minimizza
Testi di Ferrara

Elenco testi disponibili
   

Savonarola, Michele

De nuptijs Batibecho et Seraboca


Ad spectabilem virum artium et medicine doctorem insignem dominum Nicolaum Varo De nuptijs Batibecho et Seraboca. Michaellis Savonarolla libellus incipit feliciter.

Forsi forsi Nicholò mio ad alquanta admiratione ti promoverà questo nostro tal scrivere come cossa nuova e may per alcuno altro cortexano altro aperta come da me intenderay parendo te tal provincia da me asalita esser caxone de in odio d'altruy dover condurme credendo io a la brigata delectare. Ma pur voglio seppi jo tal cossa cum laudabile carità et aparente raxuone haver asalita e cum gran speranza di conseguitare amore e perdono da tuti. Il perché, biem che in lo primario aspecto suo quella se dimostri essere a le aurechie de li principi e cortexani tediosa, cussì me spiero quella in suo processo a quelli renderse benigna e gratiosa; il che serò laudato et amato grandemente da' principi e da' cortexanj virtuosi e dai desviati ancuora, cussì, sopravignendoge la matura età cum la quale viene il seno, che biem comprenderano me come padre a' fioli scripto havere. Mi ho aduncha cum tal mio conforto pure delibrato di tal materia delectevole, et al mio parere fructuosa asay, scrivere, de quella ne l'animo mio ricevendo gran piacere, specialiter sentendome per questa tale a lo illustre principo nostro anco gran solazo porzere dovere, ché certo voglio tuti i cortexani facilmente intendere questo tal nostro delectevole scrivere render doverse fructuoso tuto, i buoni ne la bontà suoa confirmando e i viciosi dai vicij ritrahendo. Ma, inanti che più ultra passamo, voglio prima pregare zascuno cortexano che dar mi voglia perdono se le arechie suoe in alcuno mio dire offendesse, ché certo ziò facto no ho per alcuno inzuriare ma per dare a tuti dilecto cum gran fructo, cussì aprendo le astutie e li jngani che fa il signor Batibecho ne le corte d'i segnori quelle continuamente solicitendo e, non contento pur di quelle, circuisse anco li piaze e luochi d'i religiosi pur in ogni luoco tale lassendo suoa insegna cum gran damno et infamia d'altruy, che biem certo mi rendo che quando seràbiem cognoscuto che molti, i quali al persente il siegitano, da quello se lontanarano cossì intendendo il suo gran pericolo il perder del credito suo e sua reputatione, essendoi de drieto a luoro dicto cosse de soa grande infamia e vergogna; il perché concludo: cussì cognoscuto che 'l serà da tuti come persona indegna e ville, serà abandonato, ché biem mi par tal persona non essere degna di habitare ne le corte da bene né in veruno luoco altro tale. Il che, Nicolò mio, mi ho persuaso a cussì scrivere de Batibeco sperendo, come dito ho, che per il mio manifestare di quello molti che imprima cussì lezendo mi portera no odio, da poi mi se farano amici amendome come padre. E fazendo fine al parlar nostro prohemiale intreamo nel manifestar di quello e di soe gloriose noze, per le quale serà meglio cognoscuto da la brigata. E il perché, come dice Aristotille, nel principio de ogni dotrina da esser la noticia dil nome de la cossa che se ha a tractare, imperò prima descriveremo che cossa è Batibeco dicendo che è homo zanzatore e di zanze mercadante il quale indiferentemente dil bene e dil male zarla; de parole vane copioso quelle sempre ad utel suo convertendo; assiduo dimandatore di la lingua melita: di sé presumptuoso e laudatuore; huomo jnmerito e di duoni jndegno; ad ogni acustumata aurechia tedioxo; d'i principi domestico jnimico E di questa descriptione tuor se può esser di molte sorte di Batibechi i quali le quale apertamente manifestaremo cussì narendo li homeni e le done che fuoreno a le suo noçe jnvitati, certo tuti vitiosi e come Batibeco digni da esser acusati. Che pur è vero che ogni tale extremo riputato è da ogni philosofo vicioso, quello fazendo guera a la virtù maestra de ogni biem vivere e de ogni buom parlare, che sono doe cosse da' principi essere molto desiderate e da ogni tale il quale ha altrui a governare come vescoi, abate, priori, padre e madre e maestri di scolari. Che quando se ritrova uno principo o prelato di tale doe cosse biem doctato, cussì si rende prima glorioso spechio di biem vivere cum la sua laudabil vita d'i populi soy, fazendo quelli virtuosamente sua vita condure. Da poy cum il suo moderato parlare quelli anco amaistra e driza nel parlar suo fructuosi, il perché sua gloriosa fama im perpetuo è cum gran sua dignità aricordata, come è quella di Alexandro, di Cesaro, Scipione e di molti principi; tale che questa cossa è l'ultima e suma vera felicità da' principi degni da essere aspectata. O principi mey de gloria desideroxi, cum grande humilità mia vi suplico che dignar vi vogliati a tal mio dire prestare le aurechie, sempre havendo di me perdono se in qualche mio scrivere discurerò in cossa a quelle non forsi cossì grata, parendo che cossì coriezer vi voglia io, che di corectione de bixogno ho: ché certo ziò da me fato non serà per quelle in alcuna parte offendere; ma se pur ziò intravenerà, quello scriverò come fidel servo per una humile aricordatione debita, cussì rendendome obligato come vero servitore di ziò fare inverso di ogni degno principame, dil suo honore desideroso e di suoa gloria come da la propria mia. E così facendo spero, e non senza evidente raxone, in ogni tal mio scrivere venia facilmente impetrare dovere. Seguiterò adonca, cum grafia de lo omnipotente Idio, in aprire i grandi e vituperosi danni che fa a li homeni Batibeco, aziò che, cossì biem cognosciuto, l'ebba zascuno di biem vivere desideroso quello desprexiare e da sé scaciare e come inutille per nulla quello reverire. E per far tal cossa più lucida e manifesta nararemo i gran dampni che fa Batibeco a tuti quelli che lo ameno, fazendo principio dal tempo, dimostrendo la grande perzeda che l'omo fa o ver inchuore per getar via il tempo in vano zarlare; e questo facilmente se dimostra narendo la grande sua dignità a la quale Batibecofa grandissima guera, quello spendendo inutilmente il qualle zascuno comprar il doveria più ch'a pexo d'oro, concessia che sia cossa troppo preciosa et inestimabile, 'l perché dice il Petrarcha, De remedijs utriusque fortune: "quidem et inestimabilis res est tempus cuius avaritia doctorum hominum sola novit autoritas", che tanta preciosità del tempo solamente cognoseno li homeni virtuosi e docti, intendendo biem luoro e stendo advertenti che, come dice Seneca, nel discorere dil tempo discore la vita humana continuamente a la morte più aprosimendose. Et imperò cussì biem exstimato, non debbeno essere li homini virtuosi di quello pròdigi ma avari e non quello vanamente spendere e via gitare, come Batibeco, ma quello sempre a ' luochi cum dignità riservare spendendollo utelmente sì per l'anima come per lo corpo, per utilità e per honore di sé e dil proximo suo. O tempo da' zanzatuori non exstimato, quanta compasione mi muove a toa dignità aprire per quelli rendere di te amatori e più avari. Aricordendogie che ultra lo libero arbitrio nostro non habiamo cossa che nostra sia nuomà il tempo, ché ogni altra cossa che possideamo è ne le mane di la fortuna posta, la quale perduta ricomperar se può, ma non il tempo. Imperò di quello zascuno scarso esser debbe e non inutelemente via getare come fanno tale zarlatori e Batibechi curiali. O cecità de li hominí grande, che a la perzeda di questa preciosa cossa dil tempo di lui puocha exstima fazendo, dendo uno zorno per nulla che più valle che ducati mille! Or dime, Nicholò mio, tu dimandato mi hay che ti venga a servire per quindeçe zorni e ziò façendo pur volontiera quelli puocho exstimo. E in capo del mexe io muoro. Ecco mi ratrovo havere spenduto la mità de la vita mia futura in tuo servicio, la quale ricomperebbe maxime volontiera per tuto ziò al mondo possiedo. E tu et io quello tempo exstimato non habiamo non advertendo quello che dice Seneca: "Dum vivimus vita discurrit", sì che biem pare la preciosità dil tempo essere grandemente da' zanzatuori negleta, quello spendendo pure inutelmente; degni certo di gran reprensione ché a questi tali intraviene, come dice Seneca, che gran parte de soa vita perdeno pure in vano zanzare. O tempo precioso supra ogni texoro et oltra ogni cossa mundana da esser exstimato, il perché tanto puocho reverito sey? Che tiecho acompagnata è la vita nostra e cossì, passendo tu, passa quella, come dito è e, passato, per priexio veruno quantuncumque grande ritornare non poy. Quanto adonqua Batibecho di reprensione degno sia, fazilmente di tal dir nostro colliegere si può. O meschinelli nuy, ché ne intravene nel tempo de la vechieza nostra di tal tempo perduto come a la massara che stata è prodiga di la farina sua di l'arca, che quando se acorze la farina essere al fondo, aluora vole fare masaricia e scarsezare, che cussì gie ritrova puoca farina e cativa cum molte semole acompagnata; che certo tal cossa ancho ne li cortexani gioveni intrevenir sole perdendo vanamente il fior del tempo di soa vita, ai quali porto gran compassione quando io vedo quella cossa tanto degna spendere pure in darse quelli dilecto cum bestie e iochi vani, seguitendo pur amore: ché di ziò non se acorzeno nuomà quando la farina è in sul fondo di l'arca. Siati adonca, siati, cortexani mei, dil tempo vostro buom massari e tenetillo caro e precioso e quello non vogliati spendere in zarllare e vanamente, ché vi so biem dire che Batibecho cum soy tuti vi fa gram guera, il perché debbe esser grandemente da zaschuno de vuy da bene dexprexiato ché certo tal Batibechi poltroni pieni di vermi non debono ad ocupare le sedie e luochi e il tempo di li homini di autorizate parole e di doctrina adornati, il perché sano consiglio mi pare esser quello che ricordato ho nel libretto De felici progressu Borsii Exstenssis da zaschuno principo di essere observato, che è che la mensa dil principo debbe esser riverita come uno altaro e la prensientia suoa come sacerdote aparato, ché, come pubblichi peccatori a quel luoco tanto degno aproximar non se debono, cussì neanco i zarlatori a la mensa e presientia dil principo. E come a lo altaro dil sacerdote sta duy aparati chierichi, uno dicendo il vanzelio e l'altro la epistola, cussì a la mensa dil signore stare doverebbe homini docti virtuosi e tuti morali, uno o più, e esser docti de historie e di cosse da saper degne cum belli exempli morali o a l'anima o al corpo pertinente pure in recreatione de le fatiche suoe e quelle cossì narendo stesero tuti li astanti in gran taciturnità imparendo cosse degne e cossì partendosi di tal luoco havesseno caxone di confabulare insieme pur di cosse di honore e di utilità dil corpo suo e di l'anima sua e di suo biem vivere; ché, cussì fazendo, tal corte e cortexani conseguiterano in futuro apresso i presenti e queli che aranno a venire grandissima dolzeza e gloriosa fama, il perché fra sé confondendose ogni Batibeco da tal corte se slontanarà sentendo suoe ve vane parole in tal luoco vendere non potere. È che certo pur star non posso che non aricordi il dolore ch'io sento di tanta audientia a tal Batibechi dai principi prestata, che pur credo tal cossa advenire il perché principi sono come li altri homeni dexiderosi di sapere, come dice Aristotile, prohemio Methafìsice: "Omnes homines natura scire desiderant", e di più cosse e varie aldir novelle e d'i facti di questo e di quello e somelgiante, il che a tali façilmente le orechie prestano il perché ogni homo fazilmente fa quella cossa in la qualle è da natura inclinato. Anco ziò fanno cusì ricivendo alquanta ricreatione di lor faticha cerca le cosse dil suo stato havuta. E molti dintorno che stanno, cossì prestendogi il principo le orechie, credeno quelli essere in gratia di quello e Idio che sa il tuto sa biene se 'l gi è engàno. Ma qui cum ogni suportatione non passarò che non aricordi che '1 donare de le veste, cavalli, possesione e denari a tali Batibechi e bufoni et a homeni indigni è di grande ingnominia d'i principi e certo de grande diminutione de l'amore d'i suoi populi, aricordendo in questo luoco Aristotile che dice: "Amor civium castrum inespugnabile", ché tuto il pensiero dil principo esser debbe a farse amare dai populi suoy, ché quando il principo fa tal donno a uno Batibecho o buffone o a persona altra indegna et inmerita, cussì tuto il populo rumoreza, vegnendoge il principo suo in grande odio, dicendo diverse male parole; e cussì passendo diti tal buffoni de cità in cità biem cognoscuti per araldi e gran boxardi vanno publicando una levità dil principo, havendo dato a i tal i persone inmerite il suo che, per mazor prexente fatogie dal principo inimico del primo, direbbe senza vergogna almanco tuto il contrario di le laude che dito ha di quello primo. Che certo, come scripto ho in quello De sapiente et insipiente, i principi spesso e spesso fanno de le cosse non di laude degne, e qui non passerò che non aricordi quello che auditi dire a uno valente homo degno principo a tal proposito: dicea che cossa verissima era che quando Idio creava uno segnore creava uno homo stracuita. E questo credo advenire per la gran litientia che hanno de far come i voleno, lassendosse vinzere ai blandimenti d'i sentimenti suoy. Ecco topinelli sè credendose signare e farse gloriosi per tal presienti a tal zarlaturi facti se danno del dito in l'ochio rendendose homeni lezieri et apresso tuti li altri populi e dai soy cussì infamati et odiati. E qui pur arichorderò la risposta che Danti fece a uno bufone, il quale per suo bufonizare haveva havuto dal signore da la Scala di Verona una bella e pretiosa vesta; gie disse mostrandoge quella: "Tu cum tante toe letere e tanti tuoi soniti e libri fati non hay may ricevuto in dono una tale." Rispoxe: "Tu dici biem il vero! E questo t'è intervenuto e non ad me il perché trovato hay d'i toi et io nonn ò trovato anchora d'i mei"; basta sum intexo. O principi mei, stati biem advertienti ché vi dico il vero e non l'abiate per male: cum tal vostre audientie e doni dati a Batibecho sette caxone di corumpere ogni corte vostra da bene, nutriendo quelli tali zarlatori boxardi e vicioxi; et imperò Salomone, Proverbiorum XXVIIII: "Princeps qui libenter audit verba mendacij omnes ministros habet impios". Debbono adoncha i principi che de principato degni nominati esser voleno, Batibecho da sé scaziare e in tuto bandire, a quello le orechie non prestare. Ma apresso di sé tenere homini gravi e docti i quali cum soe belle hystorie e altre cosse degne e morale habiano a quelli porzere una degna ricreatione fra tante suoe fatiche e suoy fastidioxi pensieri, quelli cossì consolendo e in l'animo e nei membri suoy da tante varie cosse a luor occorente faticati, aziò che apresso la ricreatione ricevuta cussì imparendo de principi digni se fazino più degni. Assay cussi più amati et in reveriencia havuti non solamente da' suoy ma da tuti i populi dil mondo, fra i quali aricordato sempre serà il suo glorioso nome come aricordato è quello dil Alfonso re di 'Ragona e di Napoli, il qual ziò cum gran dignità observava tenendo continuamente apresso di sé duy maestri in teologia, principo certo di principato degno. E qui pure aricorderò e non senza alcun dolore e cum licentia d'i principi che tal cossa non observano, Macumeto gentille e turco, al prexente de' cristiani presecutore, come di lui informato sum, tal cossa cum gran dignità e perseverantia observare; che se ziò è vero, come pur credo, cussì se rende de principato degno che, secondo il mio iudicio, grande incarco è de quelli principi cristiani i quali tal cossa se gietano tal cossa drieto da le spalle quella vilupendendo e spendendo jl tempo suo in vano parlare, prestendo le suoe orechie tanto degne a questi vili Batibechi. E tanto dil tempo dicto sia pur ad honore e gloria e fructo d'i principi cristiani di principato degni e d'i suoi cortexani, cossì estimendo quello e la virtù, rendendo sé per tal cosse gloriosi e soa corte di perpetoa e gloriosa fama. Passiamo ora a la parolla di tanta dignità et excellentia, come entenderai, e di tanto gran priexio, di la qualle Batibecho senza alcun pensare de ley ne fa gram mercato e pur troppo grande. O Nicolò mio, a cui la dignità et excellentia di la parola non è celata, biem voglio che tu miecho concuri cum grande ardire ad acusare questo Batibecho, homo di puoco afare e di gran dire, fazendo di quella puoca exstima. Ché certo la soa gran dignità et excelentia cussì apertamente se manifesta per lo grande aparato che fa la natura per quella produre che, come vediamo solamente grandi aparati essere facti pur per le cosse degne et excelente e non de le minime, cussì anco fazendo la natura tanto et excelente aparato in produtione di la parola, fazilmente creder debbe ogni Batibecho quella essere di mazor priexio assai di quello che lui la fa. Dirò adonqua in questa forma a luy convertendome: ‘"O Batíbecho, huomo da ognuomo esser sbandito, intendere non ti sia grave la gran dignità et excelentia di la parola e il suo gran valore, la sua suoa gran pudicitia, per le qual tre cosse biem intexe spiero ti vergognerai di farne lo mercato uxato; ché cussì far di ley buom mercato è come condure una donzella nobille e bella al luoco publico, e ziò fazilmente entenderay cussì discurendo cum grande atentione il grande aparato che fa la natura in producion di quella, a la formacion di la quale prima concore il cuore, membro di tuto il corpo principale, sedia di l'anima nostra la quale non può, stendo in tal luocho, suo pensiero manifestare nomà per la parola da lei formata e per la boca mandata"’. Imperò Aristotille: "Verba sunt earum que sunt in anima passionum note", sì che prima apare la soa gran dignità essendo caro et unico ambasatore di l'anima nostra, senza di la quale l'omo remaniria come bestia; che biem cognoscendo Idio quello che dito habiamo, per mazor suoa dignità et excellentia gie infuxe una tal proprietà di tanta admiratione che lo intelleto humano non per raxone ma solo per fede quella comprender puote, essendo di tanto priexio che a quello non è comperabille tuto lo honiverso, che cossì venendo quella dal cuore si ritrova di tanta virtù et excellentia che la converte il pane in carne e il vino in sangue dil Fiolo di Idio omnipotente dil tuto Signore. O cossa stupenda et admirando texuoro de tanta dignità de la parolla da Idio a ley concessa, apresso li homeni a ziò ordinati lassiata! Taxere' forsi jo che non aricorde che come nostra Donna respondete questa parolla a l'anzuolo Gabrielle dicendo: "Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum, im pace", che cussì in quello instante concepete il Fiolo de Idio cussì impregnata dil Spirito Sancto? E come non è la parola de Idio Padre verbo, di quello dicendo Iohane: "Et Verbum caro factum est", che qui pure aricorderò che per tanta suoa grande admiratione da molti non è creduto tanta e tale suoa virtù; et imperò Marco, nono: "Multi sunt vocati, pauci vero electi", che a tal stupenda cossa credere li homeni tuti sono stati chiamati, ma puochi sono stati electi a ziò credere, zioè solamente cristiani, che pur tal cossa cum raxuone credere doveria zascuno intendendo che "nichil est imposibile apud Deum". Ecco gran dignità et admirabille excelentia di la parola la quale Batibeco non ha in reverentia veruna, quella dendo per nulla o ver per vil mercato come se meretrice fosse, che biem ge aricordo che de ogni suoa oziosa parolla nel zorno dei iudicio convegnirà rendere raxuone a Idio come Ocioso Parlare, se scalcho de le suoe noze, a luy di ogni tal cossa per le noze dispensata, e di quelle serà biem punito come scrive Mateo al XII. E seguitendo lo grande aparato di la formation di la parolla, diceamo che secundario gie concore il polmone e il pecto ancuora, nei qual membri prima entra l'aere dil quale se forma la parolla come quello entra nel caseto de la piva dicta da la vila per formation di la voce. Il qual aere receve modificatione e temperamento ne la frigidità suoa dal polmone, ché se cussì face fredo come entra andesse al cuore, extinguerebbe il calor di quello; e questa tal opera di natura ce manifesta la secunda conditione che haver debbe la parola di tanta dignità, che cossì vole essere moderata, temperata, zioè biem meditata, aziò che inprudentemente di boca usita non faza alcuno nocumento e che non extingua l'anima né suoa né dil proximo. Et imperò Davit crida: "Domine, pone custodiam ori meo et hostium circunstantie labijs meis". Dicto è secunda il perché la prima è che esser vole cordiale e veridica cussì dal cuore essendo primo nassuta. Tertio tal aere ascende per la canna dil polmone e capita al luoco da vulgare dicto groppo di la golla, zioè a lo epiglote, e in quello luoco se riscanze a significare che la parola vole esser biem rifracta e masticata. Da poy acore a la luvula, per la quale anco secundario se modifica a denotare il grande moderamento che aver debbe la parolla; da poy capita ne la concavità di la boca e lì risuona a significare che la parolla esser vole risonante, zioè dita sia cum raxuone cussì risonante ne le aurechie di li auditori; imperò se dice comunamente: "Questo tuo dire non mi consona a le aurechie", o: "mi consona molto bene." Di questo tal aere cossì modificato e rifracto facta è la voce come in li altri animali. Ma se parola doventar vole, bixogno ha di lengua in formatione di quella, per la quale lengua si fa il sermone, cossì per tale essendo li homini da le bestie diferentiati le quale, biem che proferiscono voce e di articulate non è però sermone, il quale fato fi da l'anima intelectiva cum imagine significandi, che ziò la bestia far non può. Da puoi questa lengua, cussì formendo la parolla, se rincontra nei denti duri o ver le zenzìe, a significare che la natura dato ge ha tal inscontro duro aziò che fazilmente non escha de la boca la parolla, la quale è caxuone spesso di gran scandolo cussì presto è fazilmente dicta e gietata a quatro a quatro come fa Batibeco e tal matezoni; imperò Yesù: "Ve illi propter quem scandalum venit", sì che comunamente se dice amaistrando altrui di la parolla aziò che per quella non intrevenga scandollo: "Tieni,tieni la lingua dentro dai denti". Da poi quanto a levità e gravità, basezia et alteza di la parolla, gie concoreno i labri a' quali la natura dato gie ha sentimento di soave e dolze tacto come se sente nel baxiare, a denotare che la parolla esser volle suave e dolze, delectevole et al proximo non scandoloxa. E di tale doe cente, denti zioè e labri producti da la natura in bonification de la parolla, tuor debiamo suoa honestà e castità cossì dovendo star chiusa come donzella e non dimostrarsi ai balconi come prostituta. E per mazuor sua dignità ricolgieremo succinte quello che di lei dicto habiamo. Debbe adonca la parolla esser cordiale e vera, biem modificata, temperata e biem meditata, honorata, rota e frata e biem digesta, risonante e cum raxone, non lizieramente di boca ussita ma cum gravità per mazuore auctorità di quella. Vole esser suoave, dolze e delectevole e fructuosa, cossì trahendo il proximo ad amare Idio e' suoi fratelli come fureno le parole di Iesù Salvatore e di li apostoli suoy. O Batibeco spechiate, spechiate um pocho nel spechio admirando di la parolla e cum grande tuoa euribescientia ritrar ti vogli da tuo tanto zarlare; e non far di quella puoca exstima quanta fay. Pare adoncha di tal nostro dire dil tempo e di la parolla manifestamente assay quanto Batibeco nedum da' principi ma da zaschuno huomo degno e da bene debbe essere per tuto discaciato. Et havenddo per la dignità dil tempo e di la parolla cossì suoy gran vicij e danni manifestato per farlo quello a la brigata più odioso de cui facto suon grande inimico, e non senza caxuone, cussì havendome in tuto proponuto di seguitar virtù e non per far de luy vendetta quod adsit ma per ritrahere alquanti homini degni riputati da soa conversatione, cussì più ultra altri suoy gram vicij e danni subiungerò a quello che dicto di lui habiamo, per i quale spiero quello non solamente da' principi ma ad ogn'altra persona da bene jn abominio vegnire dovere, fazendo tal cossa più chiara e a la brigata più in particularità maniffesta, cossì narendo le gloriose noze suoe per le quale biem zascuno comprender facilmente et apertamente poterà quello de luy dicto habiamo et ancora diremo esser vero. E di tal sue magne noze renderà testimonio e buono la gran moltitudine d'i populi i quali ge furon continuamente prexente: soldati, tavernari, imbriachi, todeschi, francesi, lenguadocha, engelexe, schiavoni e toschani e cortexani alquanti desviati, i quali, non havendo altro exercicio, cussì se riducuono a lo exercitio di la lengua, apresentendose a le noze de Batibeco e di quelle nomineremo le più degne per nome. E il perché le noze non se fanno senza femine, di quelle ge ne fu in gran moltitudine e di quelle nominerò le più degne per nome. Orsù incomenzerò adonca, per non esser tenuto de la compagnia di Batibeco, a narare le gloriose noze suoe cussì pur facte de brigata di homeni e di done, ché queste doe cosse soleno le noze tute dignificare. E il perché a le noze più se concore per amor de le donne cha per li homini, imperò comenzerò prima da quelle, nominando le più degne tute ad una ad una cum soe virtù e cossi farò de li homeni, per la qual cossa relucerà le magne e gloriose sue noze, ché voglio tal mio narar tenire il luocho dil consueto sermone che far se suole in laude dil matrimonio e dil spoxo e di la spoxa. Ma innanti che venga a tal particular naratione voglio prima narare il nome di la spoxa, havendo zià manifestato il nome dil spoxo, e chi fo mezano a far tal glorioso e conveniente matrimonio, il perché è prima da sapere che madona Ciconia, di Batibeco sorore, vedendo il fratello senza moglie, dubitendo che la famiglia d'i Batibechi non venisse al meno, cussì il confortuò assay che tuor dovesse molgliere et horamay lassar di andar più di notte a matazuone, dicendogie che in altra mainiera may non se castigerà, preponendoge i gran pericoli nei quali spesso incorso era. E cossì, incomenzendo esser fato per la età alquanto gravoxo, se deliberò di fare al conselgio di la sorella la quale sentiva la gran dolzeza d'i fioli soy e di ley inverso il padre havuta, quella persuadendolla al fratello dicendo ley: ‘"O fratel mio, se sapesi la gran dolzeza e il gran piacere che riceve il padre e la madre d'i fioli tu non seristi induxiato tanto tempo a tuor molgie. Non vidi-tu me pure da la natura provocata sempre star nel nido, mey fioli defendendo cum le ale mie e il corpo mio da ogni aer ventoso, nebuloso e pluvioso, e in tal tempo mio marito esser a la cercha per ritrovare a quelli nutrimento? Et aproximandose per alquanto spatio al nido luy fazenda gran festa bate il beco da grande alegreza e zunto che è mi lievo e lui si puone sopra de quelli in la forma che io stava e cossì partendome pur cerchendo nutrimento per il nutrir de quelli come zunze batemo il becco e molto forte pur d'alegreza che cussì d'i fiolli sentiamo. E certo quelli a nuy di ziò ne sono biem ricognoscenti, cussì cum gran carità essendone soliciti circa il nostro vivere quando vechi et impotenti facti siamo, come veduto hay in tuti j nostri passati".’ O meschini nuy! Puochi fiolli come quelli di la Ciconia si ritrovano al persente verso i padri soy. E cussì persuaduto il tuor di la molgie, a la quale tuore pur era inclinato, cussì fazilmente gie rispuoxe che ziò far voleva al tuto e volentiera, dicendo a ley: ‘"Ne haveris-tu forsi una per le mano la quale il mio apetito contentasse?"’ Et ella a luy: ‘"Certo; credo te ne meterò una dinanti che in tuto il mondo non troveristi la parechia che il tuo apetito contentar meglio potesse."’ Et ello a ley: ‘"Biem di te mi fido come di cara sorella; et anco tanto più il perché ha cum tiecho habitare, che cossì, conseguendome male, tu ne porterai la pénna."’ E quella a luy: ‘"Fidate securamente di me ché voglio certo farte che non parlo a ventura ma pur di cossa di la quale gran experientia veduto ho e tutavia vedo."’ Subiungendo: ‘"Fratel mio, la prima cossa che ricercare se debbe in ogni buono e consolato matrimonio è la parità dico e di età e di parenteza"’, come dice Ovidio: "Si qua vis apte nubere, nube pare", ché certo dove è disparità di matrimonio gi è anco disparità di amore. La secunda che sia prudente e honesta e casta. Tertio che d'i membri soy sia integra e biem compita, che se con queste concorerano grandeza e belleza acompagnata di richeza, quella tale biem spoxare se poterà a ochi chiusi come cornachia biancha. E cridi certo che tal ritrovata ti ho, ché me rendo certa che quando ti la nominerò tu dirai come io. Ma il gi è uno puoco di obstacullo che è che 'l bixogna gie entravenga la autorità dil papa il perché è tuoa parente distretta. Et ello a ley, il quale a tale biem posto gie haveva l'ochio, rispoxe: ‘"Se la indevinerò me dirà-tu il vero?"’ Et ella a luy: ‘"Certo si!"’ E luy disse, e subito: ‘"L'è la Loquacità;, mia germana, quella gentille damixella e tanto da bene."’ E quella fazendo buoca da ridere non gie 'l seppe negare, il perché gie decte libera licientia che ziò cerchar dovesse, che gie prometea di star cuntento ad ogni cossa che ella lo obligerà e sopra tuto di la dota facesse come volea ché di quella puoco se curava, significandoge che haveva gram domestegeza di tuti i cardinali cum j quale spesso se ritrovava e che 'l tenea il papa in um burseto e che faria ziò che 'l volesse. Ma il perché tal cossa seria troppo longa a narare, aziò che mi vituperendo Batibeco non sia riputato di sua famiglia, cussì pretirirò il raxonamento facto per obtenere Loquacità per sua moglie e quello tuto che adoperato fuo cum il papa per la dispensazione, che in brieve e l'una cossa e l'altra fuoe facilmente obtenuta, cussì togendose l'uno l'altro cum gran suo desiderio antico e cum grande alegreza d'i cuor suoy. Premetuto adonca che habiamo tal doe cosse, veneremo al zorno de le noze nominando la spossa cum le compagne suoe e il spoxo cum i compagni soy; di zascuno narendo le magne suoe virtù per le quale biem fazilmente se comprenderà quanto il spoxo e la spoxa suono da esser amati da' principi e da ogni altro homo da bene riveriti. Et havendo dechiarito il nome dil spoxo e de le virtù suoe, cussì abrazaremo il nome di la spoxa dicendo alcuna cossa de le suoe magne e gloriose virtù. Il nome di la spoxa, come aricordato ha il spoxo, è madona la Loquacità fiola di madona la Golla, di la qualle acuxate suono le done e più di li homini assay, il perché suono più humide, ché cum tale humidità la lengua se rende più pronta e più fazile a parlare; imperò se dice: "Io ho sì secha la lengua che non posso parlare", sì che è pur vero che comunamente le done se ritrovano di li homeni più loquace assay ma anco se trovano de li homini non meno humidi de le done come dicto e gran zanzaturi. In caxa di questey e cum lei nutrita è in parte la stultitia, dove lo Eclesiastes, VII: "Io sempre trovato ho cum la loquacità gran stulticia", ché certo tanto zarlare pur da levità de intelletto prociede, cussì tale havendo palgia assay e puoco grano. E qui aricorderò una risposta de uno nostro cortexano a cui imputato fuo tanta suoa loquacità rispoxe: "Chi ha assay moneta ne può spendere assay"; e non se avedeva il cativello che cussì spendea moneta de stagno credendo dare ad intendere che di arezento fosse, il perché era da li altri tenuto uno homo vano. O loquacità quanto vana sey, che da te zascuno fuzir doverebbe ché fay cussì perdere il credito dil huomo apresso li homeni da bene; avenga che alcuna fiata ritrove riceto apresso qualche grande huomo che di te si tuole piacere, che se tu potesti aldire quelo che drieto da te fi dicto spiero che tu te poneristi il freno. Tu fay l'omo venire in odio a li altri homeni; imperò dimandato il philosopho come far poteria che amato fosse da li altri rispoxe: "Fa' bene e parla puoco." E inanti che passi più ultra, narerò pure prima quanto la spoxa è degna e di quante virtù è doctata. Questa madona non sa tacere; come fanno li imperiti i quali voleno mostrare di sapere cum tanto suo zarlare havendo puoco grano e paglia assay. Questa se rende ad ognomo odiosa, il perché è da ognomo fuzita e desprexiata. O come faremo belle noze, ché certo ha questa madona una lengua che taglia più che cortello e spesso cum suoa imprudentia ferisse i parenti soy. Questa cotale comete molti erori e molte falsità cum verità compone e senza vergogna, credendosse coprire il culo cum frasche, ché certo come proprio è di la vertù havere la lengua frenata cussì proprio è dil vitio loquacità, zioè haver quella difernata. E il perché suoe virtute se discopriranno narendo le virtù de le sorelle e compagne, et essendola noviza, a la quale pur rispecto alquanto hanco se gie debbe, volglio di lei tanto haver dicto. E cossì fornito il nome del spoxo e di la spoxa et aperto che habiamo alquante suoe virtù, persiguitaremo a nominare li altre done che al convivio e a le noze son invitate; se ritrovano fazendo principio da la Adulatione. Questa madona è pure in aspecto suo troppo iocunda fazendo a tuti buona ciera come meretrice embeletata, ché questa tale è una madona che altrui perversamente lolda e grandemente quando vole altrui inganare o dil suo tuore e farsello benivolo come fanno i gnatuoni ne le corte d'i principi, e dicto è perversamente il perché la vera laude importa in sé laude e virtù. Questa madona sempre ha i labri melati imperò pilgia le mosche, zioè li homeni licieri, ché certo è pur dona di gran forza che, come dice il propheta, Exodi XXIII: "L'uomo duro il quale il diavolo venzere e spezare non puote lo adulatore si il cuoze nel lacte dolze". O principi mei, vi ho gran compassione che cussì vi lassiati venzere e fazilmente da questi adulatori cum suoe melate parole e soy lactei presente, non risguardendo a' soy meriti, benefaciendolli cum la bacheta di l'orbo, posponendo i buoni e tacitorni di tal susidio degni, ché certo vi so bien dire che quando gie prestate le aurechie cussì beveti il toscho come il lacte in ocisione di l'anima vostra. O principi mey, quante tale syrene cantano nocte e zorno ne le corte vostre che fanno lo hoficio di prete dil diavolo, che sepelisseno li homeni vivi! Questi tali assemilar se puono a Ioab, dil quale se lieze, che andò ad Amassen come amico e dìsigie: "Idio te salvi", e cum la dextra gie fazea careze tocandogie il mentone e cum l'altra il ferete a morte. Amate, amate e benefacite i vertuosi, ché certo questi tale suono in odio de Idio e dil mondo; imperò Proverbiorum, XXVII: "Molto melgiore suono le botte del corectore che non suono i fraudolenti basi de li adulatori". O baxo de Iuda da esser aricordato e da' principi dinanti li ochi sempre tenuto, ché baxo facto fuo pur per dinari, imperò, principi mei, volgiati amare et honorare i buoni e fideli. E pur qui aricorderò quello che uno savio ad uno che lo adulava dicea: "E il perché tanto mi lodi, vo'-tu-me forsi vendere a me mediesemo?" E qui di tal madona fazendo fine, aricorderò il dito di Seneca Morale; dice che a i principi e i gran richi gie mancha una sola cossa, che è che non hanno apresso di sé homeni i quali se ardiscano de dirgie il vero; imperò Proverbiorum, XXX: "Il principo il quale alde volontiera li adulaturi e presta le aurechie a le buxie, tuti i suoi servitori harà maletiosi e rey". O pestifera madona, tu te acompagni cum superbia, avaritia, luxuria et invidia e breviter mi revolterò a' principi dicendo cum Seneca che non meno riversato hanno i stati d'i principi tali adulatori cum suoe lengue di quello che facto hanno li jnimici cum suoa possanza. I l'altra madona apresso di questa asetata era madona Detractione la quale è una ladra e traditrice cum suoe parole levendo la buona fama d'altrui o cum boxie o cum verità, ché questa tale invidiosa sempre ha siecho la lengua serpentina e piena di veneno e come il serpente va tortuoso, morde senza sterpito, vive di terra, cussì questa madona morde de drieto, dinanti fa bel volto, non dice male nomà in scilentio e senza strepito; questa cotale è secca, manzendo terra per tanta suoa invidia. O principi mey, biem se vuy sapete quanti tale ne le corte vostre habitano, certo homeni da vuy essere cum gran suoa vergogna scaziati in exemplo di ogni tale, ché questi suono pessimi omizidi amazendo cussì il proximo suo, l'anima sua e spesso lo auditore. Amazano i morti fazendoli andare cum infamia su per le piaze, e de questi tali si scrive Yeremie, VIII: "Ecco vi manderò-dice Idio- serpenti pessimi contra d'i quale non vi valerà lo incanto vostro". O servitori dil segnore Batibecho, pur mi revolterò contra di voy aricordendove che Idio per la detratione che feze Maria sorella di Moysè di lui, Idio feze diventar leprosa: Numeri XII. O cortexani guardative che di rognoxi non doventati leproxi, ché pure è vero che sette gran parte um puoco rognoxi e basta, sum intexo. E per farve di tal vitio più docti aziò che da quello più fazilmente riguardar vi possiati, vi narerò i modi per i quali questa madona li homeni cum gran macula tenze che, al presente, septe mi occoreno. Il primo, publicare i mal facti dil proximo. Referire il male audito quello augumentendo. Acuxare il proximo falsamente. Negare il biem audito dil proximo esser vero. Sforzarse de minuire le bone opre dil proximo. Le buone opere dil proximo calumpniare et in mal convertire. Audir mal voluntiera mal dire dil proximo suo. Sì che vi priego, cortexani mei, il quale doveti sopra tuti esser morati! Pur spendendo il tempo vostro in zentileze non vogliati invitare questa madona a le vostre noze aricordendove de Salamone, Proverbiorum III: "Labia dethrahentium fuit procul a me"; ché questi tali suono di puocha carità che vedendo i cani straziare la carne a quelli non cridano piaquendogie il ioco. E per dare una bastonata ai detracturi in admastramento d'i superiori di quelli narerò tale exemplo che de Zuane Crisostimo se lieze. Scrivesse che havendose facto ingravedare la fiola de lo imperatore ad uno suo donzello cussì fuo di ziò acusato Gioane il quale cum lei haveva pur dimestigeza. E ziò creder non potendo lo imperatore per tanta santità di Grisostimo et per quella caldamente amandolo non il feze morire ma lo sbandite in una insula ne la quale scripse sopra le epistole di Paulo. E scrivendo gie parse Paulo, quello confortendo, subiungendo che per tale suo scrivere gie le haveva facto emendare in alchuni luochi. E spesso manchendogie lo ingiostro, ponendose la pena im boca, arecogiendogie um puoco di saliva, le letere scripte di quella subito doventavano d'oro il perché dopoi nominato è Zuane Bocadoro. E venendo la fiola gravida al parto, stendo cum gran doluri et intolerabile pene non potendo parturire, credendo lei prima morire, cussì aricordendose dil suo pecato manifestò il suo pecato donzello il quale ingravedata la haveve, exscusendo Ioane come huomo di tal pecato inocente, il che lo imperatore mandò per Ioane e, zunto a la presentia di la garzona, quella cum gran lacrime gie dimandò perduono, il perché di subito senza alcuno dolore partorite e dil lecto sana in tuto si levò. E per tale exemplo voglia i principi tuore dottrina che fazilmente credere non vogliano a le lengue dectratorie ma ogni sua acusa biem prima examinare. O cortexani mey, biem cum voy mi realiegro il perché fra voy non si ritrova alcuno tal serpente. Et jnanti che mi parte di tal luoco chi, aricorderò quello che scrive jl Conciliator nostro, huomo di tanta autorità, il quale descrivendo jl medico dice: "è uno mare de jnvidia grandissimo, d'i compagni detractore" jl perché essendo tu medico e cortexano cussì tiecho mi realegro che di tal vicio tento non sey e di ziò ringratia Jdio ché questo ti è jntravenuto per la prudentia che Luy ad te concessa ha. Anco ringratia il principo nostro Borso jl perché dato ti ha facoltà e stato per il quale seperato sey da la parte pratica, la quale suole de jnvidia fra medici e de detractione essere caxuon factiva. Apresso di questa tale assetata era madona la Boxìa, certo madona de molta zente specialiter di età puerile e di gioventute e di ogni homo di paupertà tento, che 'l pare che come uno veridico doventa povero cussì doventa boxardo, la proprietà di la quale, come dice Augustino, è uno falso parlare cum intention d'inganare. Questa madona inimica è di ogni buon costume et imperò da questa guardar se debbono j cortexanj i quale voleno sopra tuti li altri esser homini di buoni e nobili costumi, aricordendose che 'l primo autore di la boxia fuo il diavolo, cussì cum quella inganendo i primi nostri parenti dicendogie che si manzaràno dil pomo may non morirano: Genesis III; che pur certa cossa è che la buxia despiace persina ai boxardi, ché ogni boxardo chiamar se può falso denaro, che, come dice lo Eclesiastes, XX: "Piezo assay è il boxardo cha il ladro", il perché il ladro fura il corpo e il boxardo l'anima; imperò Davit: "Segnore tu amazaray ognuomo che dice la boxia", che pure è da entendere de la boxia perniciosa di la quale il primo autore fuo Caim quando dimandato da Idio havendo amazato Abel suo fratello rispoxe: "Non so io", subiungendo: "seria forsi custode de mio fratello?". Questa madona molto habita ne le cità ponpoxe di gran spexe duove le spexe superano le intrate cussì conducendo le pompe li homeni ad impotentia per la quale se rendeno bosadri. Imperò, ferarixi mey, guardative, guardative da le pompoxe spexe se boxardi doventar non voleti; dove Salamone, Proverbiorum X: "Segnore guardame da le boxie e da le simulatione". O Hieronimo, mio degno oratore, ti arecorderò pure, in questo luoco, che più dispiaçe a Idio la boxia cum grande eloquentia colorata di falsi colori, biem che belli siano, che la schieta e grosolana. Ma pur fine fazendo di tal madona il nostro dire, aricorderò che boxia dicta per solazuo e per ricreatione, non per inganare altrui, pecato è veniale ma pur è da guardarse in ogni modo da tal madona aziò che per usanzia non se venga da le zope a le priete; tu me intendi. Apresso di questa nel quarto luoco stava madona Scurilità, la qual cussì era asetata come per bufona in mezo de li altre, non per zentileza suoa che pur populare era, ma per fare ridere le altre done e tenerle in piacere cum parole iocose ma pur infructuose, interponendo acti pur dosonesti come di simia e d'altri animali, aiungendo a quelli parole brute, disoneste e bestiale, di ziò non se vergognando pur che facesse ridere e la brigata solazare. Che se tal vitio è da essere in ognuomo acuxato maxime è in la dona da esser vituperato, ché certo ogni tale o homo o femina che sia, biem dir se può zoeta del diavolo che cussì se dà sé estessa e li altri ocelli dintorno, ai quali piaqueno tal ioco, al diavolo. O buffoni dil parlare e in li acti disonesti, aricordar vi vogliate che fati seti zovete del diavolo! Contra di questi tali parla Paulo, Ad Thesolnj censis III: "Habiamo inteso alcuni de vuy stare in reposso in risi e solazi e gran piaceri; vi anonciamo che per vuy facemo oratione al nostro Signor Yeù Cristo e sì ve pregamo che di ziò faziate penitencia, la quale sia che stagati in silentio e cum quello manzati il pam vostro", ché certo questi tanti e tali risi suono suave barchete e cavalli i quali cum dolçeça di sentimenti conducono tuti tali a caxa calda e, per lungo uxo, quelli ritrano da le opere spirituale. O cortexani mei, vi ho gram compassione di tanta guera che questa rubalda madona vi fa; aricordative spesso de le parole de Luca evangelista, VIII, "Gai, guai che ridette, ché tempo virà che pianzerete". E di lei fazendo fine aricorderò quello che lecto ho a proposito. Ritrovendosse inseme molti gioveni ridere, cantare, far diversi acti e alquanti disonesti e somelgiante dire parole sordide e bestiale, sopragiunse una vechia dicendo: "O fioleti mei, aricordative che sete fuor di casa vostra sbanditi; e come, è forsi questa la via de ritornargie facendove de Idio, per tale rixi e iochi vostri, più inimichi? Non vi acorzeti che 'l diavolo vi è dintorno il quale io tutavia vedo? Andati, fioleti mei, e lassati tal iochi e rixi d'i quali ne converiti render raxone a Idio, e convertitive a quello". E dicte tal parole fece sopra di quelli il segno di la croce. E di subito fu audito il diavolo cridare: "O maledetta vechia, spaventato mi hai li ocelli mei!"- Il perché tuti cussì aldendo e posti in gran timore sentendose da Idio sbanditi, a Idio se convertirno e di loro alquanti si fezero frati. Drieto da questa sedea quella ribalda da ogni lengua da esser disprexiata, da Idio in odio grande havuta, Blasfemia cossì nominata cum la quale tutavia zanzavano soldati, zucatori et alcuni cortexani, ma puochi, ché bien dichiara il grande odio de Idio a quella la gran pena che Idio ordinò al biastematore, duove se lieze, Levitici XXIIII, che essendo impresonato da Moysè il fiolo de la isdrahelita il quale Idio e il nome suo haveva biastemato, gie parlò Idio in questa forma: "Moysè, fa' menare questui fuor di la terra e tuti queli che lo hanno audito biastemare l'abiano a pellare e batergie il capo; da poi sia dal populo lapidato", e cussì feze. Il che feze cridare che ognomo che biastemerà il nome del Signore sia lapidato e morto. O poveriti nuy che Idio il quale per questa lengua ne ha tanto exaltato sopra ogni altro animale, cum la quale vol nui quello laudare e nuy meschini quello cum quella biasteméno! O ingrati rubaldoni che siamo! Aricordative voy, amici mey, che di tal biastemare n'è state veduto tante da Idio vendete che alquanti ha perduta la lengua, alquanti la veduta, alquanti gi è storta la bocca e suomelgiante cosse. O soldato che non tiemi di biastemare Idio ma biem il barbaro, e chi di te dirò. O cortexano biastematore, e donde viene che ardischi de biastemare Idio e non ti ardischi di biastemare il signore tuo ché tanto è la biastema più di mazuor pena degna quanto è la persona biastemata più degna. Lengua dil biastematore è lengua dil diavolo, cum la quale tuti quelli che suono a lo inferno Idio biastemano cum gran dolore. O principi, o padre, o maestri di scola volgiate, pregove, esser curiosi che i subiecti a voy, i quali debono da vuy esser corepti, ebbano in grande odio il biastemare; duove arecorderò Il segnor Karlo d'i Malatesti, segnor certo da essere aricordato, il quale haveva posto pene pecuniarie a le biasteme cussì quelle ritenendo a le page d'i soy cum questo: che quelui che non acusava l'altro incorea pena ne la persona e in la pecunia, che cossì se rendea sua corte tuta catolica, dico quanto per lo biastemare. O padre, o madre che biastemi i fioli dico pur cum la boca sola non come il cuore, seppi che non vai senza pecato e di tal biastemare se ritrova scripto molti padri e madre esser rimasti d'i fioli da puo' molto disconsolati, sopravignendo ai fioli varie disgratie. Sedea in ordine madona la Jactantia che di Batibecho è stretta parente, la quale è madona de una gran brigata pur degna di reprensione cussì laudendosse sì estessa, che è pur segno di una levità quando l'uomo sì estesso se lauda rendendo de sì estesso testimonio che sempre è cussì sospecto, dove Salamone sapientissimo questi tali riprende dicendo, Proverbiorum XXVI: "Non ti laudar ti medeximo ma fa' che altri ti laudi"; vuol dir fa' te virtuoxo aziò che li altri ebba caxuone di laudarte, ché certo ogni laude di sé estesso è suspecta e lorda in la propria boca; dove Terentio: "Omnis laus in proprio ore sordescit". Et imperò i zudei tal pecato imputavano a Iesù dicendogie tu te lodi tu mediexemo e tal testimonio non è vero, ché certo, come dice Salamone, questo tal laudarse è uno despresiarse. Ma forsi dirai non debbe l'uomo laudarse de le opere suoe virtuose; e come non, dice Paulo, Ad Corinthios X: "Io penso non haver facto menor profecto ne la Giexa de Idio de quello che facto ha li apostoli"; ti rispondo che licito è a l'uomo cussì aricordare le suoe buone opere non per rispecto di gloria et esser exaltato dal mondo ma bien per rispecto di revelatione di la speranza, la quale ogni virtuoso haver debbe in Dio, cussì da quello esser exaltato e premiato. E nota tu, gran maestro, quello che se scrive de Nabucadinasor, Danielis III, il quale iactendose di tanta sua signoria, honore e gloria, gie parse l'anzolo dicendo: "Nabucadinasor, tosto perderai toa signoria ché certo questi tali che se esaltano Idio li humilia". Questa madona è pur troppo loxengiera, piena anco di boxìe, che cossì molti si fano inanti ai gran signuri iactendose di saper fare questo e quello pur per cumseguitare utille e stato, i quale certo suono degni da esser negleti. O principi, non mi posso stare di meravegliarne, quando sento vuy dare credito a una frotta de lutti archimisti, che siati sì creduli che se far sapessano quello che i dicono che i vegnesseno per le vostre mane. Quanti de vuy è stati inganati da questi tali e da quelli che cercato hanno cum, vuy de convertere parole in oro! Ma infine dirò cum Valerio: "Nemo tam humilis qui spetie glorie tangatur", dove io sto cum gran suspecione che i grande predicatori che converteno persina le meretrice non siano de questa madona tenti. Se vole Idio glorificare e suolo laudare qui solus dignus est honore et gloria ché certo tal iactantia non viene da magnanimità né da prudentia. Apresso di questa asetata era madona la Maleditione ch'è una diprecatione di male, cussì pregendo che '1 ti venga questo o quello, come dire "va', che ti venga il chachasangue" o cossa somelgiante. Questa madona è sorella di la Biastema e di tal maleditione dice Paulo, Ad Romanos VI: "Volgiate benedire e non maledire", il perché i maledictori perdeno il reame del cielo e spesso in luoro ritorna le maleditione ad altrui da luor date; dove Eclesiastes XXIIII: "Chi maledirà la pietra spesso gie ritornerà nel capo suo"; dove se scrive, Eclesiastes XXII: "Quando lo impio o ver cativo maledisse il diavolo sapia che maledisse l'anima suoa" se cossì maledicendo gie desidera male il perché creatura è de Idio che certo di tal maleditione se aspeta gran punitione. Imperò, cortexani mei, guardative da questa rubalda e desonesta madona, che pur da voi che seguitati nobilitate esser debbe desprexiata. In compagnia di la quale sedea madona la Contentione, pur di lei parente, de la quale Augustino scrive che nulla cossa fa l'uomo più simile a li acti del diavolo e modi soy quanto fa il contendere, imperò Ad Thimoteum II: "Il servo de Idio non debbe litigare ma esser mansueto e humile e seperarse da ogni contemptione" ché, come dice Seneca, la contentione è pasto feminille. Da questa madona, cortexani mey, guardar al tuto vi volgiati ché spesso picola favila acende gran fuocho, ché per vostro documento aricordar vi volgio esser cinque stati di persone cum le quale contendere vi doveti guardare: lo primo è di l'uomo potente; il secundo è dil troppo richo, aziò che 'l non ti mova un'altra lite a te; il terzo è di l'uomo molto lenguato; il quarto di l'uomo iracundo, aziò non venga a furia; il quinto è di la molgye; dove Salamone, Proverbiorum XVIIII: "Huo che ascosta pestilentia aparechia la molgie quando è cum il marito in contentione!". Et a questi cinque stati aiungo il sesto che è de li avocati e precuraturi, che da contendere cum quelli ogni uomo guardar se debba. Questa tal madona, sedendo, per le mane tenea madona la Discordia, suoa germana, inimica di ogni pace, che pure il suo nome aldendo altrui sbigotisse, dona de Idio molto inimica; imperò Mateo V: "Beati pacifici quoniam filii Dei vocabuntur", ché pur leziamo sempre il Segnore a' soy discipuli la pace anonciare et imperò, cortexani mey, stati inseme pacifichi, non vi lasati condure a la discordia per amore de le amoroxe vostre neanco in li vostri solazevoli iochi, ché certo meseto di questa madona è ut plurimum la femina ché fra le altre sète cosse da Salamone nominate, Proverbiorum VII, le quale a Idio molto despiaqueno è la discordia e suopra di questa mazore è la sodomia, ché voglio sapiati che come la pace è semenza de Idio, cussì la discordia semenza è de diavolo. Questa madona suole nei colerici molto dominare, imperò, cortexani mei che di còlera seti tenti, guardative che cum picol fuoco non acendiate gran fiama; imperò non fati cura di ogni parola ditta a voy e tedioxa, ma in tal caxo stati sopra di voi, cussì a puoco a puoco rifrigerendo la còlera e da poi rifrigerata, dire le vostre raxuone e cum temperamento e di ziò reuseriti più savij e più in gratia dil Segnor nostro, ché sapere cum simulatione suportare a tempo le iniuriose parole et anco le iniurie segno è di prudentia grande. Il perché cum questa madona seteremo la Simulatione, la quale non è altro che cum parole astute e maletioxe o cum ati somelgianti altrui 'nganare dendoge ad intendere una cossa per un'altra. Che, pur discorendo in questo luoco, acuxerò più le done maestre di tal arte sapendo cum suoe false lacrime i mariti inganare. O principi mei, biem convene anco voy di tal arte esser maestri ché spesso d'i vostri cortexani vi fi dicto de le boxie le quale biem cognosete ma per minor scandalo mostrate di comprarle; imperò Sigismundo imperatore dicea: "Qui nescit simulare nescit regnare". Chi se vieste de le veste di questa madona diventa una pessima bestia, cussì coprendo la malitia cum una benignità che tali doventano a l'aparentia agnelli e dentro suono lupi. E cum tal veste dano gran ferite cussì la brigata de quelli fidendosse; imperò, principi mei, habiati questi tali in odio, dico de quelli che sempre uxano questa arte. Ma uxar di questa a' tempi soy e per evitar scandalo o per necesità e non per nuocere è pur laudevole. De questa madona fiola carissima, dil corpo suo nasuta, è la Ypocresia, tanto da Idio cum gran suo disprexio aricordata, duove Mateo XV: "O ypocriti tristi, biem profetato ha di voy Isaia: questo populo mi ha honorato cum li labri ma il cuor suo è molto da mì lontano!". O principi mei, quanti, quanti tali ne pascete ne le corte vostre, maxime quando sete scarsi e non liberali a la famelgia, ché tut'i luoro servitij suono simulati, ché fati sono cum buon volto e fati suono cum mala intentione e cum biasteme oculte. Di questa tale cara sorella suono la Adulatione e la Boxia. Sedea apresso di questa madona Promissione Indiscrieta, di la quale, con venia prima impetrata, acuserò alquanti principi, quelli zioè che senza alcuno pensiero e indiferentemente prometeno le cosse a luor dimandate e maxime ziò fanno quelli che d'i beni de la fortuna suono superabundanti, ché più laudevole cossa è a teniere a suo tempo la porta di la caxa aperta e a suo tempo aserata; ché queste tale exorbitante promesse o suono atexe o no; ché, se suono atexe, cussì ti so biem dire che per tanta prodigilità indiscrieta seguita avaritia e rapina, vedendosi di tanto haver da puo' i principi spogliati che, per non rimanere come poveri, cussì si ritrhano dal dare e caschano in odio d'i suoi citadini e fasse come cani famelici; e se non li atendeno cussì hanno prima il morso di la consientia et suono odiati, infamati per tuto per gram boxardi. O principi mei, suplico volgiate fuzire tante malivolentie et infamie per questa tal madona aquistare e subito come alcuna cossa dimandata vi è, prima che rispondeati, fative dare tal sua dimanda in scripto e quella ne lo exàmino vostro biem examinare volgiate, come fa lo illustre principo nostro signore, da puo' fargie matura risposta e non vi lasciate vincere a una volontà non laudata. ché certo tale indiscrieta promessione non atesa fa li amici inimici doventare. Questa madona ancho se exstende sopra quelli e quelle che fanno tale indiscrete promissione a Idio, che da poy strazano le cape e si rimaneno mai contienti, sì che biem è da pensar prima che promessione alcuna notabille se faza; imperò Eclesiastes V: "A Idio despiace la bestiale promessione da la quale tuti guardarse debiamo", ché, amici mei, biem. licito è in ogni tal rompere la fede, come dice il Maestro de sentietntie nel IV. O cortexani mei, guardative da le promessione de le amorose vostre indiscrete ché, a' mey zorni, molti sono mal capitati e somelgiante molte amorose per 'l suo indiscreto prometere. E pur anco aricorderò tal cossa ai mei pregandolli che da segurtà e da indiscrete promessione guardar se volgiano, aziò che altrui non manzi la carne dei soy caponi e luoro le penne. E per habominio di tal madona aiungerò che questa tale seguita povertà, vergogna, odio, inimicicia, infamia, iniuria, suspicione e molti altri mali, ché se lieze de molti haverse impicati per tal suoa indiscreta promissione, il perché è da credere che questa madona sia di la familgia del diavolo. In lo duodecimo luoco sedea madona d'i secrieti Revelatione, non de le compagne di menor reprension degna dona, certo da esser da ognuomo sbandita, essendo stata caxuone di tante jnimicitie e grande e de ruine de cità e de morte di huomeni, assay di parecidij e de infiniti mali. E biem che zaschuno da questa guardar se debba più ziò a' principi conviene, il perché la revelatione d'i secreti suoy è de li altri di mazuore importantia, imperò biem se ànno a riguardarse inanti più de li altri a cuy manifestano i suoi secreti, ché certo la gran fidelità d'i soy cari famelgli e d'i soy cortexani hanno exstimare più ch'a prexio d'oro assay. O principo, come cerchi di haver la cassa dove riponi il tuo texoro forte, biem ferata e chiusa, cussì ricerchi esser quelli in cui riponere volli il tuo secreto sia di boca aserato, biem constante, non loquace, che ebba buon coperto, zioè buona prudentia, vero amatore dil tuo stato, havendo di ziò buon judicio, zioè cum raxone firmato; imperò cum suportatione dirò che la dona toa nonn è buona cassa da servare il secrieto tuo. Ma che dirò-ge de tal matazi che non sanno tacere et ogni suo facto e pensiero lo revellano a le molgie? Io deliberato ho de più presto tacere cha vegnire in odio de le done. O revelatuori d'i secreti d'altrui a voy comessi, che di voy dirò-ge nuomà che siti gran traditori? O principi mey, quando cussì reponette i vostri secrieti in lo pecto dil sacerdote o di servitor vostro alcuno, volgiatello reponere, vi priego, cum il sale di la sapientia, aricordendove il proverbio vulgare: "Servo di altrui si fa chi dice il suo secrieto a chi non il sa". E quello, senza manifesta caxuone, vi conseglio non il vogliate rivelare, ché biem intralvenuto è a' mey zorni dui gran maestri per uno secrieto rivelato essere di amici fati mortale inimici. Ne l'ultimo loco sedea madona Defenssion dil pecato, la quale de Batibeco era gran partexana; questa pare havere comertio cum ogni pecatuore il quale se vergogna dil pecato comesso cussì excusendose, e questa fuo la prima massara che habitasse in caxa d'i nostri primi parenti, Genesis III, ché, cussì excusandosse, Adam et Eva vedendo discoperte le vergogne suoe se copreno cum le foglie dil fico; imperò se dice perfina ad hora quando l'uomo excusare se vole dil suo fallo "il se vole coprire il culo cum frasche". Questa madona, come li altre de Batibeco familiare e coniunta, certo digna è di acusatione e molto dispiaze a Idio, dove Ad Romanos XII: "Non vi volgiati defendere se pecato havete, ché certo quando l'uomo discopre il pecato a Idio, cussì Idio quello copre"; duove Augustino: "Il latrone fuo coperto e salvato il perché il suo pecato manifestamente aperse". O cortexani mei, come fate voy d'i falli comessi contra il principo! Seati savij! Almeno quelli ai prete celati tener non volgliate! Emendative e non volgiate dar albergo a lo inimico vostro che vi conforta quelli tal fali sempre in vuy retenere, ché humana cossa è pecare ma diabolica è a perseverare. Queste nominate madone sono state ornamento grande e suono de le noze di Batibecho come esser suole le done di ogni noze, le qual noze per questa tale saperìa biem laudare se state fosseno buone dil corpo come suono belle di viso, ché pur io certificato sum tute haver habitate in luoco di Venus, di Sam Blaxio, ché ziò fazilmente creder mi il fa la compagnia suoa di questi notabili zentiluomeni a la roversa, certo da essere da ogni luoco sbanditi, vituperati e scazati, il quale, per più manefestatione di le viciose virtù di queste madone e di Batibecho, cussì ad uno ad uno per nome li manifestarò nomineremo, come queste zentil rubalde madone cum suo ordine nominate habiamo. Il perché fazilmente per tal compagnia che continuamente pratica in caxa di Batibeco e di madona Loquacità se comprenderà quanto Batibecho debbe esser in tuto sbandito da ogni degno principo, quello cossì corumpendo ogni corte da bene e fazendo gran danno nedum a luy ma a tuti i cortexani et a' suoy servitori. Diceamo adonca che 'l primo asetato di tali atosecati zentilhomeni si nomina Pravo Consiglio, huomo in aspecto molto grave e bello, il quale per il gran suo periculo è più dai principi esser sbandito, ché certo ogni huomo che contra la consientia consiglia traditore degnamente nominato esser debbe. O principi mei, quanti, quanti de questi gnatoni e pravi consegli ne le corte vostre se ritrovano ai quali spesso date audientia, caxuone grande di vostra ruina; per Dio, vi priego, lassiatilli andare! O avocati, i quali per dinari tirati le leze per dinari li capelli dendo in più consegli, che di vuy dirò nuomà cum suportatione voresti esser tirati per il colo? E di tal dice Salamone, Proverbiorum XXVI: "Sì come suono colpevole quelli i quali cum la lanza o cum la saeta ferisse l'uomo a la morte, cussì colpevole suono quelli i quali danno fraudolente consiglio, cussì ferendoti el compagno". E pur discoprendo la iniquità di tal huomo, aricorderò in questo luoco la autorità di Paulo, prima Ad Romanos: "Non solamentí di morte e di culpa digni sono quelli i quali il mal cometeno, ma anco quelli che a quello conseglio e consentimento danno", sì che questi tali suono obligati ad ogni dampno che seguita. O consiglieri d'i segnori, i quali per compiaxergie gie consegliati la guera, novi datij, cative uxanzie; quando vedetti di ziò voluntà cusì ligative il dicto di Paulo al detto, ché per esser in gratia dil vostro signore pur per puoco tempo, cossì seriti in disgratia dil Segnore d'i segnori in sempiterno. E vuy, advocati, che per puoco prexio sétte caxuone di ruina di tanti huomeni mandendoli a lo hospitale! E tu che medichi, che dai il conseglio a ventura, non sapendo medicina! Aricordateve di la leze De regulis juris?:"Qui causam dampni dat dampnum dedisse videtur". E qui, concludendo, aricordarò per amore d'i principi certe conditione le quale haver debbono i soy consilgieri. La prima: vole esser velgyo, ché, come dice Salamone, "in antiquis est sapientia", ché i zoveni non hanno de le cosse la experientia come i vechi, paribus ceteris dove si lieze di Roboam: acostendosse più al conseglio d'i zoveni, disprexendo quello d'i vechi perdete gran parte dil stato suo, Regum XII. La secunda: che quello tale che 'l conseglia di l'anima soa sia amatore e non sia troppo mondano, il perché da lui non haverà mai perfecto conseglio et imperò Eclesiastes XXXIII: "non tuor mai consiglio da tuo socero il perché è troppo amico di la carne e dil mondo la quale è come molgie dil spirito". Tertia: che tale non sia troppo desideroxo de rempire il ventre suo e d'i suoy matre parente et amici, ché questi tale sempre consegliano a suoa utilità e de li amici soy. O quanti se ne truova tale! E queste baste al presente de la condicione d'i consiglieri d'i principi de le quale scripto habiamo a cumpimento in quel nostro De felici progressu Borsij Estensis Pigliamo misier Irrisorio che apresso di Pravo Consiglio sedea e diceamo di luy che huomo è il quale cum suo zarlare se fa beffe di chi humiliare se vole e più perfectamente de Idio farse amici, come fanno una frota di mondanazi il quale calefano quelli che relegioxi farse voleno dicendo che farse voleno um saco da carbone; va', poltrone, melgio ti serà farte soldato! E cussì desprexando le garzonete tale che a Idio servir voleno cum somegliante parolle. Questi cotali sono satelliti dil diavolo, i quali molti e molte soffocanno e amazano cum suoe maledete lengue. Questi si vesteno di la malitia herodiana, de la quale dice Bernardo: "Officio di malitia herodiana è perseguitare i parvuli, ma molto mazuor è quella de li irrisori", ché Herode amazuò i fanzuleti zà nassuti e questi irrisori amazano i fioli di Sancta Giexa in ventre di la matre, cussì non expectendo che quella parturischa quelli nel sacramento de la penitentia. O irisori, state, vi priego, advertenti quanto dispiacer fate a Idio, ché cussì cerchate di tuorge le anime per le quale Luy sostenuto ha morte e passione. Apresso sedea misier Convicio, che è huomo che dice vergogna e improperio a l'altro e falsamente in presientia suoa. Questui apto è a destruzere ogni buona amicificia e pace e, finaliter, ogni carità, la quale fra le virtù theologice è la più excelente e degna. Questui fratello è di madona Detractione, ma pur diferente da quella il perché, come femina e timoroxa dil cuor fredo, dice mai d'altrui pure in suoa abscentia. E questui, come huomo e dil cuor caldo, senza timore ziò fa in presentia di coluy dil quale dice male. Questui è homo molto periculoso, apto a generare gran scandolli e subiti; e de questi parla il Salvatore, Mathey quinto: "Chi dirà al fratel suo rachaa serà degno dil fuoco eterno." Ma nota che la corectione e lo improperio facto contra lo amico e come amico e cum moderatione è cossa laudevole; ma fata cum parolle bestiale e senza moderamento è da essere riprexa, sì che se vole mansuetamente riprendere lo amico et eliezere il luoco a ziò convenente per evitare ogni scandolo in tale coriezere. Apresso di costui sedea il Sermone Iudiciale, il quale ha pur gran moltitudine di compagni, cussì essendo la brigata tale pur troppo corente a far di altrui iudicio, ché certo è gran vicio cussì presto far iuditio di la bomtà o malicia di l'uomo se prima di quello havuta non è exquisita informatione; et imperò la Sapientia: "Non voler iudicare secundo la faza ma fa' iusto iuditio". Sì che, cortexani mei, non dovette iudicare altrui senza raxuone se non voleti esser iudicati; ché lievemente iudicare è uno dei segni grandi de la insipientia. O quanto grave è questo iudicare, il quale se fa da tuti fazilmente, ché vidiamo molti essere rimasti enganati havendo iudicato Pietro esser buono e iusto che da puo' s'è ritrovato esser cativo e iniquo per qualche gran machia in luy discoperta; imperò, principi mei, non vi fidati cussí fazilmente di ogni Deo gratias di tale nel primo aspecto humiliati, ché di ziò vi è di bixogno esser avixati aziò non cazarve ne la trapolla; basta, credo esser intexo! E cussì presto fidar non vi vogliate d'i famelgy o ver servitori tolti da nuovo, i quali sono più cha soliciti, ché tanta diligientia è da essere suspeta havuta come dice Cicerone. E i famegli affidati volgiateli cari tenere e queli benificiare aziò che ebbano caxuone in tal fidelità perseverare. Apresso di questo sedea Periurio, che homo è che dice boxie cum sacramento firmate in iudicio dimandato; e come se 'l iuramento è da Idio vetato e quanto più serà il periurio, dove habiamo Mathey, V: "Non jurare per lo cielo il perché è trono de Idio, né per la terra il perché è suo scabello". O cortexani mei, quando jucati a le carte, o a dati, o a la balla, priegove, guardative da giurare, aziò che per consuetudine non vi avezate a periurare, ché certo da le zope fazilmente se viene a le pietre. O Rubaldone, aricordate che Idio dato ti ha il sacramento per sigillo, cum il quale vole tu sigilare dover la verità, ché cussì sigilendo la falsità contrafai la bola dil Signore: "O mane indiavolata che cussì sperzuri, aspecta, aspecta di te gran punitione!" O periuratore, atendi; ché piezo sey di la sinagoga d'i iuderi, la quale cerchuò di condure Iesù a la colpa di la pena di la morte; e tu, cussì periurando, il cerchi di condurlo a la colpa come falso testimonio, la quale è mazuore di la pénna. Dice Zacharias, V: "Dissime il Signore: questa è la maleditione che serà sopra la faza de la terra, che ogni ladro serà iudicato et ogni periuro comdempnato e consumata serà la lengua suoa, serà questo tale scaziato da Idio e non potrà in ciel montare". Imperò, cortexani mey, guardative dai iochi per i quale spesso a periurare setti conducti, di tal periurio fazendo puocha exstima. Apresso di questo tale sedea Turpilaquio, che certo disonesta ogni boca, e più quella del zentiluomo e virtuoxo cha del vilano e rubaldo; imperò, cortexani mey, priegove, cunzessia che seati tuti zintilhomeni o de parenti digni nasuti, guardative da le bruthe e disoneste parole! Imperò Paulo, Ad Ephesi [n] ]os V: "Fate che in vui non sia inmunditia, né avaritia, né bruto parlare, come cossa che in odio è a li sancti, ché certo i bruti parlare corumpeno i buon costumi"; Ad Corinthios XX: "Ché come lo savio et honesto parlare fa l'uomo esser prudente e buono riputato, cussì il disonesto fa il contrario e più lorda l'uomo cha se in lo fango caschasse". Apresso di questui sedea Stultiloquio, il quale non è di menore acusation degno dil compagno, fazendose l'uomo per quello bestia riputare; ché 'l savio parlare fa l'uomo esser riputato e di memoria glorioso cussì spesso dai posteri aricordato; il che aricorderò in questo luoco quello che se lieze de Scipione Affricano, giovene di anni XXIIII. Di lui se scrive che tanto grave erano le suoe parole e tanto sapientissime che, quando era nei circuli cum li altri citadini, tuti stavano cum la boca aserata, observendo la boca di Scipione come di uno spetato oraculo, che cussì vorebono esser tute le boche d'i principi. Sedea cum questo Bilingue, huomo rubaldo quale dinanti ha bom parlare e di drieto morde, che a la gata asimilar si può, de la quale se dice: "malaza quella gata che dinanzi me lonze e de drieto mi graffa". Questa è una pessima generatione di homeni i quali sempre suono in odio a Idio, duove la Sapientia, VIII: "Aroganti, superbi, bilingue, molto vitupero"; ché certo suono da esser vituperati il perché sempre suono pieni di mala intentione, duove Eclesiastes, V: "Vituperio e contumelia herediterà ogni bilingue". O Batibecho, fa' a questi tali grande honore, il perché ti serveno cum doe lanze, dove li altri ti serveno pur come una sola; dove pure Eclesiastes, XXVIIII: "Maledetto è da Idio il bilingue e il susorone"; il quale Susorone qui asetarò cum questi nominati nobili citadini in l'ultimo luoco, di lui dicendo che questi tali fanno cum le aurechie quello che fanno i cani cum il naso, che biem nominare se può bracho da parole novele e zanze, ché non puono patire che alcuna cossa da nuovo compari in piaza che quella non vogliano sapere, e somelgiante fanno di facti altrui; questi suono fratelli di la spoxa dicta, che cossì impregnati di zanze schiopano perfin 'a che non hanno quelle parturite e in diversi luochi. Questi tali sono da esser fuziti, non sapendo tenere in secreto alcuna cossa et imperò Levitici XIX: "Non serai susurone ne lo populo mio", et Eclesiastes V: "Guarda, guarda che susurone non sey nominato in vita tuoa", ché questi tali parturiscono odio, inimicicie, contumelie; duove Paulo, Ad Romanos primo: "I susuroni suono in grande odio a Idio e da quello maledicti". O Nicolò mio, quanto piacere debbe ogni persuona da bene havere vedendo tale e tanta bella brigata di done e zentili homeni cussì assetati a le noze dil gran maestro Batibecho, cussì biem vestiti et adorni di tal veste dicte che biem mi par poter dire che perfina a chadauno di luoro tal vedere gie debba esser odioso e di grande habominio, essendo tuti e tute cossì selerati, prima jn odio a Idio, da poy a li homeni dil mondo. Chi è adonca di tanto precario judicio e di consientia sì enorme che non cride ogni Batibeco degno da essere da ogni luoco da bene scaciato e vituperato? Il perché, essendo ziò che di lui dicto habiamo più cha vero, i principi de principato degni quelli per tuto scaziare et a quelli le aurechie sue tanto degne per nulla prestare, ma bien honorare tuti quelli che di Batibecho suono inimici; e di tal cossa habiamo nel principio asignata vera caxuone. Ma pur per la gran dignità e rispiendentia di tante noze, sempre hironice parlendo, voglio narare le nobile e magne vivande che date fureno a queste nobile e zentil persone per el magnificho e splendido seschalcho de Batibecho, Ocioso Parlare nominato, huomo certo di tal cosse molto experto e di tal noze degno superiore, ché, come dice Hieronimo,"ocioso parlare è quello che fato è senza utilità de quelui che parla o di quelli che aldeno", ché da questo, come da li asetati zentilhomeni, zaschuno guardare se doverebbe, dove è da sapere che a suo tempo dir qualche follia o somelgiante parlare in recreatione suoa o de li auditori non è sempre ocioso parlare, maxime quando è honesto, il perché come dice Catone: "Interpone tuis aliquando gaudia curis", sì che tal cossa non è da essere vituperata; somelgiante è da dire d'i iochi et altri piaciri in recreatione dil corpo e di l'anima ritrovati, dove se lieze de Iohane evangelista che per ricreatione suoa e d'i disipuli iocava a l'arco. Ma tal cossa, se non vole essere acusata, bixogno è che facta sia cum le circunstantie di la temperantia, che qui pure aricorderò che l'uomo è dicto picol mondo facto da Idio a similitudine dil grande, del qualle la boca è il cielo e come il cielo non apre la boca suoa e parla senza gran mistiero, come feze quando Yhesù fu baptizato, che cussì audita fuo la parola dil Padre, cussì l'uomo aprir non doverebe la boca suoa senza gran caxone e raxone e gram fructo di sé e de li auditori. O cortexani mey, cum suportatione pur vi aricorderò che di la tentura di tal seschalcho ne sete pure alquanti di voy biem tenti et alquanti, se non tenti, ma umbreziati; de, per Dio, guardative da la compagnia di tal seschalcho e, ultimo, per tal cossa aricordative, come aligato habiamo in Matio, che di ogni vostro octioso parlare ne convenerete rendere raxuone a Idio nel zorno dei iudicio e di quello ne portareti pénna grande. Et havendomi satisfato al nome e a la qualità dil seschalcho, voglio pur narare il grande suo provedimento et nobile e splendido aparato dil gram suo convivio, certo da ognuomo da bene da esser molto considerato e da ogni savio capo biem cum prudentia interpetrato. Feze questo magnificho seschalco per la prima inbandixone in tavola portare gazuole, rane, cigale cum il sapore suo conveniente, pur alquanto dolze nel primo intrare de la boca, ma nel gusto, quando acetoxo, quando amaro, quando mordente: cibo certo da lo animale volatile che di vento se notricha; questa vivanda apresentata foe cum rixi e gran strepito di campanele. La secunda vivanda fuoe carne alessa di cicogne che tutavia batevano il becho, acompagnata di carne di volpe cum salzizoni facti cum carne di pecora, di volpe e di serpente. L'ultima fuo il 'rosto di carne de lupo, volpe, acompagnata di lengue serpentine infolzite, cum strepito di violete, dolzimeli, piva di vila, cum i qualli instrumenti era moltitudine di corni cum suo strepitoso suono acompagnata, ché certo bien scornati se ritrovano infine tuti quelli che Batibecho seguitano e credito gie danno. Ecco, Nicolò mio, la grande e resplendente gloria di Batibecho, la quale a tuti che 'l seguitano e credito gie dano se gie converte in dano e gran vergognia, il perché è huomo da esser per tuto scaziato, maxime da' principi, i quali debbono essere di nobel compagnia, tuti gloriosi. Ma per darte, a te che sey morale e biem acostumato, qualche degna ricreatione et ai leturi gran piacere di tal liezere digni, sotolungerò le gloriose noze, certo degne da essere da ognuomo prudente sapute e riverite, dil Serabocha, huomo tanto degno, contrario in tuto a Batibecho, per le quale relucerà mazuormente la malitia e ignominia di Batibecho e di suoe vituperose noze, ché, come dice Aristotile, "Contraria iusta se posita magis elucescunt". Diciamo adonca Serabocha esser huomo grave e taciturno e tuto da bene, di gran reverientia degno, il quale dicto è Serabocha non il perché sempre quella tenga aserata, ma il perché quella tene asserata e sempre a le zanze et ociose e dampnose e fraudolente parole di Batibecho, quella fructuosamente e cum verità aprendo, parlendo sempre cum gran prudentia, ne la boca dil quale la brigata si spechia come in uno sanctuario. Et inanti che ultra scriva priegote, Nicolò mio, per tanto mio longo scrivere non mi voler riponere e nominare compagno de Batibecho, il perché il luongo parlare de le cosse de Idio e morale non è di quella famelgia. Ma pur per satisfare al tuo expectato disio, narerò le noze di Serabocha cum brevità, il perché state suono brieve, degne e certo di gran prudentia, senza strepito veruno e cum puoche persuone adimpite. Questui, come huomo grave e molto circonspecto, tolto ha per molgie madona la Taciturnità la quale posta è in mezuo de duoe venerabile matrone, zioè piunbole a nostro muodo nominate: madona la Prudentia e madona Temperantia. É quella spoxata, cum quelle duoe e suoe donzelle, a caxa menata, senzia strepito di pasti e di suoni e di tale rimore populari uxati, il perché mi pare che quando aperto haverò le dignità grande di la spoxa e di queste duoe matrone e il nome de le donzelle biem cognuscute, cussì haverò satisfato a toa dolze expectatione e cum honor mio sigilare potrò il nostro libreto, maxime se infine aricorderò una detestabile dimanda e pregiera che facta mi ha Batibeco senza vergogna alcuna. E seguitendo a l'ordine dicto, mi convertirò a l'ordine a madona la spoxa Taciturnità nominata, la quale è in tuto a la molgie di Batibecho contraria. Questa madona è di tanta vertù e sa sì bene tenere la lengua suoa in freno che mai non nuoce ad alcuno, imperò Catone: "Il tacere non ha may nozuto a veruno, ma bene la loquacità". Ma pur è vero, come dicto habiamo, che l'uomo non può tropo parlare parlendo de le cosse de Idio e morale, imperò Ieremia: "Guay, guay ad me che ho tazuto", et Augustino: "Guay a quelui che tacerà di te dire, Signore"; imperò Davit: "Lingua mea sicut calamus scribe velociter scribentis". Vole adonca madona Taciturnità essere cum Prudentia e cum Temperantia acompagnata, aprendo la boca suoa a cosse buone e fructuoxe dil proximo a suo tempo e luoco, guardandose dal scandolo, duove se lieze che lo abate Agatone, per potere la lengua mieglio rifrenare, sempre tenea in boca una predicella. Somelgiante faceva Demostenes, il quale era traulo per più eloquentia sua che certo l'uomo esser vole, cussì taciturno che vediamo questa taciturnità esser di tanta dignità apresso li homeni che per quella molti mati suono reputati savij, il perché Hipocrate philosopho la prima cossa che insignava a' soy disipuli era la taciturnità. Et Epimenade philosopho laudendo questa spoxa dicea: "La natura, del vivere de l'uomo maestra, fato ha a quello doe late aperte aurechie et una suola lengua centa di dui spaldi, zioè di denti, l'uno e l'altro d'i labri, e ziò facto non ha senza gran caxuone ché dir volse l'uomo ad audire esser promto ma al parlar tardo". E Zenocrates, essendo da alcuni suoi convicij ripreso che cossì retenete la voce e da uno de quelli dimandato il perché haveva cossì tenuta la lengua in freno, rispoxe: "May non me empentiti di haver taciuto ma bene de havere parlato". Et Aristotile, havendo mandato Calistone, suo disipulo, ad Alexandro, gie comandò che raro parlasse al re o iocundamente, aziò che apresso di quello per lo silentio stesse più securo o, per tale suo iocundo parlare, se rendesse apresso di quello più sec: acepto. O silentio, di quanto honor degno sei, ché ziò biem sanno i veri religiosi, i quali te hano in gran riverientia, ché, come scripto habiamo nel principio, di troppo grande dignità è la parolla; sì che questa degna Taciturnità esser vole prima cum Prudentia acompagnata, la quale quella drizerà nel suo glorioso fine, fazendola saputa de le cosse presente, passate e che hanno ad venire, quele cum la Prudentia sempre discurendo e quella amaistrendo qual parole suono da esser ditte e qualle suono da essere tazute, cussì rendendola saputa dil bene e dil male, fazendola biene examinare quello che dir se debbe, aziò che da poy di tal dire empentire non si ebba. Imperò, fra tuti li homeni, maxime in li principi la taciturnità cum la prudentia acompagnata è da essere honorata il perché ogni macula di vicio e di pecato più in luoro reluce, come la macula più dispare ne la vesta più degna, sì che non debbono sue parolle getare a quatro a quatro né ancho fazilmente prometere, aziò che da poy non si ebbano a empentire, ma sempre guardarsse inanti cum buono exàmino. Questa madona cussì Taciturnità amaestra che solamente compiacer debba a quelli che meritato lo ha, il perché è maestra dil biem vivere. Questa gie ensengna che per iniuria che dicto gie sia aprire non debba la bocha, come fece Yhesù da' zuderi iniuriato; gie ensegna aprire la bocha cum grande humilità e non precipitantemente parlare, rendendola tuta circunspecta, fazendola da longi vedere e discernere el biem dal male. Cum questa madona sedea in compagnia Memoria e Providentia, Intelligentia, Solercia, Docilità Regitiva, Milicia, Politica Yconomica, Dialetica, Retorica cum Philosophia e pur a' piedi suoy, il perché erano di lei nobele donzelle. Da l'altra parte sedea Temperantia che amaistrendo quella che ne l'animo suo se faza tranquilla, ponendo il freno a lo apetito de le passione aziò che non discora exorbitantemente in parole o vane o octiose o dampnose e somelgiante, ma che ogni parola escha di quella cum il freno; imperò la honestà fi dicta belliza di la temperanzia. Vole la parola esser di grande honestà vestita, non de lenonicinee veste a modo di meretrice embeletata, ma di suo proprio colore ornata, che è la verità. Questa madona a queste noze portato haveva duy bocali d'oro: uno pieno di fuocho, il quale tenea in la man senestra, l'altro di aqua pieno, il quale tenea ne la man dextra; per lo primo significava lo apetito humano esser troppo ardente a le cosse che gie dilecta e a' stati e a dignità, a robba, a femine, e somelgiante per lo secundo pieno di aqua, cum il quale asmorzava il fuocho; significa la raxuone, cum la quale asmorzar se vole tanto suo apetito a le cosse che delectano contra raxuone. Imperò, principi mey, non volgiate tanto prestare le aurechie vostre a questi Batibechi come parte de voy fa, ché se 'l fosse posibelle che vuy di tal cossa potesti entendere quello che dreto da voi se dice, non mi dubito che ogni Batibecho vi veneria in grande odio, ché questi tali suono pur troppo presumtuosi, cussì credendo che quando facto hanno la brigata ridere, che li amino e che pronpti si rendano a compiacergie in ogni suo volere. Certo tal gaioffi se voleno da la presentia d'i principi sbandire, come dicto è. E cum questa madona, a' piedi suoy, sedeano queste nobile donzelle: Abstinentia, Sobrietà, Honestà, Chastità, Virginità, Continentia, Modestia, Pietà, Misericordia e Pudicicia. Nicolò mio, non precederò altramente in dichiarire le virtù de le donzelle de questa madona e di la Prudentia il perché, come dice Aristotile, "Que per se manifesta sunt non indigent probatione". Sì che essendo tanto note a zaschuno, cussì le taxerò al presente di quelle altramente manifestare e presertim il perché tal scrivere seria molto longo e, cussì scrivendo longo mi poteria essere imputato che fosse fato discipulo di Batibecho, il quale ho tanto detestato che pure vero è quello che dice Cato: "Turpe est doctori cum culpa redarguit ipsum". E per somelgiante, senza altro strepito di molte parole, nominerò ad uno ad uno j zentilhomeni che se retrovéro a tal nobile e gloriose noze, certo famosi e di memoria degni. Sedea nel primo luoco Salamone, apresso dil quale stava Seneca Morale, Catone e Iuvenale; da l'altra parte stavano quelli venerabilli e Santi gloriosi, di la Giexa doctori: Gregorio, Hieronimo, Ambroso et Augustino, i quali si sforzoreno cum nobele sermone, zaschuno il suo publichendo, di laudare e magnificare questa nobel spoxa di madona Taciturnità pur sempre a laude de Idio omnipotente, il perché sì forte iubilava il cuor di Catone, sentendo tante laude de questa degna spoxa esser cum tanta afectione da sì gloriosi docturi pronuntiate, che contenere non se potete che ad alta voce non cridasse: "Virtutem primam puto compensere linguam", ché altro dir non volse nuomà che havere la lengua doctata de prudente taciturnità e di moderato parlare era la prima virtù de l'uomo, che tal dire certo ha gran coda da esser biem masticata. O Nicolò mio, quanta sia la disparità di la relucencia di tal noze biem mi rendo certo non sia huomo sì ciecho che quella non cognoscha e biem comprenda, iudichendo queste esser dignissime e di gran laude degne e quelle vituperose, da ognuomo da bene vituperate esser abominate, il perché questo poltrone è da ogni luoco da bene essere sbandito. E specialmente da le corte d'i principi degni, ne le quale habitano tanti nobili garzuoni in nobeli costumi nutriti dai parenti soi, aziò che la presentia di tal Batibechi non ebba a quelli corumpere e male acostumare. E, sigilendo il volumeto nostro, non taxerò che non arico infine non ti apra una grande prosuntione di questo poltrone Batibecho, il quale venuto è da me, sapendo quanto tuo sum, pregandome e suadendome cum suoe astucie et adulatione e parlar falso che conçesia che andar volglia a questo setembre in la 'lemagna a visitare quelli splendidi baroni e segnori e cum luoro conversare e in le stuve suoe stare, che ti voglia confortare, dendote buon presio e certo degno, che dignar ti volgi di quello farte caro suo compagno, dicendo prima quanto per te, homo spectato e docto, più honorato serà; da poy, che sapendo tu todescho e luy non, cussì ge serai molto necessario e utille il perché, tu ziò consentendo, consiguiterà grande honore e più utilità asay. Et io, jnanti che finisse tal parole, non potete tenere la lengua in freno, dicendogie quella vilania la quale convegneva a tal poltrone, aricordendogie la gran disparità che fra vuy duy era: prima, toa nobilità, doctrina e glorioso stato tuo, cussì essendo de lo illustrissimo nostro duca caro compagno e commensale; dicendogie: ‘"e duove venuta ti è tanta presumptione cussì sapendo tanta fra voy disparità che per tuto il mondo il culo suo seria sempre più honorato cha la boca tuoa? Va' va' cativello, va' im pace e trova d'i toy pari e cum quelli ti acompagna, che biem ritroverai todeschi assai per buom. merchato che te acompagnarano!"’ E ditoge tal parole e de più vituperose assay, non però se vergognò ma, chinato il chapo, cum uno chachino, senza altro rispondere, se dispartite. Et io aricordendome per tal suo gignare quello che del rixo e iochi letto haveva da Bernardo parendome tal suo scrivere essere al proposito nostro molto fructuoso e al libretto congruente, cussì me disponeti in fine di questo quello da me lecto aiungere a quello che per la vechia aricordato era ai zoveni cortexani che insieme scendo tanto gignavano e iochavano come scrito habiamo de suopra. O principi e cortexani e voy tuti homeni mortali, priegove, volgiati me ve aricordare che sbanditi sette da la patria vostra celestiale, e che 'l Signor d'i segnori, Idio zioè omnipotente, concesso vi ha questi vostri zorni di la vita solamente aziò che in quelli dolerve e pianzer debbiati i pecati e le ofese contra di Lui comesse, per cussì potere a la patria vostra vera e felice ritornare, il perché da vuy non suono da esser consumati in rixi, sgignamenti e iochi, dicendo il Segnore: "Guay, guay a voy che ridette, ché biem vi so dire che tal rixi se convertirano in lacrime!" Né alcuno riprender mi debba, priego, che cussì volgia tal mio scrivere più tosto a lacrimare et atristarsi convertere ch'a ridere et alegrarse, il perché deliberato ho de seguitare i documenti in tuto dil Segnore nostro Idio, il quale ce conforta che tanta sia la nostra diligentia in questo mondo che di l'altro possiamo esser per quella securi, dicendo Luy: "Beati queloro che pianzerano il perché di tal suo pianto se ritroverano consolati", duove il Propheta: "Qui seminat in lacrimis in exultatione metet". Certo biem so ogni christiano sapere che la via di andare in paradixo è streta, come dice Augustino, e quella che ne conduce a caxa, calda e larga e spatiosa, il perché so biem principi e tuti confortare che più presto eliezer debano cum puoche angustie e lacrime ritornare a la patria felice cha drieto tal brieve alegreze descendere im perpetuo nel profundo de lo inferno. O principi mei, essendove tanto obligato non posso stare che non ve aricordi quello che è aricordo di vostra salute. Ponetivi, priego, dinanti li ochi per vostro gran spechio il richo che vestiva sempre a bisso e purpura cum tanta nobel suoa famelgia, cum tanti splendidi convivij, tanti delecti, risi e iochi; e biem meditar volgiati la suoa grande e perpetua pénna a lo inferno ricevuta e, drieto, meditare la gloria, alegreza grande di Lazaro mendicho, aziò che tute queste cosse lubriche, mundane, che tosto passano, cussì vi venga in odio. De, ditime priegove che piacere ha al presente quello richo superbo il quale al mondo se dete tanti luxuriosi piaciri et ora cum le medulle suoe cussì nutrica la fiama dil fuocho di lo inferno cum gran tromento e senza fine. De, ditime anchora che a luy zuova tanto nobil suo pastezare, suoi tanti rixi, tanti deletevoli iochi, i soi dolzi baxi et abrazamenti e tocare di damiselle pelegrine, tanto suo havere, tante suoe zoglie, castelle e cità, suoy tanti cani, cavalgli e vestimente e pietre preciose! Certo biem melglio è eliezere cussì in questo brieve tempo nostro di stare in lacrime per da poy conseguitare vita eterna che stare cum tal falsa alegreza mundana in brieve tempo transitoria e da poy substeniere per quella perpetua amaritudine. O principi mei, volgliati me, priegove, a ziò havere grande advertentia, e questi Batibechi gnatoni, huomeni mundanazi et inutelle da voy elongare, i quali non seguitano altro che false et brieve alegreze! Et apresso di vuoy volgiate havere, come ancho di sopra aricordato è, e cari tenere homeni digni, literati e da bene, e quelli honorare e benificare, quelli audire e da luoro emparare; dico d'i maestri in theologia. Et havere ogni vostro studio e cura, come buoni e veri padri, d'i vostri citadini, i quali per subiectione et amore fatti ve suono. fioli, quelli biem riezere e gubernare tenendoli im pace insieme, rimovendo le discordie fra luor nascute, administrendo iusticia cum misericordia. E sopra il tuto cercati di stare im pace cum il Segnor d'i segnori, la quale da lui sempre cum contrito cuore dimandar dovieti, imponendo fine ai rixi e fabule de Batibecho, fazendove soliciti al bene de la republica vostra, aziò che quella sia da voi biem gubernata, cum iusticia e vera pace. E che la summa verità vi ebba a risguardare cum l'ochio de la misericordia suoa, ché ziò biem farete se il Signore d'i segnori cum buom cuore amarete, cum astenerve da tal vane concupiscentie e mondanaze, dendo de le elimosine a' poveriti e non donendo il vostro, il quale Luy per sua misericordia dato vi ha, a tal Batibechi a Luy sumamente odiosi et a Quello fazendo oratione, ricognosendo i beneficij tanti e grandi senza alcun vostro merito da Luy ricevuti. Et infine aricorderò una cossa degna a tuti i principi salutifera e di sua gran futura gloria. Debbe zascuno principo eliezere uno elimoxinario, homo degno e da bene, di buona fama,che ebba a destrebuire le suoe elimoxine ricerchendo le contrade de la cità ogni zuorno e la povertà di quelle sovegnire. E non lassare tal Batibechi quelle destribuire, i quali, cum grande ignominia d'i principi, quelle reponeno nel ventre suo e d'i soy benivolli, batendo il becco cercha i buon boconi e bum vini, il perché tuti i principi debbono far gran scruptinio e diligente in creare suoy officiali, che quelli siano e zentili homeni, buoni o vero populari, di boni costumi, di bona fama, che temano vergogna e soa e dil segnor suo, i quali siano e dil segnore e dil suo haver amatori e non d'i soy beni e dil suo honore usurpatori. Huo, Huo, Nicolò mio Varro, biem so tu cognoscere quanto scripto ti ho il vero; priegote adoncha per questo tale, volgi al tuo votto in gram parte me satisfacto havere, sì che, Nicolò mio, biem pare per haver posto queste gloriose noze, facte cum tanta prudentia e temperantia al parangone cum quelle de Batibecho, quanto questo Batibecho cum tuti i soi compagni, parenti et amici, di gran reprensione degno sia; degno, dico, da esser scazato da ogni buon luoco santo e morale e da venire in grande abominio ad ogni principo di principato degno. Bene, vale Vare, et vale vere.

Explicit opus.

Savonarola, Michele.

Crediti | Info testo

Nome utente:

Password:


Registrati


Informatica Umanistica

Università di Pisa