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Guadagnoli, Antonio

Raccolta completa delle poesie giocose


Indice

1. LETTERA ALL'EDITORE

A Carlo Nistri tipografo in Pisa. 1847
Sento da voi che, per la terza volta,
Vi è venuta l'idea di pubblicare
Un'Edizione della mia Raccolta.
In quanto a me, se lo volete fare,
5Il dir di no sarebbe scompiacenza;
Ma badiam di non farci corbellare.
Fate prima l'esame di coscienza;
E, se vedete che vi torni conto,
Tirate via, ché ve ne do licenza.
10Dal canto mio, mi troverete pronto
A far sì che quest'ultima Ristampa
Le antecedenti superi al confronto.
Vi cederò il diritto della stampa
Per anni sei, e forse anche per sette,
15Se Dio ci dà salute, e se si campa.

[p. 5]
Quantunque, se un tantin vi si riflette,
Queste Raccolte degli Scherzi miei
Saran sempre incomplete ed imperfette
Fino al mio lux perpetua luceat ei:
20Dall'altra parte, a dirvela, per ora,
Se voi vi contentaste, io non morrei.
Al più, al più, vi posso metter fuora
Due nuovi Scherzi che da lungo io medito,
E unirvi quanto pubblicai finora:
25E, se vi par che il libro acquistar credito
Possa più dal ripien che dall'ordito,
Darvi due fogli di lavoro inedito.
Questo sì; ma ho da rendervi avvertito
Ch'io rassomiglio un libro ristampato
30A quei che si rivoltano il vestito:
Nuovo è il modello su cui vien tagliato,
Nuovi i bottoni; insomma, tutto è nuovo,
Fuorché il vestito, il quale è rivoltato.
Pur, se con tutto ciò non vi rimuovo;
35Se a creder vantaggioso persistete
Ch'io metta fuori quel che mi ritrovo,
Per me vi metto fuor quel che volete;
Ma se smercio non ha la roba mia,
Con chi non ci ha che far non la prendete.
40Or ci vuol altro che la poësia!
Or ci voglion le macchine a vapore,
Per iscuotere un po' la fantasia!
Che volete che scuota uno scrittore,
Che se ha l'ali alla testa ha i ceppi ai piedi,
45E non può dir ciò che gli bolle in core?

[p. 6]
Quanto saran felici i nostri credi!
Almeno in quella sospirata età
Potrai dir quel che senti, e quel che vedi
Or non si vuole udir la verità:
50Promuover la virtù, mordere il vizio,
Adesso è preso per fatùità!
Eppur, fra tanta gente di giudizio
Essere io solo il pazzo mi diletta:
Non copiar gli altri dà di genio indizio.
55A nascere si è avuto troppa fretta:
Se un po' più s'aspettava, oh bella cosa!
Ma torniamo a parlar dell'Operetta.
Come non v'è fanciulla mostruosa
Che non credasi avere un qualche merto,
60E non speri esser chiesta per isposa;
Così, che non vi sia, tengo per certo,
Un libro, abbenché insulso e inconcludente,
Il quale o prima o poi non venga aperto;
Né vi sia chi non creda fermamente
65La noia della pagina passata
Compensar colla pagina seguente.
Sarà l'Opera mia pur fortunata,
Se qualcun le darà, così di corsa,
Come si dà ai processi, una guardata!
70Ma, Nistri mio, chi vuole empir la borsa,
E guadagnare i quattrini a palate,
Convien ch'abbia riguardo anche a chi sborsa.
Il far tanti fascicoli e puntate,
Come fan della Storia del Cantù,
75Son per chi dee pagar tante stoccate.

[p. 7]
Voi datene una sola, e poi non più;
E vedrete che il mondo va da se:
Chi volete che pensi a quel che tu?
Vi chieggo inoltre istantemente che
80Sia la stampa dal Tortoli1 rivista,
Che dir si può de' revisori il re.
Ditegli che ci badi, e che ci assista;
Ditegli pure che ve l'ho dett'io
Né al certo ci farò figura trista.
85Anche il Ducci2 ha stampato il libro mio;
Ma le sue scorrezioni e negligenze
Gridan vendetta al cospetto di Dio.
E lo Spiombi?3 fa certe incongruenze
Certe bestialità, certi pasticci
90Che far non si dovrebbero a Firenze.
Dunque, vedete che non son capricci;
Caspita! qui si tratta dell'onore!
Chi legge dei spropositi massicci,
Non cerca mica s'è lo stampatore;
95Dice: l'autore li dovea correggere:
E chi tocca dell'asino? - l'autore. -
E prego, infin, quei che mi vorran leggere,
D'esser meco benevoli e discreti,
E queste mie meschinità proteggere.
100Il palio corsi tra i scrittor faceti,
E sprone mi fu il Pubblico all'andare;
Ma or che più freschi e giovani poeti
Entrano in lizza, e s'odono gridare,
Incalzandomi a tergo, a tutto fiato:
105Buon uom, da parte! lasciaci passare;

[p. 8]
Io, barbero oggimai quasi sciancato,
Piùttosto che restare a mezzo giro,
Lascio libero agli altri lo steccato,
E bestia riposata mi ritiro.

2. AVVISO AGLI AMICI


[p. 9]
1833
Voi che leggete tante poësie,
Né le leggete sol, ma le comprate,
Spero che comprerete anche le mie
Quando le avrò in un tomo ristampate,
5E in un sesto piccin come il presente,
Onde v'entrino in tasca facilmente.
Sì: se i fati non sono a me sinistri,
Spero che nell'april metterò fuori
In Pisa, presso Sebastiano Nistri,
10E con licenza de' Superïori,
Metterò fuori il NASO, indi la CODA,
D'AMOR LA PENNA, ed il COLOR DI MODA;

[p. 11]
LE-ROY, qualche DEDICA e SONETTO,
TUTTE LE DONNE SON DI MIO PIACERE,
15MUSICA e AMORE, l'ABITO, il CADETTO,
Del CRISTAL la ROTTURA e del BICCHIERE,
La CIARLA, i BAFFI, la BEFANA, il BUE,
E tutto questo per fiorini due.
Intendiamoci! dico due fiorini,
20Ma son pronto a pigliar dagli Associati
Testoni, lire, paoli, madonnini,
Purché non sien bucati né tosati,
Ma sieno intatti, e del valor perfetto
Di due fiorini, come sopra ho detto.
25E affinché siate a favorirmi dediti,
A questi Scherzi già stampati e vecchi,
Tre ne unirò nuovi di zecca e inediti;4
Cercherò poi che il libro non vi secchi,
E questo facilmente l'otterrò
30Collo scriver men versi che potrò.
Veramente mi dà dell'inquietudine
Il timor, che chi ha prese una alla volta
Le Cose mie, m'ascriva a ingratitudine
Il lasciare a metà la sua Raccolta
35Per rifarne una nuova, e in altro sesto,
Con correzioni e aggiunte; ma protesto.

[p. 12]
Che vicino a finir quel tempo è omai
Per cui provvida legge mi protesse
Dall'ugne de' tipografi e librai;
40Or, chi mi dice che per suo interesse
Qualcun non mi ristampi? e far degg'io
L'altrui vantaggio, e trascurare il mio?
Dirò di più: gli stampator moderni
Non son Aldi Manuzj; e a far moneta
45Badan più che a correggere i quinterni
Che affida loro un povero poeta;
Quindi ne avvien, come più volte ho scorto,
Che un verso o è troppo lungo, o è troppo corto.
Ma sotto gli occhi miei sarà rivista
50La mia Ristampa, onde non manchi un' ette:
Per opra quindi di valente Artista
Corredata sarà di sei vignette;5
Perché quando ci son le figurine,
S'ha più coraggio d'arrivare al fine.
55Al momento però che le persone
Riprodotti vedran gli Scherzi miei,
Sarà chiusa ad ognun l'associazione,
E la Raccolta varrà päoli sei. -
Chi mi può dieci firme procurare,
60Una copia ne avrà senza pagare.

[p. 13]
Per tutta Italia ove si porta il passo,
S'ode qua e là gridare ad ogn'istante:
Il signor N. N. è un altro Tasso!
Il signor N. N. è un nuovo Dante!
65L'Ariosto nel tale alfin risorse!
Il tal altro è un Petrarca senza forse!
Io non dirò d'essere un cima-d'-uomo,
D'essere un autorone di cartello;
Ma neppur s'ha da dir che stampo un tomo
70Di cose utili a nulla; e me ne appello
A voi, Donne: Voi dite francamente
Se sia, o no, la mia roba utile a niente.
Io son utile in primis ai lettori,
Perché, leggendo, non istanno in ozio;
75Io son utile quindi ai stampatori,
Ché fanno alle mie spalle il lor negozio;
In fin guadagno, e son utile a me;
Dunque vedete ben che l'util c'è.
E così essendo, col presente Avviso
80Che a me gioviate di pregarvi ardisco,
Una man lava l'altra, ed ambe il viso:
Mi; raccomando, Amici: e qui finisco;
Ché quanto più di versi il foglio è pieno,
E tante firme c'entrano di meno.

3. ALLE DONNE - Introduzione


[p. 14]
1833 - 1847
Una Ristampa? - Sì: non mi vergogno,
Donne, di dire a voi la verità;
Stampai la prima volta per bisogno,
Ed or ristampo per necessità;
5Non è meglio che godano gli autori,
Che quegl'ingordi degli stampatori?
Voi però che capite la ragione,
Spero che niuna mi sarà contraria
Se faccio al libro mio l'Introduzione;
10Perché l'introduzione è necessaria
In ogni cosa, sia pur buffa o seria,
Prima che uno scrittore entri in materia.

[p. 17]
Veramente dovea stenderla in prosa,
Come tutti costumano di fare;
15Ma temendo che fossevi noiosa,
Io non l'ho fatto per non vi seccare;
Ogni poeta al mondo ha i gusti suoi:
Il mio gli è quello di piacere a voi.
So che a ristampar versi io mal la specolo,
20Or che in nuove scoperte ognun s'adopra,
Ché dir si può delle scoperte il secolo;
Ma, Donne, io che volete che vi scopra?
Al più, al più, quel che scoprir vi posso
È la miseria che mi trovo addosso.
25Ma perché non vi spiaccia, o desti orrore,
L'orpellerò di lusinghier concento;
Così Frank, astutissimo dottore,
Ricoprìa le sue pillole d'argento;
E il fanciullin, che non sapea di più,
30Vedeale belle, e le tirava giù.
Non crediate però, Donne mie care,
Che con questo libretto in poësia
Passar pretenda ai posteri; eh vi pare!
Ci voglion altre barbe che la mia!
35Pur gioïrò se, dopo averlo letto,
Esclamerete: oh pazzo maladetto!

[p. 18]
E che? seguendo la mania moderna,
Con immagini oscure e color tetri,
Allo squallor di funebre lucerna
40Forse cantar dovea tombe, ferètri,
Larve, spaventi, diavoli e versiere,
Per far venire il mal del miserere?
Eh! lasciam pur che le straniere genti
Abbian di cupe idee pieno il cervello;
45Ma noi d'Italia nei confin ridenti,
E sotto un ciel così sereno e bello,
D'indole dolce, e pronti all'allegria,
Perché mentir l'ilarità natia?
Per me regalo il pianto alla tragedia,
50E il lascio all'elegia dolente e trista;
Non ho lo splin, né vo' morir d'inedia,
Né per pianger vo' perdermi la vista;
Finché la gioventù me lo consente
Vo' divertirmi, e stare allegramente.
55Seguiamo il Berni, il quale a piene mani
D'attici sali asperse i suoi quaderni;
Lo so che i miei saran da quei lontani,
Ma non vi dico già d'essere il Berni!
Dico sol di seguir le sue maniere,
60E se ridete mi farà piacere.

[p. 19]
Se poi non ci riesco, lo sopporti
Ognuna, e lodi almen gli sforzi miei.
A un medico diceva un beccamorti:
Signor Dottor mi raccomando a lei:
65Ed ei rispose, a quelle voci mosso,
Figliuol mio caro, faccio quel che posso.
Or, giacché Voi che il libro mio leggete,
Non siete tutte del paese Tosco,
E in conseguenza non mi conoscete,
70Né io probabilmente vi conosco,
Così qui parmi che benfatto sia
Darvi uno schizzo della vita mia.
Non v'aspettate già, Donne vezzose,
D'udir qualche amoretto romanzesco,
75Qualche galanteria; ché non son cose
Coteste da pigliarsele in bernesco:
E poi, vi parlo da sincero amico,
Certe cose le faccio, e non le dico.
No, no: sol vi dirò, Donne mie belle,
80Poiché mi ridon gli anni giovanili,
Come nacquero queste bagattelle,
Che da voi lette diverran gentili;
Ché pregio è sol di Voi, Donne adorate,
Il rendere gentil ciò che guardate.
85
[p. 20]
Almen, quando sapranno le persone
I tempi criticissimi in che ho scritto,
E che l'ho fatto senza pretensione,
Ma sol per trar da' versi miei profitto,
Mi lasceranno, e questo è il mio conforto
90Campar da vivo, e benaver da morto. -
Era il pianeta che distingue l'ore
Già vicino ad entrare in Capricorno,
Allorché, coll'aiuto del Signore,
Vidi la prima volta i rai del giorno
95Nella diletta Arezzo, un anno pria
Che s'udisse gridar: Vivamaria!6
Se l'antico proverbio il ver parlò,
Che tutto quel che in venerdì si fa
Un esito felice aver non può;
100Si vede ben che, per fatalità,
Quando la mamma mia mi partorì,
Aspettò per l'appunto al Venerdì.
Poiché quando alla luce i' venni fuori
C'erano in casa mia de' capitali;
105Ma o fosser gli stralocchi dei maggiori,
O nuovi impicci, o mangerie legali,
Il fatto è che ogni cosa se n'andò,
E nuda a me la nobiltà restò.

[p. 21]
Ch'io vedo, la miseria da vicino
110Son, per sua grazia, da sei lustri omai;
Mi strinse in fasce, m'allattò bambino,
Mi prese affetto, e non mi lascia mai;
E quand'uno comincia a dare in giù,
Requiem aeternam, non risorge più.
115Or, non crediate che con modi scaltri
Dell'infanzia gli error voglia celare;
Era un monello come tutti gli altri,
Con pochissima voglia di studiare;
Ché da piccini non si può riflettere
120All'utile che recan poi le Lettere.
Anzi credea che chi sortì dal fato
La stampa di Signor dovesse avere
Il nobil privilegio d'esser nato
Per non far altro che mangiare o bere;
125E che, per conseguenza, onde ben vivere
Fosse inutil saper leggere o scrivere.
Dopo nov'anni e più di tale istoria,
Che a babbo e a mamma non potea piacere,
L'ottimo padre mio, buona memoria,
130Con le più dolci c amabili maniere,
Non come quei che dicono che fa
Meglio il bastone, che cent'arri là;

[p. 22]
Figliuol, dissemi un giorno il mio buon padre,
Ogni nostra dovizia è omai sparita;
135Con mezza dote sol resta tua madre,
Perché quell'altra mezza se n'è ita;
E s'avvien che dal mondo anch'io men vada,
Tu rimani nel mezzo d'una strada.
Speri forse ne' ricchi? Ohimè! non vale
140I ricchi a impietosir l'altrui sciagura;
Chi sta bene non pensa a chi sta male,
Ché ognun col proprio braccio si misura;
De' complimenti ve ne fanno assai,
Purché alla borsa non s'arrivi mai.
145Non li specchiar sugli altri alla giornata;
Gli ozïosi non prender per modello;
Bello è per quei che campano d'entrata
Il divertirsi tutto giorno, è bello
Un focoso destrier col fren correggere ...
150Ma è bello ancora l'imparare a leggere.
Vedi quelle Iscrizioni in marmo affisse,
Talché Arezzo rassembra un cimitero?7
Lì s'allattò, là s'educò, qua visse
Un Poeta, un Filosofo, un Guerriero;
155Gente in fin ch'ebbe voglia di far bene,
E la Patria ne gode, e se ne tiene.

[p. 23]
E mentre ognun fu alle bell'opre intento,
Tu giunto agli anni della discrezione,
Invece di far uso del talento
160Che il ciel t'ha dato, ed essere il bastone
Della vecchiezza di noialtri due,
Ti tiri su per asino e per bue?
Va', va': finché non ti sarai cangiato,
Amarti come figlio non poss'io ...
165Ah no! gridai con urlo disperato,
Ah non m'abbandonate, babbo mio!
Studierò, buscherò dello monete,
Mettetemi il collar, fatemi prete.
Ed eco che da chierico vestito
170Fui posto di dieci anni in Seminario,
E appresi in primo a leggere spedito
L'Uffizio della Vergine e il Breviario;
Ignaro che talor più d'uno accorto
Al saper fa supplire il collo torto.
175Pur, quando coll'età crebbe il giudizio,
E vidi che a de' tondi più di me
Si dava la cappella o il benefizio,
Ed a me nulla, m'irritai sì, che
In vece d'ire avanti torna' indietro;
180E, mel perdoni Dio, gabbai San Pietro.

[p. 24]
La Chiesa non ha molto scapitato,
Ma son io che ho perduto, pover uomo!
Ché a quest'ora potevo esser prelato,
O almeno almen canonico di Duomo;
185E senza tanti affanni e tante pene,
Durar poca fatica, e mangiar bene.
Ma più che fare il prete a me piaceva
L'ameno studio della poësia;
Ed a questa inclinato mi rendeva
190Il genio, l'estro e la natura mia;
Quando il padre mi disse: e che? sei matto?
Io con la poësia che cosa ho fatto?
Dunque sul primo giovenile errore
Dove volgere il piè, dove l'idea? -
195Correan que' tempi che di nuovo in fiore
Eran gli studi nella dotta Alfea,
E cessata dell'armi la paura,
Alla toga cedeva la montura.8
Come in tempo di fame o carestia,
200S'inurbano a gran torme i poverelli,
E pane, gridan, pane, in ogni via;
Così la gioventù giù da castelli
Da ville e da città piove in Sapienza,
E, scienza, grida ai Professori, scienza!
205
[p. 25]
E ogni tenera madre ch'esecrata
Avea finor la sua fecondità,
Ora è tutta contenta e consolata
Perché va il figlio all'Università;
Ed il dolce pensier le inonda il core
210Che va via ciuco, e tornerà dottore.
Sol piangon l'Arti Belle, o piange il Gusto;
E con Minerva Cerere si lagna
Che in questo od in quel giovine robusto
Forte braccio le tolga alla campagna;
215Ma lasciam pur che si disperi e pianga;
La penna è più leggiera della vanga.
Io pur, tanto per dir: sono Scolare!
Volea colà dirigere il cammino;
Ma la Legge mi dava da pensare,
220Essendo deboluccio nel Latino;
Ma un amico: la porta è grande assai;
Vacci, vacci, mi disse, e passerai.
Tanto, poi soggiungea, quando un legale
Sa il formulario e la tariffa a mente,
225E adopra un po' di ciarla naturale,
Le lingue morte non gli giovan niente;
Bisogna far intendere il Toscano
Quando al cliente stendesi la mano!

[p. 26]
Oh! quanto è dolce quel sentirsi dire:
230Signor Dottor, le faccio reverenza;
Ho qui il sacchetto delle mille lire
In conto della sportula, sentenza,
Scritture, emolumenti ch'ella sa;
E quanto è dolce più quel date qua.
235Così la stella che il mio corso regge
Guidommi a Pisa co' più fausti auspìci,
Ed in quattr'anni l'una o l'altra legge
Su i Ristretti imparai de' fidi amici;
Ma crediatemi pur che se l'ostacolo
240Superai degli esami, fu un miracolo!
M'avea la noia estenu5to il viso
In guisa, che più d'uno dubitò
Ch'andassi a laurearmi in paradiso:
(Se v'entrino Legali io non lo so);
245Pur finalmente, come piacque a Dio,
Potei gridare: oh son dottore anch'io!
Né m'ingannai, ché infatti era dottore;
E il libro mel dicea9,
l'anel, la vesta,
250L'amplesso, ed il cappel che dal Priore
Messo mi venne pro corona in testa,
Delle trombe il fragor, la gente accorsa ...
Ma più di tutto mel dicea la borsa.

[p. 27]
Addio diletti Professor, di cui
255Viva memoria in mezzo al core io porto;
Addio Collegio ove quattr'anni io fui10,
Addio bel Campanil dal collo torto,
Addio Lungarni, addio Città di studi,
Addio Sapienza, addio sessanta scudi!11
260Così dicea, ché della Patria in seno
Udia la voce, ed ai paterni lari
Tornar di novo, ed al natio terreno,
Era il desio tra i miei desir più cari;
Ma l'uomo in terra a voglia sua propone,
265Mentre diversamente il ciel dispone.
Dottor, nel Foro entrai. Grande è la stanza,
E sul muro all'intorno effigïate
Stan Giustizia, Prudenza e Temperanza;
Due, non c'è mal, si son ben conservate;
270Ma sia l'età, sia l'umido del loco,
Sol la Giustizia si conosce poco.
Oh sonate campane! alfin potrò
Qui, dissi, sostener l'altrui ragione,
E legalmente rïentrar vedrò
275Nella mia tasca qualche francescone;
Giacché è non ho fatt'altro da scolare
Che pagare, pagare, e poi pagare!

[p. 28]
Ma dopoché veduti ebbi parecchi
Ridur di Temi il tempio a paretaio,
280(Parlo dei cavalocchi o mozzorecchi)12,
E a chi c'imballo esser cagion di guaio,
Avventandosi gli uni agli altri addosso
Come due can per disputarsi un osso;
Suscitar liti invece di sedarle,
285Delle vedove a danno e dei pupilli,
E le sentenze estorcere con ciarle,
Con raggiri, con cabale e cavilli,
Dei Tribunali abbandonai la via
Bramoso di salvar l'anima mia.
290V'è tra i Legali ancor gente incorrotta,
Cui virtù sola alle bell'opre spinge;
Ma chi sta in mezzo al foco e non si scotta?
Chi sta in mezzo alla brace o non si tinge?
E chi può con lo zoppo camminare
295Senza che impari anch'esso a zoppicare?
Sciolta frattanto dal mortal suo velo
Era l'amata mia sorella13, quando
Anche il buon padre la raggiunse in cielo14;
Ond'io senza un quattrino al mio comando,
300E colla madre vedova restato,
Grande e grosso, né prete, né avvocato;

[p. 29]
Che far dovea fra tante angustie e pene?
Qualcun diceami: sposati a una vecchia
Che sia ricca, e ti lasci da star bene;
305Altri poi susurravami all'orecchia:
La man di sposo a bella donna dà,
E un protettore non ti mancherà.
Eh andate al diavol; ci vorrebbe questa!
Sparisce la beltà, la gioventù,
310Eppoi la moglie e il pentimento resta,
E i protettori non si vedon più;
No: piùttosto che aver moglie protetta,
Amo la povertà vile e negletta.
Altrui vile e negletta, a me sì cara,
315Ché all'infamia non scende e al disonore;
E se nel resto ebbi la sorte avara,
Alti sensi mi dette ed allo core;
Perciò m'ama ciascun, ciascun m'apprezza,
E per me questa e la più gran ricchezza.
320Chiedi un Impiego. - Non ne son capace:
Altra testa ci vuole, altro talento!
La branca criminal? . . - No, non mi piace,
Poiché bramo star lieto ogni momento;
Né lì si veggon mai più lieti quadri
325Fuorché gruppi di spie, di birri e ladri.

[p. 30]
O dunque? - Dunque amo tranquilla e queta
Vita, il ridico, fra gli scherzi e il brio;
E di tanti mestier, quel del poeta
Lo trovo il più conforme al pensier mio;
330Sì: per chi gode fare il vagabondo,
Egli è il più bel mestier di questo mondo!
Convien saper, tornando un passo indietro,
Che m'avean per poeta salutato
Fin da che scrissi del mio naso in metro;
335E in verità se nome tal vien dato
A chi fa versi, e non ha mai moneta,
Mi stava bene il nome di poeta.
Figuratevi un po' che tremarella,
E che improvviso batticor mi nacque
340Nel metter fuori quella bagatella!
Nondimeno il mio naso non dispiacque,
Anzi venne lodato; e giusto, o ingiusto
Fosse l'elogio, so che c'ebbi gusto.
E che? non vi par forse un bell'onore
345Per uno zanzarino di Parnaso
Quale appunto son io, dalle Signore
Sentirsi dire: ecco l'autor del Naso!
E per le strade, e per i borghicciòli
Interrogarsi: è quello il Guadagnoli?
350
[p. 31]
Ma mentre sorridevano i lettori
Benigni al Naso del Dottor d'Arezzo,
Lo ristamparon cinque stampatori,
Che il lor naso vendendo a minor prezzo,
Empir di nasi la Toscana, ed io
355Non seppi più dove ficcare il mio.
Nondimeno, coraggio! - Al primo scherzo
Un secondo ne aggiunsi, e dopo questo
Audacemente messi fuori il terzo;
Quindi il quarto composi, il quinto, il sesto;
360Ma sapete? con tutta la mia vena,
Non accozzavo il pranzo con la cena.
Laonde se vestir fino al presente,
E se ho voluto bevere e mangiare,
Benché l'ozio mi piaccia grandemente,
365Ho dovuto anche mettermi a insegnare
Ai fanciulli di Pisa l'idïoma
Che si parlava anticamente in Roma.15
Il maestro di lingue egli è un mestiere
Che il suo bene e il suo male in sé contiene;
370Se gli scolari han voglia, è un gran piacere;
E grandissimo poi se pagan bene;
E in ver quei d'oltremonte, o d'oltremare,
Per pagar bene van lasciati stare!

[p. 32]
Ma tra noi! Se a qualcun voi domandate
375Una discreta somma di danaro,
Vi faran far tremila passeggiate,
V'udrete dir che siete troppo caro,
Ed alla fine vi faranno intendere
Che la famiglia non può tanto spendere.
380Curiosi! credon fare un grand'avanzo
Col toglier dieci scudi a un precettore,
E poi cento ne sprecano in un pranzo,
In una ballerina, in un cantore,
In tilbury, in pariglie ed in landò,
385E i figli restan tondi come un O.
Ma s'egli è ver che sempre sa di sale
Lo pane altrui, non è poco salato
Anche quel d'un Maestro Comunale,
Che si trova ogni giorno circondato
390Da trentacinque o trentasei strumenti
Che a quel che dice non istanno attenti!
Ma già, come volete che un bambino
Della Lingua latina si diletti,
Se, invece d'adescarlo, da piccino
395Con quel benedettissimo Porretti,
Fastidio, solvo, ed altro verbo strano,
Gli si fa il capo come un tamburlano?

[p. 33]
Poi, se gridano un figlio, tal parola
A quante madri s'ode uscir di bocca:
400Se non sei buono, oggi li mando a scuola;
E lì ve' dal maestro se ne tocca!
Sicché crede il bambin nel suo giudizio
Non un piacer la scuola, ma un supplizio.
Quindi cresciuti al suon di quelle voci
405I ragazzi, si fermano a giocare
Alle piastrelle, ai noccioli, alle noci;
O a mirar cani per le vie ballare,
O a veder levar denti alle persone
Da un ciarlatano, e salan la lezione.
410E si vergognan poi questi signori,
Grandi d'età, piccini di cervello,
Di venire alle scuole inferïori;
Metton su baffi, storcono il cappello,
Fumano il sigaretto, il capo frulla,
415E in quanto ai studi non si fa più nulla.
Altri s'alzan tardissimo dal letto,
A scuola van quando lor salta l'estro,
Non studian mai per non guastarsi il petto,
E poi pretenderebber che il maestro
420Per un pecoro, o un paio di capponi16
Diventar gli facesse Salomoni!

[p. 34]
China o febbre, un Dottor di medicina
Diceva a' suoi malati all'ospedale;
China o febbre, figliuoli, febbre o china.
425Lo stesso io dico a tutti in generale:
O studiar con impegno ed esser uomini,
O in Empoli volar pel Corpusdomini.17
Da che fo di ragazzi il precettore,
Povero me! non mi si riconosce:
430Avevo un par di gote da fattore,
E adesso eccole qui, son flosce, flosce:
Ho poi due gambe che appena sto ritto;
Talché rassembro una mummia d'Egitto.
E poi che tanto t'affatichi e studi
435Nell'inverno non men che nell'estate,
Qual n'hai mercede? Cencinquanta scudi.
Mangiate! rivestitevi! scialate!
Un povero Maestro Comunale
Guadagna poco più d'un manovale!
440Vergogna! Anzi guadagna meno assai;
Ché se han voluto in Pisa ed in Livorno
Del terremoto riparare ai guai18,
Han dato ai murator sei paoli al giorno;
E a noi cinque giuliacci al più, al più;
445E anche bisogna ringraziar Gesù.

[p. 35]
Ma quantunque mi logori il polmone,
E venga ogni di più pallido e scarno,
Ho forse a darmi alla disperazione?
M'ho da gittar dalle spallette in Arno?
450Se della morte ho ad appagar le brame,
Meglio è far versi; almen morrò di fame.
Né m'aduli verun per complimento
Col dir: bei versi! oh come son vivaci!
Oh che genio! che ingegno! che talento!
455 Poiché aborro tai lodi, come i baci
Che si danno alle volte le Signore,
Che son baci di labbra e non di core.
I versi aman la placida quïete,
E fuggono ogni cura aspra e molesta;
460Ora, ditemi un po', come volete
Che m'entrin de' bei versi per la testa
Tra le molestie e tra i disgusti amari
Che mi dan, come ho detto, i miei scolari?
Sentiste! due susurrano per otto;
465Tre fanno chiasso per una dozzina;
Strepitan quattro almeno per diciotto;
Urlan cinque per una quarantina;
E quando con tal gente si ha da vivere
Quattr'ore il giorno, come si può scrivere?
470
[p. 36]
In verità se nella nobil'arte
De' versi d'occuparmi ho dato un saggio,
Al favor degli amici il debbo in parte,
Ed in parte lo debbo al mio coraggio;
Ma ì debbo più di tutto al mio SOVRANO
475Che a me distese la benigna mano. 19
Per correr miglior acqua alzai lo vele,
E dopo sedici anni abbandonai
Le scuole e gli scolar di San Michele,
E un Istituto a mio piacer fondai20
480Che fiorì per due lustri, ed or si spera
Che rigoglioso tornerà qual era.
Ma mentre queste care pianticelle
Sotto la man del lor cultor vedea
Farsi ogni dì più vegete e più belle,
485E ne gioivo; ohimè! la sorte rea
In terra ogni conforto mi rapìa
Col rapirmi la madre! - O Madre mia,
Accogli queste lacrime che spando,
Dell'immenso amor mio picciol tributo;
490Ricorditi di me; ti raccomando
La memoria del ben che t'ho voluto:
Io per conforto avrò nei giorni mesti
Che gli occhi il braccio al tuo figliòl chiudesti.

[p. 37]
Da quel giorno fatal Pisa d'aspetto
495Cangiò per me; né valsero gli amici,
Né degli alunni l'innocente affetto,
Né il grato rimembrar dei benefici
A rendermene amabile il soggiorno,
Ed al terren natio feci ritorno.
500Qui Rettorica insegno ed Eloquenza
Nel pubblico Liceo della Città.
Non ho gran paga, ma ci vuol pazienza;
Son sì aggravate le Comunità
Con strade, piazze, ed illuminazione,
505Che non posson pensare all'istruzione! -
Questo finora è stato il viver mio;
Quello che sarà poi per l'avvenire,
Donne, non lo sappiam né voi né io,
E in conseguenza non lo posso dire:
510Quanto a me vo' sperar che vada bene;
Se no, piglierò il mondo come viene.
Va' dunque, o meschinella opera mia,
Fra i giovinetti e le donne amorose ...
Ma no, spetta un pochin, non andar via;
515Ché prima voglio dir dell'altre cose
Che, per essermi occorse nell'istante,
Formano un episodio interessante.

[p. 38]
Sia noto a tutti che il Dottor Antonio.
Che questi cenni di sua vita stampa,
520Alla fine or possiede un patrimonio
Da star ben, se ha giudizio, finché campa;
(E averlo a cinquant'anni è indubitato,
Quando il morso del lupo s'è provato).
E questo patrimonio non l'ha fatto
525Coll'affittare il soffio dei polmoni,
Colla comune abilità del gatto,
Colle pensioni o gratificazioni,
Col risparmiar le pappe agli spedali,
Col lucrar sugl'impieghi, e cose tali.
530Grazie a Dio non ho a farmi alcun rimprovero,
E con chiunque in onestà mi picco;
Certo, che andar la sera a letto povero
E la mattina ritrovarsi ricco
Sembra un sogno, ma pure è realtà.
535Ecco dunque la cosa come sta:
Ultimo di sua stirpe, entro Cortona
Moriva un Vecchio generoso e pio,
Mio congiunto, bravissima persona,
E chiamava un erede (che son io);
540Ed io non punto sordo alla chiamata,
Presa ho la roba ch'egli m'ha lasciata21.

[p. 39]
Se il giungere ad avere un poderetto
Parve ad Orazio una gran bella cosa,
E si stimò contento (almen l'ha detto),
545IO grillo appetto al Cigno di Venosa,
Che invece d'un poder ne ho avuti sei,
Non debbo esser contento? Eh! non saprei.
Mi spaventava (ormai lo posso dire
Che ne son fuori, e il cielo ne ringrazio),
550Mi spaventava di dover morire
Maestro o in San Michele o in Sant'Ignazio;
Perché il morir sì mal ricompensati
Dal Comune, è un morir da disperati.
Oh poveri Maestri di ragazzi,
555Siamo trattati proprio come i cani;
Finché abbaiano a guardia dei palazzi,
Tutti con lor sono cortesi, umani;
Quando non son più buoni a far bu, bu,
Una funaccia, un sasso al collo, e giù!
560In ogni Uffizio, in ogni Dicastero
Il vecchio, l'impotente ha una pensione;
A chi si logorò nel magistero
Si toglie un terzo della provvisione;
Sicché compie il Maestro Comunale
565La brillante carriera all'ospedale!

[p. 40]
Ma verrà tempo, e forse verrà presto,
Che i nostri della Patria reggitori
Penseran, dopo tutto, ancora a questo:
Ché se non si provvede ai precettori,
570Sempre avremo, progresso o non progresso,
Zucche, Signori, come abbiamo adesso.
Ho militato cinque lustri interi
Nel Corpo dei maestri in vario loco,
( Corpo che non è quel degl'Ingegneri,
575Ché questi mangian molto, e quelli poco):
E forse militai non sine gloria,
E qui finì la dolorosa istoria.
Finì? - Ah preveggo che non è finita;
Ché in questa valle misera di pianto
580Non si può dar felicità compita!
Anche gli eredi han le lor pene; intanto
La prima annata m'è andata in sinistro:
L'ha beccata l'Uffizio del Registro.
E poi m'assedieranno i conoscenti,
585Gli scrocconi, le birbe, i galantuomini;
Ma risponderò lor come ai parenti
Rispose, fatto papa, il Piccolomini:
Quand'ero Enea nessun mi volle, ed io
Non vo' nessuno adesso che son Pio.
590
[p. 41]
Pur, benché vada a rischio ogni padrone
D'esser messo di mezzo alla giornata,
Benché gravosa sia l'imposizione,
Nulladimeno il vivere d'entrata
Una cosa mi par, se mal non scerno,
595Comoda per l'estate e per l'inverno. -
Or vanne, o meschinella opera mia,
Fra i giovinetti e le donne amorose;
Va' dove alberga il riso e l'allegria,
E fuggi le persone scrupolose;
600Vanne, ti prego la fortuna amica;
Va' ch'io ti mando, e il ciel li benedica.
Pur, se il mio libro dedico alle donne,
Non mi crediate mica un donnaiòlo;
Poiché, sto volentieri fra le gonne,
605Ma quanto al resto sono un buon figliòlo;
Ci rido, ci discorro, ci passeggio,
Ma, come dico, poi non c'è di peggio.
Sa il ciel quanto faran strepito e chiasso
Su queste carte i critici, i saccenti!
610Chi troverà lo stile troppo basso,
A chi non piaceranno gli argomenti,
Chi mi dirà pesante, chi leggiero,
Chi dirà che ho rubato, e questo è vero.

[p. 42]
Già, a dar retta a chi critica e inquïeta
615Ci sarebbe da perdere il cervello,
Se lo potesse perdere un poeta.
Lo so da me che il libro non è bello,
Che certe inezie o non doveva farle,
O, fatte, adesso non dovea stamparle;
620Ma, santo ciel! si stampan tante cose
Che al pari delle mie destan pietà,
Che al Pubblico dirò, come rispose
(Non so se in Salamanca o in Alcalà)22
Agli Esaminator quello scolare,
625Il qual era lì lì per non passare:
È ver, Signori miei, non ho studiato,
Egli disse rivolto ai Professori,
E non merito d'esser lau5reato;
Ma è tanta l'indulgenza in lor Signori,
630E fan tanti Dottor, che, a parer mio,
Fra l'altre bestie posso starci anch'io!

4. AGLI ASSOCIATI. AL NASO (dedica)


[p. 43]
Voi, che ascoltate in sesta rima il suono
Di questi ghiribizzi immaginati
Quand'era in parte altr'uom da quel ch'io sono,
Né gli scudi sessanta avea pagati:
5Se del Naso vi canto e vi ragiono
In modi parte miei, parte rubati,
Spero gloria trovar nonché perdono,
Se pur gloria s'ottien dagli associati.
È ver che cercai molti e tafanai
10Dal giogo Alpino alla Brundusia punta,
E ne feci firmar quanti incontrai:
Ma un giulio poi non v'ha la borsa smunta;
E vengono, se mal non le contai,
A un quattrin per sestina, e tre di giunta.

5. IL NASO


[p. 46]
1822
Donne, perché se qualche volta, a caso,
Gli occhi, senza pensarci, in me volgete,
Io vi sento esclamar: guarda che naso!
E sotto i baffi poi ve la ridete?
5L'ornamento più bel d'un uomo integro
Vi desta, Donne mie, l'umore allegro?
Se piaciuto è alla provida natura
Favorirmi d'un naso magistrale
Che d'interrogativo ha la figura,
10E che far ci vorreste? in caso tale
Al par di me, Donne, sapete bene
Che bisogna pigliarlo come viene.

[p. 47]
Anzi vi giuro sulla mia parola,
Parola di poeta e di dottore,
15Che questo naso fece sempre gola
A chi seppe comprenderne il valore:
Che indizio è un naso maestoso e bello,
Di gran ... e di gran che? - di gran cervello.
E adesso ch'è fra noi comune usanza,
20Birci o non birci, di portar gli occhiali,
Per darsi una cert'aria d'importanza;
Ci voglion nasi grossi e madornali:
Se no, scusate la domanda onesta,
Metteteci gli occhiali, e che ci resta?
25Sicché, parlando senza fasto e boria,
Se il Berni, il Mauro e il Casa, in altra età
Fecer di cose frivole l'istoria23,
Perché con più ragion non si potrà
Farla d'un naso, il qual, se non mi gabbo,
30Si può chiamar di tutti i nasi il babbo?
Mia madre, onde aumentar l'itala fama,
Fin dall'istante che si maritò,
Di fare un bel ragazzo ebbe la brama;
E per quattr'anni intieri il ciel pregò
35Che la facesse di tal grazia degna;
Prega e riprega poi, diventò pregna.

[p. 48]
Giunto del parto il sospirato giorno,
Fra le solite doglie e fra gli omèi,
Fece accendere i lumi intorno intorno
40Ai Santi della stanza e agli Agnusdei,
E l'assisté con molta gravità
Un vecchio Professor della città.
Ma quando alfin del matern'alvo fuore,
Qual piacque al ciel, questo bel cesto uscì,
45Cascarono gli occhiali al Professore;
Ond'ei che ci vedea così, così,
Feto e naso tastando appena nati,
Li credé due gemelli appiccicati.
Ma poiché con gli occhiali rimirò
50Che in tutto era un sol naso, e un figlio solo,
Poffaremmio! l'ostetrico gridò,
Se cresce il naso al povero figliòlo
In proporzion, col crescere degli anni
La cupola parrà di San Giovanni.
55Ed in men che nol dico, le novelle
Se ne sparsero in tutta la città;
E maritate, e vedove e zitelle
Tratte da natural curiosità,
Corsero in folla a me. Tanto fe' caso
60Nell'Aretine femmine il mio naso!

[p. 49]
Come dentro ai cipressi in sulla sera
S'odono cinguettar le passerette,
Nella stessa stucchevole maniera
Tutte quelle pettegole ristrette
65In un sol loco, a un tempo discorrevano,
Ed un casa-del-diavolo tacevano.
Ma voglio, prima che m'esca di mente,
Dirvi una cosa; ed è, che assicurato
Mio padre fu da quel dottor valente,
70Ch'io per altro fortuna avrei trovato,
Con quel tòcco di naso, in ogni loco;
E il saperne il motivo importa poco.
Ben importa però ch'io vi dimostri
Suoi pregi tutti, onde non resti oscuro
75Un naso, ch'è l'onor de' tempi nostri,
Né vi piaccia d'averlo pel futuro
Qual d'averlo vi piacque nel preterito;
Che si faccia, vo' dir, giustizia al merito.
Lungo, grosso è il mio naso ed aquilino,
80Come vedete; ed è stimabil più
Che se tondo egli fosse, od asinino,
O schiacciato, o depresso, o volto in su:
Almen se mi vien voglia di soffiarlo,
Gran fatica non duro a ritrovarlo.
85
[p. 50]
Ma ciò un nulla sarebbe. La ragione
Più forte, più plausibile, più vera
E, che con questa raccomandazione
Vo per tutto, per me non c'è portiera;
Ed un uom singolar son reputato,
90Benché; poeta e nobile spiantato.
E sapete perché? ve lo dich'io
Perché ha fatto conoscer l'esperienza
Che quei ch'ebbero il naso come il mio,
Furono ai tempi antichi arche di scienza;
95E queste non son frottole, né favole
Che raccontino ai putti le bisavole.
Autentica è la prova, o chiara:
Sì, Madonne; in un raro libro istorico
D'un certo Stilicone di Megara
100Trasportato in latin dal sermon dorico,
Alla pagina undecima, o lì presso,
Scritto trovai quanto vi dico adesso:
Aristippus, Isocrates, Cratippus,
Aristoteles, Crantor et Xenocrates,
105Solon, Crates, Demosthenes, Xantippus,
Xenophon, Epitettus et Arpocrates
Nasum porro mirandum habuere,
Et praetium sapientiae retulere.

[p. 51]
Fu ad Ottaviano e alla real famiglia
110Ovidio accetto; ma non già perché
Avea moglie leggiadra, e vaga figlia:
Dio guardi! a ciò non mai badano i Re;
Ma perché avea gran naso: e infatti poi
Di Nasòn col cognome è giunto a noi.
115E oh! vate degno di men dura sorte:
Te visto non avria lo Scita e il Geta,
Se, cauto più conoscitor di corte,
Frenavi quella tua smania indiscreta
Di ficcarlo per tutto! E chi t'insegna
120A dar di naso in tasca anco a chi regna?
Se mal non mi sovvien, fu Domiziano
Che ordinò dei Censori al magistrato,
Che, nel crearsi un senator romano,
Il naso pria gli fosse misurato,
125E non potesse alcuno esser promosso
Se lungo non l'avea, ricurvo e grosso.
E narra Lucio Floro che Tiberio,
Quando, all'oggetto d'impinguar l'erario,
Impose sopra i nasi dell'imperio
130In virtù d'un editto straordinario,
Chiuse, dicendo, che ogni naso egregio
Dell'esenzion godesse il privilegio.

[p. 52]
Ma forse qualche inetto bell'umore
Reputerà canora bagattella
135Che volesse un romano imperatore
Por sui nasi la tassa. O questa è bella!
Se le bocche pagavano i Toscani24,
Pagar poteano il naso anco i Romani.
Scritto di Montelupo è sui boccali
140Che il naso è quel, che più nell'uom s'estima;
E però quando volle il Caporali25
Cantar di Mecenate in terza rima,
Non principiò la sua leggenda a caso:
Mecenate era un uom, che aveva il naso;
145Ché dal naso incominciasi ogni azione:
Comincia dal soffiarlo il ciarlatano,
L'accademico pria dell'orazione,
Prima del benedicite il guardiano;
E talor se lo soffia onde pensare,
150Se nell'esame inciampa, uno scolare.
Derivano dal naso anco i Casati
Nasi, Nason, Nasali, Nasimbeni,
Nasicchi, Nasincresci, Nasidati,
Nasolini, Nasucci, Nasidieni;
155E noto è sul Tirreno a questi e a quelli
Il valoroso General Naselli.

[p. 53]
Direi di più; ma più che val ch'io dica,
Se Scipio ancor si reputò beato
Di sentirsi appellar Scipion Nasica;
160E se il Terzo Filippo fu chiamato,
Dai Francesi Nasaccio, ovvero Nasino,
Secondo il Vellutello ed il Landino? 26
Donne, in serio vi parlo o non in gioco;
Giacché tutti mostriamo un tale arnese,
165È assai meglio abbondar, che averne poco.
Oh come godo allor che pel paese
Mi sento dir da ognun: vosignoria
Ha il più bel naso che visto si sia!
Allor ch'io giunsi dalla patria terra
170A far le viste di studiare in Pisa,
Mi fecer quelle donne un serra serra,
Ed il mio naso a lor piacque in tal guisa,
Che il mangiavan cogli occhi, c aprian la bocca ...
Ma il mio naso si guarda, e non si tocca.
175Pur d'essere un bell'uomo io non mi picco;
Son brutto anzi, son piccolo, son secco,
Ho il viso del color dell'oro-chicco ...
Ma che val? quando il naso ho fatto a becco,
Fossi nel resto peggio d'un Calmucco,
180Io sarò sempre delle donne il cucco.

[p. 54]
E va ben, perché avendo per natura
Piccol naso le donne, in conseguenza
Vedendo un naso di buona misura
Desta in loro una certa compiacenza
185Che non si può spiegar se non da chi,
Trovandosi nel caso, la sentì.
Perché credete voi dunque, o mie care,
Che Venere sposasse un brutto zoppo
Di figura sì sconcia e singolare?
190Perché un bel naso le piaceva troppo:
E Vulcan, come appar da cento lochi,
Aveva un naso, che si vede a pochi.
Quanto compiango quei Guerrier di Francia27
Che incontro al freddo abitator del polo
195Mosser per farsi traforar la pancia!
Poiché ognuno dormì sul nudo suolo,
Chi può ridir come sarà rimaso
Quando destossi, e non trovò più il naso?
Oh avesser tratte, barbari! le cuoia28
200Que' mostri, che dettàr leggi alle genti,
Pria che imponesser, che per man del boia
Fosse il naso tagliato ai delinquenti;
E quando senza naso si fur visti,
Ahi! dura terra perché non t'apristi?
205
[p. 55]
Riman, se un piè si perde, l'altro piede;
Se si taglia una man, l'altra vi resta;
Se un occhio va, coll'altro ci si vede;
Ma se va il naso, termina la festa.
Ah! perché piacque ai sommi Dei del polo
210Far tante cose a doppio, e il naso solo?
Il perché lo so io, se ad un poeta
Pur lice qualche volta indovinare
Degli alti Dei la volontà secreta,
Perché ognun sel sapesse conservare:
215E a me crediate, ell'è una gran fortuna
Serbarlo saldo a tai lumi di luna!
Numi del ciel, se a me sovrasta un male,
Vi prego in carità, fate che sia
Colica, gotta, tise-tracheale,
220Emicrania, quartana, pleurisìa;
Ma non abbiate il barbaro piacere
Di farmi senza naso rimanere.
Meco nacque, con me fu bambinello,
E a misura ch'io crebbi, crebbe anch'ei;
225Or ch'è venuto grande grosso e bello,
Come! veder rapirmelo dovrei?
Morir piuttosto io vo', né mi confondo,
Che restar senza naso in questo mondo.

[p. 56]
Uom pingue e d'alto portamento austero
230Piace, e snello talor, gaio e giocondo;
Chi d'occhio azzurro il vuol, chi d'occhio nero,
E qual ch'abbia il capello o bruno o biondo;
Ma domandate un poco se per caso
Una ce n'è, che il brami senza naso?
235Alla bella Francese il Cigno d'Arno
No, senza naso non sarìa piaciuto;
Dante per Bice avrìa penato indarno
Se un grosso naso non avesse avuto;
Solo il Tasso gettò l'inchiostro e l'opra,
240Per la ragione che v'ho detto sopra.
Ma per tornare al mio Protagonista
Degnissimo d'istoria c di poema,
Di cui, notate ben, la sola vista
A riso muove qualche festa scema,
245Dirò, che la comun madre amorosa
Quando lo fece, fece una gran cosa.
Credo certo, che al mondo non si dia
Un naso come questo, che innamori;
Merita d'esser posto in Galleria,
250Per servir di modello agli scultori,
E onde i lontani ammirino e i vicini,
Che hanno buon naso ancora gli Aretini.

[p. 57]
E se pel Vate, ch'Albïon sublima,
Splende in ciel di Belinda il Riccio adorno;
255Or chi sa che cantato in sesta-rima,
Con sette stelle risplendenti intorno,
Tratto dai Silfi al più vicin dei poli,
Non brilli il Naso ancor del Guadagnoli!!

6. LICENZA (a IL NASO)


[p. 58]
Qualunque pöetucolo, che sa
Quattro versi infilzar meglio che può,
Al primo libro, che stampando va,
Cita un amico, che glielo rubò;
5O mostra, che alla querula ansietà
Del comun voto non può dir di no;
O che ha ceduto all'importunità
Del Mecenate, a cui lo dedicò.
Io, cari Amici, non dirò così;
10Perché, sia lode al ver, nessun ci fu
Che il mio naso a stampar m'infastidì.
Cantai, sperando di volare in su;
Molto aggiunger potea ... ma resto qui;
Ché per un giulio non ce n'entra più.

7. LA VISIONE OSSIA CODA AL NASO


[p. 59]
1822
Più comparire in pubblico non posso
Senza che m'oda dir dovunque io giungo.
Cotesto è il naso? Eh lo credea più grosso!
Quello è il gran naso? Uh lo credea più lungo!
5Questo è il naso che fe' tanto romore
Per tutta Italia? Oh naso traditore!
Ma Donne mie, siate un po' più discrete,
Ed il mio naso non abbiate a vile:
Un naso, in fondo, è un naso: o che volete
10Che un naso abbia a parere un campanile?
Avete certe idee dentro al cervello
Da farmi dir qualche cosa di bello!

[p. 61]
Esso non è la Torre di Bologna;
Ma nello specchio me lo son guardato,
15E parmi un naso da non far vergogna;
Forse a voi sembrerà riconcentrato,
Perché, avvezzo alle lodi, ei senza boria
Stassene tutto umìle in tanta gloria.
O forse, chi lo sa! può darsi il caso
20Che sia nato un equivoco, e che voi
Intendiate parlar dell'altro naso,
Cioè dello stampato: e allora poi
se la sua brevità non mi si loda,
C'è poco mal, ci aggiungerò la coda.
25Come! aggiunger la coda ad un libretto?
Certo: aggiunger la coda al libro mio:
Bella! si fa la coda ad un sonetto?
Farla potrò dunque al mio naso anch'io;
Non son forse padron di dirò e fare;
30E di metter la coda ove mi pare? -
Gemeano i torchi; all'odiato suono
Ergea l'Invidia la viperea fronte;
Ed in mezzo al rimbombo ed al frastuono,
Qual s'ode in Etna pel martel di Bronte,
35I torcolieri, intenti al bel lavoro,
Convertivan per me la carta in oro.

[p. 62]
Oh caro suon! come discendi in seno,
E all'umano desio tu se' conforme!
Tu cangi in dotto un animal da fieno,
40E tu risvegli il Giudice che dorme;
E senza te, qualche Signor chi sa
Se saria tollerato in società!
Te prima cerca, e poi chiede la sposa
Il moderno amatòr; però se giace
45Morta in brev'ora, e lasciagli ogni cosa,
Il vedovello presto si dà pace;
Ma se gli tocca a rendere la dote,
Bagna d'eterne lagrime le gote.
Vai però la tua forza esercitando
50Anche nel cor di giovine donzella;
E infatti Danae cel dimostra, quando
Giove cangiossi in pioggia d'oro, ed ella
Benché rinchiusa, pure accorta e destra
A cotal suono aperse la finestra.
55Da te rapito anch'io, torno di nuovo
A scriver carmi, e comparisco autore,
O autore almen di comparir mi provo;
Poiché nel mondo a voler farsi onore,
Ed esser reputato uom di calibro,
60Eh! ci vuol altro che stampare un libro!

[p. 63]
E poi che libro! stil da maccheroni;
Un sonetto da capo ed un da piede,
Con un rame, che costa due capponi29,
Ch'era meglio infilzarli nello spiede,
65E terminar più allegro il carnevale ...
Ma infine è fatta, e non c'è stato male.
E andrebbe la fortuna a quattro piedi;
Ma un tal ristampa senza mia licenza
Il Naso, e il ficca dietro al Carli e al Redi30:
70S'egli è spiantato come me, pazienza!
Ma s'è poi ricco, come credo, ei fe'
La bella chiappa a tòrre un giulio a me!!
E voi, di Redi e Carli ombre oltraggiate,
Gloria dell'Arno, e delle Muse onore,
75Se il mio Naso di dietro vi trovate,
Potete ringraziar lo stampatore ...
E lo ringrazio anch'io, poiché a Bertoldo
Poteva unirmi, e darci per un soldo.
Ma facciam punto; ché di tai materie
80Parlando a lungo, mi farei deridere,
Donne, a ragion; son cose troppo serie:
Rider volete, ed io vi farò ridere;
Ché passar per buffone importa poco;
Basta saperlo fare a tempo e loco. -
85
[p. 64]
Conciosiacosaché quel, che sovente
Più da noi si desia, s'ode, o si vede,
Poi nella notte ci ritorni in mente;
Ancora in me spessissimo succede,
Che all'armonia de' grilli o de' cuculi,
90M'addormento sognando applausi e giuli.
Ma l'altra notte (deh! Donne amorose,
Non ne parlate con persone dotte,
Perché i dotti non credono a tai cose);
Ebbi una visïone l'altra notte!
95Ah sì! mentr'io dormiva nella grossa,
M'apparve un Elefante in carne e in ossa.
Misericordia! tutto spaventato,
Fra me gridai: con que' due denti in fuori
S'è qualche giorno che non ha mangiato,
100M'azzanna, e buona notte a lor signori!
Ma qui mi sento dir: non ti vergogni?
Un altro giulio, per udir de' sogni?
Monsignor della Casa, è ver, che taccia31
Mi darà d'incivil, di malcreato;
105Ma, siccome non so che mal si faccia
Narrando altrui quello che abbiam sognato;
Così, di Monsignor con buona pace,
vi conterò quel che mi pare e piace.

[p. 65]
Dimenando ci venìa quel gran trombone,
110Ed il furor già gli occhi torbi accennano;
Tremai: ma chi non entra in soggezione,
Trattandosi di bestie che tentennano
Minaccevoli innanzi a te la testa?
E poi che bestie! grosse come questa!
115Alfin la bocca in tuon di basso aprìo,
Chi t'insegna, gridando, chi t'insegna
Cantar de' nasi, e tralasciare il mio?
T'abbi; perché non m'hai tu nominato,
Il tuo Naso morrà pria d'esser nato.
120Come in Pisa nel terzo esperimento32
Lo scolar, che, suonato il campanello,
Le fave attende e i baci e il complimento,
Ed in vece apparir vede il Bidello,
Che a capo basso, e in tortuosi giri,
125Ad intuonar gli viene un si ritiri;
Tal io restai. Né mi sembrò già strano
Che potesse in tal guisa un elefante
Esser dotato dell'accento umano;
Eh le bestie che parlano son tante!
130Ma perché noi sappiam per prova omai,
Che se parlan le bestie annunzian guai.

[p. 66]
Deh! perdona, indïana alma cortese,
Poi risposi, tu prendi un qui pro quo:
Del naso uman sol di cantare intese
135La mia musa modesta, e quel cantò;
Dunque il tuo naso non ci avea che fare.
Ed ei: che importa? ci doveva entrare.
È ver ch'ei non c'entrava, e sempre ho scorto
Che indizio è sol di testa piccinina
140Voler esser lodati a dritto o a torto;
Ma l'amor proprio è una cotal calcina
Che tutto appicca, c alle colombe unisce,
A dispetto d'Orazio, anco le bisce.
Onde ripresi allor: cantar di te
145Potea, ma non l'avrieno in caso tale
Gl'illustri pari tuoi presa con me?
E se il naso dovea d'ogni animale
Erger con lodi al cielo in stil bernesco,
Non passavo per vate animalesco? -
150E qui credea d'averlo persuaso;
Quando una sapientissima Civetta
Dell'elefante si posò sul naso;
E dietro a lei battendo l'ali in fretta,
Come alla verga dell'egizio Arnufi33,
155Correano allocchi, barbagianni e gufi.

[p. 67]
Così, se molto innanzi è la Signora,
Lo stuol de' cicisbei, de' cavalieri-
Serventi, per raggiungerla, talora
Corrono speditissimi e leggieri;
160Leggieri sì ché non gli aggrava mai
Né gran cervello, né denaro assai.
Indi con quello stil vago e diserto,
Che usato già nel Peripàto avea,
Quale antica Sibilla del deserto34,
165Rivolgendosi a me, pazzo! dicea:
Dunque presumi coll'umor giocondo
Fare il poeta, e non conosci il mondo?
Apprendi almen, giacché in tal ballo entrasti,
Che in materia di lode, e più d'incenso,
170Non se ne dà giammai tanto che basti:
Di chi nol merta e il vuol, lo stuolo è immenso
Poniam, che per le bestie abbi ragione:
Non lasciasti altre cose, altre persone?
Perché tacer che fiero nel sembiante
175Scendea nel circo il Gladiatore armato,
E se il naso d'un dito avea mancante,
Col becchino era bello e accomodato?
Ché le Patrizie, con tanto di core,
Misuravan dal naso il lor favore.
180
[p. 68]
Dicesti che le donne han piccol naso:
Ma il grande è relativo, già lo sai;
Onde anche in ciò tu favellasti a caso;
E di Catullo ti ricorderai
Il qual cantò, scrivendo alla sua bella,
185Salve, naso nec minimo, puella.
Dicesti ancor, se ben mi torna in mente,
Che dal naso incominciasi ogni azione;
Ma non s'ode soffiar più facilmente
Allor che troppo lunga è una lezione?
190E se i versi t'impanchi a recitare,
Povero te se l'udirai soffiare!
Qui un Grifon l'interruppe, e sostenea
Che il tabacco pel naso era creato:
E che, lodando il naso, io non dovea
195In niun modo il tabacco aver lasciato;
Ché cosa era lampante e manifesta
Che tiene svegli, e scarica la testa.
Chi, con mente serena in ogni attacco,
Fe' acquistar mezzo mondo a Bonaparte ?
200Chi i piani gli dettò? non fu il tabacco? 35
E sai perché non prese l'altra parte?
Perché la sorte instabile e leggiera
Gli fe' a Mosca lasciar la tabacchiera.

[p. 69]
E oltre il tabacco, dimmi un po' di grazia,
205Gli odòr non obliasti ed i profumi?
Ah poeta da dodici alla crazia!
E proseguir volea; - ma santi numi!
Protestato io non ho, forte gridava,
Che per un giulio più non ce n'entrava?
210E un Assiòl con un vocino arguto,
Fattosi a me d'appresso, e di soppiatto,
Aggiunse: e non lasciasti lo starnuto?
Né la finivan più, quando ad un tratto
Con frusta tra gli artigli entra un Pigargo36,
215E, fate largo, grida, fate largo!
Ond'io dissi fra me: chi passa? il Fava?
Ma costui proseguìa: da parte olà,
Olà da parte, quindi replicava,
Che a momenti a momenti arriverà.
220Avea ciò detto; ed ecco un Pappagallo,
Che venìa sopra un Asino a cavallo.
E dietro si vedea lungo codazzo
Di bestie d'ogni pelo e d'ogni sorte,
Poiché bestie e da gala e da strapazzo
225Ai pappagalli fan sempre la corte:
Così a colui che dà pranzi squisiti
Van dietro i mangiapani e i parasiti.

[p. 70]
Cerchi in sua gioventù, ma in fretta scorsi,
Quel Pappagallo avea molti paesi;
230Viste saltar le scimmie e ballar gli orsi,
Dagl'Illirici gioghi ai Calabresi;
E par che ciò, ne' suoi viaggi, sia
Quel che più gli ferì la fantasia.
Studiò nelle gazzette la politica;
235Vedeasi al muso che imparava l'etica;
Dal Baccelli la logica e la critica,
E apprese dal Ruscelli la poetica;
Solo inciampava un po' nella grammatica,
Ché le lingue imparate avea per pratica.
240Del resto, nella storia era un portento,
Ché leggea Senofonte e Bertoldino,
E nudriva il poetico talento
Di Pindaro, Lucan, Stazio e Stoppino;
Ma nel toscan poi non sfondava troppo,
245Che fe' un sonetto con un verso zoppo.
Ma il suo forte fra tutti era la prosa,
Il gius-pubblico e la filosofia,
E con prosopopea meravigliosa
Sragionar sempre in ragionar s'udia;
250Infine egli era un pappagallo istrutto:
Lo sapea mal, ma sapea un po' di tutto.

[p. 71]
Tai cose zufolavami all'orecchio,
Quando vide a me volti i passi sui
Un Barbagianni simulato e vecchio,
255Che forse invidïoso era di lui.
Ah! fra lor sempre, benché goffe e roche,
S'invidiano le gazze, i corvi e l'oche.
Bravo! comincia il Pappagallo ardito:
Bravo! tu ti siei fatto un bell'onore!
260Cantar del naso! puf! soggetto trito,
E carmi scarsi di febèo furore!
Ah tu non sai come l'orecchio offenda
Scrivere in modo, che ciascun l'intenda!
Cantò già un Vate, e la ragion ci diè
265Perché usava lo stil da maccheroni,
Quando un poema in riva all'Arno fe'
La Civetta lodando ed i Panioni37.
Ma passaron quei tempi, anima imbelle!
Musica e Poesia nacquer gemelle.
270Odi; il rimbombo? un gracidar di rane
È la musica antica alle persone;
Il tamburo ci han messo e le campane,
E or or ci ficcheranno anco il cannone;
E se il gusto si affina, il core in moto
275Col folgore porrassi e col tremoto38.

[p. 72]
La Poesia così debbe all orecchie
Scender col grave rimbombar del tuono:
Le dolci melodìe son cose vecchie,
E caduto è il Petrarca in abbandono;
280D'un bel che sempre è bel stanco è Parnasso,
Scolorito Virgilio, e vieto il Tasso.
Dunque perché t'ostini, ed una via
Segui calcata da sciancati e vecchi?
Che se piacque ad Ausonia altra armonia,
285Crebbe il genio fra noi, crebber gli orecchi!
Provato è omai che falso ebbero il gusto
E Luigi e Leon, Pericle e Augusto.
Morditi l'ugne, e grattati la testa
Per trovar metri dagli altrui diversi;
290Sii oscuro, ma sii nuovo; poiché in questa
Età niun bada all'armonia de' versi:
Novità, gridan tutti: e in verità
Le ciance d'oggidì son novità.
Ardisci, ardisci: e del pensier sull'ali
295Entra fra i nembi, e pel vuot'äer poggia,
Ed al raggio del Sol tempra gli strali
Che saettino il ver; - di' che la pioggia
Troia distrusse, e non le Achee faville,
Fa' Tersite eloquente, e vile Achille.
300
[p. 73]
Chiama gli usignoletti alati Orfei,
E i grilli noma pur voce dei prati,
E le querci selvaggi Briarèi,
E flagel delle borse gli Avvocati;
Che genio! ognun dirà, che bell'ardire!
305E i giuli allor si cangeranno in lire. -
Agli atti, ai gesti, ai detti, ed al profondo
Pappagallesco ingegno sovrumano,
I più strani facean versi del mondo
L'altre bestie, plaudendo a mano a mano;
310Sicch'egli non capia più nella pelle,
E, grazie, rispondea, son bagattelle.
E quantunque insensibil per natura,
E stoico al par del Cizico Zenone,
Del pappagallo la cavalcatura
315Intuonava la solita canzone
Con tal voce, tal grazia e tal contento,
Che mi destò. Vedete in che momento!
Donne gentili, che ad udir mi state,
Se dell'augel dai color verdi e gialli
320Vi siete al panegirico seccate,
Che ci volete far? son pappagalli;
Ed anzi questo fra le bestie basse
Per un dotto s'avea di prima classe!

[p. 74]
So che pazzo è colui, che ai sogni crede;
325Ma, Donne mie, sarei più pazzo assai
Se a questo sogno non prestassi fede,
Che, nunzio de' pöetici miei guai,
Al contrario di quel che canta Omero,
Un sogno fu che mi predisse il vero.
330Anzi, per far più divertente il gioco,
V'ha chi ci pone un centellin di giunta;
Pazienza! queste per chi stampa è poco:
Bastami sol d'empir la borsa smunta:
Scemasi il mal umor, cresce la vena,
335I critici ascoltando a borsa piena.
Oh come rido, quando sento dire
Che a più sodo e più nobile argomento
E più grande io dovea volger le mire,
Queste inezie lasciando al Cinquecento!
340E argomento trovar si può, in tal caso,
Più grande e sodo e nobile del naso?
E poi, chi compra? Oh come il cor si serra
All'idea di sudar, per far lunari4!
Siam forse in Francia, forse in Inghilterra,
345Ove gli autor diventan millionari?
Qui se un libro stampiam di più d'un foglio,
Grida ognun: costa troppo! non lo voglio.

[p. 75]
V'è ancor chi mi commenta ostico e rio,
E giù la tira sulla mia persona;
350Altri dà l'ostracismo al naso mio ...
Ma il ciel però me l'ha mandala buona,
Perché a certe buon'anime ha ispirato
Ch'io non sia letto, ma ch'io sia pagato39.
Altri, meno pietoso, in gravi detti
355Sentenzia (già senz'ascoltar le scuse)
Che i versi miei non van comprali, o letti,
Perché faccio arrossir le caste Muse;
E vuol ch'io dica, e pensi quel, che mai
Nel mio libro non dissi, e non pensai.
360Né manca infin chi in pubblico ha spacciato,
Che tutto il vanto della musa mia
È, che qualunque goffo e scioperato
Ha un giulio in tasca da buttarlo via;
E in ciò dice benon, ché guai a me,
365Donne mie care, se valeva tre!
Apollo, tua mercé, tua mercé santo
Collegio delle Muse, il Ferrarese
Non avea tanto da comprarsi un manto:
Goffredo al Tasso non facea le spese;
370E se Fernando non lo sovvenìa40,
De' Bergamaschi all'ospedal morìa.

[p. 76]
Per evitar questi malanni, io tento
Di far nel mondo quel che si può fare;
Faccio l'Ajo41, il Legal, scrivo, commento,
375La cena mi guadagno e il desinare;
Stampo versi; alla meglio me la cavo;
E godo un po' se dir mi sento: bravo! -
Grazie dunque vi porgo, Amici miei,
Cui dolce gratitudine m'annoda;
380E a voi, Donne? Ah per voi che non farei?
Sol per voi feci al Naso mio la coda;
Ed a voi sole giudicar conviene
Se la mia coda ci sta male, o bene. -

8. AI LETTORI BENEVOLI - SONETTO


[p. 77]
Qualsivoglia scrittore, asino o dotto,
Se di gloria il desio gli accende il petto,
Stampa, e il ritratto ficcavi di botto.
Sperandìo42 ve lo
5mise, il Lancellotto,
Il Baccelli, l'Autor del Ricciardetto,
Il Berni, il Casa ed il Piovano Arlotto;
Sarò scusato anch'io se ce lo metto.
L'anno scorso una presa ebbi di matto
10Perché, per trar dalla modestia frutto,
Apposi il Naso invece del Ritratto.
Eccolo qui quest'anno43; e, o bello o brutto,
Se agli uomini non piace, io l'avrò fatto
Per quelle donne che lo voglion tutto.

9. LA CIARLA


[p. 80]
1823
Allegramente, Donne, allegramente!
Oh se sapeste voi di che si parla!
Di cosa che vi piace certamente:
Si tratta in sesta rima della Ciarla.
5Ma a ciarlar tocca a me non tocca a voi:
Zitte, potendo; - ciarlerete poi.
Tra i più bei doni, che ci ha fatti Iddio,
Dopo quello del naso, o Donne care,
È quello della bocca, a parer mio,
10Perché con essa noi possiam ciarlare;
Però non dèssi attribuire al caso
Se ci troviam la bocca sotto il naso.

[p. 81]
Vana infatti saria quest'apertura
Umida o aspersa di natio cinabro,
15ED invano la provida natura
Dato i denti ci avrebbe e il doppio labro,
Se ciarlar non potessimo; e anche tu,
Lingua, saresti un ciondolo di più.
O di ciarlar prurito almo e giocondo,
20Che dalla prima che portò la gonna
Al mondo nato, durerai nel mondo
Finché crepata sia l'ultima donna;
Né avverrà che in eterno in lei t'estingua,
Finché le resti un briciolin di lingua.
25Te chiedono le serve o i servitori,
Te le moleste invocano e i barbieri,
Tu coi facchini al par che co' signori,
Con tutti egual, conversi volentieri;
Stai pe' caffè, stai per le spezierie,
30Ed ai caldani delle sagrestie.
Deh! se dei gazzellier discendi ai preghi,
Se ai critici moderni e ai giornalisti
Reggi la penna, e il tuo favor non nieghi,
O prurito immortal, deh ! tu m'assisti,
35Or che venuta m'è la fantasia
Di cantar le tue lodi. - E così sia

[p. 82]
Narrasi che Aristotele dicesse
Che l'uomo, in proporzion dell'altre membra
Quasi che poco o mai ciarlar dovesse,
40Sortì la lingua piccola; ma sembra
Per altro che ciascun n'abbia abbastanza:
Donne, fatene voi testimonianza.
Dunque non credo a questa congettura,
Con buona pace sia di chi l'ha scritta.
45Il ciarlare è un bisogno di natura;
Natura è donna, e non può stare zitta;
E donna, in fatto, che non sia ciarliera,
O non si trova, o non è donna intera.
Né la falsa adottar massima sciocca
50Noi dobbiam, che inventò la Greca scuola,
Che la lingua cioè dentro la bocca
Era chiusa per freno alla parola.
Que' saggi, principiando da Bïante,
Delle corbellerie ne avevan tante!
55Anzi un celebre autor d'un nuovo opuscolo
Pensa, che della bocca nell'interno
Sia chiuso questo delicato muscolo
Onde al sole d'estate e al gel d'inverno
Non soffra, e possa ognun con libertate
60Ciarlar tanto d'inverno che d'estate.

[p. 83]
Ma dir mi si potrà: ch'è usato, ed usa
Che i Bracmani nell'Indie, e in Tartaria
I Lamas, stiano sempre a bocca chiusa;
Padroni pur: chi star vi vuol vi stia;
65Io però son d'Arezzo, e finché ho fiato
Voglio sempre ciarlar come ho ciarlato.
Vari4; sono i cervelli e i gusti vari4:
Chi nel tempo di tavola non ciarla?
Eppur sappiamo che pei seminari4
70E collegi e conventi non si parla.
Ma il tacer non è già sempre virtù;
V'è ancor chi tace per mangiar di più.
Se gli statuti io scorro attentamente,
Se le chiose disamino ed i testi
75Che sono sparsi innumerabilmente
Per l'indigesta mole dei Digesti,
Legge non trovo (e non si può trovare)
Ch'abbia vietato di poter ciarlare.
Or io non so perché tacer si deva,
80Quando l'esperïenza ci dimostra
Che libero il ciarlar dai tempi d'Eva
Giunto è di bocca in bocca all'età nostra;
E che talvolta da' Notari accorti
Si son fatti parlar perfino i morti.
85
[p. 84]
E poi, se latra il can, se il leòn rugge,
E van così ciarlando in lor linguaggio;
Se nitrisce il cavallo, il bove mugge,
E se s'ode ne' bei giorni di maggio,
Ora in chiave di basso or di tenore.
90L'asinello cantar versi d'amore;
Perché non debbe l'uom, ch'è la più bella
Cosa fra tutte le create cose,
Usar della dolcissima favella,
Mentre messer Domeneddio dispose
95Ch'oltre al giudizio adopri anco la lingua,
Affinché dalle bestie si distingua?
Non è ver, non dobbiamo ciarlar poco:
Ma per altro distinguere conviene
Con chi, di che si ciarla, e il tempo e il loco,
100Sicché in mal non ridondi quel ch'è bene;
Alias non sol la ciarla, ma se eccede
Cangiata in vizio ogni virtù si vede.
Se prendiam quello lingue da galera,
Lingue da forca, lingue di demonio,
105Ch'altro non fanno da mattina a sera
Che tagliarla or a Tizio or a Sempronio,
E di voi, Donne, o maritate o putte,
Dicon tante cosacce brutte, brutte;

[p. 85]
Di Dïogene vana è la lanterna,
110Né d'Herschel abbisogna il canocchiale,
Perché ciascuno subito discerna
Che in buona coscienza fanno male;
Pur, se a rigor di termine si parla,
Quella è mormorazione, e non è ciarla.
115Ma facean mal le monache in convento,
Se un pochino ciarlavano alle grate
(Delle monache parlo del Trecento)
Coi parenti, col chierico o col frate,
Per tutto ricercar le novità
120Che in quei tempi correan per la città?
La voce ciarla vagamente suona;
E dir non s'ode infatti a tutto l'ore:
Oh come ciarla ben quella persona!
Che buona ciarla avea quel professore!
125Così via discorrendo: e in conseguenza
Per facondia si prende, od eloquenza.
Ciarla è ancora uno scritto in verso, o in prosa:
La mia ciarla stampai, dice il Gravina;
E scrivendo il Martel non so che cosa,
130Faccio ciarla volgare e non latina;
E mille esempi vi potrei citare,
Ma adesso ho fretta, e non mi vo' seccare.

[p. 86]
E passo a dar notizie più importanti,
Che veramente andavano di sopra;
135Ma chi non le vuol qui, lo metta avanti,
Ch'io son contento, né per questo l'opra
Di pregio scemerà. Dunque torniamo
Al proposito nostro, e seguitiamo.
Di Francia un certo Padre reverendo44
140Di ciarla derivar fa la parola,
De linguarum origine scrivendo,
Dal latino vocabolo carola:
E forse dirà ben; ma in tal supposito
A me sembra ch'ei dica uno sproposito.
145Infatti: allor ch'entro festiva stanza
Snelle ragazze e giovinotti gai4
Muovono il piede ad alternar la danza,
Parlan sommessi, o parlan poco, o mai;
Ché una stretta di mano ed un'occhiata
150Contan più d'una lunga cicalata.
Per altro, amici miei, dir mi potreste
Che i costumi adattandosi ai paesi,
Se non si ciarla nello nostre feste,
In quelle ciarlerassi dei Francesi;
155I quali, come chiaramente costa,
Per ciarlare han la lingua fatta apposta.

[p. 87]
Però le mamme non curate e sole,
Come in sera di ballo è naturale,
Ciarleranno tra lor delle figliole.
160Chi ci vien dalla vostra? 45 Il tal di tale.
E dalla vostra? - Un giovine di lieta
Compagnia, ma! ... - Che c'è? - Guai! è poeta. -
A proposito: è ver che vostra figlia
Sposa il tal, che ha passati i cinquantotto?
165E voi siete contenta? e lei lo piglia?46
Eh! datele piuttosto un giovinotto:
Che volete che faccia d'un fantasma
Brutto, sdentato, con la gotta e l'asma? -
Le fa la sopraddote - Oh! l'è finita,
170Cara mia, quando c'entra l'interesse. -
E la vostra col tal poi si marita? -
Per me glie la darei, se la volesse,
E ci pare inclinata la fanciulla;
Ma, capite? e' son giovani, gli frulla!47
175Questi ed altri discorsi senza fine,
Per non morir d'inedia, potran fare
Alle feste le mamme parigine;
Ma e che perciò? Si dee dunque spacciare,
Perché si fa da quattro donne un ghetto,
180Che ciarla vien da ballo? Non l'ammetto.

[p. 88]
Ciarla provien da circulus. - Eh via!
Dove sei col cervello? - Adagio, adagio;
Se credete che dica una bugia,
Consultate il Ferrario ed il Menagio,
185Com'io più volte ho fatto; e vedrem poi
Chi la dice più grossa, o io, o voi.
Tanto è ver, che fur detti Circulioni
Quei, che in cerchio ciarlando s'assidevano;
Si chiamàr poi Cirloni; indi Ciarloni
190Ai tempi del Boccaccio si dicevano,
Come veder si può dalle Novelle
Che lasciò scritte quella buona-pelle.
Poscia venne da ciarla ciarlatore,
Ciarlante, ciarlatano, ciangolare,
195Chiacchiera, chiacchieron, chiacchieratore,
Cingottar, chiachillar, ciaramellare;
E trattando di femmina, si dice
Cinguettiera, ciarliera, ciarlatrice,
Siccome nella Crusca avrete letto.
200Or dunque torno a voi, Donne amorose,
Giacché per rallegrarvi e dar diletto
Ci voglion altro che coteste cose!
Basta: vi mostrerò, per terminarla,
Come talor possa giovar la ciarla.
205
[p. 89]
Sapete, o Donne mie, che nel parlare
Ha ciascun certi modi prediletti,
Certe espressioni, certo intercalare
Che ripete sovente. Or, chi i difetti
E il carattere altrui conoscer vuole,
210Giudichi in senso opposto alle parole.
Mi spiego. Il metti-scandoli dirà:
Son uom di pace, ai fatti altrui non guardo; -
Colla solita mia sincerità,
Son mercanzia reàl, dice il bugiardo; -
215Ed il bindolo poi, l'ingannatore,
Io sono un uomo onesto, un uomo d'onore.
Alla buona, io non sto nei complimenti,
Sans farons, dirà l'uom cerimonioso; -
La donna poi che avrà mille serventi:
220Per me non tratto alcuno, amo il mio sposo. -
Il dotto esclamerà: sono un somaro; -
E l'ignorante: eh, io ci vedo chiaro!
Et caetera; sicché la ciarla addita
O prima o poi, l'uom savio e l'uom malvaggio;
225Onde il malvagio, chi ha cervello, evìta,
E sceglie sol la compagnia del saggio;
Ma un che non ciarli, non si sa chi sia;
Si crede un galantuom, - sarà una spia.

[p. 90]
Serve ancora la ciarla a uscir d'intrico,
230Se a talun far non vuoi qualche piacere;
Un no potrebbe offendere l'amico:
Onde bisogna usar buone maniere;
Circoscriverlo, e far che non sia tolta
A lui la speme per un'altra volta.
235Tristo quell'uom, che vive in società,
E con disinvoltura e con ingegno
Usar dei mezzi-termini non sa
Allorché si ritrova in qualche impegno!
E lui felice, e lui beato io chiamo
240Che a ciarla può rivender quanti siamo!
Sei tu con qualche amica o conoscente,
Che ha il marito geloso alla follia?
S'ei giunge, alzati, e digli francamente:
Felicissima sera signoria,
245Che fa ella? sta bene? - E il buon marito
Dirà fra se: che giovine compito!
Vuoi tu nel mondo far buona figura,
Benché sii tondo più dell'O di Giotto?
Recipe: un gran di ciarla, un d'impostura,
250Misce, bollisci, e bevine il decollo;
E poi con questa medicina addosso
Ti prenderanno per un pezzo grosso.

[p. 91]
Oh Grecia forsennata senza fallo!
O stolta antichità balorda e cieca,
255Allorché i dotti col cantar del gallo
Si chiudevano in qualche biblioteca!
Ogni merito adesso è in breve accolto:
In studiar poco, ed in ciarlar dimolto. -
Quando il medico va da un uom che ha male,
260Non si mostri d'umor serio o bislacco;
Ma ciarli pria coi servi per le scale,
Dando loro una presa di tabacco:
Ciarli poi con madama; ed affiatato,
Passi alfine a ciarlar con l'ammalato.
265Se il fattor ciarla col padrone insieme,
Faccia pompa di ciarle spiritose;
Né lasci l' illustrissimo, ché preme,
E i Signori ci stanno in certe cose:
È fumo, lo conosco, son parole;
270Ma coi Signor quel che ci vuol ci vuole.
Ditemi: com'è andata la raccolta? -
Lustrissimo signor; male! malissimo! -
E pur parea che dovesse esser molta. -
E pareva anche a me, padron lustrissimo;
275Ma quando fummo a maggio, aspetta aspetta,
L'acqua non venne, e il grano ebbe la stretta.

[p. 92]
Olio ne avremo? - Oh spero che quest'anno,
Se com'anno non vien qualche intemperie,
I coppi che ci son non basteranno! -
280Hai quattrini? - Ah Lustrissimo, miserie!
Miserie grandi! - In faccia al suo signore
Mai per ricco passar debbc il fattore.
E il granturco? e i legumi? - Eh! se non viene
Qualche nebbiaccia, o pur qualche brinata,
285Lustrissimo Signore, spero bene. -
E le bestie? - Ah che vuole! alla giornata
Non si vendon, perché scarso è il contante;
E le bestie, Lustrissimo, son tante!! -
Una conversazion, fredda e scipita
290Riesce ove non è chi tiene a bada,
E chi ciarlando all'allegria c'invita.
Oh quanto, Donne mie, quanto m'aggrada
Se qualche volta dalla vostra bocca
Sentirmi dar del chiacchieron mi tocca!
295Volete, che affettando serietà,
Io mi dia l'aria d'uomo d'importanza,
Talché m'estimi la corrente età
Filosofone dell'antica usanza,
Come solea la Grecia un di Senocrate
300Per tale avere, o il taciturno Arpocrate?

[p. 93]
Che siate benedette in paradiso!
Voi mi fareste dire un'eresia:
Vi par che il serio in un ridicol viso,
Anche a volerlo, appiccicato stia?
305Sarebbe come lucco da priore
Addosso ad un villan fatto signore.
No, no, Donne: non voglio che si dica
Ch'ho, fra l'altre, anche questa debolezza.
Se a me la sorte si mostrò nemica
310Col darmi nobiltà senza ricchezza,
Ho però buona ciarla e umor giocondo,
E spero far fortuna in questo mondo.
Più d'un, che al par di me marciava a piede,
Con quattro ciarle in prosa scritte o in verso,
315A cavallo e in carrozza andar si vede.
Il pigliarsela, o Donne, è tempo perso:
Dice il proverbio: il mondo è fatto a scale:
Scende chi tace, e chi più ciarla sale. -
Che il tacer dia però di senno indizio
320Qualche volta, e il ciarlar rechi del tedio,
E sia comune ereditario vizio
Del bel sesso, ebbi a dir senza rimedio,
Vorrei, s'io lo negassi, in questo caso,
Che mi cascasse la punta del naso.
325
[p. 94]
Ma pur femmina senza ipocondria
Tiene allegra ciarlando una brigata;
Né si guarda se brutta o bella sia,
Ché ad ognun piace, ed è da ognun lodata;
E per dirvi la cosa com'ell'e,
330Quelle donnette piacciono anche a me.
Come? ridete, e vi maravigliate
Che piacciano le donne a un capo armonico?
Piacquero al Metastasio? ed era abate,
Al Petrarca? e il Petrarca era canonico;
335Or dunque perché mai maravigliare,
Se piacciono a un poeta secolare?
Un ben che poco dura è la bellezza;
Ogni di scema, e poco il liscio aiuta
I danni a riparar della vecchiezza,
340Dopo la fresca gioventù perduta;
Onde, chi ha sale in zucca, ed amar brama,
Una donna che ciarli apprezza ed ama.
Tuttavia d'eccezion soffre la regola
Dee la donna ciarlar, ma con maniera:
345Ché se s'incontri mai qualche pettegola
Che ciarli sempre da mattina a sera,
Perbacco! romperà, Signori miei. ...
S'io fossi fuor di qui ve lo direi.

[p. 95]
E ci guardi anco il ciel dal parapiglia,
350Che suol far se s'incontra per la strada
Donnesca loquacissima famiglia
Con qualche altra che passi, o venga, o vada,
Che dopo mille addio licenza tolta,
Ritornano a ciarlare un'altra volta.
355E infin ci scampi dalle dottoresse,
( Se pur nel nostro secolo si danno )
Che, la toga indossando e le brachesse,
Voglion parlar di quello che non sanno;
E spiattellando errori madornali,
360Brillar si credon fra le loro eguali.
Diran che un architetto era Platone,
Puffendorf un pittor, Locke un castello,
E maestro di musica Bacone,
E imperator di Roma il Mongibello,
365E Stoa una dama, e che Peripatetico
Un filosofo fu di setta eretico.
No, no: ciarlate pur, Donne garbate,
Di trine e nastri, di cappelli e mode,
Di smerli, di crestine ricamate,
370D'abiti con le code e senza code;
E volendo passare anche più avanti,
Del canino ciarlate e degli amanti;

[p. 96]
Ma non fate i dottor della Sorbona.
Bench'io sia nato e mi mantenga un bue,
375(Grazia che il ciel sì largamente dona )
Desidero che ognun stia sulle sue.
Per altro al vero merto non defraudo,
Né poche ve ne son che onoro e laudo.
Or che dirò di quei, che non intendono,
380Né la lingua né gli usi, e pur si assumono
Tuon magistrale, ed in bigoncia ascendono,
E cinguettando giudicar presumono
Delle nostro contrade, e di decidere?
In verità mi fan venir da ridere!
385Eh! ciarlino costoro di cavalli,
Di carrozze e bottiglie senza fine;
Parlino della musica, dei balli
E delle gambe delle ballerine,
Ma non vengano a dir mal dell'Italia,
390D'ogni sapere e genitrice e balia.
Del resto, è opinïon degli scrittori
Ch'utile sia il ciarlare e necessario;
E infatti gli avvocati ed i dottori
Ne dan prove in favor non in contrario;
395Ché per mezzo di ciarle concludenti
Ingrassano alla barba dei clienti.

[p. 97]
Qua e là sbalzato Enea dalla procella,
Se a Dido non narrava i casi suoi,
Eh dato non gli avria la vedovella
400Tutto quel che gli diè fra prima o poi!
Voglio dir ben da ber, ben da mangiare,
Buon letto, ed un ronzin per cavalcare.
Ed i mercanti? Ah! se con brusca cera
Accòr dovesser chi con lor s'intrica,
405O parlargli in laconica maniera,
O richiesti rispondergli a fatica,
Andrebbero alla fin della funzione
Tutti a marcir per debito in prigione.
Bisogna che il mercante faccia invito
410Al compratore con loquace incanto:
Questa è roba di Francia; è un buon partito;
Creda in coscienza che mi costa tanto:
Non voglio scapitarci: cento e cento
Hanno staccato sì bel finimento;
415E, domandi! ancor essi l'han pagato
Quanto ho richiesto a vostra signoria:
Ma giacché a stiracchiar non son usato,
E rimango il medesimo di pria;
A lei, guardi, per far la prima posta,
420Lo voglio dar per quello che mi costa. -

[p. 98]
Spaccia ricette e unguenti il ciarlatano,
E l'odono storditi i contadini:
Questo recipe, dice, è sovrumano:
In Roma, in Vienna, in Londra, e nei confini
425Più remoti del mondo l'ho esitato,
E, non perché sia mio, ma l'han lodato.
Prendete: è piccolissima la spesa:
Ecco quà la ricetta, ecco il cerotto:
Se qualche vostra parte resti offesa,
430O qualche membro mutilalo o rotto,
Applicatevi tosto un tale unguento,
E sarete sanati nel momento.
Reuma, sciatica, iscuria, parlisìa,
Getti di sangue, fistole, cancrene,
435Tisi, coliche, gotta, idropisìa,
Rogna, asma, lebbra, tigna e duol di rene,
Il mal del cosso, del forcon, del pino,
Nefritide, contagio transalpino;
Emicrania, oftalmia, scorbuto, angina,
440Dolori articolari, ernia, quartana,
Rachitide, diabète, scarlattina,
Tutto il balsamo mio, tutto risana:
Rispiana i gobbi, raddirizza i storti,
Veder fa i ciechi, e resuscita i morti.
445
[p. 99]
A cotai detti industrïosi e strani,
Tutti d'intorno a lui correr vedrete
Affollati que' facili villani,
Come uccelli che voltano alla rete:
Paga ognun quel che può, non quel che deve,
450Ed ei del ciarlar suo premio riceve.
Accorto ciarla il cavalier del dente,
E assicura le cene e i desinari;
Lodando Dulcinèa ciarla il servente,
E in tasca non gli mancan mai i denari;
455Ciarla il pedante e il professore ancora,
E gli frutta la ciarla un tanto l'ora.
Per lei chi vive ... ma chi vive io taccio:
Perché quantunque il Cigno di Venosa
Scritto lasciasse in uno scartafaccio
460Che ai poeti era lecito ogni cosa,
Nonostante nel secolo in cui siamo
Tutto quel che si vuol dir non possiamo.
Ma per altro impedir niuno mi potrà
Ch'erga un tempio alla Ciarla in questo dì,
465Che passi eterno alle future età
Dai gorghi Alpini a quelli del Chilì ...
Ma piano: prïa di tutto, padron mio,
Lo scultor, l'architetto ov'è? - Son io!

[p. 100]
Io sì, son lo scultore, io l'architetto,
470Io l'ardua mole ad innalzar m'appresso.
Tondo sia l'edificio e senza tetto,
Onde le ciarle esalino più presto,
E sorga, come Tebe, e dentro e fuori
Senza calcina o senza muratori.
475L'alte colonne fascino giornali
D'istoria, di politica, di lettere,
Pettegolezzi e scritti di legali:
E nelle basi che ci abbiam da mettere?
Metafisici, voi dir lo potete;
480Chi sa le belle cose che ci avete!
Ma no: vengan piuttosto del Secento
Le iperboliche immagini c i concetti;
Svolazzino qua e là pel pavimento
E canzoni e cantate, odi e sonetti;
485E dagli archi, a festòn pendano i cantici
Dei Classici moderni e dei Romantici.
Adornin le pareti infino a terra
Note, commenti, prefazioni e scòli,
Sette tomi di Corna del Gamerra,
490E sei del Passeroni e del Fagioli;
E romanzi, e dei quondam Avelloni
Le commedie, che Dio gliele perdoni!

[p. 101]
E drammi figli di sublime ingegno,
Che i Romani non ebbero e gli Achivi,
495Con palle uscite da cannon di legno,
Con truppe vere, e con cavalli vivi48;
E tragedie da rider ... con scenari4
Con mille navi49. Poveri Impresari4!!
Della Dea sorga in mezzo il simulacro,
500Che gran parte di mondo onora e cole;
Ardano eterni sovra l'altar sacro
Libri, che dicon cose e non parole:
E cori di devoti in toghe nere
Questi alternino intanto inni e preghiere.

CORO DI DEVOTI
505Bella Dea, che il mondo reggi
Fin da' secoli remoti,
Ci soccorri, ci proteggi,
Ed accogli i nostri voti,
E ci guida all'arte antica
510Di buscar senza fatica.
MEDICI
Tu c'ispira, o Dea clemente,
Un parlar loquace e tondo,
Sicché vada allegramente
L'ammalato all'altro mondo,
515E abbia requie almen defonto...
Coro
Ma l'erede paghi il conto.
GIORNALISTI
Se stringiam la penna in mano,
Fra la cabala e l'imbroglio,
D'un ingegno sovrumano,
520Tua mercé, domiam l'orgoglio
Con ingiurie, e scherni a josa ...
Coro
Ma se paga, è un'altra cosa.
LEGALI
Deh! se insorgono questioni
Fra potenti e fra solventi,
525Tanti Ortensj e Ciceroni
Tu ci rendi pei clienti;
E abbia ognuno i dritti suoi ...
Coro
Ma i quattrin tocchino a voi.
TUTTI
Somma Dea tu ci consola.
Medici
530Dea benefica ci assisti.
Legali
Tu ci dona la parola.
Giornalisti
Tu difendi i giornalisti,
E dirigi i nostri accordi ...
Coro
Finché durano i balordi.
535Ecco finito, o Donne. Or se volete
Ciarlar, ciarlate, che buon pro vi faccia;
Se con la Ciarla mia vi fei star chete,
Me con la vostra rammentar vi piaccia;
Se far poi nol vorrete, vostro danno:
540Vi lascio; e a rivederci a quest'altr'anno.

10. IL COLOR DI MODA OSSIA L'ARIA SENTIMENTALE


[p. 103]
1822
Donne mie care, non bisogna darla
Una parola; ma se uscì di bocca
Più rimedio non c'è di ritirarla50:
Cantar promisi, ed a cantar mi tocca.
5V'ho dato il NASO, v'ho data la CODA,
E poi la CIARLA. Ecco il COLOR DI MODA.
Già voi, che siete furbe per natura,
Qual sia questo color v'immaginate;
Dall'altra parte, poi, chi m'assicura
10Che tutte veramente lo sappiate?
Sicché sul dubbio, o istrutte o non istrutte,
Credo ben fallo di mostrarlo a tutte.

[p. 105]
In questo mondo eh? come van le cose!
Un viso rosso in pria bel si stimava,
15Ed ognuna di voi, Donne amorose,
Se non l'aveva, se lo procurava;
Ora un pallido viso e più giocondo:
Eh? come van le cose in questo mondo!
Darvi però, mie care, non ardisco
20La taccia di volubili e leggiere;
Povere donne! anzi vi compatisco
Se cangiate alle volte di parere;
Si sa; per chi ha del genio nella zucca,
Quel sempre, sempre una sol cosa, stucca!
25Il mutar piace a tutti; e o questa e bella!
Se riesce simpatico anche a noi
Ora il viso di questa, ed or di quella;
Perché riprese esser dovrete voi
Se, col più fino accorgimento e scaltro,
30Preferite quel d'uno a quel d'un altro?
Il pallore in sostanza è spesso indizio
Di persona galante, e cor sensibile;
E dico che mostrate del giudizio
Reputandolo al rosso preferibile;
35Un viso rosso è un viso da osteria,
E non è un viso di galanteria.

[p. 106]
Parrà strana la massima, ma è vera.
E non sarei di pronunziare ardito
Che si conoscon gli uomini alla cera,
40Se non avessi co' miei orecchi udito
Dir di talun, che ho per signor tenuto,
Guarda che cera di villan cornutto!
Pallida vergin ( nuova non vi giunga )
Chiede ... e che cosa? Chiede all'uomo affetto.
45Caspita! Ovidio la sapeva lunga!
Ed in fatti un bel viso pallidetto
In una donna, parmi un di quei volti
Da far far dei spropositi, e dimolti!
E in un uom? Non miriam con calda brama
50Certe donne, che strappansi di mano
Un tal, perché di sentimento ha fama?
Buon per lui che non perde il tempo in vano!
Entra pezzente, ed esce da costoro
Con giubba nuova e con sigilli d'oro!
55E donde avvien, che a un'aria, a una cadenza,
Ad una sinfonia fugge l'inedia,
E proviamo un'interna compiacenza
Che non si può star fermi sulla sedia,
E accompagnamo il suon col movimento?
60Donde vien, se non vien dal sentimento?

[p. 107]
Ah sì col sentimento ciascun nasce;
Il sentimento al mondo ci ha condutti;
Chi di piacer, chi di dolor si pasce;
Dunque, chi più chi men, l'abbiamo tutti:
65E se mal dal color non giudicai,
Mi par che ancora voi ne abbiate assai.
L'opinïon di quei mi muove a riso,
Che dicon che l'estate dee rincrescere
Perché fa diventar pallido il viso.
70Anzi per questo debbe il gusto crescere:
Se è nell'estate che possiam vedere
Certi visi affilati, ch'è un piacere!
E se questa anche a voi rechi contento
Lo dican quei passeggi in vario metro;
75Quell'andar, per esempio, a passo lento
Per aspellar chi vi pedina dietro;
O andargli innanzi, e poi volgendo il viso
Säettarlo d'un guardo e d'un sorriso.
È ver che può sembrar civetteria
80A chi alle antiche regole s'attiene;
Ma per me dico ch'è galanteria,
E più d'un vi dirà che fate bene
A divertivi molto in gioveantù,
Se no, da vecchie non riesce più.
85
[p. 108]
Ma, badate, esser giusto poi mi piace:
Non ogni pallidezza è mal d'amore.
Può ben esser la regola fallace:
Non sempre il frutto corrisponde al fiore.
Talvolta l'apparir di color privo
90Può derivar da qualche altro motivo.
Onde se v' imbattete, o Donne care,
Prima ch'entrin le ferie, in un Dottore,
O incontrate di maggio uno Scolare51
Divenuti di pallido colore,
95Non ne formale cattivo preludio:
È il troppo studio, Donne, è il troppo studio!
Ma potrà sempre un tal discorso reggere,
Dice talun, se giallo ancor fu visto
Qualche Signor che cincischiava a leggere,
100E non fe' nulla mai ? - Taccia quel tristo.
Volle il ciel che tra noi fratelli fossimo,
E non dobbiamo pensar mal del prossimo.
E non fe' nulla mai! Quando va al ballo;
Al teatro, al caffè mostrasi e al gioco;
105E mangia e beve e dorme e va a cavallo,
A voi par che un Signore faccia poco?
Anche lo studio ci dovrebbe entrare?
Sì, per diventar tisici! Vi pare!

[p. 109]
Bisogna esaminar lo complessioni:
110E non tutti i Signori, in fondo in fondo,
Hanno per istudiar buoni polmoni.
Ma molti ne conosco in questo mondo
Che studiano, e che son fior di virtù:
Sicché mi quieto, e non ne parlo più.
115E passo a dir di quei che stanno in dieta,
Che, cioè, per parer sentimentali
Lascian la colazione consueta:
Guardate voi che capi originali!
Che la lasci un poeta, son d'accordo:
120Ma chi ha da farla, e non la fa, è un balordo.
E di te che dirò, stuolo felice,
Ch'ogni mattina, onde mutar d'aspetto,
Ti rechi al loco (che nomar non lice
Per ogni convenevole rispetto)
125Le grate a depredar aure odorose?
Scimuniti! si fanno certe cose? -
Ma fuor di questi, un pallido sembiante
La pietra si può dir del paragone
D'ogni più fido e più leale amante:
130Un vero amante è sempre in convulsione;
Teme, non dorme, struggesi, non mangia:
Ed ecco come il suo color si cangia.

[p. 110]
Ah sì, l'amore è un dolce sentimento;
Ma le più volle ci amareggia il core!
135Pur, l'esporsi d'inverno all'acqua, al vento,
Andar dietro alla Bella a tutte l'ore,
Scriver lettere, o farsi venir male,
A me sembra un amor da collegiale.
D'altronde, Donne mie, come si fa?
140Entrar subito in casa? non si può:
E dovendo io star qui, voialtre là,
Come esternarvi l'amor mio potrò?
È dunque necessario, oltre il colore,
Mostrar qualche altro segno esterïore.
145Esempigrazia: per la via maestra
Far saltellare un cavallin di razza;
Passar col cane sotto alla finestra,
Fa un gran colpo nel cor d'una ragazza!
Mi spiace sol, che trovo in tutt'i lochi
150Amanti molti, e sposatori pochi.
Poi, ci vuol qualcos'altro, ci s'intende.
Sospiri, occhiate, tenere parole:
Perché amor che in gentile alma s'accende,
Da gentilezza incominciar si suole.
155Infin: sia russo, od italo, o francese
Chi sente, debbe aver gambe all'inglese.

[p. 111]
Parrà forse un'idea delle più strambe
Che un uom, dirò così, sentimentale,
Si conosca fra gli altri dalle gambe:
160E pur la cosa è tanto naturale!
L'eccessivo sentir dimagra presto:
Comincia dalle polpe, e sale al resto.
Fuggite i grassi, in cui lo stral d'amore
Fra la carne si perde, e al cor non passa.
165V'appaghi l'occhio, e vi lusinghi il core
Un mingherlino, e di statura bassa;
Poiché ne' magri e piccoli, è provato
Che il sentimento è più riconcentrato.
Ma badin quei, cui l'amorose voglie
170Scaldano il cor, di poi non farne abuso;
Pur troppo, quando abbiamo preso moglie,
S'assottiglian le gambe e allunga il muso,
E ci sentiamo dire o prima o poi:
La moglie, amico mio, non fa per voi! -
175E dalle donne ancora all'età nostra
So di buon luogo, che l'interno affetto
Con qualche segno esterïor si mostra:
Colla lente, cioè, col fazzoletto;
Quella fermata a cintola, o pendente,
180E questo in mano, o approssimato a un dente.

[p. 112]
La cappotta, la borsa, l'ombrellino
Hanno il lor gergo; il gergo suo lo scialle;
E l'andar passeggiando a capo chino,
O aver dritta la testa in sulle spalle;
185E in casa poi con furberia disposte
Piegar le tende, o accomodar le imposte.
E le persiane, schermo al solar raggio,
Son telegrafi adesso diventate;
Ché additano agli amanti in lor linguaggio
190Or aperte, or socchiuse, or mezzo alzate,
Meglio dei geroglifici egiziani,
I mariti or vicini, ed or lontani.
E ciò vi ho detto per servire all'estro;
Giacché di certe cose non ho pratica,
195Né d'amorosa scuola fo il maestro:
Appena faccio quello di grammatica,
Ed insegno che amo è coniugabile,
E cornu in singolare indeclinabile.
E questo è quanto. Or non vorrei che alcuno
200Credesse che a dir mal dei rossi io venga:
Dio guardi! non offendo mai nessuno;
Per me chi ha il viso rosso se lo tenga;
Vien da natura, e, o bene o mal, si sa
Che pigliarlo convien come lo dà.
205
[p. 113]
Prego anzi che sia nato a buona luna,
E apparisca gentil, galante e bello,
Facendo con le femmine fortuna;
E non gli accada ciò che accadde a quello,
La cui storia a narrarvi ora m'induco,
210Se a me porgete delle orecchie il buco.
Dico dunque che vive in Lombardia
Una bizzarra e giovinetta Dama,
A cui piace dimolto l'allegria:
Ma se vi avessi a dir come si chiama,
215sS'è maritata, o no, non lo saprei;
E anco il sapessi, non ve lo direi.
Quello che posso dirvi, e che dirò
A onore e gloria della verità,
(Ed intanto giustizia renderò
220A questa Dama, se mi leggerà)
È, che al solo vederla, è cosa certa
Che bisogna restare a bocca aperta.
È la sua casa piena zeppa ognora
Di persone col fiocco, e senza fiocco;
225Molti van per Madama, molti ancora
E per Madama, e per mangiare a scrocco:
Gli uni e gli altri però le fan piacere,
E più che n'ha, più ne vorrebbe avere.

[p. 114]
Or mentre a lei venivan forestieri
230D'Inghilterra, d'America, di Spagna,
Di Parigi, di Napoli, d'Algeri,
Di Norvegia, di Svezia e d'Alemagna;
Accadde che giungesse in quelle bande
Un Marchese straniero, un uomo grande.
235E giacché son della chiarezza amico,
Credo che d'avvertir sia cosa buona:
Che ogni qual volta un uomo grande io dico
Non intendo già grande di persona,
Ma di borsa; perché sono i quattrini
240Che distinguono i grandi dai piccini.
Fu una sera alla Dama presentato,
E fuori che un Marchese, in quel momento
Ella avrebbe qualunque rigettato
Siccome reo di leso sentimento.
245Mi burlate! avea un viso, che a ragione
L'avreste preso per un peperone!
Pur ci vuol del riguardo ai pezzi grossi,
E massime a un Marchese oltremontano!
Appena dunque al circolo accostossi,
250E alla Dama baciata ebbe la mano,
Incurvate le spalle, e a testa china
Disse: com' state voi doman mattina?

[p. 115]
Essa di franche e libere maniere
Divertir tutti, e farsi amar sapea;
255Sicché il Marchese presevi piacere,
E spesso spesso a lei tornar solea;
Ma fu un tornar, che il povero merlotto
Ne venne alfine innamorato cotto.
Ma per quanto a rïamarlo la pregasse
260Con lettere e con umili parole,
Non si sa che la Dama gli badasse,
Perché rossi d'intorno non ne vuole.
In questo poi, che ci volete fare?
Ha ognun la sua maniera di pensare.
265Egli allor, che ne' medici credea,
Tre subito ne volle consultare;
E siccome per tutto si sapea
Ch'era un Marchese che potea pagare,
Ogni Dottor colà giunse affannato. -
270Quando capita un pollo, eh va pelato!
Dopo aver fatto dei color gl'istorici,
E mostrato che il giallo e degl'itterici;
Che il rosso-cupo è proprio dei pletorici;
Che proprio è il giallo-rosso dei collerici;
275Concluser, che poteva esser possibile
Che il pallor fosse proprio del sensibile.

[p. 116]
Perché i pallidi insegna l'esperienza
Che han la cute finissima e distesa;
E la fibra dei nervi in conseguenza
280Più facilmente a ogni leggiera offesa,
Ad ogni locco, ad ogni soffiamento
S'irrita, e di qui nasce il sentimento.
E che annunziando il rosso suo colore
Nel sistema dei vasi universale
285Troppa rapidità, forza e vigore;
Ei comparir potea sentimentale
Presso la Dama coi colori esterni,
Scemo il vigore degli agenti interni.
Che facil n'era il mezzo o speditissimo:
290Purganti, dïuretici, salassi,
Poco o nulla mangiar, bever pochissimo,
Così il color del sentimento fassi;
Quindi il consulto col pagar finì,
Ed in tutte le cose va così.
295Dopo otto giorni e più di questa cura,
Mal reggendosi in piè, con una faccia
Che parea un morto fuor di sepoltura,
Vuol provar se alla Dama adesso piaccia;
Quando la crede sola va da lei:
300Ma, figurarsi! era con cinque o sei!

[p. 117]
Un tal fantasma entrar visto ad un tratto,
Disse la Dama, e quei ch'eran presenti:
Marchese mio, che così avete fatto? -
Ei disperato allora i suoi tormenti
305Disvelò per destar la compassione ...
Ma fece rider la conversazione.
Del che tanto s'afflisse, e s'ebbe a male,
Che preso un giorno da malinconia
Fe' del suo donazione a uno spedale,
310E andò a farsi romito a Scarperia:
Là stelle un mese; indi emigrò in Siberia,
Ove morì di freddo e di miseria.
E buona notte a lui. Qui faccio pausa:
Ché se la Donna non lo volle amare
315Pel viso rosso, o per qualche altra causa,
In certe cose non vi voglio entrare
Perché non son sofistico, e perché
In ciò potete fare scuola a me.
Credo però che la ragion sia questa,
320Che pallido volete il cavaliere;
Perché vi siete fitte nella testa
Che molto sentimento debba avere:
E in un amico, che sta sempre accanto,
Aver gran sentimento oh vuol dir tanto!
325
[p. 118]
Segue infatti in famiglia un qualche intrico?
L'amico entra di mezzo, e il tutto appiana.
Vien male alla Signora? ecco l'amico
Che con la sua presenza la risana.
Vuol la Dama ire a spasso? a spasso ei va.
330Vuol che si resti in casa? e in casa ei sta.
E pur non so capir che diavol sia!
A una persona tanto necessaria
Molti mariti ci hanno dell'ubìa,
E conducon le mogli a mutar aria.
335Guardale voi se con le mogli belle
Si può guardare a queste bagattelle!
Allorché offerse nella valle Idèa
Paride il pomo all'alma Dea d'amore,
In ricompensa a lui donò la Dea,
340Indovinate? il pallido colore.
Consolatevi dunque, anime tenere,
Questo è il color ch'è più diletto a Venere.
Questo e il color, che avere adesso è moda,
Il color del buon-gusto e del buon-tono:
345Dove si può trovar ragion più soda,
E più stabil fra quante ve ne sono?
Era moda una volta l'esser sani;
Or è pregio dei servi e dei villani.

[p. 119]
E o cara, o santa, o desiata Igèa
350Tu puoi fare il fagotto, ed andar via,
Poiché le donne hanno cangiata idea,
E invocano pietosa malattia
Se il marito è geloso; o un rigiretto
Scuopre l'amante, e piantale di netto.
355Viene il Medico allor: -Che c'è di nuovo? -
Ah dottor mio, che scosse!, ohimè che pene,
Che stiramenti per la vita io provo! -
Bene! Si dorme? - Ah poco o nulla; - bene!
Bene un fischio! credeva di morire. -
360La non s'inquieti: è un modo mio di dire.
Il polso. È un tantinetto irregolare52,
Ma non ci so veder poi tanti guai. -
Eh! che ne dite, morirò? - Uh le pare!
Le belle come lei non muoion mai:
365Prenda mattina e sera acqua di vette,
E vedrà che in salute si rimette. -
Intanto vengon visite, e si sa
Che malata di nervi è la Signora:
L'amante il sente dir per la città;
370Torna pentito, e più se me innamora:
Parte il marito per non darle affanno,
E lascia andar le cose come vanno.

[p. 120]
E lo sapete poi come finisce?
Che il male ogni dì più divien minore;
375E l'attacco spasmodico svanisce
Senza merito alcun del professore:
L'estate poi sono ordinati i bagni53,
E ci vuol qualchedun che l'accompagni.
Ma si guardi però chi l'accompagna
380D'avere il viso rosso, aria ridente:
Che se madonna di star mal si lagna,
Di star mal dee lagnarsi anco il servente;
Ed ai modi, alle gambe, ed all'aspetto,
Dee la moda seguir come v'ho detto.
385In quanto a me mi ha il giusto ciel concesso
Lingua che può stordivi tutte quante;
Naso che fa il suo elogio da se stesso,
Ed oltre a questo un colorin galante;
Sicché il mio viso si può dir che sia
390Un monumento di galanteria.
Ah sì, questo è il color più buono e bello;
Ma tutte a numerar le lodi sue,
Bisognerebbe avere un gran cervello,
Ci vorrebbe la testa come un bue;
395Sicché le lascio a chi verrà da poi
Che avran la testa grande più di noi.

[p. 121]
Ecco finito il quarto de' miei Canti. -
Chi sarà il Mecenate? È ver che il loco
Questo non è, che ricercarlo avanti
400Dovea; ma o avanti, o dopo, importa poco:
Però, dove trovarlo? è un brutto intrico:
Ci vuole o un Grande, o un Ricco, od un Amico.
Gli Amici dan la lira, e non ne parlo;
Andar da un Grande, a dirla, mi vergogno;
405I Ricchi poi vorrebbero accettarlo?
Sanno che son poeta, e che ho bisogno;
E sentendo che reco un libro in dono,
Subito faran dir che non ci sono.
Senza tanto impazzir, tanto girare,
410Io lo dedico a voi, Donne galanti;
E a chi meglio lo può dedicare?
Deh! leggetelo voi co' vostri amanti;
Onde se vi sorprende alcun pian, piano,
Vi trovi almen col Guadagnoli in mano!!

11. L'ADDIO A BARGA


[p. 122]
1828
Giacché vuol la sorte ria
Ch'io domani vada via,
Agli amici, e alla natale
Del Bargèo terra ospitale54,
5Prima almen del partir mio
Voglio dar l'ultimo addio;
E benché dubbio non nasca
Che il buon vino non vuol frasca,
Pure in versi dir ne vo'
10Tutto il ben che posso e so.
Che? non merta forse Barga
Che si scriva? che si sparga,
Tanto in prosa quanto in rima,
Che d'un colle siede in cima,
15E che in cerchio la vagheggiano

[p. 124]
Ardui monti che verdeggiano
Qual d'olivi, qual di viti,
Qual degli alberi graditi
Che producono quel frutto
20Che dà gusto da per tutto,
Tanto è amabile e squisito,
Tanto è dolce e saporito?
Piace ai giovani ed ai vecchi,
Piace ai grassi e piace ai secchi;
25Piace ai nobili, ai plebei,
Ai cristiani ed agli ebrei;
Piace ai frati, piace ai preti,
Ai filosofi, ai poeti;
Piace ai sudditi ed ai re,
30Piace a voi e piace a me;
Sia con vostra buona pace,
La Castagna a chi non piace?
Piace fino alle persone
A cui fece indigestione!
35Deh vi sieno i Numi amici,
O di Barga alme pendici,
Ove sette dì passai
Obliando tutti i guai,
Tra la gioia, la letizia,
40E i piacer dell'amicizia!
Dopo questa digressione,
Mi sia lecito e permesso
Favellar delle persone,
Principiando dal bel sesso.
45Benedette! qui le Donne

[p. 125]
Non si fan gonfiar le gonne
Dalla salda: voglio dire
Che non pongon nel vestire
Quella tattica, che ha
50Una donna di città.
Qui non scorgesi impostura;
Quel che c'è, tutto è natura!
(E a dir vero non è poco):
Mostran anche un certo foco,
55Ed un brio, che al forestiere
Dà moltissimo piacere.
Anche i maschi sono affabili,
Son gentili, sono amabili,
Nemicissimi dell'ozio,
60E ognun bada al suo negozio. -
Hanno ingegno, hanno talento
Chi a suonare uno strumento,
Chi ad ambir sugli altri il vanto
Nella dolce arte del canto;
65Chi a far versi, chi a far prose ...
Oh son bravi a tante cose!
Io non trovo in essi che
Una pecca sola, ed è:
Di lasciare invendicato
70San Cristoforo sgambato
Dai Canonici del Duomo55;
Pover uomo! pover uomo!
Dunque voi Bargee pendici,
Dunque voi diletti amici
75Ricevete ora il tributo

[p. 126]
Di quest'ultimo saluto,
Giacché vuol la sorte ria
Ch'io domani vada via.
Chi può dir quanto m'affanna
80Il lasciarti, o Marianna56,
Che di cor, senz'etichetta,
Come l'animo ti detta
A chi vienti a ritrovare
Offri alloggio, e da mangiare?
85Né a' tuoi ospiti dai tu
Questo sol; ma dai di più:
Poiché dai musica e ballo,
Scampagnate a piè e a cavallo;
E vediamo in dolce unione
90Ogni sera più persone
Far piacevole corona
Della casa alla Padrona.
Or si canta un'arïetta,
Or si suona la spinetta,
95Ora il corno57; ma tu l'odi
Fare in sì soavi modi,
Che riescono graditi
E alle mogli ed ai mariti.
Ed io dunque da quel loco
100Dove regna l'allegria,
Dove tutto è festa e gioco,
Io doman dovrò andar via?
E ciò poi che più m'affanna
Lascerò la Marianna?
105Deh almen voi, Bargee pendici,

[p. 127]
Deh almen voi, diletti amici,
Giacché vuol la sorte ria
Ch'io domani vada via,
Accogliete ora il tributo
110Di quest'ultimo saluto!

12. I BAFFI


[p. 128]
1826
Donne gentili, non vi faccia caso
Se chi cantò del NASO e della BOCCA58,
Or canta ciò, ch'è tra la bocca e il naso.
Non è la mira mia frivola e sciocca:
5Che mostrar gli accessorii è naturale,
Dopo che s'è mostrato il principale.
Io vorrei che restaste persuase,
Senza che stessi a farvi un lungo prologo,
Che i Baffi al naso servono di base;
10E però quel dottissimo filologo,
Secondo il mio parer, nel segno dette,
Che fe' da base derivar basette.

[p. 129]
So che non poche spacciano, o mie care,
Che i baffi rendon gli uomini più brutti,
15E che però non debbonsi portare;
Veggo per altro che gli han quasi tutti:
Dunque da questo argomentar mi lice
Che non a tutti i visi il pel disdice.
Anzi mi par che faccian del fracasso:
20E non vediamo infatti anco al presente
Talune andar mattina e sera a spasso
Con un baffuto cavalier-servente,
E il servente apprezzar più del consorte,
Perché il buon-uomo ha le basette corte?
25Credete forse voi, che le Signore
Lo guarderebber tanto di buon occhio,
Se non avesse i baffi, il cacciatore?
Parlo di quello, che sta dietro al cocchio,
E che la Francia cacciator nomò:
30Di quel che vada a caccia io non lo so.
Se il pel ricuopre del cervel la sede;
Se agli occhi il pelo serve d'ornamento;
Se crescer sulle gote il pel si vede,
E se si vede crescere sul mento;
35E perché, Donne mie, far tanto caso
Che crescano anco i baffi sotto il naso?

[p. 130]
E che direste mai, Donne garbate,
Ritrovandovi in Russia o in Ungheria,
Spuntar vedendo dalle cantonate
40I baffi di color che van per via,
E, aspetta aspetta, dopo un'ora buona
Il resto comparir della persona?
Tempo verrà che in maggior pregio avute
Saran dei baffi le virtudi ascose,
45Poiché tutti le avranno conosciute;
E anche quelle che fan le schizzinose,
E chi li tiene or prenderieno a schiaffi,
Diranno un giorno: benedetti i baffi!
Finché non gli ebbe, ed apparì donzella,
50Stiè in Sciro Achille, e niun sospetto diede;
Ché vedendogli indosso la gonnella,
D'altro non s'occupava Licomede;
Quantunque dalla storia si ricaca
Che c'era chi per lui se n'occupava.
55Ma poiché baffi e barba egli ebbe messo,
E viste l'armi cbe recògli Ulisse,
Sia che avess'onta del mentito sesso,
O che la moglie a noia gli venisse,
(Che difficil non è che venga a noia)
60Il fatto è che distrusse Ettore e Troia.

[p. 131]
Or voi, che v'internate nelle cose,
Né vi lasciate trar dal pregiudizio,
Comprenderete ben, Donne amorose,
Che finché non c'è pel, non c'è giudizio;
65E se col pel ci dà natura il senno,
Perché i baffi tagliar dunque si denno?
Sarebbe inver pretensïon chimerica
Che facessimo ciò, ch'altri non fanno;
Se in Africa, se in Asia, se in America
70Lasciano star le cose come stanno,
E sul viso nessun mette i rasoi4,
Bella! o perché ci s'han da metter noi?
E che ti vuoi leccar? se, esempigrazia,
Di vaga donna innamorato sei,
75Ma si dà la tristissima disgrazia
Ch'ella a te piaccia, e tu non piaccia a lei,
E qualcun più felice te l'aggraffi,
E ti senta poi dir - leccati i baffi?
Qui opportuna mi par la riflessione,
80Che se a parer de' medici non puote
Né d'ontalgia soffrir, né di flussione
Chi con la barba tien calde le gole,
(E infatti quei che han barba pei conventi
Non si dà mai ch'abbiano male ai denti);
85
[p. 132]
Così tenere i baffi è cosa sana,
Ed ognuno ne resta persuaso.
Guardano i labbri dalla tramontana;
Mantengon calda la punta del naso;
E con la doppia lor cadente ciocca
90Fan che gl'insetti non entrino in bocca.
O voi che in bocca il sigaro tenete,
Fumando in ogni tempo e in ogni loco,
Deh! se pe' vostri baffi amore avete,
Badate ben che non vi piglin foco;
95Se no fareste, se dal ver non torco,
La fine miserabile del porco!
Celano inoltre molti mancamenti:
Chi può infatti veder, se chi gli porta
Ha denti, per esempio, o non ha denti?
100Se ha la bocca diritta, o se l'ha storta?
O se sui labbri ha brucoli, vesciche,
O bolle, od altre bagattelle antiche?
Annunzian neri, gagliardìa virile;
Castagni testa calda e buon umore;
105Rossi scaltrezza; biondi alma gentile;
Bianchi mancanza di vital calore;
Ispidi rabbia; folti rustichezza;
Audacia grossi; rari languidezza.

[p. 133]
Miser chi rari ha i baffi, e pur si affida
110Di far fortuna, e innamorar le belle!
Tra le folte basette amor s'annida,
E non fra quattro peli in pelle in pelle;
Dirò come diceva una fanciulla,
(Parlandosi dei baffi) o belli, o nulla!
115O degli uomin delizia e degli Dei,
Santa madre d'Amor, nata dall'acque,
Se come bella anco pietosa sei,
E se Marte coi baffi non ti spiacque,
Giacché privo di baffi è il viso mio,
120Venere bella fa' che gli abbia anch'io!
Ma s'è vero che accrescano beltade,
Oppor mi sento, dunque come va
Che prima dell'esame se gli rade
Chi studia legge all'Università?
125È facile il capir perché vien fatto;
Perché un Legal non dee parere un gatto.
Ma poi, non v'è persona di buon gusto
Che di gioia non brilli e di contento
Nel Vedere ad un giovine robusto
130Un par di baffi col moschin sul mento59,
Oh quanta grazia, quanta leggiadria
Dà quel moschino alla fisonomia!

[p. 134]
Crebber tranquille per l'Ausonio cielo
Più secoli le barbe; finalmente
135Venne Sicilia a muover guerra al pelo60.
E però fin d'allor l'Itala gente,
Di tante barbe nel comun flagello,
Fu pelata or da questo, ed or da quello!
Ma quando del regàl serto la chioma
140Ornò l'invitto figlio di Pipino,
Fu allor che l'uso s'introdusse in Roma
Di portar le basette col moschino;
Ché d'aver tutti si recàro a onore
Una cosa, che avea l'Imperatore.
145Ed è qui, dove d'osservar vi prego
Che Carlo era un brav'uom, ma non sapeva
Poi, che i baffi si ungessero col sego;
Onde non vi badava, e gli teneva
Così come gli avea crespi e alla buona;
150Talché si disser baffi alla Carlona.
Ma alfin si vide a diradar le cieche
Tenebre d'ignoranza il gusto giungere,
E l'arte venne fuor delle manteche
O per ungersi i baffi, o farsegli ungere;
155E allora, in grazia del natìo paese,
Furon chiamati balli alla francese.

[p. 135]
E incominciaro i giovani galanti
Ad educarli, onde parer più belli.
Chi li piegava in dentro e chi in avanti,
160Chi lisci gli tenea, chi ricciutelli;
E chi allo specchio consigliero e duce,
Studiava il modo di far l'aria truce.
E la baffo-mania per lo città
D'Italia giunse a tale accrescimento
165Che averli si credé necessità;
E più d'un ch'avea scarso il pel sul mento,
Per timor di passar per musichino,
Se li tingea alla cappa del cammino.
Ma questo qui l'ho detto per facezia;
170Vero è peraltro quel ch'or vi dirò:
Un tal che senza baffi andò a Venezia,
E coi baffi alla patria ritornò,
Con ragioni provò chiare e palpabili,
Che son per chi viaggia indispensabili.
175Se ti veggon coi baffi, i vetturini
Ti prendono per qualche Oltramontano;
Sicché dicono: eh! questo ha dei quattrini!
Dio sa quanto mi dà di buonamano!
E sferzano i cavalli a più non posso;
180Se non hai baffi, ti fan l'uomo addosso.

[p. 136]
E alle locande? vi badan moltissimo:
E se veggon che ha i baffi il forestiere,
Gli dan dell'eccellenza, del lustrissimo,
Corre la serva, corre il cameriere;
185Ma se al contrario senza baffi io giungo,
Non mi guardan nemmen quanto son lungo.
Si arriva ad un paese? a una città?
Ci assedian d'ogn'intorno i ciceroni
Per condurci a veder le antichità,
190Templi, quadri, archi, mura, sostruzioni;
Ché ai baffi e al muso duro, quelle genti
Ci credono persone intelligenti!
Ho citato costui per abbondare
Con voi, che meco sì gentili siete:
195Ma lasciandolo, passo a confutare
Le sofistiche inezie ed indiscrete
Di chi dice, che i baffi prolungati
Nessun portar gli può fuor che i soldati.
Se per la patria, se pel suo sovrano,
200Se pel pubblico bene dello stato
Pronto è ognuno a tener la spada in mano,
Qualunque cittadin dunque è soldato;
E s'ogni cittadino è militare,
I baffi può portar quanto gli pare.
205
[p. 137]
Comune a tutti della barba il fregio
Dette prodigo il ciel de' doni suoi;
E sol perché alle donne il privilegio
D'aver la barba come abbiamo noi,
Non fu, non è, né sarà mai concesso,
210Però vengon chiamate il debol sesso.
Qualunque veggo ben ch'anco fra loro
Delle donne vi son con le basette,
Del sesso femminil gloria e decoro;
E queste, se un tantin vi si riflette,
215Fanno facce sì vegete e sì fresche,
Che paion, vivaddio! tante tedesche.
Di sì strano fenomeno, qual' è
La ragione? qualcun mi chiederà:
Certo, che una ragione esser vi de';
220E se v'è una ragion, si troverà;
E poi, quand'anche non ne arrivi al fondo,
Sarò forse il prim'asino nel mondo?
Sapete ben, che se una donna gravida,
Mentre mira un oggetto innanzi agli occhi
225E desiosa se ne mostra ed avida,
Del corpo in qualche parte ella si tocchi,
Impresso vien corrispondente segno
Sul corpo al feto, di cui il ventre ha pregno.

[p. 138]
Chi sa! che la lor madre similmente
230Nella sua gravidanza non bramasse
D'un capitano i baffi o d'un tenente,
E le labbra frattanto si toccasse;
Poi partorisse in grembo di Lucina61
Con la voglia de' baffi la bambina?
235Comunque sia però, gli stimo e apprezzo:
Ché alle giovani accrescono beltà;
Grazia alle donne dell'età di mezzo;
E a quelle poi della senile età
Dan sì grave contegno, e tuon sì austero,
240Che per me non le stuzzico davvero! -
Dimandato mi vien da certi critici:
Se nel mio modo di pensare, io veda
Ch'esser possano i baffi anti-politici,
O se, ancora vedendolo, lo creda.
245Ma problema non è da sciorsi a cena
Tra i festivi bicchieri, a pancia piena!
Corbellerie! l'affare è molto serio!
E le deboli forze in conseguenza
Supera d'un poetico criterio!
250Nondimeno darò la mia sentenza,
Che al certo non sarà di tribunale:
Vo' dir che non farà né ben né male.

[p. 139]
Quei, che i pollici loro unendo agl'indici,
Dei baffi ambe le punte si stropicciano,
255Il che poi fatto e dieci volte e quindici,
Gli stropicciati peli alfin si arricciano,
Deh! fatemi la grazia, che volete
Che perturbin la pubblica quïete?
Avvezzi ad una vita sibaritica,
260Fra le donne, fra i pranzi e fra le cene,
Non posson occuparsi di politica;
Pensano a divertirsi, e pensan bene:
E il pel tengon sul labro o sulla guancia,
Perché l'han visto al Figurin di Francia.
265Di Francia che, regina di capricci,
Agli abiti, alle scuffie, ai cappelletti
Nuove forme prescrive, o increspa i ricci,
O polpe manda, o fianchi finti, o petti;
Di Francia, in somma, che con mani leste
270Ora ci spoglia, ed ora ci riveste.
Passò stagion che si tenea la lista
Di chi aveva la coda, o non l'avea;
E chi l'avea fu detto Realista,
Giacobin chi tagliar se la facea;
275Qual se di fedeltà la prova soda
Consistesse a quei tempi nella coda!

[p. 140]
Pur si condoni a un secolo decrepito:
Ma or che spuntato è il secolo dei Lumi,
E cessato dell'armi è il fiero strepito,
280Che serve rinnuovar tai rancidumi?
Fa' che domani insorga una battaglia:
E vedrai che chi ha i baffi se li taglia.
Ma del resto, che val che più mi scapi?
So portarono i baffi, o Donne mie,
285I duchi, i re, gl'imperatori e i papi,
(Siccome costa dalle gallerie).
Dunque indegni di lor non gli stimaro:
Dunque i baffi hanno pregio: il fatto è chiaro.
Far l'elogio vogliam d'un professore?
290Si rammenta un artefice eccellente?
Un poeta di grido? un buon priore?
Capperi! è un uom coi baffi! dir si sente:
Perché le teste quadre e i gran cervelli,
Come vi ho detto, gli avean lunghi e belli!
295Deh! perché la comun madre benigna
Madre a me si mostrò nell'altre cose,
E poi ne' baffi si mostrò matrigna?
Ma forse, chi lo sa! così dispose,
(Giacché natura non fa nulla a caso)
300Affinché tutto si godesse il naso;

[p. 141]
O perché spazio vi restasse sotto
Onde attaccarvi un cartellin stampato
In cui potesse leggersi quel motto,
Che pel mio naso sembrami adattato,
305E ce lo farò scriver, se si campa:
«Natura il fece, e poi ruppe la stampa».
Donne gentili, è tempo omai ch'io taccia:
E siccome in ogni uom diverso è il gusto,
O vi piaccia tal moda o non vi piaccia,
310Per me è lo stesso, non me ne disgusto:
Solo il timor m'affanna e mi martira
Di sentirvi esclamar: povera lira!

13. Alla contessa Terdelinda Cesarei baronessa della penna di Perugia.


[p. 142]
SIGNORA

Non negherò d'avere uno speciale affetto a questo lavoro, mentre lo dedico a Voi. Non vorrei peraltro che l'aria d'arcano con cui la mia novelletta comparisce nel mondo, desse luogo a qualche sinistra interpetrazione. Voi in tal caso potreste farmi testimonianza che questo scherzo fu ingenuamente diretto al vostro sollievo, mentre il vacillante stato di salute vi obbligava, nell'anno scorso, a passare fra un piccol numero d'amici le lunghe sere d'inverno in Pisa. Aggradite adunque, con quella gentilezza e cortesia che vi è propria, i pochi versi che v'offro come attestato sincero della profonda stima, con cui ho l'onore di essere. Pisa 8 Giugno 1826 , Vostro Dev. Servo ed Amico A. G.

14. LA PENNA D'AMORE


[p. 145]
1826
A te rida salute; a te gli Dei
Or sien propizii dell'età sul fiore,
Quanto cara al mio cor, Donna, tu sei.
Deh! non sdegnare un testimon del core,
5Che t'offro in questa novelletta breve,
Che dall'ascoltar tuo grazia riceve.
Poiché Amor, piagato il tergo
Dall'improvvida scintilla,
Psiche odiando e il tristo albergo,
10Per la fosca aria tranquilla
Alla madre il vol drizzò,
Una penna gli cascò.
E gli Zeffiri amorosi,
Ed i Silfi invidïosi
15
[p. 147]
Contendevano fra loro
Un sì tenero tesoro;
Quando un'aura fuggitiva
La recò dell'Arno in riva.
Mentre aggirasi per l'aria
20Questa penna straordinaria,
Tutti restano sorpresi:
Duchi, principi, marchesi,
E dottori e auditori,
E avvocati e professori,
25Ed ognun saper desìa
Quel che gira cosa sia.
- « Aspettate: (disse un tale
Estraendo un canocchiale
Che gli giunse dalla Senna)
30« Se lasciate fare a me,
« Or vi dico che cos'è:
« È una penna! e una penna! » -
« Una penna? Oh! s'è da scrivere,
« Io nel tempo del mio vivere
35« Mai non scrissi due parole,
« E la lascio a chi la vuole ».
Disse un Nobile così;
Quindi rapidò sparì.
- « Io la voglio: e se l'avrò
40(Esclamava un Avvocato,
Che correa tutto affannato)
« Con tal penna scriverò
« Cert'enfaliche difese
« Non più lette, e non più intese,
45
[p. 148]
« Talché un nulla al paragone
« Sarà Tullio Cicerone. »
- « Avvocato: piano, piano!
(Grido un altro da lontano)
« Male il mondo conoscete;
50« Come? ancor voi non sapete
« Ch'è lo stesso ad un legale
« Scriver bene, o scriver male,
« Poiché quando va all'udienza
« È già data la sentenza? »
55(Era questi un Giornalista);
Indi aggiunse: « oh! s'io l'avessi
« Fra le dita, e se potessi
« Infiorar con penna tale
« Un articol di giornale,
60« Non farei dormir la gente ... »
- « Come fate attualmente:
(Interruppelo un Linguista).
« Oh io poi, oh io poi
« L'userei meglio di voi!
65« Se tal penna avessi meco,
« Scriverei siriaco, greco,
« Nella lingua degli Ebrei,
« De' Persiani, de' Caldei,
« E spiegar potrei gli arcani
70« Geroglifici egiziani,
« E portare in Occidente
« Tutto quanto l'Orïente...
- « Basta! basta! mi canzona!
(Prese a dirgli una persona)
75
[p. 149]
« Per iscriver quanto accenna,
« Ci vuol altro che una penna! »
Alle corte: ognun volea
Farne ciò che gli piacea.
Chi una lettera amorosa
80Brama scrivere alla sposa;
Chi un affisso, onde renduto
Gli sia un libro, che ha perduto;
E tre, o quattro Scolaretti
Ci volean fare i ristretti,
85Cioè ridurre in stil laconico
E il civile, e il gius canonico.
« - Cari amici, a quanto pare,
« La vorreste consumare!
( Sorridendo, e a faccia lieta
90Disse un giovine Poeta
Ch'era lì fra i circostanti );
« È permessa una parola?
« Che faremo? siamo tanti,
« E la penna e una sola.
95« Se uno l'ha, ed un non l'ha,
« Qualche diavol nascerà;
« Poi bisogna temperarla,
« E v'è il rischio di sciuparla.
« Dunque, o cari amici miei,
100« Se Vi piace, proporrei:
« Che, allorquando sarà scesa,
« Gentilmente fosse presa,
« E che poi senza intervallo
« Dentro un'urna di cristallo
105
[p. 150]
«Si chiudesse, e quindi eretto
« Le venisse un bel tempietto.
« Là potrebbe ogni devoto
« Visitarla, e sciorre il voto,
« Tutti offrendole i desiri,
110« Le speranze ed i sospiri,
« Senza ch'essa, almen mi pare,
« Si venisse a consumare;
« Ed un inno io canterei a
« Consacrato solo a lei ».
115A tai detti ognun fa il sordo;
Niuno trovasi d'accordo;
Finalmente ella declina,
Ed a terra s'avvicina.
Era bianca come neve
120Che giù fiocchi lieve, lieve;
Era piena di vaghezza,
Tutto in essa era bellezza,
Né parea cosa terrena.
Allor sì che fu la scena!
125Principiaron due, o tre:
« È la mia! - No tocca a me! »
Questi spicca un leggier salto;
Ma la penna torna in alto.
Quegli ancor le mani spinge;
130Stringer crede, e nulla stringe.
Qui comincia la baruffa:
Uno grida, un altro sbuffa;
E sarìa finita male,
Se libratosi sull'ale
135
[p. 151]
Colle frecce e la faretra
Non calava Amor dall'etra,
Che d'un raggio scintillò
Sicché tutti abbarbagliò:
Quindi disse: « Bella, e rara
140« È, o campion, la vostra gara.
« Ma la penna qui caduta
« A me spetta; io l'ho perduta.
« Degni, e che? vi credereste
«D'aver voi cosa celeste?
145« Non è questo d'Umbria il suolo! » -
La riprese, e spiegò il volo. -
Ecco dunque ognun rimaso
Con un palmo, e più di naso.
Quei, cui tocca sorte eguale
150Ne trarranno la morale.

15. AL MIO AFFETTUOSO PARENTE SIG. FRANCESCO VELLUTI-GHINI


[p. 152]

Al mio affettuoso parente Sig. Francesco Velluti-Ghini 62 di Cortona.

hecco mio - vi son tenuto,
Ma tenuto tanto, tanto,
Del zecchin che ho ricevuto.
Oh che santo! che gran santo
5È fra i Santi san Giovanni,
Che si degna tutti gli anni,
Sotto forma di moneta,
Di far visita al poeta!
Mi dispiace che non è
10Come santa Elisabetta,
Che ci stava mesi tre;

[p. 153]
San Giovanni ha un po' più fretta,
E va via lo stesso giorno
Senza dir: domani torno.
15Io vorrei che questo Santo,
Ch'è sì grande, e che può tanto,
Dentro all'anno mi facesse
Delle visite più spesse;
Ma, quantunque l'abbia a grado,
20Non lo vedo che di rado;
Ed è vostra cortesia
Se quest'anno anche s'è mosso
Per venire a casa mia;
Ché per gli altri pregar posso
25Quanto voglio; ma è, v'accerto,
Vox clamantis in deserto.
Deh! seguite: e se Plutone
Che qua e là caccia la coda,
V'inducesse in tentazione
30Che il donar non è più in moda,
Discacciatela veloce
Con il segno della croce;
Perché dice anzi Gesù
Che a chi ha meno dia chi ha più.
35E così, se ogni anno in dono
Mi darete uno zecchino,
Sfido a dirmi che non sono
Un carissimo Cugino!

16. TUTTE LE DONNE MI PIACCIONO


[p. 154]
1826
O Voi degli uomini
Söave cura;
O amabil'opera
Della natura;
5Io per voi facile,
Donne, m'accendo;
Né i miei nascondere
Vizii pretendo;
(Se a vizio ascrivesi,
10Donne amorose,
L'avere in pregio
Le belle cose ).

[p. 155]
Ed in qual codice
È stato scritto
15Che sia le femmine
Amar delitto?
Dove si trovano
Quegl'indiscreti,
Che d'amar vietino
20A noi Poeti?
Per Bice e Laura
Amanti, e amate,
Per esse nacquero
Le delicate
25Rime dolcissime,
Che a lor sacrarno
Gl'inimitabili
Cigni dell'Arno.
Si vieti a ruvido
30Vecchio restio;
Ma non a un giovine
Come son'io;
Che ognor sospingere
Qua e là mi sento
35Per Voi, qual fragile
Canna dal vento.
Ah! che le cause
Son mille e mille
Che in sen mi destano
40D'amor faville. -

[p. 156]
Perché nei circoli
Fa sì la dotta,
Per quel suo spirito
Amo Carlotta.
45Ignara Eulalia,
Ferito m'ha
Con quella ingenua
Semplicità;
Sicché comprendere
50Di qui si può,
Ch'amo le femmine
Sien dotte, o no.
Fanny che lodami
Ne' carmi miei,
55Piacer non debbemi
S'io piaccio a lei?
E se mi critica
Fulvia severa,
Non debbo Fulvia
60Creder sincera?
Eurilla timida
Talor lo sguardo
Modesto volgemi?
Per lei tutt'ardo;
65Ché quell'ingenuo
Gentil pudore
Forma l'insidia
Di questo core

[p. 157]
Mi guarda Amalia
70Franca e procace?
Perché non rustica,
M'è cara, e piace.
E non considero
Se Amalia, Eurilla,
75Nera, o cerulea
Han la pupilla;
Perché cerulea
L'han Palla e Giuno,
E l'alma Venere
80È d'occhio bruno.
Lenta, e gravissima
Cammina Ernesta?
Eh che con gli uomini
Sarà più lesta!
85Livia entro splendida
Festiva stanza
Alterna l'agile
Piede alla danza?
Oh come l'anima
90Rapir mi sento
De' fianchi al nobile
Molleggiamento!
Se suona Laura,
Laura m'incanta,
95E vado in estasi
Se Gigia canta.

[p. 158]
Giulia qual pertica
Sorge eminente?
Non potrò perderla
100Infra la gente.
D'Elvia ch'è piccola,
Così ragiono:
Sta in piccol'anfora
Chiuso il vin buono.
105Dunque non m'occupo
Della statura:
È per me comoda
Ogni misura.
Se la pinguissima
110Cassandra io scerno:
Oh! dico, e ottima
Per quest'inverno!
Magra presentasi
Al guardo mio?
115Piacciono i simili:
Son magro anch'io.
Non ho sul fisico
Idee sì basse
Mi son gradevoli
120E secche, e grasse
Mi alletta candida,
Bruna mi piace;
L'amo di roseo
Color vivace.
125
[p. 159]
E tutto accendere
Il cor mi sento
Al color languido
Del sentimento.
Amo le giovani
130Per la freschezza;
Le vecchie venero
Per la saviezza:
E m'empion l'anima
D'ilarità
135Quelle che contano
La mezza età.
Belle, mi piacciono
Per simpatia;
Brutte, allontanano
140La gelosia.
Sicché le femmine,
O belle o brutte,
O Vecchie o giovani,
Mi piaccion tutte.

17. L'ELISIR DI LE-ROY PER LE DAME


[p. 160]
1827
Benché ognun dica mal di questo mondo,
Per me so che ci campo molto bene!
E lo star sano m'è così giocondo,
Che sempre dico, ogniqualvolta avviene
5Che qualcun se ne vada ai regni bui4,
Salute a me finché non torna lui63.
È la salute infatti un dono tale,
Di cui non può comprendersi il valore
Altro che quando ci sentiamo male,
10E paghiamo le visite al dottore;
Però, Donne, bisogna conservarsela,
Né bisogna cercar di strapazzarsela.

[p. 161]
E far come la cauta genitrice,
Che se vede il figliuol magro d'aspetto,
15Non studiar tanto, figlio mio, gli dice;
Il troppo studio ti rovina il petto:
Tu sei ricco abbastanza, e sai, mio caro,
Che un uom ch'è ricco non è mai somaro. -
Che sia la Medicina un'impostura
20Io nol dirò, benché qualcun lo dica;
Anzi dirò che vien dalla natura,
E ch'è dell'uomo consolatrice, amica;
Si medicano e vacche e asini e buoi,
Medicar ci dobbiamo ancora noi.
25Quantunque, se miriam le contadine,
Che non si fan tastar mai dal dottore
Il polso, e mai non prendon medicine,
Le troviam piene zeppe di vigore,
Grasse, e con certi visi vivaddio!
30Che posson far vergogna al vostro e al mio.
E voi? ma Donne, che miseria è questa?
Quando vi si domanda: come va?
Or rispondete che vi duol la testa,
Ora che vi duol qui, che vi duol qua,
35In guisa tal che argomentare io posso
Che abbiate il vaso di Pandora addosso.

[p. 162]
E possibil sarà dunque, o mie care,
Che questo ciel balsamico e sereno
Che su quei d'oltremonte e d'oltremare
40Ch'egri si recan dell'Italia in seno,
benefici sparge influssi suoi,
Serbi solo i malefici per voi?
Non vi so dir quanto a pietà mi muovano
Tante e tante ragazze fresche e belle
45Che arrabbian di marito, e non lo trovano;
Me ne va proprio il sangue a catinelle!
Ma se niun rende pago il lor desìo,
Chi ci ha che far? ci ho forse che far io?
E chi volete mai, Donne adorate,
50Che ispirato si senta a prender moglie,
Se appena che vi siete maritate,
Siete piene di cancheri e di doglie?
O che almeno, facendolo, a tal peso
Della dote non ponga il contrappeso?
55Chi esige dote assai va compatito;
Poiché in oggi dividerla conviene
Fra lo speziale, il medico e il marito:
E così essendo, voi vedete bene
Ch'oltre all'aver sempre un cerotto accanto,
60Quel pover uomo ci rimette un tanto.

[p. 163]
Deh! Voi che siete l'anima del mondo,
E delizia degli uomini e conforto,
Se Voi languite, in un orror profondo
Geme natura, e l'universo è morto:
65Ma se vi ride la salute in viso,
Voi ci schiudete in terra un paradiso.
Per me, stupisco! È scritto negli annali,
Che prima, senza guai, senza malanni,
Quando non v'eran medici e speziali,
70Si campava perfin novecent'anni;
Ed or che di tal gente ce n'è tanta,
È grassa se si toccano i sessanta!
E sì che vedo che più d'una Dama
Ogni anno alle salùbri acque s'invia;
75E non già perché il gioco ve la chiama,
O la moda, o la cara compagnia
Di qualche nuovo pretendente scaltro,
No: vi va per salute, e non per altro!
E se la tale esce di casa un poco,
80Del Lungarno perché non si diletta,
Che sceglie sempre solitario loco?
Ci è forse qualcheduno che l'aspetta?
No: ma il puzzo di pipa la molesta,
Né vuol che l'entrin fumi per la testa.
85
[p. 164]
O voi, che tutto giorno vi lagnate
Di veder musi orribili al passeggio,
Ditemi: e perché in pubblico fumate?
Meritereste di veder di peggio;
Con qual cor venir debbono le belle
90A farsi affumicar tutta la pelle?
Risponderete, che il fumar costuma:
E se costuma, sarà cosa bella?
Sta scritto pei caffè « Qui non si fuma »;
Proibisce di fumar la sentinella;
95E veder dèssi un Cavaliere, un Conte,
Fumar come un facchino in piè-di-Ponte? 64
Del resto, io so che tutto il mal non viene
Dal medico, ne vien dallo speziale.
Per esempio: qualcuna starà bene,
100E dirà nonostante d'aver male;
E dirà d'aver mal, perché ha provato
Che bel comodo è l'essere ammalato.
Non si pensa che a starsene con pace
Sul letto, o sul sofà; non si lavora;
105Si fa passare in camera chi piace;
Si prende il miglior brodo; si divora
La roba più gustosa e più squisita;
L'esser malati è una gran bella vita!

[p. 165]
Ma qui di protestarmi è necessario,
110Che intendo d'un mal finto, e non d'un vero,
Perché allora direi tutto il contrario. -
Qualch'altra poi si mette nel pensiero
D'avere un'incurabil malattia;
E in sostanza non è che ipocondria.
115Sta in camera rinchiusa come in gabbia,
Distesa tutto dì sul canapè;
Non si rammenta mal ch'ella non abbia;
Parla ognor de' suoi incomodi, di sé:
Se s'alza, badi ben chi le dà mano,
120Che sta scritto in quel corpo: posa piano.
Non dorme mai! non ha punto appetito!
Prende a stento alle nove una tazzina
Di cordiàl; poi più tardi un pan bollito;
Poi a pranzo, un fritto, un'ala di tacchina.
125E un po' d'arrosto per poterci bere;
E dorme appena dodici ore intere.
Già questo non mi reca meraviglia;
Quella continua vita sedentaria,
Quell'occuparsi ognor della famiglia,
130Non divertirsi mai, non prender aria,
Star troppo del marito in compagnia,
Può sicuro produr l'ipocondria.

[p. 166]
Dunque allegre! che serve, O Donne mie,
Il parlar di miserie tutto giorno,
135Stare a letto, vuotar le spezierie,
E tener tanti medici d'intorno?
Se i molti cuochi guastan la cucina,
O pensate i dottor di medicina!
Io, io vi guarirò. Come! ridete?
140Perché non son dottor di medicina,
Inabile a guarirvi mi credete?
Oh se la Laurea desse la dottrina
A tutti quei che laürear si fanno,
Quanti dotti vedremmo in capo all'anno!
145Non dubitate: a porre a voi davanti
Il mio rimedio, umanità m'invita;
Non saran senapismi, vessicanti,
Mignatte, aco-puntura, e un'infinita
Schiera di salutiferi tormenti,
150Che per lo più non giovano ai pazienti;
Ma un Elisir, che a beverlo consola! -
Pur se a caso a qualcuna un tal liquore
Facesse un poco pizzicar la gola,
Né resister potesse al pizzicore,
155Di zucchero una palla mandi giù,
Né se la sentirà pizzicar più.

[p. 167]
Ha di purgar la qualità specifica;
Ma come gli altri non pensate già
Che indebolisca; eh giusto! anzi fortifica.
160Alle corte: si chiama Le-Roà! 65
Né gli avrien dato questo nome, se
Non fosse infatti dei purganti il re.
Bocce, vasi, barattoli giù, a terra:
Addio mercurio, tamarindo addio!
165Te rabarbaro e te sal d'Inghilterra
Veggo dannati a sempiterno oblio;
Che può la cassia? che il calomelano?
Le pillole a che servon del Piovano?
Rancidi nomi! L'italo Paese
170Sempre avvezzo a calcar gli altrui vestigi,
Che parla, e mangia, e veste alla francese,
( Ché nulla si fa ben fuorché a Parigi )
Che tutto insomma è intento a infrancesarsi,
Debb'anche alla francese medicarsi.
175Mi burlate! Se prima un si ammalava,
Perdinci bacco si spendean tesori!
Fra ricette che il medico firmava,
Fra visita e consulti di dottori,
Fra quei che custodisser l'ammalato,
180Un pover uomo divenìa spiantato.

[p. 168]
Almen, secondo la moderna scuola,
Per una donna che malata sia,
Basta una medicina sola, sola;
E per far sul dottor l'economia,
185Glie la può dare il cavalier-servente,
E il marito star lì come assistente. -
È sentenza di celebri scrittori
Ch'entri, né so di dove, un baco in noi,
E ci guasti la massa degli umori,
190D'onde nasce ogni mal; sicché co' suoi
Drastici purgativi Le-Roà
Combatte il baco, e il baco se ne va.
Ché trovandosi insiem lì riuniti
Turbiti, scammonèa, sena, e sciarappa,
195Queste han paura, e fuggono i turbiti;
I turbiti rincorrono chi scappa;
E il baco in mezzo a tanta confusione
Segue il rumores fuge di Catone.
Che? non credete al baco di cui parlo?
200O bella! la tignuola entra nel panno;
Entra nel legno stagionato il tarlo,
Le tarme ai libri dei Signor fan danno;
Entra il baco nel fiore, entra nel frutto,
Non può entrare anche in noi s'entra per tutto?
205
[p. 169]
Dunque se ognor la Marchesina smania;
Se d'isterici nodi la Contessa
Soffre, o di convulsioni, o d'emicrania;
Se sviene ogni tantin la Baronessa,
E il viso le divien pallido e opaco,
210E che credete che sia stato? il baco! -
Un tal rimedio avuti ha dei contrasti,
Io non lo negherò; ma e che per questo?
Dite: chi loda mai tanto che basti
Della vaccina il salutare innesto?
215E pur quanto si scrisse contra, e pro,
Se adottar si dovesse sì, o no!
Ché dicea più d'un padre: al mio figliòlo
Scorre sangue patrizio entro le vene;
Or, se di bue s'inocula il vajolo,
220Corrotto allora il sangue suo diviene,
E più non si saprà fra questi due,
Se mio figlio è più nobile che bue.
Due valigie il Tonante all'uomo diede;
Quella ch'è piena de' difetti sui
225Gli sta dietro le spalle, e non la vede;
Dinanzi ha l'altra, o scorge i vizj altrui;
Però non vede mai medico scaltro
I morti suoi, ma quei che ammazza un altro.

[p. 170]
Ragazze, vedovelle, maritate,
230Siate giovani o vecchie, o belle o brutte,
Non abbiate timor, se lo pigliate,
Il mio rimedio farà bene a tutte;
Ma pigliatelo! stando bene voi,
Almen fate star bene ancora noi!
235Non fa morire, no, non fa morire;
Anche il vostro giudizio! ma vi pare
Che se fosse un mortifero elisire
Di propria man ve lo volessi dare?
Fu sempre uno de' miei piaceri estremi
240Che s'accresca la gente, e non che scemi.
Non dirà che bevuto a crepa-pancia
Non possa far morire il Le-Roa,
Anzi leggiamo che in Semur di Francia
Molti son iti nel mondo di là.
245Ma, Donne mie, ci detta la ragione,
Che pigliarlo convien con discrezione!
Pur, giacché dall'abuso, e dal disordine
Nascon le leggi, è stato convenuto
Che, se il medico prima non fa l'ordine,
250Questo elisir non possa esser venduto;
E mi piace: così campa chi ha male,
Campa il medico, e campa lo speziale.

[p. 171]
Direte: fa smagrir - Questo è il mio gusto!
Qualche zerbino, e più d'un militare,
255Potrà in tal guisa risparmiarsi il busto!
Circa voi, che v'importa, o Donne care?
Forse, la sarta, o la modista Franca
Non ha finor supplito a quel che manca?
Ma se buono lo spaccia a tutti i guai,
260Credo per altro Le-Roà lontano
Dal pensar, che non s'abbia a morir mai;
Le-Roà non è mica un ciarlatano!
Non vi fu ch'Esculapio, ei sol vi fu
Ch'ebbe di guarir tutti la virtù.
265Sì, quel grande che visse in Epidauro,
Quell'esemplar di medica dottrina,
Che fu istruito da Chiron centauro
Pubblico professor di medicina;
Ché allora i professor, senza molestia,
270Potean esser mezz'uomo, e mezza bestia.
Ma appunto perché tutti risanava
Poveri e ricchi senza distinzione,
Ed i morti perfin resuscitava,
( Cosa contraria a questa professione ),
275E lo facea per vero sentimento,
E non tratto dall'oro, e dall'argento.

[p. 172]
Giove lo fulminò, per farla breve;
Dicendo in tuono minaccioso e forte:
Un che scortichi gli altri esser ci deve!
280Medico ardito! se ritorre a morte
Osasti quei ch'eran di vita privi,
Quei che verranno ammazzeranno i vivi.
Ma siccome la Scuola boreale,