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Camilla Pisana

Lettere


Indice

1. Lett. I: CAMILLA PISANA A FRANCESCO DEL NERO.

Sia col malanno che Dio gli dia a chi in mio scambio pos- sede ogni mio bene. Sia maladetta quella notte e quel'ora che in altre braccia che nelle mia amplessato e rilegato stette. Sia maladetto ogni bacio e ogni effetto operato in mio danno e dispiacere, e insieme la sua poca fede! Ché avendo chi l'adora e chi l'ama, con tanto dispregio rebutta sì fida e pronta serva. E per Dio, non m'è nuovo che da 2 o 3 mesi in qua è stato in massima fantasia; ma se una volta se n'è tratto la voglia forse non arà più tanta sete. Io sopporto
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el meglio che m'è possibile, e se fussi altri che Filippo mi vendicherei, ma la sua a me troppo massima altezza re- pugna la iusta ulzione. Pazienzia, adunque, a quanto gli piace, ché non posso contrappormi, ma non so già per- ché danni o biasimi Antonio, avendomi fatto quello e peg- gio di lui; se in ogni cosa gli è superiore, in fede non già mai.

La Lessandra tua sta bene e arìa caro parlarti, però quando tu puoi pigliare un'ora di tempo vieni, e rispondici di quel che ha detto Michele. Gran mercé de' biscotti: non mandar nulla, ché non bisogna. Per fretta non ti scrivo più, ma sappi che teco non ho più stizza, perché vego che sola compassione ti fo. Taccio, ché, se bene non ami molto,
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tu conosci li effetti e proprietà d'amore, ma quel turcaccio infedele, traditore e mendace, non seppe, né vidde mai ve- stigio d'amore. Pazienzia, in malora!

Vale.

2. Lett. II: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio caro. Per brevità di tempo non rispondo adesso a tutte le parte delle lettere vostre; solo vi notifico esser quella medesima in amore e fede verso di voi, e se ne' passati giorni presi qualche sdegno mi parse averne conve- niente causa, el che voi medesimo giudichereste quando in- tendessi la ragion mia, e benché chi mi possiede sia di maggior favore, nobilità, ricchezza e stato, tamen non mi par cosa laudabile che un patrone permetta fare strazio e vi- lipendio di un suo fido servo, e se l'amor mio gli è odioso, basta un sol cenno ché, benché non possa tòrmi ch'io non l'ami, nondimanco starei remotá da esso per non essere descritta nel numero delle prosuntuose, non iscordando mai e' benefizi ricevuti. E perché son certa che l'aver io provisto a ogni futuro scandolo, ha dato alterazione a qual- cuno, dico che chi può fuggire el suo male e non provede è da esser giudicato di poca prudenza. E certo che non mi mosse sdegno ma solo quiete e pace del luogo e onor mio, perché intesi che già se ne sapeva e intendeva qualche cosa, onde sappiendo che chi può più di me, ogni fiata che potes- si avere una minima coniettura di niente saria per ruinarmi, volsi prudentemente provedermi, massime che non aca- drebbe come per e' tempi preteriti che possetti esser de-
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fesa francamente: ora non andrebbe in tal modo. E poi avendo a patire per uno che mi amassi, tutto mi sarebbe lie- ve, ma questo non è, però credo che mi laudarete ch'io abbi fatto quella opera. E perché intendo si fa non so che romori, e che madonna ha mandato pe' nostri capperoni, a me dà poca noia e non temo di niente; ché tutto sta in buon termi- ne e non mi dà molta alterazione l'esser priva di parlamenti di altrui, ché ho tollerato quel che stimavo sopra ogni cosa, ché da poi persi la vista vostra nulla mi può giammai più dispiacere. La quale privazione non ha mai avuto forza tòr- mivi dal cuore, né ch'io non abbi quella medesima affezio- ne e sicurtà verso di voi, e che non conosca che fra mille amici mi saresti sempre il più intimo e fedele come la espe- rienzia m'ha dimostrato; e ho ferma speranza che non mi abbiate mai a mancare in cosa alcuna, perché conosco la vo- stra perseveranza, la modestia, la discrezione, la gentilezza vostra, che volendomi ben fare uno oltraggio non potresti né saperresti farlo.

Intendo quanto mi dite circa , per Dio! Voi ci pensate più di noi. Manderò don Gaz a parlarvi di quest'altra set- timana a ciò si dia ordine di far la provisione, e perché mi bisogna in ogni caso l'aiuto vostro, vorrei mi facessi avere per domenica 63 tinche d'una libra l'una, che bisogna sieno equale più che si può. Credo vi ricordi me ne facesti servire ancora l'anno passato. Manderò costì el Cantiniero, o pure el fattor nostro co' danari; priegovi non mi manchino.
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Non vi arei dato questa fatica, ma non si truova molto chi me ne possa servire. Perdonatemi mille e mille volte, che par cosa troppo villana richiedervi di simil cosa.

Altro non dico, se non che a voi cordialmente mi racco- mando, e racomandatemi alla signoria di Filippo.

Vale. <P.S.> Intendete da Iacopo Cambi se crede che l'unico sia per servirmi, ché averò caro mi risolva.

3. Lett. III: LA STESSA AL MEDESIMO


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Io non ebbi mai manco stizza che abbi adesso, però non so che pensiero sia el tuo a dir che sia adirata. Se non v'ho scritto è restato per non vi dar ogni dì noia, ché sempre non si sta in su le frasche. Di poi vi scrissi colla lettera che man- dai del Generale, e non mi pareva congruo d'infastidirvi ognora, ché potresti dir non aver mai altra faccenda che la mia; quando vedo le persone volte a essere intrattenute non son pigra col calamo, quando ancora vedo il contrario mi ritrago per non essere importuna né prosuntuosa con persona. E duolmi, per Dio, quando v'ho a dar briga, ma non s'è possuto far altro.

Ch'io abbi altri pensieri questo non sarà mai, ché per molte cause ne starò aliena, quando a voi altri potrò far piacer nessuno, se bene ne dovessi seguire ogni mio danno, lo farò volentieri, ché per ogni rispetto ne sono obrigata, e non sarà mai alcuno che mi possa disporre se non voi che avete l'anima e 'l cuor mio nelle mani, se bene io non vi scrivessi né ricordassi mai, el che non ha essere. Tien per
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cosa certa, che l'amor e la fede mia verso di voi resterà viva e indelebile. E perché mi di' che non puoi credere io stia senza scrivere, questo non è falso, e come intenderai un giorno, sono stata sforzata scrivere a qualcuno pur mode- stamente, ed è amico vostro. De' ducati 10 quando tu gli da- rai senza una mia cedula non farai da vero amico, e quando vedrò el bisogno piglierò sicurtà di scriverlo; per ora non voglio e nollo fo senza causa, onde, se tu desideri farmi cosa grata, fa' quanto ti dico. Del venire sia quando vi piace, pur- ché sia senza vostro scomodo: vego che potrò cantare la canzona della Nencia, cioè:

Da poi che noi siam giunti alla ricolta
Noi ci rivedreno più d'una volta.

Quando venite fate el cenno lì propinquo alla camera mia, dove son tornata a dormire, acciò non abbiate a star a disagio.

Quanto alla lettera del Generale non istò in dubbio non sia ita fedelmente, perché se' diligente in tutte l'opere tue, e sarei ingrata non riconoscendo ogni benefizio vostro; ma dissi quelle parole perché la Beatrice già s'è doluta meco
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che gli è parso essere dileggiata, tamen non ne fa molto caso. Non altro, siam tutte vostre. Racomandateci a Filippo.

Vale.

4. Lett. IV: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito grazioso

Favorito mio. Tu se' pazzo se pensi che io permettessi che la Lessandra pigliassi altra impresa, ché te l'ho data, concessa e donata in anima e in corpo. Fa' pur di sapertela mantenere, ché non dò le cose mie per ritòrle; ma quando vi paressi da metterlo in questo numero, gli daremo la Brigida tamen nulla, fuor di vostro volere, farò mai. Prie- goti mi dia quella buona nuova che tu di', ma se non è sopra Filippo non può essere né buona né bella. Domattina scri- verò al cuor mio che debbi pensare come io mi truovo sen- za lui! Non credo veder quel'ora che sia tornato, ché, per Dio, sto male e peggio che non istetti mai a' dì mia.

Se hai el mio libro, l'ho caro, nollo lasciar veder se non tra voi perché è scorretto, e non molto a proposito, ma cre- do non ti rincrescerà rivederlo un poco e ricorreggerlo, perché senza el tuo aiuto non son per averne se non vergo- gna. La tua Lessandra ti scriverà, e come tu sai e né altro mai pensiamo.

CAMILLA PISANA

5. Lett. V: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio dolce. Per certo direte ch'io sia molto scor- tese non vi avendo mai scritto; ma se voi pensassi essermi mai pur un'ora fuor de l'animo saresti in errore, perché sa- rebbe più possibile scordarmi del viver proprio che mai mandassi in oblivione voi, insieme col mio unico amato pa- trone.Ma le ocupazione insieme coll'affanno della mente mi impedisce alcuna volta a non far el debito mio. Io stima- vo che la nostra Beatrice fussi fuor di dubio, e avevo, come già vi scrissi, buona speranza; ora da dua giorni in qua è sta- ta e sta per ancora sì male che mi dà forte da pensare, e tutto ier notte e ieri aresti detto che stessi come in transito, tutta diacciata quasi senza spirito, e questo per un nuovo ac- cidente di vomitazione di stomaco, el quale l'ha tanto indebi- lita, che quasi non può più. Mandai per maestro Giovanni e dettemi alcuni rimedi, li quali pruovo continuamente. Lui si maraviglia ché gli pareva mezza riavuta, e dice che fa- rà el possibile, ora vedremo el successo. Io vivo malconten- ta, ché non so el fine de questo male. Voglia Idio che non sia quel che non vorrei. Voi mi scrivesti che non dessi nien- te, el che non ho preterito, e pur non vorrei me l'abbando- nassi, né anche essergli ingrata. Io so che gli avete fatto più che debito, se ora vi par ch'io gli dia nulla, farò quanto m'aviserete,
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perché durando tanto el suo male, mi par infasti- dirvi troppo, e quando io considero non vi dar mai altro che noia me ne vergogno. Io so bene che la gentilezza vostra è tanto grande che non saresti mai per dinegarmi nulla, anzi se ad ogni ora vi richiedessi, sempre colla vostra solita beni- gnità, mi aiuteresti in ogni caso, tamen la discrezione biso- gna che venga da ogni banda.

Intesi che 'l Macedonico partì, credo n'abbiate avuto nuove, se lui sta bene m'è somma grazia. Racomandomi a sua signoria, e quando io non credessi fare scandolo gli scri- verei, ma tu sai come vanno poi le lettere! Non altro; raco- mandomi alla vostra desideratissima grazia insieme colla Lessandra.

Vale.

6. Lett. VI: LA STESSA AL MEDESIMO


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Domino Francesco Del Nero

Favorito singularissimo. Mando el presente latore, come mi imponesti, per avere l'aviso quanto avete operato circa e' poveri .

Della venuta o tornata di Filippo non dico nulla; adesso siate un più a uccellarmi, voi fate tante truffe che la fede se ne va smarrita fra noi. Non so come mi fare' a credervi mai la verità. Io gridai tanto: uh, uh, uh, che son fioca; un'altra fiata potrete belare, che me ne farò beffe.

Dite a Giovanni che ancor lui m'ha tolta a rimorchiare, ma un giorno mi vendicherò di tutti. Non altro, voi siate una gabbiata di pazzi.

La Lessandra a voi si racomanda.

FAVORITA VOSTRA

7. Lett. VII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favoritissimo

Favorito mio caro. 3 giorni sono che ricevetti la tua: non t'ho risposto prima per non aver possuto. Circa el mio ma- le non m'è cosa dubia tu averne avuto passione, perché sempre conobbi e' mia sinistri, come ancora el mio bene esserti comune. E questo perché l'amicizia tua è sincera e perfetta, o vero tu hai l'arte intera simulatoria, che questo non credo, perché t'ho conosciuto in molte cose intero e senza finzione. Io sto quasi bene, ma per ancora dimoro in letto, ché non posso molto star levata e son oggi dieci gior- ni che non ho avuto febre; spero in brievi di aver riassunte le pristine forze, e potere a' vostri ottati in parte satisfare, ché ho pensato cosa che, amandoci voi, non vi dispiacerà, purché el Rossello accomodi el luogo. Ma, per Dio, che mi par cosa strana tu sia costì recluso e star due mesi, ché di giorno non possiamo prendere un parere insieme; pur nondimanco la notte non si mancherà del bisogno. E vedrai che non sarete el cavallo del Ciolla, e' tempi credo ci serviranno
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bene, ma che saranno a proposito nostro. Circa alla Lessandra tua non acade ch'io mi adoperi a ffar ringrazia- menti, perché fece una frasca, e se a tutte le cortesie vostre volessimo corrispondere, non oro, non argento, non quan- to tesoro ha lo universo vi potria in minima parte satisfare. Taci adunque in questa parte, cognatino mio dolce, ché voi ci avete vinte e superate, e se tutto el mondo si cercassi, non mai tanta gentilezza, tanta liberalità, virtù, costumi e leggiadria in altri due spiriti si potria trovare. Voi di man- suetudine un altro Cesare, di liberalità un altro Alessan- dro, di sapienza un altro Salamone; adunque se vi adoria- mo, se in perpetuo per nostri soli patroni v'abbiamo eletti ne abbian congrua e conveniente causa. Solo vi preghia- mo che per vostra solita umanità ci vogliate corrispondere col vostro prezioso e desideratissimo amore. Quanto al Magnifico e gli altri io mi sto assai assente a non ti dir bu- gie; la mente, el core e ogni mio cogitato, tutta s'è colloca- ta nel mio suavissimo bene, nel mio solo idolo, nel mio concupito riposo, lì è la mia rege, lì è ogni mia speranza, lì consiste e permane la mia vita e morte.


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Ringrazio tua urbanità che nel ballatoio, per amor no- stro, si conferisca dove spesso da noi amorosamente si guarda, e sappi che tu vedi quel luogo, dove, volendo, vi po- trete conferire ne' soliti piaceri.

La Beatrice scriverà fra quattro dì senza manco, ché già arìa scritto, ma avendo avuto qualche suo sinistro non ha possuto, ma per l'avenire farà continuo suo debito. Come mi sento meglio lo ringrazierò della seminata; in questo mezo tu graziosamente farai la scusa mia: non più per questa. Racomandami a tua eccelsa signoria, e perdonami se non uso nello scrivere molta diligenzia, ché l'amore mi dà fiducia.

Vale, e sta' sano, con ogni felicità.

TUA COGNATA

8. Lett. VIII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito e 'l migliore

Io ho avuto stizza, ed è vero; ma non so già se a ttorto o <a> ragione mi sono adirata. Tu mi di' che l'amico non può aver cera, perché tutto avevi levato l'ultima fiata, mi di' che n'ha' bene di 3 sorte. O che vuo' tu ch'i' pensi se non che tu l'abbi data? E qui si aggiunse el sospetto che lei avessi tutto nelle mani, onde mi mossi a ira. Scrissiti 2 versi, tu la man- di a messer Antonio che risponda, come se tu non m'aves- si mai più scritto. Or non ti dico se qui mi venne la luna, e cominciai più forte a dubitare, non per tenerti né ingrato né traditor, come tu di', ma perché, giudicando la cosa con ra- gione, se essere molto più espediente e lecito contentar lei che me, sì per l'autorità sua, sì per la lunga amicizia avuta seco, che fra noi altre non c'è queste cause, ché non mi co- nosce se non da uno anno in qua. Onde presi passione e al- terazione, e scrissi così turbata quelle 4 parole, le quali se saranno da tte riprese come da persona passionata le lasce- rai andare, e volendo a presso di te riserbare sdegno, mi darai
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manifesta chiarezza che tu non ci voglia più bene. Se io non posso aver sicurtà in te, bisogna che non ci sia amore, essendoci adunque amore e affetto, ex consequenti è necessa- ro ch'io pigli fiducia di scrivere e dirti quel che mi pare. Non iscrissi a tte perché tu non volessi rispondermi, e per farti più stizza mi dolsi con messer Antonio. Credo ormai che tu conosca la mia condizione; io son sùbita, non so si- mulare, se niente mi va pel capo, lo dico aperto. Se questa mia natura non ti piace, abbi pazienzia ché non mi posso rifare; quando ti dico nulla fuor del debito, rispondimi quel che io merito, se ti scrivo el diavolo, rispondimi la versie- ra, e così sarem pagati, ma non generare odio o sdegno contra di me, ché, per Dio, mi daresti affanno. Io so molto bene che non posso far senza te, e però dubitando che 'l tuo aiuto non mi mancassi, ero disperata e fuor d'ogni speranza, ora mi ti son data nelle braccia; quanto mi dirai ch'io faccia, tanto farò, e se hai scritto ti ringrazio. Quando le lettere ve- nissino dirette al vicario, ti priego bene operi che gli sien presentate per mano di messer Lionardo Dati, perché sendo seco dirà e opererà quanto gli dirò, ché non vorrei al- tri avessi a sapere queste chiachiere, e non potrei disporre un altro a' mia beneplaciti, come esso. E circa alla camera mia venga chi vuole, che la troverà denudata di ogni cosa, e da me non caveranno altro che: «Tutto bene! » ché starò a bellosguardo, con ciascuno. Voi serberete e' 2 strumen- ti, ché v'è el vostro e lo altro di Antonio, qual mi restò. Se
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mai lui lo rivolessi gliene darete, o vero, posate queste cose, lo renderete a me; lettere e altre cose ho levate, però state coll'animo quieto.

Ceterum, sappi che giovedì fu qui Antonio de' Medici e fecemi con destro modo chiamare alla Cassandra, e vid- di cercava di scalzarmi, mostrandomi buona cera, ma sempre stetti in su l'onorevole. Dissemi che io non doves- si dir nulla della sua venuta. Non so se l'amico, o forse voi altri, per tentarmi l'avessi mandato. Sia chi vuole, ché si perdono el tempo.

Sarà con questa una lettera che ho avuta dal demonio, e come vedi, dimostrono una pace e unione infinita. Ho co- nosciuto lo stile di Filippo e la mano dello scrittore, e pre- gandoni che debba far risposta feci due versi pur acco- modati, quali se bene andassino in altre mani non mi pos- son far danno, ché ho scritto succinto senza nome né altro.
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Guarda se credi che e' sieno d'accordo, o se pur pensi che sia tresca, e non dir nulla a ser Donato.

Altro non mi occorre; racomandomi a te, e saluta l'aba- te. Vale.

9. Lett. IX: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito grazioso. Se io volessi numerare gli infiniti be- nefizi che da voi insino a questo dì ho ricevuto, sarebbe più facile numerar le stelle, e volendogli riconoscer non baste- rebbe un milion d'oro o di gemme; e così, se ringraziar vi volessi, tutte le umane lingue in una convenute non sareb- bon niente, e conosco che sono più obrigata a voi che a tutti e' parenti o amici che possa avere al mondo. Ma se volete porre el sigillo a tutto, fate che per ultimo piacere mi facciate riavere le lettere che mi tolse Giovanni, e se mi di- cessi: «Noi voglian sapere di chi sono » vi prometto real- mente che parlando mai a messer Filippo, o a voi lo dirò, e conterò tutta la storia, ma fuor di voi non lo direi a , non perché Giovanni non sia tutta fede e secretissimo, pur tra voi e me c'è più esperienza, più amicizia e sicurtà, e per te- nerle in mano e rileggerle non se ne può intender altro, ché penserete una cosa e saràne un'altra; però, favorito mio ca- ro, poiché debbo portare questi polli lasciate che si possin pelare e mangiare a tempo, operate che le lettere ritornino, e se poi non vi dico el vero, e fo toccar con mano la verità, lamentatevi di me e della mia poca fede.

Quanto al fatto dello spedale intesi che tutto era concluso,
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di che volendo ringraziarvi mi mancheria lo ingegno e le forze; priegovi facciate per me e' debiti ringraziamen- ti al mio onorando Filippo, ché non iscrivo a llui per non gli dar fastidio, ma non mi reputi né stimi sì ingrata che io non riconosca questo fra molti altri benefizi che da voi e sua si- gnoria ho ricevuti. Io non mi scordo de' minimi, pensate ancora che non dimentico e' maggiori, e se io v'amo e porto onore n'ho ragione, perché de' vostri pari non se ne truova, ché avete fatto più verso di me, che non fece mai chi mi ge- nerò, onde l'obrigo mio sarà eterno, né mai mi sazierò di laudarmi di voi. E se alcuna fiata qualche poco di subitezza m'ha fatto parlare fuori di questa maniera sai che Cato di- ce: «Ira impedit animum» nondimanco ogni ira è stata sem- pre reintegrazione d'amore, e quando io fussi di tanta forza che lo potessi dimostrate con opera, lo vedresti per effetto, ma essendo persona debole, anzi niente, rispetto alle virtù e qualità vostre, non posso se non con parole farvene certi. Alle quali prestandomi fede non mi potete far maggior pia- cere, perché crederrete quel che con verità in me si truova.

Del fatto di S. Iacomo so che non ne sarà se non tutto quel che desidero, perché sarebbe la prima grazia che da voi dinegata mi fussi, e così di quel che v'ha richiesto Filip- po vostro, benché lui non mi disse la cosa altrimenti. Non
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più per questa. Ricòrdovi le lettere, e per Dio, non vorrei che fussin viste fuor di voi, perché non passerebbe senza nostra vergogna e danno d'altri, sendo riconosciuto la cosa. So che piacendo a messer Filippo e voi, Giovanni le rende- rà.

Racomandomi alla grazia vostra. Vale.

10. Lett. X: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Francesco mio. Tanta doglia mi soprafa che non so che mi dire, avendo inteso el male del mio unico Dio. Ah, lassa a mme, che continuamente me l'ho pensato! Ohimmè, se 'l male lo soprafa mi morrò per estrema pena, che non posso fa altro che piangere e dolermi! Oh Idio, che nuova m'ha' tu data? Potess'io andar dov'è lui, e per mio refligerio dir- gli quattro parole. Ohimmè, abbimi compassione, ché non so quando mai avessi un tal affanno. Se tu vai, fa' almeno che io intenda qualche cosa, lascia qualcuno che mi porti le lettere, perché tu debbi pensare in che termine io mi truo- vo. Ahimmè, non so che mi ti scrivere, ché non sono in me. Se tu vai, ti priego usi tutta quella diligenzia che è possibile, bacialo mille volte per mio amore, e mandami nuove di lui, che mi sento mancar del continuo, abbiti più cura che tu puoi, e non lasciar di non mi scrivere, ché altro non aspetto. La Lessandra meco parimente si duole, e a te con infiniti singulti si racomanda.

Vale.

CAMILLA INFELICE

11. Lett. XI: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio singularissimo. Tu se' stato, se' e sarai el primo amico che abbiamo al mondo; però non mi dire che non sai che te ne dir dalla parte nostra per essere stata qual- che giomo che non ho scritto. Sappi che le occupazione hanno ritratto la mano dal debito offizio suo, ma non resta che sempre la mente e 'l core e ogni senso teco non sia. E se non riconosco gli obrighi che ho appresso di te coll'opere, tu non mi tenere tanto ingrata che io nollo confessi e cono- sca interamente. E parlando mai de' casi tua, Idio sa se me ne laudo, che in vero non è persona al mondo dove io sia più obrigata, e da chi abbi ricevuto più ben utile e onore. E non credere si truovi in ogni lato de' pari vostri, ché altri di parole fanno buon mercato, ma voi l'avete dimostrato con li effettí in modo che non saprei come né tener né voler altri amici che voi, de' quali in ogni conto sempre m'ho pos- suto servire tanto, che spesso ho dubitato pella importuni- tà mia non vi venire a noia. Ma la gentilezza vostra è sì co- piosa che ha superabundato la mia faticosa indiscrezione.

Intendo che Filippo ci sarà presto, di che debbi pensare quanto mi sono congratulata. Spero ancora, benché non sia degna di tal grazia, riveder te e lui, dopo la qual desiderata vista non mi curerò morire, perché non posso al mondo ri- cever più grato dono. E sì come la privazione m'è uno in- tollerabil dolore, così la presenzia mi largisce ogni gaudio e
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letizia; e non creder, favorito mio caro, che mai dalla banda mia venga a scordarmi dell'amicizia contratta, anzi quando bene m'arete dimenticata, scacciata e repudiata vi amerò sempre, e scacciandomi da una banda verrò dall'altra, per- ché senza voi non potrei vivere e non potrei mai ricever da voi tanti oltraggi che le infinite cortesie vostre non superas- sino quegli. Però, favorito mio diletto, non ti chiamare ami- co vechio, ma presente e futuro, unico nel core e nelle vi- scere mie, e fa' quel che tu vuoi, ché ti vo' ben sopra ogni persona, el che Dio sa che 'l non dico per chiachiera.

Messer Albizo giunse in Roma, e credo negherà tutto a Filippo, ché è un bugiardo nidiace, ma io so che ha detto a costei e' secreti nostri, quali ho conosciuto pe' contrase- gni: Filippo farebbe bene, anzi benissimo, a non praticar seco, perché è uomo disonorevole, e la maggior cicala che sia in Francia. Se tu potessi aver qualche lettera di costei, pensa che mi sarebbe sommo piacere.

La Beatrice è stata a questi giorni malissimo; quando stimo vadia di bene in meglio, allora ricade più gravemente.
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Maestro Mingo, vedendola star sì male, è venuto ogni giorno da sabato in qua; adesso che sta meglio non si vuol venga sì spesso, e se pur bisognerà che lui torni, gli da- rò qualche ducato da mme. Ché, per Dio, avete speso tanto che non so più con qual faccia mi vi capitare innanzi, per- ché conosco tutto quel che fate non è per obrigo, ma per propria vostra gentilezza, onde bisogna pure aver qualche discrezione, e pensar che avete de l'altre spese al mondo, senza avere a metter ogni cosa in noi. Forse che, mutandosi l'aria, doverrà terminar questa cosa, ché per mia fe', io n'ho tanto dispiacere e disagio, che son meza morta. A Iacopo Cambi rispondi che solleciti el caso mio che mi farà pia- cere, di che potendolo remunerare a uso di Lucrezia Sghe- nettona, lo farei volentieri.

Se tu verrai una di queste sere festive al Pio ci sara' gra- to; non altro, siam sempre tue.

Vale.

12. Lett. XII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio caro. Benché da qualche settimana in qua non abbi meritato da voi un minimo verso né alcuna ri- sposta all'ultima mia, nondimanco stimando che in voi sia quella medesima affezione e buono animo verso di me, e ritrovando in me quella intera fede e indicibile amore verso di voi che per il passato è suto, mi par poter con voi ralle- grarmi e querelarni secondo le occurrenzie mie. Credo, anzi son certa, arete inteso e saputo le nuove tresche che Fi- lippo insieme con Giovanni hanno fatto; la qual cosa quanto sia da laudare lo rimetto nella prudenzia vostra.

Io stimavo che fussino a ssufficienzia le cose che per il passato ho avuto a tollerare, senza rinnovare ogni anno qualche nuovo sdegno; e se lui è sazio de' casi mia, come vuole la sua mala natura, e non e' mia pochi meriti - dico quanto all'amor che gli ho portato, e non parlo delle parte che non sono in me -, lascimi stare in mia malora, e non mi dia né conceda ad altri, perché credo esser nata libera, e non serva o stiava di nessuno. Lui sa bene quante fiate gli dissi che non pigliassi mai questo assunto di introducerci altri, né darmi loro in preda; ma stimo abbi tutto operato per
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aver in dispetto ch'io l'ami, e per questo modo cerca farmi scontare gli obrighi che seco tengo. Ho caro ch'e' mi sa- pessi difendere da e' loro lacciuoli, e chi credeva andare a pascere, andò arare in modo che, se ridono da una banda, non rideranno da l'altra, né mi potranno tenere a scherno, come desideravano. Ché so bene non gli induce amore a si- mil cose, ma per poter cianciare alle spese nostre, e dileg- giarci a llor beneplacito, e non bastava a Filippo quel che aveva fatto con Dianora, che voleva poi venire a ffinir la festa? Se lui non fa stima di simil cose, ne fo io, che ho qual- che amore, e non sono una tigre come lui! Credo pure si ri- cordi quando mi fece l'altra colla Alessandra, se mi dolse, e se n'ebbi sdegno; e pur ci si rimette ogni anno! Diavolo, egli ha tante femine, garzoni, ragazzi e putti d'ogni sorte, che crederrei se ne fussi tratto la voglia mille volte, e non pensassi più a' casi di qua, ma fa come la piena, e non avendo amore, tratta ognuno a un modo, e tutte ci ha in un canto, e credo, per Dio, chi cercassi tutto el mondo non se ne troverrebbe un altro di sì poca affezione. La qual cosa mi fa doler della mia impropizia sorte, e non ci vego nessuno che tratti così la sua, né che la tenga in quel vilipendio che sempre ha tenuto me, e bastava che se mi aveva concetto odio, dopo che aveva adempiuto el suo desio, che si fusse
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alienato gentilmente, senza voler questa e quella e me do- nare ad altri. Ma non mi maraviglio che facci così a me, sap- piendo per certo che tratta così ogni altra, e non vuol mai che a chi lo gusta gli resti la bocca dolce, ma sempre amara. Pazienzia! Io non ho possuto fare non mi lamenti con voi, dove sempre ripongo ogni secreto mio, per essalare la mia passione, e poi io son certa che, benché mostriate forse co llui di riderne, avete tanta discrezione in voi che cono- scete quel che è mal fatto, ma portandogli reverenzia e onore per l'altre parte che sono in lui, non biasimeresti le opere sue. E benché io sia certa non aver a ritrovare ragione in favor mio, né manco poter far iusta vendetta degli oltrag- gi sua, pur mi basta essermi condoluta apresso di voi, el quale, così tacendo, sendo tutta prudenzia, non mi darà el torto. E perché Giovanni scrive, credo con intenzione di Fi- lippo, che farà tòrre lo spedale a fra Giordano, e anche opera altre cose in danno nostro, direte a Filippo ch'io non fo stima di spedale, perché io non fui mai suggetta a roba. Io gli avevo obrigo della gentilezza sua, nondimanco se cre- dessi per questo farmi ingiuria sarebbe in errore, ché a me non manca da vivere, e quando lui volessi riaccettare le cor- tesie che m'ha usate, gliene rifarei un presente, acciò ve- dessi che questo non è la causa che me l'ha fatto amare, e averei caro disobrigarmi. Però ditegli che non mi faccia im- properare simil cose, e ch'io non credevo venire a simil cimenti, né riuscire con sì poca grazia de l'amicizia sua,
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avendolo amato più che me medesima, e non avendo mai operato cosa se non tutta piacevole e grata in benefizio suo. Or pazienzia! Ricordovi, favorito mio, el fatto del terreno di messer Lionardo, che avendo avuto la procura lo ser- viate e accomodiate più presto che potete, restandovi lui e io insieme obrigatissimi. Non più per questa.

Perdonatemi se v'ho dato troppa noia in iscriver molto prolisso, ché tutto procede per affettuosa sicurtà generata dalle vostre infinite cortesie, le quali non iscorderò mai, né manco potrò fare di non vi amar sempre, costretta non solo per una cosa ma per infinite.

E raccomandomi a voi. Valete.

13. Lett. XIII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio caro. Di massima iocundità mi fu la lettera vostra, visto con quanta grazia e umanità mi vi offerite, e, per Dio, non istavo dubia conoscendo di quanta gentilezza v'abbi dotato natura, e non essistimerò mai e' piacer vostri dagli obrighi che abbiate verso di noi, perché non operamo mai cosa che meritassi una gran mercé, anzitutto della vo- stra somma cortesia; e non mi dite ma<i> più che ogni no- stro male dependa da voi, ché mi faresti turbare imperoché altro che tutto ben, riposo, utile e onore da voi ricevuto non abbiamo. E se nulla è occorso fuor del voler vostro l'abbia- mo tollerato volentieri, e sotto la cura e prottezione vostra difesovi da ogni calunnia e sinistro. Però non dite che vi imputiamo ingrati, anzi tutti amorevoli e liberali, e con questa fede v'ho richiesti, ché se vi avessi in altro conto non v'arei scritto niente.

Ora quanto a Beatrice, fu qui el Rosato, e non concluse altro, perché bisognava aspettar 4 o 5 giorni per chiarirsi col segno. Dissemi di tornare, e io vorrei gli facessi intendere che venissi domani, che fia lunedì, acciò si spedisca quel che si debba fare. La febre non gli cessa, lui non mi disse sua fantasia vedrò quel che ne crede come ci ritorna. Priegovi gliela racomandiate, ché per mia fe' ne porto passione, e
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perché mi imponete non gli debba dar niente io farò secon- do la commission vostra. Nondimanco mi duole darvi spe- sa, ché par una indiscrezione. Ogni volta che lui verrà ve ne darò aviso, ché non vorrei facessi spesa senza bisogno.

Intendo che Filippo partì, che, per Dio, n'ho affanno per rispetto a' periculi. Almanco terminassi questa diavole- ria acciò si potessi riposare! Non v'incresca darmi alcuna volta un sol aviso di suo essere, che, per benché io non lo vega, né mi sia permesso più parlargli, nondimanco non è diminuito una sola scintilla de l'amore che gli portavo e porterò ancora a dispetto di chi non vuole, ch'io non sono di sì poca fede che mi scordi sì presto di chi ho amato più che l'anima mia, questo dico ancor di voi. So bene che non vi manca de l'altre amicizie più grate e d'altra sorte non siamo noi, tamen non si potranno mai adequar a l'amor nostro, e questo vedrete per esperienzia.

Salutai la Lessandra, la qual non dico male, ma meglio vi vuole l'un giorno che l'altro, e se scrissi l'altro giorno che mi renunziava la parte sua, lo dissi per chiachiera ché non me la concederebbe per un milion d'oro. Racomandasi a voi; altro non mi acade, son tutta e poi tutta vostra.

Valete.

14. Lett. XIV: LA STESSA AL MEDESIMO


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Tu non m'hai perduta, né smarrita, e mal puoi perdere una che vive in te, e se io non ho scritto l'ho fatto solo per non ti dar tanta briga, ché in verità tu puoi dire non avere al mondo maggior faccenda che la mia, e quando mi scrivi ch'io non ti richiego mai so che lo fai per chiachiera, e vuoi dimostrarmi la mia ignoranzia, poiché la discrezion non vien da me. Ma che vuo' tu fare! Se io non avessi amore e fede in voi non arei sicurtà, ma quello mi dona libero passo a richiedervi in ogni mio bisogno, e, per Dio, se io v'amo e adoro n'ho causa, ché non vi domandai mai cosa alcuna che tutto non ottenessi, né mai v'è doluto disagio, spesa o altre noie per me, e nelle persecuzione, nelle prosperità, nelle infirmità nostre, sempre ci avete favorite, aiutate e re- fulcite, in modo che più mi chiamo obrigata a voi che al mio genitore. E credimi che non iscrivo adesso per chia- chiera, ché non ho persona al mondo che più ami e di chi sia più tutta sua che vostra, e porto sigillato nel cuore ogni benefizio che da voi ricevo, né mai sarà sazia di amarvi e ringraziarvi a tutte l'ore, e benedico el giorno e la prima causa che mi vi fece noti, ché tutto quel bene che ho l'ho da voi, e nella amicizia vostra mi vego nobilitata ed essaltata.

Voi adunque siate la mia corona, la mia gloria, e un vero paradiso non finto, dove io ritruovo ogni delizia, ogni bene e tutto quel ch'io posso desiderare. Non mi dire adunque, favorito mio caro, ch'io abbi altri amici, e che almanco se non siate e' primi vi tenga e' postremi, perché né la qualità
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nè gli obrighi, né l'amor che vi porto merita simil cosa. Ah, favorito mio! E chi vuo' tu ch'io ami fuor di voi? Chi altri c'è al mondo copioso d'ogni grazia fuori di Filippo? E, di- te, dove potrei io trovare acumulate tante virtù, dove tante gentilezze, e dove, dico, tanto favore? Voi m'avete tolto el gusto d'ogni altro. E se bene el vedervi m'è tolto, la impres- sione sta ferma, l'amor costante, el desiderio fervente, né mai umana forza può far ch'io non v'ami, e vedròvi, se io dovessi morire. Quando non verrete a veder me, troverrò modo di venir a voi, mossa da alcuno stimulo libidinoso, ma dallo sviscerato amore che vi porto, ché non mi tollera l'animo viver sempre senza la vostra vista, nella quale tro- vavo tanto diletto, quanto si può trovare in una cosa prezio- sa e cara. E ho provato quanto la privazione vostra mi sia molesta, la quale se fu proccurata per levarmivi dal cuore certamente operorno invano, perché ogni giorno v'ho vol- suto meglio, ché le cose dinegate assai e con più maggior desiderio si ricercono. Concludo adunque che tu non dubi- ti di perdermi, né mi riprenda di pigrizia, perché son sem- pre teco, e se io non v'amo sopra ogni creatura, operi el cie- lo in disfavor d'ogni mio desio; né altri amici mi danno bri- ga, ché non cambierei l'oro al metallo. Ma per non ti tòr più el capo, volta, ché ti vo' rispondere al fatto dello speda- le.

Intendo che la lettera del duca venne a messer Goro so- pra fra Giordano, che mi piace assai. Ora arò caro che riscriva
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a Filippo che tenga sempre saldo, se altre lettere con- trarie andassin lassù, perché tra loro vi giuoca assai invidia, e a messer Goro di' che seguiti la voluntà del duca, e se pur vedessi che e' capitani pigliassin lite o scuse, se ti par da mandarvi un tavolaccino a pigliar la tenuta pel conto del duca, dillo a messer Goro, e ocorrendovi spesa la pagherà fra Giordano, e se e' capitani pur s'accordassino a ffarne el contratto a fra Giordano, di' che non mutin niente de'patti, privilegi, grazie, interessi e obrighi, co' quali lo teneva el Sardo. So che per tua umanità farai ogni possibile, io non vorrei per nulla restarne a piè, ma dove si estende la forza e favor vostro non bisogna dubitare.

Io scrissi al loro che Filippo non era in Roma, ma fra dua giorni vi sarà e farà el bisogno. Priegoti, un dì che non abbi molta faccenda, ti lasci rivedere a llui che desidera assai farti motto.

Altro non dico, perdonami se ho scritto troppo, ché dove alberga amore, non v'è regula. La Lessandra si raccomanda
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a tte e così Beatrice, la quale sta senza febre, ma tuttavia in letto. Maestro Giovanni si partì e lasciommi el fratello in cambio; nondimanco starò a vedere qualche dì, ché se non fussi bisogno non gli darò noia.

Vale.

15. Lett. XV: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito e più che favorito anzi favoritissimo

Favoritissimo mio. In verità tu hai mille ragione lamen- tarti della pigrizia mia, la quale se fussi causata da poco amore mi potresti chiamare la più ingrata donna del mon- do, perché mi chiamo più obrigata a tte che a nessun altro, ma essendo quella originata da molte mie occupazione, co- me etiam dalla devozione de' santi giorni, spero m'averai per iscusata. E, per Dio, la tua ultima lettera m'ha renduta la vita, perché avevo inteso non so che cosa che stavo in mas- sima amaritudine, onde ringrazio el cielo che ti truovi sano e di buona voglia, pregando quello ti preservi lungamente, ché nella vita e felicità tua consiste la nostra. E perché mi di' che l'amor mio verso di te depende da una sol causa, quale remossa, lo vedi estinto, dico che non dinego che quel non fussi el suo vero principio, perché non avevo tua cognizio- ne, ma la continuazione de l'amor mio non dirò mai proce- dere dal sozio, ma dalle tue infinite cortesie, dalle virtù, da' nobili e generosi costumi che ho visto in te, e quando io ben penso non ritruovo mai aver ricevuto da tte altro che gentilezze, utilità e onore; e' quali piaceri mi stanno sempre stampati in mezzo el core. Però, favorito mio dolce, non ti imprimer nella mente qualche impression falsa, perché t'ho amato, amo e amerò in eternum sopra ogni altro; e se non credi alle parole mie, fa quella esperienza che ti piace, e ve- drai quanto io son tua, e quanto desidero di compiacerti.

Intesi circa del sale, che eri passato per il più difficile, che
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tutto è suto per industria tua, che non v'era ordine se n'a- vessi, né poco né assai, del che volendoti ringraziare arei che scrivere un anno; e, per Dio, tu nascesti al mondo per far piacere a ognuno, e cercando tutto l'universo non si po- tria mai trovare uno altro favorito, come in tutte l'opere ne vediamo ogni giorno esperienzia, e se mille ce ne capitassi non si potranno mai equiparare a una minima tua gentilez- za, ché non tutti quegli che si chiamano amici si posson te- nere d'amicizia perfetta, ma quegli dico che a ogni arduo ci- mento stanno immobili e costanti come se' stato tu.

Quanto alla lettera di Filippo mi piace che n'abbi avuto nuove, e che si truovi in buono essere, ma so bene che mot- teggi dicendo lui avere scritto a me che nollo vorrebbe so- gnare, e ha mille ragione perché attende a più alte imprese più conveniente alla grandezza sua. Io mi ciberò de' casi sua nella meditazione de' tempi passati, pensando che sempre non dura primavera, e quando mi occorrerà richiederlo in qualche cosa, pensorò d'esserne compiaciuta se non per amore né pe' meriti mia, pella gentilezza che regna in esso, o almeno per tua persuasione, ché sempre ho conosciuto mi ami più che non mi si conviene.

Quando tu gli scrivi racomandami a llui, e perché già ti scrissi un motto sopra fra Filippo Strozzi che m'è fatto inten- dere vorrebbe coll'aiuto di casa ottenere quel che tu sai; se tu stimi che Filippo voglia di lassù scrivere a Roma in favor suo, digli qualche cosa, ché si farebbe per noi più lui che un altro; pur, non ti parendo, la rimetto in te. Per questa non dirò altro, se non che mi raccomando a te infinite volte, e non pensare che io mi scordi del mio favorito, ché dimenti- cherò prima la vita propria.

La Lessandra ti saluta. Vale.

16. Lett. XVI: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio singularissimo. Quanto sia l'obrigo mio verso di voi sarebbe prima possibile numerare le stelle che mai in minima parte poterlo dichiarare; ma dispiacemi che dopo molte e molte noie che v'ho date, abbiate voluto an- cor di nuovo reduplicar obrigo in su le spalle mia e se vi ri- chiesi del lattovario non fu per volerlo con vostro dispen- dio, ma per averlo da persona fidata. Ora mi mandasti in- drieto el ducato dicendo che fo conto voi siate dottore, o vero v'ho scorto per avaro. Quanto al primo dico che le sentenzie vostre sono sì efficace e dotte che qual sia l'una un milion d'oro non le pagherebbe, e però non le satisfo con denari, ma sempre che le ascolto e lego, mi rilego in nuova amicizia e servitù. Circa al 2 non solo posso dire che avarizia in voi alberghi, ma che più liberale siate che non fu mai Cesare o Alessandro Magno, e quando considero a tutto el tempo che abbiano avuto amicizia insieme, mi truovo vinta da tante vostre infinite gentilezze che resto smarrita. E pensa che se io non le remunero, almanco non come ingrata me ne scordo, perché a quello la impotenzia mi tiene, ma la oblivione saria somma mattezza, però, di- co, che meco porto sculto ogni vostra cortesia, né son mai per iscordarmene durante questa vita che mi resta.


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El lattovario è fatto diligentemente ed è cosa perfetta e mille grazie a voi. Dell'aver gruzzoli e denari assai non vo' combatter con voi, ma commisuriamo l'amore e vedremo chi supera l'un l'altro; se mi vincerai in una cosa, io spero d'esser superiore in un'altra. El Magnifico non gli tien qua, ché sai son per natura sospettosi e non si fiderebbon di Cristo, sendo avari più che 'l diavolo.

Credo fra Giorgio venissi a voi, e a bocca v'abbi infor- mato del fatto dello spedale, che si offera imborsarci la metà, dato caso che l'amico morissi, e lui per mezo nostro l'ottenessi. Se credete sia cosa che Filippo possa fare senza suo danno o fatica l'averò caro, e bisogna farsi innanzi acciò un altro truovi la cosa aconcia, perché subito sarebbe ricer- co …

Io non vo' mai altro che noiarvi, almanco meritassi io da voi tanta grazia che un giorno mi comandassi qualche cosa, che per mia fe' non feci mai al mondo cosa più volentieri che farei per voi; ma non degnate el servizio nostro per aver di quegli più grati. Arei avuto caro vedervi e parlarvi quando venisti con la scatola, ma per ogni buon rispetto re- stai paziente. Se io non muoio molto in fretta spero riveder voi e Filippo, nonostante li impedimenti, comandamenti, censure e diavolerie che ci insidiono. Se io fussi tanto nel centro della terra quanto son sopra e se tanto alta fussi quanto son di sotto al cielo, in ogni modo vi vedrò e par- lerò. Altro non dico.


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Racomandomi a voi insieme colla Lessandra. La Beatri- ce sta così, più presto meglio che peggio; forse e' rimedi gli saranno proficui, che a Dio piaccia. Vale.

17. Lett. XVII: LA STESSA A FILIPPO STROZZI


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Prestantissimo Filippo Strozzi

Filippo prestantissimo. Se l'amor nostro verso di voi ap- petissi altro che la grazia e dolce affetto vostro potrei, insie- me coll'altre, volere, accettare e concupire presenti e doni secondo che il desiderio ci spronassi; ma essendo quello tutto perfetto, sincero e cordiale, non voglio nelle evidenti demostrazioni darvi un saggio opposito al sapore della ser- vitù e fede nostra, perché come voi medesimi potete testi- moniare, l'animo nostro non è diretto a simil cose, e se per noi avete avuto brighe, noie e spese ce n'è doluto insin al cuore, e aremo volentier volsuto portar ogni peso sopra di noi per lasciarvi illesi d'ogni noia; ma le nostre forze non furono sufficienti senza l'aiuto vostro, onde vedesti che le cose necessarie non furono mai da noi repudiate, e più ci sono sigillate e sculte nel petto che 'l primo giorno. Ma perché adesso e' ducati X, quali mandate, sono superflui e fuori d'ogni nostro desiderio, però non mossa da rusticità, né anche perché ogni cosa vostra non ci sia grata, ma solo per non ci ocorrere el bisogno, gli rimetto indrieto, pregan- dovi siate contento accettargli, perché quanto più gli ri- mandassi, tanto maggior briga mi daresti a mandargli indrieto,
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ché per niente non gli accetteremo mai, non perché ci sia mancata la fede che tutto per noi non operassi volen- tieri, ma non occorrendo adoperargli sarebbe cosa incon- grua a pigliargli. Ben vi prometto che bisognando mai cosa alcuna vi richiederò sempre con quella sicurtà che arei fatto pel tempo passato; e questo vedrete per esperienzia, ché non sarei per lasciarci mancar niente, avendo un tal deposi- to, qual siate voi, dove ogni nostra speranza si pasce e nutrica.

La Beatrice non istà grave; vero è ch'era alleggerita di febre, e da 3 o 4 giorni in qua è ricaduta senza far disordine, nondimanco non c'è dubitazione alcuna. Io non manco d'ogni diligenzia, anzi si fa tutto el possibile per lei, ché c'è l'obrigo e l'amore, ché l'uno ci strigne più che l'altro, però non dubitate circa alla cura e governo suo. E come ho detto, accettiamo l'animo e lle offerte vostre, non come cosa ge- nerale, ma con quella intera affezione che ci son fatte; ma per ora quelle ci sono a ssuficienzia. Però ripiglierete que- ste per amor nostro, se desiderate farci cosa grata, aliter ri- torneranno pella prima via. Basta, ché, bisognando mai, sa- reste richiesto come cosa nostra. Non altro.

Son tutta a' pia- cer vostri. Valete. La Beatrice si racomanda a voi.

18. Lett. XVIII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Filippo mio singularissimo. Se 'l pentir mio fussi valido alla desiderata indulgenzia, già mille fiate arei conseguito perdono del fallo comesso; ma perché ho offeso troppo in- giustamente vostra prestanzia, dubito non esser degna di ricever da voi quella concupita venia che 'l mio defetto me- rita. Io confesso per troppa subitezza aver errato, e a ttorto lamentatomi di troppo bene, ma perché non lessi tutta la lettera acadde che scrissi così alterato; di che genuflessa a' vostri adoratissimi piedi con ogni umiltà vi domando per- dono, pregandovi per quel vero e immoderato amore qual vi porto, vi piaccia rendermivi pracato e mite, non riservan- do alcuno sdegno a presso di voi contra di me, che altro Dio che solo voi, anima mia, non adoro né conosco, e lasciate- mi per mio sommo refrigerio vedere e posseder la vista vo- stra, senza la quale più non m'è posibil poter vivere. Né mai averò bene tutta questa notte insin che venga l'ottato gior- no che vostra limpida chiarezza mi renda el lume del vo- stro desiderato sprendore. Veni adunque, diletto mio, uni- co ben mio, speme mia dilettissima, delizioso mio paradiso, acciò che io, lietamente refulcita da la presenzia ottatis- sima possa vivere con riposo, ché non truovo requie se
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non in voi dove ogni mia salute annida.

Vale, vita mea. Domattina a bbuonora t'aspetto.

FAVORITA TUA A TUO DISPETTO

19. Lett. XIX: LA STESSA A FRANCESCO DEL NERO


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Favorito

Favorito mio diletto. Credo che tu dirai io sia poco cor- tese, non t'avendo prima risposto, né anche ringraziato de- gli sprigionati, el che è occorso per essere stata ocupata in molte cose; adesso ti referisco quelle grazie che a tal im- menso benefizio si ricerca e veramente chi impetra aussilio e favor da te non si parte mai vacuo di grazia, e saria cosa degna d'ammirazione quando questa laudabil parte non fussi connessa con tutte l'altre che sono in te.

Circa a Filippo intesi che fu qui in Firenze, e quantun- que io essistimi per molte conietture e per evidenti segni la nostra amicizia aver ormai apresso di lui poco valore, tamen m'è doluto che si assenti di qua, massime andando in luoghi pericolosi, e di poi inteso qualche cosa acaduta ad altri s'è dupricato el mio dolore, che per mia fe', se gli accadessi si- nistro nessuno non sarei mai più lieta. Quando avete nuo- ve che lui stia bene mi sarà grato averne un sol aviso. Io gli avevo scritto, poi non sendo partito chi doveva portarla, non la mando, basterà intendere che lui stia bene, senza dargli altra briga. Che la Clarice sappi ogni cosa io non la
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vo' più disputare, sia che vuole! Quando e' fussi vero non mi posso lamentar della imprudenzia mia, perché mi sforzo in questi casi che importano, essere accorta nel par- lare, ma io so bene che c'è chi non tiene. Quando lei nol sapessi, el saperrà chiaro. Pazienzia! Se Filippo ha fatto que- sta cosa ad arte non si pigli questa briga, perché io non gli feci mai forza in conto nessuno, e volendosi levar da me, non metta mezani, e non facci invenzione, ché mi basta un cenno. Se lei, che nol credo, avessi lettere mie, gliel'arà date lui; so bene che non è tanto semprice mi lasci tòr le lette- re! Ammi fatto quel che mi fu detto, cioè che si voleva levar di qua, sia in buonora! Quando io lo molesto allora mi ri- prenda come prosuntuosa. Ch'io non l'ami sempre non mi può tòr nessuno e sempre averò caro intendere el suo bene, del resto sia che vuole!

Credevo e' casi nostri fussin sepulti, e io gli vedo pubri- care, guarderommi in futuro di non far cosa che mi possa resultar danno, che per far piacere altrui, n'è tenuta a llog- gia e pubricata per ogni casa. Ed ecci degli altri cervegli più leggieri che que' delle donne che tanto son biasimate e incolpate di volubilità, incostanzia e poco tacere! Io non mi lamento di voi, ché non arei ragione, ma di chi non so, vedremo pe l'avenire di imparare alle nostre spese, ché ora- mai ne sarà tempo, e non aremo più aver paura né di madonna
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né di messere, né d'essere tutto el di manacciate né offese.

Altro per questa non mi acade; non volevo scriverti nien- te, poi non ho possuto in tutto celarti l'animo mio, e sappi che non mi lamento senza causa. Ma io farò fine a ogni cosa eccetto che nella benivolenzia, che mi debbe bastare cento altre diavolerie che ho avute senza entrare in altre baie. A tte vorrò sempre bene, perché in tutti e' conti me ne posso laudare.

La Lessandra ti saluta. Vale. <P.S.> Avisami, e tu di' al Cantiniero se c'è Lorenzo Cambi.

20. Lett. XX: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito.

Idio ti dia la buona pasqua el buon anno e 'l buono sempre.

Non t'ho scritto a questi giorni perché sono stata ocupa- ta, onde abbimi per iscusata. La lettera tua mi fu gratissi- ma, e se io mi son doluta non è senza causa, perché e' casi nostri son manifesti a tal persona che so era impossibile al- tri che tra noi gli avessino manifestati, che non dico tu ci ab- bi colpa, ma bastami aver visto che c'è poca fede. Quando io ti potessi parlare vedresti che non ho in tutto el torto. Quanto e' mi sia grato simil cosa lo rimetto nella pruden- zia tua, che sai con che fatica e noia se ne può riuscir netta, e se adesso ne sarà dato nuova a chi tu sai, entrerrò in un'al- tra baia. Non mi par meritare, per voler far piacere, esser tenuta a lloggia, ché infine chi ne parla o ha parlato fuor che tra noi non è, se non per farmi danno e disonore, ché non c'è nessuno sì smemorato che non conosca quanto el caso importi. Io non mi adiro né turbo di cosa nessuna che mi sia detta né fatta per chiachiera, che è cortesia saper ricevere
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e' motteggi, ma questi tratti non mi dilettono, ché mi paiono disonorevoli; e se noi ci diamo in preda d'una persona nobile almanco crederrei purché meritassimo fede e taciturnità. Or sia in buonora, el mangiar insegna bere.

Da tte io non dirò mai d'aver ricevuto altro che piacere, e in tutte le cose me ne possono laudare. Faccendo el contra- rio, sarei ingrata e prima operi el cielo in disfavor d'ogni mio desio, che mai io divenga immemore de' benefizi da tte ricevuti. Sarammi grato intender, se ti piace, come sta Filippo, e quando senza tuo incomodo o sinistro ti possiam vedere o parlare; degnati di consolarcene.

Ricordomi che Astolfo ebbe una mia gamurra; non so se la Clarice l'arà vista, ché saria fornito el giuoco.

Altro non dico, la Lessandra si racomanda a tte mille e milioni di volte, e io similiter. Vale.

VOSTRA FAVORITA

21. Lett. XXI: LA STESSA AL MEDESIMO


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Prestantissimo ed eccelso signore Francesco Del Nero, domino suo <osser>vandissimo

El consiglio che io voglio da tte, prestantissimo signor nostro, si è che il mio Macedonico, con certe sue persua- sione ingannese e false, voria che io come semprice, anzi poco amatrice di esso, fussi del mio proprio ad altri donatri- ce e conducitrice, e così cerca far un viaggio e due servizi mostrandomi con alcune sue auttorità, non mai più udite né viste, che non si può dire che una veramente ami se ne- ghi amplessi del suo amato qualche numero di giovane non conduce. E qui dice che non si può conoscere in altro l'a- mor perfetto che poter disporre in questo come in ogni al- tra cosa quella che tu ami, questo dice esser somma corte- sia, una gentilezza mirabile, uno affetto immoderato, una liberalità inaudita. Io che l'amo più che mai altra donna amassi uomo, feci gran resistenzia perché, considerato in me che duro partito mi proponeva, non mi bastava l'animo vedere inanzi agli ochi mia amplettere, stringere, osculare, fruire ogni mio bene. E fatto che m'ebbe gran pugna gli
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risposi che, pur volendo satisfarsi, io sarei per ritrarmi in- dietro, né mai inquieterei e' sua piaceri, ma non volevo ministrare la mia morte. Lui pur forte diceva che questo benefizio non essistimava nulla se per mie mani non era condotto e allora chiaro de l'amor mio si chiamerebbe, quando io mi acomodassi pronta al suo volere. In ultimo non promissi né dinegai acciò lui mai mi potessi chiamar rebella alle sue voglie, ma chiesi indugio alla risposta. Ora, pensando a qual dottore de l'arte amatoria dovessi ricorrere, non truovo miglior autore di te, esperimentato in ogni caso. Adunque dammi la tua resoluzione e fa che l'amicizia o la sua lunga conversazione non ti facci conta- minar la verità. Se tu vorrai giustamente parlare aspetto la sentenzia in favor mio, perché tu sai che amor repugna ogni sozietà, e perché io ricerchi el tuo salubre consiglio non è perché non conosca aver ogni ragione, ma per corro- borarle, acciò che Macedonico non la toga per verità; se in contrario ti vego procedere, ti dannerò di poca fede, in- saziabile, freddo più che tramontana, e che unito seco, anzi congiurati contra l'amor nostro, vogliate più presto pigliar piacere de' nostri affanni, che letificarvi del nostro bene.

Aspetto tua graziosa risposta e non preferirò di mettere a essecuzione quanto mi dirai, nonostante che io ben conoscessi
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operare el mio danno. Vale, e ricordati che noi siamo sempre tue. Saluta quel'unico che desidero almeno poter baciar l'orme delle sue delicatissime piante, e di' che Beatri- ce sta bene e ogni giorno meglio; non gli scrivo molto per non dar impedimento alle sue faccende, ma stima che poco penso ad altro.

22. Lett. XXIII: CAMILLA PISANA AL MEDESIMO


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Favoritin mio. Tu debbi sapere che quello amore, qual non è esperimentato, non si [si] può conoscer perfetto, on- de se alcuna fiata, per tentar la tua costanzia, facciamo alcu- ne pruove, portaci compassione, ché tutto è a corroborazio- ne de l'amor nostro. XII giorni senza scriverti siamo state, guarda come bene gli annoverasti! Questo solo ci de' bastare per manifesta- zione del tuo immenso fervore, ché stando in silenzio, tu come inamorato ci solleciti. A tte pare che io sia adirata te- co, e ricercando bene el cuor mio, teco non mai sdegnato, né alterazione in quel ritruovo, e se non t'abbian risposto scusa le faccende ed ocupazion nostre, ché c'è stata Beatri- ce qual era dato che pensare, né io sono stata molto bene. Adesso spero che tutto sarà sedato perché siamo in buon termine e tutte parate a' vostri piaceri, e per uscir di chia- chiere e fanfaluche ecoci a ogni vostra voglia; ma al dirti el vero io credo vi siate più discosto che gennaio dalle more, e ora una scusa, or un'altra pigliate, ché da una banda vorre- sti uscirne con onore, mostrando esserne sitibundi; da
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l'altra ci date mille repulse, e io che non vi vego risolve- re, anzi vi vego inanzi altre miglior venture, come s'è quella del conte de' Mozi, quella di quell'altro, ecc., sto suspesa. Se acquiesco mi par offendervi, se dinego temo non vi perdere in tutto, onde altro non so che mi fai dire se non rimettermi totalmente in voi. Se vorrete niente non ci darà briga per consolarvi ostaculo alcuno, se a sufficienzia siate provisti non mancheria per questo che non vi adoria- mo come nostri dii. Adunque el tutto sia rimesso in vostra voglia, ché vostre vogliam essere per in perpetuo.

La Lessandra ti scriverrà domani e manderà don Gio- vanni. Parmi ogni ora mille che tu esca di clausura acciò possa consolare el Macedonico della tua affabil conversa- zione, e noi della tua graziosa vista. Io non so qual amico del demonio sia stato favorito da tte, credo sia stato Lu- ca, di che ti ringrazio; ma el demonio non mi dà molestia colle sue tentazione, più su sta mona luna.


[p. 82]

Altro per fretta non ti scrivo. Saluta l'anima e 'l cuor mio, e a tte per sempre mi racomando. Un'altra fiata vo' pigliare un parer da tte d'una sfrenata voglia del Macedo- nico e dirami, sopra la tua santa e purificata coscienzia, se a tte pare che io mi spodesti del mio, faccendone parte ad altri. Vale.

23. Lett. XXIV: LA STESSA AL MEDESIMO


[p. 83]
Nobili et generoso viro domino Francesco Del Nero sia data

Francesco singularissimo. L'essibitore della presente sarà Niccolò speziale, del quale non v'è incognito la disgrazia e avversa fortuna sua, ed essendosi commesso nelle brac- cia nostre mediante el favore del nostro patrone e maggior Filippo, vi priego, se mai desiderasti farmi piacer nessuno, operiate con sua signoria che facci ogni opera che lui sia as- soluto e lasciato libero da ogni religazione, perché ogni giorno mi fa chiamare, e tanto si lamenta e racomanda, che vorrei tòrmi da questa audienza tanto flebile e mesta. Se gli è possibile dar fine a' sua affanni non vi rincresca durar un poco di fatica per lui, che sarà opera piatosa, e tanto mi sarà accetta quanto mai altra cosa, Filippo e voi potessi per me operare. So che lui dirà el bisogno alla presenzia, però altro non dico, salvo che infinitissime volte mi racomando alla gentilezza vostra.

Valete.

CAMILLA

24. Lett. XXV: LA STESSA AL MEDESIMO


[p. 84]
Dove son quei mazzi delle lettere che oggi portar dove- vi? Guarda che diavol di bugie tu di', che si piglierebbono co' corbegli! Filippo aveva scritto un volume; se lui ti la- sciò lettere per parer d'averle scritte in diversi luoghi, man- dale, ché oggimai mi penserò che sien fatte dove voi direte. Fa' pur che io abbi qualche nuova di lui, ché mi muoio sen- za sue lettere. Mandagli la mia, che io l'arò oggimai straco con tanto scriver. Non più; son tua, intendi bene di quel che m'avanza.

25. Lett. XXVI: LA STESSA AL MEDESIMO


[p. 85]
Magnifico signore Francesco Del Nero.

Magnifico Francesco mio. El tempo mi mancherebbe (se io bene lo dispensassi tutto e togliessine anche in presto) a ringraziar la signoria vostra di tutti e' piaceri che mi fate, e non solo di quegli che per mia comodità vi ricerco, ma di quegli ancora che per vostra gentilezza operate, prevenen- do con tanta liberalità a' bisogni mia e di tutti quegli che potete pensare m'apartenghino, ché, sia chi vuole, non si troverrà mai nessuno che si possa equiparare alla generosità de l'animo vostro, e, quanto ne avete men causa, per non aver mai a nessun tempo ricevuto piacer da me, più vi resto obligata e più mi maraviglio; e veramente quella fede e quel'amore che oggidì si truova spento in ciascuno, si può dire che viva in voi, e io non farò mai altro che lodarmi del- la signoria vostra, la quale sa Idio che amo più teneramente che non fo mio padre o frategli, perché ho ricevuto mille volte più benefizi da voi che da loro. Duolmi bene che io non sono di forze da potervi in qualche parte dimostrare un segno di gratitudine, se el volere alle persone impotente merita d'essere ascritto e ricevuto per quel buon effetto che altrui desidera, vi darei non solo el premio o la ricompensa che meritate, ma vi farei el primo uomo del mondo, ché es- sendo la virtù vostra unica e rara, vi si apparterrebbe quella gloria e quello onore che ad altri forse non si conviene. Ma lasciamo andare, ché avete pur altre faccende che legge<re> le mie lettere.


[p. 86]

Io mando costì el mio fratello al quale ho detto quanto avete fatto per lui; ora diretegli quanto ha a ffare per riu- scirne con minor suo danno che si può. So che non man- cherete di fargli quel piacere che si può; io ve lo racomando perché ha pur che fare assai e avenga che abbi conveniente entrate. Ha el padre che ha fatto de' disordini e ha ormai quattro figliuole, e sapete come si vive oggidì.

Non dirò altro se non che mi vi racomando e ringraziovi del pesce che fui servita benissimo con poca spesa.

Bene valete.

VOSTRA CAMILLA

26. Lett. XXX: CAMILLA PISANA AL MEDESIMO


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<Francesco> mio, da mme più amato che la propria vita, salute.

Per manco infastidirti con mie lettere ti mando queste due qui incluse, una d'Antonio l'altra di ser Iosef, acciò tu intenda quel che mi scrivono. A ser Iosef non vuo' rispon- dere, ché mi basta avergli dato che pensare, e quando vedrò che pur vadi scherzando lo tratterò da pazzo, e arà di grazia di venirti drieto, ché se non gli mettessi paura delle sue let- tere, come ho fatto, non saria per desistere da questa diavo- leria. Se avessi visto con quanta villania gli scrissi, avresti ri- so! Alla lettera d'Antonio ho risposto e detto che non so chi quegli fussino, e che lui non avevo udito far cenno, ma che farà bene a parlar poco, portarsi bene ne' casi tua, ché quan- do lui ti offendessi eri uomo da prevalerti, però che con- sideri bene le sue parole, e così che lo meglio non ci ven- ga.

Credo al fermo che quello che passò di qua fussi Filippo mio, che è più astuto che 'l diavolo. Ma guarda cor mio di- letto, non far pazzia nessuna ché forse Antonio non ci ha difetto, come ti pensi, e circa de l'amicizia mia seco tu sai che non ho a ffare se non quello satisfa a tte, e non son per muover un passo fuor della voglia tua, e non solo di fatti, ma del parlare e dello scrivere non piacendo a tte non son
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per consolarlo in nulla. Tu mi dirai sempre: fa' così, e quan- do preterisco in niente, allora infedele e traditore mi chia- ma, e scacciami da tte, come rebella e indegna della grazia tua, ché per conservarmi quella non mi curo dispiacere a tutto el mondo. E di questo, anima mia cara, vivi certissimo e stanne sicuro. Non dirò altro, perché so che hai da fare. Sta' lieto e amami come desidero;

vale, spes mea.

IUNO

27. Lett. XXXII: CAMILLA PISANA A FILIPPO STROZZI


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Advenisti dilectus et desideratus meus, advenisti protertor et de- fensor meus, advenisti salus et vita mea; advenisti ut me ab omnibus insidiis inimici liberares et ideoper mille e poi mille e milion di volte tua signoria sia la benvenuta.

Non ti ammirare, dolcissimo cuor mio, e vita a me più che prop<ri>a vita cara, se più avanti, come richiedeva l'o- brigo e l'amoroso desio, non t'ho visitato con mie inculte lettere, perché non parvo amore, non poco essistimare la tua onorata persona, non isdegno o sinistra intenzione in me formata, ma altro buon rispetto n'è suto causa. Ché avendo per certo quanta lesione si cerchi farmi, rispetto alle cose seguite, m'è parso congruo retardare insino al pre- sente acciò che andando in futuro più moderata non abbi a suscitarmi più inimicizia contro. E benché sopraseduta sia con molesto silenzio di non mi congratulare di tua concupita
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tornata, pensa, unico mio bene, che maggior letizia, tri- pudio e gaudio al mondo aver non posso; ed essendomi propinquo, se ben io mai più non ti parlassi, se ben tue sua- vissime lettere non si rapresentassino più a' mia avidi lumi, se ben tua melliflua bocca mio nome in sé più non resonas- si, mi sarà a ssufficienzia sapere che tu stia bene, allegro, sa- no e felice, e di abitare in quella terra dove tu felicemente resiedi, e la lunga distanza almeno non mi torrà che gior- nalmente di tuo buono essere non senta desiderate nuove.

Circa molte cose occorse non acade reiterarle, perché son certa che 'l favorito t'arà informato benissimo, ed es- sendo ancora materia odiosa non vo' parlarne. Noi sian qui; e niente mi dà più briga né ansietà, poiché tu, patron mio, mi se' apresso, sotto el cui presidio crederrei defen- dermi dal furore di Iove e di quanti dèi si truovono, e sotto el tuo vessillo andrei intrepida contro a ogni forte essercito; però più non ci penso, avendo massime visto per esperien- zia che sempre m'hai defesa e cavata d'ogni laccio, onde a tte che mi se' guida governar mi lascio.

Al fatto delle lettere che mi mandasti per via del demo- nio, conoscendo la prima essere d'altra vena che lo stile di chi scriveva, risposi assai destramente che, visto do- mandavi risposta, non potevo dinegare, massime che maggior
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era el mio desio che di chi me la dimandava; all'altra che scrivesti a Beatrice, essendo lui già qui tornato, e avendo qualche suspetto, facemmo quattro versi di poca sustanzia ad arte, che stimo, come prudente, arai ripreso tutto a buon fine. E so che lo scriver per suo mezo fu da tte fatto con misterio, ma non credo lui vadi retto. In futuro sarà necessario nello scrivere, come in ogni altra cosa, vede- re di dar poca ammirazione a nessuno, non perché e' mi rincresca patire e tollerare ogni aversità e ingiuria per amor tuo, ma potendo col medesimo affetto e piacere seguire ne l'amicizia nostra, giudico più a proposito guidarci in simil modo, ché queste alterazione che nascono potriano essere causa privarci un giorno d'ogni contento, come io t'ho detto, se bene la mia sorte dessi che io non ti vedessi né par- lassi mai più, sappi che sempre arò scolpito nel cuore e' benefizi tua, sempre unicamente t'amerò, e vedrai con opera che se non el primo, l'ultimo mio sarai, dando bando a ogni altro. Ché avendo posseduto quanta perfezione al mondo si può trovare, non cambierei l'oro al metallo, non la luce alle tenebre, non la virtù all'ignoranzia, e quando io potrò solo immaginare di farti piacere non curerò niente, non perdo- nerò a fatiche né a discrimene alcuno, ché 'l mio diletto in altro non consiste che solo di compiacere a tte nelle cui mani nuovamente mi rimetto e dono, per vivere e morir nella servitù tua.


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Non altro; io sto bene poiché se' tornato, ché mal non può stare chi in te e con teco vive. L'altre nostre etiam sono in buona prosperità, e a tte meco insieme si racomandano. Vale.

28. Lett. XXXIII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Filippo mio dolce. El fu qua e fece buono offizio in modo che 'l favorito conosce el bisogno che tal persone camminono colle bastonate, perché costoro avviliscon forte e hanno paura non esser o mandate via, ché 'l l'ha di- chiarato apertamente, che, non tacendo, se ne pentiranno, e alcune m'hanno parlato dicendo che non sono per farne al- tro. Adesso noi vedremo come si guideranno; credo che operassi quanto mi promettesti circa e' mandriani, e ve- nendo fate uno spavento che fia ottima medicina e uno es- semplo a l'altre che hanno troppo villanamente sparlato. Non mi par per ora da far altro. Io intenderò continuamen- te gli ordini loro, e bisognando nulla la molestia sarà tua. Duolmi bene, Filippo mio suavissimo, di tanta briga che vi do, che per mia fe' l'affaticarvi tanto mi tormenta, ma non posso senza l'aussilio tuo far niente, ché le mie forze son troppo debile, e credi, anima mia diletta, che, potendo, so- pra di me posar ogni noia lo farei, acciò che tu non patissi pur sinistro d'un passo, ma non posso nulla senza te, cor mio dolce, perché tu se' la mia fortezza, la mia defensione e scudo, senza del qual bisogna che io perisca e manchi. Prie- goti, vita mia carissima, che non ti dia affanno per cosa nes- suna, ché in verità questo mi affligge sopra ogni altro mio dolore, e non pensare a quello che è detto o fatto a me, per- ché, pensando di patir per chi metterei la propria vita, non ne fo caso e nollo stimo nulla. Solo la privazione di tua amabil conversazione mi passa mille volte el core e l'ani- ma m<i>a, e sia certo, dolcezza mia, che al mondo non è la
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maggior doglia che di fortunato e felice divenir misero e dolente.

Noi abbiamo pensato che, venendo gli agricultori, tu non parli niente de' casi nostri; ma di' che, avendo bisogno el comune di far denari, vuoi intendere lo stato loro, per- ché bisognerà ne faccino un certo numero. Come dirai loro alla giornata, e subito verrano qua a ricercar aiuto, e costor non potranno dire che abbiamo referito nostri casi a villani, ché faccendo come restamo stamattina insieme, ho pensato che si dimostra timore, ché par noi con questo destro modo vogliamo operare che loro non dieno testimonianza del ca- so; però è meglio mostrar di voler danari, che sarà un cenno che le farà tacere, non dimostrando di tener conto di lor pa- role. Domattina, o domani, secondo che meglio ti viene a proposito, t'aspetto. E sopra della fede mia, ogni volta che ti vego o parlo mi rendi la vita; portami qualche rimedio per quel che tu sai, ché altro pensiero non ho che più mi con- quida.

Racomandomi a tte, hunice ben mio, ed el nostro amore- vol favorito saluta. Vale, dimidium anime mee. TUA, VIVA E MORTA

29. Lett. XXXVI: CAMILLA PISANA AL MEDESIMO


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Voi siate una gabbiata di ribaldi! Guarda come tu metti la verità per sogni, e per mia fe' che sempre mi pensai aves- simo compagnia in ogni cosa! Non vi arete a pentir del tempo perso, ché la notte e 'l dì non vi l'avete speso in ozio. Almanco non ponete l'altrui colpe sopra le spalle no- stre, ché non si truova chi voglia portar la pena de l'altrui delitti. Se lo stare a cielo scoperto fa sognare, tu ne debbi far sognare più di dieci, a me non toca a sognar per questo conto.

Tu se' buon medico, conoscendo che non son netta di fe- bre e, per Dio, che non ne sarò netta di quest'anno, ché 'l mio male è impresso nelle viscere talché fia irremediabile, e la piaga che ho nel core non la saneria Ipocrate, Averrois, Avicenna né Galieno, perché l'è troppo atroce. Io non son come voi che prima siate sanati che feriti. Non dinego non aver avuto stizza con tutti, e massime con chi n'ho avuto più causa. Pur el mio sdegno non dura, e la memoria de' be- nefizi non si perde mai in me, e credi, se considero l'ingiu- rie, mi ricordo ancora di chi ha operato e opera cose in be- nefizio mio; ma quelle diavolerie m'eron venute a noia, massime dubitando di qualche cosa. Sammi male che per
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ancora l'amico non resti di ricercar la ruina nostra, pur credo che lui, avendo da voi aviso del seguito, riparerà col diavolo, dicendo essere invenzione fatte da chi n'è privo per vendetta; o pur dirà essere cose passate. Non mi ammi- ro niente che quel di S. Ma<rco> ci sia contro, perché cer- con, per questo modo, aver dominio sopra di noi, del che, credo, non ne sarà nulla, ché ci arebbon la maggior parte contro. Crederrei ormai questa cosa si dovessi posare, massime sendoci de l'altre cose da pensare.

Antonio fu qui e parlò con la Lessandra, e pur vorrebbe che Lessandra scrivessi a Filippo e fanne grandissima istanzia, ma non ne sarà nulla, ché penso per cosa certa sia d'acordo con l'amico. So che lui va in S. Mar<co> e parla molto al secreto con alcuni, in modo stimo ci sia girando- la, e perché mostri el contrario non m'inganna ché cono- sco e' sua tratti al par d'ogni altro; pur ne campereno. Meravigliomi che Filippo o per motteggio o pur da dove- ro, o vuoi con arte, se ne fidi, ché non si ritirerà indrieto
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per questo della sua mala intenzione, ma ciascun facci el peggio che può, ché se la vita non m'è tolta, non credo cosa nessuna abbi forza rimuovermi dalla mia ostinata intenzio- ne, e se mi vedessi el cielo, el mondo sfulminare adosso io l'amerò e seguirò sempre in lor dispetto. Se mi fia tolto el vederlo, non sarò priva di nollo amare e adorar infin che vi- vo. Le agora porterai quando ti piace, ché sai non abbia- mo al mondo maggior piacere che parlarti, ma se tu l'hai a dividere come è compartito e spezzato el cuor suo, non ce ne toccherà un mezo per uno, e se 200 a ttutte le sue ne vuo' dare fanne venir quattro balle, che altrimenti non ba- sterebbono.

Perché el Cantiniero ha fretta, non dico altro. La Les- sandra si racomanda a tte, e io similiter. Se possiam nulla per te, degnati darci tanto piacere di comandarci una volta qualche cosa acciò paia abbi in noi qualche sicurtà.

Saluta l'abate per parte di Filippo. Vale.

30. Lett. XXXVII: LA STESSA AL MEDESIMO


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Favorito

Favorito mio desideratissimo. Più tempo fa non v'ho scritto, che non m'è acaduto molestarvi; adesso non per al- tro scrivo se non per intendere alcuna nuova di voi, e per notificarvi l'animo mio star fermo e costante nella sua in- tenzione de l'esservi sempre non dico affezionatissima ma più che sviscerata, e se bene la mano ritarda dal continuo visitarvi, nondimanco sempre in voi mi riposo e quiesco, e con voi mi truovo, ragiono e parlo pensando sempre alle gentilezze, umanità e benefizi ricevuti da voi, e nel cor mio non si può imprimere altro obietto né altro amore, stando aliena da ogni altro legame perché non si truova compara- zione al mondo tanto nobile e gentile che in minima parte vi si adequi, e forse come incredulo non al tutto certo delle parole mie, giudicherete che tutto scriva per finzione o per darvi finochi, ma Idio sa, e anche le persone che mi parlo- no, se dico la verità, imperoché sempre affermo null'altra cosa potermi piacere al mondo che li amia già in ogni mia occurrenzia esperimentati. E piacessi al cielo che ogni altro fussi della qualità vostra, ché saremo in più reputazione e più amate! Ma ogni cervello si governa a suo modo, e me- glio saria starne digiuna perché c'è copia di loquantà con poco amore. Io mi sforzo star aliena quanto più posso, pre- servando l'amicizia antica, dalla qual sempre n'ho ritratto onore e reputazione, e se altri la intende per altro verso me ne duole, ché per mia fe' non a praticò mai e' più generosi
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di voi, ornati di tante laudabil parte, che saria impossibile adunato tutta la gentilezza del mondo, poterne rifare un mezo; e se bene io non posso fruire la vista vostra, siate cer- to che non manco de l'affezione e servitù mia; sappiendo che tutto operate a buon fine e spero vivendo ancora qual- che fiata rivedervi e parlarvi d'ogni nostro caso e quando bene dalla banda vostra mancassi d'amore e d'amiazia, el che non credo né crederrò mai, io v'amerò sempre portan- dovi quella reverenzia e onore che si ricerca verso un suo singulare e onorato patrone, né potrei far altrimenti ché el cielo, e' pianeti, gli influssi celesti, el mio destino, con la mia natural inclinazione così permette e vuole. E se, come di sopra dissi, non vi visito e scrivo ogni giorno, non si faccia mai impressione la umanità vostra sia per oblivione, o per far poca stima de l'amicizia vostra, perché in aelo Idio e in terra Filippo e Francesco adoro, e non meno l'uno che l'al- tro anzi tanto più quello che sempre in ogni tempo e loco m'ha dato aiutorio, consiglio e favore, né mai ha mutato sua buona intenzione verso di me, che m'ha legata in una servitù e fede perpetua, come vedrà per effetto.

Intesi da Zan. e poi G. che la Clarice si doleva assai per essergli stato avisato non so che cosa, e anche mi dissono che vi lamentavi di me, avendo perso una lettera vostra, qual era in mano della Clarice. Io non ho prestato lor fede, perché spesso vorrebbon chiachiera d'altrui, ma se così fussi,
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dico che altri che fra loro medesimi non l'hanno detto, perché di qua non può venire, e sammi male che Filippo tien certi cervegli assai leggieri attorno, ché ognuno non è Francesco. Se nulla è risolvetemi, ché n'arei dispiacere grandissimo, ma quanto alle lettere vostre non so mai d'a- verne perse, ché l'ho tenute sempre con massima diligen- zia, onde non so donde potessi procedere simil cosa, se già non fussino state tolte al messo. Nondimanco non vo' creder niente, se non sono informata da voi.

Altro non dico. Raccomandomi alla grazia vostra, offe- rendomi sempre parata a' servizi di quella. Non leggete questa lettera ad altri. Vale.

31. Lett. XXXVIII: LA STESSA A OTTAVIANO FIORENTINO


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Nobili et generoso viro domino Optaviano civi florentino amico precipuo Iesus

Con quella felicità vi preservi el cielo che da noi conti- nuamente si desia.

Se io similiter coll'altre dinegar volessi non aver avuto gratissima la vostra graziosa lettera, saria la nostra una men- dacità espressa, e, visto e riletto mille volte quella, ringra- ziamo el primo moto, lo scrittore, la lingua e ogni istru- mento intervenuto a tanto nostro concupito bene, e, per Dio, giudico che la resonanzia delle nostre querulose voce sia pervenuta nel <co>spetto di chi le origina, ché sendo tan- to alla morte vicine quanto esser può un corpo all'ultimo spiraculo ridotto, non poteva venir sì congrna medela né tanto acomendata alla deficiente virtù nostra. Né acade che esprichiamo le cause de' nostri multipricati affanni, impe- roché non sono ignoti davanti alle vostre somme cortesie; né anche la distanzia locale permette con molta amplezza dichiarare el tutto, essendo voi di quella discrezione, qual per esperienzia abbian visto. Sappiamo che non bisogna
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glose, onde basta succintamente parlare, e per non preteri- re alcune parte, da noi più che l'altre notate, risponderemo con brevità, perché ancora che noi conosciamo la mano e lo stile, pur tuttavolta, sendo incerte che la risposta abbi a pervenir fedelmente nelle man vostre, riserberen molte co- se che doverebbono esser le principale espricate.

E primo vi ringraziamo che uniti in uno amore costante- mente vi offeriate permanere immobili; el che quanta ama- ritudine ci generava, pensar l'opposito, tanta iocundità ci porge sentir el contrario, dal cui buon proposito non siamo niente dispari, immo reduplicate in mille tenacissimi mo- di e' primi nessi, confessiamo e affermiamo oggi esser ri- strette in più amicizia che mai, e se venissi l'essercito di Ser- se, e l'armata d'Alessandro, e tutto l'universo congiurati in nostro danno, nulla potranno contra la fortezza del no- stro ostinato animo. Ché se la vita ci può esser tolta, non può già el valor di nessuno mutar la nostra intenzione, che radicata permane in noi, onde non c'è discrepanzia in questo caso, e non rincresce a nessuna di noi el tempo in- terposto. Ben ci duole che dopo lo intervallo non si veda a ssì lunga dieta comparazione alcuna; al che pensando, ci cruciamo che le avversità senza spene sono amara vivanda; non sarà che deposto quella vera e unica letizia che ci man- teneva, non siamo sempre collo intrinseco affetto in ogni loco dove sarà chi la miglior parte di noi seco tiene. E per- ché movete qualche dubio circa alla varietà e mutazion nostra
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mi par superfluo nelle cose provate cercar nuove atte- stazione, cum sit che forte nelle tentazione, costante ne l'opere, immobile a ogni cimento ci avete viste. E se nessun, pulsante, venissi, direno come perché non c'è loco diso- brigato e non trovando paragone ogni altra impresa giudi- cheremo abietta e vile; preterea le cose difficilmente acqui- state si preservano con maggior affetto. Quapropter estir- pate da' vostri celsi animi ogni suspetto, delucidate obnu- bilata mente imperoché nella fortuna ci sinistri, cercando per ogni via e modo deradicarci della terra de' viventi, pur tuttavolta la franchezza vive in noi la fede più florida l'un dì che l'altro si mostra e sia che vuole, ché ogni persecuzione ci farà più forte nella impresa, e questo senza giuramento possete stamparvi nel cuore.

Ringraziamo vostre gentilezze delle ample offerte fatte- ci, né acade dalla banda nostra riofferirvi quel che voi do- minate, perché in ditione vestra cuncta sunt posita. Non pote- va esserci data più ottima nuova che la propinqua e deside- rata salute dello invittissimo duca, del che abbian portato estrema doglia. Idio lo reduca al pristino essere con quel- la vittoria che si può dare a uno favorito e prosperato dal cielo e dalla terra. Nec plura, se non che tante fiate ci raco- mandiamo a voi quanti grani d'arena nel lito marittimo si
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truovono. E non vi gravi darci 2 versi di risposta che fia un potentissimo e necessario refligerio a nnoi in estrema ansietà costitute.

Valete. V. A. E. IN VILLA

32. Lett. XL: CAMILLA PISANA A FRANCESCO DEL NERO


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Non ci capitaté per noi, ché resterete gabbati di vederne nessuna, perché e' vostri tradimenti e le vostre malignità altro non meritano. Andate a uccellar altre, ché di noi ave- te preso quel sollazzo che dovete. Or non sappiamo noi che Filippo e Antonio son d'accordo e voi insieme? Che 'l dì che fusti qui, cioè venerdì, partito che fusti da noi, anda- sti a tinello dove era Antonio e dicesti: «Fate che Beatri- ce venga in ogni modo stasera, ché gli portereno la lette- ra» Poi venisti la sera e Filippo gli parlò e dette la lettera che comincia «Salve, irata nimis», poi ordinasti che Anto- nio venissi, e Filippo gli parlò di segreto e disson volerci ve- nir e così Dianora e Beatrice, e voi eri d'accordo. Ommè! Quando mai gli dinegai che lui non gli parlassi? Ché biso- gnava andar con tanti inganni? Così ci avete aggirate co- me fussimo persone più vile che la più infima cosa si truovi al mondo. Se noi non siam dello stato riche, generose o bel- le come voi tutti, l'amore supliva a ogni deficienzia nostra.
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Pigliate di quelle che sieno secondo e' vostri meriti, ché noi vogliamo stare in nostra pace; pigliatevi altre civette, ché ci avete uccellate tanto che vi basta. Veniteci di dì e di notte a chi vi pare, che non ve ne darem briga, e benché abbian fat- to el mutolo, nondimanco tutto collo ingegno abbian di- scorso per esser chiare delle vostre trappole. Non maravi- glia che quel traditor di Filippo diceva: «Studiatevi che 'l Rossello vuole aconciare » e tutto era con arte per ado- perarla con altri. Antonio mi disse averla scoperta; guarda come la trovò presto, sappian bene tutto. E come cercavi le- varvivi dalle spalle e così condurci e darci in preda a uso di cortigiane, ché aremo visto altro che palazzo; ma se vo- levi uccellar noi vi ingannavi, ché non fu mai nostro animo di venirvi, sappiendo la iniquità de l'animo vostro. Questo è il premio di quanto amore v'abbian portato, ché aremo messo la vita mille volte l'ora per voi e sempre ci avete tro- vate costante e forte a ogni arduo cimento. So bene che per ora ridete alle nostre spese, e che della mia lettera vi piglia- sti giuoco, e non bisognava agirarmi con bugie, ma forse e' nostri pianti e' nostri affanni termineranno qualche volta, ché d'ogni cosa si piglia partito. E per concludere io v<i> confirmo che non facciate più stima che noi siamo al mon- do per voi, ché se Cristo ci volessi spuntare non ci mutere- mo.


[p. 122]

Venite a Beatrice e chi vi pare, ché non voglian più cari- chi né per voi né per altri. Siano state trattate in tal modo che ce ne ricorderemo durante la vita nostra. Fateci tutto quel male che potete; le lettere nostre mostratele in piazza e banditele, ché altro che male non aspettian da voi. E que- sta sia per ultima, poiché l'amor nostro v'è stato tanto abo- minabile e odioso.

33. Lett. LIII: CAMILLA PISANA A FRANCESCO DELLI ALBICI


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Al magnfico messer Francesco delli Albici, patrone mio unico

Messer Francesco. Vi re<n>grazio che delle promesse mi facestivo alla partita vostra mi aveti molto ben satisfatta, ché messer Bernardo ha già tre volte scritto a Camilla da Pesa- ro, e voi non niente, che se cognosce molto ben chi ama e porta amore, e chi non. Ma veramente aveti tutti li torti del mondo, peroché l'amor mio non è già tale, che sempre cum la mente dì e notte sto cum el mio caro messer Francesco, e di me posseti disponere a onne vostro piacere e comodità; e però tanto più mi dole non trovare l'amore reciproco. Nondimeno vi prego vogliate emendare el fallo, e scriver- me qualche volta, peroché si non fusse per causa vostra, non starei un dì in Roma, e quando me manchereti, piglie- rò partito de partirme de qua e, per Dio, messer Francesco, lassati dire chi vole, che un dì me cognoscereti quando non me areti, ché adesso vi fo fare li vostri fazoleti, e alla venuta vostra li areti, e non penso se non fare cosa ve sia grata, e al- tro che voi non bramo, cerco e desidero, peroché ho dato a voi el core e l'anima, e cum voi son sempre. Non resta altro se non che vogliati mostrarme quello che io desidero, voi prudentissimo me intendeti, e mi rendo certo, si amore mi portati, me 'l dimostrareti.

Attendeti a stare sano, e recordative di me e di ritornare presto, ché stare né vivere senza voi non posso; che dal dì vi
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partistivo ho provato e sempre proverò un continuo morire senza morte, ché mai mi se è partita doglia di testa cum una lascieza de core intensissima, sol voi causa. Unde vi prego vogliati degnarvi de scrivermi, avisandomi quanto serà cel- lere el vostro ritorno, qual prego, quanto più presto posseti, per amor mio vogliati solicitare. Stai sano, e de me recorde- vole.


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(revised 26-05-2000) Camilla Pisana.
Elena Pierazzo

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