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Da Morrona, Alessandro (revised Tavoni, Alice)

Pisa illustrata nelle arti del disegno vol. II


Proemio

noi in questo secondo volume provare in istorica guisa ed in aspetto filosofico che i pisani del secolo XIII il disegno promossero ad un grado che far doveva la gloria loro e la delizia italica, resterà dimostrato ch'essi all'utile ed al piacere dell'uman genere contribuirono grandemente e che per ciò hanno un dritto all'universale riconoscenza. In fatti fralle invenzioni concorrenti alla felicità dell'uomo, non è da porsi in ultimo luogo quella delle Belle Arti, che dipendono dal disegno, mentr'esse dilettando i sensi ed appagando l'intelletto non solo sono state molto necessarie ed utili agli uomini, ma ancora hanno viepiù renduta piacevole l'esistenza loro.

Pertanto, se la seconda parte del primo volume a così bell'argomento, analogo al titolo della nostra opera pisana, appartenne, or facciam premura di proseguirlo nel presente libro e tutta la prima parte, ch'è la maggiore, a lui consacriamo. E poiché l'istoria della Scultura le darà principio, opportuno qui più ch'altrove giudicammo un ragionamento conciso delle diverse epoche antiche di tal'arte, onde ci sia esso di scorta per devenire gradatamente a quelle che formò la Scuola Pisana del secolo XIII, a tutto il XIV continuata e durevole.

Della Scultura pertanto, il più chiaro oggetto de' pisani e primo scopo del dir nostro, le diverse epoche verranno distinte. Ma la vera epoca pisana, che dirla anche italica potremo, degna d'istoria comparirà luminosa e nuova allor quando gli Scultori ed alla testa di loro il prodigioso Niccola, avanzando in mirabil modo il disegno e l'arte di scolpire in marmo ed in metallo, dettero norma al resto dell'Italia.

L'Architettura e la terza Arte del dipingere non andranno inconsiderate in quei giorni. Circa alla seconda farem conoscere che Pisa, esercitandola meglio ch'altrove, gode anche per tal conto il primato se non il pregio del vero suo miglioramento. Nell'eseguir tutto questo, m'ingegnerò do osservar quel metodo atto ad agevolare la cognizione de' varj stili e de' cambiamenti dell'Arte, senza farmi partigiano di chiunque; sbandita da miei scritti sarà ogni animosità sciocca contro alcuna nazione ed ogni disputa vana e leggiera. Come altresì senza adombrare il vero merito e senza innalzare il mediocre, favellerò delle opere migliori in guisa che il confronto dei caratteri ed il gusto dei tempi se ne rilevi; né dall'adottato sistema devierò giammai. Trattandosi dell'Architettura, il Campo Santo pisano, uno de' più celebri edifizj del sec. XIII, verrà illustrato acconciamente; si rappresenteranno le cose per quel che vagliono e con ispirito di biasimo giammai.

La seconda parte comprenderà l'istoria moderna de' pisani artefici che dopo i secoli bassi fiorirono, cioè dal principio del XV a tutto il XVIII, argomento analogo alla suddivisata materia.

Diciotto tavole di rame indicante ognuna la miglior produzione di ciascun artefice più nominato, formando nobil corredo all'istoria, porgeranno l'idea delle opere pisane ed utili riesciranno agli studiosi dell'arti, potend'eglino supplir con esse alla mancanza dell'oculare ispezione, come per mezzo delle paste di vetro e degli zolfi fu soddisfatto al genio degli antiquarj. Attesteranno in fine la più parte delle tavole il tempo e la fatica da me impiegata nel delinearle ed il fervido impegno che m'arde in seno per sì nobile studio a pro degli amatori e de' maggiori nostri. Sarò felice se, cogl'indicati mezzi, di questi la gloria avrò dispiegato in bella scena e se, fisso il pensiero alla massima dimostrata ch'ad ingentilire ed a nobilitare la mente umana tendono l'arti belle, avrò sorte d'ingegnarmi a porgere con un seguito di più grande utile storia i veri e più facili mezzi per ben instruirsene.

Indice

1. Aggiunta al Campo Santo illustrato in questo libro

La ritardata impressione del tessuto Proemio porta il vantaggio di poter noi la notizia di più monumenti aggiungere alla descrizione del Campo Santo e quegli in primo luogo di un'antica romana iscrizione e d'una piccola arca sepolcrale.

1. Il marmo, contenente l'iscrizione, onoranza fu della riputata Chiesa di S. Sepolcro, mentre era egli incassato colle altre pietre componenti l'inferior parte del lato occidentale del campanile, ove alla fabbrica di quel tempio si unisce. Il ch. Cocchi fu il primo a pubblicarne i romani caratteri ed io a produrgli sul tomo 3 della prima edizione e della presente ancora mi dichiarai secondo. Se il dipartirsi dall'antica sede ad un tal marmo convenne, ei può ben gloriarsi del nuovo soggiorno illustre ed aspirare anch'esso al vanto di vestire, come romano, l'abito rosso che l'ultima moda pel vantaggio volgare gli assegna.

2. Riguardo alla piccola cassa avverto, a scanso d'abbagli, ch'essa coll'iscrizione sculta io aveva già posta in luce alla pag. 318 di questo libro, non perché allora nei loggiati del Campo Santo esistesse, ma perché avendola fin da qualche tempo ritrovata nella stanza ferale, ove in principio fu racchiusa, la riputai degna di ricordanza. Dopo di una tal mia discoperta, oggi s'accorda il pregio a chi la distaccò dal tenebroso albergo e per conseguenza da Jacopo Sesto d'Appiano che ve la pose e ch'ivi restò solo in aride ossa ed in poca terra ridotto. Vien ella situata nell'atrio luminoso di faccia alle dipinte storie di S. Ranieri e con ciò si ha riguardo alla memoria di quel Jacopo di Vanni d'Appiano che il Gambacorta uccise nell'ottobre del 13931, poiché le ossa di lui con quelle del figlio e del nipote la piccola urna serra. Del rimanente essa è nuda d'ogni lavoro, meno che lo stemma gentilizio degli Appiani. L'iscrizione è nella faccia della piramide. Or confrontati gli originali caratteri letti a chiaro giorno con quegli da me copiati fralle ombre ed esibiti come dissi, sufficiente uniformità vi ritrovo, sol che segnai alcuni punti che non vi sono e, nella seconda linea, in vece di IACOBIQ. scrissi IACOBI AP. Opportunità pur vuole che qui di passaggio narri d'esser'io stato informato di recente che le ceneri ritrovate nel predicato sarcofago della Contessa Beatrice non furono in poca quantità, come alla pagina 289 ne scrissi, che altresì delle particelle d'ossa eranvi unite e che il tutto risulta dall'istrumento rog. da M. Giov. Batt. Tortolini Not. Imper. nel settembre del 1810. Circa alla nuovità, che per caso mi giunse, delle piccole monete lucchesi e pisane ritrovate nell'arca, noi già sappiamo che i pisani si serviron talvolta del conio lucchese innanzi al 1181, in cui le due città di Pisa e di Lucca convennero di batter monete uniformi2. Riguardo alla pluralità delle medesime (che deve supporsi diminuita per le accennate anteriori traslocazioni dell'arca) volgerei il pensiero al costume de' primi cristiani, che col cadavere più monete ch'erano in corso seppellivano per indicare ai posteri il tempo della morte della persona quivi racchiusa, se mai inopportuno sembrasse il detto d'alcuni che i personaggj, per distinguersi dai poveri, molte e ricche monete seguitarono per qualche tempo a porre sul corpo privo di spirito e per l'oggetto ancora di pagar buona mercede all'avido Caronte.

3. Divertito il lettore da tal breve digressione, ei potrà meglio ascoltare che alle piccole urne cinerarie una ne fu aggiunta circa a un braccio alta, con ornati di scultura e con questa iscrizione3:

D/S MANIBVS

STLACCIAE. ELPIDIS

A. STLACCIVS

EVTYCVS

COLLIBERTAE

BENEMERITAE

ET. SIBI.

4. Accennerò ancora fralle più piccole urne cinerarie quella che di figura ovale nella posterior parte ha piena la fronte con qualche ornato di scultura. Vi trovo alcune parole tanto corrose, che ho scrupolo a produrle.

5. Non convien tacere ch'una bell'urnetta fu accompagnata all'altra già notata al num. 63 pag. 348. Sono entrambe della ex–nobile famiglia Cosi Del Vollia, e l'iscrizione di questa, che incomincia V. M. POMPEIAE etc., da me fu posta in luce nel terzo volume della prima edizione e replicata fu nel tomo stesso della presente.

6. In oltre si aggiunga un'urnetta simile in grandezza alle sopraccitate e di stile volgare, come pure d'una piccol'arca la fronte4. La prima ha questa iscrizione in caratteri rossi non ben formati.

D. M.

AC. CALP. RVSTICI

BVOK VIX. ANNI. V

IX. CAIP. PHOTINVS

LIB. PATRONO

MRT

La fronte dell'arca è ornata di piccole figure di basso rilievo mutilate e goffe, che mi si dissero di stile etrusco e rappresentanti un funebre convito. Qualche aspetto di verosimiglianza si potrà forse accordare a questo secondo giudizio; riguardo al primo, lo crederei soggetto a più ponderate riflessioni, giacché certi caratteri goffi possono applicarsi a più tempi e a diverse nazioni.

Conviene intendere esser mal'accorto avviso di molti il sentenziare con prestezza su i monumenti d'antica scultura. Io conoscendo la difficoltà e dovendo altresì esser sollecito a compilar quest'opera, stimai dei sarcofagi prescelti del Campo Santo dir nulla più di ciò che ne scrissi, in tuono non mai decisivo, nella prima edizione. Goderò ben'io di esserne meglio instruito, se qualche penna, guidata per altro da dotta mano esperta, a tal'impresa si accingerà giammai.

L'accennar che di fresco cambiarono situazione anche le tavole di marmo colle memorie impresse de' chiar. Mattei e Lampredi importerà poco. Importerebbe bensì agli amatori esteri e pisani il massimo riguardo agl'intonachi dipinti, quando si creda per altro che lo spesso intronar delle pareti nuocer li possa.

Nella relazione del trasporto della smisurata cassa dal chiostro aperto nel loggiato settentrionale e di quant'altro v'è di nuovo dalla mia descrizione del Campo Santo a tutto il 15 novembre del 1811 non credo di dovermi qui trattenere. Occasion prendo con ciò di mostrar considerazione di que' cittadini e di quegli esteri ancora che uno spirito vestono ben coltivato e che, al particolare affetto per le belle arti, quelle doti accoppiano che un intelligente vero costituiscono. Questi, di ogni andamento del Campo Santo pisano scienti ed informati ancora di aver'io nella narrazione di esso, contra i doveri di buon'istorico, allentata quella sana critica ch'altrove m'accompagna, del dispiacimento loro in voce e per lettera mi avvertirono.

In oltre, sebbene tenesser'eglino in quel conto che meritava l'articolo del giornale del dipartimento dell'Arno del 18 luglio del 1811, ed abbenché questo dimostrasse pretensione di propalare un credito male appoggiato, pure riconoscendolo per uno sfregio ai pisani, quasi che nella sfera delle arti ottenebrati giacessero, mi consigliarono al dovere di smentirlo. Io d'altronde, mentre a cuor mi sta la difesa della patria, e mentre venerazion porto al consiglio di loro, di fermarmi qui su tale argomento ricuso. Finalmente le proposizioni gettate nell'indicato pubblico avviso mal'accorte comparvero, e quella dello scampo ingegnosamente recato a più di 80 sarcofagi ritrattata fu saviamente. Egli è ben giusto però di render noto qui meglio ch'altrove non feci, che i pisani inclinazione professano alle cose patrie e che altresì la Repubblica Letteraria può render testimonianza se qualcuno ne veglia, anche in genere d'arti e di bella antichità, a prestare officio di vero onore alla sua Pisa. Io in ultimo fra essi, poco insinuante e niente clamoroso, l'umile avversa sorte da gran tempo soffrendo, più veglie impiego ne' miei geniali studj, ed in essi volentieri, meno che in qualche spiacente operazione, i momenti della mia vita occupo e divido. I modi cortesi ed onorevoli che mi si compartono apprezzo; do lode a quelli che iniziati nelle arti e nell'antiquaria intendono che non per scienza infusa ma per calle spinoso al valore delle une e dell'altra si poggia; finalmente ciascuno esperto nella sua sfera commendo. Con tali riguardi scrissi del Campo Santo senza violare il proponimento di tacere ciò che dispiacenza recar poteva. E perché altresì non dispiace il proprio credito e perché il decoro dell'arti e l'amor patrio interessa, una piccola annotazione, nelle consuete mie dolci tempre condotta, a piè dell'istoria del Campo Santo apposi. Questa, che la verità adombrata e confusa rischiara, non potrà dispiacere a chi della veritade amico si protesta; oltre che dessa bastante esser potrà, io mi lusingo a giustificarmi presso la mentovata classe dei dotti. Qualche mio libero sentimento quivi in isfumata guisa gettato riguarderebbe la miglior bellezza di tal'edifizio, perché la bellezza in me sta in relazione dell'importanza e della qualità del soggetto. Vera bellezza al parer mio, giacché si vuol ch'io l'accenni lungi da ogni avvilimento di biasimo, sarebbe quella d'arricchire sempre più l'edifizio illustre di gravi antichi marmi meritevolmente scolpiti e scritti, e le operazioni di tal foggia, siano antiche o moderne, piacemi di commendare. Relativamente agl'indicati preziosi addobbi ed alle dipinte vesti (ahi troppo lacere pei replicati danni) che le mura intorno ricoprono, abbiasi pur esso il nome di nobil Museo che Cristina di Svezia per tali ornati gli dette. Ogni altro mobile non lo abbella e gli disconviene. Per le opere di pennello in tavola o in tela condotte esso mai non sarà. Le cappelle son locali disadatti e meschini. Se dalla umidità delle mura i quadri si discostano, dall'ambiente impregnato d'umidi e salsi umori non si difendono. Un danno notabile in pochi anni forse non ne risulterà. Ma verrà un giorno, come accade al quadro del S. Girolamo del Lomi, che gli sciroccali venti dominanti nella pisana pianura ed in queste ampie logge racchiusi, oltre agli intonachi ed ai materiali delle muraglia da essi e più dagli uomini offesi, di nuovo guasto si vanteranno.

Però di certi miei pensieri alla rinfusa esposti, per non esser disaggradevole alla voce dei savj, io non pretendo favorevole il voto. Ognuno gli applichi pure secondo il proprio gusto e giusta le cognizioni più o meno estese che lo adornano. Io ambirò soltanto di vederli ben'accetti a quei cultori delle arti che giudicar puonno con fondamento ed ai cittadini veri amici della patria, giacché divulgato è il sentimento di loro e de' dotti in generale, cioè che nel suo grado nobile continuata fosse quella grandiosa fabbrica, onorata memoria della magnificenza degli egregi antichi pisani, i quali, consacrandola alle pompe funebri, pensarono con Ovidio ch'ivi

Facta ducis vivent; operosaque gloria rerum.

Haec manet, haec avidos effugit una rogos.

2. PARTE PRIMA. Istoria delle belle arti nel secolo XIII

2.1. CAPITOLO I. Vicende della scultura avanti l'epoca pisana

2.1.1. § 1. Origine di essa e qual fu presso gli egiziani

noi in questo secondo volume formar la gloria più segnalata dei pisani nel disegno sulla base fondamentale di pregiati monumenti, ed altresì nostro pensiero essendo di tessere in primo luogo della scultura una istoria che cronologicamente ci conduca a quell'avventurata epoca pisana che, tergendole in fronte il pallor di morte, a nuova vita richiamolla, ci sia lecito di adoprare i versi del nostro maggior poeta:

Per correr miglior'acqua alza le vele
Omai la navicella del mio 'ngegno,
Che lascia retro a se mar sì crudele.

Vogliam dir di quei secoli nei quali erasi spento ogni lume di disegno, e di buon gusto, ed in cui la barbarie aveva gettate sì profonde radici, che sembrava gloriarsi di poter esercitare il suo crudel dominio per tutti i secoli avvenire sul suolo italiano, non men che sul greco esercitato lo avesse. Grazie però ai nostri concittadini ella dovette abbandonar l'Italia e, se gli sforzi di essi non produssero in principio tutto quel frutto che fu raccolto dipoi, ciò accadde per quel destino che accompagna le opere gloriose tendenti verso la perfezione, che i passi son lenti, lunga la fatica e infiniti i contrasti per la natural tendenza degli uomini verso la corruzione e l'orrore. Non possono poi lodarsi abbastanza coloro che in qualunque maniera contribuiscono ad incivilir le nazioni, o ciò accada ne' costumi, o nelle arti, che influiscono sopra questi. E se i nostri pisani, come si prova con indubitati monumenti, furono i riparatori dell'architettura e della scultura in ispecie, arti nobilissime che tanto contribuiscono ai piaceri ed ai comodi della vita, avranno eglino alla gratitudine di tutti gli uomini e di tutti i secoli venturi un eterno diritto.

Dell'architettura molto campo ci dette di ragionare l'argomento dell'altro volume; diremo in questo, senza obliar la medesima quando farà d'uopo, della scultura principalmente, come di quell'arte che si avanzò sopra di ogni altra nel secolo XIII. E per provare a quante vicende ella in addietro soggiacque, giusta la concepita idea, ne cominceremo una breve istoria dal suo nascimento. Già si vuole avvertire che sotto il nome di scultura deesi intendere non solo la statuaria, ma ogni arte che lo scolpire, il modellare, l'intagliare, l'incidere e il fondere ha per oggetto.

Lascieremo da parte le favolose ed incerte opinioni e non valuteremo neppur quelle di Plinio, che attribuisce a Dibutade Sicionio per opera dell'amante sua figlia l'invenzione d'imprimere coll'argilla e di assodarla nel fuoco, né quella di altri che fanno inventori della plastica Reto e Teodoro di Samo, prima che i bacchiadi esuli da Corinto in Sicilia pervenissero. Osserveremo bensì essere stata facil cosa che gli uomini, portati dalla natura all'imitazione di lei, trovassero ben presto l'arte di rappresentarla col mezzo vivissimo della scultura e molto tempo prima che immaginassero quella di esprimerla con i colori. Diremo inoltre che le prime materie da loro adoperate fossero l'argilla e la cera, come le più flessibili e di agevol maneggio e indi a poco il legno e l'avorio, molto più facili a ridursi di quel che lo siano il marmo ed il bronzo5.

Che poi dall'Asia venissero alle contrade d'occidente i primi lumi della scultura non men che dell'architettura, ne sono una prova i libri sacri. La torre di Babele, il Tempio di Gerusalemme ricco di lavori di bronzo, fabbricato da Salomone, il vitello d'oro, i Cherubini fusi nel deserto sono i primi monumenti memorabili di queste arti6. Né più addietro spingeremo il pensiero, perocché si hanno generalmente dai critici per favolose le due piramidi inalzate in Siria dagli antediluviani, colle quali prevedendo eglino due diluvj di acqua e di fuoco, di conservar credettero alla posterità le notizie istoriche sulle scoperte fino allora fatte7.

Gli egiziani, che furono i primi ad abbracciar l'idolatria per secondar questa loro malnata inclinazione, avranno coltivata la scultura meglio che gli ebrei non fecero, ai quali espressamente proibiva la legge di formare statue. E già sappiamo che adoravan essi, fin dai più remoti secoli, Giove Ammone in figura di ariete e Cam in appresso sotto simil effigie8.

A Ermete Trimegisto filosofo egiziano contemporaneo ai discendenti di Noè si attribuisce l'invenzione de' geroglifici. Che poi avanti ancora del gran Legislatore la statuaria in certo modo si esercitasse in Egitto, egli medesimo lo insegna ne' quattro libri del suo pentateuco, vietandola agli israeliti. Non mancano autori greci e romani, e fra questi Strabone e Tacito9, che in prova dell'argomento nostro rammentano la magnificenza dell'egiziana Tebe, deducendola dagli augusti avanzi che con sorpresa ammirarono in essa. Il medesimo Strabone10, nel far la descrizione di un tempio ch'egli vide in Egitto, si esprime che vie eran profuse molte opere di scultura e parla degli avanzi della tanto celebre statua di Mennone scultore di Egitto con magica lira in mano, onde Giovenale scrisse11: Dimidio magicae resonant ubi Memnone cordae.

Altri antichi scrittori, oltre l'enumerare i magnifici tempj ovunque inalzati al dio Apis, al Sole in Eliopoli12, in Sais a Minerva, encomiano il gran numero delle statue, degli obelischi tebani ed alessandrini indicanti l'artificio di quei popoli nell'incidere le dure pietre della Tebaide. Ci descrivono in oltre i laberinti memorabili per le colonne di porfirea breccia, pe' tempj e per le statue degli dei13, commendano il Mausoleo di Osimande, in cui gigantesche figure facean le veci delle colonne e finalmente l'obelisco di Ramesse, opera di venti mila uomini, rispettata da Cambise nell'incendio di Eliopoli e da noi tuttora ammirata nell'ornatissima Roma14.

Celebrate da Erodoto padre della storia e da Diodoro di Sicilia sono le tre piramidi presso Menfi, bastantemente note perch'io non ne additi la straordinaria mole delle pietre e l'operoso lavoro delle sculte figure geroglifiche15. Potrei ancora ricordar con Erodoto medesimo, fra tante altre smisurate moli in forma piramidale che furono antichissime in Egitto, le due che s'innalzavano nel mezzo del gran lago fatto ad arte da Meride alte trecento piedi ed aventi ciascuna di esse una statua colossale sul vertice. Così consultando molti viaggiatori de' giorni nostri, tra i quali il Caylus, il Dupuy, il Cook, come più esatti e fedeli si distinsero16, facil cosa sarebbe allegare altri monumenti in prova delle sorprendenti antichità egiziane, che il tempo e la barbarie rispettarono non distruggendole affatto. Ma tutto ciò tralasceremo di riferire, contenti di aver detto abbastanza per dimostrare a qual segno portò il genio degli egiziani l'arte nostra con grande sfoggio di operoso, se non elegante lavoro, come portò quella dell'architettura da noi già trattata nel primo volume17. E lasciando a Plinio l'esame18 se ambedue furono ingrandite dalla sola vanità di que' monarchi e non dall'utile, abbracceremo volentieri il parere di quegli scrittori che provano il popolo d'Egitto essere stato industrioso inventore di cose utili e grandi e di aver gettato i primi semi dell'arti liberali.

Finalmente per provare l'antichità della scultura di volo si accenni che Omero19, primo pittor delle memorie antiche, belle nozioni ci porge della statua di Minerva, detta il Palladio, di quelle d'oro del salon d'Alcinoo, della corazza di Agamennone e dello scudo d'Achille con figure ravvivate dall'azion del fuoco e dalla natura de' metalli; onde convengasi che tali e diverse opere di bulino e di scalpello dimostrano essersi l'arte nostra esercitata con vigore nel tempo dell'assedio di Troja20. Ma or passiamo a ritrovarla ordinatamente prima in Italia e quindi nella scuola de' greci, ove ingrandita il suo maggiore avanzamento ricevette. Un tal ordine ci vien prescritto dagli antiquarj che scrissero delle belle arti. On les voit, dice il conte di Caylus, formès en Egypte avec tout le caractère de la grandeur; de là passer en Etrurie, où ils acquierent desparties de détail, mais aux depens de cette même grandeur, être ensuite trasportés en Grece.

2.1.2. § 2. La scultura presso gli etruschi

Senza che noi consultiamo Ateneo, Eraclide Pontico, o altri vecchi greci, egli è indubitato per la molteplicità de' dissotterrati monumenti in marmo ed in bronzo, di quegli in sottile argilla tenuti in pregio anche a' dì nostri e delle molte incisioni in pietra, che la scultura e l'arte statuaria dagli etruschi grandemente si coltivasse. Ce ne assicura Plinio, scrivendo signa quoque Thuscanica per terras dispersa, quae in Etruria factitata non est dubium21. Narra egli nel luogo stesso che da Bolsena a Roma trasportarono i romani trionfanti duemila statue, e altrove che Numa promosse in Roma l'arte italica con istabilimenti vantaggiosi agli artefici di plastica e di metallo. Ove poi del sepolcro del re Porsenna fa ricordanza, si esprime che dagli etruschi ancora si eressero colossi e piramidi a somiglianza degli egiziani22.

Divisato così di passaggio il valore dei toscani nell'arte nostra, non disamineremo, perché a questo luogo non appartiene, se gli etruschi dagli egiziani attinsero le prime nozioni dell'arti in generale, o se vi si applicassero senza scorta alcuna. Che dessi fossero inventori della plastica e dell'arte fusoria, ciò non apparisce dal fin qui detto e potrebbe anche negarsi seguendo il parere del Ch. Tiraboschi23 contro quegli che asseriscono essere stati i toscani della plastica medesima e delle statue di bronzo inventori.

Gioverà qui soltanto allegare che son diversi autori che la prima epoca etrusca riguardo a tale oggetto ripetono dalla venuta de' pelasgi in Italia detti ancora tirreni, che dettero il nome alle tirrenie contrade e che ne' contorni di Pisa etrusca principalmente si stabilirono. Così pensa il Winckelman24 ed altrove osserva la somiglianza del più antico fare etrusco coll'egiziano, verosimilmente derivato dal reciproco commercio di queste due nazioni, opinione abbracciata dal sopraccitato Conte di Caylus25.

Dagli scritti ancora del medesimo antiquario tedesco, si raccoglie che la caratteristica di molti monumenti etruschi dimostra che questi popoli prima coltivarono le arti, che i greci dar sapessero una regolar forma alle opere di loro. In fine, dalle opere etrusche indicanti la mitologia de' greci potrem' dedurre che, dalla seconda emigrazione di questi popoli, accaduta circa a tre secoli dopo Omero secondo la cronologia d'Erodoto derivò il miglioramento della scultura etrusca, ma in guisa tale, che al più alto grado di perfezione si sollevasse26.

Un tal raro vantaggio essa bensì godette nella Grecia, sede fortunata allora di tutte le belle arti e di tutte le scienze; ed è ciò che brevemente osserveremo nel seguente paragrafo.

2.1.3. § 3. La scultura presso i greci

Per non dipartirmi dal sistema propostomi, non andrò indagando se la greca scultura ebbe i primi lumi dall'asiatica o dall'egiziana scuola piuttosto che da quella d'Italia e se per avventura ne fu la sorgente il commercio. Siccome della statuaria regionando, che secondo il pensiero di alcuni fu la prima applicazione de' greci, non accaderà esaminarla ne' suoi principj semplici e consimili a quegli degli egizj e degli etruschi, come apparisce se le più antiche medaglie greche co' più antichi lavori toscani in bronzo si confrontano, né la ricercheremo nell'Olimpiade LX, allorché Pisistrato tiranno d'Atene la promosse. Perocché chi n'è vago può rintracciarne orme non lievi in Pausania, in Platone ed in Aristotile, l'ultimo de' quali accenna alcune industriosissime statue di Dedalo in legno esistenti nell'età sua, onde ne nacque la favolosa invenzione d'Icaro suo figlio27. Siccome in Virgilio, in Diodoro di Scilia ed in Francesco Giunio troverà egli ciò che riguarda alle opere architettoniche di questo ateniese, che superiore agli altri dell'età sua fu denominato il padre dell'architettura e della statuaria.

Bensì ritrovando l'arte nostra, quando acquistò bellezza ed espressione, sorprendente requisito che luogo dette alla favola di Pigmalion con sua Donna viva28, ho dritto di rinnuovar la memoria della epoca in cui, per man de' greci, un notabile aggrandimento ricevette29.

Ciò fu sotto il governo di Pericle circa a venticinque olimpiadi dopo la scuola del surriferito artefice, e nell'ottantatreesima, cioè trecent'anni incirca dopo l'edificazione di Roma. Fidia, esecutor felice delle nobili idee dell'ateniese oratore, formò co' suoi talenti onorevol fregio a quest'epoca. Plinio, di lui scrivendo, s'espresse che non potrebbesi mai abbastanza lodar; e fralle principali opere insigni di sì celebre maestro ripone la statua di Giove Olimpico in Elide, ed in Atene la Pallade cum sit ea cubitorum viginti sex, ebore haec, et auro constat30. Sappiamo per attestato di Omero, di Seneca e di Francesco Giunio31 che sull'avorio, una delle prime materie dopo il legno e l'argilla da noi già indicate, si esercitarono i greci artisti, e che formarono anche a' tempi del commendato artefice alcune statue di legno colla testa e le mani di marmo denominate acroliti. Una tal epoca illustrano le produzioni ancora degli emoli di Fidia e degli scolari suoi distintamente ricordate dal medesimo Plinio, e fra queste il Vulcano di Alcamene ateniese, noto eziandio per gli scritti di Cicerone sulla natura degli dei.

Che la statuaria nell'Olimpiade LXXXVII e con più straordinario avanzamento nella CIV fiorisse, sicura testimonianza il surriferito storico veronese ne porge. Fan chiara comparsa nel primo tempo Scopa autor di un Bacco bellissimo in Gnido, Mirone eccellente nelle opere di bronzo32, Pittagora Leontino, quel di Reggio e Policleto, artefici tutti encomiati da Plinio e da Pausania e l'ultimo da Quintiliano per la somma diligenza e pel decoro grandemente lodato. Un cenno del gran tempio di Giove Olimpico innalzato da' cittadini di Agrigento non sembra inopportuno a questo luogo, se ascoltiamo Diodoro, che all'Olimpiade XCIII ce lo descrive di sculture adorno e superiore agli altri di Sicilia per magnificenza e per grandezza.

Ma la sopraccitata Olimpiade CIV segna altra epoca della nostr'arte più insigne per opera di Prassitele nativo della Magna Grecia, che allo stil sublime di Fidia aggiunse eleganza e bellezza. Prassitele (così Plinio si espresse) nella gloria del marmo superò se stesso. Egli fu uno di que' genj felici che, oltrepassando i confini de' loro studj, giunsero, per quanto all'uom si concede, al sommo grado di perfezione. Nobilitò Atene nel ceramico, non meno che le città di Coo e di Gnido colle rinomate sue belle Veneri; e colla statua di Cupido ignudo Tapsia e Pario colonia della Propontide si abbellirono. Ma notissime essendo queste ed altre opere di lui per gli scritti principalmente di Plinio e di Cicerone, troncando ogni cosa superflua, passeremo al bel secolo di Alessandro.

Egli è avviso comune degli storici che da esso dee prendersi l'epoca più luminosa della scultura riguardo alla gran copia degli onorati artefici ed alla bontà delle opere di loro. Atene, Sparta, Sicionia ed altre città greche gareggiarono per viemaggiormente abbellirsi di sì pregiati monumenti. Sono da ricordarsi, fra i moltissimi, il celebre statuario Lisippo Sicionio, che fiorì con Alessandro nella CXIV Olimpiade, affinando lo stile elegante e bello che da Prassitele, come si disse, ebbe incominciamento. A lui seicento dieci opere si attribuiscono. Le più famose descritte si trovano in Pausania ed in Plinio. Attesta Quintiliano ch'egli si accostò al vero con tanta eccellenza che il gran Macedone da lui soltanto ritrar si fece e da altri non mai. Così nella pittura praticò l'istesso eroe con Apelle33. Si fa chiara nei sopraccennati scritti di Plinio la fiorita scuola di Lisippo, ove primeggia Cares di Lidia noto per l'opera straordinaria del gran colosso del Sole in Rodi, la quale atterrata anche a' dì nostri si ammira.

Stima l'autor medesimo che cessasse l'arte in Grecia nell'Olimpiade CXX, poco dopo Alessandro Magno e che Tolomeo nell'Egitto e Seleuco nell'Asia la ricovrassero34. Nella corte de' re seleucidi ella fiorì con tal successo, che gli artefici colà stabiliti disputarono la preferenza a quelli che erano rimasti nella Grecia. Sotto i Tolomei, essendosi, come succede in simili rivesci, incominciato a veder nel paese delle opere greche giudico che perciò, anzi che abolita, fosse stata corretta la maniera tenuta sin allora dagli artefici egiziani nell'operare; ed ecco in Egitto le sculture che io chiamo della seconda epoca. Son parole del Winckelman alle autorità di Teofrasto e di Luciano appoggiate35.

Seguitando il sopraccitato Plinio, come altri fecero troviamo che l'arte caduta anche nell'Egitto dopo i Tolomei, risorse alquanto in Grecia nell'Olimpiade CLV36.

Ricadde in seguito, e non molto dopo l'indicato tempo, cioè quando i romani vincitori soggiogarono quella provincia e de' più preziosi monumenti disadorna la rendettero. Vi respirò di bel nuovo, allorché dessi raddolcito il bellico costume e guidati dalla vanità di ornar le proprie ville di statue insigni, la protessero.

Roma finalmente in sen l'accolse e, per mezzo di greci artefici quivi concorsi e di que' romani che sull'esempio di loro l'animo accesero alla cultura delle belle arti, ella ne divenne l'emporio. Graecia capta ferum victorem coepit, et artes intulit agresti Latio...37

2.1.4. § 4. La scultura coltivata da' romani

Fiorì la scultura sotto Giulio Cesare, ma la più bell'epoca sua fra' romani fu nei fortunati giorni di Augusto, come lo fu presso i greci nel celebrato tempo di Alessandro. Quell'illuminato monarca la richiamò coll'architettura all'antico splendore e, proteggendo ed incoraggiando gli artefici le piazze, il foro, i tempj e gli anfiteatri di belle statue decorati si videro38. Il favor di Caligola e di Nerone essa pure godette, se non che il primo pel genio suo stravagante non le giovò molto. Ispirato il secondo più dal lusso che dal buon gusto, spogliò la Grecia di statue, delle quali 500 ne annovera Pausania tutte di bronzo tolte al solo tempio di Apollo in Delfo, e chiamò a Roma Zenodoro celebre39 per le statue colossali, a cui l'immagin sua alta 110 piedi fece scolpire.

Ma tralasciando, per servire alla brevità, qual fu lo stato dell'arte sotto Vespasiano, Tito ed altri imperatori, getteremo uno sguardo sui tempi di Trajano, di Adriano e degli Antonini e la troveremo in essi onorata e florida al sommo.

Imprendendo il primo opere grandiose, le apportò un vantaggio considerabile e la ricca superficie della rinomata colonna, il più pregiato monumento de' tempi suoi, tuttora ce lo addita.

Adraino poi favorì grandemente l'arte nostra. Premiando egli e distinguendo gli artefici che nel sapere stettero a confronto, se non superarono, gli antecessori maestri, fece imitare in Roma il vero stil greco, oltre l'egiziano e l'etrusco. La protesse in Atene e vogliono alcuni ch'esso ancora la esercitasse. L'Antinoo di Belvedere viene attribuito a que' giorni, non meno che i due Centauri di marmo bigio nel Museo Capitolino esistenti.

La statua equestre di Marco Aurelio, che tuttavia con sorpresa si ammira in Campidoglio, giustifica l'animo di lui e lo stato felice dell'arte sotto gli Antonini.

All'opposto l'arco di Settimio Severo ne' suoi bassirilievi dimostra che, sotto di esso, una non indifferente rivoluzione traviando dal naturale e dal vero ella soffrir dovette.

Ma se degenerò in tal epoca la scultura in Roma, con maggior lustro della pittura ella si mantenne40 ed il suo total dedicamento fissar si può sotto i tiranni sollevati dopo Gallieno, cioè circa alla metà del terzo secolo prima di Costantino. Se l'architettura superiormente all'altre due sorelle anche per breve tempo si mantenne come a suo luogo nel primo volume osservammo, egli è molto verosimile che ciò accadesse per esser'ella stata determinata da alcune regole e misure invariabili e fisse.

Finalmente quella disavventura stessa, che dalle guerre, dal soverchio lusso e dalla discordia prodotta finì di distruggere Atene, Tebe, Sparta ed altre greche cittadi illustri, e che Roma ancora, la magna Grecia, la Sicilia e l'Italia tutta barbaramente afflisse, cagionò l'ultima ruina delle arti. La scultura fra queste non men che le altre depressa abbandonò affatto le contrade romane, né valsero a trattenerla le cure di Teodorico e nemmen quelle di alcuni romani, degli avanzi dell'antichità solleciti conservatori. Mancati i cultori delle arti e corrotto il gusto, il favore de' mecenati sovrani non vale. Pensano alcuni, e fra questi il Winckelman, che la scultura un asilo trovasse nella nuova Roma, cioè presso gl'imperatori bizzantini, conciosiaché nel solo tempio di S. Sofia si contavano più di 450 statue dei migliori antichi maestri e di non poche simili opere di scultura le piazze ed altri luoghi pubblici erano adorni. Ma in Italia, per l'opera de' barbari invasori, checché ne pensino il Muratori ed il Maffei, come ancora per lo zelo de' cristiani non ben misurato ed intento a distrugger gli avanzi della religion de' gentili, ella divenne sì contraffatta e deforme che appena di scultura il nome in lei si riconobbe. Finalmente anche Costantinopoli e la Grecia tutta soggiacque alla stessa sciagura.

Né qui accaderà perdersi ne' secoli barbari per rintracciarla ne' chiostri dei monaci, ove molti vogliono che taciturna e meschina colle due sorelle e colle scienze tutte si rifugiasse. Solo in qualche costa marittima talvolta errante si vide, o dove a persone illustri, secondo il Procopio ed il Winckelman, qualche statua ben cattiva si eresse, perché tutto spirava desolazione e barbarie. Vero è per altro che le arti in quanto al meccanismo non si perdettero in Italia giammai.

Conchiuderemo pertanto che la scultura, dopo la caduta dell'Impero romano, al fatal destino delle due arti sorelle soggiacque e che a nulla giovarono le cure di Carlo Magno e de' sommi pontefici Eugenio II e Leone IV per richiamarla. E se per essa, dopo il lungo corso di 700 e più anni, spuntò fortunatamente un'alba foriera di quella chiara luce che condusse i bei giorni del Ghiberti, di MichelAngelo, del Sansovino e di altri insigni scultori, ciò fu per opera de' nostri pisani: argomento glorioso, che imprendiamo ora a trattare.

2.2. CAPITOLO II. La scuola pisana di scultura nel secolo XIII

2.2.1. § 1. Le prime opere che verso il fine del XII e ne' primi anni del secolo XIII fanno epoca nell'arte

Destinata la bella e piacevol'arte della scultura principalmente per ornar le fabbriche di rinomanza, ne addivenne che sfigurata e raminga, qual si lasciò poc'anzi, fu accolta ed esercitata in Pisa contemporaneamente all'architettura. E se ne' principj suoi non tenne dietro in bontà all'arte sorella, come già fu detto nella istorica narrazione del secolo XI e del XII ancora, se gli ultimi trenta anni in circa si eccettuano, or noi dimostreremo che ben presto godette il favor fortunato della nazione e che per lei il disegno estinto rivisse. Pertanto riferendo ad essa ciò che a Pandolfo Malatesta scrisse il Petrarca:

Però mi dice 'l cor, ch'io in carte scriva
Cosa onde il vostro nome in pregio saglia.

Un edifizio per gran ventura illeso, il mio bel S. Giovanni, propongo agli amatori eruditi qual modello della scultura che in Italia risorge. Questo le maniere progressive a chi sa vedere ne conserva e mostra per quali vie giungesse poi la scultura allo stato di adulta nelle scuole dei celebri maestri Niccola e Giovanni. Io trarrò la prova di quel che asserisco dagli ornati suoi. Far qui altre parole non debbo di quelle statue espressamente fatte per ornar le cime delle piramidi e le nicchie del reparto superiore della rotonda mole, perché già ne parlai allor quando l'arte stavasi tutta umile ed avvolta in rozzo ammanto. Ma bensì lo sguardo volgendo agli ornati del primo architettonico giro, mi fo gloria di avergli ravvisati il primo per memorie singolari di quanto mi son proposto di ragionare e spiacemi che il Vasari, trascurando di riconoscere questi primi monumenti dell'arte che risorge, ne porgesse un'idea svantaggiosa affatto indistinta e confusa.

Primieramente, diverse figure che son di basso rilievo nei fianchi de' pilastri della porta orientale ci dimostrano come da esse, allontanandosi a poco a poco la pristina maniera rozza, un albore di miglioramento vi traluce, plausibile effetto della emulazione de' pisani co' greci e altri stranieri invitati o volontariamente concorsi e tutti componenti una scuola che, florida e numerosa, gareggia. In fatti, se coi lavori sopraespressi alcune teste in alto collocate si confrontano, ben si scorge che, eccitato nell'animo di quegli emuli maestri il coraggio ed un ardor più violento a pro del disegno, l'arte viemaggiormente si affina e cresce anche in bontà nell'architrave della porta settentrionale, nel fregio e nel soffitto di uno degli archi della porta orientale e finalmente in varii spartimenti di meandri bellissimi e di rosoni41.

Ma ciò che dimostra quanto rapidamente Pisa diresse i suoi sguardi verso la nobile e difficile arte nostra egli è certo il sopracciglio dell'indicata porta, dove il marmo è sculto con diversi gruppi di figure intere e non è ingrato il movimento onde alcune di esse dal fondo quasi si distaccano.

Una tal opera di scultura che dovette esser fralle ultime del nostro tempio non sarà da noi mal assegnata ai primi anni del secolo XIII, di cui si ragiona, se ci ritornano alla memoria i progressi, in principio veloci e lenti in appresso, dell'architettonico edifizio. Siccome attribuiremo agli ultimi trenta anni circa del secolo XII i lodati antecedenti lavori, ne sarà stato vano il pensiero di parlarne a questo luogo per non troncar la via retta del primo miglioramento dell'arte. Or sembra di dover passare a conchiudere come cosa di fatto, che tanto questi di qualche buon principio di disegno non privi quanto il sopraornato della porta orientale son monumenti insigni, che formano la prima epoca dell'arte risorgente in Italia e l'epoca seconda della scuola pisana. Pertanto, a comprovar l'opinione, una figura al fianco dei pilastri di detta porta ed una parte del commendato epistilio prescelgo ed entrambe esibisco nelle due prime tavole di rame.

Nella prima il Redentore colla croce in mano traente dal Limbo i vecchi padri si esprime; si rappresenta nella seconda la predicazion del medesimo alle turbe. Ma poiché non basta in una opera rilevar soltanto il significato ed il rito, ma esaminar deesi il merito dell'autore, noi abborrendo lo stile degli ammiratori appassionati, che tutto per meraviglioso agevolmente dichiarano ed esaltano da entusiasti anche gli uomini di nessuna fama per armadioni dell'umano sapere, diremo del primo in semplici parole ch'ei non è scevro del barbarismo del secolo, ma che giustifica la prefata asserzion nostra. Egli è condotto d'assai basso rilievo e fa chiaro lo sforzo dell'artefice nell'atteggiamento non ingrato del Redentore e nella sveltezza di lui. Il panno, per quanto vesta rozzamente e con due sole pieghe le membra, inclina a discoprirle; le mani al naturale si accostano e posano i piedi oltra l'usato, ciò che intesero a stento e scultori e pittori anche nell'età postuma di Cimabue. Una consimil maniera di panneggiare e di figurare il Redentore vedesi in alcune miniature del secolo XI. Ma tralasciando l'esame delle altre due figure meno felici e di far parole nuovamente di molte altre indicanti una medesima scuola di artefici più o meno valenti, come dal taglio delle pieghe, da certi trafori ne' capelli e nelle barbe, dalle mani con lunghe e secche dita si raccoglie, passeremo alla seconda tavola in rame.

Ella è una parte del suddetto epistilio, che a differenza delle altre delinear mi piacque come meglio conservata e che la maestria del resto del lavoro scolto può indicar di leggieri. Quella meraviglia ond'io restai compreso, l'originale in principio osservando, io mi lusingo destar si possa dal mio disegno in chiunque porta amore ed intelligenza a qualunque prodotto dell'arte ed alla storia della medesima; e Dio ci guardi da proporlo a quella classe di persone che i soli Raffaelli apprezzano e che, alla vista d'ogni altro lavoro, si disgustano. Il vero amatore comprenderà chiaro un artefice della prefata scuola, ma che superiormente agli altri regolando con più raffinato gusto l'incerta mano procura di svilupparsi dal tenebroso velo della barbarie collo studio e coll'industria. In prova di che vedesi in gran parte sbandita la spiacente sproporzionata goffezza delle figure, una certa bontà nelle mosse introdotta e corretta in gran parte la stravaganza delle mani stravolte e dei piè ritti. Ma oltre la sveltezza, il piegar sottile e facile delle vesti si distingue e porge bastante idea che l'autore tenne dietro all'antico e che si studiò d'imitarlo42. Se nell'altro libro ci gloriammo di aver palesato per mezzo de' caratteri il pregio del nostro archetipo marmo, biasimando coloro che, scrivendo delle arti barbare, trascurarono il doveroso riflesso di fare ovunque minute ricerche per distinguere il più rozzo del meno rozzo e i diversi gradi del miglioramento, or goderemo di averlo meglio divulgato coll'utilità della stampa. Godiamo eziandio di riputarlo il più bel monumento di quei giorni or che l'ultimo nostro viaggio per l'Italia ci dette campo di osservare i bassirilievi del Batistero parmense contemporanei al nostro per tal memoria incisa nell'architrave della porta settentrionale:

Bisdenis demptis annis de mille ducentis
Incepit dictus opus hoc Sculptor Benedictus.

Siccome altr'opera di quest'autore anche più goffa ci comparve in un paliotto di marmo nel duomo della medesima città di Parma, e non meno infelici si osservarono le sculture dell'esterior parte e dell'architrave in ispecie di una delle porte meridionali del duomo di Modena, di quello di Piacenza, di S. Andrea di Vercelli e di molte altre chiese quasi coetanee da omettersi a scanso di lunghe citazioni.

In fine importerebbe alla gloria della patria il discoprire il nome ed i natali del dotto artefice dell'illustrato monumento, ma raro è che il piacer si abbia di ritrovar simili memorie nel periodo di tempi sì oscuri.

2.2.2. § 2. Gruamonte ed una serie di scultori dell'epoca pisana sopraindicata

Abbiamo stimato convenevol cosa alla materia di questo capitolo il far conoscere, prima che da esso ci dipartiamo, alcuni scultori che lavorarono vicino a Pisa nel tempo di cui si ragiona, cioè dagli anni Settanta in circa del secolo XII in poi, e non ci dispiacerà di assegnarli alla scuola dell'epoca sopraindicata e di porli nel numero di quei tanti maestri che prestaron l'opera di scarpello nel sopraencomiato edifizio.

Per incominciare dal migliore artefice e da quello che più si accosta nello stile al suddetto monumento, egli sarebbe al certo quel Buono decantato dal Vasari e da noi citato sul fine dell'altro paragrafo, se vero fosse ch'egli scolpì nell'architrave della porta di mezzo di S. Andrea di Pistoja l'adorazione de' Magi, ma sarà per noi un certo Gruamonte maestro esperto, come pure Adeodato fratello di lui, avendo letta l'iscrizione incisa in fronte a quel marmo e l'altra nel disotto di esso in questi precisi termini:

1. FECIT HOC OP GRUAMONS MAGIST. BON: ET ADODAT FRATER EJUS

2. TUNC ERANT OPERARII VILLANUS ET PATHUS FILIUS TIGNOSI A. D. M.CLXVI.

Un tal bassorilievo, nelle figure intere rappresentanti il viaggio e l'arrivo dei re Magi al presepio, lo stile della scuola pisana della seconda epoca, malgrado le ingiurie del tempo, non asconde. Altresì della prima epoca si palesano le figure meno felici e rozze dell'angiolo, di Zaccaria, dell'Annunziazione e della Visitazione scolpite a piccol rilievo nei capitelli reggenti l'indicato architrave, nel destro dei quali l'autore scrisse MAGIST. ENRICUS FECIT.

Non si può negar la lode al nostro Gruamonte di essere stato anche architetto, perché a lui si deve il disegno del tempio di S. Giovanni fuorcivitas della città medesima di Pistoja, leggendosi a chiare note nell'arco di mezzo della facciata principale.

GRUAMONS MAGISTER BONUS FECIT HOC OPUS.

Or l'opinione sovraesposta della prossimanza dello stile del suo bassorilievo con quello di Pisa, e che foss'egli conseguentemente della scuola pisana di scultura fiorente nel battistero di Diotisalvi varrebbe a persuederci ch'ei, profittando dell'occasione, divenisse allievo di un tal maestro nell'arte di fabbricare. Osserveremo in seguito che fu proprietà stimata de' più bravi artefici pisani di questo secolo di essere sì nell'architettura che nella scultura instruiti.

Valida conferma al fin qui esposto ella è al certo, come lo fu nella prima edizione su tal oggetto, che il chiaris. autore dell'elogio di Giunta inserito nel tom. I degli Uomini Illustri Pisani, dopo di aver fatta osservazione oculare sul mentovato bassorilievo di Gruamonte, si spieghi: Esso è scolpito in un lastrone di marmo pisano... d'una maniera che facilmente scorgesi simile a quella del bassorilievo scolpito parimente in un gran lastrone di marmo pisano e collocato sopra l'architrave del battistero di Pisa. Ei ne confronta l'identità dello stile e crede di poter inferire che il detto bassorilievo pisano, meglio conservato del pistojese, sia lavoro di Bonanno contemporaneamente alla fabbrica di quel tempio, ciò che ha molto del verosimile.

L'autore altrove citato delle memorie della sagrestia de' belli arredi di Pistoja presenta un piccol disegno della prefata opera di Gruamonte in tavola di rame43. Ei ricorda in oltre dal medesimo scultore inciso colla cena del Nazzareno un altro architrave sulla porta settentrionale della chiesa pistojese di S. Giovanni fuorcivitas, che da lui architettata dicemmo, in virtù della riferita iscrizione che replicata leggesi senza che una lettera manchi nel predetto architrave. Una tal ripetizione, come giustamente osserva il signor Ciampi, non pone in dubbio che Gruamonte autore non fosse del lavoro di scultura della facciata principale e di tutto l'ornato ancora. Di questo la disposizione architettonica propria del secolo ne commenda, la descrive quasi uniforme al fare da me dichiarato alla pag. 426 del tomo primo e la dice a sufficienza svelta e grandiosa. Circa agli archi di sesto acuto adoprati nelle parti orientale e meridionale di tal fabbrica, conviene egli stesso che prima del secolo XIII fra noi s'introducessero; ed io già dissi che ne profittò Buschetto ove gli fecero comodo, come fece Diotisalvi di altre qualità del germanico stile ove gli servirono d'ornato.

Ma ritornando alle precitate iscrizioni relative a Gruamonte, convincon esse di molti abbagli il Vasari ove parla del risorgimento delle arti. Egli o non le vide, o stette a chi gli confuse l'adiettivo col sostantivo, perocché nella vita d'Arnolfo non riflettendo che Gruamons Magister bonus, parole intere scolpite replicatamente nelle indicate parti del S. Giovanni, facean chiaro il significato di quelle abbreviate Magist. bon, nell'architrave di S. Andrea attribuì francamente al suo favorito Buono, oltre l'architettura della detta chiesa di S. Giovanni, la scultura eziandio dell'architrave pien di figure, dic'egli colla solita frase, fatte alla maniera de' Goti. In contrario poi il nome proprio di Buono architetto, sopra a cent'anni più giovane di quello adottato dal Vasari e dal nostro accurato Baldinucci in appresso, trovasi chiaramente segnato nella facciata di S. Salvatore della stessa Pistoja con tali note impresse sopra di un marmo bianco.

ANNO MILLENO BIS CENTUM SEPTUAGENO HOC PERFECIT OPUS QUI FERTUR NOMINE BONUS PRAESTABANT OPERI ... etc.

Altro scultore della scuola pisana ravvisammo nella città nominata e la facciata di S. Bartolommeo ci mostrò l'opera di lui nell'architrave della porta maggiore. Le figure di Cristo e dei dodici Apostoli quivi scolpite con istile inferiore sembran dicevoli piuttosto alla prima che alla seconda epoca pisana. Omettendo l'iscrizione allusiva alla sacra rappresentanza, riportiam le parole nel disotto dell'architrave incise:

RODOLFIN. P ANNI MCLXVII.

Rodolfini opus credemmo di leggere nella prima edizione ed in altre oltre giudicammo pisano quest'artefice, perché si trovò in due istrumenti in pergamena dell'Archivio diplomatico rogati nel 1156 Rodolfino del q. Gerardo pisano allivella ec.44.

Biduino finalmente è quello scultore di cui or mi piace di far memoria e di riporre cogli altri del secolo XII cadente, donde l'istoria della scultura pisana incominciai. Conservando mai sempre 'l costume usato d'investigare ovunque minutamente le opere de' bei secoli non solo, ma le spiacevolissime ancora de' tempi barbari, senza che oltraggio alcuno ne soffrano i sensi e senza che l'animo se ne disgusti presi cognizione di quest'artefice fino dal tempo in cui m'apparecchiava a compilare la prima edizione ove ne scrissi come appresso.

Adoprò egli i suoi scalpelli, per quanto ci fu palese, per la chiesa di S. Cassiano nelle vicinanze di Pisa e per Lucca circa all'anno 1180. L'opera che per questa città condusse fu il bassorilievo nell'architrave della porta laterale della chiesa soppressa di S. Salvatore, che di sua mano si manifesta per le parole quivi intagliate:

BIDUINO ME FECIT HOC OPUS.

Ma altro simil marmo più magnificamente storiato egli condusse per l'architrave della porta maggiore della suddetta chiesa di S. Cassiano, che ha luogo in quest'opera nella prima parte del terzo volume. La resurrezione di Lazzaro e l'ingresso del Salvatore in Gerusalemme son le istorie a piccole figure intere di bassorilievo quivi rappresentate. Notabile è il numero di esse, che coetanee sono alle pistojesi e che nello stile presso a poco a loro si accompagnano e, conseguentemente, anche ad alcune del battistero pisano. Vi si leggono queste due iscrizioni ben conservate:

1. HOC. OPUS. QUOD. CERNIS. BIDUINUS. DOCTE. PEREGIT.

2. UNDECIES. CENTUM. ET. OCTOGINTA. POST. ANNI. TEMPORE. QUO. DEUS. EST. FLUXERANT. DE. VIRGINE. NATUS.

Se il nostro Biduino, come da tali note si raccoglie, non praticò sull'esempio di alcuni suoi contemporanei l'util costume di segnar col nome anche la patria, gratuitamente a noi si conceda che in grazia d'aver egli operato nelle vicinanze di Pisa in tempo ch'erasi trasferito in lei l'emporio delle arti, lo ascriviamo con Gruamonte all'ingegnoso stuolo di que' pisani che applicar si dovettero, con altri quivi concorsi, agl'immensi lavori a opera d'intaglio e di scultura delle fabbriche illustri.

Opportuno a questo luogo è il dare un cenno che la struttura magnifica di questa pieve comprova lo sfoggio pisano dei primi due secoli verso l'architettura e indica l'imitazione in parte della maniera dei tre nobilissimi esemplari da noi divisata sul fine del primo volume. Anche in tale edifizio, di belle arcate semicircolari adorno, alcune se ne trovano di sesto acuto, ma soltanto in poche finestre, ciò ch'è a proposito dell'osservazione anche poc'anzi allegata.

Persona illuminata dallo studio delle scienze e dell'arti belle e conoscitrice per giusti fondamenti delle diverse maniere più o meno barbare, con lettera del 14 marzo di quest'anno 1811, a me direttamente disapprova che in un opuscolo stampato di recente (ove per incidenza si fa parola dei pisani monumenti) si dica che le opere dei sopraccitati scultori Bonanno, Gruamonte, Biduino ec. ultimi fiati dell'arti morienti mostrano sicuramente lo stato d'arti moribonde e non bambine, come taluno le ha chiamate, ed aggiunge che se non dovessimo dar vanto a quegli artisti rispetto all'età in cui vissero, sarebbe piuttosto desiderabile che perisse ogni memoria non tanto dell'opere, ma del nome loro. Io credo di non avere scritto fin qui né poco, né da enfatico su tale argomento: sentiamo l'autore della lettera che l'istorico mio sistema delle arti de' mezzani tempi convalida e onora. Ma questo assoluto giudizio quanto nuovo e singolare, altrettanto contrario alla teoria ed al fatto toglie alla nostra Patria le primizie di quell'onore che anche in età più remota è ad essa dovuto nel risorgimento delle arti. Bisogna non sapere qual fosse il loro stato meschino fra il settimo ed il secolo decimo primo e non averne mai considerate le sculture, che pure tuttora abbiamo e che veramente possono dirsi gli ultimi tratti della decadenza dell'arte, per collocare in pari grado le predette opere dei pisani scultori. Essi erano già stati eccitati a migliorare alquanto la scultura dalla notabile elevazione dell'architettura, quando per opera di Buschetto e di Rainaldo fino dai primi anni del secolo XI si vide sorgere il sontuoso duomo pisano e particolarmente la stupenda sua cupola ovale, di cui a ragione fa le meraviglie il criticissimo Milizia. Ora ognun sa che il miglioramento d'una delle tre arti sorelle porta seco necessariamente il miglioramento delle due rimanenti ed il fatto fra noi lo conferma. Par forse poco trovare un Bonanno, che nel 1180 getta in bronzo la porta maggiore di quel tempio con figure ed istorie ed aggiunge nell'iscrizione che aveala fatta con un nuovo sforzo del suo talento, mea arte, e nel 1186 getta altra porta istoriata per la cattedrale di Monreale in Sicilia: porta che, per relazione di artisti espertissimi che l'hanno considerata, è senza paragone men rozza e più corretta di quella superstite ancora nella nostra Primaziale e detta la porta di S. Ranieri; in Sicilia, io dico, ove a quell'epoca non mancavano artisti, e greci artisti, e fonditori di metalli, come asserisce con prove di fatto l'Arcivescovo Testa nelle vite di Guglielmo e di Federico. Se ciò sembrasse poco, perché più non abbiamo la porta maggiore di Pisa e non abbiamo sotto gli occhi quella di Monreale, volghiamoci alle sculture d'altri Pisani contemporanei di Bonanno, cioè all'architrave ed annessi del battistero pisano, all'altro di S. Andrea di Pistoja, eseguito dal buon maestro Gruamonte nel 1166, e alle fronti delle tre porte della Pieve di S. Cassiano presso Pisa, opere di Biduino del 1180, ed osservando senza prevenzione le mosse delle figure, la precisione, la diligenza con cui son fatte, dovremo concludere che queste sculture son ben diverse da quelle informi e strane che ci restano dei tre secoli precedenti e che realmente altro non sono che i primi passi al miglioramento della scultura del medio evo per opera dei Pisani. Resti pure al nostro celebrato Niccola la gloria di avere il primo insegnato a far uso dei cimelii dei marmi greci e romani degli aurei secoli, sieda pur esso maestro e ristoratore principale dell'arti italiane 45, ma non si neghi a' pisani scultori, che d'un secolo la precederono, il pregio d'aver diretti i primi passi a questa per la città di Pisa gloriosa ristorazione, e noi conserviamone intanto gelosamente le opere e i nomi.

2.2.3. § 3. Niccola

L'ordine cronologico a tesser c'invita il maggior argomento dell'arte pisana. Non più di quei concittadini che trovar seppero delle scintille di luce frall'ombre, ma onorata istorica menzione di due scultori pisani far deesi, i quali a più chiaro giorno semi non fallaci gettarono nel vasto campo del disegno, in cui Pisa non men che in quello della guerra ad imitazione del grande Alessandro esercitava i figli suoi. Niccola e Giovanni sono quei genj felici, dei quali intendiamo di ragionare. Essi furono che di coraggio non iscevri si affaticarono di far grandeggiare i prodotti del terren fertile in modo da insegnar la via di raccorre un frutto più maturo ai susseguenti coltivatori. Per tal cagione, si meritaron eglino il titolo glorioso di primi ristoratori del disegno e dell'arte nobile della scultura. Niccola per altro l'onore primario ne dimanda e noi, dietro a ciò che nel 178746 incominciammo a scriverne, ci lusinghiamo con debile ingegno di assicurarglielo.

Appoggio il più fermo ed incontrastabile dell'istoria nostra fiano al certo i monumenti di cultura che tuttora vegliano tanto in Pisa che altrove del prefato maestro. L'esposizione che d'essi faremo, corredata dai sinceri e sottili esami per quel poco lume che ci somministrò l'antico studio, e quei disegni ancora che col mezzo dell'incisione porrem sotto gli occhi dei veri amatori saran prove bastanti, io spero, a dimostrar che Niccola è senza contrasto il primo che l'epoca del miglioramento sensibile del disegno illustra e ch'apre una scuola, che alla senese ed alla fiorentina dà norma. Dee pertanto importar molto alla storia ed alla posterità il saper novella di lui in più amplia e vera guisa che il Vasari, il Baldinucci ed altri moderni scrittori non dettero.

Se Niccolò fu già esperto nell'arte nel 1225, come vedremo in appresso, vuol dire che nel 1207 almeno incominciò a maneggiar gli scalpelli. Ma poiché, cadente il sec. XII e nei primi anni del XIII, prendea maggior vigore la scuola di scultura in Pisa pel gran lavorìo degli ornati del suo battistero, che non per varie congetture ma per istorico raziocinio allora s'incaminavano al suo fine, e poiché altresì vuol ragione ch'ultime fossero quelle opere che il passo migliore alla ristorazione dell'arte dimostrano47 ed ultimi in conseguenza i pisani maestri di loro, mal ragionato pensiero non sembra che questi servissero di guida alla tenera mano del nostro artefice e non quei goffi, greci maestri , come fu malaccorto avviso del Vasari. Disgombrata pertanto l'inverosimiglianza ch'ei, senza ricever da alcuno i primi rudimenti, l'arte esercitasse, egli è altresì vero che dalla maniera dei maestri suoi si dipartì ben presto.

Favorito dalla natura del più fervido talento, sentì di buon'ora nell'animo una vivace impressione del bello, ed alla magica imitazione delle opere insigni degli antichi in Pisa esistenti si rivolse. Sovra d'ogni altra destò in lui il desiderio d'imitarlo quel sarcofago rappresentante gli amori di Fedra verso Ippolito che gl'inviti della matrigna ricusa: prezioso avanzo della buona antichità, la cui illustrazione darem fra poco, perché il merito qui se ne taccia. Nella strada di questi nuovi studj, ei non ebbe altra guida che il proprio talento e dette ben presto a divedere il rapido progresso dei medesimi e gli effetti del suo natural genio, che all'arte bella della scultura invitato lo aveva.

Non intendo di formar qui un preciso ed intero catalogo di tutte le opere di lui, ma giova al mio assunto delle più valevoli il far ampia ricordanza e il dimostrare che l'Italia tutta chiamò il nostro Niccola ad oggetto di adoprarlo in opere di grande impegno da me tutte con meraviglia osservate nelle città sue più celebri.

La culta Bologna, tosto che risuonò la fama di questo valente scultore, lo invitò a far prova de' suoi scalpelli in occasione che nella chiesa dei Domenicani far doveasi con grande sfoggio d'opera d'intaglio e di figure a bassorilievo l'urna di marmo destinata a racchiudere il mortal velo del Patriarca S. Domenico. Ciò nell'anno 1225 accadde e non andò deluso il desiderio dei Bolognesi, perocché dietro al parere d'intelligenti osservatori noi non dubitiamo di reputar bellissimo per quell'età il sepolcro; e se una tal opera non ha per noi il primo posto fra quelle di Niccola, ella è per altro da valutarsi fralle migliori, che dai pisani maestri ristoratori in quest'epoca si facessero mai. Conciosiaché, per servire alle intraprese istoriche fatiche, mi determinai di ritrarre colla matita la fiancata del bolognese monumento ch'è rivolta a Levante e che ora mi fo un dovere di mostrarla nella terza tavola di rame. La rappresentazione è allusiva alle storie di S. Domenico, lo stile è tanto prodigioso perché anteriore a quelli del pergamo di Pisa, di quel di Siena e de' bassirilievi collocati nella facciata del duomo d'Orvieto, tutti stupendi lavori di Niccola che verranno a suo luogo illustrati. Ma procedasi a far di questo un breve ed imparziale esame, che supplirà in parte ai difetti del nostro disegno.

Non manca il nostro bassorilievo di additare a qual segno già condusse Niccola l'arte dello scolpire molto più avanti che i suoi maggiori non fecero. In esso ben si discuopre una composizione non iscevra soltanto del barbaro costume, ma ben immaginata; spiccano le cognizioni, non sempre intese dai nostri moderni, di vestire, d'atteggiar con proprietà le figure e di distaccarne alcune dal suo piano secondo la verità de' gruppi. Il volto del santo genuflesso è vivo nel freddo marmo, come quello dell'Angelo, di cui Dante diceva:

5Giurato si sarìa, che 'l dicess'ave

48.

I profili di alcune teste e gli andamenti delle barbe son condotti in foggia tale, che danno indizio dell'imitazion più felice del gran Michelangelo, e questi di fatto ammiratore al certo esser dovette di quest'opera pisana, come noteremo in appresso.

Passando a far parola dei bassirilievi che fregiano gli altri lati dell'urna, non omettiamo d'indicar in essi una consimile maniera. In oltre, nel destro reparto della sua fronte, ella è ben espressa la caduta di un cavallo e la naturalezza di coloro a sollevare intenti il cavaliere che precipitò di sella. Questa vivace rappresentanza offre un chiaro argomento delle considerazioni di Niccola su bei modelli antichi. Se poi in queste opere di scultura, la sveltezza ed un'egual bontà nelle teste costantemente praticata non trovasi, noi già sappiamo che tutti i maestri in certi immensi lavori l'ajuto adoprarono degli scolari più esperti, ma sempre ad essi molto inferiori nell'arte; oltre di che, non abbiasi l'insana pretensione di trovar ognora nelle opere di quei giorni la buona scelta, l'eleganza e la proporzion locale di ciascun oggetto. Accennato in fine il pulimento del marmo greco o lunese che sia (notabile cosa in quel tempo in cui s'ignorava un tal finimento dell'arte), passeremo a dare altra notizie non inopportune dell'arca, di cui ragioniamo.

Alcuni scrittori, e fra questi l'Orlandi, il Borghini ed il Masini49, avendo data una confusa e talvolta erronea nozione circa agli autori ed al compimento del nobil mausoleo di S. Domenico, fa mestiero di qui dichiarare che, riguardo alla cassa sepolcrale storiata, essa ebbe principio da Niccola Pisano nel 1225 e fu dal medesimo perfettamente compiuta nel 1231. Così ci attestano le cronache di Bologna, quelle del Convento e dietro di esse il Vasari; e trovasi ovunque concorde la caratteristica de' soprallodati bassirilievi. E se la combinazione che un certo Niccolò da Bologna, nome consimile a quello del nostro scultor da Pisa, vi prestasse molto posteriormente la sua opera cagionò talvolta equivoca interpretazione, come forse accadde al mentovato Masini, ogni ambiguità dilegua la chiara notizia vegliante in autentiche carte, che nel 1469 fu ordinato dal Senato che a pubbliche spese si terminasse con un maggior abbellimento il mausoleo. Il Vasari stesso ne porge lo schiarimento parlando di Niccolò da Bologna nella vita di Jacopo della Quercia. Ma consultando il Melloni50, ei scrisse di recente: Deputarono quelli del Senato suddetto quattro signori i quali formar facessero un'elevata cima o tribuna di candido e fino marmo da perito scultor lavorata. L'eccellente artefice prescelto all'opera fu Niccolò da Bari allevato in Bologna, il quale cominciò a metter mano al lavoro, secondo dice il Piò, nell'anno 1469 travagliandovi intorno quattro anni ed ornandola di statue, di festoni e di altri somiglianti fregi. A questo scultore, che lasciò imperfetto il lavoro perché la morte lo prevenne nell'anno 1473, sono attribuite le statue de' SS. Francesco e Procolo, e quelle dell'Angelo a sinistra dell'ara. Se si ascoltano il Vasari e Raffael Borghini, frai maestri che in appresso adoprati vi furono deve annoverarsi Michalangelo Bonarroti, a cui si attribuisce il lavoro dell'Angelo opposto al suddetto ed il S. Petronio in alto collocato, notizia molto onorevole all'arte pisana. Un certo Girolamo Cortellino si vuole autore della statua di S. Giov. Batista e del nuovo imbasamento storiato Alfonso Lombardo da Ferrara circa all'an. 1532 per attestato del Vasari. Dell'antica base fatta con somma fatica dal nostro pisano artefice, ne parla il Piò negli Uomini Illustri Domenicani51 e noi ne riportiamo le precise parole inserite nell'opera sopraccitata del Melloni. Esso, cioè Niccolò da Pisa, formò un nuovo sepolcro di candidissimo e finissimo marmo levantino greco sostenuto da dodici Angeli, tre per ogni quadro, che al presente dentro e sotto il reliquiario si trovano, e vi scolpì dentro alcuni miracoli del Santo con ottanta figure. Un volume mss. di Praga son parole del suddetto Melloni52 citato dai Bollandisti aggiunge che il detto sepolcro stava innalzato sopra di alcune colonne. Un tal uso architettonico in vero fu praticato sovente in eriger pulpiti e mausolei, come dalle nostre carte risulta.

Col fin qui detto avrem' noi rischiarato quant'era d'uopo per conoscere indubitatamente l'antico autore del nostro bassorilievo, anzi delle quattro facce storiate dell'arca di S. Domenico di Bologna, e quegli che in appresso di varj ornamenti la condecorarono. Siccome natural ragione vuol che senza scrupolo si creda che il titolo di Niccolò dall'Arca meritasse il nostro pisano scultore e che alcuni a Niccolò Bolognese, sol per abbaglio cagionato dalla uniformità del nome, lo assegnassero53. In fatti non sembra esser dovuto quell'onorifico titolo a chi, due secoli dopo, una parte del soprornato aggiunse a un'arca artificiosamente, e con fatica da un più antico maestro istoriata, e terminata con molta sua lode, essendo tenuta cosa singolare e la migliore di quante opere insin'allora fossero di scultura state lavorate54. Dopo la commendata opera, il nostro scultore fece in Lucca per la facciata sotto il portico del tempio di S. Martino una deposizione di Cristo dalla croce ove son figure di mezzo rilievo in marmo con somma diligenza e finimento condotte.

Ma l'ordine dell'istoria a favellar ci guida di una delle migliori opere di Niccola. Ella è il pulpito di S. Giovanni di Pisa la più chiara prova ch'ei fosso nato per meritare il glorioso titolo di restauratore del disegno e della scultura: monumento singolare che attesta quanto di fatica e di studi aggiunse Niccola al dono di natura, e qual divenne mediante i lumi che trasse dagli antichi modelli sull'insegnamento di Orazio: Vos exemplaria Graeca nocturna versate manu versate diurna. Egli infatti senza questi soccorsi che gli somministrò la Patria non avrebbe potuto avanzar l'arte dimolto col disegno de' supposti suoi maestri della seconda epoca pisana. Or se nel primo volume illustrando il bel S. Giovanni fu d'uopo di descriver quest'opera di scultura fatta nell'an. 1260 come dall'iscrizione quivi riportata risulta, e se per l'artifizio adoprato nelle figure sculte e per gl'inusitati pregi della ricca composizione e dell'espressione caratterizzar si dovette per una delle più stupende del secolo, egli è ben dovere che a questo luogo noi la facciam conoscere anche a' lontani, dandone una fedel copia col mezzo della stampa, ajutati dall'esperta mano del sig. Saverio Salvioni, a cui per questi e per altri soccorsi di simil genere professiamo la più sincera gratitudine.

Deesi avvertire che il nobile edifizio è cavato di prospettiva per chi entra dalla porta orientale con precisione di misure, e che l'adorazione de' Magi posta nel bassorilievo di mezzo se non confronta nella rappresentazione, il pulpito osservando dall'indicata parte, è quella che ci piacque di preferire pel magistero dell'arte, ond'è condotta superiormente all'altre storie, e per la maggior sua efficacia in dimostrare quanto il genio novello dalla vecchia maniera insensata e timida prodigiosamente si diparte. In essa in fatti spicca, com'ognun vede, il buon ordine di comporre una certa bontà di mosse e d'espressione, un disegno caratterizzato e vario, il distacco di alcuno figure ed il piegar delle vesti giudizioso e ricco. Pregi son questi affatto nuovi in quel tempo e dimostrativi a qual segno promosse l'arte il prodigioso maestro, ma che per altro non sempre si trovano insieme uniti nelle opere stesse di lui. La soprallegata ragione ci mosse a porre nell'angolo destro del reparto di mezzo non la figura di tondo rilievo, che da questa parte nell'originale si osserva, ma una di quelle che fanno ala alla nascita del Nazzareno, da noi già commendata per l'intelligenza delle membra ignude, per la posizione e per l'attitudine, se non per la sveltezza. Questa figura, com'altra giacente, e quella voltata in ischiena fralle componenti il giudizio universale delineato in iscorto nel nostro rame, provano sul fatto che, ricorrendo Niccola ai greci romani fonti, non piccole nozioni col raro ingegno suo felicemente ne attinse confrontandole colla natura: tanto è vero, che le belle opere han più vigore in un animo sensibile, che gli ammaestramenti altrui. Con ciò sempre più si conferma che il nostro artefice la prima intelligenza nell'arte ricevette dall'epistilio di sopra nominato e che, dal bassorilievo che adorna il sepolcro della madre della Contessa Matilde, trasse lumi non pochi per condurre le opere sue meravigliose. L'antique a toujours été regardé, par les habiles de tous le temps, comme la regle de la beauté55.

Se forse per l'amor della Patria mostrò Niccola il massimo impegno per l'opera soprallodata, meravigliosa non meno e non men bella fu l'altra che egli fece di finissimo marmo lunese pel duomo di Siena nell'anno 1267.

Innalzandola sull'imbasamento di nove colonne di granito, quattro delle quali posano sul dorso di leoni e di leonesse, altrettante sul suolo e quella di mezzo sul gruppo di nove statue di mezzano rilievo, ei corrispose col massimo impegno all'onorevole invito che gli fecero i Sanesi lodevolmente intenti ad ornare il duomo loro e premurosi di avere in esso un pulpito simile a quello di Pisa. Siccome non meno i Sanesi corrisposero a lui col riguardo lodevole di conservare il monumento insigne fino a' dì nostri, sì terso ed intatto che ogni amatore, dal piacer compreso in rimirarlo, tanta stima professa a chi vi presiede, quanto biasimo reca ai trascurati conservatori di quello di Pisa.

Mentr'io del pulpito senese contemplai l'artificio, mi proposi di asserire a questo luogo della mia opera pisana, che l'immenso lavoro, ond'esso è nobilmente adorno, può dirsi con franchezza una meraviglia per quell'età, e che nel lavoro si trovan cose anche migliori delle soprallodate del palpito di Pisa. E per il vero una fra queste è la figurina svelta e panneggiata all'antica, posta in angolo sulla destra del bassorilievo, ch'esprime la nascita del Nazzareno, storia meglio composta di quella di Pisa. Nell'altro quadro indicante l'adorazione de' re Magi spicca il distacco di alcune figure, di altre l'espressione e la naturalezza de' cavalli. La Presentazione e la fuga in Egitto occupano il terzo quadro ove, nelle teste de' vecchi dicevolmente caratterizzate e venerande, si fa chiaro il modello degli scultori e de' pittori che venner dopo. La strage è piena di spirito e le altre storie non mancano di mostrare or fierezza, or dolore, or dolce aria nei volti e difficoltà negli scorti. Finalmente osservate alcune figurine di tutto rilievo che fregiano ciascun angolo dell'ottangolare edifizio architettonico, ella è cosa che sorprende come in quel tempo si ravvivassero alcune teste e si piegassero i panni con certi partiti di crespe che a' dì nostri per verità non si vedono, e come nel far gl'ignudi e gli scorti nelle figure si dasse ai marmi rotondità e vivezza oltre l'usato. Chi brama avere una giusta idea e comprender meglio di quest'opera di scalpello, l'immensa fatica e l'artificio, può consultarne l'autor ch. delle Lettere sanesi nel suo primo tomo. Diremo in fine che da questo bel monumento uscirono i primi maestri di scultura di qualche merito in Siena ed in Firenze, ed il nostro pensiero fondato sulle accurate e lunghe osservazioni sarà convalidato dall'autorità di un estimabile documento che riporteremo in appresso.

Or altri preziosi monumenti porremo dinanzi agli occhi dei leggitori eruditi, che con quello del giudizio universale ornano la ricca facciata del duomo d'Orvieto. In quest'opera Niccolò superò se stesso con molta sua lode, attestò il Vasari, e noi, se qualche figura poco felice nella sveltezza ed alquanto dura ne' contorni vi si eccettua, la ravvisiamo per una nuova conferma che lo scalpello di Niccola portò molto lume e principio di buon disegno a tutta l'Italia56. Nel Paradiso vedesi lo sforzo dell'artefice nel far viva la bellezza di quel beato regno e nell'esprimere il giubbilo delle anime al corporeo velo congiunte. Nell'inferno poi, con bizzarra immaginazione, scolpì le più stravaganti ed orrende figure rappresentanti gli abitatori di quella città dolente; e così al vivo ritrasse l'aspro tormento degli uomini perduti che in rimirargli quei versi di Dante si rimembrano.

Diverse lingue, orribili favelle
Parole di dolor, accenti d'ira
Voci alte e fioche, e suon di man con elle.

Dopo di aver detto abbastanza della rarità dell'ingegno di Niccola nella scultura, uopo è il narrare ch'ei non fu men accreditato architetto che scultore. Non son poche le notizie comprovanti che, diretti i suoi studj all'arte architettonica, ornato egli divenne di nobilissime cognizioni, che per tal dote ancora fama di lui precorse con ali veloci tutta l'Italia e che ne conservano eterna testimonianza le città di Venezia, di Bologna, di Firenze, di Siena, di Viterbo, d'Arezzo, di Cortona, di Volterra, e di Pisa.

Il disegno della chiesa e del convento di S. Domenico di Bologna fu la prima opera di architettura che fece Niccola circa all'anno 1231, tempo in cui egli eseguiva i già commendati lavori di marmo per l'arca di S. Domenico.

Ma dove ben presto egli spiegò il suo talento nell'arte di fabbricare, fu nella città di Padova, perché quella colta nazione, nutrendo l'idea nobile di erigere un tempio di non ordinaria struttura al Santo protettore di lei, che di recente dai vivi erasi dipartito, ne ordinò il disegno e la soprantendenza ne dette a Niccola Pisano. Oltre le cronache padovane son molti gli storici che lo attestano, e fra questi il Vasari, il Filibien, il Milizia, il Saviolo ed il Papebrochio, il quale così si esprime, cujus artifex, cioè del tempio fuit Nicolaus Pisanus illa aetate celebris artifex anno Domini 123157.

Alcuni dei nominati scrittori vogliono che nell'anno suddetto avesse incominciamento la prima parte del tempio e che la seconda dal presbiterio in poi, se la cupola ch'è sopra fatta nel 1424 si eccettua, fosse edificata qualche tempo dopo dal medesimo Niccola il quale innalzò, e più svelte rendette le navate laterali, che girano dietro il coro. Ma checchè sia di ciò il tempio bellissimo di S. Antonio di Padova egli è vasto, grandioso e di una bell'intesa struttura. Come tale noi con piacer lo ammirammo reputandolo opera onorevole al pisano artefice e superiore alle altre chiese che nella Lombardia e nella Romagna ancora circa a quel tempo si fabbricavano, nuova conferma che sovra gli altri architetti portavano il vanto i pisani.

Non men degna di rinomanza è l'altra gran chiesa dei Minori Conventuali detta S. Francesco de' Frari in Venezia, fatta col disegno di Niccola. Ella pure ci comparve magnifica ed ornata qual ce la descrisse il Vasari.

Anche nell'architettura volle Niccola prestare il suo servigio alla Patria. Quivi il Palazzo degli Anziani eresse, di cui si servì Cosimo pel convento detto il palazzotto della soppressa Religione di S. Stafano; come ancora il disegno dette di altri palagi e chiese, e fra queste di quella di S. Michele in Borgo per ciò che fu fatto nel 1229 sotto l'Abate Guido.

Ma la piú bella e capricciosa architettura che facesse Niccola fu il campanile della Chiesa di S. Niccola di Pisa. Ravvisandola noi per una prova luminosa dell'ingegnoso maestro, ne diamo il disegno nella quinta tavola di rame, come di cosa che interessa la storia dei progressi dell'architettura. Fa meraviglia che fin ad ora un tal pensiero non venne ad alcuno illustratore d'ogni specie di simili produzioni, e che tampoco i cronisti e gli autori della vite degli uomini celebri nelle arti, toltone il Vasari, ne abbiano fatta ricordanza. E s'egli ha corso eziandio la sorte di tante altre rarità sfuggite agli scrittori de' viaggi loro, niun conto facendone il Cochin, il De la Lande, Adamo Chiusole ed altri, speriam noi di supplire alla mancanza altrui e di accrescer fama anche per questo conto al nostro pisano architettore, facendone considerar l'interna parte, ove si aggira intorno una scala ideata con arte somma e con nobiltà di materia. Non istaremo a dire ch'essa all'alta cima del second'ordine conduce per gradini comodi ed in numero dispari, giusta il costume degli antichi riguardo agli edificj sacri, e che lodevolmente ella è da ripiani interrotta. Non additeremo l'interno vuoto, circolare, perfetto fino al piano dell'ordine superiore, ove si cangia in poligono di sedici lati ch'esternamente adornano sedici colonne di marmo bianco isolate e rotonde, né che quivi altra scala sorretta da colonne dell'indicato marmo conduce al giro esagono delle campane, onde la cupola in piramidal forma si distacca. Siccome non accaderà far qui minuta ricerca delle dimensioni varie della fabbrica, perché tuttociò si può riscontrare agevolmente nel nostro rame. Gioverà bensì por mente all'indicato pregio dell'arte, osservando nella lodata scala che la capricciosa invenzione, lo scompartimento, il decoro e la distribuzione contenta e diletta gli occhi de' riguardanti. Egli è infatti principale officio di un ragionato architetto il procurare che nella sua fabbrica parte alcuna non siavi ch'alla necessità ed insieme alla leggiadria di tutte le altre parti non corrisponda. Qui la semplicità nel tempo stesso derivata dall'intelligenza dell'autore ed il buon legame si ammira; ed il tutto essendo così egregiamente collocato riguardo al sito, alla forma e all'ordine, l'altra allegata prerogativa, cioè la nobiltà dell'ornato chiara risplende. Non vil materia di sasso e di calce, abbellimento volgare della più parte delle moderne fabbriche, né ordinarj pilastri, anch'essi comuni, ma pietre salde ben lavorato in arco a opera di quadro vestono le concave pareti, e nobilissime colonne di varj marmi e di graniti fanno alla giudiziosa scala leggiadro e stabile sostegno58. In tutta l'arte dell'edificare non troverai cosa alcuna insegna l'Alberti59 che quanto all'opera, alla spesa e alla grazia tu l'anteponga alle colonne. Eppure gran tempo non è, che posporre se ne videro alcune ai pilastri, senza che la nobil materia ond'eran composte le difendesse da tale ingiuria. Diremo delle nostre che lisce e rotonde son collocate a piombo prive di zoccolo, se in poche più corte un basso plinto si eccettua. L'altezza è di cinque braccia in circa, se ne contano sette in ogni giro e tutte son ventiquattro. Sino alla decimaquinta, cinque di granitello orientale se ne trovano; son le altre di marmi cipollini, brecciati e mischi; e le ultime nove di marmo bianco pisano appariscono60. Spiccano poi tutte principalmente per la funzione di loro ch'è molto notabile. Ognuno con facilità la comprende, ammira gl'intercolonnj per l'effetto dilettevole che ne risulta, gli archi zoppi circolari reggenti la salita delle volte e gli architravi ancora, che mostrando il vero modo degli antichi legano giudiziosamente col sodo delle pareti. Frai capitelli composti, avvene un corintio da notarsi, che a qualche antico edifizio appartenne.

Ma finalmente si ascolti il Vasari ricordato sovente, perché il giudicio di lui non meno esperto architetto che dipintore, al caso nostro molto rileva. Egli, dopo di aver dato all'autor della nostra torre il primato di fondar sui pilastri e di voltarvi gli archi, si esprime così: ma la più bella, la più ingegnosa e la più capricciosa architettura che facesse mai Niccola fu il campanile di S. Niccola di Pisa dove stanno i Frati di S. Agostino. Ne rileva alcuni pregj e quindi prosegue: La qual capricciosa invenzione fu poi con miglior modo e più giuste misure e con più ornamento messa in opera da Bramante architetto a Roma in Belvedere per Papa Giulio II, e da Antonio da S. Gallo nel pozzo ch'è a Orvieto d'ordine di Papa Clemente VII, come si dirà quando fia tempo61. Ecco un nuovo argomento, onde sempre per indubitato si tenga, che i valenti artefici del secolo felice videro e presero norma dalle opere tanto di scultura quanto di architettura del nostro celebrato maestro Niccola, come di esse il primo singolare Ristoratore. Ma un tal glorioso nome a lui viemaggiormente conferma la bella fabbrica di cui passiamo adesso a ragionare.

Nella città ragguardevole di Firenze gran desio ebbe Niccola di fare sfoggio de' suoi talenti. Dopo di essere stato adoprato nella fabbrica della badia di Settimo lasciata imperfetta dal Conte Ugo, e dopo ch'eresse la piccola chiesa della Misericordia sulla piazza di S. Giovanni ed il monastero delle Donne di Faenza62 nella città predetta, innalzò quivi il più bel monumento del suo sapere nella chiesa di S. Trinita. Questa infatti, avvegnaché nuda d'ornati architettonici, ella è per altro di una bella semplicità condita e maestosa nelle proporzioni. Il Bonarruoti, che innanzi vide e studiò in Bologna al parer nostro le opere di scultura di Niccola, non si saziò di riguardare il nostro tempio con sorpresa e con amore, e chiamandolo sovente la sua dama favorita ne commendò il pisano architetto. Dietro a sì valida testimonianza, ogni ulteriore elogio si taccia. E poco importi che il Vasari ed il Baldinucci abbiano semplicemente citato un tal edifizio fiorentino, quando in sostanza il più bel monumento egli è della pisana architettura sovra d'ogni altro sparso per l'Italia e quando certi incliti maestri come Michalangelo magnificamente vi arrisero. Nell'istessa Firenze, mentre erano intenti i Ghibellini a gettare a terra alcune delle molte torri e fortezze dei discacciati Guelfi per atterrar quella detta del Guardamorto altissima e della più maschia struttura, si prevalsero dell'ingegno di Niccola. Niccola in fatti, scrisse un autor fiorentino, intorno all'an. 1240, con nuova e non più vista industria, fece rovinar la torre del Guardamorto63. Narra Gio. Villani64 che ciò fu per opera de' Ghibellini, come si è detto; descrive il modo particolare onde fu tagliata detta torre ai piedi, e come poi fu dato fuoco ai puntelli alti un braccio. E se trascura di far menzione del pisano maestro, che ne fu l'ingegnoso inventore, suppliron altri alla mancanza di lui esprimendosi la di cui demolizione arrecò a Niccola pisano lode di grande architetto65.

Riputiamo lodevol cosa nell'arte pisana per le osservazioni da noi fatte di recente anche la cattedrale di Pistoja. Questa s'innalzò sulle vecchie mura col disegno di Niccola nell'anno 1240, come dichiara il Vasari.

Invitato il nostro artefice dai Signori di Pietramala fece il disegno della chiesa e del convento di S. Domenico d'Arezzo. Siccome ai preghi del Vescovo degli Ubertini e dei Cortonesi l'anno 1297 restaurò la pieve di Cortona ed eresse dai fondamenti nel sito più eminente di quella città il tempio di S. Margherita, ove le seguenti parole Nicholaus, et Johannes scolpite in una pietra del campanile non isfuggirono alle nostre ricerche.

Per tante e tali opere il nome di Niccola viemaggiormente risuonando, Papa Clemente IV lo chiamò a Viterbo nell'anno 1267, ove fralle altre cose restaurò la chiesa ed il convento de' Frati Domenicani.

Ma più oltre la fama di lui spingendo le ali, non solo a Napoli portar si dovette allorquando vi edificò la chiesa di S. Lorenzo e dette compimento all'episcopo, ma qualche anno dopo vi fece ritorno onorato da Carlo I.

Questo re, dopo la disfatta di Corradino seguìta nel piano di Tagliacozzo, volle che in quel luogo appunto col disegno di Niccola, come professore il più celebre nell'arte, si erigesse un tempio col nome di S. Maria della Vittoria, che fosse tale da contenere il gran numero dei soldati morti nella battaglia di quella giornata e da servire di monumento eterno del valore e della magnificenza di lui. Giov. Villani fa il racconto dell'enunciata sconfitta, assegnandola al 24 di agosto dell'anno 1268, e soggiunge che i monaci di quella ricca badia per un tratto dell'animo pietoso del re Carlo erano in obbligo di porger preghiere a Dio per la gente morta nella guerriera azione. Attesta il nostro Vasari che del pisano architetto restò l'indicato Principe sodisfatto a segno, che lo colmò di premj e d'onori.

Fralle opere di lui annoverar noi vorremmo non con dubbiezza, ma con ragionate considerazioni le due chiese di S. Francesco d'Assisi. Infatti se lo impiegarono i Bolognesi, i Veneziani, i Padovani, i Fiorentini, i Sanesi, i Pistojesi, i Volterrani, i Cortonesi ed i Napoletani, sembra a buona conghiettura che un così accreditato architettore non isfuggir dovesse alle ricerche di frate Elia ed alle premure di Papa Gregorio IX, nell'importanza di erigere le immaginate due fabbriche con somma spesa e con sollecitudine. Che queste s'innalzassero ed il campanile ancora in un tempo stesso ce lo attesta la cronaca de' quindici generali, ed il P. Affò recente scrittore della vita di frate Elia ce lo conferma66. Ma dalla congettura passando alla rimembranza dell'esterno comparto di sottili colonne, del giro dei piccoli archi ne' due bracci laterali, dell'ingegnosa invenzione di gettare i fondamenti quasi alle falde del colle adeguandone la sommità con altra chiesa alla prima sovrapposta, come pure nell'interna parte del tempio richiamando alla memoria il girar degli archi leggerissimi e svelti, ed i capitelli sulle colonne a fascio lavorati di traforo sulla foggia di quelli del pulpito di Pisa67, e ricordando in fine gli archi zoppi reggenti l'interna scala del campanile, gli archetti, le cornici intagliate ed altri membri nell'esterna parte di esso, avremo indizj più che rilevanti a formare il giudizio nostro. Favorevole è la notizia allegata da molti, e dal Vasari stesso, che facea corona alla suddetta torre un'alta guglia di otto facce, che poi fu disfatta come minacciante rovina, una delle solite ragioni che gl'ingegneri ed i capi maestri muratori sul proprio interesse appoggiano. Finalmente non avendo noi alcun documento che in contrario ne informi, ci accorderà il Vasari di credere anzi che sospettare che, dando egli il disegno dell'assisiano edifizio al suo Lapo, o lo scolare col maestro abbia confuso, o siasi di quest'ultimo maliziosamente dimenticato . Checché poi per la sincope usata dai fiorentini convertisse egli Giacomo tedesco in Lapo, quandoché questi nacque in Firenze e fin da giovinetto con tal nome apprese l'arte nella scuola di Niccolò da Pisa68, importerà poco il disaminare l'istorico intrigo Al più potremo a sola equità conciliare che a Lapo come al suo miglior allievo affidasse Niccola la soprantendenza del gran tempio d'Assisi, dovendo egli assistere ai molti lavori intrapresi in Toscana ed altrove. Finalmente rileverà molto il chiuder l'argomento nostro colle parole stesse del Vasari, significanti che non si fece cosa alcuna d'importanza alla quale non intervenisse Niccola o Giovanni, essendo i primi maestri che fossero in Europa, per tacere quanto altro ci narra di Niccola dicevole appunto all'architetto della commendata basilica.

Ma il disegno architettonico di Niccola che dette miglior forma e ingrandimento al duomo di Volterra nel 1214 ponga fine alla serie delle opere sue sì di architettura che di scultura, colle quali ci lusinghiamo di aver dimostrata abbastanza la celebrità del pisano artefice.

2.2.4. § 4. Giovanni

Giovanni, figlio ed allievo del prelodato Niccola nelle arti di scolpire e d'architettare, non solo frai genj più segnalati della fiorita pisana Scuola si distinse, ma così esperto ed accreditato professore ne divenne da agguagliare e da superare anche talvolta il maestro. Per la qual cosa il padre aggravato dagli anni si giovò sovente dell'ajuto del figlio in alcune opere sue, e le più colte città dell'Italia nelle imprese di maggiore importanza lo invitarono.

Lo invitò Perugia pel sepolcro di marmo d'Urbano IV, ch'ivi cessò di vivere nel 1264, ed egli è gran danno, che nella cattedrale di loro alcune reliquie di tale opera sol per avventura ne rimangano.

Poiché in tal occasione esperimentarono i perugini che al valor di Giovanni corrispondea la fama ch'erasi divulgata, commessero a lui di adornare con lavori di marmo e di bronzo la ricca e dispendiosa fontana che sulla piazza del duomo tuttora si osserva69. Non andò delusa l'espettativa di loro, perocché Giovanni ideò un tal edificio con somma magnificenza e con bizzarria. Egli è in tre ordini scompartito, uno a opera di bronzo e due di marmo. Una gran vasca che sopra diversi scalini riposa e che nobilitata resta da dei bassirilievi in marmo il prim'ordine compone. Forma il secondo altra gran vasca, pure di marmo, da molte colonne sorretta e le cui facce sono da piccole cariatidi divise. Nel mezzo di essa sorge a comporre il terz'ordine una colonna di bronzo reggente una bella e rara conca dell'istesso metallo. La conca è tutta d'un getto e per la sua semplice forma e proporzione è pregevole. Tre ninfe di tutto rilievo, volgendo con leggiadria l'una a l'altra le spalle, la circondano e quattro grifi nel mezzo, stemma de' perugini, gettano acqua in gran copia. Convien dire ch'un tal monumento, mostrando le tre prerogative d'architettare, di scolpire e di fondere in Giovanni riunite, eterna lode gli conserva, e perché parve a lui stesso di aver eseguita un'opera la più magnifica in quel tempo di tal genere, vi pose il suo nome.

Desideroso il nostro artefice di correre in braccio al padre suo già vecchio ed infermo, abbandonò le perugine contrade. Allorché giunse a Firenze, convinto dalle graziose premure de' fiorentini, convenne a lui di trattenersi per assistere alla già intrapresa opera delle mulina d'Arno. Ma un tal indugio tolse a Giovanni il contento di rivedere il padre che già nudo spirto e poca terra lo avea lasciato per sempre.

I suoi concittadini, desiderosi di ritrovare in lui ricompensata la perdita di Niccola, lo impiegarono a dar compimento alla chiesa della Spina. Quivi pertanto, servendo egli alla bizzarra moda d'allora e non al suo bel genio, arricchì l'esterne facce di quell'edifizio di statue e di figure di basso rilievo e, frai diversi ritratti, ei vi scolpì quello del padre in segno del suo filiale affetto70.

In questo tempo i pisani concepita avendo la vasta idea di erigere il Camposanto con istraordinaria magnificenza, ne affidarono al nostro Giovanni l'alta impresa, ma di sì celebre edifizio l'illustrazione si darà in appresso.

Or si prosegua a narrare che, giunta la fama dell'opera sopraccitata alle orecchie del re Carlo, questi invitò ben tosto 'l pisano architetto a Napoli e correndo l'anno 1283 volle che il Castel nuovo col disegno e l'assistenza di lui si fabbricasse. E poiché per tal effetto uopo fu di distruggere un convento di frati francescani, Giovanni ne delineò uno nuovo più magnifico e bello, e soddisfatto ch'egli ebbe quel monarca, pieno di onorevoli ricompense intraprese il viaggio verso la Toscana.

Vuole il Vasari che passando da Siena egli dasse il modello della facciata del duomo. Lo asserisce il Malevolta nelle storie di Siena, ed altri al Maitani sanese lo attribuiscono.

In Arezzo bensì ei si trattenne e, fralle opere che vi fece, merita ampia ricordanza l'altare della cattedrale, che scolpì circa all'an. 1286 in guisa a mio credere la più sfoggiante e laboriosa che di tal sorta si facesse in quei giorni. Tutto l'isolato edifizio di fino marmo lunese egli è magnificamente disposto con quello stile che tedesco o goticomoderno si appella. Conciosiaché le statue, i fogliami, gli arabeschi, le intarsiature e gli smalti sovra piastre d'argento e nel marmo commessi vi abbondano ed è spartito in varie nicchie coronate di triangoli merlettati. Racchiudono alcune di esse delle opere di scultura rotonde, altre di diverse storie di bassorilievo si fregiano. Nel reparto di mezzo è situata la Madonna col bambino, S. Gregorio da un lato, in cui ritrasse Giovanni il Papa Onorio IV, e dall'altro S. Donato ch'è della città il Protettore. Finalmente fan l'ufficio di pilastri tanti ordini di colonnette a fascio uno sopra dell'altro, e ciascuno ha sul davanti una statuetta, sol che l'ultimo la sua cima ne adorna. Attesta l'aretino scrittore che i concittadini suoi trentamila fiorini doro in quest'opera impiegarono e dopo di averla commendata per l'artificio e per la saldezza delle commettiture, tal che sembra di getto, così si esprime: Essendosi servito Giovanni d'alcuni Tedeschi che più per imparare che per guadagnare si acconciarono con esso lui eglino divennero tali sotto la disciplina sua, che andati dopo a Roma servirono Bonifazio VIII in molte opere di scultura per S. Pietro et in architettura quando fece Civita Castellana. E per la maggior gloria e rinomanza della pisana Scuola si aggiunga che anche Agostino ed Agniolo Senesi lavorarono sotto di lui in quest'opera che meritò l'ammirazione dei colti aretini e dei viaggiatori71. I mentovati aretini ricchi e di gusto non privi si prevalsero del talento di Giovanni per abbellire la cappella degli Ubertini nella Cattedrale stessa, per edificar palazzi, la chiesa de' Servi di Maria, ed altre ancora.

Orvieto fralle numerose opere di scultura della Scuola pisana che adornano il suo bel duomo, n'ebbe ancor di Giovanni.

Bologna, che apprezzò cotanto il merito del padre, ebbe in pregio di aver due tavole d'altare di mano del figlio.

Pistoia lo invitò a fare un pergamo nella chiesa di S. Andrea che quel del padre suo esistente nel duomo di Siena emulasse. Fin dall'anno 1792 fece mestiero a noi di dar fama onorevole a quest'opera, che reputammo degna di annoverarsi fralle più belle e ben conservate reliquie dell'arte pisana del secolo XIII. Per giovare alla storia i nostra, Pistoja ci trattenne onde far utile e dilettevole esame di lei. Cola vadano pur gl'increduli a visitarla ed in essa, noi ce ne lusinghiamo, ravviseranno la verità di quanto ci facciam pregio di scriverne la modo ch'altri fin qui non fecero.

Isolato è l'esagono edifizio e da sette colonne tutte di marmo rosso pisano sorretto. Intatto in ciascuna delle sue parti dimostra che si gloriarono i pistojesi di possederlo, e ciò fa molta lode ad essi, non men che ai Sanesi per il pulpito di Niccola. Era cosa molto desiderabile di poter commendare anche per tal conto i pisani ragionando del pulpito di S. Giovanni, che sarebbe degno di esser tenuto anche in oggi colla massima custodia, persuasi appieno della magnificenza, della smania e del gusto che regna ove le belle arti si decantano. L'architettonica struttura ed il partimento degli sculti marmi è conforme ai pergami di Pisa e di Siena. In fatti lasciò scritto il Vasari che i pistojesi, perché avevano in venerazione il nome di Niccola, fecer fare a Giovanni un Pergamo di marmo per la chiesa di S. Andrea simile a quello che egli aveva fatto nel duomo di Siena, e ciò per concorrenza d'uno che poco innanzi n'era stato fatto nella chiesa di S.Giovanni EvAngelista da un tedesco.

Sia qui lecito che, divagando per poco dal soggetto, non inutilmente si osservi in quest'ultima notizia data dal Vasari, ch'egli cadde in uno de' soliti abbagli di confonder le opere e di dar talvolta agli autori arbitrariamente la Patria. Perocché il lavoro di scultura nel pulpito di S. Giovanni di Pistoja ci comparve, per poco che lo esaminammo, di maniera pisana posteriore a quella di Giovanni, non che anteriore com'egli pensa; ed una tal maniera molto indizio ci dette di quella di Giovanni di Balduccio pisano, di cui dovrem parlare in appresso72. Egli è altresì vero che la chiesa di S. Bartolommeo di detta città ha un organo ch'era pulpito anticamente, con bassirilievi nel parapetto, e che ben ravvisammo in essi la scuola di Niccola ed il mistero della Nascita di G. C. espresso nel modo tenuto da lui. Quest'opera, almeno riguardo al tempo, sarebbe più conforme alla citazion del Vasari, essendovi scolpite queste parole: Sculptor laudatus qui doctus in arte probatus Guido de Como quem cunctis carmine promo A. D. MCCL. Per lo più le opere pisane agevolmente si manifestano attesa una qualche uniformità, che da' suoi principj vi si conosce. Ma checché sia di ciò, noi nell'aver qui esibita una tale iscrizione e additato il confronto della maniera, avremo somministrata altra prova che i migliori esteri talenti correvano a Pisa ad erudirsi nelle arti ed avrem palesato Guido da Como qual altro genio della Scuola nostra e molto verosimilmente uno de' buoni discepoli di Niccola, ma sempre inferiore a Giovanni.

Or di questi al bell'edificio ritornando, soggiungasi che il più fino e ben rinettato marmo lunese forma le facce dell'esagono, nobilitate da una quantità di figure di basso e di mezzano rilievo, e di alcune rotonde di estraordinaria foggia. Dicasi inoltre che l'autore in quest'opera laboriosa non isfuggì le difficoltà dell'arte, ricercandole meglio che seppe nei nudi e negli scorti, nell'aggruppare e nel distaccare alcune parti quasi totalmente dal piano. Concessa la maniera secca più e meno adoprata, e qualche difetto di buona prospettiva, come pure la proporzione di alcune figure di sveltezza scevre, noi con istupore ammirammo le storie principalmente della strage degli Innocenti, della Crocifissione e del Giudizio Universale. Quest'ultima fu molto commendata da Giorgio Vasari e noi non trascuriamo di dire che un tal difficil soggetto fa trattato con gran copia di figure espressive e ch'egli effettivamente in bontà pareggia e forse oltrepassa quegli di Pisa, di Siena e di Orvieto.

Non dubitiamo di asserire che alcune femmine scolpite nella strage suddetta sono un portento per la scelta della mossa e dell'espressione, e che negli angoli dell'esagono son figure nelle teste e nei panni di qualche bontà corredate. Non può esser di meno che ancora Giovanni non ravvisasse l'antico pel regolo della bellezza. Chi non disprezza ciò che debbesi minutamente osservare nelle opere giudicate barbare e chi sa conoscere i certi salti straordinarj confessi che inducon esse a stupore, e che tali più non si videro se non circa a due secoli dopo, allorquando servirono di modello e somministraron lumi a' migliori artefici. Replico volentieri una, tale opinione, perché in essa sempre più mi confermano i miei viaggi d'Italia; né gran tempo è che l'imitazione delle opere pisane mi comparve chiara nei bassirilievi di Loreto, principalmente in quelli del Bandinelli e del Montelupo esprimenti la nascita della Madonna, e negli altri di Domenico Lamìa e del Tribolo.

Molto poi debbesi alla man che incise la seguente epigrafe nel dintorno del commendato pulpito, ove chiaramente si legge:

LAUDE DEI TRINI REM CEPTAM COPULO FINI

CURE PRESENTIS SUB PRIMO MILLE TRICENTIS

PRINCEPS EST OPERIS PLEBANUS VEL DATOR ERIS

ARNOLDUS DICTUS QUI SEMPER SIT BENEDICTUS

ANDREAS UNUS VITELLI QUOQUE TINUS

NATUS VITALI BENE NOTUS NOMINE TALI

DISPENSATORES HI DICTI SUNT MELIORES

SCULPSIT JOHANNES QUI RES NON EGIT INANES

NICHOLI NATUS SENSIA MELIORE BEATUS

QUEM GENUIT PISA DOCTUM SUPER OMNIA VISA73.

Fu circa al tempo indicato che condusse Giovanni altro pulpito nel duomo di Pisa, di cui abbiam dato qualche notizia nel primo volume, ed or vuole il nostro assunto che qui ancora ne facciam parola e che riportiamo una parte dell'iscrizione che in esso leggevasi, professandone grato ufficio al Vasari, che ne' suoi scritti ce l'ha conservata.

LAUDO DEUM VERUM, PER QUEM SUNT OPTIMA RERUM,

QUI DEDIT HAS PURAS HOMINI FORMARE FIGURAS;

HOC OPUS, HIS ANNIS DOMINI SCULPSERE JOHANNIS

ARTE MANUS SOLE QUONDAM, NATIQUE NICOLE

CURSIS UNDENIS TERCENTUM, MILLEQUE PLENIS ec.

La verità di tal iscrizione del Vasari abbia pur oggi da noi autentica conferma per aver trovato in più frammenti di detto pulpito gettati alla rinfusa frai sassi del magazzino dell'opera non solo i versi soprascritti, ma altri ancora che non fa bisogno di riportare. Noteremo bensì di aver letto nell'archetipo marmo la parola undenis per cui l'epoca del pulpito coll'iscrizione riportata alla pag. 336 confronta, e non ventenis, come erroneamente scrisse il Vasari. Simili avanzi di marmo insieme congiunti alla meglio meritavano conservazione se di me giovati si fossero i sapienti d'allora.

Non mi accusi la patria se dove ragionai de' bassirilievi che occupavano le sponde di detto pergamo, e che tuttora esistono nella sua Primaziale74, io non ne feci chiaro l'artificio con egual maniera a quella tenuta poc'anzi. Perocché dessi rendonsi per ogni dove inutili all'esame degli antiquarj ed all'amatita dei disegnatori, situati essendo nel corpo d'una eminente ringhiera, dopo di essere stati barbaramente disgiunti da quel decoroso monumento, onde avea arricchito Giovanni la suddetta chiesa a simiglianza di quello che la città di Siena, con somma lode degli operaj, tuttora nel suo Duomo conserva.

Ritornando anche per poco a Pistoia, dirò che quella città possiede eziandio un'altra scultura pisana nella sopraccitata chiesa di S. Giovanni. Ella è un gruppo di tre statue sostenenti una pila di marmo e simboleggiate dalla dotta mano del nostro scultore per la Temperanza, per la Prudenza e per la Giustizia. Scrivendone il Vasari si espresse: La qual opera per essere stata allora tenuta molto bella fu posta nel mezzo di quella chiesa come cosa singolare.

Altra pila di marmo lunese, in forma quadra con lavoro di bassorilievo, esiste nella chiesa di S. Pietro in Vinculis del Castello detto Santo Pietro distante da Pisa circa a dieci miglia. Se non ne ha fatta menzione l'autor suddetto, noi stimiamo di qui farla per le seguenti parole incise con bei caratteri indicanti un altro genio della pisana Scuola. Magister Joannes cum discipulo suo Leonardo fecit hoc opus ad onorem Dei, et Sancti Petri Apostoli.

Alle premurose istanze de' Perugini ritornò Giovanni nella città loro, e nella chiesa vecchia di S. Domenico v'eresse il mausoleo di Benedetto XI, che nella nuova fu poi trasportato.

Nell'architettura di esso sfoggia l'uso di quel tempo, e niuno prenderebbe per lavoro di quell'età il simulacro giacente di quel Pontefice ritratto al naturale ed in pontificali spoglie, come pure gl'intagli e i due genj, o Angeli che siano, reggenti la sovrapposta tenda con grazioso atteggiamento. Simili poi a quelle del nostro camposanto, che dovrem fra poco illustrare, mi comparvero le figure a gran rilievo poste in alto sotto il tabernacolo, rappresentanti la Madonna con varj Santi.

Ma per formar giusta idea dell'impreso lavoro sul valor di Giovanni nella scultura, un'opera di lui prescelgo nella Madonna collocata sulla porta meridionale del magnifico duomo di Firenze e ne do fedelmente il disegno nella sesta tavola di rame.

Essa, il Bambino e i due Angeli, che nell'original gruppo genuflessi la fiancheggiano, son figure tutte intere di tondo rilievo, grandi al naturale e degne al mio parere di riporsi fralle migliori prove dell'ingegno di Giovanni e fra quegli esemplari pisani che stimolaron gli altri che venner dopo ad una maggior perfezione. Io non vidi per certo in altri suoi lavori né più semplice atteggiamento, né più bell'aria di fanciullo, che quella del divin Figlio sedente sul braccio sinistro della Madre. Egli ha il dono eziandio di una certa puerile espressione. Il volto di lei non ingrato si mostra e della miglior fisonomia che ne' lavori di que' tempi apparisca giammai75. Le vesti fan conoscere l'intelligenza dell'artefice nel piegarle con qualche gusto ed aggiustatezza, e ne apparisce l'andamento come tratto dallo studio della natura. Non minori pregj dell'arte primeggiano negli Angeli, anzi alla posizion devota ed al panneggiamento superiori alla Madonna gli giudico. E se non gli ho uniti al mio disegno, fu perché colla sola Madonna conservando il sesto del libro credetti di produrre una considerabil reliquia atta bastantemente a far chiara fede che a gran ragione il sopraindicato onore al nostro Giovanni si dette. Nel tempo stesso avrem mostrato con essa il tutelar Nume dell'insigne chiesa Metropolitana di S. Maria del Fiore portandone l'insegna nella destra mano, ed avremo additato agli amici delle belle arti la Scuola pisana prescelta in Firenze al più grand'uopo, ch'ella è una parte del nostro instituto. Né fu sì tosto arrivato in Firenze, così parla il Vasari di Giovanni, che dagli operaj della fabbrica di S. Maria del Fiore gli fu data a fare la Madonna che in mezzo a due angeli è sopra la porta che va in Canonica, la quale opera fu allora molto lodata.

Anche i pratesi apprezzarono il valor di Giovanni, e poi che n'ebbero un saggio nel convento di S. Niccolò ed in quello de' Domenicani nel 1309, gli dettero a far la cappella della Cintola, ch'era allora in gran venerazione tenuta; siccome col suo disegno aggrandirono il duomo incrostandolo di fuori di marmi bianchi e neri.

Riserbandoci a convalidare l'abilità di Giovanni nell'arte di fonder metalli in luogo più acconcio, porremo fine all'elogio storico di lui, allegando alcune autorità molto plausibili del Vasari.

Finalmente essendo Giovanni vecchissimo, si morì l'anno 1320, dopo aver fatto, oltre a quelle che dette si sono, molte altre opere di scultura e di architettura. E nel vero si deve molto a lui ed a Niccola suo padre, poiché in tempi privi d'ogni bontà di disegno diedero in tante tenebre non piccolo lume alle cose di quest'arti, nelle quali furono in quell'età veramente eccellenti (...). Né si maravigli alcuno, che facessero Niccola e Giovanni tante opere, perché oltre che vissero assai, essendo i primi maestri in quel tempo che fossero in Europa, non si fece alcuna cosa d'importanza alla quale non intervenissero. Afferma che fu sotterrato Giovanni in Camposanto nell'arca stessa dov'era stato posto Niccola suo padre, e se l'iscrizione nuda resta ella confusa fralle altre, era dover di grata ricompensa che i concittadini conservassero con tal mezzo la memoria del sepolcro de' due più valenti uomini del tempo in cui vissero.

Dal fin qui detto, mi sembra di avere a sufficienza provato che i pisani si fecero conoscer per l'Italia spargendo i primi semi della scultura e dell'architettura, ed ovunque recando non piccola meraviglia. Resta presentemente di porre in chiaro se la Scuola pisana, oltre a tenere il primato sovra le altre pel pregio dell'arte, fosse madre eziandio della senese e della fiorentina.

Circa alla scultura ed all'architettura terminò la questione, e l'autorità del Vasari si vide chiaramente appoggiata sul falso allora quando il ch. P. maestro della Valle si fece un onore immenso e divenne benemerito di Pisa e dell'arte con produrre in luce quell'aureo istrumento di contratto fatto dall'operajo del duomo di Siena con Niccolò Pisano pel pulpito da farsi, stipulato in Pisa nella chiesa di S. Giovanni il dì 3 ottobre dell'an. 1266, secondo lo stil pisano. Tutto il contenuto del medesimo viene allegato nel primo tomo delle Lettere Sanesi76 e qui basterà soltanto riportare i seguenti versi al mio proposito confacenti: Et etiam in Kal. Martij proxime predictis pro suis discipulis secum ducat Senas Arnolfum, et Lapum suos discipulos, quos secum pro infrascriptis salariis, ut infra scribitur tenebit usque ad complementum dicti pulpiti, si tantum fuerit tempus quo cum eo stare, et morari tenetur, argomento convincente, che Lapo ed Arnolfo portarono l'arti della scultura e dell'architettura in Firenze dopo che essi le ebbero apprese in Pisa da Niccola maestro di loro, e che conseguentemente i pisani ai fiorentini le comunicarono. Ecco disciolte le ombre e rischiarato ogni errore, in che finora erano incorsi i seguaci del Vasari. Non istarò ad esaminare o la confusione dei nomi, la cronologia male osservata, e l'abbaglio di pretesa agnazione che risulta confrontando le irrefragabili e certe notizie del precitato contratto con quel che si trova scritto di quell'Jacopo trasformato in Lapo dall'Aretino, avendo ciò fatto molto sanamente il nostro prelodato conoscitore nella lettera che dirige al Tiraboschi. Tanto è vero che l'opere fatte in Pisa servirono di modello e d'istruzione a quelle fatte dopo in Firenze ed altrove, che volendo i fiorentini ornare la piccola chiesa di Santa Maria della misericordia della statua d'una Vergine contrattarono collo scultore Alberto Arnordi che fosse simile in bontà ed in maestria alla figura di nostra Donna in Pisa. L'istrumento del dì 6 giugno 1359 tratto dall'Archivio del Bigallo è onorevole a Pisa. Noi lo riporteremo in luogo più acconcio77 e sempre professiamo la nostra gratitudine al defunto M. Fabroni per cui s'ottenne.

A Siena ancora direm che i pisani portarono la scultura e l'architettura per Agostino ed Agnolo fratelli sanesi, imperocché per attestato di più scrittori, dessi appresero le regole delle arti suddette sotto la direzione di Giovanni Pisano e con tal profitto nella scultura, che il maestro si servi dell'opera loro ne' più interessanti lavori, e principalmente nell'altar maggiore del duomo di Arezzo, come accennai.

Ma l'erudita lettera del Padre della Valle, che favorì di scrivermi da Roma, confermi quanto dissi; e per maggior lustro della città nostra e dell'arte pisana giust'è che a questo luogo sia opportunamente inserita. In tal guisa godo che tutto serva a dimostrare che il nostro patrio suolo salì in tanta rinomanza e tanto fiorì per gloriose imprese ed arti belle,

Che per mare, e per terra batté l'ali

78;

e Dio voglia:

10Perch'a sì alto volo il Ciel sortillo
Che sua chiara virtute il riconduca
Ond'altrui cieca rabbia dipartillo

79.

All'Ornatissimo SIG. ALESSANDRO MORRONA PISANO

F. Guglielmo della Valle Min. Conventuale

L'impresa sua d'illustrare la Scuola pisana è degna di Lei, che unisce così bene le teorie delle bell'arti al loro meccanismo, e che studiando in Roma e nell'altre più ricche città d'Italia i monumenti più belli e adoperando con successo il pennello e l'amatita formossi un gusto sano e raro nel rilevarne i pregj. Fin da quel tempo che indagando io in Siena su le tracce degli archivj e delle inscrizioni la vera epoca del risorgimento dell'arti mi avvidi che Pisa ne' secoli di mezzo fu l'Atene d'Italia e un lungo ragionamento da me tenuto con il ch. sig. Avvocato Maccioni, Professore degnissimo della loro rispettabile Università, anche prima di pubblicare alcuna delle lettere Sanesi, mi confermò in quest'opinione; poiché il commercio di detta città con le principali parti d'Europa, l'agricoltura, il clima, la libertà e il sito versarono a piene mani nel di Lei seno le ricchezze, e per conseguenza l'arti tutte di lusso. Chi rimira dall'alto del campanile del duomo le amene campagne che la cerchiano non si sazia dal vederla nel centro di un vaghissimo giardino; chi volge lo sguardo alle sole fabbriche del duomo, del battistero, del camposanto e del campanile vede a chiare note una città colta, popolata e ricca; e chi finalmente osserva i belli e rari monumenti antichi, o dall'Oriente trasportati o dissotterrati, e in luoghi conspicui riposti per ornamento non solo ma per diletto de' curiosi e per istudio degl'intendenti, si persuaderà facilmente che io non altero di un punto il vero. Basta il solo bellissimo vaso ornato di stupendi bassirilievi di scalpello greco e collocato sopra una colonna a lato del duomo80 per far fede del buon gusto degli antichi pisani e per convincere gl'increduli che il celebre Niccolò da Pisa non fu uno scultore nato a caso, ma escito da una scuola di maestri più antichi, come può rilevarsi dalle sculture che sono nell'architrave della porta orientale del Battistero, e dall'altre che sono intorno a questo bellissimo edifizio e nel duomo. Avesse così avuto Pisa, come l'altre città d'Italia, scrittori diligenti nel raccogliere le memorie de' loro artifici. Io trovai a Parma, a Milano e nel Regno di Napoli delle tracce sicure di varie Scuole di pittura e dell'arti germane che fiorivano in un modo finora sconosciuto agl'indagatori della storia, e che porrò alla luce con i miei viaggj per l'Italia. Però dai lumi sinora da me raccolti per ogni parte, comprendo che nessuna città nei tempi di mezzo si distinse come Pisa nel coltivare le belle arti. I monumenti che ci restano si direbbero di altro tempo, o assai più antico, o assai più moderno; e mi dispiace non essere stato in Roma quando compose il suo saggio pittorico il ch. sig. Ab. Prunetti, per avvertirlo di porre alla testa delle Scuole d'Italia non la senese ma la pisana, maestra di tutte le altre. Poiché non il partito o verun altro interesse mi determinò a scrivere la storia della Scuola sanese, e meritano lode senza fine quei discreti fiorentini che, sacrificando alla verità certi vecchj pregiudizj, non solamente si uniformarono al parere di tutti i dotti d'Italia, dando luogo alla Scuola sanese fra le altre già conosciute, ma cederono a questa il pregio di più antico stabilimento, che la soverchia venerazione al Vasari rendeva dubbioso ad alcuni. Prima di stampare il primo tomo delle Lettere Sanesi meco portai a Firenze quell'aureo contratto dell'operajo del duomo di Siena stipulato con Niccolò da Pisa, dal quale evidentemente appare quanto poco informato fosse l'Aretino Pittore dei primi maestri della Scuola fiorentina, e di quelli dell'altre, dai quali essa trasse quei tanti Uomini illustri, che in ogni bell'arte il primato occuparono con tanto lustro di Toscana tutta. Poiché Pisa e Siena, meno avvedute dell'emola Firenze, fomentarono anziché troncare le sorgenti delle guerre civili, per le quali lacerate, divise, disperse e schiave similmente divennero, e spettacolo insieme lacrimevole a tutta Italia.

Quindi è che sebbene ella non troverà nella sua scuola chi stia a fronte di Mchel'Angelo, di Leonardo da Vinci e d'Andrea del Sarto, troverà però degli Uomini illustri in Pisa senza paragone più di tutte l'altre scuole, i quali erano dotti nell'arte in un tempo in cui altrove non erano che rozzi e goffissimi. Chi sa che non riesca a Lei nel rivolger le carte degli Archivi pisani, ciò che avvenne a me in Siena, di ritrovare dei nomi benemeriti dell'arte, i quali o non si conoscevano affatto, o la fama de' quali incerta era ed oscura? Certa cosa è che se Messer Niccolò non ebbe la scienza infusa, fece de prodigj nei pulpiti di Pisa, di Siena e di Pistoja, e non crederò mai che sì belle opere in un tempo così meschino fare senza maestro da uom mortale si possano giammai. Eppure che dirà ella mai quando io pubblicherò la Storia del duomo d'Orvieto e vedrà questo scultore assai più dotto ed eccellente nei bassirilievi che adornano quella celebre facciata? Che dirà sentendo un altro scultore pisano F. Guglielmo, dell'Ordine di S. Domenico, al paro di esso valente nell'animare quelle ammirabili storie? Quando io ne' giorni scorsi per molte ore le ammirai, gli affetti da esse in me eccitati l'animo mio fuori di me portando mi tenevano immobile e muto come il marmo, e il marmo dai due bravi pisani maneggiato con tanta eccellenza vivo mi pareva, parlante, imperioso. Credetemi, non è questa un'immagine poetica che mi seduca; è una verità conosciuta da tutti gl'intendenti spregiudicati; e io tengo per certo che, sino ai tempi di Raffaello, cosa più bella nelle produzioni dell'arte risorgente non siasi veduta giammai; e meriterebbero di essere diligentemente incise per far fede a chi non le ha vedute, che la pisana nelle prime epoche della nostr'arte si lascia addietro di gran lunga tutte l'altre scuole. Penso che avrete notizia di quel Giunta Pisano che dipinse nella S. Basilica di S. Francesco d'Assisi e fece intorno al 1230 il ritratto del Celebre F. Elia orante dinanzi un crocefisso, e di quel certo Bartolommeo, di cui si valse Federico II imperatore nel 1223 per fare un bell'arco nella città di Foggia, e di cui io diedi la stampa in fine del mio primo tomo; e finalmente di un certo M. Giovanni, che fioriva intorno al 1300, di cui una ben conservata tavola acquistò non ha molto l'Eminentissimo De Zelada. Di tutti questi pisani voi avrete notizia, come di altri, il nome de' quali o è confuso con le molte mie carte, o mi è dalla memoria fuggito. Però vi chiedo scusa si vi ho annojato con questa mia letteraccia e nella vostra buona grazia mi raccomando, pregandovi di dare alla luce le stampe di alcune migliori opere pisane, poiché vale più a conciliarsi la fide pubblica un monumento fedelmente rappresentato che non cento volumi di scrittori che li esaltino. State sano e al nostro ottimo M. Fabroni tenetemi raccomandato.

Roma il dì 3 di giugno 1787.

2.2.5. §. 5. F. Guglielmo scultore e architetto

Nella storia che si va tessendo ci convien dar luogo distinto a F. Guglielmo Domenicano. Che da Pisa quest'artefice i natali traesse chiara notizia ne avremo dal documento in versi che si esibirà fra poco. Che fosse della famiglia dell'Agnello da più memorie mss. si raccoglie, ed in un libro mss. dell'Abate grandi intitolato Geneal. S. Romualdi ed esistente nella biblioteca dell'Accademia, inserito trovasi il ritratto di lui con penna contornato ed ombrato con inchiostro, e sotto di esso le seguenti parole: Guglielmo Beato Agnelli dell'Ordine de' Predicatori.

Destinato dalla natura alle arti nobili d'architettare e di scolpire ei si acconciò col più gran maestro della Scuola pisana, nella quale infallibilmente qual altro genio felice deesi annoverare.

I pregiati bassirilievi orvietani ce lo impongono, dimostrando essi che si avvicinò Guglielmo a Niccola superiormente agli altri scolari nella maestria dell'arte. Il P. Della Valle grand'elogio ne forma nella sua storia del duomo d'Orvieto, e nella lettera poco fa riportata si dichiara che F. Guglielmo comparisce valente al pari di Niccola ne' bassirilievi di quel duomo, e che sì l'uno che l'altro fecero quivi cose stupende per quell'età che sorpassano ogni immaginazione. Giurerei, dic'egli, che Raffaello e Michalangelo ci hanno studiato, poiché nelle Logge Vaticane e nella Sistina vi sono delle cose prese di pianta da quelle storie. La valevole autorità di questo intendente scrittore conferma non esser io andato lungi dal vero riguardo a ciò che asserii descrivendo i bassirilievi del nostro pulpito di S. Giovanni, dove alcune figure, e principalmente l'Angelo, una delle migliori per la posizione e pel panneggiamento, possono produrre all'immaginazione de' buoni risguardanti l'indicato effetto.

Quanto allo scultore di cui ragiono, si può dar debito al Vasari di non aver ravvisato in lui altro maestro di merito del secolo XIII. E poiché non ne ignorò l'esistenza dicendo, E sebbene si legge nel campanile di detta badia di Settimo in un epitaffio di marmo GUGLIEL. ME FECIT si conosce nondimeno alla maniera che si governava col consiglio di Niccola81, dovea conoscerne anche il valore e rendergli la giustizia dovuta. Paolo Tronci ne fa memoria ne' suoi annali dichiarandolo uomo celebre nella scultura e ne assegna la morte all'anno 131282.

Or noi godiamo di assicurargli un tal nome e di far chiare le doti di Guglielmo anche nell'architettura col riportare in lapida di marmo un documento sicuro. Ch'egli sia tale ne abbiam per buona sorte testimone il P. Abate Grandi Camaldolese ben noto alla letteraria Repubblica Ei ne lasciò una copia esatta nel suo libro intitolato Epistola de Pandectis83 e noi non avrem fatto inutil cosa a riportarlo intero e ne' suoi precisi termini in queste carte, giacché l'originale or più non esiste, in grazia di coloro che distruggono certe preziose memorie in logora pietra rimaste in tempo ch'altri vantano di conservarle.

Cernite vos queso que fulgent marmore ceso

Hoc opus alarum frontis Templi quoque clarum

Tempore constructum fuit, ad finemq. reductum

Hic Patris Andree laudis de culmine vere

Vulterri natus fuit Abbas ipse prefatus,

Infrascriptorum numero tunc et Monachorum

Cei Ductoris Claustralis rite Prioris

Anselmique, Boni Benedictum junge Guidoni

Sic Plancus, Michael, Andreas, Angelus inde

Camaldulenses sunt hic, et Cenobienses

Laude Supernorum insistunt Angelicorum

Anno milleno trecento tres dato deno

Cesar et Henricus annus regnandoque primus

Guglielmus sane Pisanus sumite plane

Hic operis factor caput extat, et ordinis actor

Ergo tu spector qui respicis hec quoque Lector

Summo dans laudes Patri quo denique plaudes

Dic animabus eorum da bona Christe polorum

E' da sapersi ancora che il sopraccitato scrittore prima di tal monumento esibisce quanto appresso come tratto da alcune antiche memorie del monastero di S. Michele in Borgo di Pisa, al governo di cui presedeva.

An. 1304, Abbas Andreas de Vulterris, qui tunc preerat predicto Monasterio... edificavit residuum suprascripte Ecclesie, et tectum, et frontespitium Ecclesie mirificum ex lapidibus marmoreis ex latere Burgi.

In vigore pertanto di una tale autorità e dell'onorata lapida potrem con certezza e plausibilmente confermare che F. Guglielmo trasse in Pisa i natali e che dell'indicato lavoro non fu soltanto il capomaestro, ma operatore eziandio e autore dell'ordine architettonico. Se poi i diversi scolpiti marmi che adornano la facciata di S. Michele dimostrino tutti il merito de' suoi scalpelli, e quali si debbano ad esso attribuire, l'osserveremo più acconciamente nella prima parte del terzo libro84. Quivi ancora vedremo sul fatto che a lui appartengono quattro bassirilievi ch'ornarono un giorno il pulpito di chiesa a danno dell'arte distrutto, e che di recente al soprornato di quattro confessionarj furono alla buon'ora destinati.

Gioverà bensì di non ometter qui la lode che porge a Guglielmo F. Leandro Alberti nel sesto libro degli Uomini illustri Domenicani, denominandolo optimus lapidum sculptor.

Poiché altre opere di questo artefice non ci sono palesi né per memorie scritte in marmo, né in carta, passeremo ad allegar la morte di lui all'an. 1312, sulle concordi autorità dei sopraccitati scrittori Leandro Alberti e Paolo Tronci. E non istancando il leggitore con ricercati episodj in lunghe annotazioni, ci contenteremo di aver detto abbastanza de' due primi luminari dell'arte pisana Niccola e Giovanni, e di aver dimostrata la scuola di loro copiosa di nazionali e di estranei soggetti, e madre accreditata di valenti artefici, fra' quali traendo da essa il maggior profitto si distinsero Arnolfo e Lapo, F. Guglielmo pisano e i tre sanesi Lino, Agostino ed Agniolo, e finalmente il pisano Bartolommeo, di cui passiamo a far parola nel seguente capitolo.

2.3. CAPITOLO III. Scultura in bronzo

Non meno arrise l'amica sorte a far fiorire in Pisa nel sec. XIII l'arte di fondere e di scolpire in bronzo. Se dessa nei due primi secoli onde i suoi principj traggono le arti in Pisa fu chiara per Bonanno e per la porta laterale del duomo, in questo non mancano tracce di sicuri monumenti che la continuazion di lei ci comprovano.

Bartolommeo pisano dovette essere gran fonditor di metalli ed abile scultore ed architetto Poiché l'imperator Federico II fu molto vago dell'arti belle e poiché particolar cura pose in quella dell'architettura, fa molta lode al nostro pisano maestro che destinato fosse all'esecuzione dei nobili pensieri di quel monarca. Il P. della Valle nell'epilogo del tomo 2 delle sue Lettere Sanesi si esprime: Ciò però che più rileva è che questo Bartolommeo era nel 1223 al servizio di Federigo Imperatore, e d'ordine suo fabbricò l'arco riportato in fine del primo tomo di quest'opera.

L'arco è un avanzo del gran palagio di Foggia eretto nel 1223. Egli è di tutto sesto e mostra eleganza, se il sopraccitato disegno si osserva. Vi si leggono tre iscrizioni e la prima di esse posta nella cornice superiore molto rileva al nostro assunto.

SIC CESAR FIERI JUSSIT OPUS ISTUD

PIS. BARTOLOMEUS SIC CONSTRUXIT ILLUD.

Segue la seconda:

AN. AB INCARN. MCCXXIII. MENSE JUNII...

HOC OPUS FELICITER INCEPTUM EST PREPHATO

DOMINO PRECIPIENTE.

Nella cornice inferiore:

HOC FIERI JUSSIT FREDERICUS CESAR UT URBS

FOGIA SIT REGALIS SEDES INCLITA IMPERIALIS.

Devenendo all'arte di fonder metalli posseduta dal prelodato Bartolommeo, in una delle campane della Basilica d'Assisi leggesi:

A. D. 1239.

F. HELIAS FFCIT FIERI. BARTOLOMEUS PISANUS

ME FECIT CUM LOTERINGIO FILIO EJUS.

Il P. Della Valle, oltre a una tale iscrizione, riporta la seguente ch'era in una grossa campana fatta d'ordine di Gregorio IX pel vecchio campanile di S. Francesco di Siena:

XPS VICIT. etc. A.D. 1228. BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT etc.

La campana più non esiste, ma l'iscrizione si conserva nell'archivio di quel convento, ottimo provvedimento che di rado si osserva. Or godo di produrre in luce i seguenti documenti da me fedelmente copiati da' bronzi medesimi in vantaggio dell'arte pisana.

Primieramente il campanile dell'antica chiesa di S. Paolo a ripa d'Arno contenente tre grosse campane di un bellissimo suono molto soddisfece al mio desiderio, imperocché nella seconda è scritto a chiare note:

XPS VICIT. XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. BARTH0LOMEVS PISANVS ME FECIT. A. D. MCCXLII.

Nella terza:

XPS. etc. LVTTERINGVS FILIVS BARTHOLOMEI ME FECIT.

Le campane entrambe della parrocchia di S. Cosimo riformata di fresco hanno la seguente iscrizione se il millesimo si eccettua. Or se questa con tante altre pel solito destino si disperde godiamo che resti ne' nostri fogli impressa.

XPS.etc. BARTHOLOMEVS PISANVS ME FECIT.

A. D. MCCXLVIII.

Nella quarta campana della pisana torre pendente abbiamo altra opera di Lotteringo pisano, quivi leggendosi

A. D. MCCLXII. LOTTERINGVS DE PISIS ME FECIT.

GERARDVS HOSPITALARIVS SOLVIT.

L'iscrizione è circoscritta da due fregi ripieni di arabeschi, e sotto di essa sono scompartiti alcuni piccoli rosoni e scudi con l'impronte di un leone alato, di un'aquila, di un cavallo alato e di un Angelo. Il tutto è bene eseguito nel getto e nel disegno per quel tempo sorprendente. Ma quel che fa meraviglia è una figurina intera di una Madonna Annunziata posta in un atto semplicissimo, vestita di sottili panni e condotta quanto potea far Giotto, che venne al mondo molto dopo. In qualche distanza è l'Angelo d'inferior disegno. Conciosiaché giudicar si può senz'ombra di partito che queste benché piccole figure, dove l'arte più facilmente comparisce che nelle grandi, confermano quanto dovrò dire ov'io parli di Giunta, cioè che la scuola pisana fu superiore pel tempo e pel valore al primo fiorentino maestro.

Ancora due monumenti pure in metallo mi giova qui di produrre. Tengo per certo ch'essi appartengano al nostro Giovanni pisano, fondando il mio credere sulla concordanza degli anni e sulla maniera sua quasi solita di lasciare il proprio nome nelle opere. Quando ciò sia avremmo in essi per buona sorte un nuovo contrassegno della abilità, di lui nell'arte fusoria da noi già notata nella fontana di Perugia, in cui leggiadramente atteggiando le tre ninfe ed i grifoni ci fece sapere che nel gettare e nel rinettare i metalli fu per quel tempo eccellente. Così sta scritto nella campana grossa ch'era nel campanile della chiesa soppressa di S. Marco in Calcesana, e che al presente è in quello di S. Jacopo di Vicarello.

A. D. MCCLXXIIII. MAGR. IOHES. FEC. HOC. OPVS.

TRE. PBRI. RVSTICE. TNC. RECTORIS85.

I seguenti caratteri io lessi in una campana grossa di S. Matteo:

MENTEM SANTAM SPONTAN. IN ONOREM DIVI

PETRI LIBERATORIS MAGISTER JOHANNES

ME FECIT. A. D. MCCLXXVIII

E poiché nell'altra simile alla suddetta nel getto e in bontà di suono leggesi MAGISTRO BONAVERE MCCLXXXII., molto probabilmente scolare del suddetto Giovanni, abbiasi sempre più per indubitato ciò che poc'anzi asserimmo sull'arte di fondere in Pisa.

Or per viemaggiormente arricchire la storia nostra e per far cosa grata a chi ama di rintracciare intimamente il vero, si vogliono aggiungere le seguenti notizie sull'arte fusoria acquistate in appresso per poi passare a quella del dipingere nel seguente capitolo.

Appartengono al sopraencomiato Bartolommeo86 i seguenti versi:

A.D. MCCLIII. XPS. VICIT. XPS. REGNAT XPS. IMPERAT.

BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.

AVE MARIA GRATIA PLENA DNS TECUM BENDCA TU

IN MULIERIS. ET BNDCS FRUCTUS VENTRIS TUI.

Queste parole segnate con bei caratteri si leggono nella campana grossa di un bel getto e di grato suono della chiesa di S. Michele, circa un miglio distante da Pisa. Altra campana del medesimo campanile di grandezza consimile ha un'iscrizione non meno interessante, e perché appartiene al secolo posteriore la riporteremo a suo luogo.

Mentr'io mi portai sull'alta torre di S. Francesco di Assisi a riscontrar con piacere i veri caratteri chiaramente impressi nella bella e sonora campana, e che ritrovai consimili a quelli da me poc'anzi pubblicati, un religioso di quel Convento mi comunicò la copia dell'iscrizione che leggevasi in altro simil bronzo, che fu distrutto, onde non ometto di riportarla in questo luogo.

A. D. MCCXXXIX. PAPE GREGORIO TEMPUS

PERPENDIT NOVI CESARIS AC DIEI TEMPUS

PONTIFICI FEDERICI. BARTOLOMEVS PISANUS

ME FECIT CVM LOTERINGO FILIO EJUS

CVM FIT CAMPANA QUE DICITUR UT ALIANA.

Oltre le pisane iscrizioni di tal genere, non ne mancano altre atte a comprovare la perizia nel fonder metalli del nostro Bartolommeo, e dobbiamo alla gentilezza del sig. Antonio Ormanni direttore del Museo e della Libreria pubblica di Volterra quella che adorna una campana della badia di S. Galgano, presso alla città. Ella è la seguente:

AGLÆ AVE MARIA GRATIA PLENA DNUS TECUM.

B. T. IN. M. ET B. F. VE. T. XPS. VINCIT,

XPS. REGNAT. XPS. IMPERAT. A. D. MCCXLIV

MENTEM STAM SPONTANEAM HONOREM DEO,

ET PATRIE LIBERATIONEM.

BARTHOLOMEUS PISANUS ME FECIT.

2. Le memorie che noi abbiamo di un certo Guidotto da Pisa fonditore di campane in Parma saranno altro argomento dimostrativo che i fonditori eziandio, come gli altri pisani maestri di architettura e di scultura, erano invitati a dar saggio del loro sapere dalle migliori città d'Italia. Il documento ond'elleno son tratte è la cronaca inedita di fra Salimbene di Adamo da Parma contemporaneo, ove sta scritto all'anno 1287.

In millesimo superposito quidam Magister Pisanus qui erat Parme pro faciendis campanis fecit campanam communis Parme magnam, pulchram, et bonam, et debebat facere aliam pro Matrice Ecclesia cujus expensas assignavit Dominus Cardinalis qui est do Gainaco (cioè il Cardinal Gherardo Bianchi). Et precedenti millesimo aliam fecerat pro communi; sed propter defectum metalli cum funderetur aures habere non potuit. Quidam etiam alius Magister Pisanus aliam prius fecerat, sed non audiebatur procul, quia sonora non erat.

Sopra una campana della certosa della città suddetta era scritto:

A. D. MCCLXXXVII.

AD ONORE DI ET BTE MARIE VIRGINIS.

HOC OPUS FACUM FUIT.

DE BONIS DOMINI ROLANDI TABERNE.

TPE DONI PETRI PRIORIS.

GUIDOCTUS PIS ME FECIT.

D'ambedue le riportate iscrizioni io feci acquisto in Parma nell'anno 1791, per grazioso dono del chiariss. P. Ireneo Affò M. Osservante, che fu prefetto della Biblioteca Parmense.

3. Or fa d'uopo di ritornare a Giovanni per non omettere di far memoria di altro monumento in metallo esistente in Perugia, oltre ai già mentovati.

Tra le grosse campane della torre di S. Francesco de' Minori Conventuali, avvene una colla seguente iscrizione senza alcuna di quelle incomode abbreviature che per lo più costumavansi in que' giorni. L'iscrizione medesima fu già riportata da un religioso di quell'Ordine, che descrisse le bellezze di quel tempio, e noi l'abbiamo trovata corrispondente al suo originale.

A.D. MCCLXXXVI. MENTEM SANCTAM SPONTANEAM

HONOREM DEO, ET PATRIE LIBERATIONEM.

AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM

BENEDICTA TU IN MULIERIBUS, ET BENEDICTUS

FRUCTUS VENTRIS TUI.

MAGISTER JOHANNES PISANUS ME FECIT.

Un'altra minor campana fu fatta parimente dal nostro Giovanni, ma in compagnia d'Andrea, e ne perpetuarono la memoria co' seguenti caratteri:

A. D.MCCCV. AD HONOREM DEI ET B. M. VIRGINIS,

ET B. FRANCISCI CONFESSORIS

TEMPORE GUARDIANI UGOLINI SINIBALDI

MAGISTRI JOANNES, ET ANDREAS PISANI

ME FECERUNT.

I riportati sicuri documenti dimostrano a gloria di Giovanni quanto si prevalessero perugini di lui nelle due bell'arti, che superiormente ad ogni altro in quella età possedeva. Né in riportarli abbiam temuto la critica di coloro che li diranno minuti e barbari. Basta a noi che provino quanto alla nostra Pisa dovettero le arti dello scolpire e del fondere metalli, e quanti servigj ed ornamenti dai pisani artefici alle altre città italiche ne addivennero. Onde non dee far meraviglia se, allorché si trattò di erigere in Assisi un tempio di non ordinaria e stupenda foggia, si cercasse in Pisa l'architetto ed il fonditore, e anche il pittore che ne adornasse le pareti; ma ciò si vedrà nel seguente capitolo, destinato a provare quanto fiorisse in Pisa la pittura fin dai secoli i più remoti.

2.4. CAPITOLO IV. La pittura nel secolo XIII

2.4.1. §.1. Giunta Pittore

Novella gloria a Pisa io preparo se, dopo di aver narrati gli avanzamenti prodigiosi della scultura nel sec. XIII e dell'architettura. eziandio, ora dimostro che contemporaneamente la terza arte sorella all'occhio piacevole e lusinghiera fa esercitata: tanto è vero che le arti provenienti dal disegno si danno l'una all'altra vicendevolmente la mano, e che la sorte dell'una nelle altre necessariamente influisce.

Giunta pittore è l'oggetto primiero delle nostre lodi. C'incresce di non poter noi qui riferire in autentica forma il giusto tempo in cui egli vide la luce del giorno e nemmen quello in cui smarrir senza speme la dovette. Certo è che le pisane pergamene da noi vedute in Firenze, ove già trasportate furono, hanno in più tempi scritto il nome di Giunta. Un tal nome segnato è in un istrumento del 1258 indizione prima, ed in altro del 1267 colla espressione di quondam Giunta, e replicato trovasi in una carta del 127087. In Pisa ancora, nei libri dell'operajo del duomo del 1300, leggesi Guiduccio famulus Juncte; in un Codice del 1203 della Comune eravi chiaramente88 Mag. Junctus P., ed in altro del 1210 prima della moderna permuta vi lessi Juncta Magister. E perché in oltre il P. Angeli nella sua storia assisiana, stando alle vecchie memorie del convento, scrisse che Giunta Pisano circa all'anno 1210 apprese l'arte, e che le opere di lui fossero circa all'an. 1230 e 1236, avremo per avventura lumi bastanti a indicare il principio ed il fine del nostro pisano dipintore.

Tenendo lo stile usato di non ragionar senza prove di fatto, io mi lusingo di poter narrare nuove cose di lui e di provare che in Pisa fioriva una scuola di pittura migliore dell'antecedente, e più lontana dalla barbarie comune all'altre scuole, e che da questa città dee specialmente ripetersi il primo ristoramento dell'arte. Non negheremo perciò ch'ella ricevesse dai fiorentini una maggior perfezione e ripeteremo sempre con grata ricordanza le somme lodi date a que' maestri che ne furono i primi autori. Il merito però di questi non toglie ai pisani la gloria del primato e questo è ciò che mi son proposto di dimostrare, non valutando le incerte miniature, e non prestando fede all'ideal giudizio di quegli scrittori che antepongono ai nostri artisti i Tafi e i Buffalmacchi89. Trattandosi della storia delle arti, convien risalire ai principj di esse, e la pittura ne trova certamente uno di che gloriarsi nel nostro Giunta Pisano.

Esistono tuttora alcuni preziosi monumenti in fresco sul muro nella gran chiesa superiore di S. Francesco di Assisi, ed uno in tavola nella Madonna degli Angioli, chiesa di vasta architettura nel piano della città suddetta. Ci palesano essi il pittore e meritano, checché altri ne abbiano detto perché non li videro, che qui se ne faccia onorevol memoria.

Parlando in primo luogo delle pitture della basilica assissiana, che in prima fila ne vestono le pareti del gran presbiterio, quelle sono che al nostro Giunta si assegnano coll'attestato insigne del Wadingo, e per codici originali del convento90, e che sembrano eseguite per giuste induzioni dopo il 1230 e prima del 1236 ma interrottamente91. Ecco quanto di esse raccoglier seppi dal più diligente esame che ne feci circa al 1780, allor quando mi portai espressamente in Assisi a pro dell'istoria che andava tessendo.

Particolar cosa è per certo che tali pitture generalmente non siano più quelle ch'escirono dal pennello del nostro Giunta. Ne sospettai appena le vidi delineate e tinte in pessima e stravagante foggia. Non mi persuasi che Frate Elia, uomo non punto insensato, avesse chiamato da lontan paese, ed espressamente scelto ad abbellir quel tempio per cui si era preso tant'impegno, un dipintor sì meschino, un maestro che poi tutti i cronisti superiormente agli altri di quel tempo commendarono; né andò deluso il mio sospetto. Imperocché ritrovate in un medesimo quadro, anzi in un gruppo stesso, alcune figure con molto miglior maniera condotte, notata una consimile variazion di stile in una figura medesima, desio mi spinse di stropicciar leggermente la superficie del peggior dipinto. E poiché un migliore al di sotto comparir ne vidi, mi fu agevol cosa il concludere che un tintore affatto meccanico e senza senso comune ricoprisse le opere di Giunta guaste dalle solite cagioni che per lo più simili pitture danneggiano.

Guai alle arti, quando alla custodia dei rispettabili monumenti niuno che il valor ne intenda vi presiede. Né alcuno resterà dubbioso sulla verità del mio esperimento se osserverà giammai, nelle pareti della gran navata di quel tempio, la vita di S. Francesco dipinta da Giotto, perché ivi troverà praticata l'istessa barbarie in alcune colonnette spirali che dividono in eguali partimenti le storie di quel santo. Mentr'io ad un religioso del convento, che mi fu compagno cortese in tale esame, mostrava come alcune di esse colonne erano in parte dalla tinta crudelmente alterate, e nel rimanente vestite del pristino colore che armonioso e grato scorgeasi uniforme in altre non contaminate, egli agevolmente si persuase del fatto. Chi vide mai peggior cosa della maniera depravata e sciocca del restauratore ignorante? Basti sol dire che con un medesimo colore oscuro monotono e crudo allo sguardo ei tinse e carnagioni e vesti, e che in oltre fu sì nemico della natura che le ciglia, gli occhi ed altre parti circoscrisse con linee chiare di un giallo sudicio, ciò che muoverà dispetto piuttosto che riso in chi le osserva. Ma troncando ogni altra cosa inutile che a sì caro pittore appartenga, convien far conoscere lo stil di Giunta.

Questo mi si manifestò frai risarcimenti informi delle indicate parti in quelle storie ove lo ravvisò il P. Angeli, ed in alcune eziandio che il Vasari dette, cred'io senza vederle, a Cimabue. Il disegno è sufficientemente buono ed è il comporre assai ragionevole riguardo alla tenera infanzia dell'arte ne' primi anni del sec. XIII. Non dirò che il tingere e l'ombrare mostri una grata unione di differenti colori, che vano sarìa il pretenderlo sì di buon'ora, ma subito che le carni son di una tinta andante giallognola e talvolta olivastra risoluta da poco color rossiccio, e da un oscuro quasi unisono si posson contentar gl'indiscreti. I panni sono per lo più giallastri o verdognoli, e non giammai netti e puliti. Vero è che alcuni tratteggiati, talvolta, ed ornati con orli ed arabeschi hanno alcune pieghe nella secchezza loro intese a sufficienza e vedute dal vero. Questa maniera insomma di operare, mentre dimostra una servitù originata da quella di greca imitazione, mostra altresì che un miglior talento ed una mano studiosa in più natural foggia la riduce.

Esaminate tali cose giusta il costume non di chi si contenta di un giro inutile di gonfie parole, ma di chi vuole esporle con sicurezza, mi rivolgo a ragionare precisamente di alcuni degli indicati avanzi della nascente pittura.

Se debbo far parola del martirio di san Pietro, m'incresce che nell'opera ragguardevole dell'Etruria Pittrice sia stato proposto per un saggio della maniera del nostro vecchio maestro, e per l'unica memoria del suo pennello, quando esso non è più tale. Ben mi ricordo che questo dipinto è appunto non men degli altri confuso e contaminato dal sopraccitato tintore, il quale per altro non alterò l'esteriori linee componenti le braccia ed altre membra, né le dita delle mani, che non son punto stravolte, ma di ragionevol forma. La testa del santo crocifisso a rovescio è mancante nell'originale per l'intonaco caduto, e il disegno di quell'opera ne mostra un'altra ideale. Il medesimo non ha distinto, come sarebbe stato desiderabile, fralle figure circostanti in gran parte distrutte, le tre situate a sinistra, e la prima, e la penultima nell'opposta parte, le quali ove la sovrapposta tinta non le offende mostrano una certa espressione convenevole al soggetto e vestono alcuni panni rabescati e tinti ragionevolmente.

Bensì presso il quadro che a questo sulla dritta s'unisce, e che rappresenta la caduta di Simon Mago, son testimoni non cancellati dal tempo, né oscurati dall'ardita mano.

Proponghiamo fra questi una parte della figura situata presso al Giudice sedente, e la diamo in esempio nella settima Tavola tanto che si dimostri con essa un'idea del fin qui detto. Il disegno non è esagerante o alterato, e se alcuni ritocchi di bulino han di poco nascosto colle ombre e con isfumare i dintorni quel carattere più vero ch'era stato significato coll'acqua forte, egli è certo che Giunta si sforzò di scrivere in fronte alla nostra figura il pensiero del rappresentato oggetto, panneggiandola ragionevolmente e tinteggiandola di color di carne rossastra con poca ombra bastantemente degradata.

Anche una miglior prova del far di Giunta e del discoperto inganno abbiamo notato nel quadro in angolo della contigua parete. Quivi per buona sorte compariscono alcune teste disegnate meglio che altrove, non men che ombrate ed esprimenti. Son'elleno presso a un edifizio cavato ragionevolmente di prospettiva, che dimostra, ove si spogliò della nera superficie il primiero suo colore. Certi diavoli poi, per l'espressione bizzarra e per le tinte dicevoli al carattere, sono per quella stagione un portento.

Di questo tempio ragionando e delle opere del più antico maestro, fa mestiero di accennare in questo luogo, qualmente or più non esiste, come alcuni moderni secondo il costume della più parte falsamente scrissero, la tavola ove il nostro autore colorì l'immagine dei Crocefisso con Frate Elia supplicante, e di cui il Wadingo e l'Angeli testimonj oculari ce ne han conservata la più chiara memoria. Essa era appesa nel mezzo di un trave che appoggiato su due mensole si distendeva da una parte all'altra della chiesa, e che fu tolto di mezzo nel 1624 per servire al magnifico apparato fatto in occasione di doversi consacrar vescovo un nipote di Urbano VIII. Basti un tal avviso per dover compiangere la perdita del prezioso monumento che vi era appeso; e senza che ne consultiamo l'autor delle memorie assisiane, siam persuasi per molta esperienza qual conto si fa talvolta degli antichi prodotti dell'arte, e delle reliquie rispettabili non solo nei conventi, ma nei luoghi più cospicui ancora. Quanto essi poi nelle vicende e riforme delle chiese si calpestino e si distruggano dal barbaro destino, più motivi di ripeterlo avemmo.

A gran ventura una copia del ritratto indicato di F. Elia si conserva in Cortona presso il sig. Bernardino Venuti, d'onde fu tratto il disegno in rame ch'è inserito nella vita di lui scritta da monsig. Filippo Venuti. L'abbiam veduto nell'an. 1791 con occhio di fresco esercitato sulle opere di Giunta, e possiamo asserire che desso, sebbene in qualche luogo dimostri la maniera di un moderno copista, indica per altro in alcune parti un'imitazion castigata dell'originale, e principalmente nel tinto ben impastato con pochi e patinati colori, altra dote di Giunta da noi conosciuta nelle pitture della croce di S. Maria degli Angeli. I caratteri scritti dal pittore non esperto delle lettere gotiche nel dintorno dell'ovato e sotto al medesimo sono i seguenti: Jesu Christe pie miserere precantis Eliae Sicurta Pisanus me pinxit. A. D. 1236.

L'abbaglio del nome, o derivato sia dalla conformità del nostro r all'n di quel tempo, o da altra causa, per noi si fa chiaro abbastanza sì perché l'annalista Wadingo per ocular confronto ci trasmesse l'archetipa iscrizione col nome chiaro di Giunta, come anche per gli anzidetti libri dell'opera del duomo e della Comune; e non istaremo a citarne altri dell'opera stessa, ove negli anni 1203, 1225 e 1229 il nome di Giunta di Giuntino, e di Guido di Giunta leggemmo, e quel di Sicurta giammai.

Ma di ciò niun'altro pensiero prendasi, e bensì si valutino le testimonianze illustri degli autori Angeli e Wadingo, che il Crocefisso videro affabre pictum; ed i nostri fogli privi non restino della veridica inscrizione:

PRATER. ELIAS. FIERI FECIT

JESU. CHRISTE. PIE

MISERERE PRECANTIS HELIE

GIUNTA PISANUS ME PINXIT A. D. 1236.

IND. 9.

Una tal epigrafe vien riportata dal Tronci alla pag. 187 an. 1236, dal P. della Valle, dal Tiraboschi e dal P. Affò.

Siam oggi assicurati dal nostro sig. professore Ciampi, per memoria a lui comunicata dal sig. cappellano Zucchelli, che Giunta fu figlio di Guidotto dal Colle, che dipingeva sino dal 1202 e ch'era sempre in vita nel 125592.

Ma ritornando per poco al ricavato ritratto, checché ne dica il Dal Borgo in una sua Dissertazione, il sig. Proposto Venuti di Cortona nelle sue memorie, che per sodisfare al mio desiderio mi comunicò gentilmente, concorre nel prefato sentimento; e circa all'epoca di questa copia, "che non è a notizia di alcuno", congettura che essendo esistito l'originale fino al 1624 essa si debba assegnare all'anno 1600 incirca. Quindi soggiunge molto giudiziosamente:

La copia di cui si parla è in tavola dipinta a olio a chiaro scuro un poco tinteggiato. Se dalla medesima può giudicarsi dell'originale, si può aggiungere ch'ella è ben disegnata non molto simile al rame riportato nella vita del suddetto Frate Elia. Il volto è sfumato, ha molta espressione e rileva assai bene. Le sue proporzioni sono esattissime e può dirsi nel suo genere una pittura ben terminata benché dipinta a pochi colori. La sua barba non è che un semplice oscuro ma sì bene sfumato che mostra a meraviglia la natura della medesima. Quella poca di veste che ivi si vede è espressa con naturalezza e le pieghe del panneggiamento sono bene eseguite relativamente all'abito rustico di cui è rivestita la figura.

Molto qui acconcie sono le parole del dott. Giovanni Lami su tal soggetto.

Che dirò del ritratto di F. Elia discepolo di s. Francesco, il quale esso fece fare da Giunta Pittore Pisano nel 1236? E' stato inciso in rame nel Magazzino Toscano di Livorno ed è molto bello e ben fatto93.

Passando all'altro monumento, che ritrovammo nella enunciata chiesa di Santa Maria degli Angioli, mercé le instancabili nostre ricerche e la notizia avutane in Perugia, mi faccio un dovere di darne ora un conveniente ragguaglio. Egli è in tavola piana rappresentante Cristo in croce, ed affissa a una delle pareti laterali della cappella ch'è presso alla porta della sagrestia. Tutta la dipinta superficie è generalmente ben conservata se la parte superiore si eccettua. La cartella ancora situata a piè del crocefisso è alquanto guasta, ma per buona sorte vi si leggono tuttora chiaramente questi caratteri, che son della miglior forma di quel tempo ed espressi in oro sul fondo rossastro.

... NTA PISANVS ...

IT PI ME F

Ad onta della mancanza di alcune lettere e della non intelligenza di quelle precedenti alle parole Me fecit, la storia della pittura e Pisa stessa deve molto a così estimabile avanzo che porta impresso a chiare note il nome e la patria del vecchio dipintore.

Sarà per noi sempre lodevole il costume di quegli artefici che nelle opere lasciano scritto il proprio nome. Così ci assicura Plinio, che solevano far gli antichi.

Oltre agli esibiti caratteri, concorre alla maggior chiarezza del vero il confronto della maniera con quella da me ravvisata in Assisi, benché quest'opera, per esser meglio conservata e perch'è dipinta in tavola sul gesso in più durevole e pittoresca foggia, comparisce molto migliore delle assisiane dipinture a fresco sul muro, di modo che osservandola eccitò in me non poca maraviglia e piacere.

Se il Cristo si esamina, egli è di una proporzione poco men che naturale e non ingrata nelle diverse membra. Pende con molto naturale atteggiamento sul piano della croce, ch'è scompartito da liste dorate e scure. La carne estenuata è tinta di color pallido tendente al bronzino, ed è poco ombrata da uno scuro quasi monotono ma sfumato e di buon impasto, nuovo requisito che nei freschi di Assisi non erasi distinto. Col medesimo scuro son segnati i muscoli e le ossa principali molto ragionevolmente e con quella secchezza che fu sempre compagna de' principj dell'arte. S'oltre ai piedi forati ciascuno da un chiodo, e d'onde sgorgan vive goccie di sangue, le gambe, le braccia, e le mani eccedono alquanto in esser magre, e le dita in lunghezza hanno ancora una certa tal qual forma che non disgusta, né son tisiche, né stravolte come accadde avanti, e dopo l'epoca del nostro pittore. Non passerò sotto silenzio il panno che dai fianchi fin quasi alle ginocchia si distende, perché tinto di bianco livido con liste cerulee ha qualche piega facile e naturale e perché mostra il giro dell'anca presso alla quale pende una ben intesa falda. La testa poi dei Nazzareno è quel che si può desiderar di meglio in quella rozza stagione. Delineandola, il nostro Giunta l'inchinò sul destro lato, inarcò le ciglia, abbassò l'estremità della bocca ed usando in luogo acconcio alcuno pennellate di scuro, risentite anche di soverchio, si sforzò di atteggiarla di dolore. La barba oscura è condotta con isfumatezza e verità, come ci descrisse quella del suo quadro il sig. Proposto Venuti. Se i capelli parimente oscuri son distinti con semplici linee stese, e quasi parallele in più barbaro stile, sono anche una delle parti difficili della pittura.

Non minore fu la nostra ammirazione nell'osservare le piccole mezze figure dipinte nell'estremità' della croce, ove la tavola per larghezza si dilata. Una è nella superior parte in campo azzurro avente il diadema, i capelli dorati e 'l manto scuro. Altre due in campo d'oro son presso le mani del crocefisso. E poiché ravvisai in esse che il nostro Giunta v'impiegò tutto il suo sapere m'ingegnai, malgrado il disagio di prendere il disegno della più comoda cioè di quella situata sull'estremità del braccio sinistro, per poi qui produrla, come feci, per testimone di quanto era mestiero di narrare in questo luogo della mia storia.

Ogniun vede in essa una certa conformità coll'altra mezza figura, espressa per comodo nel medesimo rame, ed agevolmente può ravvisarne i rapporti e le qualità pittoresche, perch'io non torni a replicare ciò che dissi poc'anzi. Soltanto per vie più far conoscere che lo stil di Giunta non soffre il confronto degli additati miniatori, che sta molto al di sopra di quello praticato in Pisa dai suoi maggiori, e che forse vince qualche altro pittore che venne dopo, piacemi di soggiungere qualmente gli occhi né spiritati sono, né stretti e lunghi come quelli de' primi fiorentini maestri, ma aperti con giustezza ed esprimenti il dolore unitamente alle marcate ciglia. Oltre di che, il tingere è in poco più variato e composto, spiccando nelle guance e nelle labbra un poco di cinabro, ed i panni son meglio del solito coloriti e piegati. Né esagerato il racconto, né il mio disegno aggrandito sembri con ideal finimento, come lo è in parte nella forza del chiaroscuro94; perché effettivamente è come in esso si vede il rigiro delle pieghe del panno cadente sulla sinistra spalla, e indicante la seta in più parti. Siccome ben mi ricordo che l'altro panno lumeggiato con oro è con minute crespe sottilmente lavorato. Gareggia infine in questo dipinto ogni sforzo che far poteva il miglior dipintore di quell'età.

Ragion pur vuole adunque ch'egli, non essendo quel tintor falso e ridicolo da altri mal conosciuto nelle opere assisiane, risquota da noi e dai veri imparziali il dovuto plauso, né si reputi l'annalista Wadingo un visionario e un uom da poco in aver dichiarato affabre pictum il Cristo smarrito della basilica d'Assisi. Ragion vuole ancora che un tal prezioso monumento si tenga in pregio e si conservi, e perché l'arte forma epoca in esso facciam voti che l'ardita mano di qualche ripulitore non ne alteri la maniera95.

Or godiamo di poter presentare sotto gli occhi dei nobili genj cultori disappassionati della Storia dell'arti belle altra delle più vecchie dipinture della Scuola pisana, incisa in rame nella tavola K. Ella è un Cristo alla croce e tre piccole mezze figure nell'estremità di essa. La maniera è quella appunto che fu da noi poc'anzi distintamente dichiarata, sol che vi si aggiunga una miglior proporzione. La tela ingessata e distesa sull'asse, la colorita superficie, e tutto si conforma colle notizie allegate. A maggior confusione degli ostinati,(diremmo ancora del Vasari e del Baldinucci, se fossero eglino frai vivi) e per servire ad un certo nostro amor proprio ed al piacer di molti, la testa del Salvatore incisa nella tavola H fu da noi prima fedelmente lucidata sull'originale, che in un tabernacolo alla parete appeso si conserva nella chiesa di S. Ranieri posta ove la piazza del duomo verso ponente s'inchina.

In esso ella è per quel tempo stupenda ed i panni son molto più felici che nel rame. Il Cristo poi fu delineato con usare nelle proporzioni delle diverse membra la precisa misura della testa di lui, e per tal conto la nostra carta non è diversa dall'opera di pittura molto ben conservata, se il panno si eccettua. Or dicasi in realtà se i pisani per sì bella e convincente prova furono i primi, o no a risvegliare l'arte ancora del dipingere, in Italia.

La prelodata pittura per sottrarsi alla turba dei malnati, oltraggiatori delle antiche reliquie dell'arte ricovrata erasi nell'alto di una parete di fumo tinta nella cucina del monastero di S. Anna di Pisa. Malgrado un tal suo ritiro, non isfuggì nel 1793 agli occhi nostri mai sempre intenti ad investigar tracce sicure dell'operare dei vecchi artefici. Fral nebbioso velo ond'era essa avvolta, vi ravvisammo da lungi la maniera dell'antico Giunta. Le religiose graziosamente si mossero ad appagare la curiosità nostra. Conciosiaché vista da vicino la colorita immagine, viepiù costanti nell'opinione, praticammo bentosto il modo di togliere il tetro nembo dalla parte inferiore dell'asse, e grazie alla buona sorte ne discoprimmo gli aurei caratteri: JUNCTA PISANUS ME FECIT, come appunto sono stati nel predetto rame scolpiti. Il degnissimo decano Zucchetti, che mentre visse in certe osservazioni ci favorì talvolta, fu testimone di vista, e dal piacer compreso dell'utile discoperta, si unì meco a far collocare nell'indicato luogo acconcio così prezioso monumento.

Or poiché Pisa, che gli fu madre, riacquistò per noi del suo Giunta pittore fin dal 1200 un'opera rara e sicura che segna un'epoca nell'arte, desideriamo che nella chiesa predetta, ove collocata si disse, a pro della storia e dei veri amatori di essa, pei quali rinnoviamo estimazion vera, si conservi.

2.4.2. § 2. Altri pittori e altre opere del 1300

Se in Pisa altro sicuro monumento non trovasi col nome impresso dell'autore, non ne mancano però altri di una somigliante caratteristica, che indicano uno stabilimento fra noi di un ceto di pittori anche nell'epoca di cui si ragiona, avendo ciascun'epoca il suo stile.

Diremo in primo luogo che sulla porta dello spedale appartenente agli uomini sta appesa al muro interno una croce formata di tavole, come la già descritta. Dipinto in essa è il Nazzareno con due mezze figure nelle estremità del braccio trasversale, ed altra mezza figurina in un tondo sulla cima dell'asta, nella guisa e col medesimo stil di Giunta, o si abbia riguardo al modo di tinteggiare e d'ombrare, o a quello di far i contorni. Non disperai di leggere il nome dell'autore e l'anno corrispondente al divisato stile, quando da terra ebbi indizio di caratteri segnati sotto ai piedi del Cristo da un solo chiodo confitti, in che differisce questa dall'opera assisiana e dalla pisana. Ma fatal cosa fu di trovarvi ogni altra lettera fuorché le due VS in principio del secondo verso, sfigurata ed arsa dalla fiaccola di un lume che si teneva sul piano di una vicina tavoletta, onde anche le membra del crocefisso restarono danneggiate. Per buona sorte esiste l'iscrizione sul capo di lui composta di lettere che hanno la forma di quel tempo, ed è l'istessa di quella d'Assisi.

Di tre tavole or faremo ricordanza che, se non molto simili al far di Giunta appariscono, son però molto confacenti al nostro proponimento. Una esiste in S. Frediano alla prima cappella a sinistra entrando, la seconda è in S. Pierino, in S. Martino è l'altra.

Dandone brevi notizie, diremo che quella di S. Frediano è verosimilmente una delle prime immagini di questa antica chiesa, e se non è del secolo XI, ella certamente anteriore a Giunta. Il Cristo é confitto con quattro chiodi: la maniera molto accostante al genio greco–pisano è come a pro nostro si desidera. Noia discordano le due figurine intere, presso le mani di lui seccamente delineate con occhi ben formati e aperti, e di lunga proporzione. Negli altri due quadri, cioè in quelli di S. Martino e di S. Pierino, notasi il lavoro del Cristo più servile alla suddetta maniera della prima epoca pisana e più crudo di quel di Giunta.

Niuna altra cosa diremo del primo, perché ora eccettuata la sola testa piena di ritocchi in olio col diadema dorato di nuovo egli è tutto ben coperto, con drappo fissato da spessi chiodi, particolar costume di certe antiche croci; ed a suo tempo, quando si scoprirono tutte le immagini de' santi, vi abbiam vedute varie storie del Nazzareno sul fare suddetto, e le lettere nell'intitolazione della bramata forma. Non così accade del quadro di S. Pierino. Esso è ben conservato ed appeso alla parete a benefizio de' devoti e degli antiquarj si conserva. Il Cristo alla croce è confitto con quattro chiodi ed è in natural forma. Diversi gruppi di figurine sono scompartiti d'intorno ad esso, e nelle estremità della croce, né si può negare che riguardo al tempo non vi si trovi qualcosa di buono superiormente al Cristo e ciò per la nota comparazione del minuto col grande. I piedi posano bene, la forma della croce è la stessa in tutte. Questa è l'unica iscrizione che superiormente alle braccia di lui in caratteri ben formati si legge:

MORTIS DESTRUCTOR VITE REPARATOR; ET AUCTOR.

dir ciò che ne sento sul più giusto principio delle due riferite immagini abbraccio volentieri l'assioma che, in tutti i tempi, e buoni e mediocri artefici hanno operato riguardo a quella di san Martino, ma per quella di S. Pierino ne attribuisco la dipintura ai maestri di Giunta. Un far consimile mi comparve, ad onta del sovrapposto cristallo, allor ch'ebbi campo di osservar quella dipinta croce, la quale or si conserva nell'altar maggiore di Santa Trinita di Firenze, e che già incatenata al muro in S. Miniato al monte si chinò sino al capo di s. Gio. Gualberto per quel che si narra. Essa in fatti è attribuita al secolo XI dal Lami, dal Richa e da altri; e dipinta in tavola nella divisata foggia pisana la descrisse Ferdinando Tacca a Cosimo III nel 1671.

Opera più certa dell'età di Giunta e quasi direi di Giunta stesso è, a mio credere, il Cristo che nel 1792 osservai dentro al claustro delle monache di S. Marta ora soppresse. Queste in una cappella eretta nel sito medesimo ove un giorno fu l'antica chiesa di s. Viviana96 lodevolmente lo conservavano. Non m'è noto qual ne fosse il destino. Dirò bensì che come quello di S. Maria degli Angeli egli era espresso circoscritto e pennelleggiato. Della medesima struttura era la croce, che ritinta con l'olio qualche antico, importante carattere forse ci nascose.

Stimo parimente un'opera da annoverarsi fralle pisane di quella stagione il Cristo in croce custodito nell'altar maggiore della chiesa di S. Caterina in Siena. Per l'esame fattone nel mese di ottobre del 1791, esso ha i medesimi rapporti di quel di Giunta, sol che la testa è meno inchinata. Simile è la croce divisata da formelle sferiche rosse nell'asta e nelle braccia, all'uso de' musaici. Dove più si dilata, cioè nei fianchi e presso le mani del crocifisso, campeggiano sull'oro varie storie di lui con figurine di non ingrata mossa e vestite di certi panni sul far di quelli espressi nel settimo rame. Hanno elleno i piedi che posan bene su' respettivi piani. Molto convalida il parer nostro l'autentica notizia che sì estimabil monumento pisano stette nell'antica chiesa di S. Crestina di Pisa fino all'anno 1565, quando per opera del cardinale Angelo Niccolini arcivescovo di Pisa, col consenso del rettore Simon Pietro Del Pitta e con partecipazione del G. D. Cosimo I fu fatto trasportare a Siena e porre nella suddetta chiesa di S. Caterina in contemplazione che la santa ricevesse in Pisa le stimate da detto crocifisso. Nella croce alcun vestigio di carattere non trovasi, ch'era molto verisimilmente nelle parti che furono scortate per adattar la medesima nel tabernacolo ov'è riposta.

Ma ciò non basta a pro del nostro argomento. Perocché nelle minute mie ricerche fatte in Pisa, altre rappresentazioni in tavola ritrovai somiglianti alla ricercata maniera.

Tacer non debbo di una fra queste alta un braccio e mezzo, e quattro lunga, che porta in fronte tutta la caratteristica del rinascente secolo XIII e che stava nel coretto della chiesa di s. Silvestro. Ecco le nostre riflessioni che non saran giudicate giammai soverchie dagli spregiudicati amatori, quando un'opera può far epoca nella storia dell'arte. Ella è spartita da cinque ordini architettonici di colonnine corte e d'archi acuti, la cui moda sfoggiava. In ciascuno di essi è una mezza figura, cioè il Redentore nel mezzo ed ai fianchi la Madonna, s. Caterina, s. Giovanni e s. Silvestro. Se la Madonna si esamina nel tinto delle carni, nelle forme degli occhi, del naso e delle dita delle mani, come ancora nel panno di color di filiggine, sul quale i chiari dorati indicano le pieghe e formano un penero sul lembo della manica all'uso greco, abbiam facilmente un chiaro indizio della maniera della Madonna di sotto gli organi, e di quella de' Carmelitani scalzi, ma però alquanto migliorata ed un tal miglioramento nelle altre figure eziandio si ravvisa. E poiché non disdice il creder la nostra tavola un avanzo del quadro dell'altar maggiore della medesima chiesa di s. Silvestro quando circa al 1230, secondo le cronache di Pisa, era già prioria, e poiché ogni probabilità vuole che non pochi avanzi delle opere di Giunta fatti in patria siano pervenuti a' dì nostri, nemmeno inverisimil cosa sarebbe il credere esser questo lavoro di pittura uno de' primi di quel vecchio maestro. Nella testa di s. Giovanni in ispecie ch'è la migliore fra queste mi si fa chiaro tutto la stile di lui. Suo mi sembra anche il modo di condurre i panni rabescati, di fare i capelli, di atteggiar le mani, sol che le dita di esse nelle assisiane dipinture e nella tavola della Madonna degli Angeli son meglio formate. Se quest'opera ce l'avessero conservata intera i nostri maggiori, chi sa che a rischiarar l'opinione il nome dell'autore quivi per avventura segnato non fosse, come segnati son quelli de' respettivi santi sulla solita norma. Il sacro testo nel libro di Cristo in latino idioma, e l'alfa e l'omega in greco non mancano.

Ben mi ricordo di aver veduto non sono molti anni un simil quadro con s. Caterina ed alcune piccole storie di essa in campo d'oro appeso ad una parete che divideva il chiostro distrutto de' frati soppressi di s. Caterina. Egli era sì antico, che il Targioni osservandolo dubitò del rinascimento della pittura per opera di Cimabue97. Non avendo noi allora concepita l'idea della presente opera, tralasciammo di notarne le particolarità ed or sappiamo, con nostro rincrescimento, che nella distruzione di quel chiostro si smarrì quella tavola che sarebbe stata opportunissima per la storia che proseguiamo a comporre98.

Perché avrà incontrata la medesima sorte, reliquia alcuna non trovasi dell'opera di pittura di quell'Alberto pisano che stette sull'altar maggiore di s. Francesco, come dovrem dire altrove. Basta ora di averne fatta menzione per mostrare che non pochi furono i maestri dell'antica Scuola pisana.

I Senesi ancora possono pretendere di aver preceduto i fiorentini nell'arte di dipingere e il dir qualcosa anche di loro non sembrerà disdicevole al presente argomento.

La più considerabil reliquia che di tal tempo si conservi nella città di Siena è la celebre Madonna di Guido che, dipinta in tavola in guisa più che naturale, l'ornamento forma di una cappella nella chiesa di s. Domenico. Allorché fu da noi diligentemente esaminata, non dubitammo di ravvisare in essa la maniera della prima epoca pisana notabilmente migliorata e da quella del nostro Giunta non discosta. Per giudicar della seconda ci servì di guida la celebrata tavola di S. Maria degli Angioli, ed alcune coetanee, e forse anteriori dipinture che in Pisa, come si disse, tuttora esistono. Eccone la caratteristica, che il parer nostro conferma. Ha essa i contorni da linee grosse distinti, il naso tendente all'aquilino sulla punta, gli occhi aperti, la bocca stretta, le dita delle mani lunghe e secche e tanto grosse nell'estremità quanto nelle giunture, le carni brune e giallognole e finalmente quel modo orientale di vestire con ricamati lembi, e la fascia alla maniera con segni di pietre e con chiari di linee dorate. I panni o sia il manto velato con azzurro da oltremare e colorato nel rovescio di un oscuro tendente alla filiggine, o siano i bianchi lividi uniformi al panno del Cristo di Giunta, han pieghe angolari e piane, ma in alcune parti molto ben intese. L'aria di lei, la posizione, il disegno e lo stile in somma piace più di quello del primo fiorentino maestro.

Opera alcuna de' Greci mosaicisti, e di quelli che si vogliono anche pittori, non può mettersi al paragone di questa tavola, di gran lunga superiore. Ella è ben conservata, né alterata sembra da alcun ritoccamento, quantunque il tuono del colorito delle teste sia meno bronzino che non è quello delle mani. Ben conservata ancora è l'iscrizione che sta nella prima linea ed è la seguente:

ME GUIDO DE SENIS DIEBUS DEPINXIT AMENIS

QUEM XPS. LENIS NULLIS VELIT AGERE PENIS

ANNO D. MCCXXI.

Non fuor di proposito è l'iscrizione, e l'opera avrem noi qui ricordata per servir di prova allo stato della pittura ne' primi anni del secolo XIII; ed invidiamo a Siena la gloria di averla prodotta e di possederla intatta e lontana dai rapaci artigli dei distruggitori. Molti altri l'encomiarono fra quali il P. Montfaucon e l'autor delle Cronache sanesi e delle aretine, ma niuno il seppe far meglio del nostro chiar. P. Della Valle, e con lui rimproveriamo il Vasari ed il Baldinucci che non ne fecero parola per sostenere un male ideato sistema in pro de' fiorentini pittori.

Di altre dipinture di un tal genere non è mancante la medesima città di Siena. Per non dilungarci soverchio, di una solamente farem qui ricordanza che nell'anno 1792, in cui ordiva il primo mio lavoro, stava nella chiesa di S. Giovannino, dopo che fu nell'antica di s. Pietro in Banchi. Effigiato in essa sotto al naturale egli è s. Pietro sedente con diverse storie di lui e del Nazzareno. La Natività fra queste viene espressa come nei pulpiti di Niccola Pisano. Per non ripetere spesso le medesime cose, diremo che comparisce in quest'opera tutto il carattere delle pisane già mentovate, e ch'ella ha molta relazione colla Madonna di Guido Sanese e colla s. Caterina di s. Silvestro di Pisa. Trovammo in essa l'istesso modo di preparar la tavola con tela sovrapposta ben ricoperta di gesso e su tal superficie l'oro disteso, e sull'oro il dipinto. Nelle piccole figure campeggianti in oro e ben piantate maggior bontà ravvisammo che nel s. Pietro, il cui volto ha un'aria alquanto spiritata per indicar forse una maggior dignità. Le uniche parole s. Petrus son con lettere simili a quelle della tavola di Guido, e scritte sono lateralmente alla figura di lui giusta il corrente greco italico stile da noi più volte osservato: una insolita chiarezza nelle carni devesi al pulimento. Non deciderò se più alla prima, che alla seconda delle epoche da me dichiarate appartenga quest'opera senza un più preciso e maturo esame, che penso di fare in Siena ed altrove di simili antiche immagini a più bell'agio che allora non feci.

Dopo di ciò spiegheremo ancora in particolare, come altra tavola con s. Giovanni effigiato tiene un far che deriva dal greco pisano del 1100 e ch'è molto simile alla sopramentovata s. Caterina nella foggia delle vesti e nel comparto delle storie del Precursore99.

Anche in Siena stessa nella chiesa dei Servi una dipinta croce si vide simile in ogni sua parte all'assisiana in modo che s'ella non è di Giunta medesimo, dalla sua scuola non si discosta. Non ne mancano delle consimili in altri luoghi. Avvene una in Lucca nella chiesa di S. Michele, e non poche ve ne sono sì fuori che dentro Firenze. Per le suburbane basterà ricordare quella appesa al muro nella sagrestia di S. M. del Prato del Castello di S. Casciano. Dentro poi la città ve ne sono nel chiostro e nell'interno della chiesa di s. Croce sulle due porte laterali, come pure in s. Marco, e in s. Maria Novella sulla Porta maggiore. Il nostro Vasari attribuisce quest'ultime a Giotto; e delle due in s. Croce una ne dà a Margaritone, l'altra a Cimabue. Ma in queste appunto trovando noi il carattere tutto proprio delle pisane epoche indicate, e principalmente in quella situata sulla porta ch'è la sinistra della facciata, e nell'altra del chiostro, mal volentieri ci accordiamo col Vasari a reputarle degl'indicati autori. Dubitar noi non vorremmo ch'esso abbia talvolta attribuito a' suoi primi pittori ciò che non si eran eglino giammai sognato di aver dipinto. Forte motivo in fatti lui stesso ne dette ogni qualvolta il prelodato crocefisso della chiesa superiore di S. Francesco d'Assisi, che coll'iscrizione patente ignorar non doveasi attribuì al suo concittadino Margaritone.

Non sarà qui fuor di proposito l'osservazion passeggiera sul costume di quei vecchi pittori, che nel colorir certe immagini uno dall'altro non si dipartiva, a guisa di tanti fanciulli che non san muovere un passo senza la guida.

E per verità un grand'incontro dovette fare universalmente la maniera di formar la croce e di dipingervi confitto il Redentore praticata da Giunta e da' suoi maestri in Pisa nel secolo XI, ai quali per avventura da noi si attribuirono quelle di s. Frediano e di s. Pierino. Forse in tal foggia non la praticarono prima i più vecchi Cristiani. Nelle miniature del sesto secolo, s'incomincia a vedere il Signore sulla Croce, vestito di una tonaca e da quattro chiodi confitto100; né ci avvenne di osservare la croce formata nella nostra guisa se non che in altri lavori miniati del secolo XI. In un Codice Laurenziano scritto in quel tempo avvi una crocifissione come si desidera. La croce del Nazzareno in tavola larga, che nella cima si dilata ha un contorno dorato, varie liste rosse e fondo azzurro. Il Nazzareno è confitto da quattro chiodi, e segnate son le ossa, e pochi muscoli con istile assai più crudo di quello di Giunta, ma che si rassomiglia a quel di s. Pierino, ciò che convalida il sentimento nostro riguardo al tempo che gli attribuimmo. Campeggiano sull'indicato azzurro presso ai fianchi di lui due piccole figure in piè ritte, la Madonna, e s. Giovanni. Il diadema, i panni di linee scure risentite e di chiari sottili composti, le gambe e le braccia lunghe e secche, i capelli a linee parallele, le teste larghe, e piane, e deformi le mani e i piedi sono indizj bastevoli a confermare tutto ciò che abbiam detto su certe miniature e sul far di quell'epoca migliorato in Pisa. Anche un peggior disegno dimostra l'Evangelario, altro codice del sec. XI della medesima Biblioteca ov'è miniata una simil croce101.

Ma ritornando alle pisane dipinture mi dilungherei di troppo se dovessi andar discorrendo per altre antiche chiese e per le case eziandio ove sempre qualcuna spettante all'epoche da noi distinte se ne discopre. Tutte prive per altro del nome dell'autore, e già dal tempo e dalla mala sorte oltraggiate sono. Sol per poco ci fermeremo a dire che, fra quelle da noi di fresco acquistate, son del miglior disegno di quei tempi due tavolette coll'effigie entrambi della Madonna in piccola mezza figura e del Bambino intero sedente sul destro braccio di lei. Indican esse lo stil greco che i pisani e gli altri italiani imitarono e una più dell'altra, porgendo a colpo d'occhio un'idea della Madonna di sotto gli organi, gran forza somministrano a ciò che di questa altrove abbiam detto. Le nostre ancora hanno il Bambino che regge colla man sinistra una pergamena segnata di caratteri greci, oltre le parole scritte parimente in greco nella superior parte del campo significanti Madre di Dio. Le tinte sono distese sul campo d'oro, che a tratti sottili forma nelle parti luminose le piegature di alcuni panni. Son questi in somma pregevoli monumenti, che autorizzano quel che abbiamo asserito sul modo di dipingere di quella stagione.

Dalla quantità delle chiese esistenti nei secoli XIII e XIV, che diverse storie ci narrano, e quella in ispecie di Ranieri Sardo pisano102 si potrà meglio congetturare il non piccol numero delle pitture e dei pittori di quel tempo. E se gli archivj nostri non avessero più volte sofferte le calamità del fuoco e de' rapitori, e se io avessi goduto il vantaggio di qualche ajuto amichevole a queste mie fatiche, son persuaso che altri maestri di pittura, provvedimenti e statuti di tal genere avrei forse ritrovato fralle più vecchie carte, come nel tessere le storie delle respettive patrie ad altri accadde103.

Nonostante ciò, crediamo ormai di aver provato non inconcludentemente che Pisa in mezzo al suo splendore dando sovra d'ogni altra città la prima mano a far risorger l'architettura e la scultura, non dimenticò la terz'arte sorella, aprendone scuola ne' primi due secoli e che il suo Giunta co' suoi discepoli104, meno informe riducendola nel tredicesimo, può senza scrupolo e senza ch'altri se ne offenda meritare il nome di primo pittore italiano fino a Giotto fiorentino, che segna l'epoca di un più notabile miglioramento della pittura.

A Giunta cedano ormai volontieri il campo Margaritone e forse ancor Cimabue, due pittori intermedj. Quegli, nel dichiararsi grato al Vasari suo concittadino, non osa di comparire a fronte nemmen coll'opera sua più del solito lavorata, cioè col S. Francesco della chiesa di Sargiano fuori di Arezzo, che al solo vederlo spiritato nel volto e co' pie' ritti ci messe spavento. L'altro per colpa forse dello scarso suo talento imitator servile dei suoi maggiori non giovò all'arte più che Giunta non fece. Anzi di sua mano si osservano cose molto meschine. E se opera sua, come si dice, è la Madonna di s. Maria Novella in Firenze, fu certo essa il più gran salto del suo sapere. Ma invero non han minor pregio la Madonna di Guido sanese, il Cristo assisiano ed altre opere pisane di que' giorni, come opportunamente le descrivemmo. Onde non vi ha ragion di dire che per opera di Cimabue l'arte non solo inferma, ma poco men che morta risorgesse a vita novella. Siccome non può dirsi che per opera di quegli che lo precedettero ella grandemente si disciogliesse dai lacci della barbarie ond'era oppressa, ma che soltanto recaronle essi qualche sorta di miglioramento. E se l'indicata lode abbiamo specialmente data a Giotto non senza motivo l'abbiam fatto dopo un diligente esame delle pitture assisiane, delle padovane, delle fiorentine, delle pisane e di altre ancora.

In esse abbiam veduto spiccar la novità di un miglior colorito, di qualche morbidezza, di un più significante carattere nelle teste e di qualche naturalezza nei panni e nel comporre. Come ancora abbiam notate in alcune fisonomie, nel far delle barbe e dei capelli e in diversi altri rapporti delle opere di Giotto, ch'esso seppure apprese i primi principj dell'arte da Cimabue, per genio di ben fare non trascurò di ricorrere al fonte ove il miglior disegno si esercitava con grande sfoggio ed al sommo grado per quella stagione, voglio dire nelle mani degli scultori pisani primi maestri infallibilmente da tutta Italia onorati; ed avendo egli sortito dalla natura un più disposto e fervido in ingegno, vedendo le opere di loro non piccoli vantaggi ne trasse. Onde non dee far meraviglia se a favor di lui si destò meritamente il plauso dei tre primi luminari dell'etrusca favella; siccome convenir bisogna che, risuonando per essi anche il nome di Cimabue, mercé la sola combinazione di essere stato dichiarato maestro di Giotto, per entrambi come altrove si disse venne quest'epoca illustrata. Se poi fra quegli che in appresso tesseron lodi a Giotto alcuno vi fu che l'encomiò soverchio, facendo escir dalla. sua scuola quanti pittori, scultori e architetti si sparsero per l'Europa, egli ha mosso ancora con sì vana asserzione i più disappassionati a fondarsi nella soprallegata congettura.

Questo è quanto sembra possa dirsi imparzialmente di quest'artefice, e non creder giammai ch'estinta fosse la pittura prima di esso, né che per lui ritornasse a nuova vita, come dichiarò il Poliziano riscaldato forse da poetico entusiasmo nel famoso epigramma, e precisamente nel primo verso:

Ille ego sum quem Pictura extincta revixit.

Certo è che, fiorente questo nuovo genio, l'arte del dipingere si avanzò in Firenze e cominciò a declinare in Pisa, ove non potette mai pretendere di pareggiar la scultura. Dir qui si potrebbe che così accadde fra i Greci secondo che Omero ed altri scrittori c'insegnano, e che forse le maggiori difficoltà che la pittura esige nell'esecuzione potessero ritardarne i progressi. Ma vero essendo che per lo più si formino i bravi maestri in quell'arte che più si onora e che più largamente si premia, non è meraviglia se in Pisa i genj migliori si applicarono in estraordinaria foggia alla scultura, per la quale grandi eccitamenti si davano da quei popoli che a gara voleano far più belli i templi da loro novellamente eretti.

Ma vedremo in appresso che la pittura tra noi non venne meno, e che si esercitò anche nel secolo XIV.

Per ora desideriamo che i leggitori esercitati su tali cose e capaci di confrontar le antiche maniere si compiacciano di dare il giusto peso alla storia del Vasari riguardo al risorgimento dell'arti, e di riscontrare quant'ei vanamente disse: era spento affatto tutto il numero degli artefici, quando come Dio volle nacque Cimabue in Firenze l'anno 1240 a dare i primi lumi dell'arte della pittura. Brama gli prenda di leggere ancora i versi susseguenti: In s. Francesco di Pisa fu condotto Cimabue a fare in una tavola un s. Francesco... conoscendosi in esso un certo che più di bontà, che nella maniera greca non ora stata usata fin allora da chi aveva alcuna cosa lavorato non pur in Pisa, ma in tutta Italia, per le quali parole confessa il Vasari medesimo che Cimabue non fu il primo italiano che dipingesse105. Piacquemi su tal proposito l'acclamazione del dott. Lami che nelle sue Novelle Letterarie è in questi termini: Poveri fiorentini, poveri toscani, poveri italiani che dal mille sino al 1250 furono melensi e non provarono lodevoli stimoli di esercitarsi nella pittura, né l'incognito desiderio d'imitare la natura.

Tanto meno stimin eglino ciò che, nell'apologia al commento di Dante, Landino scrisse e ciò che sentenziarono altri moderni delle pitture precedenti a Cimabue106; e vogliano saper grado in virtù del fin qui detto e per solo amor del vero di unirsi con noi a concedere il primato a Pisa, apprezzando nel grado loro i senesi nel dare i primi lumi della pittura alle italiche scuole. E perché non abbiamo giammai preteso di attribuire a Pisa una gloria non sua, direm sempre col maggior de' novellatori107 che l'arte il miglior ristoramento ebbe da Giotto e per conseguenza dalla città di Firenze, e che questa può sovra d'ogni altra di Toscana gloriarsi di aver prodotti valorosi ingegni, i quali formati nella scuola di lui l'ornarono e l'arricchiron di opere che tuttora fanno l'ammirazione degl'intendenti.

2.4.3. § 3. Maniera di dipingere nei tre secoli dopo il Mille

Se noi, ragionando delle pitture in tavola de' primi tre secoli dopo il Mille, non apportammo opinione alcuna sul modo onde adoprate furono le tinte per colorirlo, non omettiamo di tesserne ora un breve paragrafo per dirne con più proposito; e forse ci lusinghiamo che ce ne sapran grado quegli amatori della storia delle arti che pensiero non ebbero di far gli esami da noi tentati.

Premesso come da altri fu detto che simili tavole, formate da una o più asse unite insieme, preparavansi con uno strato ben grosso di gesso, la cui superficie tinta di bolo rosso si ricopriva in bella guisa con foglia d'oro perfetto, e talvolta col semplice minio, abbiamo notato che in alcune delle più antiche la tela, e qualche volta la cartapecora, incollata trovasi sul piano di tutta la tavola, o sulle commettiture soltanto. Osservammo in oltre che si segnavano i principali contorni con uno stile, e che le aureole con fregi ed arabeschi s'incidevano per incavo a piccoli punti sul campo d'oro per lo più liscio e lavorato, talvolta con formelle sferiche e mandorle alla musaica. Tuttociò si trova praticato nelle più antiche opere pisane, in alcune sanesi ed in poche de' primi fiorentini maestri. Se si ascolta il Vasari, egli dice che il suo Margaritone fu il primo a dipingere con colori stemperati in colla sul gesso, a distendere l'oro in foglia, a far diademi ec. E parlando di Antonello da Messina, asserisce che allora si seguitò a adoprare sulle tavole e sulle tele non altro colorito che quello a tempera, il qual modo fu cominciato da Cimabue l'anno 1250. Ma simili ed altri falsi racconti non valutando, passiamo alle nostre osservazioni fatte sul modo e sulla qualità del colorito, ed esaminiamone il resultato.

Nella Madonna di sotto gli organi, e nelle altre pitture di quella prima epoca pisana, come ancora nella tavola di Giunta e fralle tante opere della sua scuola in un Cristo che fu già dell'antica Compagnia soppressa del Crocione, e che abbiam potuto ben esaminare sotto gli occhi, ci fu manifesta una lucente e levigata superficie, ed una forza ravvisammo molto superiore alla proprietà di quei dipinti a guazzo o a tempera, ove sono impiegati i colori stemperati con acqua e gomma o altra materia tegnente. Né la soverchia resistenza dei colori tentati coll'umido e in altra guisa punto ci mosse ad abbracciar l'opinione di quegli che, indotti da superficiali cagioni, hanno assertivamente scritto essere state dipinte in olio alcune tavole prima del 1400. Lo pretende il Malvasia, e frai moderni il sig. Kock. Questi un simil quadro ravvisa nella Galleria imperiale di Vienna del 1297 di un pittore detto Thomas de Mutina, o sia Tommaso da Modena108.

Noi per altro sappiamo che giornalmente si restaurano certe antiche pitture con tinte a olio, e la superficie di esse col medesimo olio, o con grassi salati, o con vernici lavandosi se ne altera totalmente il colore. Ed informati di tal costume non isbandito dalle più celebri gallerie, come poi presentandosi agli occhi nostri una simil tavola di non languido, ma di vivace colore decideremo subito ch'ella è dipinta in olio e che fu falso il grido che n'ebbe in Europa il suo ritrovatore?

Fin qui ripetute furono le parole stesse della prima edizione. Or mi rivolgo all'autore del recente opuscolo intitolato Memorie d'Antonello da Messina, per dire a lui che non intesi di applicar l'inganno di credere in olio dipinte certe imbalsamate tavole, né al Malvasia, né al Kock, né ad altri a me noti, perocché son eglino fuor de' concerti ogni volta che dalle tavole intatte resistenti all'esperimento indicato dell'umido sovrapposto trassero opinione della pittura a olio. Io narrar volli quanto altro su tal particolare pur troppo sovente accade, e la verosimiglianza dell'inganno in qualcuno appunto, che ha l'uso degli occhi ma che in taluna occasione privo d'occhi per vedere e di anima per sentire si sottopone a degli abbagli massicci. Eppure l'autor medesimo delle precitate memorie non doveva ignorare questa verità, nemmeno che l'avere il nome di esperto e non esserlo in sostanza nelle occasioni non vale, siccome non basta il dono della loquacità dalla vera intelligenza disgiunto. Doveva egli pertanto astenersi dal dar inutile ed inopportuna lezione, che un ritocco a olio sul fresco o sulla tempera in pochi anni si annerisce, e tanto si distacca dal tuono delle parti attigue da non illudere alcuno ch'abbia l'uso degli occhi, perché una tal cosa nota essendo lippis, et tonsoribus, e nota per avventura ancora a me, il pensiero di riferire a simili ritocchi non ebbi giammai. Potea bensì saper egli che talvolta su certe tavole ben preparate e teste e mani e panneggiamenti interi con tinte a olio si rimpastano da un buono imitatore del vecchio stile sottoposto; e che trattandosi di ritocchi, quando son eglino dati con semplicità e colla vera maniera da mano esperta principalmente sulle vecchie pitture ove adoprata siasi in qualche modo la cera, con facilità essi si nascondono anche ai più bravi talvolta. In prova di che portato avrei al prefato autore degli esempj diversi con ispiegare in compendio il modo che almeno il migliore è riputato, per acconciar simili dipinture, e come sotto i miei occhi vidi bravamente operar di fresco un pittore in Livorno sopra una tavola del 1400, ove la cera assolutamente scorgevasi adoprata; ma giuntami la notizia ch'oggi ei più non sia nel numero dei viventi risparmio al lettore un tale allungamento, e m'incammino alla prova dell'impreso assunto.

Ai denunciati indizj di resistenza all'umido lino che premendo distesi sulle colorate tavole intatte (fralle quali una nominar debbo di quell'istesso Tommaso da Modena, che sembrò in olio al Kock sopraccitato) poiché quello si aggiunse dello stridor che produsse il frequente fregar delle dita109, non mi persuasi contuttociò di pittura in olio, che sì levigata e liscia non addiviene giammai; ma nacque a me tosto un non leggero sospetto che in qualche modo vi fosse stata adoprata la cera. Per venire in cognizione del vero, distaccai alcuni pezzi di mestica dipinta da varie delle più certe già mentovate imagini di que' tempi, ed in particolare da quel noto crocifisso del Crocione, che risale senza dubbio all'età del vecchio Giunta. E dovendo ricorrere al sì giovevol mezzo dell'arte chimica, ne pregai il signor dottor Giuseppe Branchi, che la cattedra di questa scienza occupa meritamente nell'Imperiale Accademia Pisana. Egli graziosamente ne imprese l'assunto, ed io riporto le parole stesse ch'ebbe la gentilezza di comunicarmi.

Divisa la mestica dipinta in due porzioni, fu una di queste fatta bollire nell'alcool e l'altra nell'acqua distillata. Ambidue i liquidi conservarono la trasparenza, e soltanto acquistarono un color giallognolo. Col raffreddamento però separossi dal primo una bianca sostanza coagulata, e sulla superficie del secondo manifestossi un sottilissimo strato di materia densa simile alla cera. Tanto l'una quanto l'altra di queste sostanze, estratta che fu dal respettivo liquido ed asciugata, era infiammabile; si liquefaceva con pochi gradi di calore e, al pari della cera, lustrava i legni levigati110. Queste proprietà caratteristiche unite a quella di conservare l'alcool bollente la propria trasparenza e di deporre nel raffreddarsi la materia disciolta nello stato di bianco coagulo, abbastanza dimostrano l'esistenza della cera nella sopraddetta mestica dipinta.

Per osservare se questi medesimi resultati si ottenevano ancora da altre antiche pitture esistenti in Pisa ed in Firenze, furono ripetute sopra un buon numero di queste l'enunciate esperienze, dalle quali potemmo dedurre: 1. Che quelle prive affatto di lucentezza e dotate di un colorito secco, simile a quello delle pitture a tempera, non danno alcun indizio di cera. 2. Che i segni più certi di questa sostanza si hanno da quei dipinti, che attribuir si possono ai tempi di Giunta. 3. Che da quest'epoca fino al 1360 sembra che la dose della cera andasse a poco a poco diminuendo, perché in proporzione della minor lucentezza che hanno le pitture di questi ultimi tempi in paragone delle prime, si trova ancora di detta sostanza una minor quantità. 4. Che finalmente quelle delle quali fino ad ora si è parlato non sono dipinte a olio, poiché fatta la solita esperienza sopra di un antico quadro stato da non molto pulito con materie grasse, in vece di manifestare il bianco coagulo e di lasciare l'alcool trasparente, colorì molto il medesimo e lo intorbò in modo da non riprendere giammai la primiera trasparenza.

Varie congetture possono farsi sulla maniera colla quale fosse dagli antichi applicata la cera alle loro pitture. La più probabile, peraltro, e la più conforme all'esperienza sembra esser quella che sciolta fosse in qualche olio volatile, come per esempio in quello di trementina. In fatti l'alcool, dopo aver abbandonato la cera in forma di bianco coagulo, rimase di colore giallognolo, leggermente inalbò colla pur'acqua comune e lentamente evaporato lasciò una viscosa sostanza resinosa.

Valutati gli esperimenti ed il retto raziocinio del sig. Branchi volentieri inchinai a credere che dopo di avere il dipintore impastate forse con uova e gomma, o con colla di carnicci le sue tinte, e dopo di averle ben distese col pennello sull'asse preparata e terminato il lavoro, ne ricoprisse la superficie con uno strato di cera liquida mista forse con una quantità di mastice, e anche con una porzione di olio volatile, come osservò il suddetto signor Branchi. Che si operasse in tal foggia, e che non si mescolasse la cera colle tinte giusta la maniera adoprata da' greci e da' romani, n'è una prova l'aver io trovato il colore privo di vivacità e di lucentezza dopo di averne raschiata una sottil porzione; né giammai si vide alterato il primo suolo del gesso dall'untuosa mestura. Al più trovai in un'antica pittura del 1200 adoprata la cera sotto al colorito nelle fessure in ispecie del mal commesso legname. La suddetta prova avendo io replicata in varie tavole incominciando dalle pisane più antiche compresa quella di Giunta, come dissi, e dalle senesi fino alle fiorentine del 1345 e del 1360 con ottenerne il suddetto effetto, toccai con mano che sulle orme dei pisani dipinsero i senesi, e quindi i primi fiorentini maestri in tal foggia, e che questa poi si dimenticò dopo Giotto, come la pittura del Traini in s. Caterina di Pisa, alcune di Lorenzo Monaco e di un suo scolare ed altre c'insegnano.

Diremo ancora che dall'aver noi considerata la superficie de' nostri quadri sì ben levigata e netta è quasi forza il dedurre che il pittore, dopo di avervi applicata la detta vernice coi pennello, la riscaldasse col fuoco appressandovi sopra una padella ripiena di carboni ardenti atta a scioglier le cere, e ne togliesse con tal mezzo ogni disuguaglianza.

A ragione adunque commenderemo i nostri vecchi pisani maestri, perché con tal modo di fare toglievano alle opere loro quel tuono freddo ed insipido ch'è proprio delle tinte a tempera, e perché cooperando alla conservazione di esse, mostravano di non avere onninamente dimenticata la maniera de' vecchi greci nel dipingere in encausto: maniera encomiata dagli antichi scrittori, esposta dal Requeno111 frai moderni, e nel 1800 indarno tentata.

Il fin qui detto sembra bastante a conchiudere che dal tentar coll'umido, o in altra guisa certi avanzi degli antichi tempi mal se ne giudica, perocché dessi o sono intatti, e debbono conservare una porzione almeno della sovrapposta cera, o son restaurati, e sospettar debbesi di qualche untuosa vernice o passata d'olio, come si disse. Ma un tale argomento nulla di più ci trattenga e la descrizione del Campo Santo ponga fine alla storia della Scuola pisana del secolo XIII.

2.5. CAPITOLO V. Campo Santo

2.5.1. §. 1. Epoca ed esterna struttura

L'ordine cronologico ad illustrar m'invita il celebre Campo Santo, grandioso, monumento dell'opulenza della pisana Repubblica e dell'architettura del sec. XIII, a cui niuno altro d'Italia s'agguaglia, relativamente al fine onde i pisani lo destinarono. L'origine del nascimento suo chiara risulta dalla istoria del can. Roncioni112, da Paolo Tronci113, dall'Ughelli114, e da altre autorevoli carte ancora. Narrano essi che l'arcivescovo Ubaldo de Lanfranchi, quando ad instanza di Clemente III nell'anno 1188115 andò contro i turchi, come capo dell'esercito pisano, unitamente alle altre due marittime potenze, veneziana e genovese, fin presso Gerusalemme si condusse; e poiché tenendo stretto dentro le mura quel presidio ebbe comodo di visitare il monte calvario, pietoso desio lo mosse a far levare molta terra ed a mandarla all'armata composta di cinquanta e più navi. Trasferitosi poscia dove le altre potenze erano intente all'assedio di Tolemaide, che fu circa all'anno 1191, narrasi che dalla sorte il total comando ei ricevesse delle medesime. Ma nel terzo giorno del suo decoroso governo (onde Pisa per tre giorni ebbe voce della signoria del mondo), nato scompiglio nel campo per la trista nuova della morte dell'imperator Federigo, colse il tempo Saladino capo dei saraceni ed attaccò una fiera mischia con grave danno e strage degli intimoriti cristiani. Per lo che Ubaldo, radunate le genti che campate avea, si ritirò all'armata, e date le vele al vento fece ritorno alla patria "con poco onore ed utile" scrisse l'anonimo nella sua istoria pisana116. Allora fu ch'ei comprò presso al duomo porzione di terreno, e fatta quivi collocare la trasportata terra, adattò quel sito per uso di cimitero. Sub eodem Presule (scrisse il Volterrano117) Campum Sanctum dicavere ex terra, quam Hyerosolimis adduxerunt, injecta nuncupatum.

Senza errore adunque gli autori scrissero, e direm noi con essi che l'idea primiera di questo Campo Santo concepita fu da Ubaldo arcivescovo nell'anno 1200, e che posteriormente nell'anno 1278, come la seguente iscrizione insegna, fu innalzata la gran Fabbrica sì fastosamente, come al presente si vede, col disegno e colla direzione di Giovanni da Pisa, essendo arcivescovo Federigo della splendida famiglia de' Viceconti118.

L'iscrizione è in marmo incisa nello spazio dell'arcata laterale a quella ov'è il principale ingresso. Tralasciando alcune stravaganti ma chiare abbreviature, ella è così concepita.

A. D. MCCLXXVIII.

TEMPORE DNI. FEDERIGI ARCHIEPI. PIS.

ET DNI. TERLATI119 POTESTATIS:

OPERARIO ORLANDO SARDELLA:

JOHANNE MAGISTRO EDIFICANTE.

Frai molti scrittori il Vasari la riporta e narra che i pisani, attese le diverse prove del raro talento nell'architettura, date da Giovanni in Perugia e mediante alcuni lavori di scultura che fece nella chiesa della Spina di Pisa, affidarono a lui l'esecuzione della grande idea già da qualche tempo formata. Paolo Tronci conviene nelle due epoche accennate, e d'error convince il Volterrano riportando il testo irrefragabile dell'allegata inscrizione.

Nell'anno 1283 fu terminato l'edifizio secondo i surriferiti scrittori, onde si espresse il citato Aretino maestro che finita quest'opera l'anno medesimo 1283 andò Giovanni a Napoli, dove il re Carlo fece il Castel nuovo. Compita per altro, come presentemente si vede, eccettuata però la cappella maggiore, ella fu sotto l'arcivescovo Filippo de' Medici, nell'an. 1464, come scrisse il Tronci e come ce ne instruisce la memoria in marmo, che internamente d'osservar non omessi per renderla nota, come farò in appresso.

Non occuperò il lettore con riportare le altre due iscrizioni esterne, che soltanto spiegano i sensi di chi le scrisse ad un tal sito allusivi, ma passerò a dargli contezza della esterna bene architettata struttura.

Tutto l'edifizio a forma di rettangolo in lungo si distende. La facciata meridionale è scompartita in 44 pilastri di non ingrata proporzione e di egual distanza fra loro, sopra de' quali voltano 43 arcate semicircolari. Nelle fabbriche di scuola pisana si vedono adoperati archi simili e di rado gli acuti; tanto più qui usar gli dovette Giovanni non perché i passaggi del diverso modo di architettare non furono mai precipitosi partecipando sempre della passata ogni nuova invenzione, ma perché gli stavano avanti agli occhi quelli del duomo e del battistero120. L'ornato bizzarro di una marmorea testa di variata figura è sopra ciascun capitello, dove si uniscono gli archi. Il magistero degli intagli si fa distinguere ne' capitelli e nei corniciami. La materia tutta de' bianchissimi marmi, la più parte de' nostri monti pisani, tagliati a opera di quadro e ben connessi fra loro fan comparir nobile e vaga la lunghissima facciata, e ci ricorda che in quell'età si sapeva udire con la grande spesa il buon gusto.

Nuda di marmi è la parte opposta, che guarda tramontana per esser contigua alle mura della città, in luogo non praticato. In quella verso ponente n'è soltanto incrostata l'arcata in angolo. Il lato orientale, nel cui mezzo è situata la maggior cappella degli stessi marmi, si veste, la simmetria stessa lo comparte, ma un ordinario magazzino impropriamente lo ingombra. Lasciò scritto su tal proposito il can. Totti121 che quivi prima era piazza, che avevano già disegnato i pisani di allontanar le mura per dar maggior campo all'edifizio, e che allora anche da quella parte lo avrebbono incrostato di marmi. Scrisse ancora che Gio. Batista Cervelliera architetto, quel medesimo che lavorò di tarsia alcuni seggi del duomo, mostrò a lui il disegno dell'accrescimento delle mura, e di fare anche quivi passare il fiume Oseri. Tali notizie fan molto onore ai pisani di quel tempo, che a dei direttori di buon senso affidavano le fabbriche d'importanza.

A ben concepire la grandezza della vasta mole serviranno le seguenti dimensioni da me riscontrate diligentemente.

La lunghezza totale è braccia 222, e 76 braccia è la larghezza; braccia 24 è l'altezza; 596 braccia gira tutto l'edifizio; l'area in misura quadra è braccia 16872.

Il tetto dal piano della gronda al comignolo, e dal comignolo fino all'altra parte è br. 34. Tutto di lastre di piombo egli è magnificamente coperto, perché non si guardò a spesa alcuna, osservò il Vasari.

Due porte aprono l'ingresso all'edifizio. Scrivono i cronisti che quella sopra la quale un tabernacolo esistette, coll'effigie del crocefisso in marmo che passò in S. Michele, era anticamente la più frequentata, come vicina e comoda a tutti quegli ch'entravano nella città dalla vicina porta al Leone celebre in quel tempo, perché apriva la via che conduceva nella Liguria, nella Francia e nella Spagna. Essa fu murata quando il gran duca Cosimo I, nel 1562, fece aprir quella che ora è detta porta nuova. Se poco importa il sapere che or la vecchia porta povera e incolta appena il suo Leone conserva, inutil notizia non sembra che nel fabbricarsi la nuova in alcuni fondamenti ritrovate fossero molte urne antiche con ceneri di arsi cadaveri all'uso de' gentili122.

Forma corona ed ornamento all'altra porta, che serve presentemente per principale ingresso, un architettonico edifizio di marmi bianchi in foggia di tabernacolo, sostenuto da sottili colonne di rosso di Campiglia, e ornato di guglie, di merletti e di fiorami sul gusto gotico–moderno. Mentre la Madonna ben atteggiata ha dritto di sedere nel mezzo, dinanzi a lei genuflessa sta l'effigie di Pietro Gambacorti operajo, e quella dell'architetto Giovanni che colle altre figure scolpì se medesimo. E se vero è che questo gruppo di statue ornasse al tempo del Vasari la porta principale del duomo, fa d'uopo riportar l'iscrizione ch'egli nella base della Madonna in questi termini lesse:

SUB PETRI CURA HEC PIA FUIT SCULPTA FIGURA

NICOLI NATO SCULPTORE JOANNE VOCATO.

Per compensare in parte l'ingiuria, più e più volte condannata, che si reca alla storia dell'arte, vegliante in questo luogo resti quella ancora che sotto alla sopra esposta ci lasciò l'istesso Vasari. Ei la vide nel dado reggente la nostra Donna che in mezzo alle figure di Pisa e dell'imperatore Federigo stava sulla porta detta di s. Ranieri, e noi dei miseri avanzi frai sassi e la terra confusi ne deplorammo il barbaro destino:

NOBILIS ARTE MANUS SCULPSIT JOHANNES PISANUS

SCULPSIT SUB BURGUNDIO TADI BENIGNO...

2.5.2. §. 2. Struttura interna

L'interna architettonica parte della region funebre con tali oggetti di magnificenza e di grandezza, e sì copiosamente decorata d'opere di scultura e di pittura ci si presenta, che l'animo ne concepisce dilettazione e meraviglia.

Così raro e superbo edifizio fu destinato dagli avi nostri a racchiuder le ceneri de' cittadini pisani ed a perpetuare con isculti marmi la memoria degli uomini celebri nelle scienze, nelle arti e nella guerra, qual altro famoso Portico della greca Atene. La regina di Svezia Cristina Alessandra lo chiamò nobil museo. L'Olimpo dell'arte rinascente è con proprietà denominato da chiarissimi scrittori; e mentre encomiato viene dall'Ughelli e dal Tronci, Giorgio Fabbricio lo commenda in quei versi:

Nec non quo placidam carpuntin morte quietem
Corpora, spe vitae melioris marmore stratus
Est locus, et multa cum religione verendus.

Quattro ampie logge in forma di parallelogrammo racchiudono il gran claustro scoperto, ove in tre campi divisa fu posta la mentovata terra santa, la quale al dir del Vasecio riduceva i cadaveri in polvere nel solo spazio di 24 ore, attività già da gran tempo perduta.

Romboidale è la pianta dell'edifizio che rettangola apparisce, come fu data in rame dal Martini. Non per questo lo direm difettoso nell'arte, perché trovasi ciò praticato in più edifizj dagli architetti d'allora che con solidità e con leggere costruzioni sapeano ben fabbricare. Il Rossetti123 riporta l'autorità dell'Orsato istorico padovano sull'evidente romboidal figura della immensa rinomata sala della Ragione di Padova, che poco innanzi al Campo Santo si fabbricava. Egli dice che le diedero quella figura, acciocché gli angoli facendo per sostenersi uno all'altro impulso più saldo e forte fosse l'edifizio, come più saldo è quell'uomo che sulla disparità dei piedi fermandosi, ec.. Or il lettore giudichi dell'antica idea a suo talento, e noi passeremo a far note le interne dimensioni.

La maggior lunghezza è braccia 217, e poiché braccia 72 è la larghezza, ne risalta il giro di braccia 578.

Ciascun loggiato è largo 18 braccia. Il claustro aperto è lungo comprese le pareti braccia 181, e 36 largo. Il giro pertanto sarà di braccia 434, siccome in misura quadra detto chiostro è braccia 6518, e quella de' quattro portici è 9108, finalmente le braccia quadre dell'area totale sono 15624.

Il pavimento fa nobile e gentil comparsa co' suoi partimenti di quadroni di marmi bianchi e di liste di bardigli. Quivi sono ordinate, con la distinzione dei respettivi stemmi e dei nomi delle antiche famiglie, le sepolture proprietarie che sorpassano il num. di 600.

Seguitando a narrare ciò che spetta alla simmetria e al decoro, o sia convenienza della fabbrica, un ordine di non ingrata architettura chiude d'intorno il grande atrio scoperto. E fa vaga e nobil comparsa pel marmo bianco e ceruleo, ond'è tutto composto. Lo scompartimento è di 62 arcate rotonde, 26 per ogni lato, e 5 in ogni testa. Voltano esse sopra i capitelli intagliati di 66 pilastri isolati, e sostenuti da un piedistallo continuo senza interrompimento, se i debiti risalti si eccettuano. Su ciascun capitello, dove si rincontrano gli archi, è situata una testa di marmo di variata scultura, sulla osservata norma della esterna meridional facciata. Il bizzarro acconciamento della maggior parte di esse arreca curiosità e spinge ad esaminare che alcune con corna e orecchie caprigne son quelle denominate maschere sataniche; che molte piene di verità, e di disegno non prive, si manifestano per ritratti; e che altre dalla caricata espressione di riso o di mestizia compariscono maschere di comici e di tragici attori, che erano in uso secondo Plutarco nelle orgie di Bacco e ne' baccanali. Si veda finalmente quanto son bene espresse alcune testo di leoni. Tutte insieme formano il numero di 132 e, dalle osservazioni suddette, si raccoglie il miglioramento dell'arte in Pisa per quelle che de' bassi tempi si palesano, siccome per altre la quantità degl'illustri avanzi di belle statue e di fabbriche antiche si concepisce.

D'intorno al divisato imbasamento sull'appoggio de' sedili e d'intagliate mensole di marmi bianchi forono ordinatamente distribuiti gli antichi sarcofagi. La maggior parte di essi, dalle esterne mura della cattedrale rimossi, che fu circa all'anno 1297, si collocarono nel dintorno del gotico ornato inconsideratamente allo scoperto, e così stettero fino che non provvide alla total rovina de' medesimi l'estimator delle arti il principe Ferdinando con ordinare che fossero internamente disposti. Nulladimeno forse per ignoranza dell'esecutore, ciò che sovente accade, alcuni infelicemente vi rimasero, e fra questi uno de' più belli, come noteremo ove della moderna ordinanza e del maggior numero ci converrà favellare.

Il divisato ordine architettonico per mezzo di sei arcate apre l'ingresso al claustro, ed in ciascuno spazio di tutte le altre mostra un ornato nobile e leggero. Lo stile è quel ch'era in moda, e questo è il comparto. Ai fianchi de' pilastri s'innalza sull'indicato piedistallo un nuovo imbasamento, sul quale posano due sottili colonne ed un pilastrino a più facce nel mezzo di esse. Le colonne son 110, che reggenti tanti piccoli archi di sesto acuto traforati e intagliati come lo sono in sottil foggia tutti i respettivi capitelli formano il non volgare indicato ornamento. Un tal circondario poi di pilastri e di colonne, materia tutta di marmo bianco, potrà non impropriamente denominarsi un nobilissimo peristilio.

Per quei trafori che veggonsi ne' suddetti pilastri e nelle colonne dalla parte che guarda tramontana, sembra che creder debbasi alla tradizione cioè che gli spazj doveano esser chiusi con vetrate colorite e che non fosse proseguita l'idea per non rendere il luogo oscuro: ne derivava per altro un gran giovamento alle pitture.

Cade qui in acconcio di esporre la denunciata iscrizione, spettante al compimento dell'edifizio, mentre è scolpita nella faccia meridionale che guarda il claustro scoperto di uno degli accennati pilastri. Ella è in questi termini:

D... DE MEDICIS

ARCHIEPO. PISANO ANTONIUS JACOBI

ALMI TEMPLI PISANI OPERARIUS SACRI HUI.

ET INTER MORTALES.

PRECLARISSIMI SEPULCRI OPUS I.I.I.I.

ARCUBUS XXVIII. Q 3.

PERFORATIS FENESTRIS MARMOREIS III. ANN.

SUA DILIGENTIA PERFICI CURAVIT.

D. I. AN. MCCCCLXIIII.

Siccome presso le nazioni ben costumate fu sempre grande la cura di fare i sepolcri, come scrive l'Alberti, e siccome furono questi in pregio presso gli ateniesi, gli egizj ed i romani, onde ne fu ricca la via Appia, ed anche l'Aurelia nelle recondite sue parti, non fia stupore se molti ne possede della erudita antichità la nostra Pisa greca e romana, e sempre potente, culta e doviziosa.

Quantunque siano eglino per le guerre e per la strage de' secoli ignoranti più che pel tempo edace guasti e corrosi, richiede il mio assunto ch'io gli prenda in considerazione come fregi onorevoli dell'edifizio di cui parlo. Pertanto chi ha pieno lo spirito delle vetuste cose e chi sa desumere il bello dalle medesime ancorché guaste, gradirà ch'io nel regolato giro de' portici divisando vada l'iconografia di alcuni bassirilievi che mi sembrarono storiati dai migliori scalpelli, d'onde trassero gran giovamento, come a suo luogo dicemmo, i pisani maestri Niccola e Giovanni primi restauratori della statuaria. Tali osservazioni a differenza delle altre saranno contrassegnate con numeri aritmetici per comodo dell'erudito, e per regola di quella classe di osservatori che non curano simili sconciature.

Sul reflesso di maggiormente illustrare il nostro Campo Santo, non credo inutile di asserire colle parole stesse della prima nostra edizione, e secondo la quantità e l'ordine de' sarcofagi d'allora che da leggero esperimento resultò che la materia di essi, adombrata da fosca patina, era bellissimo marmo pario; che soli tre ne ritrovai di statuario lunese, due gran casse della più pura pietra calcaria detta spato e una di marmo pisano. Conciosiaché traggano i raccoglitori delle anticaglie da tal notizia le congetture loro. Noi siam d'avviso che tai lavori si facessero nell'Italia ed in Pisa al certo piuttosto che nell'oriente, portando varj scrittori opinione che gli etruschi potenti facessero venire i marmi greci; che lo costumassero i romani ci viene indicato dai nuovi ritrovamenti di belle pietre orientali nella spiaggia di Roma. Non v'è poi niente di più probabile che ciò fosse anche dopo l'uso introdotto de marmi di Luni, costume essendo che le rarità straniere son sempre preferite alle nostrali, quantunque in pregio le pareggino.

In forza parimente del divisato riflesso farà mestiero il promettere che, fralle tante e varie rappresentanze espresse nell'anterior parte e talora nei coperchi dei sarcofagi, quelle si osservano di pastori con agnelli attribuite dal Martini e da altri agli antichi cristiani, che non sempre si servirono de' sepolcri del gentilesmo con rovesciare al disotto quelle lapidi che avevano iscrizioni. Ma può un tal giudizio non esser sempre vero, poiché i fauni, o titiri, si trovano spesso effigiati senza corna né coda simili a' pastori con rustici strumenti, e con la pelle come c'insegnano le pitture ercolanesi, ed Euripide nel Cicople. Mostra poi certamente un bacchico sacrifizio quel sarcofago dove è scolpito un caprone tirato per un corno da simil figura di campereccio Nume, sapendosi che detto animale fu presso i greci ed i romani ed in generale destinato in sacrifizio a Bacco, come cantò Virgilio:

Et ductus cornu stabit sacer hircus ad aras.

Altri sarcofagi attribuiti agli antichi greci e romani chiaramente indicano caccie e fatti piacevoli, come baccanali, najadi e danze che dessi eseguivano intorno al feretro, credendo che ciò suffragasse le anime de' defonti; siccome il versar latte o vino dai coperchi forati, e di far simili funeree libazioni praticarono, narrandosi che Scipione Affricano ordinò che intorno a' suoi funerali allegramente si bevesse. Altri all'opposto portano espresse ferali favole di Orfeo, del giovanetto Adone, di Meleagro, del ratto di Proserpina e simili. Sonovi urne con gladiatori e con sanguinosi conflitti soliti farsi dagli etruschi presso i sepolcri, aborriti per altro dai greci, come avverte il Winckelman. In alcuni bassi rilievi son figurati mostri marini, centauri, sfingi, nereidi e sirene, e forse Ulisse con queste secondo il favoloso racconto di Omero. Altri si veggiono con figure di deità, di fiere, di grifi alati, con la favola di Castore e Polluce, e con quella replicata sovente ed allegorica di Amore e Psiche, e talora con diversi fatti in un istesso marmo. Quasi tutti i sepolcri storiati in simiglianti guise generalmente si dimostrano de' gentili, siano etruschi, ateniesi, spartani, romani o altri popoli, che non bruciarono i morti, o che non sempre costumarono di bruciarti, come Plinio e Cicerone insegnano124 ponendoli anche intieri nelle urne, e per lo più con l'obolo in bocca per pagare il portorio a Caronte.

Varie poi sono le iscrizioni incise ai fianchi e nella anterior parte de' sepolcri, e quelle meno corrose e più importanti furono, parlando sempre della prima edizione, da me trascritte. Mi protesto per altro di non aver fatto lunghe considerazioni e di voler risparmiare anche in questa al lettore una troppo ricercata mitologia, lasciando campo agli studiosi dell'antiquaria di meglio indagare le antiche reliquie con riflessioni erudite.

Parimente prima di far note le arche sepolcrali di moderno lavoro, destinate all'uso nobile di perpetuar la memoria di uomini illustri, come ancora le pitture che adornano a vicenda con esse le pareti de' quattro loggiati, d'uopo è ch'io porga tributo di vera lode ai pisani di quella età, che i primi talenti dell'Italia nel secolo decimoquarto invitarono a far pompa delle produzioni loro. Queste, quantunque per la durezza della maniera e pel non esquisito disegno siano dalle moderne superate in pregio, meritano rinomanza per la venerazione che deesi ai primi maestri ed ai restauratori della nobilissima arte della pittura.

Già dissi di lei nel primo volume, che come ognun sa dal colmo di sua perfezione fra gli antichi greci, romani e toscani declinando insensibilmente dai felici tempi di Porsenna per tutto il regno de' dodici Cesari restò dai disordini e dalle guerre dei barbari avvilita, e che giacque per molti secoli non affatto spenta, secondo ogni buon reflesso, ma scontraffatta, e sepolta quasi che di pittura perdesse il nome. Per quanto si sforzarono e pretesero sgombrar dubbj sulla questione del primato dell'arte rinascente il Malvasia, il Maffei, il Cinelli, il Bottari ed altri, sembra che ormai generalmente si conchiuda che nella bella gloria del vero risorgimento dell'arte predetta infallibilmente la Toscana primeggi sulle altre nazioni, e che per quanto prima i pisani, poi i senesi v'influissero, divenne quest'epoca illustrata per Giotto. Questi e Cimabue (scolare di Giunta, non pel Vasari ma per le ragionate riflessioni del P. Della Valle e dell'autor dell'elogio di Giunta medesimo nell'opera pisana più volte citata) incontrarono la sorte di essere onorati da' due gran poeti coetanei e commentatori di loro, e dai componitori degli epitaffj sulle orme de' quali ne scrissero l'eloquentissimo Giovanni Boccaccio, il Vasari, Raffael Borghini, il Baldinucci, il Lomazzo, il Baglioni, il Felibien, il Bellori ed altri molti autori, e ne fu forse cagione la fiorita scuola ed i molti buoni seguaci ch'ebbe Giotto in ispecie.

Dell'uno e degli altri appunto dovrò qui favellare, vale a dir dell'istesso Giotto, di Simon Senese, di Buffalmacco, di Pietro Laurati, degli Orcagna, di Spinello, di Taddeo Bartoli e di altri fino a Benozzo. Questi ne' suoi dipinti, mentre fiorì circa al 1450, l'osserveremo superiore a tutti, come inferiore fu egli a Masaccio suo coetaneo, che rischiarando la giottesca, detto in luce una maniera novella che presto per l'Europa si sparse e per le Fiandre, e che die' norma a' più eccellenti maestri.

Questi nostri quadri adunque, se non c'insegnano i primi avanzamenti che fece a poco a poco in Toscana la sfigurata pittura per non esservi compresa alcuna delle opere de' pisani maestri anteriori a Cimabue che feci noti a suo luogo, né di quelle di Cimabue medesimo, indicano le maniere progressive del secolo decimoquarto fino a Benozzo, e come elleno apersero la via alle cose più perfette che furon fatte in appresso.

In grazia di tali vantaggi, se in addietro esigeron essi talvolta, giusta la tradizione, il dovuto restauro, meritavano anche a' dì nostri la continuazione di un tal provvedimento per conservargli nel miglior modo ch'era possibile. Imperocché se erano inevitabili le perniciose cagioni, è altresì vero che le conseguenze dei piccoli danni riparati agevolmente con usar composti di calce e stoppa, e altre materie tegnenti, e con aver pronti abili pannelli, non si sariano in progresso fatte maggiori, o quasi irreparabili con dispiacere degli eruditi. Se ne dolse a ragione il Vasari medesimo, ed il gran Michelangiolo, apprezzando il valore di questi dipinti, consigliò Cosimo I a conservargli. Erra grandemente chi gli crede di niuna stima mettendogli in bilancia co' più bei prodotti dell'arte.

Lavorati son eglino sulla muraglia intonacata di calcina e sabbia ben fine, in quella foggia che dicesi a fresco. Sembra che, per quanto almeno apparisce, opinar debbasi che qui l'intonaco non fosse apposto a misura di quanto può dipingersi in un giorno, ciò che si chiama vero fresco, e che è durevole e resistente. I nostri vecchi di fatto non conobbero altra maniera di dipingere che il fresco, molto usato dagli antichi125, e quella già riferita di adoprar la cera con olio etereo disciolta. L'altro poi di stendere i colori colla tempera sulle tele in ingessate e tirate sulla tavola durò finché il noto fiamingo Van Eych, detto Giovanni di Bruges, non dette alla Fiandra verso l'an. 1410 la gloria di avere illustrata la pittura e di aver contribuito ai progressi della medesima col vero maneggio dei colori in olio, maniera portata dopo alcuni anni in Italia da Antonello da Messina126.

2.5.3. § 3. Opere di Pittura

Volendo noi conoscere con regolata norma le indicate pitture, io ne ordisco la serie, intraprendendo il giro del parallelogrammo sulla sinistra entrando dalla porta principale.

Premetto che l'autor erudito delle lettere pittoriche sul Campo Santo di Pisa, sig. Giov. Rosini, professore di belle lettere nell'Imperiale Accademia Pisana, con molta sua lode di tali antichi monumenti l'incisione imprese, e ch'eseguita ella fu con maestria d'arte e con precisione sì riguardo alle storie, che all'originario carattere dal sig. Carlo Lasinio di Treviso, professore dell'Imp. Acc. delle belle arti in Firenze, accademico pistojese e conservatore del celebre pisano edifizio le cui pinte bellezze passo a descrivere.

Il primo pittoresco lavoro che s'incontra è l'illustre vita di s. Ranieri pisano, protettore della patria in sei quadri scompartita. La tradizione, Giorgio Aretino e il Baldinucci attribuiscono i tre quadri dell'ordine superiore a Simone Memmi da Siena, e i tre sottoposti ad Antonio detto il Veneziano. Questi, nato in Firenze, apprese l'arte sotto Angelo Gaddi, fu vago della maniera giottesca ed operò molto in Venezia. Simone poi fu discepolo di Giotto, secondo il Vasari, ma nella sesta delle lettere sanesi127 egli comparisce della scuola di F. Jacopo da Torrita. Fiorì dal 1300 al 1344, e dipinse con maggior morbidezza ch'altri non fecero. E poiché nel ritrarre al naturale fu tenuto per il miglior maestro di que' tempi, Pandolfo Malatesta lo mandò in Avignone a ritrarre il Petrarca, alla cui richiesta avendo egli fatto anche il ritratto di Madonna Laura, fortunato coetaneo di così celebre penna meritò l'onore di que' due rinomati sonetti:

5Per mirar Policleto a prova fiso ec.
Quando giunse a Simon l'alto concetto ec.

Il medesimo poeta in una delle sue lettere familiari128 così lo descrive: Quos ego novi Pictores egregios (dessi in fatti pel tempo in cui viveano furono per lui due Raffaelli) nec formosos, Joctum Florentinum Civem, cujus inter modernos fama ingens, et Simonem Senensem.

Per soddisfare all'osservazione di taluni avverto che se nell'istesso quadro si trovano ammassati più fatti dell'istoria medesima, ciò fu costume non lodevole dei maestri di que' tempi seguìto da Simone e continuato in appresso fino a' tempi di Raffaello129. Narra il P. della Valle che fu forza a Simone il praticar contro sua voglia tali divisioni, avendo altri pittori fatto quivi l'istesso, come Giotto e Bonamico.

1. Il primo quadro contiene due operazioni di s. Ranieri giovinetto. L'una è quando con leggiadre femmine danzanti e bene acconciate sulla moda di quei tempi ei si trattiene; l'altra quando per opera del B. Alberto freno impone ai giovanili errori; e mentre due fonti di pianto dagli occhi elìce se ne sta di dolore atteggiato dinanzi al Romito e a Dio Padre che fa cenno di perdonargli.

2. Nel secondo egli distribuisce le sue facoltà a' poveri, che al vivo dimostrano gratitudine; cinto di peregrina veste, s'imbarca sopra una nave che scioglie dal porto verso la Palestina. Quindi nella città di Tiro, rapito in dolce estasi, vede la celeste Regina, che del suo patrocinio lo affida. Molta vivezza e belle arie di teste si osservino col Vasari in quelle poche figure che intatte vi restano.

3. Il terzo, deteriorato una volta ed or quasi affatto perduto, ci rinnuova il rincrescimento che dal 1800 in poi abbia io ritrovato queste pitture in tale stato di considerabile detrimento. Egli esprime Mosè ed Elia. Questi tre quadri mentre erano intatti furono commendati dagli scrittori per l'espressione degli affetti, per le vesti proprie di que' tempi e per la bizzarra invenzione. Il P. della Valle nella sesta indicata lettera dice che Simone superò in queste pitture i suoi emoli, e se stesso ancora; e fralle molte particolarità che rileva in esse, sempre relativamente all'effetto che tali cose produssero in quella età, osserva il modo di armare la nave e il gonfiar delle vele. Ben poco oggi giorno quivi si ammira, e dobbiam talvolta lambiccare il cervello per rinvenirne d'altronde le storie, tanto più che alcune di esse furono da diversi confusamente narrate. Neppure il Martini tutte con chiarezza le descrisse; e quelle che fece intagliare in rame per ornamento dell'opera sua, oltre che non mostrano la maniera di far le figure di quel tempo, mancano di esattezza.

Le altre storie spettanti al medesimo santo e proseguite, come dissi, da Antonio Veneziano nei tre quadri dell'ordine inferiore, foron giudicate dal Vasari e da altri de' suoi tempi le migliori che si facessero in questo edifizio. Si trovano altresì meglio conservate delle altre, attesa forse la diligenza somma che usava l'artefice ne' suoi lavori in fresco.

4. Nel primo quadro si vede il beato Ranieri sulla nave che partendo da Joppe ritorna alla patria. Scrive il Vasari che vi son figure lavorate con diligenza fra le quali è il ritratto del conte Gaddo morto dieci anni innanzi, e di Neri suo zio stato sig. di Pisa. In esso ancora si distingue il miracolo seguito in Messina, quando il santo fe' conoscere all'oste la fraudolenta merce, dov'è vivamente espresso il diavolo in forma di gatto sulla botte, e dove osservò il predetto Vasari tre figure che si meravigliano, proprissime negli abiti loro e negli atteggiamenti. Nell'angolo sinistro è indicato il suo ritorno, allorquando i canonici del duomo di Pisa in abiti di quei tempi lo ricevettero a mensa.

5. Il secondo quadro, poiché l'umido de' venti marini condensato dai marmi vinse la diligenza del pittore, e poiché altre cause vinsero l'uno e l'altra or dimostra appena i gruppi esprimenti la morte di s. Ranieri. Per buona sorte il sig. Lasinio lo delineò e l'incise felicemente prima del nominato detrimento. Nel gruppo degli angioli volanti intorno allo spirito di lui, che dal mondo si diparte, e che è già penetrato sul tetto della chiesa, l'effetto del duolo si rileva. Bene espresse sono le antiche curiose fisonomie di certi preti, e il vario movimento di loro negli occhi e nella bocca, mentre cantando trasportano la mortale spoglia del santo alla Primaziale. Fra i diversi ritratti dicesi esservi quello del Bavaro. Non vada inosservata l'esattezza con la quale si ricoprivano in que' tempi le fabbriche; quelle ancora di Simon Senese nell'indicata lettera si commendano. La prima chiesa quivi espressa fu quella antica di san Vito a tre navi, e al di fuori incrostata di marmi, demolita nel 1793 con poco profitto, anzi con isfregio della ricca materia. Il duomo è la seconda che per la facciata aperta fa vedere lo spaccato dove alcune parti dell'architettura variate sembrano.

6. Esprime il terzo quadro i miracoli operati dal santo mentre il suo corpo alla sepoltura si trasporta. Fralle molte persone che afflitte da varie qualità di morbo egli risana, vien lodato dal Vasari un idropico; ed egli è forse quel fanciullo con panno azzurro in grembo alla madre, che mal concio appena si ravvisa. In altra parte del quadro con naturalezza sotto lieve pino il mar s'adira e freme, e l'espressione de' marinari smarriti che più nol guidano viene additata per mirabil cosa di que' tempi. Scrivono infatti quegli che Antonio Veneziano encomiarono, ch'egli più degli altri suoi coevi fu esatto nel disegno, ed in animare, e nel variar le teste valente. Non sarà discara la notizia che da queste opere Giorgio Vasari ricavò il ritratto dell'autore, che vien creduto il più somigliante130. Sopra una delle casse che gettano i marinari nelle onde si legge il nome dell'autore, espresso colla sua solita cifra131.

Col medesimo spartimento di due ordini di quadri l'uno sopra dell'altro proseguono varie gesta dei SS. martiri Efeso e Potito. Spinello di Luca Spinelli Aretino, che riescì molto migliore di Jacopo di Casentino, da cui ebbe in patria i principj dell'arte, ne fu il dipintore verso il 1400, come attesta il suo concittadino, ove fa menzione di queste opere132. Narrerò il significato delle medesime più per tradizione che per oculare ispezione, impedita dalle parti scolorite.

1. Il soggetto del quadro dell'ordine superiore è quando nella città di Antiochia Efeso vien presentato dalla madre a Diocleziano imperatore, che si piega alle richieste di lei; e scoperta l'indole virile del giovinetto lo accetta nella sua Corte e lo dichiara capitano di buon numero di soldati contro i cristiani. In altra parte il guerriero, navigando verso l'Italia, giunge nell'isola di Sardegna, dove Cristo facendosi vedere gli comanda che non lo perseguiti. Scrive Raffael Borghini che fu quest'opera la più bella che facesse Spinello133. Infatti si veggiono tuttora pochi avanzi di pieghe ragionevoli e di mosse animate.

2. Il quadro appresso dimostra l'angelo che porge al santo la bandiera della Fede colla croce in campo rosso, che fu sempre l'insegna de' pisani e indica una fiera mischia accesa fra i seguaci del santo ed i pagani nell'isola di Sardegna, per quanto narra l'istoria. Il Vasari trovò bene espressa in questa pittura la fierezza dell'animo di alcuni soldati e l'atto del cavaliere che con la lancia conficca in terra il nemico traboccato da cavallo. Di tutto ciò, malgrado il tempo e l'incuria, una parte ancor visibile ne resta.

3. Nel terzo quadro di Spinello, s. Efeso si presenta per ordine di Diocleziano al pretore dell'isola, che alla fornace ardente lo condanna; ma, in sua vece, arsi vi restano i crudi ministri.

4. Tornando indietro, il primo de' tre quadri sottoposti ai già divisati, dalle tante sventure mal concio, or mostra appena un barlume della traslazione de' corpi dei ss. Efeso e Potito dalla Sardegna a Pisa, dove ricevuti con gran pompa, collocati furono nella Primaziale134. E bene espressa la solenne processione e la fabbrica illustre, dove osservo che sulla cima del frontespizio della facciata stava anticamente una specie di tabernacolo di stil gotico tedesco.

5. Il secondo, ne' pochi coloriti avanzi che tuttavia conserva, fa vedere un'idea del martirio della decollazione de' detti santi, i quali se incontrarono l'istessa morte non furono eguali di patria e di tempo.

Raccontasi che il corpo di s. Efeso fu da' cristiani occultamente sotterrato circa al 303, dove molti anni avanti era stato riposto quello di s. Potito dai parenti suoi presso la città di Cagliari.

6. La storia del terzo quadro appartiene a' medesimi santi, ma le cagioni malvagie non mi fan conoscere il significato delle immagini quivi espresse. Il Vasari fa molti elogii, quali non farebbe certamente adesso, della freschezza in cui fino a' suoi tempi erasi mantenuta questa ultima pittura, denominandola la migliore di Spinello.

Dovere è ch'io noti che, prima della venuta di Spinello a Pisa, erano già state fatte, molto avanti il 1400, e le opere già descritte di Simon Sanese e queste che ora vengo additando di maestro Giotto.

Desiderosi i pisani di abbellire di pitture la gran fabbrica loro, prudentemente ricorsero a Giotto135 come al più gran maestro di quel tempo, e di cui cantò il divin poeta:

Credette Cimabue nella pittura
tener lo Campo, ed ora a Giotto il grido.
Sicché la fama di colui s'oscura.

7. Le pitture medesime delle quali ragiono, indicanti sei storie di Giob, fecero salir Giotto in tanta farna, che Benedetto IX da Trevisi lo chiamò a Roma a miniare i libri della Vaticana ed a operare in s. Pietro ciò che in oggi più non esiste. Il Vasari narra su tal proposito la nota storia dell'ardito disegno che fe' Giotto al cortigiano mandato dal Papa, consistente in un segno di perfettissimo circolo che die' luogo a quel trito proverbio: Tondo, come l'O di Giotto. Abbiamo dal medesimo scrittore, che Giotto, avendo considerato che la muraglia nella faccia esterna era incrostata di marmi facili ad imbeversi del salso de' venti marini, praticò per difender dall'umido la pittura un arriccio particolare ma falso, perché composto di calce, di matton pesto e di gesso, che presto all'umido si corrompe. In fatti due de' suddetti quadri, ed il primo in ispecie verso la porta, soffriron molto, e resarciti furono nell'anno 1623 da Stefano Maruscelli pittor fiorentino in tempo ch'egli esercitava in Pisa la carica d'ingegnere. Così il Tronci ed altri coetanei autori lasciarono scritto. Il Vasari, che vide più freschi questi dipinti molto tempo avanti i ritocchi dei Maruscelli, loda in essi l'espressione di certe figure, come pure il ritratto di M. Farinata degli Uberti e la naturalezza dell'attitudine di un servo intorno al lebbroso Giobbe.

Alle dipinture ultime da questo lato, guaste e perdute, credo che riferir volesse il can. Totti con quelle parole: Nello di Vanni pittore da Pisa proseguì le storie di Giobbe fatte da Giotto136. Giudico che del medesimo parli il Vasari nella vita dell'Orcagna, dove scrisse: Discepolo di Andrea fu Bernardo Nello di Giovanni Falconi Pisano, che lavorò molte tavole nel duomo di Pisa, e fu circa il 1390.

8. Il lavoro di pittura che veste la contigua muraglia, e che in due quadri distinta mostra l'istoria della regina Ester fu eseguito da un certo Agostino Ghirlanda da Carrara. Ne fa testo il sopraccitato can. Totti suo contemporaneo ed amico, e lo caratterizza fervido d'invenzione. Dice ancora ch'egli era spesso da lui mentre eseguiva queste pitture dove gli vide fare molti ritratti di personaggi illustri, frai quali quello del duca Cosimo I e del duca di Urbino con un turbante in testa, quello di Carlo V imperatore appresso al duca suddetto, Amerigo principe di Carrara in capelli, ed altri che per brevità si tacciono. Dall'istesso e da altri scrittori si ha notizia che quivi si facessero alcune aggiunte da Aurelio Lomi circa al 1600, abbenché vuole il Tronci che fossero fatte da Baccio Lomi fratello di Gio. Battista, che fu padre del suddetto Aurelio. Tutti per altro concordano che questa facciata fu più volte principiata, guasta e rifatta, d'onde congetturo che avanti le opere de' suddetti maestri possa aver quivi dipinto Vittore Pisanello Veronese che fiorì circa al 1450, lodato dal Guarino, giacché abbiamo dal Vasari e da altri che egli operasse nel Campo Santo di Pisa.

9. Appartenne al Guidotti Lucchese la storia di Giuditta. Per conoscer l'epoca incirca di tal pittura si fa sapere ch'egli morì in Roma nel 1626.

10. Nella loggia che si distende verso settentrione son figurate ne' primi spartimenti quattro storie della creazion del mondo. Ne fu detto il dipintore Buonamico Buffalmacco della scuola di Andrea Tafi. Egli fiorì sul principio del XIV sec., fu d'ingegno pronto e di natural giocoso e bizzarro, come lo descrive il Boccaccio e l'altro novellista Francesco Sacchetti. Si legge in antichi manoscritti che incontrarono talmente il genio de' pisani le opere fatte da lui in s. Paolo a ripa d'Arno, che lo reputarono degno di ornare co' suoi pennelli la ricchissima fabbrica del Campo Santo.

11. Nel gran quadro è rappresentato Dio Padre in figura gigantesca che colle braccia sostiene la gran macchina del mondo. Negli angoli da basso sono i due dottori della chiesa, s. Agostino, e s. Tommaso d'Aquino. Seguitano tre storie del Genesi nell'ordine superiore.

12. Il primo quadro contiene Dio che dalla materia informe produce l'uomo nel paradiso terrestre, la formazion di Eva e la caduta d'entrambi coll'angelo che gli discaccia.

13. Il secondo rappresenta il sacrificio di Caino e di Abelle, ed il commesso fratricidio.

14. Contiene il terzo in tre spartimenti la costruzion dell'arca, il diluvio e il sacrificio di Noè. Il can. Martini si affidò agli occhi altrui nella narrazione di tali storie, mentre non procede con ordine, e in oltre assegna a Benozzo la costruzion dell'Arca con gli altri fatti del terzo quadro. Sembra che seguisse lo stesso al Vasari. Contro tali asserzioni e qualche antico ms. oggi sappiamo che le tre indicate storie del Genesi attribuir debbonsi a Pietro di Puccio da Orvieto in forza dei documenti riportati dal sig. prof. Ciampi, come gli estrasse da un libro dell'opera del duomo di Pisa all'an. 1390137.

Bonamico ornò la sua storia del Mappamondo di quadrature e di fregi con teste e varj ritratti, fra' quali fece il suo somigliante con cappuccio in capo ed un pannetto che gli pende sul collo. Per dichiarar la medesima lasciò scritto sotto al quadro un sonetto, il cui stile a quel della pittura s'accompagna, tanto è vero che le poesie e le pitture di que' tempi si rassomigliavano. Egli è il seguente riportato pure dal Vasari e dal Martini, or occupato in parte dal sasso soprappostovi.

10Voi che avvisate questa Dipintura
Di Dio pietoso sommo Creatore,
Lo qual fe tutte cose con amore
Pesate numerate, ed in misura.
In nove gradi, angelica natura
15In ello Empirio Ciel pien di splendore
Colui che non si muove, ed è Motore
Ciascuna cosa fecie buona, e pura.
Levate gli occhi del vostro intelletto
Considerando quanto è ordinato
20Lo Mondo Universale; e con affetto
Lodate lui, che l'ha sì ben creato,
Pensate di passare a tal diletto
Tra gli Angeli, dov'è ciascun Beato.
Per questo modo si vede la gloria
25Lo basso, e il mezzo, e l'alto in questa Storia.

Pensano alcuni che i predetti versi fossero nuovamente scritti dall'autor più moderno del fregio sottoposto, che simile a quello dei quadri di Benozzo, seguita fino all'angolo della vecchia muraglia discoperto in quella parte ove accidentalmente fu rotto un pezzo della medesima. Da una tal fessura si venne in cognizione che un nuovo muro a barbacane apposto per sicurezza del vecchio racchiuse le opere di quei maestri nominati nei libri dell'opera del duomo ed altrove.

Tutti gli altri quadri che in due ordini scompartiti vestono riccamente la muraglia di questa lunghissima facciata, quegli eccettuati che son sopra le porte delle due cappelle, mostrano il seguito delle storie del Genesi. Benozzo, detto sempre di Lese da Fiorensa ne' libri dell'opera, e Cesi de Florentia in un contratto del 1447 riportato dal p. della Valle nel suo duomo d'Orvieto, tutte le condusse, e furono le migliori produzioni dell'arte sua. Qui di fatto ei fece pompa della fecondità nell'inventare e dell'intelligenza nell'atteggiare e nel vestir le figure, dimodoché si procacciò la stima degli intelligenti e degli scrittori. Opera meravigliosa per la sua grandezza, e bontà fu questa denominata dal Baldinucci e la chiamò il Vasari terribilissima, soggiungendo che mostrò Benozzo animo grande e coraggio in un'impresa che avrebbe messo paura a una legione di pittori. Benché il buon gusto non fosse anche formato, avanti di lui non si videro le storie così abbellite e ordinate come in questa fabbrica lo sono.

Il solo Masaccio aveva dato alla pittura nuove belle prerogative col suo valoroso operare: ne fanno fede i freschi nel Carmine di Firenze, superiori in bontà a qualunque altro dipinto che si facesse circa al 1440, onde regole furono agli altri pittori ed all'istesso Benozzo, ed il piacere formarono del Buonarroti.

Poiché il sig. Ciampi ebbe la sorte (che a me non fu concessa dall'operajo di quel tempo come altrove accennar dovetti) di poter leggere nei citati libri dell'opera del duomo delle notizie riguardanti a queste opere di Benozzo atte a migliorare le fin qui dette e a distrugger quella strepitosa che in soli due anni il pittore le conducesse, mi faccio un dovere di profittarne e col carattere corsivo le distinguo.

15. Primi di sua mano sono i tre quadri al disotto di quegli ch'or a Pietro si vogliono attribuire. Meritano osservazione nel primo alcune femmine che i grappoli dell'uva distaccando agiscono con naturalezza, e Noè che inebriato giace nudo sul suolo schernito da Cham, che agli altri fratelli lo accenna138. Sul confine del quadro una delle figlie, di lui ponendo la mano sul volto, e fralle dita lasciando il varco allo sguardo, maliziosamente l'osserva, ed il nome di vergognosa si acquista. Non andrà molto però che la curiosa femmina dovrà abbassar la mano, perché il povero Noè guidato a gran passi dalla barbara sorte alla distruzione sen corre. Per tale infortunio, irreparabile omai, sapremo grado agli autori dell'Etruria Pittrice che a buona equità commendarono in tempo le nude membra del vecchio padre, ed il rame per un esemplare di Benozzo ne produssero. Anche il sig. Lasinio con novella incisione ce ne lasciò la memoria.

16. Il secondo quadro figura Noè che escito dall'arca si stabilisce nel paese colla sua famiglia. Alcune figure son ragionevolmente atteggiate e di grazia non prive ad onta della servil maniera di quel tempo, e gli animali sono espressi con naturalezza.

17. L'edificazione della Torre di Babele egli è il terzo quadro, uno dei meno offesi. Per tal ventura abbiamo campo di osservare in esso la prerogativa di Benozzo nel piegar le vesti e nel dipingere le testa al naturale, sempre che i ritocchi si eccettuino; in questa parte ei seguitò le tracce dei pittori di quel tempo ch'ebber vaghezza di fare sfoggio di ritratti nelle opere loro. La città di Babilonia è dipinta con fatica e con idea.

18. Sopra la porta della cappella che si rincontra, due dipinte storie si osservano, l'adorazion de' Magi e la Madonna dall'Angelo Annunziata. Non considerato il parere di chi ne fece autore Taddeo Bartoli sanese accreditato maestro circa al 1400, riportai del più volte citato can. Totti il racconto, a cui la maniera del dipingere arride. L'adorazion de' Magi, dice egli, fu il primo lavoro di Benozzo che fece per dar saggio del suo valor pittoresco; dichiara che i pisani soddisfatti delle maniera di lui e della naturalezza colla quale quivi ritrasse il volto di una bella giovane sua vicina e forse da esso amata gli dettero l'incarico di tutta l'impresa139.

19. L'Annunziata, nella prima edizione attribuimmo a Stefano pittor fiorentino per valutare le autorità uniformi del Vasari e del Baldinucci, i quali dichiarano la Madonna da lui fatta in Campo Santo migliore di disegno e di colorito dell'opera di Giotto suo maestro. Ma giusta la notizia posta nella nota precedente converrà credere che la citata Madonna dipinta da Stefano, danneggiata oltremodo, fosse da Benozzo di nuovo colorita. Siccome apparisce che dopo di lui altra mano restauratrice i suoi pennelli vi appose, e su certi fregi ben dipinti principalmente.

Nell'interno della cappella furono collocate dal sig. Lasinio diverse pitture in tavola di circa al 1300. Quivi godiamo di rivedere quell'opera di Taddeo Bartoli da noi commendata nel terzo volume come esistente nella chiesa soppressa di s. Paolo all'orto.

Seguitando a far palesi le opere di Benozzo, poiché disposte son elleno in due file, incominceremo la narrazione dal quadro superiore passando al sottoposto, e con tal metodo alternando sino al fine della facciata ci condurremo.

20. Il primo quadro adunque dell'ordine superiore rappresenta Abramo che sgrida gli adoratori della statua di Belo e prega Dio per la conservazione di Sodoma.

21. Nel quadro sottoposto, Abramo a cavallo e Lot figlio adottivo fratello di Sara sua moglie entrati sono in Egitto per godere dell'abbondanza di quel regno. Moltiplicata la famiglia e gli armenti vengono i pastori in lite, ciò che bene espresse Benozzo nel sinistro angolo del quadro, che però Abramo chiama a se Lot, divide il terreno e gli separa. Nel mezzo egli offre sacrificj a Dio, che della prole mascolina lo affida. Certo è che il nostro pittore nelle indicate storie molto migliorò nell'arte, e chiaro si vede che non fu tanto cieco seguace della natura con imitarne tutti i difetti, come allora per lo più si faceva.

22. Dimostra questa settima opera di Benozzo, che colle due precedenti meglio conservata si mostra, la guerra dei quattro re de' sodomiti contro i cinque regi assiri, la prigionia de' primi ed Abramo che sorpreso il nemico libera Lot ed i quattro re prigionieri.

23. Agar serva egizia di vago aspetto che fugge da Sara, l'Angiolo che comanda a lei di ritornar di nuovo alla padrona, Abramo e gli ospiti angelici che gli annunziano un figlio da Sara, del che ella si ride, rappresentanze son elleno dell'ottava istoria. Le parti non offese dai ritocchi né dalle note ingiurie tinteggiate si mostrano con vivacità e con freschezza.

24. Altresì fresco e superbo, come bene osservò il lodato professore sig. Rosini, è l'incendio di Sodoma nell'ordine superiore colla metamorfosi della moglie di Lot.

25. Ne succedono due fatti: Ismaele discacciato di casa colla madre, Isacco allattato e di poi offerto in olocausto dal padre. Scrive il Vasari140 che Benozzo dimostrò l'arte efficacemente nel sacrifizio d'Isacco per aver situato in iscorto un asino per tal maniera, che si volta per ogni banda. Noi vi ammiriamo delle figure ch'alle vestimenta, agli atti disinvolti ed al piacevol viso giureremmo che le osservasse Raffaello, come osservò quelle di Masaccio in Firenze

26. Segue il matrimonio d'Isacco figlio di Abramo, quadro anch'esso non mal conservato.

27. La nascita d'Esaù e di Giacobbe in prima fila si distingue. Alcune figure e la prospettiva delle fabbriche molto onore faceano all'artefice prima de' ritocchi, e della rovina della destra parte del quadro. Fralle cose qui notabili per l'avanzamento dell'arte ella era in fatti una certa natural bizzarria nel vestire, ed una tal qual grazia negli atteggiamenti frai quali quello della femmina che con amore parla col figlio primeggia ancora.

28. In seconda fila il sogno di Giacobbe si rincontra, ch'è pure una bell'opera, ove fralle graziose figure spiccano le femmine danzanti, e la leggiadra Rachele vi trionfa. Il paese dimostra quanto valeva in tal genere Benozzo, respettivamente a quello che potea farsi allora, mentre i paesi alquanto degradati si fecero poco avanti da Paolo Uccello scolare di Antonio Veneziano. Se di tal dipintura la bontà e la conservazione formò il piacere degli intelligenti, or alcuni pezzi d'intonaco di fresco caduti muovono a ragione lo sdegno loro141.

29. Nel quadro sottoposto Esaù soccorre il fratello Giacobbe: Simone e Levi per vendicarsi del ratto di Dina sorella di loro entrano nella città, uccidono il re Hemor ed il figlio rapitore, e stringendo il ferro contro gli sichemiti perdonano alle donne ed ai fanciulli soltanto che seco condussero. Nel Dialogo del can. Totti si legge che in questo quadro fra alcuni ritratti di Uomini di riguardo è quello di Lorenso de' Medici posto vicino a quel grassotto detto il poccioso, uomo faceto e di belle maniere, il quale nella guerra di Pisa dava da bevere alle donne che si affaticavano nella difesa della città.

30. Interrompe il seguito delle storie altra Cappella, nel cui altare è una Deposizion di croce colle Marie, pittura a olio molto danneggiata dall'umido ambiente che questo edifizio circonda. Se una tal opera alterata dal pulimento attribuir si debba al Zaballi scolare dell'Empoli piuttosto che a Giovanni da S. Giovanni, esame non prendo. Mi fa piacere bensì di ritrovarvi in gran parte l'altare intagliato in noce, il cui merito fu da me additato quando feci parola del nuovo altar maggiore del duomo. Vi ritrovo pure quella Madonna che già stette in una stanza contigua alla chiesa di s. Martino e che, per diversi rapporti, alla scuola del vecchio Giunta si assegna.

31. Esternamente sopra la porta vedesi l'incoronazione della Madonna. Questo lavoro di Taddeo Bartoli si disse nella prima edizione tracciando il Vasari. Or il sig. Ciampi queste parole trasse dal libro dell'opera del 1390. Magister Pierus de Urbeveteri olim Pucci pictor habuit a D. Operario Parasone Grasso libras triginta quinque den. pis.... pro pictura ystorie Virginis coronate in Campo sancto. Ma noi non iscienti della maniera di Pucciosospettiamo che Taddeo Bartoli sulle parti guaste di lui abbia adoprato i suoi pennelli; il maneggio di essi meglio ci comparve in fatti prima dell'attual rovina di tal pittura.

32. Ritornando alle storie di Benozzo, e l'incominciata norma tenendo, troviamo nel comparto superiore Giuseppe che narra i fratelli la sognata sua gloria, ond'essi gli minacciano la morte, ma persuasi da Ruben lo calano nella cisterna e di poi lo vendono agli ismaeliti che lo conducono in Egitto.

33. Giuseppe dinanzi a Faraone interpreta le visioni e riceve l'onor dell'anello e del grado di vice–re dell'Egitto. I fratelli vanno a chiedergli grazia. Il prospetto dell'architettura, se non una giusta degradazione di colore, le misure conserva. Qui notar debbesi che sopra l'arcata di mezzo della fabbrica più ben delineata che dipinta si legge in una cartella il seguente epigramma in lode del nostro artefice, pubblicato ancora dal Tronci e dal Vasari.

Quid spectas, volucres, pisces, et monstra ferarum?
Et virides sylvas, aethere asque domos?
Et pueros, juvenes, matres, canosque parentes?
Queis semper vivum spirat in ore decus.
30Non haec tam variis finxit simulacra figuris,
Natura, ingenio foetibus apta suo.
Est opus Artificis; pinxit viva ora Benozzus:
O superi, vivos fundite in ora sonos.

34. Noteremo inoltre che sotto questa pittura giace il sepolcro del suo autore, erettogli dalla gratitudine de' pisani con questa inscrizione in marmo.

HIC TUMULUS EST BENOTII FLORENTINI

QUI PROXIME HAS PINXIT HISTORIAS.

HUNC SIBI PISANORUM DONAVIT HUMANITAS

MCCCCLXXVIII

35. Or alla superior fila rivolgendo il guardo, ci si presenta Mosè al re Faraone innanzi che le amorevolezze non cura, e della corona il dono dispregia.

36. S'incontra al di sotto la ben nota prodigiosa istoria del mar rosso.

37. L'ordine impreso ci porta ad osservare il fatto di Mosè che va a prender le tavole della legge, quindi le spezza per lo sdegno di vedere inalzato il vitello d'oro, e che dopo di aver puniti gl'idolatri nuovamente sul monte Sinai le riceve.

38. I Sacerdoti ribelli Datan, et Abiron eran inghiottiti dal suolo con tutte le cose loro più rare pria che per cause ben note la pittura si cancellasse.

39. Nel quadro che segue è immaginato l'inalzamento del serpente di bronzo, che per la distruzione fatale or più non si ravvisa.

40. La storia di Balaam Profeta, a cui l'asina fu dall'angelo fermata quasi incontrò per lo stesso infortunio l'ultima sera.

41. Men danneggiata non è la pittura che fralle migliori si annovera, e ch'esprime il passaggio del popolo ebreo in Egitto, l'accampamento sotto le mura di Gerico, e Davidde uccisore del Gigante Golia.

42. Ma che dovrem dire del destino che dopo i replicati oltraggi or dannò quasi a morte l'ultimo ed il più bel lavoro di Benozzo? L'alba foriera del secol di Leone, che ai tempi del Vasari e per avventura anche ai nostri in esso splendette, or più non traluce. Allora cioè circa a venti anni sono la regina Saba più di beltà che di pompose vesti adorna dinanzi al re Salomone vagamente atteggiata se ne stava offrendo a lui l'egiziane ricchezze. Qui più ch'altrove lo sfoggio dei ritratti facea comparsa. Scrisse il Vasari142 che l'autore in questo quadro ritrasse se stesso sopra un cavallo in figura di vecchietto raso con berretta. nera, che ha nelle pieghe una carta bianca forse per segno, o perché ebbe volontà di scriverci il suo nome. Così ancora fra certi Prelati è ritratto Marsilio Ficino, l'Argiropolo dottissimo Greco, e Battista Platina, il quale aveva dipinto in Roma. Altri scrittori pel ritratto di uno della famiglia de' Visconti duchi di Milano quella figura additarono che aveva un neo sul naso, ed il giovine appresso lo credettero suo nipote. L'immagine di Lorenzo Gambacorti con berretta e abito rosso proprio degli anziani di quel tempo ci fu chiara per la inscrizione che v' era, ma dessa con una parte dell'indicata veste con molta naturalezza piegata perì miseramente dietro all'intonaco di fresco caduto143.

Presso l'angolo una piccola cartella di marmo compresa nella quadratura l'elogio contiene delle numerose opere di Benozzo per quell'età stupende. Ma molto intelligibile or non è un tal epigramma.

Sit laus prisca viro primum qui pinxit ab umbra
35Post hominum sensus non tulit esse rudes.
Sic Cypris Coas. illustrem tunc fecit Apellem
Parrasij Tabulae nomen in astra ferunt.
Gloria quanta tibi Benozi fulminis instar
Haec nunc tam celebri composuisse manu.
40Laude quidem toto dignus celebrandus in orbe
Nam tu pinxisti quidquid in arte fuit.

KAL. MAIJ. MCCCCLXXXVI

Prima che da questo portico settentrionale noi ci dipartiamo giovi di rinnovar qui l'osservazione circa alla maniera praticata sul muro dagli artefici di quei giorni nel colorire le opere loro in fresco, che somministrata da alcuni pezzi d'intonaco caduti esponemmo nella prima edizione. Fa meraviglia che dessi sul muro arricciato soltanto tutto il composto del quadro schizzassero con pennello tinto di rosso, e che poi un tal lavoro dall'intonaco sovrapposto oscurato fosse. La ragione che porta il Vasari non persuade abbastanza, dicendo che quel modo di fare era il cartone che i nostri maestri vecchi facevano peri lavorare in fresco per maggiore brevità ec.. Discernasi adunque se io mi accostasse alle più vera operazione di loro.

Osservo in primo luogo ch'essi ritraevano in grande sul muro dal piccol disegno la conceputa idea come le parti retate dimostrano, e che schizzavano in tal guisa tutta la composizione del quadro per vederne l'effetto delle proporzioni ingrandite e per emendarne gli errori. Quindi è da credere che lucidassero o calcassero colla carta i dintorni segnati espressamente di tinta rossa, per formarne così il cartone accennato dal Vasari. Questo poi applicato sull'intonaco composto di calce e sabbia finissima, e nella superficie levigato e netto, spiega il confronto con i sottoposti lineamenti; e se manca esso in qualche parte, comprendiamo agevolmente che ciò deriva dalla variazione fatta dal pittore sui cartoni o sul muro stesso. In fine se abbiamo rilevato in que' buoni vecchi un modo di operare puramente ideale, osserviamo in loro l'ottima norma eli disegnar prima le figure nude per maggior sicurezza delle proporzioni.

Passando alla fronte dell'edifizio, ella è magnificamente fregiata di bei sepolcrali moderni monumenti, che verranno a suo luogo enumerati; intanto le opere di pennello or'è uopo di esaminare.

43. Le pitture comprese nello spazio di questo lato fino alla porta della cappella maggiore furono eseguite da Zaccaria Rondinosi pittor pisano circa all'anno 1666. Alcuni ms. di quel tempo danno notizia che l'autor suddetto dipinse ancora l'imbasamento ornandolo di ritratti, come fece sotto le storie di Buffalmacco e di Benozzo, e che alcune di queste ei resarcì. Tutto ciò posso oggi confermare per documenti da me letti nei libri dell'opera, e pel seguente in ispecie: A dì 30 giugno 1665 lire 4945.10 bone a detto Zaccheria Rondinosi sono per un conto date delle pitture restaurate in Campo Santo delle storie del testamento vecchio, e parti rinovate. P. fatte le escritione delle dette storie come si dichiara per detto suo conto in filza. libr. G. 1659. Altrove egli è nominato pittor dell'opera, e vien espresso alla lettera H che fralle diverse pitture, le storie nuove, e le vecchie restaurate ei lavorò sei anni nel Campo Santo. Una tal notizia scienti ci rende quanto fu a cuore dei pisani d'allora la conservazione importante del pittoresco ornamento di così nobile edifizio. Ella in oltre ci avvisa della circospezione che aver dobbiamo nel dar giudizio del lavoro di qualche nuovo pittore, il cui nome dalle partite dei libri dell'opera resulti, e quanto possa esser fallace il paragone delle maniere144.

44. La cappella maggiore di forma quadra, che termina in alta proporzionata cupola fatta reedificare dall'arcivescovo Carlo Antonio del Pozzo, e dal medesimo nell'anno 1593 fu consacrata. A ciò riferiscono le due inscrizioni in marmo lateralmente collocate. Io per brevità riporto quella soltanto che dimostra la morte di questo prelato benemerito della pisana Primaziale145.

D.O.M.

CAROLUS ANTONIUS PUTEUS

FRANCISCI COMITIS PONDERANI FILIUS

ARCHIEPISCOPUS PISANUS

DIEM MORTIS

ET UNIVERSALIS RESURRECTIONIS COGITANS

LOCUM HVNC VIVENS SIBI STATVIT

PRO CADAVERE SVO REPONENDO

QVANDO DIVINÆ MAJESTATIS VISVM FVERIT

IPSVM

AD HOC SAECULO NEQVAM ERIPERE AN. DNI.

M. DC.

45. Lodevol opera di Aurelio Lomi è la pittura del san Girolamo nella tavola dell'altare. Bene espressa è la figura del santo, e il nudo è segnato con intelligenza e dipinto con buona pasta di colore. In grazia del suo operare si perdoni all'artefice uno de' soliti anacronismi in cui caddero altri pittori, avendovi introdotto gli occhiali, che molto posteriormente all'epoca del santo furono inventati da F. Alessandro Spina pisano dell'Ordine de' Predicatori nel XII secolo. Conoscendo il Lomi di aver fatto uno sforzo del suo talento, segnò nel sasso dove posa il ginocchio del santo, A..L.P. An. D. 1595.

Dopo di aver descritta la moderna dipintura, godo di poter indicare non solo, ma di produrre eziandio il disegno in rame dell'antica, che avrà adornato la cappella anteriore a questa compiuta a detta del Vasari da Tommaso pisano.

Pensiero ebbi già di pubblicare un tal rame fin dal tempo in cui m'accinsi a compilare una serie di quei monumenti antichi che più non esistono. Ma giacché la circostanze tennero addietro la concepita idea, l'occasione di questa nuova edizione in me la risveglia e nella tavola di questo libro una prova ne accludo. Io sempre tenni il mio rame pregevole per l'incisione non meno che per la rappresentanza. Per l'incisione, perché francamente assegnandola all'epoca di quella dell'Inferno si può riguardare anch'essa come una delle prime opere d'intaglio. Attesa la circostanza di esser ella impressa nella posterior faccia del rame suddetto, sospettai sempre che un istesso autore l'avesse incisa, e che una copia fosse di qualche perduto originale del Campo Santo. Ma poco fidandomi delle mie congetture, consultar ne volli l'erudito sig. D. Tempesti, ch'ebbe la gentilezza di comunicarmi nella pregiata lettera del dì 28 di agosto dell'anno scorso il giudizio suo da un prezioso documento corredato. Mi fo un dovere pertanto di qui esibirlo com'ei lo scrisse.

Vengo alla stampa del s. Girolamo, che è nuova per me e che ho osservata con molta mia soddisfazione. Essa è preziosa, perché perduto l'originale diviene archetipa e classica. Ove l'arciv. del Pozzo edificò dipoi l'attual cappella maggiore del Campo Santo, eravi in antico una cappella dedicata a san Girolamo. Ecco il documento che serbo fra le mie schede e comunicatomi dal nostro buono auditor Vernaccini, di suo carattere copiato nelle Riformagioni da un codice. Curiae mercatorum. Ivi: Et predicti Consules stantiaverunt, quod eorum Sindicus faciat reaptare sacellum de Curia mercatorum in Campo Santo, et ibi faciat depingere S. Hjeronimum in deserto. L'atto è dell'anno pis. 1352. Se dunque detta cappella atteneva alla Curia de' Mercanti, s'intende benissimo il perché nella pittura del s. Girolamo fu aggiunta la veduta del porto pisano alla foce d'Arno, che tale io lo credo senza esitazione alcuna. L'articolo della lettera che ne vien dopo troverà il lettore alla pag. 556 del terzo volume come acconcio a quell'istorico racconto. Bensì quanto segue dopo di esso mi giova di aggiungere a questo luogo. La pittura da cui fu tratta la stampa pare che non dovesse oltrepassare l'età e la maniera degli Orcagna di che ella meglio di me... Quanto al rame del s. Girolamo d'incisione non dissimile a quella dell'Inferno, sembra che debba assegnarsi a un'epoca posteriore, cioè al più sul terminare del secolo XV, perché diversamente si anderebbe all'inconveniente di anticipar di troppo l'epoca dell'incisione in rame. Pur nondimeno anche l'epoca del fine di detto secolo assicurerebbe che fin allora esisteva la pittura del s. Girolamo, a cui forse dipoi non si perdonò per l'edificazione della cappella Puteana. Per tutto ciò io la conforto a pubblicare quel rame istorico, ad illustrarlo da suo pari, il che farà molto onore a lei, a Pisa e alle belle Arti. Ma migliore illustrazione della sopra esposta desiderar non potendosi, troncheremo ogni allungamento su tal oggetto.

Alle pareti dell'attual cappella affisse furono novellamente dal sig. Lasinio diverse opere di pittura in tavola e in tela. Sulla destra per chi entra ci si presenta quella tavola grande della Madonna che stava sulla porta della sagrestia della chiesa soppressa di s. Francesco. Il Vasari al suo Cimabue l'attribuisce, ma noi per diversi rapporti niente dicevoli al fare di quel pittore ne dubitiamo, e siam ricordevoli che il Vasari, scrivendo talvolta delle opere senza l'oculare ispezione delle medesime, giudicò di Cimabue i freschi ed il Cristo con Frate Elia supplicante, tutti lavori assisiani di Giunta, come provato abbiamo alla pag. 150 di questo volume.

Sicuramente di Giotto è il s. Francesco in atto di ricever le stimate, ed è quello stesso che in alto stava nella sagrestia di s. Francesco di Pisa, a cui pel migliore esame approssimandoci, vi discoprimmo le parole tuttora esistenti:

OPUS JOCTI FLORENTINI

Ma nella soppressione della chiesa predetta questo bel monumento del 1300 comprovante il miglioramento dell'arte per le mani di Giotto, e superiore di gran lunga ai più vecchi maestri pisani e sanesi, andò pellegrinando in quella di s. Niccola, ed or qui si trattiene. Nelle tre piccole storie del santo dipinte in pie' della tavola, molta novità' si scorge riguardo all'impasto de' colori. A ragione pertanto i pisani di quell'età, non presaghi dell'incuria de' posteri, più nociva del sal marino e degli umidi venti, impiegarono il valente artefice in abbellir le già indicate pareti del nostro edifizio. Non lascio di avvertire sul proposito di ciò che scrissi alla pag. 162 di questo volume, che un tal dipinto poiché fu stropicciato e unto colla sugna da saccente mano, dimostrò un tuono superiore all'esser suo primiero.

Una Madonna di Duccio da Siena della raccolta Zucchetti ed altra di Turino Vanni s'incontrano.

In un quadro diviso in cinque spartimenti si leggono le parole: Hoc opus Niccol... me pinxit. MCCC. Superiormente parmi di rivedere quella tavola con la Madonna, s. Caterina, s. Giovanni, s. Silvestro e il Redentore, che già fu da me ricordata alla pag. 142 di questo libro. Ritrovo pure il Cristo alla croce, antico monumento della chiesa di s. Matteo, la cui maniera fu molto acconcia all'argomento della Scuola pisana da me trattato. Inoltre ravviso le due tavole del Machiavelli che additai nell'antica loro situazione alla pag. 377 del terzo volume. Mi si manifestano ancora le due tavole che erano nella chiesa interna di s. Domenico e nello spartimento ov'è espressa s. Caterina fermo lo sguardo.

Non ometto di far menzione di quella tavola che porta in prima linea le parole:

BARNABAS DE MUTINA PINXIT

CIVES ET MERCATORES PISANI PRO SALUTE TRIB...

Per l'ultimo verso inchino volentieri a credere che una tal pittura esistesse nell'antecedente sopra indicata cappella. Vero è che fu ritrovata nel convento di s. Giovanni in occasione del suo discioglimento. Essa in primo luogo conferma un autore di Scuola pisana, comprova viemaggiormente quanto scrissi di lui alla pag. 162 e la notizia allegata dal Koch rende sospetta. Quindi 'l dispiacer mi rimembra di non saper più novella dell'altra, ove a caratteri d'oro leggevasi Barnabas de Mutina pinxit e dove spiccava il merito nelle teste, nel tingere e nel piegare i panni esprimenti le crespe con tratti ben sottili cavati dal fondo del quadro tutto d'oro coperto. Ella era in somma uno dei più belli e ben conservati monumenti del 1290 circa che al certo non isfuggiva al mio pensiero; ma questo protetto non fu da quella combinazione, o vogliam dir sorte, che agli uomini abbisogna.

Ometto di far parole di altri quadri in tavola. Se non mi fermo sul quadro stupendo del Cigoli, non mi accusi il lettore. Contento di averne lasciato confacente elogio alla pag. 147 del terzo volume, qui di volo lo ammiro e gli auguro un soggiorno molto più degno di lui146.

Quattro tele ancora spettanti al 1600 in circa si trovano alle mura appese di questa cappella, e sono: un s. Giovanni nel deserto del Clementone, una Natività del Corrado fiorentino, la Maddalena del Rosselli ed una storia di Cristo a lume di candela attribuita al Manetti. Dei tre primi feci memoria nel terzo volume alle chiese di s. Croce e di s. Marta.

Ma tempo è omai di lasciar questa cappella e di riprendere il giro del parallelogrammo.

46. Tre storie del Nazzareno, Crocifissione, Resurrezione e Ascensione ornano il restante della parete orientale. Noi non ci dipartiamo dall'autorità del Vasari che tutte la attribuisce a Buffalmacco e che quella principalmente commenda, ove la Madonna è atteggiata di dolore e dove non sono scevri di naturalezza molti pedoni e molti cavalieri. Scrissero alcuni che quivi lavorasse ancora Antonio Vita o Vite da Pistoja, scolare di Gherardo Starnina fiorentino. Egli infatti fu in Pisa a dipingere per ordine del suo maestro nel capitolo di S. Niccola circa all'anno 1403, come si ha dal sopraccitato autore. Anche tali pitture risarcì il Rondinosi nell'anno 1667 in circa, come il diffidente apostolo dimostra.

Voltando per l'altro gran portico meridionale, restano da osservarsi alcune antiche opere bizzarre di pennello che lo spazio vestono della parete fino alla porta, d'onde impresi la narrazione.

47. Primieramente in un sol quadro, ma diviso in più parti secondo l'osservato costume di que' vecchi maestri, vien rappresentato Il trionfo della morte. L'opera è di Andrea Orcagna fiorentino che, divenne pittore colla scorta di Bernardo suo fratello e di Angelo Gaddi, e che fu scultore e architetto sotto Andrea Pisano. Fiorì intorno al 1300 tenendo la maniera di Giotto secondo il parere del Baldinucci. Il novellista Francesco Sacchetti147 lo dichiara il maggior maestro di dipingere che altro sia stato da Giotto in fuori. Giorgio Aretino dice che la fama delle opere di Andrea condotte in Firenze fece sì che i pisani lo chiamarono a lavorare in questo edifizio quel pezzo di facciata secondo che prima Giotto e Buffalmacco avevano fatto.

Per dimostrar la fantasia dell'artefice espongo che nel mezzo del quadro è vivamente espressa la morte in una vecchia dispietata, e rea, pallida in vista orribile, e superba148, la quale colle ali di animal notturno in alto vola colla falce alzata. Giacciono a terra in confuso uomini e donne di ogni età e condizione, infelici trofei di così orrendo trionfo. I diavoli son dipinti con varietà e con capriccio, mentre afferrano le anime visibili de' rei, per trasportarle sulla cima del monte ove più bocche di caverne, vomitando fuoco, indicano la dolorosa via ch'all'inferno discende. Gli angioli all'opposto, nel prender quelle dei giusti per condurle al Paradiso, atteggiati sono con molta proprietà relativamente alle diverse funzioni ch'esercitano. Riguardo poi allo stile che si osserva di scrivere i sentimenti delle persone effigiate, narra il Vasari che così fece questo pittore, sapendo che piacque ai pisani un tale scherzo che fece praticar Buffalmacco a Bruno mentre dipingevano entrambi nella chiesa di san Paolo a ripa d'arno. Afferma in oltre il prefato storico che le praticò l'istesso Cimabue nelle opere eseguite da lui nella medesima città di Pisa. Infatti il Baldinucci ne fa autor Cimabue, e quindi dichiara Bruno raffinatore di sì grottesca invenzione. L'usò ancora Jacopo da Torrita149 ed è certo che ella fu generale in quel secolo. Per dare una idea di tali scritti, in gran parte consumati dal tempo, basterà. solo accennare che, dove alcuni ciechi stroppiati e meschini anziosamente invocano la morte, è tuttavia intelligibile questa poetica invocazione

Da che prosperitade ci ha lasciati
O morte medicina di ogni pena,
Deh vieni a dare a noi l'ultima cena.

Ma quella sorda alle voci di loro vola piuttosto a fare strage di una schiera di giovani di tutti i gradi, che inspirati da due volanti Amori sciolgono il fren del piacere all'ombra d'un boschetto d'aranci. Quivi sfoggia l'uso di quel tempo sovente osservato nel ritrarre al naturale varj personaggi. Non mi diffonderò nel citar quegli inseriti nella grand'opera dell'Aretino e ne' mss. del Totti, ma terrò dietro a ciò che trovo scritto di recente nello lettere del sig. Rosini e del sig. De Rossi, che gode giustamente il voto d'intelligente antiquario. Il primo dopo di avere addotte molte osservazioni sulla dolente istoria si esprime: Benozzo in quel personaggio che siede in mezzo col falcone in pugno volle ritrarre il celebre Castruccio Signor di Lucca, come io stesso ho verificato riscontrando l'impronta delle sue medaglie.

In alto, nell'angolo del quadro figurò Andrea la vita di coloro che per desiderio di salvarsi si rifugiano nell'orrido monte fra gli anacoreti a diversi lavori ed alla vita contemplativa intenti. Fu osservato dal Vasari un romito che munge una capra pel pregio della naturalezza. Altro ne additò, denominandolo s. Macario, che fattosi incontro a certi cavalieri mostra ad essi l'umana miseria ne i tre re, che morti giacciano ne' sepolcri e che distinguono i tre diversi stati del corpo di spirto privo fino alla sua total corruzione, giusta i pretesi effetti della terra santa in altro luogo nominati. In essi usò l'Orcagna attitudini dicevoli e proprie alla trista considerazione, e per far cosa analoga al primo disegno vi effigiò varj signori contemporanei. In quegli che solo ha la barba al mento, l'insegna reale nel d'intorno del cappello e l'arco in mano, riconobbe il Vasari il ritratto di Lodovico il Bavaro; siccome ei c'indicò Uguccione della Faggiuola a cavallo signore di Pisa, in quegli che sull'espressivo cavallo si tura il naso.

48. Il Giudizio universale è la pittura seconda da questo lato, ed eseguita dal medesimo Andrea Orcagna. Chiaro è il significato delle tante immagini quivi in due composizioni secondo il costume espresse, essendo una delle più visibili e conservate. Vedesi in alto sulle nuvole il Nazzareno e la Madonna alla destra; superiormente son ben disposti sei angioli, e gli apostoli sedenti sei per parte fanno ala ai divini Soggetti. Nel piano è situato a destra il fortunato drappello, a sinistra è la turba de' condannati. Degli uni i disperati affetti, le fantastiche forme degli altri furono con arte espresse dall'Orcagna. Nel mezzo del quadro sono lapidi rovesciate e sepolcri, d'onde escono i corpi degli estinti uniti alle anime loro, e dove notano i curiosi l'incertezza di Salomone nell'atto di sollevarsi dal sepolcro. In questo lavoro soddisfece il pittore al suo bizzarro capriccio ritraendo al naturale alcuni suoi nemici fra i reprobi, ed altresì dalla parte dei giusti molti suoi compagni e mecenati. La curiosità voleva che per tradizione o in altro modo ci fosse stata tramandata la memoria dei personaggi rappresentati. Il solo Vasari fa conoscere papa Innocenzo IV, amico di Manfredi, volendo forse dire Innoc. VI, contemporaneo al pittore.

49. Dopo il Giudizio Universale non proseguì Andrea altri lavori per essere stato chiamato a Firenze ad eseguire alcune opere di scultura. Per la qualcosa Bernardo Orcagna, suo fratello e scolare di Angiolo Gaddi, imprese a dipingere nel quadro che segue l'Inferno alla dantesca variandolo soltanto nel numero delle bolge. Il maestro della toscana poesia coll'ingegnosa sua commedia fece in quel tempo tanta impressione nella mente degl'italiani, che i pittori durarono a dipingere e Paradiso e Inferno quasi per due secoli sulla norma di lui150. Presso gli oltramontani ancora notizie abbiamo che, nella chiesa di s. Gio della città. di Ghent, fu dipinto l'inferno da Uberto e da Gio. Eyck fratelli, additato dal Baldinucci come un miracolo di quelle parti in quei primi tempi.

Ma della nostra pittura favellando, ella è spartita e disposta in modo che denota chiaramente la fervida fantasia di Dante bene imitata dal pennello dell'Orcagna. Osservate per diletto le tante stravaganti e bisbetiche operazioni de' ministri infernali e la qualità fantastica de' tormenti ne' quattro mezzi gironi, che "tutti son pien di spirti maledetti e di serpenti di diversa mena", sembrerà di vedere in quel cerchio, ch'è distinto nel secondo di essi d'alto cominciando, quel luogo così descritto dal divin poeta nel Canto XVIII.

45Luogo è d'Inferno detto Malebolge
Tutto di pietra, e di color ferrigno
Come lo cerchio, che d'intorno el volge.

Egli fu ripieno dal pittore, come si espresse il poeta:

D'anime nude vidi molte gregge,
Che piangean tutte assai miseramente,
50Et parea posta lor diversa legge.

Più che altrove si riconosce l'amenità di Bernardo nella gigantesca figura del protagonista della brutta scena, che occupa il mezzo del quadro, colla quale figurò lo' mperador del doloroso regno, quale appunto si trova immaginato dall'Alighieri nell'ultimo canto della sua prima commedia. Osservando la testa a tre facce, dove

Da ogni bocca dirompea co' denti
Un peccatore a guisa di maciulla,
Sì che tre ne facea così dolenti.

direm con esso di Lucifero che

Sel fu sì bello come è ora brutto
55E contro al suo Factore alzò le ciglia
Ben dee da lui procedere ogni lutto.

Tralasciando altri confronti, basterà ciò per aver con prove conosciuto quanto Bernardo Orcagna trattasse la sua lugubre istoria con ispecial capriccio e bizzarria sul far dantesco, come dissi, il quale imitò eziandio ne' colpi satirici, quivi effigiando diverse persone con iscrivere in fronte ad alcuna di esse il proprio nome. Il rame che ne produco in questo libro, essendo di esatta e di non dispregevole antica maniera del 1500 circa, può confermare il fin qui esposto; convalida in oltre l'asserzione del Vasari che una tal pittura guasta nella inferior parte fu nell'an. 1530 restaurata da Sollazino, e fa conoscere le variazioni di questo pittore. Qualche piccola fessura nuda d'intonaco la diligenza discopre che usarono gli Orcagna per difendere i dipinti loro dall'umido traspirato nelle pietre mediante l'incannicciata distesa sul muro e l'incrostatura della calce sopra di essa.

50. Il quadro appresso rappresenta gli anacoreti di Pietro Laurati senese discepolo di Giotto. Vuole il Baldinucci ch'ei riescisse in alcune cose più perfetto del maestro, che ingrandisse le figure e che introducesse in Siena miglior modo di dipingere. Una replica di questo è quel romitorio che fece l'istesso autore con maggior lode pel Gabinetto delle pitture antiche della Imperial Galleria di Firenze. Lo cita il p. Della Valle come il bozzetto della nostra pittura in grande151. Il medesimo152, in prova che i senesi fossero superiori a' fiorentini nella poesia dell'arte, cioè nell'invenzione e nell'azione, dice che le tentazioni de' monaci espresse dal Lorenzetti nel Campo Santo di Pisa sono un vero poema. E più sotto: I Lorenzetti si accostano più di tutti massimamente Ambrogio al far di Giotto; mostrano però nelle opere loro che essi formaronsi sotto la direzione di Simone e di Duccio. Le solite iscrizioni spiegano le azioni e i nomi di quei ss. Padri che incominciano in alto da san Paolo primo eremita. Non si può negare che le figure di questo quadro ben atteggiate e ben espresse non siano; e convien perdonare a un pittor di quel tempo se gli mancò l'arte in ispecie della degradata distribuzione dei lumi e dell'ombre.

Se discendiamo al basso, non ricuseremo di osservare la femminil figura monacale ammanto reggente fralle braccia un bambino, e quel santo che non cedendo alle lusinghe d'una donna del suo error la convince. Nel gruppo dei quattro monaci a diverse operazioni intenti e nel buon Padre all'ombra di un pino, ravvisano alcuni la mano di più valente artefice e sospettano che vi lavorasse Antonio Veneziano, imitando il Laurati. A questo pittore bensì attribuisconsi precisamente i due angioli e la figura giacente sulla cassa che sotto la cornice del descritto quadro è nel muro incassata. Il Vasari nella vita d'Antonio così si espresse: In questo medesimo luogo, sotto la vita de' Santi Padri dipinta da Pietro Laurati senese, fece Antonio Veneziano il corpo del B. Uliviero insieme con P. Abate Panunzio, e molte cose della vita loro in una cassa figurata di marmo, la qual figura è molto ben dipinta. Sotto alla precitata cassa di antica scultura, leggevasi quell'epigramma scolpito in marmo che nella mia prima edizione riportai; or lo taccio perché ricoperto le dalla tinta, non so per qual causa, sopra apposta153.

51. Ultima pittura in fresco è il sopra ornato della porta principale. L'Assunzione della Madonna quivi espressa con molti angeli intorno fu lodato lavoro di Simone Memmi senese. Le figure degli Angeli furono giudicate proprissime dagli intendenti scrittori, non escluso il Vasari, in tutti quegli atti e movimenti che sogliono farsi cantando. Ella è una delle più conservate opere fra quelle che spettano al secolo XIV, i cui progressi e le qualità diverse magnificamente ci ha dimostrato questo nobilissimo edifizio.

2.5.4. § 4. Opere di scultura e iscrizioni

Dopo di aver fatta passeggiera menzione alla pag. 190 di quei sarcofagi storiati che sono preziosi avanzi della bella antichità, e che perciò vengono da me reputati l'ornato il più conveniente alla gravità ed alla magnificenza del cimitero di cui si tratta, or distinta narrazione ne imprendo regolandola giusta la novella norma che il sig. Lasinio, accrescendone il numero, gli dette154.

Tenendo la via praticata nel descrivere le lacere primizie della pittura, incomincio nuovamente il giro del parallelogrammo sulla sinistra della porta maggiore. E mio proponimento essendo di enumerare in questo giro le opere tutte di scultura e le iscrizioni sì antiche che moderne degne di memoria, saranno distinte le prime col numero aritmetico, col romano le seconde.

1. Ometto per non deviar dallo scopo propostomi i sarcofagi di basso rango, ed offro tosto all'intelligente quello situato nella parte opposta alle dipinte pareti che ha in fronte varj mostri marini, sopra i fianchi de' quali posano Nereidi tutte ignude volando intorno graziosi alati genietti. Ella è una di quelle rappresentazioni frequenti nei sepolcri, perché gli antichi degnar vollero con essa i piaceri de' defonti ne' campi elisi; siccome talvolta colle ninfe e i genj le anime sciolte dal corpo simboleggiarono. Il marmo è dell'isola di Paros, e se desso con altri anche più mal conci dalla sorte dispregiati si trovano, d'altronde son ben accolti pel merito grande che nulladimeno conservano.

2. Di rincontro volgasi lo sguardo al sarcofago che per uno de' meglio conservati e pel bassorilievo di greca o di romana bellezza anche nella prima edizione distinsi. Se egli contenga uno o due ratti non seppi decidere. Certo è che sulla sinistra di chi osserva apparisce rappresentata la figlia d'Agenore sul toro, che col finto piè solcando l'onde, vien molto propriamente guidato da un Amorino, a cui non l'intemperie dell'aria ma quella degli uomini troncaron la vita. Immagini di ninfe e di tritoni, come le introdusse Teocrito155, quivi festeggiano intorno al trasformato Rettor de' Numi, che porta sulla schiena l'amorosa preda. Se poi nell'altra femmina adagiata sul dorso del caval marino sembrasse ideato altro ratto, si può ricorrere alla favola d'Ino figlia di Cadmo, che gittatasi in mare fu da Nettuno in ninfa trasformata, o piuttosto all'infelice Io figlia d'Inaco, ch'Erodoto rammenta in un coll'indicato ratto d'Europa. Né fia meraviglia se col vario esposto pensiero al segno non giunsi della vera interpretazione; imperocché, se difficil cosa riesce sovente il fissare un soggetto nei ben conservati antichi bassirilievi, molto più difficile si rende il ritrovarlo in quei mutilati ed ovunque guasti e corrosi, ne' quali le azioni e le passioni dell'animo male o punto si scoprono.

3. Dato uno sguardo a quei frammenti di marinai che appartennero forse a qualche tempio di Nettuno, serviti a rovescio per parapetti degli antichi altari del duomo, il bassorilievo di marmo pario ci trattenga, dove gran gente a cavallo e a piede, di lancia e di scudo armata fieramente combatte. Genj alati, suonatori del guerriero stromento all'azione acconcio incoraggiano i combattenti. Alcuno di essi giace semivivo, altri con prontezza solleva da terra l'estinto cavaliere, che forse è la miglior figura di tutte, non essendovi in generale grande sveltezza. Sugli angoli dell'urna sono appesi varj trofei. Si eserciti ora l'ingegno del buono antiquario a distinguerne il significato senza che io fra gli antichissimi fatti greci e trojani (concessomi ch'uno di essi il nostro bassorilievo esprima) vada indovinando quei due narrati da Omero156, cioè la battaglia di Meleagro co' cureti uniti ai fratelli di Altea, o quella de' Trojani e dei Greci intorno al corpo di Patroclo, che potrebb'essere l'accennata figura tratta da Ippotoo verso i Trojani. Egli osservi ancora quanto dubbia si rende la caratteristica etrusca in questo marmo con tutto che molte urne simili si riportino come etrusche nel Dempstero e nel Gori. Il suonator di tromba, inventata dai tirreni secondo alcuni vecchi autori157, i genj alati, le galee ed altri militari arnesi si rendono indicazioni dubbiose o fallaci, avendo fatto uso di simili cose anche i romani.

4. L'urnetta cineraria d'appresso fu da me citata anche in questa edizione alla pag. 466 del terzo volume ove, per servire all'argomento quivi trattato, ne riportai l'iscrizione Scriboniae ec.. Essa e l'altra ancora poco discosta coll'iscrizione Zetho corinthus etc., pure nel luogo citato esposta, dalla casa della famiglia nobile da Scorno furono qui trasferite, come i moderni caratteri insegnano.

5. Nel mezzo delle urne nominate, incassata nel muro è la fronte di quel gran marmo sepolcrale che additai allo scoperto nella prima edizione. Nelle diverse cacce di fiere rappresentate in questo rottame di scultura antica si occupi l'osservatore per rilevare il bello nelle parti non guaste, ov'è indicata con somma naturalezza una pantera che sorpresa con i figli contro gli aggressori si avventa, e dove un leone furibondo si lancia contro di essi.

6. Poco discosto è quel sarcofago che a questo luogo fece apporre la exnobil famiglia Bernardi, e che il primo fui a discoprire incassato nel muro di una casa rusticale in Barbarecina. Nel 1793 pubblicandolo così m'espressi. Il suo bassorilievo cavato dal marmo pario si fa sempre conoscere per istupendo ad onta dei danni sofferti. Egli è così disposto. Nel mezzo entro una rotonda cornice avvi l'effigie del defonto. A destra uno stormo di pecore ed il pastor dietro di esse son forse geroglifici per indicare la condizione di lui. A sinistra evvi un drappello di femmine, figure intere svelte e vestite sottilmente all'uso antico. Vedesi fra queste la parente più accosta all'effigiato defonto di vero dolore atteggiata, e tutte le altre sono da ammirazione comprese. Dopo di averlo così descritto si desiderò che una man pietosa lo togliesse all'esterminio, e toccò in sorte al sig. Lasinio di esaudire il nostro voto.

7. Nel vicino sarcofago, condotte sono di bassorilievo ninfe del mare e tritoni reggenti il ritratto virile del defonto in una specie di conchiglia scolpito. La rappresentanza è una delle migliori per lo stile, traluce tuttora la leggiadria nelle liete immagini di varj alati genietti e la lusinghiera attitudine nelle ninfe, che colle braccia stringono i tritoni e che graziosamente gli baciano. Inchinerei a creder greco il lavoro passabilmente conservato.

8. Di rincontro, belli sono i quattro genj, due de' quali sostengono una cornice circolare entrovi due busti di diverso sesso. Eglino, con gli attributi di varj serti sul crine di animali ai piedi e di canestri in mano, le quattro stagioni dell'anno a mio avviso simboleggiano. Tre maschere, due comiche e una tragica, son situate sotto i ritratti e son indizj talora di monumento etrusco. Vedasi se nel caso presente comparisse la maniera buona romana, se non l'elegante.

9. Varj fregi antichi sono incassati sotto alla parete dipinta. Avvi quel bassorilievo che per volgare opinione figurò gran tempo dentro una gabbia di ferro quel serpente di smisurata forma, che nell'an. 1109, preso da un certo Nino Orlandi, con ingegnoso inganno fu portato a Pisa sopra un carro per trionfo. Di un tal fatto narrato dal Tronci, dal Gamurrini e dal Roncioni, e dell'iscrizione che nel sito primiero vi lessi cura non ebbi, bensì osservai che il marmo era greco, che indizio alcuno di gabbia e di serpente non v'era, e che il lavoro non praticato in quel secolo compariva molto più antico del fatto. Conciosiaché lo caratterizzai un avanzo di sarcofago di stile più che mediocre avente negli angoli, come uno di essi ne fa fede, i simulacri de' genj alati che sovente negli antichi sepolcri si rincontrano.

10. Un bel sarcofago ci si avvicina, colla favola d'Endimione e Diana. La casta dea, dal cocchio a due cavalli discesa, ad una sua ninfa la custodia ne lascia, e poiché virtù non vince ove trionfa amore a ritrovar sen corre l'amato Endimione; e se 'l marmo era intatto, si sarìa veduto sparger da lei il licor delle grazie nel volto dell'amante allorché dorme. La figura vicina, avente il pileo tessalico o sia petaso alato ed alati i piedi, offre a prima vista l'immagine di Mercurio, che non sembra male introdotto pel suo carattere di messaggero degli dei. Vedasi per altro s'ella, mancante del caducèo, il maggior distintivo di Mercurio, più propriamente Morfeo indicar potesse. Questi in altri sepolcri con Endimione fralle braccia fu quasi in simil foggia espresso, se non che oltre le ali al capo ha quelle negli omeri di farfalla, e di aquila talvolta, come in uno della Villa Albani si osserva. Se le parti molto corrose del marmo di greca specie tolgono il vero significato, non tolgono all'erudito nell'arte la cognizione del bello nella sveltezza delle proporzionate membra e nella mossa delle figure. A me sembra possano aver luogo fra queste i due Imenei che stanno negli angoli della storiata fronte colla face rovesciata, quivi molto a proposito e sovente in altri sepolcri introdotti.

11. Ne seguono incassati nel muro quattro pezzi di marmo, due sulla destra e due a sinistra della porta: rappresentano gli evangelisti; il lavoro, al certo della Scuola pisana, a Giovanni si attribuisce come autor del pergamo da me più volte citato, di cui sembran eglino miseri avanzi.

12. Di contro, l'arca è nobile pel marmo greco, non pel disegno del bassorilievo. I panni striati e mal condotti che contro il costume vestono gli eroi di sveltezza privi indicano per me, che non intendo di deciderne, l'imperizia dell'artefice, che vissuto sembra quando l'arte ricadde piuttosto che avanti la presa di Corinto. Nella caccia ivi figurata vedesi il cinghiale che tolse l'amante a Venere, ed i cappucci fatti a maglia di ferro in alcune figure si osservano.

13. Ritornando alla dipinta parete, ci si offre un piccol sarcofago di non ordinario stile che stava nel soppresso convento di s. Silvestro.

I. Eretto per memoria onorevole del conte Marulli, è il nuovo sepolcral monumento condotto sul marmo statuario lunese dal sig. Michele Van–lint scultore in Pisa. La testa elegante ed il torso del Genio equilibrato sulle ali qualificano l'autore industre.

14. Addossata alla parete dipinta è una bell'opera di scultura pisana del sec. XIV. Essa nella prima edizione non piccolo grado aggiunse all'elogio di Tommaso pisano scultore e architetto; arricchirà in questa la serie delle opere de' nostri pisani scultori del secolo XIV, a cui spetta il seguente capitolo, ove pure l'iscrizione sarà riportata.

15. Nell'opposta parte il marmo lugubre contiene la gran caccia dello smisurato cinghiale di Calidonia, espressa sovente nelle urne per indicare la fatal morte. Nella fiera mischia apparisce Atalanta in abito succinto, e direi rappresentato il figliuol d'Altea nella figura tutta nuda col pallio, segno di eroe, che dal fondo quasi si distacca. Se altre figure inferiori a questa nel carattere appariscono, ciò può derivar molto dalla mancanza e dalla consunzione soverchia delle parti.

II. Da notarsi a questo luogo è il gran mausoleo del conte Algarotti veneziano, che fu scrittore e letterato di merito, e ciamberlano del re di Prussia. Ricco di marmi, fu esso architettato da Carlo Bianconi già segretario dell'Accademia delle Belle Arti in Milano, e da Mauro Tesi, entrambi architetti bolognesi nel 1768 per servire alla volontà del defonto e non a spese, e con ordine di Federigo II re di Prussia, come fu da molti creduto. Ciò si fa chiaro perché l'istesso Bianconi ce ne rese per lettera informati, e per le seguenti parole incise nel fianco dell'imbasamento.

MAURUS TESI ET CAROLUS BIANCONI

ARCHITECTI BOLONIENS EX ALGAROTTI TESTAMENTO

F. C. C. MDCCLXVIII.

Col consenso bensì del sovrano predetto furono fatte incidere le seguenti note in gran cartella di marmo sotto al frontespizio:

ALGAROTTO OVIDII ÆMULO

NEWTONI DISCIPULO

FRIDERICUS MAGNUS158.

Sotto il ritratto di marmo in ovato, posto in mezzo da due putti di dolore atteggiati, leggesi il motto:

ALGAROTTUS NON OMNIS

Nello zoccolo dove posa l'urna è scritto:

A. D. MDCCLXIV.

Finalmente nel rovescio del collo dell'indicato ritratto espresso in greco è il nome del prefato Bianconi, per dimostrare ch'esso ebbe la più parte in quest'opera, giacché Mauro Tesi, sorpreso da morte, la lasciò non compiuta.

La scelta de' marmi e la disposizion dei colori è lodevole. Perocché il candido statuario lunese adoprato nella statua giacente, che dal modello in creta del Bianconi trasse il carrarino Cibei, nella medaglia, nei putti, nei rosoni e ne' modani trionfa sul bardiglio di pieno colore. La cassa ed alcune fasce sono di un bel giallo di Siena.

Il disegno di tal superba decorazione fatto dal citato Bianconi fu inciso in rame nel 1769 da Volpato in Roma.

III. Annesso è il sepolcro di Sebastiano Paolino Bernardini datario di Clem. VIII, che morì nell'an. 1609, come dall'iscrizione si raccoglie.

IV. Di Gaudenzio Paganini è il contiguo epitaffio in marmo. Egli ebbe gran fama di filologo, di filosofo, di teologo e di giureconsulto. Da Roma passò a leggere a Pisa con tanto grido che molti stranieri vennero ad ascoltarlo. Il ch. monsign. Fabroni una dettagliata vita ne scrisse. Per non aggrandire il volume, basterà del lungo epitaffio riportare i seguenti versi ch'ei fece di se stesso:

RHÆTIA ME GENUIT, DOCUIT GERMANIA, ROMA

DETINUIT, NUNC AUDIT HETRURIA CULTA DOCENTEM.

OBIIT PISIS IMPAVIDUS A. D. MDCXL.

TERTIO NONAS JAN. NATUS AN. LIII.

BARTHOL. CHESIUS PIS. J. C. ET IN PIS. GYMNASIO

J. CIV. ORD. PROFESSOR EXECUTOR TESTAMENTARIUS

TANTAM LITTERARUM JACTURAM DEPLORANS. P.

16. Nell'angolo sulla colonna di bel granito orientale (che con altre simili fu ornato nobile della chiesa di s. Stefano fuori delle mura di presente rinnovata) posa quella statua d'Ercole che già descrissi alla pag. 385 del primo volume della vecchia edizione, allorquando fu da me discoperta nel magazzino dell'opera fra le varie anticaglie e gli avanzi di statue dei secoli mezzani. Tra queste, io m'espressi, deve eccettuarsi un Ercole di altra epoca, alto braccia uno e tre quarti con la clava e la pelle del Leon Nemeo. Egli è tenuto, dice il Roncioni, per cosa rara, e si ha per fama che questa figura fosse con molte altre spoglie portata l'anno 1030 da Cartagine159. Ne parla il Cesalpino dicendo: Lividum est Numidicum, sed eximio splendore, ut videre licet Pisis in Templo Episcopali; nam ex eo statua Huculis, quam Pisani ex Numidia transtulerunt, vice columnae posita est sub marmoreo suggestu. Desso in fatti ed altre statuette sono avanzi dell'antico pulpito, che stava nel coro della Primaziale da me accennato a suo luogo come opera di Giovanni. Ciò vien confermato dal cod. 17 della classe 25 de' mss. della bibliot. Magliab., dove descrivendosi l'antico pergamo si narra: tra le quali figure guardato con meraviglia un Ercole di marmo che mostrava grande antichità ed era dilettevole a toccarlo, perch'era molto liscio: questo si diceva portato da Cartagine.

Riguardo alla qualità del marmo dirò, senza oppormi al Cesalpino, che serpeggiano in esso alcune vene livide e che la grana è sottile simile al nostro lunese, ma per questo deesi giudicar di quelle cave, poiché fra i bianchi greci evvi il marmo Proconneso descritto da Plinio simile a questo e riconosciuto dal Targioni in una colonna del nostro duomo posta di contro l'altare de' tre santi. Non sembra ordinario l'artificio della testa sol che le ciocche de' capelli sono alquanto dure e parallele. Or decida il franco osservatore a qual tempo quest'opera appartenga. Il Targioni suddetto notò la secchezza della maniera e sproporzionato chiamò il leoncino sulla sinistra mano della statua, come pure la leonessa con un figlio presso al piede destro di essa.

17. Dove la loggia piega nel lato occidentale è incassato nel muro un marmo cipollino, che servì di predella all'altar maggiore di s. Zeno, con queste parole che trovo scritte irregolarmente presso alla cifra de' primi cristiani:

CIRRA IN PACE QUEVIXIT

ANNIS XLVI MÈN. V DIE XIII

DEP PRI'K A'L MAIS

V. Sporge in fuori sopra alto imbasamento con marmi statuarj e venati di Carrara l'arca sepolcrale del rinomato giureconsulto Gio. Francesco Vegio pavese, grande ingegno e molto faceto, che fu professore in quest'accademia di Pisa. Sull'urna sorretta da ricca base giace il simulacro di lui in bene atteggiata forma. Riguardo all'artefice., non copiando l'erroneo sentimento del Martini né quello dei Chiusole, dico coll'autorità d varie accreditate memorie, e particolarmente di quella del can. Totti160, che sì bel monumento fa condotto per mano del Tadda da Fiorenza. Parla distesamente di questo scultore il Baldinucci161, denominandolo Francesco di Gio. di Taddeo Ferrucci da Fiesole, detto Francesco del Tadda, scultore di qualche fama circa all'an. 1570, provvisionato da Cosimo I e da Francesco I, e rinnovatore della maniera di temperare i ferri per ridurre il porfido; fralle altre cose, ei condusse a fine la statua della giustizia eretta sulla colonna nella piazza di s. Trinita di Firenze.

D.O.M.

10. FRANCISCO VEGIO PATRITIO TICINENSI

IUR. CONS. CLARISS. QUI AD OPTIMO DUCE

COSMO MAGNIS PREMIIS DECORATUS

PER XII ANNOS PISIS PRINCEPS IN DOCENDO FUIT

AUGUST. F. MAER. P.

Questi son gl'incisi caratteri nella gran cartella di mezzo; e lateralmente ne' due piedistalli sta scritto: OBIIT AN. MDLIIII. VIX. AN. LXV.

VI. Nel marmo alla parete affisso si legge:

D.O.M.

LAURENTIO CONTI PATRICIO GENUENSI

MAGNI INGENII NEC MINORIS IN

NEGOTIIS OBEUNDIS PRUDENTIÆ I. C.

LATINE HETRUSCE QUE DICENDI

PERITISSIMO PAULUS PATRI B. M. P.

VIX ANN LXXI MENS II D XVIII

OB VIII IDUS IAN M D CVI.

18. Ne segue un'opera della Scuola pisana del secolo XIII. Alla pag. 53 del terzo volume di questa edizione parlai de' più ragguardevoli avanzi della soppressa chiesa di s. Francesco. E poiché ancor v'esisteva un tal mausoleo, e poiché presago non era della fortunata sua traslazione in questo luogo quivi lo rappresentai nella sua vera magnificenza, di cui per la circostanza di doverlo qui adattare e per causa del predicato abbandono scapitò molto. Quivi in oltre riportate avendo le iscrizioni tutte che gli appartengono a scanso di repliche le tacerò a questo luogo.

VII. Il marmo bianco contornato dal bardiglio forma l'elogio del Cascina patrizio pisano.

D.O.M.

Josepho Mariae Cascina equiti, patricioque pisano, lepore dicendi, et amenioribus literis in primis ornato, Juris imperatorii, ac sacrorum canonum peritia nulli secundo, qui vix annum agens XVII ad jus civile publice docendum in patrio lycaeo assumptus est... At tamen tot decoratus honoribus, tot virtutibus insignis, Principibus charus, invisus nemini, mortis ac litotomi gladium haud potuit evitare... occubuit anno aetat. 53 die. 11 mens. maii an. rep. sal. 1707.

VIII. Al celebre professore di Chimica Antonio Branchi dettero una testimonianza d'affetto e di gratitudine i figli e l'ottima consorte, nella sepolcral memoria che oggi meritamente in questo luogo s'innalza.

ANTONIVS NICOLAVS THOMÆ F BRANCHIVS FLORENT INTER DISCIPVLOS CELEBERR MED ANTONII COCCHI APPRIME DILECTVS ATQVE PROBATVS QVI CHYMICAM FACVLTATEM AVTODÌDACTOS IN ETRURIAM INVEXIT EAMQVE PER ANNOS TRES SVPRA QVINQVAGINTA IN ATENÆO PISANO DOCVIT CHYMICVM APPARATVM FVNDAVIT SVAQVE TVM OPERA TVM PECVNIA DITAVIT A PETRO LEOPOLDO MAGNO ETRVR DVCE NON RARO DOMI HVMANISSIME SALVTATVS ATQVE AD FILIOS SVOS FERDINANDVM CAROLVM LEOPOLDVM CHYMICIS PRÆCEPTIONIBVS IMBVENDOS DELECTVS ANNOS NATVS LXXXVII MENS I D VI OBIIT X KAL SEPTEMB ANNO SAL MDCCCX. SPECTATISSIMO VIRO CHRISTIANIS SOCIALIBVSQVE VIRTVTIBVS AFFATIM CVMVLATO TERESIA GIANNONIA VXOR IOSEPHVS IN MAGISTERIO PATRIS SVCCESSOR ET THOMAS FILII HOC GRATI ANIMI MONVMENTVM NON SINE LACRVMIS PP.

IX. Il defonto a cui appartiene la lapida appresso posta sotto al busto di marmo indicano le seguenti note:

FRANCISCO ALBIZIO PISANO

CANONICO ET ANTECESSORI

GRÆCA LATINA ITALICA ERUDITIONE

APPRIME ORNATO

BONIS OMNIBUS PROBATISSIMO

DE PATRIO LYCEO

QUOD EXIMIAM IPSI LIBRORUM COPIAM

D. D. D.

OPTIME MERITO

CÆSAR MALANIMA

COLLEGÆ DESIDERATISSIMO

C. V. M. P.

X. Il sepolcral monumento eretto con marmi venati e statuari di Carrara a Bartolommeo Medici prode guerriero è pregiata opera del Tribolo scultore e architetto. L'oculare ispezione e la memoria da me tratta da veridici antichi mss. convincono d'errore il Martini ed altri che l'autore e la struttura di questo col sepolcro del Vegio confusero. Nel primo di fatto e non già nel secondo, come scrisse il Martini, s'innalza sull'urna la piramide nel cui corpo incassata è la ben condotta effigie del valoroso guerriero. In tal guisa collocandola volle forse il Tribolo imitare gli antichi egizi, che nelle guglie di saldissimo granito eternavano la memoria del defonto con porvi il ritratto e con iscriver quivi le prerogative di lui.

D. O. M.

BART MEDICI COGN MUCHIO GENT.

FORTISS. Q. CU MULTA MULTIS IN BEL

PRÆCL. FACIN. EDIDISSET A COSMO

MEDICE FLOR. DUCE ARETII

MOX PISIS TUEDÆ ARCIPRÆF. EST

IBI Q. CU SE STRENUE FIDELITER

Q. GERERET. INCREDIBILI SUORU

AC MILITUM MOER. OB. AN

NATUS LIV. M. IV D. XXIV MDLVI DECE.

XI. Ne segue l'effigie in marmo e l'iscrizione:

D. O. M.

Joanni Antonio Corazza pisano Phil. et Med. Doctori qui primus in Patria medicinam ope sanioris philosophiae repurgatam salubriter exercens ob summam integritatem prudentiam sagacitatem comitatem et beneficentiam omnibus carus non modo a civibus universis amorem sed a barbaris etiam gentibus venerationem expressit unde et Tunetano regno imperans potentissimus Rhamdamus suae valetudinis reparandae causa ipsum ad se mittendum. A'. R. C. Cosmi III. M. D. Hetruriae impetravit Redivivam in nepote virtutem avunculi probaturus Joannis Pagni insignis antiquarii Phil. et Med. Doctoris et in hoc Athenaeo celeberrimi Professoris a Sereniss Ferdin II eadem de causa ejus patruo Mahometi felici pariter cum exitu dudum concessi Pie obiit V id april 1726 stylo pis aetatis suae anno 74 post ejus ex Africa reditu 27 Fratri optimo etc.

XII. L'altro busto collocato sullo zoccolo di bardiglio è del celebre Benedetto Averani fiorentino, e la lapida sottoposta ne forma il seguente meritato elogio.

D. O. M.

BENEDICTO AVERANIO FLORENTINO INGENII DOCTRINÆ ELOQUENTIÆ PRINCIPI QUI MAGNARUM RERUM ATQUE ARTIUM NIHIL IGNORAVIT. NIHIL AB ALIIS DIDICIT. NULLO DOCTORE DOCTRINAS IMNIBUS INSTRUCTISSIMUS. IN PATRIA GRÆCAS LITERAS ADOLESCENTULUS ABINTERITU VINDICAVIT LATINI SERMONIS INTEGRITATEM ET ROMANÆ ELOQUENTIÆ MAJESTATEM RESTITUIT. ETRUSCÆ LINGUÆ SPLENDOREM AC DECUS ATTULIT. IN GEOMETRIA ASTRONOMIA ET OMNIUM ARTIUM OPTIMARUM SCIENTIA PLANE PERFECTUS. CUNCTIS PHILOSOPHORUM DISCIPLINIS ERUDITUS. IN ALTISSIMAM PLATONIS DOCTRINAM PROFUNDA MENTE SE INCURGITAVIT. DIVINI PHILOSOFI SAPIENTIAM NON TAM INTELLIGENDI QUAM BENE VIVENDI DISCIPLINA ET EXCELLENTIA VIRTUTIS EXPRESSIT. GRÆCAS LATINASQUE LITERAS XXX ET AMPLIUS AN. PROFESSUS. SUMMUS ORATOR. POETA SUMMUS. PISANAM ACADEMIAM INGENII LUCE ET NOMINIS CELEBRITATE NOBILITAVIT. ELOQUENTISSIMIS ORATIONIBUS. DOCTISSIMIS PRÆLECTIONIBUS. QUIBUS TUCYDIDEM EURIPIDEM ANTHOLOGIAM VIRGILIUM CICERONEM LIVIUM ILLUSTRAVIT. EJUS DIGNITATEM ET GLORIAM AMPLIFICAVIT. EQUES VINCENTIUS AULLA PRÆCEPTORI OPTIMO ET AMICO INCOMPARABILI. QUEM EXCEPIT HEREDITARIO SEPULCRO. MÆSTISSIMO POSUIT.

OBIIT V. KALEN. IAN. ANNO SAL. MDCCVII. ÆTAT. LXIII.

XIII. Siamo al mausoleo di Gio. Batista Tempesti pisano dipintore, da noi in più luoghi di quest'opera giustamente encomiato. Lo scultore sig. Giuseppe Masi di Pisa dal candido marmo di Luni in plausibil guisa lo condusse. La sola figura dell'amicizia, grande più che natura, ei vi rappresentò, ed atteggiandola di dolore per dimostrare che il ritiro dal mondo del valoroso pittore fu a gran ragione compianto, v'impiegò il suo scalpello con ottima riescita. Questa è l'iscrizione fiancheggiata da pittorici emblemi:

ALL'EGREGIO PITTORE

GIOVANNI BATISTA TEMPESTI PISANO

LA PATRIA, E L'AMICIZIA.

A. MDCCCIV.

Diversi amici, con farsi premura di erigere un monumento all'ottimo concittadino, associar si vollero alla fama di esso162.

XIV. Poco distante incassato trovasi nella parete un marmo coll'epitaffio del celebre poeta ed erudito oratore Pietro Angeli da Barga così espresso.

PETRO ANGELIO BARGEO IN PISANO GYMNASIO

PER QUAMPLURES ANNOS INTERPR.

ERUDITISS. POETÆ ORATORIOQ. CELEBERR.

A FERDINANDO MED. MAG. DUCE ETRU. III

PATRONO MUNIFICENTISS. INTER SUOS

FAMILIARES COOPTATO OPIBUS ET HONORIBUS

AUCTO VIRGINIA F. MOESTISS. MEMORIÆ

ET PIETATIS ERGO P. VIXIT ANNO LXXVIII.

MENS. X. OBIIT PRID. KAL. MART. MDXCVI.

XV. All'eterno riposo delle ceneri di Francesco Sanseverino giureconsulto fu destinato il mausoleo che segue. I marmi bianchi e mischi di Seravezza ne compongono gli architettonici membri.

D. O. M. FRANCISCUS ILL. GENTIS NOMINE OLIM

SANSEVERINUS POSTEA QD. EJUS MAJORES STUPRUM

PER VIM OBLATUM ULTI

OCCISO REGIS FILIO NEAPOLI PISAS MIGRARUNT

EX FUGA MURCIUS JURE CONI.

CANONICUS PIS. EQUES PIUS

GENTIS SUÆ SOLUS SUPERSTES 5. P. K. MAR. M. D. LXIX.

19. Nell'angolo, le tre femmine che in guisa di cariatidi sostengono un capitello e la statuetta della Madonna posta sopra di esso alla Scuola pisana appartengono.

Il naturalista può qui isolato osservare un grosso tronco di colonna, di un bel porfido di fondo rosso straordinariamente acceso, sul quale il feldspato risplende.

20. Sopra di esso fu collocata quell'urna cineraria che, posando sopra una proporzionata colonna di granito orientale, faceva ornato nobile al dintorno del duomo. Le parole scritte nella nuova base indicano l'operajo, il curatore e l'anno 1810, in cui ne fu fatta la traslazione. Io ripeterò la descrizione che già ne feci nel 1787, mentre al giudizio del vero antiquario la sottopongo. Ne produrrò parimente lo stesso disegno nella tavola di rame, che avrà solo il merito di essere stato il primo fatto di questo prezioso monumento.

Per dimostrare l'antico stato di lui riferir debbo le seguenti parole di Giorgio Vasari inserite nell'elogio istorico de' due pisani maestri Niccola e Giovanni. Non tacerò dic'egli che in su le scale di verso lo spedale nuovo, intorno alla base che sostiene un leone et il vaso ch'è sopra la colonna di porfido, sono queste parole. Questo è il talento che Cesare Imperatore diede a Pisa, con lo quale si misurava lo censo che a lui era dato, lo quale è edificato sopra questa colonna, e Leone nel tempo di Giovanni Rosso Operajo dell'Opera di S. Maria Maggiore di Pisa. A. D. MCCCXIII. Questo motto fu fatto cancellare da Francesco Quarantotto operajo, perché fu creduto favoloso il racconto. Il de la Lande adduce le improbabilità che da tal supposto nascevano163. Ma checché sia di ciò comparisce sempre la nostra urna una di quelle in cui si racchiudevano dagli antichi gentili le ceneri degli arsi cadaveri. La superficie della medesima è condotta in lavoro di bassorilievo. Considerato l'intreccio dei pampani che circonda l'orlo del vaso, l'azione e la proprietà delle figure, e gli emblemi delle tibie, delle siringhe e de tirsi più tosto che un convito, o mimica rappresentanza, (come fu avviso del Martini e di altri) direi quivi espressa qualche festa dionisia, o bacchico mistero, di che s'incontrano adorni tanti monumenti antichi. Conciosiaché è molto verisimile che il nostro vaso fosse appartenente alle sacre funzioni orgie, in grande uso e famose da per tutto, specialmente in Grecia e nell'Italia. Tali furono giudicati i bellissimi vasi che onorano i musei Clementino Capitolino, ed il Mediceo ancora, ravvisati per Etruschi dal Maffei e dal Dempstero, primo illustratore delle antichità etrusche. Meglio esaminando la circostanza della mitologia ed insieme la qualità del lavoro, non ordinario pregio han le bacchiche donzelle che insiem ballando s'intrecciano con disinvolta leggiadria di lusinghiere posizioni: siccome eccellente è l'artificio de' giovani nudi, agili e svelti, che vengono figurati nel mio rame, uno dei quali il più elegante in atto proprio dei baccanti, con tirso in mano e con un pie' dritto, è come appunto descrive Euripide164 il genio di Bacco, detto Ampelo figlio di Sileno. Ne segue un sacerdote con aria di veneranda antichità, il quale al panneggiamento, alla chioma e alla qualità della barba comparisce uno degli Archigalli, detti Castroni da Giovenale, che comandavano sopra gli altri sacerdoti, e teneano ragazzi al servigio loro, secondo Diodoro e Luciano. Due di questi son bene introdotti a sostenergli il braccio sinistro, mentre una specie di calzare un altro gli allaccia. Vedesi chiaramente effigiato Sileno, il pedagogo di Bacco, con la pelle di capriolo sulle grasse e pesanti membra, con barba ricciuta, volto sereno e orecchie faunesche, che suona le tibie a un fiato. Nel vecchio fauno che viene appresso, potrebbe parer figurato il dio Pan dagl'indizi della barba caprigna, delle fattezze caricate e delle corna d'ariete, giacché le gambe e i piedi furono talvolta immaginati umani; né sarebbe male introdotto riguardo alla strettissima relazione che passava fra esso e Bacco. Ma più facilmente si dirà ch'egli è uno dei pani, o fauni noti per ministri di Bacco, e da varj autori latini ora distinti, ed ora confusi co' Titiri e co' Satiri, e che la donzella stretta fra le braccia di lui venga iniziata ne' bacchici misterj. Conferma l'opinione l'esser ella atteggiata in aria di timidezza col rituale papiro, che sembra tenere in mano avvolto, e l'aver gli occhi innalzati al cielo, dove le accenna il faunetto o titiro d'intiera figura umana molto graziosa e di un bel movimento che precede all'indicato gruppo. Alcune parti non decise e principalmente gli ornati di alcune teste, guasti dagli oltraggi che il nostro vaso ricevette, impediscono la più esatta distinzione. Se poi il bassorilievo provenir possa da etrusca mano, di che i soli vasi e altri lavori di plastica portano certo contrassegno, io non credo di dover proporre. Noterò bensì che nelle donne leggermente panneggiate si scorge il fare elegante de' greci e la modestia da essi usata nelle danzanti, alcune delle quali son descritte dal Winckelman in atto di tenersi con vaghezza la veste con una mano sopra la spalla, come appunto è la figura da me delineata. L'acconciamento delle teste consistente nei capelli stretti da una fascetta, o sivvero in un pannetto sarrato come una specie di cuffia da notte, corrisponde all'uso delle donne greche, di che parlano Euripide ed altri tragici poeti. Finalmente il carattere della rotondità, che dal suddetto antiquario è giudicato opposto al risentito disegno etrusco, può esser favorevole al greco stile, in forza di che, senza scrupolo e volentieri, per quello io mi determino. Egli è un danno che anche questo bel monumento abbia sofferto per colpa delle idee degli uomini, più che per quella de' tempi onde la purità del disegno in qualche parte si adombri. Egli al presente questo nobil ricetto onorando gode il favor del tetto, ma ahi troppo tardo sollievo alle piaghe mortali che nel bel corpo suo sì spesse io veggio. Con tutto ciò ei fa chiaro a bastanza l'indicato pregio agli occhi eruditi, ond'ebbe a scriverne il Cochin. Il y a autour un basrelief antique, ou il y a d'assez belles choses. Indicano i ricordi dell'archivio Capitolare che, nell'ottobre dell'anno 1604, Cosimo Cioli scultore da Settignano restaurò il coperchio a lui tolto, che fece il dado sotto la base, rotto nel rimuoverlo, e che con opera laboriosa adattò e pulì la numidica colonna: questa rimasta priva del suo bel vanto, altra sospirando ne aspetta.

XVI. Prima iscrizion funebre del lato occidentale:

AL CONTE FRANCESCO RZWUSKI

FU GRAN MARESCIALLO DI POLLONIA

HA FATTO PER ORA APPORRE QUESTA MEMORIA

IL CONTE CASIMIRO DI LUI FRATELLO

21. Sul sedile è collocato quell'architrave di marmo pisano, la cui rozza scultura esprimente il battesimo di Costantino, si può attribuire allo spirare del sec. X, o ai primi anni del susseguente. Dopo che io lo trovai mal concio, dalle percosse dei manovali e dalla calcina oppresso nel monastero di s. Silvestro, alla cui porta maggiore era anticamente servito, gli fu accordato a miei preghi un miglior sito presso il canto del primo corridore, ove stette fino alla recente sua traslazione in questo luogo.

22. Passata un'urnetta cineraria rimossa dalla sagrestia di s. Pierino, la grande arca s'incontra condotta a strie dal marmo pario con due mezze figure quasi al naturale sugli angoli. Dal girar delle pieghe profonde, da qualche residuo più conservato delle membra e dei panni ravvisai volentieri per greco–romano il lavoro, quando ne feci memoria nella prima edizione fralle altre che stavano nell'antica chiesa di s. Zeno.

XVII. Nella medesima fila trovasi in lastra di marmo l'epitaffio che consacrarono alla lode del pittore Gio. Stefano Maruscelli dell'Umbria Ascanio Penna perugino e Vincenzo del Torto pisano, amici e scolari di lui.

UT INVIDI TEMPORIS DENS INTEGRAM VIRTUTUM MORUMQUE FAMAM JOANNIS STEPHANI DE MARUCELLIS UMBRI PICTORIS ARCHITECTIQUE SUA ÆTATE HAUD SECUNDI CONTERERE ANHELANTIS OBSTUPESCAT MARMOR HOC ADAMANTINUM TRADIDERE ASCANIUS DE ARCHIPRESBYTERIS DE PENNA PERUSINUS, ET VINCENTIUS DEL TORTO PISANUS AMICI.

BENEFICIA MONUMENTAQUE MAGISTRI PERENNARE CONANTES MDCLIV.

La perdita di quest'artefice di molto merito fu di universale dispiacimento dei pisani, dei quali l'affetto e la stima per le molte opere sue fatte nella città l'oro erasi acquistato.

23. Non incresca all'amatore ch'io gli accenni nel lato del chiostro un sarcofago poco distante, dove semplicemente, ma con buono stile, gira un serto sospeso negli angoli da quattro teste di tori e con somma prontezza sorretto da due genietti nell'anterior parte, in cui scompartite sono tre teste alate delle gorgoni, come vengono descritte da Esiodo. Qui avremmo dei contrassegni etruschi, ma lascio deciderne all'erudito.

24. Un antico sarcofago che stette nel chiostro allo scoperto e che di presente sta presso la porta della vicina cappella richiama la nostra attenzione. Egli è uno de' più eleganti, ornato di più figure e di bel marmo pario composto. Vi è rappresentato Bacco sul cocchio nell'angolo destro e Arianna nell'altro, ambo tirati dai centauri e fiancheggiati dalle tigri. Ciò s'incontra spesso negli antichi bassirilievi e ne' cammei, mentre i centauri oltre le sfingi, i grifi ed altri animali sono attribuiti a Bacco secondo Virgilio e Nonno165. Formano il seguito della dionisia pompa Bacche e Baccanti, volando intorno alati genietti. Nel mezzo due Vittorie alate allusive a Bacco domator delle Indie reggono uno scudo fra le frondi di un albero a pie' del quale giacciono due schiavi. Quivi è l'inscrizione del defonto, forse iniziato nelle orgie di Bacco e anche guerriero, sapendosi che Pallade, come dea della vittoria, si dipinge alata, e possono alle due deità referirsi i vinti guerrieri sottoposti.

Poiché l'iscrizion trovai in alcune lettere affatto corrosa, nella prima edizione trascrissi quella edita dal p. Zaccaria166, che dopo di aver giudicato mostruosa quella del Gori così si esprime: E' certo il marmo non puote esser più guasto. Niente però di meno io non mi sono voluto per difficoltà sgomentare, e comeché con fatica grandissima parmi d'averne non mai ricavata una tutt'altra iscrizione.

D. M.

P. JULIUS LARCIUS

SABINUS... QUI VIXIT

ANNIS LXXIX.M.VIII.

DIEBUS VII ELENE

ASIMEIA E. V. CONIUGI PIENT.

JUL. LUCANIUS, P. CURAVIT.

H. M. H. N. S.

Il prefato scrittore, dopo di aver fatte sulla medesima alcune osservazioni, soggiunge: Del rimanente facil cosa è di esplicare l'inscrizione. Vuol ella dire – Diis manibus Publius Julius Larcius Sabinus, qui vixit annis novem et septuaginta, mensibus octo, diebus septem.. Elene Asineja cius uxor Conjugi Pientissimo et Patri Julius Lucanius poni curavit. Hoc monumentum Hèredes non sequitur–.

Or ometter non debbo di accennar l'inscrizione che al presente vi si legge, dopo che con fatica e con istudio sono state rilevate le lettere corrose e insiem colle altre colorite di rosso.

D. M. P. JVLIVS LARCIVS SABINVS

TRIB. PL. QVI VIXIT ANNIS XXVIIII

DIEBVS EID IN HO TRIBS. SVPERSNI

ELENE ASIMEIA E. V. CON. FLENIS IVL

LVCANIVS P. CVRAV.

A CORIOLANI CORNELIA VXOR.

XVIII. Dentro la cappella che s'incontra è situato lateralmente un gran cenotafio di marmo ornato di guglie e di fiorami sul far tedesco Sopra alla cassa, una statua al naturale sen giace indicata per un dottore dalla toga e dal libro che tiene sotto il capo coperto di un cappuccio secondo il costume. Al di sotto si leggono queste parole:

HIC JACET VIR PRUIDENS ET DISCRETUS M. LIGUS

QUONDAM FRANCISCI AMANNATI DE PIS.

IN MEDICINA PHIA. ET SEPTEM LIBERALIBUS

DOCTORAT Q. OBIIT A. D. MCCCLIX. DIE XIX AUG.

Nel frontespizio scolpita di bassorilievo è la figura di M. Ligo che sta in cattedra in atto d'insegnare a varj suoi discepoli curiosamente atteggiati. Tutto il lavoro di scalpello è della scuola di Giovanni Pisano, ed a lui stesso mal si attribuisce da alcuni dei quali fu seguace il Martini che non riporta l'epitaffio.

25. Richiamo l'antiquario alla parte del chiostro per osservare sul sedile il sarcofago simboleggiato da due giovani di dolore atteggiati, dalla fragilità de' fiori nel vaso e da due genj alati non per lo stile forzato e poco industre, ma perché porta in fronte, in una cartella sorretta da due vittorie volanti, la seguente iscrizione:

D. M.

T. AELIUS. AUG.

LIB. LUCIFER. VIBUS SIBI

POSUIT.

Il Gori così la spiega: DIIS MANIBUS. TITUS AELIUS AUGUSTI LIBERTUS LUCIFER VIBUS SIBI POSUIT. Egli è già noto che molti vivendo si fabbricavano il sepolcro per assicurarsi de' posteri.

26. Muove curiosità il sarcofago dirimpetto tutto lietamente ripieno di amori di genj e della favola di Amore e Psiche replicata tre volte. Una è sotto al busto del defonto scolpito nella nicchia di mezzo, che due Amori col turcasso e piedi sostenorono. La dissi espressa in piccole graziose figure quasi di tondo rilievo prima che dagli uomini dilaniate ne fossero le membra. Tra gli amori predetti e i due genj sugli angoli sono le altre due favole scompartite. Trovandosi elleno sovente espresse nelle urne antiche come lo sono in quella bellissima di Campidoglio, ov'è rappresentata la brevità della vita umana, convien credere che indicassero la congiunzione dell'anima e del genio ed il platonico giro delle anime, e che fossero in somma molto interessanti simboleggiare i defonti.

27. Omessa la descrizione di tre sarcofagi a strie con qualche figura, passeremo ad osservare il bassorilievo incassato nel muro sotto alla storia d'Isacco. Egli è la fronte di una di quelle due bellissime urne sepolcrali di marmo pario, che noi circa all'anno 1790 nell'orto presso l'arsenale ritrovammo, e che dovettero un giorno appartenere all'antico monastero di s. Vito quivi confinante. Io non la descriverò straziata e logora e dagli altri lati disgiunta, com'ella è di presente, ma dirò che allora ad onta dell'erba ond'era occupata, giacendo sulla terra qual inutil sasso, non mi occultò un ottimo stile per poco che il naturale andamento di alcuni panni e lo svelto atteggiamento delle guaste figure osservasse. E se in quel tempo defatigai la mente invano per rilevare il vero significato del mitologico lavoro, che dovrò dire adesso? Dirò che tuttavia ravvisandovi per avventura i due cocchi con figura sopra, ch'uno tirato dai centauri, da due cervi l'altro, come pure il corteggio di bacchiche donzelle, di satiri, di fiere e d'altri animali, ed in oltre diversi vasi e ramuscelli, possano esser eglino indizj tutti di bacchica rappresentanza. Fin d'allora bramai che un tal prezioso monumento collocato fosse in più degno e più difeso ricetto, come oggi deplorandone lo scapito madornale lo ritrovo.

28. Si presenta per ordine un oggetto degno non solo d'osservazione, ma anche ammirazione nel nobilissimo sepolcro che appoggia al lato settentrionale del nostro edifizio col sostegno di non debole imbasamento. Gli antichi greci, nati per la creazione e per la conservazione delle pregevoli opere dell'arte, promulgarono editti e punirono i rubatori ed i guastatori delle medesime; ma tra noi, quegli ch'alla meravigliosa tomba recarono offesa in addietro, impuniti ne andaro. Alla pag. 318 del primo volume narramno già la varia sorte di lei, quella stessa che incontrarono molti altri sarcofagi pure di belle sculture adorni, come dissi in principio di questo capitolo. Dal Villani, dal Vasari, e dal Boccaccio nella nona novella del suo Decamerone, si raccoglie che fu generale la moda in quell'età di situare nel d'intorno dei templi allo scoperto i sarcofagi e ben fortunate furono allora quelle urne ch'almeno il favor de' portici godettero, e che nelle chiese in appresso di sensato estimatore della bella antichità provida man le racchiuse. Tale fu quella storiata ch'è nel chiostro della basilica Lateranense, e l'altra di porfido che nella chiesa detta il tempio di Bacco fuori di Roma si ammira.

Tempo era omai che la nostra opera meritasse per l'eccellenza dell'arte di essere in sito più difeso collocata.; e abbenché tardo siagli giunto il riparo, nulladimeno vinto dagli anni e dagli oltraggi oppresso in compagnia d'altri suoi simili prende conforto.

Dell'importanza di tal oggetto in primo luogo favellando i non freddi osservatori ci sapran grado di ravvisare in esso con gran piacere de' sensi composizione ricca e giudiziosa, elezione di forme, magistero di contorni, sveltezza e attitudine di nudi per lo più condotti di mezzo rilievo; ed il replicato esame sempre qualche nuova bellezza offrirà loro, se lo studio profondo del disegno, malgrado la deplorabil consunzione delle parti, gli avrà posti in istato di discoprirla.

Anche in questa edizione, come feci nella prima, stimo d'inserire dell'antico bassorilievo il disegno, tanto più che non troppo esatto e coi semplici contorni fu pubblicato dal Gori167, e con forme minute, deformate ed erronee dal Martini168, che fu per tal conto ripreso dal Gori medesimo.

Se si ascolta il Vasari, seguitato in ciò da molti, egli rappresenta la caccia di Meleagro. Alcuni, e tra