riconoscere verun ridosso straordinario, nè si trovò alcuna deposizione di materie più gravi di quelle che Arno soglia portare, nè alcun vestigio in somma della ghiara del Serchio, che bene si sarebbe potuta riconoscere. Sicchè noi veramente non crediamo che per questa causa sia stato inferito alcun pregiudizio all'alveo del fiume, quantunque per altro si creda sempre necessarissimo l'insistere nella più rigorosa osservanza di escludere l'acque torbe del Serchio, perchè questo serve a diversi altri buoni effetti, a cui bisogna avere un sommo riguardo.
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Questo fosso di Ripafratta è una delle più belle operazioni state fatte nella campagna di Pisa, e ne fu l'architetto Lorenzo degl'Albizzi, il di cui pensiero si legge in un suo Discorso impresso nella Raccolta degli scrittori dell'acque. Questo ha dato a Pisa l'importante comodo de mulini, di cui di prima non era capace per non aver acque che avessero la caduta necessaria. E le somministra il comodo di altri edifizi di più generi, a cui questo fosso d'acqua corrente potrebbe servire di fondamento sì dentro la città, che nella prossima campagna. Traversando questo fosso tutta la pianura interposta tra l'Arno e il Serchio, la difficoltà era di condurlo con una caduta regolare, e senza accecare nè interrompere li scoli di questa medesima pianura, che dalla parte superiore debbono andare verso il mare, ma girandolo lungo i monti, e sostenendolo con argini si è venuto a condurre a Pisa così alto, che ha dato luogo di poter far passare liberamente tutti li scoli della campagna per via di volte sotterranee sotto il suo letto, come dimostra la pianta di numero VI e ha portato a questi medesimi scoli il benefizio di poter essere in tempo di estate dall'acqua chiara e fresca del Serchio, che di sopra si può in essi versare, rinfrescati e ripuliti, il che particolarmente giova al fosso delle Fortificazioni della città, che serve di scolo a tutte le immondezze della medesima. È pero da avvertirsi che toltane questa causa tutti gli altri trabocchi di questo fosso sono nocivi, e perciò si diceva che l'acque torbe del Serchio debbono sempre escludersi; perchè il fosso oltre all'interrirsi esso medesimo interrisce tutti li scoli della campagna per cui trabocca, e siccome questa campagna è già dalle proprie sue acque abbastanza carica, generalmente tute le altre che vi s'introducano non possono farvi che danno. Prendendo a considerare il corso di questo fosso s'incontrano le Mulina che sono a Pratale poco distanti dalle mura della città nel luogo dove il fosso rimane intersecato dal fosso delle Fortificazioni, delle quali Mulina bisogna però far uso con molta discretezza, massimamente in tempo di piene, perchè queste non possono macinare senza deviare l'acque nelli scoli sottoposti, il che nell'inverno, e sempre in tempo d'acque torbe è di pregiudizio. Fu osservato in appresso al ponte della Figuretta d'Osorvi dove
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la Vicinaia, e la Carbonaia passano sotto il detto fosso di Ripafratta, che il passaggio di questi due scoli è per mezzo di una volta sostenuta da due archi, nel che il pilastro di mezzo che deve sostenere i due archi sempre serve d'impedimento all'acque che debbono passare; sicchè per non restringere in tal guisa la luce di cui hanno sempre necessità questi scoli, fu detto che sarebbe tornato sempre meglio formare queste volte di un arco solo; e poichè l'agente della duchessa di Massa interessata nello scolo della Vicinaia faceva istanza che li fusse permesso di ridurre a sue spese la detta volta nella sopradetta guisa con un arco solo, gli fu data l'opportuna permissione, tanto più che la detta volta sopra di cui doveva passare il fosso di Ripafratta, cominciava a patire in modo che l'acque del fosso superiore cadevano in qualche parte nell'inferiore. Proseguendo il corso di questo fosso si avvicina alla radice de monti nel luogo detto i Bagni, ove diverse scaturigini d'acque termali raccolte e ridotte a uso di bagni tenuti una volta con molta proprietà e dispendio, attiravano il concorso di molta gente, che nelle stagioni opportune andavano a curarvi le loro infermità. Della qualità di queste acque è stato già parlato da diversi professori di medicina con molta stima, onde riportandoci all'oppenione già stabilita, resta qui solo per l'oggetto della nostra visita a notarsi la situazione del luogo, la quale per se stessa sarebbe opportunissima per attirare l'affluenza de i forestieri, si per la vicinanza alla città di Pisa, si per il comodo trasporto per mezzo del detto canale, se non fusse in qualche concetto d'aria insalubre, per cui si vede il soggiorno di questi quasi abbandonato, e privo dei comodi di buona abitazione, la quale non mancherebbe quando la frequenza delle persone concorrenti rendesse utile il fabbricarvi. Questa reputazione della poca salubrità dell'aria è fondata unicamente dal vedersi intorno appunto a questi Bagni tre paduletti, come dimostra la pianta di numero VII, l'esalazione de quali non possono per verità altro che nuocere. Il primo di questi è l'Oseraccio, il quale è un canale che si partiva
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dal Fosso di Ripafratta, e andava a levante lungo le radici de' monti per servire con la navigazione al più comodo trasporto dei marmi, che dalle cave di quei monti in un tempo sono stati cavati. In oggi questo canale non comunica più col fosso di Ripafratta, essendone interrita, e ripiena la comunicazione; onde resta totalmente stagnante, e si tiene vivo e pieno d'acqua da diverse polle sotterranee di cui quei monti abbondano. E siccome questo fosso dalla parte opposta al monte per mantenervi l'acqua alta a uso di navigazione era sostenuto con un argine, questo argine vi è restato ancora, il quale presentemente non opera altro che tenere insieme quella raccolta d'acque stagnanti, la quale essendo in oggi abbandonata, e perciò piena di piante palustri, che poi vi si corrompono, è una sorgente di pessime esalazioni. Considerando adunque il luogo, parve altrettanto opportuno quanto facile il liberare i Bagni da questa cattiva vicinanza, potendo ciò farsi o con riaprire la comunicazione di questo canale col fosso di Ripafratta, nel qual caso si sarebbe dato moto a quell'acque, e ridottole in qualche modo correnti, ovvero con tagliar l'argine, che sosteneva al presente questo stagnamento dell'Oseraccio, e dare una direzione alle sue polle per il fosso dell'Acqua calda ivi contiguo, il qual partito parve il più facile, e meno dispendioso, giacchè le cave dei marmi per quei monti non son più in uso; onde questo braccio di canale navigabile restava superfluo; e così è stato doppo la visita con gran felicità eseguito non rimanendovi in oggi vestigio di quello stagnamento tanto orrido all'aspetto, e dannoso alla salubrità dell'aria circonvicina. Sotto l'Oseraccio si vedeva un gran tratto di terreno infrigidito detto il padule del Palazzetto, e da un'altra parte una simile porzione di terreno detto il padule del Bagno, il quale per essere più vicino al Bagno medesimo era ancora più dannoso, e dava maggior discredito a quel soggiorno. Questi due paduli che appartengono in proprietà allo Scrittoio di Vostra Altezza Reale fu osservato che potevano avere sopra li scoli della campagna una sufficiente caduta, non essendo di natura differente dalle terre loro circonvicine che si vedevano buone, e seminabili; onde fu concluso che se
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vi si fossero cavate buone e profonde fosse campestri con fare uso opportunamente del terreno cavato per rialzare li spazi intermedi, si sarebbe con mediocre diligenza potuto asciugare l'uno, e l'altro padule come con tal diligenza si seppe che erano state prosciugate altre simili porzioni di terreno impadulite in quelle vicinanze, e da non molto tempo in qua ridotte a cultura. Essendo adunque stato indicato il modo che poteva tenersi, sono stati ancor questi due paduli dopo la visita prosciugati in modo tale, che al presente quei contorni non hanno l'orrido aspetto che prima avevano, nè sono sottoposti alla taccia dell'insalubrità dell'aria, la quale per nessuno altro titolo potevano avere. Lo scolo delle stesse acque de Bagni, che si va a unire all'altre acque della campagna vicina passando per canale sotterraneo sotto il fosso di Ripafratta, si osservò ripieno, e bisognoso di essere ripulito, e scavato, il che già è stato fatto; onde non resta in quel luogo da desiderarsi che qualche maggior comodità di abitazione per uso de forestieri, che bramano dopo queste mutazioni di poter godere il benefizio di quelle acque minerali. Da questo luogo prosegue il fosso non distante dalle radici dei monti fino a Ripafratta, nè vi fu altra cosa che richiamasse l'attenzione, se non la bocca per cui l'acqua del Serchio s'introduce nel fosso, la quale si vedde munita di due cateratte per difendere il canale dalle torbe del fiume; ma non ostante si osservò che il fiume per qualche strada sotterranea penetrando produce dei gemitivi, e introduce in tal guisa irregolarmente le sue acque nel principio del sopradetto fosso. E benchè sia stata in quel luogo difesa la ripa del medesimo con una forte e profonda muraglia, tanto qualche residuo di detti gemitivi ancora vi si scuopre; onde è necessario usarci continua attenzione. Quest'acqua del Serchio corrente verso Pisa ha dato luogo di pensare all'opportunità ch'ella somministra di fare andare con la sua velocità diversi generi di edifizi, e per questi furono in tempo della nostra visita avanzate diverse istanze si per la città, che per la campagna. Ma sopra tali edifizi bisogna avvertire singolarmente a non permetterne veruno in Pisa, nè fuori di Pisa, che possa per mezzo di steccaia, o qualunque altra cosa equivalente far alzare in minima parte il pelo dell'acqua del fosso, poichè questo sarebbe di grandissimo
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e irreparabile pregiudizio agli argini superiori del fosso medesimo, alle luci dei ponti che lo attraversano, e alle campagne adiacenti, che in breve ne sentirebbero del nocumento. Un altro genere di edifizi ancora non è lecito in verun modo permettere: e questi son quelli per cui una parte delll'acqua di questo fosso si deviasse dal suo corso, perchè oltre al diminuire in tal guisa l'acqua alle Mulina di Pisa, bisogna considerare che l'acqua in tal guisa devita non può gettarsi altrove che sopra li scoli della campagna, il che abbiamo detto più volte di sopra non doversi permettere. Sicchè volendo servirsi della velocità di quest'acqua per uso di edifizi fu fatta reflessione, che la sua corrente è tale, che può da se medesima dare movimento a qualunque rota che vi fusse collocata nel mezzo, e che questo espediente era l'unico che poteva mettersi in pratica senza far crescere il corpo dell'acqua; onde si concluse, che con tal condizione poteva aderirsi a tutte le istanze, che allora e per i tempi futuri fussero fatte. E affinchè una simile rota non dasse incomodo alla navigazione, fu detto che chi voleva collocare tali rote dovesse in quel luogo allargare l'alveo del fosso in modo da poterlo dividere in due canali, uno de quali più esposto alla corrente stesse sempre aperto, e servisse per la rota, e l'altro stesse chiuso con semplici porte di legno da aprirsi ogni qual volta passasse qualche navicello; ovvero che si consegnasse la detta rota in modo che con tutta la facilità, e con piccola forza si potesse alzare et abbassare tutte le volte che qualche navicello passasse, il che fu creduto che si potesse con agevolezza eseguire, come in fatti sopra il disegno allora dato è stato a quest'ora dentro Pisa felicemente messo in pratica. Ritornando a Arno, questo dopo lo sbocco del fosso di Ripafratta riceve appena uscito dalla città lo sbocco del fosso de' Bastioni, il quale gira la città dalla parte di tramontana, e serve ancora di scolo campestre, e di scolo alle fogne della medesima città. Può questo fosso avere la sua caduta in Arno per esser così prossimo alla città di Pisa, la quale è situata
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in un luogo più elevato di tutto il restante della sua pianura. È ben vero che la sua foce è munita di cateratte, perchè non può ottenere il suo scolo che nel tempo che l'acque d'Arno sono basse. Questo fosso de Bastioni nel girar la città passa per la Fagianaia, ch'è un bosco interposto tra la porta Nuova e Arno, che occupa tutto lo spazio ove sono collocati i bastioni di terra, che servono di fortificazione alla città, in quel bosco si osservò esser così insalvatichito, e ripieno oltre alle piante grandi che vi sono, di macchia bassa che serviva di ricovero a una prodigiosa quantità di Seysi, e tratteneva in quello spazio di terreno l'esito dell'acque che dovevano scolare in detto fosso con notabil pregiudizio dell'aria in un sito così vicino alla città. Perciò fu creduto espediente, che lasciate in piedi le sole piante alte, il detto bosco si tagliasse tutto, e si tenesse pulito perpetuamente, procurando di dare al terreno il pendio necessario perchè potesse liberamente scolare, come in fatti è di poi seguito con molto applauso, avendo convertito in un luogo di delizia quel ricettacolo d'immondezze. Da questo fosso de' Bastioni in poi Arno non ha fino al mare verun altro influente, e solo per terminare il discorso di questo fiume resta da parlare di una dirivazione di Arno medesimo, la quale è il fosso de' Navicelli, che conduce a Livorno, che attesta in Arno sotto la porta a Mare per l'appunto, e serve di comodo per il trasporto dall'una all'altra città, e per evitare la più lunga, e più pericolosa strada di Bocca d'Arno, e del mare. La Bocca di questo canale è munita di una cateratta, affinchè le acque d'Arno non vi possino passare quando son torbe, perchè con molta facilità seguirebbe l'interrimento del canale che ha insensibile caduta. E per avere a ciò un più geloso riguardo non si permette che in tempo di piene nemmeno per il puro passo de' Navicelli si aprino le cateratte; ma per trasportare i detti navicelli da Arno al canale vi è una macchina che si chiama varatoio, ove per mezzo di una rota i navicelli son trasportati, il che per altro riesce di qualche incomodo a i bastimenti, che più facilmente potrebbero far questo passaggio per via di sostegni.
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Del corso di questo canale non è qui luogo a parlarne, riserbandone le osservazioni al discorso della campagna per cui esso traversa; onde passeremo secondo la divisione in principio accennata al fiume Serchio.

2.5. Capitolo quarto Del fiume Serchio

Il fiume Serchio ha la sua origine dalle montagne di Modena, dalle quali scendendo serve per un pezzo di confine tra il territorio lucchese e lo stato di Toscana, e scorrendo poi coll'una e l'altra ripa nel territorio lucchese rientra nello stato di Toscana, e particolarmente nel territorio pisano un miglio sopra Ripafratta in luogo detto Cerasomma, e correndo in una vallata stretta tra i monti di Ripafratta da una parte, e di Filettole, e Avane dall'altra entra nella pianura aperta con la direzione verso mezzogiorno; ma passati i monti di Vecchiano in luogo detto Ponte a Serchio fa un angolo prendendo la dirittura verso ponente, con la quale si porta al mare con corso assai più rapido di quello che abbia Arno, attesa la minor distanza che vi è dalla sua foce a i monti. Abbiamo sicure memorie che la sua foce in mare, ove di presente si vede sia moderna, perchè si sa che esso metteva le sue acque in Arno vicino a Pisa, come a contemplare la sua prima naturale direzione verso mezzogiorno potrà ogn'uno facilmente persuadersene, e come ce ne assicurano le testimonianze di Strabone, e Rutilio Numarziano che descrivono la città di Pisa come posta nell'angolo della confluenza di questi due fiumi. Si adducono ancora delle memorie antiche, per cui si potrebbe forse indicare più precisamente il corso del Serchio vicino alla città, e del suo corso per la campagna molte vestigia sono restate, come si può argomentare dal nome di Oseri, che spessissimo in questa valle tra Arno e Serchio s'incontra
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che non è altro che Esar, o Auxer l'antico nome del Serchio. Ma l'appurare tali cose è da rilasciarsi alli studiosi dell'antichità pisana, ristringendosi noi alla pura descrizione dello stato presente; e solo si è stimato opportuno l'accennare questo, perchè altre volte è stato proposto di condurre questo fiume in Arno, come si può vedere nel mentovato discorso di Lorenzo degl'Albizi impresso nella Raccolta delli scrittori delle acque, nel quale due pensieri sono accennati, uno di dirigerlo per il lago di Bientina, e l'altro di unirlo appunto sotto Pisa, dove forse può essere stato un'altra volta Questo secondo pensiero ha per sè il favore dell'antichità, e si rende plausibile, col dire che accrescendo in tal guisa il corpo dell'acqua d'Arno vicino alla sua foce, questa foce si terrebbe più facilmente profonda e spedita e favorirebbe la velocità del fiume. Ma se si riguarda lo stato della campagna presente, certo è che questa unione non è eseguibile senza render paludosa una floridissima parte della pianura di valle di Serchio, la quale scolando tutta in mare per Fiume Morto, come dimostra la pianta di numero X resterebbe imprigionata dal corso del Serchio, l'altezza del quale non permette il libero scolo. Noi abbiamo di sopra accennato con quanta diligenza bisognasse costruire il fosso di Ripafratta, affinchè li scoli della campagna superiore potessero sotto di esso per volte sotterranee passare; onde il far l'istesso a traverso a tutto il letto del Serchio sarebbe un dispendio non proponibile. E se una volta questa confluenza di fiume sussisteva, come veramente non può dubitarsene, certo è che in quel tempo, o i letti d'Arno, e del Serchio saranno stati più bassi, come si può immaginare, ovvero la campagna interposta tra i monti, e la confluenza di questi due fiumi sarà stata tutta in padule. Considerando adunque questo fiume nello stato che è, diremo che corre ancor esso arginato per tutto il territorio pisano per cautela delle pianure adiacenti che restano più basse. È ben vero che alcune di esse più prossime a detto fiume sono capaci in tempo di acque basse di ricevere in esso lo scolo, e in fatti vi si osservano le foci di qualche fossa
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campestre munita per altro di cateratte. Per il mantenimento delle ripe di questo fiume non si può che insistere nelle cose medesime dette di sopra in proposito del fiume Arno, e ci confermò nelli stessi sentimenti l'esperienza che si riscontrò al principio della visita di questo fiume, il quale entrando colla ripa sinistra nel terriorio pisano a Cerasomma, prosegue colla ripa destra nello stato lucchese per alquanto spazio fino alla comunità di Filettole, ove si ebbe luogo di vedere la differenza della ripa lucchese tutta bene scarpata, e ben munita di salci, e altre piantazioni e intatta però dalle corrosioni, che bene spesso s'incontrano nella ripa pisana tenuta troppo in piombo e spogliata. L'istesse reflessioni fatte per Arno sopra i lavori murati si confermano anche in questa parte, ove se ne osservarono alcuni dannosi, e alcuni superflui, tra i quali recò qualche maraviglia un puntone che si vedde di Bosco a Fiume dove per avvicinarsi il Serchio alla marina in mezzo a terreni macchiosi, e inculti, o palustri dall'una e dall'altra parte, non pare prudenza l'esporsi a si gravi spese per salvare i luoghi che non possono considerare l'inondazione come un danno. Gli argini di questo fiume che sono tenuti coll'istesse leggi, e coll'istessa custodia di quelli d'Arno sono per verità molto più deboli, e più bassi del bisogno, come l'ispezione oculare, l'esperienza delle spesse inondazioni, e i clamori di tutte le comunità interessate facilmente ce lo persuasero. Fu creduto adunque che si dovessero soddisfare le istanze di quelle comunità confinanti, e furono accennati i luoghi ove opportunamente dovevansi rialzare, e fortificare gli argini suddetti per il successivo mantenimento dei quali non si deve che l'insistere nell'osservanza delle leggi, e usare l'istesse cautele di cui sopra abbiamo parlato nelli argini d'Arno.

2.6. Capitolo quinto Della campagna adiacente al lago di Maciuccoli

La campagna che resta di là dall'argine destro del Serchio
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al confine del territorio di Lucca ha tutti i suoi scoli nel lago di Maciuccoli, il quale è uno stagno di acqua chiara e profonda appartenente quasi tutto al territorio di Lucca, ed ha la sua foce in mare al porto di Viareggio. Questo lago ha vastissime adiacenze di pianura impadulita, per mezzo alla quale sono state scavate alcune fosse per ricevere li scoli della campagna un poco più sollevata, e vicina agli argini del Serchio, ed in conseguenza capace di cultura, come dimostra la pianta di numero VIII. Le principali di queste fosse sono la Barra che da Vecchiano conduce al lago; la fossa Magna che riceve l'acque dei comuni di Nodica e Malaventre, e similmente le conduce al lago; la Traversagna, che ha una foce nel fosso della Barra, e traversa la fossa Magna, e prende l'acque della pianura di Migliarino, siccome quelle del fosso della Storvigiana. Questi quattro sono i fossi maestri di questa parte di paese che si mantengono a cura e spese dell'Ufizio de Fossi, e che servono di ricettacolo alle fosse, che ciaschedun particolare dev'esser sollecito di scavare per condurvi l'acque de suoi terreni. La fossa Magna, e quella della Barra erano in buon grado, e di sufficiente profondità, se non che si trovarono ancor esse impedite dalle solite chiuse e incanniciate che in gran parte vi formano i pescatori. Il fosso della Traversagna si rende in oggi quasi inutile, perchè passa a traverso di una campagna totalmente impaludita che non può ricevere da esso benefizio veruno. Il fosso della Storvigiana si trovò molto ripieno, benchè ancor esso in oggi non di uso che a pochi terreni. La bellezza, e vastità di questa pianura, che resta nella maggior parte impaludita, ha risvegliato più volte il desiderio di portarvi qualche miglioramento, ma sempre con infelice successo. Nell'anno 1704
fu creduto che l'aprire un nuovo esito al lago di Maciuccoli in mare potesse contribuire all'abbassamento delle di lui acque, e l'abbassamento di queste potesse prosciugare una parte delle sue adiacenze. E in conseguenza di questo pensiero vicino al confine di Lucca fu fatta una fossa a traverso
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il bosco di Migliarino, che prendendo l'acque del lago le conduceva al mare. Ma l'esperienza dette a questo progetto l'esito che anco avanti, benchè in darno, gli era stato prognosticato, e fece vedere che il livello del lago, che già per la bocca di Viareggio comunicava col mare, non poteva con aprirsi un'altra, nè infinite altre comunicazioni abbassarsi, e fece vedere che la fossa medesima non poteva tenersi aperta; poichè il piccolo corpo d'acqua e non molto corrente, che dal lago prendeva, non era bastevole a tenere la sua foce libera da sorrenamenti, che i venti e l'impeto del mare ben subito vi fecero. Inutile adunque appena fatta restò questa fossa che si vede ancora, e può servire di memoria per far comprendere di quale importanza sia al territorio pisano l'esser sempre assistito da un architetto di grande, e conosciuto sapere, poichè la di lui perizia può salvare da tante spese inutili che alle volte per ignoranza, alle volte per troppo desiderio di operare vengono di tempo in tempo proposte. Un'altra memoria abbiamo in questo paese di un'infelice esperienza tentata per prosciugarlo da un certo olandese detto Pietro Vander Street, che ottenne nell'anno 1653
dal principe don Lorenzo de Medici la proprietà di quella palustre pianura con diversi privilegi, affinchè per suo profitto si affaticasse a migliorarla, la quale anco in oggi da un simili nome corrotto si chiama Valdistratte. Tentò questi di ridurla con intersecarla di spessi canali, che attestavano alli scoli maestri del paese, cioè alla Barra e alla fossa Magna, e in questi canali sperava egli di poter condurre tutte le acque degli spazi di terreno intermedi, facendovele salire per via di mulini a vento, di alcuni de quali si vedono anche di presente le vestigie. Siccome sussistono ancora le vestigie di un grande edifizio fatto nel mezzo di quella pianura per brillare il riso, ch'egli si lusingava di potervi raccogliere. Ma due grandi inavvertenze renderono inutili le sue fatiche, e le sue spese, che ben presto assorbirono il di lui patrimonio. La prima alla forza del vento, che non è così regolare come in Olanda, in cui però non può contarsi quando il bisogno appunto lo esigerebbe. La seconda è alla tessitura del terreno, la quale in tutto il territorio
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pisano è fragilissima, e di moderna spugnosa, e flessibile formazione, e vicinissimo per tutto all'acque, la qual natura del buono e più sano terreno di questa provincia molto più si manifesta in detta pianura, che non ha ancora perduto l'aspetto di padule, dal che ne viene che nel mezzo a una campagna di questa sorta poco giova lo scavare canali, e il formare argini, perchè l'acqua che inzuppa il terreno degli spazi intermedi non si separa, come segue nelle terre buone, e solide, nè concepisce movimento per andare a raccogliersi nel fondo delle fosse campestri, ma resta sempre come in una spugna legata, e mescolata col terreno, che se ne impasta, e se ne imbeve, senza che vi sia arte che vaglia a separare le parti aride dalle umide. E in oltre quando ancora si potesse dare il caso che quest'acqua si separasse dal terreno, e si conducesse alle fosse, e che poi da queste fosse si facesse con felicità a forza di macchine salire ne i canali di scolo, non per questo i campi resterebbero asciutti, poichè dovendosi formare i canali, e gli argini dell'istessa qualità di terreno che ivi si trova, l'acqua subito trapassando per le mal tessute pareti di detti canali ritornerebbe ben presto alla sua primiera espansione, riassumendo il suo natural livello, dal quale non vi è forza, nè ingegno che possa rimoverla. La natura per altro non ha lasciata questa porzione di paese priva affatto di soccorso, quando si voglia con qualche efficacia pensare al di lei bonificamento. Il paese è così naturalmente basso, che senza alzarne la superficie resterà sempre padule com'è; onde il soccorso non si può prendere nè sperare altronde, che dalle acque del Serchio, le di cui torbe saranno sufficienti a rialzarlo tanto che serva a ottenersi il desiderato prosciugamento. Pare a prima vista molto difficile l'introdurre in questo piano l'acqua del Serchio, essendovi interposta una barriera de i monti di Filettole, e di Avane, e di Vecchiano, di là da i quali il fiume ha il suo corso. Ma non ostante il pensiero è comodamente eseguibile, e per tale è stato riconosciuto anco nei tempi più antichi, come si può vedere dal sopracitato Discorso
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di Lorenzo degl'Albizi. E siccome per verità questo è l'unico rimedio sopra di cui si possa sperare la salute di quel piano, e che l'importanza di detto piano è così grande da poter compensare anco la grave spesa che si richiede; noi credettemo di dovere nel tempo della nostra visita appurare con precisione come potesse esser fattibile questo pensiero, che solo si trova da detto Lorenzo degli Albizi accennato, e quale sarebbe la spesa necessaria per effettuarlo. A tal'effetto fu fatta un'esatta livellazione di quella campagna, e fu trovato, che prendendo l'acqua sopra la Steccaia di Ripafratta, averebbe questa sopra il piano da colmarsi una caduta più che sufficiente, come ne resulta dalla carta di livellazione annessa al numero IX. E rispetto al modo di condurre quest'acqua, non è impossibile il tagliare il poggio di Pietra a Padule, come propose già Lorenzo degl'Albizi; e più facile, e meno dispendioso sarà il semplicemente traforarlo; al qual'effetto furono prese le misure necessarie, dalle quali computata la spesa del canale, che doverebbe farsi sopra e sotto terra, e tutte le altre operazioni, che sono opportune per mettere in buon grado quest'opera, resulta che la spesa passerebbe di poco scudi ventun mila, come apparisce dallo scandaglio annesso alla carta di numero IX il che se si dà un'occhiata alle campagne che si possono con tal mezzo acquistare, e migliorare non sembrerà eccedente. È da riflettersi in oltre che a tal colmata non ostano quei dubbi che si sono accennati nel Capitolo secondo parlando di una colmata generale della pianura pisana, perchè si tratta di un paese di moderata estensione in proporzione delle copiose torbe del Serchio, e quel che più importa, si tratta di un paese tutto al presente inculto, e totalmente palustre, per colmare il quale non conviene perdere porzioni notabili di terreno coltivato, nè far danno a veruno; giacchè cominciando da i Paduli che sono alle falde de' monti di Filettole, e di Avane, si potrebbe procedere
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in appresso più oltre acquistando terreno sempre di padule in padule fino alla macchia di Migliarino, con sicura speranza di far col tempo, e col denaro sufficiente, e con osservare le buone regole, importantissimi progressi. Talchè potrebbe questa essere una proposizione ben degna di farsi alla clemenza di Vostra Altezza Reale, la quale con molto vantaggio del suo proprio patrimonio proprietario in gran parte di quei vasti paduli potrebbe apportare un singolarissimo benefizio all'aria, e alla fertilità di tutto quel paese. E quando non piacesse alla Reale Altezza Vostra di fare l'impresa per conto proprio, e che ella si degnasse accordare a chi la facesse, la proprietà del terreno, non si crederebbe impossibile il trovare una compagnia di persone facoltose, che per utilità delle loro famiglie sagrificassero al presente questa somma di denaro con speranza certa di acquistare per i loro figliuoli bellissime possessioni. Avvicinandosi da questa parte al mare si esce da i Paduli che circondano il lago di Maciuccoli, e si trova il bosco di Migliarino, che cuopre tutta la spiaggia tra il Serchio e il confine di Lucca, ed ha circa tre miglia di larghezza. Il terreno di questa spiaggia marina è come nel restante della spiaggia pisana di superficie ineguale distinto in tumuli, e in vallate appresso a poco come si vede giacere il lido del mare. Questi tumuli che si chiamano tomboli restano per lo più paralelli al lido del mare e interposte si veggono tra l'uno, e l'altro quelle vallate che si chiamano lame, e fanno la figura di spaziosi solchi, dentro a quali l'acqua si aduna,e stagna, non avendo esito veruno: onde avviene che questo bosco nell'istessa guisa degli altri che cuoprono la spiaggia pisana fino a Livorno, sia sempre pieno di stagnamenti, alcuni de quali nell'estate si rasciugano, altri no, per esser più copiosi d'acqua, e più concavi, tra i quali nel bosco di Migliarino i più considerabili sono l'Ugnone, e il Serchio Vecchio. Alcuni di questi luoghi sono lasciati in tal guisa puramente per incuria, perchè trattandosi di terreni inculti e macchiosi, non comple ai padroni fare delle spese per dar loro lo scolo conveniente. Altri poi sono veramente
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dalla natura condennati a esser pantani, essendo più concavi de' luoghi adiacenti, nè altro rimedio a questa loro bassezza vi potrebbe essere, che il servirsi una volta delle torbe del fiume per rialzarli, quando l'aver migliorato, e ridotto in buon grado tutta la campagna coltivabile dasse adito a rivolgere prudentemente il pensiero anco alli scoli delle boscaglie.

2.7. Capitolo sesto Della campagna adiacente al fiume Morto

Tutta la campagna interposta tra l'argine destro d'Arno e il sinistro del Serchio, e i monti confluisce per vari rami in fiume Morto, il quale una volta imboccava nel Serchio, ed ora ha la sua foce in mare, come dimostra la pianta di numero X. Esposta a grandissimi danni era tutta questa pianura avanti che fusse aperta questa foce, attesa la difficoltà dello sbocco nel Serchio, che bene spesso era più alto del dovere. E fu pensiero del Padre Castelli il voltare lo scolo della campagna direttamente al mare. E quantunque si trattasse di portare la foce di quest'acque in un punto notoriamente più basso, non ostante questo suo pensiero ebbe a soffrire vivissime contradizioni, come resulta da diverse sue lettere impresse nella raccolta degli scrittori dell'acque. La maggior obiezione che gli venisse fatta era la difficoltà di tenere la foce del fiume Morto in mare aperta, atteso l'impeto dei venti, e de i sorrenamenti; al che egli rispondeva che l'impeto dei venti tanto faceva resistenza alla foce del Serchio, che a quella di fiume Morto; e che rispetto ai sorrenamenti, il corpo dell'acqua di questo fiume era tanto grande da
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potersi da se medesimo aprire la strada, cessati che fussero i venti contrari, e molto più poteva aprirsela prestissimo ogni qualvolta in caso di grand'occorrenza li fusse aperto tra le arene un piccolo fossetto, che egli averebbe in poche ore con la sua corrente dilatato molto amplamente, del che se ne dovè in quel tempo fare un'esperienza alla presenza de' principi di Toscana che si trovavano in Pisa. In somma il progetto del Padre Castelli non ostante tutte le contradizioni riuscì felicissimamente, e da quel tempo in poi questa parte di campagna ha preso un altro aspetto, talchè in oggi si può dire la migliore di questa provincia, e se gli abitatori non le mancassero, potrebbe tutta scolare senza difficoltà, essendosi in fatti a poco a poco con la pura arte dell'agricoltura espurgati diversi paduletti, come quelli di Agnano, e di Asciano, e dopo la visita quegli intorno ai Bagni, di cui sopra abbiamo parlato, il che potrebbe succedere a molti altri, quando l'industria e le forze dei proprietari vi si applicasse. La parte di questa campagna prossima al mare detta la macchia di San Rossore è ancor essa boschiva, e distinta in tumuli, e lame, come abbiamo detto di quella di Migliarino, delle quali alcune potrebbero avere scolo, se chi le possiede volesse; e altre non possono sperare in altro soccorso che nelle torbe d'Arno, quando una volta fusse giudicato espediente voltarlo per quella parte. Per ritornare al fiume Morto, questo è un canale maestro, che traversa per lo lungo tutta la pianura da Caprona al mare, e fino all'intersecazione del fosso di Ripafratta si chiama la Vicinaia; indi prende il nome di Martraverso fino alla Madonna dell'acqua; e indi quello di Scorno fino al ponte della Sterpaia, ove comincia a nominarsi fiume Morto. E per tutta la sua lunghezza divisa in questi quattro nomi è il suo mantenimento a carico dell'Ufizio de' Fossi, e al tempo della visita di trovò essere in buon grado, osservandosi in fatti che questa parte di campagna era quella che pativa meno dell'altre.
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Due principali canali mettono l'acque in questo fosso, uno dalla parte tra il Serchio e il fiume Morto, e si chiama il fosso dell'Anguillara ancor esso a carico dell'Ufizio de' Fossi, il quale per essere scavato da non molto tempo non meritava anch'esso per allora veruna spesa. Nel fosso dell'Anguillara mette foce l'Oncinetto appartenente ancor questo all'Ufizio, e il fosso Doppio, che si mantiene per tre parti dall'Ufizio, e per una quarta parte dagl'interessati; e questo era mediocremente ripieno, onde tra qualche tempo sarebbe stato in necessità di escavazione. E tutti questi fossi servono di rami maestri alli scoli della campagna; perchè a qualcheduno di essi attestano molti altri fossi, di cui per non appartenere all'Ufizio non si fa menzione, i quali ricevono l'acque particolari dei fossi campestri. E per migliore intelligenza è qui necessario avvertire che di tre sorte fossi si trovano nella pianura pisana. I primi che sono i recipienti principali sono quelli che dall'Ufizio si scavano e mantengono a proprie spese. La seconda classe è composta di quelli in cui si raccolgono l'acque di molti terreni di diversi padronati, i quali l'Ufizio ha cura di scavare, e tener puliti con la sua direzione, acciò la moltitudine de' padroni non cagioni disordine o negligenza con distribuire la sua spesa occorrente sopra ciascheduno di detti proprietari interessati nel mantenimento dello scolo. La terza classe è di quelle propriamente dette fosse campestri, le quali per appartenere a un solo padrone, e per ricevere l'acque del particolare suo terreno, oltre l'essere a carico del proprietario, si rilasciano dall'Ufizio anco alla sua particolar provvidenza, dovendo ciascheduno tenere i suoi campi in grado di potere scolare, se vuole ricevere il benefizio delle semente; onde sopra questi l'Ufizio non vi prende altra ingerenza che di fare osservare le leggi, che sopra tal materia sono generalmente promulgate per il benefizio della coltivazione della pianura pisana, perchè tal volta la negligenza del possessore non pregiudichi a i suoi vicini.
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Di queste dunque non abbiamo giudicato espediente il farne menzione perchè la consideriamo come un'incumbenza totalmente privata appartenente a ciaschedun proprietario de' terreni. Della seconda classe similmente non abbiamo creduto necessario il farne in questo luogo menzione, perchè questi fossi non si scavano con gli assegnamenti dell'Ufizio, e quando l'Ufizio tien puliti e in buon grado i recipienti maestri, dev'esser cura degl'interessati in ciaschedun fosso di fare le opportune istanze, perchè l'Ufizio intraprenda l'escavazione anco di questi; il che ci pare estraneo da i bisogni publici della campagna, che sono quelli che coll'istanze di veruno non si possono rimediare, e quelli per cui è necessario trovare gli assegnamenti. Restringendoci adunque alla descrizione de' fossi dell'Ufizio, abbiamo fatta menzione di quelli che sono tra fiume Morto e il Serchio, che sono i migliori che si siano veduti nel decorso della visita. Passando ora dall'altra parte, il primo ramo che sbocca in fiume Morto si chiama fossa Cuccia, nella quale mette foce un altro fosso nominato il Tedaldo, e il secondo ramo è l'Osaretto, in cui sbocca il Marmigliaio. E tutti questi quattro fossi che conducono l'acque della campagna interposta tra Arno e fiume Morto, e sono a carico dell'Ufizio, si trovarono sommamente ripieni, e bisognosi di pronta escavazione per sollievo delle belle, e fertili pianure adiacenti che soffrono per tale ripienezza gravissimi, ed evidenti danni.

2.8. Capitolo settimo Del fosso Reale, o Calambrone

La pianura interposta fra Arno e le colline si può comodamente dividere in tre parti. La prima dalla Cecinella alla Cascina, quale per
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essere più alta del rimanente ha per mezzo di diversi rivoli e torrenti il suo scolo libero in Arno, e che perciò ci parve in ottimo grado, e che non meritasse le considerazioni che bisogna avere per le parti inferiori. Dalle sponde della Cascina, che si unisce poi con l'Era fino al mare, tutta la pianura scola nel fosso Reale, il quale la divide in due parti, onde per la seconda parte considereremo quella che resta tra Arno, e il fosso Reale descritta nella pianta di numero XI, e per la terza quella che rimane tra il detto fosso Reale e le colline delineata nella pianta di numero XII. Il fosso Reale fu fatto nell'anno 1554
, e principia nel comune di Lari sotto il poggio di Lucagnano col nome di Zannone, e proseguendo il suo corso fino al ponte di San Martino nel comune di Latignano prende il nome di fosso Reale, e di qui camminando per linea retta entra nello stagno, e passati i ponti di Stagno si spagliava prima nei paduli detti il Calambrone, che avevano comunicazione col mare; ma nell'anno 1716
fu sotto i ponti di Stagno prolungato il suo canale, e condotto per mezzo di detti paduli incassato e arginato a metter foce in mare, come al presente si vede. Questo fosso prende l'acqua della Crespina,e dell'Orcina, dell'Isola, della Tora e dell'Ugione, che sono torrenti di acque torbide, che dalle vicine colline scendono nella pianura, e prende li scoli d'acque chiare della pianura medesima dalla destra e dalla sinistra delle sue sponde, come dimostra la pianta di numero XII. Sicchè egli è un recipiente d'acque chiare insieme, e di acque torbe, e si deve considerare esser egli più della natura de' fiumi, che degli scoli campestri. Scorre in oggi sostenuto da buoni argini per tutta la pianura coltivata finchè entrando nelle praterie, e altri terreni palustri dello stagno e nello stagno medesimo, questi argini si cominciano ad abbassare, e danno luogo a tutti i trabocchi di questo fosso
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che per causa delle sue piene sono spessi, e prosegue poi con argini quasi che affatto guasti per mezzo ai paduli del Calambrone, dove ha la sua foce, come abbiamo detto, in mare. La direzione di questo canale fatta nell'anno 1716
dette luogo a dubitare se potesse esser nociva al porto di Livorno, perchè le torbe del fosso Reale, che prima si spagliavano ne i paduli del Calambrone sarebbero per mezzo di questo nuovo canale portate tutte raccolte al mare in luogo, dove la vicinanza del porto di sua natura inclinato a riempirsi poteva indurre in qualche ragionevole sospetto che tale sopravvenienza di torbe fusse per apportarli un nuovo motivo di ripienezza. Per aver qualche considerazione a questo dubbio fu chiamato alla nostra visita del Calambrone il signore Giovanni Maria del Fantasia Provveditore delle Fortezze, e Fabbriche di Livorno per la sua perizia, e per la sua avanzata età ben pratico di quel ministero, il quale assicurò che nel porto di Livorno dal 1716
in poi non erano state impiegate maggiori spese o fatiche nelli ordinari ricavamenti del porto di quelle che si solessero impiegare prima di detto tempo; e assicurò in oltre che nella ripienezza del suddetto porto dal 1716
in qua niuno aumento sensibile poteva riconoscersi. Questa asserzione di un uomo assai perito nell'arte, e che per ragione del suo ministero deve avere piena informazione di tali cose, ci fece apprendere per più remoto di quel che alle volte si sente decantare il pregiudizio del porto di Livorno. Ma non per questo si restò persuasi doversi abbandonare ogni pensiero sopra di ciò, perchè il timore di questi interrimenti si vede che è antico, ed è specialmente accennato nel sopramentovato discorso di Lorenzo degli Albizi, ed è fondato nella legge della natura, per cui si apprende che proseguendosi dagl'influenti torbidi a portar terra sopra un lido di spiaggia bassa qual'è quello del mar Toscano, si abbia questa spiaggia col tratto successivo del tempo a interrire, il che osservando l'aspetto di
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tutte le adiacenze littorali del piano di Pisa pare per verità che sia da gran tempo in qua con lenti acquisti seguito; e ce lo conferma l'esperienza istessa di Livorno, la di cui torre detta del Marzocco fondata già nel mezzo al mare, si rende in oggi quasi accessibile in alcuni tempi senza imbarcazione. Quando adunque col tempo si credesse opportuno di fare qualche spesa per allontanare sempre più questo pericolo, si crederebbe espediente di far qualche diligenza alla foce di detto Calambrone per voltarla verso ponente, prolungandola in mare con qualche lavoro che tenga l'acque per qualche tratto incassate verso la detta direzione, il che farà profittare alle sue torbe del moto della corrente littorale, che si trova nel Mediterraneo, la quale procedendo in questo mare verso ponente, è più atta a tener lontane dal porto di Livorno le torbe; e tale lavoro farà frattanto un altro benefizio di tenere più facilmente scavata e profonda questa foce del Calambrone, per dove tutte le acque della campagna pisana debbono passare. Per tal causa si crede adesso opportuno di non si mettere in pena di resarcire l'argine sinistro del medesimo Calambrone ne i luoghi più vicini al mare, ove confina con i paduli contigui al vecchio Calambrone; poichè fu considerato che non può essere di pregiudizio veruno alla campagna superiore che il canale del Calambrone correndo incassato in fino al mare, e mentenendo in tal guisa la velocità necessaria per dare moto all'acque superiori, in tempo d'acque soprabbondanti trabocchi ne' paduli adiacenti; anzi si crede che tal trabocco possa portare il benefizio di colmare li stessi paduli, e ridurli capaci di dar qualche frutto, il che per la loro naturale bassezza non può sperarsi se non mediante un rialzamento di terreno. Si dice che tal trabocco può permettersi nell'argine sinistro, perchè nel destro bisogna avere un'altra avvertenza di tenerlo
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bene fortificato si per mantervi il comodo delle alzaie, si perchè le torbe del fosso Reale traboccando da quella parte potrebbero interrire li scoli che a quello scorrono vicini;onde per questa parte è necessità che l'argine si prolunghi più prossimo al mare, che nell'altra. Generalmente però accostandosi più in sù verso i ponti di Stagno la necessità di tenere gli argini ben custoditi vi è dall'una, e dall'altra parte, e per tutto il corso dello stagno debbonsi gli argini rialzare, e uguagliare a quelli che il fosso Reale ha nelle parti superiori, che sono molto belli; perchè è un grandissimo male il permettere che l'acque torbe del fosso Reale si diffondino nello stagno, poichè ricuoprono con tal espansione i scoli della campagna che a traverso il medesimo stagno vanno a trovare il fosso Reale, tengono in collo le loro acque, e interriscono li loro canali, cosa di notabilissimo pregiudizio. Arginato che sia in tal guisa il fosso Reale fu considerato che essendo questo un recipiente di acque torbide, non era espediente che servisse anco di ricettacolo alle acque chiare della pianura; poichè il mescolare queste acque ne i luoghi che mancano di caduta è sempre nocivo, atteso che il letto dove corrono le acque torbide non può far di meno di non si rendere sempre più alto di quel che sia convenienite alli scoli campestri, e la comunicazione delle due acque espone sempre li scoli ai regurgiti, e agl'interrimenti. E per ciò fu stabilito doversi porre per regola di tener l'acque torbe da se rinchiuse tutte nel fosso Reale, e di escludere dal medesimo tutte le foci dell'acque chiare, mandandole per via di recipienti separati a destra e a sinistra a scolare ne i punti più bassi che sia possibile. Un tale provvedimento oltre al bene che farà alla campagna, che deve scolare, e al risparmio degl'interrimenti che si eviteranno nelli scoli collaterali, cagionerà un altro notabilissimo risparmio all'Ufizio de Fossi, il quale ha speso per tenere scavato il fosso Reale somme molto più importanti che ragguagliano più di mille scudi l'anno. Questa spesa di escavazione è stata forse creduta necessaria, perchè trovandosi il letto del fosso Reale più alto di quello che li scoli della campagna
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adiacente richiedevano, si è creduto con l'escavazione di riparare all'inconveniente senza avertire che questo fosso è della natura de i fiumi, perchè veramente prende l'acque de fiumi sopranominati che scorrono dalle colline, e che i fiumi si formano da se medesimi l'altezza del letto cui hanno bisogno per acquistare la loro necessaria caduta; onde l'escavarli è spesa redicola, e inutilissima, perchè ben presto fanno riprendere al loro letto la primiera figura, la quale è un effetto necessario della loro direzione. Sicchè riserrando tra i buoni e gagliardi argini il fosso Reale per assicurarsi dalle di lui inondazioni, ogni pensiero di escavarlo da qui avanti si può abbandonare, ponendo l'unica cura in proibire più che sia possibile ogni commercio fra l'acque torbe di questo fosso, e l'acque chiare della campagna, per cui a suo luogo si additeranno le strade collaterali, che si giudicheranno più opportune. Il fosso Reale viene intersecato dal fosso de' Navicelli, che da Pisa conduce a Livorno, e questa intersecazione accade appunto poco sotto i ponti di Stagno in luogo assai distante dal mare, ove le piene del fosso Reale possono introdursi nel fosso de Navicelli, e quindi diffondersi in diversi canali che dalla campagna in quello sboccano e nello Stagno ancora, che ha diverse comunicazioni con detto fosso de' Navicelli. Perciò ad oggetto di chiudere anco questa bocca per cui le piene del fosso Reale potrebbero introdursi nella campagna, giacchè l'intersecazione di questi due fossi non si può fuggire, il rimedio che può suggerirsi è quello di ritirare il canale de' Navicelli più vicino al mare che sia possibile, acciò l'intersecazione segua in un punto più basso che possa aversi del fosso Reale, e in luogo perciò meno pericoloso e meno esposto al regurgito delle di lui piene, le quali più difficilmente da questo punto basso, ove in molti altri luoghi inculti e palustri possono diffondersi, s'insinueranno ne i canali superiori della campagna. E se tal cautela non apporterà tutto quel giovamento che si desidera, vi è sempre il rimedio delle cateratte da porsi all'una, e altra parte di questa intersecazione, il qual rimedio si propone in secondo
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luogo, perchè è dispendioso; ma per altro merita di esser considerato per principale in riguardo alla sicurezza, in cui porrebbe questa pianura da tutti i mali che soffre per l'escrescenza del fosso Reale. Ci resta a parlare di una proposizione modernamente fatta sopra questo fosso consistente in renderlo un canale navigabile, con estenderlo ancora fino alla Cascina verso il Ponsacco per dare il comodo a tutti gli abitanti di quelle colline, e di quella pianura di trasportare i loro generi alla città di Livorno. Noi ebbamo la curiosità di appurare pienamente questa proposizione, e si riconobbe in primo luogo che il fosso Reale per quanta copia d'acque esso sia solito portate in tempo di piene, per tanto non si può dire e non è navigabile, poichè passate le straordinarie escrescenze, resta all'uso de torrenti se non del tutto arido, almeno con un piccolo rivolo d'acqua lontanissimo dalla capacità di sostenere qualunque piccola imbarcazione. Non essendo adunque navigabile, non si può immaginare di renderlo in altra guisa che facendovi crescere di corpo l'acqua per via di parate, e sostegni, il che ognuno vede quanto sia assurdo, o si consideri questo fosso come un torrente tale quale è, in cui senza far forza agli argini superiori tali parate non possono costruirsi; o si consideri come uno scolo di acque campestri, la di cui natura esige, che il pelo dell'acqua vi si tenga più basso che sia possibile, o si consideri come un misto di fiume, e di scolo tale quale al presente si ritrova, e che per tutti i riguardi abborrisce il freno di questi sostegni; che sarebbe forza di apporli per renderlo navigabile. Un tal discorso persuade l'assurdità di un tal progetto non solo nel fosso Reale, ma ancora nel rio del Pozzale, o in qualunque altro fosso di scolo che in subalterna condizione veniva proposto. Esclusi dunque tutti i fossi presenti si riduceva la proposizione a creare un canale totalmente nuovo, che non servisse nè di scolo alla
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pianura, nè di recipiente all'acque torbe della collina. Allora per render navigabile questo canale nuovo la prima difficultà s'incontrava nell'acqua da darli per suo mantenimento. Si pretendeva questa potersi ricavare dalle polle che formano in collina il Bagno a acqua, le quali sono acque calde termali, che si raccolgono in quel luogo a uso di Bagni, i quali quantunque non siano così copiosi, nè così magnificamente costruiti come quelli di Pisa, non ostante sono in qualche maggior credito, e continuamente frequentati nelle stagioni opportune. Il rifiuto adunque di questi Bagni forma un ruscello sempre perenne anco nell'estate, il quale s'immerge nel fiume Cascina. E questo ruscello si credeva che deviato dalla Cascina, e introdotto nel nuovo canale potesse fornire l'acqua sufficiente alla navigazione, trattenendovela, e facendovela alzare di mole per via de i sopradetti sostegni. Non si credè da noi necessario il calcolare per l'appunto se quest'acqua delle polle dei Bagni, che quantunque perenne non è però moltissima, fusse sufficiente a mantenere navigabile il preteso canale; ma ci servì il reflettere che in primo luogo la spesa di scavare un canal nuovo per almeno dal Ponsacco fino al fosso de Navicelli, di arginarlo, di farlo passare sopra tanti canali di scolo, che traversano la campagna, di mantenervi i sostegni e gli operanti necessari era grandissima, e che dall'altra parte l'utilità di questo canale era impercettibile. Poichè dal Ponsacco, e luoghi circonvicini tutte le mercanzie che si volevano, e si solevano a Livorno trasportare per acqua, potevano già di presente andarvi per la via d'Arno, che non è distante da quei contorni più di tre o quattro miglia, come in fatti si pratica; onde quei generi che dalle colline si sogliono portare per vettura a Livorno, e che soli averebbero potuto profittare di questo nuovo canale, si riducevano a piccole provvisioni di polli, frutte, e ortaggi, che formano un così piccolo oggetto da non permettere che si pensi in favore di esso a una tanto grandiosa spesa, la quale di niun altro profitto sarebbe alla pianura pisana bisognosa
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per motivi più pressanti di altri soccorsi. Queste considerazioni siccome ci persuasero della vanità di questo progetto, così crediamo che possino esser bastevoli a persuaderla in avvenire ogni qualvolta fusse per essere risvegliato. E tralasciando per tanto il discorso del fosso Reale, passeremo a parlare delle campagne adiacenti, e del modo di procurar loro il più libero scolo.

2.9. Capitolo ottavo Della pianura interposta fra Arno e fosso Reale

Questa pianura, come dimostra la pianta di numero XI si può considerare distinta in tre parti. La prima superiore allo Stagno, che per diversi fossi scola nel fosso Reale. La seconda è lo Stagno medesimo con quella porzione di pianura che scola in esso. La terza fra lo Stagno e il mare, che parte scola nel fosso de' Navicelli, e parte è macchia e spiaggia marina detta la Boscaglia di Tombolo. Di questa terza parte siccome quella piccola porzione che scola nel fosso de' Navicelli vi scola per canali che non sono a carico dell'Ufizio de Fossi, e l'altra porzione macchiosa non ha scolo regolare, e nulla di più si può dire se non quel che si è detto per San Rossore, e per Migliarino, così noi non avremo luogo di di farne altra menzione. Nella prima parte di pianura superiore allo Stagno quelle campagne che sono sopra alle Fornacette hanno due bellissimi fossi maestri, uno detto il rio del Pozzale, e l'altro la fossa Nuova, che si
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congiungono dopo un corso di molte miglia vicino al fosso Reale, e in esso imboccano per una sola foce che si chiama della fossa Nuova. L'uno e l'altro di questi fossi appartiene all'Ufizio, quantunque alla spesa della fossa Nuova concorrino per metà gl'interessati. E sono questi i recipienti di vastissimi terreni, dove sboccano molti altri recipienti minori che si scavano a spese dei respettivi proprietari. Il piccolo tratto della foce comune di questi due fossi è pulito, e cavato di fresco; ma nel rimanente di tutto il loro ben lungo corso sono pienissimi e bisognosi di pronta escavazione. Dalle Fornacette in giù principia l'Antifosso d'Arnaccio, il quale scorrendo parallelo al canale d'Arnaccio, di cui sopra abbiamo parlato che serve di trabocco nelle piene d'Arno, si congiunge dirimpetto a Coltano col Fosso del Caligio, i quali poi uniti assieme col nome di fossa Chiara intersecano il fosso de' Navicelli, e vanno sotto i ponti di Stagno a metter foce nel Calambrone. La detta fossa Chiara era scavata di fresco, ma non ostante si osservava aggravata di notabile interrimento; onde per essere un canale che serve di ricettacolo a tante acque, si crede che tra non molto tempo sarebbe bisognato rivolgere il pensiero a scavarlo di nuovo. L'Antifosso poi è ripienissimo, e bisogno di pronta escavazione, e più bisognoso di esso è il Caligio, il quale serve a una pianura più bassa. Tutti e tre questi fossi sono di pertinenza dell'Ufizio, siccome al medesimo appartengono il fosso Vecchio, il fosso d'Oratoio, il fosso di Titignano, e quello del Torale che sboccano nell'istesso Caligio, e quanto il Caligio bisognosi tutti di prontissima escavazione, essendosi per verità trovata questa parte di fertilissima campagna molto danneggiata dalla ripienezza di questi fossi dell'Ufizio, che cagionano in oltre la ripienezza di moltissimi altri di pertinenza de' particolari che debbono in quello influire. L'essere in necessità l'Ufizio di scavare prontamente tanto numero di fossi, ci fece rivolgere l'animo a pensare s'era possibile il diminuirli il dispendio. E primieramente cadde in considerazione, se quella macchina per alzare l'acqua,
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di cui sopra abbiamo parlato, giacchè non era fattibile di applicarla a quei canali che hanno di bisogno di un perpetuo scolo per le ragioni sopra enunciate, fosse almeno usabile per fare ne i fossi l'operazione che chiamano di aggottare, che è di rasciugare quella parte di fosso che si vuole scavare. Ma ancora qui fu considerato che il trasporto e l'idonea collocazione di questa macchina a ciaschedun fosso sarebbe importata qualche spesa notabile, e che bisognava anco valutare la facilità di rompere detta macchina usandola, e la difficoltà di ripararla prontamente in luoghi disabitati, com'è la campagna di Pisa, e che dall'altra parte l'operazione delle aggottature che si fa a mano, supposto un numero sufficiente d'uomini, riesce facile, pronta, e sicura. E questo numero d'uomini nell'escavazione di un fosso sempre vi dev'essere, perchè sono lavori che ognuno sà doversi fare in cortissimo tempo a forza di numero di lavoranti. Fu pensato secondariamente che un grave incomodo nella escavazione de i fossi consiste in trasportare la terra del cavo di là dagl'argini del fosso, il qual trasporto si fà a forza d'uomini per via di barelle, o corbellini. Fu per tanto per facilitare questa operazione proposta una macchina, per la quale si vede che posta nel mezzo dell'alveo di un fosso la terra in un recipiente, e questo recipiente sopra la punta di un trave inclinato, questo trave inclinato per via di un arganetto facilmente si alza, e levandosi in capo il recipiente, lo fa sdrucciolare per tutto il suo dorso, e lo precipita nella parte opposta dell'argine. Questa macchina quantunque sia molto ingegnosa non ostante con l'esperienza che se ne volle fare, si riconobbe che in primo luogo non era applicabile alla maggior parte de fossi, perchè ne fossi larghi e muniti di buone banchine gl'argini sono molto distanti fra loro, e molto distanti sono ancora dal mezzo del fosso; onde la macchina che non si può applicare altrove che sopra l'argine averebbe bisogno di travi lunghissime per poter fare l'operazione, e riuscirebbe per ciò
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impossibile a maneggiarsi. I fossi stretti dall'altra parte per lo più non hanno argini, o li hanno poco sollevati, di modo tale che i cavatori de' medesimi non hanno bisogno di barelle per trasportare la terra, ma nell'atto di cavarla la scagliano agevolmente di là dagli argini; onde la macchina in quel caso resta superflua. Sicchè per applicare questa in luogo ove possa maneggiarsi, e operi il trasporto con qualche vantaggio di tempo, bisognerebbe applicarla a un fosso stretto, e profondo, de i quali non ve ne sono perchè una tal proporzione è contro la regola de' canali di scolo, nella struttura de i quali bisogna proporzionare la larghezza alla profondità, e anzi è necessario eccedere nella larghezza per ricevere il profitto di tenere l'acque depresse più che sia possibile. In oltre è da considerarsi che questa macchina per costruirla e armarla di ferro, e farvi le viti opportune, costa qualche somma considerabile; che il trasportarla similmente e il collocarla costerà qualche cosa; che per farla giocare vi vogliono tre uomini, che il recipiente che trasporta non eccede la capacità di uno de' soliti corbelli manuali; che questi recipienti che debbono essere di legno sono esposti continuamente a rompersi, perchè debbono essere precipitati da alto in basso; e che per il cavo di un fosso di tali macchine bisognerebbe averne molte insieme che giuocassero, per potere andare avanti col lavoro; onde considerate tutte queste circostanze, non si trovò per verità da lusingarsi di verun risparmio. Ci venne in appresso in mente di potersi servire degl'istrumenti con cui si pratica a Livorno di cavare alcuni di quei fossi, a i quali senza rasciugarli, con certe barche a cui sono attaccate certe cucchiare che per via di argani salgono e scendono, si mantiene la conveniente profondità. Si credeva in tal guisa senza aspettare a fare ogni tanti anni un cavo generale del fosso già totalmente ripieno, si potesse anno per anno, o di tempo in tempo radere come convenisse, e togliere i ridossi che si scuoprissero
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tenendoli in tal guisa nello stato della sua dovuta profondità. E quantunque ciò non potesse servire che per quelle parti de i fossi che sono navigabili, tanto si stimava che ciò dovesse riuscire di gran vantaggio, perchè appunto le parti navigabili sono quelle che sono più vicine allo sbocco, e che sarebbe opportuno tenere sempre più libere e profondate del rimanente. Si volle per tanto fare l'esperienza di tal pensiero, e si fecero venire le chiatte di Livorno a scavare il fosso de Navicelli sotto la Tettoia prossima alle mura di Pisa, che già era ripiena, e computato il cavo fatto e la spesa, si osservò che questa eccedeva ciò che soleva costare all'Ufizio de Fossi l'ordinaria escavazione, quantunque il lavoro fatto in luogo vicino alla città ci avesse dato il comodo di tenervi assistenti ministri idonei a prevenire tutte le fraudi possibili nelle misure, le quali fraudi nel corso de lavori da farsi per quella disabitata campagna erano poi da temersi inevitabli. Sicchè l'eccedenza della spesa ci fece abbandonare il pensiero di questo metodo il quale per quanto sia necessario in Livorno, ove i fossi non si possono asciugare, si osservò esser pericoloso nei fossi della campagna, perchè con tali escavazioni non si può osservare un'esattezza di livello nel profondare, come sarebbe necessario ne' fossi di scolo, e per conseguenza in qualche luogo si scava meno del dovere, e in qualche luogo più del necessario con dispendio inutile. Sicchè fu stimato doversi riservare un tale espediente a togliere qualche ridosso che di quando in quando potesse scuoprirsi ne i fossi che l'Ufizio deve mantenere, qual ridosso per occupare un breve spazio non comportasse la spesa di rasciugare tutto il fosso. E per tale accidente che alle volte può darsi fu anco pensato a facilitare la macchina di cui si servono a Livorno, e fu corretta e migliorata e ridotta in modo da potersene anche per qualche volta servire ne i fossi incapaci di navigazione, applicando la macchina che sostiene le cucchiare sopra le panchine del fosso. E ne fu fatta sopra tal disegno costruire una, perchè l'Ufizio potesse in qualche occorrenza adoprarla, avendo per altro sempre l'avvertenza di servirsene quando il bisogno di escavare è circoscritto in un piccolo spazio, poichè il pretendere di scavare
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con tal metodo un fosso intero sarebbe un crescere a dismisura la spesa per avere un lavoro peggiore. Ritornando adunque a i fossi de i quali sopra abbiamo parlato, si reflettè che per la foce di Fossanuova, e per la foce di fossa Chiara scola tutta la campagna che è da questa parte del fosso Reale tra Pontedera e le Bocchette. Al buon mantenimento di questa campagna che non contiene dentro di se stagni, nè patisce di altri simili vizi, basta solo che questi fossi in oggi ripieni siano profondati, e tenuti sempre a dovere. E nel restante non rimane altra avvertenza da usare, che quella di liberarla dalle inondazioni, e da rincolli del fosso Reale. Perciò adunque bisogna alzare a dovere gli argini di questo fosso, come sopra abbiamo proposto; e per separare totalmente le di lui acque da quelle delli scoli il partito più sicuro è togliere dal fosso Reale la foce di fossa Nuova e voltarla nella fossa Chiara, come viene indicato nella pianta di numero XII e come è stato di poi felicemente eseguito, e fare un canal solo recipiente di tutte le acque campestri. E siccome la fossa Chiara pone ancor essa la sua foce nel Calambrone poco sotto i ponti di Stagno, è necessario serrare anche questa, e prolungare il canale di fossa Chiara verso la marina sempre paralello, ma separato dal Calambrone, nel quale finalmente può aprirseli la foce nel punto più basso assegnabile, giacchè l'unione in questo punto bassissimo si crede esente da quei pregiudizi che apporta nelle parti superiori; ed è dall'altra parte inevitabile per conservare la navigazione tra Pisa e Livorno, e per conservare alla foce del Calambrone in mare un sufficiente corpo d'acqua; e può in ogni caso munirsi questa comunicazione con cateratte. Noi abbiamo detto di sopra parlando del fosso Reale, che bisognava ritirare più che fosse possibile verso la Marina la sua intersecazione col fosso de Navicelli, il che oltre i vantaggi sopraccennati per la parte della pianura verso Pisa, riesce di necessità precisa per il bene della pianura verso Livorno, come a suo luogo si dirà. Perciò siccome fossa Chiara interseca anch'essa il fosso de' Navicelli, si potrebbe da qui avanti
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da questo punto voltare la navigazione per il canale medesimo di fossa Chiara, arrivando per esso prolungato che sia fino vicino alla foce del Calambrone, ove dalla parte opposta può escavarsi un nuovo canale che serva a proseguire la navigazione fino alle cateratte di Livorno, come dimostra la pianta di numero XII. In tal guisa abbandonando il presente tronco del fosso de' Navicelli, che resta dopo l'intersecarsi di fossa Chiara, e servendosi dell'istessa fossa Chiara per canale navigabile da questo punto fino alla fossa del Calambrone, e traversando ivi il Calambrone per imboccare nel nuovo canale, averemo il fosso de' Navicelli con facilità ritirato alla marina, come sopra si era detto essere espediente; e averemo in oltre portato lo scolo dell'acque della campagna nel punto più basso che possa assegnarsi in questa pianura; e averemo assicurati i canali di scolo dal nocivo commercio coll'acque torbe del fosso Reale, onde per l'avvenire non resterà altra attenzione all'Ufizio de' Fossi che quella di scavare ne i tempi opportuni questi canali, il che gli riuscirà tanto più agevole, quanto che si risparmierà le gravi spese che fino al presente ha fatto nelle inutili escavazioni del fosso Reale. La campagna dalle Bocchette d'Arno in giù quello che resta coltivabile scola per mezzo di diversi fossi nel padule Maggiore, tra i quali ve n'è uno che appartiene all'Ufizio de Fossi, che si chiama lo Scolo di Pisa, che riceve da questa parte d'Arno le immondezze della città. Questi fossi muoiono in detto Padule confondendo le loro acque con quelle che inondano quella vastissima campagna, e ancor questi si ritrovarono ripienissimi, come in specie erano quegli di San Giusto, e di Sant'Ermete di attinenza de' particolari, e il detto scolo di Pisa di attenenza dell'Ufizio, il quale si osservò in oltre con grandissimo scandalo impedito da certe ture fattevi da pescatori che hanno in affitto la pesca di quelle acque.
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Noi abbiamo di sopra chiamato Stagno tutta questa parte di campagna che per la sua naturale bassezza serve di stagnante raccolta alle acque, e che circonda i Poggetti di Coltano e di Castagnolo, che restano nel mezzo alle medesime posti in isola, come dimostra la pianta di numero XI. Di questo stagno la parte che resta tra Coltano e Pisa si chiama Padul Maggiore, e la parte che da Coltano risguarda Livorno si chiama propriamente Stagno, il quale si diffonde per tutta quella pianura di quà e di là dal fosso Reale fino alle colline. Il Padul Maggiore ha la comunicazione con lo Stagno, perchè gira le punte di Castagnolo, e di Coltano, i quali restano così dall'acque messi in isola. È ben vero che queste punte sono le parti più alte del Padule, e più facili a inaridirsi, come lo sono in qualche parte dell'anno. Sicchè la maggior pendenza e profondità del Padul Maggiore resta verso i Poggi di Castagnolo e Coltano, di dove non ha altra uscita che l'angusto canale della Sofina, che divide col suo letto la tenuta di Castagnolo da quella di Coltano, e per questa unica bocca debbono scaricarsi tutte le acque del sopradetto Padul Maggiore; e di tutte le campagne che v'influiscono, le quali perciò in tempo d'inverno per l'espansione, e rincollo delle acque patiscono estremamente. Sopra questo stretto della Sofina vi è un ponte che serve di comunicazione fra l'isola di Castagnolo, e quella di Coltano; ma per essere questo ponte di legno fondato sopra palizzate molto fitte, e troppo contigue fra loro, veniva ad occuparsi con notabile impedimento l'alveo di detto fosso, e quel ch'è peggio, questa angusta gola unico sfogo di tante acque, e già da detto ponte mal costruito difficultata serve da residenza a un pescatore che colle solite chiuse incannicciate traversa tutta la larghezza del fosso, opponendo un ostacolo perniciosissimo allo scolo dell'acque superiori, che per il loro moto lentissimo averebbero bisogno in tal passaggio di esser piuttosto accelerate che trattenute. E volendo noi osservare l'effetto di questo trattenimento con un diligente scandaglio
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fu ritrovato il pelo dell'acqua davanti all'incannicciate due soldi di braccio superiore al pelo dell'acqua dopo le incannicciate, sicchè questa sola tura portava il pregiudizio di rialzare l'acqua del padule due soldi di braccio più di quello che naturalmente vi sarebbe stata, la quale altezza ognuno può comprendere di quanta importanza sia in un padule di acqua bassa, ma largamente estesa, com'è quello, e quanta espansione produca sopra terreni che altrimenti potrebbero essere asciutti. E ciò noi ebbemo paciere di notare con precisione per capacitare chi non fosse appieno persuaso dell'insigne danno che fanno queste incannicciate, e altre simili arti pescatorie. Il fosso della Sofina appartiene ancor esso all'Ufizio, e mette foce nel fosso dei Navicelli, nel quale scarica tutte l'acque di questo padule, che non hanno altro esito per condursi al mare che questo. Considerando all'ampiezza di questo Padul Maggiore, e alla sua vicinanza alla città, ci parve cosa importante a pensarsi se vi era espediente alcuno per aprirli un altro scolo più libero, perchè potesse più presto abbassare le sue acque; poichè si tratta di un padule di acque bassissime, che fa danno, come si è detto, con la sua grande espansione; onde ogni piccola caduta che se li facesse acquistare prosciugherebbe gran tratto di paese. Fù però livellata questa campagna fino al mare vicino a Arno vecchio, poichè trovando caduta, si pensava di profittare di un fosso, che traversa Castagnolo come dimostra la pianta di numero XI per cui si sarebbe potuto aprire una nuova bocca al padule, facendoli un canale che andasse a trovare per la strada più corta il mare, mettendo foce in Arno Veccho. Ma tutto questo pensiero restò infruttuoso, perchè la livellazione ci assicurò non esservi per tal viaggio sufficiente caduta. Sicchè questo padule per la sua naturale bassezza non pare veramente che abbia altro rimedio che le colmate, il che molto più si deve dire di quell'altra parte di padule, che si chiama Stagno, ch'è anco più bassa del Padul Maggiore. Il modo di fare queste colmate nel Padul Maggiore
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non lo può somministrare che il fiume Arno, dal quale altre volte si è tentato di tirare un tal soccorso, come ne fa testimonianza il fosso delle Bocchette, per mezzo del quale nelli spaziosi margini di detto padule si fecero considerabili acquisti. È ben vero che tali acquisti posero in pericolo di perdere le già buone e coltivate campagne, e per questo l'uso di detto fosso si ebbe a dismettere, come attesta Lorenzo degli Albizzi nel suo mentovato Discorso impresso nella Raccolta degli scrittori dell'acque. E perciò le colmate è vero che sono un rimedio per simili mali, ma sono rimedio grandioso che ha di bisogno di essere intrapreso con la reflessione al Bene universale di tutto il territorio, non per riguardo a qualche particolare partita di terreno, che non si può effettuare se non col decorso del tempo, e con l'osservar bene le regole dell'arte, e senza che vi s'interponga l'autorità e la munificenza del Principe, la quale possa con le opportune compensazioni, e con i buoni ordini conciliare con il publico futuro bene gl'interessi presenti di tutti i padronati; e quando si dà il caso che questi interessi siano grandi, e molto complicati, l'impresa resta difficile anco coll'interposizione dell'autorità sovrana. Del resto se l'impresa fusse più facile, noi non ponghiamo in dubbio che gran benefizio alla città e alla pianura di Pisa arrecherebbe un tal prosciugamento, e ci porta gran meraviglia, che altre volte sia stato revocato in dubbio se il colmare e prosciugare lo Stagno fusse cosa vantaggiosa, o no, come si riconosce da un Discorso del celebre Alfonso Borelli impresso nella Raccolta degli scrittori dell'acque, ove saviamente risponde all'obiezioni che in quel tempo si vedono fatte sul fondamento, che l'acque della pianura non potendo qualche volta per l'impeto de venti contrari scolare in mare, abbiano bisogno di un vasto ricettacolo ove potersi diffondere come in un luogo di deposito per aspettare che il mare ritorni alla sua bassezza. Sopra di che noi non possiamo che lodare ciò che con molta
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chiarezza spiega il detto Borelli; e appieno persuasi che l'impresa di rasciugare lo stagno sarebbe utilissima, ci rincresce solo di averla con l'ispezione del luogo trovata tanto difficile da non poter rivolgere l'animo ad altro pensiero che a quello delle colmate, il metodo delle quali abbiamo creduto ancora superfluo di specificare con più precisione, come abbiamo fatto a quelle di Valdistratte, perchè quella è un'impresa più facile e più ristretta, che interessa meno padroni, e che non obliga a disporre di tanti terreni già di presente fruttiferi come questa. E se tanta difficoltà s'incontra nel progetto del colmare colle torbe d'Arno, ogn'uno vede quanto chimerica sarebbe la proposizione di far tali colmate colle acque chiare. E pure un tal pensiero modernamente non solo è venuto in mente, ma è stato posto in esecuzione, e se ne sono da noi osservati i vestigi dell'esperienza fattane, come può credersi, con infelice successo alla punta di Coltano, ove si volle dirigere la fossa Chiara con lusinga di colmare le adiacenze del detto Coltano, come è noto nella pianta di numero XI. E tutta questa operazione fu fatta senza avvertire che il letto della fossa Chiara che passa per le parti più infime dello Stagno, era più basso delle parti di detto Stagno più vicine a Coltano, che volevansi colmare, e senza avvertire che l'acqua chiara non colma; onde non rimane al presente che la memoria di questa spesa così follemente fatta, la quale non può servire che di ammaestramento per avvertire quanto sia necessaria al territorio pisano la perizia di un intelligente architetto. Per terminare adunque il discorso dello Stagno, non pare che nello stato presente vi si possa far altro che accrescergli in qualche luogo le bocche, che da una parte lo fanno comunicare col fosso de' Navicelli, e dall'altra con la fossa Chiara; poichè quando l'acque dello Stagno sono alte non hanno altri emissari che questi per dove scaricarsi; onde è bene che
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abbiano lo sfogo più libero e più facile che sia possibile; e tal comunicazione non pare che in alcun tempo possa apportare pregiudizio nè al canale de' Navicelli, nè a quello di fossa Chara.

2.10. Capitolo nono Della pianura interposta tra fosso Reale, e le colline

In questa parte di pianura scorrono l'influenti torbidi che vengono dalle colline, e si debbono rinchiudere, come si è detto nel fosso Reale. Per cominciare a parlare della parte superiore alla strada di collina, diremo primieramente che questi influenti torbidi hanno portato a questa pianura il benefizio di colmarvi alcuni paduli; poichè l'Orcina ha colmato il padule di Gamberonci, e l'Isola ha colmato quello di Guinceri; ma dall'altra parte questi medesimi influenti con la ridondanza delle loro acque difficultano a questa parte di pianura li scoli, e la fanno patire di un male, a cui la natura non l'averebbe destinata; perchè la sua situazione è più alta del rimanente della campagna di là dal fosso Reale. Un tale inconveniente ci confermò nel pensiero della necessità più volte decantata di tenere separate le acque torbe da quelle delli scoli, con la quale avvertenza si crede di potere ovviare a tutti i danni che soffre questo fertilissimo territorio.
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Perciò fu ideato di cominciare sotto l'imboccatura del Zannone un antifosso, che scorresse paralello al fosso Reale fino a Stagno imboccando con un antifosso che sotto il fiume Isola già si trova, il quale però bisognerebbe profondare, e allargare e conducendosi poi per la Torretta navigabile fino ai Ponti di Stagno si prolungasse il suo corso a metter foce nel più basso Calambrone secondo le regole accennate per fossa Chiara, e ritenendo i medesimi principi. Questo antifosso, com'è delineato nella pianta di numero XII doverebbe traversare i letti della Crespina, dell'Orcina, e dell'Isola, che per via di volte sotterranee non sarebbe difficile, e in tal guisa raccoglierebbe tutte l'acque campestri di questa pianura, alla quale toglierebbe l'incomodo di dovere scolare o in alcuno de sopradetti torrenti, o nel fosso Reale, dove tutti sono congregati, e condurrebbe le acque nel punto più basso che si possa assegnare; onde grandissimo e sicuro sarebbe il vantaggio di questi terreni, che assolutamente sono i più elevati di tutti, e che per pura inavvertenza restano esposti a i danni degli stagnamenti. Resterebbe in principio di questa pianura il padule del Lupo vicino a Cenaia, il quale per verità non pare che abbia rimedio alcuno, perchè è rinchiuso tra le sinuosità di certi poggetti, per cui non pare che da veruna parte possa sperarsi di aprire scolo che basti attesa la profondità delle sue vallate. E la proposizione che ci fu detto essere stata un tempo fatta di voltarci il fiume della Crespina per colmarlo, non ci parve a verun patto eseguibile, perchè la Crespina resta troppo distante, vi sono intermedi alcuni poggetti i quali bisognerebbe tagliare per farvi il canale, e non si tratta di acquisto così grande da poter pensare a tal genere di spese. Sicchè per verità non ci parve che la ragione dettasse veruno rimedio per questo luogo condannato dalla natura a essere un perpetuo e profondo pantano. In tutto il restante poi con il sopradetto provvedimento la campagna
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resterebbe sanissima. Già il padule di Gamberonci è stato dall'Orcina ridotto a tutto terreno coltivabile; onde non richiede altra reflessione, restandoci solo ad accennare sopra la foce dell'Orcina in fosso Reale, che potrebbe esser tenuta più alta, potendosi introdurre ove direttamente l'Orcina si accosta al detto fosso Reale, abbreviandoli tutto il corso che l'è stato fatto fare parallelo al medesimo fosso, il quale non sappiamo comprendere a quale fine li fusse in tal guisa prolungato, trattandosi di un fiume che ha sopra il fosso Reale la sua bastevole caduta. Il padule di Guinceri si trova ancor esso a sufficienza colmato dall'Isola, eccettuate alcune bassate di terreno, che restano ancora infrigidite, nelle quali con l'istesso fiume potrebbe continuarsi a colmare con molto profitto. Si deve avvertire però che in questa colmata lo scolo fattovi imbocca nell'Isola in un punto troppo alto, che l'espone però al detrimendo de' rincolli; e si può facilmente acquistare a detto scolo maggior caduta, prolungandolo in un punto più basso dell'Isola medesima, o dirigendolo immediatamente nel fosso Reale, e più sicuramente voltandolo nell'antifosso del fosso Reale, che in poca distanza da questa parte si vede principiare. E questo antifosso quando sarà ridotto in larghezza sufficiente, e prolungato, come abbiamo detto fino al Zannone, potrà ricevere tutti gli altri scoli di questa pianura che imboccano nel fosso Reale, come quello del Fontino che sbocca sopra la Crespina, e quello di Valtriano che sbocca fra l'Orcina, e l'Isola, e tutti gli altri che sboccano nei sopradetti torrenti, dei quali tutti fatto che sia un solo recipiente di acqua chiara non vi è da temere per queste campagne verun altro danno. Anzi l'elevazione di questa pianura è tale che aveva fatto venire in mente di poter far trapassare i scoli della medesima sotto il fosso Reale per via di chiaviche nella campagna opposta per portarli nella fossa Nuova, per il che si trovò caduta sufficiente, e si potrebbe fare quando non
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vi fusse il sopradetto rimedio dell'antifosso ch'è preferibile a ogni altra cosa. Passando alla pianura che dalla strada di collina va verso Stagno, si trova primieramente il corso della Tora fiume torbido che porta considerabili acque, e che andava una volta a sboccare ancor esso nel fosso Reale che doverebbe naturalmente essere il suo ricettacolo. Da questa sua direzione è gran tempo che fu deviato per colmare nell'adiacenze dello Stagno una vallata di terreno sotto le Guasticce. Presentemente adunque questo fiume traversa col suo letto la pianura fino al luogo della detta colmata, e tutta la campagna che resta tra la Tora e il fosso Reale ha il suo scolo nell'antifosso suddetto, che va più basso a intestare un altro canale che si chiama la Toretta navigabile, nella quale confluiscono diversi altri scoli, che per essa si conducono ai Ponti di Stagno, e poco più sotto s'introducono nel canale de Navicelli, e quindi nel Calambrone. La pianura poi che resta interposta tra le colline e la Tora, o scola nella Tora medesima, o nel canale dell'Acqua salsa, che passa per via di chiavica sotto il letto della Tora, e s'introduce nell'altra parte della pianura tramandando le sue acque alla Toretta navigabile, e a Stagno. Li scoli di questa campagna la quale è tutta di un padrone, cioè dello Scrittoio delle Possessioni di Vostra Altezza Reale, non sono a carico dell'Ufizio de' Fossi, al quale solo appartiene il fiume della Tora, perchè la spesa de suoi argini per tre quarti appartiene all'Ufizio suddetto, e per un quarto agl'interessati. Il letto di questo fiume si trovò malissimo tenuto, perchè l'argine destro in più luoghi si vedde rovinato con grandissimo danno delle campagne adiacenti; le ripe del fiume si veddero franate in diverse parti, e si osservò all'imboccatura della Tanna, la quale è un altro torrente che scende dalle colline, che con la sua foce le percuote troppo a angoli retti, e offende l'argine di contro. Procedendo poi al luogo dove la Tora prende il suo spaglio per colmare,
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si osservò che la torba aveva già fatto il suo effetto, e che il terreno era talmente rialzato, che potevasi, levato che se ne fusse il fiume, metter subito a cultura. E non solamente il pensiero di poter profittare di questo terreno ci persuase della necessità di dar nuovo regolamento a questo fiume; ma i danni grandissimi che dal presente spaglio di esso soffrono le buone, e coltivate campagne superiori alla colmata medesima, poichè essendo rotti gli argini traversi di detta colmata, la Tora in tempo d'acque alte in vece di distendersi nelle parti inferiori dello Stagno, regurgita nelle parti superiori, e offende la semente, e accieca li scoli, i quali inconvenienti uniti a quelli che nel superiore suo corso li argini rotti del fiume cagionano, forzano a prendere un pronto compenso per dare a questo fiume un nuovo regolamento. E avendo maturamente pensato se conveniva ricondurlo a fosso Reale, oppure farne ancora qualche altro uso per ricolmare la campagna, si crede più utile questo secondo pensiero, poichè l'adiacenze di questa parte dello stagno non hanno per verità altro naturale rimedio che il colmarsi, col qual rimedio si vede che tante altre parti di questa stessa pianura, che una volta si sa essere state padule, sono in oggi ridotte a terre sementabili e fertilissime; onde non vi è dubbio che proseguendo a profittare delle torbe di questo fiume si anderà sempre ampliando li acquisti del buon terreno, e si ristringerà lo Stagno, e si terrà lontano dal fosso Reale un aumento così grande di torbe, che potrebbe riuscire sensibile nelle deposizioni, ch'egli fa alla sua foce con pregiudizio del porto di Livorno. Riflettendo dunque alla direzione che potrebbe darsi a questo fiume, dopo le più mature osservazioni fu creduto il migliore espediente quello di voltarlo sotto il ponte di Ferretto, e spingerlo alle radici delle colline più che fusse possibile, facendo un cavo sufficiente di terre per formare un argine ben gagliardo, e piantarlo dalla parte della pianura, nel qual cavo introdotto il fiume si poteva lasciare che si prendesse a suo talento verso la collina l'ampiezza e profondità che richiede il suo letto, il quale resterebbe sempre accompagnato dall'argine suddetto per difesa della pianura, e condotto in tal guisa alle Guasticce dal luogo della presenta colmata. Di poi proseguendo coll'istessa regola a scavare nella valle già colmata
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il suo alveo, stringendolo sempre alle radici del monte, e difendendolo dalla parte opposta coll'argine, si può il fiume condurre fuori de terreni al presenti colmati verso l'altra inferiore vallata detta il Prato della Contessa, come è disegnato nella pianta di numero XII nel quale si può lasciare al fiume il libero spaglio delle sue torbe con sicura speranza che esso farà in questo luogo il medesimo effetto di rialzare il terreno, come si vede aver egli fatto sopra alle Guasticcie. E per assicurare le parti superiori da i regurgiti è necessario resarcire, e stabilire bene l'argine traverso, e l'argine della Toretta navigabile, che servendo di scolo alla campagna, bisogna difenderla cautamente dagl'interrimenti. E seguita tale proposizione si otterrebbe li vantaggio di mettere subito a cultura la colmata delle Gusticcie, e sia assicurerebbero i terreni superiori della lavoria del Colle Salvetti, e altri, siccome i fossi di scolo delle inondazioni che presentemente soffrono. Il secondo vantaggio consisterebbe in aver tutta quella pianura dal fosso Reale fino alle radici della collina libera e spedita, non potendo la Tora ristretta al monte servire d'impedimento veruno allo scolo della medesima, e per conseguenza tutte le acque tra l'argine della suddetta Tora, e l'argine del fosso Reale scolerebbero con felicità nell'antifosso, e nella Toretta navigabile. E quei piccolissimi seni di pianura che restassero tra poggio, e poggio dalla sponda sinistra della Tora, o potranno facilmente per la loro elevazione con qualche piccolo arginello difendersi, o goderanno dall'escrescenza del fiume il benefizio di essere ben presto rialzati quanto bisogna. Il terzo vantaggio resulta dall'acquisto che si farà sempre di nuovi terreni, e dal restringersi in tal guisa la superficie dello Stagno. E il quarto finalmente dal dare al fiume una direzione meno dispendiosa, perchè non avrà bisogno che di un argine solo; onde non potendosi più trattenere nel letto che ha di presente, e dovendosi pensare per necessità a costruire un letto nuovo, è molto da valutarsi che si possa combinare in questo che si propone un minore dispendio nell'escavazione e nel mantenimento, e tanti altri benefizi per il publico e privato bene che si sono accennati.
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Quando la Tora avesse in tal guisa depositate le sue torbe, potrebbe aver l'emissario per il fosso delle Cataste, per cui potrebbe condursi a i ponti di Stagno, e quindi al Calambrone. E tutto il lavoro che doverebbe farsi per ridurre a perfezione questo nuovo alveo della Tora importerebbe secondo li scandagli che si sono fatti scudi cinque mila in circa, la quale spesa se si riguarda all'utilità presente e futura che può cagionare, non deve parere eccedente; tanto più che si tratta di una necessità precisa che obbliga a rimuovere la Tora dal luogo dove è presentemente, nel quale spagliandosi senza regola, ed essendo già terreno rialzato, viene a produrre nel letto superiore del fiume un proporzionato rialzamento, e far sempre più forza sopra i suoi già deboli argini, esponendo molte buonissime partite di terreno alle soventi inondazioni, con cui già da qualche tempo più spesso del solito questo fiume le suole devastare. Appartenendo tutta questa pianura, tanto la buona, e seminabile, che la palustre fino a Stagno allo Scrittorio delle possessioni di Vostra Altezza Reale converrebbe per tanto che la detta spesa si facesse dallo Scrittoio medesimo, giacchè si tratta di difendergli de' beni ch'egli possiede, e di acquistargliene de nuovi, come in fatti è seguito tutte le altre volte che lo Scrittoio ha voluto rimuovere il letto della Tora da un luogo all'altro. Ed è un oggetto ben degno dell'attenzione della Reale Altezza Vostra, perchè all'utilità del Regio Patrimonio congiunge questo lavoro un riflesso importantissimo d'interesse publico, migliorandosi sempre per simili spese la fertilità della campagna, e la sanità dell'aria, e facendosi così strada a crescere la popolazione di questa bella pianura, che tutta una volta dallo stagno era occupata, e a poco a poco con tali arti si è potuta dilatare e bonificare al segno che al presente si vede.

2.11. Capitolo decimo Della pianura di Livorno

In poca distanza da i Ponti di Stagno questa pianura cessa di essere
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confinata dalle colline, le quali terminano alla punta del poggio di Sovese, dalla qual punta al lido del mare è tutta pianura, che si confonde con quella di Livorno; onde unitamente ne parleremo. Poco sotto a detti Ponti di Stagno il fosso Reale viene intersecato dal fosso de' Navicelli, che và fino a Livorno. Questo fosso dopo che ha traversato il Calambrone è traversato ancor esso dal canale della Toretta navigabile, e da quello delle Cataste, che vanno ancor essi a unirsi poco più sotto al Calambrone. Procedendo più avanti riceve l'acque dell'Ugione, che viene dalla parte opposta delle colline, e và a trovare anch'esso il Calambrone, e più vicino a Livorno riceve la Cigna, ch'è un altro torrente di simil natura che ha il suo sbocco in questo fosso, e vi termina il suo corso, come si vede dalla pianta di numero XII. Si osservò adunque che essendo dal Calambrone a Livorno questo fosso de Navicelli infestato da i sopradetti influenti d'acque torbe, viene il medesimo a patire di notabili ripienezze, che obbligano l'Ufizio de' Fossi a un dispendio annuo molto sensibile per tenere in questa parte libera la navigazione. Si osservò in oltre che il corso di questo fosso de Navicelli si trova in questa parte in mezzo a i paduli, poichè procedendo verso Livorno a mano sinistra tra la strada pisana e il fosso si trovano molti terreni infrigiditi che si chiamano la Paduletta, e alla mano destra verso il mare tutta la pianura si vede piena di paduli, e pantani, e terre frigide incapaci di cultura. Per tanto fu sempre riconosciuto per plausibile il pensiero di tirare il fosso de' Navicelli più vicino al mare, come abbiamo di sopra accennato, e abbandonare questo tronco di canale, che di presente serve tra il Calambrone, e Livorno; si perchè in tal guisa si fuggirà il dispendio delle continue escavazioni che bisogna farvi per dare il passo libero alle barche; e ritirandolo lungo la spiaggia del mare, resteranno alla sua sinistra tutti li spaziosi paduli che sono tra il Calambrone e Livorno, i quali potranno essere un libero campo per farvi spagliare liberamente l'acque torbe dell'Ugione, e della Cigna, le quali in tal guisa non porteranno pregiudizio a veruno, anzi potranno col decorso del tempo apportare qualche bonificamento a quella campagna insalubre, che
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per essere così vicina a Livorno merita una distinta considerazione. E perciò combinando i vantaggi, che dall'esecuzione di questo progetto riceverà questa parte di pianura con li altri vantaggi ch'è per ricevere la pianura della parte opposta del fosso Reale, di cui sopra abbiamo parlato, si giudicò per tutti i titoli espediente il porvi con tutta prontezza la mano per effettuarlo, come già a quest'ora è stato principiato, essendosi fatto di già il nuovo canale de' Navicelli nel modo che si vede nella detta pianta di numero XII disegnato, con tutto il buon successo, e restando di proseguire le altre parti di questa operazione che l'Ufizio de' Fossi potrà fare a sue spese con molto vantaggio di tutta la pianura, e con speranza di risparmiare alla propria cassa per l'avvenire diverse e gravi somme di annuale dispendio. La pianura di Livorno in questo spazio tra la città e il Calambrone ha bisogno di tutti questi soccorsi per essere bonificata; ma dall'altra parte verso mezzogiorno e levante è di ottima qualità e non soffre veruno incomodo di acque, e l'Ardenza, e il rio Maggiore che la traversano, come dimostra la pianta di numero II non hanno bisogno di altra avvertenza che quella che generalmente deve aversi per tutti i torrenti, della di cui natura sono ancora questi anzi siccome il rio Maggiore aveva nel decorso inverno cagionato diverse inondazioni, venne proposto che fusse bene togliere al medesimo le frequenti tortuosità del suo letto , e che fusse sbassata una steccaia che si trova a traverso del medesimo; ma per verità non parve che il detto Rio avesse altro bisogno che di buoni argini, e che con quelli fusse lasciato al letto una sufficiente larghezza, acciò in quello spazio potesse il fiume rivolgersi a suo piacere. E rispetto alla steccaia fu osservato esser questa molto antica; e avendo il fiume abbondante caduta, e correndo rapidamente, non si credè che alla steccaia potesse imputarsi veruno de i danni ch'egli cagiona per pura mancanza di argini. Fu di poi osservato il porto di Livorno e le diverse macchine che vi sono per tenerlo pulito, e liberarlo da i riempiemnti continui che vi si formano. E quivi nuovamente da i ministri dello Scrittoio delle fabbriche, e da i Maestri de' puntoni
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ci venne assicurato non essere dal 1716
in quà cresciuto il lavoro della suddetta escavazione, nè esservi nella medesima aumento sensibile. Non ostante però il porto si vedde di natura sua tendente al riempimento, e in fatti con tutte le diligenze che vi si fanno appena si arriva a poter tenere profondo e capace dei grossi bastimenti un canale che gira in torno alle muraglie del molo, essendo già nel mezzo ricolmo, e non capace d'altro che di piccole barche. Tutto il vicino lido ancora, massimamente dalla parte di ponente si vidde che si andava sempre ampliando, e acquistando terreno; e si osservò ancora la bocca del Vecchio Calambrone, che secondo tutte le congetture dovè essere l'antico porto pisano, che anch'essa era ripiena e incapace presentemente di servire a tale ufizio; onde pare per verità che col progresso de i tempi, o sia il fondo aligoso di questa spiaggia, o siano le torbe confluenti de i fiumi che vi mettono foce, o sia che il mare in questa parte abbia qualche movimento che lo forzi a formare delle vaste diposizioni di arena, certo è che per qualunque di queste cause la natura inclina a dilatare il lido, del che anco più antichi contrassegni si possono osservare in tutta la spiaggia pisana, ancora quelle che di presente è vestita di macchia; poichè esaminando la superficie del suo suolo, e osservando la qualità arenosa del medesimo, facilmente ognuno si persuaderà essere terreno formato dal gettito del mare; e quel ch'è ora la Boscaglia di Tombolo, San Rossore, e Migliarino, essere stata in tempi più remoti, di cui però non abbiamo memoria, lido di mare.

2.12. Capitolo undecimo Della città di Pisa

Terminata in tal guisa la visita della campagna pisana, resta da parlare solo qualche cosa della città medesima, la quale risiede nel mezzo della pianura in luogo più rilevato del rimanente. Molto sopra di essa si potrebbe dire; se non fusse questo luogo da limitarsi a quel che solo nella medesima
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appartiene alla direzione del Ufizio de' Fossi. La principal cura dunque del medesimo sono le sponde, o muriccioli d'Arno, che in tempo di piena si fanno con diversi provvedimenti custodire, nei quali come abbiamo di sopra detto, furono osservati molti bisogni di pronto e dispendioso risarcimento. Il secondo pensiero dev'esser quello della pulizia della città, quale consiste non solo in tenere in buon grado le fogne della medesima, che scolano dalla parte settentrionale nel fosso delle Fortificazioni, e dalla parte meridionale nello Scolo di Pisa; ma ancora in tener continuamente pulita, e spazzata la città dalle immondezze, nel che particolarmente in tempo d'estate a causa del fetore e dell'infezione dell'aria deve aversi somma avvertenza. In terzo luogo resta alla cura dell'Ufizio il lastrico delle strade, le quali si trovano generalmente rovinate. La spesa di queste si rimborsa dall'Ufizio sopra i particolari possessori delle case; ma del lastrico contiguo a luoghi pubblici è uso che ne soffra il carico la cassa del medesimo Ufizio, senza che se ne rimborsi da veruno, il che le ridonda in un aggravio molto sensibile. La cura delle strade è commessa all'Ufizio anco per tutta la provincia pisana. Di queste noi non ne abbiamo parlato, perchè non sono oggetto che abbia rapporto al regolamento dell'acque della pianura. È ben vero che siccome nel girare la medesima si ebbe luogo di osservarle tutte, così può dirsi che tutte sono in pessimo stato, il che sarà la causa di un sommo aggravio che debbono soffrire le comunità, a cui si appartiene la spesa di resarcirle. E si osservò che veramente queste era difficilissimo a tenerle praticabili nell'inverno; poichè si tratta di terreno naturalmente sciolto e pantanoso che bisogna assodare con sassi e ghiare il trasporto delle quali è di spesa considerabile, la quale spesa bisogna spesso ripetere, poichè la natura di detto terreno inghiottisce ben presto le materie solide che vi si gettano sopra, ed esige che di nuovo si ritorni nell'istessa guisa a ricuoprirle. Se si considera a dunque il bisogno della campagna, molto in questo articolo vi sarebbe da
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operare, ma la spesa sarebbe grandissima; e se si considerano le tenui forze della provincia, siamo costretti a confessare che appena si può giungere, contenendosi dentro i limiti della più stretta necessità, a fare i ripari occorrenti nelle strade principali; onde chi presederà all'Ufizio sarà obbligato in questo a procedere con molta circospezione, perchè volendo spendere ovunque il bisogno lo richiede, gli abitanti comprerebbero questo comodo a un tal prezzo che presentemente non hanno modo di pagare. Un'altra principal cura dell'Ufizio de Fossi in città consiste nelli acquedotti, che per servizio della medesima prendono l'acqua da i monti di Asciano, e sopra una muraglia sostenuta da archi le conducono a traverso la campagna dentro le mura, ove si dividono in più canali che tengono vive diverse fontane si pubbliche che private, dalle quali i pisani ricevono il benefizio di avere un'acqua salubre, di cui la situazione della loro città sarebbe altrimenti di sua natura mancante. Da ciò può comprendersi con quanta gelosia si debba attendere alla conservazione di questo edifizio che interessa la sanità di tutti gli abitanti, nel quale però l'Ufizio non può pensare a risparmi, ma bisogna che sempre con prontezza e puntualità invigili che i rifacimenti opportuni siano fatti, de i quali la lunga e dispendiosa muraglia, che sostiene l'acque predette ha continui bisogni; e anzi sarebbe molto conveniente si pensasse col tempo a trovare qualche nuova sorgente, il che per quei monti ove già sono queste non si stima difficile, per accrescere in tal guisa la copia dell'acque da condursi alla città, la quale in tempo di estate ne soffre alle volte qualche penuria.

3. Parte terza Relazione della visita fatta all'Ufizio de' Fossi di Pisa l'anno 1740 Parte Terza


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Nella quale si descrive lo stato dell'azzienda dell'Ufizio al tempo di detto visita, e si propongono i regolamenti per ristaurarla, e per manetenerla in forze proporzionata al bisogno della campagna.

3.1. Indice Tavola di Capitoli della Parte Terza


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  • Capitolo 1
    Dello stato dell'azzienda dell'Ufizio de' Fossi
  • Capitolo 2
    Proposizione per assicurare all'Ufizio de' Fossi il pronto, e totale rimborso di quello che egli spende per conto de particolari
  • Capitolo 3
    Proposizioni per evitare le spese inutili
  • Capitolo 4
    Proposizioni per rimediare alla scarsità dell'entrate proprie dell'Ufizio
  • Capitolo 5
    Della soprintendenza dell'Ufizio de' Fossi
  • Capitolo finale

3.2. Capitolo primo Dello stato dell'azzienda dell'Ufizio de Fossi


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Dallo stato della campagna di sopra descritto si può rilevare agevolmente la necessità che aveva al tempo della nostra visita l'Ufizio de Fossi di spender ben prontamente considerabili somme per riparare a i bisogni più pressanti. Separando tra i lavori sopra proposti quelli che ammettevano qualche dilazione, e non considerando quelli che si sono indicati ad oggetto di bonificare e migliorare i terreni che dovranno a suo tempo farsi a spese di chi ne risente l'utilità, e restringendosi a quelli soli che l'Ufizio doveva fare con la sua cassa astretto di riparare al pericolo e al male già presente, si può dire che l'escavazione di molto fossi era inevitabile, perchè già erano tutti ripieni. E questa ripienezza de i fossi principali cagionava ancora la ripienezza de i fossi di seconda e terza classe, e in somma la perdita delle semente dalla quale derivava la maggior parte de i clamori che si erano sentiti avanzare dagli abitanti di tutte le comunità del piano. Tra questi fossi quelli che più prontamente degli altri dovevano scavarsi erano nella valle d'Arno lo scolo di Pisa, il fosso del Caligio, il fosso Vecchio, quello del Torale, quello di Titignano, e quello di Oratoio, e l'antifosso d'Arnaccio, i quali tutti eccettuato lo scolo di Pisa, sono confluenti di fossa Chiara che per esser il ricettacolo di tutti dovrà ancor essa tra non molto tempo
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ricavarsi, giacchè dell'ultima scavazione poco è stato il profitto. E in appresso bisognerà ricavare il rio del Pozzale, e la fossa Nuova, i quali sono ripieni quanto gli altri, e solo possono aspettare qualche poco a riflesso che prendono le acque delle campagne più alte di quelle che scolano ne i fossi di sopra enunciati. Il fosso della Sofina anch'esso poco poteva aspettare, e molto meno era permesso ciò il Canale de' Navicelli, il quale era in più luoghi notabilmente interrito, e in specie sotto la Tettoia di Pisa, e per tutto lo spazio da San Guido a Stagno. Nella valle di Serchio vi erano in primo luogo i fossi delle Fortificazioni e de' Bastioni bisognosissimi di escavazione per la loro vicinanza alla città. In oltre vi era fossa Cuccia, e il fosso del Tedaldo che non potevano soffrire dilazione, e i fossi dell'Osaretto ancora, e del Marmigliaio avevano bisogno dell'istessa prontezza, e vi era di più l'Oseraccio che per togliere a i Bagni l'insalubrità dell'aria, che forse vi produce, doveva senza ritardo pulirsi. Oltre tutti questi fossi che richiedevano una spesa superiore a ventimila scudi, l'Ufizio bisognava che spendesse per riparare agl'argini del Serchio ineguali, come si è detto, e nella maggior parte più deboli del bisogno; e conveniva molto spendere ancora per i ripari necessari alle ripe e argini d'Arno. E quantunque per questi due articoli vi fusse il rimborso sopra l'estimo, tanto bisognava avere in quell'anno il denaro pronto per potere aspettare detto rimborso, che non può seguire che due anni in circa dopo la spesa. Inoltre il rialzamento degl'argini del fosso Reale non era da differirsi per il gran male che soffrono le campagne vicine dalle di lui inondazioni, e per l'istessa ragione non potevano differirsi i ripari agl'argini della Tora, che aveva fatto con le sue rotture grandissimi danni.
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Non si parla delle strade che tanto in città che per la campagna sono pessime, perchè ci limitiamo alla pura e presente necessità di riparare al male allora urgente; ma almeno per le strade di posta qualche spesa era per essere sempre indispensabile per tenerle se non in buon grado, almeno in maniera da potersi praticare. A fronte di tutti questi urgenti bisogni si ritrovò che l'Ufizio de' Fossi al tempo della nostra visita non aveva in cassa secondo il resto che se ne fece appurare, che lire sessanta in circa. E si ritrovò di già aggravato di un debito cambiario della somma di scudi sedicimila ottocento ventidue, e in oltre da un altro debito infruttifero della somma di scudi settemila dugento ottantaquattro resultante da depositi fatti dalle comunità de i loro denari nella cassa dell'Ufizio, il quale poi li aveva spesi per i propri bisogni. E un altro debito ancora si trovò di lavori fatti e non pagati, o non finiti di pagare ascendente alla somma di scudi quattromila in circa. In tale angustia si stimò bene di dare un'occhiata ai crediti che poteva avere l'Ufizio, e dopo molte diligenze, e dopo avere fatti esattamente spogliare tutti i libri, si ritrovò veramente che l'Ufizio veniva a avanzare rilevanti somme per il passato non esatte. E quantunque una gran parte di queste somme fussero in oggi inesigibili, non ostante avendo diligentemente riscontrati i nomi de i debitori, e fattene le opportune classazioni, si osservò che qualche assegnamento vi si poteva formare, e che era ben precisamente necessario non perderlo di vista, per esser l'unico che nelle presenti indigenze cadesse sotto gli occhi. Con questa unica speranza che poteva in qualche parte alleggerire il male presente, si cominciò a riflettere alle cause che potevano aver cagionato il disastro in cui vedevasi quell'azzienda, per pensare ai rimedi che fussero per l'avvenire giovevoli a riparare a un incaglio così fatale alla campagna pisana, e tre cause principalmente ci si presentarono capacissime ogn'una di esse a rovinare questa amministrazione, che sempre sarà posta agli stessi inconvenienti, quando da qui avanti non vi si provveda. La prima è il tardo e incompleto rimborso de i denari che l'Ufizio spende per comodo d'altri; la seconda sono le spese fatte in lavori inutili e forse dannosi; la terza consiste nella
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scarsezza dell'entrate naturali dell'Ufizio che veramente non è proporzionata con i suoi presenti bisogni. Sopra la prima del tardo e incompleto rimborso noi abbiamo di sopra detto che l'Ufizio alcune spese le deve fare con le sue entrate naturali, e alcune le deve fare per mezzo d'imposizioni. E che queste che fa per via d'imposizioni è solito che dalla sua cassa si anticipi il denaro necessario, e che poscia finito il lavoro si faccia il reparto dell'imposizione, e si procuri il rimborso. Un tal ritardo in primo luogo fa stare l'Ufizio in un perpetuo disborso del proprio denaro, perchè supponendo ancora che ciò che si è speso in quest'anno si venga puntualmente a rimborsare l'anno dopo, siccome anco nell'anno dopo si procede a nuova simile anticipazione, così ne segue che per quanto importano annualmente i lavori che si fanno per conto d'imposizioni, che suol essere dieci, o dodici mila scudi l'anno, per tanta somma sia l'Ufizio in un perpetuo disborso de i propri denari, il che a una azzienda che ha le entrate più corte delle spese dev'essere di un grandissimo incomodo, necessitandola a far debiti e soffrire i cambi, e estenuare sempre più le sue piccole entrate in danno della campagna, a cui sono destinate. Il secondo luogo un tal metodo fa che il rimborso sia tardo e irregolare; e infatti nei lavori che si rimborsano sopra l'estimo tutto il denaro che si spende per esempio nell'anno 1740
non può cominciarsi a ritirare che dopo il mese di agosto dell'anno 1741
. E poi siccome si deve esigere da ciaschedun nome, il tempo del rimborso finale non è certo, ma dipende da maggiore o minore opulenza de i debitori, e dalla maggiore, o minore diligenza degli esecutori di giustizia, che bene spesso per diversi motivi trascurano l'esazione, che loro viene commessa. Per la quota dell'estimo che deve ritirarsi da i beni ecclesiastici l'Ufizio sta in disborso più lungo tempo, perchè l'imposizione si pubblica ogni tre anni, ed è in appresso sottoposto alla tardanza de i debitori morosi, che tra gli ecclesiastici sono molti, perchè non possono essere astretti, che per mezzo della Curia ecclesiastica.
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Il denaro che l'Ufizio anticipa per li scoli, oltre la tardanza che ci vuole in perfezzionare il lavoro, ripartire l'imposizione, ed esigerla, l'Ufizio è sottoposto in parte a un disborso molto più lungo, poichè bene spesso accade che per servizio di un fosso occorre annualmente qualche piccola spesa, la quale non si può subito ripetere con l'imposizione, perchè non è tantò considerabile da poterne fare il reparto; onde bisogna in ciaschedun fosso anno per anno spendere e poi aspettare il tempo che il fosso si scavi e richieda una spesa più insigne, poichè allora comulando tutte le spese fatte negli anni precedenti si procede all'imposizione e al rimborso. E in fatti moltissimi sono i conti che l'Ufizio si trova di lavori non per anco distribuiti, de i quali non può sperare l'estinzione se non fra molto tempo. Per le spese de muriccioli d'Arno abbiano veduto di sopra al capitolo sesto della parte prima quali difficoltà abbiano ritardato il rimborso, e come finalmente si sia dovuto rimborsare a scudi cento cinquanta l'anno per le spese fatte fino al 1710
, e come dal 1710
in quà per le spese fatte in tutto questo tempo che ascendono a somma rilevante rimane ancora in disborso, e senza provvedimento di come rimborsarsi. E finalmente per il lastrico la difficoltà di rimborsarsi si trova potentissima, perchè la spesa di questo si distribuisce sopra le case per lo più di piccola valuta, o possedute da persone miserabili, a cui l'aggravio del lastrico riesce troppo sensibile per poterlo veder pagato con la dovuta prontezza. Ma questo rimborso oltre l'esser tardo e irregolare, il peggio è che di più è sempre incompleto; poichè i cattivi debitori che in gran numero di poste sempre vi sono, restano a carico dell'Ufizio, il quale si rimborsa di quel meno. Oltre ai cattivi debitori vi sono le poste de perdite dell'estimo, che si dicono infognite, delle quali non apparire il possessore, l'Ufizio non può essere reintegrato, e in tal guisa vanno facendosi delle annuali perdite di denaro, che in un numero di anni sono ben capaci di far incagliare qualunque amministrazione. Un'altra perdita soffre l'Ufizio nell'esigere dagli ecclesiastici; poichè dovendosi servire della Curia ecclesiastica, per rimediare alla
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lentezza con cui questa procedeva, è bisognato che l'Ufizio le accordi un sette per cento di partecipazione sopra l'incassato; onde questo sette per cento diminuisce il rimborso dell'Ufizio, il quale resta perciò in questo perpetuo scapito; e ognuno può comprendere che prestando cento, e prendendo per rimborso novantatre, si deve dopo un numero d'imprestiti consumare tutto il capitale. Un'altra perdita similmente soffre l'Ufizio nello spoglio de soprasindaci, i quali secondo il loro costume spogliano i debitori arretrati di più di tre anni, ne procurano l'esazione, e ne rimettono all'Ufizio il percetto, con la retenzione però di cinque per cento. E siccome accade che tra questi debitori arretrati per lo più siano gli ecclesiastici, così segue che l'Ufizio perde per lo più sopra di essi un dodici per cento, cioè sette per la partecipazione della Curia ecclesiastica, e cinque per la partecipazione de soprasindaci. Con queste reflessioni che da noi si ebbe cura di verificare col riscontro de' libri dell'Ufizio, tralasciandone per brevità molte altre più minute che potrebbero farsi, ciascuno si potrà facilmente persuadere che questo solo articolo del rimborso tardo e incompleto è una causa perpetua della rovina di questa amministrazione. E passando a discorrere ora della seconda causa dedotta dalle spese inutili si resterà con l'istessa facilità convinti della sua efficacia, quando si saprà che l'Ufizio nell'anno 1698
spese per le cateratte di Calcinaia scudi 5791
che nell'anno 1704
per far la fossa di Migliarino spese scudi 4900
, e che nell'anno 1716
per colmare con Fossa Chiara il padule di Coltano spese scudi 3104
i quali tre esempi di spese insigni, ma inutilissime e redicole, possano servire di sufficiente congettura, che molte altre in questi stessi tempi ne siano accadute, se non di egual somma, almeno di eguale inutilità. E in tal guisa spendendosi follemente il denaro nell'esecuzione di progetti chimerici, restano gli assegnamenti certi per supplire alle vere necessità, e si viene a un incaglio generale in cui non si sappia come andare avanti. La terza ragione di questo incaglio, consiste come abbiamo di sopra
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detto, nella scarsezza dell'entrate naturali dell'Ufizio, le quali per necessità non sono proporzionate a i suoi bisogni, e questa sproporzione può agevolmente dimostrarsi, reflettendo che i fossi della valle d'Arno non arrivavano una volta che alla strada di Collina, poichè che da questa strada in giù tutto era stagno, e terreno abbandonato. I detti fossi in oggi sono prolungati per molte miglia, la superficie dello stagno si è ristretta notabilmente, e molti altri fossi sono stati scavati totalmente di nuovo si nella valle d'Arno, che in quella del Serchio, perchè sempre più col benefizio del tempo, con le premure de Serenissimi Gran Duchi regnanti, e coll'industria de paesani acquistandosi nuovo terreno, vi è stato bisogno di nuovi canali di scolo che servissero come in oggi fanno, alle vastissime pianure che prima erano paduli, e che in oggi danno fertilissime raccolte; ma questo prolungamento e crescimento de fossi accresce l'annuale spesa dell'Ufizio per mantenerli e non sono già state acresciute a lui l'entrate che aveva, le quali anzi si sa che negli antichi tempi erano più forti, essendo tassati i paesani a un numero esorbitante di opere, ed essendo in uso alcune contribuzioni sopra le raccolte, le quali poi bisognò abolire, e le opere ridurre a forma delle leggi veglianti, poichè la povertà del paese non permetteva un tale aggravio. Un altro fatto ancora persuaderà che l'entrate suddette averebbero bisogno di qualche accrescimento, e questo è che nel 1680
l'Ufizio si ritrovò in angustie simili alle presenti con tutti i fossi ripieni, e senza assegnamenti per poterli vuotare; onde allora fu preso il compenso di farli scavare per una volta a carico de' particolari interessati, senza che l'Ufizio vi spendesse, la quale straordinaria imposizione cagionò in quel tempo molti clamori, e non può in oggi servire di esempio, attesa la notoria impotenza del paese. In fatti a considerare il numero de fossi che l'Ufizio è obbligato a mantenere, e a considerare quanto piccola somma possa egli annualmente spendere in escavazioni, si può facilmente indovinare, che gli è bisognato abbandonare per lungo tempo molti fossi e stare venti, venticinque e trenta anni senza cavarli, come in fatti è seguita con sommo danno della campagna.
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Conosciuto in tal guisa il mal presente di questa amministrazione, e persuasi dalle sue cause, credettemo nostro dovere di applicarci in primo luogo con tutta l'efficacia a uscire del presente incaglio, e di poi pensare a i rimedi, perchè non si avesse per l'avvenire a ricadere nell'istessi inconvenienti. L'unico riparo alla presente angustia erano, come di sopra abbiamo indicato i debitori arretrati dell'Ufizio; onde per ridurre questi nomi con qualche celerità a danaro contante senza angustiare le famiglie de poveri cittadini, e senza rovinare quelle del contado, bisognò con molte minute osservazioni pensare a diverse cautele, che temperassero l'equità col rigore, e prescrivere alcune regole con le quali nello spazio di due o tre annate si potesse da debitori arretrati avere incassato tanto da supplire alle spese dell'escavazioni similmente arretrate, e abbiamo avuto la soddisfazione di vedere il nostro pensiero quasi che in tutto eseguito; poichè senza verun altro soccorso che di questi arretrati si è potuto in questo tempo dopo la visita scavare lo scolo di Pisa, il Caligio, il Torale, il Titignano, l'Oratoio, parte del fosso Vecchio, la fossa Chiara, e nel fosso de Navicelli la Tettoia, e altri luoghi più bisognosi; e similmente sono escavati nella valle del Serchio la fossa Cuccia, il Tedaldo, l'Osaretto, il Marmigliaio, l'Oseraccio, il fosso de Bastioni, e quello delle Fortificazioni, e in oltre si è potuto fare il taglio per condurre fossa Nuova in fossa Chiara, il nuovo canale de Navicelli dalla foce del Calambrone fino alle cateratte di Livorno, come dimostra la pianta di numero XII; risarcire gli argini alla Tora, e alzare buona parte di quelli del fosso Reale, e non ostante tutti questi lavori si è potuto pagare tutti i debiti arretrati di lavori fatti, e che al tempo della visita si trovarono non pagati, che ascendevano come si è detto a scudi 4000
in circa, si sono pagate tutte le spese della visita, si sono riposte in cassa tutte le somme de' depositi della comunità ascendenti a scudi 7000
in circa, e si è pagato ancora qualche piccola porzione di debiti cambiari, e per adesso la cassa è liberata dall'angustia in cui si trovava, anzi si trova sempre una conveniente affluenza di denaro per supplire a i giornalieri bisogni, ed è ristabilita
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in tutto il credito necessario per poter trovare con prontezza qualunque somma occorresse nel caso di urgente necessità. Queste escavazioni fatte ne i fossi principali che sono a carico dell'Ufizio, hanno dato luogo a intraprendere l'escavazioni di quelli che sono a carico dei particolari, e si è già potuto cavare senza incomodo, nè disborso della cassa il fosso di San Giusto, quello di San Rimedio, le tre Mezzanie, la Maltagliata, la Carbonaia, il fosso del Seta, lo scolo dei Bagni, il fosso del Fiumaccio, quello del Pero, e Pontale, il rio del Noce, il fosso de Sei comuni, e per più della metà quello della Solaiola, il quale dentro quest'anno sarà terminato. E in seguito di tali lavori si è dato luogo a i padroni dei terreni di attendere essi alle scavazioni de i fossi della terza classe, sopra i quali in questo tempo tanto si è lavorato quanto la quantità degli abitanti ha potuto permettere, essendo molti lavori restati addietro per pura mancanza di lavoranti. Ci lusinghiamo adunque che con l'istesso passo si potrà anno per anno proseguire a perfezionare le operazioni destinate nella visita senza incomodo di nuove imposizioni, come convenne fare nel 1680
, e perchè l'Ufizio non si abbia un'altra volta a ritrovare in simili angustie, crediamo che si possa rimediare alle cause che hanno prodotto il presente incaglio con le seguenti proposizioni.

3.3. Capitolo secondo Proposizioni per assicurare all'Ufizio de' Fossi il pronto, e totale rimborso di quel che egli spende per conto de' Particolari


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I mali che l'Ufizio viene a soffrire nel fare gl'imprestiti e anticipazioni a i particolari per conto de quali egli spende, persuaderebbero generalmente a togliere l'uso di queste anticipazioni. Ma si presentano a prima vista le spese di argini, e strade per cui s'impone sopra l'estimo, per le quali spese che non sono previsibili, e che non si sa subito a quali debitori si appartenghino, non è possibile che i medesimi debitori si assumino l'incarico di trovare, e depositare anticipatamente il denaro, onde bisogna veramente che l'Ufizio spenda a misura, che di tempo in tempo la necessità di lavorare sopravviene, e che poi pensi a rimborsarsene. E nemmeno si può accelerare questo rimborso, perchè bisogna aspettare che l'annata sia finita per sapere quanto sia occorso spendere in lavori di ciascheduna comunità, e bisogna attendere questa notizia per poter rilevare quanto per lira si abbia a imporre nell'anno avvenire sopra i beni situati nella comunità suddetta, e sopra questo fondamento rilevare in appresso, e scritturare il debito di ciaschedun particolare possessore, il quale non si può pubblicare che assieme col restante dell'imposizione dell'estimo. Anzi vi è l'uso che non ostante che il rimanente dell'imposizione dell'estimo si riscuota in tre paghe, la prima delle quali scade a tutto agosto, la seconda a tutto ottobre, e la terza a tutto gennaro, la quota però contingente all'Ufizio dei Fossi si paga tutta dentro il mese di agosto; e così quella
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velocità di cui è compatibile questa imposizione si trova già dagli ordini veglianti prescritta. Non potendosi adunque accelerare di più il metodo d'imporre, si credè in primo luogo necessario che l'Ufizio procurasse di porre in cassa una somma, la quale tenesse a parte per dote delle spese da farsi sopra l'estimo, affinchè senza incomodo degli altri lavori potesse l'Ufizio stare esposto a questa annuale anticipazione, e attendere senza incaglio del rimanente il rimborso; e questa somma si stimò non dover esser minore di scudi ottomila, atteso che l'Ufizio deve stare circa due anni spendendo per tale articolo prima di principiarsi a rimborsare. E questa somma così importante con l'esazione degli arretrati, di cui sopra abbiamo parlato, è stata già acquistata e posta in cassa, e crediamo un punto essenzialissimo per la buona amministrazione dell'Ufizio conservarla intera, e in questo stato di separazione; perchè se giammai l'Ufizio sarà costretto a anticipare per cassa dell'estimo dei denari che egli deve giornalmente spendere per i suoi propri lavori, ogn'uno vede che la campagna resterà addietro; e troppo incomodo sarà all'Ufizio il dovere attendere a rimborsarsi venti mesi, o due anni. Per assicurare poi l'Ufizio dalli scapiti che soffre in questa imposizione dell'estimo, il primo avvertimento fu di pubblicare un indulto per le volture non fatte in tempo, acciocchè ciascun possessore potesse senza timore di condanna palesare gli errori che fussero nelle poste veglianti, e diminuirsi in tal guisa il numero delle poste deperdite, e infognite. Dopo tale indulto fu ordinato che per le poste di cui non si fusse trovato il possessore, e che dopo tutte le diligenze si fussero avute per deperdite, si cessasse di imporre sopra di esse; ma si tenessero sospese fino a tanto che col progresso del tempo non ne comparisse il debitore; e frattanto l'imposizione si formasse sopra le sole poste veglianti, affinchè tutto lo speso fosse distribuito sopra i veri effettivi debitori, e se ne potesse sperare il sicuro rimborso.
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In appresso si credè opportuno di liberare l'Ufizio dal tedio e dal pericolo di impostare a i suoi libri il debito di ciaschedun particolare, e di riscuoterlo da se stesso separatamente. Fu creduto adunque migliore espediente che l'Ufizio impostasse per debitrici le comunità di quella somma che annualmente averà speso in favore di ciascheduna di esse, e che poi in ciascheduna comunità il cancelliere pensasse a fare il reparto sopra ciaschedun particolare nel tempo che fa il reparto del rimanente dell'imposizione dell'estimo. E siccome questa imposizione si esige da i camarlinghi comunitativi a loro carico e pericolo, così si esigesse in avvenire a loro carico e pericolo anco la quota contingente all'Ufizio de Fossi, il quale averebbe avuto in tal guisa il vantaggio di avere in vece d'infiniti particolari debitori, un solo debitore per comunità, di avere il rimborso pronto e completo, perchè sarebbe stata cura del camarlingo che ha l'esazione a suo carico, di ovviare alla mora de suoi corrispondenti; e di avere in cassa tutto il rimborso in un tempo solo, e determinato, che fu fissato al di 15
di settembre. Questo metodo dava in oltre all'Ufizio il vantaggio di risparmiarli una laboriosissima scrittura, quale si può credere che fusse necessaria per tenere aperti tutti i conti di ciaschedun particolare per causa d'estimo; e i particolari debitori non ne potevano dall'altra parte ricevere verun detrimento, anzi ne sentivano un comodo, che laddove prima ciascheduno doveva pagare il suo debito in due luoghi, cioè l'estimo comunitativo in mano del camarlingo comunale, e l'estimo dell'Ufizio alla cassa dell'Ufizio, in avvenire averebbero potuto con un solo pagamento, e senza venire a Pisa liberarsi da tutti due i debiti; e finalmente i camarlinghi comunali non potevano sentirne aggravio, poichè essendo già incaricati della più grossa esazione, possono attendere a esigere anco il piccolo aumento, che deriva dal contingente dell'Ufizio; e possono farlo senza incomodo, perchè si esige da i medesimi nomi già commessi a loro carico; e vengono in oltre compensati da alcuni piccoli emolumenti sopra le ricevute, che già di prima i particolari pagavano alla cassa dell'Ufizio. E per dare a detti camarlinghi il pieno commodo di esser puntuali a corrispondere il di 15
di settembre alla cassa dell'Ufizio, fu ordinato che l'imposizione
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dell'estimo che si divide in tre paghe, la prima delle quali scade a tutto agosto, si dovesse pagare in avvenire nelli stessi tempi, ma con avvertire che la prima paga di agosto dovesse importare la metà di tutto il debito, e le altre due un quarto per ciascheduna; e in tal guisa i camarlinghi avrebbero potuto, scaduta la paga di agosto, corrispondere alla comunità del terzo della sua imposizione, e corrispondere all'Ufizio di tutto il suo contingente, e ciò non averebbe portato incomodo a i debitori, perchè questi come si è detto, erano tenuti secondo le leggi veglianti a pagare dentro agosto il terzo dell'estimo comunitativo, e tutto il contingente dell'Ufizio. Molti altri più minuti provvedimenti bisognò fare per mettere in uso questo nuovo metodo, de i quali è superfluo qui parlare, servendo il dire che il pensiero è stato eseguito senza reclamo veruno, e si è ottenuto il vantaggio di vedere che ogni anno dopo la visita la cassa dell'Ufizio nel di 15
di settembre è stata fino all'ultimo soldo reintegrata di tutto il disborso per causa d'estimo. Ci dispiacque che un tal metodo non potesse essere applicabile per i debitori d'estimo ecclesiastici, perchè l'estimo comunitativo, come abbiamo di sopra avvertito, dagli ecclesiastici non si paga, essendo questi solo tenuti a contribuire alla quota dell'estimo contingente all'Ufizio. Perciò i camarlinghi comunali non hanno nelle loro esazioni nomi ecclesiastici, nè poteva darsi loro questo carico, si perchè sarebbe per essi stata un'esazione totalmente nuova e diversa, si perchè la Curia ecclesiastica pretende di esigere tali poste da se medesima. Bisognò adunque contentarsi di porre in pratica questo metodo per i puri secolari, e in tal guisa ogni anno il ministro dell'estimo appurato che abbia il debito di ciascheduna comunità, farà il reparto di quanto spetti alla massa de' laici, e quanto alla massa degli ecclesiastici; per la massa de laici manderà la partita in ciascheduna comunità, dove sarà fatto il reparto e l'esazione, come abbiamo detto; e per la massa degli ecclesiastici seguiterà il sistema antico di fare esso
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il reparto, e aprire i conti di ciaschedun debitore, per attendere poi il rimborso per mezzo della Curia ecclesiastica. Venendo ora a parlare delle spese che fa l'Ufizio per gli scoli de particolari, il rimedio alli scapiti che ha fatto è più facile, perchè in fatti l'uso di anticipare si può totalmente abolire, e così fu ordinato sull'idea di quel che si pratica nel Magistrato della Parte di Firenze, che in questi lavori che si fanno per conto d'interessati non si principi a spendere, se gl'interessati medesimi non hanno depositato nella cassa dell'Ufizio una somma di denaro conveniente, o se per conto loro non si prende a cambio da estinguersi il debito di capitali e frutti con l'imposizione. Ancor questo è stato posto in pratica senza reclamo veruno, e l'Ufizio in tal guisa sarà sicuro di non essere giammai in danno; e per maggior cautela potrà avvertire di ritenere nelle imposizioni che si anderanno formando qualche piccola somma di rispetto in cassa, la quale possa supplire alle piccole spese che annualmente possono accadere in ciaschedun fosso, le quali da una parte non possono differirsi, e dall'altra non possono rimborsarsi fino alle generali imposizioni, per esser troppo minute. Quantunque però in tal guisa l'Ufizio sia sicuro di non restare in danno, bisogna però avere tutta la cautela per accellerare il rimborso anche di questo articolo, e renderlo completo, affinchè i particolari non siano esposti per lungo tempo a soffrire il cambio. Fu pensato perciò che le spese de i fossi si distribuivano sopra i terreni adiacenti, e che questi terreni dovevano perciò essere situati in qualche comunità, e che erano in qualche luogo già sottoposti alle gravezze dell'estimo. Si credè pertanto fattibile che il predetto camarlingo comunitativo che esige l'estimo, potesse esigere anco il debito delli scoli, quando avesse avuto in mano le note de debitori, e si fusse dato il caso che i suoi debitori di estimo fussero in quell'anno debitori anco per causa di scoli. Si ordinò pertanto che il ministro dell'estimo ogni volta che si procedesse a una simile imposizione di scoli, ne facesse il reparto sopra le stiora de terreni obbligati, e ne aprisse i conti a ciaschedun debitore com'è solito; e che
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poi ogni anno quando manda a i cancellieri comunitativi il chiesto dell'Ufizio per causa d'estimo, vi aggiungesse la nota de debitori di quella comunità per causa di scoli, di modo tale che il cancelliere nel formare il dazzaiolo al camarlingo, possa sotto la partita d'estimo che toccherà a ciaschedun nome di debitore aggiungere la partita di scoli, quando vi sia, e possa il camarlingo esigere l'una, e l'altra nell'istesso tempo. E così, è riuscito con felicità di ottenere il totale rimborso anco di questo articolo, avendo i camarlinghi di buona voglia aderito ad assumere l'esazione a proprio pericolo, con rivolgere a loro profitto alcuni soldi per posta, che già i particolari pagavano a i ministri dell'Ufizio per mandati e ricevute. E in tal guisa è sperabile che in un anno o due al più si possa fare un lavoro, repartirne l'imposizione, esigerla per l'intiero, estinguere i cambi, e saldare tutti i conti, restando però impendente in questo articolo, siccome in quello dell'estimo, l'esazione dei nomi ecclesiastici, in cui s'incontra sempre maggior durezza. Quel che si dice delli scoli si deve intendere ancora per le spese de' palancati, nei quali similmente usava l'anticipazione. Anzi siccome per questo titolo di palancati l'Ufizio era in disborso delle spese arretrate, perchè tra gl'interessati pendeva la lite di chi dovesse soffrirne l'aggravio, fu detto che l'Ufizio per l'avvenire distribuisse solamente le spese sopra i consenzienti, e non proceda al reparto sopra i dissenzienti senza precedente decreto, che li dichiari obbligati a concorrere. I muriccioli d'Arno sono un'altra spesa, che ha esposto l'Ufizio a considerabili scapiti. Si è pensato a rivalersi del denaro in questo lavoro anticipato con l'imposizione delle Gronde; ma questa imposizione, come abbiamo detto di sopra, non si è mai potuta pacificamente eseguire. E il fatto è, che delle spese fatte fino all'anno 1710
si è dovuto l'Ufizio stentatamente rimborsare a scudi 150
l'anno sopra l'entrata comunitativa del Panfine della città di Pisa, e le spese fatte dal
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1710
in poi ne soffre ancora il disborso. E questo disborso ha cagionato in questo tempo oltre il male del vuoto di cassa, l'altro male ben più considerabile, che si sono trascurate di fare in tempo opportuno le riparazioni necessarie, per non sapere come potersi rivalere della spesa, e si sono ridotti in oggi i muriccioli in grado rovinoso, e ben bisognevoli di grandi spese per provvedervi. Un tale articolo adunque non puole stare più in sospeso, e ha bisogno di qualche pronto riparo, si per correggere il male presente, che per cautela dell'avvenire. Noi abbiamo considerato che il debito non può negarsi che sia della città e comunità di Pisa, come è stato riconosciuto fino dagli antichi tempi; sicchè il dubbio non può cadere che sopra il più comodo genere d imposizione, per potersi di mano in mano rimborsare di quel che conviene spendere. Di questi generi d imposizioni ne sono stati provati due, uno in antico sopra le persone degli abitanti, e un altro più moderno sopra le case, che si diceva delle Gronde; e l'uno e l'altro non si sono potuti mettere in esecuzione: onde bisognò nel 1710
venire al terzo compenso, che la comunità pagasse ella con le sue entrate il debito, il qual compenso come più pacifico si è potuto, e si potrà eseguire; ma la somma di scudi 150
l'anno assolutamente non basta al mantenimento di questi muriccioli; onde fatte tutte le considerazioni, si crede che bisognerà crescerla fino al trecento, per pagare i quali la comunità ha entrate sufficienti, e in ogni caso bisogna che consideri che la spesa di salvarsi dall'impeto del fiume è la più necessaria, e la più indispensabile di tutte; che appartiene a lei che ne sente il comodo, il carico di liberarsene; e che tutti gli altri metodi tentati per fare tal colletta di denaro già cadono appresso a poco sopra le borse de' componenti la comunità medesima, ed essendo riusciti di dubbia e di difficile esazione, non può l'Ufizio esporre il proprio denaro a questo pericolo, e non deve la città permettere che la dubbiezza di rimborso sopra questo importante articolo ritenga dallo spendere quando il bisogno viene, e si esponga il paese a danni considerabili.
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Con questo assegnamento sicuro di scudi trecento annui si crede che al mantenimento de muriccioli potrà supplirsi; ma questo non serve al bisogno presente, in cui per riparare al male già fatto, bisogna spendere molte migliaia di scudi, e conviene però pensare a come trovare l'anticipazione di tali somme, e il comodo di restituirle. A tal effetto abbiamo considerato che le sponde d'Arno non sono altro che la continuazione degli argini d'Arno dentro la città, e che perciò non sarebbe ingiusto che tutte le comunità obbligate alla costruzione e mantenimento degl'argini suddetti soffrissero in universale all'incomodo di fornire alle spese occorrenti a titolo d'imprestito, e con la sicurezza di essere rimborsate nelle annate in cui l'assegnamento suddetto di scudi trecento in tutto o in parte non si spendesse. Si proporrebbe perciò che ogni qual volta bisognasse per queste sponde una spesa superiore alli scudi trecento, l'Ufizio dei Fossi la facesse, e alla fine dell'anno distribuisse l'eccesso sopra tutte le masse d'estimo concorrenti agl'argini d'Arno; e siccome rimesse che siano in buon grado le dette sponde crediamo che il mantenimento annuale potrà costare meno delli detti scudi trecento, così in tali annate si proporrebbe, che l'avanzo si ponesse in sgravio delle masse suddette obbligate già ogn'anno per altri titoli a concorrere, acciò in tal guisa restassero compensate dell'aggravio sofferto negli anni, ove la spesa avesse ecceduto li detti scudi trecento. Un tal metodo apporta il vantaggio di assicurare all'Ufizio il pronto rimborso di queste spese, e gli dà il modo per conseguenza di potere spendere a misura che il bisogno richiede, il che prima per la difficoltà di questo rimborso non si è fatto con grave pericolo della città, e non è di molto sensibile aggravio alle comunità suddette obbligate agli argini d'Arno
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poichè avendo fra tutte una massa di circa sei mila lire d'estimo, riesce il reparto distribuito sopra molti possessori, e perciò tenue, e da ciascuno soffribile, e poi conguagliato dalle annate, in cui le spese, come sopra si è detto, saranno minori. E non si deve tralasciare di avvertire che un tal conguaglio tra le comunità obbligate agli argini d'Arno non è nuovo, poichè bene spesso succede, che se Arno un'annata fa gran male nel territorio di alcune comunità, e richiede per conseguenza tali spese che riescirebbero a quelle comunità troppo gravose a pagarsi tutte in quell'anno, si faccia il reparto della spesa sopra una massa più generale, cioè sopra comunità in quell'anno non obbligate, le quali poi nell'annate successive dalla comunità debitrice si compensano; ottenendosi in tal guisa che una comunità all'altra dia questo reciproco aiuto, sull'esempio del quale noi crediamo che possa introdursi una simile reciproca condescendenza tra la città, e la campagna. Resta ora a Parlare dei Lastrichi, il quale è l'articolo più duro di tutti gli altri, in cui l'Ufizio spende per conto dei particolari. Si potrebbe ancora qui proibire che l'Ufizio anticipasse denaro, e ordinare che lo prendesse a cambio per conto dell'imposizione; ma la difficoltà sta nel modo di estinguere il debito che si creasse; perchè veramente in Pisa i lastrichi costano moltissimo, e le case sopra cui deve distribuirsi la spesa son ben sovente poverissime; onde l'aggravio rimane troppo forte a chi lo deve pagare, e rende perciò difficile oltre ogni credere il buon mantenimento delle strade di città, le quali li abitanti non hanno naturalmente tante forze da poterle sostenere, come l'ampiezza e il decoro della città forse richiederebbe. Qui per verità noi non possiamo proporre altro sistema, che l'eccessiva parsimonia nello spendere in tali lavori, procurando di contenersi
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dentro i limiti della inevitabile necessità; poichè se il tenere belle e comode le strade porta seco la rovina di molte famiglie, noi non possiamo applaudire a tal pensiero, e dovrà esser cura di chi di tempo in tempo presiederà all'Ufizio de Fossi di adattarsi con moderazione alla miseria della città, avendo un occhio alla necessità del servizio publico che non può trascurarsi, e un altro alle piccole forze degli abitanti. Finalmente per non perdere di vista l'esazione degli ecclesiastici, la quale è l'articolo più duro per il rimborso dell'Ufizio, si per la mancanza di coattiva, si per l'esenzione di alcune spese a cui gli ecclesiastici non concorrono, si per il sette per cento, che di sicuro l'Ufizio scapita ogn'anno sopra quel poco che esige, si per il gran numero di debitori morosi, e cattivi che sempre si formano, noi crediamo che fin tanto che non si apra una congiuntura da potere ottenere da Roma un breve più favorevole, si potesse tentare di trovare un camarlingo tra gli ecclesiastici medesimi, il quale si assumesse il peso di esigere a suo pericolo, e come si dice, a schiena tutti i nomi ecclesiastici; e crediamo che se questo camarlingo si trovasse, e desse per sicurezza dell'Ufizio mallevadori secolari, l'Ufizio potesse in tal caso gratificarlo o d'una provvisione, o d'una partecipazione sopra l'incassato, il che quantunque portasse un accrescimento allo scapito del sette per cento, che soffre l'Ufizio, crediamo che bene speso sia per tal causa, perchè si assicurerebbe tutto il rimborso del rimanente, e con la prestazione de i mallevadori secolari si verrebbe indirettamente a fare acquistare all'Ufizio una specie di coattiva anco sopra l'esazione ecclesiastica. Noi proponghiamo di trovare un camarlingo ecclesiastico per non entrare in una controversia giurisdizionale coll'Arcivescovo, e per attenersi alla forma del breve, e al sistema presente, nel quale esigendosi i debitori ecclesiastici dalla Curia Ecclesiastica, l'Arcivescovo suole nominare un
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camarlingo il quale riscuote da i nomi de' particolari, e paga alla cassa dell'Ufizio. Or questo camarlingo medesimo con accrescerli convenevolmente il profitto, potrebbe ridursi a prendere l'esazione a proprio pericolo, e dare i mallevadori secolari. Il profitto che al presente ritira questo camarlingo consiste in due per cento di partecipazione sopra l'incassato, il quale è porzione del sette per cento che, come abbiamo detto rilascia, l'Ufizio, servendo il rimanente per dare due per cento a i ministri della cancelleria ecclesiastica, e tre per cento di provvisione a un sollecitatore dell'esazione. Sicchè si potrebbe in primo luogo applicare al camarlingo il tre per cento del sollecitatore il quale rimane inutile quando il camarlingo esige a proprio pericolo; ma siccome un cinque per cento non può servire a indurre veruno ad assumere sopra di se un peso così grave, e il due per cento dei ministri della cancelleria ecclesiastica non potrà toccarsi, così crediamo che per il di più al cinque per cento debba l'Ufizio supplire con la sua cassa quanto bisognerà per ottenere questo fine, per cui rendendosi pacifica e sicura questa durissima, e disordinata esazione, stimiamo ottimamente impiegato l'aggravio che sarà per addossarsi.

3.4. Capitolo terzo Proposizioni per evitare le spese inutili

Noi abbiamo veduto quanto grandi somme siano costate all'Ufizio de Fossi gli errori degl'ingegneri, che hanno consigliato tanti lavori inutili e tal volta dannosi. Certo è che non tutti gli errori si possono prevenire; poichè ogni uomo è capace di sbagliare; ma se vi è modo di prevenirli, la regola è di non si fidare che al consiglio de più periti, e perciò non può a bastanza dirsi di quale importanza
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sia all'Ufizio de Fossi di fare occupare il posto di suo ordinario ingegnere a un uomo di eccellente e conosciuta abilità, e di avere ottimi ministri a cavallo, e di allevare sempre de giovani ben pratic nell'agrimensura, e nell'arte di livellare da poter sostituire in luogo de vecchi. Ma siccome in questa scienza li errori si pagano a gran prezzo, così per maggiore cautela, e per prevenire ogni abbuso stimiamo opportunissimo, che s'introduca uno stabilimento, che l'Ufizio tenga un eccellente mattematico da potere e dovere consultare in qualunque caso di lavori nuovi, che si proponghino; l'occasione dell'università che risiede in Pisa darà sempre il comodo all'Ufizio de Fossi di avere un valent'uomo per consultare con una piccola recognizione annua. E dovrà avvertirsi che questo consultore non abbia verun profitto nell'ordinazione, esecuzione, e direzione de lavori; poichè questo deve rilasciarsi agl'ingegneri; e sarà in tal guisa l'oppenione di un tal uomo più disinteressata, e in consequenza più rispettabile. Ogni qual volta dunque occorressero lavori ne fiumi, o altri lavori nuovi per la campagna doverebbe determinarsi che l'Ufizio oltre la relazione dell'ingegnere proponente, dovesse avanti di spendere cosa alcuna, fare ricercare e ottenere in carta il voto del mattematico, che in tal guisa con maggior sicurezza si potrà procedere senza timore, ed è sperabile che non siano per eseguire le vane spese che alle volte per mancare a quest'avvertenza sono state fatte. Un altro stabilimento necessario a riassumersi è la visita annuale degli argini, e ripe d'Arno, e del Serchio. Costano questi due fiumi ogni anno grossissime somme; e lo spendere secondo le regole dell'arte può apportare grandissimo risparmio, e il mancare a queste regole può produrre la desolazione della campagna. Onde questa visita crediamo che onninamente e senza eccezioni debba farsi due volte l'anno, cioè nel
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mese di aprile e nel mese di settembre da chi soprintende all'Ufizio in compagnia dell'ingegnere ordinario, e del detto mattematico; perchè il governo di questi due fiumi è l'obbligo più importante che abbia l'Ufizio. Generalmente poi fu considerato che quasi tutte le spese che l'Ufizio faceva sarebbero state unitili, come non si ristabiliva l'uso delle guardie, le quali potessero invigilare all'osservanza dell'ordini, e accusare di mano in mano i trasgressori che sono infiniti, e per infinite cause, apportano agli alvei, o agl'argini de fossi, e fiumi notabilissimi danni; si credè per tanto opportuno di ristabilirne per ora almeno quattro, non essendo possibile con minor numero far custodire tanta pianura totalmente disabitata, e pensare in oltre alla custodia delle pinete, che sono nelle cime dei monti, e a i danni delle quali bisogna pure che l'Ufizio cautamente provveda. Il ristabilimento delle guardie gioverà non ostante a poco, se non si aboliscono totalmente, e con efficacia le pesche, l'uso delle quali si oppone diametralmente all'istituto dell'Ufizio de Fossi, e rende inutili le gravi spese ch'egli va facendo. Noi abbiamo di sopra a sufficienza accennato che non stimiamo per ciò proponibile verun mezzo termine, o compenso. Ma che o bisogna renunziare al pensiero di tener sana la pianura Pisana, o al pensiero di potervi sopra pescare, e perciò in tutti i fossi di scolo doverebbe essere rigorosamente proibito il pescare in qualsivoglia modo; siccome in tutti li stagni, e paludi, poichè sempre segue che l'industrie de pescatori ritardano in qualche modo, e in qualche parte lo scolo e l'abbassamento dell'acque, all'acceleramento del quale è rivolta tutta l'industria, e tutta la spesa dell'Ufizio de' Fossi. Quell'istesso pregiudizio che i pescatori fanno alle spese impiegate ne i fossi, vien fatto presso a poco da i carri nelle spese delle strade, i quali avendo le ruote armate di grosse bolle di ferro, rovinano
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quel poco di lavoro che le tenui forze delle comunità permettono che si faccia intorno alle strade, e fanno grandissimo danno anco alle strade di città, quando vi entrano; onde ancora in quest'articolo non vi è altro compenso che di abolire l'uso di tali bolle a forza di ordini, e di pene, conforme sappiamo che modernamente è stato abolito nel territorio lucchese.

3.5. Capitolo quarto Proposizioni per rimediare alla scarsità dell'entrate proprie dell'Ufizio

Per rimediare alla scarsità dell'entrate proprie dell'Ufizio ognuno vede che bisognerebbe essere in grado, o di accrescere tali entrate, o di diminuire le spese. Ma sopra le entrate poco vi è da sperare, perchè in primo luogo quella de Sali vecchi è ridotta a somma fissa, e non è suscettibile di miglioramento. Similmente degli Ancoraggi poco può dirsi, e molto meno in oggi che mediante l'appalto ancor questo articolo si esige in somma fissa. L'entrata de' Beni stabili non può crescere, perchè il letto d'Arnaccio, che è il fondo più considerabile è affittato a diverse comunità per una somma fissa, e non ci pare che sia capace di maggior rendita; e il rimanente de i beni stabili consiste in fitti, e livelli di piccola importanza, che non possono ricevere notabile alterazione. Questi beni spezzati era stato proposto di venderli per pagare debiti, e liberare la cassa dalle angustie presenti: ma per verità da noi si credette che
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per sollevare la cassa ci fussero altri metodi, come in fatti è riuscito, e che non così leggermente sia prudenza che l'Ufizio pensi a vendere i suoi stabili; perchè sono il fondamento del credito ch'egli ha co' particolari in caso che si trovi in necessità di cercare denari a cambio. L'entrata dell'Opera di bestie ancor essa procede, come abbiamo di sopra notato, da una somma fissa che si esige da ciascheduna comunità; onde non è capace di aumento. È ben vero che si potè pensare alla più viva, e più pronta esazione della medesima. Poichè quantunque si repartisca una somma fissa in ciascuna comunità, tanto siccome l'Ufizio non riconosce per debitrici le comunità medesime, ma i particolari padroni di bestie, in cui la detta somma si suddivide, così avviene che i detti debitori sono moltissimi, e bisogna tenere accese molte migliaia di partite in dare, e in avere, le quali sono di gran fatica a chi deve tenere la scrittura, e non possono far di meno di non cagionare con una necessità di una scritturazione così voluminosa, qualche ritardo al rimanente della scrittura dell'Ufizio, e in oltre sono causa che tra tanti piccoli debitori l'Ufizio sempre ne va perdendo qualcheduno. Fu creduto però espediente d'impostare per debitori i camarlinghi comunali, e di fare che essi si caricassero a loro pericolo dell'esazione di questa imposizione, per la quale vengono loro formati i dazzaioli dal ministro dell'Opere di bestie dell'Ufizio, e a forma di detti dazzaioli debbono essi camarlinghi esigere il tutto, e rimetterlo per il di 10
di settembre alla cassa dell'Ufizio, nel qual giorno con questo metodo dopo la visita si è potuto riscuotere per l'intero tutto l'importare di detta tassa, per la quale in oggi viene a risparmiarsi tutta la predetta difficile scritturazione, e si riscuote in sole cento trentasette partite con molta facilità, e senza reclamo di veruno; anzi con piacere de contadini, che prima per il pagamento di due, o tre paoli erano obbligati di fare il viaggio a Pisa per pagare alla cassa dell'Ufizio, e ora
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possono farlo a casa loro senza tale incomodo. E per ricompensa de camarlinghi comunali si sono applicati loro due soldi per posta, e che prima i debitori solevano pagare a i ministri dell'Ufizio, e le pene del doppio, nelle quali incorrono i debitori morosi, con che nell'istessa pena del doppio incorrino i medesimi camarlinghi, quando non rimettino nel detto giorno 10
di settembre il loro contingente alla cassa. Con tal metodo si è facilitata l'esazione di questa entrata, e assicurato che non se ne perda in nomi di debitori; ma l'entrata per se stessa, come si diceva, non può crescere, ed è incapace di aumento. Qualche aumento solamente potrebbe sperarsi dall'altro articolo d'entrata, che vien formato dalla piantazione degli alberelli. E sopra di questo fu considerato che l'Ufizio de Fossi potrebbe profittare degli argini de Fossi, e delle strade maestre per farvi vastissime piantate d'alberi, i quali sarebbero per apportarli un'utilità molto riguardevole, attesa la scarsità del legname che è nella pianura pisana. In esecuzione di questo pensiero sono state dopo la visita intraprese queste piantazioni; ma con molta maraviglia si è veduto che tutte hanno avuto infelice riuscita, non perchè gli alberi non si attaccassero, poichè anzi venivano bellisimi; ma perchè da persone dedite a mal fare venivano tagliati, e con tal malignità sono state rovinate bellissime piantazioni che potevano essere all'Ufizio in un tempo un buonissimo assegnamento. L'Ufizio de Fossi non ha mancato di rinnovare gli ordini che già esistevano, e di aggiungere de più rigorosi contro tal genere di malfattori; ma non ostante la malizia di costoro, la facilità di commettere questo male, e la difficoltà di scoprirne l'autore ha fatto si, che tra tutte queste nuove piantazioni non si sia salvato neppure un albero; onde volendo proseguire questo pensiero, bisognerà pensare a i rimedi più efficaci, acciò l'Ufizio possa col tempo godere di questo sollievo, che dal suolo medesimo può ricevere senza incomodo, o disastro di veruno.
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Resta da parlare delle pinete, l'entrata delle quali sarebbe desiderabile che si potesse accrescere perchè è destinata a supplire alla conservazione degli acquedotti, che è una dell'opere più interessanti la salubrità della città di Pisa, e che richiederebbe perciò, che si potessero fare spese maggiori, di quelle che le tenui forze dell'Ufizio permettono. Una delle proposizioni più vantaggiose a questa entrata sarebbe quella di procurare che per le palizzate delle fortificazioni di Livorno non si disponesse per l'avvenire come fin'ora è seguito, de i legnami di queste pinete; poichè in quest'uso bene spesso s'impiegano somme prodigiose di bellissimi pini da palo, i quali in breve tempo diventerebbero tutti pini grossi da sega, e per conseguenza di maggior valore, de quali potrebbe fare l'uffizio annualmente un maggiore ritratto. È vero che si perderebbe per le fortificazioni il comodo fin qui goduto di aver questa provvista di legnami senza pagamento di prezzo; ma bisogna considerare che per aver questo comodo si fa un danno grandissimo all'Ufizio de Fossi, e molto maggiore di quel che sia il comodo che la cassa delle Fortificazioni ne risenta, poichè un pino da palo vale la quinta, o la sesta parte di quel che costi un pino da sega; sicchè non è giusto che per risparmiare in un'occasione per esempio cento scudi, si faccia perdere all'Ufizio dei Fossi un'entrata di scudi cinquecento o seicento. Ma in oltre è da avvertirsi che per uso delle sopradette fortificazioni sarebbe forse maggiore risparmio comprare a denari contanti il legname idoneo per le medesime, che servirsi gratuitamente di questo dell'Ufizio de Fossi, poichè essendo questo tutto legname di pino, quando questo non si usa sotto terra, o sotto acqua, in brevissimo tempo marcisce e va male; onde occorre per servizio delle palizzate in cui s'impiega scoperto e sopra terra, tornare prestissimo a far nuovi consumi di detti pini da palo, e a replicare in conseguenza le spese di trasporti, manifatture, e chiodagioni, con esporsi ad aver sempre le palizzate assai deboli; quando che se fussero impiegati legnami
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duri, come sarebbero querce, olmi, e cerri, le palizzate basterebbero un tempo molte volte maggiore, e risparmierebbero tante reiterate spese che di gran lunga compenserebbero la spesa di legname; e si averebbe in tal guisa l'istesso, anzi un miglior servizio per le fortificazioni, con risparmiare all'Ufizio un danno intollerabile, che da queste continue provvisioni risente. Un altro uso pregiudiciale a questa entrata, e che si è creduto che meriti correzione, è quello che da qualche tempo in qua avevano introdotto i ministri dell'Arsenale di Pisa, di marcare tutti quei pini da sega, che essi riconoscevano più idonei alla fabbricazione de bastimenti, proibendo all'Ufizio medesimo di tagliarli nè per uso proprio, nè per vendita dopo l'apposizione di tal marco. Per rilevare il pregiudizio di questa introduzione, è primieramente da sapersi che l'Arsenale ragguagliatamente non ha avuto occasione di valersi un anno per l'altro per la sue fabbrica che di quaranta pini in circa l'anno, e che non ostante, ogni anno ne ha marcati molte centinaia; sicchè è seguito che la maggior parte di questi come sopra marcati sono periti inutilmente senza profitto nè dell'Arsenale, nè dell'Ufizio dei Fossi, poichè tal genere di pini salvatici, quando è giunto alla sua perfezione, in breve tempo va male, e s'infunghisce, sicchè non resta buono per la sega. Adunque per rimediare a questo inconveniente si è creduto ragionevole, che l'Arsenale domandi ogni anno, e in qualunque tempo tutta quella quantità, e qualità di legname che bisogna, e questa li sia data secondo il solito, lasciando nel rimanente tutta la libertà all'Ufizio di tagliare e far ritratto di questa sua entrata; giacchè non è possibile a prevedersi un caso, in cui abbia a venire all'Arsenale un bisogno di tanta quantità di legname, che ben presto non possa in qualunque tempo in quelle vaste boscaglie ritrovarsi. Un altro ostacolo alle vendite di questi pini era formato dal non poterne tagliare veruno senza un precedente rescritto dalla Reale Altezza Vostra
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il che ributtava i compratori che non potevano per ogni piccola compra prendersi l'incomodo volta per volta di mandare un memoriale a Firenze, di procurarne poi l'informazione dall'Ufizio de Fossi, e di sollecitarne finalmente la spedizione col pericolo che questa non giungesse in tempo per i loro bisogni, nel mentre che potevano altrove provvedersi senza il circuito di tali formalità. Un tale uso veramente si crede introdotto con una reflessione assai prudente di non dare a veruno, e nemmeno all'Ufizio de Fossi una libertà smoderata di tagliare in quelle boscaglie, onde deve considerarsi come un freno ben giusto allo smoderato arbitrio, che potrebbe in qualche tempo usarsi, questa necessità del consenso della Reale Altezza Vostra la quale potrebbe, vedendo l'eccessività dei tagli, sospenderlo; ma dall'altra parte per tal'effetto non ci parve necessario il dare per ogni piccola vendita un tante volte reiterato incomodo alla Reale Altezza Vostra con una supplica, la quale era già ridotta a mera formalità; e si giudicò più espediente che si concedesse all'Ufizio l'arbitrio di far tagliar fino a una certa moderata quantità, e che solamente in caso che questa quantità a capo dell'anno si dovesse eccedere, fosse necessario supplicare la Reale Altezza Vostra e attenderne la sua benigna approvazione, e tal quantità si credè di poterla con tutta la moderazione fissare al numero quattrocento pini da sega, di mille da palo, e di cinquecento pertiche. In oltre siccome le boscaglie sono alpestri, e scoscese, e perciò vi sono delle parti comode al trasporto dei pini, e di quelle molto incomode, onde seguiva che nelle parti comode si andava sempre tagliando, e quelle incomode restavano illese, e per conseguenza infruttuose, si osservò che in avvenire per distribuire il taglio con più regolarità, e per cavar frutto da tutte le parti delle pinete, averebbe potuto l'Ufizio ne' luoghi scomodi far segare i pini sopra il luogo, e ridurli in tavole, le quali più facilmente che i pini interi averebbe potuto estrarre da quelle montagne, ed averebbe in appresso potuto vendere o a Livorno, o altrove con molto profitto.
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Con tali provvedimenti, e con osservare che il terreno destinato alle pinete non manchi, e si riduca al domestico per le coltivazioni che i privati chiedessero in grazia di fare, si crede che questa entrata fosse capace alquanto di migliorare, e di ridursi senza dubbio regolare e perpetua. Ma non bisogna attendere accrescimenti tali da fondarvi grandi speranze; perchè negli anni ultimi i tagli sono stati piuttosto forzati, onde molte parti delle pinete restano stracche, e bisogna lasciarle per gran tempo riposare. Adunque riassumendo tutti gli articoli di entrata che ha l'Ufizio, si può ragionevolmente concludere che non vi sia da sperare augumenti sopra la rendita presente, poichè tutti ne sono totalmente incapaci, eccettuato quello delli Alberelli, e delle Pinete; e noi abbiamo veduto gli ostacoli ritrovati nel voler migliorare il primo, e siamo pienamente persuasi della moderazione che bisogna usare per migliorare il secondo. Sicchè passando a discorrere delle spese, si potrà comprendere, che anco sopra di esse poco, o niun risparmio possa sperarsi in favore dell'economia dell'Ufizio. Vi è in primo luogo il mantenimento del fosso di Livorno, e di quello di Ripafratta, per i quali con tutto che si spenda una somma riguardevole, tanto ogn'uno sa che si spende pochissimo in riguardo al bisogno che vi sarebbe per tenere franca e spedita la navigazione particolarmente da Pisa a Livorno, essendo sempre il fosso interrito più del dovere, e restando i navicelli sottoposti a spessi incagliamenti. La fabbrica delle fonti similmente è dispendiosissima, e richiederebbe per esser ben mantenuta il doppio di assegnamento di quel che ella abbia; onde ancora questa non è capace di veruna resecazione. Quel che si spende in nettature dell'erbe de i Fossi è similmente pochissimo a quel che si doverebbe spendere, dovendo farsi detta nettatura secondo le leggi due volte l'anno, la quale veramente si trascura, siccome si trascurano molti altri bisogni della campagna, perchè mancano li assegnamenti.
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La pulizia della città è costata per il passato molto più di quel che costi presentemente, e non può sperarsi di farvi maggiore risparmio, perchè è necessario che venga usata tutta l'attenzione. Il mantenimento de ponti a chi ha girato tutta la campagna, e ha veduto il pessimo stato in cui si trovano, si potrà facilmente persuadere che non vi sono state impiegate somme superflue. Per altro sopra questo articolo si potrebbe proporre un risparmio totale, con liberare in avvenire la cassa dell'Ufizio da questo peso, incaricandone l'interessati nelle strade, ove i predetti ponti respettivamente sono situati. Un tale regolamento oltre al produrre questa piccola utilità all'Ufizio, porterebbe il vantaggio di togliere molte di queste dispute che sono sopra il mentenimento di questi ponti tra gl'interessati nel fosso, e gl'interessati nella strada, le quali dispute per mancanza di una legge chiara, e di una pratica costante, si sono andate sempre più complicando. Alle volte è accaduto disputare se sia più antico, o più preferibile, il fosso, o la strada, e alle volte si è praticato di distinguere da qual causa derivi il danno del ponte che occasiona la spesa; poichè se derivava dal carreggio, la spesa si posava sopra la strada, e se derivava dall'acqua la spesa si posava sopra il fosso. Ma la difficoltà di osservare con regola questa distinzione impegna l'Ufizio in litigi lunghissimi, e per conseguenza in lunghezza di disborso, anche nel caso che possa la spesa ripetersi da alcuno degl'interessati. E per tal causa senza pregiudizio delle liti già introdotte, e veglianti, non ci pare ingiusto il posare per i tempi futuri tutto il carico di mantenere questi ponti agl'interessati nelle strade, giacchè le strade senza i ponti non potrebbero di loro natura sussistere. Le spese di magazino, e le spese generali dell'Ufizio non sono suscettibili di resecazioni, perchè contengono tutte le provviste che l'Ufizio deve fare in legnami, ferramenti, arnesi per i lavori che occorrono, cateratte
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e altro bisognevole per servizio della città in tempo di piene; limosine, e obblighi, libri eccetera sopra delle quali cose non può sperarsi, anco usandovi tutta la più straordinaria attenzione, profitto notabile a capo d'anno, e in molti generi la spesa dipende da casi fortuiti. L'interessi annuali de cambi sono un aggravio, a cui non si può riparare senza che l'Ufizio non si ponga in grado di acquistare una somma di denaro non necessaria a i lavori della campagna, con cui possa estinguere i debiti; onde per adesso che la campagna è bisognosissima non sarà poco andare avanti senza far nuovo debito. Restano i provvisionati sopra de' quali non può veramente pensarsi a veruno risparmio, si perchè il numero di essi non è eccedente alle gravi, e multiplici incumbenze a cui l'Ufizio deve supplire; anzi riesce molto scarso, talchè il corso degli affari restava ritardato, di modo che uno de nostri principali scopi è dovuto essere di alleggerire la fatica a detti ministri col rendere più facile, e meno laborioso il metodo della scritturazione dovunque si è potuto, a ciò possino i libri esser tenuti sempre in giorno. Le provvisioni similmente che l'Ufizio da a detti ministri sono scarsissime, e non hanno incerti di considerazione che possino rifrancarli. E siccome null'altro deve premere più a questo Ufizio, che di avere in ogni rango ministri di grande abilità, perchè si tratta di ministero di somma gelosia, ove l'imperizia può cagionare grandissime confusioni, e insigni scapiti per la cassa; così per avere al servizio sempre persone perite, sarà ottimamente impiegata qualunque somma di denaro, e per conseguenza non può pensarsi a veruna diminuzione degli stipendi presenti, tanto più che nel rimettere molte esazioni dalla cassa dell'Ufizio, dove si facevano a i camerlinghi comunali, molti profitti già si sono venuti a perdere da detti ministri, per i quali piuttosto meritano qualche ricompensa, poichè la fatica per tutti resta ben grande. Se poi dopo queste spese certe, che articolo per articolo si sono esaminate
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si riguarda l'escavazione de Fossi, nella quale si deve impiegare il remanente del denaro dell'Ufizio, qui risalterà più che mai quanto grande sia il bisogno di spendere per tener sana la campagna, e quanto poco sia lo speso annualmente per tal causa, come di sopra a i suoi luoghi abbiamo specificato, e quanto scarsi per conseguenza siano li assegnamenti dell'Ufizio, come in principio abbiamo accennato, e come ne siamo con l'ispezione oculare de luoghi chiaramente convinti. Volendo adunque proporre qualche cosa che senza grave incomodo di Vostra Altezza Reale potesse portar sollievo all'Uffizo, non ci è venuto in mente altro di più congruo e più facile, che l'entrata delle pesche, che la Reale Altezza Vostra ritira in diverse parti del territorio pisano, la quale potrebbe per sua clemenza applicarle a questo Ufizio, per il quale sarebbe conveniente che sopra l'acque che li cagionano tutta la spesa, potesse in ricompensa ritirare qualche annuale emolumento. Le pesche del territorio pisano sono di due sorte; perchè alcune, come si è detto, sono meri abusi introdotti contro le chiari leggi di questa provincia, e quel che è più rimarcabile, contro il vero interesse de padroni de' terreni, e in conseguenza di Reale Altezza Vostra a cui deve complire piuttosto di avere asciutte le vastissime tenute che vi possiede, che di ritirare il piccolo vantaggio degli affitti di pescha; di tal sorta sono nelle pianura di Bientina le pesche della Serezza Vecchia, del Margutte e della Paduletta, nella Valle d'Arno le pesche della Sofina e delle Bocche di Stagno, nella Valle di Serchio quella di Fiume Morto; e di la dal Serchio quella della Gusciona ,e della Fossa Magna, l'ultima delle quali appartiene alla Mensa Arcivescovale di Pisa. L'altro genere di pesche sono quelle, dove veramente l'uso del pescare non può portare danno, come sarebbe nel fiume Arno, e Serchio, nella Serezza Nuova, nella spiaggia marina, e in Arno Vecchio, ch'è un ramo d'Arno abbandonato, che ha comunicazione col mare, e non è di veruno uso per lo scolo della campagna. Il primo genere di pesche anderebbe abbandonato e dato all'Ufizio de' Fossi non per formarne un'entrata, ma perchè invigilasse ad abolire effettivamente
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l'uso del pescare, il quale in detti luoghi è perniciosissimo. E una tal concessione si torna a dire che sarebbe piuttosto di vantaggio, che d'incomodo ai proprietari, perchè Vostra Altezza Reale ch'è interessato nella maggior parte del territorio pisano, risentirebbe più d'ogni altro il benefizio dell'abolizione di questo abbuso, e il simile si deve dire della Mensa, che possiede anch'essa tanti terreni. E quando pure qualche piccolo scapito nelle prime annate vi dovesse essere, bisogna avvertire che l'introduzione di tale pesche è un mero abuso contro la chiara disposizione delle leggi antiche e moderne di questo territorio, il quale abuso ha potuto forse prender piede per troppo inconsiderato zelo dei ministri delle possessioni di Vostra Altezza Reale i quali riflettendo al piccolo interesse presente resultante dalle pensioni dei pescatori, hanno potuto talvolta eludere i clamori dell'Ufizio dei Fossi, ma sempre contro la vera intenzione de i sovrani regnanti, i quali ogni qual volta hanno potuto essere informati del vero, hanno persistito nella volontà di abolire queste pesche, come si può vedere da più rescritti e ordini che sono nell'Ufizio. Le pesche del secondo genere si potrebbero applicare all'Ufizio a puro oggetto di formarne un'entrata, e di rimediare alla scarsezza de suoi assegnamenti; e tra queste la pesca d'Arno, e del Serchio non sarebbero di veruno aggravio a Vostra Altezza Reale, perchè essendo libere, basterebbe darne la privativa all'Ufizio, che le potrebbe affittare, e resterebbe solo la pesca d'Arno Vecchio, e quella della spiaggia marina che si chiama San Rossore detta del Gombo, le quali già si affittano per conto di Vostra Altezza Reale la di cui munificenza potrebbe gradire di sagrificarle al vantaggio della provincia pisana in ricompensa di tante belle possessioni, che con l'industria, e con i regolamenti dell'Ufizio dei Fossi ella ha nel progresso del tempo prosciugato e acquistato; e in ricompensa del mantenimento del Fosso di Riprafratta, il quale servendo a i mulini, il di cui utile si riceve dal patrimonio di Vostra Altezza Reale, parrebbe che anco dal medesimo patrimonio
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si dovesse senza aggravio dell'Ufizio mantenere.

3.6. Capitolo quinto Della soprintendenza dell'Ufizio de' Fossi

Colle sopradette proposizioni noi crediamo che si possa notabilmente migliorare lo stato economico dell'Ufizio, e con i regolamenti di cui si è parlato nella parte seconda noi crediamo che possa mantenersi sana e sempre più bonificarsi la pianura, per quanto la naturale posizione di essa, e le tenui forze delli scarsi abitatori di questa provincia permettono. Ma qualunque regolamento per ottimo che sia per lo più deve riconoscere la felicità dell'esito da chi soprintende l'esecuzione di esso, giacchè i regolamenti generali non possono nè debbono essere così minutamente completi, che non lascino gran parte di arbitrio a chi giorno per giorno, caso per caso deve adattarli alle circostanze quotidiane, le quali infinite imprevisibili occasioni somministrano di facilitare, di aggiungere, di migliorare, di correggere ciò ch'è stato da principio pensato, e stabilito, siccome di superare li ostacoli che non si fussero potuti antivedere, e di trovare sopra il fatto compensi proporzionati per porre con effetto in esecuzione le massime raccomandate alla sua vigilanza, secondo il tenore e la mente delle quali può egli, e deve confermare non solo le operazioni previste e regolate; ma quelle ancora, che o per troppa piccolezza, o complicazione non possano ridursi a regola, o che non sono potute per qualunque causa venire in mente a chi ha avuto l'onore
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di servire la Reale Altezza Vostra nella presente commissione. Sicchè sopra il buon successo di ogni progetto la principale influenza viene sempre dal carattere di chi soprintende all'esecuzione, il quale se si trova persuaso intieramente dalla verità e utilità delle regole ch'egli deve seguire, se in lui si combinano la probità, l'attività, l'esperienza, l'accortezza, e la costanza necessaria, tutto riuscirà felicemente; laddove se manca, o l'interna persuasione, o mancano le qualità sopradescritte, sempre un numero prodigioso di combinazioni disfavorevoli accaderà capace di frastornare gli effetti di ogni più ben pensato disegno. Adattando dunque questo discorso al caso nostro, si fece da noi riflessione che la soprintendenza all'esecuzione di tutte le ordinazioni fatte, e da farsi in questa materia risiede nel Magistrato de' Fossi, che sopra abbiamo descritto alla parte prima; e che altresì ad esso è attribuita la giurisdizione, e la cura dell'osservanza delle leggi, da cui risulta una soprintendenza universale alla quotidiana esecuzione di tutti gli ordini. E siccome stimiamo, che tale giurisdizione sia per il pubblico bene ottimamente collocata in detto Magistrato, stabilito a tale effetto fino dagli antichi tempi con tal necessaria prerogativa, così non ci parve che fusse da proporsi veruno cangiamento nella medesima, e solo ci restò da fare considerazione sopra la parte che riguarda la soprintendenza all'amministrazione, alla economia, ed a i lavori che in qualunque modo sogliono cadere sotto la direzione dell'Ufizio, la quale importando in somma l'amministrazione di un grosso patrimonio, e di più la perizia d'impiegar bene le di lui entrate in profitto del territorio pisano, ha di bisogno di una più speciale vigilanza di quella che possa prestarli un collegio di persone che non hanno altra voce che collegiale, e non possono restare sempre adunate per esaminare e risolvere le cose occorrenti. Una tale soprintendenza attuale adunque ci pare totalmente necessario
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che dovesse restare ben collocata, e ci parve che non si potesse raccomandare che a una persona solamente da scegliersi per la più idonea, acciocche questa avesse sopra se sola, e indipendentemente da ogni altro tutto il carico dell'amministrazione dell'economia, e de i lavori che in qualunque modo cadono sotto la direzione dell'Ufizio, ad effetto che ella dovesse altresi sempre riconoscersi per la sola debitrice di tutti gli ordini occorsi per le cose suddette, e potesse con uno spirito uniforme condurre a fine le cose da eseguirsi; poichè generalmente si fece riflessione che le cose economiche che richiedono minute, e pronte resoluzioni, male si possono dividere in un collegio di persone che si adunano per intervalli; tanto più che si tratta nel caso nostro di persone, che o sono distratte dalle occupazioni delle altre cariche che hanno, o si mutano secondo il turno; sicchè non possono essere appieno informate, nè capaci della continua applicazione che richiedono per queste materie. Oltre di che in un collegio niuno assumendosi carico speciale della condotta dell'amministrazione, non vi è chi si prenda la pena necessaria per il buon successo, e niuno vi è che sia in particolare il vero ed evidente debitore; onde sempre resta di maggiore vantaggio l'incaricare una persona sola, che munita di certe regole e della più opportuna e sufficiente autorità, e degli arbitri necessari, e che sono stati concessi al Magistrato medesimo, o da esso già praticati altre volte, salva sempre all'istesso Magistrato la giurisdizione, e cura dell'osservanza delle leggi, debba prendersi tutto il carico della direzione economica in grado di poterne sempre render conto. È da avvertirsi ancora che in un collegio facilmente si insinua lo spirito di fazione, il quale rovina totalmente ogni riflesso di ben pubblico; e in un luogo dove si tratta materie questionabili, come sono i lavori necessari per la direzione dell'acqua, e dove cadono sotto il giudizio diversi interessi così complicati di tante persone, è cosa molto agevole
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cadere in differenza di opinioni, e da tali differenze in discordie che poi si perpetuino in fazioni, che in pregiudizio della verità e della giustizia abbiano solamente la mira al proprio vantaggio, e all'altrui depressione. Un tal disordine non ci venne solo in mente dal reflettere alla regola generale delle amministrazioni collegiali che vi sono naturalmente sottoposte; ma ebbamo il dispiacere di trovarlo al tempo della nostra visita già d'un pezzo introdotto e cresciuto a segno, che in ogni rango de' ministri dell'Ufizio già traspariva, e faceva risentire al servizio pubblico le conseguenze fatali di cui sempre è cagione; e la confusione che regnava in tutti gli affari dell'Ufizio, l'incaglio della cassa, la negligenza con cui era tenuta la campagna, e i clamori si privati che pubblici ben presto ci assicurarono doversi una gran parte del male attribuire a questo spirito di contradizione, che divideva gli animi de ministri tanto superiori che subalterni, e aggiungeva a i mali naturali di questa azienda ogni giorno nuovi inconvenienti, e l'avevano finalmente ridotta allo stato deplorabile in cui da noi fu ritrovata. Il Provveditore di questo Ufizio doverebbe essere il ministro, a cui dovesse essere raccomandata la soprintendenza e direzione attuale dell'economia, e de i lavori; ma crediamo che in qualche caso questa carica manchi della opportuna autorità; e di più siccome la carica a tempo della visita si trovò vacante, ed esercitata da un vice Provveditore con autorità più limitata anche del solito, ciò produceva la necessità di dover portare all'esame, e decisione del magistrato molti affari non capaci di tal collegiale discussione, i quali moltiplicando in tal guisa gli oggetti di disputa e di discordia, invece di essere da una condotta uniforme e da una assidua attenzione assistiti, erano sottoposti, a tutte le irregolarità che suol produrre la direzione
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poco attenta, fortuita, incostante, e contraddittoria, quale suole esser quella di un collegio in se stesso discorde. Dovendosi dunque porre un pronto rimedio a tal disordine, non si seppe da noi conoscere altro più sicuro espediente, che quello di ristabilire la carica di Provveditore, e di accrescerle ancora la solita autorità, di maniera che esigendo tutta la più esatta subordinazione dai ministri e dipendenti dell'Ufizio, potesse non solo eseguire liberamente tutte le ordinazioni fatte dalla nostra visita, ma ancora in appresso provvedere di tempo in tempo a tutto ciò che fusse per esigere la buona economia dell'Ufizio, e il bisogno della campagna secondo la sua prudenza, e con le solite partecipazioni alla Reale Altezza Vostra, sperando che in tal guisa la condotta uniforme di una persona abile, e zelante per il servizio pubblico, e rivestita di sufficiente potere averebbe posto in buon ordine la confusione, che regnava in tutti i minuti affari dell'Ufizio, e averebbe calmato le animosità e riuniti gli animi, e dirette in somma le operazioni di tutti alla buona e felice esecuzione di quanto era stato disposto e regolato nella nostra visita. Fu creduto in oltre che a una tal carica dovesse essere unita la Soprintendenza generale al patrimonio delle comunità del territorio pisano, si per esser tutte le comunità interessate ne i lavori che ogni anno fa fare l'Ufizio, si perchè avendo ciascheduna comunità dei soprintendenti particolari, la sottoscrizione de quali si ricerca ogni qual volta si tratta di fare qualche lavoro a spese della medesima; e seguendo che alle volte questi soprintendenti troppo facilmente fanno, o ricusano di fare le dette sottoscrizioni, così è ragionevole che vi sia un soprintendente generale che possa in caso di bisogno giudicare se a torto o a ragione siano prestati, o recusati detti consensi, e possa quando i lavori sono necessari, e l'indugio pernicioso, supplire con la propria firma a quella che manca, siccome
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opporsi alla superfluità delle spese, e de i lavori alle volte inutili, e alle volte dannosi, che spesso si propongono. E tal cosa si accorda con l'estensione della potestà ordinaria dell'Ufizio, poichè essendo il medesimo Magistrato che ha giurisdizione sopra i fossi, e sopra le comunità del territorio pisano, come abbiamo sopra spiegato alla parte prima, così è coerente a questa unione, che quello a cui è raccomandata la soprintendenza attuale dell'economia dell'Ufizio de' Fossi, soprintenda ancora all'economia delle comunità al medesimo Ufizio sottoposte. Oltre a ciò fu stimato opportuno che il detto soprintendente restasse dispensato dall'intervenire nel Magistrato per non distrarlo dalla più assidua indispensabile vigilanza alle continue particolari occupazioni, di cui sarà sempre caricato, con lasciare però in libertà del medesimo di potervi intervenire ogni volta che egli lo credesse necessario. Questo nostro pensiero essendo stato approvato dal Consiglio di Reggenza, e col fine sopra esposto, e colle accennate facoltà essendo stato prescelto pee la carica di Soprintendente il Cavaliere Francesco Pecci nostro collega in questa deputazione, abbiamo avuto il piacere di vedere coll'esperienza avverate le nostre reflessioni, e di vedere come in poco tempo egli ha potuto correggere gli errori di una disordinata amministrazione, e riempiere di denaro sufficiente la cassa già esausta, e fare nell'istesso tempo tanti progressi ne i lavori della campagna da far risorgere le speranze abbattute degli afflitti abitanti, che vedevano perdersi le loro belle possessioni senza che vi apparisse altro rimedio, che il doverle quasi ricomprare a forza d'imposizioni, che essi temevano quanto i danni che allora soffrivano, e cagionavano le pubbliche e private querele che per diverse parti furono avanzate al trono di Vostra Altezza Reale. Un tal felice
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cambiamento accaduto in meno di due anni di tempo si deve non solo attribuire al singolare talento di detto soprintendente, quanto alla di lui assidua e ostinata fatica e applicazione, e alla lodevole costanza con cui egli ha superati tutti gli ostacoli che si sono andati presentando all'esecuzione de nuovi stabilimenti i quali però hanno potuto questo territorio pisano porre in tal grado, che da qualunque aiuto che la munificienza di Vostra Altezza Reale si degni darli, possa sperarne evidenti e amplissimi vantaggi, e possa la Reale Altezza Vostra vedere in breve tempo i frutti delle sue paterne clementissime cure. Ritornando al Magistrato, questo da noi fu creduto che dovesse seguitare nell'esercizio della sua solita giurisdizione, e che dovesse esserli raccomandato con tutta la premura l'invigilare all'osservanza delle leggi dalla quale dipende la salute di tutta quella provincia. E per ridurre più semplice la direzione di questi affari fu stimato conveniente di sopprimere il Magistrato di Coltivazioni e Fabbriche, di cui abbiamo sopra parlato alla parte prima, e di aggregarne tutta la giurisdizione e autorità al Magisrato de' Fossi, non essendo necessaria in materie tanto affini e connesse questa reduplicazione di magistrati, la quale più tosto genera confusione che facilità. Per servizio degli affari contenziosi si stimerebbe bensì necessario di ristabilire la carica dell'Assessore dell'Ufizio de Fossi, la quale è vacata da qualche anno in qua e non è stata di poi conferita a veruno. Del rimanente le leggi dell'Ufizio con tutto che in qualche articolo non possino essere adattate a i tempi presenti, sono saviamente pensate, e non vi è multiplicità nè confusione tale, che esiga che si pensi a nuova compilazione o promulgazione, servendo solo nelle cose che si sono nella visita credute degne di cangiamento, che si approvi e si osservi la presente relazione, uniformandosi nel restante agli ordini antichi, in cui non crediamo che per ora debba farsi altra novità.
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Resta finalmente da considerarsi che siccome questo Magistrato non risiede in Firenze, così è necessario all'ogetto che Vostra Altezza Reale possa essere regolarmente informata degli affari del medesimo, e possa il medesimo ricevere gli ordini supremi con la dovuta puntualità, che sia sempre incaricato in Firenze qualche ministro a tenere il carteggio, e fare il rapporto alla Reale Altezza Vostra degli affari di tal genere, e da essa intendere le sue sovrane determinazioni. Una tale ingerenza è stata per i tempi passati esercitata da i ministri che componevano la congregazione di Livorno, finchè questa ha sussistito. Soppressa che fu questa congregazione, non fu surrogato alcuno, e furono i negozi di questo Ufizio trattati confusamente e dispersi senz'ordine, parte a i consigli, parte anco alla consulta, e senza aver persona che avesse l'obbligo di prendere speciale informazione, e fusse incaricata di sollecitarne, e dirigerne l'opportuna spedizione. Dopo la visita fatta dalla nostra deputazione ho avuto io l'onore di esercitare questa ingerenza fino al presente, come un residuo della deputazione predetta, e all'oggetto di eseguire e perfezionare i regolamenti nella visita disegnati, e proposti. Sicchè in oggi sta a Vostra Altezza Reale a comandare come voglia restar servita per l'avvenire.

3.7. Capitolo Finale Capitolo finale

Questo è quello che in esecuzione del benigno motuproprio di Vostra Altezza Reale del di 18 aprile 1740 è stato operato dalla nostra deputazione in benefizio del territorio pisano, e che io sopra le disposizioni già fatte in tempo della visita, e sopra le riflessioni, e i sentimenti di tutti i miei colleghi, e degli eccellenti periti che accompagnarono la nostra deputazione ho potuto raccogliere per rappresentarlo alla Reale Altezza Vostra
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nella comandata relazione, la quale non prima d'oggi mi son dato l'onore di inviarle, perchè non prima si sono potute maturare le osservazioni fatte con i sufficienti riscontri, nè verificarle con qualche esperienza com'era ben giusto di fare avanti di avanzarle al sovrano discernimento di Vostra Altezza Reale. Anzi siccome non è potuta ancora aversi compita una pianta esatta e misurata della pianura pisana ordinata già dalla nostra visita, ho stimato bene in attenzione che questa pianta si perfezioni a misura che la delicatezza del lavoro richiede tempo, di non trattenere frattanto di chiudere la presente relazione, corredandola di piante in parte dimostrative, le quali per l'intelligenza delle cose qui contenute stimo per ora sufficienti. Una tale relazione potrà dare un'idea alla Reale Altezza Vostra dell'importanza di questo territorio, e del nostro operato fino al presente per liberarlo da i danni, a cui si trovava sottoposto, e potrà persuadere la somma prudenza della Reale Altezza Vostra della necessità, e profitto che vi è d'invigilare sempre più al mantenimento, e migliorazione di questa campagna; onde è sperabile che ella colla sua sovrana approvazione darà impulso alle più grandiose operazioni che restano da farsi in vantaggio della medesima, che sono prima il canale sotto il letto d'Arno per dare scolo alla pianura di Bientina di cui sopra abbiamo parlato al capitolo 3
parte seconda da farsi a spese degl'interessati, seconda la colmata de paduli adiacenti al Lago di Maciuccoli, di cui sopra abbiamo parlato al capitolo 5
parte seconda da farsi a spese dello Scrittoio della Reale Altezza Vostra proprietario di detti paduli, o di chi la Reale Altezza Vostra con qualche agevolezza e privilegio ponesse in grado di prendere tale impegno, terza l'antifosso del fosso Reale di cui sopra abbiamo parlato al capitolo 9
di detta parte seconda da farsi a spese degl'interessati nella
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pianura tra le colline e il detto fosso Reale, quarta la colmata della Tora di cui sopra abbiamo parlato al medesimo capitolo 9
da farsi a spese dello Scrittoio di Vostra Altezza Reale unico proprietario delle terre da colmarsi; quinta le colmate dell'Ugione e della Cigna di cui sopra abbiamo parlato al capitolo 10
di detta parte seconda per interrire i paduli vicino a Livorno, le quali servendo alla sanità dell'aria di Livorno più che a qualunque altro reflesso, sarebbe giusto che la comunità medesima di Livorno ne soffrisse la spesa, la quale potrebbe anco fare con speranza di qualche altra utilità, quando prendesse a livello dalla Mensa Arcivescovale di Pisa i predetti paduli che in gran parte sono di suo dominio. Generalmente ancora non si deve tralasciare di mettere in considerazione a Vostra Altezza Reale che saranno ottimamente impiegate tutte le premure che ella si degnerà avere per profittare d'ogni occasione che si presenti per moltiplicare nella campagna le case, il numero delle quali riesce scarsissimo, particolarmente nella valle d'Arno; onde sarà sempre un oggetto ben degno di aversi in vista dalla prudenza di Vostra Altezza Reale; la quale e come sovrano del paese, e come proprietario di gran parte del terreno potrà facilmente, o con edificare a conto proprio, o con l'agevolare altrui i mezzi di fare tali edifizi, provvedere a un articolo così importante si per l'utile privato, che per il benefizio universale della popolazione, che a poco a poco in queste fertili pianure sarebbe in grado di ampliarsi. Del rimanente essendo ai bisogni più pressanti dell'Ufizio stato posto in qualche guisa riparo, resta solo che Vostra Altezza Reale nell'onorare di un benigno compatimento quel che si è operato, si degni di dichiarare la sua volontà sopra le pinete, che si disastrano in servizio delle fortificazioni, come sopra abbiamo esposto al Capitolo 4
di questa parte terza,
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e sopra l'abolizione delle pesche illecite nei canali di scolo, e sopra la concessione dell'altre pesche lecite per accrescere le scarse doti dell'Ufizio, e sopra la liberazione dell'Ufizio medisimo dall'obbligo di resarcire i ponti, che più congruamente doverebbe, come abbiamo detto, soffrirsi dall'interessati nelle strade. E resta finalmente che la Reale Altezza Vostra si compiaccia nominare il ministro che in Firenze deve attendere agli affari dell'Ufizio, e di nominare il mattematico che dev'essere il consultore del medesimo Ufizio, in ordine al quale saranno opportunissimi gli ordini più precisi, e più vigorosi ch'ella si compiacerà dare, perchè si osservi l'esclusiva di tutti i lavori straordinari e della maggior importanza, come sarebbero quelli da costruirsi nelle ripe de fiumi, o quelli che dassero un nuovo corso e nuovo regolamento alle acque, quando i medesimi non avessero la di lui approvazione. Anzi essendo in tal guisa posto il sistema dell'Ufizio in grado di essere meno che sia possibile sottoposto agli sbagli in materia di lavori, si crede che il miglior servizio della Reale Altezza Vostra richiederebbe ch'ella non permettesse mai, che nel territorio pisano si facesse alcuna operazione intorno alle acque indipendentemente dal ministero dell'Ufizio suddetto, e delle regole come sopra stabilite, e ciò quantunque si trattasse o del particolare interesse delle sue possessioni, o di qualunque altro riflesso, perchè in questo territorio ella non può avere miglior mezzo di farsi servire che questo ministero, il quale per l'esperienza che averà del luogo, e per la necessità che sempre vi sarà di tenervi impiegati de i valenti uomini, sarà preferibile ogni altro architetto straniero; e l'esperienza dei tempi passati ci fa avvertiti a diffidarsi de' progetti non bene esaminati, e non conformi alle buone regole dell'Ufizio; ed è sempre bene che tutto il movimento delle acque di questa provincia sia diretto con massime costanti e uniformi
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dall'istessa mente, e dall'istesso spirito. E qui parendomi di avere adempito alla commissione di cui io era stato incaricato, rendo umilissime grazie alla bontà di Vostra Altezza Reale per l'onore fattomi di stimarmene degno, e pregandola di un benigno compatimento, se la mia tenuità non ha saputo, nè potuto corrispondere all'importanza, vastità, e complicazione della materia che doveva trattarsi, mi dichiaro con vivo desiderio di nuovi suoi ordini, e con la più perfetta sommissione. Firenze 9 ottobre 1743 Di Vostra Altezza Reale Umilissimo servo, e suddito Pompeo Neri.

4. Indice generale Tavola generale dei capitoli


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4.1. Parte prima

  • Capitolo 1
    Che serve d'introduzione 1
  • Capitolo 2
    Descrizione del territorio pisano 6
  • Capitolo 3
    Del Magistrato de Fossi, e sua giurisdizie e soprintendenza 9
  • Capitolo 4
    Dell'entrate assegnate all'Ufizio de Fossi 18
  • Capitolo 5
    Delle spese che debbono farsi a carico dell'Ufizio de Fossi 39
  • Capitolo 6
    Delle spese a cui l'Ufizio de Fossi soprintende rimborsandosi sopra i particolari 43
  • Capitolo 7
    Del concorso degli ecclesiastici alle imposizioni dell'Ufizio de Fossi 51

4.2. Parte seconda

  • Capitolo 1
    Divisione della Pianura Pisana 73
  • Capitolo 2
    Del fiume Arno 76
  • Capitolo 3
    Degl'influenti del fiume Arno 95
  • Capitolo 4
    Del fiume Serchio 118
  • Capitolo 5
    Della campagna adiacente al lago di Maciuccoli 120
  • Capitolo 6
    Della campagna adiacente al fiume Morto 126
  • Capitolo 7
    Del fosso Reale o Calambrone 129
  • Capitolo 8
    Della pianura interposta tra Arno, e fosso Reale 137
  • Capitolo 9
    Della pianura interposta tra fosso Reale, e le Colline 148
  • Capitolo 10
    Della pianura di Livorno 154
  • Capitolo 11
    Della città di Pisa 157

4.3. Parte terza


[p. 213]
  • Capitolo 1
    Dello stato dell'azzienda dell'Ufizio de Fossi 163
  • Capitolo 2
    Proposizioni per assicurare all'Ufizio de Fossi il pronto, e totale rimborso di quello che egli spende per conto de' particolari 172
  • Capitolo 3
    Proposizione per evitare le spese inutili 182
  • Capitolo 4
    Proposizioni per rimediare alla scarsità dell'entrate proprie dell'Ufizio 185
  • Capitolo 5
    Della soprintendenza dell'Ufizio de Fossi 196
  • Capitolo Finale 205

4.4. Indice delle piante

  • Pianta generale del piano di Pisa I
  • Pianta del piano di Livorno II
  • Pianta della pianura di Bientina III
  • Pianta di livellazione e dimostrazione della spesa che si crede necessaria per la botte sotterranea stata progettata per lo scolo dell'acque di Vico eccetera sotto il letto d'Arno IV
  • Pianta del corso d'Arno dalla Cecinella fino al mare V
  • Pianta del corso del fosso di Ripafratta dal Serchio fino all'Arno VI
  • Pianta dei bagni di Pisa VII
  • Pianta della pianura di là dal Serchio VIII
  • Pianta di livellazione di Pietra a Padule IX
  • Pianta della pianura tra il Serchio e l'Arno X
  • Pianta della pianura tra Arno e il fosso Reale XI
  • Pianta del corso del fosso Reale XII
  • Pianta della città di Pisa XIII

[p. 215]


(revised 28-02-2000 ) Neri, Pompeo.
Elena Pierazzo

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