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Simone da Cascina

Colloquio spirituale


Indice




INCOMINCIA LO COLLOQUIO SPIRITUALE DI MAESTRO SIMONE DA CASCINA DELL'ORDINE DE' FRATI PREDICATORI DI PISA.




1. Libro primo

1.1. QUI PARLANO CATERINA E SIMONE SOPRASCRITTO. QUI INCOMINCIA CATERINA.

CATERINA
O felice e beato il primo vivere, o grave e più che grave de' primi nostri parenti peccato amaro, che non solo il corpo fe' mortale e sottoposto a tante passione e pene, ma esiandio l'animo vacillante e cieco, lo quale in nullo pensieri laudebile fermar si possa!
SIMONE
Che piangi, sorella mia, che volante immagginassione intorniano la tua mente, a la quale sì continua ti rivolgi, né sté stabile?
CATERINA
Salvo il mio dottore sia sempre mai, che spero consolerà l'anima mia, e apieno sasierà il mio divoto efetto. Attende e guida li spiriti sommersi in del ceno de la gnoransa, mandami qualche lume o raggio agli occhi spirituali e levane ogna squamme.
SIMONE
Pregoti, figliuola mia, che asciughi la faccia e stringhi le lagrime, e apaleza la cagione de l'appitito e de l'amaritudine.
CATERINA
Maestro mio...
SIMONE
Perché tanti songhiossi? Unde viene questo achiudimento, che tu non possi parlare?
CATERINA
Maestro mio diletto, io era testé i' ne la chiezza, e, dicendo un sacerdote la Messa, vollendo meritare in nella inmensa divinità da cui ogna bene dato procede, per le vane e mortifere cogitassione varie che smoveano e scuravano la mente, non avea potensia lo divoto spirito
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di seguire la sua divota intensione ardente. E penso che l'invidiosi e venturati spiriti superbi la divina grasia che ilustrava l'anima con acqua di pessime cogitassione voleano al tutto spegnare, e tanto la 'mpediano ch'appena vi rilucea. Ond'io, sappiendo di ciò essere origine lo primo peccato, cominciai a piangere, e pianto arei gran tempo se non fusse l'aspetto tuo subbito ch'i' viddi.
SIMONE
Arò caro che mi dichi parte di voce piangevile che ruminava il cuore per mandarle di fuore.
CATERINA
Considerava la malisia de l'astuto serpente, e che lo ninfelice vorrebbe vedere ciascuno in mizeria; considerava la subita creduta e stoltisia de la donna, e vergognavamene; considerava lo condescendere de l'omo dannoso, lo meraviglioso tranfundere del peccato in noialtri, la perduta giustisia originale e lo danno mizero che è seguito: non ti pare ch'io avesse matera di piangere, lamentare e gridare?
SIMONE
Sì certo; e se la natura ti desse mille boche e altretante lingue di ferro, non vasterebbeno a narrare la metà de le pene date per lo peccato: molti formati e animati, innanti che a luce vegnano, muoiano in nel ventre di lor madre; altri, veduta la luce, pogo tempo ci viveno; altri, ciechi, soppi e atratti e con diverse infermità, stentano; ad altri, poveri e scacciati, incresce il vivere; altri, onorati, ricchi e potenti, sempre temeno: nullo si contenta, nessuno co' la dovuta solicitudine cerca il su' bene.
CATERINA
Ciò tutto vedea essere per la prevaricassione prima: onde amaricato era il cuore, tanto che convenia che di fuora si scialasse. Ma piacemi testé sopra a sedere dal lamento che dovrebbe essere a tutti comune, perché mi paschi d'un altro più disiderato cibo.
SIMONE
Aspetto che voli dire.
CATERINA

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Cerlebrando il prete, mi si messe forte una volontà di starvi divotamente e considerare collo intelletto puro solo a superne e divine immagine; e ingegnavami che tutte le potensie di caldo spirituale s'accendesseno, né potea né sapea. Per lo non potere, come ditto t'ho, piangea, perché non sapea, né so. Ti prego, m'amaestra di ciò che far debbo in quel tempo, e in che fermare i' debbia più lo 'ntelletto e l'affetto, acciò che allora io none stia come persona smemorata o vagabonda, e che la carne, lo mondo e 'l dimonio non mi molestino.
SIMONE
Quanto se' pura e semprici, se ti cade in de l'animo ch'io potesse co' miei documenti, dato che mai ad altro non attendesse, adoperar sì che da' nominati nimici fortissimi non [sia] molestata vivendo. Anco è a nascere, né nascerà gennerato di seme, chi non convenga combattere contra a le tentassione brutte e lotose de la carne: ché loto, e vane, e curiose del mondo, amare sono le malisiose insidie del dimonio.
CATERINA
A che interponesti « generato con seme »?
SIMONE
Per lo Sarvatore, che fu formato da lo Spirito Santo.
CATERINA
Poi che nulla creatura pura è né esser debbia libera da tal battaglia, almeno dammi aiuto e rimedio, ch'io in tal divota ora non sia vinta.
SIMONE
Questo mi piace, e in ciò mi voglio afaticare. Rauna li spiriti dispersi e aprano li loro orecchi, sicché le mie parole imprimano in essi immagine salutifere.
CATERINA
Non t'incresca, padre mio, d'incominciare dal principio, quando il sacerdote de' sacri vestimenti si veste.
SIMONE
La tua dimanda parlare lungo richiede, ma l'effetto che i' ho inverso te si vul mostrare in parte per effetto. Perciò incominciamo a laude e groria di Dio, come la eccelensia d [el b] ello ordine e la moltitudine de' suoi benefici merita. Così sia. Amen.

1.2. QUI PARLA SIMONE E CATERINA. SIMONE INCOMINCIA.

SIMONE
Benedetti vestimenti lo ministro di Dio vollendosi vestire, prima si spoglia de' suoi.
CATERINA
Qui chiaramente t'intendo: vollendoci noi vestire di spirito nuovo di Dio e di vertù, ci conviene spogliare e lassare le vecchie vestimenta de' vesii e de' costumi pessimi antichi.
SIMONE
Agiunge: e schiavare l'animo dal corpo, che sempre lo fa invuluppare in cose corruttibile come è egli, e lassarlo libero volare co' santi e alti intendimenti.
CATERINA
Buona aggiunta facesti. Aspetto oramai tuoe dotte dichiarassione; e se già o divoto ardore o voglia di sapere non mi stringe, non interrumperò più il tu' parlare.
SIMONE
Sforsati, divota figliuola, quando il prete si para, ad ornare l'anima di veste consimile. Come si mette l'ammitto sopra il capo e le spalle dove siede la forsa, così tu, rimovendo da te la negrigensa, pigrisia e osio, fa' la fortessa dell'animo, che porti ogni fatica e carico con gran diletto, e con fervore sii solicita e allegra a l'opre vertuose. Quando veste il camicio di panno bianchissimo, d'avere purità t'ingegna, la quale s'acquista con macerare, casticare e percuotere il corpo, sì come curando il panno lino con molte percosse s'imbianca. Mentr'e' si cinge li lombi, con perfetta continensia conserva la mundisia, reprimendo gli ardori e l'incendimenti mezeri de la carne. S'e' si pone la stola al collo e falla discendere a lato destro e sinistro, tu, c'hai il giogo de la riligione in nel collo, àrmati in prosperità di prudensia e di non fitta pasiensa contra a l'aversità aveniente. Pigliando egli in mano sinistra il manipulo che è guazi sudario, forbe il sudore de la mente, iscaccia il tedio de l'animo, discorre per dentro, afrettati, resucita, sveglia li spiriti che in nella accidia eran morti o dormiano, e falli veghiare con diligensa grande.
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Raguarda fizza a la pianeta, la quale tutte l'altre indumenta cuopre, e diviza la vedrai in du' parte per lo mostrare: allora t'infiamma e accende de la eccelente virtù de la carità, che è madre de l'altre, estendendo l'amore a Dio con tutte le forse e al tuo prossimo come a te medesma. Così parata e ornata ne viene a l'altare.
CATERINA
Mio maggiore, non si sdegni il tuo animo nobile se, fuor forse del tuo propozito, adimande ti chieggio. Abbo acompagnato più volte miee sorelle quando il santo velo si pongano, e veduti ho più indumenti de' quali l'arcivesco pastor nostro s'addorna. Onde, poi che di sacre veste hai parlato, alquanto il mio volere ciba dichiarando gli ornamenti pontificali innanti che vadi più oltra.
SIMONE
Nuove voglie ti vengano e aparechimi di nuove materie, ma stringerolle con parlar brevissimo, come ho fatto.
CATERINA
Così mi diletto.
SIMONE
Calsasi imprima il pontefici calse di bisso, le quale giungano infine al ginocchio, dove forte le stringe: allora a vertuose operassione l'anima muovi i suoi piedi con diritta intensione, confortando le ginocchia spirituale debilitate per la negrigensa e roborando. Poi si mette scarpette come pianelle, ch'e piedi non tocchino la porvere, di sopra aperte e stampate, le quali chiamano sandali: queste insegnano a muovere le pedate di dentro, significando che si chiudano e armino verso le cose terrene invescate e corrumpente coloro che le toccano, e inverso il cielo siano aperte e libbere per meditare l'opre magnifiche celestiale. Anco lega con uno succintorio la stola al suo cingulo: la qual cosa ti de far venire odore e amore di onestà perfettissima, amica di Dio e degli omini, pussa e vergogna d'ogn'atto e cenno spiacevile e dizonesto.
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Al vestir de la tunica del soddiacano, ch'agiunge a' talloni, abbi virtù di perseveransia continua, sensa la quale corona, palio o premio non si può avere. Seguita la dalmatica, c'ha larghe e lunghe le maniche, la quale intende imprimere compassione e larga pietà a' bizognosi e afritti e ancora cotidiana solicitudine a sollevarli. Li guanti, che li cuopren le mani e hanno un cerchio d'oro di sopra, renda [n] ti cauta in nell'opera virtuosa, dentro la perfetta intensione nascondino, che non sia corrotta dal vano favore degli omini; e così l'aureo premio, cioè la beatifica groria, ne seguisce. Contempla la somma eccelensia de la divinità quando il capo di mitra s'adorna, rendendo debito onore a l'umanità di Cristo unita con essa; e perché ha du' corna, istudia e legge in de du' testamenti di Dio; dove non solo lo 'ntelletto litterale ma lo spirituale t'affatica d'inte [n] dere, per le suoe due fimbrie descendente. Il bastone pastorale insegna in te e in altri tenere buon reggimento e giustisia; e perché è in fine aguto, in mezzo diritto e di sopra ritorto, le persone pigre de pungere, sostentare le debile, e le vagabunde raccogliere. Sì tosto come l'anello d'oro si spoza, cogli occhi spirituali ti raguarda, e vedra'ti spoza di Cristo con anello di fede di santa religione spozata: qui un poco te ezamina e vede quanto curi questo anello presioso, quanta fede porti al tuo signore e spozo, quanto ogn'altro amore nocevile per lui lassi. Uzano anco nelle solenità il pallio di lana bianchissima, dove l'inteletuali spiriti voglio si raunino; per che a memoria reduce l'ornamento aureo del quale erano li combattitori leggittimi premiati. La lana aspressa significa, benignità la bianchessa: però mostra severità alli ostinati nel male e ribelli, pietà agli umili penitenti, mansuetudine come pecorella di cui esce la lana. E guarda che è a forma d'un cerchio stringente le spalle, onde di timor di Dio sii ripiena, col quale l'opre tuoe stringe perché a cose inlicite none scorri, né a superflue innutile ti
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relassi. Sonvi in quatro parte quatro croci di polpora: però dinanti a te fa' ch'abbi giustisia, rendendo a ciascuno il suo debito; dirieto prudensia, guardandoti da' nocimenti de l'anima; da lato sinistro fortessa, perché aversità non ti rompano; dal ritto temperansia, che nelli stati prosperi non superbischi. D'aver vita attiva e contemplativa du' pendente bendelle ti mostrano, per le quale saglie come Moizè alcuna volta in sul monte a filozofare e a parlare con Dio contemplando, alcuna volta per necesità del prossimo descende alle piasse, provedendo con attenta diligensa che, datoti ad altri per lo bizogno veduto, ti ristituischi subito a te stessa. Tre spille apuntate si ficcano in tre parte del palio, ne la cui sommità presiose pietre riluceno: la prima ti punga per compassione di te e del prossimo con dolore, la sigonda ti punga per aministrassione de l'ingiunti offici con fatica, la tersa per la distretta ezaminassione del giudicio con terrore; e non curare che siano pungente di sotto, però che qua gi [ù] le cose mondane ci afligeno, ma considera la gemma di sopra, la quale ti dà speransa che in cielo sarai di corona presiosissima premiata.
CATERINA
Con quanta dolcessa hai pasciuti gli orecchi particularizando e spognendo ogni cosa!
SIMONE
Odiamo alquanto il mio compagno che s'apressima, pare, per parlare.

1.3. QUI PARLA IL FRATICELLO COMPAGNO DI SIMONE, CATERINA E SIMONE

FRATICELLO
E chi potrebbe tanto tacere e tenere i sermoni concetti, stimulati di scire con empito forioso?
CATERINA
Narra arditamente, fraticello, ciò che grava.
SIMONE
Che baleno o lusneo t'ha percossa la mente?
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FRATICELLO
Lo dotto parlare ho inteso e lodato, ma sostenete breve tempo una picciula fantazia.
SIMONE
Questo sarà grasia...
CATERINA
Grandissima.
FRATICELLO
Perché dice l'Apostulo: « Vestitevi d'armadura di Dio, acciò che possiate resistere contra le 'nsidie del nimico », la divota anima, dovendo andare ne la battaglia spirituale a combattere con esso, armi il capo de l'ermo, pensando la fascia co' la quale li Giudei perfidi velonno il vizo, il capo e gli occhi di Cristo, schernendolo che profetasse: e ciò per l'amitto s'intende; armi di corrotto il corpo, dinanti a lo 'ntelletto ponendo la vesta bianca co' la quale Erode per deluzione lo mandò a Pilato: e questa il camicio raprezenta; prendi la faretra e l'arco, come il prete il soccingulo e 'l cingulo, le scoriade e ferse con che fu flagellato a memoria reducendo; forniscasi d'una massa di ferro, li legami, li lacci e le fune, per lo manipulo intese, guatando; pigli l'asta e la lancia, la colonna dove fue legato e stracciato, la quale la stola significa, meditando; co' lo scudo si cuopra, raccordandosi del vestimento porpureo lo quale li cavalieri per istrasio li misseno, che significava la pianeta.
CATERINA
Grato abbo, fraticello, che m'hai armata ch'io posso combattere. E prego, quando belle fantazie ti venisseno, tu non tacci. E tu, maestro, seguita il tuo sermone.
SIMONE
Voglio imprima che 'l compagno fornisca il parlare.
FRATICELLO
Puosi assai chiaro comprendere il significato degli altri. Mettesi gambiere e guanti di ferro, mirando li chiovi de le mani e de' piedi,
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onde il pontefice le mani e li piedi s'adorna. La mitra raprezenta la corona de le spine, lo pastorale la canna co' la quale fu deluso, la tunicella la inconsutile tunica dove caddeno le sorte, la dalmatica i' legno de la croce, a cui simigliansa par fatta; l'anello li strasii, che 'l chiamavano re e signore; lo palio, che è in forma di cerchio che stringe, la moltitudine de' malvagi e inniqui, li quali co' loto, sputo e obrobbi lo 'ngiuriavano e 'ntorniavano percotendo.
SIMONE
A questo modo, diletta figliuola, informata e ornata sicondo me, o armata sicondo il compagno, vienne santa al santo luogo, a l'altare santissimo.
CATERINA
Abbo gran dubbio dove sia luogo santo, essendo per sentensia divina la terra maladetta; e vorrei volentieri un documento brevissimo come debbo venire santa.
SIMONE
Il luogo santo è in nel quale tu stai: la santa religione e la fede perfetta e lo cuore puro e la netta cosciensa e l'angelica conversassione. E tu santa verrai se, avotata a Dio, in nulla t'impacci solicitudine seculare, se srai segregata dalli obligati al mondo e carnarmente viventi. Mentre abitrai co' la turba e involupra'ti ne la moltitudine di coloro c'hanno tempesta, né vacrai solo a Dio, non potrai essere santa. Sepèrati dalla concupicensa de la carne e del mondo, sepèrati da ogni currussione di peccato, e sii dispersé, posta come vazo santo, deputata a l'uzo e ministerio divino, come animale a Dio consagrato e donato.
FRATICELLO
Atende la mia fantazia: se vuoi venire santa, lo timore di Dio ti punga, la speransa t'accenda, lo disiderio ti meni, la temperansa ti regga, la fortessa ti cuopra, la prudensia t'insegni, la giustisia ti conduchi, la sapiensa t'abracci.
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SIMONE
Ben disse il fraticello.
CATERINA
E disse bello. E prego, fraticello, che spiani lo sermone tuo breve, leggiadro, coperto e sentensioso.
FRATICELLO
Perché tutti siamo peccatori e andiamo vagabundi (chi per li campi de la licensia, chi per serve di lussuria, chi per colli di magnificensia, chi per valle di desederii, chi per pelago di diverse tempeste, chi per vie rotte di cogitassione nocevile, chi per crociate di vani errori), lo malvagio inganatore, per poterci legare e impregionare, pone diversi lacci e rete. Velaci gli occhi de la mente, [che non] pensiamo né veggiamo unde né a quale luogo vegnamo; chiudeci la bocca, che non gridiamo a Dio né confessianci; stringeci le mani a le buone operassione; legaci li piedi, cioè gli affetti de la buona volontà; rompeci lo filo de le rene, cioè la rettitudine de la ragione; facci adormentare in ne' disiderii carnali. Cosi, gravati di sonno de la mala dilettassione, ci mette in su la nave di poca sigurtà e, sofiante il vento de la adulassione perversa, ci manda ne la regione disimigliante a la santità. Quine ci fa servire a li spiriti immondi: a la fornicassione, a la superbia, a l'ira, e agli altri peccati; quine ci fa mangiare terra, cibo di porci, non gustando veruno cibo celeste. Ma lo piissimo padre nostro Iddio, per rivocarci a lui, ci manda diversi messi che ci chiamino, cioè buone ispirassione e spesse cogitassione, per le cose passate e prezente solicitandoci de la nostra salute. Viene a noi lo primo messo, e è lo timore; lo quale, spaventando il peccatore, duramente lo minaccia di darli etternar morte de l'anima e del corpo. Alora il mizero peccatore, essendo stretto da lo dolore per paura e da la vergogna per grande confuzione, vorrebbe alcuna volta più tosto non essere e, fermati gli occhi in terra, la faccia e 'l capo non ardisce né può in alto levare per la moltitudine de le suoe inniquità,
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e è ripieno d'amarissime lagrime, e è per cadere in de la fossa di vicina disperassione. Se non che 'l Signore miziricordioso manda lo sigondo messaggio, e è la speransa, la quale è virtù di benigna consallassione, e è molto necessaria nel tempo de l'afrissione. Questa, sicondo il suo costume, aperto il seno e l'affetto de la pietà, riceve e cuopre lo peccatore, confortando. E perché era spaventato per la pussa e bruttura del peccato, con molta reprensione scaccia la paura, dicendo: « Non temer, fratello, confortati e sta' robusto; spera in Dio, e struggeransi le tuoe peccata come la ghiaccia: chi spera in lui non fu mai confuzo, chi lo 'nvoca non fue mai dispregiato, ciascuno da la sua mizercordia è coperto ». Con queste parole e simile refocillato, il peccatore apre gli occhi, levasi ritto e incomincia avere contrissione e convertirsi a Dio. Onde la speransa fatta alegra, e perché lo vede anco infermo e impotente, li dona uno cavallo che lo meni a la celestiale patria, e è lo disiderio. Questo cavallo è ornato di veste di volontà monda, la sella è la compunsione, lo fieno è la divossione: in su quine saglia chi si converte, e corra e speroni lo cavallo cone esempli di santi; dinanti a lui vada il timore e dirieto segueti la speransa e così fugga dal mondo inverso il cielo. Se così correrà, li verrà incontra la discressione, che è dimestica degli angiuli e del sommo Padre e, udita la cagione del correre, lo conforta e approbera, dicendo: « Corre, fratello, corre felicemente. Sii modesto, non sii precipitato dallo impito. Troverai iscogli, valle, paludi, dove potresti andare e cadere per l'andare incautamente: perciò ti vo' dare uno che t'afreni e adestri il cavallo e ritardi il suo impeto, e è la temperansa. E, - agiunge, - perché 'l timore ti dà gran molesta, ti do la fortessa per tua compagna indivizibile: questa ti menerà
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per li campi de la fiducia col coltello nudo de la letisia, gridando: » Cadent a later [e] tuo mille, et decem milia a destris tuis: ad te autem non apropinquabit ». E, acciò che tu sappi dove andare, la guida sia la prudensia, che t'insegni la via regia, per la quale la giustisia ti conducerà, e menerati santo al santo e eccelso luogo, dove la sapiensa, che è regina, ti riceverà e abraccerà, e metterati santo in nel palagio santissimo ».
CATERINA
Ha'mi spianato e dichiarato leggiadramente lo tuo sermone brevissimo.
SIMONE
Essendo dinanti a l'altare, confessa le propie inniquità e i peccati, sì come fa in principio il sacerdote.
CATERINA
Vergognomi, dolce padre, d'apalezare la mia ignoransia; ma perché penso sia meglio imparare con vergogna che cone onore non sapere, prego m'insegni una forma d'acuzare a Dio le mie inniquità e i dilitti, però che, posto ch'io li sappia comettere, nondimeno, come persona materiale e grossa, né con ordine né sensa ordine li saprei contare né confessare.
SIMONE
Son contento d'ammettere la dimanda, componendo una confessione generale, de la qual potrai rimuovere la parte dove non ti parrà offendere. Ma voglio che qui istii atenta, e none interrompere il parlare.
CATERINA
In questo sarò obbidiente.

1.4. QUI PARLA SIMONE E Dacute; UNA FORMA DI CONFESSIONE.

SIMONE
Dirai in questa forma: « Dinanti a te, Creatore, nel cospetto de la tua groriosa e magnifica corte, cioè prezente li beati luminosi e i purissimi angeli, sta piangendo e lamentando la nerissima anima mia prostata.
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Attende, miziricordioso Signore, le mizerie, l'offese e i peccati cogli orecchi pasientissimi de la eccelsa pietà. Tante sono le mie inniquità e le ingiurie comesse, ch'io non so unde io prenda principio. Cerco la cosciensa e trovola ispilonca di spine, piena di orrore e di paura. Neuno visio è che contaminata non l'abbia: turbata l'ha l'ira, stracciata la 'nvidia, rotta la superbia, infamata la lusuria, adormentata l'accidia, sparta l'avarisia, molestata la gola. Quinci è venuta la incostansia del cuore per la turba delle varie cogitassione che si spargen per entro, e massimamente in luoghi santi e tempi divoti, le quale lo pigliano e menano in qua e là per diversi luoghi, e, vollendolo io tenere, isduce; rivolge e macina quello che schifare m'ingegno; le cose vedute, udite, ditte e fatte ricerca; o dorma o vegghi, sogna e pensa; gli amari pensieri lo conturbano, li brutti il maculano, li varii l'affaticano; la vanità lo riceve, la curiozità lo mena, la cupidità l'alletta, lo diletto lo 'nganna, la lussuria il corrompe, la invidia il percuote, la tristisia il tormenta e spesso al consentire pessimo il fa venire. È anco quinci venuto lo scorre' de la bocca: la lingua sfrenata hae agli obrobri del prossimo, lo perverso dir male, mendaci, falsità, parole vane, dizoneste e lunsinchevile, strasievile, fraudulente; giuramenti superflui, spergiuri nocevili, stolti giudicii, gridari dizordinati, presuntuoso insegnare, sfrenato ridere, secreti sussurri e simulati, sdegnose biasteme, vantamenti bugiardi, proferire pronto ciò che non sa, e le false sentensie aprovare con arogansa come vere. Procede anco qui il malvagio aoperare e dannoso. Imprima, per l'accesa e pestifera superbia, li comandamenti de' maggiori non ho osservati ma giudicati; li beni da Dio ricevuti non ho apropiati, e
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cone elata reputassione m'hanno infiata; de le mie negrigense ripresa, sono stata rebella e [ho] mormorato; sommi ingegnata le miglior di me soprastare, la semplicità de le compagne ho schernita, le minore ho dispregiate; de' servigi ricevuti ho avuto in fastidio, li negati cercati; non ho ossorvata nel servire reverensia, nel sermone modestia, ne' costumi regula. Sono stata ne le tentassione pertinace, dura in nel cuore, in umilità fallace, ostinata nell'odio, nel giuoco mordace, di suggessione impasiente, di potensia seguitatrice, tarda al servire, a sugiogare aparecchiata, a le suore innumana, fastidiosa in nello udire, grave a l'amiche, molesta a le quite, ingrata a' benefici, infiata a' servigi, signorevile a le suggette, lieta in prosperità, in aversità fragile e piegata. Per invidia m'ha cruciata il bene del prossimo e rallegrata il male; di che tra l'amiche ho messo sconcordia, e seminata e notricata; e per questo sono stata revelatrice di segreti, tenace di suspeccione, cercatrice di divizione e di scandali mettitrice. Consigli per ira multiplico, vendette penso, brighe compogno, apostamenti considero, maladissione, detrassione, schernimenti notrico. Hami nociuta la mortifera delettassione de la carne, la quale è a nuocere ischernevile, a cacciarla dificile, sempre m'asaglie, sottilmente entra, occupa la mente, alletta e accende e a modo che veleno per le membra si sparge, rauna i pensieri, genera afrissione, stimulando l'animo al consentimento abominevile lo conduce. Dannami la gola, aperta con voracità insasiabile al mangiare: per lei intemperansa, ebrietà, incontinensia gravandomi, prevenendo l'ora cibi presiosi con troppa avidità aparecchiati con istudio procurando. Agussami la vanagroria, ipocresia, lode, novità, onori, vestimenti, grasie, e lo molle mio animo dilettando. Dilungami da te e fammi ria l'avarisia co' i [n] quitudine, tradimenti, fallacie, cercando cose superflue, corrutibile, e conservando. Per l'acidia è stata tarda, negrigente, tediosa e sensa attensione in del bene l'anima, sonnolenta,
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sterile e sensa frutto. Gli occhi col malvagio vedere l'hanno pervertita e ogna movimento del corpo ad inmondi disiderii l'hanno menato. Gli orecchi ho più tosto aperti a parole osiose che a sante. Èssi dilettato l'odorato di vani odori, il gusto di diversi sapori, e gli altri sentimenti in ciò che l'apitito gli ha propiamente tirati. Le lagrimose voce degli afritti e de' poveri non ho con compassione udite, né con miziricordia sovenute. Abbo avuta volpina cosciensa, tiepida conversassione, animale cogitassione, fitta confessione, breve e rada compunsione, obidiensa sensa devossione, orassione sensa intensione, lessione sensa edificassione, sermone sensa circuspessione. Regula, ceromonie, costitussione, ordinassione non ho osservate. Versi, silabe, lettere, dissione nello Officio ho lassate. Li miei peccati non ho confessati con quella intensione come gli abbo comessi, né interamente, per lo gran tempo e per la moltitudine e bruttura. Signor mio, perdonami e volgeti in ver me co' l'occhio mite, però ch'i' connosco che la superbia viene allo umile, l'adirata al mansueto, la crudele al miziricordioso, la serva al signore. Signore pietoso, Signore dolce, da' miziricordia a la mizera, che hai tanto perdonato a la peccatrice: lava l'anima, monda la cosciensa, toglie l'amaritudine, caccia il peccato, ritorni la tranquillità, risucita la speransa, ralegra la mente, isturpa ogni visio; salvami e conferma in virtù, in buone operassione e in grasia tua, e la fine mi conduce a la groria tua beata. Amen.

1.5. QUI PARLANO CATERINA, FRATICELLO E SIMONE.

CATERINA
Giudico col mio poco cognoscimento la forma de la tua confessione essere eccellente e bella, e mirabilemente mi contenta; ma anco il disiderio mi stimula che mi dia il fraticello qualche forma.
FRATICELLO
Cose grave mi dimandi, e a me importabile: perciò sostiene con pasiensa se non l'hai.
SIMONE
Condescendeli, fraticello, in nella divossione laldevile e accesa.
FRATICELLO
Trovo l'anima essere tenebrosa e orribile, dove non veggio lume né sprendore col quale veruna cosa possa dicernere per le pessime cogitassione e peccati, come inferno.
CATERINA
Almeno mi dichiara perché a luogo sì terribile la simigli.
FRATICELLO
Perché la sento piena di immagine di dimoni per le dannate suggestione, né trovovi dilettevile forma o angelica, non abitandovi virtù né buon pensieri.
CATERINA
Non ti sia grave, dimmi parte di imagine che vi senti.
FRATICELLO
Imprima nella cieca mente e nel cuore ostinato trovo una crudele figura de la dizordinata passione dello amore, none amore onesto o divino, ma diabolico e infernale, lo quale mi dà fame di denari, disiderio di maggioressa, stolto appetito di groria; fammi disiderare la morte altrui, sforsare, ingannare, malconsigliare: forse che meglio lo chiamerei « odio » che « amore ». Un'altra falsa figura è la falsa [grasia] , non infaza da Dio ma immissa da perversi spiriti invidiosi, lo cui nome appare sprendido e suona bene, nondimeno rende in de l'anima oscura notte, quando è in grasia persona permale, per suoi perversi costumi, per dizonesta e vituperosa cagione. Èvi la innestabile immagine di fatica, in de' riposti luoghi e segreti del cuore, non essendo mai requie ma voglia smizurata di cose superflue
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e non necessarie, la quale in tempesta, sudore e fatica continua tiene la mente. Evvi la caliginosa impronta de la invidia velenosa e ardente, pascentesi di carne di vipere, la quale in prosperità del prossimo piange, sospira e gli occhi chiude. Evvi la tremante paura, che fa tramortita e pigra l'anima nel bene e nelle vertù, essendo pavida, vergognandosi e conturbando. Abitavi du' altre macchiate immagine: de lo 'nganno, che è inverso i nimici, e de la fraude, che si stende agli amici: queste due in nella apparensa e nell'abito paiano modeste, grave e costumate, pietose, umile, nobile e virtuose; ma nelle operassione sono d'inniquità mizerabile, astute, superbe, crudelissime, mortifere e sanguinose. Abitavi la marmorea statua de la dura pertinacia e ostinassione in nel male, la quale aggiala sì l'anima che con fervore divino non si può accendere o scaldare, né puosi illustrare da' raggi di sopra, tanto è di malvagia fuligine offuscata. Stavvi la statua mizera de la necisità e bizogno con cieco consiglio, quazi null'altro pensando l'anima che acumulare posessione, oro, ricchesse, e conservare l'aquistate, parendoli sempre essere in necesità, bizogno e in continua povertà. E stavvi l'idulo de la infelice mizeria del perdimento de le cose mondane, periture e corruttibile, lo 'nfermo cuore piangendo, gridando e percotendosi, come state fusseno propie etterne. Trovovi uno magrissimo idulo de la insasiabile fame di vidande regale, esquisiti cibi, mangiari dizuzati, presiosi vini e varii spesso in gran copia con bocca apertissima divorante. Trovovi la stracciata similitudine dello lamento, rompendosi e non contentando l'anima, perché l'amata cosa gli è tolta, o la disiderata non data, o non possa la dilettevile possedere. Siedevi la frebicosa infermità de la mente, essendovi di discordanti voleri angoscia continua, la quale spesso la conduce a morte pestifera e penosa. Riposavisi la debile similitudine di vecchiaia, perché l'anima
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è fredda di carità, secca d'omori di spirito, pigra in nello incominciare vertuoso, tremante nel buono aoperare, cieca in nel connoscere e leggere in nel consiglio. Sonvi oscure e nere immaggine di spesse tenebre e color morto, non essendovi luce celestiale, né potendo per fessura veruna di buone spirassione li raggi mandati da lo Spirito Santo le folte e varie cogitassione nocevile trapassare. Sternata v'è la grave similitudine del sonno, perché, chiuse le vene spirituale per li vapori umidi de' peccati e perduta la via de la ragione, de la necesità l'anima con sonno profundissimo s'adormenta. Inchiudevisi la terribile e spaventevile statua de la morte, aghiacciata l'anima con freddo di ostinassione grandissimo, cavàtone ogni omore di superna grasia, ogna caldo di spirito, e venuta meno ciascuna potensia in nello operare virtuoso. Qui sono molte immaggine di dimoni, nere, con unghie agussate, spiacevile, odiose; perché, s'io mi voglio investicare, trovo diverse pestifere suggestione e cogitassione di inniquità e di visii, che anerano l'anima, afferrala, strascianla, imprimevi la simigliansa bestiale, levandoli la divina; e a tanto la recano che, considerando ella se medesma, a se medesma è in odio e dispiace.
CATERINA
Hai gli orecchi intelletuali dilettati e svegliati li spiriti, perché in se stessi senteno quello ch'hai ditto. Però, cercando più oltra, saper vorrebbeno se in nello inferno, la cui similitudine hai posta, ha fiumi, serpe o scorpioni, com'è ditto.
FRATICELLO
Gli antichi savi, che parlavano coperto, disseno questi fiumi essere in de lo 'nferno: imprima Acheronte, che viene a dire 'sensa alegressa o salute'; Stige, che 'tristisia' significa; Coccito, che è 'pianto'; Fregetonte, che è ditto 'furore e ardore'; Letes, 'non ricordarsi e obrivione di se stesso'. Queste sono le condissione de lo 'nferno, e nella mia mente discorreno, però che, perturbata la letisia del diritto giudicio, rimane sensa gaudio e allegressa l'anima; per che poi tristisia s'ingenera, che è madre di pianto e di lagrime; le quale la
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menano in furore e ira, non potendo del cuore lo impeto rafrenare; e perciò la sua dignità dimentica, il suo bene e lo stato. Diceano anco che a la porta de lo 'nferno era uno portonaio con tre capi, e a tutti apria e nullo iscire ne lassava: questo sta a l'uscio de la mia cosciensa, perché tre cose sono che oscurano l'anima e a luogo infernale l'assimigliano: concupiscensia di carne, concupiscensia d'occhi, e superbia di vita, le quale, d'ombre tenebrose empiendola, la serrano con duri e ostinati serrami. Poneanvi apresso un vecchio, che 'l chiamavano « Carone », lo quale da l'una ripa a l'altra portava li spiriti: questo è il tempo veloce, che ci mena da la nattività al nostro termine, alla ripa de la morte. Le serpe e li scorpioni che si diceno essere in de lo 'nferno, sono li rimorsi de la cosciensa mizera, li quali, generati per putredine del peccato, afriggeno con punture velenosissime l'anima, come li vermi corporali lo corpo.

1.6. QUI PARLANO SIMONE, CATERINA E 'L FRATICELLO.

SIMONE
Ecco che vedi aperta la porta de la cosciensa sigondo il fraticello, e hai apalezate le tuoe ingiustisie e confessate a Dio sicondo me. Adunqua, come vedi che il sacerdote s'apressima a l'altare per baciarlo, congiungenti e unisce col tuo Creatore e Capo in fede perfetta, la qual sia fondamento in nell'anima solido, sopra che legna, stipa e paglia non ponere, ma oro, argento edifica e pietre care.
CATERINA
Penso che vogli che sopra il fondamento vertù e buone operassione fabrichi e non peccati, ma il mio corto vedere non può comprendere come, murando peccati e visii, il fondamento non caggia: onde di ciò m'am [a] estra, e anco dichiara tutte quelle piccule particelle.
SIMONE
La divota anima, che dispregia le cose vane del seculo, essendo
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netta da ogni peccato, sopraedifica oro, contemplando Iddio e amandolo; argento, in de la dilessione del prossimo; pietre presiose, l'altre vertù operandole; legna, stipa e paglia compone, commettendo peccati veniali, li quali, perché macchino lo dificio, non lo rompeno come li mortali, ma, sicondo che sono maggiori, mezani e minori, più e meno fuoco e pena meritano a purgarsi.
CATERINA
Parmi che'l fraticello sia pieno di sentensie e tener non le possa.
SIMONE
Veggo per gli atti di fuora che la fantazia forte si muove, però toccalo sì dolce che parli.
CATERINA
Infiammi e accendi, fraticello, con tuoe fantazie li spiriti: onde piacciati di provare le 'nteriole potente, sforsale testé un poco, fabricando qualch'edificio presioso.
FRATICELLO
Assottiglisi qui, Caterina, lo 'ngegno e sta' in te rinchiusa dentro, solo aperti gli orecchi, però che nella tua cosciensa una torre bellissima vo' formare.
CATERINA
Sto attenta.
FRATICELLO
Lo fondamento stabile del tuo edificio vo' che sia l'umilità, che è madre di tutte l'altre, sensa la quale chi vertù raunasse quazi polvere gitta al vento. Sopra a questo vero fondamento pone quatro sodissime baze, dove quatro nobile colonne vi ferma. La prima basa sia diligensa, che sostenga prudensia, che è la prima colonna, non lassando dormire l'anima o essere negrigente in del bene, ma diligente e solicita; donde nascerà la prudensia, la quale quine col capitello di consiglio l'adorna, non vollendo al tuo parere o sapere sempre credere, m'al buon consiglio. La siconda baza sia riposo e requie, dove pone per siconda colonna fortessa, sappiendo che la mente afaticantesi con diverse passione e nel seculo non può esser forte, ma conviene avere in sé riposo e requie se vuol questa vertù; sopra a la quale pone per capitello e ornamento fermessa e stabilità in de l'opre laldevile, essendo stabile, soda e ferma.
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La terza baza fa' che sia verità, in su che dirissa giustisia, che è la tersa colonna: dovete investicare continuamente il vero, se tener vuoi giustisia; per cui capitello pone dirittura e rettitudine, perché stia la verga de la giustisia sempre ritta. La quarta baza è modo, che sostiene la temperansa, che è la quarta colonna: però no' vogli tenere stremità, né eccedere lo modo, se disideri in te temperansa; a la quale per capitello agiunge moralità, ingegnandoti morale essere in ogna tuo temperamento e avere costumi onestissimi dirissanti nel vivere vertuoso. Rissate le colonne de la nostra torre intrinsica, vo' che facci du' porte: la prima sia ubidiensa, per la quale entri e eschi come piace a' maggiori; la siconda perfetta pasiensa, onde vegnano e vadano sensa l'animo rompere cose prospere né averse. La carità fi' la larghessa de la torre, acciò che le vertù tutte abracci; o vogl [i] amo che sia la calcina, la quale le pietre del nostro edificio insieme giunga. Apresso fabricar voglio una scala, unde sagliano li spiriti; de la quale lo primo grado sia l'orassione, perché l'orassione e preghi degli umili trapassano le nebbie; lo sicondo, per andare su leggeri, sia la compunsione de' peccati, che lava lo cuore; lo terso la confessione, che 'l paradizo apre; lo quarto la penetensia, che svelge e stirpa le innique, malvagie radice de' visii; lo quinto la satisfassione, non vastando incominciare penetensia, se non si satisfa ai dilitti; il sesto la elemozina, che spegna il peccato; lo settimo e ultimo il digiuno, però che, macerato il corpo, l'anima va saltando in somità de la scala. Facciamo quatro finestre, che possa la mente nel vedere essere libera: imprima sia discressione, discretamente pigliando ogna aspressa; la siconda religione, la quale ti fa spesso comprendere i suoi ordini; la tersa divossione, con che li pensieri e l'opre condisce; la quarta contemplassione, dunde guardino li spiriti su al cielo. L'altessa de la nostra torre sia in del bene perseveransa infine a la fine.
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Testé la 'ntellettuale luce purifica, però che dobbiamo più pietre presiose seminare, de le quale porremo dodici plincipali in de' canti e cento otto da lato. Lo primo cantone sia l'amore divino, che 'nfiammi, accenda le potensie de l'anima, sì che trasmuti in forma e similitudine di Dio; e, se vuoi che stia fermo e sodo, legalo co' nove pietre da lato, cioè: sii semprici, teme Iddio, ama il Creatore, adora Iesù Cristo, da' a Dio grasie, spregia il mondo, onora li santi, guarda le feste, monda la cosciensa: queste cose t'accenderanno un dolce amore nella anima, per lo qualo nulla mai pena sentrai, ma mirabile consolassione, gaudio, diletto. Lo sicondo cantone è la grasia infuza da lo Spirito Santo; la quale se vuoi acquistare e conservare, lega con nove pietre, cioè: sii benivola, non sii sdegnosa, non sii prezuntuosa, non sii brigosa, non sii curiosa, non sii bugiarda, ama il silensio, parla di cose licite: queste cose acquistano la grasia del mondo e faranno la divina e superna in de l'anima infondere e conserverannola longo tempo. Pognamo per terso cantone lo onore; lo quale se dal mondo e da Dio disideri, ferma con nove pietre, cioè: piglia essempro da' buoni, schifa li riei, fugge la vanagroria, lassa i vantamenti, no' sii cupida, sii larga, non sii scialacquatrice e prodiga, non prestare a uzura, non far simonie: e queste ti daranno onore mondano e divino. Lo quarto cantone sia reverensia; la quale se vollessi da te non partire, compone con nove pietre da lato, cioè: preponi le maggiori, onora l'antiche, amaestra le giovane, ama l'eguali, non dispregiare le minore, onora il padre, ama la madre, sii vergognosa, no' sii luzingatrice: e queste ti faranno qui reverensia e suso in cielo. Lo quinto cantone sia compassione; lo quale mura con ricche pietre da lato, cioè: conduolti col bizognoso, insegna agl'ignoranti, ride con chi ride, piange co' piangenti, di niuno facci beffe, nullo ingiuriare, nullo acuzare, niuno giudicare, nullo condennare: e, faccendo questo, nella torre spirituale la compassione sarà ferma.
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Le sesto è miziricordia; lo quale co' l'altre conlaterale appoggerai, cioè: consola li sconsolati, revoca li eranti, veste li nudi, ciba li affamati, da' bere a li asetati, vizita l'infermi, sciolge e ricompra i pregioni, riceve i pellegrini, seppellisce li morti: queste operassione in te miziricordia continua manteranno. Per settimo cantone pone la santità in del nostro edificio; e, acciò che non si muova niente, congiungevi queste: fa' altrui quello che vorresti a te, disidera paradizo, teme il giudicio, pensa de la morte, rende bene per male, non testimonare il falso, non odiare, none ucidere, ama li nimici. L'ottava pietra principale sia la ma [n] suetudine; la quale corrobora con queste intorno: sii pietosa, ama lo tuo prossimo, tiene l'anima monda, cerca pace, non far discordie, pacifica i niminci, non tradire e non detrarre, non percuotere: e, ciò aoperando, conserveranno la mansuetudine in nel tuo cuore. La mundisia sia il nono cantone; la quale se vuoi perduri in dell'anima, consiglio che leghi con postranti sprendidi trasparenti, cioè: sii sobbria, non sii giulara, non sii divoratrice, non sii briaca, costringe l'udire, modera il vedere, ritiene l'odorato, tempera il gusto, rafrena il tatto. Per decimo cantone la costansia piace di ponere; dove sode pietre colletterale vo' che giunghi, e sono queste: sii diritta, non sii sussuratrice, poco giura, guardati da lo spergiuro, giudica giustamente, non pigliar doni, non rubbare, non furare, ristituisce le cose tolte. Lo undecimo cantone è la speransa; la quale con queste pietre pulite conferma: sii di lungo animo, spregia li visii, schifa la superbia, abandona avarisia, lassa la 'nvidia, fugge l'ira, vilipende l'accidia, scaccia la gola, rinega la lussuria: e alseràtisi l'animo inverso il cielo.
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L'utimo cantone de la torre è la fede; la quale vo' anco che robori con altre pietre, cioè: crede Iddio, ama la santa Chiezza, crede alla Eucarista, onora lo Ovangelo, fa reverensia ai santi sagramenti, osserva i comandamenti, tiene la 'mpromessa del battismo, serva la fede del matrimonio, ché se' spoza di Cristo, incorpora le parole de' santi: e se queste cose nella mente terrai, ciò è la fede di Cristo. Edificata la nostra torre, per più bellessa e fortessa piace che la merliamo: lo primo merlo sia la innocensia, lo sicondo la purità, lo terso lo timore, lo quarto la castità, lo quinto la continensia, lo sesto la verginità: queste virtù forti [fi] cheranno la cosciensa e merleranno. Resta che ci pognamo guardie, le quale facciano buona custodia nella torre: la prima sia la increpassione, per raffrenare le dissolusione e leggeresse; la siconda lo giudicio, per l'operassione pessime raffrenare e riprovare; la tersa la diciplina, per soggiugare la sensualità ch'è ribella; la quarta la vendetta, per vendicare le male suggestione de la carne; la quinta l'afessione e sigurtà, per aitare e sigurare le vertù e difendere li pensieri santi.
CATERINA
Hai, fraticello, sì sollevata e confermata la mente, che incomincia a pigliare vigore e sentire odore suave di spirito; ma, pure, ancora disidera lo nome di questa torre.
FRATICELLO
Battezola che si chiami « la torre de la sapiensa di fraticello », perché ti farà savia nel mondo, e dentro conserverà la sapiensa increata. So bene che la grande fantazia richiedea maggiore espranassione e più lungo dire; ma ho parlato brevissimo per occupare picciul tempo e non dare impedimento a le parole piene di sentensie del maestro.

1.7. QUI PARLANO CATERINA, SIMONE, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA COMPAGNA DI CATERINA.

CATERINA
Non lassare, maestro, lo incominciato sermone; anti prego che seguiti la divota matera.
SIMONE
Baciato il sacerdote l'altare dove valentemente disse il fraticello, prende il terribile e con esso incensa sopra a l'altare e d'intorno. Allora la mente divota si dirissi verso Iddio con incenso d'orassione odorifere, le quali trapassano le fantazie de le cogitassione, le nebbie dell'effetto nelle passione delli desiderii e pervegnano al beatissimo trono de la maestà di Dio; donde, impetrata la grasia, seco menino l'angelo di Dio messo per liberare, guardare, confortare e amonire.
CATERINA
Comprendo che lo Officio del quale tratti si chiama Messa, perché è mandata la grasia co' l'angiulo, acciò che aiuti li affaticantisi, difenda e cuopra li riposati, animi li combattitori, coroni i vincenti.
SIMONE
Confermo la tua sentensia e aproprio. Descendendo dunqua a la Messa, in principio il coro dilata l'anima e con soave giubilo canta lo 'ntroito, raprezentando lo smizurato stimulante desiderio de' Santi Padri che aspettavano lo Salvatore. Che faranno qui, figliuola, li mentali tuoi spiriti? Sveglinsi, chiami l'uno l'altro, solicitinsi, stimulinsi, discorrano, gridino, e con sonore e altissime voce intrinsiche chiamando, espettando il loro Signore nel sacramento velato. E, come si ripete lo Introito, così in del disiderio così mutripichi e accenda. Apre la porta de la mente, alarga le labra spirituale per atrarre lo spirito, volge la pura intensione verso Iddio, che pasca la fame e l'ardore rifrigeri: e ciò il verso significa. Ingegnati co' la immensa Trinità benivolensa prendere, laudandola e grorificando, perché la « Groria » v'è interposta.
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CATERINA
Che significa, padre, che l'arcivesco a l'altare va tra uno prete e 'l diacano, procedendo il soddiacano col libbro evangelico, lo quale solo il pontefice pare che apra?
SIMONE
Per lo prete e il diacano la legge e profeti s'intendeno, li quali in nel mondo Cristo promisseno e menonno; il soddiacano raprezenta Giovanni Battista, che incominciò la predicassione evangelica; lo libro, cioè la dotrina cristiana, non fu degno d'aprire se none il sommo Pontefici, che è Cristo. Apresso, a dimostrare la letisia del populo gentile e giudaico, ralegrantesi de la nattività di Cristo, in de' corni de l'altare du' candellieri son posti con du' accese facule, lo cui lume la loro fede significa; tra' candellieri in nel mezzo è la croce, perché Cristo vero mezzo fu tra du' populi, congiungendoli amburo in uno.
CATERINA
Dichiara che intendi per le diverse moltitudine, perché la imbicille pupilla de lo intelletto mio picciulo non lo vede.
SIMONE
La carne, la sensualità, mane, piei e altre membra e potensie estrinsiche, udire, vedere, odorare, assaggiare e toccare sono del populo corporale; lo intelletto, la volontà, la ragione, memoria, fantazie e altre operassione intrinsiche sono gente de l'anima: vo' dunqua che queste due congr [eg] assione co' lo spettato Signore tu le colleghi.
CATERINA
Come cose sì innimiche e diverse unire si possano?
SIMONE
Se tutte si dirissano a uno segno; se, innanti che si muovano o sua operassione faccino, pognano la mira e volgano la 'ntensione al loro credere, lo quale le tirerà tutte con un medesmo amore, quazi con una fune legate.
FRATICELLO
Muovesi la mia fantazia; perciò piacciati, Caterina, d'attendere: se disideri che Iddio unisca perfettamente e congiunga le tuoe potensie dell'anima e del corpo, fa' che sagli sopra una mia scala, che io t'insegnerò, la quale ti menerà infine suso al cielo, dove vedrai Iddio pigliarti e con seco legarti e unire.
CATERINA
Disidero d'udire, fraticello, la tua scala.
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FRATICELLO
Sta' in te, e cognoscerai che questa sacratissima scala hae trenta gradi. Lo primo è la fede diritta con operassione di giustisia, cioè che credi perfettamente nel Padre e Figliuolo e Spirito Santo, e nella santa Trinità cognoschi uno Iddio. Lo sicondo è la ferma speransa, che in ogni operassione speri in Dio: spera d'ogni bene che pensi o adoperi essere remunerata, spera indulgensia de' tuoi peccati, se a lui veracemente ti convertrai. Lo terso grado è la carità perfetta: amare Iddio con tutto il cuore, con tutto l'animo, con tutta la mente, con tutta la vertù, con intelletto perfetto, con volontà buona, in pensieri mondi, in parole spirituale, in opere che a lui piacciano; e li prossimi tuoi come te medesima. Lo quarto è la pasiensia vera: sostenere tutti li fragelli, ogna tentassione, ciascuna villania pasientemente, sempre lui laudando e a lui grasie referendo. Lo quinto è l'umiletà santa: essere umile ne la mente e in ogn'atto, considerando la vile nattività, lo vivere penoso, lo fine terribile. Lo sesto è la mansuetudine, scrivendosi: « Li preghi de' mansueti sempre piacqueno a Dio ». Lo settimo è riconnoscere li suoi peccati e piangerli, essendo la contrissione principio di salvassione. Considera che lo pianto di san Piero e di più altri dononno remissione de' peccati. L'ottavo è apalezare la inniquità a Dio e al confessore, aprendo la confessione il paradizo, come aperse a san Piero. Lo nono è lo digiuno, essendo cosa santa, operassione celestiale, porta del cielo, forma del futturo seculo. Lo decimo è la vigilia: percuotere e macerare lo corpo, purgare l'anima non solo da colpa, [ma anche] da pena. L'undecimo è l'obidiensa pronta, cioè obbedire a' comandamenti di Dio e de' maggiori. E l'obidiensa è a modo che scala per la quale saglieno e discendeno del cielo gli angeli, come vidde Giacob.
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Lo dudecimo è lo riposo del cuore: chi s'aviluppa in nei pensieri del mondo, hae in nel cuore continua tempesta, ma chi pensa in Idio e afaticasi in vertù, sempre hae l'animo riposato e saglie al terso cielo. Lo terzo-decimo è la nettessa del corpo: dèe lo corpo di chi vuole saglire al cielo essere puro e netto, puro per continensia, netto per pudecisia, si che in negli atti e nell'opre piaccia a Dio. Lo quarto-decimo è la limozina, de la cui disse Cristo: « Date la limozina, ogna cosa vi fi' monda »: come l'acqua spegna il fuoco, così la limozina sterpa il peccato; ma è una elemozina corporale, dare al povero e sovvenirlo in nella necesità corporale; l'altra è spirituale, perdonare a chi t'ha offeso e li discordanti a concordia revocare. Lo quinto-decimo è l'ospitalità, onde lo dì del gran ciudicio dirà Iddio a coloro che amonno la ospitalità: « Io fui viandante e forestieri, e voi mi riceveste a l'abergo »; e leggiamo esiandio che Iddio e gli a [n] geli funno molte volte ad abergo. Lo sesto-decimo è l'onore de' parenti, essendo scritto: « Onora lo padre e la madre tua, acciò che abbi bene »; « Mala fama ha chi abandona lo padre, e maladetto è da Dio chi essaspera la madre ». Lo decimo-settimo è lo moderato silensio, non mancando in nel mouto parlare peccato. Innanti che parli, impara, e poi parla in nel tempo congruo, e in nel conven [ev] ile tace. Lo ciarlatore è stolto, lo savio comprende assai in poche parole. Lo decimo-ottavo è lo consiglio buono: non de lo cristiano quazi far niente senza consiglio, acciò che non si penta dipo 'l fatto. Co' l'omo religioso tratta ciò c'hai a fare, e guardati da' malivoli peccatori. Inansi a l'operassione abbi consiglio discreto e stabile; ezamina
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se ciò che pensi di fare è diritto in nel cospetto di Dio o no: e, se credi che a Dio piaccia, adopera, se non, da l'animo tuo lo stronca. Lo nono-decimo è lo giudicio ritto, del quale dice Cristo: « In quel giudicio che voi giudicrete sarete giudicati », e sogiunge: « Giusto giudicio giudicate »; vuolsi imprima ben dizaminare, e poi giudicate. Lo vigezimo è lo buono essempro; dobbiamo dare buono essempro a ciascuno che ci considera, in nelle parole e in ne' costumi, in nella conversassione, in carità, in fede, e in ogna bontà. Lo vigizemo-primo è la vizitassione de l'infermi; di questa, commendandola, Cristo al dì del giudicio dirà: « Infermo fui e vizitastimi », e « Ciò che a uno di questi minimi faceste, a me faceste ». Lo vigezimo-secondo è andare a le perdonanse e vizitare li luoghi dove sono li corpi de' santi; di ciò ci diè esemplo molte volte Cristo, andando alla santa cità di Geruzalem per orare: così noi dobbiamo andare a le chiezze sante, dove sono li santi, e spargere le nostre orassione. Lo vigezimo-terso è l'obrassione giusta, però ch'ella è odore suavissimo in nel cospetto di Dio; ma non si vuole offerire la susta [n] sia del povero, anco sarebbe come chie ucidesse il figliuolo in del cospetto del padre suo. Lo vigezimo-quarto è dare le decime a Dio, però ch'elli dice: « Distribuite ogna decima vostra »; e in un altro luogo dice: « Mettete in del mio granaio ogna decima de la vostra sustansia, acciò che vi sia poi cibo in de la casa mia ». Lo vegezimo-quinto è la nse [m] pricità non fitta; chi va con semplicità, va confidentemente, Iddio è suo aiuto, gli angeli il guidano, le vertù lo seguitano, va per la via del cielo.
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Lo vigezimo-sesto è la loda di Dio: lodare, ringrasiare e magnificare Iddio leva la persona dal mondo e menala al cielo. Lo vigezimo-settimo è l'orassione assidua, la quale è parlare con Dio, pregarlo e grasie adimandarli, in cui troveremo cremensia e miziricordia abundante. Lo vigezimo-ottavo è la meditassione: considerare le creature e per loro venire in cognoscimento di Dio èe via d'andare a lui. Lo vigezimo-nono è la contemplassione: solo pensare in Dio, ogn'altra cosa terrena abandonare in nello affetto trasforma e congiunge con Iddio. Lo tregesimo e ultimo grado è la perseveransia, la quale ci mette in paradizo e remunera tutte le fatiche, scrivendosi: « Chi persevera infine al fine, costui sarà salvo ». Saglie adunqua sopra a questa sagratissima scala, in cui sommità troverai Iddio, che unerà seco le tuoe potensie de l'anima e del corpo.
MONACHETTA
Per la dolcessa de le parole melliflue del maestro e del fraticello sono sì svegliati e commossi li spiriti miei, ch'i' non li posso più tenere! Assai gli ho stretti e a forsa retenuti: ora conviene che si sfoghino, confabulando e parlando con Iddio.
FRATICELLO
Che ti tiene, monachetta, che sì stringhi li spiriti? Lassali scire fuora e non contenere più le tuoe spirituale voglie impettuose.
MONACHETTA
Ardore sottile corre per le morolle, muovemi sete i [n] stinguibile, voglia dizazata m'assaglie! Sì come il cervio va a la fonte, così va l'anima mia a te, Signore, che se' fonte d'acqua viva: avendo sete viene, anchelante e focosa di grande disiderio. O fonte di vita, o vena d'acqua melliflua e dolce, quando sasierai e spegnerai l'appitito sìa acceso di vederti? Vienne, vienne, ch'i' ho sete grandissima! Concedemi che degnamente ti vegga, cogli occhi corporali e mentali. So che mi darai gaudio e esultassione mirabile: perciò vienne, diletto giocundo, spozo dolce, amore immaculato, speransa presiosa, somma letisia, riposo quieto! Pigliami, accendemi, abracciami, trasformando congiungeti, a te unendomi; perché teco viene ogna incorrussione, onestà, santità e
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beatitudine. Mio spozo, congiu [n] geti, diradicando da me ogna amore mondano, corruttibile e perverso. Afferra l'anima, tocca lo 'ntelletto, cenge la volontà, abita la memoria, stringe le potensie con teco, e lega li spiriti con nodo indissolubile e etterno. Tirami a te e legami, Sognor pio; non mi lassare inviluppare e voltare in de' loto e ceno putente di tante mizerie, perché no' si maculi e guasti la tua immaggine nobile. Tirami e dirissami in ver te, se [m] piterna bontà e fabricator mio; mostrami il lume, insegnami la via, ch'io sono cieca e errante, in luogo d'orrore e di gran solitudine mi ritrovo. Apremi gli occhi, levane ogna velo, e inluminami. Io ne vegno, io m'aparecchio, io mi dispogno a saglire in sulla scala del fraticello. Tirami e aiutami, consolatore; non mi lassare anegare in del mare tempestoso de' visii, dove mi sento sola. Sottopone la mano de la tua somma clemensa, dammi per guida e per duca gli angeli santi, cavami del pelago, menami per questa scala a la celeste piaggia, conducemi a porto salutifero e siguro, incorporami la tua salute e letisia, vestemi d'immortal vita, di luce che non si spegni m'irradia, cuopremi di gioventù e bellessa perpetua, sanità indeficiente e tezoro che sempre mutripichi mi condona.
SIMONE
Veggo che incominci, monachetta, a sentire la dolcessa isprituale e sollevansi li spiriti in contemplassione a parlare con Iddio, e so che alcuna volta non ti potrai ritenere: perciò, quando ti vedrò infiammata, ti lasrò sfogare, e poi seguitrò il mio parlare.
[MONACHETTA]
Così prego facci e no ti sdegni.

1.8. QUI PARLANO CATERINA, SIMONE, FRATICELLO E LA MONACHETTA.

[CATERINA]
Tratta, maestro, la tua materia divotissima.
SIMONE
Acciò che s'aempia il gran desiderio de la divota anima, umilemente invoca la divina miziricordia, unde seguita il « Kiele », che
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viene a dire: 'Domine, mizerere'. E dicesi nove volte, per manifestare che per li benefici de l'advenimento di Cristo saremo acompagnati con nove ordini angelici, e di noi sarà l'ordine decimo reparato; e anco contra nove gen [er] assione di peccati, cioè: veniale, originale, e sette mortali. Tre volte si dimanda al Padre miziricordia, tre al Figliuolo, e al Santo Spirito altretante.
CATERINA
Emmi amirassione in nella mente che al Padre e a lo Spirito Santo si dice con una medesma forma di voce, e al Figliuolo con diversa.
SIMONE
In de le du' prime nominate Persone solo una natura si cerne, ma in nella tersa due, cioè divina e umana, però ne seguita lo svario proferire. Racoglieti qui, e ciò che è in te atti faccia di miziricordia dimandare: nuda terra le ginocchia tocchino, stia il corpo prostrato, il capo scoperto s'aumili, le mane si congiungano, le braccia in croce s'aconcino, lo petto percuote con sonori colpi, le voce alte si sentano, inverso il cielo raguardino, aprasi e dilati la mente, il cuore e l'anima, e, sicondo lo sapere e la possa, « Miziricordia, miziricordia! » ciascuno gridi.
FRATICELLO
Guai a l'anime cieche, guai a noi, mizeri peccatori: sta Iddio sempre aparecchiato a riceverci a miziricordia, chiamaci e vuolci mettere sotto l'amanto de la infinita pietà, e noi per una scala pestifera da lui fuggiamo e ingegnanci di scendere in de lo 'nferno!
CATERINA
Dimostrami, fraticello, la scala per la quale discende l'anima a lo 'nferno.
FRATICELLO
Trovo anco ne la mortifera scala trenta gradi. Lo primo è la 'nfedelità e rezia, però che ogni operassione fatta fuor di fede è guazi morta, né è meritoria a vita etterna, scrivendosi che « sensa fede è impossibile poter piacere a Dio ». Lo sicondo è la superbia, la quale è madre e radice di tutti li visii, e come lo primo angelo ch'era sì nobile e lo primo omo cacciò del paradizo, così è grado certissimo di precipitare li suo amici in nabisso.
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Lo terso grado è l'ira, la quale acieca la mente e falla cadere in profondo oscurissimo di peccati. Lo quarto è l'avarisia, che fa diventare l'animo simigliante allo itropico: mai non si sasia, sempre ha sete di denari, l'amico e 'l nimico egualmente rubbando, unde conduce in diverse inniquità. Lo quinto è la lussuria, la quale sta imprima in del cuore per consentimento, in bocca per parole brutte e lascive, in de l'operassione dizonesta; questa infama la persona, atterra l'anima, ucide il corpo, mena a lo 'nferno. Lo sesto è vanagroria, lo quale è uno vermo che tutte le buone operassione rode e guasta; e però dice l'Apostulo: « Chi si groria grorisi in Dio », che ogn'altra groria è vana. Lo settimo è l'eccidia, la qual è madre delle frasche, matrigna de le vertù; questa è quella che l'omo forte fortissimamente precipita in del peccato. L'ottavo è la prodigalità: esser prodigo e scialacquatore è visio che fa venire in povertà di cose temporale e spirituale, e conduce spesse volte a furare, a impasiensa, a disperassione, e per molti modi l'anima fa morire. Lo nono grado è lo troppo mangiare: neuna cosa è tanto nocevile al cristiano quanto il troppo mangiare, offendendoli lo stomaco del corpo e de l'anima, e generando infermità corporale e spirituale di visii e peccati. Lo decimo grado è l'ebrietà, la quale fa molte ruine, provocando la lussuria, alienando sì la mente che non sa dove si sia. L'undecimo è la parola osiosa; lo vano sermone dimostra vana la cosciensa: come il sermone così è l'animo dentro; vuolsi fuggire la parola osiosa, e di non dirla e di none udirla, però che l'uno e l'altro è abominevile a Dio. Lo dudecimo è la detrassione: molto meglio è mangiar carne e bere vino che ma [n] giare lo suo fratello, vitoperandolo e detraendolo.
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Lo terso-decimo è lo mentire: « abominassione sono appo Dio le labra del mentire »; « la bocca che mente ucide l'anima »; ogna cosa dal vero discordante è inniquità. Lo quarto-decimo è la tistimonansa falsa: lo falso testimone offende tre persone: prima Iddio, la cui prezenzia non teme; poi lo giudici, lo quale inganna; apresso lo innocente. Lo quinto-decimo grado è lo spergiuro: se in vano giura la persona non fì' giusticata; « l'omo che molto giura è pieno di inniquità, e non si parterrà la piaca da la sua casa ». Lo sesto-decimo è la 'nvidia: la invidia tutte le vertù consumma, innebria l'anima, morde il sentimento, infiamma il petto, guasta la mente. Lo decimo-settimo è lo furto: furo è lo dimonio, e suoi figliuoli sono furi; e come « il demonio va intorneando chi possa divorare » e furare, così il furo, co' la mente, col pensieri vago, innistabile, pensa e tratta come e quando possa togliere de le case, de le chiezze, nulla cosa o luogo, quantunqua sia santo, eccetandone. Lo decimo-ottavo è la rapina; lo ladrone s'ingegna non solamente andare elli a lo 'nferno, ma esiaiddio mena seco compagni: unde elli dice a' compagni: « Venitene meco, andiamo in su la strada ad apostare, ucidere e rubbare lo innocente, e sremo ricchi »; di costoro è scritto: « Li piedi loro correno a male » e a l'utimo finno precipitati in de lo 'nferno. Lo decimo-nono è la crudeltà; perseguitare lo povero e mendico è crudeltà, però che quine non s'acquista né onore né ricchesse: chi quagiù è crudele fi' da' dimoni in dell'altro mondo crudelmente trattato.
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Lo vigezimo è lo 'nganno: lo 'nganno è fossa di suspissione, matrigna di costumi, di impasiensia madre, veleno di disperassione. Lo vigezimo-primo è la 'ncostansia: mutarsi ispesso d'uno pensieri in un altro è segno d'animo incostante né fermato in Dio, ma in nelle cose pestifere sdruciulente. Lo vigezimo-sicondo è lo giuoco, però che dal giuoco nasce la cupidità del guadagno, la volontà de rubbare, commettesi uzure, mutripicansi bugie, spergiuri, biasteme, inganni, scandali e male essemplo. Lo vigezimo-tersio è schernire lo prossimo; ode ciò che dice il Vangelo: « Chi dirà al prossimo suo 'stolto' merita fuoco etterno ». Lo vigezimo-quarto è l'omicidio: se lo strasiare e dire male al prossimo è peccato gravissimo, quanto pensi che sia a uciderlo? Lo vigezimo-quinto è la dupriccità, cioè esser doppio, mostrare una [cosa] e essere un'altra; onde il Vangelo dice: « Guai a voi che siete ipocriti e doppi ». Lo vigezimo-sesto è la inconsiderassione: chi vive inconsideratamente cade in peccati diversi per le infinite astusie del dimonio. Lo vigezimo-settimo è la i [m] pasiensia, insuperbire in de la prosperità e rompersi in de la aversità, la quale mena l'anima a lo 'nferno. Lo vigezimo-ottavo è dare male esempro: non solo elli è dannato, ma esiandio a dannassione perpetua mena molti. Lo vigezimo-nono è la ostinassione: è tanto abituato in del male l'ostinato, che lo peccare gli è quazi connaturale, e menalo a lo 'nfernale abisso. L'utimo grado de la scala maladetta è la disperassione; sopra a tutti i peccati è periculosissima e acresci ogna inniquità, da ciascuna parte è intorniata di mizeria, perciò tira l'omo incauto come cieco al fuoco etterno.
MONACHETTA
Miziricordia, miziricordia a la peccatrice, Signor miziricordioso, condona! Miziricordia adimando per lo grande terrore che è a
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l'anima, temendo di discendere per la terribile scala del fraticello. Levala di questa tenebrosa, Signor pio, e falla saglire per la luminosa di prima: quine la [ 'n] vita a contemprare la increata tua luce, in de la quale alarghi sì lo seno de la mente, che sopra tutto il mondo e sopra la sua medesma natura si trovi. So che fi' inradiata dallo sprendore tuo, che è infinito, si dilaterà tanto che ogna cosa corporale e corruttibile, parendoli picciulissima, avilerà, e, per respetto a te, niente apresserà. Signor mio, inluminala, perché è cieca, non vede se non terra e polvere tenebrosa; donali che, lassando questa pestifera scala, sagliendo sopra la prima, in sommità vegga te, che se' luce amabile, sprendore dolce, raggio medicinale, lume confortativo! In te aràe ogna piacere e diletto non momentaneo ma durattivo, in te cognoscerà ogna vero non aparente ma solido, in te sarà beatificato il corpo e l'anima, e posransi. Tu se' santo, santificante ciascuno, tu con affetto pietoso a' cazi de' mizeri dé conforto, né passa notte né dì né ora o punto, quantunqua picciulo, che non sia pieno de' tuoi benefici! In mare, in terra difendi le persone; e, scacciate le tempeste de la vita, porgi la salutevile mano diritta, co' la quale mitighi ogna male. Te adorano li santi, tremano li dannati; tu volgi il cielo, inlumini il sole, reggi il mondo, calchi lo 'nferno; a te ubidisceno le stelle, ritornan li tempi, serveno gli elimenti; al tuo cenno soffiano li venti, empiensi le nebbie, germinano li semi, crescano gli ucelli, errano le fiere, apiattansi le bisce, li pesci nuotano: perciò a te ricorro per miziricordia e per aiuto!

1.9. QUI PARLANO CATERINA, SIMONE, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

[CATERINA]
Essaltare, essultare sento li spiriti de la monachetta, mia compagna, de la spirituale dolcessa; però prego, maestro, che procedi in nel tuo parlare.
SIMONE
Seguita dipo lo « Kielen » la « Groria », che fu inno degli angiuli, dove si provoca la divossione de la spirituale anima ad accettare l'avenimento di tanto signore con allegressa e gaudio, perché le guerre e le innimicisie grandissime sono di pace perfettissima reformate. Avea l'omo per innobidiensa il Creatore suo offeso, per la sua caduta impedita la restaurassione angelica, e l'uno dall'altro s'era separato per perversa malisia; li Gentili erano idolatri, i Giudei cerimoniosi, e a ciascuno dispiacea li costumi de l'altro. Ma, venendo, la etterna pace disfé le materie de le innimicisie, ruppe le parete discordante, levò il peccato e recongiliò l'omo a Dio, fe' nuova legge per tutti insieme adunarci, reparò la caduta e gli omini cogli angeli collegòe. Perciò quella celestiale e etterna milisia, quella multi [tu] dine beata e pacifica cantavano con melodia acordantissima: « Groria è e pace in elcelsis, - cioè cogli angeli, - con Iddio, e cogli omini giù di terra ».
CATERINA
Prego, maestro, dichiara alquanto la « Groria ».
SIMONE
Non voglio insistere in sua espozessione. Nondimeno dèi sapere che hae du' parte: la prima fu cantata dagli angeli, e è: « Groria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bone voluntatis »; la siconda fu agiunta da uno dottore che si chiamò Ilario. Siati adunqua a mente che, anu [n] siato ch'ebbe uno angelo a'
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pastori la nattività di Cristo, subito la moltitudine de la celestiale milisia con suave melodia fe' risonare per l'airre lalde del Creatore, dicendo: « Groria in de' cieli a Iddio, e in terra pace agli omini di buona volontà », quazi dicano: 'Costui ch'è nato è Iddio e omo; in quanto Iddio gli è cantata groria in ne' cieli, in quanto omo è venuto a dare pace agli omini di buona voluntà'. Qui siamo amaestrati che, udendo parlare de la nattività di Cristo, dobbiamo laldare Iddio col cuore, co' la voce e coll'opere. E attende che Cristo fu mediatore e diede pace a' santi e giusti e gli omini di buona volontà, non a' peccattori e perversi. La siconda parte, che agiunge Ilario,. dice: « Laudiamo te »: dobbiamo laudare Iddio non per manifestarli li concetti nostri, li quali vede, ma acciò che induciamo li sensi nostri e gli alditori a la sua reverensia; però dicea Davit: « Sempre è la loda sua in de la bocca mia ». « Benediciamo te », perché Iddio infunde la bontà sua in tutte le creature e è tenuto ogn'omo di benedicere Iddio, cioè la sua bontà dichiarare. Apresso dice: « Adoriamo te ». Siamo composti di due nature, di intelletuale e di sensibile, però è convenevile d'offerire a Dio du' adorassione: la prima sia la umiliassione esteriore del corpo, la siconda la divossione interiore de la mente, acciò che per segni d'umilità di fuora si svegli dentro l'effetto de la mente. « Grorifichiamo te »: de ciascheduno la groriosa fama di Dio manifestare con degno onore. Poi sogiunge: « Grasie rendiamo a te per la grande groria tua »: abialli a rendere grasie non solo per li benefici che ci dà, [ma] per lo 'mmenso ordine che veggiamo, e per la sua eccelsa groria che intendamo. O vogliamo dire che lo dobbiamo con giubilo de la mente benedicere, co' la melodia de la lingua adorare, con segni d'umilità intrinsichi e di fuora grorificare, magnificandolo e essaltando con ogna operassione
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e vertù nostra, render grasie per la sua grandissima groria ch'elli ci aparecchia. Seguita: « Signore Iddio, re celestiale, Iddio Padre onnipotente. Signore Figliuolo unigenito, Iesù Cristo »: questo si può referire al ditto di sopra: 'e - fra lo intelletto - lodiamo te, Signore Padre, e te, Signore Figliuolo'. E l'altro si riferisca, cioè: « Signore Iddio, Agnello di Dio, Figliuolo del Padre, lo quale togli le peccata del mondo, riceve la nostra orassione essaldendo ». E intendasi esiandio la tersa volta: « Signore Iddio, Agnello lo quale siedi da lato a mano diritta del Padre, abici miziricordia ». L'altra spozessione è che 'l primo « Signore Iddio », che parla del Padre, s'intenda col primo « qui tollis peccata »; lo sicondo « Signore Figliuolo » si referisca al sicondo « qui tollis »; lo terso « Signore Iddio Agnello » vada col verso lo qual dice: « che siedi a destera ». E è la ragione perché Iddio Padre toglie le peccata del mondo, perciò si gli adimanda mizericordia; lo Figliuolo, in quanto Iddio, anco perdona le peccata, e perché è omo, si prega che sia mediatore e riceva li preghi nostri, portandoli al Padre; e perché l'umanità di Cristo siede da la mano diritta del Padre, cioè in nella groria e prosperità, a lui si dimanda miziricordia. Puosi anco dire che quelli tre versi « Domine Deus » si riferiscano al ditto di sopra, e intendasi cusì: 'Lodiamo e benediciamo te, Signore Padre, e te, Signore Figliuolo unigenito, quanto a la generassione etterna'; e « Signore Agnello » s'intenda del Figliuolo quanto a la generassione temporale. E poi l'altro si espogna: « Tu, lo quale tolli le peccata » e inta [n] dasi del Figliuolo; onde, quazi assegnando la ragione perché al Figliulo si dimanda mizericordia, dice: « Imperò che tu, Iesù Cristo, solo se' santo, tu solo Signore, tu solo altissimo, col Santo Spirito in groria di Dio Padre ». Questo si può intendere del Figliuolo quanto a la divinità, però che in quanto Iddio egli è santo, signore e altissimo, anco ci fa santi, nobilitaci e facci signori, essaltaci, faccendoci altissimi in ne' cieli; o vogliamo intendere quanto a l'umanità,
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imperò ch'elli in quanto omo solo è santo sensa veruna macchia di peccato originale, veniale o mortale, elli solo è signore, dicendo di se stesso: « A me è data ogna sognoria in cielo e in terra »; elli solo è altissimo, cioè più alto di tutte le creature. So che richiede maggiore espozissione questa « Groria », ma ciò vasti.
FRATICELLO
Piacciati, dottore, ritenere alquanto il sermone, tanto ch'io ci metta una mia fantazia pucciulina.
CATERINA
Dilettami, fraticello, il tuo parlare; perciò escano li tuoi concetti liberi.
FRATICELLO
Voglio che formi in nella tua memoria una alegra turba, che balli e giubili, mostrando di questa nattività piena e perfetta letisia, sì come faceano gli angeli in questo inno. La prima persona che incominci la ridda sia la conservassione dal peccato: questa canti la subtrassione della occasione, la data vertù de la risistensia e la sanità de lo effetto. La siconda sia la divina espettassione e lo non subbito non corere a vendetta: questa canti la longanimità di Dio, la lessione de la sua predistinassione, che vuole che s'adempia, e la smizurata dilessione che ci porta. La tersa sia la somma miziricordia, co' la quale a penetensia ci converte: questa canti la considerassione de' peccati, la paura degli etterni suplicii e la sperata venia de le consolassione dolcissime sansa amaro. La quarta sia la libera indulgensia d'ogna inniquità e piena remissione: questa canti che lo Creatore benignissimo dipo lo perdono neuna
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cerca vendetta, lo non confundere improveranlo, e con noi in nella vera e prima amicisia ritornando. La quinta sia la continensia da ogni peccato e visio: questa canti lo fuggimento de le carnale concupicensie, lo lispregiare de le curiozità e vanità del seculo, e lo suppeditare de le tentassione astutissime del demonio. La sesta sia la superna e infuza grasia: qusta canti odio de' mali pretteriti, non curare de' beni prezenti e acceso disiderio de' futturi. La settima e l'utima sia l'alta speransa de la beatitudine celestiale, la quale canti l'amore de la adossione, la verità de la promessione e la potensia del donare. Cotale turba, quando si canta la « Groria », salti e balli e canti, spargendo il gaudio in de la mente. So fa bene bizogno ch'io limi la rlgine de lo intelletto e assottigli lo 'gegno in del tuo ballo.
MONACHETTA
Abbimi miziricordia, Agnello immaulato di Dio, cognosce e attende tutte le mie mizerie, e inver' me volge il tuo occhio mite. So che la conversion mia fu con colpa, lo nascere con pena, lo vivere con fatica, e 'l morire è necessario. So che 'l corpo fu formato di loto, del vilissimo elimento, e in loto e in porvere de' tornare. Fui in nel ventre de la madre mia, e di vilissima matera notricata; nacqui sensa sciensia, sensa parlare, sensa vertù, nuda, debile e piangendo. Veggomi più vile che li arbari e che l'erbe, però ch'elle producano fiori, frutti e fronde, e io, mizzera e mizerabile, lendini e abominabili vermi. Veggio che l'ansietà mi stringe, m'affrigge la cura, la solicitudine mi molesta, spaventami la paura, lo tremore mi percuote, lo orrore mi
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scaccia, lo dolore mi crucia, la tristìa mi conturba, la turbassione mi contrista. Se la povertà sostegno, ho di diverse mizerie: fame, sete, freddo, nudità, viltà, dispregio, schernimenti. Se di richesse abondo, abbo fatica in acquistarle, paura in possederle e in perderle gran dolore: veggio la mente afaticarvisi e afriggervisi oltra modo. In de la serv [i] tù li minacci spaventano, l'angarie afaticano, le paghe afriggano, le ricchesse son tolte. La carne mizera arde di concupiscensia e combatte coll'anima. Se in nella cosciensia è peccato, dà non solo all'anima, ma al corpo angoscia e pena. Sento che 'l nimico s'ingegna d'ucidermi con visii, lo mondo colli elimenti, la carne co' sentimenti. Sento l'anima impregionata dal corpo, la quale non ha riposo, né pace, ne sigurtà. Considera, Signore, quanto è breve la letisia del mondo, con quanta amaritudine mescolata: vegnano dolori non pensati, apressasi l'utimo dì terribile, non credendo. Considera, Signor pietoso, la mizeria ch'io ho ne' sogni spaventevili, in nella compassione degli amici, in nelle varie infermità, in nelle dizaventure subbite, in nella cupidità de la ricchessa, in ne' desiderio de la ambissione, in nella voracità de la gola, in nella concupiscensa de la carne. Signor, queste mizerie, ch'io sostegno in nella prezente vita, considera, e mille altre, e abbimi miziricordia: la tua miziricordia è corda che lega e tirami tutta a te.

1.10. QUI PARLA CATERINA, SIMONE, IL FRATICETLO E LA MONACHETTA.

CATERINA
Esca, maestro, e spargasi la tua dottrina salubre, la quale non solo a me, ma a' posterni farà lume.
SIMONE
Ripiena d'allegressa, l'anima de insistere in adimandare la divina grasia, e ciò il sacerdote dimostra per l'orassione che dice. Ma imprima, per attento rendere lo populo, voltandosi lo saluta, dicendo: « Dominus vobiscu [m] », e l'arcivesco dice: « Pax vobis », uzando il parlare del sommo Pontefici e Pastore. Cercati allor, figlluola,se Iddio è in te; guarda s'egli è intrato per le porte di fuora, se gli orecchi hanno udito volentieri u zensa increscimento il suo nome, se 'l vedere s'è dilettato di immaggine celeste e perpetue, se gli altri sentimenti hanno referito ogna grande e piccolo sentimento. Cerca la memoria, cerca il cuore, considera s'egli è quieto de le cose temporale o tempeste, considera se v'è lume e sprendore vertuoso e, se non vel trovi, piange e lamenta e sforsati che vi sia. Poi si volta a oriente il sacerdote, e, invitando il populo, dice: « Oremus ». A oriente si volge, perché, unde vegnano li raggi a nascere, il lume di virtù e grasie viene, Iddio. Tiene scoperto il capo, perché tra l'orante e Cristo non de esser veruno velame di malisia o peccato. Leva le mane, però che Cristo in croce, avendo alte le mane, orò per li crocifissori suoi al Padre. Finisce l'orassione: « Per Dominum nostrum Iesum Christum », perché per altra via li beneci etternali di Dio a noi non possano venire, se non per colui che è mediatore di Dio e degli omini, che è Cristo. Il coro, disiderante che sia l'orassione essaldita, risponde: « Amen », quazi vuol dire: 'Preghianti, onnipotentissimo, che sia fatto'.
CATERINA
Arei piacere d'avere uno amaestramento, che principalmente in nella orassione debbia fare.
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FRATICELLO
Di ciò t'informerò io, faccendo de la tua cosciensa, in de la quale risserò sette colonne, uno oratorio, dove vadano li tuoi spiriti a orare. La prima colonna che in de la cosciensia dirisso voglio sia la buona volontà: questa forma in noi la immaggine e similitudine del Creatore; ciò che da questa procede è bene, sensa la quale meritare non si può; non ti potrà esser tolta, se non vorrai; quanto l'acresci, tanto più l'aumenti il merito; ma sappi che non hai perfetta volontà, se efficacemente none adoperi ciò che vuole La siconda colonna sia la memoria de' benefici e de le mizericordie che ci fa Iddio: questa mirabilemente ci accende d'amore divino e infiamma, considerando li beni da lui dati, li periculi de' quali ci ha cavati, li amonimenti utili, le revocassione salutevile, lo ricever benigno; considerando che, [se] siamo penitenti, ci perdona, se perseveranti, ci guarda, se ritti, ci tiene, se caduti, ci rileva; considerando quante grasie ci ha fatte, non dimandandole, ma quazi recuzandole, sempre da lui separandoci e dilungando. La tersa colonna sia lo cuore puro e mondo: in tale abita lo Creatore, se è d'intensione purissima, da sé scacciando ogna perversa cogitassione per lo assiduo meditare; de essere presto e solicito al divino volere seguitare, sollevarsi in alto per desiderio chiaro e resprendiente, ogna da sé macula removendo; de esser dolce per le responsione, suave per la amonissione, benigno per le reprensione, e per le corressione moderato. La quarta colonna sia l'animo libbero da solicitudine del mondo, da diletti carnali e da pensieri pravi e perversi: sia libero, che possa sovvenire al prossimo, contemprare quando vuole e in sé propio risedere; sia fermo, sì che nulla perturbassione lo percuota, non lo rompa molestia, non ira, non impasiensia o passione veruna, ma la ignità di Dio e dilessione albitrio li condoni.
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La quinta colonna sia lo spirito ritto, da le cose terrene levato e co' le celeste inseparabile congiunto: voli co' l'ale de la devossione, saglia sopra i cieli e viziti le superne sedie, umilemente sternandosi dinanti a la sedia del mite Agno, corra per le piasse de la cità beatifica, oda la melodia angelica e con reverensia a ogna schiera de beati spiriti, a ciascuno per sé e a tutti insieme, molto si racomandi. Cerca se in lui è nulla che potesse al tuo Signore dispiacere; netta e forbe non solo l'operassione ma li pensieri; tiello, che non s'avuluppi giu in questa porvere e ceno, con amore; guardalo, sì che quando vuole intrare colui che è amatore di mondisia no 'l trovi immondo. La sesta sia la mente divota: none isparta di disideri varii e di concetti, ma in sé raccogliendo i suoi spiriti, studiandosi le evacassione vane reprimere, dimenticare le cose estrinsiche e in de l'intime riposarsi, questa considera di sé unde viene, dove va, come vive, che fa, che perde, quanto fa pro', quanto manca, di che cogitassione è più stigata, di quali effetti è toccata, da quale tentassione è più impugnata; e solo sospira a cose di sopra, disidera li beni intrinsichi e quine il suo diletto laldebile sempre pone. L'utima colonna sia la ragione illuminata, sollevata e ratta in de l'arcana contemplassione, non conconsiente a veruno movimento illicito, ma subbito resestire: questa le nocevile affessione de la volontà, le vaghe cogitassione de la memoria, le dispersione del cuore, le tempeste de l'animo, l'evacassione de lo spirito, le destrassione de la mente in uno raccoglie, e in de la etterna fonte de la felicità lo suo disiderio ficca e ferma.
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Adunqua la cosciensia dove siano queste sette colonne fa tuo oratorio: là dentro ora, perché quine verrà Iddio. Ma è bizogno che nel mezzo aparecchi dove egli segga: quali celoni, quali tappeti, quali vellosi, che drappi porrai? Ode ciò che dice il profeta: « Iustisia e giudicio sia l'aparecchiamento della sedia tua ». Fa' che nel mezzo di questo oratorio sia la giustisia, rendendo a ciascuno il suo debito. Rende al prelato reverensia e obbidiensia, però che non vasta di fuori obbidire a' maggiori, ma conviene coll'intimo effetto del cuore reverensia li portiamo. Così alle eguale, a le sorelle e prossime tuoe, con chi abiti, rende il lor debito, da' consiglio per illuminare la loro ignoransa, da' aiuto per la 'nfermità loro aitare con fatti e non pur co' lingua, in dare loro buono essempo al bene le provoca con operassione vertuose, ora per loro, non dissimulare di riprenderle, leva ogna scandalo e ciascuna occasione e materia di turbare. Rende a' sudditi custodia e guardia solicita, che non caggia in peccati e in visii; rende diciprina, la coffessione loro punendo; se neuno altro hai suddito, guarda il corpo che è soggetto a lo spirito, che in lui non regni peccato, né le suoe membra non diventino arme inniqua; diciplinalo, perché faccia degni frutti di penetensia, casticato, in servitù suggiugato. Questa fi' la sedia de la vera giustisia, dove il tuo Signore di posare si diletta. Ma conviene che v'agiunghi lo giudicio, come dice il profeta: se vuoi che Iddio ti giustifichi, che t'ami e sempre in te abiti, iudica te medesma, ricerca le tuoe operassione, se volete bene confessarle, e tu stessa le giudica, se non vuoi essere in utimo giudicata Hai lo perfetto oratorio, hai dove a Dio denno andare li tuoi spiriti: perciò conservalo e guarda. E se innimico malivulo questo sìbuono, sì diritto, sì tranquillo, sì siguro, sì mondo, sì puro abitaculo vollesse perforare, rubbare, maculare o mandare a terra, o fusse elassione
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nascente in del cuore intrinsica, o appetito d'umana lalde assagliente di fuora, ove' altra pistilensa innimica, fa' che, turbata a modo che cane guardante il tezoro, vegghi, gridi, mordi, ucidi li innimici che assaglieno: a neuno perdonare, nullo lassare intrare, ma chiama, sveglia gli abitatori di dentro, che l'arme piglino ad aitare; qualunca visio nascoso o palese tentasse di nuocere, spingelo, scaccialo, percuotelo a terra.
MONACHETTA
O ricco e abundante tozoro di cremensia, riguarda agli utili bizogni e intime voglie mie, a le voce mentale e cordiale, lagrime e sospiri! Veggio sparti tutti li miei sentimenti e le potensie de l'anima, véggiole volare tra varie ombre nerissime per luoghi fedidi. Apremi questo tuo tezoro innefabile, spargendo sopra di me de la tua dolce pietà e miziricordia, ch' è infinita. Mandami la tua potente grasia, sensa la quale non posso dal peccato resurgere, né a bene veruno promuovermi, né all'orassione sollevarmi. Non curo del corpo, Signor mio, di cruciarlo, tormentarlo, darli afrissione, tribulassione, povertà, infermità, persecussione e mizeria. Solo, guarda e conserva e tiene per te l'anima, che con mane sì sapientissime tuoe creasti: riformala, se sformata la vei; se è brutta o macchiata, purificala; chiamala, consolala, luzingala, e con benignità la riceve, con ma [n] suetudine la tratta, con doni presiosi e speransa la possede. Legala colla catena del tuo amore, sì che da te non si parta; ricorditi del caro presso col quale la comprasti; non la vogli perdere, non considerare a le suo dizubidensie, ingiurie e offese; non considerare che, lassando te, di cui esce confortativo, immenso odore aromatico, a cose putride si rivolghi; cavanela, rivolgela a te; sensa uciderla la diciplina e corregge, benignissimo Consolatore. Polla in del numero de le predistinate de tuoe elette, sì che s'attuffi in nello abisso de la tua beatitudine e sia partecipe di bontà e di groria, coronata di fiori, di gemme, margarite e pietre ricche adornata, ball e canti cogli angeli e solo in te raguardi, dove ogna riposo, allegressa, piacere, diletto e desiderio suo troveràe.

1.11. QUI PARLA CATERINA, SIMONE E LA MONACHETTA.

[CATERINA]
Tocchi e svegli, dottore, non`solo li spiriti de la monachetta, li quali con sì ardente impeto si sfogano, ma esiandio li miei: però, seguita il parlare.
SIMONE
Ditta l'orassione, si canta la Pistola, la quale c'insegna che la sua dottrina santa dobbiamo con tutte le forse e potensie insudare. Dicesi dinanti al Vangelo, significando che il precursore Battista precedette Cristo, dirissandoli la via e aparecchiandola in nel diserto da ogna bene e bosco tenebroso del mondo; e che la legge precedette il Vangelo come l'ombra la luce, e com' principio a la perfessione sua va innanti. Fa' che questa Pistola t'animi a spesso raguardare, e studiare con attento animo in nelle sante Scritture aprobate, perciò che la santa lessione principalmente Iddio provoca, gli amadori suoi invita, i cuori illumina, la lingua rettifica, la cosciensa prova, l'anima santifica, li fedeli robora, lo dimonio scaccia, li peccatori dispregia, l'anime fedele riscalda, lo lume de la sciensa dimostra, le tenebre de la ignoransa distrugge, la tristìa del seculo spegna, la letisia del Santo Spirito accende, agli asetati dà bere, de li stolti fa savi, degli utimi fa primi, de' minimi grandi, l'ignobili muta e falli nobili, la natura mondifica e ogna leggeressa vieta, tempera i dolori, dà speransa, corona il vecchio, insegna al giovano, chiama i fuggenti, revoca gli erranti, amaestra l'ignoranti, sana l'infermi, ferma li debili, li sonnolenti isveglia, gli osiosi riprende, gli affaticati letifica, a' credenti dà grasia, li peccati disfa, miziricordia presta e vita eterna a' perseveranti condona.
CATERINA
Fa'mi venire molta maggiore avidità in del leggere che io non avea, vedendo le molte e varie utilità che ne dici.
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SIMONE
Occupa, prego, per gran parte in lessione continua, dove, leggendo opre virtuose de' santi, masticandole e ruminando, ti faranno saglire in una spasiosa meditassione odorifera. Donde, accendendosi il disiderio tuo, vedrai che a seguitarle non essere sofficiente per te stessa, saglierai a l'orassione divota, orando Iddio che la voglia t'adempia. E di quine, quazi non avedendotene, sarai tirata in su la perfetta contemplassione, dove l'affaticata anima fi' recreata, l'affamata pasciuta, l'arida fi' impinguata e, dimenticando cose terrene, innebriata di celeste e superne, mirabilemente da' carnali movimenti sarà sobria, sì che in nulla sensualità contradierà a lo spirito infiamato. Troverai anco che la santa lessione fie a modo che ceppi di cupidità, carcere di mali disederii, freno di lascivia, giugo di elassione e superbia, legame di iracundia; domerà la intemperansa, la leggeressa legrà e afograe ogna dizordinato movimento di mente e illicito appetito. Dipo la Pistula seguita il Graduale, il lamento de' penitenti significa: però dobbiamo imprima stare a' piedi de' gradi delle vertù e fare penetensia, e poi saglire da valle austera del pianto e di lagrime per li gradi vertuosi in sul monte de la perfessione, allegro, dilettevile e quieto. Fa', figliuola, che la tua penetensia imprima sia ottima, tale che, togliendo l'impedimenti e dicrinando da' mali, a ottimo fine t'ordini e dirissi, perfetta di virtuose immagine ornandoti dentro, proponendo laudevile la mala mente correggere e mendare, avendo amaritudine d'animo per l'offese comesse e dolor di cuore, essercitandoti in vendicarle, fruttuosa piangendo i peccati pretteriti e più non comettendo i puniti. Fa' che una amara compunsione proceda una grande penetensia, però che la compunsione è sanità de l'anime, remissione de' peccati, sagrificio
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spirituale. Lo cuore umiliato del peccatore e bagnato di continue lagrime è ulocasto di merolle. Punge, figliuola, l'occhio de la mente, e escane fuora la lagrima de la compunsione. O compunsione, come se' santa, e mirabile se' predicata! Tu se' lo lavatoio sprendido, in del quale lo peccatore è mondato; tu se' stimulo, [per lo] quale Iddio all'omo s'inchina; tu se' fune, che la divinità forte istringi. O compu [n] sione santa e immaculata, sensa la quale agli omini perfetti non vale il battismo, sensa la quale lo corpo di Cristo ad giudicio si riceve, sensa la quale è infruttuosa ogna confessione, e ogna satisfassione sarebbe vana! Voglio che la tua penetensia per li occhi corporali sparga le lagrime, ch'i' trovo che la lagrima purga la mente, fecunda la intensione, innacqua la confessione e sagrifica l'anima a salvassione: questa è la lagrima suave de la santa compunsione, la quale li movimenti illiciti spegna, apre il paradizo, chiude lo 'nferno e lo mondo fa a ciascuno dspregiare. O felice lagrima, tu scacci ogna carnale dilettassione, sani ogni infermità di peccati, ogni veleno di colpa gitti fuora! O beata taula, o nave di vita, per la quale torna a porto salutifero il marinaio che ha tempesta! O acqua presiosa, la quale tante volte puoi mondare e purgare, quanto il cuore umano ha bizogno! Poi si dice il Risponso, per dare a 'ntendere che non solo lo bene da noi si de udire cogli orecchi, ma esiandio dobbiamo rispondere coll'operassione vertuose. Qui voglio che tutti li pensieri si raunino, considerando in quanti modi Iddio tutti ci chiama e sforsandoti di in tal forma risponderli che li piaccia. Chiamaci alcuna volta dandoci onori e stati in del mondo: e tu con umilità li risponde. Chiamaci dando posessione e avere: e tu, rispondendo, fa' che le limozine tuoe sian larghe. Se ti chiama con tribulassione, infermità o mizeria, la pasiensia sia la risposta. Se con sante spirassione celestiale, per risposta inne essecussione fa' che le
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metti. Se ti chiama mostrando li cieli, le pianete, gli elimenti osservanti i loro ordini, e tu t'ingegna che 'l corpo suggetto a lo spirito con ordine dato viva. Se con tendere minacci e essempli o altri modi infiniti, per responsione seguita con effetto il suo benepracito volere. Chiamaci anco tre voce notabile in nello intelletto imprimendo: imprima, ministrando le creature a ciascuno utilità grandissima, faccendo servigio, dando cose necessarie e diletti varii, diceno: « Piglia il nostro beneficio che ti diamo »; e poi agiungeno: « Considera la benignità di Dio, che ci ha fatte per te, e rende il debito, dando amore »; ma poi, minacciando, ciascuno spaventano, dicendo: « Se non srai grato, fugge il tormento e 'l suplicio che ti dremo: lo fuoco s'apparecchia per ardere, l'acqua per anegare, la terra per inghiottire, e lo 'nferno crudelissimo a divorare ». Unde, figliuola diletta, nota in de la mente queste tre voce con lettere che spegnar non si possano, e risponde rendendo quel che t'è debito, amando Iddio.
MONACHETTA
Vita de l'anima mia e resurressione mia, speransa e lume degli occhi miei, bastone e sostegno de la mia debilessa, dolcessa e diletto giocondo, i' non posso tacere! Perdona a la mia prezunsione se io, vermicello putrido e canna vana, a parlare mi pogno colla tua maestà magnifica e eccelsa. Io non mi posso tenere! L'amore tuo m' infiamma e mi distrugge e fa l'anima languire. Veggomi da te ricevere tanti benifici ch'io non merito, che tutta d'ignoto fuoco m'accendo: tu mi riduci, tu mi insegni, tu mi consoli, tu mi conforti, tu mi solevi, tu mi tieni, tu mi meni, tu mi ricevi, tu mi guardi, tu m'essaldisci. Sasimi, buon Iesù, la tua dilessione, ingrassimi il tu' affetto, empiami l'amor tuo, occupami e possedemi tutta. I' non voglio altro amore, se non te. Tu se' bello, tu forte, tu fresco, tu none invecchi, tu ricco, tu grasioso, tu largo, tu potente, tu benigno, tu virtuoso, tu none inganni. In te vo' pensare, te vo' raguardare, a te solo tutta darmi. Ricevemi e dammi arra di te, donami di te perfetta letisia, comunicami e fammi particepe
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de' secreti, dammi efficacia in de le vertuose operassione, grasia tra gli eletti, effetto in de' tuoi comandamenti, consolassione e constansia in de l'aversità, cautela e timore in de la prosperità, e sempre manda con meco, acciò che mi conservino, la tua grasia, che mi mantenga bellissima, e la carità, che mi infiammi.

1.12. QUI PARLA SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA.

[SIMONE]
Fornito il Risponso, seguita « Aleluia », significante che, passato il lamento de la penetensia, si riempie l'anima di spirituale essultassione, di laude perpetua e di innefabile gaudio. Unde, ripiena di consolassione mirabile, giubila e lauda Iddio. Interponvisi un verso, che de esser d'allegrassa e di gaudio, e significa la giocundità e dolcessa de' santi. Ripigliasi « alleluia », a significare che li beati, avuta la grorificassione de l'anima, fatto il giudicio, saranno vestiti di stola di groria in de' loro corpi. Cantasi la seguensia con melodia suave e canto dolce, a significare che Iddio netterà ogna lagrima dagli occhi de' santi, e non vi sarà più pianto né lagrime né veruno dolore, però che sono le cose prime passate, saranno passate tutte le mizerie, coperti di corporale beatitudine e mentale. Qui vo' che la pupilla de lo intelletto istia ferma, né rivolgasi ad altre cose. Aranno' imprima li beati in del corpo grorificato bellessa sprendida, venuta meno ogna turpitudine e bruttura, non bellessa vana, non momentanea, non fitta, ma naturale e perpetua, trapasante
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la chiaressa de le stelle e del sole, però che Cristo riformerà i corpi de' suoi santi a similitudine de la chiarità e bellessa del suo; e anco l'intelletti, guardando sempre in del pulitissimo di Dio, pulendo i lor corpi, in essi bellessa abundantissima spargeranno. Aranno leggeressa e prestessa mirabile, partitasi ogna ponderosità e gravessa, però che in nel raggio che procede dal sole, nel vedere de lo intelletto e de l'occhio, in nello movimento de l'angelo, fi' più subbito e più veloce. Ogna spasio grande e picciulo, in uno, all'appare' e sensa minzura temporanea, trapaseranno. Aranno somma fortessa, ogna debilità già passata, non avendo in loro operassione fatica e angoscia, ma tanto valore e eficacia quanto vorranno essi stessi. Saranno liberi e da ogna servitù liberati, però che in nulla sranno stretti o vietati; contra al loro volere nullo ostaculo, nulla crauzura, nullo domminio li terrà; fi' in loro molto più libero arbitrio che quando eran vivi in nel mondo. Sani, freschi, sensa veruna infermità finno i corpi: quine non febbra, non percosse, non cechitàe, non sordità, non dolore, non sete, non fame non freddo, o caldo, o altra cosa vi fi', che loro noccia. Sarà la compressione e la proporsione degli omori sempre temperatissima, sensa lezione molestia. Dilettaransi di dolcessa innefabile, abandonata ogna ansietà e tormento, sasiati e innebriati d'ogni diletto e piacere, dove nulla mizeria è mischiata. Quazi un fiume abondante di dilessione, suavità e conforto correrà per gli occhi, per gli orecchi, per le nare, per la bocca, per le mane, per lo gosso, per lo cuore, per lo polmone, per l'ossa, per le merolle e per tutte le 'nteriuola dentro. Essendo passata la brevità, quine vi fi' viver perpetuo, né toglier si potrà per cose di
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fuora aveniente o intrinsiche. Quine li vitali spiriti finno sempre robusti e forti, né aranno veruno mancamento o impaccio a spargere per le membra lo naturale caldo e conservare l'umido radicale.
CATERINA
Lo tuo parlare scientifico mi provoca a l'amore de la groria beata, comprendendo in esso sette doni beatifichi, che arà il corpo sì nobile, scito di sette mizerie contrarie. Ma per più certificarmi, non ti sia tedio di notificare di che l'anima fi' vestita.
SIMONE
Sette doni altri arà l'anima, lassate le mizerie oppozite di quagiù. Lo primo fi' sapiensa e sciensia, la gnoransa e stoltisia trapassata, però che con perfetta sciensa arà di sé notisia, arà del corpo suo vero cognoscimento e de l'altre cose che avesse disederio di sapere; vedrà la increata Sapiensa a faccia a faccia, dove dicernerà la natura di tutte le creature meglio che se le vedesse in se istesse.
CATERINA
Se l'anima vede ogna cosa, non dicerne le peccata da sé commesse e hane confuzione e orrore?
SIMONE
Poi che ha avuta integra sanità, perfetta mundisia, piena remissione e segurtà di non essere punita, considerando la innormità e infermità sua e l' periculo in che fue, con amirassione loda e magnifica la pietà, la vertù e sapiensia del miziricordioso Iddio medico, che l'ha sanata, infundendoli grasia per la quale a escirne la fe' forte e costante; né arane più confuzione ch'abbia il cavalieri de' segni de le ferite ch'ebbe in nella battaglia dove hae vettoria ricevuta. Lo sicondo dono sarà la perfetta amicisia: ogna innimicisia e odio abandonato, tanto amerà l'uno l'altro quanto sé propio, né co' minore affetto s'ameranno che facciano insieme le membra, faccendo un corpo con Cristo, ch'è il vero Capo.
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Lo terso fi' la somma concordia: ogna discordia cessata, non vi fi' divizione, non invidia, non discordanti voleri; come in noi dove guarda l'uno occhio si rivolge anco l'altro, così in quella compagnia beatifica, che è uno corpo, una Chiezza, una spoza di Cristo, ciò che vorrà l'uno vorrà l'altro; come la mano non disidera d'essere occhio o orecchio, così in quella mirabile e groriosa disponissione fi' tanto ciascuno de lo stato suo contentissimo, che non è possibile che disideri maggior grado. Lo quarto dono è onore: liberati da ogna vitoperio e vergogna, saranno imprima onorati dal Re eccelso e magnifico, vestiti di immortalità, coronati di groria, adornati di gemme presio [si] ssime; instaranno presso a lui in su sedie magnifiche, a' quali li beati spiriti serveranno. Cessata ogna impotensia, finno potenti, perciò che, acordandosi con loro lo omnipotente Signore, tutti i loro voleri e disiderii s'aempieranno. Finno siguri, sensa paura veruna, né temeranno che lo felice e groriosissimo stato vegna meno per lunghessa di tempo, sia loro tolto o cacciati ne siano, ma sranno sigurissimi che il benigno Signore, lo quale l'ha donato con tanta cremensia, non lo toglierà. Ansi sarà partita tristisia: aranno alegressa e letisia, vedendosi tanta beatitudine e groria, riempieransi dentro, di fuora, di sopra, di sotto, d'intorno di essaltassione e di gaudio, e tanto piacerà loro quanto se fusse propio lo gaudio de' beati. Qui vorrei che s'accendesse li spiriti de la monachetta.
MONACHETTA
Sono tanto immersi li sentimenti e l'affetto in de le terrene dilettassione corporale, che l'amore non si può levare sì tosto a la cognissione de le cose superne: però ne perdo suavissima giocundità e diletto. Sapiensia increata, raguarda a la languida e famelica anima, piacciati di non lassarla venir meno e morire, notricala e pasce del latte cremente de la tua umanità che prendesti. Ella è anco tennera, non è costante e forte a comprendere la eccelsa divinità innefabile. So che se non si cibrà di te, verrà meno: però cibala, dalli almeno la umanità a cognoscere, dimostrali la pietosa misericordia, l'accesa carità, la profunda umilità, la forte pasiensia e l'altre vertù, le quale ella aoperò in del mondo per esempro di ciascuno e specchio puro.
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Io non so ciò che dirmi né chiedermi. Guidami, sì ch'io escendo d'ogna turpitudine, gravessa, debilità, servitù, infermità, ansietà, brevità di vita, stoltisia, innimicisia, discordia, vergogna, impotensia, paura e tristisia; e sia cogli angeli bella, leggeri, forte, libera, sana, con diletto e con vita lunghissima; trovi sapiensia, amicisia, concordia, onore, potensia, segurtà e gaudio tra gli eletti. Signor mio, da' a gustare a la mente de la tua dolce bontà! Tu m'hai resucitata, sanata, ricomprata, liberata; e anco, se non mi sostieni, morrà l'anima, infermerà e srà schiava. La tua umanità fu verità della mia salvassione, cagione della mia libertà, presso de la mia redensione. I' era sbandita, e ella m'ha redutta; perduta, e hami restituita e trovata. Ella m'ha insegnata la continensia de la carne, la 'ndustria del cuore, la rettitudine de la volontà, la sottilità de lo 'ngegno, lo pulito parlare, la piacevilessa de' costumi, li casti consigli, li giusti giudicii, li santi disiderii. Che ti rendrò, Signor mio, per tanti doni che m'ha' dati? Io non ho se non me per donarti, e me ancora non posso dare, se non m'aiuti, infundendo la grasia. Introducemi e amette in nella cella del tuo amore: io l'adimando, io lo cerco, io picchio! Come mi fai dimandare, così m'afferra; come mi dé a cercare, fa' ch'i' trovi; come m'insegni a picchiare, così m'apre; e mettemi in nello sprendente fuoco de la tua dilessione, la quale dà lume mirabile, né consumma se non macchie di inniquità e ruggine di peccati.

1.13. QUI PARLA SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA

SIMONE
Incomincia poi lo Vangelo, lo quale c'inlumina a cognoscere solicitamente li comandamenti di Cristo, e speditamente aimpierli. Denno gli auditori stare ritti, a significare la prontessa della obbidiensa; colla scoperta, che dimostra la solicitudine de la mente;
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chinare un poco il capo, in segno che odeno lo Vangelio di colui il quale per loro, inchinando il capo, rendette lo spirito al Padre.
CATERINA
Debbo, maestro, io e l'altre donne stare [colla testa] nudata?
SIMONE
No, ma tu e l'altre la dovete coprire, per velare la vergogna della prevaricassione del mangiare che fe' la prima donna del pomo mangiato e vietato. Prende lo diacano dall'altare lo vangelistario, perché da Cristo processe la dottrina evangelica; dimanda la benedissione, in segno che gli apostuli a predicare funno da Cristo mandati vizibilemente. Procedello gli accoliti con incenso e accese fiaccule, per dimostrare che di sé odore di buona oppinione de scire, e in de' cuori degli auditori de imprimere e accendere desiderio e allegressa. Saglie in sul pulpito e in alto, perché la verità non si vuole occultare; volge la faccia a l'aquilone, perché la dottrina che spande è spesialmente contra a la frigidità del peccato. Poi, acciò che 'l populo a ricever la dotrina salutifera sia benivulo, lo diacano lo saluta, dicendo: « Dominus vobiscum », quazi dando ad inte [n] dere che le parole di Dio non si possano sensa la sua grasia ricevere. E lo populo lo risaluta, dicendo: « Et cum spiritu tuo », quazi dica: 'Col tuo spirito sia in nel dire'. Allora, pronunsiando lo tittulo dello Evangelo, fa una croce in nel libbro, una in fronte, una in bocca, una in petto, in segno che dottrina del Crocifisso è in del libbro, e niente se ne vergogna, ma arditamente la predica e conservala in nel cuore. Lo coro, grorificando Iddio, « Groria tibi, Domine » li risponde.
CATERINA
Arei caro che dichia [ra] ssi come mi debbia segnare.
SIMONE
Voglio che in del segnarti, come invochi la Ternità, solo tre
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dita adoperi, le quale, menate da sù in fin giù, le mena da la parte destra in sinistra, perché Cristo di cielo in terra e da' Giudei passò ai Gentili; o vuoi da la sinistra a la destra, però [che] per la croce de la prezente mizeria a la gloria trapasseremo. Ditto lo Evangelio, denno dire gli assistenti « Amen », cioè: 'Facciaci Iddio perseverare in nelli amaestramenti cattolici', o: « Deo grasias », rendendo al Salvatore grasie per tanto benificio ricevuto. Alfine prezenta lo soddiacano al sacerdote lo libbro a baciarlo, per insegnarci che Cristo in de la devossione de' fedeli si rallegra e diletta. Qui voglio che prosterni nuda l'anima, dimostrando tutte le suoe vertù e potensie, acciò che veggi che la dottrina cattolica le veste di perfessione e adorna: testé non denno le tempie esser grosse, perciò l'aruota, assottigliando lo 'ngegno. Imprima cerchiamo le potensie del cuore, e troverenne una che racoglie lo fiato, l'altra che sfiata, l'altra che 'l cuore refriggera dalla calidità eccessiva: cosìla dotrina salubre evangelica ti farà in nel cuore le sante spirassione raccogliere e tenere, tutti li pensieri che vengano mandare suso al cielo, e rifriggerare l'animo dal caldo spiacevile de la carne. Cerchiamo lo fegato, e troverenvi diverse potensie, cioè quella che apetisce il cibo e desidera, una che 'l tira, una che lo smaltisce, quella che separa lo buono dal rio, quella che 'l pravo scaccia, quella che l'altera, e quella che l'assimiglia e incorpora colla carne. Così la dottrina di Cristo ti farà disiderare la superna grasia, le vertù e 'l cibo de l'anima; ti farà sforsare con tutte le forse di tirarlo e attrarre e fartelo rugumare e mastucare, tanto che lo smaltischi; separerae le elette e laudevile cogitassione dalle prave e le perverse e malivole espellerà; farà che, pensando l'anima della divinità, alterrà se medesma, e ingegn [er] asi di simigliarsi e incorporare con Iddio. Cerchiamo le potensie più nobile, e troveremo la volontà quazi regina di tutte, la quale, da questa dottrina di buoni affetti e disiderii informata, confermandosi colla ragione, che la verità sa dicernere, comandrà che lo libero arbitrio sempre elegga cose ottime, la
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potensia irascibile e concupiscibile rafrenando; assottiglierà solo a cose superne la estimattiva e immaginattiva potensia, non lassandola immagginare o pensare se non di cose celeste; riempierà la memoria di sante e vertuose immagginassione; lo senso comune dirisrà in del componere e dividere, inluminando lo speculattivo e pratico intelletto; governerà li sentimenti estrinsichi: lo vizo, acciò che pigli similitudine celestiale, l'udire, acciò che riceva voce divine e utile, ristringendo il tatto da cose inlicite, da superflui sapori lo gusto e da vani odori nocevili l'odorato. Nuda ben l'anima, e troverai che la dottrina evangelica li farà avere volontà del suo fine, cioè de la beatifica groria, faccendoli prendere la via che la dirissi ad esso. Farà imprima cercare lo modo e 'l mezzo che vel meni con dilgensa grandissima; poi, se quello mezzo è buono e fa per le' o no, tra sé la farà consigliare; dipo 'l quale consiglio, seguitrà il giudicio di quel ch'è 'l meglio; e, aprovandolo poi, guazi con sentensia lo eleggerà; e, elettolo, seguerane una voglia con impeto a l'operassione e sempre si moverà infine che l'arà acquistato; e di quine s'ingegnerà di pervenire al fine, dove troverà lo perfettissimo suo riposo.
CATERINA
Perch'io stringa lo intelletto e unisca, acciò che sia più forte e sottile in nello intendere, mi val poco; ma, anegando quazi nella profonda materia che tratti, pare che tutte le forse perda. Nondimeno ti prego che ti piaccia di spocificare la via e 'l mezzo di pervenire a la perfessione de la spiritual vita dell'anima.
SIMONE
Leggiamo che dice l'Apostulo: « Sopra a ogna cosa carità abbiate, la quale è vinculo di perfessione »: perciò sta la nostra perfessione principalmente in de la dilessione di Dio e del prossimo. Ma perché Iddio è infinito bene, quanto dalla sua parte merita d'esser amato con dilessione infinita, la quale repugna a la creatura finita. Conviene adunqua che la dilessione di Dio s'attendi sicondo le vertù e potensie de la creatura che ama: sì che, se vuole esser perfetta, fa bizogno ch'ella ami, come dice il Vangelo, « con tutto il cuore, con tutta la mente, con
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tutta l'anima e con tutta la sua fortessa ». E ciò può esser in du' modi: lo primo è se ogna sua intensione, ogni suo conoscimento, ogna affetto, ogna operassione, essecussione attualmente referisca in Iddio; e questo è solo in ne' beati che si chiamano « complensori ». L'altro modo è che la creatura si faccia un abito, piglia una consuetudine e uno uzo di ciò che fa per l'amor di Dio a sua laude e groria adoperare: e questa dilessione può avere la creatura in nel mondo; desi, nondimeno, sforsare quanto gli è possibile d'assimigliarsi a la perfessione de' beati e avere lo cuor solo a Dio attualmente intento. E a ciò potrà pervenire per tre vie: la prima è lassare li beni estrinsichi temporali, cioè posessione, denari e ricchesse, le quale spargen la mente e legano l'animo al seculo, non lassandolo a la perfessione pervenire. Unde dice il Vangelio: « Se vuoi esser perfetto, va' e vende ciò che hai, e da' a' poveri, e arai tezoro in cielo, e seguita me », e in un altro luogo dice: « Lo ricco dificilmente enterrà in nel reame del cielo ».
CATERINA
Èmmi grande ammirassione che neuno ricco possa esser perfetto, con ciò sia cosa che Aabraam fusse perfetto e ricco.
SIMONE
Non dico che la perfessione stia in nel lassare le ricchesse, ma nella sequela di Cristo: e la povertà è la via. Può ben essere che alcuno ricco si trovi come Abraam congiunto con Iddio con perfettissima carità, ma radi, perché è molto dificile che 'l vesco e la pece non s'appicchi a chi il tocca. La siconda via è lassare ogna affetto carnale, perché abatachiano l'atensione de la mente e oscurano il suo vedere. Chi per questa via vuole andare, de abandonare padre, madre, fratelli e tutti li parenti che lo vollesseno impedire; de servare continensia in nel corpo e nello animo, perché le passione intrinsiche molto legano e impedisceno lo spirito, assorbendo la ragione la concupiscensia de la carne. In questa via de la continensia sono tre ostaculi fortissimi: lo primo è lo corpo notricato con dilicati cibi e diletti varii, perciò che allora sensa freno
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repugna e combatte colla legge de l'anima: unde, rimovendo da lui li diletti, si de con viglie, digiuni e altri vertuosi essercisii casticare. Lo sicondo ostaculo è quando l'animo vegghia invilupandosi in nelle carnale cogitassione pestifere, perciò che forte lo smuoveno; unde dice Iddio, per la bocca d'Izaia profeta riprende [n] doci: « Togliete le male cogitassione vostre dagli occhi miei ». E a toglierle lo primo rimedio c'insegna l'Apostulo, dicendo: « Parlate tra voi stessi in ne' salmi, inni e cantici spirituali », quazi dica: 'E orate contemprando'; e poi agiunge: « Cantando, esaltando in ne' cuori vostri a Dio ». Lo sicondo rimedio c'insegna Gerolimo, dicendo: « Ama li studii de le Scritture, e non amrai li visii de la carne ». Lo terso rimedio c'insegna l'Apostulo, dicendo: « In giù mai, fratelli miei, ogna cosa vera, pudica, casta, santa, amabile, di buona fama e vertuosa pensate », quazi dica: 'Occupate l'animo in buon pensieri'. Lo quarto c'insegna Gerolimo, dicendo: « Fa' qualche operassione, acciò che 'l dimonio sempre ti trovi occupato ». Lo terso ostaculo in de la via de la continensia è agli omini l'aspetto, lo parlare e 'l conversare spesso colle giovane, e così a le donne è conversare cogli omini; unde lo Ecreziastico dice: « Per la bellessa de le donne molti sono periti »; e agiunge: « Lo suo parlare arde come fuoco »; e poi, amonendo, dice: « Co' la saltatrice non conversare ». La tersa principal via d'andare a la perfessione è abandonare se medesmo, renunsiare a la propria volontà: allora lo Salvatore liberamente si potrà seguitare. Onde dice Cristo: « Chi vuole dipo me venire, neghi se medesmo ». In questo stato perfetto ti veggo, figliuola, avendo promessa povertà, castità e obbidiensa. Sta anco la nostra perfessione in nella dilessione del prossimo,
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dove s'inchiudeno li nimici; la qual de essere imprima vera, amandolo come noi; giusta, amando in lui più le cose spirituale e l'anima [che] le cose estrinsiche e che 'l corpo; santa, essendo per amor di Dio; eficace e operosa, sì che non vi sia se non solo l'affetto, ma esiandio l'effetto.
CATERINA
Vorrei sapere in che sta qui la perfessione, perché mi pare comandamento di Dio l'omo debbia amare lo prossimo.
SIMONE
Lo comandamento è in nella necesità al nimico e prossimo sovvenire; perfessione fi', se, oltra a la necesità, spesiale dilessione se li mostri. E può esser in più modi: prima spogliando sé d'ogna sua sustansia estrinsica per loro sovvenire; lo sicondo, isponendo il corpo a diverse fatiche e periculi; lo terso, ordinando tutta la vita in loro utilità e principalmente a cose spirituale e divine; lo quarto, ponendo e mettendo l'anima o per servitù o per morte. In tal stato sono li vescovi, i quali sono tenuti alli nimici e persecutori con dilessione diversi e molti benefici rendere, dicendo Cristo: « Ecco io vi mando in nel mezzo de' lupi ». Sono tenuti di ponere l'anima per li prossimi, dicente Cristo: « Lo buon pastore dà l'anima sua per le suo pecorelle ». Sono anco obligati d'amministrare loro cose spirituale, per congiungerli con Iddio, e per la loro salute afaticarsi e vegghiare; e ciò in nella benedissione e consecressione prometteno d'osservare: perciò in istato di maggior perfessione che li religiosi sono posti.
CATERINA
Meravigliomi del tuo ditto, perché li vescovi hanno ricchesse, non sono sotto obbidiensa, attendeno più a vita attiva che a la contemprattiva.
SIMONE
Imprima li vescovi sono tenuti d'oservare continensia, poi sono sotto obbidensia non d'uno ma li molti, convenendo per li sudditi con gran solicitudine procurare: perciò lo Sommo Pontefici si tittula « Servo de' servi », quando scrive; poi sono dispensatori e procuratori de le ricchesse de la Chiezza, non proprie; e, avendo pure le patrimoniale proprie, come dicemmo, può essere la perfessione con
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esse. A l'altro dubbio dico, come beato Gregoro, che « lo pastore de esser singulare in nella attiva vita, e sospeso più che gli altri in nella contemprattiva »: questa è la perfetta vita dell'anima, la quale a lo 'ntelletto beatifico la conduce.
MONACHETTA
Perfettissimo Governatore de l'universo, dimostrami la via perfetta e guidami per essa, acciò ch'io possa a la perfessione tua ultima pervenire. So, Signore mio, che dé aiuto a' combattenti, consiglio a' dubiosi, lume a' ciechi, letisia a' tribulati, sigurtà a' paurosi, speransa a li scacciati, salute a l'infermi, riposo a li stanchi, refriggero agli afritti; mostri la via agli eranti, sottoponi le spalle a' cadenti, dé la mano agli atterrati: perciò mi prosterno dinanti a la tua cremensia, che conforti e inlustri li miei avidi spiriti co' raggi de la tua sciensia, sì che sappiano e siano forti e perseverino a andare per la via perfettissima del maestro.

1.14. QUI PARLA IL FRATICELLO, CATERINA E LA MONACHETTA.

[FRATICELLO]
De la mente esce uno volontarioso spirito, per volere dimostrare una perfettissima via che mena l'anima al groriosissimo fine suo.
CATERINA
Dilettomi d'udire le legiadre fantazie del fraticello col pulito parlare: perciò veggiamo ciò che dirà questo spirito sì ardente.
FRATICELLO
Perché dice l'Apostulo « Per molte vie di tribulassione ci conviene intrare in de' reame di Dio », la via d'andare a la groria è di tribulassione e di pugna. E, ciò confermando, Iob dicea: « Battaglia è la vita de l'omo sopra a la terra ».
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Attende dunqua a la battaglia feroce e aspra che fanno li visii e le vertù in de l'anima di ciascuno. Imprima esce fuora la superbia, armata di riputassione e di fausto, tenendosi degli altri migliore in parlare, in isciensa, in ricchesse, e in ogna cosa spirituale e carnale; le saette che gitta sono dispregiare tutti e voler soperchiare. Contra questa combatte l'umilità vile e degetta, gli occhi chinando in terra, gettando polvere e cennere, vermi e putredine, e con remissa voce dicendo: « Cognosciti, che se' de la matera ch'i' gitto, e che non se' più nobile che 'l primo angelo, lo quale per te di tanta sublimità e bellessa cadde in nelle tenebre e in nell'abisso » Esce la vanagroria con gran moltitudine, perché desidera d'esser onorata e predicata da tutti; le cui saette sono apparensia e ostentassione. Contra a questa combatte il timore di Dio, sempre guazi appiattandosi e dicendo: « Occulta le vertuose operassione al mondo co' la volontà e co' l'animo, e solo a Dio che 'l meriti l'apaleza ». Esce la ipocresia, armata di fuora di santità, avendo dentro il contrario; le cui saette sono religione simulata. Contra a questa la vera religione, adornata più dentro che di fuora, combatte, dicendo: « Non t'aricordi de la Scrittura, che dice: 'Guai a voi, scribi e farizei ipocriti! perciò che siete simili a sepolcri imbiancati, li quali di fuora paiano agli omini spesiosi, ma dentro d'ossi morti son pieni'? ». Esce la dizobidensia sensa freno, ciascuno avilendo e vitoperando per non sottoponersi, gridando che solo a Dio obbediensa vuole servare. Contra a questa la suggessione si leva e combatte, le grida de la fernetica e sfrenata innimica con ragione atterando, e dicendo: « Chi avilisce o dispregia i maggiori e prelati, dispregia Iddio e li suoi ordini, perché da lui è ogna maggioria e prelassione ordinata ».
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La cieca invidia combatte con vipere, rodendosi e non potendo patire veruno eguale o maggiore. Ma la fraterna dilessione la riprende, dicendo: « Guardati che, dolendoti de la grandessa degli altri, non caggi in luogo infimo, come lo Lucifero invidioso ». Levasi l'odio, armato di ricordamenti d'ingiurie, dicendo: « Potrai tu amare lo tale, che t'è sempre contrario e sparla di te, assaglìceti villaneggiandoti, li peccati ti rimprovera, sempre cerca d'avansarti in ditti, in operassione, onori? ». Ma l'amore lo rafrena, dicendo: « Sputa l'amaritudine e lo fele, e prende dalla carità la melata dolcessa. No' sai che chi ha in odio lo fratello suo è omicida e sta in nella morte? Seguita il comandamento di Cristo, dicente: 'Amate li nimici vostri, fate bene a coloro che v'odiano, orate per li persecutori e calunniatori vostri, acciò che siate figliuoli del Padre vostro ch'è in cielo' ». Armasi la detrassione con lingua tagliente, sparlando or di questo or di quello, dicendo: « Chi può sostenere e tener segreto quante inniquità lo tale e 'l tale comette, se non chi nel male li consente? ». Contra a la quale libertà de la giusta corressione combatte, dicendo: « Sicondo la Scrittura, 'chi detrae al fratello detrae a la legge' e sarà eradicato; perciò dipo lui non si vuole sparlare, ma in faccia con dilessione e carità fraterna riprendere e amonire ». Viene in nel campo l'ira, piena di sdegni e di impasiensia e di furia, dicendo: « Non si possan sostenere tante ingiurie, anco di tollerarle è gran peccato; se con gra [n] de espettassione non risisto, sensa numero da ciascuno me ne saranno fatte poi ». Contra a questa dice la forte pasiensia: « Arrecati a memoria la passione del Servatore, né fi' cosa sì dura che con forte animo non sostenghi. Considera gli obbrobri, li sputi, li fragelli, li schernimenti, le villanie, le massellate, la corana di
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spine, la croce e l'altre crudeltà che sofferse. Considera che san Piero disse: 'Cristo sostenne per noi passione, lassandoci essempro che noi seguitiamo le vestigie suoe' ». La protervia, no' stando contenta della risposta de la pasiensa, ripercuote, dicendo: « Alli stolti, insensati e brutti animali si vogliano dire parole asprissime, come meritano, e non leggeri! ». A questa s'oppone la mansuetudine, dicendo la sentensia de l'Apostulo al suo discepulo amonente: « Li vecchi none increpare ma prega come padri, li giovani come fratelli, le vecchie come madre, le giovane come suore in ogna castità ». E in un altro luogo dice: « Lo servo di Dio non de litigare, ma esser ma [n] sueto a tutti ». Viene a la pugna lo superbo infiamato, dicendo: « Non ti curare di sparlamento o mormorassione di persona: hai in cielo Iddio per testimone e gli angeli con tutti i santi ». E a questo la sattisfassione, repugnando, risponde: « Non si vuol dare occasione di sparlare, non suspissione di sussurrare, ma apertamente manifestare l'offese che sono da correggere e con umile pretestassione le non comesse negare ». Combatte la tristisia, dicendo: « Che materia di rallegrarti? Non ve' che ciascuno ti fa male? Raguarda con quanto tremore ti conviene sempre stare. Raguarda che ciascuno contra te con fele amaricato si rivolta ». Ma lo gaudio spirituale, amonendola, dice: « Attendete la dottrina di Cristo evangelica, dicente: 'Quando v'aranno perseguitato gli uomini e ditto ogna male contra voi falsamente per lo nome mio, rallegratevi e abbiate letisia, perché in cielo fi' lo vostro merito e premio copioso': nullo luogo adunqua de esser di pianto o di tristisia, poi che tanta letisia succedràe ». Pigliando arme ruginose d'osio, la pigrisia e negrigensia diceno: « Se con continuo studio sempre leggerai o piangerai, ti scurerà la luce, e 'l vedere ti perderai. Se prolungherai in vigilie, in orassione,
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in salmi, e levra'ti di notte a cose spirituale e allo Officio, per la indigistione t'infermerà il cervello e, voltandosi, diverrai in insania e in passia ». A le quale lo virtuoso essercisio risponde: « Perché pensi sì lunghi spasii, che non sai se dimane ci dèi essere? Ode ciò che dice il Vangelio: 'Vegghiate, che non sapete né 'l dì né l'ora' »: leva la ruggine adunqua de l'osio e ricorditi del reame del cielo, che non l'hanno li tiepidi, tardi e negrigenti e molli, ma chi in nelle vertù si fa violensa e sforsasi in nel ben fare ». La dissoluta evacassione procede in nel mezzo, dicendo: « Se tu credi Iddio essere in ciascun luogo, perché sempre in uno ti rinchiudi, perché non discorri per molti? ». Co' la quale la ferma stabilità pugna, dicendo: « Lo primo angelo e 'l primo omo mutando luogo venneno in del piggior. Lotto in Sodoma era santo, e in nel luogo mutato, innebriato, colle figliuole peccòe ». Vien fuora la scapigliata disperassione, dicendo: « Quante iniquità hai comesse, come gravi peccati, e mai non megliori vita, né la conversassione tua non correggi! Se' de la mala consuetudine tenuta sì forte, che, sforsandoti di levarti e scirne, gravando li peccati, ricadi. Che adunqua farai? Li passati peccati ti dannano e nona amendi i prezenti. Datti bel tempo nel mondo, piglia consolassione e diletti, che, perdendo l'uno, non perdi anco l'altro ». Ma la fiducia de la speransa risponde: « Ricorditi che Davit fu omicida e adultero, Manasses peccatore nefandissimo, Maddalena di fornicassione dinigrata, san Piero lo maestro negòe, lo ladrone di tanti peccati commese ebbe indulgensia, Saulo in nel sangue de' marteri si bagnòe e, nondimeno, da Dio piena cremensia e misericordi [a] ritrovò. Ode ciò che nel Vangelo dice Cristo: 'Non vo' la morte del peccatore, ma più tosto che si converta e poi viva' ».
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Dimostra l'avida cupidità le suoe arme, dicendo: « Per disiderare d'avere molte cose non pecchi, non cercando la mutripicassione, ma provedendo al bizogno; poi, quello che altri tien male ispendresti tu bene ». A cui lo dispregiator del mondo risponde risistendo, e dice: « Nulla arecammo in del mondo, e nulla ne portremo; perciò in tutte le tuoe operassione racorditi de la morte, e non pecrai. Considera con quanta solicitudine, ansietà, periculo, paura s'acquistano le ricchesse, e, quanto più n'ha la persona, più in ne l'animo è povertà, acrescendosi l'apitito. Attende l'Apostulo: 'Coloro che vogliano diventare ricchi caggiono in tentassione e in lacciuoli del dimonio e molti desiderii nocivi, li quali afondano l'omo in perdissione e in morte' ». Lo ostinato cuor dice: « Se le cose che possedi dé a poveri, come li suggetti [nutri] ? ». Contra il qual la miziricordia risponde: « Sicondo la Scrittura, 'giudicio sensa missericordia si farà a colui che non farà miziricordia'; perciò, come dice lo profeta, 'rompe all'affamato il pan tuo, e li bizognosi e vaghi mena in nella casa tua; quando vedi il nudo, cuoprelo, né vogli dispregiare la tua carne' ». Lo furto dice: « Se non togli l'altrui, non potrai del propio esser ricco né sofficiente »; e la fraude l'aiuta, dicendo: « Se ciò che t'è comesso conserverrai e consegnerai lealmente, poco consiglierai alla utilità tua e degli amici e de' compagni ». A' quali la innocensia risponde: « Meglio è essere povero che veruno con furto offendere o con fraude. Incorpora la parola de l'Apostulo, dicente: 'Né furi, né rapaci lo reame di Dio possedranno' ». La fallacia dice: « Non ti posso dare ciò che tu dimandi per la tal cosa e per la tale », i suoi modi collorando. E lo mendacio dice
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sempricimente non poter quel che può, sensa veruno colore. Ma la verità risponde ad amburo: « Neuno si vuole ingannare, perché 'la bocca che mente ucide l'anima' ». La golosa vorocità del ventre dice: « Per mangiare Iddio creò tutte le cose monde: però chi rifiuta di sasiarsi de' cibi a' doni concessi da Dio contradice ». La temperansa e parcimonia risponde: « Ode ciò che dice il Vangelio: 'Attendete che non si gravino li vostri cuori in nel mangiare e nel bere' ». La vanagroria e sconcia letisia dice: « Perché nascondi l'alegressa dentro? Dimostra lo gaudio di fuora, fa' ridere la gente, fa' lieto ognuno, tenendo te e loro in solasso e in festa ». Ma lo moderato pianto risponde: « Deh, unde ti viene tanta letisia? Hai forse vinto lo dimonio? Se' scampato da le pene de lo 'nferno? Haine sigurtà? Se' venuto a la groria? Considera ciò che dice Salamone: 'Lo riso si mescolerà col dolore, e lo fine de la allegressa fi' occupato dal pianto': passia è chi si rallegra essendo tra tenebre impregionato ». Lo molto parlare dice: « Non è ditto male di chi parla assai e bene, ma di chi rado e male ». La discreta taciturnità li risponde: « La Scrittura dice: 'In nel molto parlare non manca peccato', perciò che vi si meschiano parole osiose e innutile, de le quale converrà a ciascuno rendere ragione al giudicio ». La lussuria e immundisia diceno: « Non è gran peccato dillettarsi in carnalità, in qualunca modo ti pare ». Ma la integrità de la carne risponde: « Sicondo l'Apostalo, 'l'inmondi non possedranno lo reame di Dio' ». La fornicassione corporale dice: « Perché non ti dilati in ne' diletti con femine? Perché perdi il tuo tempo, che corre si veloce? Non sai che Iddio in principio creò lo maschio e la femina, perché insieme si
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congiungano? ». La mundisia de la carne risponde: « Ode lo comandamento de l'Apostulo: 'Fuggite la fornicassione, fratelli: né gli adulteri, né gli fornicarii aranno lo reame di Dio' ». La spiritual fornicassione dice: « Non è peccato né cosa danevile consentire a' desiderii carnali, se già l'operassione non seguisce ». Ma nettessa del cuore risponde quello che nel Vangelio dice Cristo: « Chi vedrà la donna [con] concupiscensia, già con lei arà peccato con fornicassione in nel cuor suo ». L'appetito del prezente seculo dice: « Che più legiadra, qual più bella, qual più onesta, qual più dilettevile [cosa] che ciò che veggiamo nel mondo? O quanto è meravigliosa la cammera del cielo, in ne l'aire giocondo, nel lume del sole, in nel crescimento e mancamento de la luna, in nella varietà de le stelle e nel corso! Quanto è dilettevile la terra, in ne' fiori de' boschi, in nella suavità de' frutti, in nell'amenità de' prati e de' rivi, in nella sommità de le biade, in nelle foglie de le vigne, in nel cacciare, in uccellare, in nel ca [n] to di diversi ucelli, in nel suono di varii istormenti, in ne' legiadri portamenti de le donne e bello aspetto! ». A cui risponde l'amore de la patria celeste: « Se ti dilettano le cose che sono sotto il cielo, perché non ti dilettano più quelle di sopra? Se la pregione è sì bella, la casa e la cità come srà fatta? Se la abitassione del forestieri ti pare sì meravigliosa e dilettevile, quanto ti pararà quella degli eredi e figliuoli? Se li mizeri e li mortali stanno sì bene, come staranno li immortali e li beati di sopra al cielo? Nulla aversità perturba, nulla molestia inquieta, nulla necesità dà angoscia, ma regnavi perpetua letisia, ogna bene ». Questa è la via dura e forte per la quale conviene che vada l'anima al suo quitissimo fine. Ma fa bizogno che in le' si riducano sempre e
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abitino [le vertù] , colle quale prosterni e scacci gli opoziti visii e peccati.
MONACHETTA
Chi sarà tanto forte, qual sì gagliardo, chi si vigoroso, che colle perfettissime ragione delle vertù vinca e prosterni li visii sì astuti, e sia coronato di grasia come grorioso vittore? O incomprensibile magnificensia e immenso potente Iddio, so quando vuoi iscacci e atteri la superbia, ch'è signora e radice de' visii, cogli altri peccati a te dispiacenti, e le vertù che innanti t'assisteno in nella mente infundi. Apre testé la porta del tuo regno, per la quale mi manda la tua nobile ancilla chiamata umilità, capitana delle vertù, sì che lo 'nfiato animo abassi. Imprimi in nello intelletto vero cognoscimento di me, e, purificando la mente, adorni di tale figure sprendide ch' a te piaccia; dalli in mano una fiaccula accesa del tuo amore, colla quale mi percuota, accenda e ucida dell'anima le serpe e le vipere de' peccati, che la superbia, capitana e madre de' visii, v'ha messi. Signor mio, mandala tosto, però che sempre la superbia mi sta a lato, piena di serpenti velenosi e focosi, li quali colli loro fischi mi spaventano e con morsi mi danno pena mortifera; porti anco un bussulo d'unguento di grasia, sì che le vecchie piaghe risani, le putride liberi, le fresche subbito medichi, da le futture conservi. Manda questa umilità, guida de le vertù, Signore, che adorni l'anima di perle di purità, di diamante di fortessa, di zaffiro di contemplassione, di topasio di castità, di balascio di sciensia, e di tutte altre gemme di vertù. Fa' che la vesti di fede formata, spozila con ubidente religione, coronila di perseveransia, la quale dipo la vittoriosa battaglia li doni la beata groria al suo perfettissimo fine.

1.15. QUI PARLANO CATERINA, SIMONE E LA MONACHETTA

CATERINA
Entra, maestro, in nella tua materia, e pacientemente sopporta il fraticello, quando comunicasse sì leggiadre fantazie e nobile.
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SIMONE
Recitato il Vangelo, si canta il Credo, a significare che la dottrina de la fede cattolica si de' prubbicare, confessare e insegnare. Qui voglio che sottometti lo intelletto, lassandolo da la verissima fede inlu [m] i [n] are e riempiere di perfette immaggine, però che non troverai verune ricchesse, veruni tezori, veruni onori maggiori che la fede cattolica. Questa li peccatori salva, li ciechi inlumina, l'infermi cura, li cristiani batteza, li fedeli giustifica, li penitenti risana, li giusti acresce, corona li martiri, le vergine, le vedove, le maritate con casto pudore conserva, ordina li cherici, li sacerdoti consacra, e in nella etterna eredità alluoga co' santi angeli beati: questa, adunqua, insegna, confessa e impara.
CATERINA
La mente, disiderosa sempre di più sapere, aspetta che, sponendo lo Credo, particularizzi tutti gli articuli de la fede.
SIMONE
Attende con pasienti orecchi e, perch'io li divida in più che dodici articuli, non ti cura. Lo primo articulo è che dobbiamo credere in uno Iddio. Dovea lo primo articulo incominciare dalla unità, come la fede è una, quazi una via menante a la groria, overo uno corpo congiungente li fedeli come membra, overo uno lume inlustrante l'anime de' cristiani. Contra a questa unità peccano li cismatici, vollendo dividere la tunica di Cristo inconsutile, cioè la fede, la quale è una, come d'uno governatore d'ogna cosa: perciò incomincia « Credo in uno Iddio ». E nota qui che, dato che si potesse per ragione provare esser uno primo motore e principio, nondimeno fu necessario d'averlo per fede, perché non era capace lo 'ntelletto di ciascuno di comprendere la ragione; e anco la fede in tre persone confessa uno Iddio, che per dimostrattiva ragione non si prova. Guarda, figliuola, che offendendo contra a questo articulo, come li gentili e pagani non adori e credi più iddii, amando più padre, fratelli o altra creatura che Iddio, o i dimoni in tuo aiutorio invocando.
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Lo sicondo articulo è credere in del Padre. Unde dice « Padre », qui s'incomincia la distinsione de le Persone; e prima si nomina la prima Persona de la Trinità, che è il Padre: questa è la fonte de la inneffabile origine, a la quale li Dottori atribuiscino la potensia, acciò che non si creda che per vecchiaia sia debile e impotente, perciò sogiunge la fede: « omnipotente »; atribuisceli anco la memoria, la quale indebilisce e suole mancare in de' vecchi. Qui, figliuola, se vuoi credendo onorare la Persona del Padre, fa' che disponghi si la tua memoria, la quale a lui è atribuita, che non perda la sua similitudine in le' impressa.
CATERINA
Caro maestro, dimostra come io la possa disponere degnamente.
SIMONE
Voglio che li pogni due ale, cioè la considerassione della mizeria de l'omo e de la miziricordia del Creatore, colle quale si sollevi e voli libera, conversando tra gli angeli e beati. Pensa imprima com'è breve la vita, quanto corre, come incerto lo morire, con quanta mizeria in de la vita intrammo, con quanta fatica e dolore viviamo, con quanto pianto ne dobbiamo iscire, di quanta amaritudine è meschiata ogna dolcessa e gincundità de la vita. Pensa come è fallace, come incerto, come innistabile, come passa tosto ciò che ci alletta o parci bello in nel mondo. Arrecati anco dinanti agli occhi li passati tempi e li dì della tua vita, e considera li sostenuti mali, le vane fatiche, li frustati sudori, li fini fallaci c'hai avuto. Reduce anco a memoria la miziricordia e benignità di Dio: imprima infiniti beni ci dona, de' periculi con cremensia ci cava, né per li innumeri peccati nostri può esser vinto che non ci abbia miziricordia; amonisce coloro che dimenticano, li suoi contrarii a sé revoca, riceve benignamente chi a lui va, perdona a' penitenti, guarda i perseveranti, tiene l'infermi, solleva i caduti, le male dilettassione converte in amaro, a' tribulati dà co [n] solassione, non viene mai meno a' peccatori
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che non li coregga e a' giusti che non li guardi, e a l'utimo a li purgati con afrissione e dolore rende vera quiete con perfettissima pace. Impiendo di questi pensieri la memoria sarà degnamente disposta e, avendo in sé la imagine di Dio Padre, agevilemente con accesi spiriti lo confesserà e crederà. Lo terso articulo che si vuole credere si è che sia Creatore del cielo e de la terra, di cose spirituale e corporee, d'ogna cosa vizibile e invizibile. Questo dimostra la bontà di Dio innarrabile, la quale per la creassione de l'universo si vede; è contra Aristotile e suoi seguaci, che 'l mondo etterno poneano, negando la creassione potere essere, e contra li Manchei, ponenti delle cose vizibili esserne cagione lo dimonio. Qui, figliuola, si dirissi il tuo animo prima a cognoscere la maestà innefabile per la magnificensia e bellessa delle suoe creature. Contempra li spiriti angelici, li grandi corpi celesti e i loro ordini, le luminose stelle e i movimenti mirabili, gli ucelli valantili, li pesci varii, gli animali quazi d'innumere generassione, le fiere, l'erbe, i fruttiferi arbori; e, vedute le molte e nobile spesie, pensa la nobilità incomplensibile del Fattore. Dirissinsi anco li tuoi spiriti a renderli grasie, perciò che 'l tuo esser e ogna cosa è da lui: se bellessa, se fortessa, se sciensia, o sapere, o altra grasia in te trovi, da lui procede, come da fonte abondantissima e riboccante. Considera anco la grandissima dignità de l'omo, che fu creato a la divina imagine, dipo l'angelo più nobile di tutte le creature, fatto di loro signore: e, in questa considerassione, teme e vergognati di guastare o scurare la tua anima col peccato. Impara anco qui a esser pacientissima, pensando che, se creatura veruna ti nuoce, lo premette Iddio per purgare le peccata, per umiliare la superbia, per provocarti a l'amore. Lo quarto articulo è che crediamo in nella siconda Persona de la Trinità, cioè in nel Figliuolo. Unde seguita: « E in uno Signore », dandoci a intendere che non è servo perché pigliasse la forma del servo, ma è grorioso in vertù e potente, perciò lo chiama « Signore ». E è anco grasioso e copioso in dare doni, perciò dice « Iesù Cristo »: « Iesù » viene a dire 'Salvatore' e « Cristo » 'unto', onde ci mostra
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che salva l'anima e unge di carità e di grasia. Seguita: « Figliuolo di Dio unigenito », dove si dicerne che è distinto dal Padre; e perché non si creda non esser coeterno con lui, s'agiunge: « e del Padre nato innanti a tutti i secculi », quazi dica: 'coeterno è con esso'. Poi, le quelità dimostrando, dice: « lume di lume »; ma vollendo che figliuolo non adottivo ma naturale ciascuno creda, inferisce: « Dio vero di Dio vero »; e contra alcuni ponenti lui esser creatura overo fatto, dice: « generato e non fatto »; poi agiunge: « consustansiale al Padre », eschiudendo la diversità della essensia; ultimo conchiude: « per lo quale è fatto ogna cosa », contra coloro che ciascuna cosa dal Padre vogliano dire. Considera, figliuola, questa siconda Persona, cioè lo Verbo innefabile, al quale li Dittori atribuisceno la sapiensia, e sforsati di perfettamente crederli e degnamente onorarlo.
CATERINA
Piacciati di mettermi in nella via, sì che l'anima degno onore fare li possa.
SIMONE
Leggiamo in nella Scritt [ur] a che « la sapiensia si edificò una casa », dove egli intagliò sette colonne: perciò, se cerchi onore debito renderli, fa' de l'anima tua, dove sette colonne vi rissa. La prima colonna sia la renussasione de le cose terrene. Questa rissa con considerassione che v'è appiattato veleno pestefiro a l'anima; reduce a la memoria lo propozito della povertà ch'hai promessa, e medita le essemplare operassione del tuo Creatore, che amò la volontaria povertà. La siconda sia la fortessa e pasiensia in nella afriggente cose e averse. Questa vi ferma raguardando la breve fatica e piccila, considerando l'amore de la retribussione ch'aspetti e cognoscendo la remunerassione durabile e etterna.
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La tersa è la celestiale meditassione, la quale porrai in nello edificio, le tentassione reprimendo, fuggendo i peccati e tutta di santi disiderii infiammata. La quarta è la regulare osservansia e vivere con sante cirimonie inver' lo cielo dirissante. Questa procura di ponervi, prosternendo l'astusie del dimonio malivolo, le vertù e i beni conservando in nell'anima, e, sicondo le forse, edificando il prossimo e ezortando. La quinta sia la pace e somma concordia; la quale se fermare disideri, acomunica ogna cosa, serve volentieri a ciascuno e abbi a le sorelle reverensia e a l'eguale. La sesta sia la pronta obbidiensia e umile, la quale si troverà in dell'anima, se fi' in nel comandare benignità, in obidire discressione semprici e siavi aiuto di infuza grasia supernale. La settima sia la purità de la mente, la quale soliderà l'anima, se la tua mortalità e viltà spesso consideri, se srai accesa di carità tenace e fervente, se srai di confessione con netto lavacro depurata.
MONACHETTA
Sforsandosi lo intelletto con tutte suoe potensie, con aldacia e con empito, pervenire a la invizibile essensia e persone distinte, cade in della via e vien meno; piange e lamentasi con pianto rottissimo, perché li suoi occhi non hanno vigore di comprendere ciò che 'l maestro ha ditto. Ma la volontà, consolandolo e confortando, lo raconsula con persuasione dolcissime de l'altorità de' maggiori. Onde, prendendo ardire, in sé rinchiudendosi, a la volontà sta suggetto, prontissima obbidiensa promettendo. Credo adunqua la maestà innefabile, comprendo la pietà e benignità del Fattore; tutta spaurita tremo, Signor mio, la maestà contemplando, sapendo in quante cose l'hoe per dizobbidiensia dispregiata; perciò, ingegnandomi da le' fuggire, ricorro a la crementissima tua pietà, ricorro al fuoco dell'amor tuo che mi scaldi; ma temo che, essendo a la maestà stata contraria, non sia anco trovata ingrata a la misericordissima tua pietade. Che mi vale, cessando le mane
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e non lo petto, se la bocca sta cheta, non riposandosi il cuore? Trovo che movimenti de l'animo e li pensieri velocissimi contra te combatteno con dispregi: combatte lo movimento della mia iracundia contra a la tua dolce mansuetudine, quello della invidia contra a la carità, quello della lussuria contra a la castità, quello della bruttura a la tempera [n] sia; e così [in] del ceno pussulente del mio petto continuamente bolleno e fanno tempesta li movimenti pestiferi, impugnanti la carità lucidissima del tuo volto. O vita mia dolce e amabile amore, resucita li spiriti tenebrosi e già morti! Dove se', vita mia, amor mio, conforto mio? Dove ti troverò, sì ch'io possa in me morire e in te vivere? Si'mi presso in nel cuore, si'mi presso aiutarmi, dirissa la lingua, guida le mani, mena li piedi, governa li sensi. Veggiomi intrare in de le merolle de l'anima lo tuo penetrattivo odore recreante, e, riempiendo la memoria, mi sana. Piacciati non nascondermi la tua faccia, ma, raguardandomi, scaccia [mi] co' raggi tuoi ferventi dallo abisso de la mente tenebrosa. Ch'io ti possa vedere, intendere, cognoscere, comprendere e amare!

1.16. QUI PARLA SIMONE, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

SIMONE
Lo quinto capitulo degli articuli s'apartiene a l'umanità, e è de la concessione del Figliuolo. Unde, di lui parlando, dice: « Lo quale per noi omini e per la nostra salute », quazi dica: 'E non per salute de ' dimoni', come disseno molti, « discese di cielo », dove dà ad intendere che fu vero Iddio, e non puro omo, sì come palve ad alcuni. E perché alquanti disseno che non prese vera carne ma aparente, sogiunge: « e incarnato è », m'a rimuovere lo errore dicente ch'era di seme virile coccetto, specifica: « di Spirito Santo ».
FRATICELLO
Donami, maestro, licensia ch'io una fantazia ci metta.
SIMONE
Piacemi e prégotene.
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FRATICELLO
Apre qui, Caterina, la porta de lo intelletto, e raguarda con agute pupille la nobile imbasciaria che andò a la maestà innefabile, perché venisse la increata sapiensia ad incarnare. Raunonsi le vertù, e, combinate a coppia a coppia, per compassione della umana natura sternate dinanti al trono di Dio, cioè de la eccelsa Trinità beatifica, pregando che 'l Verbo divino carne umana prendesse, proferìttensi tutte di ministrarli con solicitudine, e ciascuna prese il suo propio offficio, se descendesse in del mondo. La fede e la umilità fu la prima coppia; e insieme si giunseno, perché per consiglio di umilità la fede quello che non vede afferma. Queste promisseno esser baile se descendesse e in nella natività tra le loro braccia ricevere lo fanciullo. La temperansa e liberalità insieme acompagnate, perché ogna soperchio della liberalità la temperansia ricide, dipo queste seguitonno, dicendo che con abondante acqua temperatamente lo lavranno. La co [n] fessione e contrissione dilette compagne, perché la confessione produce ad effetto ciò che la contrissione ha incominciato, offerittensi d'asciugarlo e forbirlo. Andonno insieme la carità e purità, perché la carità unisce l'anima dove è purità coni Iddio, e promisseno pesse e pannicelli dove involger si potesse. Acompagnosi la pace e la santa gelozia, perché la santa gelosia, cacciando ogna odio, cerca pace, e vantonosi donare fasce, colle quale le membra tenerelle si potesseno stringere e fasciare. Congiungesi la meditassione e orassione, perché l'orassione perfettamente parla quando la meditassione è accesa, e disseno che a lattarlo e notricarlo sono disposte. Acompagnosi la devossione e pietà, perché la divossione entra in de l'anima dove è pietà di se stessa, e offficio preseno metterlo in de la culla.
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Combinonsi l'ubbidensia e prudensia, perché la prudensia dimostra lo bene che l'ubidiensia de abracciare, e proferittensi che in collo lo porteranno. Andovi la misericordia e mansuetudine, perché la misericordia seguita li mansueti, e, promettendo giocarelli, disseno con lui giocare e lui dovere lillare. Pigliosi per mano la speransa e pasiensia, per la speransa abitando la pasiensa in del mondo, dicendo quando fi' grandicello che 'l calsranno. Funnovi i [n] sieme la giustisia e fortessa, perché la giustisia sensa la fortessa non vivrebbe, e promisseno di vestirlo. Collegonsi la parola di Dio e la letisia, perché [ per ] la porola di Dio l'anima si rallegra, e proferìtensi di menarlo per mano. La perseveransia, adornata dalla discressione, si congiunse con essa, dicendo ambure che sempre da ogna fatica e tedio lo conservranno. A l'utimo la loda divina e la gratitudine insieme v'andonno, perché la gratitudine la loda di Dio de in bocca di ciascuno con meloda suavissima giubilare, e offerittensi che continuamente innanti li servranno. Con questa imbasciaria mandò Iddio Padre lo suo Figliuolo unigenito in del ventre de la groriosa vergine Maria, in nel quale fu dal Santo Spirito conceputo.
[SIMONE]
Lo sesto articulo è de la temporale nattività del Figliuolo, de la quale imprima, rimovendo lo errore di coloro che diceano che lo Santo Spirito uno corpo in del ventre de la Vergine avea messo, dice: « nato di Maria vergine »; e è diverso articulo dalla concessione, perché fu in diverso tempo e perché è nuovo e dizuzato miraculo che, rimanendo vergine, parturisca. Ma contra ad alcuni predicanti in Cristo non esser stata anima, ma umana carne sola e divinità, inferisce: « e
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omo fatto è », quazi dica: 'con rassionale anima e con carne'. E vedrai in questa nattività mancata la oscurità delle tenebre, renduta agli occhi de' fedeli la luce chiarissima, lo mondo la sua reperassione ricevere, lo Creatore delle stelle e lo Rendentore del mondo pendere alle mamille della Vergine madre sua. Vedrai colui che etternalmente procede dal Padre intrare la volubilità e mutabilità de' seculi, esser recevuto da' corsi de' tempi velocissimi e degli anni. Riceve per considerassione della nattività questo fanciullo Iesù Cristo, lo quale fu innanti a' seculi tutti generato. Aparecchiati, però ch'elli si degna di vedere te, d'abracciarti, di stringerti, né mai lassarti, se imprima non lassi lui. Aparecchiati e sappi che costui che è nato, lo quale dèi adorare con pura mente e mondo cuore, è tutto in del mondo e tutto in cielo: tutto in nel mondo a redensione, tutto in cielo a grorificassione; in nel mondo per riducere li pelligrinanti, in cielo per ricevere li pervenienti. Accingeti e raguarda, però che vedrai Iddio fatto omo, lo Creatore creatura, lo ricchissimo povero, lo conditore de la legge per noi diputato destruttore d'essa. Amò noi per riceverci, umiliò sé per essaltare noi. Acci [n] geti, però che vedrai con sottilissima pupilla di fede in uno medesmo Iddio e omo, la divinità incarnata, la maestà suggiugata, la libertà impregionata la potensia debilitata, la etternità terminata, la verginità fecundata, la vita infermata. Acingeti e sii aparecchiata con mente pura, con intera fede, con carità sincera, che, quando a te verrà per volerti seco congiungere, aprendoli tosto, in nella mente e in de l'anima lo riceve. Lo settimo articulo è della passione di Cristo, sepultura e sua morte: non solamente vuole la fede che crediamo che sia nato, ma, sicondo che disse, « crocifisso anco per noi da Ponsio Pilato, con varie pene e passione, morto e sopellito ». Qui, figliuola, voglio che ne' segretissimo del cuore tuo scrivi le ferite del tuo Creatore col sangue suo presiosissimo, acciò che vi possi leggere lo dolore de la sua passione acerbissima, avendone pena continua, e legghi anco il suo ismizurato amore, del quale s'infiamino li tuoi spiriti. Raguarda imprima il capo che adoravano gli angeli esser con ispine pungentissime traforato,
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gli occhi più chiari che 'l sole oscurare per la morte, la bocca che parlava cogli angeli di fele e d'aceto bagnata, la faccia bellissima piena di sputi e per le massellate livida, le mane che fabricavano li cieli in croce confitte; solo li rimase la lingua, per orare al Padre e per racomandare al discepulo la sua madre. Qui pensa e cognosciti chi se' tu, per la cui salute tanto s'è umiliato, la quale tanto abbia amata, per la quale sia disceso in pregione e abbia morte vitoper [os] issima sostenuto. Considera qua [n] te cose dure sostenne: in nel parlare avea contradittori; in nello parlare maldicitori; in ne' tormenti erano schernitori. Sarai tu tanto dilicata e golosa, che non t'astegni, considerando il calice che bebbe? Sarai tanto iracundia, che non perdoni, vedendo lui perdonare? Sarai tanto ria e perversa, che non ti dogli, raguardando le suoe pene sì aspre?
MONACHETTA
O benigna miziricordia, o carità accesa, o profundissima umilità! I' Re de' cieli e degli angeli, perché non perisse l'omo, ch'è vermo vilissimo, descendendo de' reame groriossissimo, vestittesi di corruttibile carne e passibile, pigliò l'arme del servo, venne per lui a combattere e con dura sua morte e passione acerbissima lo liberòe. O buon Iesù, quanto m'abracciasti strettissimamente, quando t'iscitte lo sangue del cuore, l'acqua del lato, l'anima del corpo! O dilettissimo giovano, benigno Signore, che facesti, perché dovessi sostenere tante pene? Io, mizera peccatrice, fui cagione di tua morte! Io era degna di perire, io dovea esser afritta, e non tu! O anima mia, va'a riposarti sotto l'ombra de la santissima croce, dove troverai frutti dolcissimi, li quali a le tuoe infermità perfettissimi rimedii daranno; va' riposarti sotto l'ale del buon Iesù: qui li peccatori, li disperati, li tribulati hanno sicuro refugio e rifrigerio singulare. O anima mia, se tu avessi colte le gocciule del sangue cadente, non l'aresti tu care e guarderestile con molta dilegensia sollicita? Quanto maggiormente dèi guardare te, per cui quel presio [si] ssimo sangue sparse! O buon Iesù, quante cose per noi sostenesti: dure e aspre parole, più dure battiture, ferite durissime in nella dilicata
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carne tua! O indurato e ostinato cuore, o insensata anima, la quale tanta benignità non amolla, tanta fiamma di carità non accende, tanta degetta umilità nona abassa! Ingegnati, anima [mia] , di trasformarti in lui, però ch'egli è trasformato in te; ama lui, dal quale se' tanto amata; attende a lui, imperò che elli intese imprima a te; cerca lui, imperò ch'elli va te cercando. Eleggelo sopra tutti, però che t'ha cavato del lago della mseria e de' loto della feccia. Quando ti verrà meno ogna cosa, solo egli ti serverà fede. In nella tua sepultura si parterrano gli amici e abondoneranoti li parenti; solo egli ti difenderà da' dimoni ruggenti e mugghianti aparechiati a divorarti, e conducerati per paeze a te ignoto al palasso e a la groria sua superna.

1.17. QUI PARLA SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA.

[SIMONE]
Elegge, divota figliuola, attendere a la dottrina salutifera, de la quale mi pregasti.
CATERINA
Così vo' fare, e pregoti che seguiti.
SIMONE
L'ottavo articulo che si de credere è che l'anima di Cristo per la liberassione de' Santi Padri discendesse a lo 'nferno. Questo articulo non fu posto in questo, ma da' Padri del Concilio fu lassato, o forse perché non vedeano molta utilità a predicarlo, o perché voleano che s'intendesse
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inchiudere in quello dinanti. Questa liberassione de' Padri santi ch' erano incarcerati in inferno fatta da Cristo ti dà, figliuola, imprima sigura speransa che, essendo sua vera spoza e amica fedele, t'aiuterà in ogni tua afrissione, e dalle tribulassione con rimedii salutiferi ti difenderà; dèi anco concipere amore, vedendo ch'elli libberò li suoi amici. Voglio anco come l'anima di Cristo per nostra salute allo 'nferno discese, così l'anima tua per salute propia con ispessa considerassione vi discenda. Considera lo 'nferno, e vedrai ch'è larghissimo, sensa mizura niuna, e cupissimo, sensa fondo, e insasiabile, ricevente così li poveri come li ricchi, e pieno d'ardore incomperabile, di fetore intollerabile, d'infinito dolore. Quine è ogna miseria, quine tenebre, quine nullo ordine, quine errore etterno, quine nulla speransa di bene, quine è ogna male; li dimoni quine di gridare non cessano, di percuotere li peccatori non si stancano né rimagnano: ora lo superbo, testé lo 'nfiato, poi lo vanagrorioso, ora lo lussurioso, ora il traditore, ora lo detrattore, ora l'omicida, ora l'uzuraio, ora il bugiardo, ora l'adulatore, ora lo detrattore. Gridano fortissimamente e [che] diceno, se non: « Percuote, straccia, ucide, squarta sensa morte, spoglia spacciatamente, afrettati di rubbare, porta l'acqua bollente, porta la bragia, aparecchia la pece, strugge l'ariento e l'oro »? Questo, figliuola, considera, e guarderaiti dal peccare per paura di queste pene terribile durabile in etterno. Lo descendere anco di Cristo a lo 'nferno ti dà essempro di grande dilessione; e però, sì come egli andò per salute de' suoi, così tu t'ingegna a' morti amici e parenti con Messe, digiuni, limozine e orassione. Lo nono articulo è che 'l terso dì risucitò da morte. Qui, figliuola, ti sforsa; come Cristo resucitò, così l'anima tua, morta per lo peccato, fa' che resurga e resuciti il terso dì, cioè dal peccato originale, veniale e mortale. Abbia imprima i raggi della contrissione, e fi' il primo dì; sia inlustrata dalla confessione e riscaldata, e fi' il sicondo; sia animata dalla
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saddisfassione, e il terso dì fa che rusurga come Cristo a vita incorruttibile, non ricadendo più i' ne' peccati e fuggendo e schifando ciò che gli era occazione o matera di morte. Qui anco nota che, come in nella resurressione fu uno grande tremuoto, apersesi il sepolco, apparveno gli angeli, così la contrissione è tremuto in nell'anima, la confessione è aprire lo sepolcro, e nella sattisfassione apariscano gli angeli a confortare, sostentare e resucitare l'anima penitente. Anco, se scaccerai la suggestione de la dilettassione, se spegnerai la concupiscensia de' sentimenti, se sanerai la mente del consentimento suo pessimo, sarai lo terso dì sucitata. Se i' ne' pensieri arai lume di grasia, se dal Santo Spirito lo parlare fi' acceso, se in nelle vertuose opere, nulla necessaria lassandone, israi fervente e solicita, sarai lo terso dì sucitata. Lo decimo articulo è che saglitte in cielo e siede da la ma' diritta del Padre. Ingegnati qui di saglire sopra i cieli, e da mano ritta, cioè in nella divinità e nella sua beatifica groria, lo raguarda. Saglie lo primo cielo, ch'è de la Luna, la quale è sprendore de la scura notte e con sua fredda infruensia l'ariento genera in de la terra: questo cielo è de l'umilità, che lo tenebroso mondo illumina, e nell'anima la sonora celestiale sapiensa intromette. Saglie lo secondo cielo, ch'è di Mercurio, lo qual sempre seguita il sole, seguitando le pedate e vestigie di Cristo, che è vero sole. Saglie lo cielo di Vennere, che è pianeta liberalissima a tutti, dando de' temporali e spirituali tuoi beni a' poveri e bizognosi. Va' a quello del Sole, generante in nella terra l'oro purissimo, ripiena e accesa della luccicante aurea carità. Trapassa lo cielo di Marte fortissimo, essendo armata di fortessa fermissima, per la quale non superbi in nella prosperità, né in de la aversità sii depressa. Trova lo cielo di Giove, che ha de religione il domminio, cognoscendo la tua religione santissima
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e osservando. Dipo questo troverai quello di Saturno, che spregia la terra; unde, spogliandoti di cose frussibile, ingegnati in nelle celestiale contempra'. Va' anco più su, e vedrai lo cielo de le Stelle fisse: allora e tu procura l'altre fermare in dell'anima. E poi, passati, se altri v'ha, più cieli mutabili, pervenghi allo immobile, dove è Iddio: quine, immobili stando, i tuoi spiriti contemprino lo infinito bene dilettevile, dove, innebriandosi, non s'aricordino più di cose corruttibile di qua giù.
MONACHETTA
O anima mia, fugge un poco le tuoe occupassione mondane, appiattati dalle tempestose cogitassione tuoe mondane, scaccia le grave cure e pospone le faticose brighe, vacando un poco a Dio e riposandoti in lui. Entra in nel letto della tua mente, eschiudene ogna cosa fuor che Iddio e de fuor che quelle cose che t'aiutino a cercarlo; poi, chiuso l'uscio, con solicitudine lo cerca. Signor mio, insegna al cuore per che via ti debbia cercare, e dove ti debbia trovare. Ora m'è ditto che se' a lo 'nferno, ora in nel mondo, ora in cielo. Se non se' qui, dove ti troverò? Se se' qui colla divinità, perché non ti veggio? Che segnali hai o che faccia? Io non ti viddi mai, io non ti connoscerei! Pregoti, mi ti dà a cogno [sce] re, sì che 'l cercare non sia vano. So bene che se' tutto amorevile, tutto piacevile, tutto benigno, tutto misericordioso, tutto largo; ma, prégoti, mostrami il volto, il volto tuo vo cercando. Che farà questa serva mizzera, angosciosa, gittata da lunga dalla faccia tua? Signor mio, io disidero di vederti, e èmmi troppo da lunga il tuo aspetto. Vorrei venire a te, e è innaccessibile la tua abitassione; io non so il luogo tuo, io non cognosco il volto, e l'affetto ci è pure di cercarti, e da te sono anco creata per vederti! O mizera sorte del primo omo, quando perdette quello per che fu fatto, perdette la beatitudine per la quale fu creato, trovòe miseria per la quale non fu fatto, partittesi Iddio, sensa il quale niuno è felice, rimase il mondo e 'l dimonio, ciascuno fallace e pieno di mizeria! Signor mio, viemmi incontra, ch'io non posso venire a te, se tu non m'aiuti e
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soviemmi, se tu non raguardi la mente. Tanto cercherò, ch'io ti troverò; tanto picchierò, che tu m'aperrai; tanto sarò importuna, che mi metterai in de la via; tanto t'amerò, che mi piglierai! Menami teco per lo mondo, e verrò volontieri; menami teco per lo 'nferno, e non temerò; menami teco in cielo, e goderò. Te vo' cercare, te veracemente pigliare, te realmente cognoscere; e, trovato ch'i' t'arò, con tanta fortessa, sì dolcemente, con tanta suavità ti terròe, che mai più non ti perderò, non ti smarrerò, né srai tolto.

1.18. QUI PARLA SIMONE, CATERINA, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

SIMONE
Seguita l'undecimo capitulo degli articuli, lo quale s'apartiene anco a Cristo, e è che dobbiamo credere ch'elli verrà un'altra volta, con magnificensia, groria e potensia, a giudicare li vivi e li morti, lo cui reame poi non finerà. Qui vo' che levi lo velo dagli occhi mentali, per potere vedere lo fotturo severo Giudici giudicare. Imprima, per testimonio de' profeti fedeli, in nella valle di Giozafat fermerà lo Giudici la sua sedia; dinanti a cui staranno gli apostuli e i santi, e d'intorno li spiriti angelici, con balli, suoni e dilettevile armonie. Allora comandrà lo Giudici agli angeli che suonino le finale trombe dello stretto giudicio, delle quale trombe e' suono terribile riempierà l'aire, lo cielo, lo 'nferno, lo purgatorio e limbo, e cosl sarà citato universalmente ognuno. Attende, figliuola, attende: neuno si potrà appiattare, cessare o indugiare non fi' licito, ma subbito dinanti al tremendo giudicio fi' ciascuno, maschio e femmina, prezentato. Correrano li maladetti dimonii, armati di crudeli e velenosi serpenti, la cui vesta fi' più nera che la oscurissima notte, e disi [de] rando prendere l'anime misere, con urli spaventevili grideranno. Mosterasi a ciascuno il libbro de l'opre suoe e, rissandosi, la inniquità e perversità li peccatori acuzeranno crudelmente; la aguzassione confermeranno li spiriti perversi e maligni, in testimonio
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chiamando lo cielo, la terra e tutte le creature. Allora, sicondo li propi meriti, fi' ciascuno dal giustissimo Giudici sentensiato.
CATERINA
De veruno segno procedere lo giudicio?
FRATICELLO
Voglio qui dire li segni che denno esser innanti al giudicio, presuponendo che verrà innanti al giudicio Anticristo e Noè ed Elia: quindici segni procedranno mirabili. Imprima, lo primo dì, si leverà il mare e l'altre acque quaranta govita sopra a l'altessa de' monti, né spargeransi l'acque, quazi come un muro fusse dintorno. Lo sicondo dì discenderanno tanto in profondo, ch'a pena si vedranno dove siano. Lo terso dì si rauneranno sopra l'acque li pesci e le bestie marine e daranno mugghi fortissimi infine al cielo. Lo quarto dì arderà il mare e tutti i laghi, li rivi, i fiumi e le fonte, dallo nascimento a la fine. Lo quinto dì l'erbe e gli arbari umore sanguineo gitteranno e congiungerannosi in de' campi tutti gli ucelli volatili, non mangiando né bevendo mai nulla, ma il vicino giudicio spettando. Lo sesto dì tutti li dificii cadranno, e li fiumi focosi correranno dallo occidente infine a l'oriente, contra al cielo. Lo settimo dì combatranno insieme le pietre, e ciascuna in quatro parte si dividranno; le cui parte, percotendosi, faranno suono mirabile, la cui significassione saprà solo Iddio. Lo ottavo dì fi' in tutto il mondo uno universale tremuto, lo quale non fu mai stato udito sì fatto, e farà a terra cadere tutti gli omini e gli animali. Lo nono dì tutti li monti e le valle si convertranno in pianura, e sarà equalità in de la terra. Lo decimo dì escerrano gli omini de le caverne, e andranno a modo di passi, né parlerà né risponderà l'uno all'altro.
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L'undecimo dì cadranno le stelle e i segni del cielo, cioè oscureranno, e tutti gli animali verranno ai campi mughiando, né gusteranno, né beranno. Lo duodecimo dì, aprendosi tutti li sepolcri, tutti gli ossi de' morti di sopra si rauneranno. Lo terso-decimo dì morranno tutti li viventi, acciò che poi co' morti risurgano. Lo quarto-decimo dì arderà lo cielo e la terra, infine a la profondità de lo 'nferno. Lo quinto-decimo dì si farà lo cielo nuovo e la terra nuova. Non è però certo se quelli segni saranno con quello ordine ch'i' ho ditto, con altro, o tutti insieme.
SIMONE
Lo duodecimo articulo è de la Persona tersa della Trinità, cioè de lo Spirito Santo, in nel quale alcuni erronno, dicendo ch'elli non era Iddio, ma suo ministro come gli angeli; gli altri disseno ch'elli non era amore congiungente Iddio co' l'anima; gli altri che non procedea se non dal Padre. E per ciò a rimuovere, dice la fede che crediamo « in nello Spirito Santo Signore », e non ministro; e « vivificatore », cioè unendo Iddio con noi; « lo quale dal Padre e dal Figliuolo procede ». E perché non si creda esser minore di loro, agiunge: « lo quale col Padre e col Figliuolo insieme è adorato », quazi dica: 'è con loro coequale'. Funno anco alquanti eretici dicenti che li profeti parlonno a modo di fantastichi e passi; contra alli quali inferisce la fede che lo Santo Spirito « per bocca de' profeti parlò sempre ». Qui, figliuola, vo' che adorni la volontà, la quale è attribuita a lo Spirito Santo e [ha] in sé la sua imagine afigurata. Fa' che in nella volontà si trovi l'affetto de la dilessione: ricordandosi la mente di cose divine e superne, accenda in de la volontà uno amore subbito e fervente; siavi l'affetto della ammirassione, essercitata ad istupore per contemprassione di cose mirabile e dizuzate; scolpiscavisi l'affetto del gaudio, ripiena d'allegressa e letesia, vedendo cose dilettevile e vertuose; contenga l'affetto della umilità, per considerassione della infermità propia spontaneamente della elassione pestifera dilungata; abbia l'affetto del pianto, dolendosi
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e quazi infermando per memoria de' peccati; stiavi l'affetto del timore, dibattentela e minacciante, perché s'apressano le pene terribile delle offese; riceva l'affetto della indegnassione, per la inniquità e malisia infiammandosi in odio de' peccatori; notrìchisi l'affetto del zelo, accendendosi per amore di giustisia e desiderio di vendetta; càppiavi l'affetto della buona prozunsione, quando per alcuna nuova e singulare fiducia s'anima a giudicare più alcuna cosa che soglia. Di questi affetti adorna l'anima tua, la quale, assimigliata allo Spirito Santo, si voltrà in lui con infiamato amore, vollendo in esso perfettamente credere e con efficacia grandissima assentire.
MONACHETTA
O Amore increato, o Spirito vivificatore, o fuoco che ardi la mente, riscalda il cuore mio, inlustra l'anima, accendemi sì che in me non ti spegni mai; come fé in te, fa' ch'io arda per te. O fuoco santo, come dolcemente ardi, segretamente luci, disideratamente infiammi! Guai agli occhi miei mentali ciechi, li quali te, che inlumini il cielo e la terra, per le suoe nebbie oscurissime veder non possano! Sono tanto avessi a le tenebre, sono sì adimesticati col mondo e colle suoe vanità, che non si possano levare inver' li raggi lucidissimi del chiarissimo tuo sprendore: raguardano, amano, aprovano le tenebre; però l'anima misera fanno cadere. Mondali dentro, levane le squamme tenebrose colla tua antica inluminassione, acciò che con apertissimi occhi in ne' lume tuo veggia lume. Soccorremi, aiutami, innanti che vegna il pauroso dì del giudicio; dirissami e fammi aparechiare sì fattamente che con allegressa e letisia l'aspetti. Se in quel dì appena il giusto fi' salvato, che farò io, mizera peccatrice, inviluppata in tante mizerie di peccati? Soccorremi, innanti che vegna la morte, prima che sia il giudicio, prima ch'io sia divorata dal fuoco perpetuo. Li miei peccati m'accuzano, le pene m'aspettano, di me li dimoni si rallegrano, li beati spiriti mi fuggeno, come putente e fedida del peccato. Signor mio, consolami e conforta, nettando e purificando l'anima. Non ti turbare né sdegnare sopra a la moltitudine delle inniquità mie commesse: la tua innita misericordia le lavi, la pietà e cremensia le scacci, sì che l'anima rimagna
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tua spoza verissima, rocolente di buoni pensieri, ornata di vertù, inluminata di grasia, fruttifera in sante operassione, acciò che 'l dì del giudicio sia posta da la mano ritta, tra le pecorelle tuoe elette.

1.19. QUI PARLA SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA.

SIMONE
Imponci anco la fede che crediamo in nella Chi [e] zza, ch'è congragassione de' fedeli: e è lo terso-decimo articulo. E vuole che crediamo che sia « una », quazi d'un capo, d'una fede, ad uno fine dirissante; « santa », del sangue di Cristo tinta, o al santo onore divino come tabernaculo deputata; « cattolica », cioè universale e comune; e « adpostolica », inluminata da' santi apostoli, governata e fondata. E dobbiamo confessare uno battismo, in remissione de' peccati; e dice « uno », significando che non si vuole itterare. Imprima raguarda, figliuola, la Chiezza, a la quale t'è debito credere, e vedrai che 'l fondamento è Cristo, le parete sono la fede verissima e la speransa, lo tetto è la carità de' fedeli, li serrami sono la quientissima pace. Sonci sette colonne principale, di gemme e pietre presio [si] ssime adornate: la prima pietra è di bianche perle mondissime, la siconda ha ricchi zafiri, la tersa duri e forti diamanti, la quarta sardonii varii, la quinta topasii, la sesta sardii, la settima focosi carbonculi luminosi.
CATERINA
Piacciati, maestro, di sponere lo significato delle virtuose pietre delle colonne.
SIMONE
Le perle bianche della prima colonna significano la redolente mundisia delle vergine e la frorida purità. Li zaffiri di colore celestiale della siconda colonna significano li confessori, in meditassione di cose celeste soliciti e sospesi. Li duri diamanti, non rompentesi se non col
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sangue del becco, danno ad intendere li groriosi e stabili martiri, li quali non si moveano se non per amore del presioso sangue del ma [n] suetissimo Agnello. Li sardoni, che sono di sotto bianchi e neri in mezzo e di sopra rossi, dimostrano li patriarchi, le cui operassione funno bianche di grasia, di penitensia aspre e nere, ma rosse di carità. Li topasii nobili, resprendente per reverberassione de' raggi del sole, notificano li profeti, da' raggi del Santo Spirito inlustrati. Per li sardii di colore sanguineo, in nella cui penetensia non può nuocere lo nimico ch'è pietra malivola, s'intendeno gli apostuli santi, in cui penetensia non nocea insidia del dimonio o d'altri giudicii temporali. Li igniti scarbonchi e sprendidi certificano li luminosi Dottori, con isprendori di dotrina verissima la Chiezza e le mente fedelissime inlustrante. Qui, in cotal Chiezza, vegghia lo Spirito Santo, faccendo predicare con opre e con voce la dotrina apostolica, insegnandola ad incensare con odore di vertù suavissime a Dio; solleva la mente a meditare la legge, dando della sua Scrittura dolcessa mirabile e gran diletto.
CATERINA
Meravigliare mi fai, dicendo che la Chiezza sia serrata con quietissima pace, con ciò sia cosa che al prezente sia scissa e in grandissima divizione è stata già è tredici anni.
SIMONE
La ditta proprietà spesialmente s'apartiene alla triunfante di sopra, la quale è serrata da ogni persecussione e scissura, ma la miletante sta aperta e a diverse tempeste, ma pure è governata da lo Spirito Santo e retta. Entra adunque in questa Chiezza, credendo in lei, se vuoi esser col tuo Spozo unita, e confessa li sette suoi sacramenti esser in remissione de' peccati. Imprima confessa lo Battismo esser regenerassione de la spiritual vita e per lui l'anima morta per lo peccato originale vivi e rinasca. Tiene la Confermassione conferire a l'anima grandissima prenitudine di grasia superna e per essa lo Spirito Santo dare vertù e forsa in nelle operassione vertuose. Crede la Eucarista e 'l Corpo di Cristo preso
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con purità degnamente esser cibo dell'anima, notricantela e [so] stentante in nella vita spirituale. Predica la Penetensia esser medicina e rimedio contra a la 'nfermità spirituale del peccato, purgante e sanante. Impara la Estrema Unsione compiere di purgare da' peccati, alleviare e liberare se farà per lo ninfermo dalla infermità corporale, e preparràe a la intrata del reame del cielo. Attende il sesto sacramento, che è l'Ordine, e vedrai che questo hanno li ministri e dispensatori de' sopraditti sacramenti; alla cui vita non attendere, ma a la verità di Cristo, per la quale essi sacramenti hanno vera efficacia perfetta. Raguarda l'utimo sacramento, che è il Matrimonio, e sapràilo esser dato contra la pugna corporale, cioè contra la sfrenata concupiscensia della carne, importuna, sempre allo spirito ribellante. L'ultimo è che dobbiamo espettare la suressione de' morti e poi la vita del seculo che è futturo. Isveglia le dormigliose potensie, e l'universale resurressione considera. In nel quale si meraviglieranno li monchi, riavendo le membra per le loro peccata in nel mondo tagliate, li sossi mostri si vedrano riformati e chi gravato era sempre d'infermità corporale cessati senterà i suoi difetti, li fanciulli saranno grandi omini, li vecchi giovani torneranno, e quelli che nel ventre finno morti sì grandi resurgeranno come robusti omini fusseno del prezente seculo trapassati: ciascuno tanto resurgerà quanto fu o srebbe stato, essendo in nella età che fu Cristo. E chi male arà fatto andrà in nel fuoco perpetuo, ma in vita eterna fi' menato chi nel mondo fi' vertuosamente vissuto. Prego, solleva li sentimenti tuoi e raguarda la famiglia li peccatori miseri espettante. In nella entrata de lo 'nferno staranno la paura e 'l tremore, vestiti di spessa nebbia, offerendo a ciascuna, in nella canestra del dimenticamento de le consolassione, privassione d'ogna bene e abundansia d'ogni male. La confuzione riceverà li peccatori con festa, porgendo loro errore, ignoransia, pigrisia e vecchiaia. Sopraverrà l'ansietà, acompagnata cona angosce, e prezenterà acerbità e crudele
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infermità dure e mortale. Le grida e li stridori colle percosse de' denti e con lo rabbioso dolore li meneranno a la profunda oscurità, dove la tristisia e mizeria doneranno loro lagrime, pianti, sospiri e tri [sti] ssimi ululati, e a la fine l'etternale morte farà loro convito. In del quale lo pigro dormire ministerrà fame e sete, l'orrore ministerrà freddo, caldo, solfano, lo fetore ministerà compungimento, amaritudine e sossi vermi. Leva testé la mente [ai misteri] meliflui de' beati. Li santi imprima finno presi per mano dalla bellessa e dal gaudio e intromessi in ne' palassi ameni e piacevili; dove la etternità e sigurtà li stringeranno con abracciamenti verissimi; baceranoli la verità, la perfessione, la carità e la dolcissima libertà; acompagneranoli la dolcessa e la giocundità, vestite di piena letisia, e per la via della ferma sciensia li meneranno alle piasse mirabile del sommo bene innefabile e etterno. Quine piglieranno ballo la vita perpetua; dipo la quale seguitrà concordia, pace, pietà, amore, riposo, suavità, sasietà e ordine smizurato; la loda, lo canto e la groria s'udranno con voce sensa fatica dolcissime e subbito li diletti li piglieranno, prezentandoli a la somma beatitudine, onde si ve' lume e sprendore procedere; dipo la quale raprezentassione, si pasceranno in nella onestà, in nella vertù, in nella abundansia e in nel piacere.
MONACHETTA
Pianto, turbassione e innerrore afriggeno l'anima e assagliscenla, cercando ella allegressa e letisia; onde, sforsandosi di levare e pre [n] dere ardire e forse, per ispecchiarsi in nella bontà incomprensibile del suo Cre [a] tore, lo quale trovare s'ingegna con solicitudine, cade e atterrata è da orribile paura e minacci spaventevuli, temendo de le pene degne de' peccati commessi. Sollevala e conforta, nondimeno, perché in nel segretissimo della sua bontà profondissima sta appiattata una fonte, donde scorre e esce uno fiume abundantissimo di miziricordia infinita. Provano li peccatori e gl'ingiusti la sua somma bontà, la pietosa benignità, la smizurata cremensia, la infinita dolcessa, la miziricordia riboccante. Signor mio, togliemi al tutto del mondo e da me stessa e, reducendomi a te, in questo fiume mi mette. Qui monda, sana, arruota,
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ilumina gli occhi della mia mente, acciò che, cognoscendoti esser vita, sapiensia, bontà, beatitudine, etternità e ogna bene, e nulla vanità vada cercando o cosa di seculo maculante. Anco, Signor mio, non ti posso vedere! Anco isté appiattato alla mia anima: perciò s'avuluppa e rivolge in peccati e in mizerie; raguarda intorno, e non vede la tua bellessa; ascolta, e non ode la tua armonia; odora, e non sente la tua suavità; gusta, e non cognosce il tuo sapore; palpa, e pur [non] sente la tua bontà. Apre li suoi sentimenti, li quali hae serati per la vecchia infermità de' peccati, apreli e infundevi notisia di te, acciò che s'accendano, ardano, innamorino solo di te, si che alfìne mi trovi in ne' palassi amenissimi, dilungata da la sorte mizera de' dannati.

1.20. QUI PARLA SIMONE, CATERINA, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

SIMONE
Inmantenente ditto il Credo, lo sacerdote, voltandosi al populo, dice: « Dominus vobiscum » e poi, rivoltato, sì dice « Oremus », la qual cosa ci dà ad in [ten] dere che, se con esso noi non è Iddio, l'orassione non fi' all'anima salutare. Sì che, figliuola, qui considera: se vuoi che la tua orassione sia fruttifera, prima abiti teco Iddio.
CATERINA
Come posso sapere se Iddio abita meco?
SIMONE
Se la anima cose lotose, mondane e corruttibile hai in errore, se col pensieri vola alle superne celeste, se a Dio con tutte le forse s'accosta, se colla milisia angelica abita, se risprende di vertù, andando di bene sempre in meglio, in essa certo abita il Creatore.
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Ma s'ella è inquietata dalle tempeste del mondo, s'ella non ha sapore delle cose divine, se s'avuluppa in nel ceno putrido de' peccati, dalla prezensia di Dio è di lunga. Ditto « Oremus » si canta l'Offertorio, lo quale ci inlumina a cognoscere e intendere che dobbiamo a Dio doni per le ditte grasie offerire. Imprima, figliuola, fa' offerischi a Dio il tuo animo, poi il corpo, poi se nulla altra cosa estrinsica ti trovassi; ma nota che, come l'Offertorio si canta, così, ciò che offerisci a Dio, con uno giubilo di mente, con allegra faccia e letisia offerisce.
CATERINA
Maestro, abbo voglia grandissima d'offerire a Dio il mio animo, ma non lo posso tenere fermo, è troppo vacillante, isduce, cade, avuluppasi volando tra loto e ceno: perciò ti prego che li insegni a fermarlo.
SIMONE
Voglio io legare con sode fune e fortissimi canapi, sì che stia fermissimo né vacilli. Prima voglio che lo leghi col canapo del timore, e, acciò che non si muova, acomanda questo canapo a la colonna dell'umilità, e strà sodo: così lo potrai offerire a Dio, e elli l'accetrà come fermo; ode ciò che dice elli stesso: « Sopra a chi si riposrà lo spirito mio, se non sopra l'umile e timoroso? ». Lo sicondo canapo con che il ferma sia la gravità della compunsione; questa fune acomanda agli amari pianti e lagrime, perché le lagrime de' penitenti sono vino degli angeli e a Dio piaceno sommamente. Lo terso canapo sia la longanimità de la speransa; lo qual voglio che a la fortessa l'acomandi, essendo forte per lunga speransa in ogni danno, affrissione e dolore: con questo l'animo di Iob fortissimo fu legato. Lo quarto canapo voglio che sia la integrità della carità; questo in du' luoghi acomanda, cioè a Dio e al prossimo, amando Iddio con
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tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forse e li spiriti, e 'l prossimo come te. Lo quinto canapo sia la ponderata giocundità e matura allegressa; questa fune non fermare a cose leggeri, caduche e carnale, ma, giocondandoti e allegrando di cose solo celeste, acomandala suso al cielo. Lo sesto canapo con che lega l'animo sia l'aspra severità in vendicare ogna disobbidiensa, riprendendo li elati, correggendo li inquieti, abassando li nimici del vero; questo acomanda alla giustisia, sempre con giustisia perseguitando la inniquità e peccati. Lo settimo canapo sia l'austerità dell'astinensia, ingegnandoti non vivere sicondo carne, ma casticarla e reducerla in servitù, consumando e ristringendo li suo periculosi empeti e concupiscensie isfrenate; questo acomanda alle diciprine, vigilie e digiuni. L'ottavo canapo sia la fermessa della pasiensia, ogna amara persecussione innumana, fragelità, afrissione, dolore, mizeria con dolcessa di spirito sofferendo; questo vo' ch'acomandi alla beatitudine e groria ispettata. Lo nono canapo, col quale vo' che leghi, sia la solicitudine della circuspessione, con sagace solicitudine cercando li circustanti mali, ritrattando i pretteriti, considerando i prezenti e permeditando i futturi; questo a la vertù de la prudensia vo' che acomandi. Lo decimo canapo sia l'assiudità della speculassione; fa' che, serrati gli occhi della co [n] cupiscensia, dimentica le cose di fuora l'animo, vegghi dentro, quinde per le creature varie e cose visibile saglia speculando alle invizibile e superne, e per la dignità, ordine e bellessa che vede quaggiù con sottile investicagione pervenga al Creatore e ultimo fine; e quine siguramente questo canapo acomanda. Lo undecimo canapo sia la certessa della discressione: prende in tutte le tuoe operassione una discreta forma di vivere: in de la macerassione, in dell'aspressa, in orassione, in insegnare, in riprendere sii discreta. E, acciò che questa fune leghi ben fermo l'animo, fa' che l'acomandi al consiglio del prossimo, non afidandoti sempre a
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te cone elata prezunsione, ma conferendo col prossimo e inchinandoti al suo perfetto consiglio; ordina che sempre innanti al diliberare proceda la essaminassione diligente. L'ultimo canapo col quale lo dèi legare sia la quiete della contemprassione: quie voglio che dividi l'anima dallo spirito, lassando l'anima e le cose animale e corporee abasso, e lo spirito voli in alto, dove, trasformandosi in della divina immagine, diventi [in] corruttibile e impassibile, sì che in nelle ingiurie e in nelle villanie e in nelle tribulassione istia immobile e allegra; questo canapo alla sapiensia e grasia acomanda.
MONACHETTA
Signore Iddio, sempre fermo e immobile e vero mio aiutatore, ritiene la vacillante e mutabile, cIba la stanca, raccoglie la sparta, libera la schiava, risana la spessata. Legami colle tuoe dolcissime corde, sì che sempre la mente di te pensi, in te sospiri, di te arda, in te si riposi, te contempri, e tuoe laude con suave giubilo spesso canti; sì che l'anima, che te non cerca né ama, ama il mondo, serve a' peccati, è suggetta a' visii, mai non si riposa, non è mai sigura, e è schiava del dimonio... Perciò mi ti da' a cercare, trovare e amare. Signor mio, aiutami e difende dalli miei aversarii, li quali combatteno con tante pessime suggestione che appena ribellare si può l'anima: piglialla con pensieri, legalla con diletto, e col consentimento l'ucideno. Scacciali, rompe loro le saette, spegna le fiaccule, cuopre di fortessa li spiriti, armali di vertù, sì che, risistendo e combattendo, vincano i loro nimici. Creatore benigno, non lassare anegare pur qua giù, tra queste ombre mortifere, la mente e li spiriti; menali teco per li larghissimi e dilettevili prati del paradizo; quine li pasce del gaudioso profundissimo abisso della divinità, de' piacevili e mizurati balli e canti degli a [n] geli, delle alegre ghirlande e corone varie de' beati; quine li tiene fermi, e lassali correre dove vogliano per quelli luoghi amantissimi, purché di quelli prati santi non escano; però quine si dilettano, santificano, e incorruttibile diventranno.
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SIMONE
Abbiamo testé trattato de la parte dove si dimostra la iluminassione del populo, però che imprima è inluminato ch'elli intenda l'avenimento di Cristo essere da disiderare, per lo Introito; poi ch'è illustrato che sappia questo avenimento esser da adimandare, per lo Kirie; poi ch'elli lo creda essere da accettare overo di lui dovere rallegrarsi, per la « Groria in excelsis »; poi ch'elli connosca che in nello adimandare grasia si de insistere, per l'Orassione; apresso che alla sua dottrina si de acostare, per la Epistola; e che in nello stato della prezente mizeria con pianto di penitensia è da lamentarsi, per lo Graduale; apresso che per l'espettassione della futtura letisia è da giubilare, per lo Alleluia. Anco è illuminato che a' comandamenti di Cristo si de con solicitudine e divossione obbedire, per lo Evangelio; e esiandio che la dottrina della fede de esser prubbica e confessata, per lo Credo; in ultimo che a Dio li doni si denno con letisia offerire, per lo Offertorio. Queste diece cose funno necessarie a ricevere Cristo veniente visibilemente in carne: e così testé sono di necesità in nello avenimento di Cristo sotto il sacramento invizibile e velato. Quie adunqua voglio che facciamo fine, però che la sequente matera altro parlare richiede.
CATERINA
Per Dio, maestro, non lassare lo parlare, ma piacciati di seguire la Messa infine al fine.
SIMONE
Non dico ch'io voglia finire il sermone, ma che sia qui la fine d'uno libbro, e l'altra materia fi' un altro.
CATERINA
A questo sto contenta.

2.

QUI FINISCE IL LIBRO PRIMO DEL COLLOQUIO SPIRITUALE DI MAESTRO SIMONE DA CASCINA DELL'ORDINE DE' FRATI PREDICATORI PISANO. DEO GRASIAS. AMEN.

3. Libro secondo

3.1. INCOMINCIA IL LIBRO SICONDO, E PARLA QUI SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA.

SIMONE
Asottigliare ci conviene testé le potensie di dentro e raunare tutti li nobili spiriti in nella navicella dello ingegno, acciò che per lo pelago della materia che seguita lo conducano alla quieta piaggia e al porto desideratissimo e siguro.
CATERINA
Prego, maestro, none spendi il tempo in parlare fuor di propozito e in prolaghi; ma ripiglia la divota materia, che m'accende.
SIMONE
Dobbiamo testé, figliuola, parlare de l'umilità profundissima del nostro Creatore; però estirpiamo imprima in noi e diradichiamo ogn'atto di superbia, e ingegnanci l'umilità perfettissima abracciare. E, acciò che meglio sappiamo scalcare e scacciare la superbia, voglio notificare la propietà e condissione del superbo. La prima condissione è essere curioso sempre: o stia, o vada, o segga, gli occhi hae vagabondi, lo capo levato, gli orecchi sospesi a udire o cercare cose inlicite, le quale in diversi periculi lo fanno cadere, adimandando per vedere con curiosità le donne del paese, dove fu tolta la verginità e integrità della carne. Eva, ragguardando lo pomo vietato, dal serpente con luzinghevili mendacii fu ingannata; lo primo angelo, magnificensia e essaltassione cercando curiosamente, del luminoso in infernale tenebre fu cacciato. La siconda condissione del superbo è la leggeressa de l'animo, della quale curiosità nasce. Perciò, cercando lo curioso di vedere ogna cosa, vede alcuni inferiori di sé; per che, l'animo vacillante e leggeri levandosi in elata arogansa, li schernisce; e vede alcuni di sé maggiori e, anco con leggeressa dolendosene, astio e invidia porta loro.
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La tersa condissione è una sconcia e dissoluta letisia. Venuta in nel superbo la leggeressa dell'animo, non disiderando se non cose liete, erade dalla memoria ogna cosa che li desse tristisia e dissimula; e in tutti i suoi fatti e costumi è una letisia dissoluta, essendo a' giuochi inchinevile, prunto in nel riso, allegro in de lo aspetto; faccendo per lo maluzo alcuna volta rise sfrenate e spiacevile contra lo suo volere. La quarta condissione è uno vantamento. Essendo tutto pieno di dissoluta letissia, va cercando auditori tra' quali con grandi vantamenti la sponga: perciò, se di sciensia si parla, allega cone sfrenata letisia antiche sentensie, nuove ne fabrica, risponde sensa dimanda, interompe il parlare, fa quistione e elli medesmo l'assolve, e tutto il suo pensieri è esser tenuto che sappia. Se di religione si parlasse, proferisce vizione e sogni mirabili, loda li digiuni, commenda le vigilie e essalta l'orassione; di pasiensia, d'umilità e d'altre vertù lo vedrai con vanità infiatissima disputare. Se di cose di solasso è il sermone, quine si vanta avidità e studio, vi si immerge che commuove esiandio gli animi severii e gravi a leggeressa e a riso; e in ogna suo parlare sempre è vanto. La quinta condissione è una singularità, vantandosi sopra tutti. Non è contento come gli altri apparere, ma singolarità desidera in ogna cosa: imprima, quando gli altri mangiano, e elli digiuna; se dormeno, e elli vegghia; se parlano, e elli tiene silensio; se dipo l'Officio escien di chiezza, e elli rimane, percotendosi il petto, tossendo, sospirando con voce piangevile, perché lo sentano quelli di fuora. In de' vestimenti, in costumi, in del parlare, in de l'orassione, in de l'andare e in ciascuna sua opra singulare lo vedrai.
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La sesta condissione è arogansia. Sempre vuol credere quel che li piace, loda ciò che fae, non attende se none all'opinione propia e, a ogn'altra cosa credendo più a sé che altrui, di sé solo crede più agli altri che a sé e dassi ad intendere in dello intimo del cuor suo che, quando è magnificato e lodato, non per ignoransa e piangentiere de' laudatori, ma per suoi meriti ciò sia ditto. La settima condissione è la prezunsione. Reputandosi lo superbo avansare ciascheduno, di sé mirabilemente presumme: lo primo luogo desidera, in ne' consigli vuole prima rispondere, non chiamato vi vae, non comandato vi si intramette, l'ordinate cose le riordina, le fatte rifà, ciò che non ha ordinato o fatto egli non reputa bene stare. Se offici grandi non li son dati, dice ch'è per invidia e per inganni; se avesse li mezani, si sdegna e dispregiali, meravigliandosi che sia a cose sì minime occuppato, vedendosi idoneo a le maggiori. L'ottava condissione è la difensione e scuzassione de' peccati. Se mai fusse lo superbo ripreso, sempre si scuza, dicendo: « Io non ho fatto la tal cosa »; o dice: « Io l'ho fatta, ma bene »; o, se non bene, « non molto male »; o, se molto male, « non con mala intensione »; e, se di ciò è convinto, difendesi: « Io fui indutto d'altrui ». La nona condissione è la confessione simulata. Essendo lo superbo alcuna volta ripreso, china il volto, inginocchiasi e prosterne il corpo, strifinasi gli occhi e fanne uscire lagrime, interrompe la voce con alti sospiri e le parole con pianti profondi, e non solamente non si scuza, ma dice sé avere più offeso che non ha e sé esser peccatore nefandissimo, acciò che, confessando più ch'abbia commesso, si discreda quello di che fu ripreso. La decima condissione è la ribellione. È lo superbo sfacciato, perduta la vergogna; onde con arrogansia dispregia li correttori, ribellando a' maggiori e non vollendo obbedire. L'undecima condissione è la libertà del peccare. Lo superbo, non temendo correttore, non obbedendo a persona, né alcuna reverensia rendendo, tanto più siguramente si diletta li suoi pravi desiderii adimpiere, quanto è più libero né ha impaccio; unde prende una libertà del peccare, la quale, se non si tiene, in nel pelago de' visii lo somerge.
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La duodecima e ultima condissione è la consuetudine del peccato. Provati li diletti, lo superbo, per la libertà sensa punissione, per la fiamma della concupiscensia, li ripiglia; e quine, adormentandosi la ragione, la consuetudine lo lega e tiralo pregione in nel profondo de' visii; sì che, dimenticando lo timore di Dio, uza per licito ciò che a lui piace, e ciò che li viene in cuore, a bocca o mano elli pensa, parla e 'dopera: in nel cuore malivolo, i' nella lingua ciarlatore, i' nell'opre peccatore. Queste condissione voglio che fuggi, e ami l'oppozite della umilità. Imprima teme Iddio e innanti agli occhi mentali lo suo timore sempre pone. Fa' che, guardandoti da' peccati e visii de' pensieri, della lingua, de le mani, de' piedi, e dalla propria volontà, continuamente rivolghi in nell'animo lui e li suoi comandamenti, e sarati aparecchiata la beata groria, sigura dello incendio del fuoco infernale. Pensa che Iddio del cielo vede ogna operassione minima o pensieri, gli angeli a te deputati ognora li fatti rivelano: però adopera sì che sensa macchia e ruggine sii trovata. Questa condissione è oppozita alla duodecima del superbo. La siconda, che è oppozita a l'undecima, è se, non amando la propria voluntà, non ti diletti adempiere li tuoi desiderii, ma seguitare la voce di Cristo, dicente: « Non venni per fare la volontà propria, ma quella di chi m'ha mandato ». La tersa, alla decima oppozita, è che per amor di Dio con ogna obbediensa ti sottoponghi a' maggiori, seguitando Cristo, di cui dice l'Apostulo: « Fatto obbediente infine a la morte ». Se considererai sottilmente, cognoscerrai la quarta condissione dello umile è essere alla nona del superbo contra: e è se, perseverando infine alla fine in nella obbidiensa, in nelle ingiurie e cose dure e aspre, sii con pasciensia tacita pasiente, proferendo puramente e sempricimente il vero.
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La quinta, a l'ottava oppozita, è se ogna male cogitassione del cuore, ciascuna inniquità celata, per confessione umile dichi a Dio e al proprio sacerdote. La sesta, repugnante alla settima, è se ti riputi vile, degetta e indegna a tutti gli offici a te ingiunti. La settima, della sesta contraria, è se ti chiami più inferiore e più vile dell'altre non solamente con lingua, ma esiandio coll'intimo affetto del cuore, umiliandoti e dicendo: « Io sono vermo e non omo, vitoperio degli omini ». L'ottava, che s'oppone a la quinta, è non fare singularità, ma solo ciò che la comune regula del monisterio e gli esempri de' maggiori impognano tu adempi. La nona contradissione a la quarta è se costringi la lingua, e sii, infin che dimandata se', taciturna, dicente la Scrittura che « lo ciarlatore non sarà dirissato in terra ». La decima, della tersa innimica, è se non se' pronta ma tarda in nel riso, perché la Scrittura dice: « Lo stolto in nel riso alsa la voce sua ». La undecima, ch'a la siconda repugna, è se, quando parlerai, umilemente, senza riso, pianamente, sensa leggeressa, con matura ponderosità, profererai poche parole e ragionevile, sensa grida. La duodecima condissione dell'umile, la quale la prima del superbo prosterne, è se non solamente col cuore, ma esiandio col corpo, in ogni luogo dimostri umilità a ciascuno. Fa' che in nello oratorio, in nell'orto, in nel monesterio, in via, in nel campo, o in qualunca luogo sedessi, andassi, o stessi, sempre col capo inchinato, abbassando a terra gli occhi, ognora ti giudichi ria per li peccati commessi, e pensa d'esser prezentata a l'utimo giudicio spaventevile e tremando.
MONACHETTA
O santa e venerabile umilità, tu lo Figliuolo di Dio del seno del Padre facesti descendere in del ventre de la Vergine, tu lo facesti
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inviluppare in panni vilissimi, acciò che noi vestisse d'ornamenti di vertù; tu lo circundesti in nella carne, acciò che noi circundesse in de la mente; tu lo lassasti fragellare in nel corpo, perché noi liberasse dal fregello del peccato; tu lo coronasti di spine, perché ci coronasse d'etterne suoe roze; tu lo promettesti infermare, perché noi infermi salvasse. O santa umilità, quanto se' dissimigliante a la superbia! Imperò che la superbia lo Lucifero di cielo cacciò, ma l'umilità lo Figliuol di Dio incarnòe; la superbia Adam del paradizo levòe, ma l'umilità lo ladrone in paradizo meneo; la superbia la lingua de' giganti confu [n] dette, ma l'umilità li spersi raunò; la superbia Nabucchodonozor in bestia mutò, l'umilità Iozep costituitte prencipe dello Egitto; la superbia Faraone somerse, l'umilità Moizè essaltò. Questa umilità è quella la quale lo maligno popillo diè in reprobo sentimento; e eccecò li giudei, affocò li pagani, infiamma li cristiani, punisce gli ostinati, abbassa li potenti che in sulle sedie erano essaltati. Ma la superbia percuote li prelati, li ricchi fa timorosi, li religiosi inganna, gli omini accieca, lo frutto dell'operassione perde, e lega la mente arida de' suoi amici.

3.2. QUI PARLA IL FRATICELLO, CATERINA E LA MONACHETTA.

[FRATICELLO]
La pertratta [ta] materia della superbia e della umilità è sì lata, che anco a me s'apartiene qualche cosa narrare: perciò voglio sprimere alcune mentale sentensie in me impresse Trovo che in sette modi ci occupa la superbia: in della proprietà delle posessione, in della groria de' vestimenti, in de' diletti del corpo,
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in della murmurassione per impasiensia, in de' vantamenti diversi, in della singolare volontà e in del propio consiglio. Se fussi occupata in della superbia i' nella proprietà delle possessione, desiderando e vollendo esser ricca in questo seculo, ricorre all'umilità del tuo Salvatore, reducendo a memoria che, essendo egli pieno d'infiniti tezori, è fatto mendico per nostro amore; discese dalle innarrabile ricchesse del cielo, e, venendo in nel mondo, non solamente non volse questo mondano avere, ma in tanta povertà venne, che nato subbito fu posto in nella mangiatoia, perché neuno luogo [lo] volea. Considera bene questa umilità, e vedrai esser grande ambuzione a volere lo vile vermicello esser ricco, per cui lo Signore della maestà volse esser povero. Se la groria de' vestimenti e la pomposa vanità del seculo ti tocasse, ricorre a la profonda umilità di Cristo, e troveràilo inviluppato in vilissimi pannicelli. Se ti movesseno li diletti del corpo, considera l'acerbissima passione del tuo Iddio, e vergognera' ti di seguire le brutte concupiscensie de la carne. Se fussi provocata per impasiensia a gittare fuora il veleno della murmurassione, pensa l'umilità del tuo Salvatore, lo quale come pecorella fu menato a la morte, e, essendo maladetto, non maladicea, né aperse mai bocca. Se in nella prosperità con arrogansa il vantare t'assaglisse, contempra l'umilità di Iesù, che non cercava sua groria, anco alle dimonia le quale cacciava de' corpi, e a' ciechi e altri infermi da lui illuminati e sanati, che manifestare lo voleano, per comandamento silensio imponea. Se la volontà singulare ti molesta, non volendo alcuna cosa per amor di Dio o per suo piacer né per utile del prossimo, ma solo per te medesma, riguarda imprima che questa è fiera pessima e rapacissima lupa e leonessa crudelissima, desiderante che perisca la potensia,
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la giustisia e la sapiensia di Dio. Poi fa' che guati colli spirituali occhi lo tuo Fattore, lo quale dicea: « Non venni per fare la volontà mia, ma la tua », e però in nella passione, orando al Padre, disse: « Non sia la voluntà mia, ma la tua ». Se ti pigliasse l'errore propio, tanto che ti paresse di non credere a neuno consiglio se none al tuo, riguarda imprima che 'l proprio consiglio divide la unità, innimico è di pace, non sa che sia carità, di vanità è pieno, a se stesso e agli occhi suoi piace, non sa la giustisia di Dio, ma solo la propria sua vuol fare. Poi attende che 'l tuo Salvatore era a Giozeppe e alla madre suggetto, né lo suo consiglio propio seguitava. Puoi comprendere in quanti modi la superbia ci tocca e come, considerata l'umilità di Cristo, la possiamo scacciare.
CATERINA
Vorrei, fraticello, che mi dichiarassi se la superbia de la qual parli è capo e madre di tutti i visii.
FRATICELLO
Sì, però che da le' discende la vanagroria, la 'nvidia, l'ira, la trestisia, l'avarisia, li diletti carnali, in de' quali la gola e la lussuria si comprende. Saglie l'omo alla essaltassione e superbia del mondo, e, considerando gli onori che li sono fatti, estende l'ale suoe infine a' termini de la terra e, di sé prosumendo, si groria; e cusì, cercando di grorioso apparere, la vanagroria l'assaglisce. Poi, essendo da molti considerato e veduto ch'elli è vano né degno di tanti onori, è dispregiato e schernito; e, vedendone molti più degni di sé, si gli asaglisce la 'nvidia. Le cui pedate seguita l'ira; la quale non potendo coll'operassione menare ad effetto, si contrista. De la cui tristisia desiderando d'avere consolassione, è toccato dall'avarisia, per avere unde possa li altri trascendere. E ecco, raunate le ricchesse e acquistatele, cade subbito in de la fossa di lussuria e di gola. Ma, - o grande misericordia del Salvatore! - lo spirito della pietà con dispregio del mondo hae ordinato di scacciare l'avarisia. Ma perché, scacciata l'avarisia, viene anco alcuna volta a la persona tristisia, è dato lo spirito de la sciensia, che dimostri quali siano li tristi beni e
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li riei; e così la sciensia mena seco la buona tristisia, la quale consurge per dolore de' peccati, e gitta fuora la tristisia del seculo, che aopera morte etterna. Ma, a spegnare la iracundia, [che] per la povertà spesso insurge, si dà lo spirito de la fortessa, lo quale per la temperansia la rifrena. E perché alcuna volta s'ha invidia a chi comanda, dassi lo spirito del consiglio, lo quale, per amore del prossimo ispegna la invidia infiamata. Anco la persona per tanti meriti tutto il più vuole esser lodata: però li è dato lo spirito dello intelletto, acciò che si cocognosca chi essa è, e, trovandosi essere nulla dinanti a Dio, s'umilia; e così per l'umilità lo spirito dello intelletto la vanagroria manda via. Trovasene anco alcuni li quali, dati che di fuori non si curino, sogliano nondimeno dentro da sé groria vana avere: perciò è dato lo spirito della sapiensia, per lo quale incomincia a cognoscere Iddio: e chi cognosce la divina misericordia e bontà l'ama con tutto l'affetto del cuore; e così la sapiensia per la carità istugge la superbia e scaccia. La quale destrutta, tempio e abitaculo dello Spirito Santo diventiamo. E ecco che hai come la superbia è madre de' visii, e li rimedi da fuggirla.
MONACHETTA
Confesso ciò che tu hai ditto, fraticello, ma anco mi pare che della superbia e de' visii l'osio ne sia madre, però che per l'osio lo rigore della santa religione abbiamo in fastidio, spesso siamo tentati d'iscire del diserto, attendiamo alla lussuria, siamo animati alla superbia, siamo menati alla groria del mondo, siamo tentati d'esser dilicatamente pasciuti, presiosamente vestiti, siamo tirati al soperchio dormire e a udire volontieri le parole vane del mondo. Questo è l'osio pessimo, lo quale spesse volte li conventi de' santi ha distrutti, parturiendo in loro lussuria, notricando la gola, seminando zinzania, gennerando micidio e tutte l'altre opere della carne. Mentre che Davit se essercitò in nella milisia, non l'asaglitte lussuria, ma, poi che in casa
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rimase osioso, peccò in dello adulterio e omicidio commisse. Sansone, infine che co' Filistei combattette, non potette esser preso dalli nimici, ma, poi che dormitte in nel seno della femmina e osioso con lei rimase, subbito fu preso e accecato dalli nimici. Salamone, essendo occupato in della edificassione del tempio, non sapea che fusse lussuria, ma, partitosi dalla operassione e stando osioso, sentitte li suoi focosi asaglimenti e, menatili a perfessione per isticassione della femina, l'idoli adorò. Veghiare adunqua dobbiamo, e none stare osiosi, però che non siamo più santi di David, né più forti di Sensone, né più savi di Salamone.
FRATICELLO
Perché hai molto ripreso l'osio, arei caro, monachetta, che mi mostrassi come ordini la tua vita, none stando osiosa.
MONACHETTA
Lévomi imprima in su la mezza notte, e essendo recreata di quiete picciula e di breve sonno, non interroto da solicitudine, cure, paure o mali pensieri, ma compiuto e perfetto, e svegliata dal canto spesse volte del ruzignuolo, iscita del letto, scacciata ogna pigrisia del sonno, incominciando a dire l'Ore, invoco divotamente Iddio che m'apra le labbra mie, acciò che in nel mattino la bocca anunsii le suoe laude. Chiamo aiuto e, non afidandomi di mie forse, ma stando in paura continua, pregolo che s'afretti. Poi, non pensando d'ordire fraude a persona, ma solo intendere a la groria di Dio e de' santi, piena di timore e di speransa, racordandomi del tempo passato e prevenendo al futturo, con lieto dolore, felice lagrime, dicendo lo Mattino, spargo per la mia faccia. Allora, con divoto spirito considerando le vie aspre de' visii, e leggeri e piacevile virtuose, in ne' Salmi orando, chiamo beato chi non va in nel consiglio degli empi, né sta in della via de' peccatori, ma è la sua volontà in nella legge di Dio, e co' meditanti orassione
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continua in le' pensa. Alcuna volta, comprendendo la divina grasia in lavare, salvare e difendere l'anima, confesso Iddio esser iluminassione mia, la salute e lo defensor mio: però di niuno ho paura. Alcuna volta, vedendo li varii periculi e le infelice cadute de le quale cagione n'è la lingua, dico di guardare le mie vie e di ponere a la bocca buona custodia, essendo contra me il peccatore, per none offendere in de la lingua. Altra volta, me meravigliandomi delle persone ingratissime, parlo in dell'orassione de li stolti del mondo che non credeno Iddio, e come sono poghissimi chi fa bene. Altra volta, cognoscendomi peccatrice e fragile, prego Iddio che mi salvi, perché infine all'anima entrano l'acque della concupiscensia e de' peccati, e veggiomi fitta in de' limaccio profondo, in nel pelago grande de' visii, de' quali la tempesta continua mi sommerge. Altra volta, ripiena d'alegressa spirituale e gaudio, tutte le creature provoco a letisia, dicendo: « Rallegratevi a Dio, aiutatore nostro, e giubilate ». Altra volta, pensando chel nel mezzo di noi lo Salvatore nostro venne, considerando lo eccellente e magnifico dono di Dio, grido con alta voce: « Cantate a Dio nuovo canto, perché cose meravigliose ci ha fatte ». E così, di questi cibi amenissimi pasciuta, con molta pace dell'animo aspetto il principio de la luce futtura. Apparisce l'alba lucida, e io tutta lieta, piena di silensio e d'allegressa, intrando in del felice principio della serena luce, già venuto lo sprendore del sole, con umilità in delle divine laude del dì movendo la sonora voce, prego imprima che mi sia donata innocensia, poi ch'alla lingua sia posto freno, acciò che non seguiti veruno errore di briga o di guerra, e che 'l vedere della vanità sia coperto, le cose del cuore intime siano pure, pàrtasi ogna negrigensa e pigisia, lo temperato
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bere e mangiare domi la superbia della carne, e per l'astinensia del mondo possa al mio Fattore groria decantare. Non molto poi, nel terso Officio e nelle terse lode, onorando la tersa Persona della Trinità, chiamo la spirassione e l'avenimento del Santo Spirito; prego che la bocca, la lingua, la mente, lo sentimento e 'l vigore esprimano confessione salutifera personante, reluca di fuoco celestiale la carità, la cui fiamma, accendendo i prossimi, si spanda con amabile caldo puro. A poco a poco, sagliendo in alto lo luminoso sole e pigliando vigore perché s'apressima al mezzodì, in sull'ora della sesta, che adimando se non che sia spenta ogna fiamma d'ira, di rancore e di briga, sia tolto il caudo della concupiscensia nocevile, sia donata salute a la mente e al corpo, e al cuore intrinsico vera pace? Viene il tempo del desnare, e io, sobria per lo passato digiuno, non con romore, non cone stripito, non con voracità e golosità, ma con modestia e temperansa andando alla mensa, voltando la faccia imprima al cielo e benedicendo il cibo, dico gli occhi di ciascuno sperare in Dio e elli a tutti dare l'esca, quando vede il bizogno: però lo prego che benedica li suoi doni, li quali ci dà a sostentarci per la sua larghissima cortezia. Poi, prendendo la bocca il cibo necessario per vivere, pasco per li orecchi l'anima con vidande salutifere di continua lessione. È lo cibo ch'io uzo domatore della gola, non sa che sia inmundisia, iscaccia ogna disordinato diletto e è amatore di sobbrietà, di castità, di temperansa. Perciò, da la mensa levandomi, sobbria e posata, ringrasio imprima Iddio de' benefici che ha dati, apresso il prego per li benefattori, li quali alle limozzine hanno aperte le mane.
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Già andando in alto, il sole tiene mezzo del cielo e io, vedendo correre lo velocissimo tempo, non fuggo né ho paura veruna di morte; ritornando alli preghi e alle mie Ore, dicendo Nona dimando uno vespro chiaro, non solo di luce d'un dì, ma d'etterno sprendore, dove io abbia la groria congiunta che mai non muoia, la quale avere in premio, dato ch'io non la meriti, nondimeno la dimando per la passione de' Redentore nostro pio. Poi, fuggendo il dì e vedendo cadere il sole e l'oscura caligine spargersi sopra la terra, dicendo il Vespro, mutripico i preghi, pregando che la mente, premuta da' carichi de' suoi peccati, non sia sbandita dal cielo, pensi delle cose perpetue, non sia legata di lacci di colpa, trapassi le cose segrete superne, quinde prendi il premio vivo di grasia, schifi ogna cosa nocevile e, s'è in sé cosa pessima, sì la purghi. Innansi al termine della luce, incominciando Compieta, contra i periculi della futtura notte, contra l'inganni, li apostamenti e la rabbia dell'aversario nostro ruggente, adimando vigilante sobbrietà; prego la divina cremensia che sia guardia contra a ogna noturno sogno e fantasma nocevile, reprimendo lo nostro nimico dalle corporale currussione e mentale; e, raccomandato in delle mane di Dio lo mio spirito e chiamati li suoi angeli a custodia del mio abitaculo, sensa cena per lo digiuno, o fatta la cena temperatissima, alla mia cella ritorno. E cusì, tutta ripiena d'onesta allegressa, piena di speransa santa, piena d'amore pietoso, piena di integrità di cosciensia, di sigurtà d'omini, di timore di Dio; voita di cure innutile e di cibo nocevile, sola, taciturna e posata, intrata in nel mio quieto letticciuolo con un sonno dolcissimo m'adormento.
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FRATICELLO
Piacerebbemi di sapere quello che fé in nel tempo che è alcuna volta tra l'una Ora e l'altra.
MONACHETTA
Alcuna volta istò in meditassione e contemplassione, o faccio mie venie e orassione. Alcuna volta istò in santi colloqui con persone religiose, come testé, o colle mie sante sorelle. Altra volta faccio essercisii liciti e permessi, sicondo che mi pare che 'l tempo pata.

3.3. QUI PARLA SIMONE, IL FRATICELLO, CATERINA E LA MONACHETTA.

SIMONE
Tempo è, figliuola, di ripigliare la nostra materia che resta, la quale possiamo dividere in quatro parte: in nella prima ci si pone l'obrassione delle cose che si denno consecrare; in nella siconda la consecrassione delle cose obrate, e questa incomincia ditto il Santus; in nella tersa uno racordamento delle cose consecrate, e incomincia levato il Signore; in nella quarta parte ci si pone la percepsione del Sacramento, ditto il Paternostro. Imprima lo sacerdote dispone li corporali: l'uno spiegando, che significa lo lensuolo in che fu inviluppato il corpo del nostro Salvatore; l'altro lassando piegato per coprire lo calice, che dà a intendere lo sudario aviluppato al suo capo. Qui, figliuola, un poco apre gli orecchi della tua considerassione, e non andare cercando panni né vestimenti gentili né veli presiosi che ti cuoprano il capo: aviluppa la tua anima in uno lensuolo bianchissimo di innocensia; cuopreli lo capo, cioè li suoi sentimenti, con velo.
FRATICELLO
Voglio dimostrare cinque veli colli quali li dèi coprire.
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Lo primo è la continensia della castità, col quale velerai sì li sentimenti intrinsichi, che la concupiscensia non abbia potensia a macularli. Lo sicondo è l'astinensia del digiuno, che li difenda dal cibo superfluo e del bere. Lo terso è lo essercisio laudevile, che li cuopra dall'osio e pigrisia, che è nimica dell'anima. Lo quarto è le lunghe vigilie, che dalla sonnolensia li difenda. Lo quinto è silensio, che li cuopra dalle detrassione e adulassione, mendacii, vantamenti e malisiose parole.
SIMONE
Vogliamo che lo corporale piegato significa lo 'ntelletto, e lo spiegato la fede, a dimostrare che dobbiamo impregionare e legare lo nostro intelletto, e di questo sacramento solo credere a la fede. Lo calice e la patena raprezentano il sepolcro dominico, però che, come in nel nuovo sepolcro lo corpo di Cristo, unto con molti unguenti aromatici, fu per mano delle pietose riposto, così testé in ne' vazi santi lo corpo consecrato d'orassione odorifere è condito. Figliuola, quando vedi pigliare questi santi vazi, levati tutta dal mondo e seppellisciti in del sepolcro di Cristo: lassa ogna leggeressa e vanità di seculo, seppellisceti e mortificati la volontà propia co' la santa religione, mortifica il corpo colle suoe concupiscensie, e seppellisciti in questo santo sepolcro, dove troverai colui lo quale gli angeli disiderano di vedere e guardare: in lui ti specchia, in lui raguarda, di lui piglia essempro. Dipo l'apparissione de' corporali, lo sacerdote, sicondo l'ordine della Chiezza romana, offerendo l'Ostia, prega l'omnipotente Iddio Padre che riceva quella Ostia immaculata, la quale egli, indegno servo, per li suoi peccati e de' suoi circustanti offerisce. Cusì tu, allora, lo prega che riceva le tuoe petissione e orassione.
CATERINA
Quale de esser la mia petissione e orassione?
SIMONE
Pregalo che ti doni verità, carità e fortessa. Viene meno alcuna volta la ragione per ignoransia di verità, diventa languida la voluntà
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per mancamento di dilessione, inferma la carne per necesità di fortessa: e però, acciò che m'intendi, ti consiglio ami e facci la sua volontà, e dimanda l'altre ditte cose. Quando lo sacerdote mescula l'acqua col vino, a significare l'unione del fedele populo con Cristo, unisceti e incolpora col tuo Iddio, abandona i sensi e la sensualità, e voli lo 'ntelletto coll'ale leggerissime della santa contemplassione. Offerisce poi il calice salutare, pregando la divina cremensia che lo faccia saglire in nel cospetto della sua maestà con odore di suavità, per salute di tutti. Questo t'insegna che, se vuoi che la tua orassione saglia a Dio, de esser di cose suavissime a lui, e de dimandare salute e grasia propia e di ciascuno, de procedere da umilità profundissima, però che l'orassione dell'umile trapassa li cieli. Offerto che ha il sacerdote il calice, dice du' orassione: in della prima adimanda che Iddio accetti lo suo sagrificio e delli astanti, e questo fa dicendo umilità; in della siconda, quando dice « Veni, sanctificator », prega che si' consecrato. Or puoi imparare che, offerendo a Dio il corpo per digiuni, macerassione o penetensia, o l'animo per vertù varie, prima dèi pregare che l'operassione tua accetti, sensa la quale accettassione si fa ogna cosa invano e si perde. Poi incensa di sopra e intorno, la qual cosa raprezenta l'unguento col quale la Madalena unse li piedi di Cristo, del cui odore fu ripiena la casa. Lo 'ncensare in più luoghi significa che pii volte l'unse: la prima in casa di Simone farizeo, quando unse li piei; la siconda in casa di Simone lebbroso, quando unse il capo; la tersa quando andò a comprare unguenti aromatici, per ungere Iesù in del sepolcro. Ingegnati, figliuola, di trovare unguenti presiosi, aromatici e odoriferi, co' quali
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unge te e li prossimi, che siete membra di Cristo. Trovi la mente affetto di compassione in dell'umana fragilità, considerando la infermità propria; trovi nondimeno il zelo della giustisia e rettitudine, contra gli ostinati accendendosi; trovi lo spirito della discressione, sappiendo dicernere il tempo di giustisia e di miziricordia. La lingua pigli anco tre unguenti odorifiri, cioè modestia in nella increpassione, abundansia in nella ezortassione, efficacia in nella persuassione. Prenda anco la mano suoi unguenti aromatici, cioè i' nella sua carne continensia, al fratello miziricordia, e i' nelle persecussione di pasiensia sia armata. Dipo la incensassione lo sacerdote si lava le mane, a significare che nettare dobbiamo e lavare la nostra cosciensia, e esser puri.
FRATICELLO
Voglio dimostrare qui quatro fonte, dove voglio che ricorri. La prima fonte è di miziricordia, dove troverai acque di rimissione e di perdonansa, per lavare le tuoe colpe e purgarti. La siconda è la fonte della sapiensia, dove potrai spegnare la tua sete, trovando acque di discressione, per le quale saprai dicernere lo bene dal male. La tersa è la fonte della grasia, dove troverai acque di divossione per innacquare le piante delle tuoe buone operassione. La quarta è la fonte della carità e dilessione, dove troverai acque calde per cuocere li cibi dell'anima e le suoe affessione.
SIMONE
Figliuola, fa' che in queste fonte del fraticello ti purifichi e netti, se vuoi essere partecipe di questo purissimo sacramento. E non mi posso qui tenere, ch'i' non lodi alquanto la santissima purità. O purità dolce, dilettevile, spesiosa! o felice, di santa cosciensia e giocundità, la quale il vermo di dentro eschiudi, dalla pregione del dolore libberi, da ogna immundisia purghi il cuore! Tu se' della mente paradizo di diletti, piantato di varii arbari di buone opre, adornato di diversi fiori di vertù, di celestiale grasia innacquato. Tu se' la cambera di
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Dio, palasso di Cristo, abitaculo dello Spirito Santo, trono di Salomone, letto dello Spozo celeste. Lavate le mane, lo sacerdote viene a mezzo all'altare e inchina il capo, a significare che Cristo in mezzo di noi s'aumiliò, pigliando la forma del servo, fatto obbidiente al Padre infine alla morte. Qui voglio che t'acompagni coll'ubidiensa e lei ti fa sorella indivizibile, dalla quale mai non ti diparti.
CATERINA
Maestro, piacciati ad memoria reducere quale è la vera ubbidiensia.
SIMONE
L'obbidiensia vera è quando è ricca di discressione, onestà, giustisia e umilità: queste sono le compagne della santa obbidiensia, sensa la quale è vana e innutile. Ode testé le suoe lode: l'obbidiensia concordia serva in degli angeli, pace tra le monache e monaci, tranquilità genera tra' citadini; sens'essa la reprubica non può stare, nulla famiglia reggersi; ella è perfetta scala per la quale al cielo si saglie; questa è il carro che portò al paradizo Elia, porta del paradizo, serrame dello inferno; notrica la umilità, la pasiensia prova, la ma [n] suetudine essamina. Se sapere disideri ciò che fa il sacerdote stando chinato, dice una orassione, che incomincia: « Sucipe, santa Trinitas », in della quale prega che l'obrassione fatta sia ad onore de' santi e a salute dell'anime de' fedeli. Poi si volta al populo e segretamente lo prega che per lui ori e, rivoltandosi, dice le segrete orassione. Che farai qui, figliuola? Voglio che ori segretamente e colla santa orassione t'acompagni, però che in nella orassione è ficacia grandissima e meraviglioso misterio. Moizè orava in del monte, per la cui orassione Iosuè Amalech vincea. Ezeccia
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per l'orassione salute del corpo e dell'anima acquistòe; per l'orassione Saulo diventò Paulo, predicatore de' gentili e del mondo; per l'orassione fu Geromia in pregione confortato; tra' leoni Daniel si rallegra; tre giovani in della fornace ballavano; Iob nudo in dello sterquellino triunfava; lo ladrone in sulla croce lo paradizo trovò; tra' vecchi fu Suzanna difesa; Stefano ricevuto fu in cielo e tra li lapidanti fu per Saulo essaudito. Non è adunqua luogo in nel quale orare non dobbiamo, però che in ciascuno si degna essaudirci. O beata orassione, colonna delle sante vertù, scala di divinità, marito delle vedove, cognata degli angeli, fondamento di fede, corona de' monaci, leggeressa de' congiugati: beato è chi t'ama, più beato è chi ti frequenta; beato chi ti stringe, più beato è chi in te persevera; beato chi in te sparge le lagrime, però che tu olocausto santo, immaculato se' a Dio.
CATERINA
Maestro, che significa che dipo l'Offertorio infine al Profasio ogna cosa si dice pianamente?
SIMONE
Ditta l'offerenda, s'incomincia il misterio della passione in della oblassione: unde significa il trattato e parlamento che fenno li Giudei della passione e morte di Cristo, per lo quale si partitte e andò in una regione da lunga, e quine stava appiattato co' discepuli suoi. Apiàttati un poco dal mondo, figliuola, apiàttati dalle astusie del dimonio, apiàttati dalle carnale concupiscensie, e fugge a stare con Iddio.
MONACHETTA
Castissimo amatore benigno de' casti corpi e dell'anime incorrotte, raguarda alla mia anima, la quale in nelle tuoe mane pone ogna proponimento di cosciensia e di bene, considera la sua devossione, che a te umilemente offerisce. Cognosce bene che, essendo
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vestita dal corpo, non potrebbe vincere la rebellione naturaIe, li stimuli della età, la forsa della consuetudine, la libertà della licensia, se già tu in le' per lo libero arbitro non accendessi l'amore della verginità, se lo disederio della continensia non notricassi in del cuore, se non li donassi fortessa. Pregoti, Signor pio, acciò che, fuggita dal mondo per abitare teco, sia da te ricevuta grasiosamente. Riempiela d'odore di continensia suave, donali prudente modestia, savia benignità, grave leggeressa, casta libertà. In verità sia fervente, fuor di te nulla cosa ami, laudabilemente viva, non desideri loda. Te in santità e purità grorifichi, te con amor tema, con amor te serva; tu sii suo onore, sua volontà, suo gaudio e alegressa; tu sii in suo pianto solasso, tu in suo dubbio consiglio, tu in sua ingiuria defensione, in sua tribulassione pasiensia, in sua povertà abundansia, in suo digiuno cibo, in sua infermità medicina. In te abbia ogna cosa, lo quale amare desideri sopra tutti; quello che professa conservi per solo piacere a te, che vedi e ricerchi le 'nteriuole del petto dentro.

3.4. QUI PARLA SIMONE, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

SIMONE
Viene dipo Ia secreta il Profasio; unde, incominciando, il sacerdote dice: « Per omnia secula seculorum », la qual parola è fine dell'orassione procedente e principio del Profasio, ad insegnare che Cristo è principio e fine, però che dice di sé: « Io so' alfa e o, principio e fine »; e anco è come la pietra del canto congiungente li Giudei e li Gentili. Fa', figliuola, che sii congiunta con Iddio, ch'è tuo fine e principio, non ti seperino da lui le tenebre de' peccati, non esiandio lo racordamento di loro, non la cura e solicitudine delle cose terrene.
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Alsa il prete la voce, a significare che, poi che Iesù s'appiattò, anco s'apalezò, venendo in Geresolima, quando gli fanciulli li andonno incontra co' rami delli ulivi e delle palme. Così tu alcuna volta appiatta te e le tuoe buone operassione, per non pigliarne loda mondana; alcuna volta t'apaleza, non per groria di mondo, ma per mostrarti essempro laudevile. Saluta il populo, dicendo: « Dominus vobiscum », però che disidera che li assistenti siano tali co' quali Iddio si degni di stare, e massimamente in nel desnare spirituale. Qui, Caterina, la volontà lavi e mondi ogna affetto rio radicato per molta consuetudine, acciò che pura e monda ricevi tanto Signore amatore di nettissima purità.
FRATICELLO
Viemmi volontà grandissima di gridare, s'i' apro le mie luce intrinsiche, però che molti ne veggio lo benigno aspetto di tanto Signore mucciare e fuggire, al nome suo chiudere li orecchi, neuno suo perfetto bene desiderare, ma continuamente sua maestà e groria iscacciare. Questi sono gli apostati, l'infedeli, gli eretici, gli biastimatori dello Spirito Santo; li quali seguitano li disperati, li presuntuosi, l'impenitenti, li ostinati, li impugnatori della verità cognosciuta, e quelli che di fraterna grasia hanno invidia. Sono altri li quali, acciò che a loro non entri, intorniano la loro abitassione con muri fortissimi, intrando in profundissime tenebre, le quali sanno ch'elli fugge, menando in simili luoghi gli altri: costoro sono li combattitori, li brigosi, l'invidiosi, li ripieni dodio, d'accidia e divizione, li disideratori di scandalo e tradimenti. Altri per non raguardarlo vanno per diversi precipisii periculosi e dificili, de' quali sduceno in una valle oscurissima e profonda:
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questi sono seguitati dalla imprudensia, precipitassione, inconsederassione e incostansia; ma' sempre lo 'nganno della carne, lo inganno, l'astusia, la negrigensia sta con loro. Altri vediamo non solo impugnare lui e lo nome suo, ma esiandio li suoi amatissimi cavalieri: questi armano la mano diritta di micidio, di tagliamenti di membra e di battiture; la sinistra di incarcerassione, di furto, di rapina; lo petto di ingiustisia, trasgressione e uzura; di che armano la faccia, se non di maladissione, ditrassione e schernimento? La gola empieno di spergiuri, adulassione e mendacii, velandosi con simulato sussurro, con fraude, litigii e irronia. A questi si giungano li spietati, l'incantatori, l'indivinatori e l'idolatri, li prodighi, li simoniaci, li sagrilegi e l'ingrati: per iscudo tengano l'avarisia, ornandola di inniquitudine, perdissione, fallacia e molta fraude. Fuggiamo custoro, induttori di etterna mestisia, e abracciamo la giustisia a costoro contraria, la quale a tal Signore anima assimiglierà. Ma per la mia faccia si sparge lagrime, se agli altri mi volto, però che molti ne veggio per dilicatessa, pusillanimità, paura a questo Signore non andare; altri per ambissione, audacia, intimidità, perché pervenire si sforsino, non potere. Cavalcano molti il cavallo della vanagroria, tenenti in mano lo freno della dizobidiensia, avendone per redene discordia e pertinacia, per pozule ipocresia e vantamenti, vestiti di prezunsione di novità,
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e contensione portano per isperoni. Costoro tosto fuggiamo, e armianci di vertù di fortessa inimica di questi. Ma volesse Iddio che gli altri ricevesseno questo Signore puramente, né fusseno d' insensibilità, intemperansia, incontinensia o ebrietà gravati! Qui vo' un pogo ch' apri le tuo lappule degli occhi e dilati il vedere, però che vedrai li superbi saglire sopra l'ira e con arme di risse crudelmente combattere. Hanno per barbuta enfiamento di mente, per pansiera indegnassione in ciascuno, per corasse curiosità, giuochi e ornamenti diversi, per saette grida, villanie e biasteme. Più oltra manda li raggi del vizo, dove li dizordinati s'invuluppano in del ceno di lussuria con odio di Dio, amanti sé propi, invescati in nel prezente seculo, né consideranti al futturo: piacerebbemi di tacere queste brutte e pussulente spesie, le quale sono fornicassione, incesto, adulterio, stupro, rapto e visio contra a natura, se molti non se ne vedesseno in esse inviluppare bruttamente. Dall'altra parte saglie il goloso sopra alla stolta letisia, pugnante colla immundisia e co' suoi paggi, li quali sono giuladria in moltiloquio e de' sentimenti intrinsica oscurità. Questo goloso in cinque modi è percosso, però che alcuna volta più dilicati cibi cerca, altra volta ciò che de pigliare vuole che sia con grande studio apparecchiato, altra volta piglia [oltra] il bizogno, lo quinto modo è prendendo un cibo con disordinato diletto.
SIMONE
Poi il sacerdote amonisce a levare i cuori in alto, dicendo: « Sursum corda », perché dice l'Apostulo « Cercate le cose di sopra e
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non quelle di terra ». E 'l coro, rispondendo avere ricevuti li suoi comandamenti, dice: « Noi abbiamo li cuori a Dio ». Qui, figliuola, t'ingegna d'avere lo cuore a Dio e essercitarti in meditassione spirituale. Ma trovo che sette impedimenti ritardano la mente della meditassione spirituale. Lo primo è la necesità di questo mizzero corpo, perciò che, cercando ora di dormire, ora di mangiare, ora vestire e l'altre necesità, non è dubbio che molto impaccia dallo essercisio spirituale e di levare in alto il cuore. Lo sicondo impedimento sono li visii del cuore, come la leggeressa, la suspissione e lo movimento di impasiensia e d'invidia, l'apetito di loda e cose simile. Lo terso impedimento è la prosperità, lo quarto l'aversità, lo quinto la ignoransia propia, perciò che in molte cose siamo incerti di ciò che fare dobbiamo. Lo sesto è lo nostro aversario, lo quale, mughiante a modo che leone, va cercando atorno chi divori. Lo settimo impedimento sono le male e perverse persone co' mali esempri, colle importune persuassione, con parole adulatorie, con detrassione e in mille modi altri. Questi impedimenti iscalcando e scacciando quanto si può, lo cuore solo s'acosti a Dio. Conforta il sacerdote poi gli astanti a rendere grasie, dicendo: « Grasie rendiamo al Signore Iddio nostro ». E 'l coro, assentendo al sacerdote, risponde: « Degna cosa è e giusta »; la cui risposta il prete ripiglia, conformandola per ragione e dicendo: « Veracemente degna cosa è e giusta, diritta e salutevile noi a te sempre e in ogna luogo rendere grasie, Signor santo, Padre omnipotente, etterno Iddio: per Cristo signor nostro ». Dobbiamo, figliuola, imprima rendere grasie al « Signore », che ci ricomprò; « Iddio », che ci creò; « nostro », che ci salverà. O vogliamo dire: al « Signore », colla sua potensia noi portante; « Iddio », colla sua sapiensia reggenteci; « nostro », lo suo reame aparecchianteci. E considera che il sacerdote dice che di renderli grasie veramente è
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« degna cosa », però che per sua pura voluntà ci forma; « iusta », perché con grande miziricordia ci ricomprò; « diritta », perché sua grasia ci gi [u] stifica; « salutevile », perché etternalmente ci grorifica. E seguita: « noi a te sempre », perché la sua maestà è sempre etterna, unde dicea Davit: « Benedicerò Iddio in ogna tempo: sempre la loda sua fi' in nella bocca mia »; e « in ogna luogo », perché in ogni luogo è la sua maestà, però dicea David: « In ogni luogo della sua signoria, benedice, anima mia, Iddio ». Poi seguita: « Signor Santo », perché li servi santifichi giustificando; « Padre omnipotente », perché essalti li figliuoli in de' meriti; acrescendo, « etterno Iddio », perché li tuoi adoratori remuneri etternarmente grorificando; « per Cristo Signor nostro », sogiunge, quazi dica: 'per Cristo ch'è mezano e avocato nostro appo te'. Sì che qui cognosce e considera che li benefici dati da Cristo ti denno fare rendere grasie al Padre, però che per Cristo anco li a [n] geli lo grorificano. Unde, seguitando il Profasio, dice: « Per lo quale la maestà tua lodano li Angeli, adorano le Dominassione, tremano le Potestade »: qui nota che li spiriti angelici lodano Iddio e la sua maestà, testimonansa rendendo; tremano, meravigliandosi della sua magnifica potensia e obbedendo. Seguita: « Li cieli, le Vertù de' cieli e la beata Serafin le laude celebrano con compagnevile allegressa ». Per « li cieli »si possano intendere li Troni, o vogliamo pur per li cieli che veggiamo, li quali danno materia grandissima di Dio grorificare e laudare. Per « le Vertù de' cieli » s'intendeno gli altri spiriti beati. Onde dèi sapere che sono nove ordine d'angeli. Lo primo ordine si chiamano Serafini, quazi 'ardore' o 'incendio', overo 'ardenti': e chiamansi così dal dono della carità, dalla quale sono infiamati più singularmente degli altri.
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Lo sicondo ordine si chiamano Cerubini dal dono della sciensia, in nella quale soprastanno; lo terso Troni dal dono del giudicio, che è meno che la sciensia, però che la sciensia informa il giudicio; lo quarto Domminassione, ditti dal dono del signoreggiare, perché agli Ordini inferiori signoreggiano, e a noi, mandati della Signoria, lo modo debito ci mostrano; lo quinto Principati dal dono della reverensia, la quale non solo alla somma Maestà elli dimostrano, ma esiandio dalli beati spiriti è loro fatta; lo sesto Potestà dal dono della potensia che hanno di costringere li dimoni malivoli, malisiosi; lo settimo Virtutes, ditti cusì dal dono ch'hanno di fare i miraculi. L'ottavo ordine si chiamano Arcangeli, dal dono d'anunsiare e revelare le cose grande; lo nono e ultimo Angeli, dal dono d'anunsiare cose piccule. Con questi spiriti prega il sacerdote che siano amesse le suoe orassione, e dice: « Co' quali le nostre voce acciò che comandi siano amesse preghiamo, con umile confessione dicendo... ».
MONACHETTA
Fa' qui pausa, maestro, però che l'anima propria pare abandonare voglia i sensi corporei e colle suoe leggerissime ale intellettuale volare tra li giocundi spiriti nominati. Pigliatemi, chiamatemi, sforsatemi, amettetemi e menatemi con voi, allegri spiriti: di vostre schiere ordinate, di vostre cinture e ghirlande fiorite e redolente mi fate participe. O Serafini igniti, intorniati di roze rosse e focosi fiori, infiamate l'anima, affocate le suoe potensie, trasformate li sensi, consumate ogni rio, acciò ch'io possa co' segni simili in vostra ridda venire. Informatemi, Cerubini, di celestiale sapiensia, di luminosi e bianchi gigli m'adornate, acciò che solassare insieme con voi possa, ogna tenebrosa ignoransa scaciata. Troni ricchi di diritti giudicii, sopra cui siede il giustissimo Giudici, vestitemi di vostre meravigliose robbe, ricchissime,sottilmente tessute; e saltellando mettetemi in vostra dansa. O venerande Domminassione, che mansuetudine vestite e cremensia, colle quali coprite come vostri figli li sudditi, adobbatemi, sì ch'io tra vostre sonore armonie dilettevile possa intrare. Con umilità dirieto a voi, Principati,
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vegno, perché mi conforta l'odore delle vostre viole odorifere, pregando ch'io sia ricevuta in compagnia di sì reverenda brigata. Da voi, Potestà valenti, non mi parterrò, bench'io fusse scacciata, disiderando d'armarmi di vostra luccicante e sprendiente armadura, la quale mi difenda dalli rabbiosi aversarii e astuti. Non mi schifate, vertuose Vertù, ma vestitemi uno de' vostri fronduti e meravigliosi abiti, e con voi verrò faccendo miraculi, almeno li peccatori a penetensia convertendo. Arcangeli e Angeli, per mano mi pigliate impiendomi di verdi arbucelli e fioriti, li quali portate di spesie varie, sicondo che vi sono imposte, imbasciate: e obbidiente, sensa veruna pigrisia, attendendo al mandato del Comandatore universale, anu [n] sierò di minime cose o grande. Tiratemi a voi, beati spiriti, perch'io sono attediata dalla vile e corruttibile pregione in cui io abito; liberatemi da questo corporeo carcere che mi brutta e agrava e tra' vostri perpetui gaudii mi mettete.

3.5. QUI PARLA SIMONE, FRATICELLO, CATERINA E LA MONACHETTA.

SIMONE
Ode le laude degli angelici spiriti, che con acordante armonia e allegrissimo giubilo cantano dinanti alla innefabile maestà; le quale lo sacerdote, ditto il Profasio, con divossione e umile voce dice: « Santo, Santo, Santo, Signore Iddio delli esserciti. Pieni sono li cieli e la terra della groria tua. Preghiamo ci salvi in nelli eccelsi cieli. Benedetto chi viene in del nome di Dio. Preghiamo ci salvi in nelli eccelsi cieli ». Tre volte diceno « Santo », per dimostrare la Ternità delle Persone; « Signore Iddio » diceno, per l'unità della essensia; « delli esserciti » agiungeno, cioè degli angeli e delli omini, che sono diversi esserciti, l'uno in della triu [n] fante Chiezza e l'altro in nella militante: e come in nello essercito degli angeli sono diversi ordini, così sono diversi stati degli omini in nella Chiezza militante e prezente. « Pieni sono li cieli » diceno, perché per « li cieli » s'intendeno gli angeli e per « la terra » gli omini, li quali grorificano sempre Iddio; o vogliamo
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pure che significhino tutte le creature del cielo e della terra lodante e magnificante il loro Fattore, e perché in ogni luogo è la divinità. Poi, a dimostrare che alla salute etterna è necessario confessare lo misterio della incarnassione, faccendosi una croce, soggiunge: « Benedetto chi viene in del nome di Dio »: questa parola è presa dal Vangelio di San Giovanni, dove, al qui [n] to capitulo, parlando Cristo di sé dice: « Io venni in del nome del Padre mio ». Du' volte dice il sacerdote « Ozanna », pregando per la salute sua e delli astanti, per le due beatitudine: una della mente e dell'anima, l'altra, dipo 'l giudicio, del corpo grorificato e unito. Qui, figliuola, quando il Santus si canta, si sforsi la tua anima di meschiarsi cogli angiuli, e con loro canti suavissime melodie.
FRATICELLO
Caterina, se attenderai ti vesterò di nobili vestimenti, co' quali possino saglire infine al cielo li tuoi spiriti, e quine udire li tuoni sonori delle voce dolcissime angeliche e, intrando in ne' balli allegri e dilettevile ridde, con loro insieme saltare, sonare, cantare con giocundità e diletto. La prima veste, cioè lo tunicello, sia la giustisia rendente a ciascuno ciò ch'è suo: a noi, come meritiamo, mizeria, e miziricordia a Dio. Vestita questa vesta, serà il tuo animo illuminato dalle tenebre de' peccati, mostrato agli occhi della mente lo spaventevile giudicio, la brevità della vita, lo fine incerto: onde ti sveglierà l'anima in amore di penetensia e in odio e detestassione grandissima del peccato. Troverai che la giustisia è quella sotto cui e per cui regna la pudicisia, triunfa la pace, la sigurità e dignità fiorisce e frutto produceno in pasiensia. Chi la giustisia amerà e stringerà, con Moizè lo mare del mondo, arossito di sangue di visii, con secche pedate passerà. Ella è la verga di Moizè, con cui percossa la pietra produsse fiumi abondanti, perciò che i cuori lapidosi de' sudditi, con giudicio di giustisia toccati, riboccano
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di vertù fiumi pieni. Ella è la verga d'Oron, che rinverditte di fronde e di frutti, però che, quando la giustisia si concepe in della mente, fa fronde, quando per dare rimedi s'essercita, fa fiori, ma frutti fa quando per lei lo suddito si corregge. Ella è la pala colla quale lo grano si divide dalla paglia, la parte sana dalla inferma, però che contra a la infermità del peccato si de opponere uno mordace impiastro, acciò che la non curata marcia non abondi in maggior male e la non punita iniquità ritorni in acrescimento di visio. Ella è la mizura colla quale dobbiamo mizurare e ponderare li meriti e le pene; ella è medicina de' visii, purgamento de' peccati; ell'è la pietra colla quale David percosse il Filisteo e da servitù lo populo liberò. La giustisia sia adunqua la prima veste, però che t'accendrà in amore della penetensia. Ma perché è periculoso far penetensia tra la turba del seculo, dove altri con venenate persuasione, altri con adulassione, altri con perversi essempli al peccato allettano, altri con adulassione fanno cadere l'animo in vanagroria, altri con detrassione in [im] pasiensia, t'è necessario vestire la siconda veste, cioè la tunica, e sia la prudensia. La quale, mostra [n] doti quante e come importune oportunità e cagione di peccati t'offerisce il mondo, e quanto v'è l'animo debile umano, massimamente quando è notricato in nella visiosa consuetudine, ti farà eleggere di fuggire del ma [l] vagio seculo. Ma questo anco non vasta, però che potresti eleggere la solitudine, nona attendendo la infermità propria e la periculosa battaglia del nimico, non essendo cosa più periculosa che essere solo e combattere contra le stusie di colui lo quale non puoi vedere e che te vede. Onde ti fa bizogno di vestirti la tersa veste, cioè lo scapulare, e sia la fortessa: la quale ti farà robusta e insegnerati eleggere a abitare più tosto in congregassione, dove troverai tanti consigliatori e aiutatori quante compagne, che in solitudine, della quale si dice: « Guai a chi è solo, però che, se 'l solo cadrà, non arà chi lo sollevi ».
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CATERINA
Meravigliomi, fraticello, che vogli che altri abiti più tosto in congr [eg] assione che 'n solatudine, con ciò sia cosa che la solitudine sia vita di penitensia, vita de' combattenti contra il mondo, uno fuggire a Dio, uno ritornare al suo Padre; ella è la casa dove il figliuolo che avea consummata la parte a sé contingente, vivendo lussuriosamente, si ricongiliò col suo padre.
FRATICELLO
Dico che la vita solitaria è vita de' perfetti, vita più tosto angelica che umana; e però, se ad alcuno degli antichi Padri fu concessa questa grasia, non vo' perciò che stoltamente tu ti metti a periculo né tenti Iddio. Ista' in congregassione e sii forte, perché la fortessa è quella colla quale Moizè l'aspressa del dizerto vinse; questa è il pane celestiale che Elia in nel diserto pascette; questa la morte dispregia; questa è la chiave colla quale la casa di Dio s'apre e a ciascuno è paleze; questa li diletti carnali sotto il freno della ragione fa giacere, con questa il Battista fu coronato in del dizerto, Paulo forma d'erimiti fu beatificato; fu d'Antone e degli altri Santi Padri corressione e cintola, colla quale cinti e armati in ne' cieli non cessano mai con voce non istanchevile di gridare: « O fortessa, bastone delli erimiti, cingulo de' monaci, di tutti i religiosi sacramento! Tu vali contra a la povertà che non si rompa l'animo, in ogna cosa rendi grasie, in delle tribulassione trovi ricchessse spirituale e delicate; tu scacci ogna crudelità, dispregi la carcere, non temi la croce, li tormenti abracci, disideri li vinculi, spontanea corri a la morte e allegra ». Prego adunqua abbi fortessa in nella congregassione.
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Ma, perché alcuna volta la persona in co [n] gregassione desidera d'esser e parere la maggiore, la più savia, e signoreggiare, non sappiendo regulare se stessa, voglio che ti cinghi con uno cingolo, e sia la temperansa. Rifrenando li incontinenti movimenti de' diletti, li bestiali appetiti della curiosità, li capitosi impiti della ellassione, elegge d'esser suggetta all'altre, sotto le quale la volontà tua si rompa e col freno della obbidiensia la tua concupiscensia sia repressa. Reduceti a memoria che Iesù era a Giozep e alla sua madre suggetto. Ma perché in nella via della obbidiensia ti potranno occorere cose che ti parrano dure e aspre, voglio che ti ponghi in capo lo velo bianco, e sia la pasiensia; per la quale ogna cosa dura e aspra con tacita consciensia sempre abracci, e te più tosto giudichi e riprendi, alla quale dispiaceno cose che ti sono salutifere, che la persona che ti comanda, in nella quale dèi pensare esser ogna discressione. In questo luogo t'è grande bizogno di guardarti dalla superbia e vincere te stessa e l'animo tuo: però voglio che ti ponghi lo velo nero, e sia l'umilità; la quale illumini il cuor tuo e dichiari qual sono le cose che vegnano da te e quale vegnano da Dio, acciò che non ti levi in superbia e sii atterrata come li superbi angeli, ma possi con umilità istar cogli angeli. Vestita e velata, voglio che ti calsi, e siano le calse la devossione. Qui dilata li spiriti, dilata il cuore con ardore e fervore, corre la via de' comandamenti di Dio e, quello che imprima con amaritudine e a forsa facei, per la divossione con somma dolcessa adopera e gran diletto. Qui incomincerai a vedere gli a [n] gelici spiriti, di quinci udrai le melodie soave e 'l Santus dolce. Ma perché per la divossione potresti tanto seguitar l'affetto che per immoderata essercitassione protresti il corpo distruggere, onde ti converrebbe poi stare occupata più in nella cura del debilitato corpo che in nello essercisio spirituale, voglio che ti metti li calsari, e siano la discressione, che è madre delle vertù e consumassione di perfessione. Questa t'insegnerà che neuna cosa si vuol fare troppo né poco, questa ti menerà a stare cogli angeli, questa ti farà perseverare in del bene. Perciò voglio che le pranelle siano la perseveransia, la quale informa
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il merito, colora il buon propozito, remunera il corrente, dà vittoria al combattente, mena al palio, conduce al porto. Ella è vertù che lega Iddio, premia i martiri, corona le vergine, essalta li confessori. Ella è sensa malisia e sensa macchia. Lo mantello nero, che cuopra ogna cosa, vo' che sia la penetensia aspra e dura, la quale sì maceri e stanchi il corpo che diventi nero acciò che sia l'anima pura e bianca.
MONACHETTA
Anima mia, grave di inniquità e di peccati, chiavata con amore di cose terrene, lassa li tuoi carichi, schiàvati dal mondo, vesteti de' vestimenti del fraticello, e tròvati in ne' cori beati de' beati spiriti laudanti e grorificanti il loro Fattore. Contempla in nella maestà infinita, dove meravigliose cose discerne: la etterna generassione, la spirassione innefabile, la unione del Figliuolo, la prudussione delle creature di fuora. Quine ti specchia, e vedra'vi rilucere ogna perfessione. Assottiglia sì lo tuo intelletto, ch'elli possa comprendere quelle cose profonde, e poi accende la volontà e l'afetto di quella incomplensibile fiamma d amore. Così infiammata e accesa a modo di fuoco, discorre per le nobile vie del Paradizo; quine t'avoluppa, quine ti ferma, quine raguarda, quine pone tanto amore che poi sempre ti spiacciano le cose vane terrene che sono qua giù. O anima mia, lassa questo mondo, dove se' forestiera, e abita in nella tua cità celestiale, piena di diletti, consolassione e gran riposo.

3.6. QUI PARLA SIMONE, IL FRATICEELO, CATERINA E LA MONACHETTA.

SIMONE
Stringeti, figliuola, tra te stessa in nell'anima, però che 'l sacerdote, in sé rinchiudendosi, dice con gran silensio la segreta. E la ragione del silensio è acciò che sensa strepito di parole si dirissi a Dio la divizione de la mente e perché le parole di tanto misterio none inviliscano
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per tanto uzo. In questa parte non solamente si proferiscen parole che si righiegano alla consecrassione, ma esiandio che reducano a memoria la passione di Iesù. Incomincia secretamente il sacerdote, e prega con umilità lo « crementissimo Padre, per Iesù Cristo » come per mediatore, che accetti e benedica « questi doni, queste oblassione, questi santi sacrificii immaculati ». Dice in plulari « più doni », perché il pane e 'l vino innanti alla consecrassione sono spesie diverse. Fa tre croce, perché la Messa ha vertù e santificassione dalla croce. Nomina li « doni », per ciò che da Dio sono donati; « oblassione », perché dal sacerdote sono a Dio prezentate; « sacrificii », perché si denno transustansiare in sacrificio immaculato. Poi soggiunge che offerisce queste cose principalmente per la Chiezza santa cattolica, la quale prega che Iddio pacifichi, guardi e rauni insieme col papa e col vescovo dove egli celebra e con tutti li fedeli cristiani. Prega anco più spesialmente per alcuni amici e parenti vivi e per li adstanti e per sé, per remissione de' peccati, per salute della mente e del corpo. Poi, nominando la groriosa vergine Maria, li beati apostuli e marteri, prega che per li meriti di loro preghi Iddio con aiuto di sua protessione ciascun cuopra. Che farai qui, figliuola? Rinchiudeti e chiama dentro tutti li spiriti, e mastuca con gran considerassione tutte le cose.
FRATICELLO
Voglio fabbricare uno monesterio spirituale in nell'anima, in nel quale rinchiudere possi li spiriti con abito di religione perfettissima. Imprima voglio che lo monesterio sia la contemplassione, in nel cui seno mentre che l'animo abita solo cose celeste medita, è separato dalle terrene, dalla turba de' pensieri carnali è da lunga, fugge li dolci affetti di carne, li vaghi movimenti de' se [n] timenti ristringe, in Dio si diletta, fruisce la dolcessa angelica, legge i' libbro della vita, per silensio tien pace in nel coro delle vertù, serva la concordia de' costumi.
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Questo monesterio sia con muro di buone pietre, cioè di buone operassione, atorneato di fuora; lo quale muro, chiusa la porta del silensio, constringe gli andar vaghi della mente. Di questa clausura escendo, la mente, impacciata da seculare cure varie, è presa e corrotta come Dina. Facciamo testé lo chiostro, a regula di giustisia quadrato. Lo primo cantone sia lo dispregio di sé, lo sicondo lo dispregio del mondo, lo terso l'amor di Dio, lo quarto l'amor del prossimo. Lo primo raguarda l'occidente, dispregiando l'animo sé per li difetti corporali e per considerassione della morte; lo sicondo riguarda a settentrioe, dispregiando il mondo per la sua fredessa e suoe tenebre; lo terso inverso l'oriente, però che, come il sole dall'oriente saglie in sul merizzo, così l'amor del prossimo è grado alla carità fervente di Dio; lo quarto è inverso il merizzo, che significa l'ardente carità della inefabile Maestà. In questi quatro lati del chiostro voglio disponere quatro ordini di colonne. Dal primo lato per lo dispregio di sé l'animo dodici colonne vi rissa, cioè: la umiliassione del cuore, l'affrissione della carne, lo sermone umile, la viltà del vestimento, la suttilità del cibo, lo carico della fatica, l'amor della suggessione, lo dispregio dello onore, lo fuggire della loda, lo proferire lo consiglio ad altrui, l'obbedire a' sudditi, la difidensia di sé. I' nel sicondo lato per lo dispregio del mondo ne dirissa dodici altre, cioè: lo suppiditare le cose del mondo, l'avilimento della pecunia, l'amor della solitudine, la espettassione della morte, la cognissione del tempo breve, lo scarcare della curiosità, lo dicernere delli errori, lo raguardare de' visii, l'affidarsi in Iddio, la dolcessa del cielo, lo dispregiare di se stessa, lo essemplo di Cristo e de' suoi martiri. I' nel terso lato per l'amor di Dio ne rissa dodici altre, cioè: l'alegressa in de la aversità, la rettitudine in della vita, l'odore di
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buona fama, la repressione di tentassione, la espettassione della felicità, l'odio delle inniquità, la quite del cuore, l'accesa devossione, la continua orassione, la perfessione della mente, l'assidua meditassione. I' nel quarto lato per amore del prossimo ne rissa dodici altre, cioè: lo diritto consiglio, la affettuosa compassione, lo spargere della elimozina, la defensione della innocensia, la severità della giustisia, lo essemprare adoperare, l'animare allo spirito, lo scacciare della negrigensia, l'aiuto fraternale, lo predicare della dottrina, la reverensia umile, lo confermare in nel bene. La ruota di questo monesterio voglio che sia la licensia del parlare; della quale sia rotaia la umilità e la prudensia sia sua compagna, che chiami e mandi li forestieri alla grata; dove siano ferri del preciso e ponderato sermone. La qual grata la carità apra, la letisia riceva quelli che vegnano, la affabilità li ritenga, la collassione li pasca, la modestia li serva, la pietà li tiri, la misericordia li pacifichi, la predicassione l'amaestri, la concordia de' costumi li faccia amici. Fabrichiamo lo parlatorio, dove si raunino le potensie, e sia la stretta considerassione. Qui parlino della miseria della vita prezente, della beatitudine della futtura, de' premii de' giusti, delle pene de' dannati, de' loro peccati commessi. Vo' fare un orto dove si spasii l'animo, e sia la circuspessione di sé e la cura del prossimo. Quine sia un prato di consolassione, che conforti li prossimi, e una piassa di coressione, li visiosi purgante. Quine siano arbori di vertù, che facciano ombra grata de' comandamenti di Dio, frutti di buone opre, odore suavissimo di fama laudebile. In questo orto vo' scavare quatro fonte: la prima sia la fonte della verità dove si pigli acque di visii per cognoscere cose licite e inlicite; la siconda
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sia la fonte della sapiensia, che abondi d'acqua di consigli per dicernere ciò che si conviene e che no; la tersa sia la fonte della fortessa, dunde esca acqua d'aiuti contra ogna paura; la quarta sia la fonte della carità, donde esca acqua di disiderii di cose celestiale contra alli allettamenti del mondo. Facciamo testé lo capitulo, e sia lo secreto del cuore; al quale la ragione del cuore rauna diverse cogitassione, per iscacciare le incorregibile, per correggere le inquiete, per emendare le negrigente, per amaestrare li semprici, per mittigare le iracunde, per ristringere le dilicate, per isvegliare le pigre, per consigliare le puzillanime, per insegnare alle indiscrete. In questo capitulo la ragione tiene luogo di priora e di badessa, la cosciensia accuza le colpe, la perversità le scuza; la superbia difende il peccato, la innocensia il confessa; la umilità giudica se stessa, l'arrogansia altrui; li visii contradiceno a' comandamenti, le vertù obbediscano. Accuzansi alcuna volta le vertù insieme: la miziricordia accuza la giustisia, che, mutando il volto della mansuetudine con iracundia, ha stese le mane infine alla crudelità; la giustisia accuza la miziricordia, che non ha preso il volto severo, che ha lassato il peccato impunito, che l'offendente non ha increpato pur con parole. Quine hae du' dicipline: l'una si è la contrissione del cuore, che corregge i costumi; l'altra è l'affrissione della carne, che corregge l'operassione. Seguita il refettorio, e sia la meditassione delle Scritture sante. Qui sono innebriati li spiriti di vino di compunsione, sasiati di vidande diverse di buoni essempri. Qui lo 'ntendimento storiale è cibo di semprici, lo figurattivo è de' dottori, lo morale è di tutti. Qui è l'acqua delle lagrime, qui si mastuca il pane succennerissio della memoria de' peccati; qui si mangia carne d'agnello, considerando la umilità della passione di Iesù; qui si mangiano pesci c'hanno squamme e pennule, seguitando coloro ch'ebbenno aspressa di diritta conversassione e ale di contemplassione; qui si mangia mèle di dotrina dolcissima, oglio di
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consolassione di spirito, boturo di grassessa di vertù, latte di innocensia bianchissima. Ordiniamo lo dormentorio, dove si riposi l'anima e non si stanchi in nelle solicitudine e cure del mondo, e sia la tranquilità della mente. Quine si sterni il fieno della carne e della sensualità, la coltrici sia la purità de la cosciensia, lo piomaccio la sigurtà della grasia, la carpita sia l'aspra macerassione. Qui dorma l'anima, qui si riposi, qui prenda lo sonno della pace; e guardi che non sia scoperto il suo dormitorio dalle te [m] peste delle tentassione. E ecco il monesterio, dove voglio che abitino li tuoi spiriti e stiano segreti.
CATERINA
Bellissimo e maestrevile è, ma palmi che la principal cosa quazi abbi lassato, cioè la Chiezza.
FRATICELLO
Ricordami che altra volta ti fabricai uno oratorio: quello potresti agiungere a questo edificio, e sarà monesterio perfetto.
MONACHETTA
Haimi toccato sì, fraticello, le merolle e le interiuole del cuore, ch'i' sono tutta spaurita, vergognandomi di portare abito di riligione e esser fuora del tuo monesterio tutti li miei spiriti vagabundi. Haimi dato materia di pianti, di sospiri e di lagrime, però che, se io quardo la memoria, la veggio piena di pussulente inmaggi [n] e, in dello intelletto trovo brutte similitudine, in nella volontà sento disordinati affetti, in nella sensualità si nasconde pennace fuoco sottile, lo quale scaldando le potensie li tira a' suoi bestiali appetiti. Onde io, non sappiendo che fare, vedendo li spiriti e pensieri correre per luoghi varii, dinanti a' piei di Iesù mi prosterno. Rauna, Salvatore, li dissoluti spiriti, e metteli in del monesterio spirituale, acciò ch'elli rinunsino al seculo, come in apparensa ha fatto il corpo. Metteli in nel salutifero chiostro, in nel parlatorio discreto, in nell'orto piacevile, in nel giusto capitulo, in nel sasiante refettorio e in nel dormitorio quietante.
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Iesù pio, come vero pastore, non li lassare perire né dovorare a' lupi che li nimicano. Chiamali, sforsali, pigliali, e rinchiudeli in nel monesterio vertuoso. Quine li veste di purità e di grasia; quine chiude sì le porte de' sentimenti, che non possino uscire; quine li conforta, consula e sasia per tal modo, che non si curino d'altro se non di pervenire alla groria tua beata.

3.7. QUI PARLA SIMONE, FRATICELLO E LA MONACHETTA.

SIMONE
Procedendo oltra, lo sacerdote nella secreta prega Iddio che accetti e abbia grata la sua oblassione sensa offesa, ordini li nostri tempi con sua pace, da le pene de' dannati ci liberi, e facciaci innumorare tra li eletti. Poi adimanda la benedissione della ostia e la transustansione in nel vero e sommo sacrificio, dicendo: « La quale oblassione preghiamo che tu ti degni di farla benedetta, ascritta, rata, rassionabile e accettevile, acciò che diventi Corpo e Sangue del dilettissimo tuo Figliuolo Signor nostro Iesù Cristo ». Prega imprima che sia « benedetta », cioè consecrata; « ascritta », che della memoria di Dio non esca; « rata », che del suo propozito non si muti; « rassionabile », ch'al giudicio suo paia; « accettabile », che nella volontà sua l'accetti. O vogliamo sponere: « benedetta », per la quale tutti siamo benedetti; « ascritta », che ci scriva nel libro del cielo; « rata », per la quale tra le membra di Cristo stiamo fermi; « rassionabile », per cui dispogliamo dal sentimento bestiale; « accettabile », per cui Iddio ci accetti. O vogliam dire: « benedetta », cioè 'falla trasmutare in quella Ostia, che fu benedetta sensa veruna maladissione di peccati'; « ascritta », che fu figurata con diverse figure; « rata », che è ferma e stabile, né transitoria come le figure antiche passate; « rassionabile », che ha effetto convenevile, mondando la cosciensia dal peccato; « accettabile », che sia di quelli sacrificii de' quali parla lo Ecreziastico a XXXV capituli dicente: « Lo sacrificio del
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giusto è accetto ». Possiamo esponere ancora: 'la quale oblassione « benedetta », cioè consecrata, « ascritta », cioè aprobata, « rata », cioè confermata da te, degnati, Iddio, di farla « rassionabile », che si convenga a la tua ragione, « accettabile », acciò che al tuo beneplacito sempre piaccia'. Fa lo sacerdote sopra al calice e l'ostia tre croce, a dimostrare che Cristo fu venduto a tre persone, cioè a' sacerdoti, alli scribi e alli farizei; poi fa du' altre croce, una sopra l'ostia e l'altra sopra il calice, a desegnare lo venditore e 'l venduto. O vogliamo che le tre croce significhino li trenta denari che fu venduto Cristo, lo quale numero rosulta da tre; e le du' croce significhino la compra e la vendita. Anco si può intendere che le tre reducano a memoria che in nella stitussione della passione fe' tre cose: imprima pigliò il pane, poi lo benedisse, poi lo distribuitte e diè; l'una dell'altre dà intendere che disse « Mangiate », quando diè il corpo, l'altra perché disse « Bevete », quando diè il suo sangue. Qui, figliuola benedetta, non vo' che stii osiosa, né disolvansi o vadano vagabundi li tuoi spiriti, però che sarebbe grandissima ambuzione in sì alta e divota materia none stare attenta.
FRATICELLO
Maestro, perché hai ditto « ambuzione » e perché io fabricai uno monesterio, piacciati ch'io reduca a memoria tutte l'ambuzio [n] e del monesterio de' monici. La prima ambusione del monesterio è lo prelato negrigente. De lo buono prelato avere da l'una parte la provedensia e 'l consiglio, dall'altra la discressione e 'l giudicio, da l'altra l'umilità e buona guardia, da l'altra la carità e diligensia. Ma per la stoltisia la negrigensia i' lui entra, per la pigrisia rimane, dal disiderio di cupidità è pasciuta, per la superbia regna. La siconda ambusione è il discepulo innobbidiente. È la innobidiensia infermità dell'anima, la quale per lo tumore della superbia
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procede, unde si dèe con amonissione, corressione e diciplina reducere e mendare. La tersa ambusione è lo giovano osioso a modo che 'l giovenco sensa giogo. La quarta ambusione è lo vecchio ostinato. Essendo il vecchio presso alla morte, vedendola a sé venire, non la considera niente né tiene a mente né teme, anti delle cose carnale si diletta, del ciarlare si rallegra, importuno e grave è a tutti, come bestia a' visii è inchinevile, d'iracundia è infiato, alle ingiurie è manifesto, a ogna cosa è mobile, di luce di verità è privato; e perciò se stesso palpa, comettendo con opre ciò che pensa, e perché è corrotta la volontà e la mente. La quinta ambusione è lo monaco cortigiano: spesse volte loda ciò che non de, difende quel che non è mistieri, adopera quel che non è licito, parla quel che non si conviene. La sesta ambusione è lo monaco piatitore, però che per lo piatire a molti dispiace, di sé dà male essempro, congiunge matroni illiciti, li liciti alcuna volta disfa, di cose incerte giudica, rende testimonansa di che non sa, va caricato di carte, d'altorità è fornito, mena seco persone apparecchiate a giurare lo vero e 'l falso. La settima ambusione è l'abito presioso. Vanno li dilicati e superbi cercando veste presiose, belle e apparente le quale dato che siano di fuora, nondimeno manifestano la vanità dell'animo che sta dentro. L'ottava ambusione è lo cibo sguizito. Non nega la religione quello che richiede la necisità della natura, ma vieta ciò che disidera la superfruità della gola, nega che lo religioso adori come Iddio il suo ventre, de' quali l'Apostulo dice: « Quorum deus venter est et groria in confusione ».
CATERINA
Non posso comprendere come alcuni facciano del ventre iddio.
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FRATICELLO
Come alli iddii si edifica [va] no li templi, rissavano li altari, ordinavansi li ministri a servire, sacrificavansi li animali, ardeasi lo incenso, così costoro fanno: lo tempio del ventre è la cucina, l'altare è la mensa, li ministri li cuochi, li animali sacrificati sono le carne cotte, li fummi dello incenso li sapori odoriferi. Questo iddio inchina gli orecchi alli romori, è svegliato da diverse generassione di sapori, le faule li piaceno, dell'osio si rallegra, dilettasi del sonno. Tra li suoi servidori non s'odeno songhiossi e sospiri della compunta mente, ma risi sfrenati e rutti del bagnato ventre. La nona ambusione è lo romore in del chiostro. Siedeno alcuni in nel monesterio none alla lessione e a silensio, ma a' romori e alla curiosità vagando, li quali, né 'l tempo né 'l luogo del parlare o del tacere servando, ma essendo [ 'n] stabili e osiosi, ora questo, ora quell'altro a parlare con seco chiamano sempre. La decima ambusione e intollerabile è a far briga in nel capitulo, dove tu ti dèi acuzare, e quine acrescere la colpa, dove si de radere e spegnare. L'undecima ambusione è la dissolussione in coro. Stanno alquanti in coro colla mente vaga e cogli occhi attonniti, coll'abito dissoluto, raguardando le parete dipinte; altro cantano, altro pensano; in coro sono col corpo, ma colla mente in piassa; ora son dentro, ora escano co' sentimenti di fuora; né solo sono dissoluti di dentro, ma esiandio escendo fuora sono curiosi; proferisceno li salmi e non atendeno lo sentimento, disiderano più la melodia della voce che 'l giubilo della mente. La duodecima ambusione è la inreverensia dinanti a l'altare: e qual può essere maggiore e più grave ambusione che andare al presioso sacrificio del corpo del Salvatore sensa reverensia e senza divossione? Adunqua, Caterina, considerando l'ambusione preditte, fa' che, se tu se' prelata, con diligensia guarda le suddite; se suddita se', benignamente obbedisce a' prelati; se vecchia se', si' divota; se giovana, affaticante.
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Sia in nel tuo abito onestà, temperansa in del mangiare; in nel monesterio si' continua, alle corte rada; sta attenta a' salmi, non a' piati; in chiostro non far romore, ma legge; in capitulo non sia briga, ma confessione; sia in coro severa simplicità, intorno all'altare di singulare reverensia onestà.
CATERINA
Perché m'hai ditto, fraticello, l'abusione del monestero, arei spiritual vaghessa di sapere se sono altre ambusione.
FRATICELLO
Trovo che sono anco dodici ambusione del seculo. La prima è lo savio sensa buone operassione. Chi insegna colle parole, coll'operassione de ciò che insegna adimpiere, però che gli alditori dispregiano i ditti del savio se l'opre veggano discordante da' sermone della essortassione. Non è mai efficace l'autorità del dottore, se con effetto d'operassione elli non la ferma in del cuori di chi ode. La siconda ambusione del seculo è lo vecchio sensa ragione. Vedesi il vecchio mancare il vedere, l'udire aver poco, li capelli cadere, la faccia diventar palida, li denti menimare, la codenna increspare, stringere il petto, la tossa abondare, lo fiato putire, le ginocchia tremare, i talloni e piedi infiare: adunqua, vedendo tanti difetti in nella prezente vita e sì ruinare la sua abitassione corporale, non de altro pensare, se non co' religione d'aquistare la felice abitassione che è futtura. La tersa ambusione è il giovano sensa obbidiensia: come quando fi' vecchio potrà comandare colui che in gioventù non ha voluto obbedire agli antichi? Richiedesi in nel giovano lo servire, la suggessione e l'ubidiensia. La quarta ambusione è lo ricco sensa la limozina. E grande stoltisia è ciò che avansa al suo uzo sempre riponere e serrare, né distribuirne niente a poveri bizognosi, però che, conservando con diligente cura le ricchesse transitorie, perde li tezori perpetui della patria celestiale.
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La quinta ambusione è la femina sensa pudicisia. Come la prudensia ne li omini conserva ciascun buon costume, così la pudicisia in nelle femmine notrica ogn'atto onesto, perciò che la pudicisia conserva la castità, rifrena l'avarisia, mitica l'ira, schifa le brighe, scaccia la lussuria, tempera la cupidità, castica la lascivia, fugge l'ebrietà, mutripica la penetensia, purga la concupiscensia della gola, danna il furto, ristringe li visii, le vertù notrica, dà buona fama, lassa di sé memoria, è ornamento de' nobili, è essaltassione degli umili, nobilità de' vili, nettessa de' debili, prosperità degli afaticanti, consolassione de' tribulati, acrescimento di bellessa, piacevilessa di religione, difensione de' visii, mutripicassione di meriti, amica di Dio e di tutti. La sesta ambusione è lo cristiano brigoso. Neuno dirittamente è chiamato cristiano, se non samiglia a' costumi di Cristo: onde, come Cristo non contendea, così il cristiano, che ha il nome da lui, non de contendere né far briga. L'ottava ambusione è lo povero superbo. Qual cosa è più stolta che colui lo quale per mendicità e mizeria dovrebbe stare aggetto e umile sia superbo e arrogante, co' la mente elata, sapiendo che per la superbia caddeno gli angeli, che funno creati con tante ricchesse in cielo? La nona ambusione è lo re inniquo. De lo re non esser inniquo, ma correttore delli iniqui, però ch'elli si chiama re, però che e' de reggere li suo sudditi: e come potrà correggere altri colui che li suoi costumi non corregge? La decima ambusione è lo vescovo negrigente. « Episcopus » è nome greco, e tanto vale a dire quanto 'guatatore e raguardatore': de lo vescovo guatare e contemplare li difetti de' sudditi, e correggerli corporale più o meno sicondo che bizogna. L'undecima ambusione è lo vulgo sensa diciplina. De lo vulgo tenere e prendere la diciplina, la quale è ordinata coressione di costumi e osservassione di regule degli antichi.
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La duodecima ambusione è lo populo sensa legge e cieco, [che] cade per diverse vie d'errori in mortifero abisso dell'anima e del corpo.
MONACHETTA
Mellifrui cibi spirituali, fraticello, spargi, dove sasiare potrei li spiriti, s'io non fusse sì grossa. Temo ch'io non abbia parte delle ambusione nominate; onde in me mi racoglio, considerando le parole secretissime della Messa; sto tutta atenta e infiammata, però che li raggi d'uno Serafino acceso e sanguinoso mi trapassa il cuore e bagnami tutta l'anima del sangue vivo delle suoe ferite: ingegnansi di farmi divota l'anima, li sentimenti vigili, l'affetto sobbrio, la cosciensia pura; ingegnansi ch'io ami la pietà, dimostri modestia, umilità seguiti, vesta gravità. Ma li miei spiriti sono tanto inreligiosi che non hanno contrissione, tanto sono elati che non s'aumiliano, sì iracundi che non perdonano, tanto dilicati che non s'astegnano, sì malisiosi che non si penteno: perciò spargendo lagrime mi bagno tutta per dolore acoratoio che mi piglia. O sanguinato Agnello, o pecorella infiammata dall'amore di noi peccatori misseri, sveglia la mia memoria, acciò che le tuoe parole salutifere prenda, e con diletto le ritenga, e con ardore ad altri le sparga. Illumina lo 'ntelletto, acciò che raguardi col suo sittil vedere la carità tua e umilità, raguardi la pasiensia e umile povertà, raguardi la pietà e mizericordia, e infunda in dell'anima dolcessa suavissima e gran solasso. Ucide le potensie e li sentimenti al mondo, e, trasformandoli in te, solo a te li fa' vivere: in nel mondo non trovano se none oscurità, morte, bruttura, tormenti; ma in te vedeno chiaro sprendore, vita non mancante, diletti perpetui, bellessa senza macchia, gaudio infinito. Tu li piglia, Tu li vivifica, Tu gli abraccia e corregge.

3.8. QUI PARLA SIMONE, LA MONACHETTA, CATERINA E 'L FRATICELLO

[SIMONE]
Orare con divossione ardentissima ti conviene testé, figliuola benedetta, però che seguita la Consacrassione meravigliosa del degnissimo Sacramento. Parlando adunqua lo sacerdote del Salvatore, dice che il dì dinanti alla sua passione prese il pane in nelle sante e venerabile mane suoe e, levati gli occhi sù al cielo al su' Padre omnipotente, rendendoli grasie, lo pane benedisse, ruppe e diè a' discepuli suoi, dicendo: « Prendete e mangiate di questo tutti »; e poi inferisce le parole che trasformano lo pane in del corpo del Salvatore. Le quale ditte, leva in alto con gran reverensia l'Ostia consacrata. Apresso, prendendo il calicio, dice: « Con simile modo, poi ch'ebbe cenato, pigliando questo precraro calice in nelle sante e venerabile mane suoe, anco rendé grasie a te, Padre, benedisse e diè a' discepuli suoi, dicendo: 'Prendete e bevete di questo tutti' ». E poi proferisce le vertuosissime parole che l'hanno a transustansiare in nel Sangue. Lo quale levando, poi soggiunge ciò che disse Cristo: « Questo quandunqua farete, in mia memoria farete ». Qui voglio, figliuola, vedere accendere te e la monachetta, qui adorare, qui ingegnarvi con orassione efficacissima grasie dimandarli.
MONACHETTA
O appiatata verità, o invizitata meraviglia, la quale lo mio intelletto prosterni, sotto sì piccula figura de l'Ostia credo che sia veramente lo corpo di Cristo, sì grande come in croce pendette o giacque in nel sepolcro, e non di meno gli occhi nol veggano, né le nare non l'odorano, né 'l palato lo gusta, né le mane lo comprendeno; anti, se a questi quatro sentimenti assentisse, lo 'ntelletto errerebbe, perché da loro non ha altro se none che quine sia pane e vino. Ma perché qui
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cadere e errare è molto periculoso, lo 'ntelletto coll'ale de la fede si leva e solo col sentimento dell'udire si stringe e, mediante lui, assente che come l'anima è tutta in tutto il corpo, tutta e in ciascuna sua parte, così il corpo di Cristo è tutto in tutta l'Ostia consecrata e tutto in ciascuna menima parte sua. O verità meravigliosa in tutte le cose tuoe, in croce solo la divinità era appiattata, qui e la divinità e l'umanità; nondimeno io, credendole e confessandole amburo, pregoti umilemente che mi doni purgamento de' peccati veniali, cautela de' mortali, acrescimento di vertù e di grasia, rimissione di pena, acquistamento di inmortalità e di groria, congiunsione coni Iddio, contra varie tentassione fortessa, rimedio e medicina. Ma che vuol dire questa sedia sì nobile, sì grande aparecchiamento di drappi, celoni e tappeti, sì magnifica turba di spiriti? Ecco li Serafini ardenti, li Cerubini luminosi e li Angeli gaudenti con balli, ridde, chitare e stormenti varii. Ecco le vergine piene di viole e di roze; ecco li confessori co' gigli, li marteri colle palme; ecco li profeti co' raggi sprendienti, li patriarci venerabili, gli apostuli coranati d'ulivi; ecco la beata matrona, la Vergene benedetta, di perle e geme presiosissime adornata. Ecco, ecco, ecco.
SIMONE
Caterina, sostiene la monachetta, sostiella, sostiella, però che ha il vizo mutato, le mane li tremano, lo capo non regge. Non vedi che cade giù? A terra caduta è!
CATERINA
Non dubitar, maestro, però che non ci è periculo: suole alcuna volta esser ratta a simil modo in ispirito.
FRATICELLO
Quando la viddi in nel parlare iscire del propozito e parlare di sedia e d'angeli che vedea, mi meravigliai, e credo che testé lo suo spirito sia ratto tra quella allegrissima turba al terso Cielo.
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CATERINA
Dimando per ispesial grasia, maestro e fraticello, che di questo ratto mi dichiariate, però ch'io ne tengo forse fausa oppenione.
SIMONE
Poi che qui siamo per contentare le tuoe voglie divote, acciò che ti sia noto, trovo che la mente umana paò esser ratta a contemplare Iddio in tre modi: lo primo per alcune similitudine immagginarie, come avenne a san Piero, del quale si legge al decimo capitulo degli Atti degli Apostuli che « cadde sopra di lui uno eccesso di mente, e vidde aperto il cielo » e vidde molte similitudine e inmaggine corporale. Lo sicondo modo, contemplando la mente Iddio per similitudine intelettuale, come divenne a David, lo quale dice: « Io dissi in nello eccesso de la mente mia: ogn'omo è falso ». Lo terso modo, contemprando Iddio, vedendo la sua essensia e di lei dilettandosi e [in] lei finendo: e a questo modo fu ratta la mente di san Paulo e di Moizè, li quali viddeno l'essensia di Dio; e fu molto convenevile di loro du', perché l'uno fu lo primo dottore de' Giudei, l'altro lo primo dottore de' Gentili.
CATERINA
Haimi confermata assai in quella oppinione che io tegno, ma pure, innanti ch'io dica nulla, prego che mi spiani quale è lo terso cielo, al quale fu ratto san Paulo.
SIMONE
Possiamo dire che lo primo cielo è aereo, lo sicondo lo stellato, lo terso lo 'mpireo; vogliamo che 'l primo sia lo stellato, lo sicondo lo cristallino overo d'acqua ch'è di sopra, lo terso lo 'mpirio, al quale fu ratto san Paulo, non che vedesse similitudine di cose temporale. Dicesi « contemplassione de ratto », perché quello è luogo de' beati. Puosi anco dire e intendere che 'l primo cielo sia la vizione delle cose corporale cogli occhi del corpo, lo sicondo la vizione immagginaria,
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lo terso la vizione intellettuale. O vogliamo dire che 'l primo cielo sia la cognissione de' corpi celestiali, lo sicondo la cognissione delli spiriti, lo terso la cognissione di Dio.
FRATICELLO
Sono d'altra oppinione di questo ratto, come saglia l'anima al terso cielo, e però sta', Caterina, attenta. Credo che al primo cielo si saglie per fatica d'umilità, al sicondo per effetto di compassione, al terso per uno eccesso di contemplassione. Vuoi sapere come saglie l'anima al primo cielo? Sappi imprima che la Sapiensia increata l'insegna, la ragione inlustrando, e attende il modo. Vedendo la increata Sapiensia la ragione abattuta per la carnalità, cattivata per lo peccato, cieca per la gnoransia, data sola a cose di fuora, con cremensia la piglia, con potensia la salleva, con prudensia l'amaestra e, tirandola dentro, la fa esser di se stessa giudici, acusatrice e testimonio, e, dizaminatasi con diligente inquizissione, l'insegna a saglire lo primo cielo della profundissima umilità. Poi viene lo Spirito Santo e, vedendo la volontà corrotta di velenosi appetiti mortiferi, si degna di vizitarla e allettandola lo sprendore della ragione li mostra. Onde con suavità la purga, con affetto l'accende, falla misericordiosa e con unsione di celestiale grasia la stende e tira infine alla dilessione de' nimici, e così l'ammaestra a saglire in sullo spasioso cielo sicondo. Di perfettissima carità illustrata la ragione e ripiena d'umilità e accesa con fuoco di dilessione, diventa l'anima sensa macchia e sensa veruna crespa. Perciò il sommo Padre la rapisce e tira a sé, e per groriosa spoza se l'unisce e congiunge, né lassala più pensare di se stessa o del prossimo, ma solo la fa pascere in della contemplassione della divinità innefabile e riempie la memoria di cose invizibile e eccelse. Questo è lo terso cielo, al quale credo fu ratto san Paulo, e così è possibile sia ratto testé lo spirito di costei. E confermami questa oppinione perché, poi ch'essa ebbe ditto tre volte « ecco », fu subbito ratta: forse che allora vidde la Persona del Figliuolo, però disse una volta « ecco »; vidde la Persona dello Spirito Santo, quando disse la
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siconda volta « ecco »; vidde quella del Padre, quando la tersa volta agiunse « ecco », e allora vedemmo venne meno e fu ratta.
CATERINA
Ogna cosa ditta è possibile, però temo di dire quello che io avea in animo. Nondimeno, pregando imprima Iddio, che non reputi mio peccato ciò ch'io dirò, e voi, che non prendiate male essemplo di me credendo che io lo dica a mal animo, dirò quello che io ne sento. Abbo tra me stessa ruminata la cagione molte volte de' ratto che viene sopra a questa mia compagna, e terminato ho tra me che non sia se non per ipocresia, per una groria vana, e penso che costei non è san Paulo, né anco Moizè, né è primo dottore di neana legge, che faccia bizogno di vedere l'essensia di Dio a faccia a faccia. Poi viddi una volta uno per giuladria morstrarsi morto, alienato da tutti li sentimenti: così esiandio potrebbe altri per ipocresia, e ho vedute alcune persone andare in ratto e a l'utimo esser trovato essere fatto per ipocresia. Queste parole vorrei ch'ella udisse, acciò che, se per vanagroria fusse, se ne guardi.
FRATICELLO
So che questa materia è tanto lata, che ciascuno di noi potrebbe dire molte più cose, ma stiamo, per Dio, testé cheti, e veggiamo ciò ch'ella fa, però ch'ella si leva suso e è rossa come fusse uno Serrafino.
MONACHETTA
O imperscrutabile relucente abisso, sasiante tutte le 'nte [le] tuale voluntariose potensie che ti veggiano, o luce sprendida con isprendore e con caldo unita in una sustansia, veduto ho lo sprendore tuo chiarissimo, non seperandosi da te, velarsi sotto qualità sensibile di pane e di vino. Mostrato m'hai uno medesmo corpo potere esser in più luoghi, e in luogo picciulissimo un gran corpo. Hai dichiarato lo vacilante intelletto di tutte le cose meravigliose di questo presio [si] ssimo Sacramento: come ciba, notrica, sostenta non solo l'anima ma il corpo, non convertendosi perciò lo corpo del Salvatore in nostra carne; come anco [non] vi si genera vermi, non essendovi altra sustansia che di Cristo; come tutta la sustansia del pane e vino per vertù delle parole efficacissime si transustansiano in corpo e sangue. O profundità innarrabile, haimi mostrate cose chiarissimame [n] te che ridire non saprei. Esco della fonte riboccante di sprendori e di raggi, e son venuta tra le scurissime tenebre. Esco della abitassione ripiena di sapiensia, e sono
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tra loto d'ignoransia e stoltisia. Esco de' diletti, de' giuochi e de' gaudii, e sono tra miserie, tribulassione e lamenti. Ritirami, Iesù pio, ritirami che io m'attuffi, sasii tra li tuoi gaudi se [m] piterni. Venitene meco, miei spiriti, leggeri di divossione, ardenti di carità, di grasia rilucenti. Venitene e, lassando queste tenebrose angosce del mondo, andiamo a stare in quello luogo lo quale con grande desiderio vi ritira. Radiamo da noi ogna ruggine e macchia di rie cogitassione o perverse, diradichianci dal centro e, volando a la circunferensia, in nel cielo empireo abitiamo. Quine pigliamo di beati e degli angeli, quine facciamo nostre ricche case e palagi magnifichi, quine rauniamo tezori, compriamo possessione e di presiose veste adornianci, gemme presiose, oro, argento e gioielli. Quine mutripichiamo, dove astuta malisia [non] furerà, né tirannia potente toglierà, né per veruno modo spogliati o scacciati ne sremo. Corriamo, miei spiriti, corriamo; trapassiamo li sodi cieli e le minute stelle, e pervegnamo [a quella] che d'ogni lume è luce e sopra tutte l'altre sensa comperassione risprende. Vedremo lo Padre che è luce, lo Figliuolo che è sprendore, lo Spirito Santo caldo diversificarsi in Persone, e la essensia esser una. State fermi, miei spiriti: io vi sento tremare e cadere per li raggi smizurati Che v'abagliano. State cogli occhi aperti e fortificatevi in questo lume. Raguardate la mente divina, che, reflettendosi in se stessa e sé pensando, genera lo Figliuolo; raguardate che l'amore col quale lo Padre ama il Figliuolo, e lo Figliuolo lo Padre, è lo Santo Spirito procedente da loro. Raguardate fizi, e vedrete il Verbo, lo quale la mente concepe, non partirsi da le, e nondimeno di corpo vestirsi e con quello corpo sotto questi accidenti star velato. Voi m'abbandonate, intellettuali miei spiriti; voi non potete seguitare l'ardore; voi cadete in terra, perché 'l corpo al quale siete rivenuti tra suoe tenebrose carcere vi richiude. Testé veniano le cose magnifice e eccelse, le quale li fummi corporei non vi lassano ridire. Voi siate abagliati né vedete più: unde non potete porgere alla lingua: perciò strà cheta.
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FRATICELLO
Par bene che la monachetta sia stata sopra il terso cielo, sì altamente ha parlato. E dico, Caterina, che non si vuol credere ch'essa faccia per ipocresia, però che le parole che ha ditte non sono di donne.
CATERINA
Rendomi in colpa del mio falso pensieri, e prego tutti voi che per lo mio dilitto preghiate Iddio, crementissimo Padre nostro etterno.

3.9. QUI PARLA SIMONE E 'L FRATICELLO.

SIMONE
Sottilmente considera, figliuola, ciò che il sacerdote fa dipo la consecrassione, però che, levando le braccia in modo di croce, dice parlando a Dio: « Onde, Signore, ricordandoci noi, servi tuoi », cioè li sacerdoti, « e lo populo tuo santo », cioè li cristiani, « di questa beata passione di Cristo Figliuolo tuo, Signore Iddio nostro, e della sua resurressione e groriosa ascensione, offeriamo alla tua plelata maestà de' tuoi doni », cioè delle biade quanto al pane consecrato, « e delle cose date », cioè de' frutti dell'arbari quanto al vino, « ostia pura, ostia santa, ostia immaculata », cioè netta dallo originale e mortale peccato e veniale; o vogliamo dire: pura quanto al pensieri, santa in nel parlare, immaculata nella operassione; « pane santo che ci santifica e calice di salute perpetua », cio [è] confermanteci e menante a vita etterna. Considera bene, figliuola, gli atti del sacerdote: qui vedrai fare cinque croce per le cinque piaghe, e anco possano significare le cinque volte che Cristo sparse il sangue: la prima in nella circuncisione, la siconda in nel sudore, la tersa quando fu fragelato, la quarta quando fu crocifisso, la quinta quando il lato fu aperto. Poi, seguitando, lo sacerdote dice: « Sopra li quali doni con misericordioso e sereno volto degnati di raguardarli e averli accetti, come ti degnasti d'avere accetti li doni del fanciullo tuo Abel giusto e lo sacrificio del patriarca nostro Abraam e quello che t'offerse lo sommo sacerdote tuo Melchisedech, che significò questo santo sacrificio e immaculata ostia ». Apresso, chinandosi il sacerdote, a significare che Cristo cadde in nella faccia sua quando, ditto l'inno dipo la cena, iscitte nel monte Oliveto
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a orare, dice: « Con umilità ti preghiamo, omnipotente Iddio, che comandi siano portate queste cose » (qui attende, figliuola, quando dice « queste cose », però ch'elli intende lo significato di queste cose, cioè la Chieza militante, che è corpo di Cristo mistico) « in su l'altare tuo », cioè nella Chiezza triunfante, « per mano del santo angelo tuo », cioè con aiuto degli angeli qui assistenti, o vogliamo dire di Cristo che è angiulo di gran consiglio; « in cospetto della tua maestà, acciò che tutti quelli che di questa participassione della altare », cioè della comunione del Sacramento, « prenderemo lo sacrosanto Corpo e Sangue del Figliuolo tuo, siamo ripieni d'ogni celestial benedissione » nella etterna vita, « e grasia » in nella prezente. Puosi esiandio intendere: 'Comanda che queste cose, cioè lo pane, siano portate in su l'altare, cioè siano transustansiate nel corpo del Figliuolo tuo, lo quale è altare, scrivendosi nello Essodo: « Altare di terra mi farete », per mano dell'angiulo, cioè per vertù del Figliuolo che è angiulo'. O vogliamo dire: 'Comanda che queste cose, cioè queste orassione, siano prezentate in su l'altare, cioè in prezensia della corte celestiale e in nel cospetto della divina maestà tua, per mano degli angeli che offerisceno li voti nostri'. Nota che qui il sacerdote bacia l'altare, a dare a intendere lo bacio del traditore. Fa anco tre croce: una sopra l'ostia, l'altra sopra il calice, la tersa segnando sé; le quale significano le tre volte che Cristo orò nell'orto; o vogliamo che la prima significhi li legami e i lacci co' quali fu stretto, la siconda li fragelli co' quali fu fragellato, la tersa le massellate e li sputi e velami che nella faccia sostenne. Pregando anco per tutti li defunti fedeli, dice: « Racordati, Signore, esiandio de' servi e delle serve tuoe li quali ci sono andati innanti col segno della fede e dormeno in sonno di pace », e qui prega per alcuni suoi defunti in ispesialità; e pregando soggiunge: « A custoro,
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Signore, e a tutti riposantisi in Cristo, preghiamo che doni luogo di refrigerio, luce e pace ». Apresso, perché la Chieza triunfante sia ripiena, percotendosi il petto, alsa un poco la voce e quazi rompe il silensio, ad esprimere la contrissione e confessione del ladrone, quando increpando il compagno dimandava a Dio misericordia; e dice: « Ancora a noi peccatori servi tuoi, della moltitudine delle tuoe miziricordie speranti, degnati donare alcuna particella e compagnia co' tuoi santi apostoli e marteri » e, nominandone qui molti, soggiunge: « e con tutti li santi tuoi, tra lo consorsio de' quali preghiamo che ci ametti, none stimando li nostri meriti, ma venia condonando per mezzo di Cristo Signor nostro. Per lo quale tutti questi beni », cioè lo pane e 'l vino e l'acqua che sono consecrati, « crei », producendo la loro natura, « santifichi », consecrando, « vivifichi », transustansiando, « benedici », grasie acumulando, « e presti a noi ». O vogliamo dire: « santifichi, vivifichi, benedici », cioè d [a] i vertù di santificarci, dal peccato purgando; vivificarci, in vertù e grasia confermando; benedicerci, in groria coronando. Seguita: « Per lui », cioè Cristo, come per mediatore per la assunta umanità, « e con lui », come con equale, « e in lui », come in consustansiale, « è a te, Iddio Padre omnipotente, ogna onore e groria »: onore in quanto signore, groria in quanto Iddio. O vogliamo dire: « per lui », per lo quale crei ogna cosa; « con lui », col quale adoperi; « e in lui », in nel quale ogni cosa consummi, unde elli dice: « Ego sum alfa et o, principium et finis ». Considera le croce che fa qui il sacerdote, però che, quando dice: « Santificas, vivificas, benedicis », ne fa tre: a ogna parola una; quando dice: « Per issum et cum isso et in isso », ne fa altre tre; e poi ne fa du'. Le prime tre significano che Cristo fu crocifisso delle lingue de' Giudei gridanti: « Crocifigge, crocifigge », e perché fu in su l'ora tersa fa tre croce. L'altre tre significano che elli fu crocifisso per mano de' Gentili, però che si legge: « Li cavaleri lo crocifisseno »; e perché fu in su l'ora sesta, da la quale a tersa ha tre ore,
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fa tre croce, e falle coll'Ostia consacrata, a denotare che veramente fu posto in croce. Du' altre ne fa per [ché] in su la nona si divizeno in lui du' cose, cioè l'anima e 'l corpo. O vogliamo dire che la prima croce significa la passione che sostenne Cristo nel corpo, la siconda la passione della mente, quando orando disse: « Tristis est anima mea »; la tersa la passione del cuore, cioè la passione ch'ebbe a' crucifissori, per li quali orò; la quarta significa che la sua passione durò gran tempo, però che incominciò dalla circu [n] cisione e sempre poi sostenne povertà, fatiche e dolori; la quinta significa che 'l dolore fu per tutto il corpo, unde elli dice: « Foderunt manus meas et pedes meos, dinumeraverunt omnia ossa mea »; e la sesta significa che la passone fu acerba, però che andava il dolore infine alle merolla de l'ossa; altre du' croce significano l'acqua e 'l sangue ch'escitteno del lato del Salvatore, che du' sacramenti mostronno, cioè il battismo e questo. Dipo queste croce, lo sacerdote, essaltando la voce, dice: « Per omnia secula seculorum », a dimostrare che Iesù gridando con gran voce mandò lo spirito fuor del corpo. E 'l coro risponde « Amen », perché le Marie e li fedeli piangenti Iddio si lamentavano e doleano forte. Ripone a l'utimo lo corpo di Cristo in sul corporale, a denotare che Iosep lo 'nviluppò in uno lensuolo mondissimo overo sendado. Qui comprendere puoi, benedetta figliuola, che tutti gli atti del prete e le parole significano la passione di Iesù, però penso che non sia mestieri d'adottrinarti di quello che allora li tuoi spiriti debbiano fare.
FRATICELLO
Molte volte è andata in meditassione la monachetta; testé sono sì infiammate le potensie mie dell'anima, che conviene che alquanto l'ardore isfoghino e con pianto si scialino e con lamento. Apre, Iesù dolcissimo, le porte dell'anima mia, scaccia la circunvolante turba de' pensieri estrani da te dagli occhi de la mente, inlumina lo 'ntelletto con isprendore luminoso d'abundantissima grasia, ferisce il cuore colle ferite tuoe vivificatrice, acciò ch'io sparga pianto amarissimo
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per la passione acerbissima, la quale tu, dolce Iesù, sostenesti per noi vilissimi peccatori. Piange, duro cuore, caccia fuora lagrime, bagna la faccia tutta, dentro arda vero dolore le 'nteriuola pascendo. Ecco, vedi la redensione tua compiuta, vedi per le tuoe iniquità lo Salvatore ferito di crudele piaghe, vedilo morto dallo ingratissimo populo e sotterato. E il cuore d'amaritudine tenebroso diventa, spessi songhiossi si sforsano interompere il sermone che avea incominciato, la forsa del pianto lo 'ntendimento m'offusca, però che inghiotte il mio spirito la compassione del piissimo Salvatore. Considero il Signor mio di piaghe livido, bagnato di sputi, stracciato di ferite, gocciulante di sangue, di morte palido, e di vilissimi obbrobrii maculato. Come bello era innanti il Signor mio! da specchiarsi in lui non solo gli omini mortali, ma le vertù superne e angeliche: nobile in ne' membri, proporsionato in del corpo, in nell'aspetto risprendente, onesto in costumi, in inoce [n] sia fiorito, in isciensia potente, in dottrina fervido, corruscante di miraculi, formoso in ogna cosa, grasioso agli occhi de' riguardanti. Giù dalla croce fu posto nulla avendo similitudine né bellessa, l'uzata forma in lui non era, l'aspetto propio era mancato, non era noto chi fusse, e per li fragelli asprissimi era sfatto. O tu che hai il cuore di sasso e lapideo, piange e urla, però che non se' nato di dura pietra; grida con voce amara, spargendo porvere sopra te; corra per la tua faccia lagrime a modo che fiumi di dì e notte, non riposisi la tua pupilla dell'occhio. Colui ch'era stato di forma bellissimo sopra a tutti li altri omini fu stimato come omo sensa aiuto, a modo che vermo no' omo, vituperio degli omini e del populo gittatello. O Iesù pio, che avei meritato, in che offendesti, che parola aspra dicesti, che con tanta atrocità fussi morto? Giuda, ch'era stato apostulo, col bacio traditte il Signore; li Giudei l'atrattonno vilissimamente, li quali aveano da lui tanti benefici ricevuti, percoteallo di massellate con isdegnose biasteme, e delle mani in della tennera faccia appariano segnali.
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O anima nobile, svegliati e guarda sottilmente; considera come il Salvatore tuo è giudicato agramente, e spogliato vitoperosamente, e crudelmente fragellato, e con severità condennato. Contempra con quante villanie è sospeso tra l'infami ladroni, con quanta violensa con aspri chiovi è in nella croce fermato, com'è schernito col loto e la canna, in vestimenti e in mille altri modi, coronato di spine pungente, perforato di lancia; e con quanta mansuetudine, inchinato il capo, lo spirito rendette. Doletevi meco, cristianissime anime, però che colui che noi piangiamo è nostra speransa, vero solasso e dilettevile gaudio, la cui morte de fare lanime nostre desolate e misere. Onde, piangiamo amarissimamente, in della amaritudine riposianci: veramente lo pianto è dolce a' miseri, però piangendo facciamo quello che faceano le Marie, le quale infine al sepolcro lo Signor nostro dolcissimo seguitonno, stracciavano li vestimenti, rompeano le bionde trecce, strappavan di capo i capelli, lamentando con grida: « Dove, maestro benignissimo se' menato? Dove, padre consolatore, se' tirato, lassando qui noi orfane e vedove abandonate? Dove se' stato posto, mansuetissimo agnello? Come ci fusti delle mane strappato e tirato? Noi eravamo inferme, e tu ci sopportavi; noi eravamo di picciulo cuore e animo, e tu ci svegliavi, sensa provedimento e dimentichevile, e tu ci commovei; ignorante e tenebrose, e tu c'illuminavi ». Così piangiamo, cristianissime anime, scacciamo le superfruità e visii, piangiamo lo diletto spozo nostro bellissimo, e piangiamo lo padre di noi tennerissimo, esca fuora lo pianto agli occhi, escane fuora vedendo lo comuno danno, l'universale incomodo, aspra fortuna di tutti. Pensi ciascuno quanto è giusto lo nostro dolore, quanto è dogliosa la piaga, come si denno afriggere gli animi nostri per la affrissione di Cristo, che trapassò tutte l'ossa. Questo nostro Signore ferito fu per le inniquità nostre, affritto per le nostre iscelleraggine, del cui lividore siamo sanati. Veramente, se non ch'elli stesso a aiutò, abitava la nostra anima in inferno. Scacciò li dolori nostri co' suoi dolori acerbissimi, dallo inferno ci liberòe col sangue presioso suo propio, vita ristituendoci con sua morte. O infinita dilesssione, innefabile pietà, innestimabile grasia! Lo innocente pena de' nostri peccati
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sostenne, colui in cui non fu peccato comesso per lo commettente fu affritto, per le inniquità del servo è lo Signore crementissimo cruciato. Certo carne d'acciaio possede chi non si rompe i' lagrime, chi non sospira, piange, conturbasi, tribula, vedendo il Signore sostenere tante pene, per sé e per le suoe malvagità portare. Sento, Signore mio, le pene acerbe che per me sostenesti, e dogliomi, e pare che mi schianti il cuore, sianomi le 'nteriuola isvelte, considerando la tua passione amarissima. Sento, certo sento e dentro mi corruccio, però che la fortessa mia non è di pietre né la carne d acciaio, e in me de sempre perseverare l'acerbissimo mio dolore. Considero il corpo sì dilicato interizarsi in croce, essere stese le gambe, cader le mane e le braccia sì nobile, sanguinarsi il petto, lo capo non tenersi, le labbra piene di schiuma, gli occhi diventare palidi, la faccia sudare, e anerirsi le membra tutte. Oimè, occhi suavi, sprendenti di pietà e di grasia, come vi considero anerire, come morta la lingua che dava così salutiferi documenti! Chi donerà al capo tanta acqua, che gli occhi diventino fonte di lagrime, e piangerò dì e notte? Rivolgensi le lagrime per la faccia e, fermando ben l'animo, non posso disimulare il dolore che io sostegno. Dov'è il volto bellissimo, dove la dignità del corpo, colla quale come in uno bello vestimento la bellessa dell'anima vestia? O dolore intollerabile, veggio il giglio diventar marcido e la porpora nerissima apparere! Onde li miei ispiriti adolorati, stracqui, tenebrosi e palidi qui fa fine. Amen.

3.10. QUI PARLA SIMONE E LA MONACHETTA.

[SIMONE]
Oriamo testé e attento sia l'animo, perché cusì il sacerdote amaestra Vollendoci adunqua insegnare l'orassione e 'l modo d'orare, imprima, premettendo uno profasio, dice: « Di comandamenti salutevuli
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amoniti e di divini ordinamenti informati, ardiamo a dire: 'Padre nostro che se' in ne' cieli' »: queste parole si diceno per pigliare la benevoglionsa di Dio, acciò che egli ci assaldisca più tosto. Dobbiamo imprima chiamare « Padre », però ch'elli è padre, predistinandoci e adottandoci in suoi figliuoli, di nulla creandoci, dandoci a participare la sua immaggine e similitudine, avendoci ricomperati, regenerati col lavacro della regenerassione e renovellassione dello Spirito Santo, amaestrati di fede, informati di grasia, e promettendoci la eredità della groria se [m] piterna. Dobbiallo chiamare « nostro », e non « mio », a dinotare la comunicassione delle orassione, la destrussione delle innimicisie, l'abbassamento della superbia lo scacciamento della invidia, la congiunsione della carità, la esterminassione della innequalità, la conservassione della pace, lo sovenire l'uno a l'altro. Sogiungesi « che se' ne' cieli », cioè ne' santi angeli e ne' giusti, che sono templo di Dio, ornati di diversi doni e grasie come di varie stelle sono li cieli; chiamansi anco i giusti « cieli », però che 'l cielo è quine u' la corpa è cessata, dove è abbominato il peccato, dove non è ferita di morte, dove è celestiale conversassione, non terrena. Qui noti l'orante che la sua orassione de esser rimota dalle cose terrene, e conversare in nelle regione superne e eccelse non adimandando cose transitorie vane, ma cose utile, con mente radicata di sopra. Nota anco, figliuola, che la prima parola, cioè dire « Padre », ti conforta il cuore, pensando che Iddio sia tu' padre; la siconda, dicendo « nostro », tel dilata ad amore della carità fraterna; la tersa, dicendo « che » ti solleva in alto, faccendo li spiriti correre alle spirituale cose celeste. In questa orassione dominica si contegnano sette pitissione: in de le prime tre s'adimandano cose etterne, e in nell'altre quatro cose necessarie temporale.
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La prima petissione è: « Santificato sia il nome tuo », cioè: 'Sia revelata in noi la tua notisia e santificata'. E, acciò che intendi perfettamente, dèi sapere che lo nome di Dio e la sua notisia è in noi santificata in più modi: imprima per grorificassione, dandoci la sua groria beata e etterna; lo sicondo modo è per cognoscimento, dandoci sé a cognoscere perfettamente, e questo fi' quando lo vedremo faccia a faccia; lo terso per conformità, quando saremo conformi e simili a lui in groria. Questo s'adimanda in questa petissione, però non dice « sia revelato lo nome », ma dice « sia santificato ». È anco santificato lo [no] me di Dio in noi nel mondo in tre modi: lo primo per incominciamento di santificassione, essendo dal peccato purgati; lo sico [n] do per acrescimento di grasia, andando di bene in meglio; lo terso per consumassione e perseveransia finale. Ma, acciò che sia santificato lo nome di Dio nel mondo, è necessario lo dono della sapiensia, non che t'empia di sapere ma di sapore, sì che nulla cosa paia più dolce, più soave al palato del cuore e della bocca che 'l nome di Dio. A questo ti seguita la vertù della pace, però che, dilettandoti sommamente in Dio, con lui arai pace, e scaccerai lo visio della lussuria, lo quale diletta la carne, perché lo spirituale diletto spegneràe lo fervore carnale e i suoi piaceri, e sarai figliuola di Dio, dicendosi: « Beati li pacifichi, però che figliuoli di Dio saranno chiamati ». La siconda petissione è: « Aveniat regnum tuum », in della quale s'adimanda che vegna il reame di Dio. Qui dèi sapere che la Chiezza militante si chiama « reame di Dio », e anco la triunfante: adimandasi adunqua che la Chiezza militante vegna a la triunfante, cioè che noi, che qui abitiamo per fede e per grasia, lassù per groria pervegnamo. Adimanda, figliuola, che vegna lo reame di Dio con groria, e abiti in te, guastando il reame del peccato; vegna con inteligensia, scacciando ogna errore; vegna con destrussione, e destrugga il reame di Sattana; vegna co' perseveransia, la inconstansia rimovendo; vegna con resuressione, e dotici di stola sua beata. Adimanda, figliuola, che vegna il reame della potensia, a roborare noi debili e infermi; vegna il reame della sapiensia, ad inluminare noi stolti e sensa sentimento;
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vegna il reame della letisia, a consolare noi mizeri e afritti. E, acciò e vegna il reame di Dio, è necessario lo dono dello intelletto, che ci darà a vedere quanto è de [te] stabile il reame del dimonio, e salutiero quello di Dio; e quinci diventrà mondo il cuore nostro, e scaccerasi il peccato della gola, la quale oscura la mente, e agusterenne alfine la beata vizione di Dio, però che si dice: « Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt ». La tersa pitissione è: « Fiat voluntas tua sicut in celo et in terra ». In questa pitissione si dimanda che sia fatta la volontà di Dio, cioè quello ch'elli dimanda, quello che elli consiglia si metta in esecussione; quello ch'elli vieta schifiamo; della colpa, ch'elli permette, ci pentiamo; l'operassione ch'elli ade [m] piette seguitiamo. Di', figliuola, a Dio : « Adempiasi la volontà tua come nel cielo così nella terra », cioè: 'com'è ne' celestiali che sono beati, così sia in negli omini che sono in terra; come è ne' perfetti che hanno conversassione celestiale, di grasie e vertù pieni, così sia ne' peccatori che s'avoluppano in de' loto; come fe' lo nostro capo Cristo, vivendo sempre con opre laudevile, così adoperiamo noi che siamo membra; come è nella mente, co' la quale serviamo alla legge di Dio, così sia nella carne, che non abbia concup [i] scensia contra a lo spirito'. E nota che, acciò che s'adempia questa pitissione, è necessario lo dono del consiglio, che non solo osserviamo li comandamenti ma anco li consigli. E qui ci verrà la vertù della miziricorda, la quale a' prossimi ci farà pietosi, scacciando l'avarisia e crudeltà; onde a noi miziricordia ci sarà fatta, dicentesi: « Beati miziricordes, quoniam miziricordiam consequentur ». Acciò anco che veggi le pitissione più lucidamente, attende che in della prima si dimanda la dichiarassione della prima verità, in nella siconda la manifestassione de la somma potestà, in nella tersa la consummassione della divina volontà. O vogliamo dire che la prima pitissione si fa al Padre, al quale è atribuita la fortessa, che ci farà forti a santificare e grorificare il suo nome; la siconda si fa al Figliuolo, a cui
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s'attribuisce la sapiensia, che ci amaestri a cognoscerlo esser re, e a dimandare il reame; la tersa si fa allo Spirito Santo, a cui s'attribuisce l'amore, lo quale ci conforma al suo volere. E se vorrai considerare sottilmente, comprenderai queste tre pitissione [incominciare] in nella via, cioè in nel mondo, e consumarsi in nella patria celestiale.
MONACHETTA
Combatteno tra sé li miei spiriti e in diversi pensieri si rivoltano: quali scapigliati, con sospiri, pianti, lagrime, ad amburo mani percotendo la faccia, per memoria della passione di Iesù si lamentano; quali giocondi saltando con rise e letisia, per isperansa della groria si rallegrano; quali, fizi sedendo, colla mano sotto il mento, cogitabundi, diversi stati, varii doni, grasie e contrarie operassione de mortali contemplano; quali, ginocchione, giungendo le palme e alsando gli occhi al cielo, orano. Così svariati l'uno riprende l'altro, però che a ciascuno pare de eleggere il meglio, e a tutti, dirisandosi a un fine, pare andare per la via più sigura. Signor crementissimo, guidali e dirissali, sì che ogna male di pena e di colpa da loro sia rimossa, conquistando li dolcissimi beni etterni. Amaestrali, sì che cognoscano se stessi, cognoscano te, te amino, di te si racordino, te contemprino, sia santificato e revelato in loro il tuo nome, sì che di te prendano vera notisia, vegnano al tuo reame, illustrando il grorificato corpo dipo la surressione generale, facciano la tua volontà, come fanno li spiriti e corpi celesti, li loro ordini osservando. Signore, perché li guidi per diverse vie non mi curo, purché al porto salutifero li produchi. So che a questo porto salutifero non si viene per groria di mondo, per moltitudine di ricchesse, per nobilità o gentilessa, per isciensia, per oloquensia facunda, ma solo per tua grasia, con buone operassione o con vertù. Di tua grasia li veste, di vertù li fa ricchi, falli del tuo nome eloquenti, gentili tra 'l tuo reame, certifichi insegnandoli il tuo volere.

3.11. PARLA SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA.

[SIMONE]
Imaginassione superfrue lassando, seguitiamo l'altre petissione della orassione domenica. La quarta pitissione è: « Panem nostrum cotidianum da nobis hodie », cioè 'lo pane nostro cotidiano ci da' oggi'. Apre qui gli orecchi dello intelletto, e, acciò che la intendi bene questa pitissione, ti notifico che sono cinque pani: lo primo è materiale, per sostentassione del corpo, del quale si legge: « Non in solo pane vive l'omo »; lo sicondo è spirituale, che si dà a corroborare l'anima, del quale si legge: « Amico, prestami tre pani », cioè lo pane spirituale della fede della Trinità; o vogliamo dire lo pane della giustisia e grasia che ci fortifichi in tre cose, cioè in della operassione, in nella resistensia e nella perseveransia. Lo terso pane è dottrinale, e è la porola di Dio, e è necessario per informarci; di questo si legge: « Lo Signore lo cibò del pane di vita e di intelletto »; lo quarto è sacramentale, cioè lo corpo e sangue di Cristo, lo quale è necessario per purgarci e conservarci in purità; di questo si legge: « Lo pane del cielo hai prestato loro »; lo quinto è etternale, e è Iddio, del quale si legge: « I' sono pane vivo che del cielo discesi: chiunca mangerà di questo pane viverà in etterno ». Li primi quatro pani ci sono necessari in del mondo, lo quinto esiandio è bizogno in nella vita prezente, per dirissarci e 'itarci, sì che pervegnamo al luogo dove lo gusteremo e frueremo con gaudio etternale. Questi pani si dimandano in nella pitissione, ma nota che vi si dice: « lo pane nostro »: dicesi « nostro » perché, consderando il bizogno che n'abiamo, ci aumiliamo e anco perché lo materiale e lo spirituale comunichiamo al prossimo bizognoso; dicesi « cotidiano », perché ogna dì ci notrica e sostenta; agiungesi « ci da'
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oggi », cioè nella prezente vita. Ripone anco in nella tua memoria che questi pani ci danno il dono della fortessa e fannoci avere fame e sete di giustisia, scacciando il visio della accidia e pigrisia; e poi alfine ci sasieranno della groria etternale, dicendosi: « Beati qui esuriunt et sisiunt giusti [ti] a [m] , quoniam issi saturabuntur ». La quinta petissione: « Dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris », cioè 'relassaci e perdona le peccata contra a te perpetrate come noi relassiamo e perdoniamo a' nostri prossimi le ingiurie e offese'. Questa pitissione insegna a ciascuno, spaventa li peccatori e l'infedeli, alletta e chiama li giusti e con grande fiducia li conforta. Imprima, insegna a tutti che abbiano a mente quello che prometteno in questa pitissione, però ch'elli prometteno ciò che Iddio ti richiede, cioè esser tali a' prossimi quale dimandano che a loro sia Iddio. Spaventa li peccatori, togliendo da loro ogna scuza, però che ciascuno fi' sicondo questa sentensia giudicato. Alletta li giusti, vedendo la divina misericordia colla quale Iddio è aparecchiato a perdonare, se essi di perdonare a' prossimi finno presti; confortali ancora, dando loro speransa grandissima ciò che adimandano d'impetrare. Disponti, figliuola, d'aver pace col prossimo e perdonare ogna ingiuria, se vuoi che questa orassione sia fruttifera. Se non am la pace, se 'l prossimo hai in odio, con che ragione, con che patto, con che fronte dimandi che ti sia perdonato? E al prossimo non puoi lassare il rancore; fa' che nella bocca, nel cuore, nell'opre abbi pace. Impara dal maestro tuo Cristo: s'elli perdonò al traditore, e tu t'ingegna di perdonare; se innanti a lui s'inginocchiò lavandoli i piedi, umile inverso li tuoi aversari fa' che sii; se quando il tradia lo chiamò amico, e tu li nimici tuoi non ti sdegnare chiamare amici colla lingua e col cuore. Così, dicendo poi questa orassione, ti sarà salutifera.
CATERINA
Maestro, prego mi certifichi se a colui che no perdona faccia frutto o danno dicendo questa orassione.
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SIMONE
Funno alquanti che vollen dire che questa orassione si potea dire da chi non perdonava; e sponeano questa pitissione così: « Dimittimus debitoribus nostris », cioè: 'Signore, perdona a noi le peccata nostre, acciò che noi perdoniamo a chi ci offende'; overo cusì: 'Signore, perdona a noi le peccata nostre come dobbiamo perdonare a chi ci offende'. Ma perché queste spozissione non sono autentiche ma più tosto straverse, diciamo pur che s'intende: ' Perdona a noi le peccata come noi perdoniamo a chi ci offende'. E, sicondo questo, dico se persona spesiale con odio, sensa avere propozito di perdonare, dice questa orassione, più tosto li fa danno che frutto, ma avendo l'odio e essendo in buon propozito di perdonare, può dire questa orassione, e farali frutto, però che, dato no' li siano perdonate l'offese, otterrà grasia d'amare e di perdonare a' nimici. E questo par che voglia [dire] santo Agostino, dicendo: « Se li nimici vostri non amate, non ho però ardire di dire: 'non vogliate orare', ma più tosto dico: 'acciò che voi gli amiate orate' ». E se la persona che dice questa orassione fusse persona comune e generale, intendendo per l'orassione l'utilità della Chiezza, dato che sia in nell'odio, la paò dire, però che la dice in persona della Chiezza, colla quale è unita con intensione di far pro', avegna che non sia congiunta in carità. Questa pitissione c'insegna a scacciare lo visio della iracundia, e per meglio cacciarla ci è necessario lo dono de la sciensia, acciò che sappiamo conversare nel mezzo della ria nassione e perversa; lo quale dono aquisteremo se, non offendendo Iddio né 'l prossimo, piangeremo li peccati propi e gli altri; donde ne seguerà la beatitudine de la consolassione etterna, dicendosi: « Beati qui lugent, quoniam issi consolabuntur ».
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La sesta pitissione è: « Et ne nos inducas in tentassione [m] », cioè: 'Signore, non promettere che noi siamo indutti overo immessi nella tentassione'. Quando la volontà s'inchina a le tentassione, allora v'è menata; ma quando v'aconsente, allora v'è messa dentro e indutta. Preghiamo adunqua che Iddio non permetta che a le tentassione la volontà consenta. Qui dèi sapere che nella Scrittura troviamo che più persone tentano: Iddio, lo mondo, e la carne, e 'l dimonio. Ma è diferensia, però che Iddio tenta per provare e per remunerare, e è da lui la sua tentassione moderata e regulata, acciò che none incrudelisca troppo, e sostenta e robora chella persona ch'elli tenta, né mai al consentimento la induce; ma l'altre persone con crudeltà, con furore debilitano la vertù del tentato, intendeno d'ingannarlo e atterarlo, inducendolo al consentire. Voglio anco che considera che sono alcuni infermi e imperfetti in carità e grasia, alquanti altri robusti e perfetti: dalli infermi non è disiderata la tentassione, ma, se venisse, disiderano vettoria e pasiensia; li perfetti e sperti, afidandosi della miziricordia e fedelità di Dio, dipo le vertù disiderano d'esser tentati, attendendo la parola dell'Apostulo: « Fidele è Iddio, lo quale non sosterrà che noi siamo tentati sopra a quello che possiamo sostenere, ma esiandio colla tentassione farà grandissima utilità ». Nella tentassione trovano li giusti sei utilità: la prima si è ch'elli provano la fede cristiana, però che la dignità della fede di Cristo non [è] essere essaltati o fiorire nel mondo, ma più tosto esser dipressi e avere speransa del sommo bene. La siconda dà utilità a le manifestassione della loro costansia, però che per la tentassione ciascuno se stesso prova; la tersa è l'argomento de la accettassione divina, sappiendo che per la tentassione sono accetti; la quarta è la solicitudine della diligensia, però che sensa tentassione sarebbeno negrigenti; la quinta è l'abbassamento della superbia, però che 'l santo desidera dipo la vertù d'essere tentato, acciò che non caggia per troppa fiducia in peccato;
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la sesta è l'acquistamento della corona beata. Dico nondimeno, perché il perfetto disideri le tentassione, non vorrebbe perciò essere menato al consentimento, sì che fusse a ciò indutto. Onde dobbiamo ciò dimandare, a che ci è necessario lo dono della pietà, lo quale ci faccia mansueti al prossimo, né aremo veruno scandalo nella mente, anti, scacciando la 'nvidia, ci farà della terra libberi possessori, dicendosi: « Beati mittes, quoniam issi possidebunt terram ».
MONACHETTA
O maestà superna, che ciascuna cosa contieni, riempi e disponi, o Fattore bellissimo, lo quale ogna cosa purifichi, mondi e adorni, tu se' cognoscitore de' segreti, scruttatore de' cuori, guardatore de' bizogni. Però prego con divotissima umilità mandi tra li miei spiriti lo Spirito Santo tuo, che de' suoi sette doni li fortichi, dia il pane necessario, relassi l'offese e a le tentassione non lassi assentire, faccia che abondi in loro forma di ciascuna vertù, modesta autorità, pudore costante, purità di innocensia, osservansa di spirituale diciplina. I' ne' costumi di fuora abbiano forma d'essempro, la quale ciascuno fidele raguardando animi di vivere in simil modo. Infunda lo tuo Spirito in delle miee [potensie] solicitudine laudevile, diciplina con mansuetudine, corressione con discressione. L'ira sia mitigata in loro dalla benignità, la benignità sia essasperata dal zelo, e così condiscano insieme acciò che né la vendetta immoderata affrigga, né la remissione rompa la corressione. Inmette, Signore, in loro sì ardente devossione, tanto santo desiderio, sì focoso amore, che non si curino se non teco parlare co' l'orassione, di te pensare colla meditassione e teco la contemplassione fruire.

3.12. QUI PARLA SIMONE, CATERINA E LA MONACHETTA.

SIMONE
Umile e attenta sta', figliuola, in questa orassione, della quale l'ultima pitissione è: « Set libera nos a malo ». Questa si dica non solamente: 'Signor, ci dona ciò che adimandiamo nell'altre pitissione, ma esiandio ci libera dal male'. Qui dèi sapere che è male di colpa e male di pena temporale e di pena etternale: dal primo e terso male si dimanda la liberagione.
CATERINA
Meravigliomi di ciò che dici, con ciò sia cosa che nella quinta pitissione s'addimanda anco la liberagione del peccato: però non mi pare che sia diversa questa da quella.
SIMONE
È diversità che in quella si dimanda la liberassione del peccato commesso, qui che non caggiamo in del prezente. O voglian dire che in quella si dimanda la liberassione solo del male della colpa, qui universalmente d'ogna male. Dal male della colpa ci libera lo spirito del timore, però che si legge: « Lo timore di Dio caccia il peccato ». Ma sono tre timori: lo timore servile, per lo quale cessiamo dal peccato per paura di pena; lo timore innisiale, che è in culoro che incominciano a far bene e sono ancora imperfetti, e fa cessare dal peccato parte per paura di pena e parte per amore di giustisia; lo timore filiale, che è in de' perfetti, lo quale fa astenere dal peccato per amore di giustisia: il primo induce il sicondo, e 'l sicondo il terso. Questo dono del timore fa l'omo povero di spirito, cioè umile, e a l'utimo fa acquistare lo reame del cielo, dicendosi: « Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum celorum ». Seguita l'ultima parola, quella che inchiude e suggella l'orassione dominica, e è « Amen », la quale parola dice il sacerdote, e in greco viene a dire 'sensa mancamento'; agiunge: 'fi' adempiuto ciò che dimandate'; e in ebreo viene a dire 'veramente', dove si dimostra che Iddio promise de essaudire coloro che orando li dimandano, se da la parte loro non fusse impedimento.
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Questa è l'orassione insegnata da Dio, la quale inchiude tutto ciò che adimandar possi, e prego la dichi con divoto animo e divoto cuore.
MONACHETTA
Rinchiudomi alcuna volta in uno orticello per orare co' mie compagne, lo quale discriverò com'è fatto. È di varii fiori, d'erbe, di rugiada stillante e di verdi cespiti adornato. Sonvi tre altissimi arbori, coperti di fronde continue, pomi producenti odoriferi, dove dolcissimamente ucelli bellissimi svernano; li rami, percossi leggermente da venti, tremando, con piacevile romore si toccano insieme; sotto li quali ratti rivi con suono dolcissimo mormurano, in una fonte lucida descendenti. Questo è l'orticello mio, nel quale spesso mi spasio. Per li fiori le vertù intendo fiorite, adornante dentro l'anima, e fiorente; per l'erbe verde gli affetti de' santi pensieri, li quali co' rugiada di divina grasia stanno pieni. Per li cespiti intendo la moltitudine di diverse vittorie delli inganni diabolici, li quali fanno cespiti e monticelli, dove si riposa l'anima groriandosi dolcemente. Li grandi arbori, l'aire colla sua sommità penetranti, sono le tre parte de la penetensia. La prima è la confessione, che è chiave del paradizo, dove la lingua e 'l cuore si diletta di dì e di notte, a Dio confessando le peccata commesse. La siconda è la satisfasione, la quale strettamente abraccio, temendo che ciò che qui non si punisce sia nell'altro mondo punito. La tersa ècontrissione del cuore, mia diletta dolcissima, la quale per la faccia sparge di lagrime rivuli con dolce murmurio e con sospiri cordiali, una fonte angelica fabricante, dicendo san Bernardo: « Le lagrime de' penitenti sono vino degli angeli », perché quine è odore di vita, sapore di grasia, gusto d'indalgensia, sanità di ritornata innocensia, giocundità di reconciliassione, e suavità di cosciensia depurata. Questi arbori produceno pomi odoriferi, cioè santissime opre, l'odore de le quali, li cieli trapassando, infine a l'altissimo Iddio perviene. Gli ucellini vernanti sono la lingua magnificante Iddio, e 'l cuore con celestiale meditassione giubilo dicantante. Li rami percossi con venti piacevuli sono li spiriti de la mente, commossi con ispirassione angeliche e divine. In questo orticello spasiandomi, meno meco alcune compagne. La prima compagna è la umile povertà, la cui conversassione mirabilemente
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mi piace, però ch'io trovo ch'ella è spza di Cristo, possessione de' santi, vita de' beati, sigurtà de' fedeli, ornamento de' cherici, conservassione de' monaci, bellessa de' nobili, nagnificensia de' ricchi. Questa è quella la quale chi tiene e ama si potrà sensa veruna indigensia affaticare; ella è tezoro in delli speranti in le', solasso in solitudine, groria in abitassione. La siconda compagna ch'io meno è la purissima castità, colla quale mi diletto, perché ellla è groria de' nobili, nobilità delli ignobili, piacevilessa de' vili, conforto de' piangenti, acrescimento di virtù, diletta di Cristo, loda di santa religione, mancamento di peccati, cognata degli a [n] geli, vita de' patriarchi, corona de' profeti, cingulo degli apostuli, aiuto de' marteri, carro de' confessori, spettaculo delle vergine, refugio delle vedove, e d'ogna bene gaudio e solasso. La tersa compagna ch'io meno è la vera obbediensia, la quale con piacere stringo sì fortemente che niente da me partire la lasso. Queste sono tre miee compagne indissolubile, che ne menano seco una quarta, la quale per compagna mi danno, e è la perfetta speransa. Questa mi solleva e conforta li spiriti, però ch'io trovo ch'ella è torre della fortessa de' santi; non confunde, ma dà grasia; ncn accieca, ma allumina; nona affama, ma sasia. Essa scaccia la paura, abatte la cupidità, percuote la lussuria, annulla la superbia, vince la 'nvidia, tutti li visii termina, dirissa li pensieri, pone in carità la sua altessa; per lei li patriarci pasientemente sofferseno, gli apostuli a morte andavano, erano li martiri tormentati, le vergine funno arse, li confessori vitoperati nel mondo; per lei le vedove di castità sono afritte, le rnaritate li lombi stri [n] geno, li popilli e gli orfani piangenti creden ridere, li poveri di rallegrarsi si confidano, li pellegrini aspettano lo termino e a fine di loro fatica venire. Con questa compagna in tale orticello piacevile sto molte volte a orare, e dico la domenica orassione.

3.13. QUI PARLA CATERINA,SIMONE,FRATICELLO E LA MONACHETTA.

CATERINA
Essalditi credo siano li preghi della mia compagna quando ora nel suo spirituale orticello. Ma, prego, maestro, segue il divoto sermone.
SIMONE
Ditto lo Paternostro, dice lo sacerdote una orassione, e è quazi espozessione delle tre petissione ultime, e dice cusì: « Liberaci, preghianti, Signore, da tutti li mali passati, prezenti e futturi »: ne l'utime petissione s'adimandava la remissione de' mali passati, la defensione contra a' futturi, e la liberassione de' prezenti. E, acciò che sia essaudita sua [orassione] , invoca la groriosa vergine Maria, la quale è mediatrice e avocata di tutti; invoca anco tre apostuli; lo primo san Piero, lo quale tra gli altri tenne il principato, e massimamente quanto a la liberassione del peccato, tenendo le chiave dello sciolgere e del legare; lo sicondo è san Paulo, lo quale fu principe in dottrina; lo terso è santo Andrea, lo quale di benignità fu pieno e di spirito mansueto. Invoca esiandio tutti li santi, e, adimandando la pace, dice: « Da', clemente Signore, pace in de' dì nostri, acciò che, con aiuto della miziricordia tua difesi, e dal peccato siamo sempre liberi e da ogna perturbassione siguri ». Qui lo sacerdote prende la patena, ch'era appiattata o sotto il corporale o sotto il velo che tiene il soddiacano, a significare che tutti li discepuli fuggitteno e appiatonsi; ripigliala, perché dipo la resuressione tutti gli apostuli ritornonno a Dio; e, segnandosi con essa, la bacia, reprezentando le sante Marie, le quale, poi che molto il cerconno, trovatolo li bacionno li piedi. Poi finendo l'orassione: « Per [e] unde [m] Dominum nostrum », divide l'ostia in tre parte: le due tiene insieme, la tersa pone in nel calice. Dèi sapere che la Chiezza universale è corpo di Cristo mistico; in questa Chiezza ci ha tre parte: l'una è Cristo che è capo, l'altra sono li fedeli morti le cui anime sono in cielo, e queste due sono significate dalle due parte de l'ostia le quale lo sacerdote non meschia col sangue; la tersa sono li fedeli che viveno, li quali stanno in de la passione della prezente vita, e questa parte è significata da quella che 'l sacerdote intinge col sangue. O vogliamo dire che la parte intinta significa li beati, una dell'altre
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li vivi, la tersa tutti li morti. Possiamo anco dire che la parte meschiata significa la Chiezza militante, una dell'altre la triunfante, la tersa culoro che sono in purgatorio. Diviza l'ostia e ditto forte: « Per omnia secula seculorum », anunsia la pace a' fedeli, dicendo le parole che disse Cristo quando dipo la suressione aparve a' discepuli, cioè: « La pace del Signore sia sempre con voi »; e, ciò dicendo, fa tre croce sopra il sangue colla parte che de intingere, a dimostrare che nella suressione la vertù della Trinità riunitte la carne coll'anima. O vogliamo che le tre croce sopra il calice significano le tre Marie che 'l cercavano a la bocca del monimento; significano le tre croce che esso fu tre dì in nel sipolco. Risposto che ha il coro: « Et cum spiritu tuo », canta ad alte voce: « Agnello di Dio, che togli le peccata del mondo, abici miziricordia. Agnello di Dio, che tolli le peccata del mondo, abbici miziricordia. Agnello di Dio, che tolli le peccata del mondo, a noi ci dona pace ». Dimanda imprima il coro a Cristo, che fu vero agnello, miziricordia quanto a l'anima, dimanda la siconda volta miziricordia quanto al corpo, dimanda la tersa volta pace quanto all'anima e al corpo, quazi dica: 'Dacci, Signor, pace spirituale nel petto e nell'anima, pace temporale nel corpo, pace etternale in nell'uno e in nell'altro'. Ditto Agnus Dei, lo sacerdote la parte dell'ostia colla quale ha fatte tre croce mette nel calice, [e] dice: « Questa sacrosanta commistione del corpo e sangue del nostro Signore Iesù Cristo sia a me e a ciascuno che la prendeno salute di mente e di corpo, e a vita etterna meritare e pigliare preperassione salutevile. Per esso medesmo Cristo Signore nostro. Amen ». Apresso, prendendo la pace, prega che Iddio dia pace a la Chiezza, e dice questa orassione: « Signore Iesù Cristo, che dicesti agli apustoli tuoi: « La pace mia do a voi, la pace vi lasso », non dispregiare la fede della Chiezza tua, e lei sicondo la voluntà tua pacificare e raunare ti
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degna ». Da poi dà la pace al ministro, lo quale la dà al populo. Qui vogli [o] che t'ingegni d'abracciare la pace, d'amare concordia e pace e di servalla infine a la morte, se vuoi con Iddio pace, però ch'io trovo che la pace è guardia d'ogna cosa e cura di vertù. Questa volse Iddio che fusse anu [n] siata dagli angeli nel suo nascimento, questa anu [n] siò egli spesse volte agli apostuli, questa comandò che fusse predicata agli omini, questa pace lassò per testamento a' discepuli, questa pendendo in croce dimandò e in questo sacrificio tante volte volse fusse pronu [n] siata. Adunqua ama la pace, sappiendo che a nulla persona fi' perdonato se none a la pacifica.
CATERINA
Parmi, fraticello, che stii cogitabando: però prego dichi qualche bella immaginassione.
FRATICELLO
Pensava testé dello orticello che fe' la monachetta, e moveasi la fantazia forte per fabricarne un altro, ma voglio soprasedere infine al seguente capitulo.
CATERINA
Prego, almeno, piacciati dire della pace qualche bella sentensia.
FRATICELLO
Se vuoi, Caterina, avere vera pace, abandona il mondo, fugge le concupiscensie carnale e schiaccia l'astute tentassione dello aversario; fa' che la tua anima apri gli occhi suoi, cioè lo intelletto, provedendo le cose futture, e la memoria, piangendo le passate: questi du' occhi chiuseno li nostri padri in Egitto, de' quali si legge che « none inteseno l'operassione di Dio, né aricordonsi della sua miziricordia ». Ingegnisi l'anima avere du' ale, cioè l'amore del prossimo, che si stenda a compassione, e l'amor di Dio, che si levi a contemplassione. Di queste ale procedano penne di vertù, le quale siano resonante di buona fama. Fa' che 'l desiderio e 'l timore di Dio siano congiunti con dolce speransa e con divino amore. Così leggeri l'anima lassi la valle de' visii, dove è guerra grandissima, però che quine hae leoni di crudelità, volpe di malisia, serpenti di velenosa invidia, rane di loquacità e d'iracundia, e vani animali di diversi visii; e saglia al monte delle vertù, dove ti troveràe sempre pace.
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Qui vo' che raguardi, però che conviene saglire otto gradi. Lo primo è lo digiuno, lo quale abbatte li visii e aumenta le vertù, umilia la carne, vince le forse del dimonio, rifrena il corpo che non si levi contra a lo spirito, commuove le vertù che si sollevino alle buone operassione, illumina e sana il corpo che viva, è suave a' buoni, odioso a' riei, dilettevile a' santi, detestabile a' malvagi, apre li misterii divini, cognosce le cose sapiente e prudente, reduce a memoria le cose passate, ordina le prezente, provede le futture. Moizè digiunando ricevette la legge, Elia in sul carro volò al cielo, Giona e lo populo di Ninive ricevetteno venia, Giosuè ebbe vittoria delli nimici e fe' fermare il sole per più spasio che un dì. Però saglia l'anima questo primo grado, che fie preparassione sua e del corpo. Lo sicondo grado è la recognissione di se stessa: pertrattando colla mente chi è e come è nata, e recognoscendosi, s'aumilii, come facea l'Apostulo, che si chiamava « minimo degli apostuli ». Lo terso è che abbia dolore delle inniquità che cognosce perpetrate. Lo quarto è che le confessi non solo a Dio, ma al sacerdote. Lo quinto che non dica le peccata suoe copertamente e in modo che non si credano, ma tanto aperte e in forma che le dia a credere. Lo sesto è che, essendoli ditti li suoi difetti, li conceda. Lo settimo è la pasiensia a ogna ingiuriosa parola e a chi lo riprende. L'ottavo è non murmurare del correttore, ma amarlo. Sagliti questi gradi, troverai il monte della coscie [n] sa pieno di vertù e di pace; dove, se vuole stare sigura, pogna per guardia du' persone, cioè la vergogna di Dio e la vergogna degli omini. Essendo tentata di discendere dalle vertù alli visii, pensi che Iddio e li santi angeli e li santi beati la vedranno, e vergognisi di loro; pensi anco la vergogna degli omini, però che 'l fine del peccato è confuzione e vergogna. Pogna esiandio per guardia la giustizia di Dio e 'l giudicio, lo furore suo e la indegnassione, pensando che la giustisia e 'l giudicio di Dio sentensiano il peccatore mostrando gran furore e indegnassione inverso lui. Questo modo tiene e arai pace.
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MONACHETTA
Che farai, anima pigra? Non ti sveglierai alle immagginattive e persuassione del fraticello? Esce delle caverne delle tuoe inniquità, dove non può esser pace; esce delle paludi della sensualità e saglie in sul monte della ragione, dove, disposte con ordine tutte le potensie tuoe, arai pace vera. Considera con quanto ordine si muove il cielo e lumi suoi, considera quanta pace v'è in tanti varii movimenti: così, con ordine e con pace, si muovano li tuoi spiriti e potensie. Signor mio, acciò che io abbia pace, metti alquanto la tua mano tra li miei spiriti: e se ve ne vedi veruno che sia molle, che subbito alle tentassione caggiano, falli perseveranti; se v'ha incontinenti, che nella battaglia incomi [n] ciata siano vinti, falli continenti; se v'ha delli intemperati, che in del mal fare si dilettino, temperali; se v'ha bestiali, che aperino quello che la natura hae in errore, reduceli alla tua similitudine e falli umani. Signor mio, dispone sì le passione della sensualità ch'io abbia pace; ordina che l'amore, lo desiderio e 'l diletto sia di te e di tuoe cose, lo odio, l'abominassione e tristisia sia de' peccati. Notrica in me e acresce la speransa di vederti, e anulla la desperassione. Fammi ardita nel bene, timida nel male, iracunda a' pecattori, ma [n] sueta a' buoni. Concedemi, Signor, ciò che ti piace desidera' con ardore, investicare con prudensia, in verità cognoscere, e con perfessione adempiere. Ordina lo stato mio a laude e groria del tuo nome, e ciò che da me richiedi mi da' a sapere e mettere in essicussione come mi bizogna. La via mia di pervenire a te sia sigura, diritta e consummata; non manchi in cose prospere, ma fammi rendere grasie né insuperbire; non venga meno nelle averse, ma abbia pasiensia e non mi rompa; di nulla mi rallegri o doglia, se non di ciò che mi congiunge teco o sepera da te; non disideri di piacere o tema di dispiacere se none a te; ogna cosa transitoria mi sia vile per te, e ogna tua cosa mi sia cara; increscami l'allegressa ch'è sensa te, né disideri quello che è fuor di te; dilettimi la fatica ch'è per te, e [sia] tedioso il riposo che non è [con] te. Dammi il cuore spesso a te dirissare, e dolendo pensare de' miei difetti con proponimento d'emmendarli. Fammi umile
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sensa fissione, lieta sensa dissolussione, matura sensa gravità, presta sensa leggeressa, verace sensa duplicità, temente sensa disperassione. Dammi a correggere lo prossimo sensa simulassione, a dificarlo con parole e essempri sensa elassione; obbidiente sensa contradissione, fammi aperare sensa presunsione, pasiente sensa murmurassione. Dammi, dolcissimo Iddio, il cuore vigile, che da te nullo vano pensieri lo muova; dammelo nobile, che nullo indegno amore da te lo ritragga; dallo forte, che nulla tribulassione l'affatichi; dallo libero, che nulla sforsata affessione lo ritenga; dallo ritto, che nulla mala intensione lo torca in giù. Donami intelletto che ti cognosca, solicitudine che ti cerchi, sapiensia che ti trovi, conversassione che ti piaccia, perseveransa che t'aspetti, fiducia che con felicità t'abracci. Conficcami nelle tuoe pene per penetensia, dammi in nella via uzare li tuoi benifici per grasia, e alfine in nella patria per groria li tuoi gaudii da fruire.

3.14. QUI PARLANO CATERINA, SIMONE,IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

CATERINA
Senteno li famelici spiriti la dottrina utile, e confortansi aspettando più oltra.
SIMONE
Vollendo il sacerdote comunicarsi, premette alquante orassione, pregando che questo sacramento sia fruttuoso. In della prima dimanda esser liberato dal male, mettere in essecussione li comandamenti e esser acompagnato con Iddio. Unde incomincia: « Signore Iesù Cristo, Figliuolo di Dio vivo, lo quale per volontà del Padre, conoperante lo Spirito Santo, per tua morte lo mondo vivificasti, liberami per questo santo corpo e sangue tuo da tutte le inniquità miee e da ogna male, e fammi accostare sempre a' comandamenti, né mai da te mi lassa separare, lo quale vivi con esso Padre in unità d'esso Spirito Santo Iddio per tutti li seculi ». Apresso in un'altra orassione dimanda d'essere siguro da futturi mali e difeso da prezenti, e soggiunge: « Lo prender
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del corpo tuo, Signor Iesù Cristo, che io indegno prosummo, non mi vegna in giudicio e condenassione, ma per la tua pietà m'aiuti a sigurtà di mente e di corpo, e a ricevere medicina de' mali ». Poi, svegliandosi a divossione, inferisce: « Lo pane celestiale prenderò, e lo [no] me del Sgnore invocherò ». Commossosi a divossione, confessa la sua umilità a Dio, parlando: « Signore, io non son degno che tu entri sotto la casa mia, ma pur di' colla parola, e fi' sanata l'anima mia ». E, volendosi comunicare, prende il corpo con queste parole: « Lo corpo del nostro Signore Iesù Cristo guardi l'anima mia in vita etterna ». Pigliando da poi lo calice, un'altra volta isveglia li suoi spiriti a divossione, dicendo: « Che grasie rendrò a Dio per ciò che mi concede? Lo calice salutevile prenderò, e 'l nome di Dio invocherò. Lodando invocherò Iddio, e dalli innimici miei salvo sarò »: allora be' il sangue, ciò proferendo: « Lo sangue del Signor nostro Iesù Cristo guardi l'anima mia in vita etterna ». Comunicato, il sacerdote adimanda che mastuchi colla mente ciò che ha masticato co' la bocca, e adimanda l'effetto del sacramento, unde dice: « Quello che con bocca abbiamo preso, prendiamo esiandio con pura mente », cioè con fede e divossione; « del dono temporale », cioè del sacramento ch'è dato a tempo, « si faccia a noi rimedio se [m] piterno », cioè che per mezzo del sacramento l'anima diventi più accetta e più ornata e maggiore groria meriti in vita etterna. In un'altra orassione [adimanda] che l'anima sia congiunta con Cristo e che sia fatta piena purgassione de' peccati, e sì prega: « Lo corpo tuo, Signore, ch'io ho preso, e 'l sangue ch'i' ho bevuto s'accosti alle miee interiuola; e concede che non rimagna in me macchia di peccati, lo quale li puri e santi sacramenti hanno rifatto, che vivi e regni per tutti i seculi ». Ciò perfetto, lo sacerdote si lava le mane, a significare che, toccato sì nobilissimo e incorruttibile corpo, non de toccare altro corpo immondo o corruttibile, se già tanto non si lava che la nobiltà si parta. O vogliamo dire che si lava le mane acciò che, se incautamente per lo toccare del sacramento fusse acostato alle mane alcuna piccula particella, ne vada colla lavatura, la quale, se si gitta, si de gittare
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onestamente, in luogo mondissimo e secreto. E dissi « se si gitta », però che tutto l'Ordine mio, cioè de' Predicatori, ha usansa di bere la lavatura; e vo' che sappi che molte più cose ho ditte che non dice il mio Ordine, perché, se 'l nostro parlare pervenisse ad altri sacerdoti, sia utile. Qui, Caterina, apre gli orecchi mentali, cercandoti tutta e provando se se' degna di ricevere il sacramento. E poi, come fa il sacerdote, mangia di questo pane e be' del calice: lava gli affetti pravi radicati con molta consuetudine, pura e netta riceve tanto Signore di purità nettissima dilettore, sappiendo che, come il cibo corporale trovando il ventre di diversi umori occupato più nuoce, così questo spirituale cibo se trova l'anima di malignità maculata più li fa male, non per natura del cibo, ma per visio di chi lo riceve. E però, acciò che non t'offenda, anti faccia grande utilità, prima adorna la porta dell'anima di fiori di sante cogitassione, dentro siano le vertù odorifere, spargendo di fuora operassione laudebile e oneste, e poi con umile reverensia prende il corpo del Salvatore. Questo corpo diede a' ciechi il vedere, a' sordi l'udire, a' soppi l'andare, a' mutuli la loquela; scacciò la febbre, li dolori fe' risolvere, libberò i dimoniaci, li morti vivificò. Prende il presioso sangue, lo quale adopera in noi la divina immaggine, la nobilità dell'anima non permette si guasti, innacquandola di grasia e inspirando vertù. Questo sangue iscaccia i dimoni, chiama gli angeli e 'l Signor degli angeli; questo sangue, sparto, lavò il mondo e la via fe' al cielo, e, se con purità lo pigli, ti seguita utilità e salute, così, se la cosciensia hai perversa, pena e danno.
FRATICELLO
Dottrina vera sparge il maestro, e però, seguitando l'aprobate sentensie, vollendo attenere ciò che nel precedente capitulo promissi, dico chi degnamente questo sacramento prenderà senterà immantenente
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venire nell'anima uno sprendido giardino piantato con varii arbucelli, lo quale mi sforserò discrivere come aiuterà la mia picciula fantazia. Imprima è intorneato d'uno gran muro bianchissimo, che colla sommità pare che tocchi le lucente stelle, però che la speransa colla quale siamo elevati a ottenere lo futturo bene arduo come muro cinge l'anima; la quale speransa è rissata subito da questo venerabile sacramento. La 'ntrata, avegna che sia imprima dificile, nondimeno la sua somma bellessa diletta molto, dov'è dipinta la immaggine del Creatore e de' celesti spiriti, e ogna cosa s'appoggia sopra dodici colonne lattate. Quine sono du' guardie bellissime dante intrata libera a' suoi amici. Questa porta è la fede cattolica del Creatore nostro, fondata sopra a dodici articuli, colla quale questo sacramentale cibo con nodi indissolubili si congiunge; le guardie sono lo timore e la purità del cuore, li suoi dilettori introducenti. In della intrata una fonte non mancante si trova, la quale con suave onda per sei bocche sparge acqua larghissima, dividentesi in sei murmuranti rivi, tutto l'orticello innacquanti. Qui stanno du' belle fanciulle, tenente in mano du' ricche coppe d'oro, colle quale con piacevile aspetto sasiano quelli che vegnano per l'acqua suavissima della fonte. Questa è la fonte della carità, subito dipo la sacramentale cena stillante in dell'anima; le fanciulle sono la dilessione di Dio e del prosimo, le mente sitibunde riempiente; li sei ruvuli sono lo gaudio spirituale, la pace, la miziricordia, la benificensia, la elimozina e la corressione fraterna, le quale, innacquante tutte le vertù, della fonte della carità procedeno come rivi. Adorna parte di questo orto uno grande arbaro, d'otto rami fioriti coperto, lo quale con diletto circundano quatro piante, dalle radice dell'arbaro procedente. Tra le foglie tre ucelli si posano, cantanti dolcemente
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e svernanti. Questo arbaro è la vertù della prudensia, la quale la prezente esca infunde in delle pure mente; di cui gli otto rami sono: la memoria, la inteligensia, la docibilità, la sollersia, la ragione, la prudensia, la circuspessione e la causione, le quale sono quazi parte di prudensia integrale. Le quatro piante d'intorno sono le suoe parte suggettive, cioè: regnativa, politica, iconomica e militare. L'ucelli isvernanti sono le suoe potensiale parte: eubulia, cioè ben consigliattiva, synesis, cioè bene giudicattiva, e gnommi, cioè la perspicacità del giudicio; le quale cantano utili suoni e dolci. Dall'altra parte consurge un altro albaro, pieno de pomi, con quatro singulari rami, sotto la cui ombra si veggiano du' balli di fanciulle gentile dansante al verso d'altre tre giovane cantante suavissima melodia. Quale è questo sì nobile albaro, se non la vertù della giustisia, la quale s'infunde nelle potensie dell'anima come questo grasioso sacrificio ricevremo? Li du' rami sono la distributiva e commutattiva giustisia; gli altri du' operare il bene dibito al prossimo e schifare lo male oppozito; delle quale le prime due fanciulle sono suoe suggettive parte, e le du' altre sono integrale. Le prime fanciulle dansante sono la pietà, la verità, la grasia, la vindicassione, l'affabilità, la buona commutassione, l'equità, la liberalità, la innocensia e l'osservansia colle figliuole suoe, obbidiensia e onore . Ma da l'altra parte la religione mena un'altra dansa bellissima, la quale segueno la divossione, la letisia, l'ossecrassione, la postulassione, la suplicassione, l'adorassione, lo sacrificio e l'obbrassione, con veste bellissime adornate. Le tre fanciulle svernante canti melliflui sono l'orassione, la meditassione e la loda col canto, le quale tutte dalla giustisia come parte potensiale sensa mezzo consurgeno con mezzo. Presso a questo fiorisce un altro arbaro, spasioso, robusto, sotto la
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cui coperta si riposano sei combattitori armati e virili. Questa è la fortessa, colla quale questo santo sacramento continuo la mente fortifica. Le sei combattitori sono la fiducia, la magnificensia, la pasiensia, la perseveransia, la magnanimità e la sicurtà, parte suoe. Anco quine si vede un altro arbaro, meraviglioso, fronduto e spandente du' rami per l'aire, sotto li quali quatro matrone nobile si velano insieme; ma d'intorno insurgano sette piante, faccente ombra dilettevile con lor fronde. Questa è la temperansia, la quale questo pane sacrementale mena per compagna; li du' rami sono le suoe parte integrale, cioè vergogna e la onestà. Li sette arbuscelli verdi d'intorno sono le suoe potensiale parte, cioè la continensia, la cremensia, la mansuetudine, la modestia, la moderassione, la parcità e l'umilità, che si vede dalla modestia pullulare; ma le suoe subiettive parte, cioè l'astinensia, la sobrietà, la castità, la pudicisia erano le matrone sotto l'arbaro fauleggiante. Pianta esiandio questo pane in del giardino dell'anima varie spesie di verde erbe, fiori odoriferi producente, le quale sono le beati [t] udine e li doni dello Spirito etternale.
CATERINA
Formando la monachetta uno suo orticello, provocò, fraticello, molto la tua fantazia, tanto se' andato in questo tuo giardino al profondo, e quanto io per me confesso che nel pelago di tanta sciensia anegrei.
MONACHETTA
O anima mia, abbi fame del pane della vita celestiale che di cielo discese, pane degli angeli cibo di vita etterna, pegno di nostra redensione, ostia salutevile, refessione dell'anime sante, pane nostro cotidiano sopra a sustansiale, tenente ogna dolcessa, ogna sapore, ogna diletto. Di questo pane del quale parla il fraticello sempre abbia fame e mangi il cuor tuo, imperò che sarà speransa delle tuoe potensie, diletti delli spiriti, ricchessa dello intelletto, delicatessa della fantazia, giocu [n] dità della memoria, riposo della volontà, tranquilità de' pensieri, pace di tutte l'operassione, suavità dello udire, odor dello
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odorato, dolcessa del vedere, cibo del gusto, aiuto del toccare, refugio all'aversità, pasiensia nella tribullassione, sapiensia in de' dubbi, possessione e tezoro in de' bizogni. Qui sia ferma e immobile la mente e radicata, qui s'apoggi il cuore, qui si sasino li spiriti, però che qui vedremo lo Re de' re cogli occhi mentali sotto forma di pane vizibile. Questo con tutto il tuo affetto mangia, o anima mia, ché questo è il cibo dato al populo d'Israel, è la manna dolcissima che aveva in sé ogni diletto e suavità; questo è il cibo che vidde Faraone, in del quale erano nobile e belle spighe; questo è il pane dato a Elia, per la cui forti [fi] cassione caminò quaranta dì e pervenne al monte di Dio; questo è il pane del quale sono cibati gli angeli, sasiati gli apostuli, pasciuti i confessori, notricate le vergine, prendeno refessione li martiri; questo pane chiunca degnamente mangerà non morrà in etterno, però ch'egli è spirito di vita e vita.

3.15. QUI PARLANO CATERINA, SIMONE, IL FRATICELLO E LA MONACHETTA.

CATERINA
Utilità grande spero seguitrà della dotrina prezente, e però s'accendeno li spiriti d'udire la fine.
SIMONE
Credo il lungo parlare ti sia stato tedioso, ma penso sarà fruttifero. Vollendo adunqua finire li nostri sermoni, seguita l'ultima parte della Messa, in de la quale prima si canta una antifona che si chiama Comunione, e significa una spirituale allegressa che de avere l'anima participante questo sacramento per lo beneficio ricevuto. O vogliamo che significhi l'alegressa ch'ebbeno gli apostuli dipo la ressuressione, de' quali si legge: « Gavisi sunt discepuli viso Domino ». Poi, volgendosi, il sacerdote saluta il populo e, rivoltandosi, pronunsia l'orassione, nelle quale comunemente si riduce ad memoria
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il benificio della santissima Comunione. Qui nota che in tutta la Messa lo sacerdote si volge cinque volte, a significare che 'l dì della resurressione Cristo si manifestò cinque volte; saluta il populo sette volte, a denotare che sette sono li doni dello Spirito Santo che danno salute. Finite l'orassione, si volta il sacerdote salutando il populo, e compie la Messa dicendo in nelle solennità: « Ite, missa est », quazi, dando licensia al populo, dica: 'Andatene, perché è mandata e offerta l'Ostia salutare'; quazi esiandio dica: 'Voi avete avuta refessione spirituale nella anima: andate e prendete refessione in nel corpo, e date a' poveri del sopra abundante'.
CATERINA
Vorrei sapere perché il sacerdote dà licensa al populo.
SIMONE
Trovo che fu ordinato in uno concilio de' Santi Padri che, venuto il populo in nel nome di Dio ad udire la solennità della Messa, non si parta prima che sia compiuta. Gli altri dì non solenni, finendo la Messa, non voltandosi al populo ma a l'oriente, [dice] : « Benedicamus Domino », la qual parola è fine di tutte le sette ore canonice, però si convenia anco così finire la Messa; ma le feste denno avere singularità in del fine. Allora il coro, ringrasiando Iddio, risponde: « Deo grasias ». Compiuto l'Officio, il sacerdote bacia l'altare, a significare l'effetto di questo sacramento, che è pace e unità obtenuta per la oblassione di tanto sacrificio. Apresso, inchinandosi, dice una orassione, in nella quale prega che piaccia a Dio il suo servigio, che lo sacrificio offerto accetti e che faccia pro' a lui e agli astanti: « Unde così ora piacciati, Santa Trinità, lo servigio della servitù mia, e presta che questo sacrificio, che agli occhi della tua maestà io indegno ho offerto, ti sia accetto e sia per tua miziricordia cagione che diventi propisio e mansueto a me e a tutti per ch'io ho offerto, che vivi e regni Iddio per tutti li seculi de' seculi. Amen ».
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Da poi dà la benedissione al populo; e significa che lo Spirito Santo fu mandato sopra agli apostuli; e nomina le Persone della Trinità, perché da tutta la Trinità fu mandato, e prendendo essempro dal Salmista dicente: « Benedicat nos Deus Dominus noster, et benedicat nos Deus », dove, nominando tre volte « Deus », vuole intendere le tre Persone.
FRATICELLO
Caterina, perché comprendo che la Messa, la quale ha sposta lo maestro apieno, vuole a memoria reducere la carità innefabile che dimostrò il Figliuolo di Dio inverso di noi, voglio in questo ultimo capitulo fabricare uno meraviglioso arbaro, lo quale si chiami « l'arbaro della meditassione di Iesù ». Imprima per radice pognamo la redensione della umana generassione. Apresso, vollendo formare lo cambo e lo stipite, incomincerò la genealogia sua da Iesse, perché si legge: « La verga di Iesse fioritte »; e de la genealogia farò lo gambo, e di ciascuno nome escerà lo ramo suo. Incominciandosi adunqua di sotto e andando in su, sia il principio del gambo Iesse, che viene a dire 'incendio'. Quinci esca il ramo della incarnassione, però che lo incendio e l'amor del Padre mandò il Figliuolo suo in nel ventre della Vergine. Le foglie di questo ramo sia la figura di Moisè, a cui aparve uno rovero che ardea e non si consummava. Lo fiore è la profesia d'Izaia: « Ecco la Vergine conceperà »; lo frutto di santo Luca, notificando che fu mandato l'angelo Gabriello
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alla vergine Maria annunsiarli la 'ncarnassione. Qui vo' che ti dilati in meditare la carità in del principio della nostra salute incominciata. Di Iesse nacque Davit, lo quale sia il sico [n] do del gambo, e viene a dire 'disederabile in de lo aspetto'. Di qui proceda lo ramo della nattività di Cristo, che è colui che disiderano gli angeli raguardare. Le foglie sono la figura di Ezechia, che vidde una porta chiusa per la quale non escia se non un fanciullo, rimanendo serrata la porta. Li fiori vede in Izaia: « Lo fanciullo ci è nato, e 'l figliuolo ci è stato dato ». Li frutti donò santo Luca, affermando che Iesù è nato in Betheleem. Qui considererai la speransa de' Santi Padri in ne' disiderii sasiata. Di David discese Salamone, che è interpetrato 'pacifico'; donde esca uno ramo che mostròe tra Dio e noi stretta pace: e sia quando fu stretto in vili panni e posto in de la mangiatoia. Le fronde sono la figura di Iacob, che vidde una scala che giungea al cielo, e saglìano e scendeano gli angeli per essa, in cui somità era Iddio. Se disideri fiori ode Naum: « Ecco sopra li monti li piedi degli anu [n] sianti pace ». Li frutti sono in santo Luca, notificando che gli angeli aparveno a' pastori anunsianti Cristo nato, e cantonno: « Groria in excelsis Deo ». Qui sai ciò che hai a contemplare, cioè della pace predicata. Di Salamone discese Roboan, che è a dire 'acrescente groria'; donde esca lo ramo che mostrò la groria della nattività, apparendo nuova stella nel mondo. Le fronde sono la figura del populo d'Isra [e] l, che fu menato in terra di promessione da una colonna che parea stella. Li fiori attende in del libbro de' Numeri « Nascerà stella di Iacob ». Li frutti hai da san Matteo, dimostrante ch'e Magi, vedendo la stella, cognoveno Cristo nato, e andonno per adorarlo. Qui vo' che contempli la luce della grasia dilatata.
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Di Roboam nacque Abia, ch'è a dire 'Signore del padre'; donde esca il ramo della circuncisione, in de la quale si potea complendere che Cristo era signore del padre putativo, essendoli posto nome Iesù, che s'interpetra 'Salvatore'. Le foglie sono la figura di Faraone, re d'Egitto, che impuose nome a Giozep « Iesù ». Se vuoi fiori, ascolta Baruc: « Nomineràtisi il nome tuo da Dio »; ode anco in Deuteronomio: « Circunderà il Signore Iddio tuo il cuor tuo ». Li frutti spande santo Luca, scrivente che « 'l dì ottavo fu circunciso e chiamato il nome suo « 'Iesù' ». Qui pensa l'arra della redensione e salute nostra in del sangue di Cristo data. Abia gennerò Asa, che viene a dire 'la conversione sua'; donde esca il ramo quando i Magi adoronno Cristo, cioè che incominciò a convertire. Le foglie siano la figura della reina [di] Saba, che venne dalle confine del mondo per udire Salamone. Li fiori complende in David: « Li re arabi e di Sabba portranno doni, e adoreranolo tutti li re: ogna gente li serverà ». Li frutti si veggiano in san Matteo, quando dice che li Magi adoronno Cristo e offerserli oro, incenso e mirra. Qui vede la fede e devossione dimostrata. Asa gennerò Iosaphat, che è a dire 'esso giudicante'; unde vo' esca lo ramo quando Cristo fu offerto nel tempio, però ch'allora, esso giudicante, si mutò la legge vecchia in nella legge di grasia. Le fronde siano la figura del fanciullo Samuele, che fu offerto nel tempio da Anna, madre sua. Li fiori sono odendo da Malachia: « Verrà al tempio santo suo lo signoregiatore che voi cercate e l'angelo del testamento che voi volete ». Li frutti dà santo Luca, dicente che 'l fanciullo Iesù fu offerto nel tempio. Qui considera la obbidiensia essemplata.
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Iosaphat gennerò Ioran, ch'è interpetrato 'eccelso'; quinci proceda il ramo quando Cristo fuggitte in Egitto, però che egli mostrò quine sua eccellensia, atterando le statue de' dimonii. Le foglie siano la figura di Nabuccodonosor, che vidde una pietra picciula tagliata dal monte e spianante una grande statua. Li fiori raguarda in Isaia: « Ecco saglierà il Signore sopra nebbia leggeri, e enterrà in Egitto, e commoverrassi dalla faccia sua li simulacri d'Egitto ». Li frutti dà san Matteo, ponente come Cristo fuggitte in Egitto e le statue dell'idoli per vertù della sua potensia minussò. Qui pensa la prudensia per lo incominciamento dello adoperare admirata. Di Ioran venne Ozia, che viene a dire 'fortessa di Dio'; donde esca il ramo quando Cristo tornò in Nazareth, essendo morti li nimici suoi. Le fronde siano la figura delli Egiptii perseguitanti il populo d'Israel, che afogonno in nel mare Rosso. Li fiori legge in Osea: « De Egitto chiamai il figliul mio ». Li frutti pone san Matteo quando aferma che Cristo co' Iozep e colla madre ritornonno d'Egitto in Nazaret. Qui pensa la perseveransia del continuato proposito roborata. Di Ozia discese Ioatan, che è a dire 'perfetto'; donde procede il ramo quando Cristo disputò co' dottori. Le foglie siano la figura del fanciullo Samuele, che, ministrando nel tempio, corresse Eli del comandamento di Dio. Li fiori sono da Baruc, quando dice: « Costui trovò ogna via di sciensia e dièla al fanciullo suo ». Li frutti fa nascere santo Luca, scrivendo che 'l fanciullo Gezù fu trovato in nel tempio co' dottori disputare. Qui raguarda la perfessione aprobata. Di Ioatan nacque Achaz, che è a dire 'convertente'; donde esca il ramo quando Cristo in Iordane fu batteggiato, però che in del battismo si converte l'anima dal peccato a la innocensia. Le fronde sono la
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figura di Naman siro lebroso, che si lavò sette volte in del Giordano, e ritornò la carne sua come d'un fanciullo. Li fiori ode in Zacaria: « Sarà una fonte manifesta alla casa di Iacob ». Li frutti sono da san Matteo, ponente come Cristo fu batteggiato in del Iordane da san Giovanni Battista e discese lo Spirito Santo in ispesie di colomba. Qui contempla la innocensia disegnata. Acaz gennerò Ezechia, che è a dire 'confortimi Iddio'; donde esca il ramo quando Cristo fu chiamato da san Giovanni « Agnello di redensione che ci confortò ». Le fronde sono la figura del sangue de l'agnello posto sopra li sogli degli usci che liberò li primigeniti d'Israel. Li fiori hai in Izaia: « Manda, Signore, l'Agnello signoreggiatore de la terra ». Li frutti sono da san Giovanni, dicendo che san Giovanni Battista disse mostrando Cristo: « Ecco l'Agnello di Dio, ecco chi toglie le peccata del mondo ». Qui mediterai la purità conservata. Di Ezechia procedette Manes, che viene a dire 'necesità'; unde proceda lo ramo della tentassione che fe' il dimonio a Cristo in del diserto, la quale fu necessaria per insegnarci. Le foglie siano la figura dell'angelo Raffaello, che cacciò il dimonio dalla moglie di Tobia e legollo in del dizerto. Li fiori legge in Zaccaria: « Mostròmi lo Signore lo sacerdote grande Iesù dinanti a l'angelo di Dio, e Sattan stava dalla sua mano diritta ». Li frutti pone san Matteo, notificante che 'l dimonio tentò Cristo nel diserto, avendo digiunato quaranta dì e quaranta notte. Qui pensa la fortessa aparecchiata. Manes generò Amon, che viene a dire 'fidele'; donde esca il ramo quando Cristo incominciò la fede, chiamando san Piero e
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santo Andrea. Le fronde siano la figura di Elia, che chiamò Elizeo che arava, e siguitòllo. Li fiori atende in Geremia: « Riducerò li figliuoli d'Israel in nella terra loro ». Li frutti mette san Matteo, scrivente che Cristo chiamò Pietro e Andrea de la nave, e seguitònnolo. Qui contempla la povertà accettata. Amon gennerò Iosia, che viene a dire 'santificante a Dio', donde esca per ramo quando Cristo colla sua prezensia santificò lo matrimonio. Le fronde sono la figura di Eliser, servo di Abraam, che spozò Rebecca per Isaac. Li fiori ode in Osea: « Spozeròti in fede ». Li frutti sono ponendoli san Giovanni, scrivente che Cristo andò a le nosse, e fe' il miraculo del vino. Qui considera la dilessione collo spirituale matrimonio acompagnata. Iosia gennerò Ieconia, che viene a dire 'preparassione di Dio'; donde esca per ramo quando Cristo in sul monte amaestrava il populo per prepararlo a Dio. Le fronde siano la figura di Moises, che saglitte in sul monte e ricevette la legge. Li fiori attende in Michea: « Venite, sagliamo in sul monte del Signore e a casa di Dio, e 'nsegnaràci le sue vie ». Li frutti pone san Matteo, dicendo che Cristo fe' il sermone in sul monte a le turbe e a' discepuli. Qui mediterai la sapiensia aministrata. Ieconia generò Salatiel, che viene a dire 'frutto di Dio'; donde per ramo proceda quando Cristo mandò gli apostuli e discepuli per lo mondo a far frutto. Le foglie sono la figura di Salamone, che avea dodici proposti che aparecchiavano lo cibo a la casa sua. Li fiori legge in de l'Apocalissi: « Sarà il muro della cità di Ierusalem con porte dodici ».
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Li frutti sono di santo Luca, ponente che Cristo chiamò dodici apostuli e mandòli a predicare lo Vangelo. Qui pensa l'adossione in de' diletti apostuli conservata. Salatiel gennerò Zorobabel, che viene a dire 'principe di traslassione'; donde esca per ramo quando Cristo cacciava le dimonia, faccendole traslatare. Le fronde sono la figura di David, che, sonando la chitara, cacciava lo spirito da Saul. Li fiori considera in Zaccaria: « Lo Signore [ti] costringa in te, Satan ». Li frutti sono da san Matteo, affermante come Cristo liberò lo vessato dal dimonio. Qui penserai la libertà condanata. Zorobabel generò Abiud, che à a dire 'lo signore padre mio'; donde per ramo esca quando Cristo si mostrò esser padre, sasiando la moltitudine. Le foglie siano la figura di Eliseo, che [con] venti pani sasiò la moltitudine d'uno populo. Li fiori ode in Isaia: « Non mancherà il pane suo ». Li frutti pone san Giovanni, quando dice che Iesù sasiò di cinque pani cinquemilia omini. Qui pensa la pietà nella necessità apalesata. Di Abiud nacque Eliachin, che viene a dire 'defensione di Dio', donde esca per ramo quando, essendo in gran fortuna, i discepuli funno difesi da Cristo nella nave. Le fronde siano la figura di Noè, lo quale co' figliuoli suoi e colla moglie e colle moglie de' figliuoli fu servato in nell'arca. Li fiori legge in Ageo: « Non vogliate avere paura: sostenete un poco, e commeverò il cielo ». Li frutti mette san Matteo quando
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scrive come Cristo nella nave, là dov'era san Piero e i discepuli, comandò a' venti e al mare, e di tempesta grandissima è fatta tranquilità grande. Qui pensa la benignità in de' periculi aparechiata. Di Eliachin discese Azor, che è a dire 'vedente lume'; donde esca il ramo della trasfigurassione di Cristo, però che allora li tre apostuli viddeno lo lume e la groria. Le fronde sono la figura di Moisè, che per lo parlare di Dio con lui ritornò sprendiente nella faccia. Li fiori hai in Ezechia: « Questo aspetto dello sprendore dintorno, questa vizione della similitudine della groria di Dio ». Li frutti dà san Matteo, ponente che Cristo si trasfigurò in sul monte, e sprendiette la faccia sua come sole. Qui considera la beatitudine della futtura groria progustata. Azor generò Sadoch, che è a dire 'iusto'; donde proceda per ramo quando Cristo diede autorità a san Piero di fare altrui iusti, assolvendoli dal peccato, e dièli le chiave. Le fronde sono la figura di Faraone, re de Egitto, che comisse a Iozep la cura del reame. Li fiori ode in Isaia: « Darò le chiave della casa di David sopra a la spalla sua ». Li frutti sono da san Matteo, scrivendo come Cristo diede le chiave di legare e di sciolgere a san Piero apostulo, e fecelo principe della Chiezza. Qui penserai l'autorità e potestà autenticata. Di Sadoch discese Achin, che viene a dire 'fratello mio'; donde esca il ramo quando Cristo si mostrò fratello della Maddalena peccatrice, perdonandoli le peccata. Le fronde sono la figura de la donna Sarettana, che pascette Elia, e non mancò la farina della sua brocca né l'oglio del suo orcello. Li fiori ode in de la Lamentassione piangente: « Pianse
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in nella notte l'anima sua, e le suoe lagrime nelle masselle suoe; non è chi la consoli se non tu, Iddio ». Li frutti dà santo Luca, ponendo come Cristo perdonò a la Maddalena e acettòla a grasia. Qui pensa la miziricordia impetrata. Achin gennerò Aliud, che viene a dire 'Iddio mio'; donde esca il ramo della sucitassione di Lazaro, dove si mostrò Iddio. Le fronde sono la figura di Elizeo, che col corpo suo resucitò un morto. Li fiori abbiamo in Osea: « Viziterà noi dipo du' dì, e 'l terso dì ci risuciterà, e vivremo nel cospetto suo ». Li frutti pone san Giovanni, espranante come Cristo a' preghi della Maddalena e di santa Marta sucitò Lazzaro ch'era stato quatro dì morto nel monimento. Qui penserai l'anima in nel corpo morto ritornata. Eliud generò Elazar, che viene a dire 'Signor mio'; donde esca il ramo quando Cristo fu onorato come signore cogli ulivi e colle voce. Le fronde sono la figura di David, quando ritornò con pace in Ieruzalem dipo la battaglia fatta con Assalone. Li fiori sono da Zaccaria: « Ecco lo re tuo viene a te mansueto, sedente sopra a l'asina ». Li frutti pone san Matteo, scr [i] vente come Cristo venne in Geruzelem sopra all'asina, andandoli incontra la turba co' rami degli ulivi e colle laude. Qui pensa la umilità commendata. Eleazar gennerò Mathan, che viene a dire 'donato'; donde esca il ramo quando Cristo cacciò dal tempio chi vendea e chi comprava, a darci a 'ntendere che le cose spirituale vuole che siano donate, e non si vendano. Le fronde sono la figura di Ezechiele, che vidde l'abominassione nel tempio di Dio. Li fiori attende in Ieremia: « E ella è fatta spilonca di ladroni questa casa in della quale è invocato il nome
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di Dio? ». Li frutti pone san Giovanni, dicente come Cristo cacciò del tempio li venditori e i compratori, e mondòllo. Qui penserai la giustisia aprovata. Di Mathan discese Iacob, che viene a dire 'sopprantatore'; donde esca il ramo quando Cristo fu da Giuda sopprantato e venduto. Le fronde sono la figura di Giozep, che fue venduto da' fratelli suoi all'Ismaeliti, e poi salvò li fratelli della fame. Li fiori sono da Zaccaria: « Pesonno il presso mio trenta denari ». Li frutti pone san Matteo, affermante che Giuda vendette Cristo [per] trenta denari a' principi de' sacerdoti. Qui penserai la pasiensia dichiarata. Di Iacob discese Iozep, che viene a dire 'acrescimento'; donde esca il ramo quando Cristo acrevve grasie istituendo il sacramento del quale abbiamo parlato in questa Messa. Le fronde sono la figura di Melchisede [c] h, re [di] Salem, che offerse pane e vino a Abraam. Li fiori ode in David: « Tu se' sacerdote in etterno sicondo l'ordine di Melchisede [c] h ». Li frutti sono di san Giovanni, notificante come Cristo al tempo della passione cenò cogli apostuli suoi e diede loro lo corpo suo in cibo. Qui penserai l'ostia della propisiassione in nella passione intimata. Di Iozep la vergine Maria fu spoza e parente stretta: sì che pognamo sopra a tutti Maria, che viene a dire 'amara'. Di qui escano du' rami: l'uno sia quando Cristo fu dal traditore dato, preso e menato in diversi luoghi, schernito, adimandato, fragellato; l'altro ramo sia quando fu sentensiato e andò colla croce in collo al luogo della passione. Questi du' rami sono tutti pieni di frutti, li quali ci danno li quatro eva [n] gelisti: e però in nel primo penserai la Scrittura terminata, in nel secondo la carità consummata; seguita il frutto di tutto
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l'arbaro, e è quando fu posto in croce. Qui, a ciò che abbi a contemprare, lasso pensare a te. Hai l'arbaro della meditassione, hai dove si possano spasiare li tuoi spiriti: e però lassa ogn'altra occupassione, e viene a stare sotto questi dilettevili rami. Di sotto stanno li peccatori participanti de' doni e delle grasie; ma sopra per li rami vanno li iusti assaggiando la dolcessa soave: onde, se ti senti perfetta e se ti connosci sensa peccato, saglie arditamente in su questo arbaro, e se ti vedessi con peccato, ista' di sotto, però che Cristo ti tirerà, essendo scritto: « S'io sarò essaltato da la terra, tirerò ogna cosa a me »: sì che qui è Cristo essaltato da terra, qui tirerà a sé, faccendoti iscire de' peccati e de le iniquità.
MONACHETTA
O valente fraticello, come m'hai infiamati li spiriti, quanta m'hai accesa l'anima! È sì affocata che conviene si sfochi. O dolcissimo Iesù, io racomando l'anima mia in mano della tua potensia, che tu la guardi dì e notte, ore e momenti. Esaldiscemi, Signor, per vertù della vita e passione tua, essaldiscemi per l'orassione de' tuoi patriarchi, per li meriti de' profeti, per li aiuti degli apostuli, per le vittorie de' marteri, per la fede de' confessori, per intercessione di tutti li santi li quali ti piacqueno. Scaccia da me, Signor mio, il vantamento della mente, e acresce la compunsione del cuore; menima la superbia e aumenta la umilità vera; sveglia in me il pianto, ramolla il cuor duro, libera l'anima da ogna apostamento di nimico e conservami in nella tua voluntà, insegnami fare la volontà tua, imperò che tu se' Iddio mio. Dammi, Signore, perfetto cognoscimento, ch'io possa ricevere la profonda benignità tua; quello mi da' a dimandare che ti diletti d'udire; dammi lagrime per tuo amore, che struggano le peccata miee. Attende, Signore mio, attende, lume degli occhi miei, attende quello che dimando, e donami ch'io l'adimandi. Se mi scacci, io son morta; se mi raguardi, io vivo; se richiedi iustisia, morta io spusso; se colla misericordia mi tocchi, ispussulente mi risuciti del sepolcro. Ciò c'hai in odio in me fa' da lunga da me, e semina in me lo spirito de la castità e della continensia. Toglie da me quello che mi nuoce, e presta quello che le ferite miee curare possi. Dammi, Signore, il timore tuo, dammi
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ch'io dimentichi il male, e nulla cosa pensi se non te. Perdona, Signore, all'anima mia, perdona a' mali miei, perdona a' fatti e a' peccati e a le iniquità miee. Vizitami, che sono languida; curami e sana, che sono inferma; resuscitami, che sono morta. Dami cuore che ti tegna, sentimento che ti connosca, occhi che ti veggiano, orecchi che volontieri t'odano. Abbimi miziricordia, Iesù, abbimi misiricordia e, raguardando dalla sedia de la maestà tua, col raggio del tuo sprendore illumina le tenebre del cuor mio. O pigra e negrigente anima mia, svegliati un poco, considera li capoversi di tutti li capituli di questo santo colloquio, e troverai che raunandoli tutti insieme diceno: « Obediente e fidele sii al tuo sposo Iesù »: lassa ogn'altro amore che ti sepera da lui, e acostati a quello che con lui ti congiunga. Signor mio, tira l'anima mia teco per questo arbaro del fraticello e poi la tira tra la groria tua beata. Amen.
SIMONE
:È ora tempo omai, fraticello, che lassiamo Caterina e la monachetta, e finiamo li nostri sermoni. Ma preghiamo prima lo verissimo Giudicatore d'ogna cosa che non permetta che questo nostro colloquio pervenga a persona malivola o invidiosa, però che hanno perversi giudicii in ogna opera.
FRATICELLO
Non ti curare, maestro, che pervenga a ciascuno: non sempre è creduto a' malivoli e invidiosi.
SIMONE
Concedo che non sempre è loro creduto, ma ognuno non connosce le persone malivole e le invidiose per li astuti e collorati parlari: perciò è periculo.
FRATICELLO
Io ho buona speransa di questo nostro colloquio, che per se stesso si difenderà da' ciarlatori malivoli e sparlanti.
SIMONE
Così sia. Amen.

4.

FINISCE LO COLLOQUIO SPIRITUALE DI MAESTRO SIMONE DA CASCINA DE L'ORDINE DE' FRATI PREDICATORI PISANO.


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(revised 28/02/2000) Simone da Cascina.
Elena Pierazzo

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