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Giusti, Giuseppe

Cronaca dei fatti di Toscana (1845-1849)


Introduzione

Ho veduto i fatti nostri molto da vicino, perché da una parte mi sono trovato nel vero mezzo della folla; dall'altro, nella intimità di persone le quali, chi per un verso e chi per un altro, si può dire che sieno state alla testa delle opinioni e del movimento. Ho veduto da attore e da spettatore, vale a dire con occhio molto amorevole quanto al dramma in sé, e con occhio assai riposato quanto alla rappresentanza. Dimodoché, quando parlerò della cosa, potrà darsi benissimo che io non sia libero affatto da ogni preoccupazione; quando parlerò di chi ci ha avuto mano una sola preoccupazione terrà l'animo mio, ed è questa: che io credo al bene piuttosto che al male; credo molti i buoni e pochi i tristi; credo più nel buon senso che nella dottrina; credo che le vittime vere sieno i persecutori. Queste credenze parranno strane e saranno; strane per uno oramai pervenuto agli ultimi anni della gioventù; strane a chi sa che io mi sono, dilettato no, (ché il mordere in fondo non diletta neppure il cane) ma dato a pungere i vizi, gli errori e le storture del tempo. Rispetto a queste punture, non credo che molti sappiano, o sapendolo che abbiano cuore di confessare, che parecchie volte il moralista, o se vogliamo il satirico, impugni il flagello in seguito d'un esame di coscienza, e non intenda né punto né poco d'escludere sé stesso dal numero dei flagellati; rispetto poi alla esperienza che porta l'età, dirò liberamente che da quella prima, dolce e serena fiducia dell'adolescenza, passato anch'io attraverso di brevi dubbi, di brevi sgomenti, e di brevissimi abbandoni, e tornato a scrutare me stesso in quei lucidi intervalli nei quali l'uomo si denuda al suo proprio cospetto,
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mi son trovato più ricco che non credevo, vale a dire senz'odio, senza invidia; pronto a compatire, a tollerare, ad amare il mio simile, perché bisognoso io stesso d'amore, di compassione e di tolleranza. Se questa è fanciullaggine di ritorno, vorrà dire che io sono invecchiato prima del tempo; se è virtù, non me ne fo bello; perché me la sono trovata addosso come il colore dei capelli: in ogni modo ne tengo di conto perché mi aiuta a vivere e a lasciar vivere. Ma ho detto di parlare di cose importanti, e invece parlo di me stesso. Scusami: prima della parola ho voluto dirti l'uomo; e poi devi sapere che l'Io è come le mosche: più lo scacci e più ti ronza d'intorno. Quali fossero le condizioni della Toscana nel novembre 1845 , tu lo sai meglio di me. Un beato lasciare andare; un governo composto di se, di ma, di forsi, come dice il Berni del papato d'Adriano. Più cupolino che toscano, o se toscano, non italiano mai neppure per sogno: un andare al passo delle lumache; un'arte piccina e minuta di vivere a forza di scansi tanto al di dentro che al di fuori; una cuccagna per i rescrittati d'ogni genere, un dormire a occhi aperti vedendo e non vedendo; una certa velleità d'avere statue senza sapersene preparare il piedistallo; un dare e un avere tra tutti e in tutto, di sarcasmi, di noncuranza, di disistima e di pettegolezzi. Il popolo, occhiuto ma distratto, nauseava senza sdegno discorreva senza discutere, desiderava senza volere; pagava e
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brontolava, guardava lontano e non vedeva sé stesso; s'impregnava dell'altrui senza curarsi di concepire del proprio. In fondo a tutte queste cose, bonarietà al di sopra e bonarietà al disotto; di sopra poca levatura, certe presunzioncelle e nessuna malvagità; di sotto molto ingegno in erba, poco in fiore, pochissimo in frutto, e anco qui certe presunzioncelle e nessuna malvagità; nel mezzo poi (vedi polizia) bastardume, vanume, marciume, lerciume, mettiscandali, gabbaminchioni, annaspabrighe, armeggioni, ferracci vecchi, arnesacci, ronzoni, zanzare, tignole, fastidio insomma più importuno che velenoso, gente più boriosa che potente; ruffiana di faccende, non intermediaria del potere. E questa pania che era tesa a tutti e non chiappava nessuno, stava lì, spauracchio al Principe non accivettato, svegliarino al popolo accivettatissimo, e se a caso qualcuno c'incappava un momento, presto s'accorgeva o che non teneva, o che non voleva tenere, o che i tenditori si contentavano di poche penne tanto per farsene un piumino, e poi chi l'ha a mangiare la lavi. Se gli ho battuti in versi, credi che non è stato per coraggio civile. Venendo ai partiti che allora covavano tra noi, e usando i nomi ormai invalsi nell'uso, il paese, non tenendo conto di parecchie gradazioni di colori, era diviso tra liberali e sanfedisti. I liberali, sparpagliati, avvezzi all'ombra e al sotterfugio, non capitanati né da un uomo solo né da una sola opinione, troppo in apprensione del birro e del partito contrario, ai quali prestavano spesso un sapere e un potere che non avevano. Molti di cuore, pochi di petto, parecchi per sentita dire, altrettanti più per buona volontà che per ferma convinzione, del resto galantuomini, salvo una certa tal quale zavorra. I sanfedisti erano più d'accordo che compatti; chiotti piuttostoché astuti; con due o tre Donchisciotti alla testa che pigliavano una cena tra amici per la congiura di Catilina, un
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par di baffi per un delitto di lesa maestà e via discorrendo. Gente più che altro d'incornati, di muffiti e di stizziti, di baciapile, di quattrinai e di paurosi del sacco, di trappoloni, di spaccamondi, di falliti di borsa e di reputazione, e d'innocenti presi agli archetti come la quaglie. Nel guazzabuglio, due o tre carnefici; otto o dieci birri pensionati; e qualche giacobino e qualche carbonaro che si sbracciavano a purgarsi dei peccati veniali del novantanove e del 1821. Le accuse, i sospetti, le paure che son corse tra le due parti, ognuno le sa e sarebbe superfluo ristacciare questa farina oramai imbachita. La zuffa durava dal trentuno al quarantacinque con poca perdita di qua e di là se si guarda al numero dei morti; se poi si guarda ai vivi la faccenda va diversamente: mi spiegherò. I sanfedisti lieti d'aver piluccato qua e là il partito contrario, avvezzi alle minuzzaglie più che al grosso della cosa, e veduto o creduto di vedere che i liberali battevano in ritirata e tacevano, si dettero a cantare il Te Deum a tutto bordone, e fatta un po' di baldoria, dissero è finita, e si sdraiarono a Capua. Il male fu che quella ritirata dei liberali, piuttosto che una fuga, riuscì un colpo di strategia, e dico riuscì per non parere di dare al mio partito il senno dei vecchi soldati che si confortano della perdita presente, certi di rifarsi temporeggiando. No, questo alto sapere se fu, fu in pochissimi, e se poi suonando di nuovo a raccolta ci siamo trovati più di quelli che eravamo allora e più forti a vincere, lo dobbiamo al vento che ci porta e che spira negli occhi agli avversari. Ciò che posso dire perché lo so è questo: che i sanfedisti credettero di aver vinto, i liberali non credettero di aver perduto e questa che pare piccola differenza è differenza grandissima. I birri e i sanfedisti, vale a dire tutti i retrogradi e i calpestatori, hanno un gran peccato addosso, che è quello di credersi furbissimi. Io non ho veduto mai al
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mondo il più gran minchione di quello che crede e dice d'esser furbo, e lo provo. Chi è furbo vero si sente ma non crede, cioè non è mai tanto sicuro di sé che non pensi potersi dare uno più furbo di lui, e per questo lato la somma furberia ha le sue modestie come la sapienza, come l'arte, come la virtù che esce dal comune. Dunque chi crede d'essere furbo si falsa le armi da sé, tenendosi impenetrabile e invulnerabile. Chi dice poi d'essere furbo non solo si falsa le armi ma si taglia da sé e si può tagliare a scempio e a doppio. Si taglia a scempio perché quand'anco sia ciò che dice d'essere avvertendone gli altri fa sì che stieno all'erta; e si taglia a doppio nel caso che in qualche punto riesca un minchione, cosa che si dà a tutti. Ecco la magagna dei sanfedisti; mentre noi liberali siamo stati sempre minchioni, tanto è vero che i proscritti, i fucilati e gli impiccati e' si contano sempre tra noi. Se taluni domandassero per qual ragione credendoci seguaci del vero, n'andammo fin qui a capo rotto...

Indice

1. PARTE PRIMA

1.1. I CONDIZIONI DELLA TOSCANA - GIUSEPPE MONTANELLI


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Quando morì Don Neri Corsini, Ministro dell'interno, degli affari esteri e d'altre due o tre cose in Toscana, i liberi pensatori erano i Georgofili. Non dico che qua e là, anche fuori di quell'accademia, non vi fosse gente che pensasse senza licenza dei superiori, ma la vera falange dei novatori era là, e le nostre speranzine e le paurine del governucolo d'allora erano senza dubbio quei signori accademici. Di qui forse quel non so che di patriarcale o d'arcadico che s'è infiltrato e s'infiltra nelle nostre faccende; di qui le stizze, i pettegolezzi, i ripicchi e il fare puntiglioso e cricchioso, portato da certuni nel campo della politica. L'Accademia dei Georgofili ha fatto del bene e ha contato uomini di molto valore, ma un'accademia è sempre un'accademia, e la quercia non fa limoni. Primeggiavano in essa alla morte del Ministro suddetto, Gino Capponi, Cosimo Ridolfi, Raffaello Lambruschini,
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Vincenzo Salvagnoli, Bettino Ricasoli, Celso Marzucchi, Enrico Mayer ed altri; tutta gente dabbene, ricca d'ingegno, promotrice degli studi economici, delle scuole infantili, e di tutto
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ciò che allora ti faceva andare per la maggiore e ti poneva in vista del Presidente del Buon Governo. Di contro a questa congiura aperta, v'era la congiura segreta, cioè a dire uno strascico della Giovine Italia, capitanato allora dal Montanelli. Il nido era a Pisa; gli addetti principali a Livorno, poi qualche filolino per tutta la Toscana, in tutti cento o cencinquanta, e fino d'allora si chiamavano popolo. Lavoravano sott'acqua, tenevano combriccole misteriose, ricettavano fuggiaschi ed altre cose di questo gusto, e tutto andava a finire nello stampare foglietti di sotterfugio, nello scrivere col carbone una minaccia sul muro, nel fare a caponascondi colle spie, e ciò era detto missione. A me questo modo non è mai piaciuto, perché se ne va in ninnoli e in accordature, non riesce a nulla di sodo; ti raffina l'astuzia, t'avvezza a fare a meno del coraggio, t'insegna a salvare la capra e i cavoli, vale a dire la patria e la pelle. Credo che questa sia la cagione per la quale i congiurati di mestiere 99 per 100 finiscono di mostrare il viso quando appunto incomincia il pericolo. Il Montanelli non ha né forte sentire né forte pensare.
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È uno di quegli animi che si caricano a furia di emozioni cercate, come l'uomo fiacco cerca la forza nel vino, e il malinconico l'esilarazione dall'oppio. Esso può avere una fissazione più o meno lunga, fermezza no; e credendo di dominare uomini e cose è dominato sempre da tutti e da tutto. Segue un'idea vaga dell'ottimo e non conosce e non si accontenta del bene; e mirando al cielo e sentendosi onesto, può dare il capo nei più grossi spropositi e nelle più basse perfidie o senza avvedersene o scusandosi a sé stesso in grazia del fine. Nel 31 fu della Giovine Italia; nel 33 sansimonista; poi socialista e comunista; poi ateo; poi bacchettone; poi giobertiano, poi daccapo mazziniano: insomma è un essere che per istare in gambe ha bisogno d'appoggiarsi a qualcosa. Fa per fare: se faccia bene o se faccia male non sa o non cura sapere: fa, e tanto gli serve. Odo che talora due corpi ghiacci posti che sieno a contatto tra loro bollono o fermentano a freddo; l'olio di vetriolo versato sulla pietra leva le gallozze, così credo che facciano le cose sul cuore del Montanelli. Di fronte a ciò, un ingegno facile, un senso sfumato di poesia, nessuna avidità di danaro per accumulare; l'avidità del prodigo per disperdere in pro della setta il suo e quello degli altri; pronto a far getto della roba e del grado, pronto anche a morire, una volta che gliene sia presa la convulsione. Ho detto convulsione non per ischerno ma perché mi rende a pennello la natura di lui. Perocché la sua non è una di quelle anime che s'affinano al sagrifizio per via di un fuoco vivo lento e continuo, ma solamente divampa e sfavilla di tratto in tratto, come la lucerna annacquata, sebbene in una di quelle vampate possa far lume agli altri e risplendere per sé.

1.2. II GINO CAPPONI - VINCENZO SALVAGNOLI


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Nel Novembre del 1845 andai a Varramista, villa di Gino Capponi. Trovai là Vincenzo Salvagnoli e il professore Pietro Capei, e nei primi giorni non facemmo altro che parlare del nuovo ministero che avrebbe nominato il Granduca. Le voci corse da Firenze accennavano al Baldasseroni, a Omburgo, al Bologna, e al Paver, ma il Salvagnoli mostrava non crederle e pareva che avesse in corpo altri nomi. Quando una mattina eccoti una lettera di Pietro Vieusseux che ci dà i ministri bell'e fatti nelle persone appunto del Bologna, dell'Omburgo, del Paver e del Baldasseroni. A quella nuova il Salvagnoli impallidì, s'azzittì, rimase come di pietra; e fu tanto lo stupore che gli si dipinse sul viso, che tutti lo notammo, e cominciammo, ognuno tra sé e sé, a farci su i nostri
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lunari. Dopo essere stato lì per dell'ore, interdetto e confuso diè dentro a gridare che la Toscana era andata; che quello era il colpo di grazia; che ora non rimaneva altro partito che mettersi un berretto da notte e andarsene a letto. Poi voltata in burla la stizza, cominciò a far finta di predire che cosa sarebbe stata la Toscana di lì a dieci anni, che cosa il Principe con quella gente d'intorno; e di tutta questa roba, tratteggiò un quadro di dormienti, di mummie e di fossili, che ci fece piangere dalle risa. In sostanza, pare che egli, Cosimo Ridolfi e altri si maneggiassero sotto sotto per vedere che il Granduca si spastoiasse una volta dalla solita gente e chiamasse a sé uomini nuovi, uomini che avessero la stima e la fiducia dell'universale, o come dice la frase santificata dall'uso, uomini che fossero all'altezza dei tempi. Tra questi, Gino Capponi e Cosimo Ridolfi sarebbero stati il non plus ultra; ma il poterli avere a ministri era né più né meno a quei tempi ciò che sarebbe adesso l'unità d'Italia, cioè un desiderio senza speranza. Quando gli ebbero, gli rimandarono, e così vanno le cose di questo mondo. Sul finire di Novembre, il Capponi e il Salvagnoli tornarono a Firenze; il Capei ed io andammo a Pisa. Prima d'andare più oltre mi sia lecito di darti in tre pennellate il Capponi e il Salvagnoli. La natura e quel complesso di cose che si chiama fortuna gareggiarono prima a prodigare, poi a ritogliere i loro favori a Gino Capponi. Ma e l'una e l'altra, per quanto lo abbiano flagellato a sangue, non ebbero potenza di percuoterlo a terra. La dignitosa bellezza dell'aspetto e della persona fu scemata in lui dalle molte infermità che ebbe a soffrire e dalla perdita degli occhi più dura e più amara di tutte; ma questo e gli altri mali, se gli tolsero splendore di forma, gli crebbero venerabilità di sembianza, e non v'è anima nata che per esser chiamato Gino Capponi, non si accomodasse a brancolare come lui. Quelle tenebre pesano sul cuore di tutti, e tanto più, quanto risplende a tutti vivissima la luce di quell'animo e di quell'intelletto. Nello spegnersi di quegli occhi, si spense alla
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Toscana e all'Italia il frutto migliore dei larghi studi, delle forti e severe meditazioni, della lunga e varia esperienza degli uomini e delle cose, acquistata colla scorta di un cuore aperto, amoroso, caldo, gentile, delicatissimo; d'un ingegno pronto, ampio, ordinato, arguto, dominatore. Chi lo conosce addentro ravvisa nel Capponi la schietta e affettuosa ingenuità dei diciott'anni, la maturità severa dell'uomo compiuto, la pienezza del sapere, la cordialità del conversare grave, lieto, semplice e fecondo; nessuno scoppio di burbanza, nessuna grettezza; nulla di secco, d'uggioso, di sofistico, di quelle reticenze misteriose e di quelli accenni cabalistici, dei quali si compone in gran parte il fare dei dotti, dei letterati, delle persone che stanno sul candeliere. E tutto ciò diffuso di quella malinconia profonda, e serena a un tempo, che accompagna sempre l'uomo grande e infelice, e fatto risaltare da certi tratti d'ironia socratica nei quali va a metter capo di tanto in tanto lo sdegno e il dolore di lui, quando è giunto al segno che fa traboccare le anime manchevoli in rabbiose declamazioni o in roventi sarcasmi. Egli porta il nome, la fama, la ricchezza e la stima di tutti, con quella disinvoltura colla quale porta il vestito più scelto un elegante di prima sfera: tutti lo guardano e lo ammirano, ed egli pare non s'accorga d'averlo indosso. Credo di dare l'ultima mano al ritratto, dicendo ch'egli, cieco e sofferente, quando può risparmiare il cocchiere, se n'ingegna; e quando è in casa d'altri e sa d'avere all'uscio la carrozza che lo aspetta, o abbrevia la conversazione, o sta sulle spine d'esser costretto a prolungarla. Gli ho udito dire più volte: io non ero nato per esser marchese: questo palazzone mi stringe l'anima ogni volta che c'entro; non so come io debba star dentro e il cocchiere fuori. Il mio desiderio sarebbe stato un fratello che pensasse alla casa; a me un migliaio di zecchini, una villetta, viaggiare, studiare e non pensare più oltre. Ma siccome ogni natura patisce del suo sé, l'animo di Gino Capponi è sottoposto a errare per soverchio di benevolenza e la mente per eccesso d'acume. Lo fanno lento ai partiti pronti
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e severi, la bontà invincibile e il lavoro della testa che prima di risolversi e di recarsi all'atto, volge e rivolge le cose per tutti gli aspetti che hanno. L'ho detto a lui, posso scriverlo qui. Io consulterei Gino a cose fatte; prima di farle no, segnatamente quando mi trovassi nel frangente nel quale si trovano spesso gli uomini di Stato, nel caso voglio dire di dovere far presto a costo di sbagliare. Chi vuol far bene bisogna che abbia il coraggio di porsi tal volta al risico di far male, e chi guarda a ogni penna non fa mai letto. Felice lui al quale germogliano difetti da sì buona radice. Da ciò è nato che anche coloro che per salire in alto gli son passati attraverso al corpo, non hanno osato né conculcarlo, né contaminarlo, e quando l'avessero, lo avrebbono indarno. La buona opinione che egli riscuote ha fatto come il ceppo di certe piante: mille volte ci poni la scure e mille torna a rampollare da ogni banda. Vincenzo Salvagnoli ha l'ingegno pronto, vivace, ameno; dottrina più varia che profonda; facile e arguta e talora splendida la parola; l'animo buono ma debole, audace, non coraggioso. Mira troppo a primeggiare; è troppo sposato della sua opinione; va soggetto alle stizze, alle paure, ai capricci del fanciullo. I suoi amici gli condonano i difetti in grazia delle buone qualità; i nemici si valgono dei difetti per negargli tutto. Gli uomini di quella tempra, in tempi di burrasca civile, son condannati a disgustarsi tutti; i buoni colla vanità, i cattivi colla renitenza. Ma ciò sarà chiaro in seguito. Non voglio lasciarlo senza dire, che egli, provveduto scarsamente di beni paterni, traendo gli agi della vita dalla professione d'avvocato, s'è addossata la famiglia d'uno dei suoi fratelli, di quattordici persone in tutto. A questa non è contento di somministrare un pane tanto che campi, ma provvede alla educazione dei fanciulli, fino a tenergli in collegio. Pochi dei suoi persecutori avrebbero animo di fare altrettanto. Tutti coloro che per la salita dei nuovi ministri erano dovuti rimanere in piana terra, non rifinivano di deriderli, di sparlarne, d'attizzare contro di loro i chiacchiericci e le
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derisioni del paese. Chiacchiericci e derisioni, perché la libertà di quei tempi non andava più là d'uno sproloquio o d'un epigramma, e gli scritti, le dimostrazioni e i tumulti vennero in campo due anni dopo. Ma ciò che fin lì non era stato altro che un mormorio, diventò un fiotto cupo e profondo, quando i nuovi ministri ebbero la scempiaggine di consigliare al Granduca la restituzione del Renzi a Papa Gregorio Decimosesto. Questo Renzi in fondo non credo che fosse nulla di raro o di prelibato, e di fatto da quel tempo in poi nessuno ha saputo più se egli sia vivo o morto, ma allora era profugo, era perseguitato, e tanto bastava per acquistargli nome di martire, e per avere il diritto di essere accolto e protetto in un paese che era stato sempre l'asilo dei fuggiaschi d'ogni mandata. Noi Toscani siamo stati sempre troppo corrivi a prendere per oro di zecca tutti i vagabondi che piovono tra di noi; ma il governo non avrebbe dovuto mai colla restituzione del Renzi giocarsi a un tratto la riputazione di governo mite, ospitale e benefico. Di questa brutta restituzione, i malcontenti si fecero un'arme per assalire più apertamente i ministri malveduti; ma non volendo essi mostrarsi a viso aperto nelle prime file, raggranellarono bersaglieri nelle frotte del Montanelli e a questi commisero di piluccare gli avversari e d'attaccare la battaglia. E la battaglia fu data e gli obici, le granate e le bombe furono lettere cieche, foglietti stampati di furto, e furia di carbone sulle facciate, proiettili di quell'esercito. Fu questa l'occasione
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che aperse la carriera diplomatica a Tonino Mordini, procaccino di chiacchiere tra Pisa e Firenze. Mi dicono che la povera gente de' ministri sbigottirono di quella ventata; e si persero d'animo e si ridussero a tale, che un'occhiata torta, una spallata, uno che passasse senza salutarli era l'Orco e la Befana per loro. La vita di Michelaccio aveva incarognito tutti. A noi pareva di fare un gran che deridendo coloro che comandavano; a chi comandava, pareva la fine del mondo che gli scemassero d'intorno le scappellate.

1.3. III LE GESUITESSE A PISA


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Così la faccenda per tutto Gennaio e per tutto Febbraio del 1846; e il fuoco sarebbe andato per consunzione se là dal Marzo la voce corsa per Pisa che le Gesuitesse erano lì lì per venire a farci casa, non avesse portate legne all'incendio e fattolo divampare di buono. Dicono che la cosa venisse dall'alto, per detto e fatto della Vedova di Ferdinando Terzo buona donna in sostanza ma intestata d'impuntature alla principesca, coadiuvata in ciò da tre o quattro famiglie patrizie, piovute in Toscana di non so dove, gente alla quale non pareva che il sangue puro potesse serbarsi da corruzione, se la droga del gesuita non gli faceva ciò che fa la mirra ai cadaveri. Questa gente come si crede posta tra la canaglia e la Corte per puntellare questa schiacciando quella, così si crede posta tra le cose celesti e le terrene, per appropriarsi la gloria di questo mondo come un diritto di feudo, e la gloria del Paradiso per la degnazione avuta quaggiù di proteggere il culto di Domine Dio. A conto di ciò mi piace riportare un casetto. Un gentiluomo conduceva un suo ospite venuto di paese lontano a vedere le cose notabili della città. Entrati in una chiesa e veduto ciò che era da vedersi, il forestiere s'abbatté all'altare d'un santo, riputato per somma dottrina, come per pietà insigne, quale sarebbe un San Gregorio Magno o un San Carlo Borromeo. Stando lì con grande ammirazione e profondendo elogi d'ogni maniera alle qualità sovrumane del Santo, si fu accorto che la sua guida non prendeva parte all'encomio, altro che per monosillabi, e stava lì tra imbrogliato e sodisfatto,
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come fa l'uomo che si senta lodare in sul viso. Maravigliandosi il forestiere e non sapendo a che attribuire quella specie di freddezza, domandò con accento di dubbio: ma che vossignoria non crede che questo Santo sia quel gran Santo che tutti dicono? Le dirò, rispose il conducitore, questo, a dire il vero, è quel gran Santo che Ella ha la bontà di credere, ma siccome appartiene a una famiglia illustre colla quale ho una mezza parentela, a me non istà bene lodarlo. Toccata la divozione patrizia anderò oltre nel raccontare. Le persone che ho dette e altre che non so indicare avevano condotta celatamente la pratica delle gesuitesse, e il canonico Fanteria era stato scelto a trovar loro l'alloggio e a introdurle in paese. E difatti si seppe a un tratto che egli aveva a quest'ufficio comprato il Palazzo Schipis, comoda e bella abitazione, situata nel bel mezzo di Pisa, tra la piazza San Frediano e quella dei Cavalieri. Siccome lo svegliarsi della Toscana data da questo fatto ed io mi trovai in medias res, perché ero là a svernare, racconterò per filo e per segno come andò la bisogna e quali furono le persone che ci presero parte. Appena saputo delle Gesuitesse e del Fanteria eccoti sulle facciate Morte al Fanteria e Abbasso le Gesuitesse. Poi una sera sul tardi, sassate ai cristalli della casa Fanteria, mandata in bricioli l'arme arcivescovile che teneva sulla porta come Vicario Capitolare, e due o tre colpi di pistola sparati a spavento. Furono affissi cartellacci, fatti girare disegni grotteschi in derisione del canonico e delle suore, aizzato contro di loro il popolo medio e il popolo minuto: la scolaresca non ci fu gran cosa immischiata perché non ne pagasse le pene. Di tutto fu caporione il Montanelli, focolare la casa Parra. Bisogna sapere che io stava a dozzina con Gianni Frassi, e per non trovarci ogni giorno a quattr'occhi sino dai primi dell'inverno avevamo invitato a
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desinare ora questo ora quello dei nostri amici. Due di questi, Adriano Biscardi e Gianni Giacomelli, facevano tavola col Montanelli. Per avere compagnia certa e gradevole, pensammo di riunire i pentoli e di pranzare tutti e cinque insieme, una settimana dal Frassi e una settimana dal Montanelli. Amici tutti dalla primissima adolescenza, tutti dal più al meno capi ameni e sciolti da ogni fisima, non è da dire se ci volavano i giorni contenti e se ci pareva ogni ora mille che suonasse l'ora del refettorio. Fu appunto una sera dopo desinare, che riandando noi cinque la faccenda delle Gesuitesse, cominciammo a dire che il modo preso per non volerle non era efficace all'intento e che bisognava far punto coi cartelli, colle sassate eccetera, eccetera, e pensammo di venire a qualcosa di più serio e di più conducente. Fu posta in campo una petizione al Governo da coprirsi di firme, ma le petizioni firmate in più le proibisce la legge. Non importa; si faccia la petizione. Chi la presenta? quello no, quest'altro no, quell'altro neppure. Dunque? C'è il Serristori governatore: è uomo di petto, uomo che pensa bene: e non si rifiuterà di darci una mano. Sta bene: si faccia la petizione, si senta il Serristori, si firmi e si mandi. E preso carta e calamaio lì accanto in camera mia, fu steso un abbozzo di petizione celiando e fumando. Il Giacomelli scriveva, gli altri dettavano, io era là sdraiato in un canto a succhiarmi certe stiracchiature di nervi da farmi ballare sulla corda. Schizzato l'abbozzo, il Montanelli se lo portò a casa e lo stese in buona forma. Il Serristori non disse di no, ci apposero il nome trentasei professori e da più d'un cento di cittadini, e per mano del Governatore la brava
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petizione volò a Firenze. Saputa la nuova a Firenze e altrove, parve a tutti gran maraviglia. I timidi ci dettero una presa di matto; la gente a garbo ci lodò e prese speranza dell'atto coraggioso: il Governo levato di sesta dalla cosa insolita e inaspettata, provò a fare un miramur al Serristori e lo trovò fermo; provò a farne fare un altro ai Professori, e non rincularono: il fatto sta che bisognò fare di necessità virtù e le Gesuitesse andarono in fumo. Ma perché tanto sospetto di queste Gesuitesse o Suore del Sacro Cuore come le chiama la regola? Perché esse sono come le rondini dei Gesuiti. È del loro istituto, che non possono confessarsi altro che da un Gesuita; dunque venute esse è necessario che venga anche un Gesuita, almeno ogni tanto alla raccolta dei peccati. Ma un Gesuita non va mai scompagnato, perché la regola di Sant'Ignazio o di chi per lui vuole che vadano a coppia, un sacerdote e un converso. Massa Ducale aveva allora una Casa di Gesuiti. Di là, per le ricorrenze dette di sopra, sarebbe venuto il padre confessore col fedel compagno, e poi strigate le coscienze delle suore, tornato al nido, di dove era venuto. Ma questo andare e venire sarebbe alla lunga tornato un po' incomodo al padre reverendo e all'accompagnatura; la salute, il tempo, la spesa, potevano richiedere che al reverendo padre venisse assegnato uno stanzino per pernottare e un bugigattolo all'accolito per la stessa bisogna. Poi le suore potevano crescere, e due orecchi soli non bastare al pissi pissi dei loro scrupoli. Allora un altro coscienziere e un altro servigiale e due altri stambugi per la coppia di soccorso; e di questo gusto, a mano a mano, tre, quattro e sei coppie di padri, un piano di casa o due al loro servizio, e alla fin fine un convento di Gesuiti a Pisa. Tu dammi un dito e io piglierò la mano: ecco detto.
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Se la Toscana non ebbe Gesuiti, lo deve al Montanelli. Egli condusse la cosa, egli girò due giorni per Pisa a far gente, egli si espose in capo fila a perdere la cattedra e poteva darsi anche a peggio. Questo e la ferita di Curtatone sono i due bei fregi della sua vita. Sia detto qualcosina anche di noi che restammo nell'ombra. Avemmo parte al progetto, lo firmammo, sollecitammo parecchi ad apporvi il nome loro, e fummo lietissimi di lasciarne tutto l'onore al Montanelli. Oh se questa concordia avesse potuto durare tra noi; se la febbre civile non ci avesse divisi d'opinione, forse non sarebbero molti mali che sono, e non avremmo da sospirare, egli di non averci avuti con sé, noi di non averlo potuto nemmeno difendere da tutti gli addebiti che gli danno. Quanto a me, credo per fermo d'avere avuta ragione, ma mi duole che egli abbia il torto. Non mi si partirà mai dall'animo una cara amicizia di tanti e tanti anni, ma egli stesso non può volere che i suoi amici contraffacciano in grazia di lui al proprio convincimento.

1.4. IV IL D'AZEGLIO IN TOSCANA SOLLECITAZIONI E PROMESSE DEL PIEMONTE


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Di lì a pochi giorni, sapemmo il Piemonte essersi inciprignito coll'Austria a conto di dazi sul vino; Carlo Alberto averla presa coi denti, volere scuotere da sé gli impacci di lei; accennare alle brutte una guerra con essa; a ciò incalorirlo i liberali del Piemonte, ciò anelare l'esercito voglioso di cimentarsi. Capitò poi una medaglia misteriosa col Leone Sabaudo in atto di spennacchiare un'aquila e altri geroglifici di questo gusto, e soprattutto il fert fert fert scritto torno torno, parola che vuol dire due o tre cose e non si sa bene ancora che cosa voglia dire; insomma una specie di scopulismo coniato; un Mane Tecel Fares che Casa Savoia scriveva in barba a Casa d'Austria. Mesi prima aveva perlustrate le Romagne Massimo d'Azeglio, mandato e non mandato dal Piemonte a dire che desistessero dalle società segrete, dal congiurare sott'acqua, dall'arrischiarsi a insorgere alla spicciolata, e a questo patto, promettere il Piemonte di farsi vivo alla prima occasione e tentare la liberazione dell'Italia dallo straniero, e iniziare in Italia le libere istituzioni e le civili franchigie che reclamavano i tempi. Era fresco tuttora ilfatto della petizione contro le gesuitesse, quando l'Azeglio arrivò a Pisa ove aveva la moglie e una cognata, figliola del Manzoni, e cominciò a parlare come aveva parlato in Romagna, ne lesse al Montanelli e a me
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quello scritto che poi pubblicò di furto a Firenze e per il quale il Governo, preso forse alla gola dall'Austria, fece la stivaleria d'esiliarlo, seconda a quella del Renzi. Io non fui presente al soggiorno del d'Azeglio in Firenze, ma so che egli in quei giorni fu l'uomo raro dei liberali e dei dilettanti di curiosità, e il bausette della polizia, che dopo un tal pranzo ribelle che gli dettero i ribelli d'allora, non poté reggere alla paura di lui e dell'Austria, e lo mise ai confini assegnandogli il tempo e la via. Fui presente bensì quando si fermò a Pontedera di dove gli era stato ingiunto di recarsi a Livorno senza toccar Pisa, tenuta per una specie di Pentapoli liberalesca e per la petizione e per essere Università. Andammo a incontrarlo in parecchi, e il comodo della via ferrata balestrò là una frotta di scolari, che gli s'affollarono d'intorno e ai quali egli disse parole franche e oneste, incoraggiandoli a perseverare nel proposito di rialzarsi, a coltivare l'ingegno, a onorare e servire la Patria. Fui parimente al pranzo che gli fu dato in Livorno a imitazione di quello di Firenze, al quale, tolto il Guerrazzi, intervennero tutti i notabili del paese. A questo punto, ripigliando il filo più da alto che non comincia la narrazione presente, dirò che gli Italiani, dal 43 al 46, parte si erano ricreduti dei modi tenuti fin allora per iscuotere da sé il giogo che gli piegava a terra, parte era balenata agli occhi loro una via impensata di riaversi, più lunga certo, e da chiedere, a chi avesse saputo pigliarla, abnegazione di sé, temperanza e longanimità, ma più sicura mille volte e più lieta e più onesta di quella che ti sbatte alla meta per un turbine di discordie, di tumulti, e di lacrime e di sangue cittadino. Si erano ricreduti delle sette, delle congiure, dei tentativi di rivolta covati qui, istigati dagli esuli e sognati sempre universali e sempre riusciti sparpagliatissimi, dietro i tentativi infelici delle Romagne e la morte infelicissima dei
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Fratelli Bandiera; avevano porto l'orecchio alle parole prima di Vincenzo Gioberti, poi di Cesare Balbo, che in sostanza miravano a riconciliare colla civiltà la religione, colla libertà il principato, il pontificato coll'una e coll'altra, e di questa concordia facevano un'arme terribile contro la dominazione forestiera, inciampo massimo ai nostri passi. Dismettano le gare e le avversioni e gli odii inveterati tra loro; s'accordino a un fine pontefice, popoli e principi, e colle libere istituzioni e colle armi, ricaccino al di là dei monti l'aborrito austriaco. Spazzata l'Italia, e fatta una volta la nazione che non è mai esistita fuorché nella mente degli ultimi pensatori, di cosa nasce cosa, e il tempo darà consiglio; riprenderanno gli Italiani la loro grandezza antica, anzi una grandezza nuova che gli farà essere nel mondo il popolo illustre, potente e civile per eccellenza. Aggiungi le sollecitazioni e le promesse del Piemonte portate dal d'Azeglio, e l'avere osato, coi fatti e cogli scritti, affrontare il gigante temuto dell'Austria e scuoprirgli il piede di creta, e per ultimo l'ardire di quella petizioncella contro le Suore soprallodate, e ti daranno a un dipresso lo stato degli animi e il sentore delle novità che andavano ad accadere. Per me, la gran cosa fu di cominciare a guardare in viso e di ridere in faccia ai nostri vecchi padroni e tutori e rompere una volta quell'amaro prestigio che ci dava a credere d'avere a mangiare l'Austria anche nel pane. Una volta veduto che l'Austria era l'Austria, e noi, noi, le cose nostre prendevano tosto una piega diversa. Che se un primo sforzo è dovuto andare fallito, il danno non è tutto da una parte e non siamo ancora morti.

2. PARTE SECONDA

2.1. V ELEZIONE DI PIO IX


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Nel giugno del 46 morì Papa Gregorio decimosesto, di brutta memoria, e di lì a pochi giorni fu assunto al Pontificato il Cardinale Mastai Ferretti. Le prime voci che corsero di quest'uomo furono che egli era un buon uomo, uno che aveva retto con dolcezza e con rettitudine i popoli affidati a lui come vescovo, del rimanente uomo rimesso e di poca levatura, e ciò più che altro averlo fatto Papa a scanso del Lambruschini avversato dai più dei Cardinali. È regola di Conclave che il Papa nuovo debba essere tutto l'opposto del morto, ed è per questo che non gli vedi mai succedere il Cardinale Segretario di Stato. O sia che mirino a tenersi in bilancia dandone, per modo di dire, una fredda e una calda; o che ogni Papa traendo su di rimorchio, oltre i suoi di casa, una data frotta d'amici e di famigliari, non si voglia che il Papato passi nei rimorchiati, per non farne una specie di fidecommesso nipotesco o servitoresco. Dopo un Papa se ne fa un altro; Papa per caso o per compenso; lascerà il tempo che trova; ecco press'a poco ciò che era detto di lui.
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E quando si bucinò che avrebbe fatta amnistia agli esuli e ai carcerati del tempo di Gregorio: solita polvere negli occhi, diceva la gente, consuete larghezze di prìncipi in su quel subito della gioia che dà la potenza. Amnistia, Amnistia! Con un'amnistia ridotta a nulla a furia d'eccezioni, credono costoro d'aver messe in bucato tutte le avanie dei loro antecessori, di chetare per un primo momento, tanto per pigliar piede per farsene strada a fare altrettanto o peggio. Anche Ferdinando di Napoli dette l'amnistia, e la dette Ferdinando d'Austria dopo morto Francesco Primo, e che avanzi n'abbiamo fatto? Che è e che non è, eccotegli al sicut erat; esilii, prigioni, mannaie e via di questo gusto. Son larghezze, queste, che somigliano quelle manciate di moneta spicciola che il ricco getta dalla finestra nelle allegrie di famiglia. Un po' di fufu, quattro chioccate di mano sotto il palazzo, e se il giorno dopo gli picchia un povero all'uscio, gli s'aizza il cane per tutta elemosina. Son preti, sentitemi, son preti! E quando s'è detto prete e' s'è detto tutto: il lupo muta il pelo ma il vizio mai. Ma andammo tutti in visibilio, quando cantò chiaro e aperto la carta dell'amnistia. Spontaneità, schiettezza, effusione di cuore, aperta benevolenza di principe e di pontefice, risplendevano ampiamente in quell'atto. Poche eccezioni, e quelle poche tenute ragionevoli anche dai più schifiltosi, e lodato soprattutto in quel documento il linguaggio nuovo, semplice, aperto senza sentore di scappavia o di gergo cancellieresco. Cominciammo allora a chiedere più addentro di questo Mastai e ce ne fu detto ogni sorta di bene. Scapparono fuori a dire della fanciullezza e dell'adolescenza di lui quelli che erano stati seco in collegio a Volterra e raccontarono che egli era fiero, ardito, manesco e con tutto ciò allegro e di buonissimo cuore. Poi sapemmo della sua giovinezza da altri che
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l'avevano avuto a compagno nelle prime scappate di gioventù, e ce lo dipinsero bel giovine, di modi schietti e cortesi, inchinevole all'amore ma lontano da ogni sconcezza. Pare volesse farsi soldato, ma lo ritenne il patire di mal caduco. Poi abbracciò lo stato ecclesiastico, chi dice per un amore andatogli male e chi per altra cagione che non so per l'appunto. Fu in missione al Chilì, ebbe mano in Roma e altrove nella pubblica azienda; fu Vescovo, fu Cardinale, fu Legato, e per tutto la gente ebbe a lodarsi di lui, salvo un che di pinzocchero che taluni credevano di ravvisarvi e che io credo essere stata pietà vera male interpretata in quei paesi infastiditi e insospettiti dei preti. Dei tempi più vicini alla sua elezione, dissero che egli non approvava i modi tenuti da Gregorio decimosesto; che egli aveva tenuto dietro a tutti i fatti, a tutti i libri scappati fuori dal trentuno in poi, e n'aveva fatta raccolta e meditati e postillati di propria mano; che quando andò a Roma per il Conclave, se ne recò dietro una cassetta coll'animo di offerirli al Pontefice nuovo acciò se ne facesse prò: che del rimanente egli se n'era andato là per mero dovere e con pochi soldi, come fa chi va per tornare, e a cui non tocca o non preme il salire. Sorto Pontefice, e data l'amnistia, corse la fama delle accoglienze amorevoli fatte a chi andava a ringraziarlo, dei conforti, dei soccorsi, delle promesse che dava a tutti quegli infelici, i quali tornando qua e là alle case loro, portavano seco la gioia del ritorno e la gioia e la speranza di quelle accoglienze e di quelle promesse. Assicuravano non essere l'amnistia altro che un primo passo; accennare di già il Papa a cose più alte; volere mutare in meglio ogni cosa; volere a grado a grado riordinare da cima a fondo e lo Stato e la Chiesa, essersi prefisso questo fine e a questo muoversi fino da ora manifestissimamente. Farebbe un passo ogni tanto, un passo pensato e accorto; non lo impedirebbero i sospetti di certuni, né lo farebbero precipitare le bramosie di certi altri; i popoli degli Stati Pontifici e forse l'Italia tutta, s'aspettassero, sperassero da lui ogni bene. Il Conte Giovanni
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Marchetti di Bologna amico del Papa da anni e anni, tornando da Roma ove si era fermato tre mesi per amore di lui, me lo dipinse in questa guisa; è un animo composto e sereno; ha pensato ciò che ha da fare, s'è tracciata una via e la percorrerà fino in fondo; quando ha tra mano cosa d'alta importanza, interroga, ascolta, si consiglia con tutti, poi si ritira un'ora solo a pregare, e quindi delibera. Ciò vennero a confermare altri atti del Pontefice e del Cardinale Gizi, uomo integerrimo anch'egli anima di Pio Nono, e che era stato creduto Papa designato in luogo di lui. Tanto andò oltre questo suono delle novità di Roma, che il mondo se ne riscosse e le genti cominciarono a rivolgere lo sguardo o a tenerlo più che mai fisso alla città eterna, e all'uomo inaspettato che sedeva sulla cattedra degli Apostoli. Gli amici della libertà cominciarono a farsene appoggio; i nemici spauracchio; tantoché il nome di lui fu segnato al libro delle spie accanto a quello d'Italia, di libertà, ecc., come un nome da starne in orecchio e da notare coloro che lo proferissero. La cosa arrivò a tale che o si proibiva o faceva uggia un Te Deum cantato nel nome di lui; e quando per la ritratta dei Tedeschi da Milano caddero in mano del Governo provvisorio le carte della polizia e d'altri che comandavano, fu trovato che il Principe di Metternich aveva scritto a Radetzky: « mancava alla sua e alla mia canizie, esercitata in tante vicende, l'impaccio d'un Papa liberaleggiante ». Ma per non precorrere all'ordine dei tempi, toccherò di volo ciò che accadde qui in Toscana dal Giugno del 46 al Marzo del 47.

2.2. VI IL CARO - RUMORI AI MERCATI DI MONSUMMANO DI PISTOIA E DI PRATO


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Fuori delle speranze ridestate dal Papa e dello stare sulle intese di tutto ciò si muoveva da Roma, non vi fu nulla di nuovo tra noi fino al declinare dell'anno. Sulla fine di dicembre, per la carestia che pativa l'Inghilterra e la Francia, si manifestò il caro anche tra noi, ma in guisa che non l'avremmo sentito tanto se una pasciona di ventotto o ventinove anni non ci avesse avvezzati male. Col pane a due soldi la libbra e il vino a un soldo il fiasco, i braccianti, buscata la loro mezz'opra sbucciavano la fatica e avevano di che satollarsi. E i braccianti e i pigionanti, che tra noi è quasi una cosa, e vuol dire gente che non è a podere né ha mestiere fisso, ma va a opra e a giornata qua e là, via via come le capita il guadagno, questa gente, dico, è la più che si trovi all'asciutto e che sia pronta a imperversare negli anni del caro. L'accattone tira via nel suo mestiere, ed anzi il caro è per lui una specie di giubbileo, avendo una miseria di più da farsi credere e da trarne elemosina. Così i predicanti da un tanto per predica, vanno a nozze se trovano un passo di più da citare; il becchino sguazza al tempo della morìa; l'ombrellaio quando piove dirotto, e il vetraio se grandina o tira vento. Il contadino che appartiene a un padronato ricco, quando rincara la grascia, finito che ha il colmarello che gli avanzò a battitura, ha là il granaio di fattoria che l'aiuta a svernare. È vero che s'indebita, ma alla fine del salmo ha da strigarsela
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col padrone, il quale per lo più sconta con lui in tanto lavoro e a conti fatti beve grosso e non gli ripiglia mai tutti. Il contadino del suo è raro che patisca della carestia, perché è quello che sa far fruttare la terra più che ogni altro, e non avendo da dividere con nessuno, mangia lì e lavora lì; provvede meglio ai casi di bisogno e non si stende mai tanto fuori del lenzuolo, da trovarsi sul più bello scoperto da piede. Quelli davvero che sono tagliati nelle barbe agli anni del caro, sono i piccoli possidenti, che tra noi chiamano padronelle, e i contadini dei piccoli possidenti. Questi tra pagare le imposte e sbarcarla per sé, è giocoforza che dieno fondo a quel po' di granaio e che non ne avanzi neppure un granello ad aiutarne il povero contadino, il quale se non vuole o rubare o morir di fame è costretto a trascurare la terra che gli è affidata, e andare a lavorare a giornata su quello d'altri padroni. Ho voluto distendermi un poco su questa materia, perché avendo veduto quel fatto da vicino, ho in animo di volerlo purgare dagli errori che se ne dissero allora, e far vedere da chi mossero quei disordini e aprire se è possibile una via a rimediarli o a prevenirli, nel caso che abbiamo a trovarvisi un'altra volta. Il primo trambusto si manifestò sul mercato di Monsummano, paesetto della Valdinievole nel quale son nato ed ove ho gran parte dei miei beni paterni. Una donna volle comprare uno staio di farina dolce da un montagnolo che la vendeva a conto suo; non s'accordarono sul prezzo e la donna andò oltre. Poi ripentita e non volendo, a posta di due o di quattro crazie, tornare a casa senza aver fatta la provvista, si fece indietro a cercare la farina e trovò che un incettatore aveva fermata quella e quanta n'era sulla piazza e lì per lì l'aveva rincarata di non so quanto. La donna ne strepitò; allo strepito corse gente e lo crebbe; e la folla e le grida
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rinforzando a ondate, il paese se ne commosse tutto e il mercato n'andò sottosopra. Dagli urli e dalle imprecazioni, passarono a dar di piglio nelle sacca esposte alla vendita e a furia d'urti e di percosse le spolverarono; più arditi di tutti si cacciarono nel parapiglia i pigionanti dei dintorni, e gli scioperati del paese. I fattori e i contadini delle grosse fattorie di lì attorno, colti all'improvviso e sopraffatti dall'impeto, si smarrirono e ripararono sé e la roba il meglio che poterono; e le autorità del luogo non si mossero, o fecero peggio movendosi a sproposito. Siccome il popolo, anche quando delibera, serba o vuol parere di serbare un certo senso di giustizia a modo suo, quella folta di facinorosi quand'ebbe visto pulire la piazza cominciò a voltarsi alle case ove poteva essere o grano o altra grascia. Furono nominate due o tre case di possidenti e tra queste la mia, ma la folla: no, quelli lo raccolgono e ce l'hanno venduto sempre al prezzo corrente. Dunque ai magazzini di chi lo compra per rivendere; quelli sono gli infami; quelli ci affamano per arricchire. E proposto e accettato fu tutt'una. Assaltarono e sfondarono le porte; saltarono dentro e a saccate, a sportate, a grembiate, fu sparecchiato in un attimo. Finito l'impeto e la preda e diradata la folla, i dispogliati rifecero animo e chiappato ciò che venne loro alle mani, dierono addosso a quelli che per non avere la casa lì trottavano qua e là sparpagliati e impediti dal peso. A molti ripresero il mal tolto, altri malmenarono e accopparono e non starei mallevadore che tra chi proseguettero i ladri non ve ne fosse di quelli che avevano rubato insieme poc'anzi. Questo fu il disordine di Monsummano, nato a caso come nascono la maggior parte; quelli di Pistoia, di Prato, di Pescia e di Pisa nacquero per sentita dire, per detto e fatto di coloro che avevano avuto mano in quel primo, e per istigazione di quei quattro o sei birbacaoni che ogni paese ha in se, e i quali o per miseria, o per invidia, o per ismania di commettere scandali, stanno a balzello d'un'occasione qualunque per attizzare, per alzare la cresta, per tuffare le mani nella
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roba degli altri. In tutti questi paesi, le autorità costituite non seppero che si fare. Invece di farsi contro ai malvagi, e se non altro, protestare altamente in nome della legge, si posero da coda tra gambe e vennero a patti coi ladri. Cominciando da Monsummano, il Potestà, visto il caso perso, credé d'aver trovato il bandolo di quell'arruffìo, domandando alla folla tumultuante a che patto volevano il grano, e facendosi con essi a tassarne il prezzo. Altrove fecero altrettanto o ci corse poco, dimodoché oltre allo scompiglio dei mercati, si venne anche a violare, quasi all'ombra della legge, il diritto delle libere contrattazioni. Avvezzi ai tempi ordinari e al passo della testuggine, lo straordinario gli stordì e gli levò di cervello e se il guaio non andò più innanzi, lo dovemmo, come in altri casi, più alla civiltà del popolo stesso, che a sapienza di governo. Ne ho scritto distesamente perché fu detto che in quel sottosopra ci lavorò la moneta dell'Austria o quella dei novatori, che, non so come, si dividono sempre la colpa dei subbugli che nascono. In tempi di mutamenti civili o quando si temono o si aspettano, tutto è creduto rivoluzione, come tutto è creduto peste ai tempi del contagio, e chi ha passeggiate le vie quando più ribollivano le paure e le avventatezze, sentirà il vero del paragone e se ne gioverà per non prendere lucciole per lanterne. È vero bensì che le sette, o siano gialle e nere, o siano tricolori, sono lestissime d'afferrare a loro prò ogni minimo che, che commuova la piazza. Di qui, a cose fatte, i vanti di chi vince, e le accuse di chi è vinto che si mandano e si rimandano in faccia le parti che si trovano o in alto o per le terre, senza saperne né il come né il perché. Io so che le cose del mondo non vanno a caso perché so che non è il caso che le governa, ma di quelle degli uomini credo e ho motivo di credere che vadano non che a caso a casaccio.

2.3. VII PROCESSI PER COMUNISMO COSIMO RIDOLFI


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In quel torno, rintostarono i foglietti clandestini, e siccome taluni si riferivano al disturbo dei mercati, immagina quanto se ne lambiccarono il cervello. Aggiungi che ricorreva il centenario della cacciata dei Tedeschi da Genova e che a Genova fu festeggiato con più solennità che non era solito festeggiarlo quel popolo, e qui in Toscana se ne fecero baldorie all'insaputa dei birri e quasi per congiura. Ne furono sgridati due o tre; due o tre d'altri arrestati e tornammo alle solite. Poi ne' primi del 47 la soldatesca imperversò a Parma e a Lucca, insultando i cittadini, sbravazzando e millantandosi di non so che cosa, che dissero volere accennare che l'Austria con quei Principotti s'apparecchiava a farla finita coi liberali ringalluzzati nel nome di Pio Nono. Che cosa ci fosse di vero, non so; so che vidi un gran tramenio di lettere, di stampati e di procaccini, da Lucca a Pisa, e da Pisa a Firenze che non ci metteva erba. Parimente accaddero a Pisa in questo tempo le incarcerazioni e i processi per comunismo, del quale si diceva che il focolare fosse a Vecchiano e al Ponte a Serchio, e gli apostoli a Pisa e a Livorno. A sentire certuni la Toscana era bella e spartita, tre braccia di terreno a testa, tanto per farcisi seppellire. Qualcosa sotto ci fu e un rumore per tutto, segnatamente a Firenze, ma come stesse la cosa non saprei dire con certezza, perché dopo aver tenuti a frollare in carcere per tre mesi i principali imputati, schiacciarono la cosa lì e non ne raccapezzammo un'acca. Chi disse il governo aver
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conosciuto non esservi luogo a procedere, e chi disse aver voluto che non si scuoprissero altari per paura di propagare il morbo, tanto più che i carcerati avevano chiesto processo ordinario. Quel che posso dire perché lo vidi da me, è che il ministro processante ci s'era messo coll'arco del collo e si stropicciava le mani dall'allegria che gli fosse capitata la bazza di carrucolarne una serqua in galera. Era un certo Chini birro schietto e reale

All'andare, alla voce, al volto, ai panni;

e quando seppe che in luogo del processo economico doveva farsi processo ordinario, mascherando di premura la stizza che n'aveva avuta, si faceva sentir dire: hanno fatto male a non istare al processo economico! Col processo economico si poteva fare alla meglio, ma col processo ordinario quel che è è, e bisogna vederla fino in fondo. Da questo discorso derivò la vera definizione del processo economico, vale a dire un processo nel quale si fa economia di giustizia e di misericordia. Di tutte queste bazzecole che miravano tutte all'intento di fare novità, si fecero caso gli uomini di senno, ai quali premeva che se novità dovesse accadere, accadesse senza strepito e senza violazione di legge. Pensarono prima d'unirsi in quanti più potevano e di chiedere al Principe una qualche maggiore larghezza, in fatto di censura; poi pensarono fosse meglio fare un giornale di scienze, lettere e arti per aprire uno sfogo a chi aveva il prurito di dire la sua, per vedere d'ammazzare la stampa clandestina e per predicare libertà o sotto
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metafora o per circonlocuzione. Fermato questo, si volsero al Governo per chiedere censura a parte. Era a capo del progetto Cosimo Ridolfi, il quale essendo allora aio del Principino, aveva agio di bazzicare su ai Pitti, d'abboccarsi con Su' Altezza e di dirgli che il Paese diceva, che il Paese voleva, e che bisognava fare e che bisognava dire; Su' Altezza udiva il Ridolfi, poi udiva i Consiglieri e andava a finire che tutti tiravano innanzi

al passo
che fanno le letane in questo mondo.

Trapelava fuori il battibecco tra il Ridolfi e Su' Altezza, e allo stesso Ridolfi non sapeva male che ne corresse la voce: e chi diceva che il Ridolfi aveva preso a mettere un moro in bucato, e altri che il moro lasciava cantare il Ridolfi, lo teneva a bocca dolce, e colla sua fiacca te lo corbellava fine fine. Comunque fosse, la Toscana debbe esser grata al Ridolfi di questo, che essendo egli richiamato a Corte dopo tredici o quattordici anni che se n'era bandito volontariamente, non ci riportò quel fare del cortigiano ribenedetto che per fare dimenticare un'alzata di cresta si fa uno studio di strisciarsi per terra e di tenere le orecchie più basse che può. Il Ridolfi è uomo onesto, ingegnoso, dirotto alle faccende, e in quegli anni che stette lontano dalla capitale, aveva dimorato nella sua villa di Meleto, facendo esperimenti d'agricoltura, promovendone lo studio per ogni maniera, disassuefacendo sé e la famiglia dalle mollezze del signorotto e avvezzandosi ai modi schietti e semplici del ricco possidente che bada alle cose sue. Se togli nel Ridolfi un che di personaggino, egli è uno degli uomini più a garbo che conti la Toscana.
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Stabilito di fare il giornale e fermatene le basi e lo scopo, andarono dal consigliere Cempini per chiederne il permesso e una censura privilegiata e senza molta speranza di venirne a capo gli esposero il loro progetto. Il Cempini, udito di che si trattava, invece di mostrare le solite meticulosità, disse con molta maraviglia dei richiedenti, che non v'era difficoltà di concedere il giornale e la censura a parte, ma che il Governo pensava di già a una legge sulla stampa, nella quale, se avessero voluto aspettare, gli pareva che potessero entrare e star larghi; se no, avrebbe fatto subito ciò che gli richiedevano. Sorpresi della novità, risposero che avrebbero aspettata la legge, tanto più che il Consigliere gli accertò che la legge verrebbe data, e anzi disse loro che ne parlassero liberamente. Divulgata la promessa per Firenze, paese incredulo, sospettoso e motteggiatore, cominciarono a dire: la cosa non è liscia; gatta ci cova; da grasso partito, pàrtiti. Che è questa pietra cascata dal cielo? Da quando in qua i granchi cominciano a camminare di fronte? O è un boccone per chetare e per addormentare, o si tira a scuoprire terreno: ma l'hanno a dare a bere a' gonzi, e prima la vo' vedere. Ma chi sapeva che in questo mondo tutto sta nel cominciare, diceva all'opposto: abbiano pure in testa di burlare il paese, un conto fa il ghiotto e un altro l'oste. Dammi un dito e io piglierò la mano; una volta che si possa buttarle fuori, faremo tanto che finiremo col dirne quante n'abbiamo in corpo. Quando la via è aperta, chi non sa prenderla, suo danno. E con queste ciarle arrivammo al giorno che venne fuori la legge, la quale, se non fu un prodigio di larghezza, non fu a vero dire neanche il diavolo.

2.4. VIII RIFORME E GIORNALI


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Prima di parlare dei giornali che vennero fuori, voglio dire che il governo aveva in animo di riformare altre cose, e quali erano le principali riforme che s'era prefisso di dare. Ciò è ignorato dai più e di quei tanti che lo seppero allora parecchi debbono averlo dimenticato. Io seppi tutto da una di quelle trombe di dicastero, che a mala pena si bisbiglia qualcosa di nuovo su in palazzo, corrono per tutti i buchi della città a dirlo a tutti nella massima segretezza. Non si fa cosa sotto terra che non si sappia di sopra, dice il proverbio, ma tra noi il segreto di stato ha una cappa lavorata a giorno. Volevano prima di tutto riformare la legge municipale e rendere ai comuni le loro libertà, ridotte quasi a nulla a forza di rodere, e di tirare gli arbitrii e la vita al centro dello stato; poi volevano spuntare le unghie alla polizia e strigare alquanto quella rete birresca che c'impigliava tutti da capo a piede. È vero che in sostanza riusciva più un fastidio che un inciampo, ma essendo sfrenata, poteva imperversare da un momento a un altro, quando al governo paterno fosse venuta la voglia di serrarci le sue viscere di padre. Rialzato il municipio e abbassato il bargello, dicevano di voler pensare alla Guardia civica e stava bene perché la Guardia civica dovendo nascere dal municipio e dall'autorità governativa a un tempo, bisognava purgarle il padre e la madre prima di metterla al mondo. All'ultimo, volevano riformare gli uffici, diminuire il numero dei pubblici funzionari e far punto colla cuccagna delle pensioni, delle gratificazioni, dei sussidi buttati là colla pala. Non era tutto, ma era assai per gente inchiodata alle cose trovate, e una volta manomesso il passato, era luogo a sperare
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di poter guadagnar terreno tuttavia. Ma dal detto al fatto c'è un gran tratto e i tempi volevano andare a modo loro. Parve a taluni che il cominciare dalla legge sulla stampa fosse come mangiare il porro dalla coda e dare per primo ciò che doveva esser dato l'ultimo. Questo torna in massima, ma nel fatto speciale no. Ove il governo è più illuminato del popolo, la libertà della stampa deve tener dietro a tutte le altre, ma ove il popolo è più innanzi del governo, il governo ha bisogno d'interrogare l'opinione dell'universale, per farsene pro a reggere la cosa pubblica, e la libertà di stampa posta a capo delle riforme può tornare di grandissimo giovamento. Dall'altro canto, in Toscana, uno che scrivesse libero niente niente, o non poteva stampare una riga, o bisognava che si lasciasse cincischiare a diritto e a traverso; ma se poi stampava fuori, o non era molestato, o la molestia si limitava a sequestrargli i libri stampati, e non era difficile eludere le dogane e la dormiveglia della polizia. Anzi è accaduto più volte che la polizia sequestrava i libri a conto del governo, e poi sapendogli male di bruciargli senza pro, o gli rivendeva a conto suo di sottomano, o se gli spartivano i capocci tra loro. In fondo il libro non andava perduto, e so di più d'uno che per farne passare le balle si è rassegnato a perderne i primi fagotti. Sui libri d'ogni genere che diluviavano di fuori si chiudeva un occhio, ed io ho veduto sui banchetti di per le strade, libri, libretti e libercoli, che a regola di commissario erano proibiti come le pistole corte. Insomma, se non avevamo libertà di stampa, avevamo libertà di lettura e libertà di chiacchiera, e se c'era vietato di porre in carta nostrale i nostri pensieri, tali e quali ce li dava la testa, ci lasciavano comprare a quattrini contanti i pensieri degli altri e imbeverci di tuttociò che di libero e di arrischiato ci veniva d'oltremonte. A ciò serviva grandemente lo stabile di Giovan Pietro Vieusseux, ove si dava lettura d'ogni libro e d'ogni giornale che uscisse in Europa, e ove s'incontravano i dotti e i notabili d'ogni maniera che da tutta l'Europa capitavano in Firenze. Oltre
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a ciò Firenze, salvo poche eccezioni essendo sempre stata aperta e sicura agli esuli d'ogni gente dal 21 in poi, aveva attinto a tutte le fonti delle opinioni correnti e, dopo Roma e più di Roma in un certo senso, era la città cosmopolita dell'Italia. La prima gazzetta che scappò fuori dopo la legge sulla stampa fu quella che chiamarono Alba. Il redattore in capo fu il La Farina, giovane siciliano; caldo, ardito, facile scrittore, esule volontario dal suo paese, nel quale aveva dato mano ai moti che accaddero là tra il 31 e il 40; venuto a stare a Firenze nel 41, ove s'era dato a scrivere per i tipografi. Padrone del giornale era Giuseppe Bardi, mercante di stampe, mercante di libri, mercante di congiure, mercante di tumulti, mercante di tutto. Per via di suo padre che pubblicava incisa la Galleria de' Pitti, egli da bravo teneva un piede in palazzo e un piede nelle mene rivoltose, e la mattina incensando il servitorame dell'anticamere, e la sera tuffandosi nelle combriccole, e tenendo cricca nel negozio, serviva a due padroni, e tirava il salario di qua e di là. L'Alba fino da principio piluccò tutte le questioni che le capitarono fino a quella del diritto al lavoro. Dico piluccò, perché non ne svolse mai una, parte perché la censura le stava alle costole, parte perché non aveva borra da addentrarsi nel nocciolo delle cose. Ma visto che il foglio andava, e che più erano grosse e più piacevano, tirò via a dare nella campana senza badare se suonasse a giorno o a vespro, a battesimo o a morto, e picchia pur là che gli abbuonati crescono. L'impresario fu sempre il Bardi; mutò più volte maestro di cappella e l'orchestra, ma dal più al meno fu sempre la solita scampanata. Le fasi dell'Alba appariranno in seguito e vedremo come ella recitasse sempre in modo, da non badare se la commedia era buona o cattiva in sé, ma se fruttava il casotto del bigliettinaio. Paragonerei il Bardi e compagni agli istrioni da fiera.

2.5. IX LA CONGIURA DI ROMA FESTE POPOLARI - DIO E IL POPOLO


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Di questo passo eravamo arrivati al luglio, quando sapemmo a un tratto che a Roma era stata scoperta una congiura; quella congiura famosa, della quale in due anni decorsi fin qui, non abbiamo saputo nulla di certo. Fu detto essere un accordellato tra i Gregoriani per levare di mezzo il Papa, o per interrorirlo in anisa che non andasse più innanzi colle riforme. Ne avvenne che turono messe le mani addosso alle persone sospette, parte delle quali si trafugarono, e che per sicurezza delle cose di dentro, fu istituita la Guardia civica; di questa concessione crebbero le lodi al Papa e nacque desiderio in Toscana d'ottenere altrettanto. Poi nell'agosto successivo gli Austriaci calarono improvvisi in Ferrara, e scuoprendosi avversi al Papa, fecero temere altrettanto per la Toscana e fu allora che cominciarono a dire che o più presto o più tardi gli avremmo avuti sopra e che era debito del governo non lasciarsi cogliere alla sprovvista. Gli Austriaci avvezzi a vedersi dare il benvenuto negli Stati Pontifici, questa volta trovarono il terreno duro; e per le ferme proteste del Gizi cardinale legato, dopo averla tentennata un pezzo, al modo loro consueto, bisognò evacuare la città e tornare a chiudersi nella fortezza colle trombe nel sacco. Questo aver ributtati gli Austriaci, e fatto vedere che i fatti non discordavano dalle parole, crebbe tanto la fama del Pontefice, e la speranza di risorgere a vita nuova e di levarsi di sul collo il giogo tedesco, che il grido n'andò alle stelle e le popolazioni se ne commossero più universalmente.
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Cominciarono a chiedere con più insistenza la Guardia nazionale; a Firenze per via di scritti e di petizioni firmate, a Livorno colle urla della piazza; a Lucca strappandola di forza a Carlo Lodovico che ne fuggì spaventato, dopo essersi tirato addosso la tempesta che lo cacciò, colle pazzie proprie e con quelle del figliuolo. I Lucchesi in quel fatto furono aiutati dai Pisani e dai Livornesi, che empierono la città a centinaia, portati dalla strada ferrata; e il Montanelli capo della baraonda, e questo s'intende. Le prime feste popolari che si vedessero in quei giorni lieti e sereni come i giorni della speranza, furono le feste di Lucca. Chi non le ha vedute non può sapere che cosa sia il popolo quando sorge intero e spontaneo a rallegrarsi del male che cessa e del bene che incomincia. Quel senso ineffabile di contentezza che t'abbraccia il cuore, quando dopo lunghi anni d'inerzia e di tedio e di vani desideri e d'incerte speranze, puoi dire a te stesso d'aver trovato una via e di incominciare a vivere da uomo a garbo; e quel respirare che fai quando esci a cielo aperto da una stanza bassa di poca luce e d'aria rinserrata, e quella lieta vigoria che ti senti scorrere per le fibre se dopo una lunga infermità cominci a riprender salute, avevano come sorprese le popolazioni intere e spintole a riunirsi, ad accorrere l'una all'altra, a ricambiarsi un saluto amichevole e un abbraccio fraterno. Il male era sparito, ognuno credeva buoni tutti perché sentiva migliorato sé stesso. Gente che non s'era mai vista si prendeva per mano come si fa tra amici di venti anni; ogni casa era casa propria, e la propria era casa di tutti. Persone che s'erano avute in dispetto si riparlavano come essersi lasciate mezz'ora innanzi; si componevano gli odii, le dissensioni di famiglia, le divisioni tra paese e paese,
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tra contrada e contrada; ho detto si componevano, e avrei dovuto dire sparivano a un tratto da sé. Chi non s'è rallegrato, chi non ha amato e stimato il suo simile in quei giorni, è uomo di coscienza perduta, è un infelice senza rimedio, perocché anche il malvagio si comportò onestamente e spianò le rughe della fronte. Dalle campagne accorrevano in città uomini e donne, vecchi e fanciulli a parrocchie intere, col prete alla testa, a bandiere spiegate, recando fiori e cantando. E ogni porta era come la foce d'un gran fiume di gente e questa gente accumulata nelle vie e nelle piazze, pareva una marea senza vento che svolge le onde maestose e suonanti. Non vi fu a cui mancassero parole d'affetto e oneste accoglienze; un uomo che avesse sofferto nulla nulla per le sue libere opinioni, uno che avesse promosso il bene o cogli scritti o colla parola, era circondato, acclamato, festeggiato, portato in palma di mano nelle pubbliche vie; e tuttociò nel nome di Pio Nono, in questo nome caro e riverito, che stava a significare un nuovo ordine di cose, un'era nuova di concordia, di libertà, di grandezza. Sparirono in un giorno i cartelli vecchi di sopra i caffè; e ove questi avevano titolo da una deità pagana, o da una città forastiera, o da altra simile cosa, s'intitolarono dal Popolo, dalla Nazione, dalla Guardia cittadina e più specialmente da quanti uomini viventi illustravano l'Italia e capitanavano la libertà. Cessava il culto alle cose false e inutili e cominciava quello del vero e del buono e sarebbe durato e cresciuto se l'invidia di tali che stavano allora in disparte e che non ebbero incensi... Livorno, Pisa, Firenze fecero altrettanto, e l'una città si confuse nell'altra e si ricambiarono ospizi, affetti e bandiere a memoria di quelle giornate. Chi ha turbata quella pace e remosso dall'altare delle popolazioni il nume che le riscosse alla vita, ha uccise le nostre speranze, ha ruinato l'Italia. Chi più chi meno, o scrivendo o adoperandosi in altra guisa al bene del nostro paese, aveva fatto gente alla buona causa a misura che ispirava fiducia o l'uomo o lo scrittore; ma le moltitudini nessuno le aveva tratte a sé, anzi le
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moltitudini, o sedotte o restie, guardavano in cagnesco chi diceva loro: scuotetevi. E quando sorge un uomo che riconcilia la religione alla libertà, che mozza il verso alle calunnie, alle persecuzioni mosse contro gli amici della libertà, che in questo desiderio di libertà ci suscita a compagne le moltitudini di venticinque milioni di popolo, voi settarii diffidate e v'ingelosite di quest'uomo, voi lo circondate per farvene bandiera a voi soli, poi indispettiti di non poterlo torcere a voi, cominciate a volergli fare da maestri e da sindaci, poi a sgomentarlo colle vostre intemperanze, poi a ritrarsi apertamente da voi, e quando se n'è ritratto, lo accusate, lo discreditate, lo cacciate infine, come se rifiutando voi avesse rinnegato il suo popolo italiano, avesse rinnegato Iddio e sé stesso. E perché ciò? Per intrudervi voi nel luogo di lui, perché egli, giusto appunto avendo seco il mondo, era un ostacolo durissimo alle vostre scempiate improntitudini. Che abbiate ottenuto, tutti lo sappiamo; avete ottenuto di distruggere noi e voi stessi. Per noi siete stati quel vento infuocato del deserto che travolve seco un turbine di cavallette o di rena infeconda; quanto a voi, mi date immagine di quell'idolo di Baal, che al cospetto dell'Arca Santa ruinò a terra e si sfracellò. E quest'Arca Santa era la religione, la concordia, la fratellanza vera dei popoli che voi avete sbarattata, avvelenata, e annientata. Due nomi solenni vi siete usurpati per motto: Dio e il Popolo; i due nomi che abbracciano il mondo delle menti create e quello delle intelligenze increate; che vogliono dire luce, ordine, amore, armonia, tra il cielo e la terra. Dio e il Popolo e siete settari; Dio e il Popolo e seminate discordia; Dio e il Popolo e distruggete tutto e non riedificate nulla; Dio e il Popolo e falsate ogni legge umana e divina, insomma Dio e il Popolo e siete atei e tiranni. Mutate insegna, perdio! Prendete un panno nero e scriveteci su a lettere di fuoco: Tenebre e Distruzione.
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Io non so che cosa mi pensare di voi; se siate iniqui o imbecilli. Ma Francesco Domenico Guerrazzi s'impazienta di quest'apostrofe e vuole che io non indugi più a chiamarlo in iscena.

2.6. X FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI


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Francesco Domenico Guerrazzi nasce da un legnaiolo; scrive di discendere da gente patrizia o giù di lì; porta sul viglietto da visita l'arme colla corona; e dice, quando gli torna, che è popolo e che perciò ama il popolo. Ha avuto pessima educazione più che non dice egli stesso, e per colmo di disgrazia, una madre indiavolata che accarezzava i figliuoli cogli urli e colle percosse . Una volta a lui che l'era scappato di tra le mani, scaraventò dalla finestra un ferro da stirare, del quale serba tuttora la cicatrice. Fanciullo tuttavia, fuggì dal padre e visse fuori di casa mescolato là tra la ragazzaglia di Livorno e così formandosi il cuore. Svegliato d'ingegno, profittò nelle scuole tanto che andò a Pisa non so come, e là si distinse per una certa cupezza di vita, aliena dalle gaiezze che porta quell'età e quel tempo; cominciò a fare il capo cricca, macchinando più che altro contro i professori. Scappò fuori letterato con una tragedia intitolata Priamo, della quale egli non parla nelle sue memorie e fa bene, con un discorso in prosa pieno zeppo d'arcaismi e di frasi e di periodi scontorti, nel quale mi ricordo aver letto: erpicarsi lucubrando pei dirupi del Permesso, stile macchiato di francica sozzura e via discorrendo. Questa tragediessa gli fruttò un'amara censura del Carmignani alla quale rispose con un libello infamatorio, rimproverandogli perfino un erpete che lo tormentava alla testa. Poi dette fuori un dramma intitolato I Bianchi e i Neri che fu fischiato a Livorno e che egli dopo anni e anni si ostinò a difendere e a ristampare, e avrebbe dovuto farne a meno. Ma fiero e tenace, e questa è una delle sue parti buone, non si perse d'animo, anzi punto nell'amor proprio tanto
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s'adoperò che di lì a non molto pubblicò La Battaglia di Benevento, nella quale se togli molte e molte stranezze, ravvisi un ingegno potente, al quale per esser grande non manca altro che la delicatezza dell'animo e la finezza del gusto. Nel trentuno diè mano alle sette, alle congiure, ai tramenii d'allora e n'ebbe persecuzione di birri, carcere e confino. Fino d'allora manifestando la sua opinione in fatto di rivolta, diceva doversi tener vivo il popolo, e per tenerlo vivo ogni mezzo esser buono: oggi una ragunata in piazza, domani il saccheggio d'una casa o d'una bottega, doman l'altro una strage se bisognasse; in fondo doversi far servire il popolo ad un dato fine, poi ottenuto il fine spazzarselo dinanzi col cannone. Nel trentatrÊ  a rumori finiti fu preso con altri venti di tutta toscana e carcerato nelle fortezze di Porto Ferraio. A confessione di lui e d'altri che si trovarono seco, ebbero sospetto d'essere sottoposti a un giudizio militare e fucilati, ma la paura andò a finire in tre mesi di reclusione. Tra gli altri, ebbe a compagno Carlo Bini, ingegno arguto e animo candidissimo, che ritornerà in campo tra poco. In quella prigionia il Guerrazzi cominciò a meditare e credo anche a scrivere L'Assedio di Firenze, libro che vince di stile quanto aveva scritto fin lì, che quanto a composizione è inferiore alla Battaglia di Benevento. Il sarcasmo amaro e feroce, il dolore disperato e convulso d'uno che ha perduto la fede di tutti e di tutto, hanno dettato quel libro; va sbalzi come il polso d'un febbricitante e finisce per bottate rotte e scomposte. Quel libro ti dice l'uomo. Egli veduta fallire la prova di quel tempo, credé l'Italia andata per sempre e le diè quell'addio disperato. Difatto tornato in libertà, disse che non v'era altro che darsi al guadagno, e ridendo e berteggiando delle cose più alte e più sante, si buttò a corpo preso a fare il procuratore,
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prendendo a difendere le liti più disoneste, promuovendone egli stesso delle disonestissime, raggirando clienti e magistrati con tutti i cavilli, con tutte le marachelle, con tutte le tortuosità del rettile forense. Afuria di dispetti, d'orgogli e di maldicenze, s'alienò e si disgustò a uno a uno i suoi amici più cari e le persone più schiette e più riputate del suo paese. Pietro Bastogi, Luigi e Vincenzo Gera, Enrico Mayer furono tra questi, e ultimo di tutti gli si staccò anche Carlo Bini che era quello che più l'accostava, e dal quale egli aveva attinti i fatti suoi, i pensieri e le arguzie che quello spirito acuto e bizzarro versava a larghissima mano. Anzi non contento di questo, s'avventò a tutti coloro che non potendo fare altro bene all'umanità, s'erano dati a promuovere l'educazione del popolo e riaprire la strada alla libertà, alla civiltà. Tanto fece, che di tutta Livorno non gli rimasero che Domenico Orsini, la più buona pasta d'uomo ch'io abbia conosciuto, i due fratelli Paolo e Luciano Bartolomei e due o tre bighelloni che gli saltellavano intorno come fa il cane, per adularlo e per raccattarne i motti maligni e roventi che gli scoppiavano dall'ulcera del cuore. Si compiacque della sua solitudine rabbiosa e superba, e lasciò che gli cadesse d'intorno l'amore e la stima dei suoi concittadini, rimanendo un nudo stecco come la pianta nel verno... E in questo cocciuto dispregio imperversò al segno che si compiacque d'esser tenuto cattivo e si diè per più cattivo che non era in sostanza. Per dare a vedere a che punto s'era condotto, racconterò ciò che m'accadde per lui a Livorno nel Luglio del '47. Non
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è senza un perché se io vado per la minuta dicendo di lui, essendo stato egli che ha sconvolta la Toscana. Una sera nell'uscire di casa, passava dinanzi a una vendita di libri; mi chiamò non so chi e mi prese la mano domandandomi quand'ero arrivato, quanto mi trattenevo eccetera eccetera, ed eccoti s'alza da sedere Francesco Domenico che io non aveva notato nel crocchio, e abbracciatomi e presomi a braccetto mi tira seco senza lasciarmi rispondere a quelle accoglienze amichevoli. L'atto mi parve strano e io sentiva la scortesia del lasciare lì in tronco quell'altro, che mi faceva festa, ma mi trovai sopraffatto e andai. Passeggiammo su e giù per la Piazza Grande, e parlando delle cose italiane il Guerrazzi mi diceva che non aveva fede nel Papa, che il Gioberti e il Balbo sognavano, che la stampa e le altre concessioni si riducevano a ninnoli, che questa non era la via da prendersi, che pigliandola così per le dolci, i malvagi ne sarebbero usciti a troppo buon prezzo, che voleva essere odio e non amore, e che non saremmo mai venuti a capo di nulla, senza vendetta e senza sangue. Io che non ho mai saputo che cosa vuol dire vendicarsi, che ho fremuto delle ingiurie e delle ingiustizie come si freme d'una febbre o d'altra malattia ma senza volere altro sfogo che di parole, che ho sempre disprezzato i bricconi, perché mi paiono la gente più vile e più disgraziata che viva sotto la cappa del cielo, risposi quasi celiando: che vuoi tu vendicarti d'un birrucolo che ti può aver ronzato d'intorno ? Ti pare che un uomo come te abbia rammentarsi d'un po' di carcere o d'altro fastidio che possono averti recato? Lasciamogli nel loro fango e non ci degniamo di loro. Non vedi che stanno già col pover'a me, e si rannicchiano, e vengono per le buone, come se avessero sopra uno che li legnasse? Eh, tu non hai sofferto, mi rispose, e però non senti il bisogno di rifarti; ma chi ha l'amaro in corpo non può sputar dolce. Hanno riso costoro di farci patire; hanno sguazzato a lungo nelle nostre lacrime, soffrano dal canto loro quanto hanno fatto soffrire. Ma dimmi, replicai, non è appunto per quei patimenti che s'è fatto più vivo l'amore alla libertà; non sono quei patimenti che hanno dato nome a te e a tanti altri, non è in quelli che tu hai ritemperato l'animo e l'ingegno? Oramai son cose
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passate; teniamo conto del bene che ce n'è avvenuto e al male non pensiamo più. E questo io gli diceva per forte convincimento, perché gli voleva bene e perché mi doleva di vederlo inasprito tuttavia. Egli allora mutando discorso toccò della vita sgradevole che gli toccava a condurre in un paese di rozzi e d'ignoranti; mi narrava la debolezza del tale, le ridicolezze del tal altro, le sciapiture, le bricconate, le furfanterie d'una turba di gente, tutti amici suoi e miei, tutti dal più al meno tenuti in conto di brave e oneste persone. Io m'infastidiva tra me e me di quella rannata sparsa là sul capo di tutti, e mi pareva un pettegolo stizzito, uno che stando male dentro di sé, sfoga il rimorso che lo rode, addentando chi passa a destra e a sinistra. Di discorso in discorso, venendo allo scrivere, mi disse che egli s'era sempre ispirato a cose fiere e tremende. Tra le mille raccontava che una sera essendo in prigione sentiva sotto di sé una ciurmaglia affastellata in una segreta che s'erano presi a parole e venuti al coltello; e che a quella riotta d'urli, di strida, di spaventose bestemmie e di sorde percosse, tendeva egli avidamente l'orecchio e se ne sentiva svegliato l'animo e accesa la fantasia. A questo punto data la parte sua alla rettorica di quel gusto, per non udirne altre, finsi un pretesto e lo lasciai, senza più cercarlo in due mesi che stetti fisso a Livorno. Tutti quei discorsi m'avevano impiccinito l'uomo e messa compassione di lui; e quella sera stessa non potei a meno di non farne uno sfogo con persona amica, deplorando che un ingegno di quella forza si fosse lasciato cadere nelle tenebre e nel fango. Il giorno di poi, taluni che m'avevano veduto passeggiare così a lungo con lui, e tra gli altri quello stesso dal quale il Guerrazzi m'aveva strappato alla peggio mi dissero: va compatito; quando gli capita di farsi vedere con un galantuomo, non gli par vero. Non dico ciò a lode mia e in dispregio di lui, perché in quel tempo se egli stava volentieri con me, io stava volentierissimo con lui, ma ho voluto serbarne memoria perché si vegga qual'era la stima che egli riscuoteva a Livorno nel luglio del 47.

2.7. XI IL NUOVO GOVERNO COSE DI LUCCA E DI LIVORNO


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Riprendo il filo del discorso. Avuta la Guardia civica e la Consulta di stato, furono chiamati al ministero Cosimo Ridolfi e Neri Corsini, governatore di Livorno. I Governatori d'allora erano una specie di tutori tenuti sotto il curatore, vale a dire, rappresentavano di prima mano il padre Granduca nel paese ove erano mandati, e nello stesso tempo dipendevano anche nelle inezie e dal Presidente del Buon governo, e dall'Auditore del governo che ognuno di loro aveva alle costole; i birri s'erano acciuffato tutto, e le altre autorità del paese non erano altro che un titolo senza la cosa. Il Corsini era amato a Livorno, ma da un certo tempo per certi sentori di turbolenza che si erano manifestati colà, ci stava un po' a braccia tronche vedendo da un lato spuntare il male e temendo che si facesse grande come si fece di fatto, e impedito dall'altro dal governo che non voleva dar braccio ai Governatori e nello stesso tempo voleva che i Governatori governassero. Poi per l'affare della Guardia civica avevano fatto un gran diavoleto, gli avevano affollato il palazzo e c'era corsa anche qualche violenza, tantoché egli fu costretto a concedere un primo abbozzo di quella, prima che fosse promulgata la legge organica. Di ciò aombrò il governo, e il Corsini n'ebbe rimproveri e mortificazioni, tantoché quando andò a Firenze per assumere il ministero, venne a calde parole col Granduca e gli disse che le cose erano al punto che ci voleva una costituzione. Gesù, Giuseppe e Maria! La Costituzione in Toscana, nel settembre del 47, proposta da un Ministro di stato! Dal
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Granduca all'ultimo spazzino (se gli spazzini sapevano di certe faccende) non ci fu anima nata che non credesse di vedersi piovere in casa i Tedeschi la mattina di poi. La gente alta se ne scandalizzò e disse che, al vedere, Livorno aveva guastato il Corsini; uno dei ministri, la mattina a giorno, corse a casa d'un amico a raccontare la calamità, a piangere, a gridare che la Toscana era perduta; gli uomini più arrischiati lodarono il Corsini maravigliando; parecchi per certe ragioni non la volevano credere né per Cristo né per i Santi, e tra questi ero io. Ma la cosa fu vera davvero; il Granduca se n'adontò; il Corsini rinunziò al ministero e uscì di paese e in luogo suo fu chiamato Luigi Serristori. Il Ridolfi, temendo che l'essersi rotti il Granduca e il Corsini a conto della costituzione, potesse destare a rumore e Firenze e Livorno, corse tosto al riparo facendo abolire il giorno di poi la Presidenza del Buon governo con tutto quel mondo di polizia; il paese ne fece baldoria e la parola della costituzione fu schiacciata lì per allora. Quell'atto del Ridolfi lo fece entrare in grazia più che mai a chi desiderava d'andare avanti e quelli della Patria segnatamente lo portavano e lo sollecitavano a spada tratta. Vedremo poi come voltarono carta e perché. Ma intanto il Duca di Lucca non si mandava giù d'essere stato scacciato, e dopo essersi lasciato tirare cogli argani a rimetter piede nella sua capitale per ventiquattr'ore, la paura e il dispetto lo riportarono a Massa di Carrara, ove fu detto che meditasse di ripigliare i suoi stati alla coda di due o tremila Austriaci. Se non che Ward, prima stallone e allora ministro,
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lo dissuase da quel progetto, e lo consigliò ad accomodarsi piuttosto col Granduca di Toscana, cedendogli Lucca per un tanto al mese e facendo vita privata finattantoché la morte della Duchessa di Parma non lo richiamasse a quella di Principe. Il Duca di Lucca, che in fondo aveva una paura borbonica e che era indebitato fino alla punta dei capelli, si piegò facilmente ai consigli del Ministro stallone e lo mandò a trattare col Granduca, il quale dal canto suo aveva protestato contro l'intervento austriaco negli stati reversibili a lui. Il contratto fu strinto in quattro e quattr'otto, e chi ebbe che fare col Ward lo trovò accorto negoziatore e destro a maneggiare un Principe quanto un cavallo. A Lucca quando seppero d'essere affittati alla Toscana chi ne disse una e chi un'altra. Diamo un passo addietro e torniamo a Livorno e a Francesco Domenico. L'istituzione della Guardia civica aveva scosso il Guerrazzi dalla sua incredulità nelle cose nuove, e cominciato a fargli sentire che non era più tempo di stare in disparte a far la vita dell'istrice. Vedeva sorgere il popolo e fremeva che altri gli pigliasse il di sopra nel farsene guida, e non sapeva dall'altro lato come riprendere a un tratto il freno che egli s'era lasciato cadere di mano. In ciò lo servirono i fratelli Bartolomei e lo stesso Corsini chiamandolo a prender parte nella direzione delle feste; ma Francesco Domenico non era uomo da contentarsi di fare una seconda parte, e d'essere condotto per mano dagli altri e per così dire rimesso al mondo quasi per degnazione. Andava, tanto per rimettere il naso fuori, ma gli scoppiavano da tutti i pori i lampi dell'orgoglio umiliato, e quando lo fecero riconciliare co' suo amici di prima resse la commedia, giù giù, a uno a uno, abbracciò, baciò, e rimase lo stesso; ma quando a Pisa, sulla piazza di S. Niccola gli portarono davanti Enrico Mayer che gli andava incontro a braccia aperte, gettò la maschera e gridò inferocito: fermo là, io non abbraccio i vili e gli schiavi: prima s'inginocchi e chieda perdono e poi l'abbraccerò. Nella dolce ebrietà di quei giorni, quello schizzo di fiele rappreso sconturbò tutti, e lo levarono di lì. In seguito ha avuto la scempiaggine di raccontare quell'atto e di compiacersene come d'un atto magnanimo, tanta è la villania che gl'indurisce l'animo e l'intelletto.
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Finite le feste, e stabilito tutti d'accordo di condurre insieme le cose di Livorno, il Guerrazzi che voleva soperchiare a ogni costo e che non aveva gente dalla sua, cercò di farne in una certa combriccola accozzata e capitanata da un tal Bardelloni, bottaio di mestiere che s'era fatto un partito nel popolo minuto, al solo fine d'avere al suo comando una mano di gente pronta a tutto osare. Riuscito all'intento perché è adulatore e raggiratore sottilissimo, il Bardelloni stesso, avido d'ingrossarsi, lo pregò d'entrare di mezzo tra la sua e un'altra società segreta di Livorno condotta dallo Squarci e composta di popolo un tantino più grasso; e il Guerrazzi menò sì bene le sue arti, che riunì le due parti e se ne mise a capo bel bello quasi senza che se ne accorgessero. Volle che la compagnia fosse ordinata per via di statuto e chi ha vista quella carta mi dice che, primo capitolo, ingiungeva di eleggersi a capo quello che avesse più ingegno e tutti lo favoreggiassero e lo portassero in alto, finoattantoché non fosse giunto a esser ministro. Mentre in Livorno non si moveva foglia senza che prima ne fossero intesi e d'accordo tutti coloro che erano alla testa di quella popolazione, una mattina si legge affisso alle cantonate un invito al popolo di riunirsi nel Teatro per consultare intorno a cose di grande importanza. La novità della cosa e il non esserne intesi quelli che più avevano le mani in pasta, destò un susurro e un diavoleto, e subodorato che potesse essere stato il Guerrazzi, Luciano Bartolomei andò a casa di lui e lo trovò che era per uscir fuori. Domandato se era egli che avesse mandato l'invito rispose di sì. Rimproverato che lo avesse fatto senza il consenso degli amici, disse: che essi procedevano troppo lentamente e che bisognava sospingere il popolo e forzar la mano al governo. Allora Luciano Bartolomei gl'impose di rientrare in casa e se non l'avesse fatto, lo minacciò di stenderlo sulla porta con un colpo di pistola. A questa razza d'argomenti il Guerrazzi non ha mai avuto né logica né rettorica che gli basti e sì che
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quanto a rettorica n'ha da fare le spese a tre De Colonia. Risalì confuso e invelenito e la sera stessa, forse non volendo guastarsi l'uova sul più bello del covare, invitò a sé i due fratelli Bartolomei e altri amici comuni. Andarono e condussero seco tre o quattro del popolo e tra questi il Petracchi che tornerà in ballo vestito da Guerraziano e che allora era uno dei più accaniti contro il Guerrazzi. Entrati da lui, disse che avevano preso la cosa in mala parte, che egli non aveva inteso mai di fare una cavalletta agli amici e altre cose di questo gusto; poi tentando i rimproveri e la parte del generoso: vedete, disse, io sono più schietto di voi; v'ho chiamati in casa mia senza sospetto, e voi ci venite cogli sgherri. A queste parole saltò su il Petracchi e gli altri in giacchetta a chiamarsi offesi, a inveire, a minacciare al modo loro. E Gian Paolo Bartolomei a dire che quella era un'ingiuria a lui che ce gli aveva condotti e che gliene chiedesse scusa o lo chiamerebbe a duello: se ricusasse, gli staccherebbe la testa colle sue mani e l'appenderebbe alla porta di casa. Queste ferocie, in tempi come i nostri, non paiono credibili, ma e sono avvenute tali e quali e sono state la radice di tutti gli scandali accaduti in Toscana. Il Guerrazzi si sgomentò e balbettò una scusa e così si divisero; agli altri ne crebbe il sospetto, a lui veleno e mania di vendetta. E questo bruciore interno doventò sempre più acuto e rodente, quando, distribuiti i gradi della Guardia civica, egli si trovò lasciato in un canto, vedendo i galloni e gli spallacci d'oro luccicare addosso a tutti coloro che egli aveva fuggiti e morsicati per l'addietro e coi quali poco prima era stato tirato. a quella pace che ho toccata di sopra. Da questo momento si dette a lavorare sott'acqua più coperto e più
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acerrimo che mai, e classe per classe frugò a sollevarsi i lavoranti, prima i sarti, poi i fornai, facendo chiedere a tumulto diminuzione di lavoro e crescita di salario. Ma siccome il primo scoppio di questa mina eruppe più tardi, dirò intanto delle cose che furono in Toscana dalla metà di Settembre in poi.

2.8. XII LA GUARDIA CIVICA IL BATTAGLIONE DI PESCIA IL GIUSTI MAGGIORE


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Dopo le feste, prima cagione di scontentezza, fu la legge organica della Guardia civica, ove trovarono che era dato troppo braccio al potere politico, e troppo poco al municipio. Dalle lodi e dalle acclamazioni al Principe, passarono diviato alle ingiurie e agli spregi, da quel popolo leggiero, querulo, incontentabile che noi siamo. Gli assennati badavano a dire, pigliate intanto questa, poi sarà corretta e ampliata; vedete il popolo romano che ha accettato la sua senza susurro, e sì che non è punto al di sopra di questa. Io non difendo punto quella legge che sapeva di birresco, di pauroso, e che rendeva immagine d'uno che dasse a malincuore, ritirando il gomito, ma come ho detto parecchie carte addietro, a volere che la Guardia civica fosse una cosa a garbo fino dal nascere, bisognava prima riformare il municipio e il potere politico, che l'avevano a generare. Un'altra cosa mal fatta dal lato del governo fu quella di nominare ai primi gradi gente tolta per la maggior parte dalla classe dei nobili, persone troppo in là cogli anni, non dirò contrarie alle cose nuove, ma lontane dall'averci preso parte, e taluna tanto goffa e contraffatta, che le belle uniformi gli piangevano addosso. Non conviene porre in un canto l'animo per l'età, la figura, ma bisogna rammentarsi che la gioventù e l'aspetto esteriore è un gran che per le moltitudini. Quando poi s'ha da fare con un popolo tagliato allo scherzo e pronto a trovare il lato ridicolo anche dove non è, è necessario scansare più che uno può di dargli appiglio e occasione di voltare in burla le cose più serie. Fu uno sbaglio anche tutto quell'oro delle uniformi; so che l'occhio ne vuole la parte sua; nondimeno conveniva alla milizia cittadina e alla parsimonia toscana una veste che ritenesse i modi del paese, cioè schietta, pulita, elegante e senza tanto
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luccichio. Da questo avvenne, che, venuti alle elezioni dei gradi secondari, che toccavano alla milizia stessa, furono portati su, quasi per ripicco, giovani di bella presenza, di famiglia popolana o cittadinesca e tutti immischiati nelle sette di prima e nei moti d'allora. Nacque da ciò un intendersi poco tra ufficiali e ufficiali e il dividersi della Guardia stessa in mille partiti. Gran parte della colpa ebbero i gonfalonieri, i quali nel proporre ai primi gradi intesero piuttosto a lisciare il governo che la pubblica opinione. A questo proposito racconterò un fatto accaduto a me, dal quale possono trarsi utili insegnamenti per più e più conti. A Pescia, più a pompa che per bisogno, vollero formare un battaglione. Il gonfaloniere non ne voleva sapere per non mettere la comune in una spesa; i cittadini lo volevano a ogni patto perché a Pescia c'era il Vescovo, a Pescia c'era il Vicario, a Pescia altre due o tre cose che non erano nel rimanente della Valdinievole, e soprattutto perché il battaglione aveva spallacci e spallini e strisce e striscioni da dorare e da lumeggiare parecchi. E già i più s'erano fatti in testa loro capitani in prima e capitani in seconda, aiutanti, quartier mastri, portabandiera e tenenti: o almeno almeno sottotenenti e sergenti maggiori; del sergentato semplice e del povero caporalato non si degnavano neanco i gobbi. Vinto che ebbero d'aver il battaglione, cominciarono a dire: chi si fa colonnello e chi si fa maggiore? e designarono me che ero in campagna e non sapevo nulla di queste mene, al posto di maggiore. Il poeta popolare, colla fama fresca e intera di vecchio ribelle, faceva forza all'animo di quella gente e volevano vedere a ogni costo la Musa colli spallacci: ma per la stessa ragione al gonfaloniere non dava l'animo di propormi al governo, temendo che il Granduca, vedendo il mio nome, avesse a dare un salto all'indietro e fargli fare una lavata di testa; difatto all'alzare del sipario, fu chiaro a tutti che egli aveva proposto un altro
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invece di me. Io fui lietissimo di rimanere nelle file, perché quel grado mi dava pensiero e mi toglieva tempo a' miei studi; poi tra l'ubbidire e il comandare, mi tengo al primo, perché è più facile, e chi pensa al contrario, s'abbia pure il comando e poi mi saprà dire di che sapore è. Ma la popolazione ne fu indispettita e cominciò a pigliarsela col gonfaloniere e col maggiore nominato in vece mia; all'amore per me e alla picca di spuntare un impegno, si aggiunsero le avversioni e i rancori privati, e di tutti questi ingredienti ne venne un pasticcio tale, che per giovarsene e per farsene prò, e' ci sarebbe voluto lo stomaco d'un demagogo. Allora vidi quanto è falso o malaccorto quegli che prende per moneta corrente tutto il bene che è detto di lui da una folla concitata contro a un altro; tolti i pochi che ti stimano e ti vogliono bene davvero, il resto si serve di te come d'un sasso da scagliarsi nella testa di chi hanno a noia. Quando il sasso ha servito, chi è che lo raccatti di sulla strada? Vidi parimente che quando uno non cova dentro né invidia né ambizione, può padroneggiare il popolo che tumultua per lui, e consigliarlo a bene invece di viepiù scatenarlo. Certi capipopolo non daranno mai ad intendere a me d'essere doventati il matto della festa a loro malgrado e d'aver dovuto, a loro malgrado e senza poterla frenare, lasciarsi sollevare in alto sulle braccia infuriate della moltitudine. Chi ha l'amore della moltitudine può volgere a sua posta quest'amore momentaneo, e chi lo piega al male o a sé solo è un perfido ipocrita che si fa sgabello di tutto e di tutti. In quella occasione, io ho l'alta compiacenza d'avere dimenticato me stesso, e pensato unicamente al debito sacro di non lasciare che il paese andasse sottosopra per causa mia; insomma io mi tengo di ciò come d'una buona azione, e posso dirlo a fronte scoperta, perché ho a testimone un'intiera provincia. È vero che la poltronaggine aiutò la modestia, ma oltreché potrei farla passare per virtù tutta d'un pezzo, quando impediscono il male anche i poltroni si può dire che
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facciano molto; mi detti a girare bottega per bottega e a pregare quanti incontrava per la via, a non volermi porre in urto col gonfaloniere e col maggiore che erano amici miei da un pezzo; a non fare in modo che si dicesse, o in paese o fuori, che per via di me si facessero ingiurie alle persone, e si sconturbasse la popolazione. Gli ringraziavo dell'affetto che mi dimostravano, ma gli pregavo a darmene una prova maggiore facendo l'orecchio a modo mio, tanto più che io e per salute malferma e per essere avvezzo a tutt'altra vita, non avrei levato le gambe da un ufficio come quello che voleva tutto l'uomo. Se non chetai le mormorazioni, fermai il trambusto e siccome il vedermi nelle file a fare gli esercizi era cagione di tener viva la scontentezza, m'intesi cogli altri e quasi di furto me n'andai a stare a Firenze. Tre mesi dopo, il maggiore renunziò, e il governo, interrogati i Pesciatini, nominò me a quel posto; non riuscii buono a nulla e così fu pagato chi mi ci volle a ogni patto; quanto a me, mi basta di non aver venduta gatta in sacco e d'essermi dato per quello che ero fino da principio. Non sanno capacitarsi taluni come uno che riesce in una data cosa non abbia a riescire in tutte a un modo; a me, per aver dato fuori quelle quattro strofe, è toccato fare il maggiore di battaglione, l'accademico della Crusca e il deputato all'Assemblea toscana, tutte faccende che mi distolgono da quella che è proprio la mia, e che mi fanno passare per un buono a nulla o almeno per uno svogliato. Chi esce fuor del suo mestiere, fa la zuppa nel paniere, dice il proverbio; ma io non ho cercato mai nulla, e non ho altra colpa che d'avere accettato. E allora perché non dire di no? Perché uno dei miei peccati è di lasciarmi tirare per il naso come un bufalo; perché a ricusare un onore che mi venga offerto, temo di disgustare, di parere ingrato, disprezzante e pusillanime. Così mi lascio piantare addosso un peso che mi molesta, e quando me l'hanno caricato sulle spalle o mi ci piego sotto o lo porto a malincuore; se fossi stato furbo, sarei rimasto sempre in platea e chi sa con che fama di brav'uomo mi sarei condotto al sepolcro. La poca accortezza e il non sapere levare le gambe né da un sì né da un no, mi son lasciato portare sul palco, e se i fischi non sono stati
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universali, posso dire d'esserne uscito di grazia. Un poeta è un oggetto di lusso o al più al più d'ornamento, da tenersi, direi, nel salotto della Nazione, come le signore eleganti tengono sul tavolino quei ninnoli che costano tanto e che non servono a nulla. Che se il paragone paresse a taluni che buttasse troppo giù la poesia, assomiglierò il poeta a un oriolo colla sveglia, buono a rompere il sonno e nient'altro. Lasciamo queste che possono parere le smorfie o le civetterie della modestia e torniamo al sodo. Dopo l'affitto di Lucca, fu data in Toscana quella caccia ai birri e alle spie che accelerò la caduta di questi tristi strumenti di governo. Cominciò a Livorno, poi a Firenze, e nell'una e nell'altra città, furono assaliti i guardioli, bruciate le carte, rotti gli arnesi e condotti in carcere a furia di popolo quanti trovarono di quei tristi. Poi andarono a scavizzolare qua e là per le case quanti erano diffamati per delatori o per manutengoli della polizia e te gli ingabbiarono come gli altri, con mille schemi, ma senza manometterli. Non fu così d'un certo Paolini, capobirro famoso, il quale se uscì vivo di mano al popolo di Firenze, e' può attaccarne il voto; anzi la canea cominciò da lui, per avere, dicono, maltrattato un cieco che mendicava. Tra gli imprigionati, vi furono persone che non meritavano o almeno non era certo se meritassero quello smacco; la cosa fu mossa da gente occulta che mirava fino da quei tempi a sommovere il popolo minuto, ma gli attori visibili furono gente della plebe e tra questa molti precettati che si rifacevano coi birri a conto proprio sotto il copertino della pubblica esecrazione. Le autorità lasciarono correre quel chiasso, anzi so che uno seduto molto alto ci ebbe gusto, quasiché il popolo gli avesse risparmiata la fatica, o dato occasione di sbrigarsene più presto; ma non bisognava lasciar distruggere la vecchia pulizia senza rifarne subito un'altra di sana
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pianta, e il male del non aver fatto ciò si fece sentire in seguito come vedremo chiaramente. La pulizia è cosa odiosa, ma un Governo non può farne a meno. Il guaio di quella che ci regalò Don Giuseppe Rospigliosi nel 1814 consisteva in questo, che aveva troppo braccio ed era pagata poco; grandi morsi non ne aveva mai dati, ma il fastidio era continuo e aperta e sfacciata non solo la trascuraggine ma la connivenza coi ladri. Mentre le bande intere dei grassatori scorazzavano alla bella libera, un giovanastro che desse dietro alle donne, o una donna che si lasciasse andare a più d'uno erano pedinati, presi e tenuti in quarantina severissimamente. Facevano il santo nelle cose da poco, sugli omicidi o sui furti o chiudevano un occhio o facevano a mezzo. A un contadino erano stati rubati due agnelli che erano a sorte di mantello facilmente riconoscitivo; fattane ricerca nel vicinato, pensò d'andare al bargello del capoluogo a farne il referto; trova l'uscio aperto, sale su e entrando nella prima stanza che gli si parò davanti, inciampa in un non so che che penzolava dal palco. Alza gli occhi e ti vede uno dei suoi agnelli, sgozzato di fresco, e appeso lì. Tornò indietro per non avere il male, il malanno e l'uscio addosso.

2.9. XIII IL DOPPIO GIOCO DEL GUERRAZZI TRATTATIVE PER IL RITORNO DEL GRANDUCA IL DITTATORE


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La sera del dì... Marzo, Gino Capponi ed io, tornati a casa verso la mezzanotte, ci trovammo dinanzi il Guidi Rontani prefetto di Firenze tutto rimbacuccato, e che aspettava da più d'un'ora giù nell'ingresso. Quella visita, a quell'ora, quasi di sotterfugio, ci fece subito pensare che per aria dovesse esservi qualcosa di nuovo. Salimmo le scale, barattandoci quei tali monosillabi che corrono tra gente che ha roba in corpo e gente curiosa di sapere che razza di roba è, e arrivati su, io volli andarmene in camera mia e lasciarli soli a discorrere. Ma il Prefetto mi pregò di essere presente al discorso e passammo tutti e tre nel salotto di Gino. Quando ci fummo posti a sedere, il Prefetto, con un preambolo largo e un po' intralciato, venne a dire in sostanza che era sorta nell'assemblea una fazione contraria al Guerrazzi; che questa fazione voleva spingersi agli estremi; che il Guerrazzi per ora aveva dalla sua i più, ma che oggi o domani la parte contraria poteva ingrossare, buttar giù il Guerrazzi, afferrare essa le redini della cosa pubblica e sommergere il paese in un mare di guai. A lui non reggere il cuore di trovarsi a questa rovina; essere disposto a ogni sacrifizio piuttostoché lasciarsela venire addosso; vedere che dopo la battaglia di Novara le sorti Italiane declinavano; i moti di Genova non dargli speranza nessuna; essere pietà verso la Toscana salvarla dall'anarchia; credere insomma che bisognasse tentare là a Gaeta e vedere se fosse
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possibile venire a patti col Granduca e accomodarsi onorevolmente. In ciò essere d'accordo col Marmocchi ministro dell'interno e potersi fidare di lui. Il Guerrazzi non saperlo, ma egli Prefetto, per la conoscenza che aveva di lui, potere quasi essere mallevadore che non dissentirebbe, una volta che vedesse incamminata la pratica con qualche speranza di riescita. Ho capito, dissi dentro di me, vedete la mala parata e volete serbare tutti d'accordo il posto. Guardai fisso nel volto di Gino e mi parve di leggerci lo stesso pensiero. Gino, quando gli toccò a rispondere, disse che il pensiero non gli dispiaceva e che non era lontano dal credere che il Granduca si lasciasse piegare. Allora il Guidi, quasi rianimato, domandò se egli sapesse suggerirgli il modo di mettersi in comunicazione col Granduca e dopo altri mille andirivieni gli propose di prendersi esso quell'incarico. Gino dapprima se ne scusò, ma poi risolutamente con quel tafano alle costole e udendosi intuonare la solita antifona: potete fare un gran bene al paese, si lasciò andare a scrivere al Bargagli. Il Guidi, che non voleva altro, s'alzò e se n'andò dicendo che avrebbe pensato egli a spedire la lettera e pregando me di portargliela alla prefettura la mattina di poi. Rimasto solo con Gino, cominciai a canterellare l'a solo di Michelotto nella Chiara di Rosemberg:

Carrozze di ritorno
l'eroe de' postiglioni,
il gran cocchier del giorno,

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che torna ai suoi padroni
5e larga più del solito
la mancia, etc.

E facemmo le più matte risate del Prefetto e del Marmocchi che richiamavano il Granduca per non veder rovinato il povero paese, e di quell'innocente del Dittatore, che non sapeva nulla di questi pasticci. Diceva Gino: E ora come si scrive? Scrivi, gli risposi, come ti detta l'animo, ma siccome Fidati era un buon uomo e Nontifidare era meglio, poni sulla lettera che ti sei indotto a far ciò a istigazione del Prefetto di Firenze. Così se la lettera andasse perduta, o volessero servirsene ai loro giochi, non oserebbero metterla in campo, essendoci nominati. Da quella sera in poi, il Guidi tornò più volte a casa Capponi, ed io controvoglia portai e riportai ambasciate dall'uno all'altro. Controvoglia, perché ho piacere di starmene a me, e perché mi faceva dispetto di tener di mano agli intrighi di gente che s'accomodava a dire addio alla repubblica purché rimanesse la paga; ma c'era Gino di mezzo, e per Gino ero pronto a far tutto. Intanto i tumulti di Genova imbruschivano un giorno più dell'altro, e qui la fazione dei demagoghi, avversa perfino al Guerrazzi, faceva correre di là le nuove più strampalate. Cominciammo a udire di cinquemila Lombardi calati a Chiavari, e chi diceva che sarebbero andati al soccorso di Genova e chi che avrebbero transitato in Toscana. Il Montanelli, partito in missione per Parigi, era andato alla volta di Genova con forti somme per tener vivi i moti di là, per assoldare i Lombardi, per far gente in Francia. Il Guerrazzi teneva un occhio a Gaeta e un occhio a Genova, pronto a voltargli tutti e due o di qua o di là, secondo da che parte gli venisse la certezza di rimanere su in alto. A questo doppio fine lasciava da un lato lavorare il Guidi, il Marmocchi e altri, dall'altro spediva fuori il Montanelli, anche per togliersi di tra i piedi un ostacolo. Nel tempo stesso per abbattere la fazione che gli era
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sorta contro nell'assemblea, fazione capitanata dal Pigli, dal Cipriani, etc.: oltre all'avere tirato dalla sua il più dei Deputati, lasciava che si traccheggiassero in Firenze tre o quattro compagnie di volontari livornesi, che erano il rifiuto non solamente della Toscana ma della stessa Livorno. Salito su sulle braccia della plebaglia, continuava a puntellarsi della plebaglia che poi gli fu cagione di rovina. Acciò apparisca più chiaro il doppio gioco che egli si era andato a fare, dirò una sua mossa furbesca fatta appunto in questi giorni e dalla quale apparirà che i troppo furbi sono i primi asini di questa terra. Ho detto che il Guidi, facendo finta di non essere d'accordo col Guerrazzi ma essendolo visibilmente, aveva indotto il Capponi a scrivere per accordi a Gaeta. Ora bisogna sapere che il Governo pochi giorni prima aveva ritenute alla posta otto o dieci lettere indirizzate a vari dei principali cittadini di Firenze, nelle quali si diceva che si facessero vivi, che buttassero giù la fazione che governava, che prendessero essi il governo, che avrebbero il popolo dalla loro. Tra queste ve n'era una per il Capponi, una per il Serristori, una per il Corsini, ecc. ecc. Il Guerrazzi ritenne queste lettere e non ne fece conto per più giorni, poi incamminate le trattative a Gaeta e infierita la rivolta di Genova, eccoti una mattina arrivare al Capponi quella di quelle lettere che era per lui, con una del
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Guerrazzi molto severa, nella quale lo ammoniva di non accrescere le difficoltà a chi governava, che se no guai a lui. Altrettanto fece al Serristori, altrettanto agli altri. Gino ne fu sorpreso, io indignato e corsi dal Guidi per avvertirlo di ciò e per ritirare la lettera di Gino al Bargagli se fossimo stati in tempo. Il Guidi o ne fosse inteso o altro, mi disse che non dubitassi di nulla per Gino, che anzi lo assicurassi, dicendogli che il Guerrazzi faceva ciò per non parere e che tutto sarebbe andato nettamente. Lo stesso giorno al Serristori, che era stato chiamato segretamente a Gaeta e al quale il Guerrazzi aveva mandata la lettera anonima e scritto come a Gino, il Prefetto, dopo essersi mostrato inteso del suo viaggio misterioso, invece di fare un rimprovero o una ammonizione agevolò il modo di condursi là al più presto. Queste pantomime facevano; con questo gioco di tira allenta, miravano a cascare in piede. Intanto ad onta delle schede stampate che avevano mirato a escluderci, resultammo eletti deputati da diciotto o venti delle prime mandate. Fermammo di rinunziare per non trovarci insultati senza pro per la terza volta; ma i guerrazziani appena subodorato della rinunzia ci circondarono, ci fecero scrupolo del rinunziare, ci pregarono d'unirsi a loro per fare argine agli anarchici che minacciavano d'irrompere;
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trovandoci inflessibili, si contentarono che almeno non si mandasse la rinunzia, dicendo che rinunziando noi, sarebbe venuta all'assemblea una fitta di gente da far paura. O come mai i codini erano saliti in prezzo nell'animo dei democratici? Ecco il bandolo della matassa. Il Guerrazzi con tutti coloro che erano in paga e coi più dell'assemblea abbindolati da lui e dai suoi vedevano sorgersi contro una cricca d'energumeni, appoggiata a quel rimasuglio di circoli che infestava ora il Guerrazzi, come per l'avanti aveva infestato il Ridolfi e il Capponi, e che infesterà sempre tutti, sorgessero pure dal sepolcro Robespierre e Saint-Just, o avessero la presidenza Proudhon e Raspail. Sotto pretesto che il Guerrazzi tradiva la causa repubblicana, il che era vero in sostanza, tendevano ad atterrarlo per sorgere essi sulle rovine di lui; il Pigli, rabbioso per essere stato dimesso dal governatorato di Livorno, il Cipriani preso per i capelli dall'ambizione non mai dissetata; il Modena e il Di Lieto e non so chi altri di fuori, perché la Toscana non essendo il paese loro, facevano a confidenza; gli altri tribolati per pescare in Depositeria. Per allora erano i meno, ma da un'ora all'altra potevano accaparrarsi altri e fare la barba di stoppa a Francesco Domenico, il quale era sull'undici once o di doventar dittatore o di tornare al pane di ghianda. Ciò, oltre al non essere per il suo fegato, non era nemmeno per il fegato degli altri, che tenevano la cima dell'antenna, e già si parlava del ministero in erba, designato
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a scambiarli dalla ditta Pigli, Cipriani e Compagni, e già sull'osso dello stato si ringhiavano contro i cani dell'una e dell'altra parte. Interrogati così alto alto taluni di noi come la pensassimo sul conto del Guerrazzi, dicemmo liberamente che oramai ai ferri ai quali eravamo giunti, il Guerrazzi ci pareva più al caso degli altri. Tra il male acuto e la febbre terzana, meglio la febbre terzana che il male acuto. Allora sì, che ci stettero addosso per averci all'assemblea e per allettarci; credendoci teneri del principato perché non avevamo intinto nell'anarchia, cominciarono a parlare più scopertamente del Principe, a dire che oramai non v'era altra via per mantenere, se non altro, le franchigie ottenute e che la repubblica era un sogno da matti. A udirli, pareva che fossero stati sempre gli uomini più onesti e più moderati che facesse la Toscana. A stringer le cose in breve ci volevano all'assemblea per far gente al Guerrazzi, e non osando dire essi la parola Granduca, volevano che la dicessimo noi e così levare la ciccia dalla pentola collo zampino del gatto e rimanere intatti al cospetto del partito repubblicano, e darne la colpa a noi, una volta che ne capitasse il destro. Dal canto mio, accorto della ragia, dissi che, loro essendo i più, era inutile cercassero appoggio; che il nostro voto avrebbe annacquato il partito per il Guerrazzi; che alla parte avversa, vedendolo salire dittatore anche per il fatto nostro, non sarebbe parso vero di poter dire che egli, pure d'arrivare alla cima, s'era fatto forte persino dei codini; lo mandassero su da per loro, che bastavano a ciò, e non dessero appiglio ai loro avversari; quanto a richiamare il Granduca io non avendolo rimandato, non mi sentivo di richiamarlo, e che, o andare o no all'assemblea, non avrei toccato mai questo tasto. Gli altri dissero presso a poco lo
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stesso e così andammo là là, fin a tanto che il Guerrazzi fu fatto dittatore, senza bisogno che noi gli dessimo una mano. Riepilogando, qui avevamo il dittatore che si barcamenava; gli Austriaci si affacciavano a Pontremoli e a Fivizzano; il D'Apice si ripiegava coi nostri; i tumulti di Genova erano sedati dal generale La Marmora.

2.10. XIV FIRENZE NON SI MUOVE SE TUTTA NON SI DUOLE


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Frattanto nella settimana santa era piovuta a Firenze l'ultima mandata di volontari livornesi che erano proprio il fondaccio della più bassa plebaglia di là. Vagavano strasciconi per le vie di Firenze, orridi, sciatti, cenciosi; con pistole e stiletti alla cintola, con un piglio e con certi ceffi da fare spavento e ribrezzo; guardavano a traverso, urtavano, provocavano, minacciavano quanti s'imbattevano a passare, e Fiorentini qua e Fiorentini là e ingiurie e bestemmie da fermare il sole. Il popolo fiorentino che in sei o otto mesi di subbuglio non s'era dispogliato interamente della sua gentilezza nativa, un po' stordiva, un po' tentennava il capo, e gonfiava. Di questo popolo hanno falso concetto coloro che non lo conoscono a fondo; perché non è rissoso, perché ha modi urbani e cortesi, perché sopporta quanto può, credono taluni che sia un popolo fiacco da non risentirsi neanche se lo scorticano; ma ciò che in esso pare mollezza e paura, non è altro che longanimità, e n'ha dato le prove ab antico. Direi del popolo fiorentino ciò che dicono del cammello; fino a un certo peso, sta giù acchinato e si lascia caricare; da quelle tante libbre in su, si rialza, e chi lo volesse aggravare più oltre, si scuote da dosso tutta quanta la soma. Firenze non si muove, se tutta non si duole, dice l'antico proverbio, e più d'uno ha dovuto pentirsi d'averle aggravata di soverchio la mano sul collo. Ma quegli scempiati di Livorno vedendo la gente girar largo credevano di far paura e facevano schifo, e avvezzi a vivere come animalacci sbucati di sottoterra, prendevano per
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dappocaggine o per viltà il fare garbato e la tolleranza fiorentina. Cresceva insolenza a costoro il sapere che un loro paesano era il Potta di Toscana, e nel nome suo e a un punto preso ricalcitrando anche contro di lui, tenevano Firenze come un paese preso s'assalto, e il governo come roba da mangiarci e da beverci su. La guerra contro il Tedesco era una scusa per loro come per quelli che gli avevano salariati: la vera guerra era ai beni dello stato. Non contenti di scorazzare la città come bestie scatenate, entravano nelle osterie e non pagavano, si facevano scarrozzare per la città e pei dintorni e non pagavano; e per tutto beghe, sussurri e picchiamenti, nei quali non sapevi dire se fosse maggiore in loro la paura o l'oltracotanza. Ma è raro che l'una si scompagni dall'altra, anzi nelle anime basse si tengono a braccetto come sorelle. La città ne mormorava, ma credendo di vederli partire da un giorno all'altro, si limitava a fare alto là e pazientava; comincio a colmare la misura il fatto di via Gora che rimane tra l'Arno e la seconda metà di Borgo Ognissanti. Il lunedì di Pasqua, la sera sul tardi una parte di loro che era accovacciata nei chiostri del convento di Borgognissanti, irruppe in via Gora e là pigliando di forza le persone e le cose, voleva mangiare, rubare e stuprare di violenza; quei poveri popolani trovandosi quella peste addosso, prima si spaventarono non sapendo che si fosse né con quanti l'avessero a fare, né chi gli avesse mandati; ma poi la sorpresa dando luogo allo sdegno, afferrarono donne e uomini ciò che venne loro alle mani, e con una tempesta di strida e di percosse gli rincorsero spauriti fino al loro covaccio, ove si rinserrarono con tanto di chiavistello. Il popolo concitato volendoli nelle mani a ogni patto, messe le fascine alla porta, l'avrebbe mandata a fuoco e a fiamma se non fosse sopravvenuto chi poté impedire quella vendetta; saputo quell'insulto e la codardia di coloro, fu un grido per tutta Firenze, e dileguato il timore non v'era fanciullo che avesse sopportato un sopruso.
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Di questa gente invasata e briccona, piovevano ricorsi da ogni banda a Francesco Domenico. Il ministro dell'interno, il prefetto e quanti salariati e quanti partigiani gli stavano d'intorno lo consigliavano a porvi rimedio prima che il guaio andasse più oltre e a sbarazzare la città di quel sudiciume; ma Francesco Domenico ascoltando più le viscere di livornese che la testa d'uomo di Stato, parte chiamava ragazzate le turpitudini dei suoi cagnotti, parte prendeva in burla lo sdegno fiorentino tenendolo per un fuoco di paglia; forse aveva la catena al piede, e stava egli stesso in sospetto di quei barbari pronti a voltarglisi in mano come un coltello smanicato. Essi dal canto loro, vedendosi in odio all'universale, cominciavan già a porsi la coda tra gambe e a tentar di piantar lì il fucile e a tornarsene ai vicoli di Livorno; e già la mattina dopo il fatto di via Gora, disertavano a branchi, quando alla Porta al Prato che mette al vapore per Livorno, giunse un ordine severo del governo di non permettere l'uscita a nessuno che avesse segno di soldato, se non mostrasse un permesso in iscritto. Là tra la guardia nazionale e costoro che volevano trafugarsi, nacque un altro trambusto, e il popolo corse in aiuto coi bastoni e accaddero alterchi e percosse; accorse Francesco Domenico, e entrato nel corpo di guardia ove erano in arresto parecchi Livornesi fermati sull'evadersi, gli trattò di tutti i vituperi, dicendo che erano la vergogna della Toscana e la sua. Poi arringando il popolo e ribollendogli nel fegato l'amore per Livorno si lasciò scappare di bocca che infine i Livornesi erano là per andare a battersi contro il nemico di tutti; che i Fiorentini dovevano rispettarli, e che alle brutte avrebbe tenuto in cervello il popolo col cannone. Lascio immaginare il senso che fece quel discorsaccio; so anch'io che per sedare una lite, bisogna dare il torto di qua e di là, ma chi entra in mezzo dee sempre avere il capo alla cosa di che si tratta e misurare le parole; anche la guardia nazionale ne fu indignata e il generale Zannetti protestò contro i provocatori
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e disse che a un caso, avrebbe fatto dare nei tamburi. Il giorno dipoi II aprile attaccarono baruffa nei Camaldoli di San Lorenzo, per avere avuto che dire con un oste e per avere stuzzicata una donna. Allora la gente non ne poté più e a furia di stangate e di forconate gli rincorse da per tutto che pareva dessero la caccia a tanti cani guasti; ed essi, gli eroi della rivoluzione, il popolo modello della Toscana, fuggivano di qua e di là, di sotto e di sopra come smemorati, e non pratichi delle vie, s'intralciavano per mille andirivieni, e andavano di nuovo a battere il capo in mano di chi gli perseguitava; gli vidi io stesso fuggire a branchi con quanta n'avevano nelle gambe, e rifugiarsi a caso nel prim'uscio che capitava loro davanti. La cosa sarebbe finita lì, se non le avessero volute a ogni costo. Pare che il Guerrazzi avvisato di quel nuovo tumulto gli sollecitasse a partire subito per Prato colla via ferrata; il grosso di loro era alloggiato all'Uccello di là d'Arno; di là si mossero con armi e bagaglio, e quando furono sulla piazza del Carmine fecero sosta e caricarono. Il popolo, veduto ciò, cominciò a gridare e a mettersi sottosopra, ma fu calmato tanto che la frotta prese la via per andarsene senz'altro scompiglio: giunta là da S. Maria Novella, o che volesse riattaccarla, o che entrasse nuovamente in sospetto d'essere assalita e accerchiata dal popolo, a un tratto fece un fuoco di riga senza prima ordinarsi e rompendosi e sparpagliandosi appena sparato, come fa chi non sa un ette dello stare sull'armi. Al rumore delle fucilate, la gente dei dintorni e quanti udirono la romba di lontano, accorsero là; e ci accorse la guardia nazionale, e la municipale, e una sessantina di veliti che per gli strazii patiti a Livorno fremevano di rifarsi. I Livornesi frattanto parte rifuggiti nella stazione della strada
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ferrata e parte nella chiesa di S. Maria Novella, di tanto in tanto s'affacciarono a far fuoco di sulle porte e senza sapere né come né dove tirassero, a mala pena tirato si rintanavano. La milizia accorsa sostenne due di queste scariche senza rispondere, poi vedendosi cadere accanto e feriti e morti, ci diè dentro anche lei e per due ore buone si mantenne questo ricambio di colpi, e là da S. Maria Novella e altrove alla spicciolata. I particolari non istò a scriverli perché l'animo rifugge dalla vista del sangue cittadino; dirò solo che i morti furono da venti; i feriti, intorno a una trentina. Ciò che fu detto dei veliti che si erano scagliati là a far carne, non fu vero; anzi so dicerto che difesero la vita a parecchi caduti nelle mani del popolo che voleva finirli a ogni costo. A sera inoltrata, la guardia nazionale gli trasse disarmati e tremanti dalla chiesa di Santa Maria Novella e da altre case ove s'erano riparati a frotte, e com'è stile del Fiorentino di scherzare anche in mezzo alle cose più serie e più tremende, si divertivano a impaurirli più che mai, dicendo che camminassero zitti e chiotti, che se no il popolo gli avrebbe fatti a pezzi. Anche quel giorno il Guerrazzi s'era presentato a cavallo sul luogo della strage, e per le solite viscere di livornese, invece di abbonire il popolo giustamente esasperato, aveva preso la parte dei suoi paesani, e minacciato di far tirare a scaglia sopra coloro che gli offendessero; se non lo cuopre la cavalleria che era lì ferma, l'avrebbero accoppato coi sassi, e pare che gli sparassero contro una pistola. Era scritto che egli, portato su dai tumulti di Livorno, un tumulto di Livornesi dovesse farlo precipitare. Perocché l'essere egli livornese e quelle parole imprudenti che disse al popolo per due giorni consecutivi rilegarono più davvicino il suo nome alle brutture di quell'orda barbarica, e fecero dire di lui le cose più orribili che si potessero immaginare; sparsero, tra le altre, che gli aveva trattenuti in Firenze per servirsene a satelliti e che aveva loro promesso il saccheggio della città.
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La zuffa era finita dalle ventitre e tolto quel discorrìo e quel moto che dopo siffatte cose si vede sempre in una città popolosa, tolto di più lo stupore e lo sdegno d'una città non assuefatta al sangue, fino alle nove o alle dieci di sera non fu udito altro rumore. Ma su quell'ora si raccozzò molta gente e gridando morte al Guerrazzi e viva Leopoldo II, cominciò a volere abbattere gli alberi della libertà; non riuscì a buttar giù altro che quello della piazzetta delle Belle Arti, agli altri e segnatamente a quello di Piazza trovarono chi s'oppose. Vista la mala parata, Francesco Domenico, da un lato avvisò per telegrafo che la guardia municipale venisse da Lucca e da Pisa quanto più poteva sollecita e numerosa; nello stesso tempo spedì staffette al Petracchi, al Guarducci e al Piola, perché lasciassero la guardia del confine e si precipitassero a Firenze. Tanto premeva l'Italia al dittatore, che per tenersi in piede sguarniva il passo dell'Abetone. La municipale fu in Firenze nella notte portata dalla via di ferro: agli altri furono intercette le lettere, e quando l'avessero avute non sarebbe stato in tempo e sarebbero giunti a tavola sparecchiata. Ricorso all'armi volle ricorrere anche all'astuzia; aveva udito nella sera che il popolo l'aveva cogli alberi e volendo vedere se con un tiro furbesco e senza porvi le mani, egli riusciva a toglier di mezzo quei segni di discordia, disse al Prefetto di chiamare a sé persona del municipio, e vedere d'indurre a levar via gli alberi il municipio medesimo. Andò Guglielmo Digny e dettogli dal Prefetto che la tranquillità pubblica richiedeva che il municipio facesse atterrare gli alberi
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prima che si facesse giorno, il Digny fu pronto a rispondere che il municipio non avendogli fatti alzare non gli averebbe fatti por giù. Insisté, tempestò per tre ore il Prefetto ma l'altro ste duro e finalmente disse: vuole il governo che il municipio lo faccia? Dia un ordine in iscritto ostensibile. L'ordine non vollero scriverlo, e gli alberi rimasero in piede. Il ripiego era trovato benissimo, perché quand'anche fossero stati pochi coloro che l'avevano presa cogli alberi, la sola faccenda dell'atterrarli, chiamava gente, non fosse altro, per curiosità, e in certe cose tutto sta nell'adunare la folla perché cresca subito l'incendio, e i fabbricatori di subbugli ne sapevano quanto basta per non volere che folla si facesse. Il popolo, la mattina, trovando gli alberi belli e messi giù, e mancatagli l'occasione del chiasso e del convergere a un dato punto, se ne sarebbe stato senz'altro rumore; poi, fermate le palle, c'era sempre tempo di rifarsi col municipio, incolpandolo d'aver tolto di mezzo quei segni, di suo pieno arbitrio e di salvar sé al cospetto dei repubblicanti. Francesco Domenico che non ha mai saputo un ette di furberie in grande, è dottore perfetto in queste furbacchiolate da procuratore: ma chi troppo s'assottiglia si scavezza, e la vera asinaggine del furbo di mestiere è quella di credere gli altri minchioni. Il dì 12 , la mattina di buon'ora cominciò a farsi gente gridando viva a Leopoldo II, e scagliando imprecazioni al Guerrazzi: quanti alberi trovò tanti ne pose a giacere. I gruppi che si formavano qua e là correvano poi a metter foce nella Piazza della Signoria, e la folla, le grida e il trambusto ingrossarono spaventosamente di momento in momento; ed era lì veramente il buono del gioco. Apparve un 400 uomini di guardia municipale, i quali come dissi erano stati chiamati in Firenze a precipizio, e quella vista improvvisa e lo schierarsi sulla piazza con piglio minaccevole invece di sopire il fuoco lo fe' divampare in incendio. La moltitudine, dopo avere titubato un istante dirimpetto agli schioppi, si fece innanzi più grossa e più fitta, gridando ferma e severa: che intendete
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di fare? Di tirare sul popolo? Ebbero a rispondere:... - Al piede l'arme, gridò il popolo inanimito e bisognò obbedire e star lì confusa in quella umiliante attitudine. Vide venirsi sopra la gente e ste ferma: indi rispose: noi siamo cittadini come voi; e se ci vedete qui, è perché ce lo hanno comandato. Il Guerrazzi e altri di su dalle finestre accennavano ai capi, mandavano viglietti e ambasciate, ma i capi, quand'anche avessero avuto animo di far sangue, non erano sicuri di tutta la gente loro e temevano che la moltitudine gli divorasse. Videro segare l'albero al piede, videro trarre di Palazzo e rimettere sul portone le armi granducali, udirono le più orribili contumelie al Guerrazzi, ai ministri, al prefetto e a quanti avevano le mani in quella pasta e stettero li fermi senza dare altro segno che di vergogna e di smarrimento. Alla fine intimarono loro di sgombrare e convenne andarsene a orecchi bassi, accompagnati da una salva di fischi. In quel frangente, il municipio alzò il capo e spedì due dei priori a sentire l'animo del dittatore il quale si mostrò ostinato e minaccioso. Dicono che nella notte avesse ondeggiato in tre pensieri come colui che non aveva partito preso, o di antivenire gli eventi e proclamare risolutamente egli stesso la costituzione del 48 , o di sottrarsi colla fuga al pericolo, o di resistere al turbine, di concerto coll'Assemblea, e con quelle forze che potrebbe accozzare. A quest'ultimo si tenne, ma l'Assemblea discordava in sé, la municipale fece mala prova, le frotte livornesi erano troppo lontane per giungere in tempo; l'artiglieria chiamata in piazza, non volle obbedire. Il Pigli, il Cipriani, il Ciampi e gli altri arcimatti, rinfacciavano al Guerrazzi la doppiezza e la dappocaggine e anche lì su quel filo di rasoio, volevano precipitarsi alle cose estreme; il Presidente Taddei puttaneggiava: un po' voleva fare alto là e imprigionare il municipo; un po' voleva che l'assemblea s'unisse al municipio per assumere la cosa
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pubblica; il deputato Venturucci e altri più savi e più onesti non volendo essere ringraziati gridavano che bisognava cedere al torrente e ritrarsi. Il popolo avvertito che i deputati macchinavano di resistere, staccatosi a furia di piazza, fece impeto alle porte dell'assemblea e urlò che si disciogliesse subito. A quella nuova tempesta, coloro che progettavano d'accomodarsi, scesero giù tra la gente a dispetto del Taddei che lo vietava; i più ostinati, passarono in Palazzo vecchio e là deliberavano a porte chiuse. Il municipio mandando e rimandando e non venendo a capo di nulla né col Guerrazzi né coi deputati, spinto dal popolo che infuriava e da taluni che lo sospingevano a troncare quella lungaggine con un atto risoluto, lasciate le pratiche con Palazzo vecchio, mandò fuori il manifesto seguente. Poi per acquistar forza e autorità, aggregò a sé dei cittadini più riputati, Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Cesare Capoquadri, Carlo Torrigiani, e Serristori e gli invitò per lettera di portarsi subito alla Comune.

2.11. XV GINO CAPPONI IN PALAZZO VECCHIO


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Io, alloggiato dal Capponi là dietro l'Annunziata in Via S. Sebastiano, me ne stava in casa a leggere tranquillamente senza sapere il vero nulla delle cose che accadevano già nel cuore di Firenze; quando sento a un tratto dare a festa nelle campane del Duomo e rispondere di subito tutti i campanili e tutte le torri della città. Che è che non è, viene un servitore affannato e mi dice il fatto in confuso. Corro da Gino e non ne sapeva di più. Mi risolvo a uscir fuori per vedere da me, e dopo venti passi inciampo il Prefetto che mi dice di recarsi a casa Capponi e mi prega d'accompagnarlo. Che è stato? gli domandai. Ed egli interrottamente, e come se toccasse un ferro arroventito: è stato, mi disse, che hanno abbattuti gli alberi e rimesso su le armi del Granduca; la guardia municipale s'è mostrata un po' viva e ha fatto peggio; il Guerrazzi ha commesso uno sbaglio: il popolo in questo momento non andava preso di punta. Ogni malattia vuol fare il suo corso; quando è in via di peggioramento, non c'è né medicina né precauzione che valga a fermarla, anzi il più delle volte la cura la irrita, e peggio che peggio, se per fretta di guarire passi da una cura a un'altra. Già da quattro o sei giorni ha persa la tramontana, non è più lui. - Parliamoci schietti, ripresi, ma che c'è stato qualcosa di serio? - No, ma sai, il popolo è popolo, e da un'ora all'altra... Giungemmo su e passammo da Gino, e lì il Prefetto disse presso a poco lo stesso, e in un caso consigliò il Capponi a farsi avanti, mettersi a capo dello stato e vedere di venire a una conciliazione. La conciliazione voleva dire serbare i posti a chi gli aveva e tutti insieme richiamare il Granduca; sapeva di certo che il Capponi era chiamato al governo, voleva in lui un appoggio, e
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farsi onore del sole di luglio. Il Capponi, che non sapeva a che punto si stava in piazza, rispondeva come si risponde a una proposizione fatta per dir qualcosa, ed io altrettanto. Entra in fretta un servitore e dà al Capponi una lettera di premura. Era l'invito del municipio. Il Capponi a sgomentarsi e a dire: e ora che si fa? Noi a dirgli bisogna andare, e il pover'uomo s'infila una giubba e va. Colla lettera, essendoci giunte notizie più brusche del popolo, il Prefetto chiese di rimanersi celato lì in casa, e il Capponi gliela lasciò a disposizione dicendogli che facesse come se fosse in casa sua. Rimasto solo col Guidi, mi disse d'andare dalle sue sorelle a dire dov'era e che non temessero. Andai e rassicurai le sorelle sul conto suo; tornato a lui trovai che aveva scritta una lettera al Guerrazzi, nella quale lo consigliava a fare di necessità virtù, e risparmiare al paese peggiori calamità; me la lesse, poi mi pregò a fargliela recapitare. La lettera era onesta e non ricusai, a patto però di recargliela io stesso; tentai due persone di mia fiducia e non vollero saperne; andai allora sulla Piazza di S. Firenze e fatta la caccia ai municipali che si sbrancavano, proponeva loro di recare quel foglio al Guerrazzi e non ci fu verso che volessero acconsentire. Dissi che era della somma importanza, che veniva da persona autorevole che poteva giovare sommamente al Guerrazzi e fu come dire al muro. L'ebbi a riportare al Guidi, deplorando la sorte d'un uomo, che sul punto di cadere non trovava sostegno neppure in coloro che egli aveva tratto dal fango. Chi guasta il popolo agli altri non lo accomoda per sé. Quando hai avvezzato uno a rubare in casa del vicino, fai male i conti se credi di prenderlo per servitore e che non sia ladro domestico; l'adultero che ti seduce la moglie s'aspetti di vedersi punito da lei medesima con altrettanta infedeltà. Il Prefetto stupì un poco di queste repulse, ma un'anima di zanzara non poteva riscuotersene profondamente; ed io che non lo vidi piegare il capo sul collo e restare interdetto come fa l'uomo colpito da un vero inaspettato e tremendo, lo ribattezzai a ciuco per la millesima
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volta. S'erano trovati a galla senza saper come, e galleggiando per quattro mesi come cose vuote, e pensando di galleggiare in perpetuo, non avevano badato se l'acqua sulla quale nuotavano, era una gora, un padule o una pozzanghera. Venne il fiume e gli portò via. La potenza di certuni è come il denaro vinto al giuoco; ti dà il modo di sfarzare per un dato tempo e poi ti lascia più povero e più disgraziato di prima; chi s'è fatto uno stato col suo sudore, come sa le vie dell'acquistare sa le vie del perdere e si tiene lontano dal voler troppo come dall'abusare dell'ottenuto. Il salire non è tutto; bisogna sapersi tenere in alto. Quand'erano in piana terra, misurarono coll'occhio bramoso quanto v'era di piazza al secondo piano di Palazzo vecchio, ma quando furono andati su, non si rammentarono mai di misurare quanto c'era dalle finestre in piazza. Intanto i ministri, chi per un verso e chi per un altro, se l'erano svignata di Palazzo vecchio, e altrettanto avevano fatto i deputati dopo un lungo oscillare tra l'inviare al municipio ora minacce, ora proposte d'accomodamento. Il Guerrazzi era rimasto solo lassù, o che aspettasse soccorsi come taluni pensavano, o che sperasse di veder piegare il municipio a unirlo seco e sfuriare la folla di piazza. Ma il municipio ste fermo a non volere altri in compagnia, e il popolo nelle ore pomeridiane invece di scemare ingrossava. Sollecitavano taluni in municipio di lasciare le stanze della Comune e andare a prender possesso di Palazzo vecchio; il municipio titubava e per vero dire il passo era arrischiato oltremodo; ne corse o ne fu fatta correre voce tra la folla, e la folla a bandiere spiegate andò a prenderlo e lo portò in trionfo a palazzo. Non era quella una mano di gente pagata che a furia d'urli e di strepiti, raguna intorno a sé un contorno di curiosi e compensando il numero collo schiamazzio giunge a farsi credere
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moltitudine agli occhi degli attoniti e degli inesperti; quello era il popolo vero il quale non lasciava la presa finattantoché non aveva ottenuto di mettersi nelle mani di chi s'era eletto a reggerlo. Quell'atto, in quella Piazza, rammentava ciò che si legge del popolo fiorentino ai tempi della sua grandezza, e quel cieco venerabile portato su tra i vortici di una moltitudine plaudente cresceva la solennità e la commozione in quanti avevano cuore e intelletto. Quei monumenti alzati dall'animo dei nostri antichi, si rifacevano a un tratto delle mille brutture che aveano dovute vedere per mesi e mesi e dopo trecento e più anni, tornava Firenze a mostrarsi degna d'averli.

2.12. XVI IL POPOLO CONTRO IL GUERRAZZI


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Entrato il municipio in Palazzo vecchio, il Guerrazzi ci rimaneva chiuso per ostinazione o per non aver saputo vedere quanto fosse grave la cosa. Il popolo sempre affastellato sotto le finestre chiamava sulla terrazza i nuovi governanti, udiva la lettura d'un proclama e applaudiva. Dagli applausi passava alle ingiurie contro il Guerrazzi che di dentro alle persiane dei mezzanini vedeva e udiva tutto. Vi fu un momento che lo credettero fuggito e lo chiesero ad alte grida e lo volevano nelle mani a ogni patto; il Capponi si fece alla terrazza e gli racchetò alla meglio colla sua autorità, coll'assicurarli che era sempre lì, col promettere che l'avrebbero fatto custodire diligentemente; nonostante vollero vederlo per meglio assicurarsi e andò su una deputazione accozzata in piazza lì per lì, e il Capponi non potendo disdire, dopo aver tentato più modi pregò il Zannetti di condurli su che si capacitassero. Il Zannetti, salito alle stanze del Guerrazzi, lo chiamò sull'uscio ed egli venne franco più che poté, e cominciava a dire: non so d'aver fatto nulla al popolo fiorentino perché m'abbia... ma non poté proseguire, che fu coperto dalle grida e dagli insulti; tentò più volte di riprendere la parola e fu sempre coperto dalle imprecazioni. Il Zannetti che s'era fatto promettere che non l'avrebbero né toccato né ingiuriato rammentò loro i patti, ed essi risposero: stia zitto lui, staremo zitti anche noi: siamo venuti per vederlo e non per sentirlo. Allora il Zannetti lo fece tornar dentro. Uno che gli fu dato a custode mi raccontò che egli in tutte quelle ore d'agonia e d'obbrobrio, ora passeggiava, ora si faceva alle stecche delle persiane, ora accarezzava una nipote rimasta chiusa con lui e diceva ogni tanto: vedete che cosa è il popolo! ma sono in buone mani; m'hanno dato la loro parola, e non posso temere. Chi mi diceva questo,
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conchiuse così: a vederlo si sarebbe detto che la portava bene, ma chi avesse durato un giorno a dire paura, non ne avrebbe detta tanta, quanta n'aveva in corpo lui. E lo credo, perché il coraggio non è il suo forte; che se paresse a taluni che egli n'abbia fatto mostra più e più volte, credano a chi era presente, che egli mostrava i denti quando sapeva di non risicare nulla. Ora per valutare degnamente il coraggio della Commissione e perché veda ciascuno quanto la Toscana deve saperle grado d'essersi fatta avanti in un momento di tanta difficoltà è d'uopo sapere che in Firenze, tolto il favore del popolo che può voltarsi dalla mattina alla sera, e tolti sessanta veliti, non v'era forza sulla quale potesse farsi assegnamento sicuro. Di più aveva si può dire lì appiè dell'uscio cinque in seicento guardie municipali tutte creature del Guerrazzi, che intendevano male di vederlo andar giù non tanto per lui, quanto per il grasso stipendio che temevano di perdere; stavano in cagnesco e facevano temere d'un colpo di mano sopra Palazzo vecchio. Sulla guardia nazionale potevano contare sino a un certo segno: quanto a fare atto di presenza e impedire che in una sommossa non fosse usata violenza o nella roba o nella persona, ma quanto a fare argine alla sommossa medesima non v'era da farci su assegnamento. La guardia nazionale di Firenze è stata sempre ammirabile per prestare il servizio ordinario, ma non direi altrettanto rispetto ai disordini che hanno avuto luogo in quella città; è accorsa sempre più o meno numerosa, ma in sostanza è stata muta e immobile spettatrice di tutti i rovesci accaduti dalla caduta del Ridolfi alla caduta del Guerrazzi. E se il dì 13 aprile i guerrazziani avessero assalito Palazzo vecchio, ella avrebbe lasciato riporre in seggio Francesco Domenico, come lo aveva lasciato deporre il giorno innanzi. Non ho mai veduta un'immagine più parlante della neutralità armata. Il generale Zannetti poi, purché non si scemasse d'un'oncia il favore popolare, aveva preso il vezzo di dare un ditino a tutti, e credendo di stare a cavallo dei due partiti, era cavalcato da tutti e due. Egli nel giugno 12 passò per guerrazziano presso i costituzionali; passò per aguzzino del Guerrazzi al cospetto dei guerrazziani e così
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pillottato dalle due parti si trovò perso; quando poi vide scritto sui muri - abbasso il Zannetti - e gli fu indirizzata una lettera cieca, la sua pelle di delicatissimo capopopolo non resisté e si dimesse come una vera donnicciola. La gloriola di stare sull'altarino, incensato da tutti, l'aveva tanto inebriato, che per un turibolo che cessò di fumargli davanti si scorrucciò colla chiesa e lasciò in tronco ortodossi e eterodossi; il Zannetti in quell'atto, mi parve l'ipocondriaco che per uno stranuto chiama il prete e fa testamento. Di questi uomini che non sanno reggere a un colpo di vento contrario, non se ne fa mai nulla. L'uomo vero deve tracciarsi una via onesta e percorrerla fino in fondo, senza badarsi né di qua né di là; se gli fa ombra qualcosa che sventoli a destra o a sinistra si metta i paraocchi come i cavalli. Il Zannetti tra i due partiti, mi rammentava l'uomo di mezza età che aveva due amanti, una fanciulla, l'altra vecchiotta: la fanciulla gli strappava i capelli bianchi, la vecchiotta i neri, e così rimase pelato. Se è vero che la guardia nazionale rappresenti il paese dirò liberamente che la Toscana non ha opinione ferma: o la guardia teneva dal principato costituzionale e doveva far fronte al Guerrazzi fino dall'ottobre; o era repubblicana, e non doveva lasciare che fosse restaurato lo statuto del 48. Che guardia è una guardia che non sai come pensi? Quando poi a questa guardia è dato un capo che non si vuol disgustare nessuno, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, sfido chicchessia a cavarne un costrutto. Dirò cosa che parrà incredibile a chi sente tanto o quanto la propria dignità. La mattina del dì 13 il Guerrazzi sempre chiuso in Palazzo vecchio mandò a dire alla Commissione che egli sebbene accusato per ladro non aveva da mandare in piazza a fare la spesa, e che gli facessero sborsare mille lire
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che doveva avere dallo stato per un mese di provvisione; visto che i libri dicevano lo stesso, gliele mandarono. O fu astuzia o fu derisione, o fu pirchieria, se fu astuzia per parere di non essersi appropriato nulla, fu astuzia da bimbi; se fu derisione come dire: disgrazia per disgrazia, è meglio che mi becchi queste mille lire, lo scherno ricade sullo schernitore; se fu pirchieria, vedasi in che mani porche era caduta la Toscana. Egli, a confessione sua, aveva 45 mila monete in tante cambiali quando salì ministro; e quand'anche non avesse avuto un soldo, doveva piuttosto cascar morto di fame, che infangarsi a chiedere in quei momenti; quand'era tempo di sollevarsi coll'altezza dell'animo dall'ignominia della sua caduta, volle avvoltolarcisi dentro più che mai. Ma chi nasce granchio, non può camminare di fronte. Dal dì 12 a tutto il dì 15 , seguitai a andare due o tre volte al giorno in casa del Guidi, ove s'era nascosto il Marmocchi, e ove capitavano fuggiaschi e alla spicciolata altri funzionari del governo caduto; portava loro le nuove di piazza e gli assicurava da parte di Gino che non avrebbero patita molestia, ma che stessero a sé, perché i loro nomi si udivano in piazza gridati ostilmente. Diceva gridati ostilmente e avrei dovuto dire gridati a vitupero e a morte, ma coi caduti si vuole usare discretezza e addolcire la sventura. M'accorsi però che io lavava la testa all'asino e che essi credevano più a chi diceva falsamente che quello era un fuoco di paglia, che a me che per il loro bene diceva che non si lusingassero. Videro tosto chi era che s'ingannava. M'accorsi inoltre che non si contentavano dei piccoli servigi che io prestava loro e che avrebbero voluto imbarcarmi più oltre che non mi permettevano i miei princìpi e la mia situazione: come per esempio a volermi fare indagare gli intendimenti del governo per poi riferirli a loro, perché se ne facessero pro. Veduto l'onor mio a repentaglio mi congedai da loro con queste quattro parole: io sono amico e ospite del Capponi, col quale mi fo uno scrupolo di non entrare nelle faccende di stato se non quanto piace a lui di
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parlarmene; ma siccome si fida di me, è cosa d'ogni giorno che mi dica ciò che si fa in Palazzo vecchio, ed io debbo corrispondere a questa fiducia con altrettanta segretezza; venendo qui potrebbe fuggirmi di bocca cosa che non dobbiate sapere né voi né altri, e vedete bene che mancanza sarebbe la mia quand'anche ci cadessi senza volere. Dall'altro canto chi è disgraziato e sospettoso, e non vorrei che vi potesse mai cadere nell'animo che io versassi altrove ciò che avessi potuto attingere qui in questa casa. A queste parole mi dettero sulla voce, protestarono che mi conoscevano per galantuomo, mi dissero le più belle cose del mondo, ma io conoscendomi incapace di schermirmi da chi sa tirarmi su le calze, fui fermo a uscire del ginepraio e con mille esibizioni d'essere sempre disposto a soccorrerli per quanto stava in me solo, mi licenziai contento. Vidi che la ingollarono a stento, o non intesero o non vollero intendere: intesi io e tanto basta. L'uomo onesto davvero, sia nella prospera o sia nell'avversa fortuna, non abusa mai dell'amico; ma costoro ci volevano per puntello quand'erano in alto e quando furono caduti volevano che gli facessimo spalla per risalire. Questo è un fare troppo a confidenza, e io che per salvare uno metterei la testa nel fuoco, quando mi vedo preso così a pigione, me ne sdegno fortemente e sento il bisogno di tirarmene fuori, anche per non prorompere. Ciò m'accadde spesso, perché sono troppo facile a prestarmi...

2.13. XVII GLI AUSTRIACI ENTRANO IN TOSCANA


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Il dì 4 arrivò il Commissario e il dì 5 sapemmo che gli Austriaci erano entrati in Toscana. Questo addolorò e indignò tutti: dico gli uomini veri e non fo conto di pochi insensati che facevano festa degli Austriaci credendo d'uscire di pena o di rientrare in ufficio. Tolte le parti, le quali non mirano ad altro che a soffiare nel fuoco, e quasiché non bastasse la comune sventura, trovano sempre una parola d'accusa da ributtarsi in faccia scambievolmente, l'universale non ruppe la mestizia e il silenzio se non per biasimare altamente il Principe e il Commissario. Il Granduca, o avesse o non avesse impegni colla diplomazia, era in obbligo di rispondere più onestamente a un paese che aveva ripristinato la costituzione del 48 , sorgendo intero o spontaneo a rovesciare una fazione che s'era intrusa nel governo colla frode e colla violenza; e oltre a ciò gli correva debito avere un riguardo agli uomini della Commissione i quali con tanto animo e con tanto pericolo impugnarono in nome suo le redini della cosa pubblica, in un giorno nel quale i più sicuri dubitavano e tremavano. Quanto al Commissario o sapeva dei Tedeschi e doveva dirlo apertamente fino da principio; o i Tedeschi entravano all'insaputa di lui, e allora perché non protestare e rimuovere da sé ogni sospetto di connivenza? Livorno tumultuava ancora, Arezzo e Pistoia non erano quiete del tutto; qua e là per la
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Toscana ripullulavano tuttavia i germi della fazione, ma a chi ci aveva l'occhio e la mente erano cose da nulla e in ogni modo non dovevano essere chetate con una occupazione d'Austriaci. Il Granduca, amato e stimato fino allora come uomo dabbene, è tagliato oggimai alla misura del Duca di Modena e del Duca di Parma, e quando facesse miracoli non laverà di questa macchia né il nome suo né quello della famiglia. Se l'aveva raggirato ingannato e tradito una mano di pazzi ambiziosi, la Toscana intera provò alla faccia del sole che non gli aveva lasciati fare se non per quel senso di stupore che impiglia l'animo alla vista d'una cosa inaspettata; e v'erano tali che in fondo non tengono dai Principi e che s'erano lasciati calunniare e malmenare per tenergli in piede il trono costituzionale. - I due o tre che lo costrinsero a fuggire non v'è animo onesto che possa scusargli, ma sono stati male ricompensati i Toscani che lo sostennero. I Principi, più fanno il loro mestiere e meno se n'intendono. La moltitudine ostinata a volere un capo colla corona circonda i Principi di reverenza e d'amore, si fa scannare per loro, gli ricerca quando se ne sono andati, ed essi con un tratto insensato si volgono contro in odio l'amore, la reverenza in dispregio. Iddio m'ha tenuto le mani in capo consigliandomi a non servirli mai.
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Il moto di Firenze per il quale è caduto il Governo provvisorio non è nato da conflitto d'opinioni, come credono taluni non bene al fatto della cosa, o come disseminano altri che vorrebbero travolgerlo; il moto di Firenze è nato dall'oltraggio recato alla morale pubblica, negli insulti fatti alle donne, nella violazione delle pareti domestiche, nel rifiuto di pagare chi doveva avere. Covava lo scontento da mesi e mesi, e come in tutti i rivolgimenti civili, non aspettava altro che l'occasione del prorompere: questa occasione è raro che sia offerta alle moltitudini da un sentimento, da una opinione contrariata, combattuta o depressa; l'opinione, il sentimento preparano la materia, un fatto poi, anche lontanissimo dall'opinione o dal sentimento che agita sordamente un popolo intero, è la scintilla che suscita l'incendio. L'odio alla tirannide dei Tarquini, scoppiò per il fatto di Lucrezia; quello contro i Decenviri per il fatto di Virginia, quello di Sicilia contro i Francesi, per avere un Francese oltraggiata una donna nella pubblica via; quello dei Genovesi contro i Tedeschi per le percosse date da questi a un ragazzo: e questo di Firenze contro i volontari di Livorno, per i furti e li stupri consumati in Via Gora, per le provocazioni fatte qua e là ai cittadini nelle pubbliche vie, insomma per essersi dato il piglio di gente venuta e tenuta in Firenze per diritto di conquista. Sappiamo di certo che il Marmocchi Ministro dell'Interno, il Guidi Rontani Prefetto di Firenze e altri cittadini che avevano mano alla cosa pubblica, avvertivano da più giorni il Guerrazzi di rimuovere quella gente da Firenze, di troncare sul nascere la radice dello scandalo; sapere che il paese si lagnava e mormorava forte; che le lagnanze e il mormorio doventavano già accuse contro il governo, tenuto complice o trascurato; che il bollore cresceva di giorno in giorno, d'ora in ora, e minacciava di traboccare da ogni banda. Ma il capo del governo, o che credesse la cosa lieve e passeggera, o che in lui potesse troppo la predilezione ai suoi paesani, o che il travedere sia fatale conseguenza di chi sale in alto, non solamente non volle sanare la piaga, ma la toccò in modo che
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s'inasprì e divenne incurabile. A queste parole conviene fermarsi, perché egli ha scontato l'errore acerbissimamente, e all'uomo caduto non è onesto calpestare la persona o la fama; anzi è debito dell'uomo dabbene che non si lasci acciecare da avversione di parte, pessima delle pesti, è debito dico onorare in lui l'ingegno; onorare il volere tenace in tanta fluttuazione degli animi e dei cervelli; lodarlo d'avere impedito in questi ultimi tempi i precipitosi...

3. SOMMARIO DELLA « CRONACA »

3.1. OTTOBRE e NOVEMBRE 1845


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Due parole sulla Toscana alla morte di Don Neri Corsini. Voci che corrono sul nuovo ministero da farsi. Ambizioni d'una tal cricca. Son chiamati al ministero Baldasseroni, Pauer e Hombourgh. Stizza di quella tal cricca delusa. Guerra di maldicenza, di cartellacci e di lettere cieche contro il nuovo Ministero. I liberali di buon cuore son fatti strumento di quella tal cricca. Estradizione del Renzi. Rintostano le lettere cieche e comincia la stampa clandestina.

3.2. 1846

Prime voci di mala intelligenza tra il Piemonte e l'Austria a conto di dazii. Speranze vaghe concepite sul Piemonte. Ripugnanza di prestar fede a Carlo Alberto. Massimo d'Azeglio in Romagna e in Toscana. Il Canonico Fanteria tenta di piantare a Pisa le gesuitesse. Rumori che ne sorgono. Prime dimostrazioni di sassate e di cartelli. Petizione presentata al Governo per mezzo del Serristori contro le gesuitesse. Importanza di questo atto. Il Governo brontola ma cede. Pio Nono, amnistia, prime speranze degli Italiani.

3.3. 1847


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Continua in questo lasso di tempo la stampa clandestina. Rumori ai mercati di Monsummano, di Pistoia e di Prato. Nullità delle Autorità locali in tale emergenza. Primo bisogno che si fa sentire d'una Guardia cittadina. Pistoia. Ai foglietti clandestini dei liberali si mescolano altri foglietti di mano diversa, intesi a sbrigliare il popolo minuto. Sospetti che questa cosa suscita nell'animo dei bene intenzionati. Per fare argine alla stampa clandestina doventata pericolosa per quella immischianza si progetta un giornale. Arresti a conto di stampa clandestina. È chiesto il permesso al Cempini di fare il Giornale suddetto. Il Cempini annunzia ai chiedenti un progetto di legge sulla stampa che sorprende tutti. S'incomincia a parlare di riforme. Chiacchiere, dubbi, impazienze dal Marzo al Maggio 1847. Legge sulla stampa. Come andò che il Ministero si risolse a quest'atto. Giornali. L'Alba, la Patria, l'Italia. Celebrato l'anniversario dell'amnistia data dal Papa. Il Governo comincia a vederlo di mal'occhio. Livorno stato quieto nei mesi del caro si dà a rumoreggiare. Pisa parimente. Guardia Civica a Roma e Consulta. Comincia in Toscana a chiedersi la Guardia Civica. Diversità di pareri. Congiura di Roma. Invasione di Ferrara. Protesta del Cardinal Ciacchi. L'offesa e lo sdegno di quella invasione suscita più che mai l'amore della difesa e della indipendenza nazionale. Sui moti di Livorno. La Guardia Civica è chiesta in Toscana con più ardore. Pazzie di Carlo Lodovico duca di Lucca. Cose di Lucca appoggiate dai Pisani e dai Livornesi. Consulta e Guardia Civica in Toscana. Il Duca di Lucca promette, poi si sottrae. Feste Civiche. Rovescio.
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24 Settembre . Ridolfi e Serristori chiamati. 26 . Nerino (Corsini) a Firenze. 27 . Corsini parte. Ridolfi e Serristori installati. Abolizione della Presidenza del Buon Governo. 29 . Affare dei birri. Paver va via. Cessione di Lucca. Cose di Fivizzano e Pontremoli. Occupazione di Fivizzano. Rodomontate del Duca di Modena. Morte della Duchessa di Parma. Cessione di Pontremoli. Cose di Napoli e di Sicilia.

3.4. 1848

Il 6 Gennaio 1848 a Livorno. Rivoluzione di Sicilia - Costituzione a Napoli. Commissione dei Cinque in Firenze (31 Gennaio ) per una riforma nella Consulta e nella legge sulla stampa. - 2 Febbraio . Ingiunzione a questa Commissione di fare uno Statuto: quale sarebbe stato. Costituzione in Piemonte. I Cinque dello Statuto chiamati (II Febbraio ) dal Ministero per mutare lo Statuto in Costituzione. Contrattempo. La Patria e il Municipio Fiorentino. La Costituzione in Toscana (16 Febbraio ). Festa il 17 . Rumori di Francia saputi qua. 20 marzo . Collegno. Id. Dichiarazione del Ministero. Rumori. Id. Rivoluzione a Vienna (Marzo ). Rivolta di Milano. Chiesta d'armi a Firenze. Ottenute, si vuole abbattere il Ministero Ridolfi. Chi lo tenta, chi s'oppone. Concetto della mossa quanto al Governo, concetto di chi si muoveva. I volontari. Storia minuta. Gente rimasta. (Aprile ) Associazione Italiana a Parigi. Suo programma. Gente che invia in Italia. Mazzini a Milano. Ritorno degli esuli. Dispetto di non vedersi alla testa del movimento. Mene Piemontesi. Comincia il battibecco tra i Mazziniani e i Fusionisti. Soccorsi lenti di Napoli. Enciclica del Papa (29 detto ). Il Papa in queste cose. 15 Maggio a Napoli: richiamo delle Milizie. Statella a Firenze. Elezioni. Apertura delle Camere in Toscana. Nessuna festa ai Rappresentanti e perché.
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Lentezze, impicci, più per la novità della cosa che per altro. Opposizione sistematica. Salvagnoli ecc. all'Assemblea, Pigli, Mazzoni ecc. all'Assemblea. Guerrazzi a Firenze. Giornali. - Disgrazie delle armi Italiane. Ritirata dell'esercito Piemontese. Rumori in Firenze del 29 Luglio : da chi fatti, contro chi. Attori. Si ritira il Ministero Ridolfi. Poteri eccezionali chiesti per sospetti vaghi conceduti dalle Camere, forse per inesperienza; non usati menomamente dal Ministero. Storiella curiosa dell'Inflessibile. Bettino Ricasoli incaricato di formare il nuovo Ministero. Picchiano a mille usci e non riescono. Curioso accidente. Ministero Capponi. Come accettato, come composto, come accolto. Guerrazzi alle Camere. Sua pochezza parlamentare. Il Padre Gavazzi in Firenze. Viavai di venturieri. È visibile il rialzare che fa della testa il partito Mazzini. Cose di Bologna. Gavazzi chiede da Genova di transitare per Toscana. Storia minuta ed esatta dei moti di Livorno. Montanelli torna di prigionia. È chiesto Governatore a Livorno. Diavoleti di Firenze, di Lucca, di Pisa. Imperversare dei Giornali. Il Ministero Capponi si ritira. Rintosta il diavoleto sulla preda. Oltraggi ai nomi, alle persone. Gioco di macchina a Livorno. Ministero Montanelli. Programma. Sciolte le Assemblee, Collegi elettorali. Rettorica di Palazzo Vecchio. Affari di Porto Ferraio taciuti. Nipotismo Ministeriale. Pigli a Livorno, Massei a Grosseto. Lucca disgustata. Nuove elezioni. Tumulti lasciati correre. 15 Novembre a Roma. Cirenei disgustati. Duello di Fabio Uccelli. Gianni Frassi al Bargello. In tempi di democrazia gli nuoce non essere né graduato né nobile. Mene degli Straultra. Indugi a convocare le Camere. Costituente. Attentati alla libera stampa. Il Prati. La Vespa e lo Stenterello. Seconde Elezioni del Novembre 1848. Discorso della Corona. Costituente Italiana. Boni del Tesoro. Fuga del Granduca. Destituzione del Pigli, ecc. Governo Provvisorio. Sciolta l'Assemblea. Rumori alle porte di Firenze, a Empoli, ecc.

3.5. 1849


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Laugier. Intervento Piemontese. Legge Elettorale. Rottura dell'Armistizio. Assemblea legislativa. Stato della Toscana. Rumori nelle campagne. Disastri dell'esercito Piemontese. Guerrazzi Dittatore. - Fazione contraria e perché. - Volontari Livornesi a Firenze. Perplessità e doppia politica. Rissa del dì II Aprile . Fatti consecutivi della sera. Il Prefetto e il Municipio. Mattina del dì 12 . Atterrati gli alberi, rialzati gli stemmi Granducali. Guerrazzi incerto in tre partiti da prendere. Tenta di porsi d'accordo con l'Assemblea appena vede farsi vivo il Municipio. Guardia municipale chiamata in fretta a Firenze nella notte dall'II al 12 . Mala riuscita in piazza. Il Municipio piglia il di sopra. È portato in trionfo a Palazzo Vecchio. Tutti quelli del governo si sottraggono. Il Guerrazzi rimane chiuso in Palazzo Vecchio. 13 , 14 , 15 , 16 , 17 . Affluenza delle campagne in Firenze. Sollevazione delle Provincie per sospetto dei Livornesi e in appoggio della Capitale. Adesione di tutti i Municipi Toscani. Arezzo tra il sì e il no; Livorno rifiuta; Pisa accede, poi la sollevano quelli della Prefettura. Pistoia asilo delle colonne Livornesi, parte per il terrore di queste, parte per taluni che le favoreggiano, non può risolversi. I moderati vincenti, e i demagoghi perduti. Differenza tra le due parti.
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(revised 28/02/2000) Giusti, Giuseppe.
Elena Pierazzo

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