Proemio
noi in questo secondo volume provare in istorica guisa ed in aspetto filosofico che i pisani del secolo XIII il disegno promossero
ad un grado che far doveva la gloria loro e la delizia italica, resterà dimostrato ch'essi all'utile ed al piacere dell'uman
genere contribuirono grandemente e che per ciò hanno un dritto all'universale riconoscenza. In fatti fralle invenzioni concorrenti
alla felicità dell'uomo, non è da porsi in ultimo luogo quella delle Belle Arti, che dipendono dal disegno, mentr'esse dilettando
i sensi ed appagando l'intelletto non solo sono state molto necessarie ed utili agli uomini, ma ancora hanno viepiù renduta
piacevole l'esistenza loro.
Pertanto, se la seconda parte del primo volume a così bell'argomento, analogo al titolo della nostra opera pisana, appartenne,
or facciam premura di proseguirlo nel presente libro e tutta la prima parte, ch'è la maggiore, a lui consacriamo. E poiché
l'istoria della Scultura le darà principio, opportuno qui più ch'altrove giudicammo un ragionamento conciso delle diverse
epoche antiche di tal'arte, onde ci sia esso di scorta per devenire gradatamente a quelle che formò la Scuola Pisana del secolo
XIII, a tutto il XIV continuata e durevole.
Della Scultura pertanto, il più chiaro oggetto de' pisani e primo scopo del dir nostro, le diverse epoche verranno distinte.
Ma la vera epoca pisana, che dirla anche italica potremo, degna d'istoria comparirà luminosa e nuova allor quando gli Scultori
ed alla testa di loro il prodigioso Niccola, avanzando in mirabil modo il disegno e l'arte di scolpire in marmo ed in metallo,
dettero norma al resto dell'Italia.
L'Architettura e la terza Arte del dipingere non andranno inconsiderate in quei giorni. Circa alla seconda farem conoscere
che Pisa, esercitandola meglio ch'altrove, gode anche per tal conto il primato se non il pregio del vero suo miglioramento.
Nell'eseguir tutto questo, m'ingegnerò do osservar quel metodo atto ad agevolare la cognizione de' varj stili e de' cambiamenti
dell'Arte, senza farmi partigiano di chiunque; sbandita da miei scritti sarà ogni animosità sciocca contro alcuna nazione
ed ogni disputa vana e leggiera. Come altresì senza adombrare il vero merito e senza innalzare il mediocre, favellerò delle
opere migliori in guisa che il confronto dei caratteri ed il gusto dei tempi se ne rilevi; né dall'adottato sistema devierò
giammai. Trattandosi dell'Architettura, il Campo Santo pisano, uno de' più celebri edifizj del sec. XIII, verrà illustrato acconciamente; si rappresenteranno le
cose per quel che vagliono e con ispirito di biasimo giammai.
La seconda parte comprenderà l'istoria moderna de' pisani artefici che dopo i secoli bassi fiorirono, cioè dal principio del
XV a tutto il XVIII, argomento analogo alla suddivisata materia.
Diciotto tavole di rame indicante ognuna la miglior produzione di ciascun artefice più nominato, formando nobil corredo all'istoria,
porgeranno l'idea delle opere pisane ed utili riesciranno agli studiosi dell'arti, potend'eglino supplir con esse alla mancanza
dell'oculare ispezione, come per mezzo delle paste di vetro e degli zolfi fu soddisfatto al genio degli antiquarj. Attesteranno
in fine la più parte delle tavole il tempo e la fatica da me impiegata nel delinearle ed il fervido impegno che m'arde in
seno per sì nobile studio a pro degli amatori e de' maggiori nostri.
Sarò felice se, cogl'indicati mezzi, di questi la gloria avrò dispiegato in bella scena e se, fisso il pensiero alla massima
dimostrata ch'ad ingentilire ed a nobilitare la mente umana tendono l'arti belle, avrò sorte d'ingegnarmi a porgere con un
seguito di più grande utile storia i veri e più facili mezzi per ben instruirsene.
1. Aggiunta al Campo Santo illustrato in questo libro
La ritardata impressione del tessuto Proemio porta il vantaggio di poter noi la notizia di più monumenti aggiungere alla descrizione
del Campo Santo e quegli in primo luogo di un'antica romana iscrizione e d'una piccola arca sepolcrale.
1. Il marmo, contenente l'iscrizione, onoranza fu della riputata Chiesa di S. Sepolcro, mentre era egli incassato colle altre
pietre componenti l'inferior parte del lato occidentale del campanile, ove alla fabbrica di quel tempio si unisce. Il ch.
Cocchi fu il primo a pubblicarne i romani caratteri ed io a produrgli sul tomo 3 della prima edizione e della presente ancora
mi dichiarai secondo. Se il dipartirsi dall'antica sede ad un tal marmo convenne, ei può ben gloriarsi del nuovo soggiorno
illustre ed aspirare anch'esso al vanto di vestire, come romano, l'abito rosso che l'ultima moda pel vantaggio volgare gli
assegna.
2. Riguardo alla piccola cassa avverto, a scanso d'abbagli,
ch'essa coll'iscrizione sculta io aveva già
posta in luce alla pag. 318 di questo libro, non
perché allora nei loggiati del Campo Santo esistesse, ma
perché avendola fin da qualche tempo ritrovata nella
stanza ferale, ove in principio fu racchiusa, la riputai degna di
ricordanza. Dopo di una tal mia discoperta, oggi s'accorda
il pregio a chi la distaccò dal tenebroso albergo e per
conseguenza da Jacopo Sesto d'Appiano che ve la pose e
ch'ivi restò solo in aride ossa ed in poca terra
ridotto. Vien ella situata nell'atrio luminoso di faccia
alle dipinte storie di S. Ranieri e con ciò si ha riguardo
alla memoria di quel Jacopo di Vanni d'Appiano che il
Gambacorta uccise nell'ottobre del
13931, poiché le ossa di lui con quelle del figlio e del nipote la piccola urna serra. Del rimanente essa è nuda d'ogni lavoro,
meno che lo stemma gentilizio degli Appiani. L'iscrizione è nella faccia della piramide. Or confrontati gli originali caratteri
letti a chiaro giorno con quegli da me copiati fralle ombre ed esibiti come dissi, sufficiente uniformità vi ritrovo, sol
che segnai alcuni punti che non vi sono e, nella seconda linea, in vece di IACOBIQ. scrissi IACOBI AP.
Opportunità pur vuole che qui di passaggio narri d'esser'io stato informato di recente che le ceneri ritrovate nel predicato
sarcofago della Contessa Beatrice non furono in poca quantità, come alla pagina 289 ne scrissi, che altresì delle particelle
d'ossa eranvi unite e che il tutto risulta dall'istrumento rog. da M. Giov. Batt. Tortolini Not. Imper. nel settembre del
1810. Circa alla nuovità, che per caso mi giunse, delle piccole monete lucchesi e pisane ritrovate nell'arca, noi già sappiamo
che i pisani si serviron talvolta del conio lucchese innanzi al 1181, in cui le due città di Pisa e di Lucca convennero di
batter monete uniformi2. Riguardo alla pluralità delle medesime (che deve supporsi diminuita per le accennate anteriori traslocazioni dell'arca)
volgerei il pensiero al costume de' primi cristiani, che col cadavere più monete ch'erano in corso seppellivano per indicare
ai posteri il tempo della morte della persona quivi racchiusa, se mai inopportuno sembrasse il detto d'alcuni che i personaggj,
per distinguersi dai poveri, molte e ricche monete seguitarono per qualche tempo a porre sul corpo privo di spirito e per
l'oggetto ancora di pagar buona mercede all'avido Caronte.
3. Divertito il lettore da tal breve digressione, ei potrà meglio ascoltare che alle piccole urne cinerarie una ne fu aggiunta
circa a un braccio alta, con ornati di scultura e con questa iscrizione3:
D/S MANIBVS
STLACCIAE. ELPIDIS
A. STLACCIVS
EVTYCVS
COLLIBERTAE
BENEMERITAE
ET. SIBI.
4. Accennerò ancora fralle più piccole urne cinerarie quella che di figura ovale nella posterior parte ha piena la fronte
con qualche ornato di scultura. Vi trovo alcune parole tanto corrose, che ho scrupolo a produrle.
5. Non convien tacere ch'una bell'urnetta fu accompagnata all'altra già notata al num. 63 pag. 348. Sono entrambe della ex–nobile
famiglia Cosi Del Vollia, e l'iscrizione di questa, che incomincia V. M. POMPEIAE etc., da me fu posta in luce nel terzo volume
della prima edizione e replicata fu nel tomo stesso della presente.
6. In oltre si aggiunga un'urnetta simile in grandezza alle sopraccitate e di stile volgare, come pure d'una piccol'arca la
fronte4. La prima ha questa iscrizione in caratteri rossi non ben formati.
D. M.
AC. CALP. RVSTICI
BVOK VIX. ANNI. V
IX. CAIP. PHOTINVS
LIB. PATRONO
MRT
La fronte dell'arca è ornata di piccole figure di basso rilievo mutilate e goffe, che mi si dissero di stile etrusco e rappresentanti
un funebre convito. Qualche aspetto di verosimiglianza si potrà forse accordare a questo secondo giudizio; riguardo al primo,
lo crederei soggetto a più ponderate riflessioni, giacché certi caratteri goffi possono applicarsi a più tempi e a diverse
nazioni.
Conviene intendere esser mal'accorto avviso di molti il sentenziare con prestezza su i monumenti d'antica scultura. Io conoscendo
la difficoltà e dovendo altresì esser sollecito a compilar quest'opera, stimai dei sarcofagi prescelti del Campo Santo dir
nulla più di ciò che ne scrissi, in tuono non mai decisivo, nella prima edizione. Goderò ben'io di esserne meglio instruito,
se qualche penna, guidata per altro da dotta mano esperta, a tal'impresa si accingerà giammai.
L'accennar che di fresco cambiarono situazione anche le tavole di marmo colle memorie impresse de' chiar. Mattei e Lampredi
importerà poco. Importerebbe bensì agli amatori esteri e pisani il massimo riguardo agl'intonachi dipinti, quando si creda
per altro che lo spesso intronar delle pareti nuocer li possa.
Nella relazione del trasporto della smisurata cassa dal chiostro aperto nel loggiato settentrionale e di quant'altro v'è di
nuovo dalla mia descrizione del Campo Santo a tutto il 15 novembre del 1811 non credo di dovermi qui trattenere. Occasion
prendo con ciò di mostrar considerazione di que' cittadini e di quegli esteri ancora che uno spirito vestono ben coltivato
e che, al particolare affetto per le belle arti, quelle doti accoppiano che un intelligente vero costituiscono. Questi, di
ogni andamento del Campo Santo pisano scienti ed informati ancora di aver'io nella narrazione di esso, contra i doveri di
buon'istorico, allentata quella sana critica ch'altrove m'accompagna, del dispiacimento loro in voce e per lettera mi avvertirono.
In oltre, sebbene tenesser'eglino in quel conto che meritava l'articolo del giornale del dipartimento dell'Arno del 18 luglio
del 1811, ed abbenché questo dimostrasse pretensione di propalare un credito male appoggiato, pure riconoscendolo per uno
sfregio ai pisani, quasi che nella sfera delle arti ottenebrati giacessero, mi consigliarono al dovere di smentirlo. Io d'altronde,
mentre a cuor mi sta la difesa della patria, e mentre venerazion porto al consiglio di loro, di fermarmi qui su tale argomento
ricuso. Finalmente le proposizioni gettate nell'indicato pubblico avviso mal'accorte comparvero, e quella dello scampo ingegnosamente
recato a più di 80 sarcofagi ritrattata fu saviamente. Egli è ben giusto però di render noto qui meglio ch'altrove non feci,
che i pisani inclinazione professano alle cose patrie e che altresì la Repubblica Letteraria può render testimonianza se qualcuno
ne veglia, anche in genere d'arti e di bella antichità, a prestare officio di vero onore alla sua Pisa. Io in ultimo fra essi,
poco insinuante e niente clamoroso, l'umile avversa sorte da gran tempo soffrendo, più veglie impiego ne' miei geniali studj,
ed in essi volentieri, meno che in qualche spiacente operazione, i momenti della mia vita occupo e divido. I modi cortesi
ed onorevoli che mi si compartono apprezzo; do lode a quelli che iniziati nelle arti e nell'antiquaria intendono che non per
scienza infusa ma per calle spinoso al valore delle une e dell'altra si poggia; finalmente ciascuno esperto nella sua sfera
commendo. Con tali riguardi scrissi del Campo Santo senza violare il proponimento di tacere ciò che dispiacenza recar poteva.
E perché altresì non dispiace il proprio credito e perché il decoro dell'arti e l'amor patrio interessa, una piccola annotazione,
nelle consuete mie dolci tempre condotta, a piè dell'istoria del Campo Santo apposi. Questa, che la verità adombrata e confusa
rischiara, non potrà dispiacere a chi della veritade amico si protesta; oltre che dessa bastante esser potrà, io mi lusingo
a giustificarmi presso la mentovata classe dei dotti. Qualche mio libero sentimento quivi in isfumata guisa gettato riguarderebbe
la miglior bellezza di tal'edifizio, perché la bellezza in me sta in relazione dell'importanza e della qualità del soggetto.
Vera bellezza al parer mio, giacché si vuol ch'io l'accenni lungi da ogni avvilimento di biasimo, sarebbe quella d'arricchire
sempre più l'edifizio illustre di gravi antichi marmi meritevolmente scolpiti e scritti, e le operazioni di tal foggia, siano
antiche o moderne, piacemi di commendare. Relativamente agl'indicati preziosi addobbi ed alle dipinte vesti (ahi troppo lacere
pei replicati danni) che le mura intorno ricoprono, abbiasi pur esso il nome di nobil Museo che Cristina di Svezia per tali
ornati gli dette. Ogni altro mobile non lo abbella e gli disconviene. Per le opere di pennello in tavola o in tela condotte
esso mai non sarà. Le cappelle son locali disadatti e meschini. Se dalla umidità delle mura i quadri si discostano, dall'ambiente
impregnato d'umidi e salsi umori non si difendono. Un danno notabile in pochi anni forse non ne risulterà. Ma verrà un giorno,
come accade al quadro del S. Girolamo del Lomi, che gli sciroccali venti dominanti nella pisana pianura ed in queste ampie
logge racchiusi, oltre agli intonachi ed ai materiali delle muraglia da essi e più dagli uomini offesi, di nuovo guasto si
vanteranno.
Però di certi miei pensieri alla rinfusa esposti, per non esser disaggradevole alla voce dei savj, io non pretendo favorevole
il voto. Ognuno gli applichi pure secondo il proprio gusto e giusta le cognizioni più o meno estese che lo adornano. Io ambirò
soltanto di vederli ben'accetti a quei cultori delle arti che giudicar puonno con fondamento ed ai cittadini veri amici della
patria, giacché divulgato è il sentimento di loro e de' dotti in generale, cioè che nel suo grado nobile continuata fosse
quella grandiosa fabbrica, onorata memoria della magnificenza degli egregi antichi pisani, i quali, consacrandola alle pompe
funebri, pensarono con Ovidio ch'ivi
Facta ducis vivent; operosaque gloria rerum.
Haec manet, haec avidos effugit una rogos.
2.
PARTE PRIMA. Istoria delle belle arti nel secolo XIII
2.1. CAPITOLO I.
Vicende della scultura avanti l'epoca pisana
2.1.1. § 1. Origine di essa e qual fu presso gli egiziani
noi in questo secondo volume formar la gloria più segnalata dei pisani nel disegno sulla base fondamentale di pregiati monumenti,
ed altresì nostro pensiero essendo di tessere in primo luogo della scultura una istoria che cronologicamente ci conduca a
quell'avventurata epoca pisana che, tergendole in fronte il pallor di morte, a nuova vita richiamolla, ci sia lecito di adoprare
i versi del nostro maggior poeta:
Per correr miglior'acqua alza le vele
Omai la navicella del mio 'ngegno,
Che lascia retro a se mar sì crudele.
Vogliam dir di quei secoli nei quali erasi spento ogni lume di disegno, e di buon gusto, ed in cui la barbarie aveva gettate
sì profonde radici, che sembrava gloriarsi di poter esercitare il suo crudel dominio per tutti i secoli avvenire sul suolo
italiano, non men che sul greco esercitato lo avesse. Grazie però ai nostri concittadini ella dovette abbandonar l'Italia
e, se gli sforzi di essi non produssero in principio tutto quel frutto che fu raccolto dipoi, ciò accadde per quel destino
che accompagna le opere gloriose tendenti verso la perfezione, che i passi son lenti, lunga la fatica e infiniti i contrasti
per la natural tendenza degli uomini verso la corruzione e l'orrore. Non possono poi lodarsi abbastanza coloro che in qualunque
maniera contribuiscono ad incivilir le nazioni, o ciò accada ne' costumi, o nelle arti, che influiscono sopra questi. E se
i nostri pisani, come si prova con indubitati monumenti, furono i riparatori dell'architettura e della scultura in ispecie,
arti nobilissime che tanto contribuiscono ai piaceri ed ai comodi della vita, avranno eglino alla gratitudine di tutti gli
uomini e di tutti i secoli venturi un eterno diritto.
Dell'architettura molto campo ci dette di ragionare l'argomento dell'altro volume; diremo in questo, senza obliar la medesima
quando farà d'uopo, della scultura principalmente, come di quell'arte che si avanzò sopra di ogni altra nel secolo XIII. E
per provare a quante vicende ella in addietro soggiacque, giusta la concepita idea, ne cominceremo una breve istoria dal suo
nascimento. Già si vuole avvertire che sotto il nome di scultura deesi intendere non solo la statuaria, ma ogni arte che lo
scolpire, il modellare, l'intagliare, l'incidere e il fondere ha per oggetto.
Lascieremo da parte le favolose ed incerte opinioni e non valuteremo neppur quelle di Plinio, che attribuisce a Dibutade Sicionio
per opera dell'amante sua figlia l'invenzione d'imprimere coll'argilla e di assodarla nel fuoco, né quella di altri che fanno
inventori della plastica Reto e Teodoro di Samo, prima che i bacchiadi esuli da Corinto in Sicilia pervenissero. Osserveremo
bensì essere stata facil cosa che gli uomini, portati dalla natura all'imitazione di lei, trovassero ben presto l'arte di
rappresentarla col mezzo vivissimo della scultura e molto tempo prima che immaginassero quella di esprimerla con i colori.
Diremo inoltre che le prime materie da loro adoperate fossero l'argilla e la cera, come le più flessibili e di agevol maneggio
e indi a poco il legno e l'avorio, molto più facili a ridursi di quel che lo siano il marmo ed il bronzo5.
Che poi dall'Asia venissero alle contrade d'occidente i primi lumi della scultura non men che dell'architettura, ne sono una
prova i libri sacri. La torre di Babele, il Tempio di Gerusalemme ricco di lavori di bronzo, fabbricato da Salomone, il vitello
d'oro, i Cherubini fusi nel deserto sono i primi monumenti memorabili di queste arti6. Né più addietro spingeremo il pensiero, perocché si hanno generalmente dai critici per favolose le due piramidi inalzate
in Siria dagli antediluviani, colle quali prevedendo eglino due diluvj di acqua e di fuoco, di conservar credettero alla posterità
le notizie istoriche sulle scoperte fino allora fatte7.
Gli egiziani, che furono i primi ad abbracciar l'idolatria per secondar questa loro malnata inclinazione, avranno coltivata
la scultura meglio che gli ebrei non fecero, ai quali espressamente proibiva la legge di formare statue. E già sappiamo che
adoravan essi, fin dai più remoti secoli, Giove Ammone in figura di ariete e Cam in appresso sotto simil effigie8.
A Ermete Trimegisto filosofo egiziano contemporaneo ai discendenti di Noè si attribuisce l'invenzione de' geroglifici. Che
poi avanti ancora del gran Legislatore la statuaria in certo modo si esercitasse in Egitto, egli medesimo lo insegna ne' quattro
libri del suo pentateuco, vietandola agli israeliti. Non mancano autori greci e romani, e fra questi Strabone e Tacito9, che in prova dell'argomento nostro rammentano la magnificenza dell'egiziana Tebe, deducendola dagli augusti avanzi che con
sorpresa ammirarono in essa. Il medesimo Strabone10, nel far la descrizione di un tempio ch'egli vide in Egitto, si esprime che vie eran profuse molte opere di scultura e parla
degli avanzi della tanto celebre statua di Mennone scultore di Egitto con magica lira in mano, onde Giovenale scrisse11:
Dimidio magicae resonant ubi Memnone cordae.
Altri antichi scrittori, oltre l'enumerare i magnifici tempj ovunque inalzati al dio Apis, al Sole in Eliopoli12, in Sais a Minerva, encomiano il gran numero delle statue, degli obelischi tebani ed alessandrini indicanti l'artificio di
quei popoli nell'incidere le dure pietre della Tebaide. Ci descrivono in oltre i laberinti memorabili per le colonne di porfirea
breccia, pe' tempj e per le statue degli dei13, commendano il Mausoleo di Osimande, in cui gigantesche figure facean le veci delle colonne e finalmente l'obelisco di Ramesse,
opera di venti mila uomini, rispettata da Cambise nell'incendio di Eliopoli e da noi tuttora ammirata nell'ornatissima Roma14.
Celebrate da Erodoto padre della storia e da Diodoro di Sicilia sono le tre piramidi presso Menfi, bastantemente note perch'io
non ne additi la straordinaria mole delle pietre e l'operoso lavoro delle sculte figure geroglifiche15. Potrei ancora ricordar con Erodoto medesimo, fra tante altre smisurate moli in forma piramidale che furono antichissime
in Egitto, le due che s'innalzavano nel mezzo del gran lago fatto ad arte da Meride alte trecento piedi ed aventi ciascuna
di esse una statua colossale sul vertice. Così consultando molti viaggiatori de' giorni nostri, tra i quali il Caylus, il
Dupuy, il Cook, come più esatti e fedeli si distinsero16, facil cosa sarebbe allegare altri monumenti in prova delle sorprendenti antichità egiziane, che il tempo e la barbarie rispettarono
non distruggendole affatto. Ma tutto ciò tralasceremo di riferire, contenti di aver detto abbastanza per dimostrare a qual
segno portò il genio degli egiziani l'arte nostra con grande sfoggio di operoso, se non elegante lavoro, come portò quella
dell'architettura da noi già trattata nel primo volume17. E lasciando a Plinio l'esame18 se ambedue furono ingrandite dalla sola vanità di que' monarchi e non dall'utile, abbracceremo volentieri il parere di quegli
scrittori che provano il popolo d'Egitto essere stato industrioso inventore di cose utili e grandi e di aver gettato i primi
semi dell'arti liberali.
Finalmente per provare l'antichità della scultura di volo si accenni che Omero19, primo pittor delle memorie antiche, belle nozioni ci porge della statua di Minerva, detta il Palladio, di quelle d'oro del
salon d'Alcinoo, della corazza di Agamennone e dello scudo d'Achille con figure ravvivate dall'azion del fuoco e dalla natura
de' metalli; onde convengasi che tali e diverse opere di bulino e di scalpello dimostrano essersi l'arte nostra esercitata
con vigore nel tempo dell'assedio di Troja20. Ma or passiamo a ritrovarla ordinatamente prima in Italia e quindi nella scuola de' greci, ove ingrandita il suo maggiore
avanzamento ricevette. Un tal ordine ci vien prescritto dagli antiquarj che scrissero delle belle arti. On les voit, dice
il conte di Caylus, formès en Egypte avec tout le caractère de la grandeur; de là passer en Etrurie, où ils acquierent desparties
de détail, mais aux depens de cette même grandeur, être ensuite trasportés en Grece.
2.1.2. § 2. La scultura presso gli etruschi
Senza che noi consultiamo Ateneo, Eraclide Pontico, o altri vecchi greci, egli è indubitato per la molteplicità de' dissotterrati
monumenti in marmo ed in bronzo, di quegli in sottile argilla tenuti in pregio anche a' dì nostri e delle molte incisioni
in pietra, che la scultura e l'arte statuaria dagli etruschi grandemente si coltivasse. Ce ne assicura Plinio, scrivendo signa
quoque Thuscanica per terras dispersa, quae in Etruria factitata non est dubium21. Narra egli nel luogo stesso che da Bolsena a Roma trasportarono i romani trionfanti duemila statue, e altrove che Numa promosse
in Roma l'arte italica con istabilimenti vantaggiosi agli artefici di plastica e di metallo. Ove poi del sepolcro del re Porsenna
fa ricordanza, si esprime che dagli etruschi ancora si eressero colossi e piramidi a somiglianza degli egiziani22.
Divisato così di passaggio il valore dei toscani nell'arte nostra, non disamineremo, perché a questo luogo non appartiene,
se gli etruschi dagli egiziani attinsero le prime nozioni dell'arti in generale, o se vi si applicassero senza scorta alcuna.
Che dessi fossero inventori della plastica e dell'arte fusoria, ciò non apparisce dal fin qui detto e potrebbe anche negarsi
seguendo il parere del Ch. Tiraboschi23 contro quegli che asseriscono essere stati i toscani della plastica medesima e delle statue di bronzo inventori.
Gioverà qui soltanto allegare che son diversi autori che la prima epoca etrusca riguardo a tale oggetto ripetono dalla venuta
de' pelasgi in Italia detti ancora tirreni, che dettero il nome alle tirrenie contrade e che ne' contorni di Pisa etrusca
principalmente si stabilirono. Così pensa il Winckelman24 ed altrove osserva la somiglianza del più antico fare etrusco coll'egiziano, verosimilmente derivato dal reciproco commercio
di queste due nazioni, opinione abbracciata dal sopraccitato Conte di Caylus25.
Dagli scritti ancora del medesimo antiquario tedesco, si raccoglie che la caratteristica di molti monumenti etruschi dimostra
che questi popoli prima coltivarono le arti, che i greci dar sapessero una regolar forma alle opere di loro. In fine, dalle
opere etrusche indicanti la mitologia de' greci potrem' dedurre che, dalla seconda emigrazione di questi popoli, accaduta
circa a tre secoli dopo Omero secondo la cronologia d'Erodoto derivò il miglioramento della scultura etrusca, ma in guisa
tale, che al più alto grado di perfezione si sollevasse26.
Un tal raro vantaggio essa bensì godette nella Grecia, sede fortunata allora di tutte le belle arti e di tutte le scienze;
ed è ciò che brevemente osserveremo nel seguente paragrafo.
2.1.3. § 3. La scultura presso i greci
Per non dipartirmi dal sistema propostomi, non andrò indagando se la greca scultura ebbe i primi lumi dall'asiatica o dall'egiziana
scuola piuttosto che da quella d'Italia e se per avventura ne fu la sorgente il commercio. Siccome della statuaria regionando,
che secondo il pensiero di alcuni fu la prima applicazione de' greci, non accaderà esaminarla ne' suoi principj semplici e
consimili a quegli degli egizj e degli etruschi, come apparisce se le più antiche medaglie greche co' più antichi lavori toscani
in bronzo si confrontano, né la ricercheremo nell'Olimpiade LX, allorché Pisistrato tiranno d'Atene la promosse. Perocché
chi n'è vago può rintracciarne orme non lievi in Pausania, in Platone ed in Aristotile, l'ultimo de' quali accenna alcune
industriosissime statue di Dedalo in legno esistenti nell'età sua, onde ne nacque la favolosa invenzione d'Icaro suo figlio27. Siccome in Virgilio, in Diodoro di Scilia ed in Francesco Giunio troverà egli ciò che riguarda alle opere architettoniche
di questo ateniese, che superiore agli altri dell'età sua fu denominato il padre dell'architettura e della statuaria.
Bensì ritrovando l'arte nostra, quando acquistò bellezza ed espressione, sorprendente requisito che luogo dette alla favola
di Pigmalion con sua Donna viva28, ho dritto di rinnuovar la memoria della epoca in cui, per man de' greci, un notabile aggrandimento ricevette29.
Ciò fu sotto il governo di Pericle circa a venticinque olimpiadi dopo la scuola del surriferito artefice, e nell'ottantatreesima,
cioè trecent'anni incirca dopo l'edificazione di Roma. Fidia, esecutor felice delle nobili idee dell'ateniese oratore, formò
co' suoi talenti onorevol fregio a quest'epoca. Plinio, di lui scrivendo, s'espresse che non potrebbesi mai abbastanza lodar;
e fralle principali opere insigni di sì celebre maestro ripone la statua di Giove Olimpico in Elide, ed in Atene la Pallade
cum sit ea cubitorum viginti sex, ebore haec, et auro constat30. Sappiamo per attestato di Omero, di Seneca e di Francesco Giunio31 che sull'avorio, una delle prime materie dopo il legno e l'argilla da noi già indicate, si esercitarono i greci artisti,
e che formarono anche a' tempi del commendato artefice alcune statue di legno colla testa e le mani di marmo denominate acroliti.
Una tal epoca illustrano le produzioni ancora degli emoli di Fidia e degli scolari suoi distintamente ricordate dal medesimo
Plinio, e fra queste il Vulcano di Alcamene ateniese, noto eziandio per gli scritti di Cicerone sulla natura degli dei.
Che la statuaria nell'Olimpiade LXXXVII e con più straordinario avanzamento nella CIV fiorisse, sicura testimonianza il surriferito
storico veronese ne porge. Fan chiara comparsa nel primo tempo Scopa autor di un Bacco bellissimo in Gnido, Mirone eccellente
nelle opere di bronzo32, Pittagora Leontino, quel di Reggio e Policleto, artefici tutti encomiati da Plinio e da Pausania e l'ultimo da Quintiliano
per la somma diligenza e pel decoro grandemente lodato. Un cenno del gran tempio di Giove Olimpico innalzato da' cittadini
di Agrigento non sembra inopportuno a questo luogo, se ascoltiamo Diodoro, che all'Olimpiade XCIII ce lo descrive di sculture
adorno e superiore agli altri di Sicilia per magnificenza e per grandezza.
Ma la sopraccitata Olimpiade CIV segna altra epoca della nostr'arte più insigne per opera di Prassitele nativo della Magna
Grecia, che allo stil sublime di Fidia aggiunse eleganza e bellezza. Prassitele (così Plinio si espresse) nella gloria del
marmo superò se stesso. Egli fu uno di que' genj felici che, oltrepassando i confini de' loro studj, giunsero, per quanto
all'uom si concede, al sommo grado di perfezione. Nobilitò Atene nel ceramico, non meno che le città di Coo e di Gnido colle
rinomate sue belle Veneri; e colla statua di Cupido ignudo Tapsia e Pario colonia della Propontide si abbellirono. Ma notissime
essendo queste ed altre opere di lui per gli scritti principalmente di Plinio e di Cicerone, troncando ogni cosa superflua,
passeremo al bel secolo di Alessandro.
Egli è avviso comune degli storici che da esso dee prendersi l'epoca più luminosa della scultura riguardo alla gran copia
degli onorati artefici ed alla bontà delle opere di loro. Atene, Sparta, Sicionia ed altre città greche gareggiarono per viemaggiormente
abbellirsi di sì pregiati monumenti. Sono da ricordarsi, fra i moltissimi, il celebre statuario Lisippo Sicionio, che fiorì
con Alessandro nella CXIV Olimpiade, affinando lo stile elegante e bello che da Prassitele, come si disse, ebbe incominciamento.
A lui seicento dieci opere si attribuiscono. Le più famose descritte si trovano in Pausania ed in Plinio. Attesta Quintiliano
ch'egli si accostò al vero con tanta eccellenza che il gran Macedone da lui soltanto ritrar si fece e da altri non mai. Così
nella pittura praticò l'istesso eroe con Apelle33. Si fa chiara nei sopraccennati scritti di Plinio la fiorita scuola di Lisippo, ove primeggia Cares di Lidia noto per l'opera
straordinaria del gran colosso del Sole in Rodi, la quale atterrata anche a' dì nostri si ammira.
Stima l'autor medesimo che cessasse l'arte in Grecia nell'Olimpiade CXX, poco dopo Alessandro Magno e che Tolomeo nell'Egitto
e Seleuco nell'Asia la ricovrassero34. Nella corte de' re seleucidi ella fiorì con tal successo, che gli artefici colà stabiliti disputarono la preferenza a quelli
che erano rimasti nella Grecia. Sotto i Tolomei, essendosi, come succede in simili rivesci, incominciato a veder nel paese
delle opere greche giudico che perciò, anzi che abolita, fosse stata corretta la maniera tenuta sin allora dagli artefici
egiziani nell'operare; ed ecco in Egitto le sculture che io chiamo della seconda epoca. Son parole del Winckelman alle autorità
di Teofrasto e di Luciano appoggiate35.
Seguitando il sopraccitato Plinio, come altri fecero troviamo che l'arte caduta anche nell'Egitto dopo i Tolomei, risorse
alquanto in Grecia nell'Olimpiade CLV36.
Ricadde in seguito, e non molto dopo l'indicato tempo, cioè quando i romani vincitori soggiogarono quella provincia e de'
più preziosi monumenti disadorna la rendettero. Vi respirò di bel nuovo, allorché dessi raddolcito il bellico costume e guidati
dalla vanità di ornar le proprie ville di statue insigni, la protessero.
Roma finalmente in sen l'accolse e, per mezzo di greci artefici quivi concorsi e di que' romani che sull'esempio di loro l'animo
accesero alla cultura delle belle arti, ella ne divenne l'emporio.
Graecia capta ferum victorem coepit, et artes intulit agresti Latio...37
2.1.4. § 4. La scultura coltivata da' romani
Fiorì la scultura sotto Giulio Cesare, ma la più bell'epoca sua fra' romani fu nei fortunati giorni di Augusto, come lo fu
presso i greci nel celebrato tempo di Alessandro. Quell'illuminato monarca la richiamò coll'architettura all'antico splendore
e, proteggendo ed incoraggiando gli artefici le piazze, il foro, i tempj e gli anfiteatri di belle statue decorati si videro38. Il favor di Caligola e di Nerone essa pure godette, se non che il primo pel genio suo stravagante non le giovò molto. Ispirato
il secondo più dal lusso che dal buon gusto, spogliò la Grecia di statue, delle quali 500 ne annovera Pausania tutte di bronzo
tolte al solo tempio di Apollo in Delfo, e chiamò a Roma Zenodoro celebre39 per le statue colossali, a cui l'immagin sua alta 110 piedi fece scolpire.
Ma tralasciando, per servire alla brevità, qual fu lo stato dell'arte sotto Vespasiano, Tito ed altri imperatori, getteremo
uno sguardo sui tempi di Trajano, di Adriano e degli Antonini e la troveremo in essi onorata e florida al sommo.
Imprendendo il primo opere grandiose, le apportò un vantaggio considerabile e la ricca superficie della rinomata colonna,
il più pregiato monumento de' tempi suoi, tuttora ce lo addita.
Adraino poi favorì grandemente l'arte nostra. Premiando egli e distinguendo gli artefici che nel sapere stettero a confronto,
se non superarono, gli antecessori maestri, fece imitare in Roma il vero stil greco, oltre l'egiziano e l'etrusco. La protesse
in Atene e vogliono alcuni ch'esso ancora la esercitasse. L'Antinoo di Belvedere viene attribuito a que' giorni, non meno
che i due Centauri di marmo bigio nel Museo Capitolino esistenti.
La statua equestre di Marco Aurelio, che tuttavia con sorpresa si ammira in Campidoglio, giustifica l'animo di lui e lo stato
felice dell'arte sotto gli Antonini.
All'opposto l'arco di Settimio Severo ne' suoi bassirilievi dimostra che, sotto di esso, una non indifferente rivoluzione
traviando dal naturale e dal vero ella soffrir dovette.
Ma se degenerò in tal epoca la scultura in Roma, con maggior lustro della pittura ella si mantenne40 ed il suo total dedicamento fissar si può sotto i tiranni sollevati dopo Gallieno, cioè circa alla metà del terzo secolo
prima di Costantino. Se l'architettura superiormente all'altre due sorelle anche per breve tempo si mantenne come a suo luogo
nel primo volume osservammo, egli è molto verosimile che ciò accadesse per esser'ella stata determinata da alcune regole e
misure invariabili e fisse.
Finalmente quella disavventura stessa, che dalle guerre, dal soverchio lusso e dalla discordia prodotta finì di distruggere
Atene, Tebe, Sparta ed altre greche cittadi illustri, e che Roma ancora, la magna Grecia, la Sicilia e l'Italia tutta barbaramente
afflisse, cagionò l'ultima ruina delle arti. La scultura fra queste non men che le altre depressa abbandonò affatto le contrade
romane, né valsero a trattenerla le cure di Teodorico e nemmen quelle di alcuni romani, degli avanzi dell'antichità solleciti
conservatori. Mancati i cultori delle arti e corrotto il gusto, il favore de' mecenati sovrani non vale. Pensano alcuni, e
fra questi il Winckelman, che la scultura un asilo trovasse nella nuova Roma, cioè presso gl'imperatori bizzantini, conciosiaché
nel solo tempio di S. Sofia si contavano più di 450 statue dei migliori antichi maestri e di non poche simili opere di scultura
le piazze ed altri luoghi pubblici erano adorni. Ma in Italia, per l'opera de' barbari invasori, checché ne pensino il Muratori
ed il Maffei, come ancora per lo zelo de' cristiani non ben misurato ed intento a distrugger gli avanzi della religion de'
gentili, ella divenne sì contraffatta e deforme che appena di scultura il nome in lei si riconobbe. Finalmente anche Costantinopoli
e la Grecia tutta soggiacque alla stessa sciagura.
Né qui accaderà perdersi ne' secoli barbari per rintracciarla ne' chiostri dei monaci, ove molti vogliono che taciturna e
meschina colle due sorelle e colle scienze tutte si rifugiasse. Solo in qualche costa marittima talvolta errante si vide,
o dove a persone illustri, secondo il Procopio ed il Winckelman, qualche statua ben cattiva si eresse, perché tutto spirava
desolazione e barbarie. Vero è per altro che le arti in quanto al meccanismo non si perdettero in Italia giammai.
Conchiuderemo pertanto che la scultura, dopo la caduta dell'Impero romano, al fatal destino delle due arti sorelle soggiacque
e che a nulla giovarono le cure di Carlo Magno e de' sommi pontefici Eugenio II e Leone IV per richiamarla. E se per essa,
dopo il lungo corso di 700 e più anni, spuntò fortunatamente un'alba foriera di quella chiara luce che condusse i bei giorni
del Ghiberti, di MichelAngelo, del Sansovino e di altri insigni scultori, ciò fu per opera de' nostri pisani: argomento glorioso,
che imprendiamo ora a trattare.
2.2. CAPITOLO II. La scuola pisana di scultura nel secolo XIII
2.2.1. § 1. Le prime opere che verso il fine del XII e ne' primi anni del secolo XIII fanno epoca nell'arte
Destinata la bella e piacevol'arte della scultura principalmente per ornar le fabbriche di rinomanza,
ne addivenne che sfigurata e raminga, qual si lasciò poc'anzi, fu accolta ed esercitata in Pisa contemporaneamente all'architettura.
E se ne' principj suoi non tenne dietro in bontà all'arte sorella, come già fu detto nella istorica narrazione del secolo
XI e del XII ancora, se gli ultimi trenta anni in circa si eccettuano, or noi dimostreremo che ben presto godette il favor
fortunato della nazione e che per lei il disegno estinto rivisse. Pertanto riferendo ad essa ciò che a Pandolfo Malatesta
scrisse il Petrarca:
Però mi dice 'l cor, ch'io in carte scriva
Cosa onde il vostro nome in pregio saglia.
Un edifizio per gran ventura illeso, il mio bel S. Giovanni, propongo agli amatori eruditi qual modello della scultura che
in Italia risorge. Questo le maniere progressive a chi sa vedere ne conserva e mostra per quali vie giungesse poi la scultura
allo stato di adulta nelle scuole dei celebri maestri Niccola e Giovanni. Io trarrò la prova di quel che asserisco dagli ornati suoi. Far qui altre parole non debbo di quelle statue espressamente
fatte per ornar le cime delle piramidi e le nicchie del reparto superiore della rotonda mole, perché già ne parlai allor quando
l'arte stavasi tutta umile ed avvolta in rozzo ammanto. Ma bensì lo sguardo volgendo agli ornati del primo architettonico
giro, mi fo gloria di avergli ravvisati il primo per memorie singolari di quanto mi son proposto di ragionare e spiacemi che
il Vasari, trascurando di riconoscere questi primi monumenti dell'arte che risorge, ne porgesse un'idea svantaggiosa affatto
indistinta e confusa.
Primieramente, diverse figure che son di basso rilievo nei fianchi de' pilastri della porta orientale ci dimostrano come da
esse, allontanandosi a poco a poco la pristina maniera rozza, un albore di miglioramento vi traluce, plausibile effetto della
emulazione de' pisani co' greci e altri stranieri invitati o volontariamente concorsi e tutti componenti una scuola che, florida
e numerosa, gareggia. In fatti, se coi lavori sopraespressi alcune teste in alto collocate si confrontano, ben si scorge che,
eccitato nell'animo di quegli emuli maestri il coraggio ed un ardor più violento a pro del disegno, l'arte viemaggiormente
si affina e cresce anche in bontà nell'architrave della porta settentrionale, nel fregio e nel soffitto di uno degli archi
della porta orientale e finalmente in varii spartimenti di meandri bellissimi e di rosoni41.
Ma ciò che dimostra quanto rapidamente Pisa diresse i suoi sguardi verso la nobile e difficile arte nostra egli è certo il
sopracciglio dell'indicata porta, dove il marmo è sculto con diversi gruppi di figure intere e non è ingrato il movimento
onde alcune di esse dal fondo quasi si distaccano.
Una tal opera di scultura che dovette esser fralle ultime del nostro tempio non sarà da noi mal assegnata ai primi anni del
secolo XIII, di cui si ragiona, se ci ritornano alla memoria i progressi, in principio veloci e lenti in appresso, dell'architettonico
edifizio. Siccome attribuiremo agli ultimi trenta anni circa del secolo XII i lodati antecedenti lavori, ne sarà stato vano
il pensiero di parlarne a questo luogo per non troncar la via retta del primo miglioramento dell'arte. Or sembra di dover
passare a conchiudere come cosa di fatto, che tanto questi di qualche buon principio di disegno non privi quanto il sopraornato
della porta orientale son monumenti insigni, che formano la prima epoca dell'arte risorgente in Italia e l'epoca seconda della
scuola pisana. Pertanto, a comprovar l'opinione, una figura al fianco dei pilastri di detta porta ed una parte del commendato
epistilio prescelgo ed entrambe esibisco nelle due prime tavole di rame.
Nella prima il Redentore colla croce in mano traente dal Limbo i vecchi padri si esprime; si rappresenta nella seconda la
predicazion del medesimo alle turbe. Ma poiché non basta in una opera rilevar soltanto il significato ed il rito, ma esaminar
deesi il merito dell'autore, noi abborrendo lo stile degli ammiratori appassionati, che tutto per meraviglioso agevolmente
dichiarano ed esaltano da entusiasti anche gli uomini di nessuna fama per armadioni dell'umano sapere, diremo del primo in
semplici parole ch'ei non è scevro del barbarismo del secolo, ma che giustifica la prefata asserzion nostra. Egli è condotto
d'assai basso rilievo e fa chiaro lo sforzo dell'artefice nell'atteggiamento non ingrato del Redentore e nella sveltezza di
lui. Il panno, per quanto vesta rozzamente e con due sole pieghe le membra, inclina a discoprirle; le mani al naturale si
accostano e posano i piedi oltra l'usato, ciò che intesero a stento e scultori e pittori anche nell'età postuma di Cimabue.
Una consimil maniera di panneggiare e di figurare il Redentore vedesi in alcune miniature del secolo XI. Ma tralasciando l'esame
delle altre due figure meno felici e di far parole nuovamente di molte altre indicanti una medesima scuola di artefici più
o meno valenti, come dal taglio delle pieghe, da certi trafori ne' capelli e nelle barbe, dalle mani con lunghe e secche dita
si raccoglie, passeremo alla seconda tavola in rame.
Ella è una parte del suddetto epistilio, che a differenza delle altre delinear mi piacque come meglio conservata e che la
maestria del resto del lavoro scolto può indicar di leggieri. Quella meraviglia ond'io restai compreso, l'originale in principio
osservando, io mi lusingo destar si possa dal mio disegno in chiunque porta amore ed intelligenza a qualunque prodotto dell'arte
ed alla storia della medesima; e Dio ci guardi da proporlo a quella classe di persone che i soli Raffaelli apprezzano e che,
alla vista d'ogni altro lavoro, si disgustano. Il vero amatore comprenderà chiaro un artefice della prefata scuola, ma che
superiormente agli altri regolando con più raffinato gusto l'incerta mano procura di svilupparsi dal tenebroso velo della
barbarie collo studio e coll'industria. In prova di che vedesi in gran parte sbandita la spiacente sproporzionata goffezza
delle figure, una certa bontà nelle mosse introdotta e corretta in gran parte la stravaganza delle mani stravolte e dei piè
ritti. Ma oltre la sveltezza, il piegar sottile e facile delle vesti si distingue e porge bastante idea che l'autore tenne
dietro all'antico e che si studiò d'imitarlo42. Se nell'altro libro ci gloriammo di aver palesato per mezzo de' caratteri il pregio del nostro archetipo marmo, biasimando
coloro che, scrivendo delle arti barbare, trascurarono il doveroso riflesso di fare ovunque minute ricerche per distinguere
il più rozzo del meno rozzo e i diversi gradi del miglioramento, or goderemo di averlo meglio divulgato coll'utilità della
stampa. Godiamo eziandio di riputarlo il più bel monumento di quei giorni or che l'ultimo nostro viaggio per l'Italia ci dette
campo di osservare i bassirilievi del Batistero parmense contemporanei al nostro per tal memoria incisa nell'architrave della
porta settentrionale:
Bisdenis demptis annis de mille ducentis
Incepit dictus opus hoc Sculptor Benedictus.
Siccome altr'opera di quest'autore anche più goffa ci comparve in un paliotto di marmo nel duomo della medesima città di Parma,
e non meno infelici si osservarono le sculture dell'esterior parte e dell'architrave in ispecie di una delle porte meridionali
del duomo di Modena, di quello di Piacenza, di S. Andrea di Vercelli e di molte altre chiese quasi coetanee da omettersi a
scanso di lunghe citazioni.
In fine importerebbe alla gloria della patria il discoprire il nome ed i natali del dotto artefice dell'illustrato monumento,
ma raro è che il piacer si abbia di ritrovar simili memorie nel periodo di tempi sì oscuri.
2.2.2. § 2. Gruamonte ed una serie di scultori dell'epoca pisana sopraindicata
Abbiamo stimato convenevol cosa alla materia di questo capitolo il far conoscere, prima che da esso ci dipartiamo, alcuni
scultori che lavorarono vicino a Pisa nel tempo di cui si ragiona, cioè dagli anni Settanta in circa del secolo XII in poi,
e non ci dispiacerà di assegnarli alla scuola dell'epoca sopraindicata e di porli nel numero di quei tanti maestri che prestaron
l'opera di scarpello nel sopraencomiato edifizio.
Per incominciare dal migliore artefice e da quello che più si accosta nello stile al suddetto monumento, egli sarebbe al certo
quel Buono decantato dal Vasari e da noi citato sul fine dell'altro paragrafo, se vero fosse ch'egli scolpì nell'architrave della porta di mezzo di S. Andrea
di Pistoja l'adorazione de' Magi, ma sarà per noi un certo Gruamonte maestro esperto, come pure Adeodato fratello di lui, avendo letta l'iscrizione incisa in fronte a quel marmo e l'altra nel disotto di esso in questi precisi
termini:
1. FECIT HOC OP GRUAMONS MAGIST. BON:
ET ADODAT FRATER EJUS
2. TUNC ERANT OPERARII VILLANUS ET PATHUS FILIUS TIGNOSI
A. D. M.CLXVI.
Un tal bassorilievo, nelle figure intere rappresentanti il viaggio e l'arrivo dei re Magi al presepio, lo stile della scuola
pisana della seconda epoca, malgrado le ingiurie del tempo, non asconde. Altresì della prima epoca si palesano le figure meno
felici e rozze dell'angiolo, di Zaccaria, dell'Annunziazione e della Visitazione scolpite a piccol rilievo nei capitelli reggenti
l'indicato architrave, nel destro dei quali l'autore scrisse MAGIST. ENRICUS FECIT.
Non si può negar la lode al nostro Gruamonte di essere stato anche architetto, perché a lui si deve il disegno del tempio di S. Giovanni fuorcivitas della città medesima di Pistoja, leggendosi a chiare note nell'arco di mezzo della facciata principale.
GRUAMONS MAGISTER BONUS FECIT HOC OPUS.
Or l'opinione sovraesposta della prossimanza dello stile del suo bassorilievo con quello di Pisa, e che foss'egli conseguentemente
della scuola pisana di scultura fiorente nel battistero di Diotisalvi varrebbe a persuederci ch'ei, profittando dell'occasione, divenisse allievo di un tal maestro nell'arte di fabbricare. Osserveremo
in seguito che fu proprietà stimata de' più bravi artefici pisani di questo secolo di essere sì nell'architettura che nella
scultura instruiti.
Valida conferma al fin qui esposto ella è al certo, come lo fu nella prima edizione su tal oggetto, che il chiaris. autore
dell'elogio di Giunta inserito nel tom. I degli Uomini Illustri Pisani, dopo di aver fatta osservazione oculare sul mentovato bassorilievo di Gruamonte, si spieghi: Esso è scolpito in un lastrone di marmo pisano... d'una maniera che facilmente scorgesi simile a quella del
bassorilievo scolpito parimente in un gran lastrone di marmo pisano e collocato sopra l'architrave del battistero di Pisa.
Ei ne confronta l'identità dello stile e crede di poter inferire che il detto bassorilievo pisano, meglio conservato del pistojese,
sia lavoro di Bonanno contemporaneamente alla fabbrica di quel tempio, ciò che ha molto del verosimile.
L'autore altrove citato delle memorie della sagrestia de' belli arredi di Pistoja presenta un piccol disegno della prefata
opera di Gruamonte in tavola di rame43. Ei ricorda in oltre dal medesimo scultore inciso colla cena del Nazzareno un altro architrave sulla porta settentrionale
della chiesa pistojese di S. Giovanni fuorcivitas, che da lui architettata dicemmo, in virtù della riferita iscrizione che replicata leggesi senza che una lettera manchi nel
predetto architrave. Una tal ripetizione, come giustamente osserva il signor Ciampi, non pone in dubbio che Gruamonte autore non fosse del lavoro di scultura della facciata principale e di tutto l'ornato ancora. Di questo la disposizione architettonica
propria del secolo ne commenda, la descrive quasi uniforme al fare da me dichiarato alla pag. 426 del tomo primo e la dice
a sufficienza svelta e grandiosa. Circa agli archi di sesto acuto adoprati nelle parti orientale e meridionale di tal fabbrica,
conviene egli stesso che prima del secolo XIII fra noi s'introducessero; ed io già dissi che ne profittò Buschetto ove gli fecero comodo, come fece Diotisalvi di altre qualità del germanico stile ove gli servirono d'ornato.
Ma ritornando alle precitate iscrizioni relative a Gruamonte, convincon esse di molti abbagli il Vasari ove parla del risorgimento delle arti. Egli o non le vide, o stette a chi gli
confuse l'adiettivo col sostantivo, perocché nella vita d'Arnolfo non riflettendo che Gruamons Magister bonus, parole intere scolpite replicatamente nelle indicate parti del S. Giovanni, facean chiaro il significato di quelle abbreviate
Magist. bon, nell'architrave di S. Andrea attribuì francamente al suo favorito Buono, oltre l'architettura della detta chiesa di S. Giovanni, la scultura eziandio dell'architrave pien di figure, dic'egli colla
solita frase, fatte alla maniera de' Goti. In contrario poi il nome proprio di Buono architetto, sopra a cent'anni più giovane di quello adottato dal Vasari e dal nostro accurato Baldinucci in appresso, trovasi
chiaramente segnato nella facciata di S. Salvatore della stessa Pistoja con tali note impresse sopra di un marmo bianco.
ANNO MILLENO BIS CENTUM SEPTUAGENO HOC PERFECIT OPUS QUI FERTUR NOMINE BONUS PRAESTABANT OPERI ... etc.
Altro scultore della scuola pisana ravvisammo nella città nominata e la facciata di S. Bartolommeo ci mostrò l'opera di lui
nell'architrave della porta maggiore. Le figure di Cristo e dei dodici Apostoli quivi scolpite con istile inferiore sembran
dicevoli piuttosto alla prima che alla seconda epoca pisana. Omettendo l'iscrizione allusiva alla sacra rappresentanza, riportiam
le parole nel disotto dell'architrave incise:
RODOLFIN. P ANNI MCLXVII.
Rodolfini opus credemmo di leggere nella prima edizione ed in altre oltre giudicammo pisano quest'artefice, perché si trovò in due istrumenti
in pergamena dell'Archivio diplomatico rogati nel 1156 Rodolfino del q. Gerardo pisano allivella ec.44.
Biduino finalmente è quello scultore di cui or mi piace di far memoria e di riporre cogli altri del secolo XII cadente, donde l'istoria
della scultura pisana incominciai. Conservando mai sempre 'l costume usato d'investigare ovunque minutamente le opere de'
bei secoli non solo, ma le spiacevolissime ancora de' tempi barbari, senza che oltraggio alcuno ne soffrano i sensi e senza
che l'animo se ne disgusti presi cognizione di quest'artefice fino dal tempo in cui m'apparecchiava a compilare la prima edizione
ove ne scrissi come appresso.
Adoprò egli i suoi scalpelli, per quanto ci fu palese, per la chiesa di S. Cassiano nelle vicinanze di Pisa e per Lucca circa
all'anno 1180. L'opera che per questa città condusse fu il bassorilievo nell'architrave della porta laterale della chiesa
soppressa di S. Salvatore, che di sua mano si manifesta per le parole quivi intagliate:
BIDUINO ME FECIT HOC OPUS.
Ma altro simil marmo più magnificamente storiato egli condusse per l'architrave della porta maggiore della suddetta chiesa
di S. Cassiano, che ha luogo in quest'opera nella prima parte del terzo volume. La resurrezione di Lazzaro e l'ingresso del
Salvatore in Gerusalemme son le istorie a piccole figure intere di bassorilievo quivi rappresentate. Notabile è il numero
di esse, che coetanee sono alle pistojesi e che nello stile presso a poco a loro si accompagnano e, conseguentemente, anche
ad alcune del battistero pisano. Vi si leggono queste due iscrizioni ben conservate:
1. HOC. OPUS. QUOD. CERNIS. BIDUINUS. DOCTE. PEREGIT.
2. UNDECIES. CENTUM. ET. OCTOGINTA. POST. ANNI. TEMPORE. QUO. DEUS. EST. FLUXERANT. DE. VIRGINE. NATUS.
Se il nostro Biduino, come da tali note si raccoglie, non praticò sull'esempio di alcuni suoi contemporanei l'util costume di segnar col nome
anche la patria, gratuitamente a noi si conceda che in grazia d'aver egli operato nelle vicinanze di Pisa in tempo ch'erasi
trasferito in lei l'emporio delle arti, lo ascriviamo con Gruamonte all'ingegnoso stuolo di que' pisani che applicar si dovettero, con altri quivi concorsi, agl'immensi lavori a opera d'intaglio
e di scultura delle fabbriche illustri.
Opportuno a questo luogo è il dare un cenno che la struttura magnifica di questa pieve comprova lo sfoggio pisano dei primi
due secoli verso l'architettura e indica l'imitazione in parte della maniera dei tre nobilissimi esemplari da noi divisata
sul fine del primo volume. Anche in tale edifizio, di belle arcate semicircolari adorno, alcune se ne trovano di sesto acuto,
ma soltanto in poche finestre, ciò ch'è a proposito dell'osservazione anche poc'anzi allegata.
Persona illuminata dallo studio delle scienze e dell'arti belle e conoscitrice per giusti fondamenti delle diverse maniere
più o meno barbare, con lettera del 14 marzo di quest'anno 1811, a me direttamente disapprova che in un opuscolo stampato
di recente (ove per incidenza si fa parola dei pisani monumenti) si dica che le opere dei sopraccitati scultori Bonanno, Gruamonte,
Biduino ec. ultimi fiati dell'arti morienti mostrano sicuramente lo stato d'arti moribonde e non bambine, come taluno le ha
chiamate, ed aggiunge che se non dovessimo dar vanto a quegli artisti rispetto all'età in cui vissero, sarebbe piuttosto desiderabile
che perisse ogni memoria non tanto dell'opere, ma del nome loro. Io credo di non avere scritto fin qui né poco, né da enfatico
su tale argomento: sentiamo l'autore della lettera che l'istorico mio sistema delle arti de' mezzani tempi convalida e onora.
Ma questo assoluto giudizio quanto nuovo e singolare, altrettanto contrario alla teoria ed al fatto toglie alla nostra Patria
le primizie di quell'onore che anche in età più remota è ad essa dovuto nel risorgimento delle arti. Bisogna non sapere qual
fosse il loro stato meschino fra il settimo ed il secolo decimo primo e non averne mai considerate le sculture, che pure tuttora
abbiamo e che veramente possono dirsi gli ultimi tratti della decadenza dell'arte, per collocare in pari grado le predette
opere dei pisani scultori. Essi erano già stati eccitati a migliorare alquanto la scultura dalla notabile elevazione dell'architettura,
quando per opera di Buschetto e di Rainaldo fino dai primi anni del secolo XI si vide sorgere il sontuoso duomo pisano e particolarmente
la stupenda sua cupola ovale, di cui a ragione fa le meraviglie il criticissimo Milizia. Ora ognun sa che il miglioramento
d'una delle tre arti sorelle porta seco necessariamente il miglioramento delle due rimanenti ed il fatto fra noi lo conferma.
Par forse poco trovare un Bonanno, che nel 1180 getta in bronzo la porta maggiore di quel tempio con figure ed istorie ed
aggiunge nell'iscrizione che aveala fatta con un nuovo sforzo del suo talento, mea arte, e nel 1186 getta altra porta istoriata
per la cattedrale di Monreale in Sicilia: porta che, per relazione di artisti espertissimi che l'hanno considerata, è senza
paragone men rozza e più corretta di quella superstite ancora nella nostra Primaziale e detta la porta di S. Ranieri; in Sicilia,
io dico, ove a quell'epoca non mancavano artisti, e greci artisti, e fonditori di metalli, come asserisce con prove di fatto
l'Arcivescovo Testa nelle vite di Guglielmo e di Federico. Se ciò sembrasse poco, perché più non abbiamo la porta maggiore
di Pisa e non abbiamo sotto gli occhi quella di Monreale, volghiamoci alle sculture d'altri Pisani contemporanei di Bonanno,
cioè all'architrave ed annessi del battistero pisano, all'altro di S. Andrea di Pistoja, eseguito dal buon maestro Gruamonte
nel 1166, e alle fronti delle tre porte della Pieve di S. Cassiano presso Pisa, opere di Biduino del 1180, ed osservando senza
prevenzione le mosse delle figure, la precisione, la diligenza con cui son fatte, dovremo concludere che queste sculture son
ben diverse da quelle informi e strane che ci restano dei tre secoli precedenti e che realmente altro non sono che i primi
passi al miglioramento della scultura del medio evo per opera dei Pisani. Resti pure al nostro celebrato Niccola la gloria
di avere il primo insegnato a far uso dei cimelii dei marmi greci e romani degli aurei secoli, sieda pur esso maestro e ristoratore
principale dell'arti italiane 45, ma non si neghi a' pisani scultori, che d'un secolo la precederono, il pregio d'aver diretti i primi passi a questa per
la città di Pisa gloriosa ristorazione, e noi conserviamone intanto gelosamente le opere e i nomi.
2.2.3. § 3. Niccola
L'ordine cronologico a tesser c'invita il maggior argomento dell'arte pisana. Non più di quei concittadini che trovar seppero
delle scintille di luce frall'ombre, ma onorata istorica menzione di due scultori pisani far deesi, i quali a più chiaro giorno
semi non fallaci gettarono nel vasto campo del disegno, in cui Pisa non men che in quello della guerra ad imitazione del grande
Alessandro esercitava i figli suoi. Niccola e Giovanni sono quei genj felici, dei quali intendiamo di ragionare. Essi furono che di coraggio non iscevri si affaticarono di far
grandeggiare i prodotti del terren fertile in modo da insegnar la via di raccorre un frutto più maturo ai susseguenti coltivatori.
Per tal cagione, si meritaron eglino il titolo glorioso di primi ristoratori del disegno e dell'arte nobile della scultura.
Niccola per altro l'onore primario ne dimanda e noi, dietro a ciò che nel 178746 incominciammo a scriverne, ci lusinghiamo con debile ingegno di assicurarglielo.
Appoggio il più fermo ed incontrastabile dell'istoria nostra fiano al certo i monumenti di cultura che tuttora vegliano tanto
in Pisa che altrove del prefato maestro. L'esposizione che d'essi faremo, corredata dai sinceri e sottili esami per quel poco
lume che ci somministrò l'antico studio, e quei disegni ancora che col mezzo dell'incisione porrem sotto gli occhi dei veri
amatori saran prove bastanti, io spero, a dimostrar che Niccola è senza contrasto il primo che l'epoca del miglioramento sensibile del disegno illustra e ch'apre una scuola, che alla senese
ed alla fiorentina dà norma. Dee pertanto importar molto alla storia ed alla posterità il saper novella di lui in più amplia
e vera guisa che il Vasari, il Baldinucci ed altri moderni scrittori non dettero.
Se Niccolò fu già esperto nell'arte nel 1225, come vedremo in appresso, vuol dire che nel 1207 almeno incominciò a maneggiar gli scalpelli.
Ma poiché, cadente il sec. XII e nei primi anni del XIII, prendea maggior vigore la scuola di scultura in Pisa pel gran lavorìo
degli ornati del suo battistero, che non per varie congetture ma per istorico raziocinio allora s'incaminavano al suo fine,
e poiché altresì vuol ragione ch'ultime fossero quelle opere che il passo migliore alla ristorazione dell'arte dimostrano47 ed ultimi in conseguenza i pisani maestri di loro, mal ragionato pensiero non sembra che questi servissero di guida alla
tenera mano del nostro artefice e non quei goffi, greci maestri , come fu malaccorto avviso del Vasari. Disgombrata pertanto
l'inverosimiglianza ch'ei, senza ricever da alcuno i primi rudimenti, l'arte esercitasse, egli è altresì vero che dalla maniera
dei maestri suoi si dipartì ben presto.
Favorito dalla natura del più fervido talento, sentì di buon'ora nell'animo una vivace impressione del bello, ed alla magica
imitazione delle opere insigni degli antichi in Pisa esistenti si rivolse. Sovra d'ogni altra destò in lui il desiderio d'imitarlo
quel sarcofago rappresentante gli amori di Fedra verso Ippolito che gl'inviti della matrigna ricusa: prezioso avanzo della
buona antichità, la cui illustrazione darem fra poco, perché il merito qui se ne taccia. Nella strada di questi nuovi studj,
ei non ebbe altra guida che il proprio talento e dette ben presto a divedere il rapido progresso dei medesimi e gli effetti
del suo natural genio, che all'arte bella della scultura invitato lo aveva.
Non intendo di formar qui un preciso ed intero catalogo di tutte le opere di lui, ma giova al mio assunto delle più valevoli
il far ampia ricordanza e il dimostrare che l'Italia tutta chiamò il nostro Niccola ad oggetto di adoprarlo in opere di grande impegno da me tutte con meraviglia osservate nelle città sue più celebri.
La culta Bologna, tosto che risuonò la fama di questo valente scultore, lo invitò a far prova de' suoi scalpelli in occasione
che nella chiesa dei Domenicani far doveasi con grande sfoggio d'opera d'intaglio e di figure a bassorilievo l'urna di marmo
destinata a racchiudere il mortal velo del Patriarca S. Domenico. Ciò nell'anno 1225 accadde e non andò deluso il desiderio
dei Bolognesi, perocché dietro al parere d'intelligenti osservatori noi non dubitiamo di reputar bellissimo per quell'età
il sepolcro; e se una tal opera non ha per noi il primo posto fra quelle di Niccola, ella è per altro da valutarsi fralle migliori, che dai pisani maestri ristoratori in quest'epoca si facessero mai. Conciosiaché,
per servire alle intraprese istoriche fatiche, mi determinai di ritrarre colla matita la fiancata del bolognese monumento
ch'è rivolta a Levante e che ora mi fo un dovere di mostrarla nella terza tavola di rame. La rappresentazione è allusiva alle
storie di S. Domenico, lo stile è tanto prodigioso perché anteriore a quelli del pergamo di Pisa, di quel di Siena e de' bassirilievi
collocati nella facciata del duomo d'Orvieto, tutti stupendi lavori di Niccola che verranno a suo luogo illustrati. Ma procedasi a far di questo un breve ed imparziale esame, che supplirà in parte ai
difetti del nostro disegno.
Non manca il nostro bassorilievo di additare a qual segno già condusse Niccola l'arte dello scolpire molto più avanti che i suoi maggiori non fecero. In esso ben si discuopre una composizione non iscevra
soltanto del barbaro costume, ma ben immaginata; spiccano le cognizioni, non sempre intese dai nostri moderni, di vestire,
d'atteggiar con proprietà le figure e di distaccarne alcune dal suo piano secondo la verità de' gruppi. Il volto del santo
genuflesso è vivo nel freddo marmo, come quello dell'Angelo, di cui Dante diceva:
5Giurato si sarìa, che 'l dicess'ave
48.
I profili di alcune teste e gli andamenti delle barbe son condotti in foggia tale, che danno indizio dell'imitazion più felice
del gran Michelangelo, e questi di fatto ammiratore al certo esser dovette di quest'opera pisana, come noteremo in appresso.
Passando a far parola dei bassirilievi che fregiano gli altri lati dell'urna, non omettiamo d'indicar in essi una consimile
maniera. In oltre, nel destro reparto della sua fronte, ella è ben espressa la caduta di un cavallo e la naturalezza di coloro
a sollevare intenti il cavaliere che precipitò di sella. Questa vivace rappresentanza offre un chiaro argomento delle considerazioni
di Niccola su bei modelli antichi. Se poi in queste opere di scultura, la sveltezza ed un'egual bontà nelle teste costantemente praticata
non trovasi, noi già sappiamo che tutti i maestri in certi immensi lavori l'ajuto adoprarono degli scolari più esperti, ma
sempre ad essi molto inferiori nell'arte; oltre di che, non abbiasi l'insana pretensione di trovar ognora nelle opere di quei
giorni la buona scelta, l'eleganza e la proporzion locale di ciascun oggetto. Accennato in fine il pulimento del marmo greco
o lunese che sia (notabile cosa in quel tempo in cui s'ignorava un tal finimento dell'arte), passeremo a dare altra notizie
non inopportune dell'arca, di cui ragioniamo.
Alcuni scrittori, e fra questi l'Orlandi, il Borghini ed il Masini49, avendo data una confusa e talvolta erronea nozione circa agli autori ed al compimento del nobil mausoleo di S. Domenico,
fa mestiero di qui dichiarare che, riguardo alla cassa sepolcrale storiata, essa ebbe principio da Niccola Pisano nel 1225 e fu dal medesimo perfettamente compiuta nel 1231.
Così ci attestano le cronache di Bologna, quelle del Convento e dietro di esse il Vasari; e trovasi ovunque concorde la caratteristica
de' soprallodati bassirilievi. E se la combinazione che un certo Niccolò da Bologna, nome consimile a quello del nostro scultor da Pisa, vi prestasse molto posteriormente la sua opera cagionò talvolta equivoca
interpretazione, come forse accadde al mentovato Masini, ogni ambiguità dilegua la chiara notizia vegliante in autentiche
carte, che nel 1469 fu ordinato dal Senato che a pubbliche spese si terminasse con un maggior abbellimento il mausoleo. Il
Vasari stesso ne porge lo schiarimento parlando di Niccolò da Bologna nella vita di Jacopo della Quercia. Ma consultando il Melloni50, ei scrisse di recente: Deputarono quelli del Senato suddetto quattro signori i quali formar facessero un'elevata cima o
tribuna di candido e fino marmo da perito scultor lavorata. L'eccellente artefice prescelto all'opera fu Niccolò da Bari allevato
in Bologna, il quale cominciò a metter mano al lavoro, secondo dice il Piò, nell'anno 1469 travagliandovi intorno quattro
anni ed ornandola di statue, di festoni e di altri somiglianti fregi. A questo scultore, che lasciò imperfetto il lavoro perché
la morte lo prevenne nell'anno 1473, sono attribuite le statue de' SS. Francesco e Procolo, e quelle dell'Angelo a sinistra
dell'ara. Se si ascoltano il Vasari e Raffael Borghini, frai maestri che in appresso adoprati vi furono deve annoverarsi Michalangelo Bonarroti, a cui si attribuisce il lavoro dell'Angelo opposto al suddetto ed il S. Petronio in alto collocato, notizia molto onorevole
all'arte pisana. Un certo Girolamo Cortellino si vuole autore della statua di S. Giov. Batista e del nuovo imbasamento storiato
Alfonso Lombardo da Ferrara circa all'an. 1532 per attestato del Vasari. Dell'antica base fatta con somma fatica dal nostro pisano artefice, ne parla
il Piò negli Uomini Illustri Domenicani51 e noi ne riportiamo le precise parole inserite nell'opera sopraccitata del Melloni. Esso, cioè Niccolò da Pisa, formò un
nuovo sepolcro di candidissimo e finissimo marmo levantino greco sostenuto da dodici Angeli, tre per ogni quadro, che al presente
dentro e sotto il reliquiario si trovano, e vi scolpì dentro alcuni miracoli del Santo con ottanta figure. Un volume mss.
di Praga son parole del suddetto Melloni52 citato dai Bollandisti aggiunge che il detto sepolcro stava innalzato sopra di alcune colonne. Un tal uso architettonico
in vero fu praticato sovente in eriger pulpiti e mausolei, come dalle nostre carte risulta.
Col fin qui detto avrem' noi rischiarato quant'era d'uopo per conoscere indubitatamente l'antico autore del nostro bassorilievo,
anzi delle quattro facce storiate dell'arca di S. Domenico di Bologna, e quegli che in appresso di varj ornamenti la condecorarono.
Siccome natural ragione vuol che senza scrupolo si creda che il titolo di Niccolò dall'Arca meritasse il nostro pisano scultore e che alcuni a Niccolò Bolognese, sol per abbaglio cagionato dalla uniformità del nome, lo assegnassero53. In fatti non sembra esser dovuto quell'onorifico titolo a chi, due secoli dopo, una parte del soprornato aggiunse a un'arca
artificiosamente, e con fatica da un più antico maestro istoriata, e terminata con molta sua lode, essendo tenuta cosa singolare
e la migliore di quante opere insin'allora fossero di scultura state lavorate54. Dopo la commendata opera, il nostro scultore fece in Lucca per la facciata sotto il portico del tempio di S. Martino una
deposizione di Cristo dalla croce ove son figure di mezzo rilievo in marmo con somma diligenza e finimento condotte.
Ma l'ordine dell'istoria a favellar ci guida di una delle migliori opere di Niccola. Ella è il pulpito di S. Giovanni di Pisa la più chiara prova ch'ei fosso nato per meritare il glorioso titolo di restauratore
del disegno e della scultura: monumento singolare che attesta quanto di fatica e di studi aggiunse Niccola al dono di natura, e qual divenne mediante i lumi che trasse dagli antichi modelli sull'insegnamento di Orazio: Vos exemplaria
Graeca nocturna versate manu versate diurna. Egli infatti senza questi soccorsi che gli somministrò la Patria non avrebbe
potuto avanzar l'arte dimolto col disegno de' supposti suoi maestri della seconda epoca pisana. Or se nel primo volume illustrando
il bel S. Giovanni fu d'uopo di descriver quest'opera di scultura fatta nell'an. 1260 come dall'iscrizione quivi riportata
risulta, e se per l'artifizio adoprato nelle figure sculte e per gl'inusitati pregi della ricca composizione e dell'espressione
caratterizzar si dovette per una delle più stupende del secolo, egli è ben dovere che a questo luogo noi la facciam conoscere
anche a' lontani, dandone una fedel copia col mezzo della stampa, ajutati dall'esperta mano del sig. Saverio Salvioni, a cui
per questi e per altri soccorsi di simil genere professiamo la più sincera gratitudine.
Deesi avvertire che il nobile edifizio è cavato di prospettiva per chi entra dalla porta orientale con precisione di misure,
e che l'adorazione de' Magi posta nel bassorilievo di mezzo se non confronta nella rappresentazione, il pulpito osservando
dall'indicata parte, è quella che ci piacque di preferire pel magistero dell'arte, ond'è condotta superiormente all'altre
storie, e per la maggior sua efficacia in dimostrare quanto il genio novello dalla vecchia maniera insensata e timida prodigiosamente
si diparte. In essa in fatti spicca, com'ognun vede, il buon ordine di comporre una certa bontà di mosse e d'espressione,
un disegno caratterizzato e vario, il distacco di alcuno figure ed il piegar delle vesti giudizioso e ricco. Pregi son questi
affatto nuovi in quel tempo e dimostrativi a qual segno promosse l'arte il prodigioso maestro, ma che per altro non sempre
si trovano insieme uniti nelle opere stesse di lui. La soprallegata ragione ci mosse a porre nell'angolo destro del reparto
di mezzo non la figura di tondo rilievo, che da questa parte nell'originale si osserva, ma una di quelle che fanno ala alla
nascita del Nazzareno, da noi già commendata per l'intelligenza delle membra ignude, per la posizione e per l'attitudine,
se non per la sveltezza.
Questa figura, com'altra giacente, e quella voltata in ischiena fralle componenti il giudizio universale delineato in iscorto
nel nostro rame, provano sul fatto che, ricorrendo Niccola ai greci romani fonti, non piccole nozioni col raro ingegno suo felicemente ne attinse confrontandole colla natura: tanto
è vero, che le belle opere han più vigore in un animo sensibile, che gli ammaestramenti altrui. Con ciò sempre più si conferma
che il nostro artefice la prima intelligenza nell'arte ricevette dall'epistilio di sopra nominato e che, dal bassorilievo
che adorna il sepolcro della madre della Contessa Matilde, trasse lumi non pochi per condurre le opere sue meravigliose. L'antique
a toujours été regardé, par les habiles de tous le temps, comme la regle de la beauté55.
Se forse per l'amor della Patria mostrò Niccola il massimo impegno per l'opera soprallodata, meravigliosa non meno e non men
bella fu l'altra che egli fece di finissimo marmo lunese pel duomo di Siena nell'anno 1267.
Innalzandola sull'imbasamento di nove colonne di granito, quattro delle quali posano sul dorso di leoni e di leonesse, altrettante
sul suolo e quella di mezzo sul gruppo di nove statue di mezzano rilievo, ei corrispose col massimo impegno all'onorevole
invito che gli fecero i Sanesi lodevolmente intenti ad ornare il duomo loro e premurosi di avere in esso un pulpito simile
a quello di Pisa. Siccome non meno i Sanesi corrisposero a lui col riguardo lodevole di conservare il monumento insigne fino
a' dì nostri, sì terso ed intatto che ogni amatore, dal piacer compreso in rimirarlo, tanta stima professa a chi vi presiede,
quanto biasimo reca ai trascurati conservatori di quello di Pisa.
Mentr'io del pulpito senese contemplai l'artificio, mi proposi di asserire a questo luogo della mia opera pisana, che l'immenso
lavoro, ond'esso è nobilmente adorno, può dirsi con franchezza una meraviglia per quell'età, e che nel lavoro si trovan cose
anche migliori delle soprallodate del palpito di Pisa. E per il vero una fra queste è la figurina svelta e panneggiata all'antica,
posta in angolo sulla destra del bassorilievo, ch'esprime la nascita del Nazzareno, storia meglio composta di quella di Pisa.
Nell'altro quadro indicante l'adorazione de' re Magi spicca il distacco di alcune figure, di altre l'espressione e la naturalezza
de' cavalli. La Presentazione e la fuga in Egitto occupano il terzo quadro ove, nelle teste de' vecchi dicevolmente caratterizzate
e venerande, si fa chiaro il modello degli scultori e de' pittori che venner dopo. La strage è piena di spirito e le altre
storie non mancano di mostrare or fierezza, or dolore, or dolce aria nei volti e difficoltà negli scorti. Finalmente osservate
alcune figurine di tutto rilievo che fregiano ciascun angolo dell'ottangolare edifizio architettonico, ella è cosa che sorprende
come in quel tempo si ravvivassero alcune teste e si piegassero i panni con certi partiti di crespe che a' dì nostri per verità
non si vedono, e come nel far gl'ignudi e gli scorti nelle figure si dasse ai marmi rotondità e vivezza oltre l'usato. Chi
brama avere una giusta idea e comprender meglio di quest'opera di scalpello, l'immensa fatica e l'artificio, può consultarne
l'autor ch. delle Lettere sanesi nel suo primo tomo. Diremo in fine che da questo bel monumento uscirono i primi maestri di
scultura di qualche merito in Siena ed in Firenze, ed il nostro pensiero fondato sulle accurate e lunghe osservazioni sarà
convalidato dall'autorità di un estimabile documento che riporteremo in appresso.
Or altri preziosi monumenti porremo dinanzi agli occhi dei leggitori eruditi, che con quello del giudizio universale ornano
la ricca facciata del duomo d'Orvieto. In quest'opera Niccolò superò se stesso con molta sua lode, attestò il Vasari, e noi,
se qualche figura poco felice nella sveltezza ed alquanto dura ne' contorni vi si eccettua, la ravvisiamo per una nuova conferma
che lo scalpello di Niccola portò molto lume e principio di buon disegno a tutta l'Italia56. Nel Paradiso vedesi lo sforzo dell'artefice nel far viva la bellezza di quel beato regno e nell'esprimere il giubbilo delle
anime al corporeo velo congiunte. Nell'inferno poi, con bizzarra immaginazione, scolpì le più stravaganti ed orrende figure
rappresentanti gli abitatori di quella città dolente; e così al vivo ritrasse l'aspro tormento degli uomini perduti che in
rimirargli quei versi di Dante si rimembrano.
Diverse lingue, orribili favelle
Parole di dolor, accenti d'ira
Voci alte e fioche, e suon di man con elle.
Dopo di aver detto abbastanza della rarità dell'ingegno di Niccola nella scultura, uopo è il narrare ch'ei non fu men accreditato architetto che scultore. Non son poche le notizie comprovanti
che, diretti i suoi studj all'arte architettonica, ornato egli divenne di nobilissime cognizioni, che per tal dote ancora
fama di lui precorse con ali veloci tutta l'Italia e che ne conservano eterna testimonianza le città di Venezia, di Bologna,
di Firenze, di Siena, di Viterbo, d'Arezzo, di Cortona, di Volterra, e di Pisa.
Il disegno della chiesa e del convento di S. Domenico di Bologna fu la prima opera di architettura che fece Niccola circa all'anno 1231, tempo in cui egli eseguiva i già commendati lavori di marmo per l'arca di S. Domenico.
Ma dove ben presto egli spiegò il suo talento nell'arte di fabbricare, fu nella città di Padova, perché quella colta nazione,
nutrendo l'idea nobile di erigere un tempio di non ordinaria struttura al Santo protettore di lei, che di recente dai vivi
erasi dipartito, ne ordinò il disegno e la soprantendenza ne dette a Niccola Pisano. Oltre le cronache padovane son molti gli storici che lo attestano, e fra questi il Vasari, il Filibien, il Milizia, il Saviolo
ed il Papebrochio, il quale così si esprime, cujus artifex, cioè del tempio fuit Nicolaus Pisanus illa aetate celebris artifex
anno Domini 123157.
Alcuni dei nominati scrittori vogliono che nell'anno suddetto avesse incominciamento la prima parte del tempio e che la seconda
dal presbiterio in poi, se la cupola ch'è sopra fatta nel 1424 si eccettua, fosse edificata qualche tempo dopo dal medesimo
Niccola il quale innalzò, e più svelte rendette le navate laterali, che girano dietro il coro. Ma checchè sia di ciò il tempio bellissimo di S. Antonio di Padova egli è vasto, grandioso e di una bell'intesa struttura. Come tale noi con piacer lo ammirammo reputandolo opera onorevole
al pisano artefice e superiore alle altre chiese che nella Lombardia e nella Romagna ancora circa a quel tempo si fabbricavano,
nuova conferma che sovra gli altri architetti portavano il vanto i pisani.
Non men degna di rinomanza è l'altra gran chiesa dei Minori Conventuali detta S. Francesco de' Frari in Venezia, fatta col disegno di Niccola. Ella pure ci comparve magnifica ed ornata qual ce la descrisse il Vasari.
Anche nell'architettura volle Niccola prestare il suo servigio alla Patria. Quivi il Palazzo degli Anziani eresse, di cui si servì Cosimo pel convento detto il palazzotto della soppressa Religione di S. Stafano; come ancora il disegno
dette di altri palagi e chiese, e fra queste di quella di S. Michele in Borgo per ciò che fu fatto nel 1229 sotto l'Abate Guido.
Ma la piú bella e capricciosa architettura che facesse Niccola fu il campanile della Chiesa di S. Niccola di Pisa. Ravvisandola noi per una prova luminosa dell'ingegnoso maestro, ne diamo il disegno nella quinta tavola di rame,
come di cosa che interessa la storia dei progressi dell'architettura. Fa meraviglia che fin ad ora un tal pensiero non venne
ad alcuno illustratore d'ogni specie di simili produzioni, e che tampoco i cronisti e gli autori della vite degli uomini celebri
nelle arti, toltone il Vasari, ne abbiano fatta ricordanza. E s'egli ha corso eziandio la sorte di tante altre rarità sfuggite
agli scrittori de' viaggi loro, niun conto facendone il Cochin, il De la Lande, Adamo Chiusole ed altri, speriam noi di supplire
alla mancanza altrui e di accrescer fama anche per questo conto al nostro pisano architettore, facendone considerar l'interna
parte, ove si aggira intorno una scala ideata con arte somma e con nobiltà di materia. Non istaremo a dire ch'essa all'alta
cima del second'ordine conduce per gradini comodi ed in numero dispari, giusta il costume degli antichi riguardo agli edificj
sacri, e che lodevolmente ella è da ripiani interrotta. Non additeremo l'interno vuoto, circolare, perfetto fino al piano
dell'ordine superiore, ove si cangia in poligono di sedici lati ch'esternamente adornano sedici colonne di marmo bianco isolate
e rotonde, né che quivi altra scala sorretta da colonne dell'indicato marmo conduce al giro esagono delle campane, onde la
cupola in piramidal forma si distacca. Siccome non accaderà far qui minuta ricerca delle dimensioni varie della fabbrica,
perché tuttociò si può riscontrare agevolmente nel nostro rame. Gioverà bensì por mente all'indicato pregio dell'arte, osservando
nella lodata scala che la capricciosa invenzione, lo scompartimento, il decoro e la distribuzione contenta e diletta gli occhi
de' riguardanti. Egli è infatti principale officio di un ragionato architetto il procurare che nella sua fabbrica parte alcuna
non siavi ch'alla necessità ed insieme alla leggiadria di tutte le altre parti non corrisponda. Qui la semplicità nel tempo
stesso derivata dall'intelligenza dell'autore ed il buon legame si ammira; ed il tutto essendo così egregiamente collocato
riguardo al sito, alla forma e all'ordine, l'altra allegata prerogativa, cioè la nobiltà dell'ornato chiara risplende. Non
vil materia di sasso e di calce, abbellimento volgare della più parte delle moderne fabbriche, né ordinarj pilastri, anch'essi
comuni, ma pietre salde ben lavorato in arco a opera di quadro vestono le concave pareti, e nobilissime colonne di varj marmi
e di graniti fanno alla giudiziosa scala leggiadro e stabile sostegno58. In tutta l'arte dell'edificare non troverai cosa alcuna insegna l'Alberti59 che quanto all'opera, alla spesa e alla grazia tu l'anteponga alle colonne. Eppure gran tempo non è, che posporre se ne videro
alcune ai pilastri, senza che la nobil materia ond'eran composte le difendesse da tale ingiuria. Diremo delle nostre che lisce
e rotonde son collocate a piombo prive di zoccolo, se in poche più corte un basso plinto si eccettua. L'altezza è di cinque
braccia in circa, se ne contano sette in ogni giro e tutte son ventiquattro. Sino alla decimaquinta, cinque di granitello
orientale se ne trovano; son le altre di marmi cipollini, brecciati e mischi; e le ultime nove di marmo bianco pisano appariscono60. Spiccano poi tutte principalmente per la funzione di loro ch'è molto notabile. Ognuno con facilità la comprende, ammira
gl'intercolonnj per l'effetto dilettevole che ne risulta, gli archi zoppi circolari reggenti la salita delle volte e gli architravi
ancora, che mostrando il vero modo degli antichi legano giudiziosamente col sodo delle pareti. Frai capitelli composti, avvene
un corintio da notarsi, che a qualche antico edifizio appartenne.
Ma finalmente si ascolti il Vasari ricordato sovente, perché il giudicio di lui non meno esperto architetto che dipintore,
al caso nostro molto rileva. Egli, dopo di aver dato all'autor della nostra torre il primato di fondar sui pilastri e di voltarvi
gli archi, si esprime così: ma la più bella, la più ingegnosa e la più capricciosa architettura che facesse mai Niccola fu
il campanile di S. Niccola di Pisa dove stanno i Frati di S. Agostino. Ne rileva alcuni pregj e quindi prosegue: La qual capricciosa
invenzione fu poi con miglior modo e più giuste misure e con più ornamento messa in opera da Bramante architetto a Roma in
Belvedere per Papa Giulio II, e da Antonio da S. Gallo nel pozzo ch'è a Orvieto d'ordine di Papa Clemente VII, come si dirà
quando fia tempo61. Ecco un nuovo argomento, onde sempre per indubitato si tenga, che i valenti artefici del secolo felice videro e presero
norma dalle opere tanto di scultura quanto di architettura del nostro celebrato maestro Niccola, come di esse il primo singolare Ristoratore. Ma un tal glorioso nome a lui viemaggiormente conferma la bella fabbrica di cui passiamo adesso a ragionare.
Nella città ragguardevole di Firenze gran desio ebbe Niccola di fare sfoggio de' suoi talenti. Dopo di essere stato adoprato nella fabbrica della badia di Settimo lasciata imperfetta dal Conte Ugo, e dopo ch'eresse la piccola chiesa della Misericordia sulla piazza di S. Giovanni ed il monastero delle Donne di Faenza62 nella città predetta, innalzò quivi il più bel monumento del suo sapere nella chiesa di S. Trinita. Questa infatti, avvegnaché nuda d'ornati architettonici, ella è per altro di una bella semplicità condita e maestosa nelle
proporzioni. Il Bonarruoti, che innanzi vide e studiò in Bologna al parer nostro le opere di scultura di Niccola, non si saziò di riguardare il nostro tempio con sorpresa e con amore, e chiamandolo sovente la sua dama favorita ne commendò
il pisano architetto. Dietro a sì valida testimonianza, ogni ulteriore elogio si taccia. E poco importi che il Vasari ed il
Baldinucci abbiano semplicemente citato un tal edifizio fiorentino, quando in sostanza il più bel monumento egli è della pisana
architettura sovra d'ogni altro sparso per l'Italia e quando certi incliti maestri come Michalangelo magnificamente vi arrisero. Nell'istessa Firenze, mentre erano intenti i Ghibellini a gettare a terra alcune delle molte
torri e fortezze dei discacciati Guelfi per atterrar quella detta del Guardamorto altissima e della più maschia struttura, si prevalsero dell'ingegno di Niccola. Niccola in fatti, scrisse un autor fiorentino, intorno all'an. 1240, con nuova e non più vista industria, fece rovinar la
torre del Guardamorto63. Narra Gio. Villani64 che ciò fu per opera de' Ghibellini, come si è detto; descrive il modo particolare onde fu tagliata detta torre ai piedi,
e come poi fu dato fuoco ai puntelli alti un braccio. E se trascura di far menzione del pisano maestro, che ne fu l'ingegnoso
inventore, suppliron altri alla mancanza di lui esprimendosi la di cui demolizione arrecò a Niccola pisano lode di grande
architetto65.
Riputiamo lodevol cosa nell'arte pisana per le osservazioni da noi fatte di recente anche la cattedrale di Pistoja. Questa s'innalzò sulle vecchie mura col disegno di Niccola nell'anno 1240, come dichiara il Vasari.
Invitato il nostro artefice dai Signori di Pietramala fece il disegno della chiesa e del convento di S. Domenico d'Arezzo. Siccome ai preghi del Vescovo degli Ubertini e dei Cortonesi l'anno 1297 restaurò la pieve di Cortona ed eresse dai fondamenti nel sito più eminente di quella città il tempio di S. Margherita, ove le seguenti parole Nicholaus, et Johannes scolpite in una pietra del campanile non isfuggirono alle nostre ricerche.
Per tante e tali opere il nome di Niccola viemaggiormente risuonando, Papa Clemente IV lo chiamò a Viterbo nell'anno 1267, ove fralle altre cose restaurò la chiesa ed il convento de' Frati Domenicani.
Ma più oltre la fama di lui spingendo le ali, non solo a Napoli portar si dovette allorquando vi edificò la chiesa di S. Lorenzo e dette compimento all'episcopo, ma qualche anno dopo vi fece ritorno onorato da Carlo I.
Questo re, dopo la disfatta di Corradino seguìta nel piano di Tagliacozzo, volle che in quel luogo appunto col disegno di
Niccola, come professore il più celebre nell'arte, si erigesse un tempio col nome di S. Maria della Vittoria, che fosse tale da contenere il gran numero dei soldati morti nella battaglia di quella giornata e da servire di monumento
eterno del valore e della magnificenza di lui. Giov. Villani fa il racconto dell'enunciata sconfitta, assegnandola al 24 di
agosto dell'anno 1268, e soggiunge che i monaci di quella ricca badia per un tratto dell'animo pietoso del re Carlo erano
in obbligo di porger preghiere a Dio per la gente morta nella guerriera azione. Attesta il nostro Vasari che del pisano architetto
restò l'indicato Principe sodisfatto a segno, che lo colmò di premj e d'onori.
Fralle opere di lui annoverar noi vorremmo non con dubbiezza, ma con ragionate considerazioni le due chiese di S. Francesco d'Assisi. Infatti se lo impiegarono i Bolognesi, i Veneziani, i Padovani, i Fiorentini, i Sanesi, i Pistojesi, i Volterrani, i Cortonesi
ed i Napoletani, sembra a buona conghiettura che un così accreditato architettore non isfuggir dovesse alle ricerche di frate
Elia ed alle premure di Papa Gregorio IX, nell'importanza di erigere le immaginate due fabbriche con somma spesa e con sollecitudine.
Che queste s'innalzassero ed il campanile ancora in un tempo stesso ce lo attesta la cronaca de' quindici generali, ed il
P. Affò recente scrittore della vita di frate Elia ce lo conferma66. Ma dalla congettura passando alla rimembranza dell'esterno comparto di sottili colonne, del giro dei piccoli archi ne' due
bracci laterali, dell'ingegnosa invenzione di gettare i fondamenti quasi alle falde del colle adeguandone la sommità con altra
chiesa alla prima sovrapposta, come pure nell'interna parte del tempio richiamando alla memoria il girar degli archi leggerissimi
e svelti, ed i capitelli sulle colonne a fascio lavorati di traforo sulla foggia di quelli del pulpito di Pisa67, e ricordando in fine gli archi zoppi reggenti l'interna scala del campanile, gli archetti, le cornici intagliate ed altri
membri nell'esterna parte di esso, avremo indizj più che rilevanti a formare il giudizio nostro. Favorevole è la notizia allegata
da molti, e dal Vasari stesso, che facea corona alla suddetta torre un'alta guglia di otto facce, che poi fu disfatta come
minacciante rovina, una delle solite ragioni che gl'ingegneri ed i capi maestri muratori sul proprio interesse appoggiano.
Finalmente non avendo noi alcun documento che in contrario ne informi, ci accorderà il Vasari di credere anzi che sospettare
che, dando egli il disegno dell'assisiano edifizio al suo Lapo, o lo scolare col maestro abbia confuso, o siasi di quest'ultimo
maliziosamente dimenticato . Checché poi per la sincope usata dai fiorentini convertisse egli Giacomo tedesco in Lapo, quandoché
questi nacque in Firenze e fin da giovinetto con tal nome apprese l'arte nella scuola di Niccolò da Pisa68, importerà poco il disaminare l'istorico intrigo Al più potremo a sola equità conciliare che a Lapo come al suo miglior allievo
affidasse Niccola la soprantendenza del gran tempio d'Assisi, dovendo egli assistere ai molti lavori intrapresi in Toscana ed altrove. Finalmente
rileverà molto il chiuder l'argomento nostro colle parole stesse del Vasari, significanti che non si fece cosa alcuna d'importanza
alla quale non intervenisse Niccola o Giovanni, essendo i primi maestri che fossero in Europa, per tacere quanto altro ci
narra di Niccola dicevole appunto all'architetto della commendata basilica.
Ma il disegno architettonico di Niccola che dette miglior forma e ingrandimento al duomo di Volterra nel 1214 ponga fine alla
serie delle opere sue sì di architettura che di scultura, colle quali ci lusinghiamo di aver dimostrata abbastanza la celebrità
del pisano artefice.
2.2.4. § 4. Giovanni
Giovanni, figlio ed allievo del prelodato Niccola nelle arti di scolpire e d'architettare, non solo frai genj più segnalati della fiorita pisana Scuola si distinse, ma così
esperto ed accreditato professore ne divenne da agguagliare e da superare anche talvolta il maestro. Per la qual cosa il padre
aggravato dagli anni si giovò sovente dell'ajuto del figlio in alcune opere sue, e le più colte città dell'Italia nelle imprese
di maggiore importanza lo invitarono.
Lo invitò Perugia pel sepolcro di marmo d'Urbano IV, ch'ivi cessò di vivere nel 1264, ed egli è gran danno, che nella cattedrale
di loro alcune reliquie di tale opera sol per avventura ne rimangano.
Poiché in tal occasione esperimentarono i perugini che al valor di Giovanni corrispondea la fama ch'erasi divulgata, commessero
a lui di adornare con lavori di marmo e di bronzo la ricca e dispendiosa fontana che sulla piazza del duomo tuttora si osserva69. Non andò delusa l'espettativa di loro, perocché Giovanni ideò un tal edificio con somma magnificenza e con bizzarria. Egli è in tre ordini scompartito, uno a opera di bronzo e due
di marmo. Una gran vasca che sopra diversi scalini riposa e che nobilitata resta da dei bassirilievi in marmo il prim'ordine
compone. Forma il secondo altra gran vasca, pure di marmo, da molte colonne sorretta e le cui facce sono da piccole cariatidi
divise. Nel mezzo di essa sorge a comporre il terz'ordine una colonna di bronzo reggente una bella e rara conca dell'istesso
metallo. La conca è tutta d'un getto e per la sua semplice forma e proporzione è pregevole. Tre ninfe di tutto rilievo, volgendo
con leggiadria l'una a l'altra le spalle, la circondano e quattro grifi nel mezzo, stemma de' perugini, gettano acqua in gran
copia. Convien dire ch'un tal monumento, mostrando le tre prerogative d'architettare, di scolpire e di fondere in Giovanni
riunite, eterna lode gli conserva, e perché parve a lui stesso di aver eseguita un'opera la più magnifica in quel tempo di
tal genere, vi pose il suo nome.
Desideroso il nostro artefice di correre in braccio al padre suo già vecchio ed infermo, abbandonò le perugine contrade. Allorché
giunse a Firenze, convinto dalle graziose premure de' fiorentini, convenne a lui di trattenersi per assistere alla già intrapresa
opera delle mulina d'Arno. Ma un tal indugio tolse a Giovanni il contento di rivedere il padre che già nudo spirto e poca terra lo avea lasciato per sempre.
I suoi concittadini, desiderosi di ritrovare in lui ricompensata la perdita di Niccola, lo impiegarono a dar compimento alla chiesa della Spina. Quivi pertanto, servendo egli alla bizzarra moda d'allora e non al suo bel genio, arricchì l'esterne facce di quell'edifizio
di statue e di figure di basso rilievo e, frai diversi ritratti, ei vi scolpì quello del padre in segno del suo filiale affetto70.
In questo tempo i pisani concepita avendo la vasta idea di erigere il Camposanto con istraordinaria magnificenza, ne affidarono al nostro Giovanni l'alta impresa, ma di sì celebre edifizio l'illustrazione si darà in appresso.
Or si prosegua a narrare che, giunta la fama dell'opera sopraccitata alle orecchie del re Carlo, questi invitò ben tosto 'l
pisano architetto a Napoli e correndo l'anno 1283 volle che il Castel nuovo col disegno e l'assistenza di lui si fabbricasse. E poiché per tal effetto uopo fu di distruggere un convento di frati francescani,
Giovanni ne delineò uno nuovo più magnifico e bello, e soddisfatto ch'egli ebbe quel monarca, pieno di onorevoli ricompense intraprese
il viaggio verso la Toscana.
Vuole il Vasari che passando da Siena egli dasse il modello della facciata del duomo. Lo asserisce il Malevolta nelle storie di Siena, ed altri al Maitani sanese lo attribuiscono.
In Arezzo bensì ei si trattenne e, fralle opere che vi fece, merita ampia ricordanza l'altare della cattedrale, che scolpì circa all'an. 1286 in guisa a mio credere la più sfoggiante e laboriosa che di tal sorta si facesse in quei giorni.
Tutto l'isolato edifizio di fino marmo lunese egli è magnificamente disposto con quello stile che tedesco o goticomoderno
si appella. Conciosiaché le statue, i fogliami, gli arabeschi, le intarsiature e gli smalti sovra piastre d'argento e nel
marmo commessi vi abbondano ed è spartito in varie nicchie coronate di triangoli merlettati. Racchiudono alcune di esse delle
opere di scultura rotonde, altre di diverse storie di bassorilievo si fregiano. Nel reparto di mezzo è situata la Madonna
col bambino, S. Gregorio da un lato, in cui ritrasse Giovanni il Papa Onorio IV, e dall'altro S. Donato ch'è della città il Protettore. Finalmente fan l'ufficio di pilastri tanti ordini
di colonnette a fascio uno sopra dell'altro, e ciascuno ha sul davanti una statuetta, sol che l'ultimo la sua cima ne adorna.
Attesta l'aretino scrittore che i concittadini suoi trentamila fiorini doro in quest'opera impiegarono e dopo di averla commendata
per l'artificio e per la saldezza delle commettiture, tal che sembra di getto, così si esprime: Essendosi servito Giovanni
d'alcuni Tedeschi che più per imparare che per guadagnare si acconciarono con esso lui eglino divennero tali sotto la disciplina
sua, che andati dopo a Roma servirono Bonifazio VIII in molte opere di scultura per S. Pietro et in architettura quando fece
Civita Castellana. E per la maggior gloria e rinomanza della pisana Scuola si aggiunga che anche Agostino ed Agniolo Senesi lavorarono sotto di lui in quest'opera che meritò l'ammirazione dei colti aretini e dei viaggiatori71. I mentovati aretini ricchi e di gusto non privi si prevalsero del talento di Giovanni per abbellire la cappella degli Ubertini nella Cattedrale stessa, per edificar palazzi, la chiesa de' Servi di Maria, ed altre ancora.
Orvieto fralle numerose opere di scultura della Scuola pisana che adornano il suo bel duomo, n'ebbe ancor di Giovanni.
Bologna, che apprezzò cotanto il merito del padre, ebbe in pregio di aver due tavole d'altare di mano del figlio.
Pistoia lo invitò a fare un pergamo nella chiesa di S. Andrea che quel del padre suo esistente nel duomo di Siena emulasse.
Fin dall'anno 1792 fece mestiero a noi di dar fama onorevole a quest'opera, che reputammo degna di annoverarsi fralle più
belle e ben conservate reliquie dell'arte pisana del secolo XIII. Per giovare alla storia i nostra, Pistoja ci trattenne onde
far utile e dilettevole esame di lei. Cola vadano pur gl'increduli a visitarla ed in essa, noi ce ne lusinghiamo, ravviseranno
la verità di quanto ci facciam pregio di scriverne la modo ch'altri fin qui non fecero.
Isolato è l'esagono edifizio e da sette colonne tutte di marmo rosso pisano sorretto. Intatto in ciascuna delle sue parti
dimostra che si gloriarono i pistojesi di possederlo, e ciò fa molta lode ad essi, non men che ai Sanesi per il pulpito di
Niccola. Era cosa molto desiderabile di poter commendare anche per tal conto i pisani ragionando del pulpito di S. Giovanni,
che sarebbe degno di esser tenuto anche in oggi colla massima custodia, persuasi appieno della magnificenza, della smania
e del gusto che regna ove le belle arti si decantano. L'architettonica struttura ed il partimento degli sculti marmi è conforme
ai pergami di Pisa e di Siena. In fatti lasciò scritto il Vasari che i pistojesi, perché avevano in venerazione il nome di
Niccola, fecer fare a Giovanni un Pergamo di marmo per la chiesa di S. Andrea simile a quello che egli aveva fatto nel duomo
di Siena, e ciò per concorrenza d'uno che poco innanzi n'era stato fatto nella chiesa di S.Giovanni EvAngelista da un tedesco.
Sia qui lecito che, divagando per poco dal soggetto, non inutilmente si osservi in quest'ultima notizia data dal Vasari, ch'egli
cadde in uno de' soliti abbagli di confonder le opere e di dar talvolta agli autori arbitrariamente la Patria. Perocché il
lavoro di scultura nel pulpito di S. Giovanni di Pistoja ci comparve, per poco che lo esaminammo, di maniera pisana posteriore
a quella di Giovanni, non che anteriore com'egli pensa; ed una tal maniera molto indizio ci dette di quella di Giovanni di Balduccio pisano, di cui dovrem parlare in appresso72. Egli è altresì vero che la chiesa di S. Bartolommeo di detta città ha un organo ch'era pulpito anticamente, con bassirilievi
nel parapetto, e che ben ravvisammo in essi la scuola di Niccola ed il mistero della Nascita di G. C. espresso nel modo tenuto
da lui. Quest'opera, almeno riguardo al tempo, sarebbe più conforme alla citazion del Vasari, essendovi scolpite queste parole:
Sculptor laudatus qui doctus in arte probatus Guido de Como quem cunctis carmine promo A. D. MCCL. Per lo più le opere pisane agevolmente si manifestano attesa una qualche uniformità, che da' suoi principj vi si conosce.
Ma checché sia di ciò, noi nell'aver qui esibita una tale iscrizione e additato il confronto della maniera, avremo somministrata
altra prova che i migliori esteri talenti correvano a Pisa ad erudirsi nelle arti ed avrem palesato Guido da Como qual altro
genio della Scuola nostra e molto verosimilmente uno de' buoni discepoli di Niccola, ma sempre inferiore a Giovanni.
Or di questi al bell'edificio ritornando, soggiungasi che il più fino e ben rinettato marmo lunese forma le facce dell'esagono,
nobilitate da una quantità di figure di basso e di mezzano rilievo, e di alcune rotonde di estraordinaria foggia. Dicasi inoltre
che l'autore in quest'opera laboriosa non isfuggì le difficoltà dell'arte, ricercandole meglio che seppe nei nudi e negli
scorti, nell'aggruppare e nel distaccare alcune parti quasi totalmente dal piano. Concessa la maniera secca più e meno adoprata,
e qualche difetto di buona prospettiva, come pure la proporzione di alcune figure di sveltezza scevre, noi con istupore ammirammo
le storie principalmente della strage degli Innocenti, della Crocifissione e del Giudizio Universale. Quest'ultima fu molto
commendata da Giorgio Vasari e noi non trascuriamo di dire che un tal difficil soggetto fa trattato con gran copia di figure
espressive e ch'egli effettivamente in bontà pareggia e forse oltrepassa quegli di Pisa, di Siena e di Orvieto.
Non dubitiamo di asserire che alcune femmine scolpite nella strage suddetta sono un portento per la scelta della mossa e dell'espressione,
e che negli angoli dell'esagono son figure nelle teste e nei panni di qualche bontà corredate. Non può esser di meno che ancora
Giovanni non ravvisasse l'antico pel regolo della bellezza. Chi non disprezza ciò che debbesi minutamente osservare nelle opere giudicate
barbare e chi sa conoscere i certi salti straordinarj confessi che inducon esse a stupore, e che tali più non si videro se
non circa a due secoli dopo, allorquando servirono di modello e somministraron lumi a' migliori artefici. Replico volentieri
una, tale opinione, perché in essa sempre più mi confermano i miei viaggi d'Italia; né gran tempo è che l'imitazione delle
opere pisane mi comparve chiara nei bassirilievi di Loreto, principalmente in quelli del Bandinelli e del Montelupo esprimenti la nascita della Madonna, e negli altri di Domenico Lamìa e del Tribolo.
Molto poi debbesi alla man che incise la seguente epigrafe nel dintorno del commendato pulpito, ove chiaramente si legge:
LAUDE DEI TRINI REM CEPTAM COPULO FINI
CURE PRESENTIS SUB PRIMO MILLE TRICENTIS
PRINCEPS EST OPERIS PLEBANUS VEL DATOR ERIS
ARNOLDUS DICTUS QUI SEMPER SIT BENEDICTUS
ANDREAS UNUS VITELLI QUOQUE TINUS
NATUS VITALI BENE NOTUS NOMINE TALI
DISPENSATORES HI DICTI SUNT MELIORES
SCULPSIT JOHANNES QUI RES NON EGIT INANES
NICHOLI NATUS SENSIA MELIORE BEATUS
QUEM GENUIT PISA DOCTUM SUPER OMNIA VISA73.
Fu circa al tempo indicato che condusse Giovanni altro pulpito nel duomo di Pisa, di cui abbiam dato qualche notizia nel primo volume, ed or vuole il nostro assunto che qui ancora ne facciam parola e che
riportiamo una parte dell'iscrizione che in esso leggevasi, professandone grato ufficio al Vasari, che ne' suoi scritti ce
l'ha conservata.
LAUDO DEUM VERUM, PER QUEM SUNT OPTIMA RERUM,
QUI DEDIT HAS PURAS HOMINI FORMARE FIGURAS;
HOC OPUS, HIS ANNIS DOMINI SCULPSERE JOHANNIS
ARTE MANUS SOLE QUONDAM, NATIQUE NICOLE
CURSIS UNDENIS TERCENTUM, MILLEQUE PLENIS ec.
La verità di tal iscrizione del Vasari abbia pur oggi da noi autentica conferma per aver trovato in più frammenti di detto
pulpito gettati alla rinfusa frai sassi del magazzino dell'opera non solo i versi soprascritti, ma altri ancora che non fa
bisogno di riportare. Noteremo bensì di aver letto nell'archetipo marmo la parola undenis per cui l'epoca del pulpito coll'iscrizione riportata alla pag. 336 confronta, e non ventenis, come erroneamente scrisse il Vasari. Simili avanzi di marmo insieme congiunti alla meglio meritavano conservazione se di
me giovati si fossero i sapienti d'allora.
Non mi accusi la patria se dove ragionai de' bassirilievi che occupavano le sponde di detto pergamo, e che tuttora esistono
nella sua Primaziale74, io non ne feci chiaro l'artificio con egual maniera a quella tenuta poc'anzi. Perocché dessi rendonsi per ogni dove inutili
all'esame degli antiquarj ed all'amatita dei disegnatori, situati essendo nel corpo d'una eminente ringhiera, dopo di essere
stati barbaramente disgiunti da quel decoroso monumento, onde avea arricchito Giovanni la suddetta chiesa a simiglianza di quello che la città di Siena, con somma lode degli operaj, tuttora nel suo Duomo conserva.
Ritornando anche per poco a Pistoia, dirò che quella città possiede eziandio un'altra scultura pisana nella sopraccitata chiesa
di S. Giovanni. Ella è un gruppo di tre statue sostenenti una pila di marmo e simboleggiate dalla dotta mano del nostro scultore per la Temperanza, per la Prudenza e per la Giustizia. Scrivendone il Vasari si espresse: La qual opera per essere stata allora tenuta molto bella fu posta nel mezzo di quella
chiesa come cosa singolare.
Altra pila di marmo lunese, in forma quadra con lavoro di bassorilievo, esiste nella chiesa di S. Pietro in Vinculis del Castello detto Santo Pietro distante da Pisa circa a dieci miglia. Se non ne ha fatta menzione l'autor suddetto, noi stimiamo di qui farla per le seguenti
parole incise con bei caratteri indicanti un altro genio della pisana Scuola. Magister Joannes cum discipulo suo Leonardo fecit hoc opus ad onorem Dei, et Sancti Petri Apostoli.
Alle premurose istanze de' Perugini ritornò Giovanni nella città loro, e nella chiesa vecchia di S. Domenico v'eresse il mausoleo di Benedetto XI, che nella nuova fu poi trasportato.
Nell'architettura di esso sfoggia l'uso di quel tempo, e niuno prenderebbe per lavoro di quell'età il simulacro giacente di
quel Pontefice ritratto al naturale ed in pontificali spoglie, come pure gl'intagli e i due genj, o Angeli che siano, reggenti
la sovrapposta tenda con grazioso atteggiamento. Simili poi a quelle del nostro camposanto, che dovrem fra poco illustrare,
mi comparvero le figure a gran rilievo poste in alto sotto il tabernacolo, rappresentanti la Madonna con varj Santi.
Ma per formar giusta idea dell'impreso lavoro sul valor di Giovanni nella scultura, un'opera di lui prescelgo nella Madonna collocata sulla porta meridionale del magnifico duomo di Firenze e ne do fedelmente il disegno nella sesta tavola di rame.
Essa, il Bambino e i due Angeli, che nell'original gruppo genuflessi la fiancheggiano, son figure tutte intere di tondo rilievo,
grandi al naturale e degne al mio parere di riporsi fralle migliori prove dell'ingegno di Giovanni e fra quegli esemplari pisani che stimolaron gli altri che venner dopo ad una maggior perfezione. Io non vidi per certo in
altri suoi lavori né più semplice atteggiamento, né più bell'aria di fanciullo, che quella del divin Figlio sedente sul braccio
sinistro della Madre. Egli ha il dono eziandio di una certa puerile espressione. Il volto di lei non ingrato si mostra e della
miglior fisonomia che ne' lavori di que' tempi apparisca giammai75. Le vesti fan conoscere l'intelligenza dell'artefice nel piegarle con qualche gusto ed aggiustatezza, e ne apparisce l'andamento
come tratto dallo studio della natura. Non minori pregj dell'arte primeggiano negli Angeli, anzi alla posizion devota ed al
panneggiamento superiori alla Madonna gli giudico. E se non gli ho uniti al mio disegno, fu perché colla sola Madonna conservando
il sesto del libro credetti di produrre una considerabil reliquia atta bastantemente a far chiara fede che a gran ragione
il sopraindicato onore al nostro Giovanni si dette. Nel tempo stesso avrem mostrato con essa il tutelar Nume dell'insigne chiesa Metropolitana di S. Maria del Fiore
portandone l'insegna nella destra mano, ed avremo additato agli amici delle belle arti la Scuola pisana prescelta in Firenze
al più grand'uopo, ch'ella è una parte del nostro instituto. Né fu sì tosto arrivato in Firenze, così parla il Vasari di Giovanni,
che dagli operaj della fabbrica di S. Maria del Fiore gli fu data a fare la Madonna che in mezzo a due angeli è sopra la porta
che va in Canonica, la quale opera fu allora molto lodata.
Anche i pratesi apprezzarono il valor di Giovanni, e poi che n'ebbero un saggio nel convento di S. Niccolò ed in quello de' Domenicani nel 1309, gli dettero a far la cappella della Cintola, ch'era allora in gran venerazione tenuta; siccome col suo disegno aggrandirono il duomo incrostandolo di fuori di marmi
bianchi e neri.
Riserbandoci a convalidare l'abilità di Giovanni nell'arte di fonder metalli in luogo più acconcio, porremo fine all'elogio storico di lui, allegando alcune autorità molto
plausibili del Vasari.
Finalmente essendo Giovanni vecchissimo, si morì l'anno 1320, dopo aver fatto, oltre a quelle che dette si sono, molte altre
opere di scultura e di architettura. E nel vero si deve molto a lui ed a Niccola suo padre, poiché in tempi privi d'ogni bontà
di disegno diedero in tante tenebre non piccolo lume alle cose di quest'arti, nelle quali furono in quell'età veramente eccellenti
(...). Né si maravigli alcuno, che facessero Niccola e Giovanni tante opere, perché oltre che vissero assai, essendo i primi
maestri in quel tempo che fossero in Europa, non si fece alcuna cosa d'importanza alla quale non intervenissero. Afferma che
fu sotterrato Giovanni in Camposanto nell'arca stessa dov'era stato posto Niccola suo padre, e se l'iscrizione nuda resta ella confusa fralle altre, era dover di grata ricompensa che i concittadini conservassero
con tal mezzo la memoria del sepolcro de' due più valenti uomini del tempo in cui vissero.
Dal fin qui detto, mi sembra di avere a sufficienza provato che i pisani si fecero conoscer per l'Italia spargendo i primi
semi della scultura e dell'architettura, ed ovunque recando non piccola meraviglia. Resta presentemente di porre in chiaro
se la Scuola pisana, oltre a tenere il primato sovra le altre pel pregio dell'arte, fosse madre eziandio della senese e della
fiorentina.
Circa alla scultura ed all'architettura terminò la questione, e l'autorità del Vasari si vide chiaramente appoggiata sul falso
allora quando il ch. P. maestro della Valle si fece un onore immenso e divenne benemerito di Pisa e dell'arte con produrre
in luce quell'aureo istrumento di contratto fatto dall'operajo del duomo di Siena con Niccolò Pisano pel pulpito da farsi, stipulato in Pisa nella chiesa di S. Giovanni il dì 3 ottobre dell'an. 1266, secondo lo stil pisano.
Tutto il contenuto del medesimo viene allegato nel primo tomo delle Lettere Sanesi76 e qui basterà soltanto riportare i seguenti versi al mio proposito confacenti: Et etiam in Kal. Martij proxime predictis
pro suis discipulis secum ducat Senas Arnolfum, et Lapum suos discipulos, quos secum pro infrascriptis salariis, ut infra
scribitur tenebit usque ad complementum dicti pulpiti, si tantum fuerit tempus quo cum eo stare, et morari tenetur, argomento
convincente, che Lapo ed Arnolfo portarono l'arti della scultura e dell'architettura in Firenze dopo che essi le ebbero apprese in Pisa da Niccola maestro di loro, e che conseguentemente i pisani ai fiorentini le comunicarono. Ecco disciolte le ombre e rischiarato ogni
errore, in che finora erano incorsi i seguaci del Vasari. Non istarò ad esaminare o la confusione dei nomi, la cronologia
male osservata, e l'abbaglio di pretesa agnazione che risulta confrontando le irrefragabili e certe notizie del precitato
contratto con quel che si trova scritto di quell'Jacopo trasformato in Lapo dall'Aretino, avendo ciò fatto molto sanamente il nostro prelodato conoscitore nella lettera che dirige al Tiraboschi. Tanto
è vero che l'opere fatte in Pisa servirono di modello e d'istruzione a quelle fatte dopo in Firenze ed altrove, che volendo
i fiorentini ornare la piccola chiesa di Santa Maria della misericordia della statua d'una Vergine contrattarono collo scultore
Alberto Arnordi che fosse simile in bontà ed in maestria alla figura di nostra Donna in Pisa. L'istrumento del dì 6 giugno 1359 tratto dall'Archivio
del Bigallo è onorevole a Pisa. Noi lo riporteremo in luogo più acconcio77 e sempre professiamo la nostra gratitudine al defunto M. Fabroni per cui s'ottenne.
A Siena ancora direm che i pisani portarono la scultura e l'architettura per Agostino ed Agnolo fratelli sanesi, imperocché per attestato di più scrittori, dessi appresero le regole delle arti suddette sotto la direzione
di Giovanni Pisano e con tal profitto nella scultura, che il maestro si servi dell'opera loro ne' più interessanti lavori, e principalmente
nell'altar maggiore del duomo di Arezzo, come accennai.
Ma l'erudita lettera del Padre della Valle, che favorì di scrivermi da Roma, confermi quanto dissi; e per maggior lustro della
città nostra e dell'arte pisana giust'è che a questo luogo sia opportunamente inserita. In tal guisa godo che tutto serva
a dimostrare che il nostro patrio suolo salì in tanta rinomanza e tanto fiorì per gloriose imprese ed arti belle,
Che per mare, e per terra batté l'ali
78;
e Dio voglia:
10Perch'a sì alto volo il Ciel sortillo
Che sua chiara virtute il riconduca
Ond'altrui cieca rabbia dipartillo
79.
All'Ornatissimo
SIG. ALESSANDRO MORRONA PISANO
F. Guglielmo della Valle
Min. Conventuale
L'impresa sua d'illustrare la Scuola pisana è degna di Lei, che unisce così bene le teorie delle bell'arti al loro meccanismo,
e che studiando in Roma e nell'altre più ricche città d'Italia i monumenti più belli e adoperando con successo il pennello
e l'amatita formossi un gusto sano e raro nel rilevarne i pregj. Fin da quel tempo che indagando io in Siena su le tracce
degli archivj e delle inscrizioni la vera epoca del risorgimento dell'arti mi avvidi che Pisa ne' secoli di mezzo fu l'Atene
d'Italia e un lungo ragionamento da me tenuto con il ch. sig. Avvocato Maccioni, Professore degnissimo della loro rispettabile
Università, anche prima di pubblicare alcuna delle lettere Sanesi, mi confermò in quest'opinione; poiché il commercio di detta
città con le principali parti d'Europa, l'agricoltura, il clima, la libertà e il sito versarono a piene mani nel di Lei seno
le ricchezze, e per conseguenza l'arti tutte di lusso. Chi rimira dall'alto del campanile del duomo le amene campagne che
la cerchiano non si sazia dal vederla nel centro di un vaghissimo giardino; chi volge lo sguardo alle sole fabbriche del duomo,
del battistero, del camposanto e del campanile vede a chiare note una città colta, popolata e ricca; e chi finalmente osserva
i belli e rari monumenti antichi, o dall'Oriente trasportati o dissotterrati, e in luoghi conspicui riposti per ornamento
non solo ma per diletto de' curiosi e per istudio degl'intendenti, si persuaderà facilmente che io non altero di un punto
il vero. Basta il solo bellissimo vaso ornato di stupendi bassirilievi di scalpello greco e collocato sopra una colonna a
lato del duomo80 per far fede del buon gusto degli antichi pisani e per convincere gl'increduli che il celebre Niccolò da Pisa non fu uno
scultore nato a caso, ma escito da una scuola di maestri più antichi, come può rilevarsi dalle sculture che sono nell'architrave
della porta orientale del Battistero, e dall'altre che sono intorno a questo bellissimo edifizio e nel duomo. Avesse così
avuto Pisa, come l'altre città d'Italia, scrittori diligenti nel raccogliere le memorie de' loro artifici. Io trovai a Parma,
a Milano e nel Regno di Napoli delle tracce sicure di varie Scuole di pittura e dell'arti germane che fiorivano in un modo
finora sconosciuto agl'indagatori della storia, e che porrò alla luce con i miei viaggj per l'Italia. Però dai lumi sinora
da me raccolti per ogni parte, comprendo che nessuna città nei tempi di mezzo si distinse come Pisa nel coltivare le belle
arti. I monumenti che ci restano si direbbero di altro tempo, o assai più antico, o assai più moderno; e mi dispiace non essere
stato in Roma quando compose il suo saggio pittorico il ch. sig. Ab. Prunetti, per avvertirlo di porre alla testa delle Scuole
d'Italia non la senese ma la pisana, maestra di tutte le altre. Poiché non il partito o verun altro interesse mi determinò
a scrivere la storia della Scuola sanese, e meritano lode senza fine quei discreti fiorentini che, sacrificando alla verità
certi vecchj pregiudizj, non solamente si uniformarono al parere di tutti i dotti d'Italia, dando luogo alla Scuola sanese
fra le altre già conosciute, ma cederono a questa il pregio di più antico stabilimento, che la soverchia venerazione al Vasari
rendeva dubbioso ad alcuni. Prima di stampare il primo tomo delle Lettere Sanesi meco portai a Firenze quell'aureo contratto
dell'operajo del duomo di Siena stipulato con Niccolò da Pisa, dal quale evidentemente appare quanto poco informato fosse
l'Aretino Pittore dei primi maestri della Scuola fiorentina, e di quelli dell'altre, dai quali essa trasse quei tanti Uomini
illustri, che in ogni bell'arte il primato occuparono con tanto lustro di Toscana tutta. Poiché Pisa e Siena, meno avvedute
dell'emola Firenze, fomentarono anziché troncare le sorgenti delle guerre civili, per le quali lacerate, divise, disperse
e schiave similmente divennero, e spettacolo insieme lacrimevole a tutta Italia.
Quindi è che sebbene ella non troverà nella sua scuola chi stia a fronte di Mchel'Angelo, di Leonardo da Vinci e d'Andrea
del Sarto, troverà però degli Uomini illustri in Pisa senza paragone più di tutte l'altre scuole, i quali erano dotti nell'arte
in un tempo in cui altrove non erano che rozzi e goffissimi. Chi sa che non riesca a Lei nel rivolger le carte degli Archivi
pisani, ciò che avvenne a me in Siena, di ritrovare dei nomi benemeriti dell'arte, i quali o non si conoscevano affatto, o
la fama de' quali incerta era ed oscura? Certa cosa è che se Messer Niccolò non ebbe la scienza infusa, fece de prodigj nei
pulpiti di Pisa, di Siena e di Pistoja, e non crederò mai che sì belle opere in un tempo così meschino fare senza maestro
da uom mortale si possano giammai. Eppure che dirà ella mai quando io pubblicherò la Storia del duomo d'Orvieto e vedrà questo
scultore assai più dotto ed eccellente nei bassirilievi che adornano quella celebre facciata? Che dirà sentendo un altro scultore
pisano F. Guglielmo, dell'Ordine di S. Domenico, al paro di esso valente nell'animare quelle ammirabili storie? Quando io
ne' giorni scorsi per molte ore le ammirai, gli affetti da esse in me eccitati l'animo mio fuori di me portando mi tenevano
immobile e muto come il marmo, e il marmo dai due bravi pisani maneggiato con tanta eccellenza vivo mi pareva, parlante, imperioso.
Credetemi, non è questa un'immagine poetica che mi seduca; è una verità conosciuta da tutti gl'intendenti spregiudicati; e
io tengo per certo che, sino ai tempi di Raffaello, cosa più bella nelle produzioni dell'arte risorgente non siasi veduta
giammai; e meriterebbero di essere diligentemente incise per far fede a chi non le ha vedute, che la pisana nelle prime epoche
della nostr'arte si lascia addietro di gran lunga tutte l'altre scuole. Penso che avrete notizia di quel Giunta Pisano che
dipinse nella S. Basilica di S. Francesco d'Assisi e fece intorno al 1230 il ritratto del Celebre F. Elia orante dinanzi un
crocefisso, e di quel certo Bartolommeo, di cui si valse Federico II imperatore nel 1223 per fare un bell'arco nella città
di Foggia, e di cui io diedi la stampa in fine del mio primo tomo; e finalmente di un certo M. Giovanni, che fioriva intorno
al 1300, di cui una ben conservata tavola acquistò non ha molto l'Eminentissimo De Zelada. Di tutti questi pisani voi avrete
notizia, come di altri, il nome de' quali o è confuso con le molte mie carte, o mi è dalla memoria fuggito. Però vi chiedo
scusa si vi ho annojato con questa mia letteraccia e nella vostra buona grazia mi raccomando, pregandovi di dare alla luce
le stampe di alcune migliori opere pisane, poiché vale più a conciliarsi la fide pubblica un monumento fedelmente rappresentato
che non cento volumi di scrittori che li esaltino. State sano e al nostro ottimo M. Fabroni tenetemi raccomandato.
Roma il dì 3 di giugno 1787.
2.2.5. §. 5. F. Guglielmo scultore e architetto
Nella storia che si va tessendo ci convien dar luogo distinto a F. Guglielmo Domenicano. Che da Pisa quest'artefice i natali traesse chiara notizia ne avremo dal documento in versi che si esibirà fra
poco. Che fosse della famiglia dell'Agnello da più memorie mss. si raccoglie, ed in un libro mss. dell'Abate grandi intitolato
Geneal. S. Romualdi ed esistente nella biblioteca dell'Accademia, inserito trovasi il ritratto di lui con penna contornato ed ombrato con inchiostro,
e sotto di esso le seguenti parole: Guglielmo Beato Agnelli dell'Ordine de' Predicatori.
Destinato dalla natura alle arti nobili d'architettare e di scolpire ei si acconciò col più gran maestro della Scuola pisana,
nella quale infallibilmente qual altro genio felice deesi annoverare.
I pregiati bassirilievi orvietani ce lo impongono, dimostrando essi che si avvicinò Guglielmo a Niccola superiormente agli altri scolari nella maestria dell'arte. Il P. Della Valle grand'elogio ne forma nella sua storia del duomo
d'Orvieto, e nella lettera poco fa riportata si dichiara che F. Guglielmo comparisce valente al pari di Niccola ne' bassirilievi di quel duomo, e che sì l'uno che l'altro fecero quivi cose stupende
per quell'età che sorpassano ogni immaginazione. Giurerei, dic'egli, che Raffaello e Michalangelo ci hanno studiato, poiché
nelle Logge Vaticane e nella Sistina vi sono delle cose prese di pianta da quelle storie. La valevole autorità di questo intendente
scrittore conferma non esser io andato lungi dal vero riguardo a ciò che asserii descrivendo i bassirilievi del nostro pulpito
di S. Giovanni, dove alcune figure, e principalmente l'Angelo, una delle migliori per la posizione e pel panneggiamento, possono
produrre all'immaginazione de' buoni risguardanti l'indicato effetto.
Quanto allo scultore di cui ragiono, si può dar debito al Vasari di non aver ravvisato in lui altro maestro di merito del
secolo XIII. E poiché non ne ignorò l'esistenza dicendo, E sebbene si legge nel campanile di detta badia di Settimo in un
epitaffio di marmo GUGLIEL. ME FECIT si conosce nondimeno alla maniera che si governava col consiglio di Niccola81, dovea conoscerne anche il valore e rendergli la giustizia dovuta. Paolo Tronci ne fa memoria ne' suoi annali dichiarandolo
uomo celebre nella scultura e ne assegna la morte all'anno 131282.
Or noi godiamo di assicurargli un tal nome e di far chiare le doti di Guglielmo anche nell'architettura col riportare in lapida di marmo un documento sicuro. Ch'egli sia tale ne abbiam per buona sorte
testimone il P. Abate Grandi Camaldolese ben noto alla letteraria Repubblica Ei ne lasciò una copia esatta nel suo libro intitolato
Epistola de Pandectis83 e noi non avrem fatto inutil cosa a riportarlo intero e ne' suoi precisi termini in queste carte, giacché l'originale or
più non esiste, in grazia di coloro che distruggono certe preziose memorie in logora pietra rimaste in tempo ch'altri vantano
di conservarle.
Cernite vos queso que fulgent marmore ceso
Hoc opus alarum frontis Templi quoque clarum
Tempore constructum fuit, ad finemq. reductum
Hic Patris Andree laudis de culmine vere
Vulterri natus fuit Abbas ipse prefatus,
Infrascriptorum numero tunc et Monachorum
Cei Ductoris Claustralis rite Prioris
Anselmique, Boni Benedictum junge Guidoni
Sic Plancus, Michael, Andreas, Angelus inde
Camaldulenses sunt hic, et Cenobienses
Laude Supernorum insistunt Angelicorum
Anno milleno trecento tres dato deno
Cesar et Henricus annus regnandoque primus
Guglielmus sane Pisanus sumite plane
Hic operis factor caput extat, et ordinis actor
Ergo tu spector qui respicis hec quoque Lector
Summo dans laudes Patri quo denique plaudes
Dic animabus eorum da bona Christe polorum
E' da sapersi ancora che il sopraccitato scrittore prima di tal monumento esibisce quanto appresso come tratto da alcune antiche
memorie del monastero di S. Michele in Borgo di Pisa, al governo di cui presedeva.
An. 1304, Abbas Andreas de Vulterris, qui tunc preerat predicto Monasterio... edificavit residuum suprascripte Ecclesie, et
tectum, et frontespitium Ecclesie mirificum ex lapidibus marmoreis ex latere Burgi.
In vigore pertanto di una tale autorità e dell'onorata lapida potrem con certezza e plausibilmente confermare che F. Guglielmo trasse in Pisa i natali e che dell'indicato lavoro non fu soltanto il capomaestro, ma operatore eziandio e autore dell'ordine
architettonico. Se poi i diversi scolpiti marmi che adornano la facciata di S. Michele dimostrino tutti il merito de' suoi
scalpelli, e quali si debbano ad esso attribuire, l'osserveremo più acconciamente nella prima parte del terzo libro84. Quivi ancora vedremo sul fatto che a lui appartengono quattro bassirilievi ch'ornarono un giorno il pulpito di chiesa a
danno dell'arte distrutto, e che di recente al soprornato di quattro confessionarj furono alla buon'ora destinati.
Gioverà bensì di non ometter qui la lode che porge a Guglielmo F. Leandro Alberti nel sesto libro degli Uomini illustri Domenicani, denominandolo optimus lapidum sculptor.
Poiché altre opere di questo artefice non ci sono palesi né per memorie scritte in marmo, né in carta, passeremo ad allegar
la morte di lui all'an. 1312, sulle concordi autorità dei sopraccitati scrittori Leandro Alberti e Paolo Tronci. E non istancando
il leggitore con ricercati episodj in lunghe annotazioni, ci contenteremo di aver detto abbastanza de' due primi luminari
dell'arte pisana Niccola e Giovanni, e di aver dimostrata la scuola di loro copiosa di nazionali e di estranei soggetti, e madre accreditata di valenti artefici,
fra' quali traendo da essa il maggior profitto si distinsero Arnolfo e Lapo, F. Guglielmo pisano e i tre sanesi Lino, Agostino ed Agniolo, e finalmente il pisano Bartolommeo, di cui passiamo a far parola nel seguente capitolo.
2.3. CAPITOLO III.
Scultura in bronzo
Non meno arrise l'amica sorte a far fiorire in Pisa nel sec. XIII l'arte di fondere e di scolpire in bronzo. Se dessa nei
due primi secoli onde i suoi principj traggono le arti in Pisa fu chiara per Bonanno e per la porta laterale del duomo, in questo non mancano tracce di sicuri monumenti che la continuazion di lei ci comprovano.
Bartolommeo pisano dovette essere gran fonditor di metalli ed abile scultore ed architetto Poiché l'imperator Federico II fu molto vago
dell'arti belle e poiché particolar cura pose in quella dell'architettura, fa molta lode al nostro pisano maestro che destinato
fosse all'esecuzione dei nobili pensieri di quel monarca. Il P. della Valle nell'epilogo del tomo 2 delle sue Lettere Sanesi
si esprime: Ciò però che più rileva è che questo Bartolommeo era nel 1223 al servizio di Federigo Imperatore, e d'ordine suo
fabbricò l'arco riportato in fine del primo tomo di quest'opera.
L'arco è un avanzo del gran palagio di Foggia eretto nel 1223. Egli è di tutto sesto e mostra eleganza, se il sopraccitato
disegno si osserva. Vi si leggono tre iscrizioni e la prima di esse posta nella cornice superiore molto rileva al nostro assunto.
SIC CESAR FIERI JUSSIT OPUS ISTUD
PIS. BARTOLOMEUS SIC CONSTRUXIT ILLUD.
Segue la seconda:
AN. AB INCARN. MCCXXIII. MENSE JUNII...
HOC OPUS FELICITER INCEPTUM EST PREPHATO
DOMINO PRECIPIENTE.
Nella cornice inferiore:
HOC FIERI JUSSIT FREDERICUS CESAR UT URBS
FOGIA SIT REGALIS SEDES INCLITA IMPERIALIS.
Devenendo all'arte di fonder metalli posseduta dal prelodato Bartolommeo, in una delle campane della Basilica d'Assisi leggesi:
A. D. 1239.
F. HELIAS FFCIT FIERI. BARTOLOMEUS PISANUS
ME FECIT CUM LOTERINGIO FILIO EJUS.
Il P. Della Valle, oltre a una tale iscrizione, riporta la seguente ch'era in una grossa campana fatta d'ordine di Gregorio
IX pel vecchio campanile di S. Francesco di Siena:
XPS VICIT. etc. A.D. 1228. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT etc.
La campana più non esiste, ma l'iscrizione si conserva nell'archivio di quel convento, ottimo provvedimento che di rado si
osserva. Or godo di produrre in luce i seguenti documenti da me fedelmente copiati da' bronzi medesimi in vantaggio dell'arte
pisana.
Primieramente il campanile dell'antica chiesa di S. Paolo a ripa d'Arno contenente tre grosse campane di un bellissimo suono
molto soddisfece al mio desiderio, imperocché nella seconda è scritto a chiare note:
XPS VICIT. XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. BARTH0LOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLII.
Nella terza:
XPS. etc. LVTTERINGVS FILIVS BARTHOLOMEI ME FECIT.
Le campane entrambe della parrocchia di S. Cosimo riformata di fresco hanno la seguente iscrizione se il millesimo si eccettua.
Or se questa con tante altre pel solito destino si disperde godiamo che resti ne' nostri fogli impressa.
XPS.etc. BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT.
A. D. MCCXLVIII.
Nella quarta campana della pisana torre pendente abbiamo altra opera di Lotteringo pisano, quivi leggendosi
A. D. MCCLXII. LOTTERINGVS DE PISIS ME FECIT.
GERARDVS HOSPITALARIVS SOLVIT.
L'iscrizione è circoscritta da due fregi ripieni di arabeschi, e sotto di essa sono scompartiti alcuni piccoli rosoni e scudi
con l'impronte di un leone alato, di un'aquila, di un cavallo alato e di un Angelo. Il tutto è bene eseguito nel getto e nel
disegno per quel tempo sorprendente. Ma quel che fa meraviglia è una figurina intera di una Madonna Annunziata posta in un
atto semplicissimo, vestita di sottili panni e condotta quanto potea far Giotto, che venne al mondo molto dopo. In qualche
distanza è l'Angelo d'inferior disegno. Conciosiaché giudicar si può senz'ombra di partito che queste benché piccole figure,
dove l'arte più facilmente comparisce che nelle grandi, confermano quanto dovrò dire ov'io parli di Giunta, cioè che la scuola
pisana fu superiore pel tempo e pel valore al primo fiorentino maestro.
Ancora due monumenti pure in metallo mi giova qui di produrre. Tengo per certo ch'essi appartengano al nostro Giovanni pisano, fondando il mio credere sulla concordanza degli anni e sulla maniera sua quasi solita di lasciare il proprio nome
nelle opere. Quando ciò sia avremmo in essi per buona sorte un nuovo contrassegno della abilità, di lui nell'arte fusoria
da noi già notata nella fontana di Perugia, in cui leggiadramente atteggiando le tre ninfe ed i grifoni ci fece sapere che
nel gettare e nel rinettare i metalli fu per quel tempo eccellente. Così sta scritto nella campana grossa ch'era nel campanile
della chiesa soppressa di S. Marco in Calcesana, e che al presente è in quello di S. Jacopo di Vicarello.
A. D. MCCLXXIIII. MAGR. IOHES. FEC. HOC. OPVS.
TRE. PBRI. RVSTICE. TNC. RECTORIS85.
I seguenti caratteri io lessi in una campana grossa di S. Matteo:
MENTEM SANTAM SPONTAN. IN ONOREM DIVI
PETRI LIBERATORIS MAGISTER JOHANNES
ME FECIT. A. D. MCCLXXVIII
E poiché nell'altra simile alla suddetta nel getto e in bontà di suono leggesi MAGISTRO BONAVERE MCCLXXXII., molto probabilmente
scolare del suddetto Giovanni, abbiasi sempre più per indubitato ciò che poc'anzi asserimmo sull'arte di fondere in Pisa.
Or per viemaggiormente arricchire la storia nostra e per far cosa grata a chi ama di rintracciare intimamente il vero, si
vogliono aggiungere le seguenti notizie sull'arte fusoria acquistate in appresso per poi passare a quella del dipingere nel
seguente capitolo.
Appartengono al sopraencomiato Bartolommeo86 i seguenti versi:
A.D. MCCLIII. XPS. VICIT. XPS. REGNAT XPS. IMPERAT.
BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.
AVE MARIA GRATIA PLENA DNS TECUM BENDCA TU
IN MULIERIS. ET BNDCS FRUCTUS VENTRIS TUI.
Queste parole segnate con bei caratteri si leggono nella campana grossa di un bel getto e di grato suono della chiesa di S.
Michele, circa un miglio distante da Pisa. Altra campana del medesimo campanile di grandezza consimile ha un'iscrizione non
meno interessante, e perché appartiene al secolo posteriore la riporteremo a suo luogo.
Mentr'io mi portai sull'alta torre di S. Francesco di Assisi a riscontrar con piacere i veri caratteri chiaramente impressi
nella bella e sonora campana, e che ritrovai consimili a quelli da me poc'anzi pubblicati, un religioso di quel Convento mi
comunicò la copia dell'iscrizione che leggevasi in altro simil bronzo, che fu distrutto, onde non ometto di riportarla in
questo luogo.
A. D. MCCXXXIX. PAPE GREGORIO TEMPUS
PERPENDIT NOVI CESARIS AC DIEI TEMPUS
PONTIFICI FEDERICI. BARTOLOMEVS PISANUS
ME FECIT CVM LOTERINGO FILIO EJUS
CVM FIT CAMPANA QUE DICITUR UT ALIANA.
Oltre le pisane iscrizioni di tal genere, non ne mancano altre atte a comprovare la perizia nel fonder metalli del nostro
Bartolommeo, e dobbiamo alla gentilezza del sig. Antonio Ormanni direttore del Museo e della Libreria pubblica di Volterra quella che
adorna una campana della badia di S. Galgano, presso alla città. Ella è la seguente:
AGLÆ AVE MARIA GRATIA PLENA DNUS TECUM.
B. T. IN. M. ET B. F. VE. T. XPS. VINCIT,
XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. A. D. MCCXLIV
MENTEM STAM SPONTANEAM HONOREM DEO,
ET PATRIE LIBERATIONEM.
BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.
2. Le memorie che noi abbiamo di un certo Guidotto da Pisa fonditore di campane in Parma saranno altro argomento dimostrativo che i fonditori eziandio, come gli altri pisani
maestri di architettura e di scultura, erano invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d'Italia. Il documento
ond'elleno son tratte è la cronaca inedita di fra Salimbene di Adamo da Parma contemporaneo, ove sta scritto all'anno 1287.
In millesimo superposito quidam Magister Pisanus qui erat Parme pro faciendis campanis fecit campanam communis Parme magnam,
pulchram, et bonam, et debebat facere aliam pro Matrice Ecclesia cujus expensas assignavit Dominus Cardinalis qui est do Gainaco
(cioè il Cardinal Gherardo Bianchi). Et precedenti millesimo aliam fecerat pro communi; sed propter defectum metalli cum funderetur
aures habere non potuit. Quidam etiam alius Magister Pisanus aliam prius fecerat, sed non audiebatur procul, quia sonora non
erat.
Sopra una campana della certosa della città suddetta era scritto:
A. D. MCCLXXXVII.
AD ONORE DI ET BTE MARIE VIRGINIS.
HOC OPUS FACUM FUIT.
DE BONIS DOMINI ROLANDI TABERNE.
TPE DONI PETRI PRIORIS.
GUIDOCTUS PIS ME FECIT.
D'ambedue le riportate iscrizioni io feci acquisto in Parma nell'anno 1791, per grazioso dono del chiariss. P. Ireneo Affò
M. Osservante, che fu prefetto della Biblioteca Parmense.
3. Or fa d'uopo di ritornare a Giovanni per non omettere di far memoria di altro monumento in metallo esistente in Perugia, oltre ai già mentovati.
Tra le grosse campane della torre di S. Francesco de' Minori Conventuali, avvene una colla seguente iscrizione senza alcuna
di quelle incomode abbreviature che per lo più costumavansi in que' giorni. L'iscrizione medesima fu già riportata da un religioso
di quell'Ordine, che descrisse le bellezze di quel tempio, e noi l'abbiamo trovata corrispondente al suo originale.
A.D. MCCLXXXVI. MENTEM SANCTAM SPONTANEAM
HONOREM DEO, ET PATRIE LIBERATIONEM.
AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM
BENEDICTA TU IN MULIERIBUS, ET BENEDICTUS
FRUCTUS VENTRIS TUI.
MAGISTER JOHANNES PISANUS ME FECIT.
Un'altra minor campana fu fatta parimente dal nostro Giovanni, ma in compagnia d'Andrea, e ne perpetuarono la memoria co' seguenti caratteri:
A. D.MCCCV. AD HONOREM DEI ET B. M. VIRGINIS,
ET B. FRANCISCI CONFESSORIS
TEMPORE GUARDIANI UGOLINI SINIBALDI
MAGISTRI JOANNES, ET ANDREAS PISANI
ME FECERUNT.
I riportati sicuri documenti dimostrano a gloria di Giovanni quanto si prevalessero perugini di lui nelle due bell'arti, che superiormente ad ogni altro in quella età possedeva. Né in
riportarli abbiam temuto la critica di coloro che li diranno minuti e barbari. Basta a noi che provino quanto alla nostra
Pisa dovettero le arti dello scolpire e del fondere metalli, e quanti servigj ed ornamenti dai pisani artefici alle altre
città italiche ne addivennero. Onde non dee far meraviglia se, allorché si trattò di erigere in Assisi un tempio di non ordinaria
e stupenda foggia, si cercasse in Pisa l'architetto ed il fonditore, e anche il pittore che ne adornasse le pareti; ma ciò
si vedrà nel seguente capitolo, destinato a provare quanto fiorisse in Pisa la pittura fin dai secoli i più remoti.
2.4. CAPITOLO IV.
La pittura nel secolo XIII
2.4.1. §.1. Giunta Pittore
Novella gloria a Pisa io preparo se, dopo di aver narrati gli avanzamenti prodigiosi della scultura nel sec. XIII e dell'architettura.
eziandio, ora dimostro che contemporaneamente la terza arte sorella all'occhio piacevole e lusinghiera fa esercitata: tanto
è vero che le arti provenienti dal disegno si danno l'una all'altra vicendevolmente la mano, e che la sorte dell'una nelle
altre necessariamente influisce.
Giunta pittore è l'oggetto primiero delle nostre lodi. C'incresce di non poter noi qui riferire in autentica forma il giusto tempo in cui
egli vide la luce del giorno e nemmen quello in cui smarrir senza speme la dovette. Certo è che le pisane pergamene da noi
vedute in Firenze, ove già trasportate furono, hanno in più tempi scritto il nome di Giunta. Un tal nome segnato è in un istrumento del 1258 indizione prima, ed in altro del 1267 colla espressione di quondam Giunta, e replicato trovasi in una carta del 127087. In Pisa ancora, nei libri dell'operajo del duomo del 1300, leggesi Guiduccio famulus Juncte; in un Codice del 1203 della Comune eravi chiaramente88 Mag. Junctus P., ed in altro del 1210 prima della moderna permuta vi lessi Juncta Magister. E perché in oltre il P. Angeli nella sua storia assisiana, stando alle vecchie memorie del convento, scrisse che Giunta Pisano circa all'anno 1210 apprese l'arte, e che le opere di lui fossero circa all'an. 1230 e 1236, avremo per avventura lumi bastanti
a indicare il principio ed il fine del nostro pisano dipintore.
Tenendo lo stile usato di non ragionar senza prove di fatto, io mi lusingo di poter narrare nuove cose di lui e di provare
che in Pisa fioriva una scuola di pittura migliore dell'antecedente, e più lontana dalla barbarie comune all'altre scuole,
e che da questa città dee specialmente ripetersi il primo ristoramento dell'arte. Non negheremo perciò ch'ella ricevesse dai
fiorentini una maggior perfezione e ripeteremo sempre con grata ricordanza le somme lodi date a que' maestri che ne furono
i primi autori. Il merito però di questi non toglie ai pisani la gloria del primato e questo è ciò che mi son proposto di
dimostrare, non valutando le incerte miniature, e non prestando fede all'ideal giudizio di quegli scrittori che antepongono
ai nostri artisti i Tafi e i Buffalmacchi89. Trattandosi della storia delle arti, convien risalire ai principj di esse, e la pittura ne trova certamente uno di che gloriarsi
nel nostro Giunta Pisano.
Esistono tuttora alcuni preziosi monumenti in fresco sul muro nella gran chiesa superiore di S. Francesco di Assisi, ed uno
in tavola nella Madonna degli Angioli, chiesa di vasta architettura nel piano della città suddetta. Ci palesano essi il pittore
e meritano, checché altri ne abbiano detto perché non li videro, che qui se ne faccia onorevol memoria.
Parlando in primo luogo delle pitture della basilica assissiana, che in prima fila ne vestono le pareti del gran presbiterio,
quelle sono che al nostro Giunta si assegnano coll'attestato insigne del Wadingo, e per codici originali del convento90, e che sembrano eseguite per giuste induzioni dopo il 1230 e prima del 1236 ma interrottamente91. Ecco quanto di esse raccoglier seppi dal più diligente esame che ne feci circa al 1780, allor quando mi portai espressamente
in Assisi a pro dell'istoria che andava tessendo.
Particolar cosa è per certo che tali pitture generalmente non siano più quelle ch'escirono dal pennello del nostro Giunta.
Ne sospettai appena le vidi delineate e tinte in pessima e stravagante foggia. Non mi persuasi che Frate Elia, uomo non punto
insensato, avesse chiamato da lontan paese, ed espressamente scelto ad abbellir quel tempio per cui si era preso tant'impegno,
un dipintor sì meschino, un maestro che poi tutti i cronisti superiormente agli altri di quel tempo commendarono; né andò
deluso il mio sospetto. Imperocché ritrovate in un medesimo quadro, anzi in un gruppo stesso, alcune figure con molto miglior
maniera condotte, notata una consimile variazion di stile in una figura medesima, desio mi spinse di stropicciar leggermente
la superficie del peggior dipinto. E poiché un migliore al di sotto comparir ne vidi, mi fu agevol cosa il concludere che
un tintore affatto meccanico e senza senso comune ricoprisse le opere di Giunta guaste dalle solite cagioni che per lo più simili pitture danneggiano.
Guai alle arti, quando alla custodia dei rispettabili monumenti niuno che il valor ne intenda vi presiede. Né alcuno resterà
dubbioso sulla verità del mio esperimento se osserverà giammai, nelle pareti della gran navata di quel tempio, la vita di
S. Francesco dipinta da Giotto, perché ivi troverà praticata l'istessa barbarie in alcune colonnette spirali che dividono in eguali partimenti le storie
di quel santo. Mentr'io ad un religioso del convento, che mi fu compagno cortese in tale esame, mostrava come alcune di esse
colonne erano in parte dalla tinta crudelmente alterate, e nel rimanente vestite del pristino colore che armonioso e grato
scorgeasi uniforme in altre non contaminate, egli agevolmente si persuase del fatto. Chi vide mai peggior cosa della maniera
depravata e sciocca del restauratore ignorante? Basti sol dire che con un medesimo colore oscuro monotono e crudo allo sguardo
ei tinse e carnagioni e vesti, e che in oltre fu sì nemico della natura che le ciglia, gli occhi ed altre parti circoscrisse
con linee chiare di un giallo sudicio, ciò che muoverà dispetto piuttosto che riso in chi le osserva. Ma troncando ogni altra
cosa inutile che a sì caro pittore appartenga, convien far conoscere lo stil di Giunta.
Questo mi si manifestò frai risarcimenti informi delle indicate parti in quelle storie ove lo ravvisò il P. Angeli, ed in
alcune eziandio che il Vasari dette, cred'io senza vederle, a Cimabue. Il disegno è sufficientemente buono ed è il comporre assai ragionevole riguardo alla tenera infanzia dell'arte ne' primi
anni del sec. XIII. Non dirò che il tingere e l'ombrare mostri una grata unione di differenti colori, che vano sarìa il pretenderlo
sì di buon'ora, ma subito che le carni son di una tinta andante giallognola e talvolta olivastra risoluta da poco color rossiccio,
e da un oscuro quasi unisono si posson contentar gl'indiscreti. I panni sono per lo più giallastri o verdognoli, e non giammai
netti e puliti. Vero è che alcuni tratteggiati, talvolta, ed ornati con orli ed arabeschi hanno alcune pieghe nella secchezza
loro intese a sufficienza e vedute dal vero. Questa maniera insomma di operare, mentre dimostra una servitù originata da quella
di greca imitazione, mostra altresì che un miglior talento ed una mano studiosa in più natural foggia la riduce.
Esaminate tali cose giusta il costume non di chi si contenta di un giro inutile di gonfie parole, ma di chi vuole esporle
con sicurezza, mi rivolgo a ragionare precisamente di alcuni degli indicati avanzi della nascente pittura.
Se debbo far parola del martirio di san Pietro, m'incresce che nell'opera ragguardevole dell'Etruria Pittrice sia stato proposto per un saggio della maniera del nostro
vecchio maestro, e per l'unica memoria del suo pennello, quando esso non è più tale. Ben mi ricordo che questo dipinto è appunto
non men degli altri confuso e contaminato dal sopraccitato tintore, il quale per altro non alterò l'esteriori linee componenti
le braccia ed altre membra, né le dita delle mani, che non son punto stravolte, ma di ragionevol forma. La testa del santo
crocifisso a rovescio è mancante nell'originale per l'intonaco caduto, e il disegno di quell'opera ne mostra un'altra ideale.
Il medesimo non ha distinto, come sarebbe stato desiderabile, fralle figure circostanti in gran parte distrutte, le tre situate
a sinistra, e la prima, e la penultima nell'opposta parte, le quali ove la sovrapposta tinta non le offende mostrano una certa
espressione convenevole al soggetto e vestono alcuni panni rabescati e tinti ragionevolmente.
Bensì presso il quadro che a questo sulla dritta s'unisce, e che rappresenta la caduta di Simon Mago, son testimoni non cancellati dal tempo, né oscurati dall'ardita mano.
Proponghiamo fra questi una parte della figura situata presso al Giudice sedente, e la diamo in esempio nella settima Tavola
tanto che si dimostri con essa un'idea del fin qui detto. Il disegno non è esagerante o alterato, e se alcuni ritocchi di
bulino han di poco nascosto colle ombre e con isfumare i dintorni quel carattere più vero ch'era stato significato coll'acqua
forte, egli è certo che Giunta si sforzò di scrivere in fronte alla nostra figura il pensiero del rappresentato oggetto, panneggiandola ragionevolmente
e tinteggiandola di color di carne rossastra con poca ombra bastantemente degradata.
Anche una miglior prova del far di Giunta e del discoperto inganno abbiamo notato nel quadro in angolo della contigua parete. Quivi per buona sorte compariscono alcune
teste disegnate meglio che altrove, non men che ombrate ed esprimenti. Son'elleno presso a un edifizio cavato ragionevolmente
di prospettiva, che dimostra, ove si spogliò della nera superficie il primiero suo colore. Certi diavoli poi, per l'espressione
bizzarra e per le tinte dicevoli al carattere, sono per quella stagione un portento.
Di questo tempio ragionando e delle opere del più antico maestro, fa mestiero di accennare in questo luogo, qualmente or più
non esiste, come alcuni moderni secondo il costume della più parte falsamente scrissero, la tavola ove il nostro autore colorì
l'immagine dei Crocefisso con Frate Elia supplicante, e di cui il Wadingo e l'Angeli testimonj oculari ce ne han conservata la più chiara memoria. Essa era appesa
nel mezzo di un trave che appoggiato su due mensole si distendeva da una parte all'altra della chiesa, e che fu tolto di mezzo
nel 1624 per servire al magnifico apparato fatto in occasione di doversi consacrar vescovo un nipote di Urbano VIII. Basti
un tal avviso per dover compiangere la perdita del prezioso monumento che vi era appeso; e senza che ne consultiamo l'autor
delle memorie assisiane, siam persuasi per molta esperienza qual conto si fa talvolta degli antichi prodotti dell'arte, e
delle reliquie rispettabili non solo nei conventi, ma nei luoghi più cospicui ancora. Quanto essi poi nelle vicende e riforme
delle chiese si calpestino e si distruggano dal barbaro destino, più motivi di ripeterlo avemmo.
A gran ventura una copia del ritratto indicato di F. Elia si conserva in Cortona presso il sig. Bernardino Venuti, d'onde fu tratto il disegno in rame ch'è inserito nella vita di
lui scritta da monsig. Filippo Venuti. L'abbiam veduto nell'an. 1791 con occhio di fresco esercitato sulle opere di Giunta, e possiamo asserire che desso, sebbene in qualche luogo dimostri la maniera di un moderno copista, indica per altro in alcune
parti un'imitazion castigata dell'originale, e principalmente nel tinto ben impastato con pochi e patinati colori, altra dote
di Giunta da noi conosciuta nelle pitture della croce di S. Maria degli Angeli. I caratteri scritti dal pittore non esperto delle lettere
gotiche nel dintorno dell'ovato e sotto al medesimo sono i seguenti: Jesu Christe pie miserere precantis Eliae Sicurta Pisanus me pinxit. A. D. 1236.
L'abbaglio del nome, o derivato sia dalla conformità del nostro r all'n di quel tempo, o da altra causa, per noi si fa chiaro
abbastanza sì perché l'annalista Wadingo per ocular confronto ci trasmesse l'archetipa iscrizione col nome chiaro di Giunta, come anche per gli anzidetti libri dell'opera del duomo e della Comune; e non istaremo a citarne altri dell'opera stessa,
ove negli anni 1203, 1225 e 1229 il nome di Giunta di Giuntino, e di Guido di Giunta leggemmo, e quel di Sicurta giammai.
Ma di ciò niun'altro pensiero prendasi, e bensì si valutino le testimonianze illustri degli autori Angeli e Wadingo, che il
Crocefisso videro affabre pictum; ed i nostri fogli privi non restino della veridica inscrizione:
PRATER. ELIAS. FIERI FECIT
JESU. CHRISTE. PIE
MISERERE PRECANTIS HELIE
GIUNTA PISANUS ME PINXIT A. D. 1236.
IND. 9.
Una tal epigrafe vien riportata dal Tronci alla pag. 187 an. 1236, dal P. della Valle, dal Tiraboschi e dal P. Affò.
Siam oggi assicurati dal nostro sig. professore Ciampi, per memoria a lui comunicata dal sig. cappellano Zucchelli, che Giunta fu figlio di Guidotto dal Colle, che dipingeva sino dal 1202 e ch'era sempre in vita nel 125592.
Ma ritornando per poco al ricavato ritratto, checché ne dica il Dal Borgo in una sua Dissertazione, il sig. Proposto Venuti
di Cortona nelle sue memorie, che per sodisfare al mio desiderio mi comunicò gentilmente, concorre nel prefato sentimento;
e circa all'epoca di questa copia, "che non è a notizia di alcuno", congettura che essendo esistito l'originale fino al 1624
essa si debba assegnare all'anno 1600 incirca. Quindi soggiunge molto giudiziosamente:
La copia di cui si parla è in tavola dipinta a olio a chiaro scuro un poco tinteggiato. Se dalla medesima può giudicarsi dell'originale,
si può aggiungere ch'ella è ben disegnata non molto simile al rame riportato nella vita del suddetto Frate Elia. Il volto
è sfumato, ha molta espressione e rileva assai bene. Le sue proporzioni sono esattissime e può dirsi nel suo genere una pittura
ben terminata benché dipinta a pochi colori. La sua barba non è che un semplice oscuro ma sì bene sfumato che mostra a meraviglia
la natura della medesima. Quella poca di veste che ivi si vede è espressa con naturalezza e le pieghe del panneggiamento sono
bene eseguite relativamente all'abito rustico di cui è rivestita la figura.
Molto qui acconcie sono le parole del dott. Giovanni Lami su tal soggetto.
Che dirò del ritratto di F. Elia discepolo di s. Francesco, il quale esso fece fare da Giunta Pittore Pisano nel 1236? E'
stato inciso in rame nel Magazzino Toscano di Livorno ed è molto bello e ben fatto93.
Passando all'altro monumento, che ritrovammo nella enunciata chiesa di Santa Maria degli Angioli, mercé le instancabili nostre
ricerche e la notizia avutane in Perugia, mi faccio un dovere di darne ora un conveniente ragguaglio. Egli è in tavola piana
rappresentante Cristo in croce, ed affissa a una delle pareti laterali della cappella ch'è presso alla porta della sagrestia.
Tutta la dipinta superficie è generalmente ben conservata se la parte superiore si eccettua. La cartella ancora situata a
piè del crocefisso è alquanto guasta, ma per buona sorte vi si leggono tuttora chiaramente questi caratteri, che son della
miglior forma di quel tempo ed espressi in oro sul fondo rossastro.
... NTA PISANVS ...
IT PI ME F
Ad onta della mancanza di alcune lettere e della non intelligenza di quelle precedenti alle parole Me fecit, la storia della pittura e Pisa stessa deve molto a così estimabile avanzo che porta impresso a chiare note il nome e la
patria del vecchio dipintore.
Sarà per noi sempre lodevole il costume di quegli artefici che nelle opere lasciano scritto il proprio nome. Così ci assicura
Plinio, che solevano far gli antichi.
Oltre agli esibiti caratteri, concorre alla maggior chiarezza del vero il confronto della maniera con quella da me ravvisata
in Assisi, benché quest'opera, per esser meglio conservata e perch'è dipinta in tavola sul gesso in più durevole e pittoresca
foggia, comparisce molto migliore delle assisiane dipinture a fresco sul muro, di modo che osservandola eccitò in me non poca
maraviglia e piacere.
Se il Cristo si esamina, egli è di una proporzione poco men che naturale e non ingrata nelle diverse membra. Pende con molto
naturale atteggiamento sul piano della croce, ch'è scompartito da liste dorate e scure. La carne estenuata è tinta di color
pallido tendente al bronzino, ed è poco ombrata da uno scuro quasi monotono ma sfumato e di buon impasto, nuovo requisito
che nei freschi di Assisi non erasi distinto. Col medesimo scuro son segnati i muscoli e le ossa principali molto ragionevolmente
e con quella secchezza che fu sempre compagna de' principj dell'arte.
S'oltre ai piedi forati ciascuno da un chiodo, e d'onde sgorgan vive goccie di sangue, le gambe, le braccia, e le mani eccedono
alquanto in esser magre, e le dita in lunghezza hanno ancora una certa tal qual forma che non disgusta, né son tisiche, né
stravolte come accadde avanti, e dopo l'epoca del nostro pittore. Non passerò sotto silenzio il panno che dai fianchi fin
quasi alle ginocchia si distende, perché tinto di bianco livido con liste cerulee ha qualche piega facile e naturale e perché
mostra il giro dell'anca presso alla quale pende una ben intesa falda. La testa poi dei Nazzareno è quel che si può desiderar
di meglio in quella rozza stagione. Delineandola, il nostro Giunta l'inchinò sul destro lato, inarcò le ciglia, abbassò l'estremità della bocca ed usando in luogo acconcio alcuno pennellate
di scuro, risentite anche di soverchio, si sforzò di atteggiarla di dolore. La barba oscura è condotta con isfumatezza e verità,
come ci descrisse quella del suo quadro il sig. Proposto Venuti. Se i capelli parimente oscuri son distinti con semplici linee
stese, e quasi parallele in più barbaro stile, sono anche una delle parti difficili della pittura.
Non minore fu la nostra ammirazione nell'osservare le piccole mezze figure dipinte nell'estremità' della croce, ove la tavola
per larghezza si dilata. Una è nella superior parte in campo azzurro avente il diadema, i capelli dorati e 'l manto scuro.
Altre due in campo d'oro son presso le mani del crocefisso. E poiché ravvisai in esse che il nostro Giunta v'impiegò tutto il suo sapere m'ingegnai, malgrado il disagio di prendere il disegno della più comoda cioè di quella situata
sull'estremità del braccio sinistro, per poi qui produrla, come feci, per testimone di quanto era mestiero di narrare in questo
luogo della mia storia.
Ogniun vede in essa una certa conformità coll'altra mezza figura, espressa per comodo nel medesimo rame, ed agevolmente può
ravvisarne i rapporti e le qualità pittoresche, perch'io non torni a replicare ciò che dissi poc'anzi. Soltanto per vie più
far conoscere che lo stil di Giunta non soffre il confronto degli additati miniatori, che sta molto al di sopra di quello praticato in Pisa dai suoi maggiori,
e che forse vince qualche altro pittore che venne dopo, piacemi di soggiungere qualmente gli occhi né spiritati sono, né stretti
e lunghi come quelli de' primi fiorentini maestri, ma aperti con giustezza ed esprimenti il dolore unitamente alle marcate
ciglia. Oltre di che, il tingere è in poco più variato e composto, spiccando nelle guance e nelle labbra un poco di cinabro,
ed i panni son meglio del solito coloriti e piegati. Né esagerato il racconto, né il mio disegno aggrandito sembri con ideal
finimento, come lo è in parte nella forza del chiaroscuro94; perché effettivamente è come in esso si vede il rigiro delle pieghe del panno cadente sulla sinistra spalla, e indicante
la seta in più parti. Siccome ben mi ricordo che l'altro panno lumeggiato con oro è con minute crespe sottilmente lavorato.
Gareggia infine in questo dipinto ogni sforzo che far poteva il miglior dipintore di quell'età.
Ragion pur vuole adunque ch'egli, non essendo quel tintor falso e ridicolo da altri mal conosciuto nelle opere assisiane,
risquota da noi e dai veri imparziali il dovuto plauso, né si reputi l'annalista Wadingo un visionario e un uom da poco in
aver dichiarato affabre pictum il Cristo smarrito della basilica d'Assisi. Ragion vuole ancora che un tal prezioso monumento si tenga in pregio e si conservi,
e perché l'arte forma epoca in esso facciam voti che l'ardita mano di qualche ripulitore non ne alteri la maniera95.
Or godiamo di poter presentare sotto gli occhi dei nobili genj cultori disappassionati della Storia dell'arti belle altra
delle più vecchie dipinture della Scuola pisana, incisa in rame nella tavola K. Ella è un Cristo alla croce e tre piccole
mezze figure nell'estremità di essa. La maniera è quella appunto che fu da noi poc'anzi distintamente dichiarata, sol che
vi si aggiunga una miglior proporzione. La tela ingessata e distesa sull'asse, la colorita superficie, e tutto si conforma
colle notizie allegate. A maggior confusione degli ostinati,(diremmo ancora del Vasari e del Baldinucci, se fossero eglino
frai vivi) e per servire ad un certo nostro amor proprio ed al piacer di molti, la testa del Salvatore incisa nella tavola
H fu da noi prima fedelmente lucidata sull'originale, che in un tabernacolo alla parete appeso si conserva nella chiesa di
S. Ranieri posta ove la piazza del duomo verso ponente s'inchina.
In esso ella è per quel tempo stupenda ed i panni son molto più felici che nel rame. Il Cristo poi fu delineato con usare
nelle proporzioni delle diverse membra la precisa misura della testa di lui, e per tal conto la nostra carta non è diversa
dall'opera di pittura molto ben conservata, se il panno si eccettua. Or dicasi in realtà se i pisani per sì bella e convincente
prova furono i primi, o no a risvegliare l'arte ancora del dipingere, in Italia.
La prelodata pittura per sottrarsi alla turba dei malnati, oltraggiatori delle antiche reliquie dell'arte ricovrata erasi
nell'alto di una parete di fumo tinta nella cucina del monastero di S. Anna di Pisa. Malgrado un tal suo ritiro, non isfuggì
nel 1793 agli occhi nostri mai sempre intenti ad investigar tracce sicure dell'operare dei vecchi artefici. Fral nebbioso
velo ond'era essa avvolta, vi ravvisammo da lungi la maniera dell'antico Giunta. Le religiose graziosamente si mossero ad appagare la curiosità nostra. Conciosiaché vista da vicino la colorita immagine,
viepiù costanti nell'opinione, praticammo bentosto il modo di togliere il tetro nembo dalla parte inferiore dell'asse, e grazie
alla buona sorte ne discoprimmo gli aurei caratteri: JUNCTA PISANUS ME FECIT, come appunto sono stati nel predetto rame scolpiti.
Il degnissimo decano Zucchetti, che mentre visse in certe osservazioni ci favorì talvolta, fu testimone di vista, e dal piacer
compreso dell'utile discoperta, si unì meco a far collocare nell'indicato luogo acconcio così prezioso monumento.
Or poiché Pisa, che gli fu madre, riacquistò per noi del suo Giunta pittore fin dal 1200 un'opera rara e sicura che segna un'epoca nell'arte, desideriamo che nella chiesa predetta, ove collocata
si disse, a pro della storia e dei veri amatori di essa, pei quali rinnoviamo estimazion vera, si conservi.
2.4.2. § 2. Altri pittori e altre opere del 1300
Se in Pisa altro sicuro monumento non trovasi col nome impresso dell'autore, non ne mancano però altri di una somigliante
caratteristica, che indicano uno stabilimento fra noi di un ceto di pittori anche nell'epoca di cui si ragiona, avendo ciascun'epoca
il suo stile.
Diremo in primo luogo che sulla porta dello spedale appartenente agli uomini sta appesa al muro interno una croce formata
di tavole, come la già descritta. Dipinto in essa è il Nazzareno con due mezze figure nelle estremità del braccio trasversale,
ed altra mezza figurina in un tondo sulla cima dell'asta, nella guisa e col medesimo stil di Giunta, o si abbia riguardo al modo di tinteggiare e d'ombrare, o a quello di far i contorni. Non disperai di leggere il nome dell'autore
e l'anno corrispondente al divisato stile, quando da terra ebbi indizio di caratteri segnati sotto ai piedi del Cristo da
un solo chiodo confitti, in che differisce questa dall'opera assisiana e dalla pisana. Ma fatal cosa fu di trovarvi ogni altra
lettera fuorché le due VS in principio del secondo verso, sfigurata ed arsa dalla fiaccola di un lume che si teneva sul piano
di una vicina tavoletta, onde anche le membra del crocefisso restarono danneggiate. Per buona sorte esiste l'iscrizione sul
capo di lui composta di lettere che hanno la forma di quel tempo, ed è l'istessa di quella d'Assisi.
Di tre tavole or faremo ricordanza che, se non molto simili al far di Giunta appariscono, son però molto confacenti al nostro proponimento. Una esiste in S. Frediano alla prima cappella a sinistra entrando,
la seconda è in S. Pierino, in S. Martino è l'altra.
Dandone brevi notizie, diremo che quella di S. Frediano è verosimilmente una delle prime immagini di questa antica chiesa,
e se non è del secolo XI, ella certamente anteriore a Giunta. Il Cristo é confitto con quattro chiodi: la maniera molto accostante al genio greco–pisano è come a pro nostro si desidera.
Noia discordano le due figurine intere, presso le mani di lui seccamente delineate con occhi ben formati e aperti, e di lunga
proporzione. Negli altri due quadri, cioè in quelli di S. Martino e di S. Pierino, notasi il lavoro del Cristo più servile
alla suddetta maniera della prima epoca pisana e più crudo di quel di Giunta.
Niuna altra cosa diremo del primo, perché ora eccettuata la sola testa piena di ritocchi in olio col diadema dorato di nuovo
egli è tutto ben coperto, con drappo fissato da spessi chiodi, particolar costume di certe antiche croci; ed a suo tempo,
quando si scoprirono tutte le immagini de' santi, vi abbiam vedute varie storie del Nazzareno sul fare suddetto, e le lettere
nell'intitolazione della bramata forma. Non così accade del quadro di S. Pierino. Esso è ben conservato ed appeso alla parete
a benefizio de' devoti e degli antiquarj si conserva. Il Cristo alla croce è confitto con quattro chiodi ed è in natural forma.
Diversi gruppi di figurine sono scompartiti d'intorno ad esso, e nelle estremità della croce, né si può negare che riguardo
al tempo non vi si trovi qualcosa di buono superiormente al Cristo e ciò per la nota comparazione del minuto col grande. I
piedi posano bene, la forma della croce è la stessa in tutte. Questa è l'unica iscrizione che superiormente alle braccia di
lui in caratteri ben formati si legge:
MORTIS DESTRUCTOR VITE REPARATOR; ET AUCTOR.
dir ciò che ne sento sul più giusto principio delle due riferite immagini abbraccio volentieri l'assioma che, in tutti i
tempi, e buoni e mediocri artefici hanno operato riguardo a quella di san Martino, ma per quella di S. Pierino ne attribuisco
la dipintura ai maestri di Giunta. Un far consimile mi comparve, ad onta del sovrapposto cristallo, allor ch'ebbi campo di osservar quella dipinta croce, la
quale or si conserva nell'altar maggiore di Santa Trinita di Firenze, e che già incatenata al muro in S. Miniato al monte
si chinò sino al capo di s. Gio. Gualberto per quel che si narra. Essa in fatti è attribuita al secolo XI dal Lami, dal Richa
e da altri; e dipinta in tavola nella divisata foggia pisana la descrisse Ferdinando Tacca a Cosimo III nel 1671.
Opera più certa dell'età di Giunta e quasi direi di Giunta stesso è, a mio credere, il Cristo che nel 1792 osservai dentro al claustro delle monache di S. Marta ora soppresse. Queste
in una cappella eretta nel sito medesimo ove un giorno fu l'antica chiesa di s. Viviana96 lodevolmente lo conservavano. Non m'è noto qual ne fosse il destino. Dirò bensì che come quello di S. Maria degli Angeli
egli era espresso circoscritto e pennelleggiato. Della medesima struttura era la croce, che ritinta con l'olio qualche antico,
importante carattere forse ci nascose.
Stimo parimente un'opera da annoverarsi fralle pisane di quella stagione il Cristo in croce custodito nell'altar maggiore
della chiesa di S. Caterina in Siena. Per l'esame fattone nel mese di ottobre del 1791, esso ha i medesimi rapporti di quel
di Giunta, sol che la testa è meno inchinata. Simile è la croce divisata da formelle sferiche rosse nell'asta e nelle braccia, all'uso
de' musaici. Dove più si dilata, cioè nei fianchi e presso le mani del crocifisso, campeggiano sull'oro varie storie di lui
con figurine di non ingrata mossa e vestite di certi panni sul far di quelli espressi nel settimo rame. Hanno elleno i piedi
che posan bene su' respettivi piani. Molto convalida il parer nostro l'autentica notizia che sì estimabil monumento pisano
stette nell'antica chiesa di S. Crestina di Pisa fino all'anno 1565, quando per opera del cardinale Angelo Niccolini arcivescovo
di Pisa, col consenso del rettore Simon Pietro Del Pitta e con partecipazione del G. D. Cosimo I fu fatto trasportare a Siena
e porre nella suddetta chiesa di S. Caterina in contemplazione che la santa ricevesse in Pisa le stimate da detto crocifisso.
Nella croce alcun vestigio di carattere non trovasi, ch'era molto verisimilmente nelle parti che furono scortate per adattar
la medesima nel tabernacolo ov'è riposta.
Ma ciò non basta a pro del nostro argomento. Perocché nelle minute mie ricerche fatte in Pisa, altre rappresentazioni in tavola
ritrovai somiglianti alla ricercata maniera.
Tacer non debbo di una fra queste alta un braccio e mezzo, e quattro lunga, che porta in fronte tutta la caratteristica del
rinascente secolo XIII e che stava nel coretto della chiesa di s. Silvestro. Ecco le nostre riflessioni che non saran giudicate
giammai soverchie dagli spregiudicati amatori, quando un'opera può far epoca nella storia dell'arte. Ella è spartita da cinque
ordini architettonici di colonnine corte e d'archi acuti, la cui moda sfoggiava. In ciascuno di essi è una mezza figura, cioè
il Redentore nel mezzo ed ai fianchi la Madonna, s. Caterina, s. Giovanni e s. Silvestro. Se la Madonna si esamina nel tinto
delle carni, nelle forme degli occhi, del naso e delle dita delle mani, come ancora nel panno di color di filiggine, sul quale
i chiari dorati indicano le pieghe e formano un penero sul lembo della manica all'uso greco, abbiam facilmente un chiaro indizio
della maniera della Madonna di sotto gli organi, e di quella de' Carmelitani scalzi, ma però alquanto migliorata ed un tal
miglioramento nelle altre figure eziandio si ravvisa. E poiché non disdice il creder la nostra tavola un avanzo del quadro
dell'altar maggiore della medesima chiesa di s. Silvestro quando circa al 1230, secondo le cronache di Pisa, era già prioria,
e poiché ogni probabilità vuole che non pochi avanzi delle opere di Giunta fatti in patria siano pervenuti a' dì nostri, nemmeno
inverisimil cosa sarebbe il credere esser questo lavoro di pittura uno de' primi di quel vecchio maestro. Nella testa di s.
Giovanni in ispecie ch'è la migliore fra queste mi si fa chiaro tutto la stile di lui. Suo mi sembra anche il modo di condurre
i panni rabescati, di fare i capelli, di atteggiar le mani, sol che le dita di esse nelle assisiane dipinture e nella tavola
della Madonna degli Angeli son meglio formate. Se quest'opera ce l'avessero conservata intera i nostri maggiori, chi sa che
a rischiarar l'opinione il nome dell'autore quivi per avventura segnato non fosse, come segnati son quelli de' respettivi
santi sulla solita norma. Il sacro testo nel libro di Cristo in latino idioma, e l'alfa e l'omega in greco non mancano.
Ben mi ricordo di aver veduto non sono molti anni un simil quadro con s. Caterina ed alcune piccole storie di essa in campo
d'oro appeso ad una parete che divideva il chiostro distrutto de' frati soppressi di s. Caterina. Egli era sì antico, che
il Targioni osservandolo dubitò del rinascimento della pittura per opera di Cimabue97. Non avendo noi allora concepita l'idea della presente opera, tralasciammo di notarne le particolarità ed or sappiamo, con
nostro rincrescimento, che nella distruzione di quel chiostro si smarrì quella tavola che sarebbe stata opportunissima per
la storia che proseguiamo a comporre98.
Perché avrà incontrata la medesima sorte, reliquia alcuna non trovasi dell'opera di pittura di quell'Alberto pisano che stette sull'altar maggiore di s. Francesco, come dovrem dire altrove. Basta ora di averne fatta menzione per mostrare
che non pochi furono i maestri dell'antica Scuola pisana.
I Senesi ancora possono pretendere di aver preceduto i fiorentini nell'arte di dipingere e il dir qualcosa anche di loro non
sembrerà disdicevole al presente argomento.
La più considerabil reliquia che di tal tempo si conservi nella città di Siena è la celebre Madonna di Guido che, dipinta in tavola in guisa più che naturale, l'ornamento forma di una cappella nella chiesa di s. Domenico. Allorché
fu da noi diligentemente esaminata, non dubitammo di ravvisare in essa la maniera della prima epoca pisana notabilmente migliorata
e da quella del nostro Giunta non discosta. Per giudicar della seconda ci servì di guida la celebrata tavola di S. Maria degli Angioli, ed alcune coetanee,
e forse anteriori dipinture che in Pisa, come si disse, tuttora esistono. Eccone la caratteristica, che il parer nostro conferma.
Ha essa i contorni da linee grosse distinti, il naso tendente all'aquilino sulla punta, gli occhi aperti, la bocca stretta,
le dita delle mani lunghe e secche e tanto grosse nell'estremità quanto nelle giunture, le carni brune e giallognole e finalmente
quel modo orientale di vestire con ricamati lembi, e la fascia alla maniera con segni di pietre e con chiari di linee dorate.
I panni o sia il manto velato con azzurro da oltremare e colorato nel rovescio di un oscuro tendente alla filiggine, o siano
i bianchi lividi uniformi al panno del Cristo di Giunta, han pieghe angolari e piane, ma in alcune parti molto ben intese. L'aria di lei, la posizione, il disegno e lo stile in
somma piace più di quello del primo fiorentino maestro.
Opera alcuna de' Greci mosaicisti, e di quelli che si vogliono anche pittori, non può mettersi al paragone di questa tavola,
di gran lunga superiore. Ella è ben conservata, né alterata sembra da alcun ritoccamento, quantunque il tuono del colorito
delle teste sia meno bronzino che non è quello delle mani. Ben conservata ancora è l'iscrizione che sta nella prima linea
ed è la seguente:
ME GUIDO DE SENIS DIEBUS DEPINXIT AMENIS
QUEM XPS. LENIS NULLIS VELIT AGERE PENIS
ANNO D. MCCXXI.
Non fuor di proposito è l'iscrizione, e l'opera avrem noi qui ricordata per servir di prova allo stato della pittura ne' primi
anni del secolo XIII; ed invidiamo a Siena la gloria di averla prodotta e di possederla intatta e lontana dai rapaci artigli
dei distruggitori. Molti altri l'encomiarono fra quali il P. Montfaucon e l'autor delle Cronache sanesi e delle aretine, ma
niuno il seppe far meglio del nostro chiar. P. Della Valle, e con lui rimproveriamo il Vasari ed il Baldinucci che non ne
fecero parola per sostenere un male ideato sistema in pro de' fiorentini pittori.
Di altre dipinture di un tal genere non è mancante la medesima città di Siena. Per non dilungarci soverchio, di una solamente
farem qui ricordanza che nell'anno 1792, in cui ordiva il primo mio lavoro, stava nella chiesa di S. Giovannino, dopo che
fu nell'antica di s. Pietro in Banchi. Effigiato in essa sotto al naturale egli è s. Pietro sedente con diverse storie di
lui e del Nazzareno. La Natività fra queste viene espressa come nei pulpiti di Niccola Pisano. Per non ripetere spesso le medesime cose, diremo che comparisce in quest'opera tutto il carattere delle pisane già mentovate,
e ch'ella ha molta relazione colla Madonna di Guido Sanese e colla s. Caterina di s. Silvestro di Pisa. Trovammo in essa l'istesso
modo di preparar la tavola con tela sovrapposta ben ricoperta di gesso e su tal superficie l'oro disteso, e sull'oro il dipinto.
Nelle piccole figure campeggianti in oro e ben piantate maggior bontà ravvisammo che nel s. Pietro, il cui volto ha un'aria
alquanto spiritata per indicar forse una maggior dignità. Le uniche parole s. Petrus son con lettere simili a quelle della tavola di Guido, e scritte sono lateralmente alla figura di lui giusta il corrente
greco italico stile da noi più volte osservato: una insolita chiarezza nelle carni devesi al pulimento. Non deciderò se più
alla prima, che alla seconda delle epoche da me dichiarate appartenga quest'opera senza un più preciso e maturo esame, che
penso di fare in Siena ed altrove di simili antiche immagini a più bell'agio che allora non feci.
Dopo di ciò spiegheremo ancora in particolare, come altra tavola con s. Giovanni effigiato tiene un far che deriva dal greco
pisano del 1100 e ch'è molto simile alla sopramentovata s. Caterina nella foggia delle vesti e nel comparto delle storie del
Precursore99.
Anche in Siena stessa nella chiesa dei Servi una dipinta croce si vide simile in ogni sua parte all'assisiana in modo che
s'ella non è di Giunta medesimo, dalla sua scuola non si discosta. Non ne mancano delle consimili in altri luoghi. Avvene una in Lucca nella chiesa
di S. Michele, e non poche ve ne sono sì fuori che dentro Firenze. Per le suburbane basterà ricordare quella appesa al muro
nella sagrestia di S. M. del Prato del Castello di S. Casciano. Dentro poi la città ve ne sono nel chiostro e nell'interno
della chiesa di s. Croce sulle due porte laterali, come pure in s. Marco, e in s. Maria Novella sulla Porta maggiore. Il nostro
Vasari attribuisce quest'ultime a Giotto; e delle due in s. Croce una ne dà a Margaritone, l'altra a Cimabue. Ma in queste appunto trovando noi il carattere tutto proprio delle pisane epoche indicate, e principalmente in quella situata
sulla porta ch'è la sinistra della facciata, e nell'altra del chiostro, mal volentieri ci accordiamo col Vasari a reputarle
degl'indicati autori. Dubitar noi non vorremmo ch'esso abbia talvolta attribuito a' suoi primi pittori ciò che non si eran
eglino giammai sognato di aver dipinto. Forte motivo in fatti lui stesso ne dette ogni qualvolta il prelodato crocefisso della
chiesa superiore di S. Francesco d'Assisi, che coll'iscrizione patente ignorar non doveasi attribuì al suo concittadino Margaritone.
Non sarà qui fuor di proposito l'osservazion passeggiera sul costume di quei vecchi pittori, che nel colorir certe immagini
uno dall'altro non si dipartiva, a guisa di tanti fanciulli che non san muovere un passo senza la guida.
E per verità un grand'incontro dovette fare universalmente la maniera di formar la croce e di dipingervi confitto il Redentore
praticata da Giunta e da' suoi maestri in Pisa nel secolo XI, ai quali per avventura da noi si attribuirono quelle di s. Frediano e di s. Pierino.
Forse in tal foggia non la praticarono prima i più vecchi Cristiani. Nelle miniature del sesto secolo, s'incomincia a vedere
il Signore sulla Croce, vestito di una tonaca e da quattro chiodi confitto100; né ci avvenne di osservare la croce formata nella nostra guisa se non che in altri lavori miniati del secolo XI. In un Codice
Laurenziano scritto in quel tempo avvi una crocifissione come si desidera. La croce del Nazzareno in tavola larga, che nella
cima si dilata ha un contorno dorato, varie liste rosse e fondo azzurro. Il Nazzareno è confitto da quattro chiodi, e segnate
son le ossa, e pochi muscoli con istile assai più crudo di quello di Giunta, ma che si rassomiglia a quel di s. Pierino, ciò che convalida il sentimento nostro riguardo al tempo che gli attribuimmo.
Campeggiano sull'indicato azzurro presso ai fianchi di lui due piccole figure in piè ritte, la Madonna, e s. Giovanni. Il
diadema, i panni di linee scure risentite e di chiari sottili composti, le gambe e le braccia lunghe e secche, i capelli a
linee parallele, le teste larghe, e piane, e deformi le mani e i piedi sono indizj bastevoli a confermare tutto ciò che abbiam
detto su certe miniature e sul far di quell'epoca migliorato in Pisa. Anche un peggior disegno dimostra l'Evangelario, altro
codice del sec. XI della medesima Biblioteca ov'è miniata una simil croce101.
Ma ritornando alle pisane dipinture mi dilungherei di troppo se dovessi andar discorrendo per altre antiche chiese e per le
case eziandio ove sempre qualcuna spettante all'epoche da noi distinte se ne discopre. Tutte prive per altro del nome dell'autore,
e già dal tempo e dalla mala sorte oltraggiate sono. Sol per poco ci fermeremo a dire che, fra quelle da noi di fresco acquistate,
son del miglior disegno di quei tempi due tavolette coll'effigie entrambi della Madonna in piccola mezza figura e del Bambino
intero sedente sul destro braccio di lei. Indican esse lo stil greco che i pisani e gli altri italiani imitarono e una più
dell'altra, porgendo a colpo d'occhio un'idea della Madonna di sotto gli organi, gran forza somministrano a ciò che di questa
altrove abbiam detto. Le nostre ancora hanno il Bambino che regge colla man sinistra una pergamena segnata di caratteri greci,
oltre le parole scritte parimente in greco nella superior parte del campo significanti Madre di Dio. Le tinte sono distese
sul campo d'oro, che a tratti sottili forma nelle parti luminose le piegature di alcuni panni. Son questi in somma pregevoli
monumenti, che autorizzano quel che abbiamo asserito sul modo di dipingere di quella stagione.
Dalla quantità delle chiese esistenti nei secoli XIII e XIV, che diverse storie ci narrano, e quella in ispecie di Ranieri
Sardo pisano102 si potrà meglio congetturare il non piccol numero delle pitture e dei pittori di quel tempo. E se gli archivj nostri non
avessero più volte sofferte le calamità del fuoco e de' rapitori, e se io avessi goduto il vantaggio di qualche ajuto amichevole
a queste mie fatiche, son persuaso che altri maestri di pittura, provvedimenti e statuti di tal genere avrei forse ritrovato
fralle più vecchie carte, come nel tessere le storie delle respettive patrie ad altri accadde103.
Nonostante ciò, crediamo ormai di aver provato non inconcludentemente che Pisa in mezzo al suo splendore dando sovra d'ogni
altra città la prima mano a far risorger l'architettura e la scultura, non dimenticò la terz'arte sorella, aprendone scuola
ne' primi due secoli e che il suo Giunta co' suoi discepoli104, meno informe riducendola nel tredicesimo, può senza scrupolo e senza ch'altri se ne offenda meritare il nome di primo pittore italiano fino a Giotto fiorentino, che segna l'epoca di un più notabile miglioramento della pittura.
A Giunta cedano ormai volontieri il campo Margaritone e forse ancor Cimabue, due pittori intermedj. Quegli, nel dichiararsi grato al Vasari suo concittadino, non osa di comparire a fronte nemmen coll'opera
sua più del solito lavorata, cioè col S. Francesco della chiesa di Sargiano fuori di Arezzo, che al solo vederlo spiritato nel volto e co' pie' ritti
ci messe spavento. L'altro per colpa forse dello scarso suo talento imitator servile dei suoi maggiori non giovò all'arte
più che Giunta non fece. Anzi di sua mano si osservano cose molto meschine. E se opera sua, come si dice, è la Madonna di s. Maria Novella
in Firenze, fu certo essa il più gran salto del suo sapere. Ma invero non han minor pregio la Madonna di Guido sanese, il
Cristo assisiano ed altre opere pisane di que' giorni, come opportunamente le descrivemmo. Onde non vi ha ragion di dire che
per opera di Cimabue l'arte non solo inferma, ma poco men che morta risorgesse a vita novella. Siccome non può dirsi che per opera di quegli che
lo precedettero ella grandemente si disciogliesse dai lacci della barbarie ond'era oppressa, ma che soltanto recaronle essi
qualche sorta di miglioramento. E se l'indicata lode abbiamo specialmente data a Giotto non senza motivo l'abbiam fatto dopo un diligente esame delle pitture assisiane, delle padovane, delle fiorentine, delle
pisane e di altre ancora.
In esse abbiam veduto spiccar la novità di un miglior colorito, di qualche morbidezza, di un più significante carattere nelle
teste e di qualche naturalezza nei panni e nel comporre. Come ancora abbiam notate in alcune fisonomie, nel far delle barbe
e dei capelli e in diversi altri rapporti delle opere di Giotto, ch'esso seppure apprese i primi principj dell'arte da Cimabue, per genio di ben fare non trascurò di ricorrere al fonte ove il miglior disegno si esercitava con grande sfoggio ed al sommo
grado per quella stagione, voglio dire nelle mani degli scultori pisani primi maestri infallibilmente da tutta Italia onorati;
ed avendo egli sortito dalla natura un più disposto e fervido in ingegno, vedendo le opere di loro non piccoli vantaggi ne
trasse. Onde non dee far meraviglia se a favor di lui si destò meritamente il plauso dei tre primi luminari dell'etrusca favella;
siccome convenir bisogna che, risuonando per essi anche il nome di Cimabue, mercé la sola combinazione di essere stato dichiarato maestro di Giotto, per entrambi come altrove si disse venne quest'epoca illustrata. Se poi fra quegli che in appresso tesseron lodi a Giotto alcuno vi fu che l'encomiò soverchio, facendo escir dalla. sua scuola quanti pittori, scultori e architetti si sparsero per
l'Europa, egli ha mosso ancora con sì vana asserzione i più disappassionati a fondarsi nella soprallegata congettura.
Questo è quanto sembra possa dirsi imparzialmente di quest'artefice, e non creder giammai ch'estinta fosse la pittura prima
di esso, né che per lui ritornasse a nuova vita, come dichiarò il Poliziano riscaldato forse da poetico entusiasmo nel famoso
epigramma, e precisamente nel primo verso:
Ille ego sum quem Pictura extincta revixit.
Certo è che, fiorente questo nuovo genio, l'arte del dipingere si avanzò in Firenze e cominciò a declinare in Pisa, ove non
potette mai pretendere di pareggiar la scultura. Dir qui si potrebbe che così accadde fra i Greci secondo che Omero ed altri
scrittori c'insegnano, e che forse le maggiori difficoltà che la pittura esige nell'esecuzione potessero ritardarne i progressi.
Ma vero essendo che per lo più si formino i bravi maestri in quell'arte che più si onora e che più largamente si premia, non
è meraviglia se in Pisa i genj migliori si applicarono in estraordinaria foggia alla scultura, per la quale grandi eccitamenti
si davano da quei popoli che a gara voleano far più belli i templi da loro novellamente eretti.
Ma vedremo in appresso che la pittura tra noi non venne meno, e che si esercitò anche nel secolo XIV.
Per ora desideriamo che i leggitori esercitati su tali cose e capaci di confrontar le antiche maniere si compiacciano di dare
il giusto peso alla storia del Vasari riguardo al risorgimento dell'arti, e di riscontrare quant'ei vanamente disse: era spento
affatto tutto il numero degli artefici, quando come Dio volle nacque Cimabue in Firenze l'anno 1240 a dare i primi lumi dell'arte
della pittura. Brama gli prenda di leggere ancora i versi susseguenti: In s. Francesco di Pisa fu condotto Cimabue a fare
in una tavola un s. Francesco... conoscendosi in esso un certo che più di bontà, che nella maniera greca non ora stata usata
fin allora da chi aveva alcuna cosa lavorato non pur in Pisa, ma in tutta Italia, per le quali parole confessa il Vasari medesimo
che Cimabue non fu il primo italiano che dipingesse105. Piacquemi su tal proposito l'acclamazione del dott. Lami che nelle sue Novelle Letterarie è in questi termini: Poveri fiorentini,
poveri toscani, poveri italiani che dal mille sino al 1250 furono melensi e non provarono lodevoli stimoli di esercitarsi
nella pittura, né l'incognito desiderio d'imitare la natura.
Tanto meno stimin eglino ciò che, nell'apologia al commento di Dante, Landino scrisse e ciò che sentenziarono altri moderni
delle pitture precedenti a Cimabue106; e vogliano saper grado in virtù del fin qui detto e per solo amor del vero di unirsi con noi a concedere il primato a Pisa,
apprezzando nel grado loro i senesi nel dare i primi lumi della pittura alle italiche scuole. E perché non abbiamo giammai
preteso di attribuire a Pisa una gloria non sua, direm sempre col maggior de' novellatori107 che l'arte il miglior ristoramento ebbe da Giotto e per conseguenza dalla città di Firenze, e che questa può sovra d'ogni altra di Toscana gloriarsi di aver prodotti valorosi
ingegni, i quali formati nella scuola di lui l'ornarono e l'arricchiron di opere che tuttora fanno l'ammirazione degl'intendenti.
2.4.3. § 3. Maniera di dipingere nei tre secoli dopo il Mille
Se noi, ragionando delle pitture in tavola de' primi tre secoli dopo il Mille, non apportammo opinione alcuna sul modo onde
adoprate furono le tinte per colorirlo, non omettiamo di tesserne ora un breve paragrafo per dirne con più proposito; e forse
ci lusinghiamo che ce ne sapran grado quegli amatori della storia delle arti che pensiero non ebbero di far gli esami da noi
tentati.
Premesso come da altri fu detto che simili tavole, formate da una o più asse unite insieme, preparavansi con uno strato ben
grosso di gesso, la cui superficie tinta di bolo rosso si ricopriva in bella guisa con foglia d'oro perfetto, e talvolta col
semplice minio, abbiamo notato che in alcune delle più antiche la tela, e qualche volta la cartapecora, incollata trovasi
sul piano di tutta la tavola, o sulle commettiture soltanto. Osservammo in oltre che si segnavano i principali contorni con
uno stile, e che le aureole con fregi ed arabeschi s'incidevano per incavo a piccoli punti sul campo d'oro per lo più liscio
e lavorato, talvolta con formelle sferiche e mandorle alla musaica. Tuttociò si trova praticato nelle più antiche opere pisane,
in alcune sanesi ed in poche de' primi fiorentini maestri. Se si ascolta il Vasari, egli dice che il suo Margaritone fu il primo a dipingere con colori stemperati in colla sul gesso, a distendere l'oro in foglia, a far diademi ec. E parlando
di Antonello da Messina, asserisce che allora si seguitò a adoprare sulle tavole e sulle tele non altro colorito che quello a tempera, il qual modo
fu cominciato da Cimabue l'anno 1250. Ma simili ed altri falsi racconti non valutando, passiamo alle nostre osservazioni fatte sul modo e sulla qualità
del colorito, ed esaminiamone il resultato.
Nella Madonna di sotto gli organi, e nelle altre pitture di quella prima epoca pisana, come ancora nella tavola di Giunta e fralle tante opere della sua scuola in un Cristo che fu già dell'antica Compagnia soppressa del Crocione, e che abbiam
potuto ben esaminare sotto gli occhi, ci fu manifesta una lucente e levigata superficie, ed una forza ravvisammo molto superiore
alla proprietà di quei dipinti a guazzo o a tempera, ove sono impiegati i colori stemperati con acqua e gomma o altra materia
tegnente. Né la soverchia resistenza dei colori tentati coll'umido e in altra guisa punto ci mosse ad abbracciar l'opinione
di quegli che, indotti da superficiali cagioni, hanno assertivamente scritto essere state dipinte in olio alcune tavole prima
del 1400. Lo pretende il Malvasia, e frai moderni il sig. Kock. Questi un simil quadro ravvisa nella Galleria imperiale di
Vienna del 1297 di un pittore detto Thomas de Mutina, o sia Tommaso da Modena108.
Noi per altro sappiamo che giornalmente si restaurano certe antiche pitture con tinte a olio, e la superficie di esse col
medesimo olio, o con grassi salati, o con vernici lavandosi se ne altera totalmente il colore. Ed informati di tal costume
non isbandito dalle più celebri gallerie, come poi presentandosi agli occhi nostri una simil tavola di non languido, ma di
vivace colore decideremo subito ch'ella è dipinta in olio e che fu falso il grido che n'ebbe in Europa il suo ritrovatore?
Fin qui ripetute furono le parole stesse della prima edizione. Or mi rivolgo all'autore del recente opuscolo intitolato Memorie d'Antonello da Messina, per dire a lui che non intesi di applicar l'inganno di credere in olio dipinte certe imbalsamate tavole, né al Malvasia,
né al Kock, né ad altri a me noti, perocché son eglino fuor de' concerti ogni volta che dalle tavole intatte resistenti all'esperimento
indicato dell'umido sovrapposto trassero opinione della pittura a olio. Io narrar volli quanto altro su tal particolare pur
troppo sovente accade, e la verosimiglianza dell'inganno in qualcuno appunto, che ha l'uso degli occhi ma che in taluna occasione privo d'occhi per vedere e di anima per sentire si sottopone a degli abbagli massicci. Eppure
l'autor medesimo delle precitate memorie non doveva ignorare questa verità, nemmeno che l'avere il nome di esperto e non esserlo
in sostanza nelle occasioni non vale, siccome non basta il dono della loquacità dalla vera intelligenza disgiunto. Doveva
egli pertanto astenersi dal dar inutile ed inopportuna lezione, che un ritocco a olio sul fresco o sulla tempera in pochi
anni si annerisce, e tanto si distacca dal tuono delle parti attigue da non illudere alcuno ch'abbia l'uso degli occhi, perché
una tal cosa nota essendo lippis, et tonsoribus, e nota per avventura ancora a me, il pensiero di riferire a simili ritocchi non ebbi giammai. Potea bensì saper egli che
talvolta su certe tavole ben preparate e teste e mani e panneggiamenti interi con tinte a olio si rimpastano da un buono imitatore
del vecchio stile sottoposto; e che trattandosi di ritocchi, quando son eglino dati con semplicità e colla vera maniera da
mano esperta principalmente sulle vecchie pitture ove adoprata siasi in qualche modo la cera, con facilità essi si nascondono
anche ai più bravi talvolta. In prova di che portato avrei al prefato autore degli esempj diversi con ispiegare in compendio
il modo che almeno il migliore è riputato, per acconciar simili dipinture, e come sotto i miei occhi vidi bravamente operar
di fresco un pittore in Livorno sopra una tavola del 1400, ove la cera assolutamente scorgevasi adoprata; ma giuntami la notizia
ch'oggi ei più non sia nel numero dei viventi risparmio al lettore un tale allungamento, e m'incammino alla prova dell'impreso
assunto.
Ai denunciati indizj di resistenza all'umido lino che premendo distesi sulle colorate tavole intatte (fralle quali una nominar
debbo di quell'istesso Tommaso da Modena, che sembrò in olio al Kock sopraccitato) poiché quello si aggiunse dello stridor che produsse il frequente fregar delle
dita109, non mi persuasi contuttociò di pittura in olio, che sì levigata e liscia non addiviene giammai; ma nacque a me tosto un
non leggero sospetto che in qualche modo vi fosse stata adoprata la cera. Per venire in cognizione del vero, distaccai alcuni
pezzi di mestica dipinta da varie delle più certe già mentovate imagini di que' tempi, ed in particolare da quel noto crocifisso
del Crocione, che risale senza dubbio all'età del vecchio Giunta. E dovendo ricorrere al sì giovevol mezzo dell'arte chimica, ne pregai il signor dottor Giuseppe Branchi, che la cattedra
di questa scienza occupa meritamente nell'Imperiale Accademia Pisana. Egli graziosamente ne imprese l'assunto, ed io riporto
le parole stesse ch'ebbe la gentilezza di comunicarmi.
Divisa la mestica dipinta in due porzioni, fu una di queste fatta bollire nell'alcool e l'altra nell'acqua distillata. Ambidue
i liquidi conservarono la trasparenza, e soltanto acquistarono un color giallognolo. Col raffreddamento però separossi dal
primo una bianca sostanza coagulata, e sulla superficie del secondo manifestossi un sottilissimo strato di materia densa simile
alla cera. Tanto l'una quanto l'altra di queste sostanze, estratta che fu dal respettivo liquido ed asciugata, era infiammabile;
si liquefaceva con pochi gradi di calore e, al pari della cera, lustrava i legni levigati110. Queste proprietà caratteristiche unite a quella di conservare l'alcool bollente la propria trasparenza e di deporre nel
raffreddarsi la materia disciolta nello stato di bianco coagulo, abbastanza dimostrano l'esistenza della cera nella sopraddetta
mestica dipinta.
Per osservare se questi medesimi resultati si ottenevano ancora da altre antiche pitture esistenti in Pisa ed in Firenze,
furono ripetute sopra un buon numero di queste l'enunciate esperienze, dalle quali potemmo dedurre: 1. Che quelle prive affatto
di lucentezza e dotate di un colorito secco, simile a quello delle pitture a tempera, non danno alcun indizio di cera. 2.
Che i segni più certi di questa sostanza si hanno da quei dipinti, che attribuir si possono ai tempi di Giunta. 3. Che da
quest'epoca fino al 1360 sembra che la dose della cera andasse a poco a poco diminuendo, perché in proporzione della minor
lucentezza che hanno le pitture di questi ultimi tempi in paragone delle prime, si trova ancora di detta sostanza una minor
quantità. 4. Che finalmente quelle delle quali fino ad ora si è parlato non sono dipinte a olio, poiché fatta la solita esperienza
sopra di un antico quadro stato da non molto pulito con materie grasse, in vece di manifestare il bianco coagulo e di lasciare
l'alcool trasparente, colorì molto il medesimo e lo intorbò in modo da non riprendere giammai la primiera trasparenza.
Varie congetture possono farsi sulla maniera colla quale fosse dagli antichi applicata la cera alle loro pitture. La più probabile,
peraltro, e la più conforme all'esperienza sembra esser quella che sciolta fosse in qualche olio volatile, come per esempio
in quello di trementina. In fatti l'alcool, dopo aver abbandonato la cera in forma di bianco coagulo, rimase di colore giallognolo,
leggermente inalbò colla pur'acqua comune e lentamente evaporato lasciò una viscosa sostanza resinosa.
Valutati gli esperimenti ed il retto raziocinio del sig. Branchi volentieri inchinai a credere che dopo di avere il dipintore
impastate forse con uova e gomma, o con colla di carnicci le sue tinte, e dopo di averle ben distese col pennello sull'asse
preparata e terminato il lavoro, ne ricoprisse la superficie con uno strato di cera liquida mista forse con una quantità di
mastice, e anche con una porzione di olio volatile, come osservò il suddetto signor Branchi. Che si operasse in tal foggia,
e che non si mescolasse la cera colle tinte giusta la maniera adoprata da' greci e da' romani, n'è una prova l'aver io trovato
il colore privo di vivacità e di lucentezza dopo di averne raschiata una sottil porzione; né giammai si vide alterato il primo
suolo del gesso dall'untuosa mestura. Al più trovai in un'antica pittura del 1200 adoprata la cera sotto al colorito nelle
fessure in ispecie del mal commesso legname. La suddetta prova avendo io replicata in varie tavole incominciando dalle pisane
più antiche compresa quella di Giunta, come dissi, e dalle senesi fino alle fiorentine del 1345 e del 1360 con ottenerne il suddetto effetto, toccai con mano che
sulle orme dei pisani dipinsero i senesi, e quindi i primi fiorentini maestri in tal foggia, e che questa poi si dimenticò
dopo Giotto, come la pittura del Traini in s. Caterina di Pisa, alcune di Lorenzo Monaco e di un suo scolare ed altre c'insegnano.
Diremo ancora che dall'aver noi considerata la superficie de' nostri quadri sì ben levigata e netta è quasi forza il dedurre
che il pittore, dopo di avervi applicata la detta vernice coi pennello, la riscaldasse col fuoco appressandovi sopra una padella
ripiena di carboni ardenti atta a scioglier le cere, e ne togliesse con tal mezzo ogni disuguaglianza.
A ragione adunque commenderemo i nostri vecchi pisani maestri, perché con tal modo di fare toglievano alle opere loro quel
tuono freddo ed insipido ch'è proprio delle tinte a tempera, e perché cooperando alla conservazione di esse, mostravano di
non avere onninamente dimenticata la maniera de' vecchi greci nel dipingere in encausto: maniera encomiata dagli antichi scrittori,
esposta dal Requeno111 frai moderni, e nel 1800 indarno tentata.
Il fin qui detto sembra bastante a conchiudere che dal tentar coll'umido, o in altra guisa certi avanzi degli antichi tempi
mal se ne giudica, perocché dessi o sono intatti, e debbono conservare una porzione almeno della sovrapposta cera, o son restaurati,
e sospettar debbesi di qualche untuosa vernice o passata d'olio, come si disse. Ma un tale argomento nulla di più ci trattenga
e la descrizione del Campo Santo ponga fine alla storia della Scuola pisana del secolo XIII.
2.5. CAPITOLO V.
Campo Santo
2.5.1. §. 1. Epoca ed esterna struttura
L'ordine cronologico ad illustrar m'invita il celebre Campo Santo, grandioso, monumento dell'opulenza della pisana Repubblica
e dell'architettura del sec. XIII, a cui niuno altro d'Italia s'agguaglia, relativamente al fine onde i pisani lo destinarono.
L'origine del nascimento suo chiara risulta dalla istoria del can. Roncioni112, da Paolo Tronci113, dall'Ughelli114, e da altre autorevoli carte ancora. Narrano essi che l'arcivescovo Ubaldo de Lanfranchi, quando ad instanza di Clemente
III nell'anno 1188115 andò contro i turchi, come capo dell'esercito pisano, unitamente alle altre due marittime potenze, veneziana e genovese,
fin presso Gerusalemme si condusse; e poiché tenendo stretto dentro le mura quel presidio ebbe comodo di visitare il monte
calvario, pietoso desio lo mosse a far levare molta terra ed a mandarla all'armata composta di cinquanta e più navi. Trasferitosi
poscia dove le altre potenze erano intente all'assedio di Tolemaide, che fu circa all'anno 1191, narrasi che dalla sorte il
total comando ei ricevesse delle medesime. Ma nel terzo giorno del suo decoroso governo (onde Pisa per tre giorni ebbe voce
della signoria del mondo), nato scompiglio nel campo per la trista nuova della morte dell'imperator Federigo, colse il tempo
Saladino capo dei saraceni ed attaccò una fiera mischia con grave danno e strage degli intimoriti cristiani. Per lo che Ubaldo,
radunate le genti che campate avea, si ritirò all'armata, e date le vele al vento fece ritorno alla patria "con poco onore
ed utile" scrisse l'anonimo nella sua istoria pisana116. Allora fu ch'ei comprò presso al duomo porzione di terreno, e fatta quivi collocare la trasportata terra, adattò quel sito
per uso di cimitero. Sub eodem Presule (scrisse il Volterrano117) Campum Sanctum dicavere ex terra, quam Hyerosolimis adduxerunt, injecta nuncupatum.
Senza errore adunque gli autori scrissero, e direm noi con essi che l'idea primiera di questo Campo Santo concepita fu da
Ubaldo arcivescovo nell'anno 1200, e che posteriormente nell'anno 1278, come la seguente iscrizione insegna, fu innalzata
la gran Fabbrica sì fastosamente, come al presente si vede, col disegno e colla direzione di Giovanni da Pisa, essendo arcivescovo Federigo della splendida famiglia de' Viceconti118.
L'iscrizione è in marmo incisa nello spazio dell'arcata laterale a quella ov'è il principale ingresso. Tralasciando alcune
stravaganti ma chiare abbreviature, ella è così concepita.
A. D. MCCLXXVIII.
TEMPORE DNI. FEDERIGI ARCHIEPI. PIS.
ET DNI. TERLATI119 POTESTATIS:
OPERARIO ORLANDO SARDELLA:
JOHANNE MAGISTRO EDIFICANTE.
Frai molti scrittori il Vasari la riporta e narra che i pisani, attese le diverse prove del raro talento nell'architettura,
date da Giovanni in Perugia e mediante alcuni lavori di scultura che fece nella chiesa della Spina di Pisa, affidarono a lui l'esecuzione
della grande idea già da qualche tempo formata. Paolo Tronci conviene nelle due epoche accennate, e d'error convince il Volterrano
riportando il testo irrefragabile dell'allegata inscrizione.
Nell'anno 1283 fu terminato l'edifizio secondo i surriferiti scrittori, onde si espresse il citato Aretino maestro che finita
quest'opera l'anno medesimo 1283 andò Giovanni a Napoli, dove il re Carlo fece il Castel nuovo. Compita per altro, come presentemente
si vede, eccettuata però la cappella maggiore, ella fu sotto l'arcivescovo Filippo de' Medici, nell'an. 1464, come scrisse
il Tronci e come ce ne instruisce la memoria in marmo, che internamente d'osservar non omessi per renderla nota, come farò
in appresso.
Non occuperò il lettore con riportare le altre due iscrizioni esterne, che soltanto spiegano i sensi di chi le scrisse ad
un tal sito allusivi, ma passerò a dargli contezza della esterna bene architettata struttura.
Tutto l'edifizio a forma di rettangolo in lungo si distende. La facciata meridionale è scompartita in 44 pilastri di non ingrata
proporzione e di egual distanza fra loro, sopra de' quali voltano 43 arcate semicircolari. Nelle fabbriche di scuola pisana
si vedono adoperati archi simili e di rado gli acuti; tanto più qui usar gli dovette Giovanni non perché i passaggi del diverso modo di architettare non furono mai precipitosi partecipando sempre della passata ogni
nuova invenzione, ma perché gli stavano avanti agli occhi quelli del duomo e del battistero120. L'ornato bizzarro di una marmorea testa di variata figura è sopra ciascun capitello, dove si uniscono gli archi. Il magistero
degli intagli si fa distinguere ne' capitelli e nei corniciami. La materia tutta de' bianchissimi marmi, la più parte de'
nostri monti pisani, tagliati a opera di quadro e ben connessi fra loro fan comparir nobile e vaga la lunghissima facciata,
e ci ricorda che in quell'età si sapeva udire con la grande spesa il buon gusto.
Nuda di marmi è la parte opposta, che guarda tramontana per esser contigua alle mura della città, in luogo non praticato.
In quella verso ponente n'è soltanto incrostata l'arcata in angolo. Il lato orientale, nel cui mezzo è situata la maggior
cappella degli stessi marmi, si veste, la simmetria stessa lo comparte, ma un ordinario magazzino impropriamente lo ingombra.
Lasciò scritto su tal proposito il can. Totti121 che quivi prima era piazza, che avevano già disegnato i pisani di allontanar le mura per dar maggior campo all'edifizio,
e che allora anche da quella parte lo avrebbono incrostato di marmi. Scrisse ancora che Gio. Batista Cervelliera architetto, quel medesimo che lavorò di tarsia alcuni seggi del duomo, mostrò a lui il disegno dell'accrescimento delle mura,
e di fare anche quivi passare il fiume Oseri. Tali notizie fan molto onore ai pisani di quel tempo, che a dei direttori di
buon senso affidavano le fabbriche d'importanza.
A ben concepire la grandezza della vasta mole serviranno le seguenti dimensioni da me riscontrate diligentemente.
La lunghezza totale è braccia 222, e 76 braccia è la larghezza; braccia 24 è l'altezza; 596 braccia gira tutto l'edifizio;
l'area in misura quadra è braccia 16872.
Il tetto dal piano della gronda al comignolo, e dal comignolo fino all'altra parte è br. 34. Tutto di lastre di piombo egli
è magnificamente coperto, perché non si guardò a spesa alcuna, osservò il Vasari.
Due porte aprono l'ingresso all'edifizio. Scrivono i cronisti che quella sopra la quale un tabernacolo esistette, coll'effigie
del crocefisso in marmo che passò in S. Michele, era anticamente la più frequentata, come vicina e comoda a tutti quegli ch'entravano
nella città dalla vicina porta al Leone celebre in quel tempo, perché apriva la via che conduceva nella Liguria, nella Francia
e nella Spagna. Essa fu murata quando il gran duca Cosimo I, nel 1562, fece aprir quella che ora è detta porta nuova. Se poco
importa il sapere che or la vecchia porta povera e incolta appena il suo Leone conserva, inutil notizia non sembra che nel
fabbricarsi la nuova in alcuni fondamenti ritrovate fossero molte urne antiche con ceneri di arsi cadaveri all'uso de' gentili122.
Forma corona ed ornamento all'altra porta, che serve presentemente per principale ingresso, un architettonico edifizio di
marmi bianchi in foggia di tabernacolo, sostenuto da sottili colonne di rosso di Campiglia, e ornato di guglie, di merletti
e di fiorami sul gusto gotico–moderno. Mentre la Madonna ben atteggiata ha dritto di sedere nel mezzo, dinanzi a lei genuflessa
sta l'effigie di Pietro Gambacorti operajo, e quella dell'architetto Giovanni che colle altre figure scolpì se medesimo. E
se vero è che questo gruppo di statue ornasse al tempo del Vasari la porta principale del duomo, fa d'uopo riportar l'iscrizione
ch'egli nella base della Madonna in questi termini lesse:
SUB PETRI CURA HEC PIA FUIT SCULPTA FIGURA
NICOLI NATO SCULPTORE JOANNE VOCATO.
Per compensare in parte l'ingiuria, più e più volte condannata, che si reca alla storia dell'arte, vegliante in questo luogo
resti quella ancora che sotto alla sopra esposta ci lasciò l'istesso Vasari. Ei la vide nel dado reggente la nostra Donna
che in mezzo alle figure di Pisa e dell'imperatore Federigo stava sulla porta detta di s. Ranieri, e noi dei miseri avanzi
frai sassi e la terra confusi ne deplorammo il barbaro destino:
NOBILIS ARTE MANUS SCULPSIT JOHANNES PISANUS
SCULPSIT SUB BURGUNDIO TADI BENIGNO...
2.5.2. §. 2. Struttura interna
L'interna architettonica parte della region funebre con tali oggetti di magnificenza e di grandezza, e sì copiosamente decorata
d'opere di scultura e di pittura ci si presenta, che l'animo ne concepisce dilettazione e meraviglia.
Così raro e superbo edifizio fu destinato dagli avi nostri a racchiuder le ceneri de' cittadini pisani ed a perpetuare con
isculti marmi la memoria degli uomini celebri nelle scienze, nelle arti e nella guerra, qual altro famoso Portico della greca
Atene. La regina di Svezia Cristina Alessandra lo chiamò nobil museo. L'Olimpo dell'arte rinascente è con proprietà denominato
da chiarissimi scrittori; e mentre encomiato viene dall'Ughelli e dal Tronci, Giorgio Fabbricio lo commenda in quei versi:
Nec non quo placidam carpuntin morte quietem
Corpora, spe vitae melioris marmore stratus
Est locus, et multa cum religione verendus.
Quattro ampie logge in forma di parallelogrammo racchiudono il gran claustro scoperto, ove in tre campi divisa fu posta la
mentovata terra santa, la quale al dir del Vasecio riduceva i cadaveri in polvere nel solo spazio di 24 ore, attività già
da gran tempo perduta.
Romboidale è la pianta dell'edifizio che rettangola apparisce, come fu data in rame dal Martini. Non per questo lo direm difettoso
nell'arte, perché trovasi ciò praticato in più edifizj dagli architetti d'allora che con solidità e con leggere costruzioni
sapeano ben fabbricare. Il Rossetti123 riporta l'autorità dell'Orsato istorico padovano sull'evidente romboidal figura della immensa rinomata sala della Ragione
di Padova, che poco innanzi al Campo Santo si fabbricava. Egli dice che le diedero quella figura, acciocché gli angoli facendo
per sostenersi uno all'altro impulso più saldo e forte fosse l'edifizio, come più saldo è quell'uomo che sulla disparità dei
piedi fermandosi, ec.. Or il lettore giudichi dell'antica idea a suo talento, e noi passeremo a far note le interne dimensioni.
La maggior lunghezza è braccia 217, e poiché braccia 72 è la larghezza, ne risalta il giro di braccia 578.
Ciascun loggiato è largo 18 braccia. Il claustro aperto è lungo comprese le pareti braccia 181, e 36 largo. Il giro pertanto
sarà di braccia 434, siccome in misura quadra detto chiostro è braccia 6518, e quella de' quattro portici è 9108, finalmente
le braccia quadre dell'area totale sono 15624.
Il pavimento fa nobile e gentil comparsa co' suoi partimenti di quadroni di marmi bianchi e di liste di bardigli. Quivi sono
ordinate, con la distinzione dei respettivi stemmi e dei nomi delle antiche famiglie, le sepolture proprietarie che sorpassano
il num. di 600.
Seguitando a narrare ciò che spetta alla simmetria e al decoro, o sia convenienza della fabbrica, un ordine di non ingrata
architettura chiude d'intorno il grande atrio scoperto. E fa vaga e nobil comparsa pel marmo bianco e ceruleo, ond'è tutto
composto. Lo scompartimento è di 62 arcate rotonde, 26 per ogni lato, e 5 in ogni testa. Voltano esse sopra i capitelli intagliati
di 66 pilastri isolati, e sostenuti da un piedistallo continuo senza interrompimento, se i debiti risalti si eccettuano. Su
ciascun capitello, dove si rincontrano gli archi, è situata una testa di marmo di variata scultura, sulla osservata norma
della esterna meridional facciata. Il bizzarro acconciamento della maggior parte di esse arreca curiosità e spinge ad esaminare
che alcune con corna e orecchie caprigne son quelle denominate maschere sataniche; che molte piene di verità, e di disegno
non prive, si manifestano per ritratti; e che altre dalla caricata espressione di riso o di mestizia compariscono maschere
di comici e di tragici attori, che erano in uso secondo Plutarco nelle orgie di Bacco e ne' baccanali. Si veda finalmente
quanto son bene espresse alcune testo di leoni. Tutte insieme formano il numero di 132 e, dalle osservazioni suddette, si
raccoglie il miglioramento dell'arte in Pisa per quelle che de' bassi tempi si palesano, siccome per altre la quantità degl'illustri
avanzi di belle statue e di fabbriche antiche si concepisce.
D'intorno al divisato imbasamento sull'appoggio de' sedili e d'intagliate mensole di marmi bianchi forono ordinatamente distribuiti
gli antichi sarcofagi. La maggior parte di essi, dalle esterne mura della cattedrale rimossi, che fu circa all'anno 1297,
si collocarono nel dintorno del gotico ornato inconsideratamente allo scoperto, e così stettero fino che non provvide alla
total rovina de' medesimi l'estimator delle arti il principe Ferdinando con ordinare che fossero internamente disposti. Nulladimeno
forse per ignoranza dell'esecutore, ciò che sovente accade, alcuni infelicemente vi rimasero, e fra questi uno de' più belli,
come noteremo ove della moderna ordinanza e del maggior numero ci converrà favellare.
Il divisato ordine architettonico per mezzo di sei arcate apre l'ingresso al claustro, ed in ciascuno spazio di tutte le altre
mostra un ornato nobile e leggero. Lo stile è quel ch'era in moda, e questo è il comparto. Ai fianchi de' pilastri s'innalza
sull'indicato piedistallo un nuovo imbasamento, sul quale posano due sottili colonne ed un pilastrino a più facce nel mezzo
di esse. Le colonne son 110, che reggenti tanti piccoli archi di sesto acuto traforati e intagliati come lo sono in sottil
foggia tutti i respettivi capitelli formano il non volgare indicato ornamento. Un tal circondario poi di pilastri e di colonne,
materia tutta di marmo bianco, potrà non impropriamente denominarsi un nobilissimo peristilio.
Per quei trafori che veggonsi ne' suddetti pilastri e nelle colonne dalla parte che guarda tramontana, sembra che creder debbasi
alla tradizione cioè che gli spazj doveano esser chiusi con vetrate colorite e che non fosse proseguita l'idea per non rendere
il luogo oscuro: ne derivava per altro un gran giovamento alle pitture.
Cade qui in acconcio di esporre la denunciata iscrizione, spettante al compimento dell'edifizio, mentre è scolpita nella faccia
meridionale che guarda il claustro scoperto di uno degli accennati pilastri. Ella è in questi termini:
D... DE MEDICIS
ARCHIEPO. PISANO ANTONIUS JACOBI
ALMI TEMPLI PISANI OPERARIUS SACRI HUI.
ET INTER MORTALES.
PRECLARISSIMI SEPULCRI OPUS I.I.I.I.
ARCUBUS XXVIII. Q 3.
PERFORATIS FENESTRIS MARMOREIS III. ANN.
SUA DILIGENTIA PERFICI CURAVIT.
D. I. AN. MCCCCLXIIII.
Siccome presso le nazioni ben costumate fu sempre grande la cura di fare i sepolcri, come scrive l'Alberti, e siccome furono
questi in pregio presso gli ateniesi, gli egizj ed i romani, onde ne fu ricca la via Appia, ed anche l'Aurelia nelle recondite
sue parti, non fia stupore se molti ne possede della erudita antichità la nostra Pisa greca e romana, e sempre potente, culta
e doviziosa.
Quantunque siano eglino per le guerre e per la strage de' secoli ignoranti più che pel tempo edace guasti e corrosi, richiede
il mio assunto ch'io gli prenda in considerazione come fregi onorevoli dell'edifizio di cui parlo. Pertanto chi ha pieno lo
spirito delle vetuste cose e chi sa desumere il bello dalle medesime ancorché guaste, gradirà ch'io nel regolato giro de'
portici divisando vada l'iconografia di alcuni bassirilievi che mi sembrarono storiati dai migliori scalpelli, d'onde trassero
gran giovamento, come a suo luogo dicemmo, i pisani maestri Niccola e Giovanni primi restauratori della statuaria. Tali osservazioni a differenza delle altre saranno contrassegnate con numeri aritmetici
per comodo dell'erudito, e per regola di quella classe di osservatori che non curano simili sconciature.
Sul reflesso di maggiormente illustrare il nostro Campo Santo, non credo inutile di asserire colle parole stesse della prima
nostra edizione, e secondo la quantità e l'ordine de' sarcofagi d'allora che da leggero esperimento resultò che la materia
di essi, adombrata da fosca patina, era bellissimo marmo pario; che soli tre ne ritrovai di statuario lunese, due gran casse
della più pura pietra calcaria detta spato e una di marmo pisano.
Conciosiaché traggano i raccoglitori delle anticaglie da tal notizia le congetture loro.
Noi siam d'avviso che tai lavori si facessero nell'Italia ed in Pisa al certo piuttosto che nell'oriente, portando varj scrittori
opinione che gli etruschi potenti facessero venire i marmi greci; che lo costumassero i romani ci viene indicato dai nuovi
ritrovamenti di belle pietre orientali nella spiaggia di Roma. Non v'è poi niente di più probabile che ciò fosse anche dopo
l'uso introdotto de marmi di Luni, costume essendo che le rarità straniere son sempre preferite alle nostrali, quantunque
in pregio le pareggino.
In forza parimente del divisato riflesso farà mestiero il promettere che, fralle tante e varie rappresentanze espresse nell'anterior
parte e talora nei coperchi dei sarcofagi, quelle si osservano di pastori con agnelli attribuite dal Martini e da altri agli
antichi cristiani, che non sempre si servirono de' sepolcri del gentilesmo con rovesciare al disotto quelle lapidi che avevano
iscrizioni. Ma può un tal giudizio non esser sempre vero, poiché i fauni, o titiri, si trovano spesso effigiati senza corna
né coda simili a' pastori con rustici strumenti, e con la pelle come c'insegnano le pitture ercolanesi, ed Euripide nel Cicople.
Mostra poi certamente un bacchico sacrifizio quel sarcofago dove è scolpito un caprone tirato per un corno da simil figura
di campereccio Nume, sapendosi che detto animale fu presso i greci ed i romani ed in generale destinato in sacrifizio a Bacco,
come cantò Virgilio:
Et ductus cornu stabit sacer hircus ad aras.
Altri sarcofagi attribuiti agli antichi greci e romani chiaramente indicano caccie e fatti piacevoli, come baccanali, najadi
e danze che dessi eseguivano intorno al feretro, credendo che ciò suffragasse le anime de' defonti; siccome il versar latte
o vino dai coperchi forati, e di far simili funeree libazioni praticarono, narrandosi che Scipione Affricano ordinò che intorno
a' suoi funerali allegramente si bevesse. Altri all'opposto portano espresse ferali favole di Orfeo, del giovanetto Adone,
di Meleagro, del ratto di Proserpina e simili. Sonovi urne con gladiatori e con sanguinosi conflitti soliti farsi dagli etruschi
presso i sepolcri, aborriti per altro dai greci, come avverte il Winckelman. In alcuni bassi rilievi son figurati mostri marini,
centauri, sfingi, nereidi e sirene, e forse Ulisse con queste secondo il favoloso racconto di Omero. Altri si veggiono con
figure di deità, di fiere, di grifi alati, con la favola di Castore e Polluce, e con quella replicata sovente ed allegorica
di Amore e Psiche, e talora con diversi fatti in un istesso marmo. Quasi tutti i sepolcri storiati in simiglianti guise generalmente
si dimostrano de' gentili, siano etruschi, ateniesi, spartani, romani o altri popoli, che non bruciarono i morti, o che non
sempre costumarono di bruciarti, come Plinio e Cicerone insegnano124 ponendoli anche intieri nelle urne, e per lo più con l'obolo in bocca per pagare il portorio a Caronte.
Varie poi sono le iscrizioni incise ai fianchi e nella anterior parte de' sepolcri, e quelle meno corrose e più importanti
furono, parlando sempre della prima edizione, da me trascritte. Mi protesto per altro di non aver fatto lunghe considerazioni
e di voler risparmiare anche in questa al lettore una troppo ricercata mitologia, lasciando campo agli studiosi dell'antiquaria
di meglio indagare le antiche reliquie con riflessioni erudite.
Parimente prima di far note le arche sepolcrali di moderno lavoro, destinate all'uso nobile di perpetuar la memoria di uomini
illustri, come ancora le pitture che adornano a vicenda con esse le pareti de' quattro loggiati, d'uopo è ch'io porga tributo
di vera lode ai pisani di quella età, che i primi talenti dell'Italia nel secolo decimoquarto invitarono a far pompa delle
produzioni loro. Queste, quantunque per la durezza della maniera e pel non esquisito disegno siano dalle moderne superate
in pregio, meritano rinomanza per la venerazione che deesi ai primi maestri ed ai restauratori della nobilissima arte della
pittura.
Già dissi di lei nel primo volume, che come ognun sa dal colmo di sua perfezione fra gli antichi greci, romani e toscani declinando
insensibilmente dai felici tempi di Porsenna per tutto il regno de' dodici Cesari restò dai disordini e dalle guerre dei barbari
avvilita, e che giacque per molti secoli non affatto spenta, secondo ogni buon reflesso, ma scontraffatta, e sepolta quasi
che di pittura perdesse il nome. Per quanto si sforzarono e pretesero sgombrar dubbj sulla questione del primato dell'arte
rinascente il Malvasia, il Maffei, il Cinelli, il Bottari ed altri, sembra che ormai generalmente si conchiuda che nella bella
gloria del vero risorgimento dell'arte predetta infallibilmente la Toscana primeggi sulle altre nazioni, e che per quanto
prima i pisani, poi i senesi v'influissero, divenne quest'epoca illustrata per Giotto. Questi e Cimabue (scolare di Giunta, non pel Vasari ma per le ragionate riflessioni del P. Della Valle e dell'autor dell'elogio di Giunta medesimo nell'opera pisana più volte citata) incontrarono la sorte di essere onorati da' due gran poeti coetanei e commentatori
di loro, e dai componitori degli epitaffj sulle orme de' quali ne scrissero l'eloquentissimo Giovanni Boccaccio, il Vasari,
Raffael Borghini, il Baldinucci, il Lomazzo, il Baglioni, il Felibien, il Bellori ed altri molti autori, e ne fu forse cagione
la fiorita scuola ed i molti buoni seguaci ch'ebbe Giotto in ispecie.
Dell'uno e degli altri appunto dovrò qui favellare, vale a dir dell'istesso Giotto, di Simon Senese, di Buffalmacco, di Pietro Laurati, degli Orcagna, di Spinello, di Taddeo Bartoli e di altri fino a Benozzo. Questi ne' suoi dipinti, mentre fiorì circa al 1450, l'osserveremo superiore a tutti, come inferiore fu egli a Masaccio suo coetaneo, che rischiarando la giottesca, detto in luce una maniera novella che presto per l'Europa si sparse e per le
Fiandre, e che die' norma a' più eccellenti maestri.
Questi nostri quadri adunque, se non c'insegnano i primi avanzamenti che fece a poco a poco in Toscana la sfigurata pittura
per non esservi compresa alcuna delle opere de' pisani maestri anteriori a Cimabue che feci noti a suo luogo, né di quelle di Cimabue medesimo, indicano le maniere progressive del secolo decimoquarto fino a Benozzo, e come elleno apersero la via alle cose più perfette che furon fatte in appresso.
In grazia di tali vantaggi, se in addietro esigeron essi talvolta, giusta la tradizione, il dovuto restauro, meritavano anche
a' dì nostri la continuazione di un tal provvedimento per conservargli nel miglior modo ch'era possibile. Imperocché se erano
inevitabili le perniciose cagioni, è altresì vero che le conseguenze dei piccoli danni riparati agevolmente con usar composti
di calce e stoppa, e altre materie tegnenti, e con aver pronti abili pannelli, non si sariano in progresso fatte maggiori,
o quasi irreparabili con dispiacere degli eruditi. Se ne dolse a ragione il Vasari medesimo, ed il gran Michelangiolo, apprezzando il valore di questi dipinti, consigliò Cosimo I a conservargli. Erra grandemente chi gli crede di niuna stima
mettendogli in bilancia co' più bei prodotti dell'arte.
Lavorati son eglino sulla muraglia intonacata di calcina e sabbia ben fine, in quella foggia che dicesi a fresco. Sembra che,
per quanto almeno apparisce, opinar debbasi che qui l'intonaco non fosse apposto a misura di quanto può dipingersi in un giorno,
ciò che si chiama vero fresco, e che è durevole e resistente. I nostri vecchi di fatto non conobbero altra maniera di dipingere
che il fresco, molto usato dagli antichi125, e quella già riferita di adoprar la cera con olio etereo disciolta. L'altro poi di stendere i colori colla tempera sulle
tele in ingessate e tirate sulla tavola durò finché il noto fiamingo Van Eych, detto Giovanni di Bruges, non dette alla Fiandra verso l'an. 1410 la gloria di avere illustrata la pittura e di aver contribuito ai progressi della
medesima col vero maneggio dei colori in olio, maniera portata dopo alcuni anni in Italia da Antonello da Messina126.
2.5.3. § 3. Opere di Pittura
Volendo noi conoscere con regolata norma le indicate pitture, io ne ordisco la serie, intraprendendo il giro del parallelogrammo
sulla sinistra entrando dalla porta principale.
Premetto che l'autor erudito delle lettere pittoriche sul Campo Santo di Pisa, sig. Giov. Rosini, professore di belle lettere
nell'Imperiale Accademia Pisana, con molta sua lode di tali antichi monumenti l'incisione imprese, e ch'eseguita ella fu con
maestria d'arte e con precisione sì riguardo alle storie, che all'originario carattere dal sig. Carlo Lasinio di Treviso,
professore dell'Imp. Acc. delle belle arti in Firenze, accademico pistojese e conservatore del celebre pisano edifizio le
cui pinte bellezze passo a descrivere.
Il primo pittoresco lavoro che s'incontra è l'illustre vita di s. Ranieri pisano, protettore della patria in sei quadri scompartita.
La tradizione, Giorgio Aretino e il Baldinucci attribuiscono i tre quadri dell'ordine superiore a Simone Memmi da Siena, e i tre sottoposti ad Antonio detto il Veneziano. Questi, nato in Firenze, apprese l'arte sotto Angelo Gaddi, fu vago della maniera giottesca ed operò molto in Venezia. Simone poi fu discepolo di Giotto, secondo il Vasari, ma nella sesta delle lettere sanesi127 egli comparisce della scuola di F. Jacopo da Torrita. Fiorì dal 1300 al 1344, e dipinse con maggior morbidezza ch'altri non fecero. E poiché nel ritrarre al naturale fu tenuto
per il miglior maestro di que' tempi, Pandolfo Malatesta lo mandò in Avignone a ritrarre il Petrarca, alla cui richiesta avendo egli fatto anche il ritratto di Madonna Laura, fortunato
coetaneo di così celebre penna meritò l'onore di que' due rinomati sonetti:
5Per mirar Policleto a prova fiso ec.
Quando giunse a Simon l'alto concetto ec.
Il medesimo poeta in una delle sue lettere familiari128 così lo descrive: Quos ego novi Pictores egregios (dessi in fatti pel tempo in cui viveano furono per lui due Raffaelli)
nec formosos, Joctum Florentinum Civem, cujus inter modernos fama ingens, et Simonem Senensem.
Per soddisfare all'osservazione di taluni avverto che se nell'istesso quadro si trovano ammassati più fatti dell'istoria medesima,
ciò fu costume non lodevole dei maestri di que' tempi seguìto da Simone e continuato in appresso fino a' tempi di Raffaello129. Narra il P. della Valle che fu forza a Simone il praticar contro sua voglia tali divisioni, avendo altri pittori fatto quivi l'istesso, come Giotto e Bonamico.
1. Il primo quadro contiene due operazioni di s. Ranieri giovinetto. L'una è quando con leggiadre femmine danzanti e bene
acconciate sulla moda di quei tempi ei si trattiene; l'altra quando per opera del B. Alberto freno impone ai giovanili errori;
e mentre due fonti di pianto dagli occhi elìce se ne sta di dolore atteggiato dinanzi al Romito e a Dio Padre che fa cenno
di perdonargli.
2. Nel secondo egli distribuisce le sue facoltà a' poveri, che al vivo dimostrano gratitudine; cinto di peregrina veste, s'imbarca
sopra una nave che scioglie dal porto verso la Palestina. Quindi nella città di Tiro, rapito in dolce estasi, vede la celeste
Regina, che del suo patrocinio lo affida. Molta vivezza e belle arie di teste si osservino col Vasari in quelle poche figure
che intatte vi restano.
3. Il terzo, deteriorato una volta ed or quasi affatto perduto, ci rinnuova il rincrescimento che dal 1800 in poi abbia io
ritrovato queste pitture in tale stato di considerabile detrimento. Egli esprime Mosè ed Elia. Questi tre quadri mentre erano
intatti furono commendati dagli scrittori per l'espressione degli affetti, per le vesti proprie di que' tempi e per la bizzarra
invenzione. Il P. della Valle nella sesta indicata lettera dice che Simone superò in queste pitture i suoi emoli, e se stesso ancora; e fralle molte particolarità che rileva in esse, sempre relativamente
all'effetto che tali cose produssero in quella età, osserva il modo di armare la nave e il gonfiar delle vele. Ben poco oggi
giorno quivi si ammira, e dobbiam talvolta lambiccare il cervello per rinvenirne d'altronde le storie, tanto più che alcune
di esse furono da diversi confusamente narrate. Neppure il Martini tutte con chiarezza le descrisse; e quelle che fece intagliare
in rame per ornamento dell'opera sua, oltre che non mostrano la maniera di far le figure di quel tempo, mancano di esattezza.
Le altre storie spettanti al medesimo santo e proseguite, come dissi, da Antonio Veneziano nei tre quadri dell'ordine inferiore,
foron giudicate dal Vasari e da altri de' suoi tempi le migliori che si facessero in questo edifizio. Si trovano altresì meglio
conservate delle altre, attesa forse la diligenza somma che usava l'artefice ne' suoi lavori in fresco.
4. Nel primo quadro si vede il beato Ranieri sulla nave che partendo da Joppe ritorna alla patria. Scrive il Vasari che vi
son figure lavorate con diligenza fra le quali è il ritratto del conte Gaddo morto dieci anni innanzi, e di Neri suo zio stato
sig. di Pisa. In esso ancora si distingue il miracolo seguito in Messina, quando il santo fe' conoscere all'oste la fraudolenta
merce, dov'è vivamente espresso il diavolo in forma di gatto sulla botte, e dove osservò il predetto Vasari tre figure che
si meravigliano, proprissime negli abiti loro e negli atteggiamenti. Nell'angolo sinistro è indicato il suo ritorno, allorquando
i canonici del duomo di Pisa in abiti di quei tempi lo ricevettero a mensa.
5. Il secondo quadro, poiché l'umido de' venti marini condensato dai marmi vinse la diligenza del pittore, e poiché altre
cause vinsero l'uno e l'altra or dimostra appena i gruppi esprimenti la morte di s. Ranieri. Per buona sorte il sig. Lasinio
lo delineò e l'incise felicemente prima del nominato detrimento. Nel gruppo degli angioli volanti intorno allo spirito di
lui, che dal mondo si diparte, e che è già penetrato sul tetto della chiesa, l'effetto del duolo si rileva. Bene espresse
sono le antiche curiose fisonomie di certi preti, e il vario movimento di loro negli occhi e nella bocca, mentre cantando
trasportano la mortale spoglia del santo alla Primaziale. Fra i diversi ritratti dicesi esservi quello del Bavaro. Non vada
inosservata l'esattezza con la quale si ricoprivano in que' tempi le fabbriche; quelle ancora di Simon Senese nell'indicata lettera si commendano. La prima chiesa quivi espressa fu quella antica di san Vito a tre navi, e al di fuori
incrostata di marmi, demolita nel 1793 con poco profitto, anzi con isfregio della ricca materia. Il duomo è la seconda che
per la facciata aperta fa vedere lo spaccato dove alcune parti dell'architettura variate sembrano.
6. Esprime il terzo quadro i miracoli operati dal santo mentre il suo corpo alla sepoltura si trasporta. Fralle molte persone
che afflitte da varie qualità di morbo egli risana, vien lodato dal Vasari un idropico; ed egli è forse quel fanciullo con
panno azzurro in grembo alla madre, che mal concio appena si ravvisa. In altra parte del quadro con naturalezza sotto lieve
pino il mar s'adira e freme, e l'espressione de' marinari smarriti che più nol guidano viene additata per mirabil cosa di
que' tempi. Scrivono infatti quegli che Antonio Veneziano encomiarono, ch'egli più degli altri suoi coevi fu esatto nel disegno, ed in animare, e nel variar le teste valente. Non
sarà discara la notizia che da queste opere Giorgio Vasari ricavò il ritratto dell'autore, che vien creduto il più somigliante130. Sopra una delle casse che gettano i marinari nelle onde si legge il nome dell'autore, espresso colla sua solita cifra131.
Col medesimo spartimento di due ordini di quadri l'uno sopra dell'altro proseguono varie gesta dei SS. martiri Efeso e Potito.
Spinello di Luca Spinelli Aretino, che riescì molto migliore di Jacopo di Casentino, da cui ebbe in patria i principj dell'arte, ne fu il dipintore verso il 1400, come attesta il suo concittadino, ove fa menzione
di queste opere132. Narrerò il significato delle medesime più per tradizione che per oculare ispezione, impedita dalle parti scolorite.
1. Il soggetto del quadro dell'ordine superiore è quando nella città di Antiochia Efeso vien presentato dalla madre a Diocleziano
imperatore, che si piega alle richieste di lei; e scoperta l'indole virile del giovinetto lo accetta nella sua Corte e lo
dichiara capitano di buon numero di soldati contro i cristiani. In altra parte il guerriero, navigando verso l'Italia, giunge
nell'isola di Sardegna, dove Cristo facendosi vedere gli comanda che non lo perseguiti. Scrive Raffael Borghini che fu quest'opera
la più bella che facesse Spinello133. Infatti si veggiono tuttora pochi avanzi di pieghe ragionevoli e di mosse animate.
2. Il quadro appresso dimostra l'angelo che porge al santo la bandiera della Fede colla croce in campo rosso, che fu sempre
l'insegna de' pisani e indica una fiera mischia accesa fra i seguaci del santo ed i pagani nell'isola di Sardegna, per quanto
narra l'istoria. Il Vasari trovò bene espressa in questa pittura la fierezza dell'animo di alcuni soldati e l'atto del cavaliere
che con la lancia conficca in terra il nemico traboccato da cavallo. Di tutto ciò, malgrado il tempo e l'incuria, una parte
ancor visibile ne resta.
3. Nel terzo quadro di Spinello, s. Efeso si presenta per ordine di Diocleziano al pretore dell'isola, che alla fornace ardente lo condanna; ma, in sua vece,
arsi vi restano i crudi ministri.
4. Tornando indietro, il primo de' tre quadri sottoposti ai già divisati, dalle tante sventure mal concio, or mostra appena
un barlume della traslazione de' corpi dei ss. Efeso e Potito dalla Sardegna a Pisa, dove ricevuti con gran pompa, collocati
furono nella Primaziale134. E bene espressa la solenne processione e la fabbrica illustre, dove osservo che sulla cima del frontespizio della facciata
stava anticamente una specie di tabernacolo di stil gotico tedesco.
5. Il secondo, ne' pochi coloriti avanzi che tuttavia conserva, fa vedere un'idea del martirio della decollazione de' detti
santi, i quali se incontrarono l'istessa morte non furono eguali di patria e di tempo.
Raccontasi che il corpo di s. Efeso fu da' cristiani occultamente sotterrato circa al 303, dove molti anni avanti era stato
riposto quello di s. Potito dai parenti suoi presso la città di Cagliari.
6. La storia del terzo quadro appartiene a' medesimi santi, ma le cagioni malvagie non mi fan conoscere il significato delle
immagini quivi espresse. Il Vasari fa molti elogii, quali non farebbe certamente adesso, della freschezza in cui fino a' suoi
tempi erasi mantenuta questa ultima pittura, denominandola la migliore di Spinello.
Dovere è ch'io noti che, prima della venuta di Spinello a Pisa, erano già state fatte, molto avanti il 1400, e le opere già descritte di Simon Sanese e queste che ora vengo additando di maestro Giotto.
Desiderosi i pisani di abbellire di pitture la gran fabbrica loro, prudentemente ricorsero a Giotto135 come al più gran maestro di quel tempo, e di cui cantò il divin poeta:
Credette Cimabue nella pittura
tener lo Campo, ed ora a Giotto il grido.
Sicché la fama di colui s'oscura.
7. Le pitture medesime delle quali ragiono, indicanti sei storie di Giob, fecero salir Giotto in tanta farna, che Benedetto IX da Trevisi lo chiamò a Roma a miniare i libri della Vaticana ed a operare in s. Pietro ciò
che in oggi più non esiste. Il Vasari narra su tal proposito la nota storia dell'ardito disegno che fe' Giotto al cortigiano mandato dal Papa, consistente in un segno di perfettissimo circolo che die' luogo a quel trito proverbio: Tondo, come l'O di Giotto. Abbiamo dal medesimo scrittore, che Giotto, avendo considerato che la muraglia nella faccia esterna era incrostata di marmi facili ad imbeversi del salso de' venti
marini, praticò per difender dall'umido la pittura un arriccio particolare ma falso, perché composto di calce, di matton pesto
e di gesso, che presto all'umido si corrompe. In fatti due de' suddetti quadri, ed il primo in ispecie verso la porta, soffriron
molto, e resarciti furono nell'anno 1623 da Stefano Maruscelli pittor fiorentino in tempo ch'egli esercitava in Pisa la carica d'ingegnere. Così il Tronci ed altri coetanei autori lasciarono
scritto. Il Vasari, che vide più freschi questi dipinti molto tempo avanti i ritocchi dei Maruscelli, loda in essi l'espressione di certe figure, come pure il ritratto di M. Farinata degli Uberti e la naturalezza dell'attitudine
di un servo intorno al lebbroso Giobbe.
Alle dipinture ultime da questo lato, guaste e perdute, credo che riferir volesse il can. Totti con quelle parole: Nello di
Vanni pittore da Pisa proseguì le storie di Giobbe fatte da Giotto136. Giudico che del medesimo parli il Vasari nella vita dell'Orcagna, dove scrisse: Discepolo di Andrea fu Bernardo Nello di
Giovanni Falconi Pisano, che lavorò molte tavole nel duomo di Pisa, e fu circa il 1390.
8. Il lavoro di pittura che veste la contigua muraglia, e che in due quadri distinta mostra l'istoria della regina Ester fu
eseguito da un certo Agostino Ghirlanda da Carrara. Ne fa testo il sopraccitato can. Totti suo contemporaneo ed amico, e lo caratterizza fervido d'invenzione. Dice
ancora ch'egli era spesso da lui mentre eseguiva queste pitture dove gli vide fare molti ritratti di personaggi illustri,
frai quali quello del duca Cosimo I e del duca di Urbino con un turbante in testa, quello di Carlo V imperatore appresso al
duca suddetto, Amerigo principe di Carrara in capelli, ed altri che per brevità si tacciono. Dall'istesso e da altri scrittori
si ha notizia che quivi si facessero alcune aggiunte da Aurelio Lomi circa al 1600, abbenché vuole il Tronci che fossero fatte da Baccio Lomi fratello di Gio. Battista, che fu padre del suddetto Aurelio. Tutti per altro concordano che questa facciata fu più volte principiata, guasta e rifatta, d'onde congetturo che avanti
le opere de' suddetti maestri possa aver quivi dipinto Vittore Pisanello Veronese che fiorì circa al 1450, lodato dal Guarino, giacché abbiamo dal Vasari e da altri che egli operasse nel Campo Santo di Pisa.
9. Appartenne al Guidotti Lucchese la storia di Giuditta. Per conoscer l'epoca incirca di tal pittura si fa sapere ch'egli morì in Roma nel 1626.
10. Nella loggia che si distende verso settentrione son figurate ne' primi spartimenti quattro storie della creazion del mondo.
Ne fu detto il dipintore Buonamico Buffalmacco della scuola di Andrea Tafi. Egli fiorì sul principio del XIV sec., fu d'ingegno pronto e di natural giocoso e bizzarro, come lo descrive il Boccaccio
e l'altro novellista Francesco Sacchetti. Si legge in antichi manoscritti che incontrarono talmente il genio de' pisani le
opere fatte da lui in s. Paolo a ripa d'Arno, che lo reputarono degno di ornare co' suoi pennelli la ricchissima fabbrica
del Campo Santo.
11. Nel gran quadro è rappresentato Dio Padre in figura gigantesca che colle braccia sostiene la gran macchina del mondo.
Negli angoli da basso sono i due dottori della chiesa, s. Agostino, e s. Tommaso d'Aquino. Seguitano tre storie del Genesi
nell'ordine superiore.
12. Il primo quadro contiene Dio che dalla materia informe produce l'uomo nel paradiso terrestre, la formazion di Eva e la
caduta d'entrambi coll'angelo che gli discaccia.
13. Il secondo rappresenta il sacrificio di Caino e di Abelle, ed il commesso fratricidio.
14. Contiene il terzo in tre spartimenti la costruzion dell'arca, il diluvio e il sacrificio di Noè. Il can. Martini si affidò
agli occhi altrui nella narrazione di tali storie, mentre non procede con ordine, e in oltre assegna a Benozzo la costruzion dell'Arca con gli altri fatti del terzo quadro. Sembra che seguisse lo stesso al Vasari. Contro tali asserzioni
e qualche antico ms. oggi sappiamo che le tre indicate storie del Genesi attribuir debbonsi a Pietro di Puccio da Orvieto in forza dei documenti riportati dal sig. prof. Ciampi, come gli estrasse da un libro dell'opera del duomo di
Pisa all'an. 1390137.
Bonamico ornò la sua storia del Mappamondo di quadrature e di fregi con teste e varj ritratti, fra' quali fece il suo somigliante
con cappuccio in capo ed un pannetto che gli pende sul collo. Per dichiarar la medesima lasciò scritto sotto al quadro un
sonetto, il cui stile a quel della pittura s'accompagna, tanto è vero che le poesie e le pitture di que' tempi si rassomigliavano.
Egli è il seguente riportato pure dal Vasari e dal Martini, or occupato in parte dal sasso soprappostovi.
10Voi che avvisate questa Dipintura
Di Dio pietoso sommo Creatore,
Lo qual fe tutte cose con amore
Pesate numerate, ed in misura.
In nove gradi, angelica natura
15In ello Empirio Ciel pien di splendore
Colui che non si muove, ed è Motore
Ciascuna cosa fecie buona, e pura.
Levate gli occhi del vostro intelletto
Considerando quanto è ordinato
20Lo Mondo Universale; e con affetto
Lodate lui, che l'ha sì ben creato,
Pensate di passare a tal diletto
Tra gli Angeli, dov'è ciascun Beato.
Per questo modo si vede la gloria
25Lo basso, e il mezzo, e l'alto in questa Storia.
Pensano alcuni che i predetti versi fossero nuovamente scritti dall'autor più moderno del fregio sottoposto, che simile a
quello dei quadri di Benozzo, seguita fino all'angolo della vecchia muraglia discoperto in quella parte ove accidentalmente fu rotto un pezzo della medesima.
Da una tal fessura si venne in cognizione che un nuovo muro a barbacane apposto per sicurezza del vecchio racchiuse le opere
di quei maestri nominati nei libri dell'opera del duomo ed altrove.
Tutti gli altri quadri che in due ordini scompartiti vestono riccamente la muraglia di questa lunghissima facciata, quegli
eccettuati che son sopra le porte delle due cappelle, mostrano il seguito delle storie del Genesi. Benozzo, detto sempre di Lese da Fiorensa ne' libri dell'opera, e Cesi de Florentia in un contratto del 1447 riportato dal p. della Valle nel suo duomo d'Orvieto, tutte le condusse, e furono le migliori produzioni
dell'arte sua. Qui di fatto ei fece pompa della fecondità nell'inventare e dell'intelligenza nell'atteggiare e nel vestir
le figure, dimodoché si procacciò la stima degli intelligenti e degli scrittori. Opera meravigliosa per la sua grandezza, e bontà fu questa denominata dal Baldinucci e la chiamò il Vasari terribilissima, soggiungendo che mostrò Benozzo animo grande e coraggio in un'impresa che avrebbe messo paura a una legione di pittori. Benché il buon gusto non fosse anche
formato, avanti di lui non si videro le storie così abbellite e ordinate come in questa fabbrica lo sono.
Il solo Masaccio aveva dato alla pittura nuove belle prerogative col suo valoroso operare: ne fanno fede i freschi nel Carmine di Firenze,
superiori in bontà a qualunque altro dipinto che si facesse circa al 1440, onde regole furono agli altri pittori ed all'istesso
Benozzo, ed il piacere formarono del Buonarroti.
Poiché il sig. Ciampi ebbe la sorte (che a me non fu concessa dall'operajo di quel tempo come altrove accennar dovetti) di
poter leggere nei citati libri dell'opera del duomo delle notizie riguardanti a queste opere di Benozzo atte a migliorare le fin qui dette e a distrugger quella strepitosa che in soli due anni il pittore le conducesse, mi faccio
un dovere di profittarne e col carattere corsivo le distinguo.
15. Primi di sua mano sono i tre quadri al disotto di quegli ch'or a Pietro si vogliono attribuire. Meritano osservazione nel primo alcune femmine che i grappoli dell'uva distaccando agiscono con naturalezza,
e Noè che inebriato giace nudo sul suolo schernito da Cham, che agli altri fratelli lo accenna138. Sul confine del quadro una delle figlie, di lui ponendo la mano sul volto, e fralle dita lasciando il varco allo sguardo,
maliziosamente l'osserva, ed il nome di vergognosa si acquista. Non andrà molto però che la curiosa femmina dovrà abbassar la mano, perché il povero Noè guidato a gran passi
dalla barbara sorte alla distruzione sen corre. Per tale infortunio, irreparabile omai, sapremo grado agli autori dell'Etruria Pittrice che a buona equità commendarono in tempo le nude membra del vecchio padre, ed il rame per un esemplare di Benozzo ne produssero. Anche il sig. Lasinio con novella incisione ce ne lasciò la memoria.
16. Il secondo quadro figura Noè che escito dall'arca si stabilisce nel paese colla sua famiglia. Alcune figure son ragionevolmente
atteggiate e di grazia non prive ad onta della servil maniera di quel tempo, e gli animali sono espressi con naturalezza.
17. L'edificazione della Torre di Babele egli è il terzo quadro, uno dei meno offesi. Per tal ventura abbiamo campo di osservare
in esso la prerogativa di Benozzo nel piegar le vesti e nel dipingere le testa al naturale, sempre che i ritocchi si eccettuino; in questa parte ei seguitò
le tracce dei pittori di quel tempo ch'ebber vaghezza di fare sfoggio di ritratti nelle opere loro. La città di Babilonia
è dipinta con fatica e con idea.
18. Sopra la porta della cappella che si rincontra, due dipinte storie si osservano, l'adorazion de' Magi e la Madonna dall'Angelo
Annunziata. Non considerato il parere di chi ne fece autore Taddeo Bartoli sanese accreditato maestro circa al 1400, riportai del più volte citato can. Totti il racconto, a cui la maniera del dipingere
arride. L'adorazion de' Magi, dice egli, fu il primo lavoro di Benozzo che fece per dar saggio del suo valor pittoresco; dichiara che i pisani soddisfatti delle maniera di lui e della naturalezza
colla quale quivi ritrasse il volto di una bella giovane sua vicina e forse da esso amata gli dettero l'incarico di tutta
l'impresa139.
19. L'Annunziata, nella prima edizione attribuimmo a Stefano pittor fiorentino per valutare le autorità uniformi del Vasari e del Baldinucci, i quali dichiarano la Madonna da lui fatta
in Campo Santo migliore di disegno e di colorito dell'opera di Giotto suo maestro. Ma giusta la notizia posta nella nota precedente converrà credere che la citata Madonna dipinta da Stefano, danneggiata oltremodo, fosse da Benozzo di nuovo colorita. Siccome apparisce che dopo di lui altra mano restauratrice i suoi pennelli vi appose, e su certi fregi
ben dipinti principalmente.
Nell'interno della cappella furono collocate dal sig. Lasinio diverse pitture in tavola di circa al 1300. Quivi godiamo di
rivedere quell'opera di Taddeo Bartoli da noi commendata nel terzo volume come esistente nella chiesa soppressa di s. Paolo all'orto.
Seguitando a far palesi le opere di Benozzo, poiché disposte son elleno in due file, incominceremo la narrazione dal quadro superiore passando al sottoposto, e con tal
metodo alternando sino al fine della facciata ci condurremo.
20. Il primo quadro adunque dell'ordine superiore rappresenta Abramo che sgrida gli adoratori della statua di Belo e prega
Dio per la conservazione di Sodoma.
21. Nel quadro sottoposto, Abramo a cavallo e Lot figlio adottivo fratello di Sara sua moglie entrati sono in Egitto per godere
dell'abbondanza di quel regno. Moltiplicata la famiglia e gli armenti vengono i pastori in lite, ciò che bene espresse Benozzo nel sinistro angolo del quadro, che però Abramo chiama a se Lot, divide il terreno e gli separa. Nel mezzo egli offre sacrificj
a Dio, che della prole mascolina lo affida. Certo è che il nostro pittore nelle indicate storie molto migliorò nell'arte,
e chiaro si vede che non fu tanto cieco seguace della natura con imitarne tutti i difetti, come allora per lo più si faceva.
22. Dimostra questa settima opera di Benozzo, che colle due precedenti meglio conservata si mostra, la guerra dei quattro re de' sodomiti contro i cinque regi assiri,
la prigionia de' primi ed Abramo che sorpreso il nemico libera Lot ed i quattro re prigionieri.
23. Agar serva egizia di vago aspetto che fugge da Sara, l'Angiolo che comanda a lei di ritornar di nuovo alla padrona, Abramo
e gli ospiti angelici che gli annunziano un figlio da Sara, del che ella si ride, rappresentanze son elleno dell'ottava istoria.
Le parti non offese dai ritocchi né dalle note ingiurie tinteggiate si mostrano con vivacità e con freschezza.
24. Altresì fresco e superbo, come bene osservò il lodato professore sig. Rosini, è l'incendio di Sodoma nell'ordine superiore
colla metamorfosi della moglie di Lot.
25. Ne succedono due fatti: Ismaele discacciato di casa colla madre, Isacco allattato e di poi offerto in olocausto dal padre.
Scrive il Vasari140 che Benozzo dimostrò l'arte efficacemente nel sacrifizio d'Isacco per aver situato in iscorto un asino per tal maniera, che
si volta per ogni banda. Noi vi ammiriamo delle figure ch'alle vestimenta, agli atti disinvolti ed al piacevol viso giureremmo
che le osservasse Raffaello, come osservò quelle di Masaccio in Firenze
26. Segue il matrimonio d'Isacco figlio di Abramo, quadro anch'esso non mal conservato.
27. La nascita d'Esaù e di Giacobbe in prima fila si distingue. Alcune figure e la prospettiva delle fabbriche molto onore
faceano all'artefice prima de' ritocchi, e della rovina della destra parte del quadro. Fralle cose qui notabili per l'avanzamento
dell'arte ella era in fatti una certa natural bizzarria nel vestire, ed una tal qual grazia negli atteggiamenti frai quali
quello della femmina che con amore parla col figlio primeggia ancora.
28. In seconda fila il sogno di Giacobbe si rincontra, ch'è pure una bell'opera, ove fralle graziose figure spiccano le femmine
danzanti, e la leggiadra Rachele vi trionfa. Il paese dimostra quanto valeva in tal genere Benozzo, respettivamente a quello che potea farsi allora, mentre i paesi alquanto degradati si fecero poco avanti da Paolo Uccello scolare di Antonio Veneziano. Se di tal dipintura la bontà e la conservazione formò il piacere degli intelligenti, or alcuni pezzi d'intonaco di fresco
caduti muovono a ragione lo sdegno loro141.
29. Nel quadro sottoposto Esaù soccorre il fratello Giacobbe: Simone e Levi per vendicarsi del ratto di Dina sorella di loro
entrano nella città, uccidono il re Hemor ed il figlio rapitore, e stringendo il ferro contro gli sichemiti perdonano alle
donne ed ai fanciulli soltanto che seco condussero. Nel Dialogo del can. Totti si legge che in questo quadro fra alcuni ritratti
di Uomini di riguardo è quello di Lorenso de' Medici posto vicino a quel grassotto detto il poccioso, uomo faceto e di belle
maniere, il quale nella guerra di Pisa dava da bevere alle donne che si affaticavano nella difesa della città.
30. Interrompe il seguito delle storie altra Cappella, nel cui altare è una Deposizion di croce colle Marie, pittura a olio
molto danneggiata dall'umido ambiente che questo edifizio circonda. Se una tal opera alterata dal pulimento attribuir si debba
al Zaballi scolare dell'Empoli piuttosto che a Giovanni da S. Giovanni, esame non prendo. Mi fa piacere bensì di ritrovarvi in gran parte l'altare intagliato in noce, il cui merito fu da me additato
quando feci parola del nuovo altar maggiore del duomo. Vi ritrovo pure quella Madonna che già stette in una stanza contigua
alla chiesa di s. Martino e che, per diversi rapporti, alla scuola del vecchio Giunta si assegna.
31. Esternamente sopra la porta vedesi l'incoronazione della Madonna. Questo lavoro di Taddeo Bartoli si disse nella prima edizione tracciando il Vasari. Or il sig. Ciampi queste parole trasse dal libro dell'opera del 1390.
Magister Pierus de Urbeveteri olim Pucci pictor habuit a D. Operario Parasone Grasso libras triginta quinque den. pis....
pro pictura ystorie Virginis coronate in Campo sancto. Ma noi non iscienti della maniera di Pucciosospettiamo che Taddeo Bartoli sulle parti guaste di lui abbia adoprato i suoi pennelli; il maneggio di essi meglio ci comparve in fatti prima dell'attual
rovina di tal pittura.
32. Ritornando alle storie di Benozzo, e l'incominciata norma tenendo, troviamo nel comparto superiore Giuseppe che narra i fratelli la sognata sua gloria, ond'essi
gli minacciano la morte, ma persuasi da Ruben lo calano nella cisterna e di poi lo vendono agli ismaeliti che lo conducono
in Egitto.
33. Giuseppe dinanzi a Faraone interpreta le visioni e riceve l'onor dell'anello e del grado di vice–re dell'Egitto. I fratelli
vanno a chiedergli grazia. Il prospetto dell'architettura, se non una giusta degradazione di colore, le misure conserva. Qui
notar debbesi che sopra l'arcata di mezzo della fabbrica più ben delineata che dipinta si legge in una cartella il seguente
epigramma in lode del nostro artefice, pubblicato ancora dal Tronci e dal Vasari.
Quid spectas, volucres, pisces, et monstra ferarum?
Et virides sylvas, aethere asque domos?
Et pueros, juvenes, matres, canosque parentes?
Queis semper vivum spirat in ore decus.
30Non haec tam variis finxit simulacra figuris,
Natura, ingenio foetibus apta suo.
Est opus Artificis; pinxit viva ora Benozzus:
O superi, vivos fundite in ora sonos.
34. Noteremo inoltre che sotto questa pittura giace il sepolcro del suo autore, erettogli dalla gratitudine de' pisani con
questa inscrizione in marmo.
HIC TUMULUS EST BENOTII FLORENTINI
QUI PROXIME HAS PINXIT HISTORIAS.
HUNC SIBI PISANORUM DONAVIT HUMANITAS
MCCCCLXXVIII
35. Or alla superior fila rivolgendo il guardo, ci si presenta Mosè al re Faraone innanzi che le amorevolezze non cura, e
della corona il dono dispregia.
36. S'incontra al di sotto la ben nota prodigiosa istoria del mar rosso.
37. L'ordine impreso ci porta ad osservare il fatto di Mosè che va a prender le tavole della legge, quindi le spezza per lo
sdegno di vedere inalzato il vitello d'oro, e che dopo di aver puniti gl'idolatri nuovamente sul monte Sinai le riceve.
38. I Sacerdoti ribelli Datan, et Abiron eran inghiottiti dal suolo con tutte le cose loro più rare pria che per cause ben
note la pittura si cancellasse.
39. Nel quadro che segue è immaginato l'inalzamento del serpente di bronzo, che per la distruzione fatale or più non si ravvisa.
40. La storia di Balaam Profeta, a cui l'asina fu dall'angelo fermata quasi incontrò per lo stesso infortunio l'ultima sera.
41. Men danneggiata non è la pittura che fralle migliori si annovera, e ch'esprime il passaggio del popolo ebreo in Egitto,
l'accampamento sotto le mura di Gerico, e Davidde uccisore del Gigante Golia.
42. Ma che dovrem dire del destino che dopo i replicati oltraggi or dannò quasi a morte l'ultimo ed il più bel lavoro di Benozzo? L'alba foriera del secol di Leone, che ai tempi del Vasari e per avventura anche ai nostri in esso splendette, or più non
traluce. Allora cioè circa a venti anni sono la regina Saba più di beltà che di pompose vesti adorna dinanzi al re Salomone
vagamente atteggiata se ne stava offrendo a lui l'egiziane ricchezze. Qui più ch'altrove lo sfoggio dei ritratti facea comparsa.
Scrisse il Vasari142 che l'autore in questo quadro ritrasse se stesso sopra un cavallo in figura di vecchietto raso con berretta. nera, che ha
nelle pieghe una carta bianca forse per segno, o perché ebbe volontà di scriverci il suo nome. Così ancora fra certi Prelati
è ritratto Marsilio Ficino, l'Argiropolo dottissimo Greco, e Battista Platina, il quale aveva dipinto in Roma. Altri scrittori
pel ritratto di uno della famiglia de' Visconti duchi di Milano quella figura additarono che aveva un neo sul naso, ed il
giovine appresso lo credettero suo nipote. L'immagine di Lorenzo Gambacorti con berretta e abito rosso proprio degli anziani
di quel tempo ci fu chiara per la inscrizione che v' era, ma dessa con una parte dell'indicata veste con molta naturalezza
piegata perì miseramente dietro all'intonaco di fresco caduto143.
Presso l'angolo una piccola cartella di marmo compresa nella quadratura l'elogio contiene delle numerose opere di Benozzo per quell'età stupende. Ma molto intelligibile or non è un tal epigramma.
Sit laus prisca viro primum qui pinxit ab umbra
35Post hominum sensus non tulit esse rudes.
Sic Cypris Coas. illustrem tunc fecit Apellem
Parrasij Tabulae nomen in astra ferunt.
Gloria quanta tibi Benozi fulminis instar
Haec nunc tam celebri composuisse manu.
40Laude quidem toto dignus celebrandus in orbe
Nam tu pinxisti quidquid in arte fuit.
KAL. MAIJ. MCCCCLXXXVI
Prima che da questo portico settentrionale noi ci dipartiamo giovi di rinnovar qui l'osservazione circa alla maniera praticata
sul muro dagli artefici di quei giorni nel colorire le opere loro in fresco, che somministrata da alcuni pezzi d'intonaco
caduti esponemmo nella prima edizione. Fa meraviglia che dessi sul muro arricciato soltanto tutto il composto del quadro schizzassero
con pennello tinto di rosso, e che poi un tal lavoro dall'intonaco sovrapposto oscurato fosse. La ragione che porta il Vasari
non persuade abbastanza, dicendo che quel modo di fare era il cartone che i nostri maestri vecchi facevano peri lavorare in
fresco per maggiore brevità ec.. Discernasi adunque se io mi accostasse alle più vera operazione di loro.
Osservo in primo luogo ch'essi ritraevano in grande sul muro dal piccol disegno la conceputa idea come le parti retate dimostrano,
e che schizzavano in tal guisa tutta la composizione del quadro per vederne l'effetto delle proporzioni ingrandite e per emendarne
gli errori. Quindi è da credere che lucidassero o calcassero colla carta i dintorni segnati espressamente di tinta rossa,
per formarne così il cartone accennato dal Vasari. Questo poi applicato sull'intonaco composto di calce e sabbia finissima,
e nella superficie levigato e netto, spiega il confronto con i sottoposti lineamenti; e se manca esso in qualche parte, comprendiamo
agevolmente che ciò deriva dalla variazione fatta dal pittore sui cartoni o sul muro stesso. In fine se abbiamo rilevato in
que' buoni vecchi un modo di operare puramente ideale, osserviamo in loro l'ottima norma eli disegnar prima le figure nude
per maggior sicurezza delle proporzioni.
Passando alla fronte dell'edifizio, ella è magnificamente fregiata di bei sepolcrali moderni monumenti, che verranno a suo
luogo enumerati; intanto le opere di pennello or'è uopo di esaminare.
43. Le pitture comprese nello spazio di questo lato fino alla porta della cappella maggiore furono eseguite da Zaccaria Rondinosi pittor pisano circa all'anno 1666. Alcuni ms. di quel tempo danno notizia che l'autor suddetto dipinse ancora l'imbasamento
ornandolo di ritratti, come fece sotto le storie di Buffalmacco e di Benozzo, e che alcune di queste ei resarcì. Tutto ciò posso oggi confermare per documenti da me letti nei libri dell'opera, e pel
seguente in ispecie: A dì 30 giugno 1665 lire 4945.10 bone a detto Zaccheria Rondinosi sono per un conto date delle pitture
restaurate in Campo Santo delle storie del testamento vecchio, e parti rinovate. P. fatte le escritione delle dette storie
come si dichiara per detto suo conto in filza. libr. G. 1659. Altrove egli è nominato pittor dell'opera, e vien espresso alla lettera H che fralle diverse pitture, le storie nuove, e le vecchie restaurate ei lavorò sei anni nel
Campo Santo. Una tal notizia scienti ci rende quanto fu a cuore dei pisani d'allora la conservazione importante del pittoresco
ornamento di così nobile edifizio. Ella in oltre ci avvisa della circospezione che aver dobbiamo nel dar giudizio del lavoro
di qualche nuovo pittore, il cui nome dalle partite dei libri dell'opera resulti, e quanto possa esser fallace il paragone
delle maniere144.
44. La cappella maggiore di forma quadra, che termina in alta proporzionata cupola fatta reedificare dall'arcivescovo Carlo
Antonio del Pozzo, e dal medesimo nell'anno 1593 fu consacrata. A ciò riferiscono le due inscrizioni in marmo lateralmente
collocate. Io per brevità riporto quella soltanto che dimostra la morte di questo prelato benemerito della pisana Primaziale145.
D.O.M.
CAROLUS ANTONIUS PUTEUS
FRANCISCI COMITIS PONDERANI FILIUS
ARCHIEPISCOPUS PISANUS
DIEM MORTIS
ET UNIVERSALIS RESURRECTIONIS COGITANS
LOCUM HVNC VIVENS SIBI STATVIT
PRO CADAVERE SVO REPONENDO
QVANDO DIVINÆ MAJESTATIS VISVM FVERIT
IPSVM
AD HOC SAECULO NEQVAM ERIPERE AN. DNI.
M. DC.
45. Lodevol opera di Aurelio Lomi è la pittura del san Girolamo nella tavola dell'altare. Bene espressa è la figura del santo, e il nudo è segnato con intelligenza
e dipinto con buona pasta di colore. In grazia del suo operare si perdoni all'artefice uno de' soliti anacronismi in cui caddero
altri pittori, avendovi introdotto gli occhiali, che molto posteriormente all'epoca del santo furono inventati da F. Alessandro
Spina pisano dell'Ordine de' Predicatori nel XII secolo. Conoscendo il Lomi di aver fatto uno sforzo del suo talento, segnò nel sasso dove posa il ginocchio del santo, A..L.P. An. D. 1595.
Dopo di aver descritta la moderna dipintura, godo di poter indicare non solo, ma di produrre eziandio il disegno in rame dell'antica,
che avrà adornato la cappella anteriore a questa compiuta a detta del Vasari da Tommaso pisano.
Pensiero ebbi già di pubblicare un tal rame fin dal tempo in cui m'accinsi a compilare una serie di quei monumenti antichi
che più non esistono. Ma giacché la circostanze tennero addietro la concepita idea, l'occasione di questa nuova edizione in
me la risveglia e nella tavola di questo libro una prova ne accludo. Io sempre tenni il mio rame pregevole per l'incisione
non meno che per la rappresentanza. Per l'incisione, perché francamente assegnandola all'epoca di quella dell'Inferno si può
riguardare anch'essa come una delle prime opere d'intaglio. Attesa la circostanza di esser ella impressa nella posterior faccia
del rame suddetto, sospettai sempre che un istesso autore l'avesse incisa, e che una copia fosse di qualche perduto originale
del Campo Santo. Ma poco fidandomi delle mie congetture, consultar ne volli l'erudito sig. D. Tempesti, ch'ebbe la gentilezza
di comunicarmi nella pregiata lettera del dì 28 di agosto dell'anno scorso il giudizio suo da un prezioso documento corredato.
Mi fo un dovere pertanto di qui esibirlo com'ei lo scrisse.
Vengo alla stampa del s. Girolamo, che è nuova per me e che ho osservata con molta mia soddisfazione. Essa è preziosa, perché
perduto l'originale diviene archetipa e classica. Ove l'arciv. del Pozzo edificò dipoi l'attual cappella maggiore del Campo
Santo, eravi in antico una cappella dedicata a san Girolamo. Ecco il documento che serbo fra le mie schede e comunicatomi
dal nostro buono auditor Vernaccini, di suo carattere copiato nelle Riformagioni da un codice. Curiae mercatorum. Ivi: Et predicti Consules stantiaverunt, quod eorum Sindicus faciat reaptare sacellum de Curia mercatorum in Campo Santo, et ibi
faciat depingere S. Hjeronimum in deserto. L'atto è dell'anno pis. 1352. Se dunque detta cappella atteneva alla Curia de' Mercanti, s'intende benissimo il perché nella
pittura del s. Girolamo fu aggiunta la veduta del porto pisano alla foce d'Arno, che tale io lo credo senza esitazione alcuna.
L'articolo della lettera che ne vien dopo troverà il lettore alla pag. 556 del terzo volume come acconcio a quell'istorico
racconto. Bensì quanto segue dopo di esso mi giova di aggiungere a questo luogo. La pittura da cui fu tratta la stampa pare
che non dovesse oltrepassare l'età e la maniera degli Orcagna di che ella meglio di me... Quanto al rame del s. Girolamo d'incisione non dissimile a quella dell'Inferno, sembra che debba
assegnarsi a un'epoca posteriore, cioè al più sul terminare del secolo XV, perché diversamente si anderebbe all'inconveniente
di anticipar di troppo l'epoca dell'incisione in rame. Pur nondimeno anche l'epoca del fine di detto secolo assicurerebbe
che fin allora esisteva la pittura del s. Girolamo, a cui forse dipoi non si perdonò per l'edificazione della cappella Puteana.
Per tutto ciò io la conforto a pubblicare quel rame istorico, ad illustrarlo da suo pari, il che farà molto onore a lei, a
Pisa e alle belle Arti. Ma migliore illustrazione della sopra esposta desiderar non potendosi, troncheremo ogni allungamento
su tal oggetto.
Alle pareti dell'attual cappella affisse furono novellamente dal sig. Lasinio diverse opere di pittura in tavola e in tela.
Sulla destra per chi entra ci si presenta quella tavola grande della Madonna che stava sulla porta della sagrestia della chiesa
soppressa di s. Francesco. Il Vasari al suo Cimabue l'attribuisce, ma noi per diversi rapporti niente dicevoli al fare di quel pittore ne dubitiamo, e siam ricordevoli che il
Vasari, scrivendo talvolta delle opere senza l'oculare ispezione delle medesime, giudicò di Cimabue i freschi ed il Cristo con Frate Elia supplicante, tutti lavori assisiani di Giunta, come provato abbiamo alla pag. 150 di questo volume.
Sicuramente di Giotto è il s. Francesco in atto di ricever le stimate, ed è quello stesso che in alto stava nella sagrestia di s. Francesco di
Pisa, a cui pel migliore esame approssimandoci, vi discoprimmo le parole tuttora esistenti:
OPUS JOCTI FLORENTINI
Ma nella soppressione della chiesa predetta questo bel monumento del 1300 comprovante il miglioramento dell'arte per le mani
di Giotto, e superiore di gran lunga ai più vecchi maestri pisani e sanesi, andò pellegrinando in quella di s. Niccola, ed or qui si
trattiene. Nelle tre piccole storie del santo dipinte in pie' della tavola, molta novità' si scorge riguardo all'impasto de'
colori. A ragione pertanto i pisani di quell'età, non presaghi dell'incuria de' posteri, più nociva del sal marino e degli
umidi venti, impiegarono il valente artefice in abbellir le già indicate pareti del nostro edifizio. Non lascio di avvertire
sul proposito di ciò che scrissi alla pag. 162 di questo volume, che un tal dipinto poiché fu stropicciato e unto colla sugna
da saccente mano, dimostrò un tuono superiore all'esser suo primiero.
Una Madonna di Duccio da Siena della raccolta Zucchetti ed altra di Turino Vanni s'incontrano.
In un quadro diviso in cinque spartimenti si leggono le parole: Hoc opus Niccol... me pinxit. MCCC. Superiormente parmi di rivedere quella tavola con la Madonna, s. Caterina, s. Giovanni, s. Silvestro e il Redentore, che
già fu da me ricordata alla pag. 142 di questo libro. Ritrovo pure il Cristo alla croce, antico monumento della chiesa di
s. Matteo, la cui maniera fu molto acconcia all'argomento della Scuola pisana da me trattato. Inoltre ravviso le due tavole
del Machiavelli che additai nell'antica loro situazione alla pag. 377 del terzo volume. Mi si manifestano ancora le due tavole
che erano nella chiesa interna di s. Domenico e nello spartimento ov'è espressa s. Caterina fermo lo sguardo.
Non ometto di far menzione di quella tavola che porta in prima linea le parole:
BARNABAS DE MUTINA PINXIT
CIVES ET MERCATORES PISANI PRO SALUTE TRIB...
Per l'ultimo verso inchino volentieri a credere che una tal pittura esistesse nell'antecedente sopra indicata cappella. Vero
è che fu ritrovata nel convento di s. Giovanni in occasione del suo discioglimento. Essa in primo luogo conferma un autore
di Scuola pisana, comprova viemaggiormente quanto scrissi di lui alla pag. 162 e la notizia allegata dal Koch rende sospetta.
Quindi 'l dispiacer mi rimembra di non saper più novella dell'altra, ove a caratteri d'oro leggevasi Barnabas de Mutina pinxit e dove spiccava il merito nelle teste, nel tingere e nel piegare i panni esprimenti le crespe con tratti ben sottili cavati
dal fondo del quadro tutto d'oro coperto. Ella era in somma uno dei più belli e ben conservati monumenti del 1290 circa che
al certo non isfuggiva al mio pensiero; ma questo protetto non fu da quella combinazione, o vogliam dir sorte, che agli uomini
abbisogna.
Ometto di far parole di altri quadri in tavola. Se non mi fermo sul quadro stupendo del Cigoli, non mi accusi il lettore. Contento di averne lasciato confacente elogio alla pag. 147 del terzo volume, qui di volo lo ammiro
e gli auguro un soggiorno molto più degno di lui146.
Quattro tele ancora spettanti al 1600 in circa si trovano alle mura appese di questa cappella, e sono: un s. Giovanni nel
deserto del Clementone, una Natività del Corrado fiorentino, la Maddalena del Rosselli ed una storia di Cristo a lume di candela attribuita al Manetti. Dei tre primi feci memoria nel terzo volume alle chiese di s. Croce e di s. Marta.
Ma tempo è omai di lasciar questa cappella e di riprendere il giro del parallelogrammo.
46. Tre storie del Nazzareno, Crocifissione, Resurrezione e Ascensione ornano il restante della parete orientale. Noi non
ci dipartiamo dall'autorità del Vasari che tutte la attribuisce a Buffalmacco e che quella principalmente commenda, ove la Madonna è atteggiata di dolore e dove non sono scevri di naturalezza molti pedoni
e molti cavalieri. Scrissero alcuni che quivi lavorasse ancora Antonio Vita o Vite da Pistoja, scolare di Gherardo Starnina fiorentino. Egli infatti fu in Pisa a dipingere per ordine del suo maestro nel capitolo di S. Niccola circa all'anno 1403,
come si ha dal sopraccitato autore. Anche tali pitture risarcì il Rondinosi nell'anno 1667 in circa, come il diffidente apostolo dimostra.
Voltando per l'altro gran portico meridionale, restano da osservarsi alcune antiche opere bizzarre di pennello che lo spazio
vestono della parete fino alla porta, d'onde impresi la narrazione.
47. Primieramente in un sol quadro, ma diviso in più parti secondo l'osservato costume di que' vecchi maestri, vien rappresentato
Il trionfo della morte. L'opera è di Andrea Orcagna fiorentino che, divenne pittore colla scorta di Bernardo suo fratello e di Angelo Gaddi, e che fu scultore e architetto sotto Andrea Pisano. Fiorì intorno al 1300 tenendo la maniera di Giotto secondo il parere del Baldinucci. Il novellista Francesco Sacchetti147 lo dichiara il maggior maestro di dipingere che altro sia stato da Giotto in fuori. Giorgio Aretino dice che la fama delle
opere di Andrea condotte in Firenze fece sì che i pisani lo chiamarono a lavorare in questo edifizio quel pezzo di facciata
secondo che prima Giotto e Buffalmacco avevano fatto.
Per dimostrar la fantasia dell'artefice espongo che nel mezzo del quadro è vivamente espressa la morte in una vecchia dispietata,
e rea, pallida in vista orribile, e superba148, la quale colle ali di animal notturno in alto vola colla falce alzata. Giacciono a terra in confuso uomini e donne di ogni
età e condizione, infelici trofei di così orrendo trionfo. I diavoli son dipinti con varietà e con capriccio, mentre afferrano
le anime visibili de' rei, per trasportarle sulla cima del monte ove più bocche di caverne, vomitando fuoco, indicano la dolorosa
via ch'all'inferno discende. Gli angioli all'opposto, nel prender quelle dei giusti per condurle al Paradiso, atteggiati sono
con molta proprietà relativamente alle diverse funzioni ch'esercitano. Riguardo poi allo stile che si osserva di scrivere
i sentimenti delle persone effigiate, narra il Vasari che così fece questo pittore, sapendo che piacque ai pisani un tale
scherzo che fece praticar Buffalmacco a Bruno mentre dipingevano entrambi nella chiesa di san Paolo a ripa d'arno. Afferma in oltre il prefato storico che le praticò l'istesso
Cimabue nelle opere eseguite da lui nella medesima città di Pisa. Infatti il Baldinucci ne fa autor Cimabue, e quindi dichiara Bruno raffinatore di sì grottesca invenzione. L'usò ancora Jacopo da Torrita149 ed è certo che ella fu generale in quel secolo. Per dare una idea di tali scritti, in gran parte consumati dal tempo, basterà.
solo accennare che, dove alcuni ciechi stroppiati e meschini anziosamente invocano la morte, è tuttavia intelligibile questa
poetica invocazione
Da che prosperitade ci ha lasciati
O morte medicina di ogni pena,
Deh vieni a dare a noi l'ultima cena.
Ma quella sorda alle voci di loro vola piuttosto a fare strage di una schiera di giovani di tutti i gradi, che inspirati da
due volanti Amori sciolgono il fren del piacere all'ombra d'un boschetto d'aranci. Quivi sfoggia l'uso di quel tempo sovente
osservato nel ritrarre al naturale varj personaggi. Non mi diffonderò nel citar quegli inseriti nella grand'opera dell'Aretino
e ne' mss. del Totti, ma terrò dietro a ciò che trovo scritto di recente nello lettere del sig. Rosini e del sig. De Rossi,
che gode giustamente il voto d'intelligente antiquario. Il primo dopo di avere addotte molte osservazioni sulla dolente istoria
si esprime: Benozzo in quel personaggio che siede in mezzo col falcone in pugno volle ritrarre il celebre Castruccio Signor
di Lucca, come io stesso ho verificato riscontrando l'impronta delle sue medaglie.
In alto, nell'angolo del quadro figurò Andrea la vita di coloro che per desiderio di salvarsi si rifugiano nell'orrido monte fra gli anacoreti a diversi lavori ed alla
vita contemplativa intenti. Fu osservato dal Vasari un romito che munge una capra pel pregio della naturalezza. Altro ne additò,
denominandolo s. Macario, che fattosi incontro a certi cavalieri mostra ad essi l'umana miseria ne i tre re, che morti giacciano
ne' sepolcri e che distinguono i tre diversi stati del corpo di spirto privo fino alla sua total corruzione, giusta i pretesi
effetti della terra santa in altro luogo nominati. In essi usò l'Orcagna attitudini dicevoli e proprie alla trista considerazione, e per far cosa analoga al primo disegno vi effigiò varj signori
contemporanei. In quegli che solo ha la barba al mento, l'insegna reale nel d'intorno del cappello e l'arco in mano, riconobbe
il Vasari il ritratto di Lodovico il Bavaro; siccome ei c'indicò Uguccione della Faggiuola a cavallo signore di Pisa, in quegli
che sull'espressivo cavallo si tura il naso.
48. Il Giudizio universale è la pittura seconda da questo lato, ed eseguita dal medesimo Andrea Orcagna. Chiaro è il significato delle tante immagini quivi in due composizioni secondo il costume espresse, essendo una delle più
visibili e conservate. Vedesi in alto sulle nuvole il Nazzareno e la Madonna alla destra; superiormente son ben disposti sei
angioli, e gli apostoli sedenti sei per parte fanno ala ai divini Soggetti. Nel piano è situato a destra il fortunato drappello,
a sinistra è la turba de' condannati. Degli uni i disperati affetti, le fantastiche forme degli altri furono con arte espresse
dall'Orcagna. Nel mezzo del quadro sono lapidi rovesciate e sepolcri, d'onde escono i corpi degli estinti uniti alle anime loro, e dove
notano i curiosi l'incertezza di Salomone nell'atto di sollevarsi dal sepolcro. In questo lavoro soddisfece il pittore al
suo bizzarro capriccio ritraendo al naturale alcuni suoi nemici fra i reprobi, ed altresì dalla parte dei giusti molti suoi
compagni e mecenati. La curiosità voleva che per tradizione o in altro modo ci fosse stata tramandata la memoria dei personaggi
rappresentati. Il solo Vasari fa conoscere papa Innocenzo IV, amico di Manfredi, volendo forse dire Innoc. VI, contemporaneo
al pittore.
49. Dopo il Giudizio Universale non proseguì Andrea altri lavori per essere stato chiamato a Firenze ad eseguire alcune opere di scultura. Per la qualcosa Bernardo Orcagna, suo fratello e scolare di Angiolo Gaddi, imprese a dipingere nel quadro che segue l'Inferno alla dantesca variandolo soltanto nel numero delle bolge. Il maestro della toscana poesia coll'ingegnosa sua commedia fece
in quel tempo tanta impressione nella mente degl'italiani, che i pittori durarono a dipingere e Paradiso e Inferno quasi per
due secoli sulla norma di lui150. Presso gli oltramontani ancora notizie abbiamo che, nella chiesa di s. Gio della città. di Ghent, fu dipinto l'inferno da
Uberto e da Gio. Eyck fratelli, additato dal Baldinucci come un miracolo di quelle parti in quei primi tempi.
Ma della nostra pittura favellando, ella è spartita e disposta in modo che denota chiaramente la fervida fantasia di Dante
bene imitata dal pennello dell'Orcagna. Osservate per diletto le tante stravaganti e bisbetiche operazioni de' ministri infernali
e la qualità fantastica de' tormenti ne' quattro mezzi gironi, che "tutti son pien di spirti maledetti e di serpenti di diversa
mena", sembrerà di vedere in quel cerchio, ch'è distinto nel secondo di essi d'alto cominciando, quel luogo così descritto
dal divin poeta nel Canto XVIII.
45Luogo è d'Inferno detto Malebolge
Tutto di pietra, e di color ferrigno
Come lo cerchio, che d'intorno el volge.
Egli fu ripieno dal pittore, come si espresse il poeta:
D'anime nude vidi molte gregge,
Che piangean tutte assai miseramente,
50Et parea posta lor diversa legge.
Più che altrove si riconosce l'amenità di Bernardo nella gigantesca figura del protagonista della brutta scena, che occupa
il mezzo del quadro, colla quale figurò lo' mperador del doloroso regno, quale appunto si trova immaginato dall'Alighieri
nell'ultimo canto della sua prima commedia. Osservando la testa a tre facce, dove
Da ogni bocca dirompea co' denti
Un peccatore a guisa di maciulla,
Sì che tre ne facea così dolenti.
direm con esso di Lucifero che
Sel fu sì bello come è ora brutto
55E contro al suo Factore alzò le ciglia
Ben dee da lui procedere ogni lutto.
Tralasciando altri confronti, basterà ciò per aver con prove conosciuto quanto Bernardo Orcagna trattasse la sua lugubre istoria
con ispecial capriccio e bizzarria sul far dantesco, come dissi, il quale imitò eziandio ne' colpi satirici, quivi effigiando
diverse persone con iscrivere in fronte ad alcuna di esse il proprio nome. Il rame che ne produco in questo libro, essendo
di esatta e di non dispregevole antica maniera del 1500 circa, può confermare il fin qui esposto; convalida in oltre l'asserzione
del Vasari che una tal pittura guasta nella inferior parte fu nell'an. 1530 restaurata da Sollazino, e fa conoscere le variazioni di questo pittore. Qualche piccola fessura nuda d'intonaco la diligenza discopre che usarono
gli Orcagna per difendere i dipinti loro dall'umido traspirato nelle pietre mediante l'incannicciata distesa sul muro e l'incrostatura
della calce sopra di essa.
50. Il quadro appresso rappresenta gli anacoreti di Pietro Laurati senese discepolo di Giotto. Vuole il Baldinucci ch'ei riescisse in alcune cose più perfetto del maestro, che ingrandisse le figure e che introducesse
in Siena miglior modo di dipingere. Una replica di questo è quel romitorio che fece l'istesso autore con maggior lode pel
Gabinetto delle pitture antiche della Imperial Galleria di Firenze. Lo cita il p. Della Valle come il bozzetto della nostra
pittura in grande151. Il medesimo152, in prova che i senesi fossero superiori a' fiorentini nella poesia dell'arte, cioè nell'invenzione e nell'azione, dice che
le tentazioni de' monaci espresse dal Lorenzetti nel Campo Santo di Pisa sono un vero poema. E più sotto: I Lorenzetti si
accostano più di tutti massimamente Ambrogio al far di Giotto; mostrano però nelle opere loro che essi formaronsi sotto la
direzione di Simone e di Duccio. Le solite iscrizioni spiegano le azioni e i nomi di quei ss. Padri che incominciano in alto
da san Paolo primo eremita. Non si può negare che le figure di questo quadro ben atteggiate e ben espresse non siano; e convien
perdonare a un pittor di quel tempo se gli mancò l'arte in ispecie della degradata distribuzione dei lumi e dell'ombre.
Se discendiamo al basso, non ricuseremo di osservare la femminil figura monacale ammanto reggente fralle braccia un bambino,
e quel santo che non cedendo alle lusinghe d'una donna del suo error la convince. Nel gruppo dei quattro monaci a diverse
operazioni intenti e nel buon Padre all'ombra di un pino, ravvisano alcuni la mano di più valente artefice e sospettano che
vi lavorasse Antonio Veneziano, imitando il Laurati. A questo pittore bensì attribuisconsi precisamente i due angioli e la figura giacente sulla cassa che sotto la cornice del
descritto quadro è nel muro incassata. Il Vasari nella vita d'Antonio così si espresse: In questo medesimo luogo, sotto la
vita de' Santi Padri dipinta da Pietro Laurati senese, fece Antonio Veneziano il corpo del B. Uliviero insieme con P. Abate
Panunzio, e molte cose della vita loro in una cassa figurata di marmo, la qual figura è molto ben dipinta. Sotto alla precitata
cassa di antica scultura, leggevasi quell'epigramma scolpito in marmo che nella mia prima edizione riportai; or lo taccio
perché ricoperto le dalla tinta, non so per qual causa, sopra apposta153.
51. Ultima pittura in fresco è il sopra ornato della porta principale. L'Assunzione della Madonna quivi espressa con molti
angeli intorno fu lodato lavoro di Simone Memmi senese. Le figure degli Angeli furono giudicate proprissime dagli intendenti scrittori, non escluso il Vasari, in tutti quegli
atti e movimenti che sogliono farsi cantando. Ella è una delle più conservate opere fra quelle che spettano al secolo XIV,
i cui progressi e le qualità diverse magnificamente ci ha dimostrato questo nobilissimo edifizio.
2.5.4. § 4. Opere di scultura e iscrizioni
Dopo di aver fatta passeggiera menzione alla pag. 190 di quei sarcofagi storiati che sono preziosi avanzi della bella antichità,
e che perciò vengono da me reputati l'ornato il più conveniente alla gravità ed alla magnificenza del cimitero di cui si tratta,
or distinta narrazione ne imprendo regolandola giusta la novella norma che il sig. Lasinio, accrescendone il numero, gli dette154.
Tenendo la via praticata nel descrivere le lacere primizie della pittura, incomincio nuovamente il giro del parallelogrammo
sulla sinistra della porta maggiore. E mio proponimento essendo di enumerare in questo giro le opere tutte di scultura e le
iscrizioni sì antiche che moderne degne di memoria, saranno distinte le prime col numero aritmetico, col romano le seconde.
1. Ometto per non deviar dallo scopo propostomi i sarcofagi di basso rango, ed offro tosto all'intelligente quello situato
nella parte opposta alle dipinte pareti che ha in fronte varj mostri marini, sopra i fianchi de' quali posano Nereidi tutte
ignude volando intorno graziosi alati genietti. Ella è una di quelle rappresentazioni frequenti nei sepolcri, perché gli antichi
degnar vollero con essa i piaceri de' defonti ne' campi elisi; siccome talvolta colle ninfe e i genj le anime sciolte dal
corpo simboleggiarono. Il marmo è dell'isola di Paros, e se desso con altri anche più mal conci dalla sorte dispregiati si
trovano, d'altronde son ben accolti pel merito grande che nulladimeno conservano.
2. Di rincontro volgasi lo sguardo al sarcofago che per uno de' meglio conservati e pel bassorilievo di greca o di romana
bellezza anche nella prima edizione distinsi. Se egli contenga uno o due ratti non seppi decidere. Certo è che sulla sinistra
di chi osserva apparisce rappresentata la figlia d'Agenore sul toro, che col finto piè solcando l'onde, vien molto propriamente
guidato da un Amorino, a cui non l'intemperie dell'aria ma quella degli uomini troncaron la vita. Immagini di ninfe e di tritoni,
come le introdusse Teocrito155, quivi festeggiano intorno al trasformato Rettor de' Numi, che porta sulla schiena l'amorosa preda. Se poi nell'altra femmina
adagiata sul dorso del caval marino sembrasse ideato altro ratto, si può ricorrere alla favola d'Ino figlia di Cadmo, che
gittatasi in mare fu da Nettuno in ninfa trasformata, o piuttosto all'infelice Io figlia d'Inaco, ch'Erodoto rammenta in un
coll'indicato ratto d'Europa. Né fia meraviglia se col vario esposto pensiero al segno non giunsi della vera interpretazione;
imperocché, se difficil cosa riesce sovente il fissare un soggetto nei ben conservati antichi bassirilievi, molto più difficile
si rende il ritrovarlo in quei mutilati ed ovunque guasti e corrosi, ne' quali le azioni e le passioni dell'animo male o punto
si scoprono.
3. Dato uno sguardo a quei frammenti di marinai che appartennero forse a qualche tempio di Nettuno, serviti a rovescio per
parapetti degli antichi altari del duomo, il bassorilievo di marmo pario ci trattenga, dove gran gente a cavallo e a piede,
di lancia e di scudo armata fieramente combatte. Genj alati, suonatori del guerriero stromento all'azione acconcio incoraggiano
i combattenti. Alcuno di essi giace semivivo, altri con prontezza solleva da terra l'estinto cavaliere, che forse è la miglior
figura di tutte, non essendovi in generale grande sveltezza. Sugli angoli dell'urna sono appesi varj trofei. Si eserciti ora
l'ingegno del buono antiquario a distinguerne il significato senza che io fra gli antichissimi fatti greci e trojani (concessomi
ch'uno di essi il nostro bassorilievo esprima) vada indovinando quei due narrati da Omero156, cioè la battaglia di Meleagro co' cureti uniti ai fratelli di Altea, o quella de' Trojani e dei Greci intorno al corpo di
Patroclo, che potrebb'essere l'accennata figura tratta da Ippotoo verso i Trojani. Egli osservi ancora quanto dubbia si rende
la caratteristica etrusca in questo marmo con tutto che molte urne simili si riportino come etrusche nel Dempstero e nel Gori.
Il suonator di tromba, inventata dai tirreni secondo alcuni vecchi autori157, i genj alati, le galee ed altri militari arnesi si rendono indicazioni dubbiose o fallaci, avendo fatto uso di simili cose
anche i romani.
4. L'urnetta cineraria d'appresso fu da me citata anche in questa edizione alla pag. 466 del terzo volume ove, per servire
all'argomento quivi trattato, ne riportai l'iscrizione Scriboniae ec.. Essa e l'altra ancora poco discosta coll'iscrizione Zetho corinthus etc., pure nel luogo citato esposta, dalla casa della famiglia nobile da Scorno furono qui trasferite, come i moderni caratteri
insegnano.
5. Nel mezzo delle urne nominate, incassata nel muro è la fronte di quel gran marmo sepolcrale che additai allo scoperto nella
prima edizione. Nelle diverse cacce di fiere rappresentate in questo rottame di scultura antica si occupi l'osservatore per
rilevare il bello nelle parti non guaste, ov'è indicata con somma naturalezza una pantera che sorpresa con i figli contro
gli aggressori si avventa, e dove un leone furibondo si lancia contro di essi.
6. Poco discosto è quel sarcofago che a questo luogo fece apporre la exnobil famiglia Bernardi, e che il primo fui a discoprire
incassato nel muro di una casa rusticale in Barbarecina. Nel 1793 pubblicandolo così m'espressi. Il suo bassorilievo cavato
dal marmo pario si fa sempre conoscere per istupendo ad onta dei danni sofferti. Egli è così disposto. Nel mezzo entro una
rotonda cornice avvi l'effigie del defonto. A destra uno stormo di pecore ed il pastor dietro di esse son forse geroglifici
per indicare la condizione di lui. A sinistra evvi un drappello di femmine, figure intere svelte e vestite sottilmente all'uso
antico. Vedesi fra queste la parente più accosta all'effigiato defonto di vero dolore atteggiata, e tutte le altre sono da
ammirazione comprese. Dopo di averlo così descritto si desiderò che una man pietosa lo togliesse all'esterminio, e toccò in
sorte al sig. Lasinio di esaudire il nostro voto.
7. Nel vicino sarcofago, condotte sono di bassorilievo ninfe del mare e tritoni reggenti il ritratto virile del defonto in
una specie di conchiglia scolpito. La rappresentanza è una delle migliori per lo stile, traluce tuttora la leggiadria nelle
liete immagini di varj alati genietti e la lusinghiera attitudine nelle ninfe, che colle braccia stringono i tritoni e che
graziosamente gli baciano. Inchinerei a creder greco il lavoro passabilmente conservato.
8. Di rincontro, belli sono i quattro genj, due de' quali sostengono una cornice circolare entrovi due busti di diverso sesso.
Eglino, con gli attributi di varj serti sul crine di animali ai piedi e di canestri in mano, le quattro stagioni dell'anno
a mio avviso simboleggiano. Tre maschere, due comiche e una tragica, son situate sotto i ritratti e son indizj talora di monumento
etrusco. Vedasi se nel caso presente comparisse la maniera buona romana, se non l'elegante.
9. Varj fregi antichi sono incassati sotto alla parete dipinta. Avvi quel bassorilievo che per volgare opinione figurò gran
tempo dentro una gabbia di ferro quel serpente di smisurata forma, che nell'an. 1109, preso da un certo Nino Orlandi, con
ingegnoso inganno fu portato a Pisa sopra un carro per trionfo. Di un tal fatto narrato dal Tronci, dal Gamurrini e dal Roncioni,
e dell'iscrizione che nel sito primiero vi lessi cura non ebbi, bensì osservai che il marmo era greco, che indizio alcuno
di gabbia e di serpente non v'era, e che il lavoro non praticato in quel secolo compariva molto più antico del fatto. Conciosiaché
lo caratterizzai un avanzo di sarcofago di stile più che mediocre avente negli angoli, come uno di essi ne fa fede, i simulacri
de' genj alati che sovente negli antichi sepolcri si rincontrano.
10. Un bel sarcofago ci si avvicina, colla favola d'Endimione e Diana. La casta dea, dal cocchio a due cavalli discesa, ad
una sua ninfa la custodia ne lascia, e poiché virtù non vince ove trionfa amore a ritrovar sen corre l'amato Endimione; e
se 'l marmo era intatto, si sarìa veduto sparger da lei il licor delle grazie nel volto dell'amante allorché dorme. La figura
vicina, avente il pileo tessalico o sia petaso alato ed alati i piedi, offre a prima vista l'immagine di Mercurio, che non
sembra male introdotto pel suo carattere di messaggero degli dei. Vedasi per altro s'ella, mancante del caducèo, il maggior
distintivo di Mercurio, più propriamente Morfeo indicar potesse. Questi in altri sepolcri con Endimione fralle braccia fu
quasi in simil foggia espresso, se non che oltre le ali al capo ha quelle negli omeri di farfalla, e di aquila talvolta, come
in uno della Villa Albani si osserva. Se le parti molto corrose del marmo di greca specie tolgono il vero significato, non
tolgono all'erudito nell'arte la cognizione del bello nella sveltezza delle proporzionate membra e nella mossa delle figure.
A me sembra possano aver luogo fra queste i due Imenei che stanno negli angoli della storiata fronte colla face rovesciata,
quivi molto a proposito e sovente in altri sepolcri introdotti.
11. Ne seguono incassati nel muro quattro pezzi di marmo, due sulla destra e due a sinistra della porta: rappresentano gli
evangelisti; il lavoro, al certo della Scuola pisana, a Giovanni si attribuisce come autor del pergamo da me più volte citato, di cui sembran eglino miseri avanzi.
12. Di contro, l'arca è nobile pel marmo greco, non pel disegno del bassorilievo. I panni striati e mal condotti che contro
il costume vestono gli eroi di sveltezza privi indicano per me, che non intendo di deciderne, l'imperizia dell'artefice, che
vissuto sembra quando l'arte ricadde piuttosto che avanti la presa di Corinto. Nella caccia ivi figurata vedesi il cinghiale
che tolse l'amante a Venere, ed i cappucci fatti a maglia di ferro in alcune figure si osservano.
13. Ritornando alla dipinta parete, ci si offre un piccol sarcofago di non ordinario stile che stava nel soppresso convento
di s. Silvestro.
I. Eretto per memoria onorevole del conte Marulli, è il nuovo sepolcral monumento condotto sul marmo statuario lunese dal
sig. Michele Van–lint scultore in Pisa. La testa elegante ed il torso del Genio equilibrato sulle ali qualificano l'autore industre.
14. Addossata alla parete dipinta è una bell'opera di scultura pisana del sec. XIV. Essa nella prima edizione non piccolo
grado aggiunse all'elogio di Tommaso pisano scultore e architetto; arricchirà in questa la serie delle opere de' nostri pisani scultori del secolo XIV, a cui
spetta il seguente capitolo, ove pure l'iscrizione sarà riportata.
15. Nell'opposta parte il marmo lugubre contiene la gran caccia dello smisurato cinghiale di Calidonia, espressa sovente nelle
urne per indicare la fatal morte. Nella fiera mischia apparisce Atalanta in abito succinto, e direi rappresentato il figliuol
d'Altea nella figura tutta nuda col pallio, segno di eroe, che dal fondo quasi si distacca. Se altre figure inferiori a questa
nel carattere appariscono, ciò può derivar molto dalla mancanza e dalla consunzione soverchia delle parti.
II. Da notarsi a questo luogo è il gran mausoleo del conte Algarotti veneziano, che fu scrittore e letterato di merito, e
ciamberlano del re di Prussia. Ricco di marmi, fu esso architettato da Carlo Bianconi già segretario dell'Accademia delle Belle Arti in Milano, e da Mauro Tesi, entrambi architetti bolognesi nel 1768 per servire alla volontà del defonto e non a spese, e con ordine di Federigo II re
di Prussia, come fu da molti creduto. Ciò si fa chiaro perché l'istesso Bianconi ce ne rese per lettera informati, e per le seguenti parole incise nel fianco dell'imbasamento.
MAURUS TESI ET CAROLUS BIANCONI
ARCHITECTI BOLONIENS EX ALGAROTTI TESTAMENTO
F. C. C. MDCCLXVIII.
Col consenso bensì del sovrano predetto furono fatte incidere le seguenti note in gran cartella di marmo sotto al frontespizio:
ALGAROTTO OVIDII ÆMULO
NEWTONI DISCIPULO
FRIDERICUS MAGNUS158.
Sotto il ritratto di marmo in ovato, posto in mezzo da due putti di dolore atteggiati, leggesi il motto:
ALGAROTTUS NON OMNIS
Nello zoccolo dove posa l'urna è scritto:
A. D. MDCCLXIV.
Finalmente nel rovescio del collo dell'indicato ritratto espresso in greco è il nome del prefato Bianconi, per dimostrare ch'esso ebbe la più parte in quest'opera, giacché Mauro Tesi, sorpreso da morte, la lasciò non compiuta.
La scelta de' marmi e la disposizion dei colori è lodevole. Perocché il candido statuario lunese adoprato nella statua giacente,
che dal modello in creta del Bianconi trasse il carrarino Cibei, nella medaglia, nei putti, nei rosoni e ne' modani trionfa sul bardiglio di pieno colore. La cassa ed alcune fasce sono
di un bel giallo di Siena.
Il disegno di tal superba decorazione fatto dal citato Bianconi fu inciso in rame nel 1769 da Volpato in Roma.
III. Annesso è il sepolcro di Sebastiano Paolino Bernardini datario di Clem. VIII, che morì nell'an. 1609, come dall'iscrizione si raccoglie.
IV. Di Gaudenzio Paganini è il contiguo epitaffio in marmo. Egli ebbe gran fama di filologo, di filosofo, di teologo e di giureconsulto. Da Roma passò
a leggere a Pisa con tanto grido che molti stranieri vennero ad ascoltarlo. Il ch. monsign. Fabroni una dettagliata vita ne
scrisse. Per non aggrandire il volume, basterà del lungo epitaffio riportare i seguenti versi ch'ei fece di se stesso:
RHÆTIA ME GENUIT, DOCUIT GERMANIA, ROMA
DETINUIT, NUNC AUDIT HETRURIA CULTA DOCENTEM.
OBIIT PISIS IMPAVIDUS A. D. MDCXL.
TERTIO NONAS JAN. NATUS AN. LIII.
BARTHOL. CHESIUS PIS. J. C. ET IN PIS. GYMNASIO
J. CIV. ORD. PROFESSOR EXECUTOR TESTAMENTARIUS
TANTAM LITTERARUM JACTURAM DEPLORANS. P.
16. Nell'angolo sulla colonna di bel granito orientale (che con altre simili fu ornato nobile della chiesa di s. Stefano fuori
delle mura di presente rinnovata) posa quella statua d'Ercole che già descrissi alla pag. 385 del primo volume della vecchia edizione, allorquando fu da me discoperta nel magazzino dell'opera
fra le varie anticaglie e gli avanzi di statue dei secoli mezzani. Tra queste, io m'espressi, deve eccettuarsi un Ercole di altra epoca, alto braccia uno e tre quarti con la clava e la pelle del Leon Nemeo. Egli è tenuto, dice il Roncioni, per
cosa rara, e si ha per fama che questa figura fosse con molte altre spoglie portata l'anno 1030 da Cartagine159. Ne parla il Cesalpino dicendo: Lividum est Numidicum, sed eximio splendore, ut videre licet Pisis in Templo Episcopali;
nam ex eo statua Huculis, quam Pisani ex Numidia transtulerunt, vice columnae posita est sub marmoreo suggestu. Desso in fatti
ed altre statuette sono avanzi dell'antico pulpito, che stava nel coro della Primaziale da me accennato a suo luogo come opera
di Giovanni. Ciò vien confermato dal cod. 17 della classe 25 de' mss. della bibliot. Magliab., dove descrivendosi l'antico
pergamo si narra: tra le quali figure guardato con meraviglia un Ercole di marmo che mostrava grande antichità ed era dilettevole
a toccarlo, perch'era molto liscio: questo si diceva portato da Cartagine.
Riguardo alla qualità del marmo dirò, senza oppormi al Cesalpino, che serpeggiano in esso alcune vene livide e che la grana
è sottile simile al nostro lunese, ma per questo deesi giudicar di quelle cave, poiché fra i bianchi greci evvi il marmo Proconneso
descritto da Plinio simile a questo e riconosciuto dal Targioni in una colonna del nostro duomo posta di contro l'altare de'
tre santi. Non sembra ordinario l'artificio della testa sol che le ciocche de' capelli sono alquanto dure e parallele. Or
decida il franco osservatore a qual tempo quest'opera appartenga. Il Targioni suddetto notò la secchezza della maniera e sproporzionato
chiamò il leoncino sulla sinistra mano della statua, come pure la leonessa con un figlio presso al piede destro di essa.
17. Dove la loggia piega nel lato occidentale è incassato nel muro un marmo cipollino, che servì di predella all'altar maggiore
di s. Zeno, con queste parole che trovo scritte irregolarmente presso alla cifra de' primi cristiani:
CIRRA IN PACE QUEVIXIT
ANNIS XLVI MÈN. V DIE XIII
DEP PRI'K A'L MAIS
V. Sporge in fuori sopra alto imbasamento con marmi statuarj e venati di Carrara l'arca sepolcrale del rinomato giureconsulto
Gio. Francesco Vegio pavese, grande ingegno e molto faceto, che fu professore in quest'accademia di Pisa. Sull'urna sorretta
da ricca base giace il simulacro di lui in bene atteggiata forma. Riguardo all'artefice., non copiando l'erroneo sentimento
del Martini né quello dei Chiusole, dico coll'autorità d varie accreditate memorie, e particolarmente di quella del can. Totti160, che sì bel monumento fa condotto per mano del Tadda da Fiorenza. Parla distesamente di questo scultore il Baldinucci161, denominandolo Francesco di Gio. di Taddeo Ferrucci da Fiesole, detto Francesco del Tadda, scultore di qualche fama circa all'an. 1570, provvisionato da Cosimo I e da Francesco I, e rinnovatore della maniera di
temperare i ferri per ridurre il porfido; fralle altre cose, ei condusse a fine la statua della giustizia eretta sulla colonna
nella piazza di s. Trinita di Firenze.
D.O.M.
10. FRANCISCO VEGIO PATRITIO TICINENSI
IUR. CONS. CLARISS. QUI AD OPTIMO DUCE
COSMO MAGNIS PREMIIS DECORATUS
PER XII ANNOS PISIS PRINCEPS IN DOCENDO FUIT
AUGUST. F. MAER. P.
Questi son gl'incisi caratteri nella gran cartella di mezzo; e lateralmente ne' due piedistalli sta scritto:
OBIIT AN. MDLIIII.
VIX. AN. LXV.
VI. Nel marmo alla parete affisso si legge:
D.O.M.
LAURENTIO CONTI PATRICIO GENUENSI
MAGNI INGENII NEC MINORIS IN
NEGOTIIS OBEUNDIS PRUDENTIÆ I. C.
LATINE HETRUSCE QUE DICENDI
PERITISSIMO PAULUS PATRI B. M. P.
VIX ANN LXXI MENS II D XVIII
OB VIII IDUS IAN M D CVI.
18. Ne segue un'opera della Scuola pisana del secolo XIII. Alla pag. 53 del terzo volume di questa edizione parlai de' più
ragguardevoli avanzi della soppressa chiesa di s. Francesco. E poiché ancor v'esisteva un tal mausoleo, e poiché presago non
era della fortunata sua traslazione in questo luogo quivi lo rappresentai nella sua vera magnificenza, di cui per la circostanza
di doverlo qui adattare e per causa del predicato abbandono scapitò molto. Quivi in oltre riportate avendo le iscrizioni tutte
che gli appartengono a scanso di repliche le tacerò a questo luogo.
VII. Il marmo bianco contornato dal bardiglio forma l'elogio del Cascina patrizio pisano.
D.O.M.
Josepho Mariae Cascina equiti, patricioque pisano, lepore dicendi, et amenioribus literis in primis ornato, Juris imperatorii,
ac sacrorum canonum peritia nulli secundo, qui vix annum agens XVII ad jus civile publice docendum in patrio lycaeo assumptus
est... At tamen tot decoratus honoribus, tot virtutibus insignis, Principibus charus, invisus nemini, mortis ac litotomi
gladium haud potuit evitare... occubuit anno aetat. 53 die. 11 mens. maii an. rep. sal. 1707.
VIII. Al celebre professore di Chimica Antonio Branchi dettero una testimonianza d'affetto e di gratitudine i figli e l'ottima
consorte, nella sepolcral memoria che oggi meritamente in questo luogo s'innalza.
ANTONIVS NICOLAVS THOMÆ F BRANCHIVS FLORENT INTER DISCIPVLOS CELEBERR MED ANTONII COCCHI APPRIME DILECTVS ATQVE PROBATVS QVI
CHYMICAM FACVLTATEM AVTODÌDACTOS IN ETRURIAM INVEXIT EAMQVE PER ANNOS TRES SVPRA QVINQVAGINTA IN ATENÆO PISANO DOCVIT CHYMICVM
APPARATVM FVNDAVIT SVAQVE TVM OPERA TVM PECVNIA DITAVIT A PETRO LEOPOLDO MAGNO ETRVR DVCE NON RARO DOMI HVMANISSIME SALVTATVS
ATQVE AD FILIOS SVOS FERDINANDVM CAROLVM LEOPOLDVM CHYMICIS PRÆCEPTIONIBVS IMBVENDOS DELECTVS ANNOS NATVS LXXXVII MENS I D
VI OBIIT X KAL SEPTEMB ANNO SAL MDCCCX.
SPECTATISSIMO VIRO CHRISTIANIS SOCIALIBVSQVE VIRTVTIBVS AFFATIM CVMVLATO TERESIA GIANNONIA VXOR IOSEPHVS IN MAGISTERIO PATRIS
SVCCESSOR ET THOMAS FILII HOC GRATI ANIMI MONVMENTVM NON SINE LACRVMIS PP.
IX. Il defonto a cui appartiene la lapida appresso posta sotto al busto di marmo indicano le seguenti note:
FRANCISCO ALBIZIO PISANO
CANONICO ET ANTECESSORI
GRÆCA LATINA ITALICA ERUDITIONE
APPRIME ORNATO
BONIS OMNIBUS PROBATISSIMO
DE PATRIO LYCEO
QUOD EXIMIAM IPSI LIBRORUM COPIAM
D. D. D.
OPTIME MERITO
CÆSAR MALANIMA
COLLEGÆ DESIDERATISSIMO
C. V. M. P.
X. Il sepolcral monumento eretto con marmi venati e statuari di Carrara a Bartolommeo Medici prode guerriero è pregiata opera
del Tribolo scultore e architetto. L'oculare ispezione e la memoria da me tratta da veridici antichi mss. convincono d'errore il Martini
ed altri che l'autore e la struttura di questo col sepolcro del Vegio confusero. Nel primo di fatto e non già nel secondo,
come scrisse il Martini, s'innalza sull'urna la piramide nel cui corpo incassata è la ben condotta effigie del valoroso guerriero.
In tal guisa collocandola volle forse il Tribolo imitare gli antichi egizi, che nelle guglie di saldissimo granito eternavano la memoria del defonto con porvi il ritratto
e con iscriver quivi le prerogative di lui.
D. O. M.
BART MEDICI COGN MUCHIO GENT.
FORTISS. Q. CU MULTA MULTIS IN BEL
PRÆCL. FACIN. EDIDISSET A COSMO
MEDICE FLOR. DUCE ARETII
MOX PISIS TUEDÆ ARCIPRÆF. EST
IBI Q. CU SE STRENUE FIDELITER
Q. GERERET. INCREDIBILI SUORU
AC MILITUM MOER. OB. AN
NATUS LIV. M. IV D. XXIV MDLVI DECE.
XI. Ne segue l'effigie in marmo e l'iscrizione:
D. O. M.
Joanni Antonio Corazza pisano Phil. et Med. Doctori qui primus in Patria medicinam ope sanioris philosophiae repurgatam salubriter
exercens ob summam integritatem prudentiam sagacitatem comitatem et beneficentiam omnibus carus non modo a civibus universis
amorem sed a barbaris etiam gentibus venerationem expressit unde et Tunetano regno imperans potentissimus Rhamdamus suae valetudinis
reparandae causa ipsum ad se mittendum.
A'. R. C. Cosmi III. M. D. Hetruriae impetravit Redivivam in nepote virtutem avunculi probaturus Joannis Pagni insignis antiquarii
Phil. et Med. Doctoris et in hoc Athenaeo celeberrimi Professoris a Sereniss Ferdin II eadem de causa ejus patruo Mahometi
felici pariter cum exitu dudum concessi Pie obiit V id april 1726 stylo pis aetatis suae anno 74 post ejus ex Africa reditu
27 Fratri optimo etc.
XII. L'altro busto collocato sullo zoccolo di bardiglio è del celebre Benedetto Averani fiorentino, e la lapida sottoposta
ne forma il seguente meritato elogio.
D. O. M.
BENEDICTO AVERANIO FLORENTINO INGENII DOCTRINÆ ELOQUENTIÆ PRINCIPI QUI MAGNARUM RERUM ATQUE ARTIUM NIHIL IGNORAVIT. NIHIL
AB ALIIS DIDICIT. NULLO DOCTORE DOCTRINAS IMNIBUS INSTRUCTISSIMUS. IN PATRIA GRÆCAS LITERAS ADOLESCENTULUS ABINTERITU VINDICAVIT
LATINI SERMONIS INTEGRITATEM ET ROMANÆ ELOQUENTIÆ MAJESTATEM RESTITUIT. ETRUSCÆ LINGUÆ SPLENDOREM AC DECUS ATTULIT. IN GEOMETRIA
ASTRONOMIA ET OMNIUM ARTIUM OPTIMARUM SCIENTIA PLANE PERFECTUS. CUNCTIS PHILOSOPHORUM DISCIPLINIS ERUDITUS. IN ALTISSIMAM
PLATONIS DOCTRINAM PROFUNDA MENTE SE INCURGITAVIT. DIVINI PHILOSOFI SAPIENTIAM NON TAM INTELLIGENDI QUAM BENE VIVENDI DISCIPLINA
ET EXCELLENTIA VIRTUTIS EXPRESSIT. GRÆCAS LATINASQUE LITERAS XXX ET AMPLIUS AN. PROFESSUS. SUMMUS ORATOR. POETA SUMMUS. PISANAM
ACADEMIAM INGENII LUCE ET NOMINIS CELEBRITATE NOBILITAVIT. ELOQUENTISSIMIS ORATIONIBUS. DOCTISSIMIS PRÆLECTIONIBUS. QUIBUS
TUCYDIDEM EURIPIDEM ANTHOLOGIAM VIRGILIUM CICERONEM LIVIUM ILLUSTRAVIT. EJUS DIGNITATEM ET GLORIAM AMPLIFICAVIT. EQUES VINCENTIUS
AULLA PRÆCEPTORI OPTIMO ET AMICO INCOMPARABILI. QUEM EXCEPIT HEREDITARIO SEPULCRO. MÆSTISSIMO POSUIT.
OBIIT V. KALEN. IAN. ANNO SAL. MDCCVII. ÆTAT. LXIII.
XIII. Siamo al mausoleo di Gio. Batista Tempesti pisano dipintore, da noi in più luoghi di quest'opera giustamente encomiato.
Lo scultore sig. Giuseppe Masi di Pisa dal candido marmo di Luni in plausibil guisa lo condusse. La sola figura dell'amicizia, grande più che natura, ei
vi rappresentò, ed atteggiandola di dolore per dimostrare che il ritiro dal mondo del valoroso pittore fu a gran ragione compianto,
v'impiegò il suo scalpello con ottima riescita. Questa è l'iscrizione fiancheggiata da pittorici emblemi:
ALL'EGREGIO PITTORE
GIOVANNI BATISTA TEMPESTI PISANO
LA PATRIA, E L'AMICIZIA.
A. MDCCCIV.
Diversi amici, con farsi premura di erigere un monumento all'ottimo concittadino, associar si vollero alla fama di esso162.
XIV. Poco distante incassato trovasi nella parete un marmo coll'epitaffio del celebre poeta ed erudito oratore Pietro Angeli
da Barga così espresso.
PETRO ANGELIO BARGEO IN PISANO GYMNASIO
PER QUAMPLURES ANNOS INTERPR.
ERUDITISS. POETÆ ORATORIOQ. CELEBERR.
A FERDINANDO MED. MAG. DUCE ETRU. III
PATRONO MUNIFICENTISS. INTER SUOS
FAMILIARES COOPTATO OPIBUS ET HONORIBUS
AUCTO VIRGINIA F. MOESTISS. MEMORIÆ
ET PIETATIS ERGO P. VIXIT ANNO LXXVIII.
MENS. X. OBIIT PRID. KAL. MART. MDXCVI.
XV. All'eterno riposo delle ceneri di Francesco Sanseverino giureconsulto fu destinato il mausoleo che segue. I marmi bianchi
e mischi di Seravezza ne compongono gli architettonici membri.
D. O. M. FRANCISCUS ILL. GENTIS NOMINE OLIM
SANSEVERINUS POSTEA QD. EJUS MAJORES STUPRUM
PER VIM OBLATUM ULTI
OCCISO REGIS FILIO NEAPOLI PISAS MIGRARUNT
EX FUGA MURCIUS JURE CONI.
CANONICUS PIS. EQUES PIUS
GENTIS SUÆ SOLUS SUPERSTES 5. P. K. MAR. M. D. LXIX.
19. Nell'angolo, le tre femmine che in guisa di cariatidi sostengono un capitello e la statuetta della Madonna posta sopra
di esso alla Scuola pisana appartengono.
Il naturalista può qui isolato osservare un grosso tronco di colonna, di un bel porfido di fondo rosso straordinariamente
acceso, sul quale il feldspato risplende.
20. Sopra di esso fu collocata quell'urna cineraria che, posando sopra una proporzionata colonna di granito orientale, faceva
ornato nobile al dintorno del duomo. Le parole scritte nella nuova base indicano l'operajo, il curatore e l'anno 1810, in
cui ne fu fatta la traslazione. Io ripeterò la descrizione che già ne feci nel 1787, mentre al giudizio del vero antiquario
la sottopongo. Ne produrrò parimente lo stesso disegno nella tavola di rame, che avrà solo il merito di essere stato il primo
fatto di questo prezioso monumento.
Per dimostrare l'antico stato di lui riferir debbo le seguenti parole di Giorgio Vasari inserite nell'elogio istorico de'
due pisani maestri Niccola e Giovanni. Non tacerò dic'egli che in su le scale di verso lo spedale nuovo, intorno alla base che sostiene un leone et il vaso ch'è
sopra la colonna di porfido, sono queste parole. Questo è il talento che Cesare Imperatore diede a Pisa, con lo quale si misurava
lo censo che a lui era dato, lo quale è edificato sopra questa colonna, e Leone nel tempo di Giovanni Rosso Operajo dell'Opera
di S. Maria Maggiore di Pisa. A. D. MCCCXIII.
Questo motto fu fatto cancellare da Francesco Quarantotto operajo, perché fu creduto favoloso il racconto. Il de la Lande
adduce le improbabilità che da tal supposto nascevano163. Ma checché sia di ciò comparisce sempre la nostra urna una di quelle in cui si racchiudevano dagli antichi gentili le ceneri
degli arsi cadaveri. La superficie della medesima è condotta in lavoro di bassorilievo. Considerato l'intreccio dei pampani
che circonda l'orlo del vaso, l'azione e la proprietà delle figure, e gli emblemi delle tibie, delle siringhe e de tirsi più
tosto che un convito, o mimica rappresentanza, (come fu avviso del Martini e di altri) direi quivi espressa qualche festa
dionisia, o bacchico mistero, di che s'incontrano adorni tanti monumenti antichi. Conciosiaché è molto verisimile che il nostro
vaso fosse appartenente alle sacre funzioni orgie, in grande uso e famose da per tutto, specialmente in Grecia e nell'Italia.
Tali furono giudicati i bellissimi vasi che onorano i musei Clementino Capitolino, ed il Mediceo ancora, ravvisati per Etruschi
dal Maffei e dal Dempstero, primo illustratore delle antichità etrusche. Meglio esaminando la circostanza della mitologia
ed insieme la qualità del lavoro, non ordinario pregio han le bacchiche donzelle che insiem ballando s'intrecciano con disinvolta
leggiadria di lusinghiere posizioni: siccome eccellente è l'artificio de' giovani nudi, agili e svelti, che vengono figurati
nel mio rame, uno dei quali il più elegante in atto proprio dei baccanti, con tirso in mano e con un pie' dritto, è come appunto
descrive Euripide164 il genio di Bacco, detto Ampelo figlio di Sileno. Ne segue un sacerdote con aria di veneranda antichità, il quale al panneggiamento,
alla chioma e alla qualità della barba comparisce uno degli Archigalli, detti Castroni da Giovenale, che comandavano sopra
gli altri sacerdoti, e teneano ragazzi al servigio loro, secondo Diodoro e Luciano. Due di questi son bene introdotti a sostenergli
il braccio sinistro, mentre una specie di calzare un altro gli allaccia. Vedesi chiaramente effigiato Sileno, il pedagogo
di Bacco, con la pelle di capriolo sulle grasse e pesanti membra, con barba ricciuta, volto sereno e orecchie faunesche, che
suona le tibie a un fiato. Nel vecchio fauno che viene appresso, potrebbe parer figurato il dio Pan dagl'indizi della barba
caprigna, delle fattezze caricate e delle corna d'ariete, giacché le gambe e i piedi furono talvolta immaginati umani; né
sarebbe male introdotto riguardo alla strettissima relazione che passava fra esso e Bacco. Ma più facilmente si dirà ch'egli
è uno dei pani, o fauni noti per ministri di Bacco, e da varj autori latini ora distinti, ed ora confusi co' Titiri e co'
Satiri, e che la donzella stretta fra le braccia di lui venga iniziata ne' bacchici misterj. Conferma l'opinione l'esser ella
atteggiata in aria di timidezza col rituale papiro, che sembra tenere in mano avvolto, e l'aver gli occhi innalzati al cielo,
dove le accenna il faunetto o titiro d'intiera figura umana molto graziosa e di un bel movimento che precede all'indicato
gruppo. Alcune parti non decise e principalmente gli ornati di alcune teste, guasti dagli oltraggi che il nostro vaso ricevette,
impediscono la più esatta distinzione. Se poi il bassorilievo provenir possa da etrusca mano, di che i soli vasi e altri lavori
di plastica portano certo contrassegno, io non credo di dover proporre. Noterò bensì che nelle donne leggermente panneggiate
si scorge il fare elegante de' greci e la modestia da essi usata nelle danzanti, alcune delle quali son descritte dal Winckelman
in atto di tenersi con vaghezza la veste con una mano sopra la spalla, come appunto è la figura da me delineata. L'acconciamento
delle teste consistente nei capelli stretti da una fascetta, o sivvero in un pannetto sarrato come una specie di cuffia da
notte, corrisponde all'uso delle donne greche, di che parlano Euripide ed altri tragici poeti. Finalmente il carattere della
rotondità, che dal suddetto antiquario è giudicato opposto al risentito disegno etrusco, può esser favorevole al greco stile,
in forza di che, senza scrupolo e volentieri, per quello io mi determino. Egli è un danno che anche questo bel monumento abbia
sofferto per colpa delle idee degli uomini, più che per quella de' tempi onde la purità del disegno in qualche parte si adombri.
Egli al presente questo nobil ricetto onorando gode il favor del tetto, ma ahi troppo tardo sollievo alle piaghe mortali che
nel bel corpo suo sì spesse io veggio. Con tutto ciò ei fa chiaro a bastanza l'indicato pregio agli occhi eruditi, ond'ebbe
a scriverne il Cochin. Il y a autour un basrelief antique, ou il y a d'assez belles choses. Indicano i ricordi dell'archivio
Capitolare che, nell'ottobre dell'anno 1604, Cosimo Cioli scultore da Settignano restaurò il coperchio a lui tolto, che fece il dado sotto la base, rotto nel rimuoverlo, e che con
opera laboriosa adattò e pulì la numidica colonna: questa rimasta priva del suo bel vanto, altra sospirando ne aspetta.
XVI. Prima iscrizion funebre del lato occidentale:
AL CONTE FRANCESCO RZWUSKI
FU GRAN MARESCIALLO DI POLLONIA
HA FATTO PER ORA APPORRE QUESTA MEMORIA
IL CONTE CASIMIRO DI LUI FRATELLO
21. Sul sedile è collocato quell'architrave di marmo pisano, la cui rozza scultura esprimente il battesimo di Costantino,
si può attribuire allo spirare del sec. X, o ai primi anni del susseguente. Dopo che io lo trovai mal concio, dalle percosse
dei manovali e dalla calcina oppresso nel monastero di s. Silvestro, alla cui porta maggiore era anticamente servito, gli
fu accordato a miei preghi un miglior sito presso il canto del primo corridore, ove stette fino alla recente sua traslazione
in questo luogo.
22. Passata un'urnetta cineraria rimossa dalla sagrestia di s. Pierino, la grande arca s'incontra condotta a strie dal marmo
pario con due mezze figure quasi al naturale sugli angoli. Dal girar delle pieghe profonde, da qualche residuo più conservato
delle membra e dei panni ravvisai volentieri per greco–romano il lavoro, quando ne feci memoria nella prima edizione fralle
altre che stavano nell'antica chiesa di s. Zeno.
XVII. Nella medesima fila trovasi in lastra di marmo l'epitaffio che consacrarono alla lode del pittore Gio. Stefano Maruscelli dell'Umbria Ascanio Penna perugino e Vincenzo del Torto pisano, amici e scolari di lui.
UT INVIDI TEMPORIS DENS INTEGRAM VIRTUTUM MORUMQUE FAMAM JOANNIS STEPHANI DE MARUCELLIS UMBRI PICTORIS ARCHITECTIQUE SUA ÆTATE
HAUD SECUNDI CONTERERE ANHELANTIS OBSTUPESCAT MARMOR HOC ADAMANTINUM TRADIDERE ASCANIUS DE ARCHIPRESBYTERIS DE PENNA PERUSINUS,
ET VINCENTIUS DEL TORTO PISANUS AMICI.
BENEFICIA MONUMENTAQUE MAGISTRI PERENNARE CONANTES MDCLIV.
La perdita di quest'artefice di molto merito fu di universale dispiacimento dei pisani, dei quali l'affetto e la stima per
le molte opere sue fatte nella città l'oro erasi acquistato.
23. Non incresca all'amatore ch'io gli accenni nel lato del chiostro un sarcofago poco distante, dove semplicemente, ma con
buono stile, gira un serto sospeso negli angoli da quattro teste di tori e con somma prontezza sorretto da due genietti nell'anterior
parte, in cui scompartite sono tre teste alate delle gorgoni, come vengono descritte da Esiodo. Qui avremmo dei contrassegni
etruschi, ma lascio deciderne all'erudito.
24. Un antico sarcofago che stette nel chiostro allo scoperto e che di presente sta presso la porta della vicina cappella
richiama la nostra attenzione. Egli è uno de' più eleganti, ornato di più figure e di bel marmo pario composto. Vi è rappresentato
Bacco sul cocchio nell'angolo destro e Arianna nell'altro, ambo tirati dai centauri e fiancheggiati dalle tigri. Ciò s'incontra
spesso negli antichi bassirilievi e ne' cammei, mentre i centauri oltre le sfingi, i grifi ed altri animali sono attribuiti
a Bacco secondo Virgilio e Nonno165. Formano il seguito della dionisia pompa Bacche e Baccanti, volando intorno alati genietti. Nel mezzo due Vittorie alate
allusive a Bacco domator delle Indie reggono uno scudo fra le frondi di un albero a pie' del quale giacciono due schiavi.
Quivi è l'inscrizione del defonto, forse iniziato nelle orgie di Bacco e anche guerriero, sapendosi che Pallade, come dea
della vittoria, si dipinge alata, e possono alle due deità referirsi i vinti guerrieri sottoposti.
Poiché l'iscrizion trovai in alcune lettere affatto corrosa, nella prima edizione trascrissi quella edita dal p. Zaccaria166, che dopo di aver giudicato mostruosa quella del Gori così si esprime: E' certo il marmo non puote esser più guasto. Niente
però di meno io non mi sono voluto per difficoltà sgomentare, e comeché con fatica grandissima parmi d'averne non mai ricavata
una tutt'altra iscrizione.
D. M.
P. JULIUS LARCIUS
SABINUS... QUI VIXIT
ANNIS LXXIX.M.VIII.
DIEBUS VII ELENE
ASIMEIA E. V. CONIUGI PIENT.
JUL. LUCANIUS, P. CURAVIT.
H. M. H. N. S.
Il prefato scrittore, dopo di aver fatte sulla medesima alcune osservazioni, soggiunge: Del rimanente facil cosa è di esplicare
l'inscrizione. Vuol ella dire – Diis manibus Publius Julius Larcius Sabinus, qui vixit annis novem et septuaginta, mensibus
octo, diebus septem.. Elene Asineja cius uxor Conjugi Pientissimo et Patri Julius Lucanius poni curavit. Hoc monumentum Hèredes
non sequitur–.
Or ometter non debbo di accennar l'inscrizione che al presente vi si legge, dopo che con fatica e con istudio sono state rilevate
le lettere corrose e insiem colle altre colorite di rosso.
D. M. P. JVLIVS LARCIVS SABINVS
TRIB. PL. QVI VIXIT ANNIS XXVIIII
DIEBVS EID IN HO TRIBS. SVPERSNI
ELENE ASIMEIA E. V. CON. FLENIS IVL
LVCANIVS P. CVRAV.
A CORIOLANI CORNELIA VXOR.
XVIII. Dentro la cappella che s'incontra è situato lateralmente un gran cenotafio di marmo ornato di guglie e di fiorami sul
far tedesco Sopra alla cassa, una statua al naturale sen giace indicata per un dottore dalla toga e dal libro che tiene sotto
il capo coperto di un cappuccio secondo il costume. Al di sotto si leggono queste parole:
HIC JACET VIR PRUIDENS ET DISCRETUS M. LIGUS
QUONDAM FRANCISCI AMANNATI DE PIS.
IN MEDICINA PHIA. ET SEPTEM LIBERALIBUS
DOCTORAT Q. OBIIT A. D. MCCCLIX. DIE XIX AUG.
Nel frontespizio scolpita di bassorilievo è la figura di M. Ligo che sta in cattedra in atto d'insegnare a varj suoi discepoli
curiosamente atteggiati. Tutto il lavoro di scalpello è della scuola di Giovanni Pisano, ed a lui stesso mal si attribuisce da alcuni dei quali fu seguace il Martini che non riporta l'epitaffio.
25. Richiamo l'antiquario alla parte del chiostro per osservare sul sedile il sarcofago simboleggiato da due giovani di dolore
atteggiati, dalla fragilità de' fiori nel vaso e da due genj alati non per lo stile forzato e poco industre, ma perché porta
in fronte, in una cartella sorretta da due vittorie volanti, la seguente iscrizione:
D. M.
T. AELIUS. AUG.
LIB. LUCIFER. VIBUS SIBI
POSUIT.
Il Gori così la spiega: DIIS MANIBUS. TITUS AELIUS AUGUSTI LIBERTUS LUCIFER VIBUS SIBI POSUIT. Egli è già noto che molti vivendo
si fabbricavano il sepolcro per assicurarsi de' posteri.
26. Muove curiosità il sarcofago dirimpetto tutto lietamente ripieno di amori di genj e della favola di Amore e Psiche replicata
tre volte. Una è sotto al busto del defonto scolpito nella nicchia di mezzo, che due Amori col turcasso e piedi sostenorono.
La dissi espressa in piccole graziose figure quasi di tondo rilievo prima che dagli uomini dilaniate ne fossero le membra.
Tra gli amori predetti e i due genj sugli angoli sono le altre due favole scompartite. Trovandosi elleno sovente espresse
nelle urne antiche come lo sono in quella bellissima di Campidoglio, ov'è rappresentata la brevità della vita umana, convien
credere che indicassero la congiunzione dell'anima e del genio ed il platonico giro delle anime, e che fossero in somma molto
interessanti simboleggiare i defonti.
27. Omessa la descrizione di tre sarcofagi a strie con qualche figura, passeremo ad osservare il bassorilievo incassato nel
muro sotto alla storia d'Isacco. Egli è la fronte di una di quelle due bellissime urne sepolcrali di marmo pario, che noi
circa all'anno 1790 nell'orto presso l'arsenale ritrovammo, e che dovettero un giorno appartenere all'antico monastero di
s. Vito quivi confinante. Io non la descriverò straziata e logora e dagli altri lati disgiunta, com'ella è di presente, ma
dirò che allora ad onta dell'erba ond'era occupata, giacendo sulla terra qual inutil sasso, non mi occultò un ottimo stile
per poco che il naturale andamento di alcuni panni e lo svelto atteggiamento delle guaste figure osservasse. E se in quel
tempo defatigai la mente invano per rilevare il vero significato del mitologico lavoro, che dovrò dire adesso? Dirò che tuttavia
ravvisandovi per avventura i due cocchi con figura sopra, ch'uno tirato dai centauri, da due cervi l'altro, come pure il corteggio
di bacchiche donzelle, di satiri, di fiere e d'altri animali, ed in oltre diversi vasi e ramuscelli, possano esser eglino
indizj tutti di bacchica rappresentanza. Fin d'allora bramai che un tal prezioso monumento collocato fosse in più degno e
più difeso ricetto, come oggi deplorandone lo scapito madornale lo ritrovo.
28. Si presenta per ordine un oggetto degno non solo d'osservazione, ma anche ammirazione nel nobilissimo sepolcro che appoggia
al lato settentrionale del nostro edifizio col sostegno di non debole imbasamento. Gli antichi greci, nati per la creazione
e per la conservazione delle pregevoli opere dell'arte, promulgarono editti e punirono i rubatori ed i guastatori delle medesime;
ma tra noi, quegli ch'alla meravigliosa tomba recarono offesa in addietro, impuniti ne andaro. Alla pag. 318 del primo volume
narramno già la varia sorte di lei, quella stessa che incontrarono molti altri sarcofagi pure di belle sculture adorni, come
dissi in principio di questo capitolo. Dal Villani, dal Vasari, e dal Boccaccio nella nona novella del suo Decamerone, si
raccoglie che fu generale la moda in quell'età di situare nel d'intorno dei templi allo scoperto i sarcofagi e ben fortunate
furono allora quelle urne ch'almeno il favor de' portici godettero, e che nelle chiese in appresso di sensato estimatore della
bella antichità provida man le racchiuse. Tale fu quella storiata ch'è nel chiostro della basilica Lateranense, e l'altra
di porfido che nella chiesa detta il tempio di Bacco fuori di Roma si ammira.
Tempo era omai che la nostra opera meritasse per l'eccellenza dell'arte di essere in sito più difeso collocata.; e abbenché
tardo siagli giunto il riparo, nulladimeno vinto dagli anni e dagli oltraggi oppresso in compagnia d'altri suoi simili prende
conforto.
Dell'importanza di tal oggetto in primo luogo favellando i non freddi osservatori ci sapran grado di ravvisare in esso con
gran piacere de' sensi composizione ricca e giudiziosa, elezione di forme, magistero di contorni, sveltezza e attitudine di
nudi per lo più condotti di mezzo rilievo; ed il replicato esame sempre qualche nuova bellezza offrirà loro, se lo studio
profondo del disegno, malgrado la deplorabil consunzione delle parti, gli avrà posti in istato di discoprirla.
Anche in questa edizione, come feci nella prima, stimo d'inserire dell'antico bassorilievo il disegno, tanto più che non troppo
esatto e coi semplici contorni fu pubblicato dal Gori167, e con forme minute, deformate ed erronee dal Martini168, che fu per tal conto ripreso dal Gori medesimo.
Se si ascolta il Vasari, seguitato in ciò da molti, egli rappresenta la caccia di Meleagro. Alcuni, e tra questi i citati
scrittori Gori e Martini, ravvisano in esso Adone nell'atto di dipartirsi da Venere, che seduta avanti al tempio lo consigliava
di non cimentarsi alla caccia del fiero cinghiale. Altri poi con più saggia accortezza affermano ch'ei porta scolpito il fatto
di Fedra e d'Ippolito, che fu tanto celebre presso gli antichi da meritare d'essere in più monumenti ed in più scritti espresso.
Senza fermarsi nella seconda opinione, ch'è la meno fondata, direm della prima intanto come della più comune. Quantunque la
caccia di Meleagro, decantata sì ch'io non la debba riferire, mal si possa ravvisare nel primo de' due spartimenti onde la
storia si divide, potrebbe però parere a taluno di vedere in esso Atalanta invitata dal figliuol di Oeneo alla interessante
impresa, e di rivederla poi con maggior verisimiglianza nell'altro reparto galeata, succinta in abito da ninfa e in atto di
aver fatto il colpo contro il devastatore delle etolie campagne. Siccome riconoscendo l'enorme grandezza dell'animale, la
querce annosa, le palustri canne, e la figura introdotta sul confine dell'urna per Nestore, che per campar dal periglio in
un arbor vicin salta da terra, potrebbe sembrare a lui di combinare tutta questa istorica parte analoga alle parole di Ovidio169, non men che la favola di Niobe nel Palazzo Borghese confrontata dal Winckelman coi versi del medesimo poeta170.
Ciò non ostante, tanto è vero che trattandosi di non decise antiche rappresentazioni sovente nell'incertezza si arrischia,
la terza opinione sembra a noi la più verisimile e la meglio adattata col monumento. E' noto l'amore incestuoso di Fedra,
moglie di Teseo re degli ateniesi, verso Ippolito suo figliastro, per le tragedie specialmente di Euripide, di Seneca e di
Racine. Questo fatto è mirabilmente indicato nella prima parte del nostro bassorilievo, che mostra Fedra sedente accompagnata
da alcune damigelle e da due putti fiancheggiata, l'uno de' quali simboleggia l'amore incestuoso, l'altro il maritale. Per
l'incestuoso ravviserei quello che, cinto di ali, poggia il destro gomito sul ginocchio di lei, l'altro pel maritale, che
sembra di dolore atteggiato, figure tutte molto ben mosse ed aggruppate. E poiché dessa l'amorosa sua passione alla nutrice
discoperse, si mise questa a tentar l'animo del giovine. L'artefice pertanto con la maggior naturalezza la sollecitudine espresse
della vecchia, e la meraviglia ed il rifiuto d'Ippolito, la più bella figura di tutte, che piega alla sveltezza, che agilità
dimostra nei muscoli e nelle ossa, e che, nobile nel portamento e nel riposo dell'attitudine, dal fondo quasi totalmente si
distacca. Il panno e l'architettura dietro a Fedra significano che il fatto successe in una reggia, e che si trattava di persone
reali. Le figure del cavallo e del servo destinato ad averne cura dimostrano ch'egli non aveva altro piacere che quel della
caccia, e che alla medesima si preparava.
Colpita la fantasia da sì bene espressa immaginazione, facilmente si distrugge ogni primiera idea della mal rintracciata Atalanta,
e molto più quella da taluno sostenuta di Cleopatra lasciata da Ippolito.
Desiderando pertanto di trovar nell'altro spartimento un seguito della medesima istoria, in vano ne ricercai le più sicure
tracce in Euripide, dove oltre che non ha luogo una tal determinata caccia, Ippolito non fu mai accompagnato da Diana, se
alcuni credessero esser quella palesata dalla veste succinta, dall'arco e da' calzari, mentre soltanto ella comparisce in
ultima scena della tragedia a parlare a Teseo e all'infelice moribondo.
Tanto meno potrà dessa propriamente credersi Ariccia nobil donna di Atene amata dall'eroe con segreto amore e chiamata Diana,
come scrive Gio. Boccaccio nella genealogia de' gentili, e che viene introdotta da Racine nella sua bella tragedia.
Seneca bensì me ne somministrò l'oggetto più verosimile, onde nel secondo quadro ancora non si escluda la medesima favola,
e quella si oscuri dell'apparente caccia di Meleagro. Narrando egli espressamente, là dove incomincia: Ite umbrosas cingite
sylvas etc., che Ippolito si mosse contro e che inseguì 'l cignal Filipèo, o Flièo171, sì temuto da tutti e feroce, onde se ne ordinasse una importante caccia, vien mirabilmente spiegata l'idea del nostro scultore,
il quale divise come in due atti il suo bassorilievo, esprimendo in ciascuno di essi un fatto dell'istesso eroe. Relativamente
alla adottata immaginazione, riguardando la prenotata femmina al fianco d'Ippolito, piuttosto che la virtù effigiata in abito
guerriero, come fu avviso di alcuni, vedasi se fosse meglio il crederla Fedra medesima, introdotta dallo scultore non per
arbitrio poetico, ma sull'esempio del tragico poeta, che nell'atto secondo, succinto di sottil veste il lavorato lembo d'Amazzone
o di cacciatrice le dà forma per incontrar maggiormente il genio d'Ippolito. Eccone le precise parole: mox ipsa prodit Phedra
vestibus in cinctum Amazonis, seu Venatricis, ut Hippolyto placeat.
Cospirano a favor di questo fatto la maggior parte de' detti antiquarj anche nel sarcofago situato nel vestibolo della imperial
galleria di Firenze, dove sono espresse quasi le medesime figure, se non che diversamente atteggiate. Simile alla nostra,
ella è eziandio la rappresentazione di altro bassorilievo nella villa Albani di Roma edito dal suddetto tedesco antiquario,
ma con variazione di circostanze; anche più diversamente in due pitture antiche dessa si raffigura, l'una cioè nel museo Ercolanese,
l'altra, che era nelle terme di Tito, vedesi fralle pitture incise da Santi Bartoli. In questa il Bellori ha creduto erroneamente di veder Venere e Adone, come dissi aver ciò creduto nel nostro bassorilievo
il Martini il quale immagino per Venere la seduta donna, armillis ornata, quando non ne ha neppure il segno. Non meno il Gori
vide con Ovidio inque sinu juvenis posita cervice reclivis172, ed in vece forse del bracciolo della seggiola si dette a credere di vedere il fazzoletto (sudariolum dic'egli) pendere dal
braccio di Venere, con cui i vecchi scultori vollero indicare la partenza di Adone e la tristezza della dea di Amore.
Osservata quanto era convenevole l'istorica parte e l'eccellenza irrefragabile del nostro bassorilievo, concedano gli antiquarj
portatissimi per i lavori etruschi che io mosso non da trasporto nazionale, ma da ragioni di un bello inarrivabile ai medesimi
etruschi secondo l'insegnamento de' migliori antiquarj173, porti opinione che quest'opera provenga da greco o da romano scalpello, quando l'arte sfolgoreggiava. Non fanno ostacolo
a tal giudizio il pileo frigio, il calzare, o coturno tirreno ch'essi prenderanno per distintivi etrusci nella cacciatrice
Donna; né mi oppongo che in varie urne etrusche frequentemente si trovino espressi greci e tebani eroi.
Nelle due parti laterali del sarcofago son figure ignude di poco risalto, altra comitiva di cacciatori con reti e con altri
arnesi, Ite umbrosas cingite sylvas retibus174. Quivi se uno stil terminato non corrisponde, si trova usato l'istesso in altri pregiati sepolcri, nei quali la sola fronte
era destinata alla perfezione, e le altre cose si facevano dagli artefici più grossolani.
Ragionando di sì bel monumento dritto è ch'io non tralasci di accennare che egli è tanto più prezioso perché fu il regolo
della rinascente scultura in Italia. Ei sovra di ogni altro sarcofago pisano servì di modello a Niccola, come nell'elogio di lui chiaro m'espressi, onde salì in tanta fama, e dichiarato venne dagli storici, incominciando dal
Vasari, il restauratore dell'arte del disegno. Nell'ammirar le belle forme in questo marmo espresse il valente artefice dotato
di fervida immaginazione e di delicate idee instruir si dovette per quali strade giunsero i greci a copiar la bella natura
e a ricercarla nel fiore della gioventù addestrata ai ginnastici esercizj. Non altrimenti fecero i moderni studiando oltr'ai
nobilissimi sepolcri l'Apollo di Belvedere, il Laocoonte e l'Antinoo: tanto è vero che dalla imitazione delle migliori opere
degli antichi derivò il vero risorgimento delle belle arti in Italia.
Annesso a questa tomba, come anticamente e lo era, il seguente epitaffio leggesi relativo alla contessa Beatrice, che morì
in Pisa nel 1076 nel dì 18 d'aprile.
QVAMVIS PECCATRIX SVM DOMNA VOCATA BEATRIX
IN TVMVLO MISSA JACEO QUE COMITISSA.
Le altre iscrizioni furono da me riportate alla pag. 318 del primo libro. Or vuole il dover d'istorico ch'io, ricordando l'antico
costume di riporre le ceneri dei più grandi personaggi nelle reputate arche de' gentili, narri che dietro ai tanti esempj
e forse a quegli d'Elena madre di Costantino e di Costanza figlia di lui sepolte entrambi nelle arche sopra enunciate di due
chiese romane175, la prefata contessa Matilde signora della Toscana giudicò il nostro bel sarcofago degno ricetto e sepolcro onorevole delle
ossa di Beatrice sua madre.
Donnizzone Monaco, coetaneo scrittore, non molto esperto poeta, nel suo Poema sulla vita di Matilde176 affetta zelo, dolendosi che dessa facesse dar sepoltura alla madre in Pisa, città sordida e scostumata perché piena di pagani,
di turchi, d'affricani, di libici e di caldei, reputando Canossa luogo più puro e più degno di tanto onore177. Il presente stato della città, molto diverso d'allora., potrebbe render consolato il buon Monaco, se tornasse tra' vivi.
Trascriverò versi di lui come un monumento dello stato florido della città in que' tempi pel commercio e per la potenza in
mare, ciò che nel primo volume accennar mi convenne. I tre primi segnano l'epoca della morte della contessa.
Octo decemque dies aprilis dum sinit ire
Christi post ortum vera de Virgine corpus
Anno milleno bisterno septuageno ec.
60Quo tenet urbs illam que non est tam bene digna
Qui pergit Pisas videt illic et monstra marina.
Haec Urbs Paganis, Turchis, Libicis quoque Parthis
Sordida Chadei sua lustrant littora tetri
Sordibus a cunctis sum munda Canossa ec.
178
29. Or volgendosi di contro, un sarcofago di marmo greco offre senza dubbiezza la favola di Amore e Psiche. Bellissime esser
dovettero un giorno le due figurine situate dentro al tempio, che in lusinghiero atteggiamento si accarezzano. Grazioso è
lo stil tondeggiante di loro e degli altri due gruppi in angolo ancora, ond'io osi di creder greco o del miglior tempo de'
romani il lavoro. Altresì troppo corrosi son eglino, perché io non deduca degli ultimi il significato.
Per la rappresentazione dell'indicata favola, il Winckelman c'insegna che Psiche fu considerata per l'immagine dell'immortalità
dell'anima dal medesimo Omero prima d'ogni altro gentile, e che per l'anima vien'ella espressa nei sepolcri.
30. Ritornando alla dipinta parete, presso un sarcofago striato con due figure espressive, fu di fresco situato un busto di
femmina, e dicesi che la rappresentanza di lei sia una Faustina e che sia greco il marmo. Quindi un sepolcrale albergo ci
dimostra due genj reggenti un ovato ed un'aquila sotto di esso, e lateralmente replicata la favola di Amore e Psiche.
31. Dirincontro tre femmine e due putti nelle fiancate del marmo greco si lasciano cadere dagli omeri un continuato serto
composto di frutta e di foglie. Quella di mezzo, essendo galeata, si può giudicar Pallade molto relativa all'istoriato lavoro
e alla scolpita inscrizione. Superiormente è bene espressa la cupidigia di un lascivo satiro che alza le vesti di una creduta
baccante. Sospetto che quivi adombrisi la favola di Giove con la bella Antiope. All'opposto è figurato un eroe davanti a un
trofeo sotto al quale giacciono due schiavi, indizj del trionfo. Nelle parti laterali sono scolpite teste alate di Medusa.
Nella cornice del sepolcro si leggono le seguenti parole:
G. BELLICVS NATALIS. TEBABIANVS. COS.
e sotto alla medesima
XV. VIR. FLAVIALIVM.
Riportate son esse nelle iscrizioni antiche del Gori. Il Martini179 lesse "Najalis" e giudicò il defonto Guerriero Tebano Console municipale sull'insegnamento del Noris, ed iniziato nei sacri
riti di Bacco, alludendo agli scolpiti emblemi.
32. Merita lode un piccolo sarcofago presso la porta della cappella, che abbandonando il chiostro monacale di s. Matteo questo
miglior luogo ad abitar sen venne. Egli ha in fronte scolpiti tutti genj di Bacco che, scherzando insieme e portando le preparate
corone, direi che le feste vinali e le vertunnali celebrassero Avvi più d'un canestro ripieno i frutta, un vaso colmo forse
di vino ed una cesta con uve e pampani ond'esce strisciando un serpe, tutte cose sacre a Bacco. Con tali scherzosi e piacevoli
emblemi, che sovente si rincontrano nelle facce dei sepolcri scolpiti, figuravano gli antichi la beatitudine negli Elisi,
secondo che Omero nel quarto libro dell'Odissea e Virgilio nel sesto dell'Eneide c'insegnano.
33. Nel lato sinistro di detta porta il sarcofago diviso in cinque reparti da sei colonne egli è uno dei già notati nella
prima edizione, la chiesa soppressa di s. Zeno descrivendo. Nei vacui son più figure con vari geroglifici e l'ornato dei leoni,
di altri animali e di maschere alate è dove si uniscono gli archi sui capitelli. Non giudico il lavoro etrusco per non seguitar
ciecamente il Montfaucon che tutti i lavori consimili gli vuol di quel fare, ma ne rimetto il giudizio ai veri antiquarj.
XIX. Fralle due statue della Scuola pisana, delle quali per istruirmi chiederò a taluno se ne fu l'autore Giovanni, tre sepolcrali iscrizioni nel muro incassate si leggono.
La prima appartiene a Cygist Achille Guibert de Chevigny, figlio di Pietro Guibert Scudiere e signore di Chevigny, consigliere
e segretario del re.
Officio dovuto alla memoria dell'insigne letterato monsign. Fabroni, i cui giorni non ricoprì d'oblio ignobil morte, sono
il busto di marmo e l'elogio nella lapida impresso.
ANGELO FABRONIO PATRICIO PISTORIENSI
EQUITI TORQUATO AB S. STEPHANO P. M.
ET IN AEDE ORDINIS EJUS
PRIMARIA PRÆSIDI INFULATO
CURATORI ATHENÆI PISANI
PER AN. XXXIV
SCRIPTORI ERUDITIONIS MULTIGENÆ
LATINITATIS INCORRUPTÆ
FOECUNDITATIS VOLUMINUM ADMIRANDÆ
PIUS VIXIT A LXXI.D.XV
AMPLAS OPES EGENTIBUS MORIENS TRANSMISIT
OB. X. K. OCT. A. M. DCCC.III
Il terzo marmo dichiara i meriti, troncati dalla morte, del Guadagni fiorentino, celebre lettor di Pandette in Pisa.
LEOPOLDO ANDR. GVADAGNIO CIVI FLOR.
JOSEPHI AVERANI JVRIS CÆSAREI
ANTONI MAR. SALVINI GRÆCAR. LITTER.
ANTECESSORVM
AVDITORI SOLLERTISSIMO
JVRISPRVDENTIAM ET PANDECTAR.
INTERPRETATIONE
IN PIS. ARCHIGYMNASIO
LIIII ANNOS PVBLICE PROFESSO
LITTERAR. OMNIVM RECONDITAR.
PERITISSIMO
DOCILI PROBO MITI PIO
ANNOS NATO LXXXI
CAROLVS ALPHONS GVADAGNIVS
IN EADEM ACADEM. PIS. EXPER. PHISICES
PROFESSOR
FRATRI AMANTISS.
PRID. NON MART. MDCCLXXXV
DEMORTVO M. P.
34. L'urna ne segue la cui storiata antica fronte è un composto di figure eccellenti. Abbenché per la solita fatilità tutta
la sua bellezza ella non mostri, non è però spenta affatto la grazia delle bacchiche donzelle che sono nel vago atteggiamento
di percuoter cembali ed altri dionisi stromenti. Satiretti e fauni, genj e genie, e simili soggetti sono le immagini quivi
espresse. Or vada investigando il mitologo se le pompe di Bacco con Arianna o con Cerere, ovvero qualche altra storia di lui
in questo bassorilievo, che sarei per dirlo dei buoni tempi, si esprima.
Manco male che meritò quest'arca l'onor del coperchio. Ben adattato gli fu quello appunto che andava investigando per rinnovarne
la memoria che ne feci alla pagina 320 del primo dei vecchi volumi. Una cartella nel mezzo comprende le parole:
T. CAMVREN. MYRONIS
Due bassirilievi ella divide rappresentanti due fatti diversi nel medesimo marmo, ciò che arbitrarono talvolta alcuni antichi
scultori, allegandone il Winckelman gli esempj. Nel destro per chi osserva chiaro apparisce una tragica rappresentazione;
e se la fantasia non mi delude, pare a me di vedere la fatal morte dell'infelice Orfeo, indicata dalla figurina giacente priva
di vita, e di sua antica bellezza, e dalle bene atteggiate femmine intorno, una delle quali appoggia il tirso sugli omeri.
Nell'altro reparto non ha luogo questa favola; e per non istancare il lettore con mere visioni non andrò indagando a qual
altra abbiano rapporto le oscure immagini, abbenché una di esse potrebbe parere il quieto nume in atto di versar dal vaso
il sonnifero liquore sopra Endimione, condannato al sonno e caratterizzato dal cane che abbajando alla luna da lui allontana.
Ma se tali rappresentazioni, per la vecchiezza del lacerato marmo e per le parti rotte e mancanti, malagevoli si rendono a
conoscersi, non si occulterà, io mi lusingo, all'erudito l'idea del bello nella grazia delle proporzionate figure e nei residui
delle pieghe. Nelle fiancate non meno gli comparirà l'eccellenza dello scalpello, che una bella testa d'irco due tigri, o
siano pantere, e due maschere sugli angoli vi espresse. Or veda egli ancora, se in vigore di questi geroglifici di Bacco meglio
si convenisse al più oscuro bassorilievo la nascita di questo Dio.
35. Nella dicontro non istoriata cassa, osservar si può l'iscrizione romana del buon secolo, che quivi in lettere cubitali
si legge:
D. M.
RAFIDIAE P. LIB.
CHRYSIDI FECIT SIBI
36. Quel marmo che stette gran tempo nell'esterna faccia del muro del convento soppresso di s. Benedetto, monumento che ha
il pregio di rappresentare l'antichissimo porto pisano, or qui nella fascia sottoposta alle pitture fa sanamente riposto.
37. Non ometto di ricordare il sarcofago poco discosto, che porta in fronte la pugna di Meleagro coll'esterminatore delle
camparne d'Etolia, per l'antico lavoro e perché le ossa contenne del dottossimo Giovanni Faseoli, o Fagioli. La memoria di
questo professore dell'Università, ora Accademia pisana, servì al Dal Borgo180 per autenticar della medesima la prisca origine. E riportò, poco fedelmente, l'iscrizione situata presso a terra nell'imbasamento
del sarcofago, che dall'antica posizione ancor non si rimosse. Io qui ripeto i caratteri guasti e corrosi, come nella prima
edizione gli scrissi:
LEGUM DOCTORIS FAZEOLI TUMBA JOHIS.
DOCTORUM FLORIS DEDIT HUNC NATALE JOH.
VIXIT FONS RORIS DECIES SEX ET TRIBUS ANNIS
ANNIS MILLENIS SEX OCTUAGINTA DUCENTIS
CHRISTI VITA SENIS DEFECIT TAM SAPIENTIS
LIBERET A PENIS QUEM GLORIA TANTA POTENTIS.
Or esaminando l'antico bassorilievo, quantunque per le molte parti mancanti resti malagevole lo scoprimento del vero merito
dell'arte, pure azzarderei a dirlo, se i buoni antiquarj me lo concedono, della buona maniera etrusca. A crederlo tale, non
fa ostacolo la qualità del marmo greco e son favorevoli i contrassegni del piegar delle vesti, del pileo Frigio, del risentimento
de' muscoli, di alcune mosse sforzate, dei contorni duretti delle figure181 svelte per altro e d'intelligenza non prive.
Attesta il Martini che quando quest'arca fu coll'altre allo scoperto nel chiostro eravi il coperchio, in cui vedeasi intagliato
di bassorilievo un dottore sedente in cattedra circondato de suoi scolari, lavoro de' bassi tempi. Non avrebbe il Fabbrucci
posta in dubbio la fede del Martini, se rifletteva che nel rimuovere replicatamente certi cassoni, trasportandoli da un luogo
all'altro, si spezzano, si cambiano e si tolgono i coperchi.
38. Nella fila dei sarcofagi verso il chiostro notata l'iscrizione in quello striato
SE. DNI. JOHIS. GIACOTTI MALESPINI
DE FLORENTIA MORTVI IN BELLO MONTIS CATINI
A. D. MCCCXVI
ci fermeremo per poco nell'arca di marmo pario che porta nei fianchi il vecchio lavoro di due ippogrifi, e quello di due amori
in fronte colla face accesa, e dove due genj sostengono una cartella in cui, cancellati i vetusti caratteri, si sostituirono
i seguenti:
SP. FRANCISCI : DE
FAGIOLA : MORTVI :
IN : BELLO : MONTIS :
CATINI : A. D. MCCCXVI.
Il qui sepolto Francesco fu figlio di Uguccione della Fagiola, che sotto il comando del padre capo de' Ghibellini nella sanguinosa
battaglia di Montecatini, da me accennata alla pag. 83 del primo volume, assieme con Gio. Giacotto Malespina fiorentino Capitano
Imperiale valorosamente combattendo restò privo di vita.
XX. Al muro affissa è una lastra di marmo nero contenente la sepolcral memoria del ch. Lampredi che fu Lettore di Gius Publico
in Pisa.
JOANNES MARIA CAIETANI F. LAMPREDIVS FLOR.
QUI NATVS VIII. ID. APRIL. AN. MDCCXXXI
OBIIT PISIS XVI. KA. AP. A. MDCCXCIII.
HIC SITVS EST EX TESTAM.
39. Ci si offre in questa fila il migliore dei tre sarcofagi che stavano nella chiesa di s. Zeno. Io presenterò al lettore
quella descrizione, qualunque siasi, che nella prima edizione ne feci. Egli è indubitato che la nostr'arca di marmo greco,
adorna la fronte di mezzano rilievo, non sia una delle più preziose dei buoni tempi. Così malconcia dall'ignoranza più che
dal tempo e mutilata dagli ingordi osservatori nelle parti in ispecie di tondo rilievo, le tracce del bello per avventura
ancor ne dimostra. Una guerra e forse alcuna delle civili degli antichi greci con due vittorie alate sugli angoli ella rappresenta,
e pone innanzi agli occhi la scultura della grand'urna di porfido nel chiostro annesso a s. Gio. Laterano di Roma, che un
simil combattimento a cavallo contiene. La nostra pochi anni sono, così mi espressi nel 1793, non men che alcune mani e piedi
diversi conservava due o tre teste stupende di rilievo d'uomini e di cavalli, una delle quali con somma naturalezza nitriva.
Erano anche in migliore stato il cavallo e il cavaliere traboccati sul suolo. In oltre panneggiate con vaghezza e con maestria
vidi le due vittorie alate sugli angoli. Delle figure svelte le mosse e le vestimenta sottili spiccavano, e tutto ciò la giusta
idea della greca o romana bellezza somministrava. Avremmo noi volentieri cavato il disegno di un tal monumento e col mezzo
dell'incisione prodotto, ma sfigurato e guasto egli essendo oltremodo, qual pro ne derivava da sì misero avanzo a quella sorta
di amatori che la piacevol arte del disegno e l'utile antiquaria con fondamento coltivano. Che se ragione, imparzialità ed
estimazion giusta regnava un giorno, taluno si saria fatto un pregio di aver conservato alla patria questa nobile spoglia
dell'età più celebre, quand'era bastante a dare ad una città non piccolo lustro. Le fiancate son giusta al costume o non terminate
o da inferior mano condotte.
40. Sulla dritta del descritto sarcofago, è incassata nel muro una lapida iscrizione che non credasi discoperta oggigiorno,
perché il ritrovamento di essa fu narrato dal p. Zaccaria nel 1754.
D. M.
C. VEIANIVS HELITTAS FECIT SIBI SE VIBO ET CI EUPLOEAE COIVGI SVAE QVIS AVTEM POST OBITVM NOSTRVM VOLVERIT CORPVS SVPRA PONERE
VEL SARCOFAGVM VEXARE HIC INFERET
AERARIO P. R. XXV. MIL. NVMVM.
D'accennar non ometto che una tale iscrizione stava nel rovescio della gran pietra che servì di coperchio alla cassa in cui
riposta fu la mortale spoglia di un certo Benedetto Abate; e questa si ritroverà nel dicontro loggiato. Or giovi di produrre
la spiegazione che ne fece il prefato scrittore:
Diis manibus. Cajus Vejanius Helittas fecit sibi se vivo, et Claudiae Euploeae conjugi suae. Si quis autem post obitum nostrum
voluerit corpus supra ponere vel sarcophagum vexare, hic inferet aerario Populi Romani sestertium viginti quinque millia numum. Spiegherei pur io volentieri col Zaccaria le sigle P. R. Pisanorum Reipublicae anzi che Populi Romani essendo il marmo in Pisa e per la ragione che in una delle lapide di casa Roncioni prodotte nel tomo terzo leggesi: Qui ob honore Biselli etc. REI. P. PISANOR. DEDIT. Non mancano gli esempj di altre città a convalidare l'opinione.
Sulla sinistra fu affisso il marmo coll'iscrizione riguardante alla storia ecclesiastica e a due ragguardevoli religiosi,
che stava in s. Francesco e che incomincia "Agnellus Agnellius Pis.". Ma noi, perché acconciamente la riportiamo alla pag.
68 del terzo volume, qui si tralascia.
XIX. Di tre mausolei or debbo far memoria con rinnovare il dispiacere che questi con altre lapide circa al 1795 s'incastrassero
in seno a uno de' più bei quadri di Benozzo, alla cui deplorabil ruina molte cause si unirono a congiurare. Che simili marmi s'incassino nella moderna fascia inferiore
che gira intorno ai lati dell'edifizio, alla buon'ora; ma che per esse taluno in addietro lacerasse i buoni pezzi di pittura,
Dio gli perdoni le peccata. La prima tavola di marmo tesse encomj al trapassato Vannucchi che fu professore di Gius–feudale e poeta.
ANTONIVS VANNVCCHIVS E CASTRO FLORENTINO IN PISANO ATHENAEO LEGVM QVAS FEVDALES DICVNT INTERPR. RELIGIONE INGENS ACVMINE COMITATE
FLEXANIMA ORATIONE ADPRIME CARVS RERUM DIVINARVM ET HVMANARVM SAPIENTIA OMNIGENA. Q. ERVDITIONE DOMI FORISQ. CLARISSIMVS GRAECIS
ET LATINIS LITTERIS EXORNATVS HISTORIAEQ VNIVERSE PERITISSIMVS POESEOS CVLTOR EXIMIVS SVIQ. AEVI FACILE PRINCEPS EGREGJS SAPIENTIAE
SVAE MONVMENTIS AD SVI NOMINIS IMMORTALITATEM EDITIS SVMMORVM VIRORVM LAVDE SIBI COMPARATA LITTERATISSIMIS EVROPAE ACADEMIIS
RELATVS EST etc. VIXIT AN. LXVIII OB XII KAL. FEBR. AN. MDCCXCII RICCARDVS VANNVCHIVS P. PATRI DESIDERATISS. CVM LACRVMIS
P.
Quella di mezzo fu ivi apposta col busto in marmo statuario per eternar la memoria dell'auditor Vernaccini, ottimo nostro
concittadino, ch. giureconsulto ed amatore della patria.
JOSEPHO VERNACCINIO PISANO JOANNIS BAPTISTAE FILIO JVRICONSVLTO CLARISSIMO PATRIAE LITTERATVRAE CVLTORI PROMOTORI VINDICI
SACRI PATRIMONI CVRATORI INTER VI VIROS FLORENTIAE ELECTO PROVOCANTIBVS JVRI DICUNDO QVEM ETRVSCIS LEGIBVS IN VNVM CORPVS
REDIGENDIS EX MANDATO REGIO PRAEFECTVM VIX TANTO OPERI PRINCIPI ET POPVLO EXOPTATIISSIMO MANVM ADMOVERAT MORS ABSTVLIT IMMATVRA
VIRO BENEMERENTI FRANCISCI VERNACCINI EQVITIS CONSTANTINIANI FRATRIS SVAVISSIMI VOTA ET LACRVMAS PROSEQVVTI HOC PERENNE AMORIS
ET GRATI ANIMI MONVMENTVM MOESTISSIMI POSVERE OBJT III EID. JANVAR. AN. REP. SAL. M.D.CCLXXXIX.
Nella terza i Minori Conventuali di s. Miniato, ora soppressi, vollero dare un contrassegno di grata riconoscenza al collega
p. Antonio Mattei che fu professor di teologia e scrittor sapiente.
ANTONIO FELICI MATTHAEIO EX ORD. MIN. CONVENTVAL. S. FRANCISCI PISTORIENSI VIRO A DOCTRINA ET ERVDITIONE A VITAE QVOQVE INNOCENTIA
MORVM GRAVITATE PRVDENTIA AC CAETERIS RELIGIOSVM HOMINEM DECENT VIRTVTIBUS SPECTATISSIMO QVI PUBLICVS IN ACADEMIA PISANA PER
AN. XXXV THEOLOGIAE PROFESSOR EXIMIVS ET SARDINIA SACRA ECCLESIAE PISANAE HISTORIA ALIISQVE IN LVCEM EDITIS EGREGIIS OPERIBVS
CLARISSIMVS AN. NATVS LXVIII MEN. I. D. II. IMMITIS MORBI VI NON SINE INGENTI BONORVM OMNIVM DOLORE E VIRIS EREPTVS FVIT PRIDIE
IDVS MARTIAS AN. MDCCXCIV.
41. L'arca sepolcrale posta presso a terra contiene tre inscrizioni, una recente e due antiche. La prima è segnata nel nuovo
marmo che la copre, e indica che dessa fu ritrovata in duomo incastrata nella muraglia, quando si eseguivano gli spartimenti
di marmo per collocarvi le dipinte tele che due incluse inscrizioni vi si trovarono colle sigle S. H. G. R. e l'anno MDXI
in una e nell'altra l'an. M.D.LXXXXVI e che levate furono le ossa, ed interrate in una piccola cappella di questo Campo Santo
per ordine di monsign. arciv. de Conti Guidi. L'operajo Francesco Quarantotto fece qui trasportare questo monumento di antichità..
La vetusta inscrizione, che in bel carattere cubitale occupa il mezzo della fronte che restava sepolta nell'interno della
muraglia, è la seguente:
D. M.
M. ANNIO. M. F. PAL. PROCVLO
DECVRIONI. COL. OST. FLA. DIVI
VESPASIANI. PATRONO. FABRVM.
NAVALIVM. OST. VIXIT. ANN. XXV.
MENS. VI. DIE. XXVIII. H. IIII.
Nell'angolo destro per chi osserva sembrano scolpiti rozzamente fasci consolari. Nel sinistro sta scritto:
D. M.
ANNIAE JVCVNDAE M. ANNI
BROCVLI MATRIS
42. Sulla base non sua posa una statua isolata, monumento non dispregevole dell'arte pisana del secolo XIII.
XXII. Passando a notare quanto nella faccia dell'edifizio si contiene, in una tavola di marmo nel muro incassata è questa
sepolcral memoria.
D. O. M.
PAMPHILO COLVMBINO LEONARDI I. C. PRESTANTISS. OLIM APUD NEAPOLITANOS JVS CIVILE E PRIMA SEDE PROFITENTIS FILIO PATRICIO SENENSI,
PISANO CIVI, ET J. V. D. QUI GEMINVM TOGAE ARMORVMQVE PRAESIDIVM JVRI CAESAREO PRAESTITIT EQVES CAESAREVS IDEMQ. JVRIS CAES.
PROF. ORD. IN DVABVS LONGE CLARISS. ACADEMIIS PISANA ATQVE SENENSI etc. IN PATRIA OBIIT EXTREMVM DIEM AN. MDCV.
XXIIL Quindi chi ha amore per le belle arti fermi lo sguardo sul primo deposito, e nel lavoro de' finissimi marmi statuarj
lunensi ritroverà il gusto squisito ed elegante di Stagio Stagi da Pietrasanta. I grifi e le bizzarre teste sembran di getto. I fogliami tutti, ma quegli specialmente nei fianchi dei pilastri,
sono di una somma leggierezza. La statua distesa sull'urna per la naturalezza dell'attitudine e della estenuata sua testa
risquote lo spirito. Ella è il simulacro del ch. Decio giureconsulto milanese Lettore nella Università di Pisa, il quale ebbe
vaghezza di farsi fare un tal deposito mentre visse per poca fede che aveva ne' suoi posteri, come spiega la seguente iscrizione.
D. O. M.
PHILIPPVS DECIVS, SIVE DE DEXIO MEDIOLANENSIS JVRIS C0NSVLTVS CELEBRI FAMA NOTISSIMVS CVM PRIMVM LOCVM STVDII IN JVRE CANONICO,
VEL CIVILI TENVISSET PISIS, SENIS, FLORENTIAE, PADVAE PAPIAE, ET DEMVM VLTRA MONTES IN GALLIA, REVOCATVS IN ITALIAM AB EXCELSA
FLORENTINORVM REPVBLICA, POSTEA QVAM STIPENDIVM MILLEQVINGENTORVM AVREORVM IN AVRO PRO LECTURA CONSECVTVS FVISSET DE MORTE
COGITANS HOC SEPVLCRVM SIBI FABRICARI CVRAVIT, NE POSTERIS SVIS CREDERET.
XXIV. Il cenotafio, che in appresso s'incontra fu eretto nell'an. 1574 al giureconsulto Giovanni Boncompagni Bolognese maestro
nell'Università pisana per ordine e con ispesa di Gregorio XIII, fratel cugino di lui. Bartolommeo Ammannati architetto fiorentino, che divenne scultore prima sotto Baccio Bandinelli, di poi con la scorta del Sansovino in Venezia
e sulle statue di Michelangiolo, fece tutto il lavoro del sepolcrale edifizio ad istanza del suddetto Pontefice, come attesta
Raffaello Borghini suo contemporaneo182. Lo decorò di tre statue alte quattro braccia, cavate da un bel marmo bianco, ma non con buono artifizio condotte. Rappresentano
la figura del Salvatore, in atto di mostrar le piaghe, e la Giustizia e la Pace. Di questa sua opera referisce il Baldinucci
che, come lasciò scritto l'Ammannato istesso, riportò da quel Pontefice remunerazioni onoratissime183.
Non ordinaria è la scelta de' marmi, e non è comune agli altri moderni mausolei. Tutto il composto è per lo più di bei misti
e vaghi paonazzetti di Seravezza. I riquadri nell'imbasamento sono di verde antico. Il rombo nel mezzo è di alabastro rosso
fiorito, e i due ovati laterali, che sono di spato calcario, furon giudicati dal Cesalpino di agata, e di alabastro agatato
dal Targioni. Le due colonne sono di un marmo nero tendente al paonazzo, additate per pietre obsidiane dal detto Cesalpino184.
Questa è l'inscrizione scolpita sotto l'urna:
D. O. M.
GREGORIVS XIII. PONT. MAX. PATRIA BONON. PRAESTANTISSIMO JVRECONSVLTO JOANNI BONCOMPAGNI FRATRI PATRVELI PROBATISSIMIS MORIBVS
EXIMIA PIETATE, OMNIBUS DENIQVE ANIMI DOTIBVS ORNATISSIMO PISIS. DVM IN PRIMO LOCO MAXIMA CELEBRITATE JVS INTERPRETARETVR
ANNO AETATIS SVAE XLI. SAL. HVM MDXLIIII. EXTINCTV. HOC AD RETINENDAM JVCVNDISSIMAE AGNITIONIS MEMORIAM FIERI MANDAVIT AN.
SAL. MDLXXIIII PONT. SVI III.
43. Nel mezzo della loggia è collocata quell'ara della gentilità, che adorna sugli angoli d'una testa d'irco e cavata da un
bel marmo pario venato si citò nel terzo tomo della prima edizione qual monumento della rispettabile antichità. Meraviglia
quivi altresì dimostrammo della esistenza di esso dovendola al suo buon officio di servire all'acqua santa nella chiesa di
s. Stefano fuori delle mura.
Di contro alla suddetta avvi un'ara consimile che dalla villa Bernardi in Barbarecina fu qui traslatata. L'urna soprappostavi
di marmo greco ha nel d'intorno queste parole:
VILLIC. UGO. GERARD. SARACINO. FANDINACCUS. ARTE. VINI. CONSUL. FRAT. HENRIGI. MADI. BONAGUIDA.
44. Presso all'indicato mausoleo di Papa Gregorio la non intera lapida di marmo al muro annesa coll'iscrizione: EN OCTAVIO
etc. è quella i cui caratteri trascrissi fin dal tempo della prima edizione, mentre stava a rovescio nella facciata della
chiesa di s. Bartolommeo di Putignano, e che ho riportati nel terzo volume come acconci all'argomento del cap. I della parte
II.
45. Vicino a terra giace quel sarcofago di cui feci parola nel descriver la chiesa di s. Michele in Borgo alla pagina 159
del terzo volume, riputandolo degno dello sguardo dell'antiquario. Siccome poco discosto un altro striato n'esiste, che fu
rimosso dalla chiesa di s. Martino, ove servì, per quanto dicesi, a contener le ossa di s. Bona. Pure in questo sito lateralmente
alla porta della cappella maggiore son due iscrizioni apposte. L'una è in un rottame di tavola di marmo; dell'altra mancante
dell'ultimo verso eccone le funeree parole:
CONSVL RODOLFVS HIC JACET TVBA QVI COTIDIE AB OMNIBVS QVASI MARE SONAT; ET PCLARISSIMV NEPOS EIVS BONIFATIVS, NOBILISSIMU
MIRABILIS ADOLESCENSQ. MORTVVS E IN NEAPOLIM TTIA DIE ANTE PENTECOSTEN;
ANNO DNICE INCARNATIS M.C.OCA.
Una tale iscrizione fu da me letta molti anni sono nel marmo stesso185. Siccome fralle lapide sepolcrali del pavimento lessi pur quella:
JACOBI VI. ARAGONIS DE APPIA.
PISA. DOMI. PLVMBI. ILVAEQ.
ETC. ET COSMI MED. MAG. ETR.
DVC. PR. TRIREM. PRAEF.
SEPVLCHRVM.
E poiché volontà mi prese di discendere nel ferale albergo, un'urna vi trovai da una piramide di marmo bianco ricoperta; e
nella fronte del coperchio coll'arme degli Appiani la funebre scrittura era scolpita. La copiai fin d'allora, ed occasion
prendo adesso di qui riportarla:
D. O. M.
JACOBI AP. OLIM PISAR. DNI. EJUS
FILI AC VANNI NEPOT. DEL POLTRA
DAPIANO OSSA HAC VRNA JACOB. SEX.
ARAGONA DAPIANO EOR.
DESCEND. STAT. PLVMBIN. INSVLAR.
VE. ILVAE. PLANOSAE. ET MONTIS XPI.
DNVS FLORENTIAE Q. AC SENAR. DVCIS
CLASSIS DVX GENERALIS PIISS. POS.
V. KAL. MAR. M.D.L.XVII.
XXV. Non credo di dover qui tralasciare le due seguenti sepolcrali memorie. La prima è nella lapida posta fralle tante del
pavimento dicontro alla porta della cappella così espressa:
HIC JACET MATTHEVS ARGENTINAS TEVTONICVS MACHINARVM BELLI MAGISTER ET DVCX QVI PRO REPVBRICHA PISANA HOSTIBVS VRBEM INVADENTIBVS
MENIBVS JAM FRATTIS BELLO INTERIIT PRIDIE IDVS SEPTEMBRIS MDV.
La seconda è impressa nell'ultimo degli scalini di marmo per i quali nel chiostro si discende:
ZACHARIA DE RONDINOSI P. CIVI HUJUS SEPULCRETI FUGIENTES IMAGINES REVOCANT; QUASDAM EX INTEGRO AFFABRE EXPRIMENTI AB INIMICA
AETERNITAT. MORTE INTERVENSO.
46. Il marmo presso la finestra della cappella con questi caratteri:
L. APISIVS. L. F. POLLIO CHORONARIVS
HIC SITVS EST.
egli è quel desso che ritrovò circa a 20 anni sono il sig. avvocato Foggi professore del pisano liceo nel dar nuovo abbellimento
alla sua casa. Non potendo noi prevedere la sua volontà, ne rinnovammo la memoria nel terzo tomo innanzi a questo impresso.
XXVI. Il mausoleo con candidi marmi e con mischi di Seravezza architettato conserva del professore Gio. Batta Onesti di Pescia
la memoria seguente:
D. O. M.
JOANNI BAPTISTAE HONESTIO PISCIENSI OMNI VIRTVTVM ET HONORVM GENERE CVMVLATISSIMO SED IN VTRIVSQUE JVRIS ABDITISSIMO MYSTERIIS
ERVENDIS QVO MVNERE PISIS PER XLIII. ANNOS EST DEFVNCTVS MAGIS INTER PRINCIPES Q. INTER SECVNDARIOS ADNVMERANDO ANTONIA etc.
DIE NATALIS KAL. DECEM MDXXIX. ET MORTVALIS XI. KAL. MAJ. MDXCII.
XXVII. Il cenotafio di due colonne di verde antico e da bei marmi di Carrara adorno contiene le ceneri di Giuliano Viviani
pisano, che fu decano di questa basilica e professore di sacri Canoni nel patrio liceo, che di poi fu vescovo della città
dell'isola e che finalmente fu condecorato dell'arcivescovado di Cosenza. Il lavoro sì di architettura che di scultura nel
simulacro giacente fu eseguito sul modello di Gio. Battista Foggini da Giuseppe Nelli, allievo del Bernino scultore e architetto assai noto. L'iscrizione è la seguente:
D. O. M.
Juliano Vivianio Antonii Filio doctissimo Juris utriusque Professori, qui Pisanum Gymnasium doctrinae praestantia, Patriam,
et genus nominis, claritate jus Pontificium immortalibus ingenii monumentis illustravit, qui amplissimus in Patria honores
adeptus ampliores meritus ad exteros quoque lumen gloriae suae diffudit, et Urbano VIII. Pont. Max. ob integritatem vitae,
morumque candorem acceptissimus Insulae Urbis Antistes, et Comes, ac deinde Cosentinus Archiepiscopus creatus est, majora
consecuturus, nisi morte fuisset in medio honorum cursu interceptus. Hanc Corporis Imaginem, cum animi extet in ejus libris,
et memoria posterum Cosmus Vivianus Fratris Filius posuit. An. Sal. M.DCIIIC.
47. Lateralmente al mentovato sepolcrale edifizio sono al muro distribuire quattro antiche iscrizioni. Esistevan elleno nella
casa della exnobil famiglia Scorzi di Pisa; ed or che la medesima le donò al luogo di cui si ragiona mi fo premura di qui
trascriverle. Le tavole di marmo sulle quali sono impresse hanno qualche parte mancante, e la prima si può dire un frammento.
HIC REQVIESCIT
PA.LLADIVS. V
XI TANNVS
EST. SVD. V. IDVS
ARIAS. IND. VIIII. POS.
COLII LAMPADIETHO
RESTIVVCC CONLBS.
ACHILLES EPAPHRA
VX. S.
GEMINIAE MYRTALE
M. V.
SEPVLCRVM ISTVD POSVIT
CVIVS AGRVM VENDERE
AVT EXTRA FAMILIAM
ALIENARE NON LICEBIT
PRETERQVAM
SI FORTE ACHILLI
ALIQVID HVMANITVS
ACCIDERIT
SI QVIS AVTEM EJECERIT
MYRTALEM
FISCO INFERET186.
HS.
D. M. S.
FELIX HERCVLEO
EQ. F. AED. II. COS. I
PONT. PERP.
REIP. PIS.187
D. M.
SERGIA.
FECIT SIBI ET ATTIAE
IONICE VXORI ET ATTIAE
MOSCHIDI FILIAE LIBERTIS
LIBERTABVS POSTERISQVE
EORVM H. M. H. N. S.188
XXVIII. Marmi bianchi, venati e statuari magnificamente compongono l'opera sepolcrale di Matteo Corte di Pavia filosofo e
medico eccellente, il quale attesi i rari suoi pregi meritò l'onore che il G. D. Cosimo gli facesse erigere sì superba mole.
Racconta il Vasari allora vivente che Antonio di Gino Lorenzi da Settignano scolare accreditato del Tribolo, e non già Stoldo fratello di lui, come altri scrissero, die' mano co' suoi scalpelli a questo lavoro per ordine e col disegno dello stesso
Tribolo, e che lo condusse con somma estimazione. In fatti è al vivo espressa la statua giacente ben panneggiata, che si appoggia
sulla destra mano nascondendo entro la folta barba le dita, e tenendo l'altra con somma naturalezza sopra un libro chiuso.
Così lo scultore industre, dando vita al marmo, eternò la mortal parte dell'uomo celebre. Fiancheggiano l'arca due grandi
urne sopra due pilastri, nel corpo delle quali sono due teste d'irchi scolpite don istupenda bizzarria. I due genj sul tondo
frontespizio son ben condotti, e l'architettura ad onta de' replicati frontoni è di bella simetria, come osserva il Cochin,
chiamando solo difettose le mensole per la eccedente lunghezza loro. Questa è l'iscrizione:
MATH. CVRTIO TICIN. QVI HIPP. GALENIQVE VINDEX .SALVTIS AVGVRIVM EGIT, MEDICINAMQVE EXERCENDO, ET DOCENDO IPSE VALENS SEMPER
EXCOLVIT MON. HOC AMPLIVS, QVAM. FILII.
T. P. I.
COSMVS MED. FLOR. DVX II. AERE SVO P. C. M. D. XLIII.
VIX. AN. LXX.
XXIX. La mezza figura che segue fu scolpita da Gio. Battista Foggini architetto e scultore. Bella caratteristica han le mani, la testa è condotta con quella verità ch'è la vita e lo spirito
de' marmi. Ella è il ritratto del dottor Bartolommeo Chesi pisano professore nella Università, il quale non solo di scienza
ma di pietade adorno lasciò i suoi beni alle zittelle del conservatorio detto della Carità, le quali per gratitudine gli posero
la seguente memoria:
D. O. M.
BARTHOLOMAEI CHESII IN PATRIO PISANO LYCAEO MAXIMI LEGVM INTERPRETIS IMAGINEM HOC MARMORE EXPRESSAM CHARITATIS DOMVS HAERES
EX ASSE, EJVSQVE SEX VIRI POSTERITATI, ET GLORIAE POSVERVNT, OBIIT AN. SAL. MDCLXXX AETATIS SVAE LXXV.
48. Fiancheggiato da due fregi intagliati dal prelodato Stagi è il marmo coll'iscrizione:
M. NAEVIVS M. F. GAL. RESTITVTVS
MIL. COH. X. PR. H. AQ. QVI. RELIQ. TESTAM.
COLL. FABR. NAVAL. PIS. STATIONIS. VETVSTISS.
ET. PIISS. H–S. IIII. N. EX CVI. REDITV. PARENTAL.
ET. ROSAR. QVOTANN. AT. SEPVLCHRVM. SVVM
CELEBRARENT. QVOD. SI. FACTVM. AB. EIS. NON. ESSET
TVNC. EA. IPSA. CONDICTIONE. FABR. TIGNAR. PIS.
ACCEPT. PRO. POENA. A. FABR. NAVAL. H–S. IIII. N.
IPSI. CELEBRARE. DEBEBUNT.
Sepulcralem ethnicam tabulam quam Noriosius
Interpretabatur annua parentalia
M. NAAEVI et collegium fabrorum
Mavalium Pisanae stationis vetustissimae
Referentem Joh. Bapt. Fanuccius J. C. extra
Patriam deportatam dolens eius apographum
Pon. cur. an. M.DCCC.XI.
49. Presso a terra sotto al medesimo deposito del Chesi.
SEX OCTAV.
FELICI AVG.
PERPET.
Questo frammento d'architrave colle soprascritte lettere cubitali era situato nella muraglia esterna della canonica della
chiesa di Mezzana circa a quattro miglia distante da Pisa; in addietro fu ritrovato nel presbiterio della chiesa stessa in
occasione di dovervi erigere un nuovo altar maggiore189.
Voltando nel portico meridionale pure a notarsi restano pregiati monumenti.
50. Quel marmo, in primo luogo, io ravviso le cui poche note non corrose nel porre in luce la vecchia edizione di quest'opera
tradussi, e che ora accresciute qui vi leggo nel modo seguente:
V. F.
L. LOLLIVS L. L. LIB. COMMOD.
SIBI ET
RASINIO CHRISIPPO
AVGVSTALI
OLVSENO ETVI
BVTIAE AL
BINIAE P....
EBIAE AM..
IN AGR P..
IN F. P...190
51. Sotto al divisato marmo altro pure v'è co' seguenti caratteri incisi:
D. M.
POMPEIAE ACAT
AC JONICENI P. CORNELIVS FELIX
CONIVGI DVLCISS.
IME Q. V. AN. XXIII.
M.IIII.D.XII.
52. Degne di special menzione sono al certo le due tavole di marmo incassate nella parete, note fra gli eruditi col nome di
Cenotafj pisani e che noi veneriamo quali illustri monumenti dell'antica Pisa colonia romana. Due onorevoli decreti impressi vi sono. L'una
dichiarando la morte di Lucio Cesare, quella di Cajo Cesare l'altra, figli entrambi di Augusto, si ordina per decreto alla
città di Pisa un lutto profondo. Dal contenuto di esse molte belle e chiare notizie si rilevano, e tali son quelle che Pisa
mandava al pari della Metropoli ambasciatori all'Imperatore, che aveva collegj e magistrati sul piede di Roma, spettacoli
e giochi circensi. Potrà ciascuno sopra di ciò bene erudirsi leggendo il Card. Noris, che le ha maestrevolmente illustrate
e trascritte nella sua opera intitolata Cenotaphj Pisani Caii, et Lucii Caesarum. Ne fa eziandio le sue dotte osservazioni Anton Francesco Gori, ed anteriormente a questi, cioè circa all'an. 1670, furono
soggetto di erudita spiegazione al dottore e lettore Gio. Pagni pisano, opera inedita nella Libreria Magliabechiana, commendata
dal dottore Cocchi. Conveniente al mio assunto è ch'io soltanto ne dimostri la più accurata copia, come farò in appresso.
Intanto non credo inutil cosa l'accennare ciò che notai riguardo alla qualità del marmo di queste tavole. Se la minuta grana
e l'estrema bianchezza se ne osserva, comparisce in lui la caratteristica stessa di quello delle cave di Luni, come per esperienza
a me costa. Né dovendosi eccettuare il Pario, di cui abbiamo piena cognizione, andrem ricercando altri marmi bianchi greci,
come il Pentelico in Pausania e il Coralitico in Plinio191, ma questi conformi non essendo al nostro, per quanto almeno si deduce da certi pochi esterni fallaci contrassegni ch'essi
ne danno, lo giudicheremo volentieri delle cave lunesi aperte in quel tempo, cioè nel quinto anno dell'era cristiana, e prima
ancora della medesima. Non ricercando il sentimento di Plinio, che in due luoghi chiaramente si contradice192, giova al mio credere l'autorità di Strabone superiore ad ogni altra pel tempo in cui visse. Egli descrivendo i monti di
Luni così si spiega193: Tanta vero candidi et varii lapidis lucidissimi, ac talis effossio est, ut unico integrae saxo tabulae, atque columnae praebeantur;
utque insignia Romanae Civitatis opera, Urbiumque reliquaram maxima ex parte his ex locis copiam habeant.
Le iscrizioni che ora produco sono espresse con buoni caratteri. In qualche parte consunti e ritoccati eran eglino quando
nella prima edizione le trascrissi. La prima restava mancante nel mezzo, e la calce al marmo erasi malamente supplita. Nell'altra
tavola era una molto aperta fessura, ma non venivano soverchio impedite le parole.
Di fresco un nuovo restauro senza danno ricevettero. Conciosiaché stimo di riportarle quali nella mia prima edizione furono
impresse.
Cenotafio di Lucio Cesare figlio di Augusto:
XIII. K. OCTOBR. PISIS. IN. FORO. IN. AVGVSTEO. SCRIB. ADFVER. Q. PETILLIVS. Q. F. P. RASINIVS. L. F. BASSVS. M. PVPIVS. M.
F. Q. SERTORIVS. Q. F. PICA. CN. OCTAVIVS. CN. F. RVFVS. A. ALBIVS. A. F. GVTTA.
QVOD. C. CANIVS. C. F. SATVRNINVS. II. VIR. V. F. DE. AVGENDIS. HONORIBVS. L. CÆSARIS. AVGVSTI. CÆSARIS. PATRIS. PATRIÆ. PONTIFICIS.
MAXIMI. TRIBVNICIÆ. POTESTATIS. XXV. FILI. AVGVRIS. CONSVLIS. DESIGNATI. PRINCIP. IVVENTVTIS. PATRONI. COLONIÆ. NOSTRÆ. Q.
D. E. R. E. P. D. E. R. I. C. CVM. SENATVS. POPVLI. ROMANI. INTER. CETEROS. PLVRIMOS. AC. MAXSIMOS. HONORES. L. CÆSARIS. AVGVSTI.
CÆSARIS. PATRIS. PATRIÆ. PONTIFICIS. MAXIMI. TRIBVNICIÆ. POTESTATIS. XXV. FILIO. AVGVRI. CONSVLI. DESIGNATO. PER. CONSENSVM.
OMNIVM. ORDINVM............................................................................................................
TETVR. DATA. CVRA. C. CANIO. SATVRNINO. IIVIRO. ET. DECEM. PRIMIS. ELIGENDI. ASPICIENDIQVE. VTER. EORVM. LOCVS. MAGIS. IDONEVS.
VIDEATUR. EMENDVS. PVBLICA. PECVNIA. A. PRIVATIS. EIVS. LOCI. QVEM. MAGIS. PROBAVERINT. VTIQVE. APVD. EAM. ARAM. QVOD. ANNIS.
A. D. XII. K. SEPT. PVBLICE. MANIBVS. EJVS. PER. MAGISTRATVS. EOSQVE. QVI. IBI. IVRE. DICENDO. PRÆRVNT. TOGIS. PVLLIS. AMICTOS.
QVIBVS. EORVM. IVS. EASQVE. ERIT. EO. DIE. EIVS. VESTIS. HABENDÆ. INFERIÆ. MITTANTVR. BOSQVE. ET. OVIS. ATRI. INFVLIS. CÆRVLIS.
INFVLATI. DIIS. MANIBVS. EIVS. MACTENTVR. EAQVE. HOSTIÆ. EO. LOCO. ADOLEANTVR. SVPER. QVE. EAS. SINGVLÆ. VRNÆ. LACTIS. MELLIS.
OLEI. FVNDANTVR. AC. TVM. DEMVM. FACTAM. CETERIS, POTESTATEM. SI. QVI. PRIVATIM. VELINT. MANIBVS. EIVS. INFERIAS. MITTERE.
NIVE. QVIS. AMPLIVS. VNO. CEREO. VNAVE. FACE. CORONAVE. MITTAT. DVM. II. QVI. IMMOLAVERINT. CINCTI. CABINO. RITV. STRVEM LIGNORVM.
SVCCENDANT. ADQVE. EXINDE. HABEANT.
VTI. LOCVS. ANTE.. EAM. ARAM. QYO. EA. STRVES. CONGERANTV. COMPONANTVR. PATEAT. QVOQVE. VERSVS. PEDES. XL. STIPITIBVSQVE.
ROBVSTIS. SÆPIATVR. LIGNORVMQVE. ACERVOS. EIVS. REI. GRATIA. QVOD. ANNIS. IBI. CONSTITVATVR. CIPPOQVE. GRANDI. SECVNDVM. ARAM.
DEFIXSO. HOC. DECRETVM. CVM. SVPERIORIBVS. DECRETIS. AD. EIVS. HONORES. PERTINENTIBVS. INCIDATVR. INSCVLPATVRVE. NAM. QVOD.
AD. CETERA. SOLEMNIA. QVÆ. EODEM. ILLO. DIE. VITARE. CAVERIVE. PLACVISSENT. PLACERENT. QVE. ID. SEQVENDVM. QVOD. DE. IIS.
SENATVS. P. R. CENSVISSET. VTIQVE. PRIMO. QVOQVE. TEMPORE. LEGATI. EX. NOSTRO. ORDINE. IMP. CÆSARE. AVGVSTVM. PATREM. PATRIÆ.
PONTIFICEM. MAXIMVM. TRIBVNICIÆ. POTESTATIS. XXV. ADEANT. PETANTQVE. AB. EO. VTI. COLONIS. IVLIENSIBVS. COLONIÆ. OPSEQVENTI.
IVLIÆ. PISANÆ. EX. HOC. DECRETO. EA. OMNIA. FACERE. EXSEQVIQVE. PERMITTAT.
Sotto si legge la seguente spiegazione:
COLONIA JVLIA PISANA NVNCIATA MORTE
L. CÆSARIS AVGVSTI F. CENSVIT QVOTANNIS
INFERIAS ILLIVS MANIBVS CERTO RITV
MITTENDAS PER MAGISTRATVS EOSVE
QVI IBI JVRI DICVNDO PRÆESSENT
POST VRBEM CONDITAM ANNO DCCLVI.
CHRISTI VERO ANNO IIII.
Cenotafio di Cajo Cesare figlio di Augusto.
FVER. Q. SERTORIVS. Q. F. ATILIVS. TACITVS. P. RASINIVS. L. F. BASSVS. L. LAPPIVS. P. F. THALLVS. Q. SERTORIVS. Q. F. ALPIVS.
PICA. C. VETTVS. L. F. VIRCVLA. M. HERIVS. M. F. PRISCVS. A. ALBIVS. A. F. GVTTA. TI. PETRONIVS. TI. F. POLLIO. L. FABIVS.
L. F. BASSVS. SEX. APONIVS. SEX. F. CRETICVS. C. CANIVS. C. F. SATVRNINVS. L. OCTACILIVS. Q. F. PANTHERA.
QVOD. ADSVNT. CVM. IN. COLONIA. NOSTRA. PROPTER. CONTENTIONES. CANDIDATORVM. MAGISTRATVS. NON. ESSENT. ET. EA. ACTA. ESSENT.
QVÆ. INFRA. CRIPTA. SVNT.
CVM. AD. IIII. NONAS. APRILES. ALLATVS. ESSET. NVNTIVS. CAIVM. CÆSAREM. AVGVSTI. FATRIS. PATRIÆ. PONTIF. MAXSVMI. CVSTODIS.
IMPERI. ROMANI. TOTIVSQVE. ORBIS. TERRARVM. PRÆSIDIS. FILIVM. DIVI. NEPOTEM. POST. CONSVLATVM. QVEM. VLTRA. FINIS. EXTREMAS.
POPVLI. ROMANI. BELLVM. GERENS. FELICITER. PEREGERAT. BENE. GESTA. RE. PVBLICA. DEVICTEIS. AVT. IN. FIDEM. RECEPTIS. BELLICOSISSIMIS.
AC. MAXSIMIS. GENTIBVS. IPSVM. VOLNERIBVS. PRO. REPVBLICA. EXCEPTIS. EX. EO. CASV. CRVDELIBVS. FATIS. EREPTVM. POPVLO. ROMANO.
IAM. DESIGNATVM. IVSTISSIMVM. A. SIMILLVMVM. PARENTIS. SVI. VIRTVTI.
INCIPEM. COLONIÆQVÆ. NOSTRÆ. VNICVM. PRÆSIDIVM. EAQVE. RES. NONDVM. QVIETO. LVCTV. QVEM. EX. DECESSV. L. CÆARIS. FRATRIS.
EIVS. CONSULIS. DESIGNATI. AVGVRIS. PATRONI. NOSTRI. PRINCIPIS. IVVENTVTIS. COLONIA. VNIVERSA. SVSCEPERAT. RENOVASSET. MVLTIPLICASSETQVE.
MŒROREM. OMNIVM. SINGVLORVM. VNIVERSORVMQVE. OB. EAS. RES. VNIVERSI. DECVRIONES. COLONIQVE. QVANDO. EO. CASV. N. COLONIA.
NEQVE. IIVIR. NEQVE. PRÆFECTI. ERANT. NEQVE. QVISQVAM. IVRE. DICVNDO. PRÆRAT. INTER. SESE. CONSENSERVNT. PRO. MAGNITVDINE.
TANTÆ. AC. TAM. INPROVISÆ. CALAMITATIS. OPORTERE. EX. EA. DIE. QVA. EIVS. DECES. S. NVNTIATVS. ESSET. VSQVI. AD. EAM. DIEM.
QVA. OSSA. RELATA. ATQVE. CONDITA. IVSTAQVE. EIVS. MANIBVS. PERFECTA. ESSENT. CVNCTOS. VESTE. MVTATA. TEMPLISQVE. DEORVM.
IMMORTALIVM. BALNEISQVE. PVBLICIS. ET. TABERNIS. OMNIBVS. CLAVSIS. CONVICTIBVS. SESE. APSTINERE. MATRONAS. QVÆ. IN. COLONIA.
NOSTRA. SVNT. SVBLVGERE. DIEMQVE. EVM. QVO. DIE. C. CÆSAR. OBIT. QVI. DIES. EST. A. D. VIIII. K. MARTIAS. PRO. ALLIENSI. LVGVBREM.
MEMORIÆ. PRODI. NOTARIQVE. IN. PRÆSENTIA. OMNIVM. IVSSV. AC. VOLVNTATE. CAVERIQVE. NE. QVOD. SACRIFICIVM. PVBLICVM. NEVE.
QVE. SVPPLICATIONES. NIVE. SPONSALIA. NIVE. CONVIVIA. PVBLICA. POSTEA. IN. EVM. DIEM. EOVE. DIE. QVI. DIES. ERIT. A. D. VIIII.
K. MART. FIANT. CONCIPIANTVR. INDICANTVRVE. NIVE. QVI. LVDI. SCÆNICI. CIRCIRIENSESVE. EO. DIE. FIANT. SPECTENTVRVE. VTIQVE.
EO. DIE. QVOD. ANNIS. PVBLICE. MANIBVS. EIVS. PER. MAGISTRATVS. EOSVE. QVI. PISIS. IVRE. DICVNDO. PRÆRVNT. EODEM. LOCO. EODEMQVE.
MODO. QVO. L. CÆSARI. PARENTARI.. INSTITVTVM. EST. PERENTETVR.
VTIQVE. ARCVS. CELEBERRIMO. COLONIÆ. NOSTRÆ. LOCO. CONSTITVATVR. ORNATVS. SPOLEIS. DEVICTARVM. AVT. IN. FIDEM. RECEPTARVM.
AB. EO. GENTIVM. SVPER. EVM. STATVA. PEDESTRIS. IPSIVS. TRIVMPHALI. ORNATV. CIRCAQVE. EAM. DUÆ. EQVESTRES. INAVRATÆ. CAI.
ET. LVCI. CÆSARVM. STATVÆ PONANTVR.
VTIQVE. CVM. PRIMVM. PER. LEGEM. COLONIÆ. DVO. VIROS. CREARE. ET. HABERE. POTVERIMVS. II. DVO. VIRI. PRIMI. CREATI. ERVNT.
HOC. QVOD. DECVRIONIBVS. ET. VNIVERSIS. COLONIS. PLACVIT. AD. DECVRIONES. REFERANT. EORVM. PVBLICA. AVCTORITATE. ADHIBITA.
LEGITVME. ID. CAVEATVR. AVCTORIBVSQVE. IIS. IN. TABVLAS. PVBLICAS. REFERATVR. INTEREA. T. STATVLENVS. IVNCVS. FLAMEN. AVGVSTALIS.
PONTIF. MINOR. PVBLICORVM. P. R. SACRORVM. ROGARETVR. VT. CVM. LEGATIS. EXCVSATA. PRÆSENTI. COLONIÆ. NECESSITATE. HOC. OFFICIVM.
PVBLICVM. ET. VOLVNTATEM. VNIVERSORVM. LIBELLO. REDDITO. JMP. CÆSARI. AVGVSTO. PATRI. PATRIÆ. PONTIF. MAXSIMO. TRIBVNICIÆ.
POTEST. XXVI. INDICET.
IDQVE T. STATVLENVS. IVNCVS. PRINCEPS. COLONIÆ. NOSTRÆ. FLAMEN. AVGVS. PONTIF. MINOR. PVBLICORVM. P. R. SACRORVM. LIBELLO.
ITA. VTI. SVPRA. SCRIPTVM. EST. IMPERATORI. CÆSARI. AVGVSTO. PONTIF. MAXSIMO. TRIBVN. POTEST. XXVI. PA. PATRIÆ. REDDITO. FECERIT.
PLACERE. CONSCRIPTIS. QVÆ. AD. IIII. NONAS. APRILES. QVÆ. SEX. ÆLIO. CATO. C. SENTIO. SATVRNINO. COS. FVERVNT. FACTA. ACTA.
CONSTITVTA. SVNT. PER. CONSENSVM. OMNIVM. ORDINVM. EA. OMNIA. ITA. FIERI. AGI. HABERI. OPSERVARIQVE. AB. L. TITIO. A. F. ET.
T. ALLIO. T. F. RVFO. II. VIRIS. ET. AB. EIS. QVICVNQVE. POSTEA. IN. COLONIA. NOSTRA. II. VIR. PRÆFECTI. SIVE. QVI. ALI. MAGISTRATVS.
ERVNT. OMNIA. IN. PERPETVOM. ITA. FIERI. AGI. HABERI. OPSERVARIQVE. VTIQVE. L. TITIVS. A. F. T. ALLIVS. T. F. RVFVS. II. VIRI.
EA. OMNIA. QVÆ. SVPRASCRIPTA. SVNT. EX. DECRETO. NOSTRO. CORAM. PRO. QVÆSTORIBVS. PRIMO. QVOQVE. TEMPORE. PER. SCRIBAM. PVBLICVM.
IN. TABVLAS. PVBLICAS. REFERENDA. CVRENT. CENSVERE.
Qui parimente al di sotto fu scritto in marmo:
COLONIA JVLIA PISANA AVDITA MORTE C. CÆSARIS
AVGVSTI FILII CENSVIT, VT ADIE QVO ILLIVS OBITVS
NVNCIATVS EST VSQVE AD EVM DIEM QVO OSSA
RELATA SVNT AB OMNI LÆTITIÆ GENERE
ABSTINERETVR VTQVE ILLI EODEM MODO QVO
L. FRATRI PARENTATVM FVERAT PARENTARETVR
ARCVS INSVPER, ET STATVÆ PONERENTVR.
POST VRBEM CONDITAM ANNO DCCLVII.
CHRISTI VERO ANNO V.
Io ho prodotto questi memorabili decreti con qualche piccola diversità da quel che fecero il Noris ed il Martini, imperocché
non ho omesso di consultare i marmi medesimi, e di copiargli per quanto seppi fedelmente nello stato in cui erano prima del
nuovo restauro. Gli scrittori predetti suppongono che le prime parole Pisis. in. foro. in. Augusteo. sieno in entrambe le tavole, quando realmente non sono che in quella di Lucio Cesare, osservazione fatta ancora dal Gori.
Queste medesime parole dettero motivo al ch. Valerio Chimentelli194 e dietro a lui ai citati scrittori dott. Pagni e card. Noris di credere che fosse in Pisa un tempio consacrato ad Augusto,
come lo ebbero le città più celebri soggette al'impero romano, secondo che ci attesta Svetonio195. Di ciò maggiormente mi persuado, se rifletto ad alcuni frammenti d'inscrizioni ne' marmi che incrostano le mura del duomo,
da me a suo luogo notati e prodotti.
Così in que' versi cunctos. veste. mutata. etc. ordinandosi che durante il lutto per la morte di Caio Cesare si debbano tener chiusi i pubblici bagni, trar possiamo
plansibil congettura che al tempo di Augusto esistessero le pisane terme, e altre se ne costruissero o fossero quelle medesime
restaurate ai tempi di Adriano, o come altri vogliono in quegli di Antonino.
Fa meraviglia che della preziosità di questi incomparabili monumenti niuna ricordanza abbia fatto il Montfaucon celebre antiquario
nel suo diario italico. Di lui ragionando il p. Zaccaria, dopo di aver rilevato con ombra di scherzo il modo suo di esprimersi
nel rammentare i quattro celebri pisani edifizj, con dire che se egli volea similmente spacciarsi delle altre città, potea
ridurre alla mole di un lunario la descrizione del suo viaggio italico, così si esprime: Ma sembrami strana cosa che un uomo
dell'antichità intendentissimo e che sì fatte memorie ebbe a precipua mira di notare nel suo diario, almen de' Cenotafj che
sono nel Campo Santo o di qualche altra vetusta iscrizione non facesse special ricordanza, e che niuna o delle antiche o delle
moderne fabbriche, né il deliziosissimo lung'Arno rammemorasse, quando i canali e le strade di Livorno come rara cosa ricorda196.
Il titolo di Cenotafj io detti in principio a queste lapide perché l'impose loro il cardinal Noris; del rimanente non essendo
elleno depositi, o sepolcri vuoti del cadavere, un tal nome rigorosamente non le appartiene, ma quello bensì di Decreti, o
Senatusconsulti, che la Colonia Pisana emanò con dimostrazioni le più vive e significanti per onorar la memoria di Cajo e
di Lucio Cesari, nipoti e figli adottivi di Augusto, l'ultimo de' quali è detto da antichi scrittori Protettore di Pisa.
53. Divisi sono i due celebrati marmi dal tronco di una colonna miliaria incassata nel muro, rotta da ambe le parti. Che ella
fosse ritrovata nell'antica via Emilia nel luogo detto Rimazzano, e che qui trasportata fosse nell'an. 1704 egli è ciò che
significa la recente iscrizione espressa nella moderna base. L'antico carattere scolpito sulla superficie della colonna edito
dal Gori, dal Martini e dal Targioni è il seguente:
CAES. I. AEL.
HADRIANVS. ANTONINVS
AVG. PIVS. P. M. TR. P. VI. COS. III.
IMP. II. P. P. VIAM AEMILIAM
VETVSTATE. DILAPSAM. OPER.
AMPLIATIS. RESTITVENDAM. CVR.
A. ROMA. M. P. C. L. XXX. VIII.197
Tolte le abbreviature dice: Caesar Imperator Aelius Adrianus Antoninus Augustus Pius Pontifex Maximus Tribunitiae potestatis an. VI. Consul III. Imperii
II. Pater Patriae. Viam Aemiliam vetustate dilapsam operibus ampliatis restituendam curavit a Roma millia passuum CLXXXVIII.
54. Accanto al Cenotafio di Cajo Cesare, sono in un frammento di marmo le lettere impresse che fin dal tempo della prima edizione
ocularmente nella facciata della chiesa di Putignano trascrissi:
.... IAE. AVG. MATRI A
.... AST. ET. SENAT. ET. PA.
Leggesi nella pietra posta recentemente di sotto:
Cum vetusta Pisa Domnae Juliae Aug. Coniugi Imp. Caes. L. Septimii Severi Pis. Pertinacis Matri Augustorum M. Aurelii Antonini
cognomento Caracallae et P. Septimii Getae Monumentum obsequenter dicasset. Hoc rudus illius inscriptionis quod adhuc extabat
in fronte Ecclesiae S. Bartholomaei de Putignano expolitus civis Josephus Tellinius heic deduc. curav. an. MDCCCXI.
55. Segue la lapida con una memoria che va riposta fralle non volgari de' bassi tempi. Riguarda ella un atto di Rolando Canonico
di Pisa, che in appresso col nome di Alessandro III tenne della chiesa il governo.
Ego Rolandu. Canonic. et
Diac ad honore Di et Beate
Marie. P. remedio anime mee ad
Exepum multorum hanc domum meis
Stipendis a fundamento construxi
In qua reliquias mrm viti et anno
Nin ad ejusdem tutelam recondidi
Si qua igitur ecclesiastica secularisve
Persona hanc domum ab hospitali
Pauperum Mulierum alienare voluerit
Perpetue anathematis subiacebit
Sicque factum est anathema Canonicis
Et Clero Civitatis anno Domini MCXLVII.
Sit tibi Rolando requies et vita perhennis.
I recenti caratteri posti di sotto nell'anno 1718 dichiarano che detta lapida fu trasportata dalla casa di via S. Maria in
questo luogo.
56. Qui situato trovasi quel pilo di marmo che alla pag. 260 del terzo tomo della prima edizione noi indicammo presso l'altar
maggiore dell'antica chiesa di s. Zeno, e di cui si scrisse; egli servì di ricetto alle ossa di Benedetto da Forlì generale
dell'Ordine camaldolese e abate del monastero di s. Zenone, come si raccoglie dall'iscrizion funebre e dall'anno 1443 segnato
nell'orlo del coperchio198. Ma particolar considerazione avendo noi fatta sul lavoro dell'anterior parte, ove son due genj reggenti un festone collo
stemma dell'ordine nel mezzo, lavoro certo de' bassi tempi, e quindi sul carattere delle teste de' due leoni e delle strie
condotte sur una superficie molto più elevata del suddetto bassorilievo, ed altresì, trovato avendo il marmo dell'isola di
Paros, converrà decidersi che un tal monumento è antico e che ci rimembra il costume, altrove accennato, dei cristiani nell'adattar
sovente al proprio uso i sepolcri de' Gentili, sostituendo talvolta alla scultura di una tazza, di un grifo, di un'aquila
e d'una tromba l'emblema del cristiano quivi novellamente sepolto. Così Enea di geroglifici relativi ornò il gran sepolcro
di Miseno:
Pius Eneas ingenti mole sepulcrum,
Imposuit, suaque arma viro, remumque, tubamque.
57. Da questo lato affissa ecco l'iscrizione repubblicana che alla pag. 490 del terzo volume dissi che rimossa ella fu dall'antico
sito del palazzo delle vele lung'Arno per collocarla in questo edifizio.
Die sce. marie de sectebre anno dni
mllo. CCXLIIII. indict. I. sia manifesto
annoi e al più dele persone che nel
tempo di Buonacorso de Palude li Pisani
andaro a cum galee CV. e venuti vic. a
porto venere stettervi per die XV e
guastaro tucto e avrebberlo preso non fosse
lo Conte Pandalo che non volse
chera traitore dela corona e poi
nandanmo nel porto di Genova cum C.III.
galee di Pisa e C. Vacchecte e avremola
combaduta non fusse hel tempo non pro
pio. dns. Dodus fecit publicare hoc opus.
Il parere di più scrittori ne abbiam prodotto alla pag. 492 del libro cit. Qui giusto è che riportiamo la recente memoria
che in marmo sotto alla esibita iscrizione appose il sig. avvocato Fanucci.
Bonacursium de Paule sive de Palude navalem ducem eximium iam Ravennatuum dein Pisanorum moderatorem Principem Reipublicae
monetas signo suo cudentem aug. imp. Friderici II amicissimum nec non maritimam Pisarum expeditionem contra Januenses saxum
superiacens memorans Thomas ex antiquissima splendidissimave eius familia ab aede prope arnum in hoc Sepultuorum Bonarumve
artium cubiculo anno R.S.M.DCCC.X locandum curavit199.
58. La colonna milliaria che si rincontra ella è quel monumento dell'età più celebre che andammo in vano indagando colla scorta
del primo suo illustratore Chimentelli, allorché nella prima edizione si descrisse l'antica chiesa di s. Pietro a grado, nel
cui portico verso oriente incolta giaceva. Finalmente in questo luogo plausibilmente ritrovandola si producono i caratteri
impressi:
IMP. CAES. D. NRO.200
PIO. FEL. SEMP. AVG. IMP. CAES. D. N. FL. GRATIANO
PIO. FEL. SEMP. AVG.
DIVI VALENTINIANI AVG. FILIO
IMP. CAES. D. N. FL. VALENTINIANO
PIO. FEL. SEMP. AVG.
DIVI VALENTINIANI AVG. FILIO
CIVIT. PISANA
M. P. IIII
In tal guisa il prefato Chimentelli la scrittura lesse; confessò il Targioni che non riescì a lui di leggere, talmente era
ella consunta, se non che una parola in qua e una in là, ed il Civit. Pis. m. p. IIII201.
Ma del nostro monumento menzion facendo, egli è di marmo pisano venato; eretto sulla via Aurelia o sia Emilia di Scauro, ora
via di Livorno presso s. Pietro in grado (da noi ricordata nella prima parte del tomo primo e nella descrizione del porto
pisano) segnò la distanza di miglia quattro da Pisa.
Noi non riportiamo le parole antiche Q. ATRIO JVCVNDIANO etc., che di recente nel vicino marmo fece scrivere il sig. avvocato
Fanucci come nella sottoposta lapida vien espresso, perché esatta copia traendone dal nostro erudito concittadino Giovanni
Pagni, dopo che se ne lasciò memoria nel terzo tomo della prima edizione, l'abbiamo acconciamente ripetuta nel tomo terzo
di questa, impresso innanzi al secondo, come altrove fu dichiarato202.
XXIX. La lapida di marmo che il muro serra segna l'elogio e la morte dell'operajo Quarantotto con tale iscrizione:
Antonio Francisci fil. Quarantotto patricio pisano qui ob singularem perspectamque civibus ac principibus presertim suis virtutem
Primat. Eccl. Pis. Aed. et Eques auratus nosocomio etiam ac nothotrophio praeesse Pisanisq. a D. S. Julian. Balineis prospicere
jussus regius deinde honorarius cubicularius tum. S. Stephani eques creatus atq. ordinis aerario praefectus aliisque publicis
muneribus et honoribus summa semper integritatis peritiae ac prudentiae laude perfunctus an. natus LXXIX. mens. III. D. XV
pie obiit D. XIV. jul. XDCCXCIII.
M. Magdal. Incontria coniugi optimo b. m. monum. hoc pon. cur.
59. Ne segue in questa fila un antico lavoro nel sarcofago dove tre ben atteggiati putti sostengono un grazioso festone. Nello
spazio ch'ei lascia abbassandosi, sono scompartite due ninfe nude, che il rilevato fianco appoggiano sopra due tritoni con
molta grazia e in uno di quegli atti espressi nelle pitture ercolanesi203. Ad onta del guasto del tempo greco lo stile rassembra; e poco importa se le sirene sono in figura muliebre piuttosto che
colle gambe di pesce.
60. Un piccolo sarcofago si rincontra. Tolto all'inonorato officio di ricever l'acqua di una fonte in un orto, ei fu qui ritirato
per assicurarlo. L'emblema del bassorilievo son genj che al governo de' cocchi celebrando i giuochi circensi denotano l'esercizio
del defonto, poiché secondo gli antichi e come cantò Virgilio nel VI dell'Eneide: curae non ipsa in morte relinquunt.
61. Ne segue un'urnetta cineraria che servì all'acqua lustrale nel soppresso convento di s. Lorenzo. L'opera di scultura consiste
in due putti sugli angoli con un canestro sul capo, in un festone di fiori, in due colombe ed in una cartella con tale iscrizione:
D. M.
ANTONIAE
RESTITVTAE
VIXIT. ANNIS XXXVI.
62. Non è dispregevol lavoro quel bassorilievo dove è figurato un ratto di femmine. Sonovi due quadrighe usate dai romani
trionfatori sull'esempio de' toscani che le inventarono, come si può riscontrare dai monumenti etruschi editi dal Dempstero.
Consunte le essenziali parti e tutto ciò che potrebbe mostrare il significato delle figure, lascerò indovinare se nel bassorilievo
si esprima il ratto delle donne ateniesi che fecero i pelasgi tirreni di Lemno narrato da Erodoto, o qualche altro fatto de'
trojani, che costumavano di rapirsi le mogli l'uno con l'altro, come ci racconta Omero.
63. L'iscrizione Aufidiae etc., incisa nella urnetta cineraria che ne viene appresso, dono della famiglia Cosi Del Voglia, fu da noi riportata fralle
altre nel capitolo dei monumenti di Pisa antica nel terzo volume perché qui non si replichi.
64. Di contro al dipinto inferno si vuol attribuire a' bei tempi romani il bassorilievo di un sarcofago, in cui quattro putti
le stagioni figurano e dove due sposi tengono il luogo di mezzo. Nemmen dispregevole si giudica del sarcofago accanto il maltrattato
lavoro consistente nel ritratto del defonto da due figure alate sorretto, nella sottoposta barca di Caronte e nelle imagini
di due fiumi.
65. Alla parete annessa ravviso pure quell'urna che dal servile officio di alimentare in seno dell'erbe odorose nel chiostro
di s. Niccola, or in queste magnifiche logge tiene il suo posto. Ella è fiancheggiata da due grifi; ed un drappello di genj
alati celebrano le orgie di Bacco.
66. Pure da notarsi sarà quel sarcofago dirimpetto, che dal cimitero ignobile di s. Pierino nel nostro segnalato e cospicuo
passando, comprò col grado nobile un miglior sito. Il suo bassorilievo son due figure alate, sian elleno due vittorie o due
geni reggenti uno scudo sferico dove ora è uno stemma, e dove fu altra scultura in antico.
67. In ultimo luogo mi si conceda di nominare novellamente quell'urna nel muro incassata sotto la vita de' SS. PP. di Pietro Laurati e di proferirne l'epigrafe mercé la mano che ve la restituì mentr'io m'occupava a compilare l'attual paragrafo delle opere
di scultura. E poiché la ritrovo colle parole uniformi a quelle da me prodotte nella prima edizione, così deggio a questo
luogo ripeterla.
NOBILE JOHANNI GAUDET DE PACE SEPULCHRUM
QUOD CERNIS LECTOR SPIRITUS ALTA TENET.
HUNC INTER SYLVAS CLARIS NATALIBUS ORTUM
DE GENTE CASTO PELLIT AMORE DEUS.
DELUBRA UT PISIS TENUIT, BETSAIDE CRETO
CONDERET ET TRIADI TEMPLA SACRATA PRIUS.
68. Non fia discaro agli amatori dell'antiquaria e del buon gusto di riprendere a pochi passi la fila dei sarcofagi nel lato
ove scompartite sono le pitture per rintracciare un bassorilievo degno di osservazione, giacché inavvertito non lo ricordai
a suo luogo.
Egli è situato appresso a quell'urnetta cinenaria coll'iscrizione Scriboniae etc. e va innanzi al num. 6 nella pag. 152. In lui si ravvisano disposte varie Nereidi, che adagiato il fianco su Tritoni posano
con leggiere e facili mosse: uno degli argomenti che spesse fiate rreplicati sono sulla fronte delle urne ferali. Quella ninfa
in ispecie voltata in ischiena, figura di miglior disegno malgrado quel fino occulto pregio che le fu tolto, fa onore all'artefice.
La maggior parte delle medesime hanno in mano canestri ripieni di frutti marini e suonando conchiglie e buccini esprimono
una festa di gioja. Corrispondono i bassirilievi delle fiancate condotti con eguale eleganza oltre al costume, come altrove
notai. Nella fiancata sinistra per chi osserva son liete immagini di ninfe, che scambievolmente si abbracciano co' tritoni
ed inspirano gioja e piacere. Spiega la destra se mal non mi lusingo l'oggetto dello storiato lavoro. Quivi la dea sedente,
figura nuda e graziosa, corteggiata da ninfe festeggianti e dal suonator di due tibie, fiancheggiata da' delfini con bene
introdotti amorini sul dorso e preceduta dal venerando nume, di Anfitrite con Nettuno lo sposalizio rimembra. Seppure ella
non è la dea di Cipro, a cui Nettuno concede il dominio delle onde, essendo il delfino sacro a Venere e simbolo di lei, come
nelle medaglie spesso s'incontra, ed essendo più analoghi a un tal fatto i cari vezzi e i molli baci che nelle figure dell'opposta
parte osservammo. La materia ond'è una tal'opera condotta è di bellissimo marmo greco, e greco ancora giudicherei volentieri
lo stile.
Soddisfatto al mio impegno d'illustrare in seguito alle tre prime Fabbriche pisane la quarta eziandio, rare tutte e forse
uniche in Europa, prego il benigno lettore di scusarmi se talvolta all'amor di brevità in me prevalse l'idea di divulgarne
distintamente i pregj per gloria di Pisa e per utile di quella classe di amatori che bramano esser di tutto informati; come
pure se fui talora sedotto dalla lusinga di vestir la fronte altrui di quel diletto che io esso provai nel contemplarle in
ogni minima parte di loro. In oltre rivolgendo il mio dire al Campo Santo, ultimo nobilissimo edificio da me in debol guisa
illustrato, se interpetrazion timida e fallace talvolta io detti ad alcuno de' mitologici fatti che fregiano delle sepolcrali
urne antiche la faccia, compatimento ne sappiano i veri antiquarj, coloro appunto che sanno la difficoltà qual sia nel produrre
un sentimento ch'all'antiquaria riguardi. Se poi avrò mancato alle più confacenti citazioni, all'ordine e al numero degli
oggetti, e se da taluno forse una maggiore esattezza si desiderava, abbiasi considerazione che mentre l'opera è sotto i torchj,
io scrivo che l'ordine sovente si permuta e che trattener non volli il leggitore erudito in minuzie che dalla gravità del
luogo rispettabile, dall'albergo dei defonti, anderiano sbandite. Mi saprà ben grado che all'imperizia mia, dai lunghi studj
non vinta, di perizia dotato un amator supplisca.
Circa all'essermi io forse di soverchio occupato in produrre molte iscrizioni moderne, e molte ancora dei bassi tempi, oltre
alle romane, ragion sufficiente per me ne adduce il chiarissimo Maffei nel nuovo museo di Verona, ove dice: Ma per terminar
le romane (inscrizioni) non terminerà la nostra raccolta, grand'error parendomi il disprezzare, e il non far conserva delle
posteriori, quasi che per esser barbare di stile e deformi di carattere, preziose esser non possano per notizie talvolta tanto
più necessarie, quanto di cose più vicine e di tempi più oscuri.
ANNOTAZIONE
La notizia pubblicata colla data di Pisa nel Giornale del dipartimento dell'Arno del 18 Luglio 1811 riguardante il Campo Santo che incomincia: Più di ottanta sono i varj sarcofagi Greci, Etruschi, e Romani, tolti all'aria
scoperta che li distruggeva, e messi ora al sicuro, ella non mi appartiene, né di mira la prendo, ma poiché il prefato articolo
la dimenticanza mi rimembra di non aver io dati di que' monumenti enumerazione alcuna e di non averne schiarito la variata
condizione, oggi per non comparire scrittor poco esatto o malizioso ad alcuno de' leggitori che questi miei fogli onorano,
mi fo un dovere di segnar quanto appresso.
Numero di tutti i sarcofagi da me riscontrati nel giorno 22 luglio 1811.
Nella Loggia meridionale ... Num. 33
Nell'orientale ... 3
Nella settentrionale ... 34
Nel claustro scoperto ... 2
Tutti compresi i quattro più piccoli sono: 72.
Or per ritrovare il numero di più d'80 converrebbe impropriamente comprendervi il vaso del baccanale, le 5 piccolissime urne cinerarie e le 5 fronti incassate nel
muro a uso di bassorilievo.
Ma sia pure un abbaglio il numero di sopra 80 sarcofagi, come in una data di più recente giornale si legge, il fatto è che ad eccezione di pochi, come accennerò in seguito, non
furono tolti all'aria scoperta, e posti ora al sicuro, né son tutti greci, etruschi e romani.
Riguardo a questa ultima frase egli è da sapersi che circa a 16 arche son prive affatto d'ogni figura, per lo più lisce sono
e tali da far loro godere l'intemperie dell'aria, che molte non son per l'artificio, o per taciute cause valutabili, e che
si residuano a poche quelle ch'ai tempi indicati appellano, da me già 20 anni sono ed in questo libro descritte.
Or alla prima frase devenendo, dirò in primo luogo che circa a 60 sarcofagi godono grazie al cielo il vantaggio dei coperti
loggiati del Campo Santo sino dalla remota epoca medicea accennata dal Martini nel 1705, che fin d'allora ei ne contò 60,
e da me citata nell'edizione del 1787 e sul principio di questo capitolo ripetuta. Quindi riscontro i soli 3 levati dal claustro
scoperto del medesimo edifizio, ed i 6 d'altronde, uno cioè dal dintorno del duomo, uno dal muro esterno di una casa rurale,
due dall'orto della saponiera, uno dal chiostro di s. Niccola, ed il sesto da un orto da s. Lorenzo, tutti da me notati e
descritti nella prima edizione, e ne raccolgo il semplice numero di 9, e siano pur dieci col vaso citato e anche 11, gratuitamente
messi ora al coperto Così essendo, erronee compariscono le due frasi dell'indicata gazzetta.
Seguitando la narrazione, accennerò che num. 11 sarcofagi furono trasportati dalle chiese, cioè 5 dal soppresso s. Zeno, per
provvida cura del Maire di Pisa sig. Ruschi, e 6 dalle attuali chiese di s. Silvestro, di s. Matteo, di s. Martino, di s.
Michele in Borgo e del cimitero di s. Pierino. Qui siami lecito il riflettere che un tal provvedimento, sia per i sarcofagi,
sia per le iscrizioni, o simili monumenti, ottimo sarà sempre riguardo alle fabbriche abbandonate e depresse, ma non a quelle
che tuttora esistono.
A coloro poi che disapprovano il modo di far risuonar tant'alto l'odierna intrapresa, pretta meccanica operazione, io non
rendo conto di ciò che a me non cale, bensì sarà loro facile rilevarne l'oggetto. Se d'ingegno svegliato e noia suscettibile
d'affascinamento son eglino, avran forse campo di darle il suo giusto peso, se la mia descrizione del Campo Santo trascorrendo
avvertono che mancò virtù in me di dar colore alle bellezze sciapite, e che l'acqua lustrale a cintola non porto. Non mi pento
per altro di averne scritto con quell'urbanità che in me s'annida; tenendo dietro alla novella ordinanza, non ricusai fatica
nel descriverlo com'egli è di presente; siccome la via della sana critica abbenché necessaria batter non volli, per dileguare
ogni ombra d'interesse o d'invidia, di che le mie carte non furon tinte giammai.
Sol mi conviene aggiungere che l'idea di porre al coperto i monumenti di marmo (ch'esser dovrebbero l'unico ornamento del
locale serioso e grave) esposti all'intemperie dell'aria o gettati nei magazzini non si deve soltanto all'antico mio voto,
né all'averne io indicate minutamente le tracce nei tre vecchi volumi, ma ch'ella fu già di Flaminio dal Borgo chiar. scrittore, ed in oltre del defonto valente pittore Gio. Battista Tempesti e del vivente letterato sig. Ranieri fratello di lui, che ambidue all'operajo Borghi la comunicarono. Cosicché costi che ai pisani fu sempre a cuore la conservazione degli antichi monumenti di merito e del
Campo Santo loro, dovendosi ascrivere soltanto o mala sorte se le istanze fatte da qualcuno di essi per l'esecuzione non ottennero
l'intento desiderato.
Dirò in fine che se cura non presi di riportare l'iscrizione di qualche cristiano impressa sull'arca de' gentili che gli fu
sepolcro, si attribuisca alla idea di far ciò a più bell'agio con altro che riguarda le antiche iscrizioni, sacre ai dotti
antiquari, e che il genio fino e squisito dell'uomo dell'arte bramato avrebbe di vederle non già rubricate, e molto meno ritoccate, ma nello stato loro naturale, o sia affatto scevre da qualunque violazione.
2.6. CAPITOLO VI.
La scultura nel secolo XIV
2.6.1. § 1. Andrea Pisano
Il disegno base fondamentale d'ogni arte continuò a risplendere in Pisa nelle mani principalmente degli scultori pisani anche
nel corso del secolo XIV. E se la pisana Scuola pochi anni dopo il 1300 priva restò per inevitabile cagion di morte de' primi
suoi luminari Niccola e Giovanni, non mancarono altri genj novelli che non solamente la sostennero, ma che lustro e rinomanza le accrebbero.
Le memorie certissime che tuttora ne restano d'Andrea, di Giovanni, di Balduccio, di Tommaso e di Nino, tutti originarj da Pisa, proveranno l'assunto nostro e da esse si comprenderà facilmente quanto la Scuola pisana continuasse
felicemente a propagare i lumi dell'arte architettonica e di quella in ispecie di scolpire in marmo ed in metallo.
Dando incominciamento a ragionar dal primo de' nominati artefici, ei nacque in Pisa nell'anno 1270, e furongli maestri nelle
cognizioni dell'arte i propri maggiori.
Già si disse in luogo acconcio che Andrea fu compagno di Giovanni in quel che questi operò in Perugia nell'anno 1305. Una tal memoria ci porta a credere con molta verosimiglianza che Andrea giovinetto avesse Giovanni per maestro eziandio in tutto quel che appartiene alle arti di architettare, di scolpire e di fonder metalli; finché poi
giunto la un'età più matura non isdegnasse lo stesso maestro di porlo a parte della sua gloria. Si scolpirono pertanto nel
bronzo citato alla pagina 114 i nomi di ambedue, ed ambedue si chiamarono artefici e maestri.
Con tali parole opinammo nella prima edizione di chi additò il cammin dell'arte al giovinetto Andrea. Oggi godiamo che a confermar l'opinione ed a far mai sempre chiaro il fonte oud'egli ne attinse i precetti e le necessarie
nozioni vaglia il documento che alleghiamo: Andreuccius Pisanus Famulus Magistri Johannis. Lo estrasse il lodato professore sig. Ciampi dai libri dell'opera del duomo dall'an. 1099 al 1305, e seco volentieri ci
accordiamo a rilevar dalle parole sopraespresse la benevolenza del maestro verso lo scolare
subito che per suo giovine lo prescelse.
Il Vasari scrivendo la vita del nostro Andrea non ne assegna la scuola. Dice per altro che trasse i maggiori ajuti dal contemplare gli antichi pisani sarcofagi, e che
cominciò a operar meglio sulla considerazione del nuovo disegno di Giotto, perché le belle maniere ed arti essendo spente al tempo di Andrea, quella era solamente in uso che dai goti e dai greci
goffi era stata recata in Toscana. Ma il Vasari stesso avendo già attestato nella vita di Niccolò e di Giovanni pisani, ch'essi in tante tenebre diedero non piccolo lume alle cose di quest'arti, nelle quali furono in quell'età veramente
eccellenti, manifestamente si contradice e dà un nuovo saggio di soverchia parzialità per la Scuola fiorentina. In oltre,
ci fa misticamente intendere il sistema immaginato contro ragione e contro la verità di fatto, cioè che i bravi scultori pisani
avessero maestra la natura soltanto; e con dare ad essi in tal guisa una lode, vuol togliere a Pisa quella che altre scuole
prima di loro facessero ogni sforzo per ristorar l'arti. Ma noi crediamo di aver reso chiaro abbastanza ove fu d'uopo un tal
argomento, provando che il prodigioso disegno della scultura nei tempi di mezzo non nacque dal nulla in un tratto, e che Niccola non giunse a saper profittare del bello dei pili antichi coll'ajuto dell'inclinazione soltanto, e senza scuola; ed il nascimento
altresì ed i progressi dell'arte pisana additammo.
Non si vuol negare la probabilità che Andrea, dopo che fu in Firenze, in virtù della amicizia di Giotto e pel numero e per l'importanza de' lavori le sue idee non perfezionasse. Ma poiché sappiamo che, quando i fiorentini lo
invitarono (che dovette essere poco dopo il 1300 e quasi contemporaneamente alla suddetta opera di bronzo ch'ei fece in Perugia
con Giovanni), erasi già sparsa la fama del suo sapere, sarà facil cosa l'argomentare e il credere che in Pisa stessa egli divenne nell'arte
maestro cogl'indicati mezzi e col natural talento, senza del quale l'indefesso studio de' pittori e degli scultori è vano.
Non consulteremo il Baldinucci, altro scrittore delle cose di Andrea, perché su tal articolo egli si mostra un malizioso interprete dell'aretino scrittore. E se pronunziò sentenza, ciò che il
Vasari non fece, che Andrea per qualche tempo operò col solo ajuto della naturale inclinazione, e che fu della Suola di Giotto
e che i pisani e i sanesi sì pittori che scultori, non escluso il Simon da Siena, divenissero migliori sul buon disegno appreso da Cimabue e da Giotto, ben meritò di essere sodamente confutato dal ch. p. della Valle. Non meno d'error convince l'uno e l'altro scrittore con
dotte e ragionate osservazioni l'estensore erudito dell'elogio d'Andrea inserito nel T. II. degli Uom. Illus. Pis. Finalmente in forza del documento esposto qual conto far si debba in ispecie della
prima espressione del Baldinucci ognuno ne giudichi.
Volendo noi far conoscere il giusto merito del nostro artefice, non accaderà tessere ordinatamente l'elogio storico di lui,
ma ci contenteremo di enumerare le migliori produzioni dell'arte sua.
Non è piccol fregio per la Scuola pisana che l'emula Firenze, portando fin d'allora amore alle arti e agli artefici, dopo
di avere onorato e premiato Niccola e Giovanni, continuasse a riconoscer la medesima per vera e prodigiosa ristoratrice delle due soprallodate arti d'imitazione, architettura
e scultura, facendo lieta accoglienza al più rinomato successore dei prefati maestri, dico del nostro Andrea d'Ugolino.
A questo essa affidò i lavori di scultura più importanti, quegli cioè destinati all'ornamento della gran cattedrale di s.
Maria del Fiore, del celebre campanile e del tempio di s. Giovanni. Lo attestano varj scrittori ed il Vasari stesso, scrivendo
la vita di Andrea ed i meritati elogi tessendone, si espresse che i fiorentini riconosciuta la maestria del suo scalpello nel gruppo di tondo
rilievo, ove avea bene scolpito il ritratto al naturale di Bonifazio VIII e le figure di s. Pietro e di s. Paolo, come ancora
alcune figurine di profeti destinate a ornar la facciata della chiesa suddetta, fu risoluto che tutti i lavori d'importanza,
si dassero a fare a lui, e non ad altri. Stante che non molto dopo gli furon date a fare le quattro statue de' principali
dottori della chiesa. E finite queste, che gli acquistarono grazia e fama appresso gli operaj, anzi appresso tutta la città,
gli furono date a fare due altre figure di marmo della medesima grandezza. La facciata restò disadorna di tali opere, come
lo fu de' quattro evangelisti di Donatello, quando fu disfatta l'anno 1586, o 1588, secondo il parere del Nelli, che ne dà
il rame sul disegno di Giotto nella sua opera di s. Maria del Fiore. Fu vana ogni mia cura di rintracciarne orma alcuna sì nell'interno della cattedrale,
come nella casa dell'opera secondo i ricordi lasciati dal Rondinelli, ed accennati dal p. Richa nelle notizie storiche delle
chiese fiorentine204. Ma colla scorta del Manni, che nella storia del Boccaccio dà il disegno della statua di Bonifazio, ricercando i nobili ornamenti
della distrutta facciata nei viali e nei giardini, in quello dei signori Riccardi in Valfonda ritrovai il suddetto Bonifazio
sedente, che adorno il capo d'un ben alto triregno e con vestimenta convenienti alla dignità di sommo Pastore, ma però privo
d'ambe le mani, fu condannato a servir d'ornamento alla testata di un erboso viale. Due statue dei soprannominati dottori
, e quelle di s. Pietro e di s. Paolo son collocate a mio credere in altro sito del medesimo giardino. Gli altri due dottori
sono in principio del gran viale che conduce al Poggio Imperiale, e giurerei che anche nelle nicchie dell'anfiteatro di Boboli
son collocati altri avanzi del compianto edifizio, che tale è la sorte di ciò che la natura e l'arte producono.
Seguitando gli encomj d'Andrea deesi tralasciare quel che di lui scrisse f. Giovanni da Firenze, uno degli architetti invitati da Ferdinando II per fare
un modello della facciata medesima e che trovasi presso il p. Richa: La muraglia della facciata della chiesa di s. Maria del
Fiore nella sua grossezza si alza formando un angolo acuto; che però non è da maravigliarsi se Giotto e Andrea Pisano, che
cominciarono la facciata, non la tirarono a fine, perch'ebbero paura che il carico dei marmi e delle statue di sopra non traboccasse
innanzi.
Ma l'opera che più di tutte qualifica il nostro artefice per uno de' più valorosi genj pisani ella è certamente la porta meridionale
di s. Giovanni della medesima città di Firenze, condotta in metallo dorato e di bassirilievi adorna. Se se n'eccettua il fregio,
che in parte fu lavorato a fiorami e frutta da Lorenzo Ghiberti e che gli stipiti e l'architrave abbella, il rimanente è opera
di lui.
In ciascuna delle imposte sono scompartite in due file quattordici storie riguardanti il Nazzareno, la B. V. e il s. Precursore.
Sonovi espresse le virtù cardinali, ed alcune teste di leoni in quel genere primeggiano. Se poi delle figure il difficile
ed operoso lavoro si esamina, riconosceremo per le più felici quelle esprimenti la Visitazione e la Presentazione al Tempio.
Siccome una maggior bontà nei panni ed un atteggiamento più grazioso si manifesta ove si rappresentano in femminili sembianze
l'Umiltà, la Fede e la Fortezza. Il Battesimo per immersione è come faceasi ne' due secoli dopo il mille, ma in foggia men
barbara perocché le acque son trasparenti, ne oltrepassano la metà della persona del Redentore. Cosa finalmente notabile per
quel tempo è l'artificio nel fondere, spiccando in ogni parte il getto di buona forma, ed il bronzo rinettato con maestria.
Dal che rilevasi che l'onorata commissione destò nell'animo dell'artefice tutto l'impegno di migliorar quell'arte da lui già
innanzi coltivata205 e che coll'altre gettò in Pisa le sue radici206.
E perché le maggiori fatiche di simili opere non si eseguiscono senza l'ajuto di altra mano, si servì Andrea nel fondere dell'ajuto de' suoi discepoli, cioè Nino in particolare, e di un certo Leonardo veneziano, quell'istesso verisimilmente che fu scolare di Giovanni, come imparammo dall'iscrizione:
Magister Joannes cum discipulo suo Leonardo ec.
Osservazione piacevole non meno che il lavoro furono per noi i caratteri di metallo che, a gloria di Pisa ed a perpetua memoria
dell'autore, stanno impressi nel fregio superiore della storiate imposte e sono i seguenti:
ANDREAS UGOLINI NINI DE PISIS ME FECIT
A. D. 1330
Chiaro è per essi ch'Andrea d'Ugolino di Nino, o d'Ugolino detto Nino207 denominar si debba il pisano maestro, come sembra stimasse il p. Mabillon scrivendo del batistero fiorentino: Unam ex valvis
effinxit anno 1330 Andreas Ugolini Pisanus208, e come ha creduto l'erudutissimo Tiraboschi così cominciando a dir di lui: Andrea figliol di Ugolino di Nino, come ci vien
detto nell'Iscrizione ec.209.
Una tale iscrizione fu meritamente valutata dal p. Richa, la riportò il Mabillon nel suo itinerario italico, il Cinelli nelle
bellezze di Firenze e più accuratamente Leopoldo del Migliore nella sua Firenze illustrata la produssero. Il Vasari poi ed
il Baldinucci, fedel seguace di lui, o per ignoranza o per malizia la tacquero. Di tali cause la prima non gli rende scusabili,
non giova la seconda all'immaginato proponimento del più antico scrittore di voler dare al suo Giotto il disegno del commendato lavoro. Né ciò merita considerazione, perché il Vasari stesso, affermò chiaro ch'egli cioè Andrea
avanzava in bontà e disegno tutti coloro che insino allora avevano lavorato, perché gli scultori pisani il miglior disegno
in quell'età possedettero e perché inverosimil cosa è che Andrea incidesse in fronte alla porta a caratteri indelebili di bronzo una gloria totalmente non sua210.
Dopo di aver noi pubblicato un sì onorevol monumento e dato un cenno del pregio dell'opera, passeremo a riferire alcuni detti
di accreditati scrittori, per far viemaggiormente conoscere quale strepito dovette far essa in que' giorni. Sebbene affermò
il Vasari pare a molti che in tali storie non apparisca quel bel disegno e quella grand'arte che si suol porre nelle figure,
non merita Andrea se non lode grandissima per essere stato il primo che ponesse mano a condurre perfettamente un'opera che
fu poi cagione che gli altri, che sono stati dopo di lui, hanno fatto quanto di bello, di difficile e di buono nelle altre
due porte e negli ornamenti di fuori al presente si vede. Essa in fatti non cessa di rammentare a chi coll'età l'arte combina
gli onorati progressi della Scuola pisana in tal genere e relativamente trionfa in mezzo agli stupendi lavori che circa a
un secolo dopo condusse Lorenzo Ghiberti nelle altre due porte, imitando nella prima di esse il nostro commendato esemplare.
Non meno acconce al nostro ragionamento sono le parole di Simone della Tosa scrittor contemporaneo, e son ben degne di essere
in questo luogo trascritte: An. 1330 corse tutta Firenze a vedere la porta di bronzo fatta da Andrea Pisano a s. Giovanni
che fu collocata alla porta di mezzo, poi trasferita dalla banda di mezzodì, e la Signoria non mai solita di andar fuora di
palazzo, se non nelle maggiori solennità, vennero a vederla alzare cogli ambasciatori delle due corone di Napoli e di Sicilia,
e donarono ad Andrea, per ricompensa di sue fatiche, la cittadinanza di Firenze. Basta una così onorata menzione concorde
a quella fattane dal Vasari, onde si taccia quel che ne scrissero favorevolmente Giovanni Villani, altro storico di quel tempo211, il Boninsegni, che per l'arte di Calimara fu uffiziale a detta porta, il Migliore212,Vincenzo Scamozzi nel suo trattato di architettura213, il p. Richa214 ed Antonio Lumachi nelle sue memorie storiche dell'antica basilica di san Giovanni di Firenze.
Oltre le opere di Andrea fin qui enunciate, altre ne commendano i soprannominati autori poste per ornamento dei suddetti edifizj.
Asserisce il Migliore che sono di esso i sei battesimi indicati dai caratteri di quel tempo e condotti di bassorilievo nelle
facce del fonte battesimale del medesimo tempio. Antonio Lumachi fa special menzione dell'altar maggiore, come opera di Andrea, e ne riporta il p. Richa questa deliberazione: A. 1336 si volta l'altare dall'altra parte e in testa vi si colloca il tabernacolo
dentrovi una statua di s. Giovanni ed ai lati due angeli scolpiti da Andrea Pisano. Ma poiché fu eretto il presente altare
nel 1732 ricercando ora in vano alcun avanzo delle vecchie sculture, ci rivolgeremo a rintracciarne molte altre che, in marmo
condotte, formano tuttora una parte del ricco ornamento del magnifico campanile di s. Maria del Fiore, incominciato da Giotto nell'anno 1334, secondo il Vasari.
Sebbene dall'asserzione di questo autore il Richa alquanto si discosti, noi combinando la maniera del pisano artefice ci accorderemo
col primo, dando agli scalpelli suoi quei bassirilievi che da formelle esagone per lo più racchiusi ornano le tre facce orientale,
meridionale ed occidentale de' due primi ordini della torre215. Nel primo di essi si rappresentano alcuni fatti della Scrittura incominciando dalla Creazione d'Adamo. Sono scolpite in
seconda fila le sette Virtù, le sette Opere di Misericordia e i sette Pianeti.
Fralle statue grandi forse più che natura, ch'entro le respettive nicchie formano il superiore ornato, e fralle quali il Zuccone di Donatello distintamente si addita, tre si assegnano dal Vasari al nostro scultore nella parte che guarda il Mezzogiorno. La quarta,
ch'egli attribuisce a Tommaso detto Giottino, potrebbe esser forse l'ultima a sinistra di tal facciata, abbenché noi abbiam forti motivi di creder essa coll'altre dell'istessa
mano d'Andrea.
Ma checché sia di ciò la prima e destra, sovra di ogni altra pregevole è quella che noi diamo in esempio nel foglio di rame,
e ci lusinghiamo che il nostro disegno indichi bastantemente una molto buona maniera nel panneggiamento, principale studio
degli scultori pisani, una posizion naturale e la testa non priva d'un adeguato carattere.
Son parimente attribuite al nostro maestro le tre figure situate sul gotico frontespizio della porta del mentovato campanile,
sebbene a dire il vero son prive di movimento e di grazia. Se il Vasari ne dà a Giotto il disegno, noi non ne approfittiamo per criticarlo e vogliamo creder piuttosto che gli scolari vi lavorassero più che il
maestro, che dette maggior finimento alla più eminente, la miglior figura delle altre.
La mezza figura della Madonna col Bambino in collo, che si conserva in un tabernacolo nella facciata laterale della soppressa
chiesa della Misericordia, è altra opera di marmo del nostro scultore. La commenda il Vasari, ma quella bellezza antica ch'ei
vi ravvisa è forse nelle teste di qualche grazia adorne216.
Secondo l'attestato del Vasari medesimo e del Baldinucci ancora, è di mano di Andrea la Madonna di marmo alta tre braccia
e mezzo col figlio in collo, ch'è sopra l'altare della chiesetta e compagnia della Misericordia sulla piazza di s. Giovanni
di Firenze, che fu cosa molto lodata in que' tempi e massimamente avendola accompagnata con due angioli che la mettono in
mezzo, di braccia due e mezzo l'uno.
La Madonna in fatti indicante il far pisano nell'atteggiamento del panno facile e condotto con belle pieghe, sul quale sono
sparse alcune stelle e croci pisane, dovette essere in fama di bella in quel tempo. In essa e nelle figure degli angeli, par
che il carattere di Nino figlio di Andrea si manifesti, che forse ci lavorò col padre quando non era ben formato nell'arte, come lo vedremo in appresso. Concorda col
parere del Vasari una lettera del Proposto del Bigallo dott. Angiolo Maria Ricci, riportata dal padre Richa i questi termini.
Una statua di marmo al naturale rappresentante la Madonna in piedi col Bambino in collo è lavoro di Andrea Pisano. Vi sono
dalle bande due creduti angeli pur di marmo. Ma oltre al non aver l'ale, la loro sembianza par piuttosto femminile ed hanno
in testa la Mitra delle donne ebree, che si vede similmente in capo alla detta statua della Vergine217. Ma grave dubbiezza su tali asserzioni sembra ad alcuno che nascer possa dall'istrumento del dì 6 giugno 1359, tratto dall'archivio
del Bigallo di Firenze e che è concepito con queste parole:
A dì 6 luglio 1359.
It. allogarono a fare la Immagine di marmo di nostra Donna col Figlio in braccio in atto di misericordia, adornata, fregiata
da fregi d'oro e lustrata come si conviene e simigliantemente due agnoli, la quale figura dee essere d'altezza braccia tre
o più, e quella degli angeli br. 2 e mezzo o più a Alberto Arnoldi maestro del popolo di s. Michele Bertelde per a tutte spese
di quello Alberto con salario di fiorini centocinquanta per la figura di Nostra Donna e di fiorini cento trenta per le dette
due figure degli angioli. La quale figura dee essere di quella bontà e maestrio che la figura di Nostra Donna in Pisa, della
quale bontà industria e maestrio si debba stare a detti di tre overo quattro maestri buoni e legaj e di buona coscienza della
città di Firenze che si debbano eleggere per i Capitani che saranno per lo tempo, e se non fosse bella come quella di Pisa
non si debba torre, e le immagine degli agnoli debbano essere di quella bontà e di quella bellezza di marmo che risponda
alla detta figura, e dee avere il pagamento in questo modo. Al presente fiorini cento d'oro, e quando la figura di Nostra
Donna sarà compiuta salvo lustrata abbia fiorini cinquanta d'oro, e quando vorrà comperare il marmo per gli agnoli abbia fiorini
cinquanta d'oro, e l'avanzo compiute, poste e acconce a tutte sue spese le dette figure all'Oratorio ec.218.
A dì 16 agosto 1364.
It. deliberarono, et absolvettero Alberto Arnoldi maestro et Alesso suo mallevadore dalla promessa fatta per loro di fare
le figure di Nostra Donna con gli Agnoli, e dichiararono essere fatte secondo la promessa fatta per lo detto Alberto, come
comandarono che la carta et ogni promesso sia cassa, annullata e per me cancellata219.
Giusta l'espressione di tali strumenti, parve in principio a me pure di dover togliere al pisano artefice il merito di aver
prodotte queste opere di scultura, concedendo all'ignoranza de' tempi la maniera di sciogliere Alberto Arnoldi e il suo Mallevadore
della promessa fatta subito ch'aveva egli eseguito il lavoro. Ma esaminata poi l'epoca dell'instrumento di commissione del
dì 6 luglio 1359 e quella dello scioglimento della mallevadoria del 1364, ed investigate altresì le opportune notizie che
la vecchia Compagnia della Misericordia colla casa annessa fu eretta circa all'anno 1240220 sulla cantonata della piazza di s. Giovanni, e la strada che va a' Calzajoli dai dodici Capitani cruce signati militiae Iesu Xti per consiglio di f. Pietro da Verona Domenicano, che fu poi s. Pietro Martire, e col disegno di Niccola pisano, e che fino al 1425 i Capitani del Bigallo non ne ricevettero il possesso221, ecco da tutto ciò quanto stimai di raccogliere. Se fino al 1425 e non prima furono insieme unite le due Compagnie del Bigallo
e della Misericordia, e se questa altresì esisteva fino dal 1240 circa, dovrà farsi conto dell'attestato de' citati scrittori,
o sia questo appoggiato su documenti autentici o sulla verbal tradizione, e dare agli scalpelli di Andrea d'Ugolino le predette tre statue di marmo come fatte più di trent'anni prima della commissione data ad Alberto, che fu verosimilmente
uno della numerosa scuola del medesimo Andrea222. Siccome altresì potrebbesi concedere che detto Alberto facesse per l'Oratorio del Bigallo verso il 1360, quand'era ancor
separato dalla Compagnia della Misericordia, le tre statue indicate nell'instrumento, delle quali si sa qual fosse il destino,
dopo che le due Compagnie furono insieme unite.
Riguardo poi all'espressione usata in detto contratto di obbligare il fiorentino scultore che la sua figura dovesse essere
in bontà ed in maestria eguale a quella di Nostra Donna in Pisa, non avendone autentica memoria, sospetteremo non senza ragione
che per un sì distinto originale additar si volesse la Madonna ancor esistente nella chiesa della Spina, che, come più bella,
grandeggia sovra tutte le altre fatte precedentemente da pisani maestri.
Nino, che ne fu l'autore, e potette esserlo circa all'anno 1350, il grido che infallibilmente in quei giorni dovette aver quest'opera
di marmo per ogni dove, come osserveremo in appresso, e l'altra commissione che si dà ad Alberto de' due angeli senza dichiarazione
di fargli eguali a quegli di Pisa, perché in vece sono quivi due statue di s. pietro e di s. Paolo, son tutte circostanze
concorrenti a far credere quanto abbiamo sospettato.
Non ometteremo di avvertire che il gruppo delle indicate tre statue date ormai sicuramente agli scalpelli di Andrea esiston tuttora sull'altare adorno d'intagli e di figure colorite da Ridolfo di Domenico Ghirlandaio, come lo descrive il Vasari, e nel luogo stesso che fu prima Compagnia della Misericordia, di poi Compagnia del Bigallo,
quindi semplice Oratorio ed ora archivio di esso. Altresì noi, con aver opportunamente qui riportato l'istrumento del Bigallo,
stimabil dono del defonto Angelo Fabroni chiarissimo letterato, avremo con esso plausibilmente ripetuto che le pisane opere
di scultura servirono di modello e d'instruzione a quelle che si fecero in Firenze ed altrove. Ma dopo non inutile divagamento,
ritorniamo al nostro artefice e vedremo ch'oltre agli scalpelli il compasso di proporzione maneggiò egli eziandio.
Nell'anno 1310, epoca in cui Enrico VII discese in Italia, le città guelfe alla difesa s'accinsero. Firenze pertanto affidò
al celebre pisano maestro la sua sicurezza, il quale di mura la cinse corredandola di maschie torri e di bastioni. Lo scrive
il Vasari nella vita d'Andrea; il Villani lo attesta nel cap. decimo del non libro, ed aggiunge la notizia che nel dì di santo Andrea fu incominciato il
lavoro che fatto subitamente in poco tempo fu lo scampo della nostra città. Ci assicurano i citati scrittori che il nostro
architetto, dopo che improvvisa accadde la morte d'Enrico nel 1313, continuò la fabbricazion delle mura in vasto giro, e con
magnifico disegno la porta a s. Friano condusse al termine che si vede. In oltre fu adoprato Andrea in cose di sommo rilievo da Gualtieri duca d'Atene circa all'an. 1342, allorché fu signore di Firenze. Questi, mostrando
amore alle arti, volle abbellire quella città di fabbriche col disegno di lui, in oltre fece fortificare il proprio palazzo,
ma gli giovò poco l'impegno e la maestria dell'artefice per quivi assicurarlo, perché i fiorentini discacciandolo nel 1343
si sciolsero ben presto dal tirannico giogo.
Or passiamo a narrare che Andrea fu non solo il più accetto ai fiorentini, ma ad altri popoli ancora. Del disegno di lui si prevalsero i veneziani nella costruzione
del grand'Arsenale, e vollero da' suoi scalpelli condotte alcune statue della ricca facciata di s. Marco: lo scrive il Vasari
sull'asserzione altrui.
Il Castello di Scarperia nel Mugello, edificato secondo il Villani nel 1306, e la Fortezza sulla costa di s. Giorgio fralle
opere di Andrea si annoverano.
La città di Pistoja, che gareggiò con Siena, con Firenze e con altre città italiche nel farsi adorna delle produzioni dell'antica
Scuola pisana, come la più celebre dell'Italia, nell'architettura del tempio di s. Giovanni dimostra a qual grado il soprallodato
maestro possedesse l'arte di fabbricare e qual fu la nobiltà del suo ingegno. Di figura ottagona lo costrusse nel 1300, valutando
la memoria che ne porge il libro dell'opera di s. Jacopo ora nel pubblico archivio223, checché il Vasari all'an. 1337 l'edifizio assegni.
Internamente egli ordinò la vasca a guisa di quella del batistero pisano riguardo ai compartimenti di fuori, e dette all'interna
parte una nobil forma. Ma altre architettoniche sue fatiche cesseremo di rintracciare, e notato novellamente nei pisani quel
singolar pregio che solo vantano i più gran genj per le belle arti, cioè di applicarsi con successo felice a più d'una di
esse, ricercheremo nella cattedrale della suddetta Pistoja un'opera di scultura del nostro artefice.
Ella è il mausoleo collocato in alto nella interna parte della facciata sulla sinistra di chi entra eretto alla memoria di
m. Cino pistojese, che fu legista ed il più elegante poeta lirico di quanti precedessero il Petrarca, ond'ei ne scrisse quel
bel sonetto:
"Piangete Donne, e con voi pianga amore"
L'opera tutta, che al parer mio dovett'esser meglio e più magnificamente ordinata nel suo principio, è di fino e terso marmo
di Carrara. Non sono ad essa contemporanei, come nota il ch. Tiraboschi, i caratteri dell'iscrizione già riportata dal p.
Zaccaria e da altri.
L'urna che posa su quattro mensole ha la sua fronte adorna di figure di bassorilievo. La principale di esse è m. Cino in cattedra
in atto di dettare ai discepoli, e i discepoli atteggiati in diverse naturali posizioni mostrano vera attenzione, buona maniera
che in que' tempi si esprime il Vasari dovett'esser cosa meravigliosa. Al di sopra dell'arca medesima son situate sette statue,
cioè il simulacro di lui sedente con sei giovani ai fianchi, tre per parte. Il simulacro porta gran verità nel volto e buona
maestria nella veste, ma comparisce altrove un soverchio ajuto di scolastica mano.
Avvalora una tal mio giudizio esposto fin dall'epoca della prima edizione la memoria che porge il sig. Ciampi di un chirografo
in cui si dice che il prefato Callino e altro artista sanese, scolari o ajuti che fossero del medesimo Andrea, s'impiegassero
nell'operoso lavoro. Del rimanente riguardo all'autor del sepolcro, né il Vasari né i seguaci suoi ad error si sottoposero,
come qualcuno inchinerebbe a dubitare, perché un pubblico strumento a buona equità ce lo assicura. Lo cita l'estensore dell'elogio
d'Andrea nel tomo secondo degli Uom . Illust. pis. alla nota 13, con queste parole: strumento rogato da ser Cosimo di ser
Spada li 11 Febbrajo 1337, nel quale il comune di Pistoja conviene con maestro Cellino per l'erezione del marmoreo sepolcro
di maestro Cino, secondo il disegno datone da Andrea Pisano.
Finalmente fa molto onore al nostro artista la notizia ch'io trassi da un codice dell'archivio delle Riformagioni di Firenze224, comprovante al certo ch'egli non fu meno onorato dalla patria che dagli esteri paesi, perch'io non trascuri di qui esporla.
In esso trai Sapienti, che tali diceansi quei cittadini i quali venivano eletti dagli Anziani negli affari più gravi, trovasi
più volte segnato Magister Andreas Campanianus come uno de' cittadini del quartiere di Kinseca, e questi mi do a credere non senza fondamento che fosse il soggetto di cui
parliamo. Perocché sebbene tali deliberazioni portino in fronte la data soltanto del mese e del giorno, e non quella dell'anno,
debbon elleno dirsi emanate almeno per la massima parte nell'anno 1323 pisano e 1322 comune, trovando notato alla p. 89 de cetero currit indictio sexta e ciò nel mese di settembre, secondo l'uso vegliante in Pisa di variar l'indizione nel dì 24 di detto mese. Che poi l'indizione
sesta corrispondesse all'anno 1323 pisano può rilevarsi da varie tavole cronologiche225.
Ma oltre alla cronologia del tempo, che non discorda dal nostro pensiero, molto v'influisce l'inscrizione in metallo, che
per buona sorte io trovai nella campana grossa di s. Martino di Pisa e che fedelmente copiata è in questi termini:
A. D. MCCCXXXIII.
AD HONOREM DEI ET BEATE MARIE VIRGINIS ET BEATORVM MARTINI ET FRANCISCI CLARE ET BONE MENTEM SANTAM SPONTANEAM HONOREM DEO
ET PATRIE LIBERATIONEM
ANDREAS ET GHERARDVS ME FECERVNT.
Nell'esterna superficie di questa campana sono scompartiti varj scudi, ed in essi due aquile, la Madonna, la Croce pisana,
due chiavi unite insieme e l'agnello.
Parendo a noi di aver messo in chiaro le rare doti di Andrea pisano, non curando la classe di que' frivoli censori che disprezzano tutto ciò che sa di barbaro, perché lodar non possono
quello che ignorano, ci uniremo co' veri amatori a rendergli la debita giustizia, dichiarandolo il primo e il più valente
maestro di quel secolo nell'arte di gettare e di pulire in bronzo con gentilezza. E se fra i pisani altri ve ne furono che
nel lavorare il marmo contemporaneamente lo pareggiarono, come vedremo in appresso, cero è che per lui fiorì grandemente in
Firenze la scuola pisana d'architettura e di scultura. Frai molti componenti la medesima si segnalarono i due figli d'Andrea, Tommaso e Nino, e Andrea Orcagna fiorentino. Ma questi, se gareggiò nell'arte col maestro in alcuni bassirilievi dell'altare da lui magnificamente architettato
nella chiesa di Orsanmichele di Firenze, tutte le cose sue generalmente cedono in pregio alle migliori pisane produzioni.
Anche un certo maestro Tino condiscepolo del prelodato Andrea non vada per noi dimenticato. Se non ci fu chiara la patria, di lui sappiamo che nel 1315 ei fece l'arca di Enrico VII ch'è
sulla porta della sagrestia de' canonici del duomo, pel documento che riporta il sig. Ciampi tratto dal libro dell'opera del
duomo di Pisa dell'an. 1314226.
Chiuda in fine il presente ragionamento l'epigrafe scritta in marmo dall'encomiaste in s. Maria del Fiore, ov'Andrea, dopo 75 anni di vita, ebbe onorata sepoltura da Nino nel 1345.
INGENTI ANDREAS JACET HIC PISANVS IN VRNA MARMORE QVI POTVIT SPIRANTES DVCERE VVLTVS ET SIMVLACRA DEVM MEDIIS IMPONERE TEMPLIS
EX ERE EX AVRO CANDENTI ET PVLCRO ELEPHANTO.
Una tal preziosa memoria, che fralle prerogative di Andrea quella ancora ci disserra di aver egli scolpito in oro ed in avorio, dobbiamo al nostro Giorgio Vasari, giacché nell'archetipo marmo in van si ricerca, e giacché più non trovasi la grand'urna accennata in quel vasto tempio.
Consultando il Rosselli e il p. Richa, credon essi che sotto il nuovo pavimento ella giaccia con altri monumenti infelicemente
sepolta227 e deplorano la non intelligenza di chi nel passato secolo vi soprantese. Ma l'erudito sig. can. Morena, da me interrogato
in Firenze su tal proposito, favorì dirmi che mentr'ei facea lo spoglio degli scrittori fiorentini nella Lib. Magliab. gli
accadde di trovar memoria del luogo ov'era situato il sepolcro di Andrea, cioè dietro al pulpito nella navata a destra di
chi entra, ma che non prese ricordo del codice onde la trasse.
2.6.2. § 2. Giovanni di Balduccio
Tessendo noi in questo paragrafo le notizie storiche di Gio. di Balduccio, o Balducci da Pisa, farem conoscere agli amatori altro onorato maestro dell'arte pisana e, discoprendo le rare doti di lui nello scolpire
i marmi, suppliremo ad un mancamento notabile degli scrittori i quali, o per ignoranza o per malizia, le tacquero. Il Vasari
fra questi comparisce men degno di scusa, perché avendo egli alla posterità lasciate non poche memorie di Andrea Pisano da noi poc'anzi additate, niuna ricordanza poi fece di un artefice a lui contemporaneo e che gli stette a confronto nella
maestria dell'arte, come colle prove di fatto risulterà in appresso.
Chi somministrasse a Giovanni i primi lumi nelle arti di fabbricare e di scolpire non essendoci noto per alcun sicuro documento, nemmen l'andremo indagando
per non ripetere ciò che si disse d'Andrea, ed a ragion ci dorremo dell'incuria de' nostri vecchi, seppure le importanti memorie che ci lasciarono per malasorte non
si dispersero.
Nella città di Milano avendo noi osservate le più pregiate e laboriose fatiche del nostro Giovanni ed avendo in essa radunate le più rilevanti notizie di lui (di che sempre obbligazione avremo al defonto Anguissola Secco
Comneno), giusto è che da questo luogo ne imprendiamo la narrazione. Il lettore che mi bramasse più conciso soffra ch'io soddisfaccia
all'amor che nutro per l'autore di cui ragiono ed al fine che in quest'opera mi proposi.
Non bastano le accademie corredate di sale adorne di buone pitture, di disegni e di statue tratte dagli antichi modelli del
buon secolo a risvegliare i genj grandi ed a formargli nell'eccellenza dell'arte. I ricchi e giudiziosi mecenati per mezzo
de' premj, degli onori di altri incoraggiamenti, conducono all'acquisto di più perfette cognizioni ed avvalorano gl'ingegni
coll'innalzamento di fabbriche illustri e con decorose commissioni.
Operava Giovanni in patria ed in altre toscane contrade, quando Azzone Visconti, di animo grande e di cultura adorno, bramando molto giudiziosamente
i migliori artefici per la nuova fabbrica del suo palazzo in Milano, non dubitò di ricorrere alla città più florida di architetti
e di scultori, e quivi prescelse Giovanni di Balduccio come uno de' più accreditati in quei giorni228. Ce ne assicura la Storia milanese del Verri, ove di quel principe così parla: Egli invitò e protesse Giovanni Balducci pisano,
esimio scultore per que' tempi, di cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di s. Pietro Martire poco fa da me ricordata.
Col mezzo di questi artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la sua corte e insegnò ai nobili un genere di lusso colto
ed utilissimo ai progressi delle belle arti229.
Per tale invito ritrovandosi Giovanni in Milano, fu affidata al suo valoroso ingegno, come narra il medesimo Verri, la magnifica e dispendiosa idea dell'arca di
s. Pietro Martire da erigersi nella chiesa di s. Eustorgio de' padri Domenicani.
Di quest'opera di scultura, che fu più volte la maraviglia nostra, parleremo or di buon grado con qualche precisione, perch'ella
è del miglior tempo di questo autore ed occupa un degno posto fralle migliori produzioni de' pisani ed il primo, a mio credere,
frai lavori storiati in marmo del secolo XIV, come sarà forza dedurre da ciò che diremo.
Omettendo l'autorità del Torre citata dall'Orlandi230, che nel suo ritratto di Milano dà giuste lodi al pisano scultore e all'opera di lui, e non riportando gli encomj del Giulini231, né la descrizione pubblicata dai religiosi del convento nell'anno 1736 e trascritta dal sig. Lattuada232, accenneremo soltanto ciò che il Taegio narra nelle sue croniche mss.233, cioè che molti nobili e personaggi illustri concorsero co' proprj doni all'inalzamento del mausoleo, e fra questi il re
di Cipro colla regina, che mandarono trecento ducati d'oro ed un nobile cipriotto. Quindi passeremo a darne una breve descrizione,
secondo quello che diligentemente ed ocularmente abbiamo osservato, e ne porremo ancora una copia innanzi agli occhi, che
formerà il decimo quarto de' rami fin qui pubblicati.
Non dubito punto che non sia per produrre sorpresa la carta ch'io presento, e che non diletti i sensi tutta la massa del nobile
edifizio, inventato magnificamente e riccamente decorato di modani ornati e lisci. Condito poi di sveltezza e di gentil forma
ha i pregi proprj del genio del secolo, ed estranei per lo più al far moderno234.
Il marmo contenente le ossa del santo si solleva sopra un imbasamento nobile di otto pilastri e di altrettante statue addossate
a guisa di cariatidi. Varj rosoni ben intagliati sono scompartiti nei pilastri; hanno le statue un geroglifico in mano, e
simboliche figure di animali nella base indicano le tre virtù teologali, le quattro cardinali e l'ubbidienza. L'arca è dai
lavori di bassorilievo tutta riccamente abbellita. Non considerati gli arabeschi e i corniciami sottilmente intagliati, otto
storie del santo, tre per ogni maggior lato e due nelle fiancate, vestono le quattro facce; e ciascun quadro compartiscono
otto statuette, cioè i quattro dottori, s. Pietro, s. Paolo, s. Eustorgio e s. Tommaso d'Aquino. Per dire in breve del significato
d'ognuna delle accennate storie, terremo dietro alla suddetta mentovata descrizione de' religiosi del convento.
Nel quadro di mezzo Innocenzo IV sul trono porge al general dell'Ordine la bolla della canonizzazione. Vien esposto il corpo
di s. Pietro Martire al pubblico culto nel destro quadro; nel sinistro invocato il santo dai naviganti si calma la tempesta
per soprannatural prodigio, e con queste le tre storie espresse nel nostro rame. Tre nella parte opposta han per soggetto
il miracolo di render la favella a un muto, la comparsa di una nuvola al solo cenno del santo, mentre predica sul bel meriggio
a numerosa gente, e le pronte guarigioni di varie malattie. In una delle fiancate vien espresso il martirio del santo, nell'altra
è la sua nuda salma distesa sul feretro con molti religiosi intorno.
Or seguitando la narrazione dell'opera, posano sul piano della cornice superiore otto statue in figura d'angeli corrispondenti
alle sottoposte; ed un coperchio in forma piramidale e similmente adorno di bassirilievi esprimenti s. Giovanni e s. Paolo,
il re e la regina di Cipro, il cardinale Orsini, s. Niccolò il vescovo e s. Caterina chiude la gran cassa. Sopra di esso l'artefice,
per compimento del magnifico e per servire al corrente stile, innalzò un tempietto con pilastrini e colonnette spirali, coronato
con bel finimento da otto guglie e da varie statuette, e nel cui mezzo siede la Madonna col Bambino fiancheggiata da' simulacri
di s. Pietro M. e di s. Domenico. L'opera in somma sì pel lavoro che per la materia ella è in foggia decorosa è nobile disposta.
La materia è tutta di candido marmo lunese tirato a buon pulimento, se si eccettuano i pilastri nell'imbasamento, che son
di marmo brecciato di Verona. Varie dorature la ricoprono ne' fregi, ne' capitelli, ed in varie parti delle figure giusta
all'usata foggia la ricoprono. Il lavoro, sempre che al tempo abbiasi riguardo, è degno di considerazione e di lode. Noi con
franca visione non lo dichiariamo tutto stupendo. Ma perché ci piace di riferire ciò che da un giusto esame risulta, diremo
che qualche figura apparisce mancante di buona mossa e di disegno nelle estremità e nella proporzione, ma che altresì in alcune,
e massimamente nelle principali, lavorate e condotte in ogni parte dalla maestra mano, comparisce oltre a una certa proporzione
e morbidezza un ben adattato carattere ne' volti, nelle estremità e nelle vesti. Onor de' bassirilievi è il distacco felice
di alcune figure dal fondo del quadro, come lo sono i ben variati atteggiamenti delle persone circostanti al corpo di s. Pietro
e la testa di un frate, che non esagerando è degna del bel secolo successore. Mi si conceda ancora che, fralle statue migliori,
additi il s. Tommaso di Aquino ed il s. Paolo; e che in alcuna delle statue reggenti l'edifizio (ad onta del moderno altare
impropriamente addossato) rilevi un non dispiacevole atteggiamento e molta bontà nelle vesti condotte sulla solita foggia
della Scuola pisana, cioè con pieghe non molto rilevate, ma di un andamento naturale e ben inteso e con i contorni rabescati
in ciascun lembo. In quest'opera in somma fu dove Giovanni dimostrò la grandezza del proprio genio e la nobiltà della Scuola pisana; e la città di Milano si fa un pregio di posseder
della medesima uno de' più illustri monumenti. Il nostro autore poi volle perpetuare la memoria di sé e della patria sua
ponendo in fronte al sarcofago la seguente iscrizione:
MAGISTER JOHANNES BALDUCCII DE PISIS
SCULPSIT HANC ARCHAM ANNO DOMINI
MCCCXXXIX.
Finalmente non tralasceremo di accennare che il nostro superbo mausoleo fu condotto al fine nello spazio di tre anni colla
spesa di circa a due mila scudi d'oro, ciò che si raccoglie dalle suddette memorie del convento. Godiamo che il più volte
lodato Tiraboschi abbia fatto onorata menzione di Giovanni di Balduccio Pisano nell'ultima edizione della sua Letteratura Italiana, e che fralle egregie prove del suo valore abbia riposta la bell'arca di marmo... opera singolarmente, se si abbia riguardo
ai tempi in cui fu fatta, di ammirabil lavoro.
Altro lavoro di architettura e di scultura del nostro Giovanni è la porta maggiore di s. Maria in Brera nella medesima città di Milano. Ne fa eterna testimonianza questa iscrizione impressa
nel marmo dell'architrave.
MCCCXXXXVII.
TEMPORE PRELATIONIS FRATRIS GULLIELMI
DE CORBETTA PRELATI HUJUS DOMUS
MAGISTER JOHANNES BALDUCCI DE PISIS
HEDIFICAVIT HANC PORTAM.
Essa può dirsi magnificamente architettata sulla maniera gotico–moderna conforme alle porte del duomo di Genova e di altri
tempj di quell'epoca. E' fregiata di lavori di scultura e le teste umane di variata forma sovrapposte alle foglie de' capitelli,
e le mezze figure a basso rilievo distribuite ne' quattro spartimenti dell'architrave somministrano altra prova del raro talento
di Giovanni.
Non abbiamo fin qui terminato di narrar le opere fatte da quest'artefice in Milano, se fu valido per avventura il giudizio
nostro in attribuire alla sua mano il magnifico deposito che fu eretto per ricordanza del suddetto Azzone Visconti nella chiesa
ducale di s. Gottardo, e che si conservava nel domestico museo del prefato Anguissola mentre visse. Dal concordar degli anni
e principalmente dalla caratteristica del lavoro nacque la nostra congettura. Primieramente la morte del duca accadde nell'anno
1339, e trattandosi di erigergli un grandioso monumento di architettura e di scultura decorato, natural ragione vuol che si
creda che fosse scelto al grand'uopo Giovanni di Balduccio, che appunto in quel tempo aveva dato compimento all'arca di s. Pietro Martire. Circa poi alla somiglianza della maniera
me ne persuase l'esame ch'ebbi campo di farne. Il simulacro del duca giacente sull'urna grande indizio ne somministra. Non
sono lievi segni della Scuola pisana le pieghe de' panni non molto rilevate e vedute dal vero, come ancora le dorature ed
alcuni lembi con trine e fasce dorate. Il colto Anguissola non ebbe difficoltà di unirsi al mio sentimento e si convenne insieme
che, se tutta l'intera macchina, qual fu anticamente, esisteva, il nome dell'autore si sarebbe trovato inciso in qualche parte
di essa.
Il prefato signore, col riparare alla total distruzione del rispettabil funebre monumento, conservò alla posterità l'unica
immagine del più amato signor di Milano frai Visconti, e si rese benemerito della patria e dell'arte.
Chi bramasse avere un'idea di questa grand'opera di marmo può soddisfarsi leggendo la descrizione che ne fa il surriferito
Giulini nella sua storia di Milano e quella ancora del Verri235. Ma passiamo alle opere che in Toscana ed altrove condusse il nostro valente pisano scultore.
Raccolta notizia degli scritti del Targioni che nel castello di s. Casciano, che risiede su deliziosa collina presso Firenze,
era un pulpito nella chiesa di s. Maria del Prato, il dover di buon istorico e di amator delle cose patrie mi spinse ad assicurarmene
ocularmente.
Il pulpito è tutto di marmo bianco e di buona proporzione. Addossato al muro si appoggia su due mensole intagliate e mostra
nelle sue tre facce figure di bassorilievo. La Madonna sedente e l'angiolo genuflesso, che il gran mistero le annunzia, ne
occupano in due quadri la fronte; s. Domenico e s. Pietro le due fiancate adornano. Avvegnaché quest'opera non vada al pari
della milanese per grandezza e per qualità del lavoro, le prime due accennate figure son sempre degne di osservazione per
quell'età; e giurerei che l'osservò Luca Signorelli, onde ne apparisce l'imitazione nel suo quadro nel duomo di Volterra.
La Madonna si tien la mano al petto con molta grazia. L'angelo è una figura che può stare a fronte di quante ne disegnava
Giotto contemporaneamente. Egli è mosso con molta proprietà, ben panneggiato con trine sottilmente intagliate in alcuni lembi, posa
bene sul piano, e la testa volta in profilo ha un'idea molto dicevole al soggetto. L'altra figura ella è espressa con maestria
di ricercato lavoro. Ecco l'attestato di quanto abbiamo asserito:
HOC OPUS FECIT JOHS BALDUCCII MAGISTE
DE PISIS
Son parole dell'autore, che sul marmo incise si leggono con chiarezza.
Or altro monumento pur in marmo del nostro Giovanni ricorderemo nella chiesa di s. Francesco presso le mura di Sarzana, città allora posseduta da' pisani. Il funebre edifizio
eretto alla memoria di Guarnerio figlio di Castruccio Intelminelli signore di Lucca è quivi incassato nel muro del lato destro
della crociata, si regge su tre mensoloni intagliati ed è con mediocre grandezza così immaginato. Nel mezzo di un architettonico
ornamento all'uso di quel tempo è situata la cassa sul dorso di due leoni. Sul coperchio di essa giace il fanciullo Guarnerio
figurato su morbido letto racchiuso intorno da magnifico cortinaggio, alzando due putti o sian due genj le parti anteriori
di esso, e coronando la sua cima uno de' soliti tabernacoli colla Madonna ed il bambino. Il frontespizio poi di tutta la macchina
sostenuto da due colonne è ornato sugli angoli da tre statuette. La materia componente è tutta delle vicine cave di Luni.
Cinque armi vi cono scolpite, due con obliqua scacchiera, una coll'aquila e due con mezza figura di cane. Non manca l'iscrizione
a favor nostro, ch'è simile alla sopra riferita in questa guisa:
HOC OPUS FECIT JOHS BALDUCCII DE PIS
La morte del suddetto Guarnerio accaduta circa all'anno 1322 secondo gli storici conferma l'opinion nostra di stimar questo
lavoro uno de' primi di Giovanni quando non erano ben anche sviluppate le idee del suo miglior gusto, che adoprò poscia in Milano con maggiore stimolo di
onore e di premio.
Serva il fin qui detto a confusion del Vasari e del Petrarca; di questi pel giudizio proferito: Duos ego novi Pictores egregios
nec formosos Joctum Florentinum civem cujus inter modernos fama ingens est et Simonem Senensem: Novi Sculptores aliquot, sed
minoris famae; eo enim genere impar prorsus est nostra aetas236, di quello per avere ignorato un valent'uomo nell'arte di scolpire in quei giorni pari all'altro Pisano, come in principio
si disse. Eppure scolpendo i marmi Giovanni in Milano, e secondo ch'ei scrive, dipingendovi Giotto alcune cose che in sino a oggi son tenute bellissime era questo un
filo da attaccarsi per dir di Giovanni ciò che di Andrea come familiare di Giotto volle dare a credere. Ma per meglio conoscere la parzialità degli scrittori di quel tempo, e come talvolta gli uomini per
certe combinazioni ingrandiscono la fama di quegli d'assai minor merito, daremo ancor questa notizia che sarà il compimento
dell'elogio del nostro artefice. Pensano alcuni intendenti, ed ogni probabilità lo vuole, che Giovanni tenesse scuola aperta in Milano; e fralle opere di coloro ai quali aveva egli comunicato gl'insegnamenti dell'arte ripongono
l'arca di marmo nella chiesa di s. Pietro in Cel d'oro di Pavia, altro bel monumento di quel secolo, ed altre sculture eziandio
che per brevità si tralasciano.
Finalmente onoranza non poca accresciuta avremmo al commendato Balducci col dichiararlo possessore e maestro delle tre bell'arti sorelle, se riesciti fossimo nel verificare che sua veramente, come
gli si attribuisce, sia la pittura del trittico nel museo Zelada in Roma, di cui dovrò far parola nel paragrafo dell'arte
del dipingere del secolo di cui si parla.
2.6.3. § 3. Tommaso Pisano
Avvegnaché poche siano le notizie che additar possano le opere e il merito di Tommaso Pisano, egli è officio nostro di scriverne un breve elogio, è dare un disegno inciso di una delle sculture che escirono sicuramente
dalla sua mano.
Diremo primieramente che Tommaso, figlio e scolare di Andrea, non degenerando da' suoi maggiori, fu valente maestro nell'arti d'architettare e di scolpire. Parlammo della prima allorquando,
nel descriver la pisana torre, a lui si attribuì l'industriosa aggiunta dell'ultimo ordine ove son disposte le campane, portando
le autorità di diversi scrittori e de' cronisti che ce ne assicurano.
Per provar poi che valesse anche nella scultura, giovarono le parole scritte in un libro dell'archivio del soppresso convento
di s. Francesco di Pisa: L'altare di marmo che si vede nel Capitolo di s. Francesco è di Tommaso figlio di Andrea Pisano.
Quivi in fatti rintracciandolo diciotto anni sono, ingombrato lo vidi da varj attrezzi e legnami, al cui uso quel luogo serviva.
Godo che fin d'allora un tal monumento dall'oblio per me si sottrasse a che nell'occasione del totale abbandono di quella
chiesa, ei siasi nel Campo Santo ricoverato. Dall'autore incisi vi si leggono ancora questi caratteri:
TOMASO FIGLIUOLO DI... STRO ANDREA
F... ESTO LAVORO: ET FU PISANO
Ad onta della mancanza del marmo, par che facilmente si legga: Tommaso figliolo di Maestro Andrea fece questo lavoro, e fu Pisano. Ecco autenticato quanto ne scrissero il Vasari ed il Baldinucci, e corretto l'errore di que' moderni scrittori che hanno
creduto di diversi appena nominare questo artefice, o che non ne parlarono con verità237.
La marmorea tavola che un giorno isolata e più bella fu reputata degna di servir di ornamento all'altar maggiore della chiesa
predetta, come il Vasari la vide leggendovi il nome suo e quel di suo padre238; ella è divisa in sette spartimenti in foggia di tabernacoli, ciascuno de' quali termina in un frontespizio acuto con merli
ed arabeschi alla foggia tedesca. In ogni spazio è racchiusa una figura di un santo alta poco più di un braccio. In quel di
mezzo è situata la Madonna, alla quale fanno ala due figure angeliche, e due simili reggono i lembi di un panno posto sul
capo di lei a guisa di padiglione. Le immagini degli altri santi sembrano quelle di s. Antonio Abate, di s. Andrea, di s.
Giovanni, di s. Pietro, di s. Lorenzo e di s. Francesco. Il lavoro è quasi a gran rilievo, se i predetti angeli si eccettuano.
Negli indicati frontespizj e nell'imbasamento dell'opera sono scompartiti simmetricamente varj bassirilievi. Nel mezzo di
quegli son racchiuse piccole mezze figure di Apostoli: si ravvisa nell'imbasamento il mistero dell'Annunziata, ove bizzarramente
introdusse Tommaso una figura che osserva con molta curiosità l'angelo genuflesso, la Natività, il Redentore nel tempio, una Pietà colla Madonna
e s. Giovanni Evangelista, il Battesimo, la Resurrezione e i dodici Apostoli.
Considerando ora l'artificio di tutto il lavoro, egli è di varie tempre, buone e mediocri, anche relativamente a quei giorni.
Avrei desiderato un miglior finimento dalla mano forse di qualche scolare di Tommaso nei surriferiti bassirilievi e negli angeli. La Madonna ha qualche buona piega nelle vesti, ma è forzatamente atteggiata;
il volto è poco felice. Altresì, nelle figure de' santi, le arie delle teste son confacenti la soggetto.
Il s. Antonio Abate fu quella figura che piacquemi delineare e che riporto a questo luogo col mezzo dell'incisione. Riconobbi
in essa maggiori prerogative ch'altre figure non hanno, e fra queste un bel carattere di testa dicevole a quel santo, dal
cui mento cade ben lunga e folta barba, così divisa e avvolta come altri pisani maestri praticarono, e come praticò Michelangiolo in appresso. La posizione è semplice, facile è l'atteggiamento delle mani e l'abito mostra l'andamento della natura. Una
maniera consimile avendo ravvisato in altri scolpiti marmi di alcune chiese di Pisa, potrei por questi innanzi agli occhi
de' miei leggitori come derivanti dal medesimo scalpello; ma a battezzar sovente le opere e sostenerne il pensiero, come fanno
i bravi, l'animo mio non inclina. Il divisato monumento adunque ricco di lavori di scultura, e ch'io desiderato più caro ai
pisani avrei per difenderlo dalle visibili ricevute ingiurie (non voglio dir solo delle dorature, de' colori azzurri e degli
arabeschi dai pisani scultori usati e circa al 1790 esistenti), può essere bastante per un saggio del merito dell'autor che
lo condusse; e questi, benché stia al di sotto di alcuno de' surriferiti pisani artefici, merita il suo posto nell'onorata
scuola ch'io proseguo ordinatamente a descrivere.
2.6.4. § 4. Nino Pisano
Se i monumenti indicati finora atti furono a comprovare una scuola non più dominata dalla vecchia barbarie, ma sempre più
avanzata nel gusto e nelle onorate idee, con altri che Nino condusse dopo la metà del secolo XIV ci lusinghiamo di esporre
a pro di essa migliori prove e le più conformi all'istituto nostro.
Che Nino del soprallodato Andrea fosse figlio e scolare nell'arte difficile di scolpire in marmo e in bronzo, senza allegar gli scritti del Vasari e di altri
autori, egli medesimo lo lasciò impresso per eterna memoria sugli sculti marmi, come osserveremo al suo luogo.
Che poi diventasse l'onor dell'arte che il padre gli prescrisse e che, promovendola dopo la metà del sopraddetto secolo fosse molto maggior maestro di lui, egli è ciò che abbiamo premura di dimostrare a gloria di Pisa e per confusione di quegli che precipitan giudizj sulle arti
e sugli artefici.
Rinnovellata di passaggio la notizia che Nino circa all'anno 1330 ajutò il padre nell'operoso lavoro della porta di metallo di san Giovanni i Firenze, che die' compimento
ad alcune opere sue di marmo, e fra queste a una Madonna nella chiesa di s. Maria Novella della città medesima239, e che in oltre oprò con somma riputazione a Napoli, faremo particolar memoria di quelle opere in marmo onde la sua patria
tuttora si abbella.
Cinque sono le statue grandi più che natura che Pisa ancor possiede del lodato maestro. Tre occupano le nicchie dell'architettonico
edifizio di marmo dell'altar maggiore di s. Maria della Spina e due esistono nella chiesa di s. Caterina.
Delle prime ragionando ci fermeremo in quella di mezzo rappresentante la Madonna in dolce atto di porgere una rosa al Bambino
adagiato sul sinistro braccio di lei. Questo è quel monumento singolare che noi ravvisiamo non solo per l'esemplare dell'arte
di Nino, ma per quello eziandio della Scuola pisana.
Pertanto non sarà discaro agli amatori della storia delle arti che se ne mostri il disegno intagliato in rame nell'undecima
tavola, meritevole forse più ch'ogni altro di aver luogo nella nostra serie. Né dubito di asserire ad essi che l'originale
cavato dal più fino e candido marmo di Carrara di un solo pezzo e tirato a buon pulimento gode i pregj di un bel panneggiato,
della sveltezza e dell'espressione non più vista in addietro. Se a questa si ha riguardo, il volto del divin Figlio oltre
che vince a mio credere quel della Madre sorridente e di dolcezza non privo, egli è grazioso, dicevole al carattere di putto
e per quel tempo stupendo. Eran le idee quasi communi nei volti delle Madonne e di altre figure fatte innanzi; ma Nino spogliandosene ricercò ed attinse meglio degli altri il raro dono della grazia ne' suoi lavori. Per dir ciò che non indica
la minuta caratteristica del disegno nostro, il giro superiore dell'occhio della Vergine è piegato in arco, e più aperti ancora
son gli occhi del Bambino. Le mani accennano gl'internodi e le dita lunghette assottigliano nella cima. Il piede del putto
è di bella inusitata forma. La prerogativa di piegare i panni, che fu sempre il maggiore studio de' pisani, anche dal nostro
rame si potrà ben rilevare. Farà meraviglia la vaga ed artificiosa disposizione delle pieghe, ch'ove più si accostano al nudo
danno contezza delle sottoposte membra, e che ne' graziosi rovescj de' lembi e nel particolar finimento si distinguono. Tutto
ciò stabilito per fermo come descritto con securità e schiettezza, forza è di confessare che questo lavoro di scalpello, fornito
in gran parte di quella bellezza che dà vita alle tele e ai marmi, porge una giusta idea de' non piccoli vantaggi che per
mano de' pisani risentì la scultura e conseguentemente il disegno, padre comune dell'arti d'imitazione. Chi poi bramasse di
ritrovar nell'opera di Nino anche una migliore scelta della forme, una maggior morbidezza nelle commendate pieghe ed un miglior disegno nel braccio destro,
ove per lo più difettarono gli scultori pisani, forse per causa del natural portamento delle femmine d'allora, ricercherebbe
nel secolo XIV i bei giorni vegnenti ne' quali si accostaron le arti più d'appresso alla perfezione. Il pregio delle opere
è sempre relativo al tempo. Né è piccola meraviglia il vedere che uno scultor d'allora comincia a praticare ciò che scrisse
il Vasari di Masolin da Panicale settant'anni dopo e a porre in uso uno degli insegnamenti che dette Leonardo da Vinci circa a un secolo appresso, cioè lo sceglier dai corpi le parti migliori. E se di meglio
egli far non seppe nelle fisonomie delle femmine, nelle quali per lo più si somigliano le opere pisane, che sa che non gli
accadesse come a Raffaello quando, scrivendo al Castiglione della sua Galatea, si espresse: Per dipingere una bella mi bisognerebbe
veder più belle, ma per esser carestia di belle donne io mi servo di una certa idea che mi viene in mente. Che tal carestia
fosse anche in Pisa riguardo al colorito, par che ce lo voglia far credere il Boccaccio nella decima novella della giornata
seconda del Decamerone, ove parlando di Bartolommea figlia di M. Lotto Gualandi presa in moglie da M. Ricciardo di Chinzica
dice ch'era una delle più belle e delle più vaghe giovani di Pisa, comecché poche ve n'abbiamo, che lucertole verminare non
paiano, e ciò forse derivava dal suol paludoso e dalla cattiva qualità delle acque che si bevevano in que' tempi.
Resterebbe or'a dire dell'altre due statue del medesimo marmo statuario non men pulito e terso che mettono in mezzo la soprallodata
Madonna, l'una delle quali s. Giovanni, l'altra s. Pietro rappresentano. Ma per non dilungarmi di troppo mi ristringerò ad
osservare nella statua di s. Pietro la local posizione, il panneggiamento nobile rigirato in alcune parti con belle e difficili
pieghe, l'estremità ben delineate (che son le prove essenziali del valor di un artefice) e la testa che porta tutte l'insegne
di natural effigie e di una verità somma. In essa in fatti volle Nino lasciar grata memoria di Andrea suo padre, se ascoltiamo il Vasari dotto ammirator di queste opere pisane, se non lo fu di
altre egualmente meritevoli delle sue lodi.
Ha qualche pregio l'altra statua ancora; conciossiaché possono entrambe per maestria d'arte stare ai fianchi della migliore
di esse e tutte insieme han diritto di annunziare i bei giorni di Michelangiolo formando nell'arte la miglior epoca pisana.
Poiché Nino si ritrovò in Firenze alla morte del padre, che fu nel 1345, non sarà forse vano il credere ch'ei potesse condur quest'opere
avanti il 1355, nel qual caso avrem altrove fondatamente congetturato che questa Madonna fosse quel modello prescritto dai
signori del Bigallo ad Arnolfo scultore.
A Nino si attribuisce dal Vasari una mezza figura a gran rilievo di altra Madonna di marmo col bambino, collocata parimenti nella
stessa chiesa della Spina; ma in luogo più acconcio addurrò le ragioni che mi muovono a sospettarne240.
Le altre due statue ricordate nella chiesa di s. Caterina, ov'esistono241, portano l'effigie della Vergine e dell'angelo che l'annunzia. Professiamo obbligazione al Vasari di averci conservata la
memoria delle parole che intagliò Nino nella base di queste due immagini:
A dì primo Febbrajo 1370.
QUESTE FIGURE FECE NINO FIGLIO DI ANDREA
PISANO.
Non istaremo a dir qui la cagione della mancanza di esse, perché i restauri fatti barbaramente colla rozza calce indicano
abbastanza l'ormai sovente deplorata e pur troppo anche odierna disgrazia di simili monumenti, e non è poca ventura che questi
almeno in tale stato tuttora esistano.
Circa all'artificio, il Vasari suddetto gli giudicò lavorati da Nino siccome le altre cose sue con tanta diligenza che si
può dir che siano le migliori che fosser fatte in quei tempi.
Noi dal parer di questo intelligente scrittore non ci discosteremo, osservando queste due statue dotate di molto studio nel
piegare i panni e di altre buone qualità proprie dell'autore; ma altresì francamente diremo che cedono esse al confronto dell'enunciata
Madonna della Spina, per la quale stimiamo avesse Nino il maggior credito che per qualunque altra opera sua; poi paragonandole
fra loro l'angelo vince in bontà la Madonna.
Non sembra inutil cosa il notare che queste due opere di scultura molto concorrono a segnare non dubbie tracce della vita
di Nino. Perocché operando egli col padre, come si disse, nell'anno 1330 in Firenze potrebbesi congetturare in virtù dell'iscrizione
riferita ch'egli le conducesse circa all'età di 60 anni.
Di niun altro lavoro possiamo dar contezza che per sicuro documento mostri la maestra mano del nostro scultore. Ma se talvolta
è lecito nelle opere dubbie il dir ciò che l'animo ne sente, avvene una nel suddetto tempio di s. Caterina, cioè il mausoleo
dell'arcivescovo Simone Saltarelli morto nel 1342, ove in qualche statua, e principalmente nella Madonna col Bambino che ha
sembianza con quella della Spina, e nel ritratto medesimo di lui ravviserei volentieri l'artificio di Nino. Egli è molto verisimile
che operando allora Giovanni Balducci in Milano e Andrea in Firenze a Nino si affidassero le migliori sculture di quel magnifico sepolcro.
Non solo è incerto il tempo della nascita di Nino quanto ancora quel della morte. Era ben desiderabile che se Firenze giusta estimatrice del merito di Andrea al suo sepolcro aggiunse l'onorata epigrafe già esposta, Pisa non men dovesse col plauso di memorabil urna tramandare alla
posterità una qualche onorevole memoria del figlio.
Felici noi se a tal mancanza abbiam supplito con queste carte e se encomiato abbiamo abbastanza quel genio felice per cui
poggiò al suo maggior lustro l'arte pisana, che terminò con esso ma che però dette nascimento alle più belle opere di Lorenzo Ghiberti e del Donatello.
2.6.5. § 5. L'arte fusoria nel secolo XIV con un'aggiunta a quella del XIII
Perché giovevol cosa ne risulta alla storia della Scuola pisana, pensiero mi prendo di aggiungere a questo luogo nuove notizie
spettanti all'arte fusoria già dichiarata nel secolo XIII. Intanto trovo molto acconce alcune iscrizioni, stimabil dono del
defonto sig. Tommaso Bernardi lucchese; e com'ei le attinse dagli archetipi bronzi nella città di Lucca, sol ciò che v'è d'estraneo all'argomento resecando, io
le riporto.
Il campanile della chiesa di s. Michele in piazza, fabbrica rispettabile che fa chiaro saggio della Scuola pisana, preziosi
monumenti del divisato genere ci somministra. In primo luogo la terza campana i seguenti caratteri conserva atti a indicare
l'età dell'autore e le prove più fresche del suo sapere. Egli è quel Bartolommeo scultore ampiamente ricordato nel cap. III del XIII secolo.
XPS. VINCIT etc.
MAGISTER BARTHOLOMEVS ME FECIT
MCCXV.
Un nuovo maestro nell'arte or giova di far conoscere, che l'esser suo dovette a Pisa ed al lodato Bartolommeo. Eccone i documenti che il nome di lui Andreotto e l'arte sua ci dichiarano.
A. D. MCCLVIII. XPS. VINCIT etc.
BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT
CVM FILIO SVO ANDREOTTO.
Tale iscrizione leggesi nel fregio superiore della campana grossa del prefato campanile di s. Michele di Lucca. Nella mezzana
scritte sono le seguenti note:
A. D. MCCLVIII. XPS. VINCIT etc.
ANDREOTTVS PISANVS FILIVS BARTOLOMEI.
Altro bronzo del campanile stesso indica la molteplicità dei lavori di tal sorta condotti dall'accreditato maestro Bartolommeo colle parole impresse:
ANNI TVNC DNI CVRREBANT MILLE DVCENTI
QVINQVAGINTA SIMVL ET OCTO. TV LEGE LECTOR.
XPS. VINCIT etc.
BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT
ET LOTERIGVS EJVS FILIVS.
L'artefice Nardi nominato nella seguente iscrizione, che fralle memorie lucchesi conservo, è un testimonio novello del vigor dell'arte in
mano de' pisani di quella stagione.
A. D. MCCLXVIII. MICHEL NATI
JACOPO ANDREVCCI OPERARII DI S. MASSEO.
NARDI PISANO ME FECIT.
Finalmente la torre sopra indicata di s. Michele anche nella campana minore il valor dei pisani artefici contesta:
A. D. MCCLXXIII. TEMPORE etc.
GVIDOCTVS ET BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT.
Di questo Giudotto scultor pisano si fece parola alla pag. 112. Quivi con autentiche prove lo additammo fonditore di grosse campane in Parma,
ed ora col riferito documento e con altro esistente nel campanile della chiesa di s. Giovanni dimostriamo il nostro artefice
operatore nella città di lucca.
A. D. MCCLXXXI.
AD HONOREM DEI ET BEATE MARIE ET S. JOHIS.
XPS. VINCIT etc. TEMPORE etc.
GVIDOCTVS PISANVS ME FECIT.
Or discendiamo nell'arte fusoria del secolo XIV.
Avvegnaché coll'opera di bronzo condotta in Perugia nel 1306 da due scultori Giovanni e Andrea e con altre fatte dal medesimo Andrea in Firenze e in Pisa insieme con Gherardo nel 1330 e nel 1333 siasi dimostrato che ne' primi anni ancora del secolo di cui ragioniamo si esercitasse in istraordinaria
foggia l'arte di fonder metalli dai pisani più che non fu fatto in addietro sotto Bartolommeo, Lotteringo e Guidotto, non mancano altri monumenti comprovanti che una tal arte continuò a fiorir per essi in tutto il corso di detto secolo.
Tenendo dietro alla più breve e semplice maniera, ricorderemo fra' pisani maestri fonditori e lavoratori in argilla, che mista
con fior di farina adoprasi per le forme atte a gettar metalli, due scultori Nanni e Bencivenni.
In una campana della chiesa di Gignano di Brancoli nel territorio lucchese si legge:
SANCTO GENESIO.
NANNI. PISANO. ME. FECIT.
Siccome nella minore di s. Lorenzo:
A. D. MCCCXXXXVI. BENCIVENNI PISANO. ME FECIT.
Un simil bronzo, cioè la campana che fu la maggiore del convento di s. Lorenzo alla rivolta di Pisa, molto concorre ad assicurare
un credito ai prelodati due maestri pisani per l'iscrizione che riporto e pei bassirilievi che vi sono impressi:
A. D. MCCCLXI. TEMPORE DNI NICOLAI RONDINELLI ABBATIS SCI VITI QVI FVIT MONACVS SCI SAVINI. MENTEM SANCTAM SPONTANEAM ONOREM
DEO ET PATRIE LIBERATIONEM.
BENCIVENNE ET NANNES PISANI FECERVNT ME.
Debito di gratitudine professo al signor cappellano Zucchelli pel dono dell'esibita iscrizione, che riescì a lui di copiare
nel 15 di luglio 1809, mentre detta campana era in terra; d'altronde quand'io la vidi nel campanile di detta chiesa soppressa,
pel disagio e per l'angustia di esso se non che le parole Nannes pisani altro non lessi. Ci fa sapere però il sig. Zucchelli, accurato investigatore di cose antiche, che i bassirilievi erano sei
e che rappresentavano la Madonna con i ss. Vito e Gorgonio, un'aquila coronata, s. Martino a cavallo, la croce pisana, uno
stemma forse dei Rondinelli ed un'aquila senza corona. Le parole impresse ne' contorni non furon lette per la superficie offuscata
del bronzo e per la poca luce della stanza dell'antica dogana ove la campana giacente aspettava il suo destino.
A pro dell'arte di cui ragiono, molto rilevano altri due documenti lucchesi che vengono appresso, e tanto il primo appartenente
alla chiesa di s. Tommaso quanto il secondo tratto da una campana del citato s. Giovanni ci han conservata la memoria degli
artefici da Pisa Bengianni e Pardo.
A. D. MCCCLXXIII. TEMPORE PRETE TOMEO
RETORE DI S. TOMEO.
PARDO Q. GIOVANNI DE BOLSENA PISANVS
ME FECIT.
A. D. MCCCLXXVI. MENTEM SANCTAM etc.
BENGIANNI PISANO ME FECIT.
Il documento che segue per buona sorte in Pisa ancor si conserva e molto soddisfece alle nostre ricerche.
MCCCLXXXI.
NANNI PISANUS ME FECIT TEMPORE DOMNI MICHAELIS ABBATIS. ORA PRO NOBIS VIRGO BENEDICTA HONUS MON. SANCTI MICHAELIS
DE ORTICARIA.
Egli è nel metallo impresso di una campana di s. Michele fuori delle mura di Pisa, la quale di grandezza, di getto e di suono
non è inferiore all'altra collocata nel medesimo campanile e citata a suo luogo per opera di Bartolommeo. Se il carattere solo è del più barbaro stile, le figure però dell'angiolo, dell'aquila e dell'agnello in varj scudi scolpite
e ben rinettate mostrano la maestria dell'artefice per quell'età sempre lodevole e ci autorizzano a crederlo scolare di Nino.
Anche l'opera di un pisano gettator di metallo benché appartenga al secolo antecedente voglio qui allegare. Fralle lettere
del sig. Tommaso Bernardi lucchese, che mentre visse amò le belle arti, ritrovo il documento ch'egli copiò da una campana
già distrutta della chiesa di s. Masseo di Lucca in queste parole:
A. D. MCCLXVIII.
FILIPPO & c. OPERAII.
NARDI PISANO ME FECIT.
Finalmente si ritorni al campanile di s. Michele di Lucca ed in ragion di tempo in altra delle indicate campane, tutte ben
gettate ed armoniche, troveremo col già noto Bencivenni un nuovo maestro della scuola nostra, Jacopo di Giovanni.
MENTEM SANCTAM SPONTANEAM etc.
A. D. MCCCLXXXIII. ECCLESIA S. MICHAELIS IN FORO.
AMEN.
BENCIVENNI ET JACHOPO DI JO. PISANI ME FEC.
Tralascio di riferire altre simili iscrizioni, tutte concorrenti alla maggior prova di tale argomento, perché già il numero
de' citati maestri e le molte opere di loro fatte in patria ed in molti luoghi d'Italia certificano quanto in pregio fosse
in quella stagione l'arte di gettar i bronzi in Pisa, unita sempre allo studio del disegno.
2.6.6. § 6. Scultura in avorio, in oro e in argento
Anche della scultura in avorio dagli antichi stimata, i pisani, mastri d'ogni arte, studiosi furono. Godo di provar ciò mercé
di un aureo instrumento veduto presso il prelodato sig. Zucchelli, che mi dà campo a dare anche un grado di onoranza novello
al nostro pisano Giovanni per figure in avorio dalla sua mano scolpite. Egli è così concepito: si obbliga Giovanni del q. Niccola pisano agere et procurare quod ipse faciet complebit et perficiet opus eburneum quod incepit; et factum et completum et perfectum
erit in proximo paschate Nativitatis D. in eo scilicet quod ad eum spectat videlicet in sculpendo ymagines et levigando et
omnia alia faciendo que ad artem sculpture et levigationis eboris pertinent". Il Cacciaguerra canonico pisano ci addita il prezzo della fattura di tal opera, perocché desso col consenso di altri canonici
pagò coi denari del capitolo a M. Giovanni lire 25 pisane di den. minuti col patto che scolpendo in essa e levigando le immagini, la dasse nell'indicato tempo ultimata242.
Dietro alla notizia sopra esposta ed in virtù della maniera sembra che plausibilmente annoverar si possa fralle opere di Giovanni di tal genere una statua della Madonna col bambino che si conserva nel santuario del duomo di Pisa. Se rileviamo in essa
il pregio della materia di un solo pezzo levigato e bello, si osserva altresì che la materia non vince il magistero di quell'età.
Il Martini ricorda un tal monumento in questi termini: Simulacrum Virginis cum puero ex ebore altitudine fere palmorum trium.
In crassitie in gyrum vero unius palmi cum dimidio quod fertur esse elephantis dentem".
La provanza dell'arte ancora di figurar l'avorio nel nostro Giovanni ella è argomento a credere che diversi dei tanti allievi suoi vi si esercitassero; siccome verosimil cosa è che Niccola eziandio, maestro e padre di lui, la possedesse.
Di Andrea a buona equità ne siam certi per quei versi che nella sepolcral memoria poc'anzi riportammo e che qui ripeter conviene:
Et simulacra Deum mediis imponere Templis
Et ere, ex auro candenti et pulcro elephanto.
Or passando a favellare dei lavori in oro e in argento che col nome di oreficeria si distinguono, consultiamo volentieri il
sig. Ciampi che nella sua sagrestia di belli arredi ha trattato di proposito un tale argomento. E fragli artefici delle tavole
in argento del sontuoso altare di s. Jacopo di Pistoja nomina un certo Andrea di Puccio d'Ognabene ed alla Scuola pisana lo annovera. Egli osserva che Niccola e Giovanni lavorarono molto in Pistoja e che altresì un buon numero di pistojesi operarono in Pisa con essi. Laonde crede sanamente
non poter essere a meno che un artista del valor d'Ognabene allievo non fosse di uno dei citati maestri primi e soli in quel tempo dell'arte figurativa in quanto al disegno principalmente
e che non solo agli orafi, ma anche ai pittori furono maestri di più corretto stile per ciò ch'al disegno appartiene. Quindi
prima di passare a descrivere le rappresentanze della tavola o paliotto d'Ognabene rileva per avvalorar l'opinione che la
storia della natività quivi espressa è interamente copiata da quella che nei pergami loro scolpirono Niccola e Giovanni; siccome nella crocifissione ei dice che vi sono alcune figure tolte di pianta dai prefati pisani monumenti.
Notizia plausibile al nostro scopo ella è al certo quella che nel tomo II della prima edizione allegammo, cioè che un certo
M. Giglio pisano autore fosse della bella statua d'argento dorato di s. Jacopo sedente nella nicchia di mezzo del prelodato altare.
L'altra pur allora noi diemmo che il s. Marco con i due profeti nella parte verso la sagrestia fossero condotti da Pietro Antonio da Pisa, e furono entrambe desunte dall'archivio di quell'opera. Oggi il prefato sig. Ciampi ripete la prima notizia e dal
documento che incomincia: Duobus aurificibus qui venerunt Pistorium de civitate Pisarum etc. raccoglie che fu fatta in Pisa
da maestro Giglio la lodata immagine di s. Jacopo col bordone in mano; avverte ch'ella è contornata da lavori non suoi, come tuttora esiste,
ne dà un disegno fedele col mezzo del rame e dice che fu essa ordinata nel 1348 e compiuta nel 1353. Il Vasari poi se dimenticò
il nostro pisano artefice ci conservò involontariamente il giudizio suo favorevole del lavoro, che erroneamente attribuisce
alla mano di Leonardo fiorentino. Fu questi bensì autore esperto di una delle due tavole laterali al paliotto d'Ognabene ov'è scritto l'an. 1371; ma la statua prelodata di Giglio, della nicchia di mezzo e dell'altare nobil fregio ed onore in bontà prevale, e costituisce lui prima di Leonardo prefezionatore dell'arte di tal genere243.
2.6.7. § 7. La pittura nel secolo XIV
Rintracciando le orme della pittura allo spuntar del secolo XIV, daremo brevi notizie, ma però sufficienti a dimostrare che
se in tale stagione riconobbe quest'arte in Firenze il suo notabile miglioramento, ella non venne trascurata da' pisani, che
malgrado lo squallor della patria tenner l'animo fisso e costante alla gloria de' loro maggiori, i quali ne' due secoli innanzi
dal suo letargo la sollevarono.
1. Narra il Farulli nella sua cronologia degli angeli che nel 1300 fiorì un certo Vanni pittore da Pisa, che fu padre di quel Nello di Vanni che adoperò i suoi pennelli ad abbellir le mura del Campo Santo. Questi per attestato del canonico Totti ajutò Giotto nelle storie di Giob e le due condusse dal gran deposito dell'Algarotti distrutte.
2. Upettino pittor pisano è nominato nel Breve Pisani Comunis an. 1303. Ma furon molti i pittori pisani che fiorirono in questi primi anni del secolo XIV. E poiché alla pag. 249 del primo tomo
gli notammo in parte, or si taceranno per non far serie di semplici nomi244.
3. Novella ricordanza per ragion di tempo faremo bensì di Francesco e di Vicino pisani. Da noi fu fatto conoscere Vicino alle pag. 248 e 256 del primo volume, qual esperto maestro nell'arte musaica ed in quella ancora del dipingere circa al 1320,
in cui tenne la maniera pisana derivata da Giunta.
Luogo avremo per altro di notare che le pitture pisane che più si accostano al 1400, come quelle di Turino di Vanni ed altre da citarle in appresso, partecipan molto del nuovo stile di Giotto, ordinaria cosa essendo che i migliori ingegni si rivolgano colà dove maggior luce splende. Così accadde al medesimo Giotto, perocché pensano gl'intelligenti che sul disegno più corretto de' pisani maestri Niccola, Giovanni e Andrea in ispecie egli informasse i suoi talenti.
4. Fratello del suddetto Nello dovette essere quel Turino Vanni di cui abbiamo veduto in Pisa, negli anni scorsi, due pitture in tavola, l'una nella sagrestia della chiesa di s. Anna, l'altra
nella chiesa interna delle soppresse monache di s. Silvestro.
Se ignoto è qual fosse il destino della prima caduta nelle mani de' rinnovatori di quel monastero, ne resti almen per noi
la memoria che l'autor vi scrisse:
TVRINVS VANNI PISANVS ME PINSIT
AN. MCCCXLIII.
Stava l'altra tavola sull'altare di detta chiesa magnificamente ideata all'uso tedesco e conteneva la Madonna nello spartimento
di mezzo e varj santi negli altri. Or basterà qui indicare che la chiesa fu tutta rimodernata, come diremo nel descriverla,
onde la causa si rilevi della perdita di tal monumento. Per buona sorte il già decano Zucchetti saggiamente ne raccolse alcuni
avanzi in tre piccoli quadretti, che servirono di ornato superiore all'architettura di tutta quella tavola; e noi, quasi presaghi
del vicino infortunio, trascrivemmo in tempo queste parole, che a piè delle predette immagini erano impresse:
TVRINVS VANNI PIS. DE PISIS ME PINSIT
MCCCXL.
5. Trovasi la memoria in antiche carte di Francesco Neri, o di Neri, altro dipintor pisano e autor del quadro ch'era sopra la porta del refettorio del soppresso monastero di s. Michele in Borgo,
ov'ei lasciò scritto:
FRANCISCVS NERI P. ME PINSIT ANNO DNI
MCCCXXXXIII.
6. Alla nostra serie mancar non deve quell'Andrea da Pisa che il de la Valle fra i maestri annovera che ornarono di opere di pennello il duomo d'Orvieto nel 1346245, e questi sarà per noi lo stesso che Andrea di Lippo nominato nel 1336 nel Discorso accad. su la storia letteraria di Pisa.
7. Uno frai pisani dipintori fu Neruccio di Federigo, che con maniera niente inferiore alla giottesca e quasi nuova dipinse la sua Madonna col bambino in tavola ora appesa a
un pilastro della chiesa di Pugnano; bensì nell'iscrizione non si distaccò dal costume degli antichi pisani praticando l'istessa
formula derivante dai greci – m'epoièse –.
NERVCCIVS FEDERIGII DE PISIS ME PINSIT
A. D. MCCCLXX246.
8. Nipote del mentovato Turino e figlio di Nello sembra che fosse quel Bernardo Nello di Giovanni Falconi pisano che gli scrittori della vita di Andrea Orcagna enumerano fra i discepoli di lui. Fiorì quest'autore circa al 1390 e molte tavole dipinse nel duomo di Pisa per attestato
del Vasari e del Baldinucci.
9. Fu nostra ventura di ritrovare nel 1793 una tavola d'altare nella parrocchia soppressa di s. Cassiano e che al presente
nella gran chiesa di san Paolo a ripa d'Arno lodevolmente si conserva. La Madonna in trono con s. Ranieri, s. Torpè ai fianchi,
ed inferiormente due sante ella contiene. La local posizione delle figure e la composizion generale non è per quel tempo spregevole.
Lo stile, proveniente dal più antico de' primi pittori pisani, a gradi del barbaro greco italico si spoglia e cammina con
più franco piede sulle tracce del vero. Mostra per altro che i pisani anche in quel secolo furono migliori maestri nella scultura
che nell'arte del dipingere. Nell'imbasamento del trono chiaro si legge:
TVRINVS VANNIS DE RIGVLI DEPINXIT
A. D. MCCCXCVII. MADII.
Noi crediamo che questo Turino di Vanni da Rigoli, castello poco distante da Pisa, dal sopra enunciato Turino Vanni ricevesse i natali e gli erudimenti ancora nell'arte nobile della pittura. Questo medesimo Turino ed un'altra opera di lui fatta per la chiesa di s. Caterina trovo ricordata dal sig. Ciampi nel libro dell'opera del duomo
di Pisa, segnata B all'an. 1393 stil. pis. con più una tal notizia: M. Turinus pictor de Cappella s. Euphrasie pro pictura
quam fecit pingendo et deaurando figuram B. M. Virginis ponendam super portam campanilis marmoream lib. III sol. x. d. p..
Che quest'uso antico di colorire e dorare alcuni lembi delle vesti e altri rapporti delle immagini di marmo praticato fosse
dai pisani in più luoghi lo additammo.
10. Il canonico Raffaello Roncioni fra quegli che dipinsero nel duomo di Pisa annovera il nostro pittore Turino di Vanni, come ancora Puccio Gera e Giovanni di Niccolò. Di questi sin dal 1792 ritrovammo una pittura in tavola appesa sulla porta del refettorio delle monache di s. Marta, avendovi
letta la seguente iscrizione:
JOHES NICCOLAI ME PINX. AN. DNI. MCCC...
In oltre per memoria conservata dal sig. ab. Zucchelli sappiamo che nella chiesa di s. Pietro in Vinculis eravi una vecchia
tavola con s. Giov. Battista effigiato e con le parole:
GIOVANNI DI NICCOLA DA PISA MCCCLX.
11. Siccome per altre che il medesimo possiede si ha memoria di un certo Cecco di Pietro autore di una tavola della natività della Madonna, che nella prefata chiesa di s. Pietro fino al 1711 esistette e nella cui
prima linea si leggeva:
CECCVS PETRI DE PISIS ME PINXIT
A. D. MCCCLXXXVI.
12. All'altro pittore attribuiremmo volentieri quel quadro accennato nel primo dei nostri vecchj volumi alla pag. 419 com'esistente
allora nel monastero di s. Matteo, ove la rappresentazione osservammo di N. D. con due santi ed ove leggemmo:
JACOPO DI NICCOLA DIPINTORE DITTO GERA DI PISA MI DIPINSE.
13. Non ometto di riprodurre a questo luogo la notizia che detti già nel citato volume di un'opera di un certo Nero di Nello pisano fratello forse di quel Bernardo Nello di Giovanni Falconi nominato poc'anzi. Ma poiché la trovo adesso esposta in una nota del T. IV degli Uom. illustri Pisani più accuratamente ch'io non feci riguardo all'anno scritto nel quadro riporto le seguenti parole dell'autore estimabile di
detta nota: Di Nero di Nello osservasi nella chiesa prioria di Tripalle, colline pisane, trasferitavi ultimamente dalla contigua
antichissima basilica di s. Giovanni di Val d'Isola, una tavola esprimente la Madonna col divin Figliuolo e due santi in piè
della quale si legge: NERVS NELLI DE PISIS ME PINXIT ANNO MCCCIC.
14. Finalmente diasi qui luogo a quel Giovanni da Pisa pittore circa alla metà del secolo di cui si ragiona e che noi poco anzi desiderammo di trovare nell'encomiato Giovanni Balduccio, dispiacenti che fin qui una notizia certa non ce ne persuada. Il vero è che questo pisano artefice autore fu delle mentovate
tre tavole piramidali del museo Zelada in Roma, che fu contemporaneo di Giotto e che non gli fu inferiore nell'arte come ne fanno attestato quelle dipinture di sommo studio così caratterizzate dal chiar.
Lanzi. Nella tavola di mezzo è figurata la Madonna col bambino, nel cui fregio inferiore l'epigrafe è scritta IOHANES DE PISIS
PINXIT. Due santi sono effigiati in ciascuna delle due tavole laterali. Il Nazzareno colle Marie a piè della croce, l'Annunziata
e l'angelo compongono i tre tabernacoli posti nelle cime del trittico. Le figure sono intere e sull'oro campeggiano247.
Non volendo noi allontanarci di troppo dal proponimento nostro, basterà quanto fin qui notammo intorno alla pittura del sec.
XIV in Pisa, che die' soggetti degni di ricordanza, come il citato Lanzi si espresse e che già riceve in Firenze un notabile
aggrandimento per opera di Masolino da Panicale e di Masaccio, e passeremo a trar conseguenze onorevoli per la storia nostra.
2.6.8. § 8. Conclusione della storia dell'arte pisana.
Se si vogliono tenere in quel conto che meritano i monumenti e le memorie a noi pervenute e se si vuol estimar giustamente
un'opera de' primi tempi dell'arte che ne mostri ogni sforzo più che una moderna insipida ed affettata, sarà forza omai di
conchiudere che in Pisa si coltivarono prima ch'altrove le tre bell'arti sorelle, e noi nel promover ciò ad evidenza potremo
gloriarci di esser giunti.
... a illuminar le carte
5Ch'avean molt'anni già celato il vero
248.
Abbiamo già dimostrato che i progressi della pisana Scuola dal suo nascimento a tutto il secolo XIV furono continuati.
La pittura in primo luogo si risvegliò in Pisa nel sec. XI con quelle arti che son d'intima relazione col disegno. I pisani la esercitarono
indipendentemente dai greci, servilmente bensì se si ha riguardo allo stile ed alla stretta imitazione che tenner essi nelle
sacre immagini con quelle de' greci. Nel sec. XII i maestri di Giunta una qualche debil luce le accrebbero. Noi ne ravvisammo i monumenti che con prodigio a pro della storia n'esistono e godiamo
che notizia speciale oggi a noi giunga di un Ugone pittore circa al 1170 per noverarlo volentieri tra i prefati maestri e per crederlo autore di uno dei crocefissi giudicati
anteriori a quegli di Giunta249.
L'arte allo spuntar del sec. XIII, mercé la Scuola pisana, men barbara divenne. Giunta ne comparve il capo scuola, il primo pittore fra gl'italiani e pittor rinomato; ma l'arte forse per la difficoltà dello staccamento
dalla maniera dominante non si avanzò tra noi che con piccola gloria e a lenti passi.
L'architettura poi fece in Pisa il suo gran primo sforzo per Buschetto nel secolo XI e da lì in poi per Diotisalvi e per Bonanno divenne anche maggiore. Coltivata in appresso con molto decoro da Niccolò, da Giovanni e da Andrea, ella fiorì per l'Italia e sempre nelle mani de' pisani sin circa al fine del secolo XIV.
La scultura finalmente principale oggetto di quest'opera, risentì maggiori vantaggi che le altre sorelle non ebbero: fiorì durante il
sec. XIV ed in tre epoche italiane si distinse. Ci additò la prima il batistero pisano negli ornamenti suoi meno barbari sullo
spirar del secolo dodicesimo e nei primi anni del decimoterzo. Segnò la seconda magnificamente ed in sorprendente guisa dal
1220 al 1270 in circa il non mai abbastanza lodato Niccola, siccome la illustrò Giovanni dal 1264 sini al 1320 in cui cessò di vivere. Andrea, Giov. Balducci e Nino principalmente, che singolare lo dicemmo nel render lucida e liscia la superficie del marmo, con maggiore scelta e finimento
nobilitandola costituirono la terza epoca, dimostrando quanto si propagarono i lumi di quel secolo verso di essa, cioè sino
al 1345 per mano di Andrea e intorno al 1400 per quella di Nino.
Comprovammo in oltre che i più celebri artefici pisani furono d'ogni arte maestri, e che Giovanni e Andrea sicuramente la scultura in marmo, in bronzo, in avorio ed in oro esercitarono, come altri in argento.
Provanza poi la più luminosa fu quella che la nostra celebrata scuola di scultura adoprò il più corretto disegno superiormente
alle altre d'Italia, onde scriver dovette il ch. Lanzi alla pag. 29 del T. I. Abbiam veduti i pisani precedere ai fiorentini
e quasi loro prodromi diffondere un nuovo disegno per tutta Italia, Noi provammo che ne fece ella gustare il sapore alle più
culte nazioni, principalmente alla fiorentina, e che segnò l'onorato sentiero a quei fortunati talenti che dettero in appresso
a quest'arte non men ch'all'architettura il più bel lustro. Ed ecco in tal guisa ottenuta e toccata con mano la verità del
proponimento da noi fatto imprendendo a tesser la storia dell'arte antica de' pisani.
Osserveremo adesso, ritornando alla pittura, ch'essa dalla più vecchia scuola di Pisa del 1100 in circa gradatamente e a passi
lenti rimessa nel buon sentiero se ne giunse a quel grado di perfezione che fu il più sublime de' nostri secoli. Imperocché
aggiunsero un dopo l'altro sempre qualche nuovo pregio alla medesima Giunta, Guido, Giotto, Taddeo Gaddi, Simone Memmi, Masolino, Benozzo, Masaccio, nuovo splendore della pittura, F. Filippo Lippi, i Ghirlandai, il Perugino, Leonardo da Vinci, il Frate, il gran Michelangiolo, Andrea ed il divino Raffaello, vero perfezionatore dell'arte.
A tale osservazione l'altra sulla scultura qui fa mestiero di aggiungere, per dichiarare, meglio che sopra non femmo, qualmente
pure a gradi ristorata fu essa. Né si generò e nemmeno in istato adulto di primo tratto addivenne per mano di Niccola, se mai taluno lo pensasse sulla falsa supposizione che stupida per tal genere fosse stata l'Italia innanzi di lui e che
in Pisa già emporio delle arti nel secolo XI non trovinsi colorate tracce di più antichi pittori del canonizzato Giunta, né opere, né nomi di scultori più antichi di Niccola. Noi già provammo il contrario ed ella è ormai opinione di erudite persone che Niccola, seppure qualche lume di disegno da Giunta avesse, egli escì dalla scuola di più antichi pisani maestri di scultura, il cui nome è nella dimenticanza involto e le cui
opere, meno che quelle dalle rivoluzioni della città e dal tempo attrite, negli ultimi bassirilievi del s. Giovanni con noi
ravvisano250. Data per vera altresì la comprovata gloria del prodigioso Niccola e la celebrità di Nino, passeremo ad osservare che la differenza che passò dalle indicate opere dei più vecchi maestri a quelle di Niccola e de' bravi succedanei suoi fu sempre maggiore di quella che passa fralle opere dei mentovati pisani e quelle di Donatello, del Ghiberti e del Buonarroti. Se trattasi poi dell'architettura, qual'è mai la distanza che scorgesi fralle opere gravi e sproporzionate de' tempi precedenti
al mille e quelle ben intese ed armoniche di Buschetto e di Diotisalvi e le succedenti di Niccola, di Giovanni, di Andrea, de' Frati Ristoro e Sisto e di Arnolfo di Lapo? E quanto poi è maggiore la distanza che passa fralle opere di questi e di altri architetti di maniera gotica–moderna e quelle
del Brunellesco, che tanto si avvicinano alla maniera de' buoni secoli, quanto Bramante e quanto per tacer di molti altri il Buonarroti, il Sansovino ed il Palladio si distinsero?
La Scuola pisana adunque come maestra delle altre merita memoria, gratitudine e considerazione. E quantunque non vanti opere
classiche e purgate, tuttavolta formando un'epoca non volgare nella storia generale delle arti, crede a ragione di tenere,
relativamente a' tempi, un glorioso posto fralle scuole illustri che tanto onore hanno fatto all'Italia.
Forse volle natura quelle arti che condusse al più bel fiore in seno alla Grecia suscitar di nuovo, dopo un sonno di più secoli,
in grembo a una nazione di greca origine qual fu la nostra, accendendo in essa il desiderio di richiamarle a nuova luce e
di farsi condottiera nel difficil cammino che doveva guidare alla perfezione delle medesime. Nazione in fatti più atta alla
grand'opera non v'era in que' giorni. Ella, fissa all'onore e alla munificenza, fu piena di coraggio; e fralle gravi cure
di Marte favoreggiando gli artefici, fu qual altra nazione ateniese che, ad onta della guerra peloponnesiaca, reputò le arti
degno oggetto dell'applicazione e dell'opulenza di lei.
A giusto titolo pertanto Pisa potrà chiamarsi l'Atene de' bassi tempi. E se non continuò a primeggiare dopo il sec. XIV e
se le arti nel farsi adulte non ebbero in essa egual sorte che in Grecia, sua colpa certamente non fu, perocché colla potenza,
colla sicurezza e col commercio finiscono elleno, e i cittadini oppressi da molte sventure l'amore e lo studio perdono di
coltivarle.
Così infelicemente avvenne a Pisa dopo che l'altrui invidia, che sembra crescesse come crebber l'arti in lei, la rese di libera
serva e procurò di estinguerle in seno ogni scintilla al bene e gloriosamente operare. Cadde la città potente e non men che
l'altra Cartagine, la ricca Atene, la famosa Roma e tante città cospicue al comun destino dell'umane vicende soggiacque251. Onde può in gran parte a lei applicarsi ciò che nel trionfo della morte della sua Laura scrisse il Petrarca.
Tal ch'è oggi nudo spirto, e poca terra
E fu già di valor alta colonna.
Ma per quanto avvilita gemesse, non fu giammai oppressa la sua fama di aver prodotti ne' suoi lieti giorni tanti uomini insigni
nell'arti della pace e della guerra.
Finalmente, nulla di più ripetendo, porremo fine alla storia nostra, qualunque ella sia, e goderemo che la nuova edizione
di Letteratura Italiana dell'eruditissimo Tiraboschi e che l'opera del Vasari colle aggiunte e correzioni del Padre Della
Valle, come pure quella del chiarissimo Lanzi, e per tacer d'altre le lettere sanesi e la storia del duomo d'Orvieto del medesimo
Della Valle applaudiscano a un tanto onor di Pisa e giustifichino che noi glielo abbiamo assicurato con queste umili nostre
fatiche.
Fine della Parte Prima.
3. PARTE SECONDA. Storia de' pisani artefici dopo i secoli bassi
3.1. CAPITOLO I.
Artefici del secolo XV
3.1.1. § 1. Pittori e scultori
Il tempo del quale or mi convien ragionare fu oggetto di fatalità e di miseria alla città di Pisa.
Che i mali suoi dalla nota battaglia della Meloria incominciamento avessero, si può raccogliere da ciò ch'io ne scrissi al
cap. IV della par. I del primo tomo; ma per acquistarne un maggior lume si leggano gli annali di Genova, la storia di Sardegna
e quella di Giovanni Villani, che nel settimo libro all'anno 1284 così si espresse: Alla fine i genovesi furono vincitori
e sconfissero i pisani con infinito dannaggio e perdita di buona gente, che morti e che presi ben 16000 huomini e rimasonvi
presi 40 corpi di galee... In Pisa ebbe infinito dolore e pianto, peroché non v'ebbe casa nulla che non rimanesse vota di
più huomini morti o presi alla detta sconfitta; e da allora innanzi Pisa non ricoverò mai suo stato né podere.
Le diverse fazioni suscitate in appresso dai Bergolini e dai Raspanti l'infestarono, l'afflisse il tirannico governo degli
Appiani e degli Agnelli; ed il mal contagioso e le guerre civili grave danno rendettero alla sua popolazione ed al suo commercio.
Finalmente la nemica Firenze approfittandosi dell'infiacchite sue forze le recò l'ultimo danno e sì crudelmente l'oppresse
che squallida e languente se ne correva all'estremo suo giorno, se propizia mano benefica non volgeva il suo corso a miglior
via, come diremo in appresso252.
In sì fatali circostanze ed in così torbidi giorni, che tali furono in ispecie dal 1400 al 1540, se vana lusinga è il ricercare
alcun vestigio della Scuola pisana, tanto benemerita della rti italiche de' bassi tempi, fra 'l misero avanzo dell'abbandonata
nazione, e quasi che di tutto manchata dal continuo mancar di huomini, et maxime di litterati et bene instructi in qualche
virtù," vedrem per altro che "fra quelli pochi cittadini quali oggi vi restano inhabili non che altro a nutrir gli proprj
figli non che indirizzargli in virtù et tenergli a studio fuori della cipta253 non ne mancarono alcuni che desto l'animo al ben fare dai maggiori loro non degenerassero. Voglio dir di quegli che, inspirati
dalla fama de genj nobili che conducevano le arti più da vicino alla perfezione, abbandonata la patria, come fecero altri
cittadini, corsero ad esercitare i proprj talenti presso quelle nazioni ove il sapere ed il buon gusto si stabiliva.
A provare il nostro assunto vi concorre in primo luogo la memoria allegata dal Platina che un certo Pietro da Pisa, avendo buon credito nell'arte, cominciò a dipingere per ordine di Martino V la chiesa di s. Giovanni Laterano in
Roma circa all'anno 1417254.
Ma più innanzi inoltrandoci menzion faremo di maestro Gualtiero di Giovanni pisano dipintore abitante in Siena nel 1437 per ricordi esistenti255 nell'archivio dello spedale di quella città. Osserveremo in oltre che l'istesso nome di Gualtiero da Pisa unitamente a quello di Massaino da Pisa trovasi segnato in uno de' ruoli degli statuti dell'arte de' pittori sanesi pubblicati dal Della Valle nel primo tomo delle
sue lettere.
Onorevol memoria trovasi fragli Scrittori italici del Muratori di un certo Antonio pisano lavoratore eccellente in pietre dure nella città di Foligno. Eccone le precise parole: Anno 1461. Antonius Pisanus
gemmarum, pretiosorumque lapidum sculptura claret256.
Che in Lucca pure si stabilissero dei pittori pisani si rileva da una bacchetta d'entrata ed uscita dell'opera di s. Martino
dal 1471 all'84. Eccone il documento: Nel 1479 dato a fare a Pandolfo d'Ugolino vetriero in Lucca mezza finestra di vetro
per l'altare di s. Agnello con figura di s. Agnello in pontificale, e sotto l'archetto un s. Martino, e sotto tre armi, cioè
quella di Lucca con s. Piero, quella dell'opera e quella dell'operaio. Ma se un tal documento del 1479 non c'informa che questo
Pandolfo era pisano, chiara testimonianza ne fa per avventura l'iscrizione che si trova nella invetriata di mezzo del coro
della cattedrale di s. Martino dipinta a più colori che il merito palesa del nostro artefice in quell'arte difficile, artificiosa
e bella e che la patria di lui a chiare note insegna:
PANDOLFO DI S. VGOLINO DA PISA ME FEC.
A DI P. SETEMBR MCCCCLXXXV257.
Nelle note all'elogio di Baccio Lomi nel Tom. IV degli Uom. illus. Pis. avvi la notizia che nella chiesa di s. Lucia del castello di s. Luce una tavola rappresentante la natività della Madonna,
spogliata da cattivo ripulitore dell'antico suo pregio, ha quest'iscrizione:
OPERA DI GUIDO PISANO MCCCC....
In oltre si fa menzione di una figura di s. Rocco del 1476, unico avanzo delle pitture a fresco che ornavano le mura interne
del bel tempio, pieve del predetto castello. Ancora di tal epoca indica quell'autor ch. del prefato elogio due tavole nelle
chiese pievanie di Laiatico e di Chianni ov'è notato ch'esse furon fatte dipingere nel 1464; e dalla maniera uniforme e dalla
circostanza che i pisani per tema della dura legge258 non apponessero il nome nei dipinti loro trae congettura che le citate e molte altre opere anonime sparse nelle colline colla
sola indicazione dell'anno appartengano ad artisti pisani.
Una tavola d'altare nella chiesa pievania di Cevoli, castello nel territorio pisano, tuttora si conserva a pro del nostro
assunto colle dipinte immagini della Madonna, di s. Pietro e di s. Paolo e con questa iscrizione:
ANDREAS DE PISIS ME PINSIT MCCCCXCV.
Niccolò pisano fiorente sul finir di questo e su' primi anni del secolo vegnente nella città di Ferrara merita esser qui distintamente
ricordato. Ch'ei fosse bene esperto maestro nell'arte del dipingere e in quella di scolpire ne fa piena testimonianza l'autor
del libro intitolato Pitture e sculture delle chiese ec. della città di Ferrara e stima che Tito Strozzi dirigesse a lui quell'elegia intitolata Ad pisanum pictorem statuariumque antiquis comparandum259, checché ne pensino il Maffei e il Baldinucci.
L'autor suddetto assegna al nostro Niccolò due opere di pittura in Ferrara. Una è nella chiesa di s. Caterina da Siena che rappresenta s. Caterina con altre sacre immagini;
e frai personaggi quivi ritratti al naturale si distingue il duca di Ferrara Ercole I. Esiste la seconda sopra una gran tavola
nella confraternita dell'Annunziata. La Madonna col Bambino sedente in trono fiancheggiata da due santi e con tre putti angelici
sull'ultimo gradino formano la composizione non priva di merito e, per quanto si ritrova scritto nell'indicato libro, fu ella
eseguita nell'anno 1512.
In Pisa stessa, per poco che si vada indagando, qualche reliquia di questo secolo s'incontra. Una se ne trovava poco fa nella
chiesa soppressa di s. Francesco ed era una tavola d'altare ben grande colla Madonna e varj santi effigiati e con piccole
figure di altri santi e diverse storie negli spartimenti dell'architettonico ornamento. Ci assicura il Vasari che fu pisano
l'autore e che fu egli scolare di D. Lorenzo Monaco; la tavola poi segnava il tempo in cui fu da esso colorita portando scritto
a piè della Madonna l'anno 1415.
Oggi per convincersi della verità del critico suono sparso in più luoghi de' nostri libri non v'è che ascoltare, qualmente
nel totale abbandono di detta chiesa condannata fu ella a essere scorticata nelle parti dorate dagli ingordi e quindi gli
ignoranti villanamente la distrussero: or ne facciano l'usato strepito i venditori di orvietano alla debole udienza loro.
Non rintraccerò nella prioria di s. Michele in Borgo ed altrove orme d'opere di quel tempo da attribuirsi non senza fondamento
a qualche pisano pennello, perché il dover di scrittore delle arti patrie m'invita a narrare che anche in questo secolo non
mancò un genio in Pisa che la scultura, retaggio antico de' pisani, con decoro non esercitasse.
3.1.2. § 2. Isaia scultore
Isaia pisano è quegli che godo di proporre mercé la notizia per me affatto nuova che con lettera molto erudita favorì di comunicarmi
sino dal 1801 il sig. canonico Angelo Battaglini bibliotecario assieme col sig. ab. Marini della Libreria Vaticana in Roma.
Colla scorta della medesima potrei dire il modo onde del nostro Isaia novella si seppe e qualmente Pippo gli fu in Pisa padre e maestro nell'arte; siccome noverar potrei fralle opere sue di rilevanza il sepolcro di Eugenio IV
che far si dovette intorno all'anno 1450 con quanto altro si raccoglie dall'elegia inedita del poeta Pandoni detto Porcella.
Ma per non rendere scemo il merito del pisano scultore e per non togliere al lettore quell'utile che può trarre da' bei tratti
storici ed instruttivi della nominata lettera, ed in fine per rendere un officio di gratitudine e di stima al dotto scrittore
di essa ne pubblicherò quella parte che più appartiene all'indicato obbietto260.
Eruditissimo Signore
Sono sette anni, gentilissimo ed eruditissimo Signore, che alle opere più singolari e non mai pubblicate per l'innanzi di
Basinio Basinj da Parma io aggiunsi un commentario della Corte Letteraria di Sigismondo Pandolfo Malatesta Signor di Rimino,
presso il quale visse e terminò i suoi giorni l'anzidetto elegante poeta latino. Fra coloro ch'ebber luogo in quella corte,
mi avvenne di noverare Porcellio de' Pandoni, più storico che vate pregiato, e sebbene allora potei opportunamente notare
qualche abbaglio degli scrittori che prima di me ne avevano ragionato, pure al presente coll'ajuto di alcuni codici vaticani
da me diligentemente osservati, mi sarebbe facile del Pandoni aggiungere non poche notizie. Ma non è qui luogo di farlo e
voi aspettate con molto desiderio di sapere come per il primo io abbia scoperto un celebre scultore vostro concittadino del
XV secolo, sul quale vi feci richiedere dall'ornatissimo sig. Onofrio Ottavio Boni e che voi confessaste del tutto ignorare,
sebben tanto e più che altri mai siete versato nella patria istoria delle belle arti, come chiaramente il dimostra l'eccellente
vostra Pisa illustrata nelle Arti del disegno.
Vi dirò dunque che in questa Biblioteca Vaticana, riandando alcuni manoscritti, m'incontrai nell'opera di Porcellio intitolata
De felicitate temporum Divi Pii II Pont. Max., della quale lo Zeno cita soltanto volumina septem261 e che nel codice vaticano comprende ancora un ottavo libro262. Sul bel principio di questa opera, che io riguardo come un tesoro per le notizie letterarie e politiche, le quali trarre
se ne può ad illustrare la storia del secolo XV, leggesi il carme seguente:
Ad Immortalitatem Isaie pisani marmorum celatoris
Phidiacos alii digitos mirentur et artem
Ille Policleti, Praxiletisque manus.
Hac tamen Isayas in nostra etate per orbem
5Ingenii summa nobilitate nitet.
Hunc genuere virum thyrreno in littore pise,
Roma aluit, Pippus edocuitque pater.
Non illo inferior qui finxit in arce minervam,
Non illo inferior qui similes satyros
10Non illo nudam qui sculpserat arte figuram,
Quique acrem et vivum marmorem finxit equm
263.
Testis et eugenii mirabilis urna sepulchri,
Testis et alphonsi regius arcus erit.
Ille triumphata virtute et fortibus armis
15Parthenope toto legit ob orbe virum.
Miraque sunt testes monache monumenta beate,
Et mihi quadrupedes quos dedit ille duos
In quibus insident hinc Popea Cesaris uxor,
Inde ferox animis turgidus ora Nero.
20Quid loquor aut mirer divina oracula Chrysti,
Lilia quem circum frondea serta tegunt,
In quibus est vivens pueri ridentis imago,
Sculptaque sunt veris plurima spiritibus?
Sed mag atque magis stupeo, moveorque, proboque
25Quem finxit faciem virgo pudica tuam.
Hic natum et matrem videas licet ora moventes
Pene loqui, solus spiritus his deerat.
Immortale decus celandi marmoris hic est
Si qua fides vati judiciumque lyre.
30Credo equidem similem neque tempora prisca tulere,
Et non hec etas posteritasque feret.
Avreste voi immaginato di trovare sì particolari notizie di un vostro concittadino scultore quanto ne' riferiti versi si adunano?
Ne' primi cinque distici si ha il nome, la patria, il genitore, il luogo dove apprese l'arte e sotto qual maestro, e finalmente
il pregio nel quale era salito. Fu dunque Isaia, ignoto per altro fino ad ora nella storia della scultura, nativo di Pisa e figliuolo di Pippo, o Filippo, scultore anch'esso e che lo aveva istruito nell'arte in quella città che in ogni professione fu sempre e sarà in ogni tempo
madre e maestra di color che sanno. Erasi Isaia acquistato tale riputazione che il poeta lo paragona a' greci più eccellenti
e dice che il suo nome risuonava in tutto il mondo, che gli antichi secoli niuno simile ad esso avevan prodotto e che tale
né la sua età, né il tempo avvenire avrebbero giammai prodotto. In testimonianza di queste lodi, per altro enfatiche e comuni
negli encomiatori, cita cinque opere del medesimo, cioè l'urna sepolcrale del pontefice Eugenio IV, l'arco trionfale di Alfonso
I re di Napoli, i monumenti di s. Monica, due statue equestri allo stesso Porcellio donate, cioè quella di Poppea e di Nerone
e le figure di Gesù Bambino e di nostra Donna con varj angeli ed ornati, i quali convien dire fossero di gusto il più fino
e delicato, mancando loro solo il fiato per esprimere coi labbri quasi moventisi la parola. Volentieri discorrerei di tutti
questi lavori e mi piacerebbe indicarli il luogo e lo stato nel quale al presente si trovano, ma nella scarsezza delle mie
cognizioni non posso farlo che dei tre primi, de' quali soltanto poi due sono tutt'ora esistenti.
Testis et eugenii mirabilis urna sepulchri
Questa è la prima opera nominata da Porcellio del vostro illustre concittadino. Quale idea non si risveglia subito in noi
della stima e riputazione in cui era salito Isaia da Pisa? Vien egli scelto a scolpir l'urna di Eugenio IV da collocarsi nella basilica Vaticana e viene scelto a tal uopo dal cardinal
Pietro Barbo nipote di quel pontefice e che dipoi anche esso occupò la cattedra suprema della chiesa, giacché sappiamo che
dal suddetto cardinale gli fu fatto ergere accanto alla cappella fatta da Eugenio medesimo in onore di Maria Vergine e de'
ss. Apostoli Pietro e Paolo elegantissimum marmoreum sepulchrum, per servirmi delle parole di Tiberio Alfarano riportate dal Dionigi264. Questa cappella fu demolita da Giulio II per la riedificazione della basilica ed in tale occasione fu trasportato il sepolcro
nel chiostro della chiesa di s. Salvatore in Lauro. Si vede tutt'ora colà ben conservato, e voi, sig. Cavaliere, potrete averne
una bella idea col rame inciso e riportato nelle aggiunte al Ciacconio. Io non deciderò se tutto ciò che di quel tempo nel
sepolcro si osserva sia opera del solo scalpello del vostro Isaia, perché a dir vero mi sembra che tutto non corrisponda all'urna della quale parla Porcellio e su di cui la figura giacente
del papa ha del magnifico e veramente maestoso, come gli ornati hanno del grazioso e del delicato. Debbo avvertirvi però che
la testina alata posta nel mezzo del prospetto dell'urna non è ben messa presso il Ciacconio, perché oltre le due ali ha sopra
due serpi ritorte che dovrebbero significare una Medusa, sebbene l'aspetto sia per essa troppo dolce ed avvenente.
Dopo il Porcellio dice Testis et Alphonsi regius arcus erit e che a tal opera fu prescelto Isaia fra tutti gli scultori da quel re magnifico.
Ille triumphata virtute et fortibus armis
Parthenope tota legit ab orbe virum.
cosa per verità onorificentissima ed assai seducente per un artefice.
Riguardo a quest'opera, che tutt'ora in Napoli dinanzi a Castel nuovo si mantiene, il sig. Battaglini cita diversi scrittori
ed il Vasari in primo luogo che ad altri l'attribuirono e conchiude che il poeta Porcella, essendo pur desso uno dei segretarj
d'Alfonso, dovesse aver notizia, superiormente al Vasari e suoi seguaci, dell'artefice delle sculture di quell'arco e che
se egli non lo nominò in una sua lettera diretta al famoso Giorgio di Trabisonda colla descrizione poetica del trionfo del
re Alfonso, lo celebrò per altro con ampia ricordanza nel carme elegiaco poc'anzi trascritto. si finalmente esporre alcuna
cosa dell'altr'opera d'Isaia pisano, alla quale passa Porcellio:
35Miraque sunt testes monache monumenta beate.
Assai celebre è il ritrovamento del corpo di s. Monica madre del gran Dottore s. Agostino accaduto ad Ostia nel 1430, anno
ultimo del pontificato di Martino V, ed il solenne trasporto che ne fu fatto in Roma... Era l'altare della cappella sotto
il quale fu posta l'urna tutto fabbricato di marmo bianco di ottimo lavoro; il gradino sopra la mensa, le parti laterali e
la facciata anteriore della medesima erano istoriate e la storia che vi si rappresentava era il solenne trasporto fatto da
Ostia in Roma in que' giorni del gloriosissimo corpo di s. Monica. Vi si vedevano effigiati i vescovi, i preti, il clero ed
altri che v'intervennero, e alle figure delle persone più distinte si leggevano, secondo l'usitata costumanza del secolo,
apposti per sino i nomi di coloro che vi erano rappresentati. Quanto doveva dunque pregiarsi un somigliante lavoro non solo
per lo scalpello d'Isaia, dal quale era uscito, ma eziandio per la storia de' vestimenti sacri, del rito ecclesiastico e per
la memoria di un avvenimento sì interessante. Sì circa il 1760 fu barbaramente distrutto un tal monumento265 e venduto ad uno scalpellino allor quando chi ne intendeva il pregio si era portato fuori da Roma a sollevarsi per alcuni
mesi dalle sue continue letterarie fatiche. Tornò il Giorgi a Roma, vide il guasto fatto, non senza pianto rispettò la disposizione
del supremo suo superiore e corse subito per redimere col denaro suo proprio l'altare, ma trovollo già in parte del tutto
deformato ed in parte convertito in altro uso. Così un vago ed interessante lavoro, che al Vegio poteva meritare più giusti
encomj di quelli che per altra cappella furono tributati a Giovanni Coricio, andò miseramente a perire266.
Dell'altre opere che di poi soggiunge il Porcellio nulla so dirvi e chi sa pure dove ora si trovino. A me basta di aver soddisfatto
al vostro desiderio additandovi lo scultore pisano nuovo nella storia delle bell'arti, ma celebre nel secolo XV in cui visse,
e di avervi potuto così dare un attestato di quella vera stima colla quale sono
Roma, dalla Biblioteca Vaticana 20 Novembre 1801
Umiliss. Devotiss. Servitore
Angelo Canonico Battaglini
3.2. CAPITOLO II.
Pisani artefici del secolo XVI
Appena i belli astri medicei, ond'è sì celebre Firenze nella storia dell'arti, splendettero favorevoli sulle pisane contrade
circa agli anni 38 e 50 del decimo sesto secolo, tosto a noi si ricondussero gli smarriti studj267 e le arti appartenenti al disegno sempre in istretto legame con essi, bench'al sommo onorate fossero in Roma, in Firenze
e negli stati del Veneto e Lombardo, non isdegnarono di riporre il piede nel terren nostro, ove i primi lumi ne ricevettero.
Non vi si ristabilì la scultura, come quell'arte più di lusso che meglio si alligna frai popoli facoltosi e dediti alla magnificenza
e al decoro delle fabbriche (lodevole retaggio in addietro degli antichi pisani), ma bensì l'arte vaga del dipingere vi concorse
a risentir i vantaggi dell'epoca felice di Cosimo, che fu circa al 1550.
Molto conferisce al disegno nostro un ingegnoso stuolo di non mediocri pittori, che formarono una scuola colle opere fatte
in Pisa ed in varie città dell'Italia. Né sarà men plausibile il tesser brevemente l'elogio di qualche celebre pisano maestro
che si distinse nell'arte, allora quando i più grandi genj bolognesi ed il fiorentino Correggio emendavano lo stil pittoresco
che già tralignato dal suo bello in cui lo pose Raffaello e gli altri luminari dell'arte, oltrepassava i confini del naturale.
3.2.1. § 1. Baccio Lomi
Ebbe incominciamento in Pisa la suddetta scuola per la famiglia Lomi che decorò la patria d'una serie di non volgari artisti. Ella sovente segnata trovasi nelle storie e nelle vite de' più accreditati
scrittori, e Baccio fu il primo genio felice che si applicò con successo non volgare all'arte del dipingere.
Dipinse egli nel Campo Santo, se si ascolta il Tronci, alcune aggiunte alle storie della regina Ester incominciate da Agostino Ghirlanda coll'attestato di uno scrittor contemporaneo268.
Ma volendo ricordare i più certi lavori de' suoi pennelli, avvene in Pisa uno nell'interna chiesa delle monache di s. Matteo,
altro n'esiste nella soppressa compagnia dello Spirito Santo, ora residenza dei reverendissimi signori canonici della Primaziale,
che rappresenta l'incoronazione della Madonna e sono in tavola entrambi.
Del primo, non semplice tradizione, né il nome dell'autore coll'anno 1566 scritto nella posterior parte, ma certo documento
ce ne assicura, che vien accennato alla pag. 255 del terzo tomo di quest'opera. La memoria dell'altro è tutt'ora vegliante
nell'archivio di quel monastero e, sapendosi per essa che M. Baccio Lomi lo condusse nell'anno 1585, avrem chiara l'età di quest'artefice. A scanso di ripetizioni esporremo a miglior luogo le qualità
pittoresche di tali opere e basterà dir qui generalmente che Baccio, benché non isciolto dalla maniera secca e tagliente, fu semplice nel suo comporre, che delineò bene le sue figure e che
fu piuttosto vago nel colorire. La sua maniera non sembra molto discosta da quella di Santi di Tito, seppure in Roma egli non s'instruì sui dipinti di Taddeo Zuccheri, o ne fu per aventura a ragion di tempo scolare.
Se poi verremo in chiaro a suo luogo che Baccio Lomi fosse l'autore della tavola che fu dell'altar maggiore di s. Lorenzo di Pisa e che ora è di quello di s. Michele in Borgo,
avrem diritto allora di dichiararlo molto maggior maestro che per le indicate opere non ci comparve.
All'ignoranza del tempo in cui accadde la morte di lui supplisca la notizia attinta al libro battesimale che nel 1576 gli
nacque un figlio col nome di Gio. Batista269.
3.2.2. § 2. Aurelio Lomi
Meritevole di annoverarsi fra i buoni maestri dell'arte del dipingere egli è certamente Aurelio Lomi, che trasse in Pisa i natali nel 1556 da Gio. Batt. Lomi orefice e che dal soprallodato Baccio suo zio paterno ebbe del disegno i primi insegnamenti. Si trasferì egli in Firenze nell'età sua giovanile e piuttosto che
nella scuola del Cigoli, come altri affermano, portiamo opinione che in quella del Bronzino si esercitasse. Fresco di tal maniera esser dovette allor quando imprese a dipingere l'adorazione dei Magi e la nascita del
Nazzareno, due quadri grandi in olio fra quelli che nobilmente vestono le pareti della nostra pisana primaziale. Vero è per
altro che il nostro Aurelio cambiò per tre volte lo stile, come fan fede le molte opere sue che in varie città d'Italia e per lo più in luoghi sacri
condusse.
Alla florida Genova, abbenché allora tra figli suoi ella nutrisse maestri di pittura chiari e felici, seppe buon grado di
avere il pisano Aurelio; Aurelio altresì per corrispondere all'onorevole invito accese alla gloria quel natural genio onde avealo la natura fornito, di modo
che sfoggiando nell'arte e segnalandosi nelle commissioni oscurò la fama con cui nel tempo stesso quivi operava Pietro Sorri pittor senese. Fralle molte pitture di valent'uomini che adornano le chiese di quella città, avvene una del nostro artefice
in s. Maria in Passione all'altar maggiore, e questa dovette indicarmi il meglio fare di lui, osservandovi espresso il Nazzareno
deposto di croce. Nella Madonna di Carignano delle quattro tele che sono sulle porte laterali, due, cioè la Resurrezione ed
il Giudizio, sono del nostro Lomi, del Cambiaso è la Nunziata e il s. Domenico del Sarzana. Del Lomi è la tavola dell'Assunzione in s. Maria in Castello e di lui stimiamo ancora il s. Giacinto ed il martirio di s. Biagio.
La Nascita nella chiesa di s. Ciro, una delle più adorne di Genova, non è ordinario lavoro di Aurelio. Finalmente esponendo ch'esso ancora colorì nel Carmine la tavola del Giudizio, che il s. Bonaventura in atto di risuscitare
un morto in una cappella della Nunziata condusse, ove il quadro dell'altare è del Paggi, e che di sua mano è la tavola di s. Antonio da Padova in s. Francesco, avrem dimostrato quanto fu accetto a quella repubblica
il nostro pisano artefice.
In Roma, fralle dipinte tavole di s. Maria in vallicella detta la chiesa nuova, avvene una in cui rappresentò il Lomi con buona maniera Nostra Donna Assunta il cielo. I freschi ancora di quella cappella alla mano di lui si attribuiscono.
In Bologna ci assicura l'autore delle pitture, sculture e architetture di quella città che in s. Paolo il Cristo presentato
al tempio è bell'opera di Aurelio Lomio detto Aurelio Pisano.
In Lucca si ammirano due bei quadri del nostro dipintore. L'uno è nella chiesa di s. Chiara, l'altro è a fresco nel refettorio
che fu de' frati de' Servi, ove Aurelio con maestria pennelleggiando la cena del Nazzareno molto si distinse ed ove con ragione
lasciò scritto il suo nome.
Non mancano opere sue nella città di Firenze e fra queste ricorderemo soltanto l'adorazion de' Magi in s. Spirito ed il s.
Bastiano innanzi al tiranno nella cappella de' signori Pucci presso la Nunaziata.
Venendo ora a dir di quelle ch'ei fece in Pisa sua patria, ne tesseremo un semplice catalogo, potendosene riscontrare il pregio
ai rispettivi luoghi ove fu d'uopo citarle in questo e negli altri due volumi di quest'opera.
Egli dipinse a fresco in Campo Santo una mezza storia del re Assuero con basamenti e storie di chiaro scuro giusta il documento
da me ritrovato nell'opera e riportato alla pag. 226.
Or delle tele favellando, oltre alle due poc'anzi enumerate, altre se ne osservava nel duomo di Pisa, cioè la Circoncisione
effigiata con diverso stile, la tavola d'altare del cieco nato ed una storia del Redentore nell'ornatissima tribuna. Tre grandi
tele esprimenti varj fatti di storia sacra sono nel battistero. Nel Campo Santo il s. Girolamo è uno de' migliori prodotti
de' suoi pennelli. Finalmente tutti suoi lavori sono i seguenti: nella chiesa di s. Caterina il martirio di lei, il quadro
della chiesa di s. Ranieri, l'adorazione de' Magi in s. Frediano, nella cappella di s. Stefano la s. Famiglia, il soffitto
della chiesa di s. Silvestro, una gran tavola ch'era nella soppressa chiesa contigua a quella di san Matteo, il beato Michele
in s. Michele in Borgo, due quadri in s. Andrea e la s. Lucia con altri santi nel Carmine.
Omettendo di citare altre opere del nostro dipintore che nei luoghi particolari tanto in Pisa che altrove si conservano, sembra
quasi impossibile a credere che nel corso di sua vita conducesse a fine tante e sì faticose opere di pennello.
Quali fossero del Lomi le diverse tempre nell'arte, potrà il leggitore agevolmente riscontrare in quei luoghi della presente opera ove le piane
produzioni di lui non solo accenniamo, ma esaminiamo eziandio giusta il proposito nostro. Cessò egli di vivere nel 1622 d'anni
66 e non di 58 come attestò il Soprani; e fia ben giusto l'enumerarlo frai valenti uomini pisani del secolo di cui si ragiona
nell'arte del dipingere, e dir che fu amato dal regnante G. D. Ferdinando mecenate illustre dei più rari talenti270.
3.2.3. § 3. Orazio Lomi Gentileschi
noi tesser l'elogio d'Orazio Gentileschi, pittor d'alto rango, non terremo dietro a chi lo giudicò fratello uterino d'Aurelio Lomi ma, per memorie desunte dai codici dell'archivio battesimale271, che gli ne fosse fratello germano e nato in Pisa nel dì 9 di luglio 1563 francamente esporremo.
Certa memoria è altresì che il padre suo Gio. Batt. Lomi nell'età verde d'anni 17 lo mandasse a Roma a perfezionarsi nell'arte dopo di averne appresi i principj da Baccio suo zio. E poiché fu dato in custodia ad un certo Gentileschi zio materno di lui, vogliono alcuni che anche esso ne ritenesse per sempre un tal cognome. Altri pensano che, stante l'eredità
o donazione del prefato zio, ei per obbligo o per volontà ne assumesse il cognome. Al nostro assunto importa il narrare che
il Gentileschi, discostatosi dalla maniera di Baccio e d'Aurelio, ebbe campo nella bella Roma d'informare quel genio superiore ond'era egli dotato.
Fralle opere che in quella città condusse, si annoverano le seguenti: nella basilica di s. Paolo fuori di Roma la conversione
di lui in una gran tavola d'altare, le pitture a fresco nella tribuna della chiesa di s. Niccolò in Carcere, in s. Giovanni
Laterano alcuni Apostoli nella facciata destra presso il soffitto, e il s. Taddeo presso l'organo. A fresco parimente in s.
Maria Maggiore nella cappella di Sisto V colorì la circoncisione del Signore. In oltre figurò in olio un s. Francesco Stimatizzato
nella seconda cappelle di s. Silvestro ed a fresco le nove muse nelle logge del giardino del palazzo Rospigliosi in compagnia
d'Agostino Tassi, che fece i pergolati ed i paesi. Anche nel palazzo Vaticano dipinse in più luoghi sotto il pontificato di Clemente VIII.
Ma per le più belle e diligenti opere d'Orazio in Roma si additano diverse figure ch'ei colorì a fresco nella volta della sala grande del palazzo pontificio a Montecavallo
per abbellimento delle prospettive e dei fregi del suddetto Agostino e la rappresentanza in olio del Battesimo del Redentore che adorna la cappella Olgiati nella chiesa di s. Maria della pace,
quantunque in essa alquanto annerito si mostri il tinto sugoso e molle.
Gio. Antonio Sauli, giusto estimatore delle opere del nostro Gentileschi ed ambasciatore in Roma per la repubblica di Genova, lo volle qui condurre nel suo ritorno, che fu l'anno 1621.
Colà giunto, per questo suo mecenate tre quadri egli condusse, dei quali tuttora esiste una Danae giacente su morbido letto,
le cui membra ignude tinte di vera carne campeggiano su bianchissimi lini.
Non mancarono altri signori genovesi di esercitare i valorosi pennelli di Orazio. Sovra d'ogni altro Marc'Antonio Doria lo impiegò nel suo Casino di s. Pier d'Arena. Il Soprani parlando di qeuste pitture
attribuisce ad Orazio un s. Girolamo spaventato dal terribil suono della tromba ed il Sacrifizio di Abramo a fresco in altra stanza.
Oltre le divisate opere dipinse ancora il Gentileschi dentro Genova, nel primo altare a destra per chi entra in s. Ciro, una tavola vagamente ideata colla Madonna in piè, dritta
presso ad un letto e l'angelo che l'annunzia tinto di bella macchia. Da questa città alla real galleria di Torino, ei trasmesse
le sue dipinture. Tra queste la N. Donna salutata dall'angelo che piega un ginocchio ed in mano tiene un giglio, figure ben
mosse e tinteggiate con saporite carni, meritò di aver posto onorevole nel gran salone dell'Imperial museo di Parigi.
In Francia eziandio mandò il Gentileschi un'opera, la quale fu sì ben accetta alla regina d'allora che ne invitò l'autore alla sua corte. Vi si portò egli ben tosto,
ma dopo due anni, seguendo il suo capriccioso umore e non curando di aver lasciata in Italia la sua famiglia, passò in Inghilterra
chiamato dal re con vantaggiose promesse. A Carolo Stuardo scrisse il Sandrart Angliae Rege ob insignem in Arte Pictoria praestantiam
Londinum vocatus fuerit.
Quivi dipinse per la maestà sua molti quadri in olio, colorì a fresco la gran sala del palazzo Granuch poco distante da Londra,
ma principalmente dette saggio del raro suo talento a varj personaggi di quel regno.
Correva il dodicesimo anno ch'era al servigio di quella corte il nostro pisano artefice e che godeva il favore di quella nazione
vera estimatrice de' professori del disegno, quando l'irreparabil morte troncò i suoi luminoso giorni nell'anno 1646, che
dovette essere l'ottantesimo terzo della età sua272; ed onorato sepolcro ebbe la nuda salma nella cappella della regina sotto l'altar maggiore nel palazzo di Sommersethaus.
Giustificano il merito di qeusto pittore varie istoriche penne. Omettendo dir ciò che ne scrisse l'abate Filippo Titi, il
Baldinucci ed il Baglioni, gioverà qui esporre che il soprariferito Giovacchino Sandrart, dopo di averlo denominato juxta
omnes istius professionis regulas artifex nobilissimus si esprime che in Inghilterra opera pinxit praecellentissima273. Attesta in oltre che nel tempo ch'ei ritrovavasi in Londra, fralle altre pregiate opere, vide dipingere ad Orazio una Maddalena per commissione del re.
Non credo di dover tacere che Antonio Vandick rinomato pittore, per attestato di amicizia e di stima volle ritrarre l'effigie di lui, non solamente in olio, ma in tavola
di rame eziandio, riponendolo nella bella serie dei 100 suoi ritratti di uomini illustri.
Perché il più vero tributo di laude per la storia nostra eziandio risquota dagli amatori il Gentileschi, mi fo un dovere di corredarla colle seguenti particolari notizie.
Mentr'io mi trattenni nell'anno 1780 in Genova, le sue belle rarità in genere d'arti gustando, ritrovai del nostro artefice,
oltre il surriferito quadro in s. Ciro, quattro opere di sommo merito, tre nel palazzo Gentile ed una in quello De Fornari.
Le prime mi rappresentarono con sorpresa Abramo in atto di ferir Isacco, la vittoriosa Giuditta ed una Cleopatra. Questa fralle
altre, benché non abbia il dono delle belle forme, ella è un'eccellente figura pel rilievo delle nude membra impastate di
morbide carni con unione di tinte molto diafane nelle poche ombre. Il gran cuscino sopra di cui giace è un bellissimo panno
bianco e nelle estremità molto sangue non vi concorre. Mi comparve l'altra opera non men tinteggiata di color grasso e caldo,
e nella sua rappresentanza del Sacrificio d'Abramo ravvisai l'Isacco piano d'intelligenza nel nudo e ben atteggiato per la
più bella figura del quadro. Né fin qui è posta la meta di narrar le opere del Gentileschi da me vedute e da altri non pubblicate.
Nella città di Torino, mentr'io seguendo l'esercizio usato ammirava con meraviglia le ragguardevoli pitture del Real palazzo
d'allora e le molte in ispecie provenienti dalla scuola fiaminga, tre quadri più di tre braccia lunghi e proporzionatamente
alti oltre l'anzidetto dell'Annunziata mi furono additati del nostro pisano maestro. In essi non mi si ascose la maniera di
lui non mai abbastanza lodata, perch'io qui non dubiti d'asserire che posson eglino riporsi fralle più belle prove del suo
pennello e che non volgare era la comparsa che fragli egregj dipinti delle ornatissime stanze faceano.
La maniera di Orazio non fu di quelle che abbiamo osservato e che osserviamo a dì nostri insipide e false e talvolta crude e ferrigne. Per ispiegarla
in miglior guisa aggiungeremo alle varie nostre osservazioni che nelle dipinture di lui di rado le ombre son taglienti, ma
diafane e leggiere sovente; che in oltre vi si osservano i panni bianche molto ben condotti, i gialli misti con lacca ed altresì
la lacca schietta di color pieno e sanguigno. Onde sarà facil cosa di fissarne il giusto carattere conchiudendo che la maniera
di lui diversa affatto da ciò che si vede nelle opere del fratello Aurelio e di Baccio suo zio fu quella vera di tinger con sodezza e con sapore in lombarda foggia, e talvolta della tizianesca partecipante, quella
che piace agl'intendenti, come le altre sopraccitate dispiacciono.
Or volendo essere informati del costume del Gentileschi se ne può consultare il Baldinucci e si può meglio rilevare nella vita di Agostino Tassi da noi poc'anzi ricordato come esperto
maestro di quadratura, di paesi, di fogliami. Imperocché il Passeri, che ne fu lo scrittore274, si esprime che il detto Agostino fu torbido, bizzarro e disordinato, e che stretta amicizia egli tenne col Gentileschi di genio in bizzarria e di costumi simile a lui.
Due figli restarono fra noi del defonto artefice, che uno Francesco, l'altra Artemisia ebber nome. Direm del primo colla scorta
di Raffaello Soprani275 come ebbe fama di buon pittore e che doop la morte del padre andò a Genova, ove si pose nella scuola di Domenico Fiasella, detto il Sarzana, e si esercitò per qualche tempo col medesimo maestro nel colorire. Ma poiché se ne partì da Genova, non andò molto che cessò
di vivere. L'Artemisia poi fu scolara del medesimo Orazio e pittrice di sommo credito, come imprendo a dimostrare nel seguente paragrafo.
3.2.4. § 4. Artemisia Gentileschi
Vanta, come tutti sanno, anche il bel sesso i suoi genj particolari, non men che nelle scienze e nelle muse, nell'arte vaga
del dipingere. Occupa fra questi un luogo assai distinto Artemisia Gentileschi e pertanto qui cogli altri dipintori pisani più rinomati mi fo premura di annoverarla e di tesserne meritevoli encomj.
Ella deve ad Orazio Lomi Gentileschi la sua nascita che fu nell'anno 1590 e l'ornamento nobile del disegno. Né solo col mezzo dell'educazione e de' più sani insegnamenti
egli in lei lo trasferì, ma ancora per le occulte vie del patrio sangue, troppo vero essendo che
Qui viget in foliis venit a radicibus humor
Sic Patrum in natos abeunt cum semine mores
Ovid.
Colle paterne cure si unì la natura a favoreggiar grandemente Artemisia dotandole d'estraordinario talento l'animo gentile e la corporea parte fregiando delle più belle ed attraenti forme. Egli
è indubitato che per tali prerogative, ambedue molto essenziali, nonle mancassero mecenati e adoratori. Il pittore Agostino
Tassi fra gli altri praticandola in Roma se ne invaghì, ma non fu molto felice l'evento de' suoi amori. Racconta il Passeri, pittore insieme e poeta, che per accuse (O false o vere che fossero) di soverchia domestichezza coll'amata Artemisia bella
nelle sembianze e molto manierosa soffrì Agostino la carcere e il tormento della corda e che, sospettando egli del padre,
gravi dissapori scambievolmente ne insorsero. In fine per opera degli amici poste in dimenticanza le passate ostilità ritornarono
a praticarsi e più che mai fu la loro amicizia, come già dissi nell'antecedente paragrafo stretta ed affettuosa.
Ma il valor nell'arte della nostra Artemisia rintracciando, sappiamo che primo studio di essa (quasi comune alle altre femmine pittrici) fu il ritrar l'effigie di varj
signori dell'età sua e che si fece in tal genere eccellente.
Consultando le lettere che, dimorante in Napoli, ella scrisse al commendatore Cassiano del Pozzo amico de' professori del
disegno e che sono inserite nella raccolta stampata in Roma nell'anno 1754, varie notizie per l'argomento nostro quivi si
raccolgono. Molto acconci a quanto abbiam di sopra asserito sono que' primi versi della lettera colla data apposta del dì
21 decembre 1630. Nel mio ritorno in Napoli d'onde sono stata assente molti giorni con occasione di servire una signora duchessa
del suo ritratto ec.. Le altre poi segnan le orme onorate della gloria d'Artemisia dimostrando in qual conto ella era presso gli artefici contemporanei, presso i mecenati e presso i monarchi. Del ritratto,
così si esprime nella lettera dei dì 31 agosto 1620, finiti che avrò alcuni quadri per l'imperatrice la servirò ec.. Ed in
altra posteriore, dopo di aver ella significato al medesimo commendatore che mandava persona a Roma con alcuni quadri grandi,
uno de' quali per mons. Ascanio Filomarino, soggiunge che gli manda insieme il proprio ritratto, conforme le aveva ordinato
per annoverarlo fra' pittori illustri. Per indicar poi de' quadri suddetti il significato e la grandezza, ci serviremo delle
medesime sue parole, che son le seguenti: Coll'antecedente che scrissi a VS. accennai che i quadri che tenevo pronti per mandare
erano di grandezza dodici palmi d'altezza e nove di larghezza, ma non dissi l'istoria. Ora dico che l'istoria è la Samaritana
col Messia e suoi dodici Apostoli con paesi ornati di molta vaghezza, et un altro quadro con un s. Gio. Batista nel deserto
di palmi nove d'altezza e sua lunghezza proporzionata.
Non mancano altre belle prove da allegare che in Firenze, in Roma ed in Napoli non solamente si applicasse a trar semplici
ritratti dalle persone, ma che molte opere ella conducesse singolari per la storia ben trattata e per la maestria dell'arte
e per grandezza estimabili.
Riguardo alla città di Napoli, ne siam persuasi sol che si rammenti un'opera della nostra dipintrice che fa di sé bella mostra
nella Galleria Filomarino de' duchi della Torre con s. Gio. Battista effigiato in atto di dormire, figura pregevole pel disegno,
per la vivacità del colore e per l'attitudine; come ancora le due grandi tele che adornano le pareti del presbiterio della
cattedrale di Pozzuolo colle dipinte storie di s. Gennaro, che sono l'esposizione di lui nell'anfiteatro alle fiere e la decollazione.
In Roma, se non è a nostra notizia, egli è troppo natural raziocinio che vi si racchiuda qualche pittoresco lavoro di Artemisia e verisimilmente in casa Barberini, come si può rilevare dall'indicato volume della sua lettera del dì 21 gennajo 1635 e
dall'altra del 24 ottobre 1637.
Si ricordano in Firenze dagli scrittori le seguenti opere di lei e primieramente nel palazzo Imperiale il ratto di Proserpina
e la tragica storia di Giuditta nella Imperial cospicua galleria.
Del primo quadro, che uno scrittor moderno ce lo suppone trasportato coll'altro nella predetta galleria276, ma che noi non sappiamo dir dov'esista, esporremo soltanto che il Baldinucci277 afferma esser egli assai grande con gran numero di figure fatte d'assai buon gusto.
Non ometteremo bensì di descriver l'altro potendo noi per oculare ispezione asserire ch'esprime con somma naturalezza l'atto
della donna forte nel recider la testa di Oloferne, giacente con artificioso scorto. Il sangue che sgorga e zampilla dal collo
di lui che va troncando il nudo acciaro, il candido panno del letto che asperso ne rosseggia destano nell'animo dell'osservatore
che intende raccapricciamento insieme ed estimazione del dotto pennello. Delle tre figure l'aggruppamento, cioè delle due
indicate e della serva reggente le braccia di lui, i panni generalmente ben trattati, la coperta del letto con bellissima
lacca pennelleggiata, l'effetto del chiaro scuro ed il tinger sodo caratterizzano il merito della maestra mano. Nel quadro,
avvegnaché situato in luogo privo di luce, pur vi si leggono queste parole:
EGO ARTEMISIA LOMI FEC.
Altro lavoro dell'ingegnosa donna esiste in Firenze nel palazzo della ex–nobil famiglia De Medici in via larga. Mentre viveva
il sig. Averardo ch. letterato e padre di detta famiglia ebbi campo di osservarlo agevolmente e fin d'allora mi proposi di
qui farne ampia ricordanza. La tela si distende quattro braccia e mezzo in lunghezza e circa a quattro in altezza. La storia
della casta Susanna che vi si rappresenta di piacer mi comprese e dico per fermo che chi vuol conoscere il valore de' pennelli
d'Artemisia venga egli a vederla. Troverà in essa, io mi lusingo, quella bontà di disegno e quel gusto di colorire che non s'impara giammai
se natural genio non lo somministra. Molto pregio nell'estremità si ravvisa, La figura della donna ebrea gode il dono dell'espressione
e d'un bell'atteggiamento. Le vestimenta la ricuoprono con vaghe piegature e sul petto di lei son con tal arte distese che
l'intelligenza del nudo ne comparisce. Non minor decoro spicca ne' panni de' due circostanti vecchioni e le teste di essi
indicano a meraviglia qual sia in vecchie membra il pizzicor d'amore. Quest'opera in fine basta a dar saggio dello spiritoso
talento della nostra pisana dipintrice, che lasciò scritto nell'imbasamento della piccola loggia ove posa la Susanna: Artemisia Gentileschi F. 1652.
E' noto per gli scritti del Baldinucci e per altre memorie che presso l'ex–nobil famiglia Arrighetti un quadro di lei si conservi
rappresentante l'Aurora e che abbia molto merito, particolarmente per la pastosità delle membra ignude della femmina colle
chiome vagamente sparse e ben mossa. La figura dic'egli per la parte dinanzi è tutta graziosamente sbattimentata in modo che
non lascia però di far mostra della bella proporzione delle membra e del vago colorito, restando solamente percossa dalla
nascente matutina luce dall'opposta parte, e veramente ella è opera bella e che fa conoscere fino a qual segno giungesse l'ingegno
e la mano di una tal donna278.
Attesta il Baldinucci medesimo che per Michalangelo Buonarroti giovine letterato ella dipingesse nel soffitto di una stanza una femmina ignuda di forme leggiadre e di morbide carni, e
che questa poi dagli eredi del prefato Buonarroti fosse fatta in gran parte ricoprire dal Volterrano. Ma sì dell'una che dell'altra opera spero di darne a suo tempo più adeguata notizia.
Altra nobil prerogativa della nostra bella e dotta dipintrice or mi conviene additare, che fu quella di pinger con naturalezza
somma ogni qualità di frutta. Ciò è fuor di dubbio se dobbiam credere agli scrittori di quel tempo. Narra il Baldinucci, più
distintamente ch'altri non fecero, che Gio. Francesco Romanelli pittore di gran riputazione, ammiratore ed amico delle rare doti d'Artemisia, volle fare di sua mano il ritratto di lei in un quadro ove a' suoi preghi aveva essa con vaga disposizione intrecciati bellissimi
frutti e fogliami. Lo tenne sì caro il Romanelli che nel ritorno che fece da Roma a Viterbo volle portarlo seco alla patria. Ma poiché mostrandolo sovente alla consorte sua
lodava egli di soverchio ora il bizzarro artificio della frutta, or la leggiadre forme della dipinta immagine e poiché passava
in oltre ad esclamare che non stavano elleno a confronto coll'originale e che la sua pittura dimostrar d'esso non potea gli
spiritosi concetti, il portamento angelico e le soavi parole e i dolci sguardi ne avvenne che un giorno la preziosa tela restò
vittima dell'accesa rabbia dell'ingelosita consorte. Un tal racconto molto rileva a formar giudizio del bel viso della pittrice
donna e della singolarità del suo pennello anche in tal genere di pittura che, per la precisa imitazione degli effetti bizzarri
della natura raffinata dal buon gusto di tingere, richiede un vivace talento, senza di cui ogni fatica è vana.
Rimane ora ad esporre ch'Artemisia Gentileschi nel 1615 si congiunse in matrimonio con un certo Pier Antonio Schiattesi279, cognome non mai da essa adottato, come fu d'altri il costume, né dal mondo che sempre applaudì e conobbe le opere tanto
del padre quanto della figlia sotto il nome celebre de' Gentileschi. Espongasi ancora che la nostra pittrice per lo più in Roma esercitò l'arte ed in Napoli280, ed il lungo soggiorno che per genio e per tirare a fine molti lavori far ivi dovette ci conduce ad annunziar di sua vita
in Napoli l'ultimo giorno, che non fu negli anni 1640 e 42, come, seguitando il Sandrart, fu scritto. Perocché felicemente
dipingendo essa nel 1652 la prelodata Susanna, conviene che oltrepassasse di gran lunga gli anni 60. Notizia certa ci dà il
nominato signore Averardo Medici nel tomo IV di più Uomini Illustri Pisani che nell'occasione del sontuoso restauro del s. Giovanni de' Fiorentini in Napoli si smarrì, forse barbaramente sepolto sotto
il nuovo pavimento, un gran lastrone di marmo nel cui mezzo leggevasi HEIC ARTIMISIA, brevissima epigrafe, ma bastante a formare
il più ampio elogio della egregia pittrice.
Fu l'Artemisia simile al padre nella lepidezza dell'umore, chiara per le sue lettere principalmente, e nella vaghezza del genio, onde anche
per tal conto quel detto d'Ovidio da principio esposto avremo a lei ben applicato. E riepilogando che la nostra immortal pittrice
fu esperta nel colorir sulle tele con eleganza e verità i ritratti, con maestria somma le storie e con naturalezza le frutta,
e che possedette una fervida immaginazione, come dal quadro di Giuditta più ch'altrove rilevammo, converrà dir di lei con
Benedetto Averani che pingendi arte praestitit e che al più alto grado di stima ella s'innalzò fralle altre femmine che esercitarono
i pennelli.
Finalmente costando per maturo esame che la maniera di tingere d'Artemisia fu sua particolare, ma per altro non molto dissimile né superiore a quella del padre, e formata sul far di Guido in Roma e molto più su quel del Domenichino dimorante in Napoli contemporaneamente a lei, avremo reso col presente elogio vero tributo ad una donna illustre che consacrò
i suoi giorni alla virtù e che risplendette in tempi sì propizj alle bell'arti.
Conchiudasi pertanto che a ragione cantò l'Ariosto a pro del bel sesso:
Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun'arte, ov'hanno posto cura.
3.2.5. § 5. Arcangela Paladini
Altra virtuosa giovine pisana, avvegnaché per la scarsità delle notizie adeguatamente far non se ne possa l'elogio, non merita
di esser dimenticata nell'onorata serie che si fa tessendo. Ella è Arcangela Paladini che in Pisa nel 1599 ebbe i natali. Delicati sensi ed immaginazione vivace sortito avendo dalla natura, germogliarono in
lei i semi delle due piacevoli ed amene facoltà, pittura e poesia. Nella prima il padre suo Filippo Paladini pittore la diresse e l'addestrò l'innato genio nell'una e nell'altra con rapidità portentosa. Colla guida del disegno l'arte
di ricamare ella pure esercitò. Non contenta qual nuova Corinna di porger vaghe note al plettro amato, la musica coltivò eziandio.
Giunta la Paladini in età ancor tenera alla gloria di possedere con eccellenza le tre arti indicate, meritò che l'arciduchessa
Maddalena d'Austria, moglie del granduca Cosimo II, l'invitasse alla sua corte. Quivi soggiornando ella si cattivò la benevolenza
e la special protezione di lei, che la ricolmò di premj e di onori e volle la propria immagine co' suoi pennelli ritraesse,
onde aver ella una memoria della sua più nobile prerogativa. Un tal ritratto fu trasferito di poi dal cardinal Leopoldo nella
galleria allora medicea e collocato fu nella raccolta celebre e sola dei ritratti de' più segnalati professori delle bell'arti.
La medesima galleria Imperiale tuttora la conserva e nella posterior parte della tela leggesi: Ser. M. Magdalenae Austriacae jussu manu propria se pingebat A. D. 1621.
Dietro ai voleri della prefata principessa Arcangela Paladini in matrimonio si congiunse con Giovanni Broomans nel 1616.
Ornata dalle grazie che in lei si erano sparte, o le labbra sciogliesse in musicali accenti o in ausonie rime, o la mano esperta
a pinger porgesse, formava il piacere degli amici e la speranza degli eruditi, tuti ammiratori de' suoi rari talenti. Ma l'invida
dispietata morte, che fura i buoni e lascia stare i rei, troncò con i suoi bei giorni le comuni speranze ed il suo caldo seno,
nido di virtù, ghiaccio eterno divenne. Se non al corpo giovarono all'alma le funebri pompe solenni, ed alla posterità fu
consacrato il mausoleo nobile che nella chiesa di s. Felicità in Firenze innalzar le fece l'illustre sua benefattrice col
seguente epitaffio:
D. O. M.
ARCANGELA. PALADINA
JOANNIS. BROOMANS. ANTUERPIENSIS. UXOR
CECINIT. ETRUSCIS. REGIBUS. NUNC. CANIT. DEO
VERE PALLADINA. QUÆ. PALLADEM. ACU
APELLEM COLORIBUS. CANTU. ÆQUAVIT. MUSAS
OBIIT. AN. SUÆ. ÆTATIS. XXIII. DIE. VIII. OCTOBRIS
MDCXXII.
SPARGE. ROSIS. LAPIDEM. COELESTI. INNOXIA. CANTU
THUSCA. JACET. SIREN. ITALA. MUSA. JACET.
Il mausoleo coll'iscrizione esiste di presente nella loggia della citata chiesa di s. Felicita.
Il sig. Averardo Medici dette un cenno della virtuosa donna nel Tom. IV degli Uom. Illust. Pisani, ed il chiarissimo Lanzi nel farne memoria nel Tom. I della Storia Pittorica dell'Italia così si esprime: Fu esposto, cioè il ritratto di lei, nella galleria fra quei de' pittori illustri, e l'esser messo in tal
luogo e il durarvi dal 1621 in qua è non equivoco indizio del suo merito281.
3.2.6. § 6. Orazio Riminaldi
Se Pisa, al pari di Bologna, di Cremona, di Venezia, di Firenze, di Parigi282 e di altre città vanta per la soprallodata Artemisia Gentileschi e per l'Arcangela Paladini le sue donne illustri nel disegno, deesi gloriare eziandio d'esser madre di Orazio Riminaldi il più celebre fra' pittori suoi e commendato maestro del secolo sedicesimo.
Nacque in seno a lei questo gran genio, ripieno d'animo d'amor pittoresco ed inclinato per natura a gloriosamente operare.
Da coetanei mss. in semplice foglio (ritrovato fragli antichi di ex–nobil famiglia col titolo: Vita e opere del sig. Orazio Riminaldi di Pisa pittor celebre ec. mandata dal sig. cardinal Crescenzi) trassi memoria che fosse la sua nascita nell'anno 1586283 e che il padre suo, scorta l'indole del figlio, ne affidasse la cura ad un certo Ranieri Alberghetti pittore284 e quindi ad Aurelio Lomi molto miglior maestro di lui. Ma dopo alcuni anni il giovane studioso per sodisfare al nobile ardore che lo animava, lasciato
il patrio tetto, si trasferì alla gran Roma, dove fiorendo Guido e il Domenichino allo spuntare del secolo XVII era aperta la via d'onore più luminosa alle bell'arti.
Quivi, precisamente attesta l'autore dei prefati mss., ebbe egli per primo maestro il Gentileschi pittor celebre di que' tempi,
seguitò poi il Domenichino pittore eccellente bolognese (dopo cred'io che il Gentileschi se ne partì da Roma) e non isdegnò di apprendere alcune qualità dell'arte da Bartolommeo Manfredi mantovano scolare del Pomarancio e seguace della maniera del Caravaggio. Poich'ebbe terminati i suoi studj e poiché dalle opere de' più valentuomini di quella stagione qual ape industre il più
bel fior ne colse, andò ad abitare in casa di Tiberio de Cavalieri signore assai culto, ed ivi non solo dipinse nei compartimenti
di alcune camere diverse istorie sacre e fregi bellissimi, ma in una gran tela alta braccia quattro ed egualmente larga rappresentò
la favola d'Argo.
In Roma parimente dicono i sopraccitati caratteri ch'egli condusse un quadro con due santi effigiati, san Girolamo e sant'Agostino,
per l'altare della Madonna di Rupe Cava, allora piccolo convento di Agostiniani nel territorio pisano presso i confini di
Lucca. Altro ne fece per Paolo Marchetti colla favolosa storia d'Angelica e Medoro, e per la famiglia Bolognetti rappresentò
in una tela di tre braccia e un quarto Orfeo quando libera dall'inferno Euridice col dolce suono dell'armoniosa lira, come
ancora un s. Sebastiano, figura al naturale, e due capricciose teste.
Per la città d'Aquila colorì una tavola d'altare effigiandovi s. Filippo Neri in atto di ricevere un giglio dalla Madonna,
s. Girolamo ed altri santi. Fece per Assisi uno stendardo e vi figurò i due apostoli s. Jacopo e s. Filippo.
Ma una delle più onorate commissioni fu quella che ricevette il nostro pisano artefice dal gran maestro della religione di
Malta, il quale stimando di maggior pregio il disegno fatto da lui, il prescelse a preferenza degli altri concorrenti, i primi
virtuosi dell'età sua, e volle che su tal disegno egli colorisse per la città di Malta una tavola in olio, come fece rappresentandovi
colla sua bella maniera il martirio di s. Caterina delle ruote.
Sempre sulle tracce de' nostri mss. altre due tavole d'altare non ometteremo di far note di mano d'Orazio, ch'una per la città di Parigi, l'altra per quella di Avignone condusse, effigiando nella prima un fatto di s. Eugenia e
nella seconda il martirio di tre santi. Siccome troviamo scritto in essi che pel duca di Savoia dipinse egli un quadro di
mezza figura al naturale col fatto di Atalanta quando presentò a Meleagro la testa del cinghiale, fatal cagione della crudele
sua morte e che pel sig. Affricano Gerardelli fece un quadro del martirio di due santi, figure nude.
Da queste e da altre opere di pennello traendo gloria ed onore il nostro Riminaldi, si divulgò ben presto la fama del suo raro ingegno, né in vano risuonò sulle patrie sponde dell'Arno. Imperocché dandosi
la combinazion fortunata e sempre desiderabile che al reggimento della bella primaziale pisana presedeva Curzio Ceoli, signore
di buon senso ed amico delle arti e degli artefici di merito, ei fu sollecito e premuroso di commettere all'egregio professore
in Roma due quadri per dar compimento alla sua nobile idea di abbellire con pregiate dipinture tutta la gran tribuna di quella
chiesa. Orazio ne accettò il decoroso incarico e intorno all'anno 1626 colorì sulle tele a olio due soggetti d'istoria sacra. Mosè presso
l'innalzato serpente e Sansone nell'atto di fare strage de' filistei. Del primo in ispecie la vivacità, l'intelligenza e la
sodezza dello stile non farà d'uopo di commendare, perch'or non si ripeta quanto a giusta ragione abbiam detto nel primo volume
alla pag. 266, annoverandolo fralle migliori produzioni dell'arte sua e narrando inoltre la stima che ne dimostrò il G. D.
di Toscana.
Altro pittoresco lavoro fece egli in Roma per la medesima città di Pisa, che fu posto nella chiesa di s. Cristofano per abbellimento
dell'altar maggiore. Soppressa detta chiesa fu trasferito in quella di s. Sepolcro, ove tuttora esiste nella sagrestia, mostrando
solo in ombra il primiero suo pregio e la rappresentanza di s. Guglielmo battuto dai demonj e ristorato da tre sante vergini
componenti il resto del quadro. Siamo incerti se ci dobbiam dolere dell'annerimento di questa pittura per l'umido sofferto,
o per la cattiva mestica della tela, o per la solita incuria de' falsi ripulitori. Parlando di quest'opera l'autor de' citati
mss. giustifica il merito della medesima narrando che il principe Ferdinando di Toscana volle fare acquisto del bozzetto in
olio nell'an. 1697 pagando cinque ungheri a Francesco Gaeta che lo possedeva.
In Pisa stessa e precisamente nella chiesa di s. Martino si conserva una tavola di altare di mano del nostro Orazio Riminaldi. Se dessa fu uno de primi lavori suoi fatto in Roma o innanzi che dalla patria si dipartisse non ne abbiamo certa notizia
per asserirlo. Vero è che il sacerdote in angolo è preso dal Domenichino e che il buono vi risplende con tale sfoggio che chiunque è avvezzo a giudicarne la valuta per un buon esemplare dell'arte
e per altra nobile produzione di lui. Così pensando il Baldinucci volle in ispecial modo encomiar questa dipintura ove alcune
memorie scrisse di questo pisano artefice, e noi ci faremo un dovere d'imitarlo ove si descriva nel terzo volume la chiesa
di s. Martino. Siccome illustrando quella di s. Michele una Madonna in olio citeremo del medesimo autore.
Non merita che qui si taccia la decollazione di s. Cecilia, altra opera singolare del nostro pittore illustre, della quale
una bella copia vedesi tuttora nella chiesa di s. Caterina di Pisa. Eccone in breve l'istoria che diffusamente si narra nel
più volte citato mss. In Roma la eseguì il Riminaldi quasi nel tempo stesso delle tre sopra riferite pitture per la chiesa della Rotonda da collocarsi in uno de' suoi altari.
Ma poiché il capitolo de' preti non gli mantenne la promessa mercede, gli procurò di riaverla nelle mani col finto pretesto
di ritoccarla e di ritirar meglio la tela.
Effettuato un tal pensiero ne fece in due giorni una copia e la mandò ai suddetti preti per l'originale ritoccato. Si opposero
essi dicendo che quello non era il quadro loro, onde ne mossero lite e, secondo quel che sovente accade, ebbero la sentenza
contro colla pena di 500 scudi e l'esilio di Roma a chi ne parlava. In appresso venuto il giorno della Pentecoste e mettendosi
in mostra, com'è solito, le migliori produzioni degli artefici nella chiesa della Madonna di Costantinopoli, vi espose anche
il Riminaldi il soprallodato originale. Se ne risentì pertanto il capitolo, che lo riconobbe, onde procurò ed ottenne di farlo levar dal
posto e porre in deposito per intraprenderne un nuovo giudizio. Ma il pittore volendo per l'ordine violato far valida la pena
de' 500 scudi e dell'esilio, stimarono quei preti di non proseguir nella lite e restituirono il quadro all'autore. Di esso
il maneggio e l'astuzia piacque in tal modo agli altri professori, che ne trassero il detto: Orazio sul contro Ritonda tutta. Per dar compimento all'istoria di quest'opera di pittura, diremo che fu essa trasportata in Pisa nella casa degli eredi
di lui, quindi venduta a Simone Menichini fu posta per ornamento del soprannominato altare. Finalmente dagli eredi Scorzi
fu donata al principe Ferdinando, che allora ne adornò le regie ornatissime stanze del palazzo Pitti. Or veste l'altare suddetto
una copia di mano di Domenico Gabbiani fatta per ordine dell'illustre mecenate, come dicemmo e come a suo luogo in miglior guisa esporremo285.
Richiede il seguito dell'istoria nostra o che noi ritorniamo al soprallodato Curzi Ceoli degnissimo rettore del duomo di Pisa,
per dir ch'esso volendo nobilitare coll'arte della pittura l'interna parte della cupola non dubitò punto di nuovamente ricorrere
ai pennelli del Riminaldi. Né fia di ciò meraviglia, se tanto aveano incontrato il proprio genio e quello de' suoi concittadini le due sopraccennate
tele nella tribuna apposte.
Per sì onorevole oggetto ritornato egli alla patria circa alla metà dell'anno 1627 imprese a dipingere l'opera insigne non
a fresco ma a olio, forse avendo riguardo alla maggior vivacità e forza de' colori, uno de' vantaggi che gode questo tipo
di pittura sull'altre. E se mai volle in tal guisa evitar gli effetti dell'umido che cagionar poteva la mancanza della lanterna
e della fodera della cupola, fu inutil riparo, mentre con dispiacere vi si scorgono di presente alcune parti scrostate ed
altre annerite. Non ne mancano però molte che il pregio dell'opera non manifestino. Quantunque noi ne abbiam fatta onorata
menzione ove di quella celebre cattedrale le rarità descrivemmo, ci si conceda il dir qui soltanto che o noi esaminar si voglia
la copiosa invenzione e l'artifizio degli scorti, o la proprietà armonica e le forme grandiose, o le masse di luci e d'ombre
ed i ben distribuiti gruppi delle figure, fralle quali l'eroina dell'istoria, la Madonna Assunta in cielo primeggia, tutto
concorre a dimostrare che il nostro autore spiegò un ottimo gusto ed un ingegno elevato in questo suo lavoro e ch'esso non
riescì soltanto il più faticoso, ma il più studiato del Riminaldi. Mi fa piacere l'osservarne talora l'intiero bozzetto dipinto a piccole figure in olio con libertà e con tutto l'effetto
del colore che acquistai non a molto, e parmi di rilevare in esso l'original carattere del maestro.
O fosse la fatal cagione del mal contagioso accaduto nel 1630, come nel primo volume si scrisse tenendo dietro al Baldinucci
ed ai mss. del Tronci, ovvero che l'espressa immensa fatica affrettasse l'ultimo giorno al Riminaldi, non nel 1628, come le memorie più volte citate ed il P. Orlandi assicurano, ma nel 1631, indubitato è che l'invida morte
innanzi tempo lo colse mentre dava compimento alla grand'opera286.
La perdita immatura di questo valente uomo meritò a ragione il dispiacere di tutti i cultori delle arti belle e de' più illustri
mecenati. Egli è forza dedurlo consultando il sentimento di tutti i sopraccitati scrittori, i quali si accordano ad attestare
ch'era la fama del valoroso operare del nostro artefice divulgata a tal segno che presso l'ultima sua disavventura non solo
gli era stata commessa l'opera della cappella di s. Gennaro in Napoli per mezzo del cardinal Crescenzi, ma che la regina di
Francia gli aveva fatto scrivere due lettere una in francese, l'altra in italiano idioma per invitarlo al Real servigio di
lei, e con ordine che gli fosse pagato il danaro occorrente per il viaggio.
Non men che gli esteri i pisani ancora avran compianta la morte di sì onorato concittadino, avvegnaché nol dimostrassero col
dare a lui l'onor dovuto di memorabil sepolcro. Sembra inverisimile a crederlo, eppure nemmeno una semplice lapida col glorioso
nome sculto trovasi a piè dell'altar maggiore di s. Cecilia, dove i ricordi della famiglia ed il p. Orlandi asseriscono che
fu sepolto.
Che il Riminaldi nel breve spazio di sua vita esercitasse l'arte in istancabil guisa, non solo il dimostrano le già divisate opere sue, ma
tant'altre ancora che per le case private di Pisa, parte abbozzando e parte perfezionando, egli fece sì avanti che dopo il
suo ritorno da Roma.
Benché l'enumerarle qui minutamente non faccia mestiero, ci piace di ricordar solamente un s. Bastiano curato da s. Irene,
ed altro simil santo in iscorto che il nostro mss. ci addita in casa del signore operajo Ceoli suo protettore, come ancora
il gruppo dell'Assunta e la testa dell'Assunta grande simile a quella lassù della cupola, ed altri pezzi. Un gruppo simile
che si teneva del Riminaldi, dai fratelli Fabbri si conservò finché vissero. La testa poi dell'Assunta, grande come vien dichiarata,
ritrovavasi in casa Curini, siccome un s. Sebastiano curato da s. Irene in casa Damiani, un s. Torpè in casa Galletti ed un
s. Francesco in casa Zucchetti, tutte ex–nobili famiglie di Pisa.
Or passeremo a conchiudere qual fu il vero carattere pittoresco ed il concetto e la stima in cui si tennero le pregiate opere
del nostro pisano dipintore. Questa primieramente si fa chiara ogni volta che rivolgiamo il pensiero a ciò che narrammo poc'anzi
dei quadri di s. Guglielmo e del Mosè e di quello del martirio di s. Cecilia, dal Gabbiani e da altri professori reputato
degno d'incidersi in rame, come fecero a guisa d'acquarello, e subito che vi si aggiunga la notizia ch'esisteva nel Real palazzo
di Firenze la figura ignuda di un giovine alato rappresentante il genio delle bell'arti con i respettivi emblemi ed il bozzetto
d'un s. Guglielmo d'Aquitania287. Né sarà men plausibil cosa che nella ragguardevole raccolta de' ritratti della Imperial galleria siavi quello del Riminaldi
maestrevolmente dipinto.
Riguardo poi allo stile del suo dipingere, stimiamo di aver raccolto dagli esami fatti che in principio cercando egli forza
e vigore seguitò il far caravaggesco, il quale semplicemente imitando il vero e da ogni vaghezza disgiunto erasi già propagato
nelle scuole di Roma; ma che di poi rivolgendosi alla miglior via battuta dal Domenichino sembra si trasformasse nel genio e nella maniera di sì celebre esemplare. Ei lo dimostra nelle carni principalmente, ove
rotondità e vaghezza colla forza di un ben fondato chiaroscuro seppe congiungere288, e nelle tinte in generale, ove spiccano i tratti facili e grassi del suo pennello: così le pessime imprimiture unitamente
col tempo non le avessero in gran parte adombrate. Comunemente poi li suoi dipinti egli pennelleggiò con gusto nobile e maschio
e fu grande all'uso caraccesco il carattere de' contorni e quello di piegare i panni nelle sue figure.
Uno stile sì fatto, il quale agguaglia e qualche volta primeggia su quel del Gentileschi, essendosi formato il Riminaldi colle nobili idee ond'aveva l'animo adorno, ragion vuole che gli si confermi la giusta lode di pittor celebre. Ci lusinghiamo
ancora che tutti quelli i quali hanno amore verso le bell'arti e che insieme san concepire una giusta idea del merito di un
autore, riporranno volentieri il nostro pisano maestro nel numero de' rinomati pittori di scuola lombarda, come noi facciamo
senza temer taccia di soverchia loquacità o di troppo franca visione.
3.2.7. § 7. Vincenzo Possenti scultore in bronzo
Per non omettere alcun soggetto pisano che in qualche genere d'arte proveniente dal disegno siasi distinto in questo secolo,
giusto è di far qui menzione di Vincenzo Possenti da Pisa. Il lampadario appeso nel mezzo del nostro duomo egli è indelebil memoria del vero merito di lui nel modellare, nel
fondere e nel rinettare il metallo. Io già ne feci parola nel primo volume, dandone l'esecuzione all'anno 1580 per notizie
desunte dall'archivio capitolare, e principalmente commendai in esso alcuni putti ben disegnati che in bella guisa s'intrecciano.
Ancora un monumento pure in metallo ch'esiste nel campanile del duomo di Massa e che non isfuggì alle mie ricerche mi giova
di produrre. Quivi in una campana è segnata la seguente iscrizione: Laudes dicite. gratias agite. vota reddite. patri. nato. nexui. uni Deo.
FUNDIT VINCENTIUS POSSANTIUS PISANUS
A. D. MDLXXII.
Nei lavori di bassorilievo, la Madonna ed un arme comprendente gli stemmi di casa Cibo, della casa Malaspina e di quella reale
de' Medici, che ben eseguiti nel getto e nel disegno ornano la superficie della campana, lasciò il nostro artefice un nuovo
contrassegno dell'abilità sua nell'arte fusoria. Intorno all'arme sono le iniziali di queste parole: Aldericus Cybò Malaspina S. R. I. Princeps. Massae. P.
Per simili opere di bronzo, che ritrovammo anche appartenenti all'antecedente secolo, fralle quali per addurre un esempio
è la terza delle campane da noi citate di s. Martino di Pisa coll'anno 1460 e queste parole nell'orlo Eleonardus De Marcus de Pisis fecit, avrem per indubitato che l'arte suddetta fiorente ne' primi secoli dopo il mille non fu giammai dimenticata dai pisani,
se i giorni nostri si eccettuano.
3.3.
CAPITOLO III.
Artefici del secolo XVII
3.3.1. § 1. Maestri nell'arte del dipingere e dell'incidere in rame
Se la pittura dopo di Baccio e d'Aurelio Lomi con nuovo lustro si riprodusse nelle pisane contrade mercé le pregiate fatiche di Orazio Riminaldi, giacché il Gentileschi e sua figlia Artemisia sotto altro cielo operarono, egli è altresì vero che colla morte di lui si smarrirono le belle tracce della lombarda scuola
e molto pregio essa perdette senza che Pisa fralle sue vicende potesse adoprare alcun mezzo per sostenerla. Noi per altro
non trascuriamo di far qui palesi anche que' pochi artefici che in qualche modo alle arti si applicarono e ch'è gran ventura
di enumerarli frai pisani dopo i primi anni e durante il secolo XVII.
1. Primieramente non andrà del tutto inconsiderata la scuola del soprallodato Orazio Riminaldi, perocché si cita e si commenda da Paolo Tronci ne' suoi mss. delle chiese pisane Gio. Battista Riminaldi discepolo e fratello d'Orazio, come ancora un certo Alessandro Cominotti e frai nobili Giovanni Navarretti. Questi nell'anno 1639 fu provveditore della fabbrica del ponte d'un arco solo e morì circa al 1652. Una tavola d'altare
esisteva di sua mano nella chiesa di s. Teresa di Pisa, siccome altra ve n'era del Cominotti, ma, soppressa la medesima, è vano il dar notizia di esse. Anche il già menzionato Girolamo Riminaldi, chiamato a terminar la cupola del duomo di Pisa, egli è verisimile che dal fratello Orazio avesse in Roma i primi rudimenti nella professione. Ma niuno per altro di detta scuola salì in fama di valentuomo nell'arte.
2. Gio. Battista Vanni detto il Vannino sarebbe quel genio onde illustrare il pisano secol pittoresco di cui si ragiona, se io potessi con sicurtà attribuire alla
nostra Pisa la lode di averlo generato. Discorrendo di diversi autori le carte, trovasi che il solo Baldinucci, scrittore
non molto imparziale, lo dichiara fiorentino e dice che nacque ai 21 di febbrajo 1599. Del rimanente l'Orlandi nel suo Abecedario Pittorico asserisce esser egli da Pisa, portando l'autorità di un ms. E poiché con esso concordano altri mss. da me letti ed il parere
dell'erudito sig. dott. Tempesti289, che dei simili ne avrà veduti e tutti forse contemporanei, o di poco tempo inferiori, par quasi forza di doverlo creder
pisano; e con grazia del surriferito autor fiorentino quell'Orazio Vanni giojelliere o Santi Vanni, parimente pittore e padre del nostro Giovan Battista, poteva per avventura ripetere da Pisa i suoi natali ed esercitar l'arte in Firenze, come fece Giovan Battista Lomi padre del nostro Aurelio già da me celebrato. Ma checché sia di ciò non fia soverchio né discaro agli amatori che per poco io mi trattenga a dir di
lui, qualmente fu animato dalla natura all'amore ed alla cultura delle arti in estraordinaria foggia. Imperocché egli si applicò
alla musica strumentale e con successo non volgare alla pittura, all'architettura ed all'intaglio sul rame. L'architettura
imparò da Giulio Parigi ingegnere e maestro del Callot e divenne in quella eccellente, dice il citato Orlandi. Nella pittura poi fu discepolo del suddetto Aurelio Lomi, che tenne scuola in Pisa, quindi passato in Firenze si formò nell'arte cogl'insegnamenti del Rosselli, dell'Empoli e principalmente di Cristofano Allori. Ma per viemaggiormente soddisfare al fervido suo talento, ricercò sull'esempio dei suoi maggiori la vera sede delle bell'arti,
quindi si trasferì a Parma ad osservar con profitto le sorprendenti opere del Correggio, né trascurò di visitare in Venezia le copiose e vivaci dipinture di quei celebri pennelli.
Diverse sono le opere di questo autore nelle quali fece conoscere quanto esperto fosse sì nel maneggio dei bulini, che in
quello delle tinte.
Dalle notizie storiche del Gori Gandellini, si raccoglie che Giov. Battista intagliò ad acqua forte in Parma la rinomata cupola in quindici fogli e nel 1638 il martirio di s. Placido, altra opera
del Correggio; siccome intagliò il gran quadro di Paolo Veronese, nobile ornamento del refettorio di s. Giorgio Maggiore di Venezia. Riguardo alle opere di pitture si può consultare l'abate
Filippo Titi per quelle che in Roma ei condusse, fralle quali primeggia il s. Bastiano curato da s. Irene nella cappella ultima
di s. Giovanni de' fiorentini. Il prelodato sig. Tempesti ci fa sapere ch'ella è opera certa di Gio. Battista Vanni pisano per riscontro fatto ultimamente nei libri di detta chiesa. Vi sono opere di lui anche in Firenze, ed il martirio di
s. Lorenzo nella chiesa di s. Simone sembra una delle migliori prove del suo ingegno. Al nostro pittore si attribuisce in
s. Agostino il s. Niccolò, ed è sua la Madonna a fresco presso la salita di Montughi.
Alcune memorie mss. ed il parere valutabile del sig. Tempesti ogni dubbio in me disciolgono, perch'io attribuisca volentieri
al Vannino pisano la Giuditta che, lucente e vaga, fralle pitture spicca della maggior tribuna del duomo di Pisa. Ma sì del numero che
delle doti e dello stile del nostro Vanni lusingandomi di poter dar in miglior tempo più adeguata nozione, or mi ristringerò a dire sulle tracce del citato Orlandi
ch'egli fu adorno di grazia e di prontezza di spirito, che venuto l'anno 61 dell'età sua cessò di vivere in Firenze nel dì
27 luglio del 1660 e che gli fu data sepoltura nella chiesa di s. Francesco di Paola fuori di città.
3. Di Ercole Bezzicaluve, o Bezzicaluva, altro valente discepolo di Giulio Parigi nell'arte d'incider tavole di rame e pittore eziandio, sembra non disconvenga il far qui ricordanza, giacché non manca la
tradizione e qualche anonimo scrittor con essa che lo dichiari pisano, e perché molto acconce son le parole Bezzicaluve Ercole Pisano discepolo di Giulio Parigi che si leggono nelle soprariferite notizie degl'intagliatori. Né men valide a confermar l'opinione saranno le iscrizioni
in simil guisa impresse Bezzicaluva Pis. fece, che noi più d'una volta abbiam lette in Pisa in alcuni paesi levati e toccati in penna con buon gusto.
Fioriva quest'artefice circa al 1640. Fralle produzioni de' suoi pennelli una soltanto ne additeremo, potendola garantire
per vera coll'autore della descrizione delle pitture di Pescia, ed è la tavola del coro della collegiata di s. Stefano di
quella città ov'egli figurò un gruppo maestrevolmente composto di varj santi.
Ma nell'intaglio in rame per la stampa, arte utilissima e dilettevole, non volgare dovette essere il sapere ed il merito di
quest'artefice. Perocché o i molti disegni a penna, che non solo in Pisa, come dissi, ma anche altrove si conservano, o le
sue stampe di battaglie, di prospettive, di arabeschi e di paesi si osservino, ne risultano i pregi di bizzarre invenzioni,
di frescheggiar con gusto e di tagliare il rame con franchezza. Volendo poi generalmente paragonar la maniera, ella è partecipe
di quella del Callot e di Remigio Cantagallina290, entrambi scolari del prefato Giulio Parigi, ed all'altra di Stefano della Bella si rassomiglia.
La rara abilità del nostro artefice non andò scevra del favor de' monarchi, poiché sappiamo che il G. D. di Toscana, dopo
di averlo dichiarato maestro di campo, gli dette il comando della fortezza vecchia di Livorno e dipoi quella di Siena, e che
l'arciduca d'Inspruck lo volle al suo servigio.
4. Io debbo a questo luogo porre Giovanni del Sordo, detto ancora Mone da Pisa, perché memorie certe di lui restano tuttora nei mss. di Paolo Tronci sulle chiese pisane ed in quegli del convento di san
Francesco, da me veduti prima della soppressione, e perché lo reputo senza tema di abbaglio un buon pittore del secolo. Tale
infatti ei risulta nel terzo volume del quadro in s. Martino esistente e atto a indicare la maniera sua corredata di un adeguato
disegno e di un tinteggiar vago sul gusto della scuola senese. Anche uno di sua mano accennar ne dovetti in san Francesco
nella prima edizione, ora non saprei ove rintracciarlo.
5. Un certo Paolo Gallucci pisano ci addita ancora il Tronci suddetto; e se fosse di sua mano, com'ei pensa, il quadro presso la porta destra di s.
Michele in Borgo di Pisa esprimente il martirio de' santi Cosimo e Damiano, risuonerebbe fra noi più chiara tradizione del
suo sapere.
6. Una delle principali opere di Zaccaria Rondinosi, la quale per pittore non tanto mediocre lo caratterizza, ci ha mosso a farlo conoscere a ragion di tempo in questo luogo.
I mss. del canonico Totti e di altri assicurano ch'ei trasse da Pisa i natali e che, nel 1663, risarcì alcune storie della
facciata occidentale del Campo Santo, ov'è di sua mano la testa di Noè ignudo nel primo quadro di Benozzo291. Siccome nell'anno susseguente colorì tutta quella parte che dall'angolo boreale fino alla maggior cappella si distende,
figurandovi in due spartimenti la storia del re Ozia ed in altro la gran cena di Baldassarre. Questa è l'opera a fresco di
che intesi dir poc'anzi, ch'accennai soltanto nel primo volume e della quale or mi piace d'esporre, che mentre al colorito
discorde ed alla mancanza di masse d'ombre, di vivezza e di scelta supplisce una ricca e non male ordinata composizione, una
certa proprietà nelle azioni e nei moti ed il vestir naturale benché minuto, s'ella non lusinga l'occhio dello spettatore,
nemmeno si può dir che lo disgusti292.
Ai pennelli del Rondinosi si attribuiscono ancora molti fegi ed imbasamenti nelle suddette facciate, ove introdusse varj ritratti al naturale in un
co' fogliami e con gli arabeschi.
La maniera di quest'artefice non ha rapporto alcuno con quella soprallodata di Orazio Riminaldi, grand'ornamento della moderna arte pisana; e dovendone dire il mio pensiero, mi sembra partecipe della Scuola fiorentina.
La tradizione e le prefate memorie vogliono ch'ei si occupasse in altri lavori al servigio della patria, ove finalmente lasciò
il suo mortal corpo circa all'anno 1680.
I suoi concittadini in contrassegno di stima gli dettero sepoltura nel medesimo nobile edifizio ov'egli aveva impiegate le
virtuose sue fatiche. Il luogo preciso del suo sepolcro sembra fosse a piè del primo grado della scalinata che dal chiostro
conduce alla loggia orientale, giacché in un marmo componente il medesimo è scolpita l'iscrizione che noi, nel celebrare il
Campo Santo, abbiamo riportata.
7. Ragioneremmo volentieri di un altro pittor pisano nominato Ardente, il quale troviamo segnato nella Guida di Lucca del 1721 come autore del battesimo di Nostro Signore nella chiesa di s. Giovanni, di un altro quadro in s. Maria Forisportae dirimpetto
a quello del Guercino e della tavola situata in s. Frediano a destra dell'altar maggiore con s. Cassio vescovo di Narni operator di miracoli alla
presenza del tiranno; ma incerti ancora del tempo in cui visse e non bene informati della maniera che tenne e di altre essenziali
notizie basterà solo di averlo ora qui nominato.
8. Mentovare potrebbesi Francesco Montelatici, detto volgarmente Cecco Bravo, che ammaestrato nel disegno dal Bilivert e dal Coccapani colorì le sue tele con franchezza di pennello e con molta pasta di sugose tinte e che terminò i suoi giorni in Inspruck,
quivi condotto dall'arciduca Ferdinando d'Austria. Potremmo far menzione dei due fratelli Poli, che dipinsero paesaggi con maniera vaga, con piacevoli soggetti e copiosità di figure, molti dei quali si conservano in
Firenze ed in Pisa. Ricordar potremmo eziandio Pietro Ciafferi, denominato lo Smargiasso, pittor di prospettive, di vedute di mare, di vascelli e d'altri marini soggetti, e di qualche battaglia ancora, il che soleva
eseguire con particolar finimento e con buon disegno delle molte figure in ispecie che propriamente e bizzarramente vestite
v'introduceva, come si può agevolmente riscontrare in varie case di Pisa293 e di Livorno, giacché il queste due città egli molto dipinse294. Parrebbe forse ad alcuno che dovessimo far parole anche di un certo Salvi, che fu scolare di Guido in Bologna e del quale molti quadri in olio fra noi si trovano di maniera guidesca, come pure di un certo Venturi cittadino pisano, il fare di cui, benché scorretto e strapazzato, è pieno di macchia e tiene della scuola lombarda, come
si osserva nello sfondo della chiesa di s. Rocco di Pisa, il quale ha il pregio del sottinsù. Ma noi non tanto aborriamo lo
stile di ragionar soverchio sulle mal sicure relazioni, quanto quello di esaltare i soggetti di fama volgare.
Siccome per non aggravar di semplici nomi il volume omettiamo di citare alcuni scolari del Clementone, frai quali furono Valerio Marucelli, il Varchesi e Giulio Venerosi Pesciolini, che di sua mano lasciò un ritratto molto ben dipinto e varj disegni acquerellati.
3.3.2. § 2. Scultori in legno
1. Di altro Riminaldi per nome Domenico, scultore ingegnoso in legno, ragionammo nel primo volume ed or vuole il nostro assunto che a questo luogo ne rinnoviamo
la memoria. Ei visse contemporaneamente al commendato Orazio e, per autentici ricordi dell'opera del duomo di Pisa e per gli scritti del Baldinucci, ci son note le opere sue condotte
con gran maestria e finimento per quella celebre cattedrale. Gli furono commesse dal soprallodato operajo Curzio Ceoli, che
amico de' buoni artefici non mancò di proteggerlo. Domenico pertanto, ripieno l'animo d''onore e di gratitudine verso il suo mecenate, pose ogni studio e fatica a scolpire nei gradini
di noce dell'altar maggiore quasi di mezzano rilievo la storia dell'incoronazione della Madonna e molti angeli, alcuni in
diversi atti di danza ed altri reggenti graziosi festoni. Questi gradini, or esistenti in una delle minori cappelle del Campo
Santo, testimonianza fanno dell'eccellenza di detto lavoro in tal genere d'intaglio.
Due statue pure in legno ed altro che di sua mano tuttora in detta chiesa si osserva potendosi riscontrare nel citato volume,
ci ristringeremo a dire del nostro Domenico Riminaldi che, per attestato del Baldinucci, ei visse 42 anni e che l'anno 1637 fu l'ultimo della sua vita.
2. La ricordanza di Francesco Gaeta pisano non fia qui soverchia, mentr'egli ancora fu esperto maestro nell'intagliare i legnami, e sappiamo per gl'indicati
documenti ch'egli ajutò Domenico Riminaldi ne' ricchi ornati dei pilastri reggenti la cupola di detta chiesa. Oltreché abbiamo raccolto da alcuni mss. di quel tempo
che l'ornato contenente il quadro di s. Antonio fu tutto eseguito dal nostro artefice prima dell'anno 1667.
Che fosse il Gaeta anche pratico d'incidere il rame lo attestano certi piccoli quadretti ove in lame di simil metallo sono espresse varie campagne
con figure di giuocatori ed altre bizzarrie e dove leggesi Francesco Gaeta fece 1664. Questi si conservano in Pisa e noi ancora ne possediamo.
3. Pietro Giambelli pisano è altro genio felice dell'arte soprallodata, che merita memoria e stima in queste carte. Il bel soffitto delle tre
navi del duomo di Sarzana, condotto in legno a opera d'intaglio de' suoi scalpelli, giustifica se a ragione prendo per esso
un tale impegno.
Come ammiratore dell'indicato immenso lavoro non dubito di assicurare che ciascun soffitto è scompartito col bel disegno e
che nei rosoni, nelle cartelle, nelle vitalbe e negli arabeschi spicca un sopraffino intaglio. Il Targioni nel T. XII de'
suoi viaggi fa special menzione di quest'opera e dell'autore.
4. Mi piace di non passar sotto silenzio un novello e non meno esperto intagliatore e scultore d'ornati, Michel Buti pisano, giacché per avventura, osservando le rarità di Perugia, mi furono additati gl'intagli in legno dell'organo di sant'Antonio
abate che fu de' monaci Olivetani per un saggio del buon gusto di quest'artefice.
5. Da tutti i soprallegati maestri bravissimi nell'intagliare il legno e da altri che servirono loro di ajuto e dal conto
ch'altre città ne facevano, può nascer sana congettura che una numerosa scuola di tal genere in Pisa fiorisse nel corso di
questo secolo. Siccome non mal ci apporremo giudicando che anche nel secolo antecedente si coltivasse quest'arte unitamente
a quella d'intarsiare i legnami di diversi colori, se si rintracciano nel primo tomo i seggi e le due residenze arcivescovili
del coro e l'altra ancora situata nel mezzo del duomo di Pisa. Perocché tutte queste opere d'intaglio e di tarsia, se il disegno
di alcune si eccettua, furono eseguite da pisani artefici, cioè da Guido del Servellino e da Domenico di Mariotto in principio, ed in appresso da Gio. Battista del Cervelliera, che dal Vasari e dalla tradizione vien dichiarato uomo di singolare ingegno nell'architettura e nell'artificiosa connessione
di legni coloriti.
3.3.3. § 3. Maestri di cesello e gettatori in argento ed in bronzo
M'è di scorta il prefato argomento a far brevemente conoscere che dovette in Pisa aver sede, contemporaneamente a quella di
scolpire in legno, anche una scuola di cesellare, formare e gettare in argento e che i maestri pisani la possedettero all'eccellenza.
Lo comprovammo già a meraviglia favellando al suo luogo del ricco ornamento d'argento della cappella di s. Jacopo nella cattedrale
di Pistoja, cioè della statua di s. Jacopo sedente nella nicchia di mezzo di M. Giglio pisano e del s. Marco con i due profeti nella parte verso la sagrestia, figure ben condotte da Pietro Antonio da Pisa, come dalle memorie di quell'archivio si raccolse.
Ma la più bella e convincente prova è la sontuosa macchina che si conserva nella nostra primaziale pisana e che fralle insigni
d'Italia di questo genere può computarsi. Essa è l'altare della cappella del Sacramento condotto di finissimo argento e consistente
non più nel paliotto additato nella prima edizione, ma nei gradi ed in un ben ideato ciborio sovra di essi. Lo stupendo lavoro
delle figure di basso, di mezzano e di tondo rilievo e delle parti architettoniche componenti i gradi suddetti ed il ciborio
fu da noi già descritto. Solo or giova di soggiungere che non solamente son opere gettate in bronzo i corniciami, i capitelli
ed altri pezzi dorati, ma che in argento son fuse alcune teste, tutte le mani, tutti i piedi e la statuetta intera di Cristo
risorto nella nicchia di mezzo situata. Siccome alcuni altri corniciami, imbasamenti ed arnesi proprj delle respettive figure
son di piastra d'argento stampata, e tutto il restante è lavorato col cesello. Ripetasi pertanto il nome di Sebastiano Tamburini pisano per aver egli eseguito nel 1692 sul disegno del Foggini fiorentino un'opera sì grande, le cui lodi consistono nella speciale esattezza del disegno, nella pratica del getto e nella
maestria somma nel cesellare e nel pulire il lavoro. E poiché a tutto ciò la ricchezza della materia, con arte e con accuratezza
ripulita nel 1760, si aggiunge a gran ragione la superba mole forma il piacere e l'ammirazione degli osservatori di buon gusto.
3.4.
CAPITOLO IV.
Artefici del secolo XVIII
3.4.1. § 1. Scultori in legno
L'arte di scolpire in legno non si perda anche di mira, perocché per poco che il pensiero piò oltre si spinga troveremo ch'essa
non venne meno allo spuntar del secolo diciottesimo in Pisa e che si condusse fino a' dì nostri filosofici e non troppo felici
per le bell'arti.
1. Ella è fresca tradizione che fossero di pregio non affatto mediocre le opere di scultura in legno di Olivo Busoni cittadino pisano; ed assicurano alcuni ch'esistevano di lui belle figure in argilla in casa Scorzi. Morì questo scultore
nell'an. 1725.
2. Intagliava ancora un certo Mattei e con molto studio e con credito per gli ornati delle galere di Toscana l'opera sua impiegava.
3. Ma sovra di essi porta il vanto Santi Santucci, detto comunemente Santino, il quale oltre la sua perizia nello scolpire i legnami fu anche architetto. E' fama che lo amò grandemente Ferdinando II,
il quale in tempo del suo soggiorno in Pisa da lui apprender volle d'istruirsi nel modellare in creta ed in tal genere d'intaglio.
Tralle molte incumbenze che dette sovente il prefato principe al Santucci, una fu quella di portarsi a Venezia per levare il modello di una nave. E poiché al suo ritorno glie lo presentò eseguito
in cera maravigliosamente, il plauso riscosse e larghi doni da quel gran mecenate. Bastano a dar saggio del merito di quest'artefice
in Pisa due angeli che fiancheggiano l'altar maggiore della chiesa di s. Sepolcro e certi avanzi che componevano la poppa
di una galera, or situati in un arsenale preso la porta a mare, che son per eleganza, per gusto e per disegno pregevoli. Credesi
al presente in Livorno, né si sa presso qual compratore, una gondola che condusse il Santucci col massimo impegno per quella corte di Toscana. Mi hanno affermato persone di fede e di molto intendimento ch'essa dimostra
a qual segno possedeva egli una tal'arte e propongono per le più degne e per le più bizzarre le seguenti figure: un tritone
componente il timone, due delfini avvinghiati alla prora ed un cigno con un freno in bocca sorretto da una graziosa femmina
in aria equilibrata. E' oral tradizione che questo valoroso maestro, sì perché l'inaspettata morte del prefato principe troncò
le sue speranze, sì perché non riscosse il premio corrispondente all'indicato lavoro, abbandonata la Toscana se ne andò a
Venezia nell'anno 1713. Quivi si trattenne onorato e stipendiato largamente da quella repubblica, né valsero le premurose
instanze di Cosimo III a farlo ritornare alla sua corte. Finalmente un giorno s'imbarcò per la Dalmazia vestito alla levantina,
come da chi lo vide si seppe, ove credesi che terminasse i suoi giorni.
4. Non ometto di far menzione di Giuseppe Giacobbi pisano, che l'arte d'intagliare in legno dovette agl'insegnamenti del suddetto Santino. Non furono d'ordinario pregio le opere sue condotte in Pisa, come dimostra il Cristo della chiesa di sant'Eufrasia e quello
del Carmine. Altre se ne conservano in varie case, ed in quella della famiglia Landucci due baccanti in atto di suonare il
cembalo escirono sicuramente da' suoi scalpelli. Dai padri della Certosa allora esistenti fu egli mandato a Pavia a fare alcuni
lavori nell'anno 1710 e ciò costa per un passaporto da me veduto col Regio sigillo, che fa onore all'artefice.
3.4.2. § 2. Pittori
Volendosi ancora rintracciar l'arte del dipingere ne' primi anni del secolo diciottesimo, la vedremo andar declinando nelle
mani di certi che non fa caso il nominargli.
1. Per dir de' migliori, Ranieri Paci, o del Pace, cittadino pisano non le giovò molto. D'esso lo stil distinguesi nel quadro dell'altar maggiore di s. Giuseppe di Pisa rappresentante
la Sacra Famiglia nella cupola di s. Ambrogio di Firenze compita nell'anno 1719, e nella tavola della chiesa propositura di
Monte Catini presso la città di Pescia.
Accenniam qui di passaggio che, frai nobili pisani dilettanti a che han lasciato qualche contrassegno dello studio loro, si
nomina Domenico Ceuli ed uno ancora di casa Lante. Del primo abbiamo alcuni quadri nella chiesa de' Trovatelli di molto umile
maniera, eppure egli ebbe per maestro Jean de Troy mentre operava a Pisa. Il secondo lasciò varj piccoli quadri in olio presso
il sig. Francesco da Scorno, che mostrano qual sarebbe stato il gusto suo lombardo se la morte non avesse troncato i migliori
suoi giorni.
2. Pittore di qualche merito fu circa al tempo indicato Cammillo Gabbrielli pisano, che Ciro Ferri ammaestrò nell'arte. Se ciò accadde in Firenze o in Roma non abbiam documenti per asserirlo. Certo è che in Roma, mediante
i saggi suoi provvedimenti, Cosimo III tenne maestri stipendiati per insegnare ai toscani, e fra questi il suddetto Ciro si
annovera. Se poi Cammillo gran profitto non trasse da sì onorato professore, si attribuirà alla natura che grandemente nella disposizione dell'animo
influisce. Per altro stima di lui non tanto volgare abbiamo concepito quando fummo assicurati che in Pisa sia di sua mano
l'angelo dipinto a olio nell'angolo destro dell'arcata maggiore della Madonna de' Galletti, ben mosso e bizzarramente vestito,
ed inoltre uno de' due quadri situati nel Carmine sugli archi laterali a quello del coro. Lavorò anche a fresco il Gabbrielli e benché fosse in tal genere meno felice, se ne prevalsero fralle altre le nobili famiglie del Mosca ed Alliata. Per questa
egli dipinse la gran sala, abbellì per l'altra una stanza e fu per ordine di Cammillo del Mosca, il quale non solo fu amico delle bell'arti, ma disegnò di buona maniera a più matite sui fogli bianchi e sui coloriti, e
Roma lo perfezionò in sì nobile ornamento. Mentre il Gabbrielli dimorava in casa Frangioni ad oggetto di rivestir le mura de' suoi dipinti, cessò di vivere circa all'anno 1730.
Per non lasciar l'arte con sì poca gloria fra' pisani, oltrepasserò volentieri i limiti del mio proponimento venendo a dimostrare
nel seguente paragrafo quando e per chi la pittura, dopo la morte di Orazio Riminaldi oscurata, cominciò a rivestirsi di nuova luce.
3.4.3. § 3. I fratelli Melani
1. Egli è indubitato che ascriver debbasi il vanto di aver ravvivata la pittura figurativa fra noi a Giuseppe Melani pisano. Egli unendo al talento volontà e fatica, unione rara ma essenziale per divenir pittore, seppe fralle patrie mura
battere il sentiero della virtù, onde abbellì tempj e palagi sì in Pisa che in Siena colla sua maniera di dipingere alla cortonesca.
Non fia di ciò meraviglia, mentre in quel tempo essendo una tal maniera non solo in Roma ma anche in Firenze acclamata al
maggior segno, non operava alcun maestro che poco o molto non la seguitasse. Che il nostro Giuseppe non dovesse ignorarne le tracce, agevolmente il motivo si raccoglie dal sapere ch'egli attinse i rudimenti dell'arte dal
soprannominato Gabbrielli, il primo a trapiantare in Pisa il gusto del Cortona, e che pure di tale scuola fu il padre suo che gli comunicò le prime regole del disegno. Questi ebbe nome Pietro e, la chirurgia
esercitando, insiem cogli arnesi di tal arte maneggiò leggermente i pennelli, ai quali la tradizione ascrive i quadri compagni,
ma per altro inferiori ai surriferiti del Gabbrielli.
2. Non men l'arte architettonica si nobilitò in Pisa con singolarità per Francesco Melani fratello del prelodato Giuseppe. Consacrando egli a sì bella professione i suoi verdi anni trattò il pennello con gran possesso, né i pezzi da lui dipinti
sono ammirabili soltanto pel gusto e per l'armonia delle tinte, quanto ancora per l'intelligenza della prospettiva.
Entrambi i fratelli pieni di coraggio e d'onore impiegarono sovente in un'opera stessa il loro sapere. Francesco della Seta
Gaetani gl'invitò il primo a darne saggio nel suo palazzo, ove colorirono a fresco le volte di due stanze. Ben dimostra la
prima il gusto che si formavano essi portando amore a quel del Cortona; siccome nella seconda stanza, divenuta più obbediente
la mano all'ingegno, un maggior profitto apparisce spiccando la dolcezza dei lumi e dell'ombre e l'intelligenza degli scorti.
Ma l'elevatezza e la nobiltà del genio ed il magistero dell'arte loro spiegarono nella volta della chiesa di s. Matteo in
Pisa, opera insigne che noi qui ricordiamo soltanto per farci un pregio di descriverla alla pag. 178 del terzo volume.
Non meno illustri fatiche furon quelle a mio credere de' pisani artefici onde arricchirono la volta della grandiosa scala
del nobil palazzo Sansedoni di Siena, ed una stanza contigua alla cappella adorna delle vaghe pitture del Gabbiani fiorentino, e di bassirilievi di marmo e di bronzo. Meritano queste opere colla sopraccennata di s. Matteo di Pisa l'osservazione
degl'intendenti, formano l'idea del merito de' nostri dipintori e gli qualificano valentuomini.
Ma rintracciandone altre che insieme condusser eglino in patria, non s'imponga silenzio a' bei freschi della cappella arcivescovile,
della Mairie e della casa Alliata. Valutabile non meno quello è che nella casa Mecherini di via del Carmine, racchiuso dalla
quadratura di Francesco, la volta delle scale abbella con mirabile effetto degli scorti difficili di sotto in su e con armonia di pastose tinte.
Fralle sole produzioni di Giuseppe, degno posto occupano al certo due quadri grandi a guazzo, ornamento nobile della casa Tonini in Pisa. Dimostran essi due
fatti d'Erminia celebrati dalla dotta penna del Tasso. Opera compita, con forza e con accordo pennellata è quella che esprime
nella figura del pastore quei versi dell'epico poema: "Son figli miei questi che addito e mostro", mentre la guerriera donna
in atto dolcemente altero "pende dalla sua bocca intenta e cheta". Dell'altro quadro ben accomodato è il partimento delle
figure; e la male avventurosa Erminia, fermata a riguardar di Tancredi la faccia discoperta dallo scudier Vafrino, dà a conoscere
gli affetti dell'animo e la dolorosa azione in cui ella è occupata. Ma il prefato maestro lasciò imperfetta una tal opera
e toccò al Tommasi, scolare di lui, ad ultimarla.
Pure un quadro di facciata nella sala della suddetta casa Mecherini di mano di Giuseppe s'ammira. Bacco sul cocchio tirato dalle tigri e da fauni, da satiretti e da bacchiche donzelle corteggiato è la bizzarra
e vaga rappresentanza di esso; il merito poi superiore ci sembra a quello del quadro indicato di casa Tonini. Non è di leggera
stima il cartone o sia lo spolvero di tal dipintura che cuopre l'ornato di rincontro.
Merita d'esser qui nominata la pittura a vero fresco del nostro figurista, che l'altar maggiore adorna della chiesa di san
Giovanni al Gaetano, poco distante dalla porta a mare di Pisa, con tutto che dall'umido alquanto offesa si dica alla pag.
389 del citato volume.
Anche più ampia ricordanza faremo del riposo in Egitto, che al parer nostro è il più bel quadro in olio che producesse il
commendato pennello; godiamo che lo dassero inciso gli estensori eruditi dell'etruria pittrice. Lo fece il Melani per le monache di s. Benedetto ma, venuta la soppressione di loro, per buona sorte ei fu trasferito in s. Michele in Borgo,
mercé le cure mai sempre lodevoli dei soggetti nominati alla pag. 161 del terzo libro, i quali, non cessando di cooperare
all'ornato di quella chiesa, in uno dei due altari di marmo recentemente eretti la collocarono.
Daremo un cenno dello stimabile a fresco nel concavo muro delle scale del soppresso convento di s. Frediano, come ancora delle
tele a tempera componenti le macchine che, in alcune festive ricorrenze innalzate nella chiesa primaziale ed in quella di
s. Martino, di vaga e maestosa scenica comparsa riescono agli occhi di coloro che veder sanno.
Finalmente chiuderemo la narrazione dei lavori pittoreschi de' due valenti fratelli col capo d'opera che Giuseppe già vecchio lasciò nella rappresentanza della morte di s. Ranieri, uno dei quadri grandi che le pareti adornano della primaziale
di Pisa, come alla pag. 227 del primo tomo si riscontra.
Poiché credo non opportuno di narrar qui tutto ciò ch'egli operò in Pisa nelle chiese e nelle case, neppure disaminerò nelle
pitture di lui fornite di molti meriti, se le proporzioni non sempre siano svelte (in che difettò la scuola cortonese), se
soverchio adoprate siano le mezze tinte e se alcune figure accessorie d'ordinario non finite si mostrino, come ancora se manchi
sovente vivacità e lucentezza in quelle a olio e se cedano queste all'altre condotte a buon fresco sul muro, quando ai suddetti
due capi d'opera s'abbia riguardo.
Onorati della croce dello sprone d'oro da papa Clemente XII e dai contrassegni dell'amorevole stima di Giovan Gastone, cessarono
di vivere i due valorosi fratelli, che la natura destinò per così dire alle arti belle circa alla metà del secolo. Di mal
naturale morì Giuseppe nell'anno 1747; e Francesco prima di lui, nel 1742, dovette soccombere alla morte, poco dopo la fatal sua caduta dal palco della cappella arcivescovile,
ove dipingeva. Nella confraternita di s. Lucia, a piè d'un altare da essi edificato, le mortali spoglie d'entrambi un'urna
sola racchiuse; ed allor quando restò quella chiesa soppressa, trasferita fu la lapida di marmo coll'epitaffio in s. Michele
in Borgo ed apposta al muro presso la porta maggiore295.
Or passo a narrare col sistema solito di precisione che i commendati maestri, per diffondere in altri il proprio gusto, tennero
scuola aperta in Pisa, e come per essa diversi pisani si riscaldarono d'amore verso le belle arti. Frai nobili Ranieri Gaetani
si dilettò di paesaggi, il Vaglienti di figure ed il prefato Cammillo Mosca del semplice disegno, in che di poi si addestrò
in Roma, come si disse. Ma tre fra' pisani furono i genj felici ch'uscirono da quella scuola: Giuseppe Bracci, Tommaso Tommasi e Gio. Battista Tempesti. Il primo nella quadratura, negli ornati e nei paesi esperto, gli altri nelle figure.
3. Il Bracci, detto il Braccino, dipinse con riputazione in patria e per qualche tempo in Napoli. In Siena dette saggio del suo ottimo gusto e vaghezza allora
quando colorì due stanze nel secondo piano di casa della ex–nobil famiglia Azzoni, che da noi vedute ci sorpresero per l'armonia
delle tinte e pel rilievo mirabilmente espresso dal maneggio de' lumi e dell'ombre. Ma furono esse l'ultimo de' suoi lavori,
perocché un giorno, mentre stava sul palco risvegliando alcune tinte, per risponder sollecito al barbiere che dal fondo d'una
chiostra all'ordinario officio lo invitava, ponendo il piè sulla tavola accosta alla finestra che vi corrispondeva e capolevando
essa, in un tratto ei si trovò nella chiostra ad incontrar miseramente l'estremo suo destino. Sventura ben grande ella fu
che il costume di radersi la barba cagionasse al bravo artefice il maggior de' mali suoi ed il dispiacere agli amatori di
perderlo innanzi aver raccolto i frutti del suo sapere.
4. Contemporaneo e condiscepolo del Braccino fu Mattia Tarocchi pisano architetto, che un tal nome non usurpava, come tanti fanno dopo di aver misurato poco spazio di terreno o dopo d'aver
dato di una cattiva casa il disegno. Egli era vero maestro di architettura. Lo giustifica quanto operò in Pisa nel palazzo
arcivescovile e nelle sale degli ex–nobili signori Franceschi e Silvatici. E se talvolta i suoi pennelli non tinteggiarono
con gusto di colore e di ornati, non mancarono di spiccar nei suoi lavori le giuste regole dell'arte e l'intelligenza del
chiaroscuro. A questo architetto, come al soprannominato Braccino, accadde d'incontrare l'ultimo giorno in età anche immatura, onde con essi parve volesse la morte affrettare nel terren nostro
il tempo della decadenza dell'architettura, arte nobile ed utilissima, ch'or nuda d'ogni antico fregio generalmente languisce.
5. La ricordanza di Bartolommeo Busoni non sarà inutile a questo luogo, mentre esso descendente al soprannominato Olivo (ed entrambi della stessa famiglia che tuttora
esiste) si applicò al disegno dell'architettura. Se dotto e piacevole fu lo stile ond'ei la dipinse ornandola di figure e
di frutta e di fiori con vaghezza, ne fan fede la volta della chiesa di san Silvestro di Pisa, la sala della casa Quarantotto
ed una stanza in casa Ceuli di via s. Martino.
Mentre il nostro architetto vie maggiormente si accendeva allo studio dell'arte sua ed all'imitazione della natura copiando
di vaghi fiori i più bei scherzi, e mentre Pisa desiderava di rivestirsi di migliori prove del suo ingegno, immatura morte
lo tolse all'arte ed alla patria. Oltre le diverse tele dipinte a olio di propria mano, alcune con fiori, altre con pezzi
d'architettura e di figure, lasciò una bella raccolta di stampe, di disegni e di leggieri schizzi di buoni maestri; ed è lodevole
il vivente sig. dott. Busoni, che degnamente esercita la medica professione, di averla fino ad ora conservata.
6. Tommaso Tommasi fu della scuola del figurista. Ei nacque nella terra di Stazzema, non lungi da Pietrasanta, dove per lo più dimorando, or
colla matita, or colla penna esercitandosi, dava contrassegni del suo natural trasporto verso la pittura. Tanto che Lorenzo
de Salvi nobil pisano lo prese a proteggere e volle seco condurlo a Pisa per porlo sotto gli ammaestramenti di Giuseppe Melani. Né fu vano il pensiero, perché un'ottima riescita in imitar lo stile caratteristico del maestro, nel comporre e nell'eseguire
i proprj lavori con qualche sorta di gusto furono i frutti dei suoi studj. Pertanto il Tommasi acquistatosi buon credito ed un buon numero di commissioni si domiciliò in Pisa e vi stette per tutto lo spazio di sua vita,
uno dei principali motivi fra gli altri onde abbiam creduto che il farne qualche parola ed annoverarlo fra i pittori pisani
non disconvenisse. E' da sapersi ch'egli abitò quasi sempre in casa Salvi nella via del Carmine presso il suo mecenate per
comprendere il motivo ond'era comunemente denominato il pittor del Salvi. Finalmente circa al 1750 cessò di vivere.
3.4.4. § 4. Giovanni Tempesti
Domenico Tempesti nell'anno 1732 dette i natali in Pisa a Giovan Battista, di cui si vuol tesser l'elogio. Il padre frequentò da principio la scuola di pittura che Domenico Ceuli, nobile dilettante,
teneva aperta con quella d'architettura e di musica nella propria casa. La vivace fantasia ond'era fornito, al lavoro più
che allo studio lo trasportò. Operando in ispecie con Jacopo Donati e con Ranieri Gabbrielli architetti pisani296 nella casa Ruschi in Pisa e nelle ville Dal Borgo a Pugnano e Mecherini a Tripalle, dette non equivoche prove che al requisito
esposto straordinaria pratica congiunse nel dipingere a buon fresco sul muro.
Appena il figlio manifestò di aver ereditato il pittoresco genio paterno, Domenico non fu lento a dare a lui di buon'ora i
preliminari dell'arte. Conciosiaché, educato Giovanni nella professione del padre ed acceso d'amore per la medesima, volentieri si sottopose agli ammaestramenti di Tommaso Tommasi, il più abile scolare de' celebrati Melani; quindi, ottenuta la speciale amorevol cura del figurista Giuseppe, sotto di lui maggiori studj intraprese. Ma poiché morte del pregiato maestro i giorni estinse, Giovanni impaziente d'allargare il freno a' suoi fervidi talenti dette di mano ai pennelli e, nell'età fiorita di 28 anni, in diverse
chiese a buon fresco dipinse. I due quadri laterali in quella soppressa di s. Bernardo e gli affreschi in s. Giovanni di Spazzavento
condotti dal giovane pittore circa all'epoca indicata fede faranno, sino a che sarà loro concesso di esistere, che fino da'
suoi principj ei fece sperar molto talento in simil genere di pittura. Animato da' suoi concittadini ed apprezzand'egli i
consigli del padre, alla bella ed ornatissima Roma il piè rivolse. Quivi instancabile nello studio ad imitar si pose la grandiosa
maniera di Placido Costanzi e frequentò l'applaudita scuola di Benedetto Luti principe allora della romana accademia. Alla prima classe di pittura concorrer dovette e ne riportò maggior premio nell'anno
1758, dopo che per l'innanzi ottenuto lo aveva per lo squisito disegno del nudo nell'accademia capitolina. Accaduta la morte
del nominato Costanzi nel 1761, ei non omesse di dipendere dai consigli instruttivi di Pompeo Batoni.
Richiamato alla patria, un quadro grande a olio per la chiesa di s. Domenico esprimente un fatto della b. Chiara Gambacorti
fu il primo tratto di genio del nostro dipintore. A questo unir si debbono quelle parti ch'egli ultimò con esito felice nel
quadro, abbozzato più che altro, del Costanzi suo maestro, che frai grandi del duomo di Pisa si annovera, come ancora la difficile aggiunta che fece alla tela del Passignani nella cappella del sacramento.
In seguito conciliatosi il Tempesti la stima dei suoi concittadini e divulgata fra gli esteri la fama del suo sapere, molte furono le commissioni di quadri in
olio che per le case e per le chiese ei dovette eseguire. Poiché fia grave l'enumerarle qui tutte e tantomeno il descriverle,
per aver ciò fatto in più luoghi di quest'opera, diremo in semplici parole che da' suoi pennelli escirono le altre storie
della beata Chiara Gambacorti ch'ornano le pareti della suddetta chiesa di s. Domenico e molte tavole eziandio che vestono
gli altari di s. Orsola, di s. Caterina e della chiesa dello Spirito Santo ch'ora spetta al capitolo del duomo. Questa ornatissima
cattedrale possiede il suo capo d'opera in olio in quella tela fralle grandi che ne vestono le interne pareti, da noi descritta
alla pag. 204 del primo volume, perché qui se ne taccia il dovuto elogio. La città di Cortona abbellir volle la magnifica
cappella di s. Margherita di un'opera del Tempesti colla rappresentanza della conversione di detta santa. Una tavola d'altare
con somma riputazione da esso lavorata è nella chiesa di s. Bernardo di Faenza.
Or devenendo a dir di quelle dipinture nelle quali il nostro valente artefice adempì all'officio d'ottimo frescante, a nominar
ci ristringeremo le più accreditate, negli anni suoi migliori e con vero impegno colorite.
Tra gli affreschi di Pisa, tiene per noi un rango molto distinto quello che in una stanza trovasi, nell'ampio cortile del
palazzo arcivescovile disposta. La rappresentazione non può esser né meglio condotta per le qualità pittoresche indicate alla
pag. 351 del terzo libro, né più allusiva alla funzione ch'ivi celebravasi nel conferire agli iniziati il dottorale alloro.
Nella chiesa o cappella di s. Ranieri presso l'arsenale il transito di quel santo protettore de' pisani dimostra con qual
possesso e maestria trattò Giovanni in quel genere di pittura i suoi pennelli. La cattedrale pisana ha una grand'opera sua pure di tal genere esprimente la cena
del Redentore ed eseguita nel 1793 con buon disegno e con espressione.
Nella cappella della sapienza avvi un grazioso affresco di lui. Ma la Maddalena, che l'altare abbella della chiesa della villa
Curini a Lari, egli è un quadro comunemente riputato singolare in tal genere. La grazia di lei, il tinteggiar morbido e fresco
ed il rilievo di tutto il lavoro son quelle doti che imparzialmente gli si competono. Il s. Michele della chiesa di Crespina
merita ricordanza.
Rivolgendo la narrazione alle case de' particolari, il palazzo arcivescovile è adorno de' lavori a buon fresco del nostro
artefice. Non meno lo sono la villa Lanfreducci e le case Silvatici, Roncioni, Mastiani, Mecherini lung'Arno, Alliata e Franceschi.
Questa, oltre che vanta una sala stupenda in tal genere per la stimabil quadratura dal Tarocchi eseguita e per le figure che fan gustare il sapore dello stile del Tempesti, ella può mostrare agl'intendenti il tempo che la verità discopre in un piccolo sfondo in cui la femmina ignuda nelle calde
e sugose tinte e nell'intelligenza del sotto in su manifesta la leggiadria ed il pennelleggiar di gusto dell'autore.
Onorevole invito a dar prova del suo valoroso operare a buon fresco egli ebbe dal principe allora regnante in una stanza del
palazzo Pitti di Firenze, destinata alle dilettevoli musicali accademie. Quivi il Tempesti, belle idee praticando e situando le figure con intelligenza e maestria, effigiò nella gran volta la lira d'Orfeo presentata
dalle nove muse a Giove, e da esso fralle costellazioni collocata; siccome nei tre quadri alle pareti egli espresse la musica
che prese origine dall'ancudine e dai ciclopi, Anfione che al dolce suono del grazioso strumento edifica Tebe, ed Ulisse che
le sirene incanta.
Certo è che gli affreschi del nostro pittore per le indicate prerogative grandeggiano e meritano tutt'altro elogio del nostro.
Or de' disegni di lui devenendo a far parola, godo di averne ammirata non solo ma imitata con debil mano la semplicità, la
facilità e la dolcezza. Gl'ignudi ch'ei delineò dal vero con sicurezza nelle accademie romane e nel proprio studio fanno onore
a chi gli possiede. Né solo con la matita rossa, come il bel disegno d'Armida in casa Tonini fa fede, egli riempì di vaghe
storie le carte, ma su' fogli tinti molte graziose figure delineate con sottil penna e con gustosi acquerelli ombrate condusse.
Abbenché il nostro pisano dipintore oltrepassata avesse l'età di 70 anni, pure non cessava di sostenere qualche pittoresca
fatica, accoppiando sempre ai soggetti, anche i più vaghi, quella modestia indivisibile compagna de' suoi regolati costumi.
Ma inopinatamente accidental malattia lo sorprese e dopo pochi giorni d'angosciosa vita lo tolse dal mondo.
Amara fu ai cordiali amici suoi concittadini la perdita di questo valent'uomo, alla cui memoria pensarono tosto di fare eseguire
a proprie spese un bel monumento di marmo dall'esperto scultore sig. Tommaso Masi; e mentre oggi nel Campo Santo di Pisa questo si estolle, pagano essi officio ben dovuto alle ceneri dell'amico pittore.
Dopo di aver soddisfatto all'idea del mio lavoro in quest'opera ed insieme al dovere di grato scolare col tesser un elogio,
qualunque egli sia, più durevole talvolta di quegli sul marmo all'amato mio maestro nel disegno, uno degli esercizj più belli
dell'umano ingegno, or al vivente fratello sig. dottor Ranieri Tempesti, pregiabile amico, le mie voci rivolgo. Non pretendo
con ciò di accerscer fama al merito di lui ben conosciuto per le sue letterarie produzioni veglianti nei quattro tomi di Memorie istoriche di più Uomini illustri Pisani, e nel Discorso Accademico sull'istoria letteraria pisana, ma solo dir voglio che se l'arte della pittura mancò in Pisa per la morte di Giovanni, ereditammo nel fratello Ranieri non solo un estimator culto ma un vero genio della medesima. Dilettandosene egli per ocular mia testimonianza dimostrò che le segrete impressioni della
natura di padre in figlio si trasfondono. In oltre nella poesia ebbe gusto e talento; in appresso versatissimo si rese nella
patria storia e nello studio dell'antichità; ed oggi in iscientifiche occupazioni avvolto in seno all'amena sua villa per
lo più conduce i suoi giorni.
3.4.5. § 5. Stato attuale delle arti del disegno in Pisa
La scultura in marmo viene oggi esercitata con decoro dai citati professori signori Tommaso Masi pisano e Michele Wanlint. Dell'architettura non si può far parola.
La pittura, dopo che del Tempesti i giorni si estinsero, nuovo periodo di sonno in Pisa incontrò. Ci auguriamo per altro,
or che il maggior pianeta il favor de' suoi raggi le dispensa, che qualche illuminato intelletto la sua considerazione per
tal genere le accordi, onde senza inganno in lei risorga la vera cultura delle arti del disegno, mentre le scienze per la
rispettabile accademia vi grandeggiano.
Godiamo che la vicina Firenze, che formò già l'epoca più florida delle bell'arti risorte, oggi ponga ogni cura nell'avvivar
fralle altre quella tanto estimabile della pittura. E poich'ella ravvisa per una parte integrante dell'educazione della gioventù
il disegno, un'accademia da qualche tempo instituita in lei fiorisce. Quivi i giovanili ingegni si tentano e si promuovono
con eccellenti esercizj; e noi facciam pregio di rendere onore e lode a chi ne siede al governo ed all'egregio pittore sig.
Pietro Benvenuti, che in più allievi di merito coglie il frutto della sua direzione.
4. ORDINE ALFABETICO DEI PROFESSORI DEL DISEGNO NOMINATI NEL TOMO SECONDO PER OPERE DA ESSI FATTE
- A
- Adeodato scultore 33
- Alberto pittore pisano 145
- Alcamene scultore ateniese 15
- Alfonso Lombardo ferrarese 52
- Ammannati Bartol. archit. e scult. fiorent. 314
- Andrea scult. e archit. pisano 356 e seg.
- Andrea di Puccio d'Ognabene scult. in arg. 454
- Andreotto pis. gettat. in metallo 415
- Antonio Veneziano pittore 194, 245
- Andrea pittor pisano 449
- Apparecchiato pittor lucchese 154
- Ardente pittor pisano 521
- Arnoldi Alberto scultor fiorent. 91, 573
- Agostino ed Agnolo fratelli scult. sanesi 92
- B
- Balduccio Giov. di scult. pisano 386
- Barnaba da Modena pittore 233
- Bartolommeo pisano archit. e scult. 105 e seg., 110 e seg., 417
- Bartoli Taddeo pittor sanese 219
- Bencivenni e Jacopo di Gio. fonditori pis. 418
- Benedetto scultore 31
- Bengianni fonditore pisano 420
- Benozzo di Lese fiorentino pittore 210 e seg.
- Bezzicaluva Ercole pisano incis. 517
- Bianconi Carlo archit. 257
- Buono architetto 36
- Biduino scult. di scuola pisana 38
- Bonanno archit. e scult. pisano 42
- Bonaventura da Lucca pitt. 164
- Buffalmacco Bonamico pitt. 164
- Bracci pisano architetto 542
- Busoni Bartolommeo arch. e pitt. pisano 544
- Busoni Olivo scult. in legno pisano 530
- Buti Michele scult. in legno 526
- C
- Cecco Bravo V. Francesco Montelatici 522
- Cecco di Pietro pittore pisano 434
- Ciafferi Pietro detto lo Smargiasso pitt. e incis. pisano 522
- Cibei scult. di Carrara 258
- Cigoli Ludovico pitt. fiorentino 234
- Cimabue pittore fiorentino 149
- Clementone pittor genovese 234
- Cominotti Alessandro pittore pisano 513
- Cortellino Girolamo scult. 52
- Currado Francesco pitt. fiorentino 234
- D
- Dato pittor pisano 154
- Dedalo scult. 13
- Domenico di Mariotto scult. in legno pisano 527
- Duccio da Siena pittore 232
- E
- Enrico scultore 35
- F
- Foggini Giov. Batt. scult. 320, 325
- Fra Enrico pisano miniat. 153
- Fra Guglielmo archit. e scult. pisano 99
- Francesco di Neri pittore pisano 430
- Fidia scultore greco 14
- G
- Gabbrielli Cammillo pittor pisano 534
- Gaeta Franc. scult. in legno ed in rame 525
- Gallucci Paolo pittore pisano 519
- Gentileschi Orazio pittor pisano 473
- Gentileschi Artemisia pittrice pisana 482
- Ghirlanda Agost. pitt. di Carrara 206
- Gherardo scult. in bronzo 417
- Giacobbi Giuseppe scultore in legno pisano 532
- Giambelli Pietro pisano scult. in legno 525
- Giglio pisano scult. in arg. 425
- Giotto pittor fiorentino 120, 149, 203, 231
- Giovanni di Niccolò pitt. 433
- Giovanni Pisano scult. e archit. 73 e seg., 109 e seg., 114, 173, 178, 422
- Giovanni pisano pittore 435
- Giunta pittor pisano 116 e seg.
- Guido pittor pisano 480
- Guiduccio pisano pittore 117
- Gruamonte scultore e architetto 32
- Guido senese pittore 145
- Guido da Como scultore 81
- Guidotto pisano scultore 113, 417
- Gualtiero di Giovanni pisano 448
- Guidotti lucchese pittore 206, 226
- I
- Jacopo di Giovanni scultore pisano 421
- Jacopo di Niccola detto Gera pitt. pisano 334
- Jsaia scultore pisano 453 e seg.
- L
- Laurati Pietro sanese pittore 243
- Leonardo scultore 85
- Lomi Aurelio 206, 226, 228, 468
- Lomi Baccio pittor pisano 206, 466
- Lorenzi Antonio scultore da Settignano 323
- Lotteringo pisano scultore 106, 107, 108
- Lisippo Sicioneo scultore 17
- M
- Masi Giuseppe scult. pisano 268
- Melani Giuseppe pittor pisano 534
- Melani Francesco architetto pisano 534
- Memmi Simone pittor sanese 194
- Mirone scultore 15
- Montelatici Franc. detto Cecco Bravo pitt. pis. 522
- Nardi pisano scultore 421
- Nanni scultor pisano 418, 420
- Nello di Vanni pittor pisano 205
- Neri Francesco pittor pisano 430
- Nero di Nello pittor pisano 435
- Neruccio di Federigo pittor pisano 430
- Niccola scultore e archit. pisano 43 e seg.
- Niccolò da Bologna scultore 50
- Niccolò pisano pittore e scultore 233, 451
- Nino scultore pisano 406 e seg.
- O
- Orcagna Andrea pittor fiorentino 236, 239
- Orcagna Bernardo pittor fiorentino 240
- P
- Pandolfo pittor pisano 450
- Paco, o del Pace Ranieri pittor pisano 533
- Pardo pisano fonditore 420
- Paladini Arcangela pitt. pisana 493
- Pietro Antonio cesellatore e fonditor pisano 425
- Pietro da Pisa pittore 447
- Pietro di Puccio da Orvieto pittore 208
- Poli due fratelli pittori pisani 522
- Possenti Vincenzo da Pisa scult. in bronzo 509
- Puccio Gera pittor pisano 433
- R
- Riminaldi Orazio pittor pisano 496
- Riminaldi Girolamo pittor pisano 513
- Riminaldi Gio. Batista pittor pisano 513
- Riminaldi Domenico scult. in legno pisano 524
- Rodolfino pisano scultore 37
- Romanelli Gio. Francesco pitt. di Viterbo 489
- Rondinosi Zaccaria pittor pisano 225
- Rosselli Mattia pittor fiorentino 234
- S
- Santucci Santi pisano scult. in legno 531
- Sordo, o del Sordo Giov. pitt. pisano 518
- Spinello Aretino pittore 200
- Stefani Giov. pittor pisano 226
- Stagi da Pietrasanta scult. 313
- T
- Tadda scultor fiorentino 262
- Tamburini Sebast. cesellatore e fonditore pis. 528
- Tarocchi Mattia architetto pisano 543
- Tassi Agostino bolognese pittore 483
- Tempesti Gio. Batista pittor pisano 542
- Tesi Mauro architetto 257
- Tini scultore 334
- Tommaso pisano archit. e scult. 401 e seg.
- Tommasi Tommaso pittore 544
- Tommaso da Modena pittore 162
- Tribolo scultore e architetto 266
- Turino Vanni pittore pisano 232, 430, 432
- V
- Van–Lint scultore 255
- Vanni pittor pisano 427
- Vanni Gio. Batista pitt., archit. ed incis. 51
- Venturi pittor pisano 523
- Vicino pittor pisano 408
- Vincino pistojese pittore e musaic. 154
- Vittore Pisanello veronese pittore 206
Fine del tomo secondo
1. Vedasi la Parte I. del T.I. pag. 97.
2. Vedasi il Conte Carli Tom. II. pag. 150.
3. Se ne deve l'acquisto allo zelo del sig. cap. Zucchelli, il quale dalla sig. Lucia Ricciardi di famiglia fiorentina, che in
Pisa ebbe per molti anni il domicilio, l'ottenne onde fosse nel Campo Santo come in luogo di deposito collocata. Appartiene
poi al medesimo l'altra segnata col num. 4. Per accennare il sito ov'esse oggi si trovano, senza promettere ove dimani si
troveranno, la prima è nel lato meridionale presso alla seconda colonna milliaria; l'altra è incerta ancora del suo destino.
4. Appartiene al Sig. Conser Lasinio la prima; egli ottenne la seconda dal Sig. Micali e nel lato meridionale verso ponente la
collocò.
5. Sen. Epist. 151. P. in. L. 35, e Gioven. L. II. danno il primo luogo all'argilla.
6. Villalp. vuole che Salomone apprendesse l'architettura da Dio e che da esso l'imparassero i Tirj, dell'opera dei quali si
servì per la fabbrica di detto Tempio. Dimostra ancora che il bello delle fabbriche sì greche, come romane, fu preso da quello
del Tempio ebraico. T. II. p. 11. Isag. 3.
7. Narra Giuseppe nelle antichità giudaiche, che esisteva nel suo tempo quella di pietra, che l'altre per quanto alcuni dicono
era di mattoni.
8. Vedi Giuseppe sopracit. Ant. Giud. L. I. C. XII.
9. Strab. L. XVII. Tacit. An. L. II.
10. Lib. cit.
11. Sat. XV.
12. V. Erod. L. 2. C. 73.
13. Plin. L. XXXVI. C. 13.
14. V. l'autor suddetto L. cit. G. 8. e 9., riguardo ad altri monumenti simili di straordinaria mole e ornati di geroglifici che
furono trasportati a Roma da diversi Imperatori.
15. Erod. L. II. Diod. L. I. Plin. L. cit. C. XII.
16. Il Ganger Voyage de l'Egip. e Paolo de Lucas parlano delle rovine d'Andera. Il Greaves celebra la maggiore delle tre sopracit. piramidi, la cui dimensione
die' lume al Newton per ritrovar le misure del cubito egiziano. Dicono alcuni che dessa si vede al presente costrutta con
dugento ben alti scalini.
17. Strabone, descrivendo il tempio magnifico di Eliopoli, lo dice mancante di armonica proporzione.
18. L. XXXVI. C. XII.
19. Iliade lib. VI. Odiss. lib. VIII e Iliad. L. XVIII.
20. Dell'arte di dipingere Omero non fa menzione, come che alcuni per semplice congettura pretendono anche essa anteriore ai tempi
di lui, e le opere di tappezzeria, nelle quali ci rappresenta l'eccellente poeta greco Elena ed Andromaca occupate, sono il
più forte argomento di loro. Plinio, ove parla di antiche pitture in Ardea ed in Lanuvio, vuole che nullam artium celerius consumatam cum Iliacis temporibus non fuisse eam appareat L. 35. C. III.
21. L. XXXIV. C. VII.
22. L. cit. C. I. e VII e lib. XXXVI. C. XIII.
23. Sto. della Letterat. Ital. P. I. p. 44. ediz. Fior.
24. Vol. I. Trat. C. III. p. 26 ediz. Roma 1767.
25. Recueil d'Antiq. T. I. p. 78. Diod. lib. I. e Strab. lib. XVII. Georg. parlano de' primi saggi della statuaria tanto presso
gli etruschi, quanto presso gli egiziani.
26. Vedi ancora Quintil. Iust. Orat. lib. XII. C. X. e l'autore De l'usage des statues P. III. C. II.
27. L. I. Polit. C. IV. Plat. in Memn. Paus. lib. IX. e lib. VIII, dove accenna la statua in Arcadia eretta all'atleta Arrachione
nell'Olimp. LIV.
28. Petrarca.
29. Con un tal nome comprendiamo i cittadini della Grecia e i greci della Jonia nell'Asia minore e quelli in Italia della Sicilia
e della Magna Grecia, ove fiorir dovette singolarmente lo studio dell'architettura e della scultura nei tempi che indichiamo.
V. Paus. lib. III. C. XVII.
30. L. 36, Cap. V. e lib. 34. C. VIII. Nel lib. XXXIII. C. IV. si legge che la prima statua d'oro solida innanzi che alcuna se
ne facesse di rame, per quanto dicono, fu posta nel Tempio della dea Anetide dai Lidj.
31. Sen. Epist. 9. Fr. Giun. de. pic. vet.
32. Ovid. 3. de Ponto, Paus. lib. I. II e IX. Il Winck. C. IV. T. I. crede che fiorisse Mirone nell'Olimp. LX. età molto anteriore
a quella assegnatagli da Plinio.
33. Orazio lib. II. Epist. ad Aug. Edicto vetuit, ne quis se praeter Apellem / Pingeret, aut alius Lisippo duceret aera / Fortis Alexandri vultum simulantia...
34. Da Tolomeo Filadelfo suo figlio fu fatta innalzar la gran torre di Faro in Alessandria, quella che viene annoverata fra le
maraviglie e che il nome porse ad altre costrutte in appresso ne' porti per sicura scorta de' naviganti.
35. T. I. C. II., e C. IV.
36. Winck. lib. cit. C. IV. crede nell'Olimp. CXLV.
37. Orat. Lib. II. Epist. I.
38. E' parere di dotti antiquari che i greci statuari godettero sempre il primato sopra i romani. Nella prefaz. all'analisi della
Bellezza ediz. Livorno 1761, si dice che i greci o non vollero mai insegnare ai romani quel segreto di analogia, di che ebbero
i primi lumi da Pittagora dopo che dalla Francia e dall'Egitto ritornò in Grecia, circa all'anno del mondo 3484, e 500 anni
avanti l'era cristiana, o che i romani non conobbero l'uso delle proporzioni armoniche.
39. V. Plin lib. XXXIV. C. VII.
40. Winck. T. I. C. IV.
41. Tutto ciò a chi lo esamina comparisce fatto espressamente. Le grosse colonne corilitiche di bellissimo marmo pario sono di
altr'epoca, come tant'altre antiche reliquie da me già additate nella descrizione del tempio.
42. Se ne rileva una certa imitazione nei bassi rilievi della Colonna Traiana disegnati ed incisi da Pietro Santi Bartoli e nell'arco
di Costantino.
43. Dà egli un tocco sullo stile del lavoro, chiamandolo un miserabile sforzo dell'arte spirante, ma per un tocco disapprovato e falso me lo fa conoscere per lettera uno scrittore contemporaneo ch'alla intelligenza generale
delle arti quella vi unisce delle maniere dei barbari e dei mezzani tempi.
44. Il sig. Ciampi abbraccia il parere di quegli che spiegano Rodolfinus Operaius, perché l'iscrizione è nel disotto dell'architrave come quella degli Operaj di S. Andrea ed in oltre, dall'an. 1167 che v'è
scolpito, ei darebbe l'opera a Gruamonte o alla sua scuola.
45. Di cui dovrò in appresso tesser l'istorico elogio.
46. Nel 1790. Un elogio di questo prodigioso artefice fu da dotta penna inserito nel T. L. degli Uomini Illust. Pis.
47. Fra queste si considerin quelle del prelodato epistilio e dei 12 Apostoli, e non si credano mai quivi accomodate. L'osservazione
giusta d'entrambe e la rappresentanza del battesimo di Cristo nelle prime con facilità ne smentisce ogni dubbio. Oltre di
che, se dai lucchesi per la porta di S. Salvatore, se per quella di S. Andrea dai pistojesi e se dai pisani per le porte della
pieve di S. Cassiano furono fatti storiare espressamente gli architravi, tutti illustrati poc'anzi, tanto più deesi ai pisani
stessi una tale osservanza senza dubbio attribuire per la porta maggiore di un tempio sì celebre.
48. Purg. C. X.
49. Orl. Ab. pitt. p. 256, 333 e 338, ediz. Nap. 1763. Borg. p. 511 ediz. Fir. 1584, ove erroneamente si legge il nome di Giov. per quello di Niccola e così nel Masini pag. 326.
50. Atti, o mem. di Uom. Illust. in santità nati e morti in Bologna Cl. I. Vol. II, Bol. 1788, p. 241.
51. Coll. 119, ove parlando di quest'arca si rimette alla cronache suddette.
52. Alla pag. 227.
53. Fra queste il Vasari P. II. loc. cit. L'Orlandi alla p. 396 chiama Niccolò dall'Arca quel da Bologna, ed alla p. 256 sopracit.
dice Niccola Pisano detto dall'Arca.
54. Vas. T. I. pag. 272, ediz. Siena 1791.
55. De Piles abregé etc. edit. Paris 1715, p. 2.
56. Merita di esser letta su tal'argomento la storia del duomo d'Orvieto del P. Della Valle.
57. Nel tempo che disponeva la grand'opera di scultura nella vicina Bologna.
58. Così fu composta l'esterna parte dell'edifizio.
59. C. X. p. 33.
60. Il Naturalista che voglia riscontrarle troverà la 1, la 7, la 9, la 12 e la 13 di quella pietra dura orientale detta granitella.
Siccome troverà la seconda di marmo bianco con vene verdastre detto cipollino, la quarta di breccia con macchie verdi, la
quinta di altro cipollino nero, dalla quale poco varia l'ottava, la sesta di mischio bianco e rossiccio, la decima e la quattordicesima
di pietra talcosa de' monti pisani e le altre di marmo bianco pisano.
61. T I. ediz. Siena p. 271. Una Scala simile si vede praticata nel palazzo Pontificio e nel Borghese in Roma, ed una viepiú migliore
se ne osserva in S. Colomba, Villa del Collegio Tolomei.
62. Questo fu distrutto per causa della fabbrica della fortezza da basso.
63. Sepolt. fior. T. III. mss.
64. L. VI. p. 145.
65. P. Richa T. VII. P. III. p. 292.
66. Ediz. Parma 1783, in nota alla p. 92.
67. Tutto ciò ch'è di stile germanico già sappiamo che fu adoprato da Niccola moderatamente ed in guisa dilettevole e svelta.
68. Così nota il P. Della Valle alla pag. 237 del T. I. del Vasari, ediz. di Siena. Vedasi poi del medesimo aut. il T. I. delle
Lett. Sanesi, ove per valide ragioni ritrova nel nostro Niccola l'architetto della gran Basilica d'Assisi.
69. Si vedano le lettere del Mariotti, Perugia 1788, su tal fonte, che per due miglia per canali di piombo si conduce.
70. Vedasi la descrizione di questo modello dell'architettura di quel tempo nel T. III.
71. Di quest'altare il disegno in rame fu pubblicato in Roma nella vita del B. Gregorio X nell'anno 1711. Avvertasi che al presente
anche a quest'opera non manca un saggio della solita incuria.
72. Avvalorano un tal nostro pensiero alcuni cittadini pistojesi asserendo ch'ella è vecchia tradizione essere opera de' pisani
anche il palpito di S. Giovanni. Come altresì è ottima riflessione del sig. Dott. Bernardino Vitoni non esser possibile che
l'autor ne fosse quel Buono tedesco, come voller alcuni, perché da esso alla costruzione de' pulpiti vi corre più di anni 1050 e perché le figure di
Buono sono goffe e infelici.
73. Parla di questo pergamo il Sig. Ciampi nelle citate sue mem. piatojesi e merita lode per averne riportato un piccol disegno
col mezzo dell'incisione . Egli osserva che la parola sentia deve intendersi scientia.
74. Vedi ciò che su tal conto si disse alla pag. 297 T. I.
75. Se desso non ha ben conservata l'idea, qual si descrive, avvertasi che i rami sempre perdono, o poco o molto, dall'originalità.
76. Alla pag. 180.
77. Vedi T. II. chiesa di S. Maria della Spina.
78. Dante Inf cant. XXVI.
79. Lett. Trionf. della fama L. I.
80. Della traslazione di questo monumento io già ne parlai alla pag. 317 del Tomo I.
81. Vita di Niccola e Giov. Tom. I., p. 272.
82. V. Leand. Alberti de viris illus. L. VI, p. 261.
83. Ediz. Florentiae 1727.
84. Ved. Ch. di S. Mich. in Borgo.
85. Tal notizia gentilmente mi dette il Sig. Ab. Zucchelli Cappellano della Primaziale.
86. Nel 1236 era in Firenze un pittore chiamato Bartolommeo, come si ha dall'Archivio Capitolare. Chi sa che il nostro Bartolommeo non fosse anche pittore. I maestri pisani di quel tempo non mai una sola arte possedevano.
87. Esistono nell'Arch. diplom. Ind. n. 36.
88. Utile notizia, che porge nelle note il ch. Autore dell'elogio di Giunta T.I. mem. d'Uom. Illus. pis.
89. Nacque il Tafi nel 1213; Buffalmacco morì 120 anni dopo la nascita del Tafi. Giunta era già pittor rinomato nel 1228, e nel 1210 aveva appresa l'arte. Circa an. sal. 1210. Juncta Pisanus ruditer a Graecis instructus primus ex Italis artem apprehendit. P. Angeli L. I. Tit. 24.
90. Il cit. P. Angeli, uomo di molto credito e di profondo sapere nel libr. I dell'opera intitol. Collis Paradisi amoenitas seu sacri conv. assisiens. historiae, si espresse, Basilicae fandator insignis... per Giuntam Pisanum
rudis illius saeculi, pictorom supra mediocrem interius exornari praecepit. Ed altrove: Circa an. sal. 1210 Juncta Pisan.
ruditer a Graecis instructus, primus ex Italis artem apprehendit.
91. At Juncta alio vocatus opus deseruit. Hist. cit. T. XXIV.
92. Eccone il documento riportato alla pag. 140 del più volte cit. suo libro: in un istrum. di vendita fatta all'arcivescovo Vitale
nel 1229 si legge : Vendo tibi Juncte q. Guidotti de colle totum unum edificium etc. Che poi fosse egli il pittore ne siamo assicurati da altro plausibile instrumento del 1202, in cui si dice: Manifestus sum ego Struffaldus quondam Stabilecti quia per hanc cartulam venditionis proprio nomine vendo, et trado tibi Juncta
quondam Guidotti pict. etc. Un tale istrum. si conserva nell'archivio diplom. fiorent. trai fogli pistoiesi, e fu quivi ritrovato dal signor Can. Moreni.
Nella pag. indicata troviamo ancor la memoria che la famiglia Dal Colle era nobile di Pisa, e che nel giuramento di fedeltà
prestato da più nobili pisani nel 1255 per l'elezione dell'arciv. Federigo Visconti vi si legge: Juncta Capitenus pictor.
93. Frai mss. dell'aut. esistenti nella Bibliot. Riccard.
94. Né questa, né l'altra mezza figura riescirono incise con quella precisione ch'io avrei desiderata. Ciò fu per colpa di chi
le ritoccò col bulino, che confuse in qualche parte alcuni segni da me fedelmente copiati e specialmente quello delle ciglia
e della bocca.
95. Il ch. autore nominato in addietro dell'elogio di Giunta nelle mem. d'Uom. Illust. Pis. merita lode per aver pubblicato in quattro disegni in rame la descritta opera assisiana. Furon
essi ben eseguiti da Spiridione Mariotti pittor perugino, e dal carattere dell'originale non si discostano. Godo che la spiegazione, ch'egli estesamente ne fece,
colle mie osservazioni confronti. Noterò soltanto ch'ei non dice che l'imprimitura del gesso fosse sulla tela, e la tela sul
legno, maniera praticata nella pisana dipintura di Giunta da me ritrovata, che passo a descrivere.
96. Restava fralle mura del monastero ch'al presente in una fabbrica per concia di cuoia si trasforma. Esiste sempre il campanile
sulla cui porta vedesi tuttora s. Martino a cavallo. La maniera del dipinto a fresco e del carattere della parola Martinus che v'è scritta non discorderebbe da quella del 1200 circa.
97. T. II. Ediz. Firenze 1768, p. 71, e alla p. 72 fa commemorazione di due statue in legno di una grande antichità.
98. Mi assicura persona di molta stima di aver veduto fralle tavole componenti le centine de' muratori alcuni pezzi dell'indicata
pittura di s. Caterina. Povere pitture de' secoli barbari sterminate e distrutte ne' secoli illuminati.
99. Il P. Della Valle nel suo primo tomo delle Lett. Sen. fa menzione ben ragionata di queste e di altre antiche immagini senesi.
100. Il Cod. Siriaco nella Bibl. Laurenziana scritto nell'anno 586 sotto l'Imperatore Maurizio Tiberio, un simile ne mostra. Così
il dott. Lami nelle sue Novelle Lett. in parte inedite, Tandem circa an. vulg. aerae 690 scilicet haud multo ante Concilium Trullanum Redemptoris Jesu imagine insignita coli coepit
ubiq. Christiani Orbis. Onde stima che Niccodemo mai non conducesse alcun'opera né di scultura, né di pittura.
101. Pluteo V. Cod. 9 num. 278.
102. E' scritta in un codice membranaceo di num. 199, che passò nella magliabechiana.
103. Il sig. cappel. Zucchelli ci dà contezza di frate Enrico pisano miniatore colle precise parole che gli scrisse il P. Affò, tratte dalla cronaca di fra Salimbene: Sciebat scribere, miniare, quod aliqui illuminare dicunt pro eo quod ex minio liber illuminatur etc. Il prefato sacerdote molto esperto nelle antiche pergamene ed in simili studj possiede un dittico in cui son dipinte diverse
piccole figure del Salvatore, della Madonna e di altri santi sul cristallo smaltato in oro con quella caratteristica propria
del tempo in cui visse il nostro miniatore fra Enrico suddetto.
104. Sembra che fra questi debba riporsi un certo Bonaventura da Lucca, se vero è quel che ne scrisse il Mancini Bibl. Sen. XXVI. A. 24. Un Dato Pisano, un Vincino da Pistoja ed un Apparecchiato da Lucca che giusta il documento riportato dal signor Ciampi dipinsero nel 1299 nel Camposanto di Pisa.
105. Com'io confesso di aver sempre sospettato che fosse di sua mano il prefato s. Francesco per la ragioni addotte alla pag. 66
nel primo tomo della prima edizione, come ancora la gran tavola della Madonna che stava sulla porta della sagrestia della
chiesa indicata.
106. Prima di Cimabue, scrisse uno fra gli altri, tutti dipingevano a strisce di rosso e verde senza far figure. Il Ciocchi accademico del disegno
in Firenze asserì ch'eccettuata la Grecia nel rimanente dell'Europa assolutamente non vi era nessuno, e che i fiorentini soli prima di tutti
gli altri ebbero professori nella città loro. V. Ediz. Fir. an. 1725, pag. 65.
107. Vedi il Boccaccio Gior. 6. Nov. 5.
108. Vedi Tableau de revolutions del med. sig. Cock, ove spiega la parola Mutina per la città di Muttersdoff. Anche il sig. Cristiano Mechel nella descrizione di quell'Imperial Galleria del 1783 dice lo
stesso. Ma si legga il ch. Tiraboschi alla pag. 270 delle notizie de' pittori di Modena 1786, e l'estrattista nel Gior. di
Torino T. 7. P. 3.
109. Due di questo autore sono da me nominate nel T. 3., alla pag. 63.
110. Per avere dei resultati così sensibili è necessario di sottoporre all'esperienza non della raschiatura ma della mestica dipinta
in sufficiente quantità.
111. Egli fa vedere non solamente il modo di preparar l'acqua di gomma arabica, e cera per macinare i colori, e dipingere a pennello,
ma quello dell'encausto nel cuocere e bruciar la cera applicata in ultimo sul quadro dipinto, e l'altro ancora di dipingere
in encausto colle cere mediante alcuni stili di ferro.
Vedi Saggi sul ristabilim. dell'antica arte dei greci e de' romani pittori. Venezia 1784. Vedi ancora il Giornale de' Letterati
T. 58. Pisa 1785.
112. L. XI, pag. 240.
113. An. Pis. pag. 168.
114. C. III. Ital. Sacr. n. 47, vedi ancora la Cronaca di Pisa an. 1200. Rer. Ital. Script. T. XV.
115. E non nel 1186, come Mich. de Vico Brev. His. Pis. col. 191.
116. Nella Bibliot. Magliab. class. 25. n. 32.
117.
118. Ne dà chiara notizia il p. Mattei T. II. p. I.
119. Vas. Firlatti.
120. Verso il 1370 fu debitrice l'arte a Andrea Orcagna per avere uno de' primi di nuovo introdotto l'uso degli archi a porzione di cerchio, e tolto quello dei sesti acuti. Questo
fu usato in diversi tempi e vi è chi asserisce che fu praticato eziandio nella più remota antichità.
121. Nel suo Dialogo mss. sopra l'istoria del Campo Santo di Pisa L. I. pag. 11. N'esisteva la copia presso il defonto Cammillo
Borghi, e l'originale dai signori Rosselmini della Torre era posseduto.
122. V. fra gli altri scrittori il cit. mss. del can. Totti, p. 16.
123. Pitt. di Padova, p. 282.
124. Hist. nat. L. VII. Cic. L. II. de Leg.
125. Almeno per quanto Plinio assicura dipinsero per lo più a secco sul muro, e talvolta col fuoco, o sia per inustione, maniera
detta encaustica. Ma sopra di ciò vedi il Winckelman., Tom. II.
126. Diverse son le opinioni su tal oggetto. Vedi la nota all'Elogio di Gio. Eyck. nel T. III., serie degli Uom. Ill. ec., dove
si rileva l'inganno del Malvasia, che attribuisce al 408 alcune pitture in olio fatte in Bologna. Se si ascolta il Domenici
Vite de Pitt. napolet., ei vuole che Antonello imparasse a dipingere in olio da Colantonio suo maestro. Io giudico quasi contemporanea all'uso dell'olio l'invenzion facile di mescolar esso colle tinte, ma di quella
poi del buon maneggio dei colori diversi misti coll'olio, sia di lino o di noce, e del vero modo in somma di pingere in olio,
non ne tolgo il merito ai suoi ritrovatori. Vedi cosa ne scrisse di recente il Puccini nelle mem. d'Antonello da Messina. Fir. 1809.
127. Tom. I, pag. 98.
128. L. V. Ep. 17.
129. Vedasi sopra di ciò mons. Bottari nelle note al Vas., ediz. Rom., p. 193.
130. N'è inserita una copia nel T. I. degli Elogj degli Uom. Illus. nella Pitt. ec.
131. Apparisce dal libro dell'Opera all'anno 1388 stil. pis. che Antonio, verso il 1387, dipingeva le prefate storie, e che il
prezzo di ciascuna di esse fu di fiorini settanta o di lire pisane 735. M. Antonius pictor quod Francisci de Venetiis Habuit, et recepit, etc. Qui riflette il sig. Ciampi che se egli operava in Pisa nell'anno indicato, chiaro è l'errore del Vasari nell'assegnar la
morte di lui all'anno della peste 1384.
132. Fu ciò nel 1392 come oggi ci assicura altro documento estratto dal medesimo sig. Ciampi dal lib. di tal anno dell'opera indicata.
Magister Spinellus olim Luce pictor da Aretio qui pingit ystorias Sancti Ephisii et Potiti in Campo Santo ad ratione florenorum
quinquaginta de auro pro qualibet ystoria etc.
Magister Spinellus olim Luce pictor da Aretio qui pingit ystorias Beatorum Ephizi et Potiti etc. confessus fuit se habuisse
pro tribus ystoriis inferioribus ad rationem florenorum quadraginta pro qualibet ystoria etc. anno 1392.
133. T. III, p. 103.
134. Vedi il Tronci pag. 30, il Martini pag. 123, che riporta la traslazione de' due santi secondo Salv. Vita egl. 2.
135. Antichi mss. e il Vasari attestano ch'egli, prima di dipingere in Campo Santo, dipingeva nella medesima città per la chiesa
di s. Francesco. Il Tronci alla pag. 286 va indagando l'autore di queste storie.
136. Egli adduce eziandio la causa onde molto soffrirono questi dipinti, dicendo che mentre l'operajo faceva accomodare il tetto,
questo fu tenuto scoperto molto tempo per alcune liti insorte, e che perciò le acque piovane fecero notabil danno alle opere
e alla memoria di Giotto. Questa è una prova che talvolta non si esclama a torto contro i deboli soprantendenti.
137. Trascrivo le parole più confacenti per amor di brevità: Magister Petrus olim Pucci de Urbe veteri pictor qui dudum pinxit in Campo Sancto ystoriam Genesis habuit et recepit etc.
Anno 1392 de lib. M. Mag. Pierus Pictor de Urbeveteri habuit et recepit a d. Operario pro una libra azurri de la magna pro
ystoria Genesis de Campo Sancto, quad azurrum emptum fuit etc..
Egli in fine riporta un documento estratto dalla Storia d'Orvieto del p. Della Valle, da cui si rileva che nel 1381 il suddetto
Pietro fu eletto in Magistrum musaici, et pennelli, e ch'era l'istesso Pietro di Puccio che dipinse la indicate storie del Genesi nel Campo Santo.
Il prefato sig. Ciampi adduce i suoi motivi, onde assegnare anche al suddetto Pietro il Dio Padre reggente il mappamondo.
Essendo io occupato nella ristampa della presento opera, mi manca il tempo onde farne le opportune riflessioni.
138. Lesse il sig. Ciampi nel libro dell'opera del 1469, stil. pis. num. 2. E da avere a di primo gennaio 1469 fiorini sessantasei e due terzi larghi sono per la prima storia ch'a fatta quando Noè fa
cogliere l'uva per infino che è inebriato e sono... lire 373. sol. 6..
139. Che l'Adorazione fosse di Benozzo, ma non il primo lavoro trovandosi posto per ordine per il quarto ne abbiam la conferma
nel sopracc. libro dell'opera num. 3. E de avere fiorini ducento larghi sono per tre storie fatte in Campo Santo seguitando la prima di sopra e venendo verso la
Cappella di Santo... ove è l'ultima storia de' Magi e dell'Annunziata a dì 5 nov. 1471.
140. Loc. sop. cit.
141. Molti giorni non sono ch'uno degli eruditi mi comunicò il suo dispiacere, ed il maggior motivo del distaccamento dell'intonaco
dal 1805 in poi che m'era ignoto ne addusse.
142. P. I. pag. 312.
143. Da quei libri citati dell'opera si raccoglie che Benozzo di Lese ebbe per il total pagamento di tutte le storie che furono 23, comprese alcune spese, di lire pisane 9533. Si rileva inoltre
ch'ei le cominciò nel 1469, stil. pis., e che nel maggio del 1484 compiute le dette; dunque l'opinione dei soli due anni,
convertiti in 16, impiegati da Benozzo in tali opere è svanita. Non ometto di accennare che l'opera sopra lodata dell'incontro della regina Saba con Salomone, di
cui la più parte finalmente i barbari distruttori ci tolsero, conservata abbiamo mercè il sig. Rosini che ne procurò l'incisione
lodevole del sig. Carlo Lasinio sul disegno di un antico colorato quadretto appartenente alla pisana famiglia Frosini.
144. Mentr'io ricercai le partite del Rondinosi nei libri dell'opera mercé il grato favore del sig. Venturini Galliani operajo e del sig. Ciappei, uno dei ministri, vi ritrovai
le seguenti non inutili a riportarsi in conferma del già detto.
Lib. E. 1591 a dì 4 Giugno lire seicento trenta fatti buoni a M. Aurelio di Gio. Bat. Lomi pittore per aver fatto una mezza
storia a fresco che è del re Asuero con sua basamenti et storie fatte di chiaro scuro, che così fu stimata da M. Santi di
Tito et M. Lodovico Civoli.
Libr. A. an. 1607 pag. 609. lire 210 anti. per. 2100 al Cav. Paolo Borghesi Guidotti pittore sono per la pittura fatta in
Camposanto a frescho dell'istoria di Giuditta et Oloferno.
Libr. A. an. 1615 M. Gio. Stefani pittore di Pisa, lire 70 pagatoli a conto della pittura della storia di Giobbe che fa in
Camposanto; ed altrove che ha fatto a frescho in Camposanto.
Il modo di esprimere il lavoro di Gio. Stefani che vuol dire del noto Gio. Stefano Maruscelli darebbe indizio che quel Pietro da Orvieto fosse chiamato a Pisa nel 1389, cioè 49 anni dopo la morte di Buffalmacco, a rifare una delle tre storie di esso già guasta imitandone lo stile (giacché nei libri dell'opera si trova sempre ystoria e ystoriam Genesis) e che questa poi colle altre di Bonamico confusa restasse dai pennelli del Rondinosi adoprati sulla vecchia composizione: a queste opere forse riferendo quelle parole del cit. docum. e parti rinovate.
145. L'altra si legge nel P. Mattei T. II. p. 210. Il canonico Totti lasciò scritto nel suo Dialogo che doveva qui erigersi la
cappella sul disegno che fece fare l'arcivescovo Filippo de' Medici, ma che attesa la di lui morte restò sospeso il lavoro
e che il medesimo disegno fu eseguito nella sagrestia di s. Lorenzo di Firenze, dove sono le stupende opere di scultura del
gran Michelangiolo. Che poi dica il Vasari che Tommaso pisano finì la cappella del Campo Santo, potrà intendersi di quella che esisteva avanti alla predetta incominciata sotto il prefato
arcivescovo.
146. Mentre non disapprovo la diligenza usata dal sig. Lasinio nel tener discoste dal muro le tavole citate, son sempre d'avviso
che provvisoria sia una tal dissonante unione, e che il luogo non sia atto a racchiudere simili dipinture, per motivi che
giusti sembrano.
147. Nov. 336.
148. Petr. Trionf della Fama, cap. I.
149. P. Ugurgieri Pomp. Sen. I. 329.
150. Giotto nella chiesa dell'Arena di Padova dipinse l'inferno verso l'anno 1306 e dicesi che Dante seco ritrovandosi gli andava suggerendo
le idee. V. il Rossetti pitt. di Padova 19.
151. In una nota alla Vita di Pietro nel Tom. II. del Vasari, pag. 143.
152. Let. Sen. T. II. p. 271.
153. Il sig. Rosini, nella seconda delle sue lettere, dopo di aver descritto le diverse operazioni di quei santi monaci con molta
esattezza, dice che il corpo del Beato sepolto per quanto credesi nell'interno del muro, come denota la cassa di pietra quivi incastrata sia quello del B. Giovanni Gambacorti. Ci avvisa in oltre che i devoti avevano quivi eretto un tabernacolo di legno, e che
Antonio Veneziano, non potendo ridipingere sull'incannicciata, dal predetto tabernacolo già offesa o guasta mentr'esso vi fu tolto fece riunire per mezzo della calce intorno intorno come vedesi ancora i lati estremi di essa col muro intorno: indi sopra
un nuovo intonaco vi dipinse.
154. Il medesimo qui riunendo molte altre antiche reliquie sparse per le case e per le campagne, supplir volle alla contrarietà
della mia sorte con far uso miei scarsi lumi dati in più luoghi della prima edizione, ed eseguì l'antica idea che più chiara
detti alla pag. 387 del primo tomo del 1787 in questi termini. Sarebbe di comun beneficio, e principalmente agli investigatori
d'ogni sorte d'erudizione, l'unione e la collocazione in pubblico luogo di simili spoglie dell'antichità che trovansi nei
magazzini dell'opera. Gli ampj portici del nostro Campo Santo sarebbero un luogo molto acconcio per collocarvi le migliori.
Siccome meriterebbero esser quivi riposti in ordinanza con gli altri i tanti bei sarcofagi e pili antichi sparsi in varie
case e orti della città, e in qualche parrocchia della campagna ancora. In tal guisa si provvederebbe alla somma loro sventura
di contener della terra con erbe per la cucina, e il luogo celebre acquisterebbe un maggior lustro. E se quivi si custodivano
tanti vasellami e figurine di maniera etrusca ritrovate in varj scavi sovente, che tra le cose preziose si computavano in
Italia, come ci attesta Orazio; e se vi si ponevano i più vetusti membri architettonici caduti in mano dell'ignoranza nello
sfacimento di alcune chiese (frai quali riconobbi per un cippo un capitello ridotto a tal uso nelle ultime foglie, e nel rimanente
storiato con figurine da due parti e il vaso e la patera nelle altre), sempre più adorno comparirebbe il predetto nostro museo
di tre generi di anticaglie de' prischi secoli, etrusche, greche e romane, ed utile ne risentirebbero quegli che alle ricerche
di esse si applicano lodevolmente.
155. Idyl. 20, pag. 15.
156. Iliad. L. XVII.
157. Plin. L. 7 cap. 36. Virg. Tyrrhenusque tubae mugire per aera clangor.
158. Per attestato di persona degna di fede una tale iscrizione fu lavoro del cav. Lorenzo Guazzesi esecutor testamentario che
la ridusse da un elogio dell'Algarotti mandatogli da Federico II re di Prussia.
159. Trattano di tale impresa Carlo Sigonio, il Volterrano, F. Bartolom. Spina e Scipione Ammirati, oltre il sopraccitato Ronc.
L. III, p. 43.
160. Dial. cap. IV, p. 341.
161. P. III sec. 4, p. 190.
162. Non si taccia che fra questi molto si distinse il sig. Filippo Ciappei.
163. T. 3, cap. 7, p. 153.
164. Bacch. v. 941.
165. Virg. Georg. L. II, v. 453. Nonno L. XIV delle Dionisiache.
166. Lett. II, pag. 172. Excursus litt. per Ital.
167. P. III inscr. ant. in Aetr. stan. Tab. XLII.
168. Append. ad Theat., p. 27.
169. Metam. L. 8... Sylva frequens trabibus etc., e più sotto Forsitan et Pylius etc.
170. Mon. ined., dove ne pubblica il disegno.
171. Si quem tangit gloria Sylvae / Vocat hunc Philips, hic versatur / Metus agricolis, vulnere multo / Jam notus aper etc. Sen. Act. I. Trag. cum notis Jo. Gron. Delphis 1728. Vedi nel comm. Legendum vocat hunc Phlyeus.
172. Tab. Adonidis etc. P. 3. T. cit.
173. Per quanto sia noto l'antichissimo valor degli etruschi nelle arti, celebrato da Omero, da Ateneo e da altri vecchi autori,
furono eglino sempre duretti rispetto agli eccellenti greci. Quint. Inst. Orat. L. XII. c. X.
174. Sen. loc. cit. secondo le note del Grenovio.
175. Il Winck., T. II. pag. 326, rammenta quattro grandi urne di porfido nella cattedrale di Siracusa, arnesi di sontuosi bagni
che servirono per le ceneri di molti re; siccome l'urna di porfido di Agrippa racchiude presentemente le ceneri di Clem. XII.
176. L. I. pag. 20.
177. Piazza fortissima sugli Appennini vicino a Reggio allora della contessa Matilde, fondata secondo il Musanzio nel 900 da Azzone
suo bisavolo.
178. Uopo è di compiere un officio d'istoriografo con esporre a questa nota giusta la relazione datami dal sig. Cappellano Zucchelli,
che nel dì 8 febbrajo 1810 fu aperta l'urna, e che ritrovate vi furono delle ceneri in poca quantità, i frammenti di uno scettro
di legno, quattro globetti che uno di avorio e gli altri di piombo, e quattro piccole monete di rame, delle quali una colle
due sigle S. C., l'altra lucchese e due dei tempi di mezzo; e dopo che furono prese le cognizioni relative dai diversi periti,
il tutto fu racchiuso in una cassetta di cipresso a tale oggetto preparata. Vi fu riposto in oltre un tubo di piombo entrovi
la memoria in pergamena distesa dal professore sig. Ciampi. Per onoranza di una tal ceremonia stettero presenti il Maire sig.
Giovanni Ruschi, l'operajo sig. Marzio Venturini ed i sigg. Carlo Lasinio, Giorgio Viani ed i nominati sacerdoti Sobastiano
Ciampi e Ranieri Zucchelli. Per non esser lunghi, daremo un cenno che in appresso, poiché fu trasferito ed accomodato il sarcofago
nel Camposanto, ad oggetto di collocarvi dentro la prefata cassetta, e per la ricognizione di quanto ella conteneva, nuovo
atto solenne si fece dalla citata assemblea, che più numerosa e splendida addivenne per l'intervento dei sigg. rappresentanti
il cospicuo Capitolo della Primaziale.
179. Append. p. 7.
180. Diss. sull'Orig., p. 115.
181. Quintiliano Inst. Tiat. L. XII chiama duretti gli scultori toscani rispetto a' greci eccellenti.
182. L. IV, p. 594. Così il Bald. P.II. Sec. IV, p. 16.
183. Il Canonico Martini alla pag. 115 attribuisce questa opera allo Stagi, ignorando l'arte e le allegate testimonianze.
184. De Mer. pag. 94.
185. Mentr'ei se ne stava negletto nella rotonda di s. Giovanni. Allora ebbi occasione di leggere Ugo quondam Rodulfi e l'an. MLXXIII in un'antica carta dell'archivio capitolare che incominciava Breve recordationis, quod fecit Ubertus Abbas de Monasterio Domini et Sancti Felix de Vada etc.
186. Questa epigrafe fu da noi riportata alla pag. 455 del terzo tomo della prima ediz. e non l'antecedente perché restava occupata
da uno scaffale.
187. Si veda il Gori p. 16, ed un libro di miscellanee col tit. Dissert. in Pisanum lapidem ediz. Roma 1745. Pure il Noris fece conto di tale iscrizione che disse esistere nell'orto ove s'imbianca la cera; ed io la
riportai alla pag. 451 del tomo cit. della mentovata edizione.
188. Una tale iscrizione ce l'aveva già conservata il Gori dopo di averla letta nell'urna destinata all'acqua lustrale nella chiesa
di s. Pietro a grado, ond'io colla scorta di lui nel libro cit. alla. p.458 la trascrissi.
189. Una tal notizia unitamente alla copia dell'esibita inscrizione ci fu cortesemente favorita dal sig. Giuseppe Tellini amatore
molto informato delle cose patrie.
190. La copiò il Muratori, e da lui il Gori nel T. III, ma l'uno e l'altro tralasciarono le sigle V. F. e scrissero Commodus.
191. Pl. L. XXXVI, Paus. L. V.
192. Nel C. V. e nel VI del L. cit.
193. Geogr. L. V. p. 45.
194. De hon. Bisellii c. VIII.
195. In Aug. C. LII.
196. Exc. litt. per Ital. pag. 167. Lett. al sig. cav. Onofrio Del Mosca nobil pisano.
197. Or vi si legge in caratteri irregolari e malfatti: pro. roma. tt. rei. p. dd. n. n. f. f. L. Valentiniano et Valente. im. victoriosis. maximis. semper. aug. m. p. CLXXXVIII.
198. Or in foggia di quadro è al muro annesso colle parole: Hoc. tumulo. jacent. cineres, et. ossa. reclusa. Benedicti. Abbatis. monasterii. sancti. Zenonis. etc.
199. Notando le iscrizioni dell'istesso lato fralle due urnette di casa da Scorno fu omessa la seguente:
Ossa hoc in sarcophago nobilium de a Scornis ethnicas autem cinerum urnas hinc inde insidentes Praeclarus eq. Franciscus ex
eorum gente ad ornatum publicum custodiendas dedit an. MDCCCXI.
200. Ora vi si legge: Fl. Valenti.
201. Chiment. De honore Bisellii, pag. 229. Il Targioni T. 9. pag. 218.
202. Il medesimo Pagni ci dà notizia che una tale iscrizione esisteva in Pisa nel refettorio del soppresso convento di s. Francesco,
di dove fu trasportata a Firenze. Essa non venne a notizia del Chimentelli se non che dopo di avere scritta la dissertaz.
de honore Bisellii, e neppure al Noris, mentre dei Cenotafj scrisse.
203. Si veda il T. IV. alla pag. 294.
204. VI. P. II. T. ed. Fir. 1757.
205. Il Vasari fa menzione di una croce di getto molto bella, che mandò al Papa in Avignone nel 1305.
206. Vedi il Parag. VI del Cap. II.
207. In un Contr. rog. il dì 8 luglio 1285 da Upettino Not. ed in altro del dì 26 luglio 1320 esist. nell'arch. diplom., si legge:
Ugolino chiamato Nino.
208. Iter. Ital. Litt. p. 172.
209. St. della Lett. Ital. L. III. T. V. ediz. Mod. 1789.
210. Fa meraviglia che un moderno scrittore delle cose fiorentine riporti l'iscrizione suddetta ed abbracci insieme l'opinion del
Vasari su tal genere.
211. L. X. p. 641 ediz. Fior. 1587.
212. Itin Fior. L. I. pag. 253.
213. P. I. L. I. Cap. VI.
214. T. V. P. I.
215. Vedi il Vasari nella vita di Luca della Robbia.
216. Circa al 1791, per un piccolo risarcimento, si tolse dall'indicato loco una tale scultura.
217. T. VII. P. III. pag. 282.
218. L. II. di partiti e deliberazioni esistenti nell'Arch. del Magistr. del Bigallo dall'anno 1349 al 1412 a c. 12.
219. L. cit. a c. 57.
220. Il p. Richa lo rileva dalle colonnette e da altri membri d'architettura.
221. Aggiungasi la relazione del dott. Ambrogi, da me tratta dal T. VII del p. Richa alla pag. 268, che la Compagnia maggiore di
S. M. del Bigallo fu unita da ss. Priori e Gonfaloniere del Popolo e Com. di Firenze per provisione de' 21 Ottobre 1425 alla
Compagnia di S. M. della Misericordia, e che di due Compagnie ne fu fatto un sorpo solo con ordine che dovesse chiamarsi la
Compagnia di S. M. del Bigallo e della Misericordia della città di Firenze.
222. Richa T. VII. P. 3. p. 67. In un Contratto con gli operaj di S. M. del Fiore del dì 4 Gennajo 1350, si rammenta Alberto di
Arnoldo pop. S. M. Bertelde.
223. Nell'an. 1300 si cominciò a far la fabbrica di s. Gio. in corte e furono a ciò deputati dal general consiglio Piero Conti
e Ferdinando di M. Tancredi ec. Un tal documento fu prodotto alla pag. 266 del lib. cit. degli Uom. Illust. Pisani. Veduto l'estratto dal librodei contratti
dell'opera predetta che produce il sig. Ciampi nel docum. IV, non trovo cosa in contrario al già detto, giacché esso riguarda
l'ornato esteriore che nel 1339 dagli operai quivi nominati fu ordinato a maestro Cellino di Lese scultore da Siena, sul modello, verosimilmente io giudico, che completo ne fece Andrea ancora vivente.
224. Filza col tit. Provvis., e Consigli degli Anziani della Città di Pisa dal 1304 al 1336, p. 54, 58 e altrove.
225. Senza ricorrere a queste deve dimostrarlo la deliberazione riguardante l'ampliazione dell'oratorio di S. M. del Ponte nuovo,
perché in essa ch'è del dì 28 settembre 1323 sarà espressa l'indizione sesta.
226. Esso incomincia: Expense facte ad monum. D. Imperat. men. julii A. D. 1314 stil. pis.Tinu caput magister opere de summa lib. CCCC quas habere
debet pro costructura monum. D. Imperat.
Tinus sculptor lapidum de residuo lib. CCCC quas habere debet per costructuram tumbe D. Imperat.
227. Rosselli sepolt. Fior. T. III. mss. Cl. 26. P. Richa T. VII. P. 3, p. 135.
228. Il soprallodato Andrea ero allora impiegato in Firenze nelle cose più importanti.
229. T. I. p. 335.
230. Abec. Pitt. p. 206.
231. Continuazione delle mem. spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città e della campagna di Milano ne'
sec. bassi. P. I. p. 391.
232. T. 3. p. 212.
233. In bibliot. S. M. Gratiar. Mediolani P. II. p. 191.
234. Ne debbo il disegno alle premure del sopranominato Anguissola. Ei me lo tramise con lettera del dì 21 Luglio 1790 e con tale
officio, oltre che riescì gratissimo alle mie brame, si rese benemerito dell'arte pisana. Spiacemi che morte al mondo tolse
uno di quegli amatori giudiziosi che sanno anche apprezzare tali opere e che dai visionarj e dai falsi si distinguono.
235. T. I. p. 337. Il Giulini nel T. I. della par. I ne dà il disegno in rame alla p. 380; ed alla p. 406, parlando di Luchino
Visconti zio e successore di Azzo, racconta che presso a Lucca seguì alli due di ottobre l'anno 1341 una sanguinosa battaglia trai Fiorentini e i Pisani, la quale sul principio
fu vantaggiosa ai primi, cosicché le truppe di Luchino ausiliarie de' Pisani furono rotte, ed il loro Generale Gio. Visconte
da Olegio restò prigioniero. Seguitando poi la pugna le cose cambiaron faccia, ed in fine la vittoria fu de' Pisani. V. sopra di ciò Gio. Villani L. XI. pag. 126 e 130.
236. Famil. L. V. Ep. XVII e altrove de remed. utr. fortun. L. I. dial. 41.
237. Così l'Orlandi, Tommaso Pis. Scult. e Arch. Era opinione ch'oltre l'essere stato discepolo di Andrea Orcagna, gli fosse ancora figlio. Flaminio dal Borgo alla p. 73, Diss. sull'Orig. nell'Univ. porge una confusa idea di varj pisani artefici, e male a proposito ne riprende il Vas.
238. V. T. II. ediz. Siena, pag. 162. Vita d'Andrea.
239. Esisteva sotto l'organo presso alla Cap. Strozzi.
240. V. ch. di s. M. della Spina. Tom. III.
241. V. ch. di s. Caterina. Tom. cit.
242. L'istrum. è rogato da s. Giovanni del q. Guglielmo di Pisa Not. publ. Imp. nel 5 giugno 1299 indiz. 6, e celebrato in Pisa
nel chiostro del capitolo pisano. Esiste in un protocollo di rogiti del sud. not. dall'an. 1298 al 1301, che nel suo originale
conservasi dal prefato sacerdote per dono fattogli dal fu Antonio Pini Palmerini di Pisa nel 27 aprile 1803.
243. Il sig. Ciampi die' pure notizia di un certo Coscio pisano con documento del dì 10 maggio 1358 in cui fu ordinato dagli Anziani di Pisa che Bonagiunta operajo del duomo consegnasse a Coscio orefice la Zona d'argento che i lati esterni del duomo anticamente cingeva nel dì della Sacra, affinché una parte ne rifacesse a piacimento de' canonici.
244. Il più volte citato sig. Ciampi fra una moltiutdine di pittori fiorenti in Pisa nomina all'anno 1291 Manfredino d'Alberto e lo crede figlio di quell'Alberto pittore pisano una cui opera fu da noi accennata nel tomo terzo della prima edizione colle parole: Albertus Pisanus me fecit.
245. –Fu condotto a servir l'opera da Capo maestro di pittura Andrea da Pisa. A dì 14 maggio del medesimo anno 1345, gli fu assegnata
una casa per abitazione, ed il primo d'agosto ebbe dal camerlingo sette soldi e dieci denari pro cenabro biacca et cera colla
pro pingendo.– Storia del duomo d'Orvieto in Roma 1791.
246. Il Targioni scrisse Neruccio Federighi. Altri Roderigii non avvertendo forse che un rampino nel corpo del supposto R indica un F, come le lapide sepolcrali di quel tempo ne istruiscono.
247. Anche di un sì bel monumento il disegno troveremo inserito fra gli altri della Scuola pisana nell'opera di tutte le scuole
dell'arte del colto sig. d'Agincourt, quando verrà in luce.
248. Petrarc. Son. IV.
249. Il sig. cappellano Zucchelli ricco di utili antiche notizie cortesemente ci comunicò la memoria che Ugone pittore figlio di Giordano Scudario fu testimone a una compra di beni che fecero l'abate ed i monaci di s. Michele in Borgo di Pisa posti nel comune di Bottano,
uno dei subborghi, nel dì 3 di novembre 1169 indiz. II per atto rogato da Guinibaldo Not. Imp.
250. Si osservi la pag. 43 e la pag. 93 di questo volume, e la nota alla pag. 269 Vasari T. I. ediz. Siena 1791.
251. Vedasi il Tom. I Par. I pag. 81.
252. V. le storie di Franc. Guicciardini L. II, i Viaggi di Padova di Fabricio Chemnicense ed il Grutero.
253. Son parole di quel bel documento che trovasi inserito ne' diplomi pis. del cavalier Flaminio dal Borgo alla pag. 428.
254. Il Platina, nella vita di detto pontefice, porta l'attestato di Giov. Severano mem. sacre delle ch. di Roma P. I. che le pitture di Pietro esistevano nell'an. 1630.
Il più volte lodato sig. cappellano Zucchelli ha raccolta la notizia del suddetto pittore da un istrumento originale di num.
22 esistente nell'archivio dell'estinta famiglia Quarantotto, oggi Monti rog. da ser. Pietro Roncioni, in cui si nota fra
i testimoni Bartolommeo Cherico figlio di maestro Piero pittore cittadino pisano, che fiorì avanti il 1457.
255. Libr. Testamenti II a 2. Di tal memoria son grato al sig. Pietro Pecci professore di quell'accademia.
256. T. I. col. 341. Ediz. Flor. 1748 Matthiae Palmerii opu. ec. pag. 237.
257. Se ci ricordiamo della grande e bella invetriata nel coro dell'abbandonata chiesa di s. Franc. di Pisa e dell'iscrizione da
me prodotta nel T. III alla pag. 62 della prima edizione coll'anno 1342, resteremo sempre più convinti di aver noi a ragione
applicata sovente la frase di Maestri di ogni arte ai pisani.
258. I pisani in quei miseri tempi ebbero proibizione di esercitare arti ilberali, onde i ipttori per lo più erravano per i contorni
o in esteri paesi.
259. Erot. lib. 2 Eleg. 13.
260. Mi dichiaro che osai di far ciò pel solo fine di non rendere il tomo più voluminoso di quello ch'è riescito. Spero per altro
di poterla produrre intera con altre in miglior tempo.
261. Dissert. Vossiane T. I. p. 20.
262. Il codice vaticano è cartaceo in 4 grande del secolo XV segnato num. 1670. Il libro VIII comincia alla pag. 83.
263. Avendo di sopra il poeta citati i tre famosi greci scultori Fidia, Plicleto e Prassitele, pareva che tutte le antiche opere
qui nominate dovessero esser uscite dai loro scalpelli. In fatti in quel verso Non illo inferior qui finxit in arce minervam e nell'altro Non illo nudam qui sculpserat arte figuram, che non scorge la Minerva collocata nella rocca di Atene, opera di Fidia, e la Venere di Gnido, lavoro famosissimo di Prassitele,
la quale per Venere non nomina Porcellio, giacché poté anch'egli crederla la celebre Frine, che fu esemplare delle statue
di Venere (Vedi Theoph. Siger. Bayeri de Venere Gnidia etc. T. IV. Comment. Academ. Scient. Imper. Petropolit., pag. 269)? Ma in quel verso Non illo inferior qui similes satyros non trovasi l'artefice Policleto perché non sappiamo che s'impiegasse mai in sì fatti lavori. Un famosissimo satiro che vedevasi
in Atene scolpì Prassitele, di cui scrive il Winkelmann (T. I. p. 292 Storia delle Arti del Disegno. Ediz. rom. 1783) essere verisimile che fosser copie le trenta statue di giovani satiri che trovansi in Roma. Non pare però che il poeta abbia
potuto alludere a queste 30 copie, le quali non sono nominate da verun antico scrittore, né erano conosciute al tempo del
Porcellio. Debbesi aggiungere che essendo copie di varj artisti, mai le avrebbe nominate come opere di uno stesso scultore.
Sappiamo bensì da Plinio (Lib. XXXIV Cap. VIII) che lo scultore Lisippo, Satyrorum turmam fecit Athenis e ad esso, sebbene non mentovato di sopra, forse il poeta fece allusione. Quale artefice volesse poi indicare nell'altro
verso Quique acrem et vivum marmore finxit equm, non è facile indovinarlo. Qui si parla di un solo cavallo di marmo celebre nell'antichità e perciò non v'è luogo a credere
che intendesse de' cavalli ch'eran già nelle terme di Costantino e che da Sisto V furon fatti collocare nella piazza del Quirinale,
ne' piedistalli de' quali si leggono da tempo antico i supposti scultori Fidia e Prassitele.
264. Sacrar. Vatic. Basilicae Cryptarum Monumenta etc. Romae 1773, p. 95. Ciaccon. Vitae Rom. Pontif. et Card. T. II. col. 891.
265. L'epoca di tal guasto la deduco dall'iscrizione posta in mezzo al muro a cornu evangelii della nuova cappella, della quale si fa appena cenno dal Vegio.
266. E' troppo noto il rarissimo libro intitolato Coryciana Romae apud Ludovicum Vicentinum, et Lautitium Perusinum mense Julio
1524 stampato dal celebre Blosio Palladio il quale, cosa non avvertita da quanti di esso parlarono, dall'anno 1526 al 1534
fu ancora canonico, siccome costa dai libri dell'archivio capitolare, nella chiesa medesima di s. Maria in via Lata di Roma,
al di cui servigio da anni 20 sono io pure fortunatamente ascritto, essendo quindi egli passato ad un canonicato della basilica
Liberiana. La Coriciana altro non è che una pregievolissima raccolta di versi latini di tutti i poeti di Roma, i quali a gara
esltarono la pietà di Giovanni Coricio, il quale circa l'anno 1514 nella chiesa di s. Agostino aveva fatto a sue spese fabbricare
l'altare e la cappella in onore di Nostro Signore, della Beata Vergine e di s. Anna, aggiungendovi e pitture e statue di marmo
elegantissime.
267. V. l'Istoria del G. Ducato di Toscana Tom. I. Lib. I. Cap. IX, ed il Fabbrucci.
268. V. la P. I. di questo tomo pag. 206. Il Martini Teat. Bas. Pis. p. 123.
269. Libr. Batt. dal 1551 alla p. 123.
270. Vedasi il T. IV mem. istor. di più Uom. illust. pisani, ove merita di esser letto l'elogio colle annotazioni di Baccio Lomi e sua scuola, corredato dalle dotte osservazioni dell'autore e dalla genealogia della famiglia Lomi.
271. Lib. Batt. dal 1561 al 1564 a 91.
272. Non erroneamente il Baldin. ed altri scrissero che fu l'ottantesimo quarto, se si conta sullo stil pisano l'anno indicato
di sua nascita 1563.
273. Sandr. Academ. nobilis. Artis Picto. Norimb. anno 1683. Baglioni Vite de' Pitt., ed Archit. Rom. 1642 e 1649. Parla del nostro autore anche il Soprani nelle sue Vite de' Pittori ec. con le note del Ratti pittore, ediz. Genova 1768, ed il tomo VIII Serie degli Uom. illust. ediz. Firenze 1774.
274. Vite de' Pitt. ec. 1772, Roma. Bald. Dec. 2, P. 3, S. 4.
275. Vite de' Pitt. e Scult. genovesi ediz. Gen. 1674.
276. Serie degli Uom. Illust. nella citata ediz. di Fir. 1774, p. 117, nota 1.
277. Decen. II. P. III. Sec. 4. pag. 293. ediz. Fir. 1702.
278. Dec. II. P. III. Sec. IV. loc. cit.
279. Non v'è documento alcuno che indichi la professione e i natali di questo suo consorte.
280. Nel 1630 vi giunse Artemisia e nel 1629 il Domenichino.
281. Vedasi il Mus. Fior. Vol. VII tom. III de' Ritr. de' Pitt. pag. 35.
282. E' nota Elisabetta Sofia Cheron di Parigi, Giovanna Fratellini di Firenze, Rosalba Carriera di Venezia, Sofoniba Angosciola
cremonese ed Elisabetta Sirani bolognese, per tacer di altre e di alcuna fra queste ancor vivente.
283. Nel 1586 scrisse il Baldin. Dec. III. P. I del sec. 5.
284. Quest'Alberghetti, il citato Paladini ed un certo Ulisse Giocchi, nominato nelle note del prefato elogio come autore d'un quadro della chiesa di Santaluce nel 1591 ed in Firenze della tavola
dell'altare della chiesa di s. Jacopo di Ripoli e d'una pittura a fresco sulla porta maggiore di S. M. Novella, comprovano
un numero di pittori pisani sul finire del secolo XVI.
285. Vedi T. III di quest'opera. Ch. di s. Caterina.
286. Al libro de' morti di s. Cecilia lett. A pag. 40, si trova scritto: A dì 10 decembre 1631 morse Orazio Riminaldi pittore e si sotterrò in s. Cecilia.
287. Serie degli Uomini più illustri nella Pittura ec. T. IX. p. 118.
288. Vedi nel primo tomo ciò che si disse della testa dell'Assunta nella pittura della cupola e ciò che si dirà nel terzo del nudo
collo della s. Cecilia descrivendo la chiesa di s. Caterina.
289. Nel suo Discorso Accademico sull'Ist. Letter. Pisana, Pis. 1787, pag. 138. Vedasi ancora il T. IV mem. di più Uom. Illust. Pisani alla pag. 375.
290. Questi fu anche ingegnere e bravo disegnatore a penna di prospettive, scene ec. Niuno degli indicati scrittori dice di qual
patria egli fosse e non manca chi lo crederebbe volentieri pisano, ma non abbiam prove né congetture tali per proporlo.
291. Si noti bene sul proposito tenuto a suo luogo nel dar franche decisioni alle pitture del Campo Santo ed a far creder ciò che
per giusti motivi non si può giudicare.
292. Mi asserì più volte il nostro pittor defonto Giovan Battista Tempesti di aver veduto i cartoni di dette opere in un soffitto dell'antica casa de' Gualandi e che vi riconobbe, sennon gran maestria
d'arte, un genio sicuro ed una feconda immaginazione dell'artefice.
293. Il fu decano Zucchetti possedeva due buoni quadri di quest'autore, che lo qualificavano anche architetto. In un di essi vedevasi
il suo ritratto e vi si leggeva P. C. 1651 F.
294. Stimo che il medesimo intagliasse il rame ad acqua forte, possedendo io due tavole con due marine incise indicanti tutta la
sua caratteristica ed aventi la cifra suddetta composta delle due lettere P. C.
295. L'epitaffio è riportato in quest'opera alla pag. 165 del terzo libro.
296. Ranieri Gabbrielli fu scolare di Francesco Melani; fece molti allievi, fra' quali Domenico Baldinotti si distinse nello studio della prospettiva dipingendola per altro senza scelta.
(revised 2001) Da Morrona, Alessandro
(revised Tavoni, Alice).
Elena Pierazzo

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