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Paolo Tronci

Annali Pisani di Paolo Tronci. Rifusi, arricchiti di molti fatti e seguitati fino all'anno 1839 da Giuseppe Tabani. Seconda edizione accresciuta delle memorie storiche della città di Pisa dal 1839 al 1871 scritte da Giovanni Sforza, Tomo II


Introduzione

Chi ha tenuto dietro alle cose discorse nel primo volume conosce i più strepitosi fatti di Pisa. D'ora in poi non troveremo che giorni di rovina; ma gloriosi, e per ogni età memorabili. Sotto il 26 aprile 1325 la pisana Repubblica e i Volterrani, per mezzo di ser Jacopo di san Vitale da Calci e di ser Vanni di Giuntacino, convennero che tanto l'una quanto gli altri potessero perseguitare i ribelli, banditi, predatori e guastatori: quei per il volterrano, e questi per il pisano: condurli prigioni, castigarli, e ripigliar le prede fatte, purchè non s'entrasse in terre murate senza vicendevol consenso. E tutto questo per tre anni. Intanto in Sardegna avveniva tal fatto che dovea spengere fin l'ultimo raggio di speranza di dominio sopra quell'isola. Il presidio di Bonaria o Arragonetta non tardò ad abusare della sua posizione, e s'impadronì d'alcune navi pisane che la Repubblica mandava a Caglieri: fu forza adunque riprender la guerra. Spossata dalle antecedenti disfatte, Pisa chiese aiuto ai Ghibellini genovesi che, rifugiati in Savona, sussistevano colla professione dell'armi.
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Col loro soccorso fu pronta un'armata di trentatre galere, e Gaspero Doria n'ebbe il comando. Egli navigò verso la Sardegna, e il 29 dicembre si affrontò nel mare sardo cogli aragonesi. Ma la fortuna stesse per quest'ultimi: otto galere dei pisani furono prese; l'altre, moltissimo danneggiate, si ritirarono; ed il castello di Castro, ultimo possedimento dei pisani nell'isola, fu esso pure ceduto.

Indice

1. Anno 1326

Temendo di peggio ed alla prepotenza della sorte piegando il capo, i Pisani spedirono un'altra ambasceria al re Giacomo e a don Alfonso. Per la mediazione del papa fu accolta Cortesemente, e si concluse nuova pace ai patti infrascritti: Che si fa scambievole pace tra Jacopo re d'Aragona,e l'infante Alfonso suo primogenito e i Pisani, lasciando luogo d'entrarvi dentro tre mesi a Giacomo di Majorca. Che il re lasci ai pisani tutto Quello, che gli dovevano per il censo di Caglieri e Castro, ed essi all'incontro lasciano al re duemila Lire, che loro doveva per le saline di Castro. Che si Rendano vicendevolmente i prigioni. Che i pisani cedano al re Caglieri con tutte le sue appartenenze, con condizione che quelli che vorranno partirsi con le sue robe debbano esser condotti a Porto-pisano a spese del re. E che quei pisani, che ivi hanno dominio in alcun castello, ne restino in possesso, e specialmente i conti Raniero e Bonigazio di Donoratico. Che i pisani possano tenere il console o consoli in Sardegna e Corsica. Che nessuno, eccettuati i pisani, possa estrarre dal giudicato di Gallura grano o altre grasce, se non darà sicurezza di portarle a Pisa. Che il re dona alcuni castelli nel giudicato di Caglieri ai pisani con mero e misto impero, se però essi più tosto non eleggeranno di vole quattromila fiorini d'oro l'anno da pagarsegli nel castello di
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Castro; ed abbiano i pisani tempo tre anni a dichiararsene. Che l'Opera del Duomo di Pisa goda tutte le giurisdizioni, privilegi, esenzioni e beni che prima godeva in detto giudiciato di Caglieri. Ed a stipular detta pace andarono: F. Bacciomeo da Pisa guardiano, F. Giov. da Settimo pisano de' minori conventuali, il cav. Jacopo da Parrana de' Gualandi, Raniero Tempanello e Bartolomeo Mussi Giureconsulti.
Ed ecco così abbandonata per sempre la Sardegna, campo ai Pisani di tante glorie, altare di tanti sacrifizi, il cui possesso fu per Pisa uno de' più bei fasti, e la perdita non dubbio segno d'imminente rovina.

2. Anno 1327

Al quale infortunio se ne aggiunse un altro ben presto, la discesa in Italia di Lodovico il Bavaro. Ma qui conviene riprendere le cose da più alto. Alla morte d'Enrico VII di Lucemburgo due fazioni scesero in campo a contendere, per dargli un successore. Non potendo in alcun modo accordarsi, elessero ciascuna un imperatore; una Federigo d'Austria, l'altra Lodovico di Baviera. Entrambi gli eletti furono consacrati e coronati, e dall'altare di Dio passarono al campo per farsi guerra infame e sacrilega; sendochè la madre dell'uno era sorella al padre dell'altro. Le ostilità seguitarono fino ai 28 settembre 1322, nel quale la battaglia di Muhldorf fece cader prigioniero in mano di Lodovico il suo competitore. Allora il Bavaro cominciò a governare come legittimo sovrano l'impero, e potè rivolgere finalmente lo sguardo all'Italia. Era la bella penisola agitata da mille ambiziosi che, sotto l'antica divisa di Guelfi e Ghibellini, cercavano dilatare i confini della propria potenza sui popoli lacerantisi. Lodovico volle soccorrere ai
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campioni dei diritti imperiali, ed incontrò la inimicizia del papa che era Giovanni XXII. Il 22 marzo 1324 fu scomunicato; l'undici luglio del medesimo anno dichiarato escluso per sempre dall'impero. Con tutto ciò seguitò nella sua dignità e ne' suoi disegni. L'anno 1325 gli venne fatto di guadagnare, colla offerta della libertà, l'animo del suo rivale Federigo, che gli divenne sincerissimo amico: gli ostacoli de' principi della casa d'Austria sforzò ben presto; gl'intrighi del papa sventò; e potè in tal modo, senza temer nulla in Germania, avviarsi all'Italia, a seconda dei voti suoi, alla quale non pochi partigiani e fautori lo chiamavano. Nel mese di febbrajo del 1327 presiedè in Trento una dieta de' principali ghibellini. Eranvi convenuti Azzo e Marco isconti; questi fratello, e figlio quegli a Galeazzo signor di Milano; Cane della Scala signor di Verona; Passerino Buonaccorsi signore di Mantova; Obizzo marchese d0Este signor di Ferrara; Guido Tarlati vescovo d'Arezzo; gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia, di Castruccio, di Genova, di Pisa e d'altri comuni. Ivi si discussero le più importanti cose italiane: e siccome il partito guelfo avea fatto de' progressi sotto il duca di Calabria, unico figlio del re Roberto (dichiarato signore di Firenze per dieci anni, cominciando il 13 gennajo 1326 il quale, a cagione de' maneggi del cardinal Bertrando del Poggetto, era creduto dai malevoli figliuol del papa; così la dieta sollecitò l'imperatore a calare nel bel paese, e gli promise cinquantamila fiorini d'oro appena giungerebbe a Milano. L'imperatore non cercava di più per allora; e, fatto ardito dal sorriso di tante speranze, non sciolse quel parlamento senza pubblicar prima che papa Giovanni XXII era un prete sacrilego, eretico, tale che i cristiani doveano ributtarlo dal soglio pontificale.
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Quindi si partì da Trento il 13 marzo; prese la via delle montagne, et entrò in Italia senza denaro e seguìto da soli seicento cavalli. Ma egli sperava, fidente che i capi ghibellini lo avrebbero presto soccorso: sentiva poi che quando i popoli della Germania lo sapessero pervenuto nelle Ausonie contrade, vi avrebber tratto in folla per dividerne le spoglie. nè s'ingannò; poichè Cane della Scala, Passerino de' Bonaccorsi e il Marchese d'Este lo raggiunsero immantinente dolla loro cavalleria, e seco lui presero la strada di Milano; e poco dopo che vi fu giunto, gli venne buon nerbo di tedeschi. Accolto con ogni onore da Galeazzo Visconti, ivi prese la corona di ferro il 30 maggio nella basilica di sant'Ambrogio, dalle mani di tre vescovi scomunicati e interdetti dal papa: Federigo de' Maggi di Brescia, Guido Tarlati d'Arezzo, ed Arrigo di Trento. Quasi che la corona gli desse diritto ad ogni infamia, cominciò fin da quel punto e mostrar un'anima perfida e venale: il Visconti pagò, imprigionandolo; i Milanesi ingannò con una larva di libertà, e n'emunse gli erarii. Non uscì di Milano che ai quattro d'agosto per recarsi ad un parlamento agli Orci del Bresciano. E ciò fatto, ordinò il suo passaggio in Toscana. Ai primi di settembre giunse in Pontremoli. Qui andogli incontro con grandi doni e presenti e rinfrescamento di vettovaglia Castruccio, e l'accompagnò in più giorni fino a Pietrasanta. Là s'arrestò, scrive Giovanni Villani, e non volle entrare in Lucca, se prima non tenesse la città di Pisa. Ma Pisa non avea più per gl'imperatori l'antico attaccamento. Stanca della guerra sarda, assottigliata negli averi, avvisò non dover romper pace a Roberto e ai Fiorentini, e trarsi contro l'ira del
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Papa per favorire uno scomunicato cui Milano mostrava capace d'ogni tradimento, ed al cui fianco stava graditissimo il Castracani, dal quale si dovea temer tutto. Quando dunque vennero gli ambasciatori del Bavaro non gli lasciò entrare, ma si fornì di gente e di vettovaglie; afforzò la città, ed ai soldati tedeschi, che avea, tolse armi e cavalli onde non esser traditi. Si adontò forte il Bavaro, e fermò di ridurre a forza i Pisani al suo comandamento. Tentò acconciare le cose Guido Tarlati, onde se ne venne a Ripafratta; ed i Pisani gli mandarono sotto la di lui fede tre ambasciatori, messer Lemmo Guinicelli Sismondi, messer Albizzo da Vico, e ser Jacopo da Calci, i quali si accordarono di dare al Bavaro sessantamila fiorini d'oro, s'egli andasse a suo viaggio senza entrare in Pisa: ma il Bavaro non volle accettare questo accordo, e Castruccio ne fu la prima cagione. Nè questo bastò al Castracani; ma partendosi i pisani ambasciatori con gente d'arme passò il Serchio, e contro il diritto delle genti gli arrestò; e per quanto adoprasse il vescovo d'Arezzo, sotto la cui fede eran venuti, il Bavaro non gli volle liberare Incerti adunque delle cose attendeano i Pisani il ritorno de loro iniati, ed ecco invece alla testa dell'esercito ghibellino Castruccio e Lodovico presentarsi alle porte della città. Si accingono essi subito alla difesa, ed il nemico all'assedio. Il 6 settembre il Bavaro s'accampò a san Michele degli Scalzi,
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chiamato allora de' Prati; il giorno dopo passò Arno e si pose nel borgo di san Marco, stendedosi verso porta Legazìa o porta a mare. Castruccio rimase dal lato verso Lucca, e si stese poi con la sua oste lunghesso le mura della parte di qual dal fiume; e per due ponti di legno, in breve le due osti si congiunsero ed accerchiarono la città. Ed erano tremila cavalieri o più, e popolo grandissimo del contado di Lucca, di Luni, della riviera di Genova e di Pisa medesima. Anzi certi fuorusciti pisani furono i più crudeli verso la patria; poichè cavalcando per la campagna, in poichi giorni ebbero ridotte al comandamento del Bavaro tutte le castella del pisano dominio. Non però la Signoria mandò per aiuto di gente ad alcuno; solo ai Fiorentini per armi e denari; conciossiachè non ardiva fare gravezze ai cittadini, perchè il popolo minuto non si levasse contro. Per più d'un mese diede l'Imperatore assalti e battaglie alle porte, fece cavare sotto alle mura, inalzare più strane macchine per battere la città; ma tutto era niente; sì forte ella era e ben guarnita, e i cittadini stavano alla difesa uniti e feroci. Finalmente poterono i maneggi di Castruccio quello che non poteva la forza. Essendochè preso da mille promesse Vanni di Benduccio Bonconti, uomo di molta stima, cominciò a persuadere al popolo che si aggiustasse coll'Imperatore, altrimenti la città caderebbe in rovina; en el pubblico consiglio sì fattamente parlì, che molti gridarono di voler pace. Lo perchè quelli che reggervano la terra, temendo qualche sollevazione, mandaron al Bavaro per accordo. Acconsentì di buon animo egli che ormai dispera dell'impresa, e si convenne: che Lodovico avrebbe la città, ma non vi entrerebbero nè Castruccio, nè i fuorusciti pisani;
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che la Repubblica rimarrebbe nel medesimo stato e sotto il medesimo governo, senza rinnovare cosa alcuna; che i Pisani sborserebbero que' sessantamila fiorini cui avean offerti già in Ripafratta. A queste condizioni, e dopo aver liberati gli ambasciatori fatti arrestare da Castruccio, l'Imperatore entrò in Pisa l'undici di ottobre. Tre giorni dopo furon lacerati i patti scritti del trattato, sia che così volessero i Pisani medesimi per piacere al loro signore, come dice il Villani; sia per maneggio del Bonconti e d'altri che desideravano rovesciato il presente governo: i fuorusciti vennero richiamati, e si diede a Castruccio l'ingresso in città. Ma ebbero ben presto a pentirsi; poichè s'era appena cominciato a pagare la colta de' sessantamila fiorini d'oro, che Lodovico ne impose un'altra di centomila per fornire il suo viaggio a Roma: e fu forza pagarli. Allora si tennero morti e consumati i Pisani; chè se si fossero sostenuti un altro mese, come poteano, erano liberi dal Bavaro loro e tutta Italia. Lodovico visitò quindi Lucca e Pistoja; ed a ricompensare lo zelo e la fedeltà di Castruccio eresse in di lui favore un ducato in Toscana, formato di Lucca, Pistoja, Volterra e della Lunigiana; e ne diede la investitura a Castruccio stesso il giorno di san Martino, accordandogli in pari tempo di partire i suoi stemmi con quelli della Baviera. Non bisogna tralasciare che, per la venuta del Bavaro, Pisa rimase avvolta nell'interdetto. Volendo gli ecclesiastici obbedire al papa, secolari e religiosi si ricusavano di celebrare gli uffici divini; ma i ministri imperiali ve li costrinsero; ed eglino protestarono che cedeano alla forza. L'una e l'altra cosa si pare dagl'infrascritti documenti.
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In nomine Domini. Amen. Ex hoc publico instrumento sit manifestum, quod dominus Corradus de Scala miles ultramontanus, vicarius, ut divebat, dom. Alberti Numuli de Lictimburg mariscalchi seresiss. principis dom. Ludovici Divina Gratia Romanorum regis semper Augusti, nunc existentis in civitate pisana, et in ejusdem civitatis dominio existens in loco, seu conventu fratrum haeremitarum Sancti Augustini de Pisis, cum armis, convocatis a se fratribus dicto conventus publice mandavi ejusdem auctoritate, et nomine praedictorum dominorum Ludovici regis, et Alberti mariscalchi baculum, quem habebat in manibus minacem vibrando. Quod iisdem fratres omnes, et singuli dicti conventus dimitterent interdictum, quod coeperant obscurare, et celebrarent missas, et alia divina officia, apertis januis, et alta voce, continue, ut solebant ante dicti domini Regis adventum, sententia qualibet contraria non obstante, alias praedixit eis aperte ex parte praedictorum domini Regis, et mariscalchi, quod, qui interdictum servaret ex fratribus supradictis, capite multaretur, vel suspendio occideretur, el in fluvium ad mortem demergeretur, et haec haberent indubitatum effectum, et taliter me notarium infrascriptum scribere mandavit. Actum Pisis in Capitulo supradicti conventus praesentibus Gaddo, et Joanne Germanis filiis quondam Andreotti de Galetanis de Capp. S. Nicolai testibus ad haec rogatis, Dominicae Incarnationis Anno millesimo tricentesimo vigesimo octavo. Indict. xi quinto Idus Octobris secundum cursum, et consuetudinem Pisanorum. Cum dominus Corradus de Scala praedictus fecerit praeceptum, et mandaverit fratribus, et conventui fratrum haeremitarum S. Augustini de Pisis praedictis, et fratri Mattheo de Carletto priori Dicto conventus, quod non obstante aliquo interdicto existente in Civitate pisana illato ab homine, vel ab jure, debeant Missam, et alia Divina officia apertis januis, et alta voce celebrare continue, sicut Moris erat, Interdicto non existente in dicta divitate pisana inferens In dictum priorem, et fratres metum, qui potest cadere in costantem virum, usque mortis scilicet, capitis mutilationis, suspendii, occisionis, vel in fluvium demersionis, ita quod morerentur, de quo mandato supra patet in scripto per me infrascriptum Jacobum notarium. Ideo dicto prior, et fratres coram me Jacobi notario infrascripto, et testibus infrascriptis, et coram dominus Corrado dixerunt, et protestati fuerunt, quod ipsi dicerent Missam, et celebrarent divina officia eo modo, ut supra dictum est, non eorum oluntate, cum voluissent
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servare interdictum, sed propter metum mortis illis illatum, et propter timorem, qui potest cadere in costantem virum eis illatum, ut supradictum est quod mandatum, de quo supra dicitur, et protestatio praesens fuerunt facta unico actu coram me infrascripto notario, et testibus infrascriptis. Actum Pisis in supradicto loco, praesentibus supradictis testibus ad haec rogatis supradictis anno, indictione et die. Ego Jacobus filius Cioli Ronifatii pisano civis Imperiali auctoritate Judex ordinarius, atque notarius praedictis omnibus interfui, et hac inde cartas a me rogatas, rogatus scripsi, et pubblicavi.
Forse per duolo di tante travaglie politiche e religiose si affrettò la morte del beato Bartolomeo dal Cantone, dell'ordine de' Predicatori: accadde nel mese di ottobre, ed abbiamo di lui la seguente memoria negli annali di santa Caterina. Frater Bartholomeus a Cantone, vir ob virtutes suas laude dignus, religiosae, nec minus gratae conversationis doctrina illustris, prudentia singularis, lector fuit pisanus magni nominis, prioratu summa cum laude bis functus, hic caepit magnificum marmoreum claustrum Sanctae Catharinae, ecclesiam, et caenaculum monasterii Sanctae Crucis extra Pisas aedificavit, vivensque sine macula, mortuus est mense octobris 1328 pis. Il Bavaro dopo aver estorto danari ovunque, posto il colmo ai mali de' Pisani creado suo vicario in Pisa l'odiato Castruccio, esecrato da tutti, colpito da tutte le pene ecclesiastiche contro lui nuovamente scagliate il 23 ottobre, partì finalmente, sul finir di dicembre, colla sua gente e con Castruccio alla volta di Roma. Vi giunse il 7 gennaio: ingannò il popolo con vane ciance e belle promesse: il 17 prese la corona in mezzo al tripudio della pazza plebaglia e de' superbi magnati: poi si abbandonò ad ogni genere di stoltezze e di vergogne; ultima delle quali, la elezione di un antipapa, fra Pietro da Corvara, che prese il nome di Niccolò V.
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A questa non si trovò presente Castruccio: essendochè mentr'egli era col Bavaro in Roma, i Fiorentini gli aveano ritolta Pistoia. Avutone sollecito avviso tornò egli precipitoso in Toscana, e giunse a Pisa il 9 febbraio con soli dodici cavalli. Attribuendo la perdita di Pistoia a Lodovico, che lo avea fatto allontanare conducendolo a Roma, se ne rifece introducendosi nel governo della città, l'entrate del comune appropriandosi, ed imponendo nuove colte per la spedizione contro i Pistoiesi. I Pisani per togliersi a sì abominata suggezione ricorsero all'Imperatore, e lo pregarono di donare la loro città alla Imperatrice, e a prezzo d'oro comprarono questa grazia. Venne adunque il costei luogotenente per prender possesso della signoria; ma Castruccio lo eluse; e, fatto più ardito, corse con la sua gente due volte la città, e costrinse il popolo ad eleggerlo per due anni libero signore di Pisa Grande sdegno bollì nell'animo del Bavaro quando ebbe contezza di questo avvenimento; pure non diede passo, occupato tutto dalla guerra che volea fare al re di Napoli. Pertanto Castruccio di adoprò nell'assicurarsi il suo nuovo dominio; e parendogli di poter contare sulla fede de' pisani, volse a Pistoia tutto l'animo suo. Il 13 maggio, onde occuparne e chiuderne tutti i passi, spedì mille vacalli e una grozza banda di cavalleria: poi fece avanzare la milizia di Pisa, e passò egli stesso al campo col rimanente delle sue forze. La impresa era difficile, poichè Pistoia sapeasi difesa da forti mura; e trecento cavalieri e mille fanti, sussidiati dai cittadini guelfi, la difendevano valorosamente. Il 13 luglio sopraggiunse un forte esercito fiorentino, e si postò in faccia ai trinceramenti
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di Castruccio. Ma per quanti mezzi tentassero, non poterono snidarlo di là. I Fiorentini allora presero il partito di cavalcare su quello di Lucca e di Pisa, lusingandosi che il Castracani si leverebbe dall'assedio per andare a difendere le proprie terre. Ma egli, che scaltro era quanto prode di cuore e di braccio, saendo bene che Pisa e Lucca erano gagliardamente munite, non si mosse. I nemici guastarono le campagne lucchese e pisana; presero Pontedera, Cascina, il fosso Arnonico, corsero a san Savino e infino presso al borgo di san Marco di Pisa: ciò peraltro fu causa che Pistoia si arrendesse. Imperciocchè vedendo partita l'oste de' fiorentini, e fallita loro la vettovaglia, quei di dentro cercarono trattare con Castruccio; il 3 agosto fu egli un'altra volta signore de' Pistoiesi. A buon dritto tornò a Lucca in trionfo, poichè aveva fatto le più luminose prove d'esperto capitano e d'infaticabile soldato. ma le fatiche durate, i disagi sofferti sotto la sferza dei giorni canicolari lo aveano logoro così, che cadde mortalmente ammalato. Dichiarò erede de' suoi stati Arrigo suo primogenito, ordinandogli che sì tosto come fosse avvenuta la sua morte, egli, senza fare lamento, dovesse andare in Pisa e correre la città e recarla a sua signoria. E ciò fu fatto, passò di questa vita ai dì 3 di settembre. Tennesi celata la di lui morte infino ai dì 10, tantochè, com'egli avea lasciato, Arrigo suo figliuolo corse con la sua cavalleria le città di Lucca e di Pisa: quest'ultima nons enza difficoltà; essendochè i cittadini della parrocchia di santa Cecilia e d'altre circonvicine, i da Caprona, i Gherardesca, i Lei e gli Aiutamicristo gli fecero grave intoppo alla porta a Parlascio. Nondimeno ruppe alla fine ogni ostacolo. Tornò quindi a Lucca per assistere ai funerali del padre.
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Intanto il Bavaro, che ne' suoi delirii contro il Papa avea perduta ogni buona occasione d'impresa sul re Roberto, tornava deriso in Toscana. Era a Grosseto, quando gli giunse la nuova della morte di Castruccio e del possesso di Pisa preso da Arrigo. Pien di corruccio si affrettò e giunse a Pisa il 21 settembre. Accolto con somma allegrezza, riprese il dominio della Repubblica, la riconcesse all'Imperatrice, e per lei costituì vicario Tarlantino Tarlati d'Arezzo. Andò poi a Lucca, e chiedendogli i lucchesi che li tornasse a libertà, confinò i Castracani a Pontremoli; ordinò il governo a suo modo; depose il vescovo che ai Castracani favoriva; sciolse i prigioni fatti da Castruccio, e finì coll'imporre una colta di centocinquantamila fiorini da pagarsi entro un anno. Così finì la festa de' lucchesi, al cui rammarico per denari la signoria a' figli di Castruccio. Non miglior sorte ebbe Pisa. Lodovico le confermò tutti i privilegi concessi a lei da' suoi antecessori: le isole di Corsica e di Sardegna, il lido del mare da Civitavecchia a Portovenere, il porto e castello di Talamone, il porto e castello di Motrone, il castello di Viareggio, la città di Grosseto e Castelraro. Ma nel mentre che larghegghiava coi pisani di questi luoghi che ormai aveano perduti, ad infame prezzo di quell'inutile straccio di pergamena, imponea loro sempre nuovi dazii e sul loro capo chiamava sempre nuove censure. Fra le tante empietà, tenne egli un pubblico parlamento al quale la corte di lui, il supremo magistrato, il consiglio ed il clero secolare e regolare intervennero. Sorse a parlare Michelino da Cesena de' minori di san Francesco, e vomitò la bile più amara contro papa Giovanni, lui dichiarando pontefice illegittimo e di diverse eresie contaminato. Poich'ebbe costui fatto
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fine al dire, si levò Lodovico; e, quasi lo scettro si stenda anco sulla cattedra di san Pietro, contro papa Giovanni sentenziò lui deponendo del titolo pontificale, e vero vicario del Cristo proclamando il suo Niccolò V.

3. Anno 1329

Questo sciaurato giunse a Pisa il 3 gennaio con sei cardinali da lui eletti in Roma. Incontrato dal clero, dagli anziani, dai nobili, dal popolo, e dal Bavaro colla sua gente, fece ngresso solenne. Eresse poi Gherardo Orlandi, vescovo d'Aleria, ad arcivescovo di Pisa in luogo di fra Simone Saltarelli, il quale se n'era fuggito a Firenze. Il dì 8gennaio predicò pubblicamente, e concesse indulgenza a chiunque entro otto giorni, confessandosi, protestava di tenere illegittimo pontefice Giovanni XXII. Il 18 o il 19 del medesimo mese creò cardinale, vescovo d'Ostia e Velletri Giovanni Visconti, e lo mandò suo legato generale in Lombardia. Mentre l'antipapa ed il Bavaro si perdeano così nelle turpi mene della loro ambizione, i Fiorentini fecero cavalcare Beltramo del balzo in sul contado di Pisa. Venne egli fino a Ponte di Sacco; levò gran preda di gente e di bestiame, ed arse tutto il paese: nè il Bavaro uscì; onde a buon diritto fu tenuto a vile dalla buona gente di Toscana. Lodovico stava invece affilando contro Firenze l'asta del tradimento. Una notte ordinata doveasi metter fuoco in quattro diverse parti di quella città; e quando la gente fosse tratta al soccorso dal fuoco, dugento fanti segretamente introdotti, di cui fu fatto capo un Giovanni della Sega da Carlone, si doveano raunare sul prato d'Ognissanti con più altri loro seguaci e ghibellini, gridando viva l'Imperatore. E doveano, per cenno di fuoco ordinato, venire quella notte da Pistoia mille cavalieri di quelli del Bavaro, con mille fanti in groppa, guidati da Ugolino degli
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Ubaldi, ed entrare per la porta del prato, tagliata da que' di dentro, e correre e combatter la terra. Quella medesima notte dovea recarsi da Pisa a Firenze con molta gente il maliscalco del Bavaro. Ma il tradimento fu scoperto, e i più colpevoli lo pagaron del capo. Il 18 febbrajo l'antipapa, fatto ogni giorno più ardito, convocò pubblico parlamento a cui fu il Bavaro e tutta la sua baronia, e parte della buona gente di Pisa. Ben è vero che i più de' pisani vi andarono a forza, essendochè raunandosi il parlamento, subitamente venne dal cielo la maggior tempesta di gragnuola e d'acqua con terribile vento; e per il forte tempo pochissimi andavano al convegno, e a molti parea mal fatto andarvi; per la qual cosa il Bavaro mandò il suo maresciallo con gente d'arme e con fanti a piedi per la città a costringere i migliori cittadini. Nel che fare, il maresciallo prese freddo alla persona; onde per guarire, la sera fece un bagno con acqua stillata; ed appena entratovi vi si apprese il fuoco con tanta veemenza, che l'infelice arse e morì. E fu tutta la città in sommo spavento, tranne il Bavaro e Niccolò V. Tre giorni dopo messer Beltramo era un'altra volta coi fiorentini sul pisano contado; e facea grande preda; ma dilatatisi i suoi pel paese a cagione di ghiottoneria di preda, i pisani piombaron loro sopra, ed alcuni ne presero, e più di centocinquanta ne menaron prigioni. Il 23 febbrajo Lodovico palesò ai Pisani di partirsi di Toscana; e ne avea ben donde. Assottigliato di forze per la ribellione de' suoi migliori, cui ad onta di tante gravezze imposte ai popoli, non dava un soldo; sfidato dalla sempre crescente potenza de' Guelfi, non era senza rischi la
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sua posizione: oltredichè i suoi interessi lo chiamavano in Lombardia, dove Azzo Visconti, restituito per denari alla signoria di Milano, non come vicario si conducea, ma piuttosto come nemico all'impero. E ad Azzo così consigliava la memoria degli oltraggi dal Bavaro ricevuti al costui calar in Italia; la religione, pel Bavaro sì malmenata; e la notizia de' trattamenti fatti ultimamente dal Bavaro ai figli di Castruccio, il 13 marzo. In quel giorno essendo i Castracani alle prese colla famiglia dei Pozzinghi, Lodovico sopravvenne e fu ricevuto senza sospetto alcuno. Ma entrato appena fe' correre da una banda de' suoi cavalli la città, e l'incendio del più ricco quartiere, quello di san Michele, annunziò ch'egli ne avea preso possesso. Esclusi quindi dal potere i figliuoli del suo già più fedel servitore, rivendè per ventiduemila fiorini d'oro il ducato di Lucca a Francesco Castracani parente, ma nemico di Castruccio e dei figli di lui. Dopo questa, veramente eroica azione, tornato a Pisa si dispose alla partenza. Affidò la custodia del comune a Tarlatino di Pietramala, lasciandogli a quest'uopo circa seicento tedeschi; raccomandò a' principali cittadini il suo antipapa, e finalmente uscì di Toscana l'11 aprile. Cinque giorni dopo le cose di Lucca mutarono aspetto. I tedeschi che, siccome testè accennammo, avevano abbandonato l'imperatore, ridottisi sul Ceruglio, nella montagna della Vivinaja , vi s'erano trincerati,e viveano di rapine e di tributi dei contorni. Mandato loro Marco Visconti, promettendo lo sborso de' dovuti stipendii, lo ritennero prigione in securtà del danaro promesso. Poichè seppero che Lodovico era partito, per avvantaggiarsi, determinarono scegliersi un capo che conoscesse la Italia
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e la italiana politica, e si sottoposero al loro statico. Marco appena si trovò alla testa di quella gente temuta e terribile, volse uno sguardo della sua ambizione su' lucchesi, e il 16 aprile n'era signore. In pari tempo cominciò delle negoziazioni colla oppressa Pisa. Insieme col conte Fazio della Gherardesca, ordinò di levare a rumore la città e di renderle la indipendenza. In un bel giorno di giugno il Visconti se ne venne da Lucca con alcuna delle sue masnade tedesche. Il conte Fazio a capo de' popolani lo accolse, e in un momento Pisa fu solo un grido di libertà. Il quale cacciò tale spavento nell'animo di Tarlatino, che senza osare la pugna, si fuggì co' suoi, lasciando la casa del vicario imperiale al furore del popolo, ed al saccheggio de' soldati. Ebbe poi il conte Fazion sollecita cura di rimandare pienamente satisfatti, onde non facessero qualche novità, i tedeschi venuti con Marco Visconti, usi a vender tutto, anco l'anima, a prezzo. I quali appena l'ebbero occupata, trattarono coi fiorentini di ceder loro Lucca per ottantamila fiorini: ora la offerivano ai pisani per sessantamila; e i pisani incontanente ne sborsarono tredicimila per caparra, senza farsi dare ostaggi. Ebbero peraltro ben presto a conoscere che fede si possa cercare in cuori venali, mentre i tedeschi si fecero beffe de' trattati e ricusarono d'aprire ai compratori la città. Aggingasi che i fiorentini ombrarono del tentativo de' pisani, e spedirono il conte Beltramo sul contado di Pisa: ed egli arrivò senza contrasto perfino alle porte della città, menando ovunque orribili guasti, ed uomini e bestiami e cose spietatamente predando. Sfinita di denari e di forze; coi fiorentini alle porte; coi tedeschi a poca distanza, pronti, se compri, ad unirsi agli altri nemici; che dovea far Pisa? Chiese pace, e la ottenne: fu fermata in Montopoli
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alle condizioni che leggonsi nell'infrascritto istrumento, il cui originale si conserva nell'archivio della Comune di Volterra. Il Comune di Pisa, e per detto Lemmo di Rullicino dei Gualandi, messer Jacopo da Caccianimico, ser Iacopo da Vitale da Calci, e ser Bono de' Bianchi cittadini pisani sindichi per il detto comune, fecero pace, e concordia con il Comune di Firenze: e per detto Simone della Tosa cavaliere, messer Forese Rabatta dottore, Donato dell'Antella, Taldo Valori ambasciatori fiorentini, e messer Veglio Buongiovanni, e Corrado di messer Vinceguerra ambasciatori di Pistoia; e messer Belforte Belforti, e messer Buonafidanza Tignoselli ambasciatori volterrani; e Boniface di Bino, e Bernardino degli Avveduti da Massa ambasciatori di Massa; e messer Buonaccorso di Landino Landi, e messer Pietro di Bartolino de' Manassei ambasciatori di Prato; e Riccio di Riccio Costolini da San Geminiano, ambasciatore di S. Geminiano; e messer Forte di Maroello dottore ambasciatore di Colle; e ser Arrigo di ser Bindo ambasciatori di Collegarli; e Ciardino di Lando ambasciatore di S. Miniato; ser Vanni di Forte ambasciatore di Fucecchio; Nuccio di Arriguccio ambasciatore di Santa Croce; e Gherardo di ser Giovanni ambasciatore di Castel Franco, fecero pace, e remissione d'ogni ingiuria, e danno seguito tanto nella presente guerra, che in altri tempi, rimettendosi qualsivoglia pena per pace rotta, e patti non osservati, annullando ogni altra capitolazione, con questi capitoli, e patti. Che i Pisani fra quattro mesi devino mandare ambasciatori al sommo pontefice Giovanni XXII a domandare assoluzione, pace e misericordia, per la quale siano rimessi nel medesimo stato, ch'erano avanti la venuta del Bavaro in Lombardia, et in Toscana. Che il comune di Pisa, per quanto può, sia apparecchiato di stare in grazia di Roberto re di Gerusalemme, Napoli, e Sicilia. Che detti comuni s'intendino per l'avvenire amici, nè dia una parte aiuti, o favori contro l'altra. Che il comune di Pisa non s'ingerisca mai più nella città, o distretto di Lucca, nè meno nella provincia di Valdinievole, nè dia favore, consiglio o aiuto a chi tentasse di occupare, o invadere tanto Lucca, che la Valdinievole, direttamente, o indirettamente. Nè alcun cittadino possa pretendere in detti luoghi giurisdizione, nè in modo alcuno si possa intromettere, con dichiarazione di non comprendersi in questo capitolo il castello della Rota di Monte
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Calvoli, e Serezzana, che teneva il comune di Pisa avanti la venuta del Bavaro. Che il comune di Pisa non farà, nè tenterà alcuna concordia per conto della città di Lucca con i teutonici, o con altri, nè meno direttamente, o indirettamente tratterà, che Lucca pervenga in potere del medesimo comune di Pisa, nè d'altri, che del comune di Firenze. Che il comune di Pisa, se averà, o terrà a suo stipendio alcuni di detti teutonici, deva provvedere, che dessi non offendino alcuno del comune di Firenze, di Volterra, et altri sopranominati. Che il comune di Firenze, se acquisterà Lucca, deva procurare, che il comune di Lucca stia in pace col comune di Pisa, anzi s'intenda incluso nelle medesimecapitolazioni del comune di Firenze, fuor che dell'immunità delle gabelle. Che il comune di Firenze, se piglierà Lucca, fra quindici giorni doppo deva far distruggere la fortezza fatta da Castruccio nel Monte Pisano, ancor di presente posseduta da chi tien Lucca, e restituire il monte al comune di Pisa. Che, se il comune di Firenze concorderà co' teutonici, che tengono Lucca, o farà con essi capitolazione alcuna, deva farsi, che i fiorini tredicimila cinquecento venti d'oro pagati dal comune di Pisa a detti teutonici, gli siano restituiti, almeno dell'entrate del comune di Lucca, e nella medesima forma detto comune dovrà restituire al comune di Firenze il denaro, che converrà pagare a detti teutonici per liberar Lucca dalle loro mani, et anco doverà operare, che i pisani ne' medesimi accordi siano liberati da' teutonici di tutto quello, che avevano lor promesso per la ragione di Lucca. Che, se i detti teutonici, o altri, che tenghino la città di Lucca, doppo l'accordo, che si fusse fatto con detti dal comune di Firenze, offendessero, o invadessero il comune di Pisa, deva il comune di Firenze defenderlo, et aiutarlo, et offendere detti invasori; et all'incontro, se doppo l'impresa di Lucca, e doppo l'accordo fatto, detti teutonici, o altri offendessero il comune di Firenze, deva il comune di Pisa aiutarlo, e defenderlo. Che occorrendo, che Lucca venga in potestà del comune di Firenze, deva egli conservare il comune di Lucca in buono, e pacifico stato, e ciascheduna persona lucchese deva godere i suoi beni, et andare a stare in Lucca a suo piacimento, senza che si possa esiliare, nè confinare alcuno tanto guelfo, che ghibellino, se non col consenso del comune di Pisa, al quale concordemente, se paresse con il comune di Firenze, levare dalla città, e castelli alcuno discolo, si
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possa fare, e confinarlo a tempo fuori di detta città, o castello, con che possa godere le sue entrate. Che, se nò, sortirà il trattato d'accordo co' teutonici; e se si farà la guerra, il comune di Pisa non possa dar ricetto ad alcuno teutonico, nè ad alcuno lucchese, o distrittuale di Lucca, nè possa aver commercio nel territorio di Lucca, nè vendere ai lucchesi, per mare o per terra, cosa alcuna; e questo deve fare tra un mese, da che sarà rotto il trattato, che subito sarà notificato dai Fiorentini al comune di Pisa, e deve bandire il divieto per tutto lo Stato pisano, sotto pene alli contrafacienti, che parranno al detto comune, con che ai privati sia nella persona, et avere, a dieci fanti armati non possa esser meno di lire cento, e da dieci in su non possa esser misso meno di lire mille, e deva il comune di Pisa far giurare a' suoi rettori, che con ogni diligenza faranno seguire le condannazioni. Che il comune di Firenze restituirà fra quattro giorni al comune di Pisa il castello di Pretiglione ne' gradi, che di presente si trova. Che il comune di Pisa s'intenda essersi ribellato da Lodovico già duca di Baviera, nè più lo deva ricettare, nè alcuno suo suddito, nè stipendiato, nè anco altro re, o imperatore, che con tal titolo venisse contro la Chiesa, o non obbedisse al sommo Pontefice, nè deva fargli aiuto, o favore alcuno; e se il Bavaro, o altro re, che si dicesse imperatore contrario a santa Chiesa, facesse guerra al comune di Pisa, deva il comune di Firenze con tutte le sue forze, et avere defendere, et aiutare il detto comune; et all'incontro, se il Bavaro, o altri attaccasse il comune di Firenze, o Lucca, quando venisse in poter dei Fiorentini, il comune di Pisa deva far l'istesso verso quello di Firenze. Che il comune di Pisa non deva trattare con alcun tiranno, nè eleggersi alcun tiranno, e lo stesso deva essere il comune di Firenze. Che se alcuno offendesse qualche pisano nella città, o territorio fiorentino, volterrano, o di altro comune nominato in detta pace, il malfattore deve essere castigato, come se avesse offeso un altro del medesimo luogo, dove fosse seguita l'offesa, e l'istesso s'osservi, se alcun volterrano, o altro compreso in questa pace fosse offeso nel pisano, dal comune di Pisa. E che tanto gli ostaggi, che i prigioni fatti in questa guerra, si rilassino da una parte, e dall'altra. Che s'annullino, e cessino tutti i bandi, e condennagioni fatte dall'una parte, e dall'altra in occasione della predetta guerra, e si
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rimettino tutti i banditi, fuorusciti, e ribelli per queste occasioni e non per altro, perchè ritornino a stanziare nella loro città, o terra. Che i fiorentini, che abitano, o siano fatti cittadini pisani, siano rimessi, o liberati da ogni debito di dazii (non ostante, che non tornassero a Firenze) imposti, sì dal comune di Firenze, che di Pisa, e per l'avvenire siino esenti in Pisa da ogni fazione reale, e personale, siccome i pisani in Firenze. Non si facci novità alcuna contro la presente pace per contro dei confini fra l'una parte e l'altra, ma si mantenghino como sono di presente. Che non possino essere ricettati in Pisa, o suo territorio mercanti, che facendo compagnia con altri, si fuggissero con le robbe, nè falliti, nè garzoni, nè fattori, nè agenti, che non volessero render conto dell'amministrazione; e se vi arrivassero, a richiesta degl'interessati devano esser catturati dal rettore, ove saranno trovati, e consegnati a quell'interessato, che a sue spese lo faccia condurre in poter del suo comune, et al suo foro, e così s'osservi dei fuggitivi pisani, e d'altri comuni. Che s'intendino sospese tutte le rappresaglie concesse da detti comuni a private persone d'essi, et intanto ciascuno possa esperimentare le sue ragioni avanti il potestà o rettore del suo luogo, sopra il negozio principale, e sia fatta sommaria giustizia; e fra un mese congreghino l'ambasciatori di detti comuni a S. Geminiano per decidere, e dichiarare sopra dette rappresaglie, le quali non s'intendino sospese contro quel comune, che non manderà il suo ambasciatore, e quelli, che arriveranno, siano obbligati rappresentarsi al capitano di detta terra, e dire d'esser lì come deputati del suo comune, e devino aspettare almeno otto giorni. Che il comune di Pisa non possa procedere criminalmente, nè far processo contro qualsivoglia fiorentino, pistorese, e volterrano, se prima non averà legittimamente notificato al comune, di dove sarà quel tale, l'accusa del malefizio, con tutte le circostanze, con tempo conveniente d'andare a difendersi, et converso. Che i fiorentini, pistoresi, volterrani, massetani, colligiani, e pratesi possino liberamente condurre a Pisa, e suo territorio tutte le mercanzie, e robbe, senza ostacolo alcuno, et anco possino estrarne con pagare le solite gabelle, quanto agli altri, e non li fiorentini, che sono esenti, e possono dal pisano estrarre ogni sorte di robbe fuor che segale, orzo, spelta, vena, scandella, miglio, panìco, saggina, cevi, fave, cicerchie, mochi, lupini, fichi, noce, uve nostrali, mandole, aranci, cedri, civaie, uccelli da mangiare, pesce, carne, ova, cacio,
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sale, tonnina, sorra, mèle, et olio, senza licenza dei governatori di Pisa; e quanto ai fiorentini si dichiara non esser tenuto ad altra gabella, come se fossero cittadini pisani, e così s'intenda il medesimo, et converso. Che i fiorentini possino tener le lor balle in Dogana di Pisa per tre mesi con pagare secondo la tariffa in detti capi notata; et acciò che sotto nome dei fiorentini non sia frodata la gabella, si faccia giurare quello, che dice esser robbe dei fiorentini alla presenza di due mercanti fiorentini, che attestino così essere; e tali mercanti, che devono attestare, siano del negozio, o dei Bardi, Acciaioli, Pinozzi, Cecchi, Buonaccorsi, Alberti, dell'Antella, Albizi, Tellosini, Mazzinghi, Guidalotri, Bandinelli, Roni, Corsini, Rinuccini, Pucci, Manciti, Ridolfi, Ancadori, Capponi. Che essendo accusati i fiorentini per frodatori al giudice della gabella di Pisa, devino dare mallevadori, et esser relassati, e non possino esser condennati in pene corporali, et il medesimo s'osseri in Firenze dei pisani. I fiorentini delle liti in Pisa siano trattati benignamente, e detti mallevadori de in iudicio sisti, si trattino come pisani, e così i pisani nelle liti co' fiorentini in Firenze. Che sia lecito ai fiorentini tenerein Pisa un sindico, o ambasciatore residente per far osservare detti patti, et a' pisani in Firenze. Che sia lecito a' fiorentini vendere in Pisa, e suo distretto, il vino a minuto, et ai pisani in Firenze. Che i Pisani deino restituire a detti comuni, città, luoghi, signori, conti, e nobili compresi in questa pace tutti i luoghi, e beni, che tenevano, e possedevano alla venuta di Lodovico duca di Baviera in Italia fra un mese dal dì della domanda, che ne fusse fatta, et il comune di Pisa deva far loro sommaria giustizia contro quelli, che gli possedessero, ai quali non s'intenda giovare il tempo della guerra, presunzione, o ragione alcuna, et il simile a quella della parte dei pisani si deva osservare da' fiorentini. Che si devino rimettere tutti i popolari, artigiani, e mercanti pisani, e non magnati, eccetto il conte Ugolino di Rottaccia da San Miniato, come anche si rimettino tutti gli originari di Prato, San Miniato, Fucecchio, Santa Croce, Castelfranco, e Montopoli, e gli siano restituiti i loro beni. Che se alcun comune non vorrà osservare detti patti, debe il comune di Firenze dichiarare, se il comune di Pisa deve stare a detta pace; che se alcuna particolar persona litigherà con alcun comune, non gli possa esser opposto il decreto di privazione, fatto dall'imperatore Arrigo.
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Che il comune di Pisa deva liberare gli eredi, o figli del giudice di Gallura, del conte Ugolino, del conte Anselmo, e de' Conti di Biserno da' detti bandi, e condannazioni, e restituirgli i loro beni fra un mese. Così che i banditi originarii di Monte Topaci devino fare il medesimo verso i Pisani, e rinunciare ad ogni rappresaglia. Fatta la pace, detti ambasciatori pisani con gli ambasciatori dei fiorentini la fecero con il cavalier Belforti, e cavaliere Buonafidanza Tignoselli ambasciatori volterrani, con gl'istessi soprascritti capi, protestandosi però i Pisani di non intendere per detta pace pregiudicarsi alle ragioni, che hanno sopra Cedri; e protestandosi i Volterrani, che per detta protesta on s'intenda aver acconsentito, che il comune di Pisa abbia in Cedri giurisdizione alcuna, e giurorno l'osservanza alla pena di dieci mila marche d'argento.
E fu pace con molti dei toscani comuni. A consolidarla con questi, a promuoverla coi rimanenti furono spediti degli ambasciatori: messer Ranieri Damiani andò a san Gemignano, Pietro di Federigo Federighi al vescovo di Luni, Puccio da Fagiano al monte dell'Altopascio, e Tino Pandolfini a Porto-pisano.

4. Anno 1330

Tra le condizioni del trattrato, prima era (siccome abbiamo veduto) che Pisa dovesse mandare a papa Giovanni XXII ond'esser rimessa nel seno della Chiesa. A questo effetto inviarono in Avignone Lemmo Guinicello Buzzaccherini, Niccolò Gualandi ed Albizzo da Vico, e loro diedero amplissime facoltà. Il pontefice gli accolse amorevolmente; e poichè gli ebbero esposta la cagione di loro venuta, giuratogli, a nome della Repubblica, che in avvenire non avrebber favorito nè il Bavaro, nè altro qualunque principe si levasse contro la sede Apostolica; poichè gli ebber promesso di fare che l'antipapa in di lui mani giungesse, non v'è carezza onde non fossero proseguiti. Se ne tornarono adunque con la bolla della liberazione dall'interdetto, e
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colmi di mille grazie. L'arcivescovo Santarelli reso alla sua sposa, ribenedisse la città: quindi si cominciò ad operare per ottener la promessa dell'antipapa. Il conte Fazio, dopo avere impegnato, con lettere particolari, il pontefice a trattar da padre amoroso questo figlio traviato, fe' venire Niccolò da un castello di Maremma, ove tenealo in custodia; lo fece imbarcare su certe galere di Provenza, e con nobile ambasceria l'avvio al suo destino. Non è possibile ridire il contento di Giovanni XXII e della sua corte poichè lo seppero giunto. Fu intimato un pubblico concistoro. Ivi alla presenza di tutti comparve l'antipapa, e prostratosi ai piedi del pontefice, con un capestro al collo, con volto vergognoso, cogli occhi pieni di lacrime, domandò perdono delle sue nefandità e la grazia della vita. Piangeva di tenerezza il pontefice vedendo ridotto a penitenza sì gran peccatore: con le proprie mani levollo di terra; ed assolutolo dalle censure, l'abbracciò e lo baciò; diegli quindi stanza nel suo palazzo, cibi della sua mensa, e libri ed altre comodità; tenendolo nondimeno in onorata custodia, chè l'ambizione non lo traesse un'altra volta a lacerare la Chiesa e l'Italia . Ad attestare la gratitudine dell'animo suo verso i Pisani, concesse allora Giovanni al conte Fazio il castello di Massa in Maremma, il priorato di san Martino in Chinsica con orti e case, ed un ospedale, dove il conte fondò popi un monastero per quaranta monache. Nella medesima occasione molti nobili cittadini furon creati cavalieri, e mandatine loro gli abiti con lettere del pontefice.
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Godettero i popoli di sì piena riconciliazione dei Pisani colla Santa Sede: non così alcuni degli ottimati della città. Rosi d'invidia verso quelli che reggevano lo Stato, e specialmente verso il conte Fazio, andavan dicendo: esser onta aver tradito l'impero, per intendersela col papa e co' fiorentini; e nulla lasciavan d'intento onde nascesse qualche novità. Si ordì una congiura, di cui fu capo messer Gherardo del Pellajo di casa Lanfranchi. Scoperta ben presto, messer Gherardo e i principali aderenti fuggirono; quattro de' complici lasciarono sul patibolo il loro tradimento; gli altri furon tutti banditi e dichiarati ribelli. Alla testa degli usciti si mise quel Gherardo Orlandi vescovo d'Aleria, che dicemmo, fatto dall'antipapa, pisano arcivescovo. Unitosi a Gherardo Lanfranchi si accordaron con altri fuoriusciti parmigiani, genovesi, lucchesi; e fatto capitano un tal Manfredi Vivaldi, e messi insieme seicento cavalli e buon numero di fanti se ne vennero ai danni di Pisa, sperando fare qualche bel colpo, per i partigiani che avevano nella città. Presero molte castella al di là della Magra, scorsero per Sarzana, tirarono verso l'Arno e giunsero fino sotto le pisane mura, predando e desertando ogni cosa. Que' di dentro si tennero paghi di vegliare alla quiete dell'interno: mandaron poi per aiuto agli amici: ottenutolo, si assicurarono in modo che più non ebbero da temere; ed i nemici, vedendo fallito il loro disegno, se ne partirono. Il conte Fazio e gli anziani facendo senno dal corso pericolo cacciarono i sospetti cittadini, e così tolsero ai fuorusciti ogni speranza di mutazione. Ma se poteano star tranquilli su questo proposito, doveano stare all'erta d'altro canto. I Fiorentini, decisi di prendere a forza Lucca, che non aveano
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potuto averla coll'oro, erano venuti ad oste sul contado lucchese e vi andavan facendo rapidissimi progressi. I Pisani alla vista di essi concepiano qualche timore, poichè sebbene fra Pisa e Firenze passasse allora buonissima intelligenza, non era senza ragione il sospetto che presentandosi ai fiorentini il destro per qualche buon colpo su quel di Pisa, non trascurerebbero certamente di profittarne. Adunque si pensò di assicurare viemeglio Vicopisano edificandovi un'altra rocca.

5. Anno 1331

Ben è vero che i timori cessarono avendo dovuto i Fiorentini ritirarsi da Lucca, poichè Gherardino Spinola l'ebbe assoggettata a Giovanni di Boemia. Questo principe, calato in Italia l'anno antecedente, col pretesto di metter pace tra' popoli della penisola da tante ire fraterne travagliati, andava a poco a poco acquistando sovr'essi ampio dominio. I Pisani, temendo l'arti di lui or che l'aveano così vicino, per la occupazione di Lucca, mandarono ambasciatori al re Roberto: Andrea Gambacorti, Guglielmo Buglia, Dino della Rocca e Guidone Mosca.

6. Anno 1332

Altro ambasciatore andò a Venezia, e fu Francesco di Lazzaro da Vico. In questo mentre ruppero la prima guerra tra loro Pisa e Siena. I massetani, togliendosi dalla suggezione di Siena, eransi dati ai pisani. Non tardarono i senesi a spedire un esercito sul massetano, e ben presto v'ebbero prese parecchie castella. Guido di Riccio capitano senese aperse delle pratiche con qualcheduno di dentro Massa, per aere in suo potere una porta della città. Ordinato il quando e il come, si partì da Siena con gran forza di cavalli e di fanti, e si avvicino a Massa, pieno delle più liete speranze. Ma non gli fu attesa la promessa, ed il suo disegno gli andò a vuoto.
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Furente allora, raccolse la gente che sotto il comando di Moncata Piccolomini stavano a guardia dei castelli già dai senesi occupati, e a fronte aperta andò ad incontrare l'esercito de' pisani e massetani ch'era all'assedio d'un castello. Si venne a battaglia, e fu lunga e fiera; pure alla fine i pisani ebber la peggio, e molti ne restarono sul campo; dugento circa furon menati prigioni, tra' quali Dino della Rocca capitano di guerra pisano. Meno importanti, ma non men fiere cose avvenivano in questo mentre tra' bientinesi e quei di Castelfranco. Non parendo a quelli, onde Pisa era retta, che si lasciassero progredire nella discordia, mandarono a pacificare que' due popoli ser Jacopo da Bibbona. Prima che finisse l'anno andò a Firenze Giovanni Buglia Gualandi, affine di sempre più consolidare la stabilita concordia tra quel comune e Pisa; ed altri andarono a Lucca ed a Parma onde assoldare quanta più gente poteano, per vendicare la disfatta ricevuta dai senesi.

7. Anno 1333

In poco tempo, dice Giovanni Villani, ebbero ottocento buoni cavalieri oltramontani, e fecero loro capitano di guerra Ciapo degli Scolari uscito fiorentino. Il quale, del mese di febbrajo, cavalcò pel contado di Siena, guastando e ardendo quanto innanzi si trovarono. Tentò con varii assalti pigliare il castello di Camugliano: e molti che voleano resistere ne uccise, e centotrenta ne trasse prigioni; espugnò la rocca di Gonfienti; la Pieve a Cappiano, Monte Piscini e Bagno a Macerete percorse colla prestezza e colle rovine di un fulmine; quindi per la via di Orgia, di Stigliano e di Torri si condusse a Rosia, a sei miglia da Siena. Dopo aver devastato i contorni, passò a vista della città e dell'esercito nemico, e senza alcun contrasto, da
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Sovicille, da Sajano, per Montelupino e per la Selva, si condusse alla Badia a Isola; e finalmente pel territorio di Volterra tornò a Massa con numerosi prigioni e grossa preda. Mentre era su quel di Siena, i senesi richiesero d'aiuto i fiorentini: che mandassero a Siena le loro masnade, per combattere i pisani quando fossero sopra alla città; ma i fiorentini non le vollero dare, per non romper la pace; onde Siena prese contro Firenze grande sdegno, e tutta l'onta e vergogna, e tutto il danno ricevuto dai pisani si reputò aver ricevuto dai fiorentini perchè non l'aveano soccorsa. Frattanto le notizie di questa guerra pervennero al pontefice: ed egli, pensando che ne poteano nascere mali gravissimi, scrisse al vescovo di Firenze onde adoprasse per ridurre i due comuni a concordia. Si adoprò infatti con tutto l'animo quel prelato; e finalmente, il due settembre, al lungo trattato si diè compimento in Firenze, ove convenne grande ambasceria dell'una e dell'altra repubblica. E fu disposto: che Massa, cagione prima delle passate ostilità, rimanesse libera; che non vi avessero affare nè pisani, nè senesi; ma il vescovo di Firenze vi mettesse la signoria per tre anni, a sua volontà. Tale fu la sentenza: gl'inviati annuirono; si stabilì la pena di diecimila marche d'argento da pagarsi per la parte che la pace rompesse all'altra; e il comune di Firenze per l'un conto e per l'altro, restaron mallevadori : ma i Senesi attesero i patti per poco tempo, come più innanzi faremo menzione.
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Ora convien dire d'un castigo di Dio. Era il primo di novembre quando prese a cadere si sformata piova, e tanto oltre il modo usato, che pareano aperte le cateratte del cielo e minacciati i popoli da nuovo diluvio; e così seguì al continuo per quattro dì e quattro notti, onde le genti che erano in pericolo fuggivan di casa in casa, di tetto in tetto, gridando a Dio misericordia. L'Arno crebbe in tanta abbondanza d'acque che ben presto, dall'Alpi onde muove, a Firenze molti de' piani coperse, consumando ogni fatta sementa, abbattendo e divellendo alberi, e mettendosi innanzi e menandone molini, edificii e case. Incredibili furono i danni in Firenze e in quel contado: immaginiamoci con quante rovine venne il fiume per la sua valle di sotto, poichè gli si furono in essa uniti i non pochi suoi tributarii, ciascun de' quali avea rovinato i suoi ponti. Giungendo a Pisa sarebbe stata sommersa, se non che il fiume gigante ruppe in molti luoghi, come a Calcinaja, a Canneto, a San Lorenzo alle Corti; sboccò dal fosso Arnonico, s'aperse, per uno stagno, largo e profondo canale in fino al mare; e così la città fu salva da estrema ruina. Fu nullostante ridotta a mal punto; essendochè il quartiere di
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Chinsica fu tutto allagato; l'acqua giunse a tale altezza da cuoprire la mensa dell'altare di san Sebastiano; e molte case ne furon guaste, presso san Paolo a ripa d'Arno. Nel medesimo tempo anco il Serchio inondò la sua valle, talmente che gl'infelici abitanti di quelle campagne scamparono a stento la misera vita salendo sugli alberi; e non ore, ma giorni interi restandovi, senza avere altro cibo tranne quello che veniva loro porto da' rimasti illesi, i quali accorrevano con barche pei già fertili campi, fatti allora lago sterminato. Per questo flagello il territorio pisano fu scemo di parecchia gente; e tutti gli altri paesi d'Italia bagnati da grossi fiumi patirono presso a poco i medesimi danni.

8. Anno 1334

Prevalendosi della trista condizione in cui per tanti guasti i pisani trovavansi, il marchese Spinetti Malespini ordì un tradimento, onde insignorirsi della città di Sarzana. Infatti una notte vi fu introdotto con tutti i suoi; e Giovanni Orlandi che v'era potestà, e Giovanni Carratelli ch'eravi offiziale, ebbero assi di poter campare fuggendo. Sarzana appartenne al Malespina per molti anni finchè non la restituì a Pisa, in occasione di pace seco lei stabilita. Nell'anno di cui ora parliamo, a dì 4 dicembre, morì papa Giovanni XXII: a dì 20 del medesimo mese gli successe il cardinal Bianco, il quale s'ammirò egli pure della sua elezione, ed
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ai cardinali disse: avete eletto un asino. Era peraltro uomo di buona vita. Fu coronato col nome di Benedetto XII, a' 3 gennajo dell'anno 1335

9. Anno 1335

Ed eccoci a due fatti importantissimi. Da qualche anno s'erano i Senesi impadroniti di Grosseto, togliendone la signoria ad Abatino di Bino Abati; e sperando che questi dimenticherebbe per amorevolezza la ricevuta offesa, lo lasciavano andar libero per la città quasi in cortese prigione. Ma chi fa le ingiurie, le scrive sulla sabbia; chi n'è colto, sul marmo. Capitatogli il destro, Abatino a' 28 luglio si partì celatamente da Siena, e Grosseto ribellò. I senesi fecero incontanente oste a Grosseto, e ad un tempo apersero dei trattati con quei massetani che per loro parteggiavano. In un giorno concertato Massa fu a romore, e sopravvenendo i senesi, entrarono nella terra dalla parte di sopra ov'era la forza della loro setta; e per quanto i fiorentini vi mandassero il loro vescovo ed altri ambasciatori, convenne per forza che fossero signori della città i senesi; e ciò fu ai 24 d'agosto. Non così andavan le cose a Grosseto. Niun colpo decisivo si fece sino agli 8 di novembre, sebbene l'esercito di Siena si assottigliava ogni giorno per que' luoghi pestilenziosi. Nel dì accennato fu data ai senesi, per certa convenzione, una porta della città; e il loro capitano, ch'era Marcovaldo de' conti Guidi, entrò sconsigliatamente con più di trecento uomini; ma ebbe ben presto a pentirsi, poichè la sua gente venne tosto rinchiusa e presa quasi tutta, e fu gran ventura ch'egli scampasse. Non però venne meno l'animo ai senesi; anzi, afforzata la sua oste, attesero, più che mai
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all'impresa. Allora Abatino, che ben sapeva i pisani turbati molto per le cose in Massa avvenute, si recò a Pisa per soccorso. Ebbe aiuto di non pochi cavalieri; non pochi per suoi denari ne assoldò, e mandatili incontanente in Maremma, cacciò in petto ai nemici tanta paura che lasciarono tutto il loro campo e arnesi e si misero in fuga. Ma intantochè Pisa pigliava in tal guisa vendetta su Siena per la rotta pace, poco mancò che il pisano comune ruinasse per intestini tumulti. Molti nobili invidiando alla grandezza del conte Fazio, gli congiurarono contro. Essendosi congregato il Consiglio grande, per affari della Repubblica, i congiurati, tra' quali primeggiavano Benedetto Maccajone Gualandi, Ranieri Gualterotti Lanfranchi, Arrigo Gadubbi Gaetani, Francesco di Giovanni Galli di casa Lei, gli Upezzinghi, i Buonconti e i Sismondi, colsero questa occasione e indussero il popolo a romoreggiare, pigliando a pretesto che si levasse dagli offizii della cancelleria ser Michele di Lante da Vico; poichè il conte, a cui era accettissimo, lo avrebbe senza dubbio difeso, e non avrebbe voluto privarsi di un ministro fedele. Infatti il conte si dichiarò, con tutto l'animo, per lui: i caporioni della congiura si opposero; nè la contesa si tenne entro i debiti modi; ma ben presto si venne all'ingiurie, ed un certo Piero del Fondo da Vico si spinse tant'oltre, che, postergato il riguardo d'esser nel pubblico parlamento, trasse fuori un coltello per uccidere ser Michele. Per questa insolenza il Consiglio fu sciolto. Sulla piazza degli Anziani eranvi l'arciprete Jacopo e messer Leo Gualandi; i quali co' loro seguaci, per ordine di Benedetto Gualandi, capo della trama, presero a gridar ad alta voce iva il popolo, e corsero tutta la città per ribellarla al Gherardesca e
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deporlo dal reggimento. Affine di raggiungere più facilmente la meta, aveano trattato con Pietro de' Rossi, vicario di Mastino della Scala in Lucca, che se ne venisse con la sua gente in loro aiuto. Ma scoperto il tradimento, il conte lo pubblicò; e per questo la maggior parte dei cittadini tolse l'armi per esso. Dopochè il Gherardesca vide cresciuta la gente sua, uscì coraggioso ad occupare la piazza degli Anziani; ed occupatala, vi si difese in modo che, per quanto vi si adoprasse, il Gualandi non potè più entrarvi. Allora mandò questi a rompere le prigioni e liberarne tutti i carcerati ed armarli ad aumento delle sue forse; ma neppur questo riuscì, perchè la parte del conte Fazio andava di momento in momento crescendo. Ultimo tentativo de' congiurati per guadagnare la plebe, fu di spezzare a forza i ferrami della cancelleria e tutti i libri abbruciare de' malefizii, del sindaco e della gabella maggiore. Così si combattè fino a sera. Finalmente i Gualandi vedendo ch'era un dar di capo nelle mura, si ritirarono co' loro seguaci alla porta delle Piagge e vi si fecero forti, aspettando in ogni modo i soccorsi da Lucca. Il conte, onde maggiormente assicurarsi, fece suonare la campana degli Anziani, e bandire per la città che i Gualandi voleano assoggettare la Repubblica ai Lucchesi. A questo bando riarsero gli animi di dispetto contro i Gualandi: da ogni parte accorsero armati, ed al ponte della Spina si battagliò la più crudele battaglia. Dopo molte morti de' loro, i congiurati vedendo che non potean più resistere, sgombrarono dalla città pigliando la via d'Asciano; ed il conte, fatte serrare le porte, si fu al coperto d'ogni malo incontro. La domane si adunò il pubblico Consiglio: nel quale non solo fu confermata al conte la signoria della Repubblica; ma fugli accresciuto il numero
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delle masnade fino a mille cinquecento uomini. Egli allora fece proclamare che tutti gli usciti ritornassero liberamente a godere le loro case e le loro sostanze, capaci siccome prima di qualsiasi uffizio e magistratura: soli n'escluse i Gualandi, i quali poteano tornare a sconvolgere la quiete, sendochè anche il perdono è sovente un delitto nell'animo del potente che lo riceve. Per tal modo la città fu tranquilla: era potestà Feltrano dal Monte della Casa, e capitano di popolo Mellino da Tolentino.

10. Anno 1336

Potestà fu poi per sei mesi Federigo, parimente dal Monte della Casa, e per il rimanente dell'anno Giorgio Malpelida da Monte Nullone: capitano Alamanno di Niccolò Alamanni da Perugia, e quindi Giannotto di Francesco Alviano. Sotto i quali magistrati, il conte Fazio, dopo aver rimediato ai pericoli ed al buon governo provveduto, volle eternar la memoria della compressa sollevazione. E siccome nel sacrilego tumulto era stata atterrata a piè del ponte della Spina la chiesa parrocchiale dell'apostolo san Barnaba, egli la fece ricostruire in testa alla via de' Bottari, di fianco alla porta Calcesana; e sul suolo primiero fabbricò una bella torre chiamata la Vittoriosa, e vi fu posta la seguente iscrizione:

Cur noviter fondata loco sit Turris in isto,
Quis titulus, qui scire cupit, per carmina discat.
Surrexit secta populi contraria paci
Quosdam magnates comprehendens, et populares.
5Haec, si fortuna voluisset, subdere Pisas
Est conata sibi, Tamen hanc populusque, comesque
Fatius irrupit multo discrimine pugnae.
Hunc sibi namque locum per vim retinere putavit,

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Hic ideo populus pro libertate resumpta
10Turrim construxit, cui nomen Victoriosa,
Dans Deo, dans sancto Martino laudis honorem,
Cuius sub festo tercentum mille sub annis
Ter duodenisque tanta peracta bona.

Prevedendo poi che i fuorusciti sarebbero venuti a' danni della loro patria, il Gherardesca pensò ad assicurare dalle loro aggressioni almeno la città; e fece de' fossi e steccati dalla parte del borgo di san Marco in Chinsica, e le mura fortificò, adornandole anche con bella corona di merli: lo stesso si fece a porta a mare, detta allora Legazìa.

11. Anno 1337

I fuorusciti unitamente operarono che Benedetto Lanfranchi se ne andasse verso Firenze per assoldare cavalli e fanti. Messi insieme trecento de' primi e buona mano de' secondi, passarono in Maremma alla volta di Castiglione della Pescaja; ed avendo intelligenza con uno dei nobili delle Stadere, alla cui custodia era dalla Repubblica quella terra commessa, vi furono introdotti furtivamente per una porta. Ma scopertosi il tradimento, i popolo si levò a romore; e dato di piglio alle armi, con molto valore ributtaron fuori gli assalitori. I quali mossero su Piombino colla speranza di fortuna migliore: ma qui pure ebbero contro in armi la gente del castello; onde presero la risoluzione di ritirarsi, mettendo giù ogni pensiero d'impresa. Come la fama di questi fatti si diffuse, i Pisani si dolsero grandemente di Firenze, che copertamente avesse dato aiuto ai loro ribelli. Ma il gonfaloniere e i priori di quel comune mandarono a scusarsi, asserendo, ciò esser seguìto fuori della loro volontà; e questo i magistrati fiorentini fecero non tanto per mostrare di non aver fatto mancamento, quanto per timore che i loro mercanti, che dimoravano in Pisa,
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non avessero a patirne qualche danno. Comunque siasi, Pisa tenne per buona l'accusa; e tra' due comuni seguitò concordia: era potestà ed insieme capitano del popolo Gozzandini da Bologna, e capitano delle masnade Ugolino Bonconti pisano.

12. Anno 1338

Al Gozzandini successe per potestà Corrado dalla Ròcca, e per capitano del popolo Armano Nelli da Brancaleoni dal Monte della Casa. Durante la magistratura di questi il conte Fazio abbellì la piazza degli Anziani; ed altra più nobile cura si diede, quella d'istituire una grandiosa Università: se pure non è da dire ch'egli adoprasse per illustrarla ed ampliarla. Conciossiachè, i primi esordii della Università di Pisa, scrive il prof. Flaminio Severi , ove si voglia fare dei monumenti uso critico ed imparziale, è d'uopo riferirli circa al 1160. Se questo fosse con precisione l'anno che la vide nascere, non è facile a determinare: mentre le antiche memorie non parlano già della istituzione della Università; soltanto ne fanno fede indubitata, parlando di studii in essa intrapresi. Il cav. Flaminio Dal Borgo sulle tracce del P. Grandi fece l'Università troppo antica, assegnandone l'origine alla fine del secolo XI. Paolo Merula, Guido Pancirolo con molti altri la fecero troppo moderna, riportandola al XIV. Comunque siasi, certo è che il conte Fazio, col consenso di tutti gli anziani e di tutto il senato, ridusse a buon termine il teatro delle scuole; invitò a dispensare il pane dello intelletto quelli che più per l'Italia avevano nomi di sapienti, ed i giovani studiosi allettò con belle accoglienze. Mandò
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ambasciatori a papa Benedetto supplicandolo di autorizzare con la sua grazia che, per mantenimento dei sacerdoti del nuovo tempio del sapere, si potesse imporre una decima da pagarsi dagli ecclesiastici. ma Sua Santità, che non intendeva tanto il bene della scienza, poichè quanto era buono di cuore, altrettanto era corto di mente, non volle acconsentire. Non per questo cessarono i Pisani dalla nobile intrapresa; ma raddoppiando l'ardore e i sacrificii, provvidero l'almo Studio di personaggi rinomatissimi, sicchè potè presto misurarsi vantaggiosamente con gli altri d'Italia. In questo mentre Roberto re di Napoli, credendo fosse alla perfine giunto il momento sospirato di ricuperar la Sicilia, mosse con gran forze contro il re Pietro, successo al valoroso re Federigo. In tale occasione Pisa mandò ambasciatore al re Roberto messer Chierico giudice, scusandosi probabilmente del non dividere seco lui i pericoli e le fatiche della guerra, dovendo vegliare sulle sorti proprie, per la vicinanza di Mastino della Scala. E l'essersene stati in casa sua tornò utile ai pisani, imperocchè la spedizione di Roberto fu quanto formidabile, altrettanto infelice. Fu pure spedito ambasciatore a Bologna il giudice messer Betto di Ranieri del Papa.

13. Anno 1339

Nè solo era il timore del potente Scaligero che teneva vigilanti i Pisani; ma altresì il timore de' Fiorentini che andavano osteggiando su Lucca. Si mostrarono adunque sovente in armi sotto il comando di Baldo Sancasciani e di Niccolo Veci, incutendo, in questa guisa, rispetto a chiunque avesse delle mire contro di loro: era potestà Tebaldo dei Guerrieri da Fabriano.

14. Anno 1340

Ad esso successe Federigo di Gualtieri Bonforte, essendo capitano del popolo Cecchino
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d'Alviano. Ed altri ambasciatori andarono in diverse parti, i quali furono Colo Lanfreducci e Giovanni Frassolini; e vuolsi che la missione fosse di procacciare aiuti alla loro patria, onde potesse ella tentare un colpo su Lucca ed accrescere, con l'acquisto di quella città, il suo dominio. Del resto le cose del pisano dominio andavano prosperamente, all'ombra della virtù del conte Fazio. Ma la vita de' buoni è lista d'incenso che olezza e sparisce, mentre la vita de' tristi è pigra nebbia che dalla terra non sa distaccarsi. Il 3 dicembre, si dice in una recente biografia del conte Fazio, il 3 dicembre le vie fluttuavano di popolo e d'armati che accompagnavano estinto Bonifazio Novello alla tomba de' suoi maggiori. Ogni dabbene dicea ne' sospiri: egli ebbe ogni virtù senza macula. Tutto il tempo ch'egli fu signore di Pisa a nissun ciptadino era fatta nissuna ingiuria et ogni ciptadino poteva far bene a chi voleva, senza aver paura di nissun ciptadino. Egli si faceva ben volere, non come signore, ma come suo padre di ciascuno. Il funebre convoglio fermò a san Francesco. Ivi giacque il conte Fazio senza una memore pietra, siccome aveva prescritto, ed arrivato appena all'età di anni 43. Anche morendo beneficò la patria, lasciando erede di molte sue ricchezze la pia casa di Misericordia . I Pisani, non sconoscenti a tanti benemeriti, elessero in luogo del conte il figlio di lui Ranieri, abbenchè inetto a reggere il freno di tanta
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repubblica, perchè dell'età appena di undici anni. Sotto il nome pertanto di questo giovanetto prese a governare il senato, assistendo al giovanetto Tenuccio dalla Rocca, al cui senno ed alla cui fede lo avea Bonifazio raccomandato.

15. Anno 1341

I cominciamenti del nuovo governo furono importantissimi. Lucca era divenuta il bersaglio di non poche ambizioni. I Fiorentini la sospiravan da tanto, e spendevano attorno ad essa tesori e sangue; i Pisani attendevano un'occasione propizia per farla sua; i Castracani la consideravano come una eredità loro tolta, e nulla trascuravano onde recuperare i loro diritti: e intanto Mastino della Scala padroneggiava. Nel mese di febbrajo Francesco degl'Interminelli, col favore dei pisani, tentò sorprenderla, venendo di fuori con gente assai a cavallo e a piedi, ed avendo trattato dentro. Ma Guglielmo Canacci vicario dello Scaligero, scoperse le ordite trame, e quattordici de' cittadini che il Castracani secondavano, ne portaron gravissima pena. Avvenne peraltro che Mastino indebolisse grandemente nell'alta Italia; lo perchè non potendo fornir Lucca siccome doveasi, per mantenerla sotto il suo dominio, pensò metterla all'incanto. Cercò dunque di venderla o ai pisani, o ai fiorentini, chè a gara ciascuno ne voleva esser signore; ed a tal fine ciascuno ne tenne trattato. Luchino Visconti signore di Milano proferse ai fiorentini l'aiuto di mille cavalieri, se invece di mercanteggiare sulla lucchese città, volevano assediarla; nè altro premio addimandava di questo soccorso tranne una certa somma di moneta. Ma i fiorentini non fidandosi di lui, che era loro antico nemico, non vollero seco lui accordarsi. Anzi fermarono con
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Mastino la compra per dugentomila fiorini d'oro da sborsarsi in più paghe. Mediatore fu il Marchese di Ferrara; ed a pegno delle promesse, lo Scaligero mandò per ostaggi un suo figlio naturale e sessanta nobili di Verona e di Vicenza: Firenze ne inviò cinquanta, tra' quali il buon Gio. Villani. Prima che la folle compera si compisse, i pisani, adunato il generale Consiglio deliberarono, se doveano impadronirsi di Lucca per assedio, prima che i fiorentini ne pigliassero possedimento. Allora Giovanni Benigni, a favore di Firenze parlò così: signori; quanto la fiorentina repubblica possa in questo tempo, essendo in lega con quasi tutte le comunità di Toscana e con molte della Lombardia e col re Roberto, voi lo sapete. Io amo la patria e non farei l'ufficio di buon cittadino, se non vi dissuadessi dall'intraprendere una guerra, che oltre immensa spesa, porta seco incerti eventi e mali infiniti. Ma quando anche i fiorentini abbiano compra Lucca, dobbiamo credere che si condurranno con noi da buoni vicini, mentre non sogliono inquietare, se non provocati. Molti aderivano alle costui parole, quando sorse a rispondere Giovanni Vernagalli, uomo in cui mal distinguevasi se più fosse la prudenza o il coraggio. E mostrò necessario imprender guerra; poichè se i fiorentini fossero giunti a insignorirsi di Lucca, avrebbero poi tentato d'insignorirsi di Pisa. Castruccio aver appalesato ciò che valeva negli uomini, la cupidigia di dominio, ed i fiorentini avean dato saggio di se nelle passate occorrenze. Il di lui dire colpì in tal modo le menti ed i cuori, che si concluse far la guerra; e quindi si volse ogni cura a prepararla colla maggior prontezza e sollecitudine. Con promesse di danari, procurarono che Luchino signore di Milano concedesse loro que' mille
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cavalieri che a' fiorentini offerti aveva ; dugento ne ebbero da Mantova, centocinquanta da Parma, e dugento da Padova; notabili aiuti da' Conti Guidi; dagli Ubaldini e da tutti i ghibellini di Romagna; duegento cinquanta cavalli e molti fanti dal Boccanegra doge di Genova; accorsero finalmente a loro molta gente avventizia, e poco tardò ad essere in ordine un esercito poderoso. I Fiorentini sentendo l'apparecchiamento dell'oste che faceano i Pisani, non se ne stettero; ma spedirono alle loro amistà, da cui ebbero molta gente: cioè da Perugia, da Agobbio, da Ferrara, da Bologna, da Verona, da Volterra e da altre terre guelfe di Toscana e Romagna; e misero così insieme tremila seicento cavalli, e diecimila fanti, e ne diedero il comando a Maffeo da Conte Corradi. Quindi lo fecero cavalcare con tutta la cavalleria e con popolo grandissimo a Fucecchio e all'altre terre del Valdarno. E mandarono ambasciatori a richiederne e protestare ai
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pisani, che non si travagliassero dell'impresa di Lucca, com'era ne' patti della pace espressamente tra loro. I Pisani risposero che Lucca era loro per compra ultimamente fatta, e per privilegio dell'imperatore Arrigo; poi senza perder tempo, uscirono in campagna; ed occupati il Ceruglio e il Monte Chiaro, che con lo sborso di tremila fiorini d'oro ebbero dallo Scaligero, e guarnitili di loro gente, passarono il 22 agosto alla città di Lucca, e vi posero l'assedio d'intorno, e in poco tempo la cinsero di fosse e steccati, per lo spazio di più di sei miglia. I Fiorentini per staccarli di là, mandarono le loro genti nel contado di Pisa, le quali occuparono Pontedera, il Borgo di Cascina, le terre di san Casciano e di san Savino, e scorsero fino a Ponsacco; e secondo alcuni storici fino al borgo delle Campane, un miglio da Pisa, tutto guastando, incendiando, e predando. Ma non per questo i pisani si mossero dal ben cominciato assedio, avendo speranza di non fallire al loro disegno, perchè in Lucca non vi avea altro che centocinquanta cavalieri, e cinquecento pedoni a soldo; e Guglielmo Scannacci, uno de' capitani, procacciava al continuo quella città per Pisa. Senza pertanto curare delle rovine che l'oste fiorentina menava sul territorio della loro patria, i pisani strinsero maggiormente l'assedio. Si divisero in tre campi, e così angustiavano la città per modo che niun poteva entrarvi ed uscire senza grande pericolo. Frattanto Mastino non dormiva; ma sagacemente prese il suo tempo e mandò ambasciatori a Firenze, spronando il comune a prendere la possessione della città di Lucca e delle castella ch'egli teneva; e se ciò non facessero, s'accorderebbe egli coi pisani e loro la cederebbe. I Fiorentini, dopo varii consigli, spedirono ambasciatori al Marchese di
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Ferrara, ch'era mezzano a trattare i patti. Si accordò ben tosto la bisogna; e di presente i rettori della Repubblica fiorentina fecero muovere l'oste ch'era in Val d'Arno. Parte per la via d'Altopascio, parte per quella di Valdinievole giunsero al Colle delle Donne a' 15 settembre. Il Pantecarali, general fiorentino, avvicinandosi agli steccati, e attaccandoli in un punto di concerto cogli assediati, s'aperse un passo e fece entrare in città trecento cavalli e cinquecento pedoni; e il 21 settembre fu preso dal comune di Firenze il maleaugurato possesso, e vi fu grande allegrezza; ma si cangiò ben tosto in duolo. La Signoria fiorentina accecata da questo evento fortunato, ordinò al suo generale di dar battaglia ai pisani. Fu fatta la sfida ed accettata pel giorno 2 ottobre: ciascun in campo attese a prepararsi. E così nel giorno convenuto le due osti si affrontarono, divise ciascuna in tre schiere. La battaglia fu aspra e forte. La prima schiera pisana percosse sì gagliardamente che respinse per lungo spazio il nemico; ma poco appresso danneggiata dai balestrieri, dovette ritirarsi e salvarsi negli steccati. La prima schiera de' fiorentini affrontò allora la schiera grossa de' pisani, e qui sì che fu ritenuto e feroce il combattimento. Da un lato e dall'altro grandi e meraviglie di valori e grandi morti. Dalla parte de' pisani fu abbattuta l'insegna di Luchino; Giovanni Visconti d'Oleggio, con Baldo di Frescobaldi e con altri nobili fuorusciti fiorentini e più altri de' migliori pisani che vi fossero a cavallo. E ben vedeasi che se tutto l'esercito di Firenze avesse seguito l'esempio della prima schiera, la vittoria sarebbe stata per esso. Ma il grosso dell'oste nemica non si mosse, qual se ne fosse la cagione. Allora Ciapo Scolari
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che comandava la terza schiera pisana, e se ne stava in disparte a veder le condizioni della battaglia, usò una maestria di guerra, mandando certi de' suoi, infra la seconda e terza schiera fiorentina a gridare che i fiorentini feritori erano rotti. A quelle grida infatti le vide mettersi in precipitosa fuga: e ciò visto, diede con tanta furia dentro nella squadra, già due volte vincitrice, che la ruppe e sconfisse di presente, ricoverando tutti i prigioni, tranne Giovanni Visconti, che fu condotto a Pescia. Gli storici fiorentini scrivono che in questo fatto d'arme perirono più assai di Pisa che di Firenze: confessano anch'essi che a' pisani rimase il campo e l'onore. Certo è che la vittoria e la disfatta furono molto sanguinose, ed ambedue lacrimevoli, perchè prezzo di sangue fraterno. I prigioni fatti da' pisani furono immantinente condotti a Pisa, e chiusi nelle carceri di san Sisto quei più di conto; gli altri nella torre de' Familiati, in via Santa Maria. E si fecero per la città grandissime feste, e tutte le insegne tolte ai nemici furono appese nella chiesa di san Francesco con una targa a ciascuna di esse, con entrovi scritto il nome di chi l'aveva acquistata. Frattanto al campo, ristorati i soldati, e spronatigli a cose maggiori con doppia paga, si tornava a stringere più fortemente Lucca, in modo che non poteva introdursi vettovaglia di sorta. Fu fatto anche un bando che tutti quanti uscissero della città fossero presi, e, senza riguardo alcuno nè a sesso nè ad età, abbacinati o mutilati: le quali pene eseguite sopra alcuni infelici, misero nei lucchesi il più alto spavento. Frattando Firenze era tutta un movimento. A dir vero, quando vi giunse la prima e subita novella della ricevuta sconfitta si stese ovunque gran duolo e paura, stimandosi che la rotta ed il danno fosse più
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grande che non era. Ma poi, chiarita meglio la cosa, ordinarono incontanente di fare maggior oste che la prima, richiedendo d'aiuto il re Roberto e gli altri amici, e soldando gente d'armi a cavallo e a piedi quante se ne potesse avere. Scrissero poi al re Roberto che si compiacesse mandar loro per capitan uno de' suoi nepoti; e siccome nol potettero avere, fecero intendere ai loro negozianti in Avignone, affinchè s'adoprassero presso Gualtieri duca d'Atene, il quale si dovea recare alla corte del Papa, sì che lo disponessero ad essere capitano sovrano al servigio del fiorentino comune: e Gualtieri accettò. Nel mese di novembre Roberto volle fare una sottile sagacità, e mandò a Firenze una grande ambasciata: il vescovo di Grufo. Giovanni Barile e Niccola degli Acciajuoli, domandando per mezzo di essi il possesso e la signoria della città di Lucca, siccome sua pertinenza, abbenchè fossegli tolta da Uguccione della Faggiola; che se ciò facessero, prometteva tutte le sue forze e per terra e per mare contro a' pisani. I fiorentini dopo aver lungamente deliberato scesero nel desiderio del monarca, e co' di lui ambasciatori andati a Lucca eletti sindaci, ne fecero la consegna del dominio. Ciò fatto, gli ambasciatori di Roberto trassero a Pisa, e da parte del loro re chiesero ai pisani che levassero l'assedio. Ricusarsi apertamente e recarsi contro il potente signore di Napoli era mal partito; lasciar Lucca mentre stava per soggiacere, sembrava stoltezza ai pisani. Risposero dunque
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dissimulando che avrebbero mandato loro ambasciatori al re; ma poi finirono col non farne niente, e collo stringere sempre più l'assediata città. I Fiorentini vedendosi così menare mendarono a Napoli sollecitando Roberto, e rappresentandogli che ormai si trattava di liberare una città sua di lui: Roberto di nulla si mosse, onde essi, non potendo darsi posa sulla vergogna dell'avuta disfatta, si condussero ad uscir nuovamente in campo per loro, sul fare della primavera dell'anno seguente: lo che verremo presto narrando a suo luogo. Sotto l'anno del quale abbiamo discorso, dobbiamo aggiungere alcune altre notizie. Chi fosse potestà non è chiaro: capitano fu in principio Aliotto de' Massuoli; poi il conte Ugolinuccio Buleni, a cui, dopo neppure un mese, fu surrogato il conte Nolfo da Montefeltro. Nel libro delle provvisioni si legge che messer Ugolino Buonconti andò ambasciatore a Firenze, probabilmente per trattare della libertà del Visconti, rimasto, come dicemmo, prigione nell'ultimo fatto tra l'armi di Firenze e quelle di Pisa. L'arcivescovo fra Simone Santarelli, dopo una vita per ogni guisa esemplare, lasciò quest'anno la valle dell'esilio terreno. Ebbe sepoltura in santa Caterina, e fama di beato. I Pisani, premurosi di dargli un degno successore, pregarono il pontefice che volesse eleggere fra Marco Roncioni; ma il voto comune mancò, perchè il papa avea già destinata ad altrui la cattedra pisana. Nullostante il Roncioni non ebbe dimenticato; ma lo nominò vescovo d'Urbino .

16. Anno 1342


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A Pisa venne arcivescovo Dino da Radicofani , che da sei anni era arcivescovo di Genova. Ripigliando adesso le cose di guerra, diremo che i pisani travagliavano ogni dì più la città di Lucca; e i fiorentini, decisi all'impresa, non altro attendevano che il fine della rea stagione. A dì 20 febbrajo giunse in Firenze, chiamato a capitano di guerra, messer Malatesta da Rimini, con dugento cavalli ed atrettanti pedoni, e fu ricevuto dalla maggior parte con somma allegrezza, quasi l'angelo della vittoria. Ordinato un esercito quanto più poteasi forte, ai 24 marzo si spiegaron le insegne; il giorno dopo l'oste di mosse e andossene in Val di Nievole. Quindi partitasi ai dì 27, si pose e accampò sul poggio di Gragnano e sul noto poggio delle Donne. Ivi si tenne un mese e mezzo, stando in vari trattati di corrompere i soldati dell'oste de' pisani, invece di fare alcuna prova o valenzìa, come
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poteva e doveva, avendo tanta buona gente a cavallo ed a piedi. Nel sonno del Malatesta, non dormivano i pisani. Richiesto di nuovi aiuti Luchino Visconti n'ebbero mille cavalli, sotto il comando di Tore da Panico : dal canto proprio fecero ogni sforzo onde all'uopo misurarsi vantaggiosamente col nemico. La fortuna anche soccorse loro, perchè di questo tempo varii comuni trattarono di ribellarsi a Firenze; sicchè, scrive Giovanni Villani, intorno al fiorentino contado avea gran bollore. Per tal modo andando le cose, la Prioria mandò a dire al Malatesta che muovesse contro i nemici, checchè avvenire se ne dovesse. Egli adunque si partì da Gragnano a dì 9 maggio, e si accampò a san Piero in Campo, di costa al fiume del Serchio, presso all'esercito pisano, intorno di due miglia. E in quel giorno i fiorentini si afforzarono per l'arrivo del duca Treschi, del borgomastro, del conte Porcaro, e d'alcuni baroni del Bavaro, con cinquanta armature
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e venticinque cavalieri a sproni d'oro; e con cento cavalieri della sua nazione, giunse il duca d'Atene ed Uguccione de' Buondelmonti, e Manno de' Donati. Il 10 maggio, la mattina per tempo, il Malatesta si levò da san Pietro e cavalcò verso i pisani richiedendoli di battaglia; ma i pisani si tennero ne' loro steccati attendendo occasione più propizia. Allora risolse assalire un battifolle che sorgeva sul colle di san Quirico. Peraltro faceva mestieri passare il Serchio, ma il fiume era assai grosso; onde non potette tragittarlo quel giorno. In mezzo a grandissime molestie, perchè mancanti di alloggiamenti e di vettovaglie e dal nemico inquietati, riuscirono nondimeno a fabbricare un ponte; e il dì seguente passarono. I pisani non furon lenti a mandar più gente alla difesa della minacciata fortezza. Avvennero per vari giorni continue scaramucce. Piacque poscia al Malatesta lasciarsi addietro questa impresa, e, fatto valicare il suo esercito, si pose sconsigliatamente sopra un poggio dicontro al prato di Lucca. La notte cominciò gran pioggia; i pisani nullostante attesero a munire il prato di forti steccati; e tutta la loro potenza vi ridussero a petto de' fiorentini. Quattro giorni stettero così senza fare cosa alcuna: finalmente Braschino capitano dei tedeschi, impaziente di più starsi inoperoso, sull'ora di vespro passò il fiume co' suoi, ed attaccò la zuffa: lo stesso fece ben tosto il duca d'Atene ed ingrossò la mischia, così che più di millecinquecento cavalieri e più pedoni furono ad attaccare gli steccati ultimamente fatti da' pisani; li ruppero, e la gente che vi stava alla difesa costrinsero alla fuga. Erano forse solo di un passo divisi dalla vittoria, quando, facendo notte, il Malatesta suonò a raccolta e fu forza ritirarsi.
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Durante la notte i pisani non risparmiarono nè affanno nè sollecitudine, e rifecero i fossi e gli steccati più forti di prima: il cielo stesso gli aiutò; chè ricominciò la pioggia e l'Arno crebbe, sicchè il Serchio non si potea più da quel lato guadare. Il Malatesta vedendo il campo de' pisani afforzato, e di non poter fornire Lucca, con sua gran vergogna e del comune e degli amici di Firenze, si partì a di 19 di maggio; e ripassato il Serchio per la via d'Altopascio, si pose sul Ceruglio: al dì 21 di maggio gli diede battaglia e non l'ebbe. Oppresso di nuovo scorno si ritirò in Valdarno, e da Fucecchio spedì gran gente sul contado di Pisa il 9 di giugno. Cagionarono gravissimi danni, e, tra gli altri, menarono prigioni centocinquanta cavalieri che i pisani mandavano a Marti: contento de' quali, il Malatesta tornò a Firenze; ma intanto quelli che erano in Lucca, vedendosi abbandonati, cercarono loro accordo co' pisani e resero la città a' di' 6 luglio, salve le persone con ciò che ne volessero trarre. Il dì 11 i Pisani entrarono in Lucca trionfalmente, spiegando al vento le insegne imperiali e quelle del comune; ricevettero la consegna delle fortezze e vi posero a castellani Neri Orselli e Puccio Benetti: Tarlato Tarlati d'Arezzo fu creato potestà: Scarlatto da Reginopoli eletto conservatore: Giberto da Fogliano che in Lucca era stato vicario di Mastino, e Giovanni de' Medici commissario de' Fiorentini furono rimandati salvi con grosso riscatto, ed accompagnati, per sicurezza, in fino a Pescia, dal conte Nolfo. In Lucca e in Pisa si fecero, per la fatta conquista, grandissime feste, che troppo lungo sarebbe il descrivere.
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Somma tristezza era, al contrario, in Firenze. Ognuno accusava a vicenda d'inesperienza e di viltà il Malatesta, e d'ignoranza e di presunzione o di venalità i signori della guerra. Gualtieri di Brienne soffiava in questo incendio: ed il popolo, incauto, incominciò ben presto a gridare: Oh! se avesse avuto il comando il Duca d'Atene, le cose non sarebbero andate con tanta inerzia e con tanta viltà. Per contentare la plebe fu forza dare al duca il titolo di capitano di giustizia; e quando terminò la carica del Malatesta, cioè il primo d'agosto, a Gualtieri fu affidato il supremo comando dell'esercito. Le teste spiccate dal busto d'alcuni ricchi tra il popolo, e condanne severissime a favore del fisco furono le prime degne opere del nuovo signore: così, se perdè qualche cosa nell'amore del popolo, guadagnò la nobiltà, non sazia mai di vedere il popolo calpestato. Nel parlamento tenuto l'8 di settembre il duca fu proclamato signore a vita, di Firenze e del distretto di lei: povere agnelle! di per se stesse si scelsero guardiano il lupo. Cominciò tosto a trattare di pace co' pisani, e, con gran dispetto del comune fiorentino, la concluse il 13 ottobre con le seguenti condizioni: Che ai pisani rimanesse libera la signoria di Lucca per anni quindici, e potessero metter castellano chi più gli piacesse nella fortezza dell'Agosta (Augusta) e disporre come veri padroni di quella città e suo distretto, con che il duca vi potesse mettere il potestà a sua soddisfazione per il detto tempo. qual passato rimanesse detta città in libertà. Che i pisani dovessero ogni anno per censo pagare al duca per la festa di san Giovanni ottomila fiorini
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Che i fiorentini restassero franchi in Pisa di tutte le loro mercanzie per cinque anni e riavessero liberi tutti i loro prigioni. Che ai medesimi fiorentini dovessero restare, oltre le castella di Valdarno e di Valdinievole, le terre di Barga e Pietrasanta. Dall'altra parte i fiorentini dovessero toglier di bando tutti i loro ribelli, e fuorusciti nuovi e vecchi, che avevano militato negli eserciti e scorrerie dei pisani, e con essi stati in amicizia e confederazione, e perdonare agli Ubaldini, Ubertini e Pazzi, liberar di prigione i Tarlati, e ricevergli in grazia, e soprattutto rilasciare senz'alcun pagamento Giovanni Visconti, preso, mentre era capitano per i pisani, nell'assedio di Lucca, e tutti quei di Pisa. La pace fu pubblicata il dì 14; ed i prigioni furono incontanente restituiti. Tra' prigionieri pisani si distingueva Giovanni Visconti, onde al suo ritorno fu accarezzato e riverito. Ma egli cominciò a tener delle pratiche con alcuni di casa Lanfranchi, Gualandi, Gaetani, Upezzinghi ed altri nobili e popolari, per ruinare la parte del conte Ranieri, correre la città, e prender egli la signoria: i figli di Castruccio dividevano seco lui gli ambiziosi disegni, avvisando e macchinando di fare lo stesso in Lucca. Ma la congiura fu scoperta; e dietro gravi indizi venne arrestato Francesco Lampanti siccome complice di essa. Poichè fu posto ai tormenti confessò tutto, i traditori nominò, disvelando perfino il modo col quale doveano il palazzo sorprendere, uccidere il capitano delle masnade ed eleggere il Visconti a governatore perpetuo, e quindi tutti i banditi ristabilire.
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Imprigionati i più rei, ebbe il Lampanti con altri tronca la testa; altri furon dannati a perpetuo carcere; e Betto Buzzaccherini e Giovanni Buglia banditi siccome ribelli, e le loro case distrutte: i figli di Castruccio, e Giovanni Visconti, appena scorsero che la congiura veniva manco al suo fine se ne fuggirono: l'ultimo riparò a Milano. Come Luchino lo vide giungere così fuggiasco, senza por mente alle ragioni che aveano i pisani di difendere e mantenere la loro libertà, arse del più grave sdegno contro di essi; giurò vendicare Giovanni; e per dar principio alla vendetta, invece di rimandare gli ostaggi che avea richiesti ed ottenuti allorquando i pisani giovò dell'aiuto di mille cavalieri, gli fece incarcerare; ed all'istanza de' pisani rispose: che se volevano i loro cittadini, a lui rimettessero settantamila fiorini d'oro. Per questa e per altre vie si chiarì loro aperto nemico. Potestà di Pisa era Feltruccio dal Monte della Casa; capitano del popolo Niccolò Boccanegra di Genova, che ritenne la sua carica anco il seguente.

17. Anno 1343

Nel quale gravissime novità avvennero in Firenze. La signoria del Duca d'Atene divenne presto il più tirannico giogo. E s'egli era vero quell'antico proverbio: Firenze non si muove se tutta non si duole, ebbe ragione di tutta sollevarsi. Si ordiron congiure; alcune furono scoperte, e molti ne cadder vittima: ma il 3 agosto Firenze era libera un'altra volta. Non potè peraltro intieramente allegrarsene; poichè finita la pesta della tirannia, risorse quella delle discordie tra il popolo e la nobiltà. Il nuovo governo concesse Pietrasanta al vescovo di Luni, acciocchè coll'aiuto di messer Luchino Visconti suo coganto guerreggiasse i Pisani; ma poco dopo, onde non aver guerra al di fuori
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mentre tante turbolenze avea in casa, fece pace con Pisa a questi patti: Che Lucca rimanesse libera alla Repubblica di Pisa. Che non vi si rimettessero gli usciti, e se gli restituissero i suoi beni. Che i pisani dovessero nello spazio di quattordici anni pagare ai fiorentini fiorini centomila, ogni anno la rata per altrettanti, che essi dovevano a Mastino della Scala. Che rimanessero nelle mani dei fiorentini tutti li castelli, che possedevano nello stato di Lucca. Che i fiorentini fossero franchi in Firenze per trentamila fiorini simili della mercanzia, che gli venisse di Venezia per ciascun anno, e del soprapiù pagassero ancor essi denari undici per libra. Forse, per la detta pace, andò ambasciatore a Firenze Ciolo Scaccieri: ma più utile ambascieria si recò ad Avignone. Fino dal 25 aprile dell'anno precedente era morto papa Benedetto XII. Dodici giorni dopo eragli successo il cardinale Pietro Ruggieri col nome di Clemente VI, e godea fama di dotto, magnanimo e liberal personaggio. A lui, che conosceva il bene della sapienza, addomandarono i Pisani per la loro Università i favori che il conte Fazio non avea potuto ottenere da papa Benedetto, ed egli ne inviò loro la infrascritta concessione:
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Clemens episcopus servus servorum dei ad perpetuam rei memoriam In supremae dignitatis specula superni dispositione consilii constituti ad universas fidelium regiones nostrae vigilantiae, creditur, tamquam pastor universalis gregis Dominici, aciem apostolicae considerationis extendimus, ad eorum profectum, quantum nobis ex alto permittitur, intendentes, sed ad id praecipue nostra versatur intentio, et affectus aspirat, ut ubicumque terrarum ipsorum fidelium scientiarum fructus continuum, auctore Domino, suscipiat incrementum. Igitur considerantes fidei puritatem, et devotionem eximiam, quam civitas pisana ad nos, et apostolicam sedem gerere noscitur, et quod illas ad sacrosantam romanam Ecclesiam matrem cunctorum fidelium, et magistram eo amplius debeat augumentare, quo, et sedem ipsam se prospexerit gratiis apostolicis specialius honorari. Pensantes quoque quietem, et pacem, victualium abundantiam et hospitiorum, insignem fertilitatem, et alias commoditates plurimas, quas civitas ipsa, tam per mare, quam per terram studentibus oportunas habere dignoscitur. Ferventi non immerito desiderio ducimur, quod ipsa civitas, quam divina boitas toto gratiarum dotibus insignivit, scientiarum etiam fiat faecunda monuribus, ut viros producat consilii maturitate conspicuos, virtutum redimitos ornatibus, ac diversarum facultatum dogmatibus eruditos, sitque ibi fons scientiarum irriguus, de cuius plenitudine haurirent universi libealiter cupientes imber documentis. Ad hunc itaque universalem profectum, non solum incolarum civitatis ipsius et circum positae regionis, sed etiam aliorum, qui praeter hos de diversis mundi partibus confinent ad eandem studio paternae sollicitudinis, athelantes, et dilectorum filiorum communis, ac populi dictae civitatis devotis in hac parte supplicationibus inclinati. Auctoritate apostolica praesentium tenore statuimus, ac etiam ordinamus, ut in civitate ipsa de cetero sit Studium Generale, illudque, perpetuis futurisque temporibus in ea vigeat. In sacra pagina, iure canonico, et civili, et in medicina, et qualibet alia licita facultate. Ac docentes, et studentes ibidem omnibus privilegiis, libertatibus,
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immunitatibus concessis doctoribus legentibus, et scolaribus in studiis generalibus commorantibus gaudeant, et utantur. Volumus autem, quod ad docendum, et legendum in ipso studio doctores, qui in Bononiensi, vel Parisiensi, aut aliis famosis generalibus studiis honorem doctoratus, vel magistratus receperint, et alias experti, et idonei in novitate huiusmodi studii assumantur. Ita quod civitas ipsa tanto insignito honore dotibus fulgeat honori corrispondentibus memorato. Insuper civitatem, et studium praefata ob profectus publicos, quos exinde provenire speramus, amplioribus honoribus prosequi intendentes, auctoritate ordinamus eodem, ut qui processu temporis in eodem studio, quicumque scientiae, et facultatis, in qua studuerit, bravium assecuti, sibi docenti licentiae, ut alios erudire valeant, petierint ut impertiri possit, examinati diligenter ibidem, et in eisdem facultatibus titulo doctoratus, seu magistratus decorati. Auctoritate apostolica statuimus, ut, quoties aliqui in aliqua, vel aliquibus facultatum ipsarum, in eodem studio fuerint doctorandi, praetendeatur Archiepiscopo Pisano, qui pro tempore fuerit, vel ei sufficienti tamen, et idoneo, quem ad hoc idem duxerit deputandum, vel Ecclesia pisana pastore carente, vicario dilectorum filiorum Capituli ipsius ecclesiae, qui erit pro tempore, qui omnibus doctoribus, seu magistris facultatis, seu facultatum, in qua, vel quibus examinatio fuerit facienda, in studio ipso actu regentibus, praesentibus, convocatis eos gratis pure, et libere, ac omni fraude, dolo, et difficultate cessantibus de scientia, facundia, modo legendi, et aliis, quae in promovendis ad doctoratus, seu magistratus honorem, et officium requiruntur, examinare studeant diligere, et illos, quos idoneos repererint, partito secreto, pure, et bona fide eorumdem doctorum, et magistrorum consilio, quod utiquae consilium in ipsorum consulentium dispendium, vel iacturam sub debito iuramenti super hoc prestandi, tam ab archiepiscopo, et deputando ab eo, ac vicario, et singulis doctoribus, et magistris huiusmodi revelari quomodolibet districtius prohibentur, approbet, et admittat, eisque petitam scientiam largiantur, alios minus idoneos, pospositis gratia, odio, vel favore, nullatenus admittendo, super quibus Archiepiscopi, et deputandi ab eo, ut praemittitur, ac Vicarii praedictorum conscientias oneramus. Volentes, ut illi, qui in praefacto studio doctorati, seu magistrati fuerint, in eo, et aliis generalibus studiis legendi, et docendi absque approbatione alia liberam habeant facultatem, nulli ergo hominum liceat hanc paginam nostrorum statutorum, ordinationum, voluntatis, et prohibitionis infringere, vel ei auso temerario contraire. Si qui autem hoc
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attentare praesumpserit, indignationem omnipotentis Dei, et beatorum Petri et Pauli apostolorum eius se nocuerit incursurum. Datum apud Villam Novam Avinionensis 3 non. Septemb. Pontificatus Noster An. secundum.
Ma poco durarono per Pisa i felici successi. Il signor di Milano spedì al vescovo suo cognato mille dugento cavalieri comandati da Giovanni Visconti. Se ne vennero a Motrone; vi si accamparono e vi stettero quarantacinque giorni, durante i quali furono afforzati d'altra gente. Quantunque i pisani facessero ogni possibile resistenza, l'oste nemica passò in Val di Serchio; e non bastano le parole a descriverne i danni, le prede, gl'incendi e le uccisioni. Poi, pel contado di Lucca, andò a Vico Pisano; di là a Collesalvetti e nelle Maremme, cagionando per tutto grandissime rovine. I pisani lasciavano così scorrere i nemici, per non pregiudicae ai dodici ostaggi che Luchino riteneva . Nè vuolsi por fine alle cose in quest'anno avvenute senza registrare la morte del re Roberto di Napoli. Non avendo egli figli maschi, ma sole due nipoti, Giovanna e Maria, figlie del fu Carlo duca di Calabria, erede del regno fu la prima, sposata ad
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Andrea fratello del re d'Ungheria. Fu coronata regina dal cardinale Almerico legato pontificio; giurò di esser fedele alla Chiesa; giurò di far felici i suoi popoli; e tra gli altri eravi presente l'Arcivescovo di Pisa; ma l'infausto diadema non fece che renderla più ardita contro il proprio marito, e più sfrenata nelle tresche d'infame voluttà.

18. Anno 1344

Dovendosi mutare i magistrati in Lucca, nelle terre e nel distretto di questa città, coloro che vi teneano in nome di Pisa il governo vi mandarono a potestà Dino della Rocca; ed a coprir le altre cariche nobili cittadini sperimentati di valore e di senno: poichè vi voleano uomini di saldo petto per uno stato nuovo, e dai figli di Castruccio minacciato continuamente. La plebe vedendo soli i patrizi ai gradi d'onore e di possanza inalzati, ne mosse lamento; gli Anziani, considerato il disordine che ne poteva nascere, tolsero ad alcuni nobili le cariche loro commesse, le affidarono invece ad alcuni popolari, e tolsero così ogni sospetto: ciò si fe' specialmente per opera di Puccio Benetti e di Vanni Botticella. Si aggiustaron pure certe controversie tra l'arcivescovo e gli abitanti del comune di Mele, i quali ritornarono intieramente alla obbedienza, il proprio errore confessarono, e si mostraron pronti a qualsiasi penitenza ed ammenda . Luchino Visconti, occupato gravemente nella Lombardia, non potè riprendere le ostilità contro i pisani; sul finire dell'anno peraltro fece forti
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preparativi onde uscire incontanente in campagna alla nuova primavera.

19. Anno 1345

Vennero infatti le sue genti e fecero capo, siccome la prima volta, a Pietrasanta; per tirar poi verso Fucecchio, dove stavano molti fuorusciti pisani comandati da Benedetto Maccajone dei Gualandi, e seco loro unirsi. Gli Anziani mandarono solleciti per impedir il passo al nemico; ma egli se lo aperse a viva forza, se pure non gli si schiuse da qualche traditore. Dieci compagnie furon quelle che passarono, non il grosso dell'esercito; ciò visto Matteo Fringuelli capitano di Pisa, diè loro addosso con tanto impeto che le ruppe con morte di molti, e con molti prigioni; ed acquistate parecchie insegne se ne tornò alla città, non avvisando prudente lo attendere il forte delle nemiche schiere. Queste, inferocite per la disfatta toccata a quelle prime, pareva volessero inghiottir Pisa. S'incamminarono verso Fucecchio; si fermarono a santa Gonda per passar l'Arno e tirar poi sopra la città. Ma il vigile Fringuelli fu all'improvviso a contrastar loro il guado, onde rimasero non poco travagliate. Allora si posero a Castello del Bosco, sito comodo per scorrere nel piano di Pisa: e qui pure fu serrata la via ai loro disegni; perchè l'esercito di Pisa se ne venne subito al fosso arnonico schivando la battaglia, e sulle mosse di quei del Visconti vegliando. Non potendo così fare alcun colpo nei contorni di Pisa, trassero in Maremma unitisi alle genti del Maccajone Gualandi, e là fecero orribili danni.
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Ma al cominciare dell'estate infuocandosi quell'aria e divenendo pestilenziosa, molti soldati infermarono e morirono, tra' quali il Gualandi istesso, crudel nemico della sua patria ; onde il generale del Visconti vedendo malamente assottigliar il suo esercito, si ritirò a Versilia nella Lunigiana. Ma i fuorusciti rinunziando alla forza, ricorsero al tradimento. Ordiron delle pratiche con i figli di Baccarozzo conte di Montescudajo, costituiti vicarii nella Maremma; e questi fingendo aver avute lettere da Pisa, mostrarono ai terrazzani de' loro castelli l'ordine di cacciare i soldati del presidio, cui la repubblica dichiarava ribelli: e i terrazzani non solo que' soldati cacciarono, ma gli spogliarono di tutto e molti anche ne uccisero. Ed eccoti all'improvviso giungere a Pisa le nuove che Montescudajo, Bibbona, Rosignano, Casaglia, Vada, Guardistallo, Fauglia ed altri luoghi s'erano rivoltati. Per allora non si potè prendere misura alcuna, poichè la repubblica era troppo inquietata dall'esercito de' Visconti.
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Il quale riavutosi dai disagi nelle Maremme sofferti, era venuto sotto Castiglione di Garfagnana, e v'aveva stretto gagliardissimo assedio. I pisani andativi con buon numero di gente, si accamparono vantaggiosamente sopra di un colle e vi si fecero forti. Quindi, colta favorevole occasione diedero sui nemici sì fattamente, che in breve ora ne presero l'alloggiamento; non pochi ne uccisero, e gli altri ridussero a riparare in Camajore, che per Luchino si teneva. Non per questo si fece fine; chè il vescovo di Luni era troppo avverso ai pisani! Mandando adunque il generale del Visconti in Lombardia per soccorso, gli venne subito Filippone Gonzaga con cinquecento cavalli: e la tempesta piombò un'altra volta sul pisano contado. Ma, come a dio piacque, l'implacabil vescovo di Luni morì; e per tal modo mancando il primo fomite delle ire, si cominciarono de' trattati d'accordo. Ogni cosa fu rimessa nel Gonzaga: ed egli, intese le ragioni d'una parte e dell'altra, dichiarò: che Luchino rendesse ai Pisani tutto quello che aveva loro tolto, sì in Garfagnana che altrove, e rimandasse gli ostaggi che ancora teneva: e che i Pisani dovessero riconoscere il Visconti o gli eredi di lui, con un destriero e due falconi, e pagargli, per una volta sola ottantamila fiorini d'oro. ôCosì, esclama il buon Villani, i tiranni di Lombardia traevano il loro utile dalle guerre e dissensioni de' ciechi popoli di Toscana!ö A trattare la sopraddetta pace furon mandati dalla pisana repubblica Andrea Gambacorti e
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Ranieri Damiani: fu conclusa a Moriana, sebbene alcuni sostengano che fu fermata a Pietrasanta. Dopo ciò, la Maremma fu riacquistata ben presto. Frattanto papa Clemente s'era adoprato per una crociata contro i Turchi, che, profittando delle fraterne guerre de' marittimi popoli d'Italia, si erano fatti fortissimi e minacciavano ormai perfino i greci e italiani stabilimenti dell'Arcipelago. Ne fu scritto anco ai Pisani nel seguente tenore: Clemens Episcopus servus servorum dei. Dilectis filiis Commune civitatis Pisarum salutem, et apostolicam benedictionem. Ad memoriam, et aliorum partium illorum fidelium per diversas nostras litteras, et notitiam meminimus deduxisse, qualiter nos dudum, non sine magna mentis amaritudine, vehementiaque cordis dolore, audito, quod illi hostes profani blasfemiae, et persecutores crudeles fidei christianae, turchae videlicet, redemptorum aspersione crucis Domini Iesu Christi sanguinem sitientes et aspirantes ad confusionem et exterminium nominis christiani, fideles in Romania, et aliis circum adiacentibus transmarinis partibus commorantes ad eo crudeliter affixerunt, et affigebant etiam incessanter, quod nisi subveniretur eisdem attenta feoricitatis potentia hostium predictorum de subversione, ac perditione illius patriae in qua cultus eiusdem viget fidei, timebatur, nam turcae praedicti per terram, et per mare putes illas, et fideles degentet in eis, crudeliter, ut hostiliter personas, et bona ipsorum capiendo, et rapiendo, ac per vastitates hostiles, et ignis incendia depopulando, et consumando partes eisdem, vulnerando personas ipsas, et quam plures in ore gladii hostiliter trucidando, non parcentes sexui, vel aetati, nonnullosque, captivos ducendo, et cogendo aliquos, proh dolor, in Nostri Redemptoris opprobrium fidem catholicam abnegare, aliisque modis variis, omni humanitate postposita, cruciando paternae pietatis viscera super tantis fidelium ipsorum afflictionibus, et fidei eiusdem periculis, claudere non volentes, certi navalis subsidii stolium, tam per vos, et Ecclesiam Romanam, quam carissimum filium nostrum Hugonem regem Cypri illustrem, ac dilectos filios magistrum, et fratres hospitalis S. Io. Hyerosolimitani, et ducem, ac commune Venetorum, aliosque nonnullos fideles exhibendum pro defensione praedictorum fidelium, et repressione hostium crudelium, eorundem, dilatationeque
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Fidei orthodoxae illuc destinandum ordinavimus, et sufficienter tenendum usque ad certi temporis spatium in partibus ante dictis. Post modum vero ad nostri apostolatus aditum rumoribus gaudiosis prelatis, quod per huiusmodi subsidium depressa non parvum praesumptuosa superbia hostium praedictorum fuerit, et fideles praefati consolationes et ...... auxilium fuerant consecuti. Nos probabiliter existimantes, quod ex hoc hostes ipsi vires suas exercere adversus fideles, si possent, fortius et ferocius preparent et proptes hoc Dei negocium huiusmodi maiori, et ampliori auxilio indigebat. Vos per nsotras litteras rogandos duximus, et hortandos, ut quot, et quanta merita vobis apud Deum, et laudis apud homines praeconia poteratis acquirere, si moti pietatis instinctu inter tot sumptuum onera, quae nos subire oportet, vos efficeretis eiusdem negotii liberaliter auditore, intra vestra praecordia revoluentes ad hoc, prout decet, statum vestrum, et famae vestrae celebritas exigit, curaretis disponere cum effectu. Sane quia nunc adesse videtur tempus acceptabile, ut tam per potentiam dilecti filii nobilis viri Humberti Delphini veneti exercitus fidelium contra Turcos eosdem capitanei generalis, quo tam armatorum comitiva strenua zelo accintus fidei ad partes praedictas transamarinas magnanimiter est profectus, quam aliorum fidelium paganitatis reprimatur infidelitas, et augeatur in ipsis partibus, ad honorem divini nominis, et consolationem fidelium, et salutem animarum cooperante divinae virtutis potentia, cultus eiusdem Fidei orthodoxae. Universitatem vestram tanto affectuosius, quanto saepius, rogamus a Domino, et hortamur, quatenus pia, et provida meditatione pensantes, quod honori vestro congruit, et vestrarum saluti, expedit animarum, praesertim attentis hiis, quae praemissimus, ac largis lucris, et remissionibus pro nos fideliter invantibus negociis negocium supradictum concessis tanti, tanquam meritorii operis occurrentis, et incumbentis, hiis temporibus vos esse praecipuos participes, et consortes ad hoc sic magnanimiter et strenue vos cum effectu, sicut alios vos rogavimus, et Delphinus praefactus de vobis, prout suis nobis scripsit literis, confidit specialiter, disponere studeatis, quod inde apud illum, cuius res principaliter agitur, in hac parte meritorum crescatis cumulum, famaque, vestri honoris, et nominis salubria, et felicia in populis suscipiat incrementa. Datum Avenione xv. kal. Martii. Pontificatus Nostri Anno quarto.
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Ma Pisa rispose che dopo d'essere stata spogliata della Sardegna ed esserne stato investito il re d'Aragona, non avea nulla che fare nelle cose de' mari. Se peraltro Pisa aveva tanto perduto dell'antica possanza, registrava quest'anno la morte d'Andrea Pisano che, unito a Niccola e Giovanni, formano un triumvirato incomparabile di gloria nell'arte della scultura. Andrea verso l'anno 1301 era discepolo di Giovanni Pisano, e fu da lui riguardato con amorevolezza particolare. Quando Giovanni morì, Andrea godeva già reputazione di valente maestro. Non ostante Andrea non si vergognò di studiar poi le opere di Giotto; i mediocri soli son superbi; i grandi tesoreggiano il buono ovunque si trova. L'opera che stabilì grandemente la reputazione d'Andrea fu la prima porta di san Giovanni, condotta come quella che Bonanno avea scolpita per la primaziale di Pisa, e che se fu oscurata poi da quella del Ghiberti, allora corse tutta Firenze a vederla; e la Signoria, non mai solita andar fuori di palazzo se non se per le solennità, vennevi cogli ambasciatori ...... di Napoli e di Sicilia. La Repubblica dette per ricompensa ad Andrea la cittadinanza. Alla esecuzione di questa grand'opera lo fece chiamare la fama acquistata per una croce di bronzo molto bella di getto che mandò al Papa in Avignone. Andrea fu non solo scultore ma altresì architetto, e fu di lui il disegno del castello di Scarperia nel Mugello, alle radici dell'Appennino. Sventura ch'egli dovesse servire al duca di Atene: la possanza dell'ingegno, intieramente celeste, non dovrebbe mai servire ai vili tiranni della terra. Avea fatto il modello d'una fortezza da inalzarsi sulla costa di san Giorgio; ma, la dio mercè, non ebbe effetto per la
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cacciata di Gualtieri. Andrea lasciò di se illustre memoria anco nel suo figlio Nino, commendato per la squisitezza con cui trattò la carne. Andrea fu sepolto in santa Maria del Fiore con questo epitaffio:

Ingenti Andreas jacet hic Pisanus in urna,
Marmore qui potuit spirantes ducere vultus,
Et simulacra Deum mediis imponere templis
Ex aere, ex auro cadenti, et pulchro Elephanti.

20. Anno 1346

Ma ripigliamo la storia. Nelle condizioni della pace con Luchino Visconti eravi, come abbiamo detto di sopra, di riconoscerlo ogni anno con un destriero e due falconi; i Pisani se ne liberarono mediante lo sborso di 10000 fiorini d'oro, e per opera di Graffullerio dottore di legge e di Michele Freddano. Era capitano del popolo Ceccarone da Massa, durante la cui magistratura alcuni fuorusciti pisani vennero ostilmente sul contado di Lucca ed occuparono Pontetetto; e fattisi di questo luogo un ricovero, ne uscivano giornalmente ad infestare le terre circonvicine. Fu dunque spinta una buona mano di soldati contr'essi; ma essendosi i fuorusciti gagliardamente fortificati bisognò assediarli, e solo dopo due mesi il castello si arrese: i ribelli furono tratti a Pisa, ove del perfido attentato pagarono meritata pena. Un altro male grave piombò su Pisa, contro il quale inutile era e vigilanza di reggimento e valor di soldati: una orribile carestia che afflisse moltissime provincie. Ben si distribuiva del pane a nome della repubblica; ma troppo era scarso al bisogno, non sapendosi ove provvedere frumenti: ed il popolo languiva di fame. E poichè siffatti disastri soglionsi attribuire a chi impera, ne muovevan lamento contro il giovane Gherardesca.
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Allora quelli che gli stavano attorno lo consigliarono di tener guardie per la sua pesona, dipingendogli macchinazioni e perigli. Ed esso, intimorito, prese a cingersi di cavalli e di fanti, e risvegliò sospetti di tirannia. I Gualandi, gli Orlandi ed altri fecero congiura contro di lui, e nel giorno che celebravasi la festa di san Giusto, fuori de' subborghi, nel luogo che anche ai dì nostri si chiama Canniccio, invitarono con amorevolissime dimostrazioni a desinare a' loro possessi il giovanetto conte. Egli andovvi con la sua solita guardia, lasciando la città ben custodita. Fu trattato lautamente; ma in un cibo, sia perchè troppo ne divorasse, sia perchè vi fosse del veleno, trovò la morte, che troncò la di lui esistenza quattro giorni dopo. Gli diedero sepoltura con solenni esequie in san Francesco; e molti anche lo compiansero per la sempre cara memoria del padre.

21. Anno 1347

Per la repentina perdita di lui si accesero più violenti i partiti trai cittadini. I partigiani de' Gherardesca si chiamarono bergolini perchè bergo, o scemo di mente avevan chiamato il conte Ranieri, quelli che erano malcontenti della di lui persona; la fazione opposta a' Bergolini si chiamò dei raspanti perchè vi erano a capo taluni i quali, l'erario della Repubblica amministrando, avevan voce di poca fedeltà. Alla testa de' Bergolini eranvi Andrea Gambacorti, ser Cecco Agliata, e i figli di Bacarozzo conte di Monte Scudajo, ristabiliti in patria prima della morte del conte Ranieri; e facean loro seguito i Lanfranchi, i Gualandi, gli Orlandi, i Buzzacherini, gli Aiutamicristo, i Gaetani ed altri della nobiltà e del popolo. Primo trai Raspanti si distingueva Dino della Rocca, ed eran con lui i Benetti, gli Scaccieri, i
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Raù, i Pandolfini, i Lambertucci, i Vernagalli, i Botticella, i Rosselmini, e molti altri popolari e nobili. Divisa da queste discordie la città, avevano cativo cavallo a regolare il potestà, che era messer Lomo da Montecchio, il capitano del popolo ed il conservatore del pacifico stato. Le due parti presero ad insultarsi scambievolmente, e d'ora in ora attendevasi qualche fatto d'arme. Mentre stavasi in questi travagli, accadde che al cancelliere degli Anziani finisse il tempo della sua carica. I Bergolini lo voleano confermato; i Raspanti no, perchè sel teneano nemico: quindi nel pubblico parlamento tolsero a trafiggersi d'ingiuriose parole, sicchè gli Anziani licenziarono il consiglio, e il detto Rocca esiliarono siccome reo di soverchia insolenza. Dal lato de' Raspanti erasi gittato il capitano del popolo; onde i Bergolini stavano attentamente osservando i di lui andamenti. Un certo ser Marco da Cascina compose contro di esso e diede fuori una pasquinata: ed egli, offesosene giustamente, fe' arrestare l'autore, e dopo sollecito processo lo fece porre, legato, sopra di una carretta, e mostrare per tutta la città; poi, condotto fuori di porta alle piagge, fecegli tagliare crudelmente la lingua. Da questo i Bergolini argomentarono che il capitano del popolo favoreggiava gli emuli loro. Si aggiunse che essendosi fatta nuova tratta degli Anziani, otto ne uscirono de' Raspanti e quattro soli de' Bergolini; de' primi, anche due soprastanti alle masnade. A questo punto i Bergolini, vedendo quasi tutto in mano alla fazione contraria, si ristrinsero insieme per tumultuare e levar Pisa a rumore e gli opposti cacciare, prima che gli Anziani entrassero in carica. I Raspanti si accorsero della trama, e si prepararono a resistere. Gli Anziani che stavano
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per uscire del loro ufficio, onde riparare all'imminente rovina, chiamarono i capi d'ambe le parti; apersero loro il precipizio in cui voleano gittar la patria, e li fecero giurare di non più offendersi. Ma per loro sventura le città non ebbero mai penuria di sciaurati, che godono de' tumulti come certi augelli rapaci godono delle tempeste. Alcuni di cotestoro si misero attorno ai Bergolini e loro persuasero che i Raspanti sarebbero stati quieti, finchè i nuovi anziani non entrerebbero in carica; ma poi, quando avessero in loro potere la maggior parte delle magistrature e le masnade, si leverebbero a romore; s'impadronirebbero affatto di Pisa, e ne caccerebbero quanti avevano contrarii: così la religione del giuramento fu posta in non cale. Era la vigilia del santo Natale (e non pareva tempo di confusione e di pugne, quello in cui nacque il Dio d'amore e di pace) allorchè nel quartiere di Chinsica si cominciò a gridare Viva la libertà, viva il popolo e la parte bergolina. I Gambacorti erano tutti usciti in armi co' loro seguaci, e, passato tumultuosamente il ponte, entrarono nel quartiere di mezzo; quindi, tirando pel Borgo di s. Michele, Viva libertà popolo e Bergolini fecero echeggiare per ogni canto. Dino della Rocca accorrendo co' suoi mandò pregando tutti della sua fazione onde far argine ai Bergolini; ma la maggior parte negaron dividere il di lui divisamento, pensando che gli Anziani avrebbero colle masnade riparato ad ogni disordine. Dino in questa guisa abbandonato, si ritirò nella sua casa, preparandosi, per ogni caso, alla difesa; e così non trovando i Bergolini alcuna resistenza seguitarono a scorrere la città: finalmente trassero alla casa di Dino e presero a battagliarla. Egli peraltro, non solo teneva fermo; ma insieme con quelli che seco lui vi s'erano ricoverati
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tempestando giù sassi e frecce, cagionava gran danni ai nemici; quando colle masnade sovraggiunsero due anziani. Si misero tra mezzo ai tumultuanti e volevano quietarli; ma ne seguì effetto contrario. Essendochè Dino della Rocca dubitando d'essere anco dagli anziani tradito, fece rompere il muro della casa dalla parte di dietro, e di là se ne fuggì con la sua famiglia. Intanto le forze de' Bergolini aumentarono, e gli anziani dovettero cessare dal loro buon disegno. Le porte di Dino furono in pochi istanti atterrate: non potendo sfogare la loro rabbia sul della Rocca, ch'era scampato, si rifecero sulle stanze di lui, le quali posero a sacco, e quindi vi appiccarono il fuoco. Ugual sorte ebbero le cose degli altri della Rocca, de' Gherardeschi, de' Botticella, de' Sancasciani e molti altri. Dopo questo corsero i vincitori alla piazza degli Anziani, dove il capitano teneasi in guardia con molti cavalli e fanti; l'affrontarono, lo cacciarono con tutti i suoi e il ridussero a commettere alla fuga la propria salvezza, lasciando il suo palazzo con quanto v'era in balìa de' Bergolini. Per tal modo rimasti con intiera palma, presero il governo; e, fatto capitano del popolo Ranieri di Medula e signore Andrea Gambacorti , cacciarono di Pisa i principali Raspanti; quelli di poca stima lasciarono; ma per tarpar loro le penne, gl'imposero un balzello di settantamila fiorini d'oro. Per questa via i Bergolini si stabilirono, e i Gambacorti tra essi quasi tiranneggiarono la città.

22. Anno 1348

Ma orribile fu il primo anno del nuovo reggimento; conciossiachè si stese su Pisa e quindi su tutta Toscana, per passar poi anche più
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oltre, una micidialissima pestilenza. Morivano ora trecento, ora cinquecento persone ogni giorno, sicchè vi estinse circa settanta per cento degli abitanti Anche l'arcivescovo Dino da Radicofani soggiacque al crudele flagello. In suo luogo papa Clemente elesse giovanni Scherlatti canonico pisano, benchè fosse solamente suddiacono . Questi per altro non prese il possesso della sua chiesa prima dell'anno seguente.

23. Anno 1349

Nel quale tre furono i potestà che si successero nel governo di Pisa: Ugolino da gubbio e il figlio di lui Francesco, e Simone di Arriguccio Astacolli da Todio: capitano di popolo fu Pietruccio Mastini da Cagli per sei mesi; pel resto dell'anno Matteo da Narni: sovrastanti poi alle masnade del comune furono Francesco Gambacorti e Francesco Agliata. Sotto di essi andarono spedite dalla Repubblica parecchie ambascerie. Giovanni Erici dottore e Francesco Merola andarono al re Pietro d'Arragona, perchè fossero tolti alcuni pregiudizi contro i negozianti pisani: ne ottennero l'infrascritto provvedimento. Nos Petrus Dei gratia Aragonie, Valentie, Maiorice, Sardinie et Corsice comesque Barchinone, Rossilionis et Cerritanie attendentes nos dudum concessionem, seu provisionem infrascriptam ad humilis supplicacionis instanciam Iohannis de Hericis decretorum doctoris consiliaris nostri, et Francisci Merola nunciorum comunis Pisarum, qui ad nostram Magestatem Regiam fuerant destinati,
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fecisse in hac forma. Nos Petrus Dei gracia Rex Aragonie etc. attendentes ante Nostre Magestatis presenciam comparuisse nobilem Iohannem de Hericiis decretorum professorem, consiliarium nostrum dilectum, et Franciscum Merola cives, et ambaxiatores ad nos destinatos per comune Pisarum, asserentes, quod cum mercatores, et negociatores comunis predicti dubitarent intrare civitates, et loca nostra, causa mercantili, et negociacionis, pretextu aliquarum marcharum, que per nos, et predecessores nostros concesse dicebantur subditis nostris, contra comune Pisarum, et singulares, ac districtuales eiusdem dictumque comune paratum existeret subditis nostris condignam satisfaccionem facere, si repertum esset, eis de iusticia teneri in aliquo, et propterea duxerint nobis humiliter supplicandum, ut omnes illos, si quis erant ex subditis nostris, qui valeant conqueri de comuni predicto, et de faticha iuris in eo reperta, evocari facere dignaremur coram nobis ad ostendendum illud, cum ipsi parati existerent eis facere dignam satisfaccionem, et de sua ignocencia se purgare, et quod pro conservandis confederacionibus, ac paccionibus federis et aliis convencionibus inter illustres Reges Aragonie et dictum comune, ac utriusque subditorum utilitatis factis, et initis, talis ordo fieret, et in futurum modus debitus sumeretur, per que predicta inviolabiliter observentur, et predicti subditi subdicte pacis amenitate hinc inde tute, et secure valeant negociari, et terris utriusque utilitates, et comoda procurare. Quorum audita supplicacione, licet per civitates Valencie, et Barchinone, citaciones fieri fecerimus nostris subditis ante dictis, quod certa die coram nobis comparerent ad ostendendum raciones, si quas habebant, que predictis possent vel deberent, in aliquo obsistere, nullus tamen in termino, neque post de gracia expectati comparuit, seu se ad predicta opposuit, qui causas, vel raciones iustas hostenderet, propter quas ad subscripta debite procedere nequiremus, ideo nos videntes bonam affeccionem, et voluntatem, quam dictum comune ad nos, et domum Aragonis gerit, et volentes, ut convenit, pacis inter nos, et ipsum commune inite federa observare, et quod de bono in melius amoris vinculum inter nostros, et eorum disctrictuale prosperetur, et absque violencia aliqua conservetur, cum presenti carta nostra omnes, et singulas marcas, pignoraciones, et represalias per nos, et predecessores nostros concessas contra dictum comune, et suoso districtuales revocamus, et in totum tollimus, anullamus, ac eciam sublevamus ex racionis debito, et de gracia speciali, volentes, et eciam concedentes, quod universi, et
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singuli mercatores, et alii districtuales comunis predicti cum omnibus rebus, mercaturis, et bonis eorum venire valeant per universas, et singulas civitates, et loca nostra, tam citra, quam ultra mare sistencia, salve pariter, et secure, et non possint per nos, vel officiales, aut subditos nostros ex dicta causa pignorari, marchari vel propterea molestari. Mandantes universis, et singulis officialibus, et subditis nostris presentibus, et futuris, quod hanc nostram provisionem, et concessionem firmam habeant, teneant, et observent, et contra ea venire in aliquo non attemptent, quinimo, si tempore huiusmodi concessionis, et revocationis, est in contrarium aliquid fieri attemptatum, illud revocent, et faciant protinus revocari, si iram, et indignacionem nostram cupiunt evitare. In cuius rei testimonium presentem cartam nostram fieri iussimus, nostro Sigillo pendenti munitam. Datum Valencie, x kalendas Februarii Anno Domini MCCCXLIX. Et nunc fuerit nobis per nobiles, et dilectos Iohannem Buzatharini de Cismundis militem, et Iohannem de Hericiis decretorum doctorem consiliarium nostrum predictum, nuncios per dictum comune ad nostram presenciam noviter destinatos humiliter supplicatum, ut provisionem, et concessionem predictam confirmare, et teneri, ac servari facere, de nostri benignitate solita dignaremur. Idcirco ipsorum nunciorum supplicacione admissa benigne, necminus dicti comunis contemplacione, et ut amoris, et dileccionis vinculum inter subditos nostros, et dicti comunis districtuales, quod antiquiter viguit, perseveret, concesionem, et provisionem predictam de speciali gratia serie presencium confirmamus, prout melius superius continetur. Mandantes universis, et singulis officialibus nostris presentibus, et futuris, vel loca tenentibus eorundem quatenus provisionem, et confirmacionem nostram predictam huiusmodi teneant firmiter, et observent, et non contraveniant, nec aliquem contravenire permittant aliqua racione. In cuius rei testimonium presenteminde fieri, et Sigillo nostro pendenti iussimus communiri. Datum Valencie xiv die Februarii Anno a Nativitate Domini millesimo trecentesimo quinquagesino tercio Bartolomeo di Masaccio Buonconti e Villano da Piombino andarono a Roma; Rosso
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Buzzaccherini e Jacopo da Fauglia a Genova; ser Michele da Ghezzano a Firenze; Bartolomeo da Pontedera a Montopoli; e Benincasa Giuntarelli a Milano. La causa di tali spedizioni non è conosciuta; può bensì credersi che avvenissero onde mettersi in guardia contro gli ambiziosi disegni di Giovanni Visconti arcivescovo e signore di Milano. Luchino Visconti era morto, il 24 gennajo, avvelenato da Isabella del Fiesco, rotta al vizio di lussuria quant'altra mai. Ora l'arcivescovo Giovanni trovandosi assoluto signore di quello scettro che sotto Luchino avea indirettamente maneggiato, ogni cura spendeva per dilatarne il dominio. Ed i pisani, che già sapeano la sfrenata avidità del Biscione , pensavano ai casi loro, onde non esser in ogni evento colti all'improvviso. Ad un tempo riformarono l'uffizio di capitano del popolo, determinandone meglio i diritti e i doveri, ed il numero prescrivendo e la qualità della gente che il capitano dovea tenersi attorno: così voleano gli Anziani impedire che l'animo di chi tanta carica cuopriva insolentisse nel periglioso comando.

24. Anno 1350

I primi che l'ebbero dopo in tal guisa ridotta, furono Pietro di Testa de' Mastini da Cagli, e quindi Porcello d'ARrigo del Porco da Gubbio. Reggendo essi le cose, nulla di gran momento avvenne nella città; ma ben dovettero star sempre più all'erta contro il Visconti, che tanto si fece forte quest'anno ne' suoi vasti disegni comprando Bologna, e per parentela stringendosi a Mastino della Scala, ed al conte di Savoja Amadeo VI

25. Anno 1351

I Fiorentini ingelositi a buon diritto di tanto potere dell'arcivescovo Giovanni, e
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vedendo ben chiari i suoi pensieri sulla Toscana, presero a maneggaire contro lui delle leghe in Lombardia; ma egli le sturbò, e si adoprò inoltre per staccare dall'alleanza di Firenze i Pisani, mandando appositamente ad essi Bernabò suo nepote. Pieno di speranza per le nimistà passate tra il fiorentino e pisano comune, si presentò Bernabò agli Anziani; ed a nome del suo zio promise gran numero di gente. I Gambacorti risposero che avendo pace co' Fiorentini, non era dovere romperla, senza ragione, con essi, e violare la fede e i giuramenti. Ma l'ambasciatore si accorse bene non esser quella de' Gambacorti la volontà dell'universale; e così persuase al suo zio. Il quale spedì tosto nuovi inviati, ordinando loro di esporre l'ambasciata nel parlamento generale. Congregato infatti a loro istanza, dicesi che uno de' messi del Visconti vi tenesse questo discorso: Signori, dopo tante esperienze conoscete bene la superbia della nazion fiorentina la quale non solo i vicini ma anco i lontani inquieta continuamente. Il mio signore pertanto ha risoluto domare tanta alterigia, ed un potentissimo esercito di lui è già ai loro danni. Pure la più grande speranza di vittoria ei la ripone nel vostro aiuto. E potete voi esitare un momento? Voi lo sapete il desiderio che i fiorentini hanno di togliervi la libertà, e quante volte, or colla forza aperta ora co' tradimenti l'hanno procurato. Ora è pace tra voi ed essi; ma appena vedranno il loro vantaggio non indugeranno ad infrangerla. Preveniteli or che potete far la loro rovina: la casa Visconti v'invita che tante volte vi ha soccorsi con eserciti interi, e da cui dovere riconoscere la vittoria nell'ultima guerra di Lucca. Aderendo all'armi del signore di Milano favorite infine la parte ghibellina, la parte vostra, ed
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abbattete la parte guelfa, implacabile nemica della indipendenza de' migliori popoli d'Italia.
Per questa ed altre ragioni il popolo andava inclinando. Lo che vedendo gli anziani, proposero agli ambasciatori di ritirarsi per alcun poco, onde gli adunati potessero consultare e deliberare con libertà; e ciò fatto, Francesco Gambacorti parlò in questa guisa: Signori, avete uditi gli oratori milanesi che vollero persuadervi a riprender con Firenze la guerra. Ascoltate schietto il mio parere. Noi abbiamo stretta concordia co' fiorentini; nè dal giorno in cui ci porgemmo amica la mano, abbiamo ricevuta offesa alcuna: e perchè dunque dovremo levarci ostilmente contro di loro? Non mi si ponga in campo la ragione di stato, per l'utile che possiamo tirare dal passo che ne si propone. Il signore di Milano avrà certamente la peggio; ed in questo caso chiaritici mancatori di fede ai fiorentini, possiamo aspettarci le più crudeli oppressioni. Ma s'anco dovesse il Visconti riportare vittoria, che dobbiamo attendere? Sommessa Firenze egli si volgerà contro Pisa, nè essa avrà forza per resistere, nè amistà da invocare nel periglio. In quanto ai benefizii fattici dalla casa Visconti, io non gli nego; ma altrettante ingiurie gli oscurano. Da' Visconti trattenuti e straziati i nostri ostaggi. Da' Visconti soccorsi i nostri nemici, i figli del Castracani. Da Luchino Visconti saccheggiato il nostro territorio, ed emunto l'erario nostro. Finalmente, allorchè vi si chiama a sostenere i ghibellini, mirate bene addentro: l'ambizioso non ha partito; è tutto, ed è nulla, a seconda dell'utile suo. Ricordate Castruccio: era ghibellino, e noi l'aiutammo: col nostro braccio flagellò i guelfi fiorentini; poi si fece nostro tiranno. Lo perchè io conchiudo, si
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risponda agli ambasciatori che abbiamo fermo di starcene neutrali.
E così fu fatto: poichè la Repubblica ricusò di prender l'armi contro di un popolo rivale bensì, ma unico sostenitore in Italia della causa della libertà . In questo medesimo anno ricusarono i Pisani di unirsi a' Veneziani contro i Genovesi. Il Senato di Venezia non potendo con le sue forze mantenersi vantaggiosamente in Oriente, mandò alla Repubblica di Pisa invitandola a vendicare la disfatta della Meloria; ma Pisa era in allora governata dai Gambacorti, uomini che non avevano antichi odii da soddisfare, nè da trarne antiche vendette: inoltre l'interesse della mercatura faceva desiderare la continuazione della pace. Contuttociò seguitarono le ostilità tra Genova e Venezia, e tra il Visconti e il Comune di Firenze.

26. Anno 1352

Col Visconti erano molti tirannuzzi che si adopravano, sperando racquistare i seggi da cui erano stati balzati: erano fra questi i Castracani, che tolsero ai Fiorentini la rocca di Coreglia e la terra di Sorana. Firenze intanto aveva mandato a Carlo IV re dei Romani, nipote d'Enrico VII e figlio di Giovanni di Boemia, rappresentandogli che quell'avanzo di autorità, che gl'imperatori aveano in Italia, pericolava; che facea mestieri abbassare l'alterigia del signore di Milano; che scendesse a prendere le due corone de' Lombardi e dell'impero romano, e le repubbliche di Toscana lo avrebbero secondato con tutta la loro potenza. Da un cancelliere imperiale si concluse il trattato, e nel mese di maggio fu
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bandito a Firenze; ma Carlo IV ricusò ratificarlo, non potendo per allora allontanarsi dalla Boemia . Nullostante quest'intelligenza de' toscani comuni col re de' Romani, la morte di Clemente VI avvenuta il 5 dicembre, e i poco buoni successi avuti dai Castracani in Garfagnana, fecero piegare l'arcivescovo Visconti a trattative di pace: i Gambacorti e la Repubblica pisana s'interposero. Ambasciatori di Milano e di Firenze si recarono a Sarzana, come i due Gambacorti Francesco e Lotto.

27. Anno 1353

Ivi cominciarono, il primo gennajo, le conferenze;e, specialmente per la somma prudenza de' pisani ambasciatori, fu conclusa la pace ben presto, non solo tra l'arcivescovo Visconti ed il Comune fiorentino; ma anche tra tutte le terre aderenti a quegli, e i senesi, aretini, perugini ed altri a questi aderenti: i principali capitoli del trattato furono i seguenti. Che dei danni fatti all'esercito del Visconti nel fiorentino non se ne pretendesse alcuna sodisfazione. Che i fiorentini e gli altri della lega dovessero rimettere tutti i banditi per causa di detta guerra, e qualunque fosse stato dichiarato aderente del medesimo arcivescovo Visconti; ma i ribelli, ed usciti per altro conto, non s'intendessero compresi in questo capitolo; ed in ciò se ne lasciava l'arbitrio ai detti Gambacorti, mezzani della pace. Che il Visconti dovesse richiamare a sè l'esercito, che aveva in Toscana, e restituire tutto quello che aveva tolto ai fiorentini, e agli altri collegati. Che i fiorentini dovessero restituire Lozzole agli Ubaldini. Che i pisani restassero neutrali, come erano stati in detta guerra.
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Che muovendo guerra i fiorentini ai pisani, potesser il Visconti porger loro aiuti, non ostante il presente accordo. E per il contrario, se il medesimo Visconti venisse contro i pisani, potessero i fiorentini soccorrergli senza esser imputati di contravvenire alla pace.
In Firenze la pace fu pubblicata il primo d'aprile; ma nuove vicende riserbaronsi alla Italia. Successo a Clemente VI Innocenzo VI, questi risolse di liberare le città della Chiesa dai tiranni che le governavano e ridurle sotto la immediata sua autorità. Posto insieme un esercito, scelse a guidarlo il cardinale spagnolo Egidio Albornoz che si diceva discendente dalle reali schiatte di Leone e di Aragona, e che s'era reso glorioso per fatti d'arme contro gl'infedeli. Il cardinale entrò in Italia nel mese d'agosto. I Pisani mandarono a complimentarlo, in nome della Repubblica, Niccolò di Messer Lotto Taccoli. Era potestà di Pisa Bettuccio o Betto Gorgeria da Monte Melone, e capitano di popolo Simone de' Conti da Spoleti. Sotto i quali furono spedite parecchie ambascierie in diverse parti: Giovanni Buzzaccherini al re d'Aragona, pregandolo che volesse confermare i provvedimenti fatti l'anno 1349 onde assicurare liberi i traffici de' pisani nel regno aragonese; e la preghiera fu accolta. Messer Ugolino del Polta andò in parti ssegrete; messer Corrado di Bernardino da Vico andò a Siena; Gualando Ricucchi e Papa di Marti a Genova: questi ultimi pare che avessero la missione di condolersi con quella repubblica per le cose avvenute tra le i e Venezia ne' mari d'oriente, ed a procurare la restituzione di molte merci attenenti ai pisani, e loro tolte da alcuni genovesi, in una traversata da Sardegna a Pisa .
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Commissario generale a Lucca andò quest'anno Neri di Guido Agliata.

28. Anno 1354

E qui l'ordine delle cose ci porta a parlare di un capitano di venturieri, che se non fu il primo in quest'arte funesta, come dice Matteo Villani, fu al certo fra tutti formidabilissimo: io dico di frate Monreale d'Albano, chiamato dagl'italiani fra Monriale. Distintosi valente soldato in accanite guerre contro Giovanna regina di Napoli, potè mettere insieme, al finire di quelle sfortunate campagne, una masnada, che si tenne stretta con una certa disciplina unita ad ogni militare licenza. Contrariato dalla sorte in sulle prime, potè poi raccogliere mille cinquecento cavalli e duemila fanti, e avanti che passasse il novembre del 1353 quarantaquattro castelli già gli eran soggetti. Ciò fu il preludio della sua grandezza, poichè da ogni parte d'Italia e perfino di Germania accorsero a dividere seco lui gli assassinii, i perigli e le prede . Spiegata la sua bravura e la sua ferocia nella Romagna, egli pensò passare in Toscana. Le Repubbliche toscane si collegarono allora contro di lui; voleangli resistere nella provincia di Perugia; ma egli seppe staccare con belle promesse i perugini dalla lega, e per Asciano e Montepulciano venne su quel di Siena. I senesi gli pagarono sedicimila fiorini affinchè proseguisse il suo cammino, senza fermarsi nel loro territorio. Gli aretini gli dettero arnesi e vettovaglie. I fiorentini vollero resistere giuntisi ai pisani; ma allagato il loro paese dalla compagnia di Monriale, simile ormai a sterminato
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diluvio, risolvettero all'ultimo di venire agli accordi, e pagarono venticinquemila fiorini: i pisani ne pagarono sedicimila, oltre grossi doni fatti ai diversi capi dell'orde del capitano di ventura, il quale dal suo canto promise alle due repubbliche che per due anni non entrerebbe più nel loro territorio. Nel mese d'agosto frate Monriale pagava la pena di tante ruberie, e tanti disegni lasciava sul patibolo in Roma, per ordine di Cola di Rienzo. Frattanto Carlo IV sbrigatosi delle sue faccende in Boemia, sollecitato egualmente dai Guelfi e dai Ghibellini a calare in Italia, erasi recato il 14 aprile in Udine. Il tre novembre arrivò a Padova, donde, quattro giorni dopo, s'incaminò verso Mantova. Ivi si riposò alcune settimane per trattare di concordia, se era possibile, tra i Visconti ed i loro nemici. I visconti gli spedirono splendida ambasceria con suntuosi regali e promesse d'aiuti, e lo invito a prendere la corona di ferro. Ad un tempo mandò alla repubblica di Pisa il vescovo di Vicenza e messer Senso da Prato a richieder in essa libero ingrezzo al suo partirsi da Milano. Arrivarono felicemente i due ambasciatori, e furon accolti con ogni onorevolezza. Il giorno dopo adunato il generale Consiglio della Primaziale, esposero la loro missione: che Sua Maestà volendo passare in Toscana per andare a Roma a ricevere la corona imperiale, eleggeva di fermarsi alcuni dì in Pisa come in città sempre all'Impero devotissima. E perchè i cittadini non dovesse stringere qualche timore di novità, in nome dell'imperatore dissero che egli veniva come amico e padre, a consolidare lo Stato, non ad offenderlo; a confermare tutte le grazie imperiali e non a toglierle; non ad imporre la ben che menoma gravezza, ma bensì a
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beneficare, null'altro dal Comune richiedendo, che le prove di quell'amore che agli antecenti monarchi avea dimostrato. E tutte queste promesse furon con pubblico e solenne istrumento ratificate. Allora il Consigliò restò pienamente soddisfatto, e, cangiata la tema in sicurezza, d'unanime consenso a' due legati fu risposto: che la città si teneva sommamente onorata, perchè Sua Maestà si degnerebbe favorirla di sua presenza; e provava per sì fausta venuta la più viva allegrezza. Di che oltremodo contenti gli ambasciatori, se ne tornarono a Mantova. Ivi erano già pervenuti, siccome messi di Pisa, messer Albizzo Lanfranchi cavaliere, messer Pietro Obizi dottore, Pietro d'Andrea Gambacorti e Niccolò Agliata. Offerivano a Carlo IV la loro città, purchè accogliesse le seguenti considerazioni: Che egli promettesse confermarle il dominio della città di Lucca con giurisdizione imperiale, e rinnovarle i privilegi degl'imperatori suoi antecessori. Che non mutasse lo stato della repubblica, ma lo lasciasse nel modo, che lo trovava. Che gli anziani, che di tempo in tempo sedevano, dovessero essere vicari imperiali in tutto il dominio pisano e lucchese. Che non dovesse insignorirsi in conto alcuno dell'entrate della comunità, quantunque assegnate a particolari cittadini per imprestanze da loro fatte. Che non dovesse alterare, nè variare l'offizio del conservatore, nè di qualunque altro magistrato. E finalmente dasse parola regia di non rimettere veruno dei fuorusciti senza il consenso della repubblica. Promisero inoltre sessantamila fiorini d'oro da pagarsi in quattro rate: la prima di presente nella città di Mantova; la seconda allorchè Sua Maestà
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entrerebbe in Pisa; la terza quando se ne partirebbe; la quarta al tempo della coronazione in Roma. Carlo IV gradì esibizioni sì affettuose, e cortese rispose ai pisani mandati: chiara essergli la devozione di Pisa, e con piacere aggiungere questo nuovo argomento ai molti di cui attestava il passato; desiderare che nel medesimo affetto continuassero; che egli avrebbe loro risposto d'uguale amore; frattanto concedere ogni domanda. Con questi ed altri favori tornò la nobile ambasciata alla patria, la quale si diede a pienissima gioia. Eravi capitano di popolo Fortunato di Rinaldo de' Serocci da lodi, e potestà quegli dell'anno precedente: a Lucca poi andò Vanni Zacchi che, risplendendo per dottrine e prudenza, era ad un tempo ricercato dai samminiatesi e dai perugini ad esercitare la carica di potestà nei loro stati. L'anno di cui parliamo si chiuse, fermando pace tra il re di Tunisi ed i Pisani, per mezzo di ser Ranieri Porcellini , invitarono Carlo a prendere la signoria della loro repubblica, senza riserva d'alcuna preventiva condizione.
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Firenze tradita così da' Senesi, rimasta sola, dovette comprare la grazia imperiale; ma la comprò ai seguenti patti. Che egli cassasse e annullasse tutte le sentenze e condannazioni per avanti fatte o promulgate contro il comune di Firenze, suo contado e suoi aderenti, dagli antecessori imperatori e re de' Romani. Che il comune di Firenze, suo contado e distretto si reggesse conforme agli statuti, con facoltà di poterne compilare degli altri, non contrarii però alle leggi imperiali, e s'intendessero sempre approvati da S. M. C.. Che i priori delle Arti e il gonfaloniere, che sono, e che per i tempi saranno, dovessero esser perpetui suoi vicarii imperiali. Che S. M. si contentasse per grazia speciale di non entrare in Firenze, nè meno in terra alcuna murata del suo distretto: dall'altro canto dovessero i sindachi della repubblica fiorentina a nome d'essa far la debita sommissione, e rendere obbedienza alla M. S. e riconoscerla per vero imperatore. Che per tutto quello, che il comune di Firenze in qualsivoglia modo fosse obbligato, e per qualunque causa dagli andati tempi fino al presente, non solo a lui ma a tutti i suoi antecessero imperatori, restasse libero, promettendo di pagargli per tutto agosto prossimo avvenire in quattro paghe centomila fiorini d'oro. Che ogn'anno nel mese di marzo, di più, se gli pagassero, durante sua vita, in recognizione di censo quattromila fiorini d'oro, senza che S. M. potesse mai pretendere altro per qualsivoglia causa e ragione dal detto comune di Firenze, suo contado e distretto. Il 23 marzo le campane di Firenze suonavano a festa per la pace conclusa; ma sul volto dei cittadini era stampato il più profondo dolore.
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Carlo entrò in Siena il 23 di marzo; annullò il reggimento de' Nove; il 28 partì per Roma; il 5 aprile fu coronato in Vaticano; il 19 era di nuovo a Siena, ed il 6 maggio a Pisa. Due giorni dopo, per farsi grato il popolo, concesse un privilegio agli Anziani constituendoli vicari imperiali in Lucca, Pietrasanta, Massa di Lunigiana, Sarzana e in Garfagnana, come rilevasi dal seguente documento. In nomine sancte et individue trinitatis feliciter. Amen. Carolus quartus divina favente clementia Romanorum Imperator semper Augustus, et Boemie Rex, dilectis nobis Potestati, Capitaneo, Consilio, Antianis, Comuni, et Populo Civitatis Pisarum nostris et Imperii sacri fidelibus gratiam nostram, et omne bonum. Dum ad vestre probitatis merita et virtuosam industriam, necnon labores eximios, quibus pro honore sacri Imperii temporibus recolende memorie divi Henrici condam Romanorum Imperatoris Augusti avi nostri preclarissimi, et aliorum romanorum principum diligentius insudastis, oculum nostre considerationis dirigimus, tanto utique maiori zelo erga vos, et quelibet vestra commoda nostre Serenitatis inflammmatur affectio, et ad uberioris gratie lata donaria liberalius se diffundit, quanto ad ipsum vestre virtutis costantia inter fideles ceteros quos Romani Imperii latitudo complectitur ardentioribus devotionum solertiis grata sollecitudine studuit promereri. Eapropter Principum, Baronum, atque Procerum nostrorum accedente Consilio, de Imperiali Romana auctoritate motu proprio, et ex certa scienta facimus, constituimus, creamus et ordinamus Vos Collegium Antianorum Pisani Populi presens, et futurum, et vos ipsos Antionos Pisani Populi presentes, et vestros successores in omni tempore vite vestre, et Comune Pisanum nostros, et Sacri Romani Imperii Vicarios generales inrevocabiliter duraturos per omnia tempora nostre vite in civitate Lucana, et eius castro, et in dicte civitatis Lucane comitatu, districtu, et fortia, et in Petrasancta, et eius vicaria, Massa Lunigiane, et eius vicaria, Sarzana, et eius castro, et in Garfagnana, in illis videlicet terris, et locis, que pro Comuni Pisano tenentur, seu custodiuntur, cum omnibus eorum iuribus, et pertinentiis universis, concedentes vobis
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Anzianis, et vestris successoribus antedictis, ac Comuni Pisano pro toto tempore nostre vite inrevocabiliter in dicta civitate Lucana, et eius castro, et in dicte civitatis comitatu, districtu, et fortia, et aliis supra predictis omnibus, et singulis terris, et locis, merum, et mixtum et absolutum imperium, et gladii potestatem, et plenam, et liberam, et omnimodam iurisdictionem, nec non in rebus, et personis dicte civitatis Lucane, et cuiuscunque terre et loci de predictis cuiuscunque status, dignitatis, ordinis preheminentie, seu condictionis existant, salva tamen ecclesiastica libertate et plenam, et omnimodam potestatem exercendi predicta, et infrascripta, et quelibet eorum per vos, vel alios offitiales, iudices, vel ministros vestros ad hec deputatos, vel etiam deputandos, et animavertendi in facinorosos, ut omnino sitis vos Antiani pisani populi, et vestri prescripti in dicto offitio successores, et Comune Pisanum usque ad exitum nostre vite, quo ad omnia, et singula, que dici possunt de mero, absoluto, ac mixto imperiis, et iurisdictione qualibet generaliter, quo ad omnia, et specialiter quo ad singula, que in huiusmodi imperiis, iurisdictionibus includuntur; generaliter et spetialiter vicarii, iudices, rectores, potestates et administratores ordinarii generales, et spetiales, auctoritate nostra premissa inrevocabiliter constituti, ita quod in civitate predicta Lucana, et eius castro, et aliis terris, et locis predictis omnem vice nostra superioritatem, et iurisdictionem latissimam habeatis, volentes, et concedentes, quod ad vos vicarios, et ad iudices per vos ad hec deputandos pertineant appellationes, in quibuscumque causis criminalibus, et civilibus, etiam si nominatim, et expresse ad nos, seu ad nsotre Maiestatis audientiam fuerint interposite. Concedentes insuper vobis, vestrisque successoribus antedictis, et Comuni Pisano in dicta civitate Lucana, et eius castro, et ipsius civitatis comitatu, fortia, et districtu, et aliis terris, et locis predictis, et qualibet earum, omnia,e t singula, que ad imperialem pertinent Maiestatem, et omnia que regalium nomine continentur, etiam si opporteret de eis specialem mentionem fieri, et bayliam, et potestame in predictis civitate Lucana, et eius castro, et aliis terris, et locis et qualibet earum offitiales ponendi, et constituendi, et exigendionera personalia, et realia, atque mixta, ac vectigalia, gabbellas, et quod omnia emolumenta, redditus, et proventus, qualitercunque obvenientes, sive propter publicationes sive confiscationes bonorum, impositiones penarum, exactiones vectigalium, introhytuum, dirictuum vel gabellarum in de, vel pro predicta civitate Lucana, et aliis terris, et locis, et qualibet earum, pleno iure, sine
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aliqua restitutione, vel ratione fienda nobis, vel nostro errario, seu fisco, sive nostris offitialibus, pertineant ad Comune Pisarum, et in dicti Comunis Pisarum Cameram, sicut ipsum Comune Pisarum decreverit, convertantur. Signum Serenissimi Principis, et Domini, Domini Karoli quarti Romanorum Imperatoris invictissimi, et gloriosissimi Boemie Regis.
LocoåSigni. Testes huius rei sunt venerabiles Arnestus Pragensis archiepiscopus; Iohannes Olomucensis, Marquardus Augustensis, Gerhardus Spirenensis et Maurus Crobaviensis, episcopi; Illustres Nicolaus Oppavie et Bolhoo Wualchembergensis, duces; Iohannes Marchio Montis ferrati, et Angelus Marchio Montis Sancte Marie, principes; Necnon spectabiles Burcardus magister Curie Imperialis Magdeburgensis et Iohannes Nurembergensis burggraii; Ludovicus de Octingen, Fentius de Prato, Gerhardus Diozensis, comites fideles nostri dilecti, et alii quam plures Presentium sub bulla aurea Typario nostre Maiestatis impressa testimonio literarum. Actum, et datum Pisis Anno Domini millesimo trecentesimo quinquagesimo quinto ottava Indictione septimo Idus Maii: Regnorum nostrorum anno nono Imperii vero primo. Ego Iohannes Dei, et Apostolice Sedis gratia Luthomuslhensis Episcopus Sacre imperialis Aule Cancellarius Vice Reverendi in Christo Patris, et Domini Guillelmi Coloniensis Archiepiscopi Sacri Imperii per Ytaliam Archicancellarii recognovi supradicto Domino meo Imperatre Karolo feliciter imperante . Carlo IV offerse pure a Pisa la pomposa cerimonia della incoronazione dei poeti, nuova per tutte le città italiane, eccettuata Roma, dove dieci anni prima era stato coronato il Petrarca.
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Adunque avendo Zanobio di Strada, fiorentino, voce di grande nelle lettere, l'Imperatore lo condusse per mano in mezzo a solenne parlamento adunato sulla piazza del Duomo, ed ivi gli cinse egli le tempie d'alloro. Bello della sua corona, accompagnato dai principali signori dell'impero e tra gli applausi d'innumerevole motlitudine, corse Zanobio a cavallo le strade di Pisa; ma la sua gloria fu breve, non essendosi conservata fino ai nostri dì veruna delle sue opere. Così l'Imperatore voleva forse stornare l'attenzione de' pisani dai maneggi che presso di lui facevano i lucchesi per riacquistare la indipendenza. Avido di danaro, gliene fu esibita da quei di Lucca grandissima somma. Basti che i soli lucchesi dimoranti in Francia gli offersero centoventimila franchi . Di questi trattati cominciò a bucinarsi in Pisa, e si pone mano a far provvedimenti e ragunate di gente. Accadde, sia per caso, sia per consiglio, che una notte si appiccasse il fuoco al palazzo degli Anziani, abitato allora da Carlo IV, il quale dovette sgombrare e passare alla canonica del Duomo. Da quel momento il popolo stette in armi; e Bergolini e Raspanti promisero di scordare le antiche loro discordie, e concorrere amichevolmente a conservare l'autorità della Repubblica. Intanto, avendo l'Imperatore fatta occupare in Lucca la fortezza della Gosta, si videro rientrare in Pisa i soldati pisani che vi erano di presidio. Allora parvero chiariti i disegno del tedesco; ed i Raspanti i primi dando di piglio alle armi, assaltarono i teutoni, ne uccisero centocinquanta, ed assediarono la nuova dimora dell'Imperatore. Il tumulto cresceva,
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3e la maggior aprte del popolo correva a casa dei Gambacorti pronta alle loro volontà; ma essi erano affatto ignari del sollevamento; anzi, in quell'ora, parte con Sua Maestà e parte erano col cardinale Pietro d'Ostia legato apostolico, che in Pisa si tratteneva. Il conte Paffetta e Lodovico della Rocca, capi dei Raspanti, vedendo tanta moltitudine disposta a mettersi agli ordini de' Gambacorta, riavvamparon d'invidia, ritrassero quanti poteron de' loro dalle file dei sediziosi; quindi all'Imperatore presentandosi, gli pinsero i Gambacorti siccome traditori; e la di lui causa sposando, non ebbero onta di unirsi alle imperiali masnade e pugnare contro i propri cittadini. Le case de' Gambacorti furono prese ed arse; cinque di essi chiusi nelle prigioni dell'Imperatore insieme con Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi, Rosso Sismondi ed altri nove ragguardevoli personaggi, cioè ser Benincasa Giuntarelli, Cecco Cinquini, ser Pietro dell'Abate, ser Neri del Papa, Neruccio Malcondima, Neri Fagioli, Ugone Guitti, Giovanni delle Brache e Francesco Rosselli. Diffusa la nuova di queste dissensioni e di questi tumulti, i lucchesi avvisarono esser giunta opportuna occasione per spezzare il giogo della servitù; e il 22 maggio, procacciatisi delle armi e fatti avanzare fin presso le mura i contadini delle circostanti campagne, levarono a rumore la città. Ben presto s'impadronirono della maggior parte delle strade e delle fortezze: nullostante i pisani afforzatisi in alcune case tennero fermo, tantochè, per mezzo di segnali dati alle guardie accantonate sul monte di san Giuliano e da queste osservati e ripetuti, Pisa conobbe il pericolo in cui si trovava il presidio di Lucca e sollecitamente mandò a soccorrerlo. Prima partirono le truppe del quartiere di
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Chinsica; ma ebbero insuperabile intoppo nei contadini che, in numero di seimila, loro chiusero il passo. Raggiunte, la domane, da quelle del quartiere del ponte, ruppero ogni ostacolo; ed entrate in Lucca costrinsero i tedeschi a rendere immantinente il forte della Gosta ai pisani , e forzarono i lucchesi a deporre le armi ed a soggiacere ad un governo che, se da qualche tempo era duro e severo, divenne allora tirannico. In questo mentre l'Imperatore ordinò ad un giudice di fare il processo de' Gambacorti e degli altri, arrestati come fu detto il 21 maggio. Questi infelici non potendo esser tenuti colpevoli del tumulto in quel giorno avvenuto, furono accusati d'una congiura contro l'Imperatore per farlo morire. Si vollero ad ogni modo rei, e venner condannati siccome traditori; e i tre fratelli Francesco, Lotto e Bartolomeo Gambacorti, Cecco Cinquini, Neri del Papa, Ugo di Guitto e Giovanni delle Brache il 26 di maggio ebbero tronco il capo sulla piazza degli Anziani , abbenchè protestassero fino alla morte d'essere innocenti. Il giorno dopo Carlo IV si affrettò ad uscire d'un paese ove meritava l'odio di tutti, e andò a chiudersi nella fortezza di Pietrasanta cui erasi fatta dare ai pisani. Lasciò peraltro a suo vicario Antorgo Mascovaldo vescovo d'Augusta. Poichè si sentì sicuro in Pietrasanta, chiamò là alcuni de' principali cittadini per trattare, secondo ch'egli scriveva, importanti negozi. Andò a lui il
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conte Paffetta con altri cinque; e il grave negozio fu che l'Imperatore richiese un'ammenda dei danni ricevuti negli ultimi torbidi. Gl'inviati pisani amando mantenersi l'imperiale favore, promisero in nome della Repubblica tredicimila fiorini d'oro, che furono infatti incontanente pagati. E l'Imperatore, per mostrarsi grato e amorevole, fece allora il seguente pubblico istrumento nel quale donava ai Pisani i beni di coloro che avevano cospirato la sua cesarea persona, sia degli altri che potessero in avvenire scuoprirsi complici. Carolus IV. Divina favente clementia Romanorum Imperator semper Augustus, et Boemie Rex. Notum facimus tenore praesentium universis, quod fidelium nobis dilectorum Antianorum, Consilii, et Communitati civitatis nostrae Pisarum fidei, constantiae, grataque, et accepta plurium sincerae fidelitatis obsequia, quibus ab ipsa ad partes Italiae Nostrae Maiestatis ingressu eidem maiestatis gratos se multifarie reddiderunt, et inter varia, quae in eadem civitate emersere pericula, fideles et immobiles perstiterunt, gratiosae devotionis intuitum diligentius advertentes; ipsisque proinde de benignitate solita gratiam volentes facere specialem. Universa, et singula bona illorum, qui nuper in necem nostram, et nostrorum, tam nefarie, et tam perfide conspirarunt, ex condemnatione eorum ob huiusmodi crimen lesae maiestatis sententialiter in dicta civitate pisana facta, imperiali fisco nostro confiscata, et legitime applicata, necnon, et bona illorum omnium, qui detecti sunt, vel fuerint, in favorem perditorum ipsorum nephandis ausibus contra Maiestatem Nostram arma sumpsisse, seu alio quomodolibet tantae proditioni auxilio, vel consilio consensisse; quae quidem bona per condemnationes contra tales, lege suadente, fiendas praedicto fisco confiscari, et in posterum applicari contigerit, et quascumque condemnationes de praedictis, vel aliquo illorum fiendas, praefato communi Pisarum damus, conferimus liberaliter, et donamus, plenam ipsi communi, et liberam dantes tenore
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praesentium ex certa scientia potestatem bona praedicta omnia mobilia, et immobilia, confiscata usque et confiscanda in quibuscumque locis comperta fuerint, et in quibuscumque rebus consistent, et condemnationes praedictas exigendi, recipiendi, apprehendi, auctoritate propria, immo nostra, quam eis ad hoc concedimus in his scriptis, ac de ipsis commodum, et utilitatem suam, et civitatis Pisarum, suaeque voluntatis beneplacitum libere disponendi praesentium sub imperialis Maiestatis Nostrae Sigillo testimonio literarum. Datum Petrae Sanctae Anno Domini millesimo trecentesimo quinquagesimo quinto Indictione viii quarto Idus Iunii. Regnorum nostrorum ix Imperii vero primo.
Mentre Carlo Ivsoggiornava in Pietrasanta, Attino, uno de' Castracani, con certi banditi suoi aderenti, fece ribellare al pisano comune il castello di Montegivole, vicino a Pietrasanta, e vi si afforzò disegnando mantenervsi. I Pisani avutane contezza, cavalcaron sollecitamente a quella volta, ed al castello poser l'assedio. Ma poichè prevedevano lunga la difesa, pregarono l'Imperatore volesse lasciarsi vedere seco loro e ad Attino intimare che rendesse Montegivole. Sua Maestà si piacque i loro voti far paghi, ed Attino obbedì: infelice! non solo vide il castello arso ed intieramente distrutto; ma tratto egli prigione a Pisa, dopo pochi giorni vi fu decapitato. Con questo vile tradimento Carlo IV segnò la sua partenza di Toscana, avvenuta il dì undici giugno. Ma Arrigo e Valerano figli di Castruccio non sapendosi dar pace della perdita di Lucca, andavano cercando instancabilmente degli amici ed ingrossavansi di gente; permodochè avevano raccolti quattrocento cavalli e duemila fanti. Sembrando lor di poter tentare qualche buon colpo, mossero contro Castiglione tenuto dai pisani, e d'assedio lo strinsero. Alla nuova del qual fatto, incontanente fu contro essi spedito dalla pisana Repubblica il potestà Ubertini con settecento cavalli e seimila pedoni.
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Gl'Intelminelli minacciati da tanto nerbo di forze, non ardirono aspettarle; ma, sciolto l'assedio, trassero alle montagne. Nella fuga presero Caprarola e Vececchio più perchè quei di dentro non tenner fermo, che per bravura; ma presele, rilasciaronvi forte presidio, onde i pisani dovettero quelle terre battagliare e riaverle a patti.

29. Anno 1356

Intanto gli occhi di tutti i potentati d'Italia dovean rivolgersi a' venturieri, già capitanati dal Moriale ed ora dal conte Lando, i quali sbrigliatamente inondavano ovunque poteano ripromettersi preda, come gli avoltoj alle carogne. Temendo l'ingordigia di questi assassini, i Fiorentini richiesero i circonvicini comuni di fare una lega difensiva. Vi entrarono primieramente i Pisani e i Perugini; quindi anco i Senesi, restii un poco per discordie che avevano con Perugia, ma indotti poi a confederarsi dai pericoli che sovrastavano. Fu stabilito di avere duemila cavalli, ottocento dei quali dovessero metterli all'ordine i fiorentini, cinquecento cinquanta i pisani, ed il rimanente i perugini. Se non che questa lega nel suo nascere istesso mostrò principii di rottura. I Gambacorti scampati alla scure, dannati all'esilio, eransi ritirati a Firenze insieme con altri fuorusciti; e non perdevano occasione di far conoscere come il partito dei Raspanti, dominante in Pisa, era al ghibellinismo devoto. Tutti gli abitanti delle castella poste ai confini dello stato fiorentino, chiari altra volta per prove di zelo contro i Guelfi, eran ora riuniti segretamente a tentare qualche ardita impresa in pro della loro fazione. Per lo che alcuni ghibellini di Sorana, castello in Val di Nievole a ben quattro miglia oltre Pescia, cedendo alle furtive sollecitazioni, consegnarono quella rocca ad
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alcuni pisani, cui, pochi giorni prima del fatto, la Signoria di Pisa aveva licenziati, affinchè i fiorentini non potessero su di lei versare la colpa dell'ordinato avvenimento. Adunque quei soldati presero possesso della fortezza in loro proprio nome; e di là cominciarono ad infestare la Val di Nievole, cercando sollevare tutta la contrada . I Fiorentini, dal loro canto, fecero che alcuni banditi occupassero presso Sorana una rocca chiamata Camalene; e in poco tempo i capitani che stavano in Sorana furono uccisi e buona mano di soldati fatta prigione. Dopo di ciò Pisa mandò agli usciti ghibellini trecento barbute; Firenze mandò anch'esa nuove genti a' suoi, e si continuò una specie di guerra: l'una e l'altra repubblica diceva nulla aver che fare in queste rappresaglie, e tutto attribuiva ai fuorusciti. Ma i pisani offesero i fiorentini in un modo più diretto, sebben meno grave. Pel trattato conchiuso tra' due popoli nel 1342 i fiorentini dovevano in Pisa esser esenti da ogni gabella. Non pertanto i pisani, sotto pretesto di armare alcune galere per purgare la marina dai corsari, nel mese di giugno mandarono ordine che tutte le mercanzie le quali entrerebbero nel loro porto, pagassero una imposta di due denari per lira. I fiorentini, fondandosi sull'ultimo trattato, invocarono la loro franchigia; ed i pisani non vollero fare eccezione alla legge generale; tanto più, dicevan essi, che le spese delle galere ridondavano in vantaggio anche de' mercanti fiorentini, assicurando viemeglio il commercio. Non fu possibile aggiustare le cose; e tutti i mercadanti e sudditi fiorentini ebbero ordine di
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terminare, avanti il primo novembre, tutte le faccende di traffico che avevano in Pisa, onde a tal'epoca ritirarsi tutti senza danni da quella città. Dovettero peraltro ben presto pentirsene. Avendo il Comune di Firenze scelti dieci magistrati, detti i dieci signori del mare, per proteggere il commercio marittimo, questi s'accordarono colla repubblica di Siena di fare approdare al porto di Talamone, in vece che a quello di Pisa, le mercatanzie per Firenze destinate. Dopo che i mercadanti fiorentini ebbero abbandonata Pisa, il commercio dei pisani cadde in estremo languore. Gli artigiani e tutti quelli che dal commercio ritraevano il loro sostentamento si trovarono subitamente privi d'ogni guadagno; e le loro lagnanze determinarono la Signoria a porre in disparte ogni pretesa, ed a fare ai fiorentini, per richiamarli nella loro città, le più vantaggiose offerte; ma non furono accolte. Firenze volle dare a divedere per prova ai pisani che non aveva bisogno di loro, e che per castigare la loro arroganza non era costretta a prendere le armi. Era potestà in Pisa Tenuccio Ubaldini, che tenne il governo anche ne' due anni successivi; e capitano di popolo era Armanno Brancaleoni dal Monte della Casa .

30. Anno 1357

I Raspanti, che allora avevano in Pisa il disopra, avrebbero voluto romperla apertamente; perchè l'antico odio contro dei fiorentini si sarebbe ravvivato nelle battaglie, e il calor della guerra avrebbe fatto scordare i rimproveri che ai Raspanti facevansi per causa del mal governo. Adunque vedendo tornar vane tutte le pratiche onde rappattumarsi col fiorentino Comune, cercarono provocarlo, e costringerlo a dichiarar primo la guerra.
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Per mezzo di segrete intelligenze che si erano procurate con alcuni di dentro, tentarono impadronirsi del castello di Uzzano in Val di Nievole. I Fiorentini scopersero le trame, raddoppiarono la guardia del castello, e non se ne lagnarono. I Pisani d'accordo coi Genovesi armarono quindi alcune galere, per costringere a dar fondo nel loro porto ogni nave diretta verso i lidi della Toscana. Nel medesimo tempo mandarono molti fanti e cavalli con macchine militari per battere Talamone. Ma da quest'ultimo disegno dovettero cessare; perchè, dietro avviso de' fiorentini, Siena spedì ad assicurare da ogni periglio quel porto: in quanto poi alle ostilità dal lato di mare, i fiorentini l'elusero facendo per allora venire con grandissima spesa le merci per terra, da Venezia, da Avignone ed ancora dalle Fiandre: sollecitando intanto l'armamento di sufficienti galere in Provenza, onde respinger poi la forza colla forza. In tale posizione incerta, ma minacciosa di cose, per consiglio del potestà Ubaldini e del capitano di popolo Caccia di messer Caccia Signorelli di Città di Castello, s'attese ad arruolare soldati; e per pagarli puntualmente, gli Anziani presero, all'interesse del dodici per cento, grossa somma di denari da diversi cittadini, assicurandola sopra le gabelle delle farine. Occupati in questo bisogno, poco mancò che non perdessero per tradimento la terra di Piombino. La Dio mercè un tal Gabriello, senese, scoperse il trattato: incontanente furono dati gli opportuni rimedii, ed ogni rischio sparì. Frattanto la Repubblica inviava ambasciatori a diversi principi, per la guerra che con Firenze poteasi dire incominciata. Altri spediva per altre occorrenze, cioè: messer Giovanni Buzzaccherini e Giovanni degli Erici al re d'Aragona, Giovanni
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Andreotto Guicciardi e Ginesio da Parrana in parti segrete; Betto di Griffo e Ranieri Galli in Sardegna, insieme con Spigliato Buonanni; Andrea di Calcinaia al vescovo di Luni, e messer Pietro di Sigerio del Barba al re di Marocco. A Pisa poi venne ser Martino di Pietro Cancellieri ambasciatore di Filippo Belfredotti vescovo di Volterra, domandando per questi aiuto di danari; ed i Pisani, benchè si trovassero in grandissime spese, gl'imprestarono quattrocento fiorini: tanta l'amicizia onde al Belfredotti erano uniti . Dicemmo disopra che gli Anziani attendevano a levar uomini per la guerra: molte compagnie se ne trovarono sotto quest'anno nominate, le quali stavano pronte nella città ad ogni bisogno, e pigliavano il nome dalle differenti insegne loro, cioè: dell'Aquila bianca, dell'Aquiletta balzana, della Cerva nera, del Cervo bianco, del Cappelleto, delle Chiavi, della Croce bianca, del Dragone, del Grifon bianco, del Grifone steccato, del Leone balzano, del Leone della palla, del Leone della spada, del Leone di rissa, del Leone sbarrato, del Mantelletto balzano, della Palla bianca, della Palla balzana, della Palla nera, dei Pappagalli, del Pontedera, della Porta vermiglia, della Rosa bianca, degli Spiedi e della Tavola rotonda. .

31. Anno 1358


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Da ciò si raccoglie che il pisano Comune aveva ancora qualche possanza: lo si rileva ancora dal conto che di lui facevano le altre signorie d'Italia affrettandosi di partecipargli i loro avvenimenti. I Veneziani gli parteciparono la pace per loro chiesta ed ottenuta da Lodovico re d'Ungheria; Gaelazzo Visconti, il Marchese di Monferrato, Ugolino Gonzaga, Giovanni d'Oleggio e il Boccanegra doge di Genova, quella successa tra i Signori di Milano e l'armi contro loro collegate. Perfino l'imperatore Carlo IV mandò un suo inviato per far sapere ai Pisani la nascita della figlia sua primogenita: la qual nuova fu gradita con amorevolezza, e ne furon fatte dimostranze di gioja. Ma intanto per la pace di Lombardia restava licenziata la gran compagnia del conte Lando, che contro i Visconti aveano militato, e tutte le province d'Italia dovevano stare all'erta per vedere dove questo nembo di ladri anderebbe a scaricarsi. Tanto più che andato in Germania il conte Lando a portarvi gl'immensi tesori in Italia rubati, avea talmente circuito l'imperatore da farsi dichiarare suo vicario imperiale in Pisa e forse anche per la Toscana : laonde diveniva più terribile un'orda di masnadieri, che avrebbe assassinato in nome di Carlo IV.
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Per quest'anno toccò alla Romagna la bella sorte delle visite del conte Lando e dei suoi tedeschi. Pisa intanto non restava di travagliare con quante galere aveva in mare tutta la riviera toscana, per impedire lo sbarco a Talamone e constringere i fiorentini a ritornare a Porto-pisano. Ma giunsero finalmente dieci galere che Firenze avea fatte armare in Provenza, e poco dopo altre quattro da Napoli; lo perchè le navi pisane dovettero ritirarsi, e fu mestieri prender altro partito . Continuavano nella carica di potestà e di capitano di popolo l'Ubaldini e il Signorelli: nel tempo della cui magistratura fu pure spedito Guido d'Aiutamicristo a pacificare le genti di Massa e di Luni, divisesi in molte e pericolose fazioni; ser Michele da Ghezzano e Galeazzo Visconti, e segretamente in altre parti Giovanni d'Andreotto Guiducci.

32. Anno 1359

All'Ubaldini successe Giovanni di Simone ... da Spoleti; ed al Signorelli, Francesco Bonucci da Cortona. I quali ebbero un anno di quiete; eccetto che essendo i terrazzani di Pietrasanta venuti tra loro a discordia, gli Anziani spedirono a tornarli in pace messer Filippo del Cherico e Bartolomeo Laggi: e la missione sortì buonissimo compimento per la somma prudenza de' due inviati.

33. Anno 1360

Ma la tranquillità, di cui Pisa godeva, era la calma del mare che medita tempesta. I Gambacorti ed altri fuorusciti Bergolini non poteano sostenere di vivere in esilio: in Pisa non mancavan loro aderenti; gli artigiani e i
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mercadanti erano a malissimo stato; quei del governo incolpati d'ogni danno: era dunque occasione propizia di tentare una qualche novità. Un notaio del cambio, detto Federigo del Mugnajo, si fece capo della trama, ed era attissimo perchè destro, alla parte dei Raspanti inimicissimo, noto per causa di sua professione a tutti i mercanti, e sempre in mezzo alle loro lagnanze. Egli dunque cominciò a fomentare i comuni lamenti, facendo il confronto dello imprudente regime d'allora colla savia moderazione de' Gambacorti; e quando vedeva abbastanza irritati coloro che lo ascoltavano, apriva loro il proprio divisamento. Ed era, che i congiurati dovevano occupare la piazza degli Anziani, quando la notte fosse alta; levar il popolo a romore gridando: Viva il popolo ed i Gambacorti e i Bergolini; appiccare il fuoco alle case dei Raspanti, ed al palazzo del Conservatore che per essi parteggiava; quanti uscirebbero nemici, tagliare a pezzi; ed accogliere i Gambacorti Pietro e Gherardo, che con molti seguaci sarebbero in quell'ora vicini alla città per rientrarvi ed impadronirsene. Tutto ciò era fermo per il 13 novembre E la cosa fu maneggiata sì bene, che gran parte di cittadini e perfino de' pacifici ministri del santuario affilavano ormai il pugnale per agire; quando la vigilia del dì in cui doveva consumarsi il preparato disegno fu tutto denunciato alla Signoria. Federigo del Mugnajo e diciassette altri principali, tratti in prigione e posti alla tortura, si confessarono colpevoli: lo sventurato notaio ed altri sette finirono sulle forche; i rimanenti furono condannati a grosse somme di danari e confinati fuori
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dello stato. Molti, prima d'esser imputati, cercarono la loro salvezza nella fuga, e furono dichiarati ribelli ed i loro beni confiscati: nè il sacro ministero fece immuni dalla pena quei sacerdoti che della cospirazione si erano messi a parte: così la città continuò sotto il medesimo governo . Potestà fu Ghino marchese di Civitella: e alle masnade a cavallo presiedeva Pietro Niccolai Assopardi .

34. Anno 1361

Il marchese Ghino seguitò nella medesima carica: capitano poi di popolo fu Montano dei Martini di Norcia. Durante l'ufficio dei quali Guido della Gherardesca, conte di Donoratico, fu mandato con cinque compagnie delle masnade a servire i perugini; e diversi ambasciatori furono spediti in varii luoghi, cioè Neri Galli e Giovanni Damiani a Firenze; Cino Sardi a Genova; Spigliato Buonanni al vescovo di Luni ed ai marchesi Malespini; Antonio di ser Giovanni a Rosignato, e Tommaso da Massa e Colo di Filippo Agliata a Lucca,
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abbenchè suddita. Tutte queste missioni avevano per oggetto gli affari d'allora, e specialmente le cose di Volterra. La quale, ormai gracile ombra di ciò che era stata ne' primi secoli di Roma, non aveva potuto conservare la sua libertà, ed era caduta sotto la tirannica potestà di messer Bocchino de' Belforti; e le dissensioni che tra Bocchino esistevano ed uno de' suoi parenti, padrone della rocca di Montefeltriano, fecero perdere la indipendenza a quella città, già famosissima tra le città etrusche. Bocchino, non contento del suo dominio, volle dilatarlo spogliando il suo stesso fratello; ma il consiglio andò a vuoto. Morto questo fratello, il Belforti prese a perseguitare i figliuoli, proibendo loro perfino di rimanersi nella città. Del che avuta contezza i fiorentini si posero di mezzo e ridussero a concordia zio e nipote; ma la concordia fu breve, e nel mese d'agosto fra gli aderenti dell'uno e quelli degli altri accaddero rumori grandissimi, con ferite e morti: Bocchino fece incarcerare i figli del suo fratello. Da Firenze gli vennero allora ambasciatori a fargli istanza che i carcerati rilasciasse. L'ambasciata tornò infruttuosa, ed i fiorentini vedendosi poco stimati, minacciarono il tiranno di Volterra di muovergli le armi contro, se non rimandava liberi i fatti prigioni. Bocchino ostinato non volle cedere; e si diede a cercare aiuti, specialmente dai Pisani, i quali ben presto gl'inviarono buona mano di gente. Questa ributtò certi soldati fiorentini che volevano occupare il torrione del monte. Di qui avvampò tale ira nel cuor di Firenze, che incontanente fece muovere contro Volterra un forte esercito, trattandone il paese con ogni sorta di ostilità. Bocchino trovandosi in sì fatto laberinto, odiato da' suoi perchè son sempre odiati i tiranni,
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minacciato al di fuori d'estrema rovina, offerse la città di Volterra al prezzo di trentaduemila fiorini. Il trattato bensì non fu condotto tanto segretamente, che sdegnando d'esser venduto a modo di mandria, prese le armi; tutti i forestieri della città cacciò, senza peraltro in alcun modo danneggiarli; di Bocchino poi s'impossessarono a forza e lo tennero prigione. In pari tempo avevano spedito deputati ai Fiorentini e ai Senesi richiedendoli ambedue di mallevare la volterrana libertà; e l'uno e l'altro popolo mandò subito di sua gente. Ma i fiorentini giunsero i primi, ed impedendo il passo ai senesi che s'avanzavano, occuparono diversi castelli, e per ultimo la rocca della città. Ed avendo fatto bando che per dieci anni terrebbero guarnigione in questa fortezza, ma rispettando e conservando pienamente la libertà de' volterrani, questi si sottomisero; e il primo uso che fecero dei loro diritto conservati, fu quello di far decapitare il loro tiranno il 10 ottobre. La sommissione di Volterra ai Fiorentini accrebbe contro loro il risentimento dei Pisani, che vedevan andata in mano de' loro rivali un'importante città nel punto stesso in cui credevano farne essi l'acquisto. Queste ed altre ingiurie schiusero infine la via ad aperta rottura, della quale moveremo parola ben presto, dopo che, tornando di poco indietro, avremo registrata la istituzione d'un solenne rito religioso, forse il più augusto. Essendo pertanto operajo del Duomo Buonagiunta Massari, si stabilì di fare la prima processione del Corpus Domini. Si pregò dagli anziani di ritornare a Pisa l'arcivescovo Giovanni Scherlatti, che forse per disgusti se n'era allontanato; e con pubblico bando s'invitarono ad intervenire alla nuova
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sacra cerimonia tutti gli ecclesiastici, regolari e secolari, e tutte le confraternite: sicchè accorsero migliaia di persone. Dopo lunghissime file di confratelli ed ecclesiastici uscì l'arcivescovo, portando il Santissimo Sacramento in un ostensorio d'oro, sotto un baldacchino di broccato a frange d'oro, le mazze del quale fino alle porte reggevansi dagli anziani, e quindi a vicenda da cittadini. Sotto un altro baldacchino di velluto cremisi veniva quindi portata una Spina di Nostro Signore, e attorno attorno un numero infinito di torcie. Poi seguiva il vicario imperiale, gli anziani, il potestà, il conservatore e il capitano del popolo accompagnati da tutta la plebe. Passarono dalla piazza del Duomo a quella degli Anziani, per Borgo, lung'Arno fino al ponte nuovo, e per via santa Maria tornarono al Duomo; ove, dopo la messa dell'arcivescovo, tutti offersero le torcie e i candeli alla chiesa; e col prezzo che se ne ritrasse si fece un bellissimo tabernacolo d'argento. Ma torniamo alle cose tra Pisa e Firenze.

35. Anno 1362

Pietro Gambacorti, uno dei banditi dopo i tumulti del 1355, era stato dalla Repubblica relegato a Venezia; ma egli, partitosi dopo breve tempo da quella città, si portò a Firenze. Sul principio di gennaio, preso al suo soldo il conte Niccola Ungheresi con settecento cavalieri di quella nazione, cavalcò, non senza saputa de' fiorentini, sul territorio della patria entrando per Val d'Era, e tutto riempiendo di spavento. I pisano non potendosi persuadere che il Gambacorti avesse potuto mettersi a tanta impresa da se solo, mandarono a Firenze, per esser certi delle cose. I fiorentini risposero che niuna parte avevano nella messa del Gambacorti, a cui, loro amico sì ma non però suddito, non potevano comandare. Di qui i pisani conobbero che non
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potevano sfuggire di venir a guerra con Firenze. L'intrapresa del Gambacorti ebbe ridicolo fine, come sconsigliato principio; poichè temendo, e non senza ragione, d'esser un giorno o l'altro tradito dagli ungheri, li licenziò e cessò da' suoi progetti. Ma la misura traboccò per quest'altro fatto. Giovanni del Sasso, famoso guerreggiatore che aveva militato al soldo de' fiorentini, bandito forse appositamente da essi, erasi impadronito del castello lucchese di Pietrabuona, posto tre miglia al di là di Pescia. I pisani conobbero da qual mano era scagliato il colpo; e dopo aver tentato di far sorprendere per rappresaglia Somma Colonna appartenente ai fiorentini, fecero uscire forze formidabili, sotto il comando di Vanni Scaccieri e Vanni Botticella, per ricuperar Pietrabuona. Era giunto l'istante in cui non potevano sopportarsi le apparenze di pace. I priori di Firenze, adunato nel 18 maggio il popolo a parlamento, posero il partito della guerra, e la guerra fu decretata. Ma la determinazione fu troppo tarda per la difesa di Pietrabuona; essendochè mentre i fiorentini deliberavano i pisani agivano, e quel castello stringeano per modo che era impossibile di salvarlo. Infatti il 3 di giugno i pisani diedero all'assediata fortezza vigorosissimo assalto; ma quantunque quei di dentro facessero valorosamente la loro parte, Pietrabuona fu presa; e sebbene questo vantaggio non fosse di gran momento, fu clamorosamente festeggiato. Firenze mise allora in ordine, sotto il comando di Bonifazio Lupo di Parrana, seicento corazzieri, mille cinquecento arcieri, e tremila cinquecento pedoni. Il 20 di giugno questo esercito ebbe i gonfaloni; e pigliando la via per la Val di Nievole, girò poi a Fucecchio; da dove entrando in Val d'Era vi fece orribili guasti, e s'impadronì del castello di
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Ghiazzano. Ad un tempo il Comune fiorentino condusse a suo soldo Pierino Grimaldi genovese, affinchè con quattro galere ed un altro legno le spiagge e le navi pisane infestasse. In questa guisa minacciata Pisa e per terra e per mare, correva grandissimi rischi. Il 16 luglio a Bonifazio di Lupo successe Ridolfo da Varano signore di Camerino, più illustre di nascita, ma inferiore assai per prontezza e per mente. Questi perdè del tempo inutilmente; e frattanto i Pisani ingelositi di Lucca, ne cacciarono i sospetti abitatori. Il Da Varano si mosse, poichè si trovò fatto più forte per l'arrivo del conte Niccola d'Urbino, a capo di cento cavalli e di molti venturieri. Se ne venne allora verso Cascina; la prese e vi fece grosse prede. Poi tirò verso Pisa e mise il campo a san Savino, da dove per quattro giorni fece fare all'intorno ruber? incendi, giuochi e feste, e per fino correre tre volte il palio sotto le mura della città. Mentre quei trattenevasi, avvenne che i fiorentini facessero prigione un mandato del castellano di Peccioli , il quale portava lettere agli anziani di Pisa per sollecitarli a mandar gente in quella piazza, che dal solo presidio che allora aveva non poteva esser difesa ove i fiorentini l'attaccassero. Valendosi della notizia, il Da Varano si levò immantinente e corse ad oste su Peccioli. Quei di dentro patteggiarono che se il 10 agosto non fossero stati soccorsi si renderebbero, salve le persone; e ne furon mandati ostaggi a Firenze. Pisa non poteva mandare aiuto perchè ignara di tutto; onde corsi i giorni stabiliti e perduta ogni speranza, i terrazzani cedettero il loro castello il dì 11 agosto. In seguito capitolarono egualmente Montecchio, Laiatico, Toiano; donde il generale spedì
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quattrocento cavalli in Maremma, la quale fu orribilmente saccheggiata, senza che i pisani opponessero quasi alcuna resistenza; poichè oltre all'aver sopra tanto sforzo di nemici, erano crudelmente tormentati dalla peste . Ma il corso di tanti prosperi successi fu interrotto dalla indisciplina delle truppe da Firenze assoldate. Dopo la presa di Peccioli, in conte Niccola da Urbino, Ugolino Sabatino da Bologna, Marcolfo de' Rossi da Rimini ed alcuni capitani tedeschi chiesero che si desse all'esercito doppia paga e mese compiuto. La Signoria ricusò, per si piccola conquista, una ricompensa riservata per le più grandi vittorie. Saputosi il qual rifiuto al campo, i contestabili posero un cappello sulla punta d'una lancia e bandirono, che intorno a quell'insegna si raccogliessero quanti voleano compiuto il mese e doppia paga. Vi si unirono mille cavalieri. Ricondotti dal generale a san Miniato, onde il nemico non vedesse tanta licenza, la Signoria congedò i tumultuosi; ma essi non si separarono, e formarono una compagnia di ventura sotto il nome del cappelletto ; e passati nel territorio d'Arezzo, cominciarono a vivere di ladroneggio . Allettati dalle prede che questi venturieri facevano si congiunsero loro altri mille cavalli, e tutti insieme tornarono nel samminiatese: lo che fu di conforto ai pisani per la molestia che da quegli uomini di ventura poteano fiorentini ricevere, e la gente di Pisa riacquistò Laiatico. Per questo avvenne che molti di Peccioli, Toiano e
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Ghiazzano le proprie case abbandonassero, temendo d'esser puniti siccome ribelli, se i pisani d'impadronivano nuovamente dei castelli da' fiorentini occupati. In questa, Pierino Grimaldi colle quattro galere e l'altra nave da Firenze assoldate, a cui s'erano poi aggiunti due legni napoletani appartenenti a Niccola Acciaiuoli gran siniscalco di Napoli, poneva a taglia tutte le coste dello stato pisano. In principio di ottobre, vago di fare qualche impresa più notabile, andò verso l'isola del Giglio e prese terra; in due giorni ebbe quel castello che gli si rese, quel castello che nè genovesi, nè catalani, nè napoletani avevano mai potuto sottomettere. Inorgoglito da questo prospero successo, mosse verso l'Elba; ma non gli venne fatto di scendervi: quindi volse le prore verso Porto-pisano, e non lo trovò guardato da alcuna nave da guerra. Dopo un'ostinata pugna s'impadronì delle due torri che difendevano il porto, tolse la catena che ne chiudeva l'ingresso, e la mandò a donare alla Repubblica fiorentina; dai reggente della quale, a perpetua memoria, fu posta alle colonne di porfido avanti alla porta del tempio di san Giovanni già donate loro dal Comune di Pisa l'anno 1117 .

36. Anno 1363

Riavutisi appena dal flagello della pestilenza, i Pisani pensarono di far vendetta di tanti danni dai nemici loro cagionati. Agli 8 gennaio, non ostante il rigore del verno, uscirono in campo con seicento cavalli e dugento fanti per sorprendere Altopascio dai Fiorentini tenuto. Infatti lo combatterono; vi fecero alcuni prigioni ed assai preda ; pure la
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parte più forte della terra rimase al presidio fiorentino: ma dopo, essendo tornati a batterla i pisani, quantunque fosse stata soccorsa di cavalli e di fanti, la presero, e spogliatala, la incendiarono. Il 26 febbraio i pisani usciron di nuovo in armi, sotto gli ordini di Ranieri de' Baschi, in numero di ottocento cavalli e duemila fanti, e si recarono ad oste sopra Santa Maria a Monte: vi arrivarono di notte. Il capitano fece tagliare due ponti che vi erano sulla Gusciana, onde impedire il soccorso che a quel castello potesse venir da Firenze: quindi, allorchè la notte fu a mezzo il suo corso, diede un gagliardo assalto alla terra; ma ogni prova fu vana. Venuto il giorno, conobbe il Baschi che l'opera era troppo malagevole; perciò mettendo giù questo disegno, sfogò l'ira sua nei contorni; tirò verso Pescia; tentò anche sovr'essa un colpo, inutile pure, ma ardito; e poi rientrò in Pisa. Il pensiero della Repubblica fu poscia rivolto alla terra di Barga; ed il Baschi vi marciò con mille cavalli, quattrocento pedoni e molte macchine militari. In sulle prime, col favor della notte, acquistò egli l'Ospedaletto; e già alcuni soldati erano saliti sulle mura ed altri adopravano per romper le porte ed aprire un adito alla cavalleria; quando i terrazzani, destati a quel rumore, si sollevarono ed accorsero in folla, perfino le donne, e gli assalitori ne furono ributtati. Da ciò conoscendo il generale pisano che difficile sarebbe vincere quella terra a forza, mutò pensiero e si mise ad assediarla. Pietro Farnese, generale de' fiorentini, onde constringere i pisani a divertire da Barga, dopo aver praticate per mezzo di alcuni fuorusciti delle intelligenze con Lucca, s'avviò in armi verso il Ceruglio: sperava anche qualche buon colpo su quella città. Ma la cosa venne a notizia degli anziani di Pisa, i
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quali fecero dare nelle campane. Il popolo da ogni parte accorse; e, conosciuta la trama, mosse in gran numero alla volta di Lucca. Erano appena giunti a piè de' monti de' Bagni, quando seppero che i fiorentini, sentendosi scoperti, s'erano ritirati a Pescia. Contuttociò gli anziani mandarono nel dominio lucchese nuova gente, ordinando ai capi di star bene vigilanti. Fecero carcerare più di dugento uomini; e, chiaritili favoreggiatori de' fiorentini, parte ne punirono di varia morte, secondochè varia era la colpa, parte d'esilio, e parte di pene pecuniarie. L'assedio di Barga continuò; e intanto un capitano dal Baschi subordinato andando verso il volterrano prese il forte castel di Gello, e dalle fondamenta lo distrusse: ed avrebbe fatto maggiori progressi, se da grandi piogge non fosse stato impedito e costretto a tornarsene. Il Farnese non smarrito punto pel disegno primo fallitogli, si adoprò presso alcuni paesi di Garfagnana e gl'indusse a ribellarsi al pisano comune. Castiglione primeggiava tra essi, come castello di molta considerazione. Ribellati che furono, il general fiorentino mandovvi a munirli Spinelloccio Tolomei fiorentino e Corrado da Tesi con trecento cavalli e dugenti fanti, ma non giunsero felicemente. Poichè, avvisati i pisani di questa ribellione, spedirono sollecitamente al Baschi, che da Barga, sotto cui si trovava, con buona mano di soldati a Castiglione corresse e prevenisse l'arrivo de' nemici. Egli fece imboscare uno di casa Agliata con forte pugno di gente, e così potè cogliere i fiorentini che senza sospetto avanzavano. Li ruppe, la maggior parte ne tagliò a pezzi, e i rimanenti mandò prigioni a Pisa: dopo di che i castelli ribellatisi furono necessitati a piegare un'altra volta il capo a soggezione.
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In questo mentre i Pisani rivoltisi a Bernabò, capo de' Ghibellini in Italia ed alleato ereditario della Repubblica, lo sollecitavano a mandar loro de' soccorsi. Egli aveva al suo soldo una compagnia d'inglesi, detta la compagnia bianca, la quale se aveagli giovato, gli avea pur anche recato danno menando guasti sul terreno amico siccome sul nemico; laonde pensò disfarsene: ed i pisani promisero quarantamila fiorini di soldo agl'inglesi, da incominciare dal giorno in cui cesserebbe la loro convenzione col signor di Milano. Questa convenzione affrettò una giornata campale tra le armi delle due emule repubbliche; essendochè tanto il Baschi che il Farnese desideraron combattere avanti che la compagnia bianca giungesse; temendone questi il valore, e quegli non volendo perdere l'onore della vittoria cui ripromettevasi. Si scontrarono a san Pietro presso Bagno alla Vena, e attaccarono la pugna. Fu ferocissima e tale, che lasciò per lungo tempo l'esito incerto; ma finalmente, prevalendo molto in cavalleria, il Farnese ebbe compiuta vittoria, e l'undici maggio entrò trionfante in Firenze conducendo seco lo stesso Baschi, fatto prigioniero con cento cinquanta de' suoi migliori uomini. In luogo del perduto capitano i Pisani elessero Ghisello degli Ubaldini, conosciuto egualmente per ghibellinismo, per odio contro Firenze e per sommo coraggio. Egli si mise subito ad apprestar nuova gente per uscir fuori a suo tempo e per resistere in primo luogo agl'inimici, che ben prevedeasi userebbero del riportato vantaggio. Infatti Pietro Farnese il 28 maggio partì di nuovo da Firenze con duemila cinquecento cavalli e cinquemila fanti; ed entrato sul pisano, venne ad accamparsi a Ponsacco. Di là mandò varie truppe a
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scorrere per la valle di Calci, a Cascina ed a Riglione. Poi si recò a san Savino e nuovamente fece alto, attendendo se da Pisa muovesse alcuno. Visto che no, inviò Amerigo tedesco con trecento cavalli, il quale scorazzò fino al borgo di san Marco. Ivi circa cento cinquanta persone, qua e là raggranellate per ventura, seco lui si azzuffarono, e furon agevolmente rotte. Allora essendo usciti di Pisa dugento circa tra cavalli e pedoni, ricacciarono Amerigo fino a Riglione; ma qui raggiunto egli da un altro capitano tedesco, chiamato Ottone, voltò la faccia; e quelli che lo fugavano in breve ora fugò. Con questo peraltro non ebbe termine la vicenda della fortuna; imperocchè sopraggiunse prima con seicento barbute e molti del popolo in generale Ubaldini il quale diede nell'oste con tanto impeto, che disordinarla, romperla, e far prigioni i due capitani tedeschi con non pochi altri, fu la stessa cosa. Se non che il Farnese, in quel punto arrivato, i vincitori attaccava; e comecchè li soverchiava molto di forze, dopo ostinato e sanguinoso combattimento li disfece e li perseguitò sino alle porte di Pisa. In memoria del fatto fece ivi coniar monete d'oro e d'argento, portanti sotto il san Giovanni una volpe rovesciata; simbolo dei Pisani abbattuti . Quindi lieto ritornò a Ponsacco, e dopo un giorno di riposo si volse contro Marti. Sperava agevolmente acquistarlo; ma, fuori della sua opinione, trovò durissimo intoppo. Conciossiachè uomini e donne si emularono in gagliarda difesa; ed egli dopo due inutili assalti credè meglio desistere dalla impresa, e far piuttosto di prendere Moltecalvoli. In fatti trasferitovisi, in poco tempo lo ridusse a mal termine; ed era ormai sul punto
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d'insignorirsene, quando avendo i pisani sparsa ad arte la voce che la compagnia bianca degl'inglesi era già giunta, la Signoria di Firenze vi prestò fede, ed al suo generale comandò che, lasciato Montecalvoli, si ritirasse in luogo dove non potesse esser offeso dai nemici. In questo modo il castello fu salvo; ed i pisani lo assicurarono in avvenire provvedendolo di vettovaglie e d'armi. Il Farnese poi avvisò rifarsi tentando un'altra volta sloggiare i pisani dall'assedio di Barga: perciò mandovvi a soccorso degli assediati cinquecento barbute. Alla nuova di questo soccorso, i terrazzani inanimiti uscirono ad attaccare un de' tre battifolli, che i pisani aveano fatto attorno al castello. I soldati che munivano gli altri due battifolli accorsero a difender i loro compagni, nulla sapendo delle barbute fiorentine che stavano per giungere. Le quali pervenute, e trovati i due battifolli sforniti, senza difficoltà li presero: poi voltisi al terzo dov'era tutto il rovello, mettendo i nemici in mezzo li vinsero ben presto, con grande mortalità e grandissimi prigionieri. Pochissimi pisani sfuggirono, ed i viveri che avevano nei battifolli servirono a ristorare gli abitanti di Barga. Ma il prode Farnese, dopo tanti segnalati servigi alla Repubblica fiorentina, il 19 giugno infermò in Castel Fiorentino; e fattosi condurre a Samminiato, vi morì la notte di quel giorno medesimo. Questa perdita fu all'esercito fiorentino fatale quanto il pestilenziale contagio che Firenze flagellava; e l'una e l'altra cosa apersero ai pisani la via di riversare in capo ai nemici i danni e gl'insulti sofferti. Il 18 luglio giunse a Sarzana la compagnia degl'inglesi, duemila cinquecento cavalieri e duemila fanti, ed ivi ricevè il soldo convenuto per mano di Giovanni Tegrini e di Giovanni d'Arena. Gli anziani
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ordinarono incontanente al generale Ghisello Ubaldini che unitamente ali ottocento cavalli e quattromila pedoni, che già aveva sotto gli ordini suoi, entrasse in quel di Firenze e que' danni vi facesse che poteva maggiori. Egli obbedì prontamente, ed a' 22 luglio, per la via di Lucca, entrò nel contado di Pistoia, ponendo tutto a ruba ed a fuoco: lo stesso fece nel pratese. Di poi passò oltre, e pose l'alloggiamento tra Peretola e Campi, da dove fece parecchie scorrerie fino alle porte di Firenze. Dal suo esercito fu creato cavaliere insieme con Andrea Gualandi, Giovanni e Pietro della Rocca, un fuoruscito di Pistoia ed uno di Pescia, chiamato per taluni Giovanni Garzoni; e fece correre un palio. Di mal'animo pativano i fiorentini questi duri trattamenti; ma pure dovettero contenersi per non iscentrare pericoli maggiori. I pisani gittaron pure in città delle balestre con polizzini, nei quali era scritto: Questo i Pisani vi mandano e v'invitano a combattere. Fecero coniare monete d'oro e d'argento coll'impronta della Vergine col Figlio in braccio, da una parte, e dall'altra un'aquila che avea soggetto un leone: e per colmo di scherno appiccarono ad una forca tre asini, con alcuni brevi portanti il nome di tre magistrati fiorentini. In queste vane ostentazioni logoravano un tempo sufficiente per fare importanti acquisti. Finalmente arso tutto ne' dintorni, se ne tornarono a Peretola; passato l'Arno abbruciarono il borgo delle Lastre; per la valle di Pesa entrarono nel piano d'Empoli, ed ogni cosa vi guastarono. In seguito scorrendo la valle inferiore dell'Arno, con gran preda, gran numero di prigioni e somma allegrezza, si resero alla patria, dove il popolo beffeggiando i prigioni: Ecco, diceva loro con giusto sarcasmo, ecco che cosa sanno fare le volpi rovesciate.
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Ma la gioja di questi avvenimenti fu conturbata per la morte di colui al quale specialmente dovevansi; essendochè il generale Ubaldini, assalito da febbre acuta, in pochi giorni morì, mancando alle più belle speranze di Pisa. I Fiorentini rincorati per questa perdita fatta dai nemici, e per la cessazione della peste che tanto li aveva afflitti, presero cura di adunare un esercito. In luogo di Pietro Farnese avevano scelto il di lui fratello; ma egli si parve disadatto all'uopo, onde invitarono a sostenere quella carica Pandolfo Malatesta, uno de' signori di Rimini, illustre per aver difesa la Toscana contro la compagnia del conte Lando. E per contrapporre altri stranieri agl'inglesi che per Pisa militavano, cercarono d'assoldare una compagnia tedesca, chiamata della Stella, che si trovava in Provenza; ma Bernabò Visconti ebbe modo di ridurli a prenderne solo duemila cavalieri, male in arnese, e male capitanati. Frattanto i Pisani non se ne stavano a bada; ma eletto a loro nuovo capitano l'Omosanta-Maria, signore di Jesi, mandarono le loro truppe nel Val d'Arno di Sopra. Queste, dopo aver devastato i luoghi per dove passavano, conquistate molte vettovaglie e fatto molte prede e prigioni, presero il borgo e la fortezza di Figline il 17 settembre. I Fiorentini sbigottirono di tal perdita; ma essi avevan dato le loro forze in mano ad un uomo perfido e reo. Il Malatesta, quasi volesse ai nemici chiudere il passo, pose il campo all'Ancisa: al campo peraltro diede tale estensione che era impossibil difenderlo; ne allontanò i migliori soldati sotto pretesto di fare una scorreria nel territorio pisano, ed egli stesso abbandonò l'esercito per tornarsene a Firenze: egli voleva questa città stretta in maggiori angustie, affine d'averla intieramente in suo potere,
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come avuta l'avevano i dichi di Calabria e di Atene. Usando della propizia circostanza il generale pisano tirò verso l'Ancisa, ed i fiorentini sorprese il 3 ottobre. I quali furono rotti, disfatti, e perdettero più di quattrocento uomini, tra cui Ranuccio Farnese e due giovani di grande espettativa, uno degli Obizi e l'altro dei Mangiadori, che rimasero prigionieri. La domane dopo la battaglia i pisani occuparono il forte castello dell'Ancisa, abbandonato dal luogotenente del Malatesta. Il quale uscito di Firenze con cinquecento cavalli, come per recare soccorso a' suoi, trovatili in fuga tornossene in città a briglia sciolta, ed accrebbe l'universale terrore. Era quello a cui Pandolfo mirava: a faccia aperta disse agli otto signori della guerra: unico mezzo per salvar la città essere lo unire alla potestà delle armi a lui data, la potestà giudiciaria sopra i cittadini. I più reputati furono raccolti a consigliio, e divisi erano i pareri; allorchè Simone Peruzzi tutte le trame scuoprendo, persuase ai cittadini: che se omai non potevano viver liberi, era meglio morire, ma liberi. E fu presa risoluzione che niun altro diritto fosse al Malatesta accordato; anzi fu eletto a difensore del popolo Baldo Castello: Pandolfo non mostrò sdegno di un siffatto provvedimento; ritenne il generalato quale ai fiorentini piaceva; ma in cuor suo divisò umiliarli maggiormente, onde si assoggettassero al freno. Lasciò dunque ai pisani sicura la via, che con mille cinquecento cavalli e cinquecento fanti inglesi se ne vennero scorrendo da Figline fino a Ripoli, ardendo ciò che portar via non potevano. Con eguale felicità battevano a Tornita il conte d'Urbino Niccolò da Monte Feltro, il quale veniva al soldo de' fiorentini colla compagnia del
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cappelletto
; quindi s'impadronivan de' castelli di Trevigne, di Beaci e di Cintoja; ed una parte degl'inglesi mandarono a desertare tutto il Casentino: fecero sapere ai fiorentini che agli undici novembre sarebbero andati a san Salvi onde farvi consacrare un prete novello. E lo fecero infatti; e dopo ripatriarono. Ma gl'inglesi avvezzi alla militare licenza, e dalle fatte prede arricchiti ed inorgogliti, cominciarono ad insolentire sulla città, sicchè taluni mandarono altrove le loro donne onde metterle al coperto di loro onore. Lo che vedendo gli anziani pensarono quelle estranee orde incontanente allontanare, ripigliando l'assedio di Barga. Ma la impresa fu sfortunata, poichè attaccati i pisani e gl'inglesi da quei della terra, ed in ispecie da certi banditi fiorentini che vi si trovavano alla difesa, ne furono ferocemente ributtati, lasciando cento cinquanta cadaveri de' loro sul suolo. Mentre così tra' due comuni incrudeliva la guerra, la Repubblica senese ed il Pontefice, che era Urbano V, facevano opera per ridurli alla pace. Il papa elesse a tal uopo suo nunzio apostolico il padre Marco da Viterbo generale de' Minori di san Francesco, e scrisse lettere ad un popolo e all'altro: ma tutto fu nulla, e le guerre continuarono .

37. Anno 1364

I Pisani raffermarono al loro soldo per altri sei mesi la compagnia inglese, dandole cento cinquamila fiorini. E questa divenuta più formidabile, da che cominciò quest'anno ad essere sotto gli ordini di Giovanni Hawkwood, o Giovanni Aguto, nel maggior rigore del verno non lasciò di fare di quando in quando delle cavalcate sul
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territorio di Firenze, portando a varie terre la desolazione. Uscì Giovanni Aguto sul principio di febbrajo con mille cavalli e duemila fanti, e per la Val di Nievole giunto all'improvviso sopra Vinci e Lamporecchio, luoghi pieni di vettogaglie, fece buona preda di queste; ma non potè d'altro avvantaggiarsi per la resistenza che gli fu fatta. Dell'istesso passo andaron le cose al castello di Montale, a Montemurlo, a Carmignano: dopo di che ritornò a Pisa. Il padre Marco da Viterbo, apostolico nunzio di pace, non risparmiava cure onde riuscire nella sua missione. E tanto s'adoprò presso i Pisani, che questi, credendo propizio il tempo per formare una pace utile e gloriosa, v'inchinarono le orecchie. Allora il buon fra Marco si recò a Firenze pieno di speranze, poichè il comune era in quei giorni al di sotto. E si maneggiò con somma prudenza, ma fallì al suo fine; essendochè il Consiglio fiorentino dispose ad una voce di continuare la guerra, e non trattare di pace infino a tanto che Firenze non avesse ottenuta qualche vittoria. Così riuscite le pratiche, i Pisani, onde riprendere più gagliardamente le ostilità, tornarono a ridomandare aiuto al Visconti. Questi, essendo stata fatta la pace di Lombardia il 3 di marzo, accolse col miglior grado la domanda de' Pisani, e mandò loro la compagnia d'Anichino Baumgarten (Bongardo) composta di tremila corazzieri o barbute , la quale si mise immediatamente in via alla volta di Toscana. Come i Pisani ebbero ricevuto questo rinforzo, risolsero far conoscere ai Fiorentini qual errore
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avevan commesso non accettando subito la pace; e il 13 aprile fecero uscire contro i nemici tutto il suo esercito. Il quale attraversando la Val di Nievole, entrò nel territorio di Pistoja e si divise in due alloggiamenti, come due erano i capitani Giovanni Aguto ed Anichino Bongardo: quegli con gl'inglesi, questi coi tedeschi. La prima impresa fu contro Prato, e coi pratesi pugnarono alle porte della terra; poi mille inglesi tirarono verso Firenze; e passando avanti le porte della città e i fiorentini insultando, si avanzarono nel Mugello ove presero il castello di Barberino, grosse prede acquistarono e fecero molti prigioni. Quindi di là tornarono a Pistoja per la valle di Bisenzio. Riuscita bene questa incursione, venne pochi giorni dopo in Mugello tutto il campo pisano. Postisi intorno a Sesto e a Colonnata, da dove dominavano tutte le coste di Montemorello, occuparono santo Stefano in Pane; e fermativisi alcuni giorni misero a fuoco ed a ferro tutto all'intorno per ben tre miglia. Pescina, Calicarza, Mantile, Carliano furon percorsi colla prestezza, colla rovina del fulmine; ma la villa Petraja non potè esser espugnata, perchè eroicamente difesa da Boccaccio Brunelleschi. Il 30 aprile s'avvicinarono di nuovo a Firenze, devastando quanto aveavi di buono e di bello presso Montughi, a Fiesole, fino a Rovezzano. I Fiorentini non avevan più a generale Pandolfo Malatesta, ma il conte Enrico di Monforte. Questi prevedendo che i nemici avrebbero fatto ogni sforzo intorno alla città, aveavi fatto inalzare tre trinceramente: uno sopra la via che conduceva a sant'Antoni, il secondo su quella che metteva a san Gallo, ed il terzo poco sopra la strada lungo le mura.
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Calando dalla costa di san Gallo, i pisani attaccarono il primo e il secondo dei ripari; e solo la bravura del Monforte potè salvare la città da funestissimo avvenimento. Nullostante i pisani appiccarono il fuoco alla porta di sant'Antonio; e dilatatosi l'incendio mise somma confusione in Firenze. Anichino Bongardo colse questa occasione per farsi armare cavaliere in mezzo alla pugna ed in faccia alla porta della città: quindi conferì egli lo stesso ordine a molti contestabili inglesi e tedeschi che sotto lui militavano. Sovraggiunta la notte si ritirarono sul colle di Fiesole ove celebrarono la festa della cavalleria, danzando in giro con fiaccole accese in mano, e ripetendo in que' loro baccanali i venerandi vocaboli che i Priori adopravano in palazzo nelle pubbliche deliberazioni . I fiorentini vedevano ed udivano tutto, ed erano nella più grande costernazione. Il secondo giorno di maggio l'oste pisana passò Arno sotto Firenze e s'accampò a Verzaja, d'onde si stese a Giogoli, Pozzolatico ed Arcetri, tagliando bruciando e rovinando quanto v'era: Bellosguardo ed altre ville furono guaste orribilmente. Dopo due giorni impiegati in queste rovine ed in qualche scaramuccia di niun momento, Giovanni Aguto ed Anichino si ritirarono. Si tiene per fermo che fossero corrotti dai fiorentini coll'oro. Quelle truppe mercenarie, a cui nulla importava per qual causa combattevano, ma di vendere al migliore offerente i loro servigi, mediante grossa somma di danaro pattuirono segretamente col Comune di Firenze: che non riprenderebbero nuovo soldo dai pisani, e dalla Toscana si ritirerebbero; ma
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Giovanni Aguto restò allo stipendio di Pisa con circa mille corazzieri e duemila uomini. Uscite le compagnie tedesche ed inglesi dal territorio fiorentino, entrarono in quello d'Arezzo: poi tirarono verso il cortonese, quindi sul senese, portando dappertutto incendi, rapine, omicidii; nè si ritrassero che disfamati di ricchezze. Riavutisi i Fiorentini, ordinarono al conte Enrico di Monforte che facesse di rendere la pariglia ai nemici, ed egli prontamente obbedì. Il 21 maggio era con moltissima gente in vicinanza di Pisa, e si condusse a san Piero in Grado, devastando tutto tra via, ed ivi pose il suo campo. I pisani uscirono col loro esercito; ed Enrico risolse di passare con tutta la sua gente il ponte id Stagno, e, per assicurarsi, lo fece tagliare. I pisani, ciò visto, se ne tornarono aspettando la occasione d'attaccare ii fiorentini in altro luogo. Questi, accompagnati da Gualterotto Lanfranchi capo de' fuorusciti di Pisa, seguendo il loro viaggio presero Porto-pisano e Livorno, d'onde gli abitatori erano fuggiti portando seco ciò che poteano di migliore: laonde non fecero i fiorentini che piccola preda, e pochissimi prigioni. Bensì sfogarono la loro rabbia mettendo la terra a fuoco in modo, che non restò in piedi pur una casa. Intanto non dormivano i pisani; ma pensavano di chiudere al nemico il passo dal lato di Montescudajo; e la cosa sarebbe loro venuta fatta se non era Manno Donati consigliere fiorentino. Il quale mostrando al Monforte il pericolo a cui si trovava l'esercito, lo indusse a mettersi in marcia immediatamente onde porsi in salvo. A piede e a cavallo, coll'armi indosso e in ordinate file, percorsero con indicibile celerità ben quaranta miglia, e si ridussero su quel di Volterra; ed i pisani si gloriarono d'averli fatti fuggire paurosi dal loro territorio.
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Il fatto sta che a Firenze non parve assai vendetta de' danni ricevuti la incursione fatta su quel di Pisa da Enrico Monforte; per cui scese nella determinazione di mettere insieme più grosso esercito e darne il comando a qualche celebre capitano d'Italia, che meglio sapesse desolare le terre pisane. Elesse Galeotto Malatesta zio di Pandolfo, caro ai soldati di ventura perchè di schiatta principesca, ed ai fiorentini perchè guelfo. Galeotto prese il comando delle truppe fiorentine sul finire di luglio; e creato suo luogotenente il medesimo conte Enrico Monforte, ed altre cariche distribuite, mosse con tutto l'esercito verso Peccioli; da dove venne poi a Cascina, e vi si accampò con undicimila fanti e quattromila cavalli. Ma appena giunto, dice il Sismondi, egli si propose di seguitare i disegni di suo nepote, e non pensò che ad indebolire lo stato, di cui gli era stata affidata la difesa, onde più facilmente sottometterlo. Con premeditato consiglio espose il suo campo ed una sorpresa, non avendolo nè fortificato nè circondato di vedette, e permettendo ai soldati di sperdersi, come se si trovassero al sicuro dai nemici. Giovanni Aguto informato di questo uscì incontanente col suo esercito, e andò ad alloggiarsi a san Savino. I pisani volevano dar subito addosso ai nemici: l'esperto capitano nol volle, giovandogli usare astuzie e strattagemmi prima della forza. E per ingannare i fiorentini e sempre più crescere in essi la trascuraggine, prese a far sembianza di voler assaltare tre volte in uno stesso dì il campo ostile: mandava i suoi, e sul momento di aggredire li faceva ritirare. I fiorentini ben presto parvero non tener conto di simili scorrerie. Allora Giovanni Aguto fece avanzare con grandissima segretezza le sue genti, e sperava il più felice avvenimento. Ma alcuni
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contestabili addetti di cuore al servizio de' fiorentini, e specialmente Manno Donati e Bonifazio Lupo di Parma, sospettando tradimento dal lato del Malatesta, aveano radunato i soldati, li aveano fatti armare, e li tenevano pronti alla pugna: di modo che, quando i pisani si presentarono trovaron durissima prova. Ranieri Grimaldi con quattrocento balestrieri, da opportuni ripari; il Donati, il Monforte e tutti gli altri tempestaron talmente gli assalitori, che in breve ora furono questi ributtati: e Giovanni Aguto, senza aspettar peggio, li fece raccogliere un'altra volta a san Savino. Inseguito nella ritirata, ebbe nondimeno da circa mille morti e duemila prigioni; tra' quali i forestieri, lasciate le armi, ebbero libertà d'andare ovunque vollero. Pisa era a mal termine, se il Malatesta, avesse usato della vittoria; ma egli per lo contrario non pensò che a mettere il malcontento nell'esercito, sollecitandolo a pretendere ricompense di doppia paga e di mese compiuto, per aver difeso il campo dov'egli avea voluto farli sorprendere. Invece adunque di correre su Pisa, egli tornò a Firenze . I
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prigionieri pisani furon tutti chiuse nelle pubbliche carceri, e vi stettero finchè non fu ferma la pace. Poco dopo la Signoria fiorentina rimandò fuori il suo esercito perchè entrasse su quel di Lucca, e vi commettesse ogni ostilità; ma condotti appena tra Montopoli e Marti, i soldati cominciarono a tumultuare di nuovo, ricusandosi di andar più oltre finchè la doppia paga ed il mese compiuto non avessero conseguito. Firenze conobbe alla per fine la trama e la perfidia del Malatesta, ed applicò l'animo alla pace fino allora rifiutata. Le trattative della quale non erano state mai interrotte dai nunzii apostoloci e dagli ambasciatori de' comuni a Pisa e a Firenze alleati, a cagione della gran premura che n'aveva il Papa . Ora pareva potesse trarsi agevolmente a
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compimento: l'onore della Repubblica fiorentina era stato rivendica colla vittoria di Cascina; i Pisani erano umiliati, infievoliti, e Firenze doveva ormai temere più il proprio capitano che i nemici. Per l'interposto del generale de' Francescani e di molti altri incaricati pontificii, gli ambasciatori dei due comuni si unirono a Pescia, nella chiesa di san Francesco; e vennero a parlamento, con egual desiderio da ambe le parti di por fine alla guerra. Sembrava dovesse il trattato ridursi a buon termine; ma una strana rivoluzione avvenuta in Pisa, rovesciò il governo di questa repubblica; e poco mancò che per tal cagione non si rinnovasse la guerra, intantochè si stringevano le condizioni della pace. öI Visconti, dice il celebratissimo Storico delle Repubbliche del medio evo, i Visconti, senza volere apertamente dichiararsi contro i Fiorentini, avevano
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cercato di farsi, colle loro pratiche, o di mantenersi in Toscana un partito coll'aiuto del quale potessero un giorno stendere la loro dominazione in tutta quella contrada. Avevano sovvenuto di denari i Pisani; accordate e mandate ai loro servigi due compagnie di ventura, e inducevansi a credere che perseverando la guerra, i Pisani avrebbero deliberato all'ultimo di porsi volontariamente sotto la loro dipendenza. Soltanto sembrava loro necessario di domare dapprima lo spirito ed il carattere altero dei cittadini, ed avvezzarli a riconoscere un padrone. L'ambasciatore che Pisa aveva mandato ai Signori di Milano a domandar aiuto, parve loro atto strumento a quelle mire. Costui, detto Giovanni dell'Agnello, era un mercadante di famiglia popolare, addetto al partito dominante dei Raspanti, e fino allora non aveva ottenuta veruna onorificenza. Bernabò Visconti, dopo aver ravvisato nell'Agnello le doti opportune per farne un tiranno, l'ambizione, lo spirito delle brighe e le doppiezze, gli fece offerta di aiutarlo con tutte le sue forze e con tutte le sue ricchezze per farlo signore di Pisa: l'Agnello in contraccambio promise al milanese, se giungeva un bel giorno ad essere signore de' Pisani, terrebbe questa città dipendente dalla casa Visconti, come se fosse suo luogotenente, e non suo alleatoö. L'Agnello di ritorno a Pisa, ardì proporre in uno de' consigli, in cui discutevasi il trattato di pace, di eleggere un signore annuale, onde ispirare maggior fiducia a Bernabò loro fedele alleato, come pure alle genti d'armi, ed a fiine di tenere più segrete le pubbliche deliberazioni. E additò in pari tempo, siccome degno del comando, Pietro Albizi di Vico, uno de' più virtuosi cittadini di Pisa, che veniva nominato allora ambasciatore per trattare la pace coi Fiorentini. Pietro rigettò questa proposizione con
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isdegno, dicendo che solo colla pace, ch'egli andava a negoziare, e non già col sacrifizio della libertà conveniva salvare la patria; ma dopo la partenza di Pietro da Vico pel congresso di Pescia, l'Agnello rinnuovò la sua proposizione nel prossimo consiglio; ed un certo Vanni Botticellam abbiatico di un beccajo, ebbe la temerarietà di chiedere per se la signoria, che l'Agnello proponeva di stabilire. Questi lodò lo zelo del Botticella; ma egli chiese se aveva in denaro contante tremila fiorini, ch'erano necessari a quegli il quali sarebbe eletto signore, per pagare il soldo alle truppe; e perchè il Botticella confessò di non averli, l'Agnello domandò di nuovo che fosse proposto qualche altro uomo abbastanza ricco e valente per salvare la repubblica. Questa strana proposizione, ripetuta con tanta asseveranza, mosse finalmente a sospettare i migliori cittadini di Pisa. Nello stesso tempo si sparse voce che l'Agnello adunava soldati ed uomini facinorosi nella propria casa. Una sera molti reputati cittadini presero le armi e recaronsi al palazzo degli Anziani, richiedendo que' magistrati di mandare a far ricerca nella casa dell'Agnello; ed ottennero che si eseguisse sull'istante. Ma l'Agnello aveva preveduta questa ricerca, ed aveva ricoverato i soldati ed i banditi da lui adunati, non nella propria casa, ma presso alcuni de' suoi amici e complici. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi degli anziani, si pose a letto, vestito, siccome era, di corazza; fece coricarglisi al fianco la consorte, e pose ordine a ciò che far doveva la piccola fantesca, che sola stava con loro in quella cosa: poi si finse di dormire profondamente. I cittadini in arme, guidati da uno dei magistrati, si presentarono intanto alla porta dell'Agnello, che venne loro aperta all'istante. Essi avanzaronsi fino
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alla camera ov'era coricato il padrone della casa, e l'udirono russare. La consorte, appena coperta della veste da camera, si rizzò subito. Mio marito dorme, disse loro, egli è stanco assai; ma se la patria o i magistrati hanno di lui bisogno, io lo sveglierò. I cittadini che i primi avevano sospettato, arrossirono de' loro sospetti; e vergognandosi di avere in quella guisa sorpresa una matrona, si ritirarono senza permettere che si svegliasse l'Agnello. Tornati presso gli Anziani, dichiararono che i loro sospetti non reggevano, e si disarmarono. Ma si erano appena ritirati che l'Agnello balzò armato d'ogni punto dal letto, in cui fingeva di dormire, per porsi alla testa de' banditi che aveva adunati. Mosse con loro al palazzo e sorprese le guardie della Signoria. Giovanni Aguto, corrotto dal denaro dei Visconti, favoreggiava la sua usurpazione, ed aveva fatti montare a cavallo i suoi corazzieri per sostenerlo. L'Agnello postosi a sedere nella sala della Signoria, sulla seggiola del presidente, fece l'un dopo l'altro risvegliare gli anziani e condursegli innanzi: Maria Vergine, disse loro, mi ha rivelato questa stessa notte che per la prosperità ed il riposo di Pisa io debba prendere, almeno per lo spazio di un anno, il titolo e l'ufficio di doge. In esecuzione di quest'ordine celeste, ho di già distribuiti del mio proprio denaro trentamila fiorini alle truppe in pagamento del loro soldo arretrato. Io vi ho fatti chiamare, perchè voi raffermiate subito coi vostri suffraghi questa divina elezione. Gli Anziani attoniti e spaventati, vedendosi circondati dai satelliti dell'Agnello, non opposero resistenza. Giurarono l'un dopo l'altro obbedienza al nuovo doge. Questi fece in appresso richiedere tutti i più reputati cittadini, e tutti quelli che gli erano sospetti, per far loro dare lo stesso giuramento; e
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mentre faceva lampeggiare ai loro occhi le spade sospese sopra le loro teste, largheggiava di promesse per sedurli. Durante tutta la notte i magistrati ed i principali cittadini gli furono condotti, gli uni dopo gli altri, per giurargli fedeltà. Fatto giorno, corse la città con una pompa ducale accompagnato dagli anziani, mentre i soldati, che lo circondavano, sforzarono il popolo a salutarlo col nome di doge. Per assodare il suo potere l'Agnello riunì in sodalizio o collegio sedici famiglie di cittadini, e dichiarossene capo. Tutti i membri di questa nuova confraternita dovevano avere il titolo di conti e gli stessi stemmi. L'Agnello dava ad intendere che dopo un anno deporrebbe la dignità e darebbe luogo a quello dei conti, che il popolo nominerebbe suo successore. Ma non fuvvi mai chi seguisse meglio dell'Agnello i consigli dati dal conte di Montefeltro a papa Bonifazio - Lunghe promesse con attender corto. - Promise egli per acquistare dei partigiani, e non attenne la promessa per conservarsi loro padrone. E quasi subito lasciata il titolo di doge, che era già in uso in due repubbliche marittime, per assumere quello di signore. Sfoggiò la più ridicola pompa; più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro; e volle che coloro i quali porgeangli suppliche stessero in ginocchio, sebbene fin'allora non si usasse tal'atto di sommissione se non ai papi ed agl'imperatori. In questo tempo tempo Pietro d'Albizzo da Vico, l'ambasciatore de' Pisani al congresso di Pescia, adopravasi caldamente per comporre le vertenze della sua patria co' Fiorentini. La pace venne segnata il 30 agosto alle seguenti condizioni:
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Che i pisani fossero obbligati restituire ai fiorentini il castello di Pietrabuona, per il quale, almeno in apparenza, cominciò la guerra fra gli uni e gli altri, come sopra si disse. Che dovessero pagare ai fiorentini centomila fiorini nello spazio di dieci anni, ogn'anno una rata, per i danni fatti loro. Che loro dovessero confermare tutte le franchigie, che mai avessero avuto nella città di Pisa e suo contado. E di più, che dovessero disfare il Castel del Bosco, ed altri ancora, dei quali non se ne rinvengono i nomi. Che i fiorentini dovesser restituire ai pisani tutti i castelli tolti, e render liberi i prigioni, che tenevano tanto nella città, quanto d'altri, presi mentre militavano al lor soldo. In Pisa la pace fu pubblicata l'ultimo d'agosto; il primo di settembre in Firenze. Avvenne da un lato e dall'altro il ritorno de' prigionieri, e per tutta Italia fu gioja della ristabilita concordia. Il Pontefice stesso ne provò la più viva consolazione Vedi una lettera di lui scritta a' suoi nunzi apostolici che avevano stretto il trattato di Pescia, riportata negli Annali del P. Wuadingo. Intanto Giovanni dell'Agnello non senza sospetto vide rientrare in Pisa i prigionieri, che per la maggior parte erano Raspanti. Pure tante furono le sue pratiche, tanto l'oro speso e le date promesse e speranze, che, congregato il pubblico Consiglio nella primaziale, senza che nè uno gli contradicesse, fu confermato doge di Pisa e di Lucca.

38. Anno 1365

Non avendo da temere per l'interno, volse l'animo ad assicurarsi al di fuori. E primieramente spedì in Avignone, ambasciatore al pontefice, messer Ranieri da Ripafratta priore di san
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Sisto, uomo accorto e prudente, che avrebbe ben saputo insinuarlo nella grazia di Sua Santità . Mandò pure un ambasciatore in Sardegna, Benincasa di meo Casoni, a fine, secondo che sembra, di stringersi in amicizia al Giudice d'Arborèa. Poi, avvisando che fosse giunto il tempo di trarre a capo quanto avea concertato col Visconti, fece decreto che tutti i Bergolini potessero rientrare in patria, eccettuati solo i Gambacorti. Molti accettarono la grazia, pensando poter godere senza alcuna molestia i loro beni; ma Giovanni dell'Agnello covava perverse intenzioni, e le appalesò ben presto. Essendochè, sotto pretesto che due del partito bergolino gli avessero macchinato contro, fecegli prender prigioni; e benchè giudicialmente non potessero esser tenuti colpevoli, con somma ingiustizia li fece decapitare: lo che i Bergolini considerando, tornarono a fuggirsene da Pisa. I Raspanti ne mostrarono grandissima festa, ed in ispecie le famiglie ch'ebbero il titolo di conti, siccome dicevamo più sopra, le quali quest'anno furono: quei Dell'Agnello e consorti, nominando il doge stesso. Da San Casciano e consorti, e nominatamente Simone. Da Mosca e consorti, e nominatamente Cola Cavalieri.
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Da Rosignano e consorti, e nominatamente Antonio. Gli Scarsi e consorti, e nominatamente messer Bartolomeo. Del Fornajo e consorti, e nominatamente Piero. Da Dico e consorti, e nominatamente messer Pietro di messer Albizi. I Maggiolini e consorti, e nominatamente Giovanni. I Botticella e consorti, e nominatamente Giovanni di Vanni. I Benetti e consorti, e nominatamente Giovanni. Gli Ajutamicristo e consorti, e nominatamente Masino. Gli Scaccieri e consorti, e nominatamente Giovanni. Gli Zacchi e consorti, e nominatamente Piero. I Damiani. I Rosselmini. Quei degli Occhi. Quei del Compagno

39. Anno 1366

In questo mentre si diffuse e confermò la nuova che papa Urbano V tornava in Italia, ed insieme con esso l'imperatore Carlo IV, per estirpare la casa de' Visconti di Milano. A questa fama di cose si turbò forte il dell'Agnello: alfine risolse di fare ogni sforzo per difendersi da qualunque molestia gli potesse esser data da Sua Maestà, mantenersi il favore de' Visconti, servir loro a tutta possa, ed esserne all'incontro a tutta possa aiutato. Frattanto si stava con buona custodia non solo delle genti a piedi ed a cavallo,
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solite tenersi in Pisa; ma di quando in quando venivano ad assisterlo compagnie delle terre e dei castelli dello stato : sicuro in mezzo alle sue milizie, osservava l'andamento delle cose.

40. Anno 1367

I due capi della cristianità, Urbano V e Carlo IC, avevano convenuto di trovarsi in Italia nel mese di maggio 1367; ma Carlo fu dagli affari della Germania costretto a protrarre d'un anno la sua venuta. Urbano poi lasciò Avignone l'ultimo giorno d'aprile, con molti de' suoi cardinali, sopra galere di Venezia, di Genova, e quattro di Pisa comandate da Vernagallo Vernagalli. Il 23 maggio sbarcò a Genova, ove le due fazioni che divideano la città gareggiarono nel fargli onore . Nel dì 28 imbarcatosi egli di nuovo sopra le galere, rifece vela; passò nelle vicinanze di Pisa senza volere scendere a terra, quantunque il doge e la nobiltà avessero fatti grandi provvedimenti per riceverlo; a Corneto trovò il cardinale Albernoz, e con questi fermò i suoi passi in Viterbo il giorno 9 di giugno. Ivi fu maneggiata, segnata l'ultimo di luglio, e pubblicata il 5 d'agosto una lega fra tutti i nemici de' Visconti, e comprendeva l'imperatore, il papa, il re d'Ungheria e i signori di Padova Ferrara e Mantova, a cui poco dopo si aggiunse anche la regina di Napoli. I Visconti dal canto loro s'apparecchiarono a resistere, e segnatamente si unirono a tutte le
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compagnie di ventura che guastavano l'Italia. Ad essi volea confederarsi Giovanni dell'Agnello; ma nol potè, e la cosa andò in questa guisa. Volgendo l'animo alla venuta dell'Imperatore e di là traendo timore di perdere la signoria, si diede a fare grandissimi provvedimenti, e nella città introdusse vettovaglie che sarebbero bastate per tre anni. Quindi non volendo decidere da se solo in affari di tanta importanza, convocò pubblico parlamento; mise in campo le imminenti difficoltà; rammentò la insaziabile ingordigia dell'Imperatore, che, venuto in Pisa, avrebbe al solito imposti insopportabili tributi; non lasciò di ricordare le rivoluzioni e i tumulti seguiti per colpa di Sua Maestà in Pisa; le morti crudeli da Carlo IV ordinate contro cittadini innocenti, e tante inimicizie e guerre per lui alla Repubblica cagionate. Contuttociò molti discordaron dal doge; ed egli sciolse l'adunanza tutto irato, protestando che si sarebber pentiti quando la cosa non avrebbe più rimedio: era potestà Lodovico della Rocca, uomo di gran valore e di grande esperienza: vicario in Lucca era Gherardo dell'Agnello; e Vanni Zacci pisano era potestà di San Miniato.

41. Anno 1368

Nel mese d'aprile Carlo IV, acconciate le cose sue di Germania, si mosse con un potente esercito, accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera; dai marchesi di Moravia e di Misnia, e da vari altri vescovi e gran signori. Il 3 di maggio giunse a Conegliano; dipoi il 12 giugno a Figheruolo nel ferrarese; e tra le sue
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genti e quelle che di mano in mano se gli univano per i collegati d'Italia, si trovò in grado d'ingoiare i Visconti. Ma tante forze eran nulla sotto gli ordini di un principe, com'era Carlo IV, debole quasi in tutte le sue imprese. Tutte le sue gesta si ridussero a ricevere sotto mano una buona somma di danaro da' Visconti; dopo di che, in mezzo all'indignazione dell'universo, s'avvio alla volta della Toscana. Giovanni dell'Agnello, temendone lo sdegno, gli mandò ambasciatori Gherardo dell'Agnello, Vanni Botticella e Simone di San Casciano; e per guadagnarne il favore, gli offerì la città di Lucca, grossa somma di denari e di genti, e l'accoglimento in Pisa, purchè ne restasse ai Dell'Agnello la signoria. Gli ambasciatori furono ben visti da Sua Maestà, a cui per allora bastava l'acquisto di Lucca, la liberazione della quale gli avrebbe fruttato infinite ricchezze. Adunque li rimandò insieme con Marcovaldo vescovo d'Augusta, incaricandolo di ricevere, come ricevè di fatto, il possesso della offerta città , sopra de' palchi inalzati nella piazza di san Michele, ove ei doveva esser dichiarato vicario imperiale alla presenza del popolo; od assistendo, secondo altri , a certe buffonerie d'un giocoliere sopra un ballatojo o sporto o verone o ringhiera, il oalco secondo i primi, il ballatojo o sporto o verone o ringhiera giusta i secondi, si ruppe, e Giovanni dell'Agnello in cadendo giù si fiaccò una coscia. Levato da terra e portato sopra d'un letto, sentendo che industria di medica arte non potea rendergli la salute al momento, chiamò a sè Gherardo dell'Agnello, oltre i propri figli, e diegli ordine di affrettarsi a Pisa e vegliare che per l'occorso avvenimento non vi succedesse qualche novità. Ed eglino furon solleciti; ma non sì, che potessero impedire ai cittadini di rivendicarsi in libertà. Il caso accaduto la doge vi fu divulgato ben tosto; e d'ogni parte si accolse gente nel sospiro d'indipendenza. Il Conservatore fece ogni opra per mantenere dal canto suo la suggezione, proibendo sotto gravissime pene ogni ragunata; ma il popolo sentiva ormai i suoi diritti, e si levò a rumore. Quando i Dell'Agnello arrivarono, trovaron la città tutta a tumulto; lo perchè alcuni volevano andare a scavalcare al palazzo degli Anziani; altri per più sicurezza, alla canonica del Duomo. Prevalse il consiglio de' primi, ed andaron al palazzo; ma dovettero poi a furia sgombrare evitando a stento
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la morte, cui avrebbero incontrata di certo ove avessero attesa la moltitudine che ad ogn'istante cresceva e faceva irresistibili i primi tumultuanti. Tutte le piazze, tutte le vie in breve ora non risuonarono che di questo grido feroce: viva il popolo e l'imperatore; muoia il doge e chi gli vuol bene. Il palazzo degli Anziani fu spogliato di tutto che al Dell'Agnello apparteneva: lo stesso fu fatto alla casa del conservatore. Ed essendo per questa via ristabilita la libertà alla repubblica, gli anziani con tutti i cittadini si congregarono e calmaron la plebe, promettendo ordinare il governo e satisfare non solo ai Raspanti, ma anche ai Bergolini, onde vivere unitamente in pace. Adunatosi poi il Consiglio si crearono i nuovi anziani, sei dell'una e sei dell'altra fazione: i banditi furono rimessi; i ribelli riabilitati agli offizi, e resi loro i beni, tanto ai Bergolini che ai Raspanti, eccettuati sono i Dell'Agnello e i loro seguaci che si trovavano in Lucca. Pietro Gambacorti fu anch'egli escluso, per non dar luogo a nuovi rumori. E perchè non pochi lamentavansi d'esser stati spogliati ingiustamente di loro sostanze dal già doge Giovanni dell'Agnello, gli anziani pensarono reintegrarli colle robe di lui; ed a tal uopo costituivano un attore che delle cose del doge, non solo a' di lui creditori, ma che pure satisfacesse a chiunque contro lui giustamente si querelasse. Ad un tempo, per chiarirsi de' sentimenti dell'imperatore, quantunque per allora non avessero da sospettare di lui, risolsero mandargli ambasciatori e dargli parte di tutto, e dimostrargli le buone ragioni per le quali s'erano mossi a togliere il governo della città al deposto doge, insopportabile per le sue tiranniche azioni. Sua Maestà parve non prendere in mala parte le cose seguite, e differì a tempo migliore il mostrarne l'animo suo.
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Il 3 ottobre se ne venne con grande accompagnamento a Pisa, insieme con l'Imperatrice. Vi fu ricevuto con grandissimi onori, ed alloggiato nel palazzo degli Anziani, ove gli furon fatti regali di grande importanza. Il giorno dopo il suo arrivo fece adunare il generale Consiglio, nel quale promise primieramente al popolo grandi favori dopo il suo ritorno da Roma; e alla fine concluse che per questo suo viaggio gli occorrevano grandi spese, e che gli era quindi mestieri di gravar la comunità di qualche somma di denari. I cittadini, nella necessità di acconsentire o per amore o per forza, promisero pagargli settemila fiorini d'oro ogni mese fino al suo tornare da Roma .Carlo non si voleva di meglio; onde contento, il 12 ottobre mosse alla volta di Siena, lasciato in Pisa e in Lucca a suo vicario Gualtieri vescovo di Augusta. Malatesta Unghero, precedentemente inviato da lui con 800 cavalli, dietro invito dei Salimbeni, unitosi al popolo, avea già in Siena atterrato il governo de' nobili. L'Imperatore entrovvi dunque
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come in una città dell'impero. I Senesi gli disimpegnarono la corona che aveva in pegno in Firenze per mille e seicento venti fiorini d'oro, gli pagarono e prestarono altri denari, ed egli dopo pochi giorni cavalcò in verso Viterbo, dove papa Urbano lo aspettava. Quivi trattato che ebbero de' loro interessi, Carlo si avviò a Roma ed il Papa gli tenne dietro. La regina de' sette colli vide pompose scene d'abiezione: poi l'Imperatore riprese la strada della Toscana. Il 12 dicembre era un'altra volta in Siena, cui trovò tutto in discordia per gl'intrighi del suo vicaro Unghero Malatesta. Frattanto in Pisa eran accadute cose degne di memoria. Perchè, partito l'Imperatore, succedevano quasi ogni giorno dei torbidi, e essendo gli anziani parte Raspanti e parte Bergolini; e si poteva con ragione dubitare che una od un'altra volta ne succederebbe qualche grave rovescio: per questo i migliori cittadini recaronsi agli anziani pregandoli di assicurare la quiete della patria, e loro ne proposero un modo assai sicuro Ciò era di formare una compagnia di cittadini nobili e popolari i quali si riunissero tutti sotto d'una bandiera, pronti ad uscire in armi ogni qualvolta la città romoreggiasse, con autorità di far pigliare i seduttori e punirli, e far citare ogni persona sospetta, ed ammonirla, e castigarla. Fu a lungo discussa la proposta; poi gli anziani l'approvarono: l'approvò ed anche la lodò il vicario imperiale; e subito fu fatta una scelta di più di 4000 cittadini, i quali ebbero ad osservare i seguenti capitoli. Che tutti gli ascritti in detta compagnia dovessero giurar fedeltà al popolo pisano, e mantenersi neutrali, e non aderire a veruna delle parti, ed esser pronti a perseguitare quella, che fosse la prima a tumultuare.
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Che mai s'ammettessero i tenuti sopraddetti di parzialità.
La compagnia fu sottoposta a due capi principali: per la parte de' nobili fu Guido Sardi dottore, e per quella de' popolani Gherardo Casassi, uomini veramente di bontà, di prudenza e d'animo grande. A questi vennero aggiunti dodici consiglieri, tre per ciascun quartiere, pel quartiere di Chinsica, Bartolommeo da Tripallo ovvero del Cappello; Niccolò Sardi, e ser Piero da Vecchiano, che alcuni hanno cambiato in ser Pietro del Vecchiaio: pel quartiere del Ponte, Giovanni Astaio legnaiolo; Simone del Vita merciaio, e Mone del Cionnarino: pel quartiere di mezzo, messer Andrea da Palaia medico; Giovanni da Fauglia intagliatore, e Andrea di Manfredi vinaiolo: pel quartiere fuor di porta, Piero da Calci intagliatore; Guido da Crespina lanaiolo, e Giovanni Pancaldo cuoiaio. A cancelliere fu eletto ser Piero da Ghezzano. Per loco delle adunanze scelsero il monastero dei Camaldolesi di san Michele in Borgo; donde la compagnia ebbe nome, ed il gonfalone nel quale da un lato era dipinto il primo degli Arcangeli, e dall'altro l'Aquila nera imperiale in campo d'oro, e l'Arme della Comunità di Pisa intorno e da piede. Il gonfalone dovea sempre tenersi in quel luogo, e ad esso doveano sempre tenersi in quel luogo, e ad esso doveano raccogliersi tutti nella campagna ad ogni suono della campana a martello. Poichè pertanto furon fermi e pubblicati gli ordini, il Sardi portò la bandiera al sito destinatole, accompagnato da più di quattrocento degli ascritti sotto il suo comando. Piacque questo fatto in estremo grado all'universale, stimando ognuno che ne dovessero sorgere buonissimi frutti: e se ne vide ottimo principio; poichè standosi in pace, gli affari prosperavano e si veniva a generare d'ogni bene
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dovizia. Contuttociò gli amanti di novità non scaddero d'animo; ma non potendo per allora muover parola, cominciarono a studiare di farsi amici i primi della compagnia, per trovarseli favorevoli ad occasione seconda; e confidarono nel riflesso che simiglianti stabilimenti, rigidi in sul principio, a poco a poco perdono del loro vigore ed alla fine degenerano affatto: e non andarono errati, come la storia narrerà all'anno seguente. Prima peraltro dobbiamo ritrovare Carlo IV in Siena.

42. Anno 1369

Facendola da padrone assoluto, concitò contro se la rabbia de' nobili egualmente e del popolo. Il 18 gennaio la città cominciò a romoreggiare, e prese le armi per far valere i suoi diritti. L'Imperatore colla barbuta in capo, e con circa tremila cavalieri, accompagnato da Unghero Malatesta trasse al romore, per dissipare il tumulto; ma i senesi gli andarono incontro ed attaccarono battaglia al campo. Si pugnò per ben sette ore; molti baroni caddero, e più di quattrocento uomini dell'imperatore; il popolo rimase padrone del campo, e prese circa milledugento cavalli, e molte armi ed arnesi. Malatesta scampò per preghiere; Carlo IV venendo ad un accordo e vendendo per danaro il danno e la vergogna sua. Con cinquemila fiorini dai senesi pagatigli,e con la promessa d'altri quindicimila, uscì finalmente assai malcontento e col cuore tremante della più vile paura il 25 gennaio, e s'incaminò verso Lucca. Ben aveva avuto da prima intenzione di recarsi a Pisa; ma informato che vi regnava il solito mal umore delle fazioni, e persuasogli dai fuorusciti che il malcontento era diretto contro la sua augusta persona, e forse anche temendo di trovarsi involto in una sedizione somigliante a quella da cui erasi a stento sottratto, mise giù il proponimento e
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trasse alla lucchese città per la strada di Vicopisano. Presso questo castello furono a lui Pietro Gambacorti e i costui figliuoli a supplicarlo che gli rimettesse in Pisa; ed avutane speranza e promessa, si ritirarono al loro castello di Calcinaja ad attendervi gli ordini imperiali. Poichè Carlo IV fu a Lucca i Pisani mandarono a lui ambasciatori a lamentarsi perchè non si era degnato d'entrare nella loro città, ed il vicario imperiale lo accertò che si eran fatti grandi preparamenti per riceverlo. Dissegli che in Pisa s'era formata una compagnia numerosa di circa quattromila combattenti, ma colla sola mira di rimanersi neutrale tra i Bergolini e i Raspanti; e, ristabilito il pubblico ordine, mantenere colle armi la quiete e la libertà: l'Imperatore parve restar soddisfatto. Allora si cominciò a maneggiare il ritorno dei Gambacorti. Per interposto de' capi della compagnia di san Michele fu annullata la loro sentenza di bando, e rientrarono in patria il 24 febbrajo. Il loro ritorno fu per essi un trionfo. Vennero portando in mano rami di olivo: le campane della città suonavano a festa, e i cittadini facevano echeggiare le strade con grida di festa. Pietro, giutno alla Cattedrale, in nome di tutti i fuorusciti fece la sua offerta appiè dell'altar maggiore. Quindi giurò di mantenere lo stato popolare, di vivere da buon cittadino tra' suoi uguali, e di scordare e perdonare le antiche ingiurie . Poi se ne andò alle proprie case, le quali, già spogliate di tutto, furono ben presto provvedute d'ogni comodo, ed agli esuli ripatriati fu sovvenuto di denari per le loro bisogne.
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Ma non tutti i Bergolini avevano dimenticato l'antico rancore. Il primo di marzo, essendo entrati in carica in nuovi Anziani, discordi tra loro perchè sei a' Raspanti, e sei a' Bergolini favorivano, si cominciarono a sentire delle contese. Gherardo Casassi, uno de' capi della compagnia di san Michele, operò che si ragunasse il parlamento onde stabilire tutto che fosse spediente per troncare la strada ai mali che minacciavano di accadere. L'adunanza fu di contrari pareri; alcuni volevano che si andasse in armi al palazzo degli Anziani, e senza alcuna pietà dalle finestre si gittassero cotestoro che, per fazione travagliandosi, postergavano al partito il bene della patria. Altri volevano fal loro dono della vita, colpendoli peraltro di severi castighi, e si risolse far di quietare i romori amichevolmente; inquantochè, ben conoscendosi molto più potente la parte dei Bergolini, presentivasi certa ed imminente la rovina dei Raspanti. Ma tutte le prese cure fallirono al buono scopo. Pietro del Pilatto con forse cinquanta della compagnia di san Michele, due giorni dopo Pasqua, cominciò a gridare per le strade: Viva il Popolo, viva l'Imperatore e i Gambacorti; ed essendosi fatto non piccol seguito, andarono verso san Michele per prendere il gonfalone, ch'era in potere del Casassi e di Mannuccio del Setajolo. Questi due cittadini fecero onorata resistenza; ma dovettero alla perfine cedere alla furia de' tumultuanti, i quali impadronitisi della desiderata insegna ebbero incontanente attorno tutta la plebe, e si avviarono alle case di quei della Rocca. V'erano tre distinte persone di questa famiglia a quei dì, cioè: Lodovico, Pietro e Roberto; ma nulla valsero i propri meriti, poichè furono arse le loro case, ed essi potettero a pena salvarsi colla fuga. Lo stesso avvenne a Bindaccio del Bacca.
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Gran parte della città, dice il Sismondi, sarebbe forse stata distrutta, se Pietro Gambacorti non fosse accorso a difendere i suoi nemici ed a respingere gl'incendiari. Io ho perdonato, diceva loro, e i miei congiunti perirono sul patibolo; con qual diritto ricuserete perdonare voialtri? . Pietro fece effettivamente cessare dalle armi i combattenti; ma peraltro avvenne mutazione di stato. Furono creati dodici nuovi Anziani, tutti Bergolini: restarono nel governo anche i vecchi fino alle calende di maggio: la compagnia di san Michele, per consentimento de' suoi capi, si sciolse il 4 aprile; e il Gambacorti, sebbene non avesse nel reggimento parte alcuna, quasi ogni cosa col suo credito disponeva. Per le cure di lui si fece bando di pena della vita contro chiunque turbasse con maleficii la quiete della città, e si scelse un capitano di guardia che per la osservanza vigilasse. Ad un tempo, affinchè l'Imperatore non fosse per sentir male i seguìti
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tumulti, se gli mandò numerosa ambasceria di parecchi principali cittadini, i quali furono: Pietro di M. Albizi giudice, Pietro del Lante giudice, Iacopo del Fornaio giudice, Manfredi Buzzaccherini giudice, Guido da Caprona cavaliere, Gualando conte di Castagneto, Francesco Griffi, conte Vanni Aiutamicristo mercante, Tomeo Grassulini chiamato da alcuni Momo Grassolini, ser Francesco di Geremia notaro, ed in alcuni manoscritti rammentano anche Ranieri da Tripalle e ser Iacopo da san Pietro. Ma attorno a Carlo IV si erano già posti alcuni Raspanti, e cercavano di persuadere all'Imperatore come sarebbe agevole l'occupar Pisa, finchè i Bergolini fossero mal fermi; tanto più che in mano dei Raspanti trovavasi ancora una porta fortificata, la porta de' Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai voluto abbandonare. Trascinato da questi consigli Carlo diede principio alla guerra, non ricevendo, secondochè alcuni opinano, e, secondo altri, cacciando in prigione gli ambasciatori della pisana Repubblica. Comandò al suo maresciallo Malatesta Unghero di mettere in ordine le sue genti, sì pedoni che cavalieri; di muovere tostamente su Pisa e fare di prenderla, onde aggravar poi il braccio sovr'essa, e specialmente punire i Gambacorti. Obbedì il maresciallo; e ponendosi in marcia di notte tempo, fu due ore avanti giorno alla porta de' Lioni; entrò e si fe' forte in due torri poi Raspanti tenute. Gherardo, Antonio e Piero dell'Agnello, Lodovico della Rocca ed altri pisani, e Giannozzo da Milano, capitano di trecento cavalli imperiali, stavano per entrare in città appena fosse aperta la porta; ma furono scoperti dalle sentinelle, ed il suono della campana a stormo chiamò i cittadini alla difesa della patria.
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Accorrono mille e mille ad alzare serragli in faccia alla porta occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale vicina, dice il Sismondi, sono in un attimo portate in istrada per formare un nuovo riparo d'insolita e strana forma: intanto gli arcieri, saliti sul Battistero, combattono da quell'alto luogo i nemici che occupano la muraglia della porta. Un ingegnere pisano aveva oltracciò tagliata destramente la corda che doveva alzare il ponte a levatojo della porta; onde i tedeschi perdettero molto, prima di poter entrare in città ed incominciare l'attacco; sicchè allorquando ebbero vinto questo primo ostacolo ne trovarono un altro maggiore nella gagliarda resistenza dei pisani. Questi erano già pronti a difesa, e le donne, frammischiate ai combattenti, facevano loro animo e somministravano pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa, i tedeschi si sgomentarono; ed il maresciallo, vedendosi fallire il suo disegno, e sentendosi il gran rischio, domandò di venire con i pisani a parlamento; lo che fu acconsentito. Il Gambacorti e gli Anziani, unitamente ad altri capitani, gli andarono incontro e lo condussero al pubblico palazzo, ove se gli fecero sommi favori ed amplii donativi: dopo di che il Gambacorti gli persuase che sconveniva a Sua Maestà suggettarsi a forza una città, la quale volea sempre mantenersi all'augusto trono devota. In questo modo il maresciallo si addusse a ritirare le sue truppe, lasciando solo una mano di soldati a guardia delle torri già occupate, siccome dicemmo, e dell'antiporto. Giunto il maresciallo all'Imperatore gli riferì come aveva trovato i pisani non meno forti che vigilanti; e che le genti imperiali erano state da loro assalite con impeto tanto, che senza somma
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prudenza sarebbero andate tutte perdute. Che egli, facendo senno delle circostanze, era venuto cogli Anziani e col Gambacorti ad abboccamento, e si era rallegrato sentendo, tutti non avere altro voto che quello di vivere ossequiosi all'imperio. Ma queste ragioni a nulla satisfecero a Calro IV. Frattando i pisani riflettendo che molto alla città potea pregiudicare le torri e l'antiporto de' Lioni fossero in mano degli inimici, risolsero fare ogni opera per toglierli loro. Ed avendo fabbricate due grandi macchine di legname di molta gente capaci l'accostarono alle torri, e queste cominciarono a battere, e con picconi di ferro tanto fecero che le ruppero I soldati che v'eran entro adoprarono valorosa difesa; ma dopo lungo contrasto, non potendo più resistere, si arresero; e il Gambacorti li fe' andar liberi, ed ordinò che le torri si demolissero, lasciando solo quanto alla difesa della porta bastasse. L'Imperatore, a cui pareva troppo l'orgoglio dei Pisani ed a cui premeva ridurli ad un trattato in cui potesse da essi estorre del danaro, commise di nuovo al suo maresciallo di tornare coll'esercito a danno della pisana Repubblica. Le di lui armi comparvero il 7 aprile nella Val di Serchio, cui tutta percorsero. Passarono quindi nella Val di Calci, devastando ciò che vi era, e menandone molti prigioni. Le quali cose non potendo i pisani più sofferire, uscirono; e con tanto valore gl'imperiali affrontarono, che gli misero prima in grande scompiglio, poi in gran rotta: i prigioni fatti e le prede loro ritolsero, e li ricacciarono sino ai confini di Lucca. Ugual sorte ebbe nuova gente spedita da Carlo IV verso Asciano; e l'avrebbe incontrata anche peggiore se i pisani non si contentavano di metterla in fuga, per timore che Sua Maestà non incrudelisse sopra i ritenuti ambasciatori.
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Così andavan le cose, quando la Signoria di Firenze, che da una banda di cavalli imperiali avea veduto guastarsi la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino a Montespertoli, strinse pace con l'Imperatore acconsentendo di pagargli cinquantamila fiorini. E per allontanare questo dannoso vicino, s'interpose a procacciare concordia anche ai pisani. Infatti gli ambasciatori di Firenze con tanta premura si affaticarono che, andati a Lucca i pisani plenipotenziari Gaddò di Giovanni Galli, Bartolo di Ciolo Murci, Ranieri Zampanti e Benegrande de' Rossi, il 28 aprile, in san Romano, convento dei padri Predicatori, fu incluso il seguente accordo: Che la comunità di Pisa dovesse pagare a S. M. cinquantamila fiorini, computati i dodicimila promessi da Pietro Gambacorti, in tre termini: la prima paga per tutto il mese di maggio, la seconda per tutto giugno, e la terza ed ultima per tutto agosto. Che S. M. dovesse rilasciare gli ambasciatori ed altri pisani che teneva prigioni in Lucca, e restituire tutti alla sua grazia. Che venendo egli a Pisa vi fosse ricevuto come signore, con che partendo la lasciasse nel suo solito reggimento. Questi capitoli furono dall'Imperatore confermati in 2 maggio, e ne fu immediatamente spedita a Pisa la nuova . Poco dopoo ripatriarono gli ambasciatori e tutti i prigioni rilasciati in libertà , e si fecero grandissime feste. Al tempo promesso gli Anziani mandarono a Sua Maestà messer Ranieri da Ripafratta arciprete della primaziale, e ser Giovanni da Covinaia con il denaro della prima paga: senza punto preterire spedirono quindi, a pagar la seconda, Francesco Talenti e Guido Luti. Così l'erario imperiale impinguava con mercati di pace; ma ben molto più erasi arricchito per una concessione che cuoprirebbe tutti i vituperii di Carlo IV, ove ella non fosse stata frutto di sordida avarizia. Da qualche tempo i Lucchesi facevano vivissime istanze all'Imperatore onde volesse tornarli in libertà. Non vi fu sacrifizio che questo popolo generoso non facesse per mostrarsi degno d'indipendenza. Il 6 aprile Lucca fu dichiarata libera da' pisani; due giorni dopo Carlo IV le chiedeva dugentomila fiorini a prezzo del riscatto; e poichè la città, rovinata da cinquant'anni di servitù, non poteva pagare immediatamente somma così enorme, fu consegnata in pegno al cardinale Guido di Monforte. Nel 6 di giugno ed ai primi di luglio ebbero i Lucchesi nuove grazie che loro costavano altri centomila fiorini. Fu impossibile sborsar tutto prima della partenza di Carlo IV; ma in meno di un anno fece Lucca si magnanimi sforzi, che potè liberarsi anche dal cardinale. -Lode a coloro, che sentono quanto la indipendenza è cara! L'Imperatore lasciò Lucca ai 5 di luglio, e s'avviò per Pescia, Pistoia e Bologna alla volta della Germania recando seco grosso carico d'oro, ma
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più di vergogna per esser venuto in Italia a pacificarla ed averla più che mai scompigliata, prostituendo in varie maniere la sublime dignità imperatoria. Non avendo per allora nulla a temere, i Bergolini stabilirono che si calcolassero tutti i debiti contratti dal 1340 in poi, non solo per pagarne ai respettivi creditori l'interesse del cinque per cento, ma per restituirne loro i capitali. Deliberarono inoltre che, in compenso de' danni patiti per le violenze delle genti imperiali e dei Raspanti, i comuni della Val di Serchio fossero, durante un certo tempo, esenti da gabelle e da ogni altra gravezza. Queste savie disposizioni si facevano tutte per consiglio di Pietro Gambacorti, il quale andava così crescendo ogni di più nel favore de' cittadini. Ma i Raspanti non potevano soffrire di vedersi sottoposti; e in qualunque luogo dimoravano, non si davan altro pensiero che di sollevarsi: sventuratamente non solo la città, ma castelli e terre tutti parteggiavano. Accadde in Piombino che i Bergolini coi Raspanti di quel paese vennero a contes, ed uno di quelli rimase ucciso. Parendo ai Raspanti d'avere allora il di sopra, si levarono a furia e corsero alla volta del pubblico palazzo per impadronirsene e toglier di mezzo il potestà Paolo Ragonesi, ch'era del partito contrario. Ma egli, accortosi del romore, avea fatto sbarrare le porte e s'era preparato a resistere ad ogni impeto, mandando, insieme agli anziani, sollecito avviso del pericolo in cui si trovava. Colle poche forze che aveva tenne fermo abbastanza, finchè giunsero da Pisa rinforzi di gente a piede e a cavallo. S'impegnò allora cagliarda mischia: dopo lungo contrasto i Raspanti per la maggior parte rimasero prigioni. Ai più colpevoli fu
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tronca la testa; altri furono mandati a confino: e per assicurare in avvenire la quiete di quella terra, vi fu fabbricata una torre che guardava il piano e la marina, e vi furon poste tante guardie quante bastassero ad impedire che più si romoreggiasse. Ma Pisa era minacciata da un altro lato. Giovanni dell'Agnello dopo cadute invano tante sue cure per riacquistare il seggio di doge in Pisa, erasi volto ai Visconti ed aveva di tal modo adoprato, che questi ambiziosi gli promisero aiuto di danari e d'armi, poichè così avvisavano di venire un giorno signori di una città mai sempre desiderata: e la promessa compierono. Per cui il Dell'Agnello, con molta gente e con Lodovico della Rocca ed altri pisani fuorusciti, si avviò da Milano verso Toscana. Gli anziani seppero questi movimenti, e senza indugio si prepararono a difesa, ordinando con bandi pubblici che tutti i viveri del contado fossero entro quattro giorni portati o nella città, o in terre murate e forti; le mura riparando, e buonissimi bastioni e fossi facendovi, ed accomodando degli steccati ai ponti della Spina ed a Mare ove potere far testa, se per mala fortuna il Dell'Agnello valesse ad entrare. Intanto i nemici giunti a Sarzana, senza punto fermarvisi, traevano su Pisa, nella speranza di farvi qualche buon colpo improvviso. Ma s'insannarono; poichè in Val di Serchio furono scoperti; e recatane agli anziani sollecita nuova, ben presto i cittadini stettero in armi alla difesa delle patrie mura. Dopo che vide svanire i suoi disegni, il Dell'Agnello andò co' suoi ad accamparsi fra le due chiese di san Michele degli Scalzi e di sant'Jacopo all'Orticaja. Pietro Gambacorti, che aveva maschio petto raccogliendo le forze cittadine e d'alcuni soldati
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giovandosi spediti alla Repubbica da Firenze, risolse uscire contro agli aggressori, ed uscì; attaccò fiera battaglia, che fu crudelmente sanguinosa da ambe le parti. Se non che dagli andamenti delle cose il Gambacorti e gli altri Bergolini intravidero qualche trama di tradimento; e lasciando per allora la esterna tempesta, si ritirarono a curare della calma interna. Bandirono che niuno potesse uscire a scaramucciare, sottopena della vita e confiscazione de' beni; e di più posero buone guardie intorno ai passi, e con travi e serramenti vi fecero de' ritegni e molte altre diligenze usarono, profittevoli sì, ma non sufficienti a troncare le mire di Giovanni dell'Agnello. Il quale avendo potuto corrompere una sentinella, cui toccava la custodia delle mura presso la porta alla Pace di contro a san Zeno, a un'ora determinata andovvi e si provò di dare una scalata. Ottanta de' suoi più valorosi ed esperti salirono infatti sulle mura, e frattanto gli altri già intendevano a rompere una porticella e farsi adito. Ma in Pisa vegliavasi: un grido annunziò l'ardire dei nemici, e in un istante al suono della campana i cittadini furono sulle mura a ributtare gli assalitori. Di cui restaron prigioni due giovani, Marco da Travalda pisano, e l'altro di Napoli, i quali addotti a palazzo e diligentemente dal capitano di giustizia esaminati, confessarono l'orribile disegno: che se la città fosse stata presa dovea andare a ferro e fuoco e il Dell'Agnello scorrerla, salvando solo le cose dei Raspanti. Ebbero spaventoso supplizio, cioè d'essere attanagliati, impiccati e messi in brani: anco in quelli morti sopra le mura s'imbestialì, trascinandone per città i cadavari, e quindi per i piedi sospendendoli. La domane gli anziani invitarono il popolo a ritrovarsi nella Primaziale per assistere ad una
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messa solenne dello Spiritossanto, e ad una processione da farsi in rendimento di grazie a Sua Divina Maestà, dopo essere stati liberati da sì grave pericolo. Giovanni dell'Agnello conoscendo che nulla potea fare osteggiando su Pisa, partitosi con tutte le sue genti tirò verso Livorno: lo prese, e tutto ne guastò il territorio. Di là si condusse in Maremma desertando ogni cosa; tentò gli abitanti di Vada, di Bibbona e di altri castelli, volendoli indurre a parteggiare per lui, e le fortezze consegnargli; ma le sue premure andarono a vuoto com'anche le sue minacce. Adunque vedendo di perdere inutilmente il suo temo ritornò a Livorno, da dove scorse poi il Valdarno ed arrivò a san Savino mettendo a ruba tutto quanto trovava. Ma venuti a soldo de' pisani quattrocento tedeschi, gli anziani li mandarono con altre genti ad arrestare l'impeto de' fuorusciti, e il Dell'Agnello fu costretto a ritirarsi a Rosignano. Frattanto nell'interno della città si faceva gran guardia, perchè in niun modo volevasi tornare sotto una signoria che aveva mostrata così cruda tirannide: notte e giorno vegliavasi sopra le mura; e per tener quieta la plebe, tanto più che si penuriava di viveri, si misero fuori e si diedero a piccolo prezzo diecimila stajo: e la plebe si contenne. Tolto per tal modo il Dell'Agnello dalla speranza che succedessero novità nell'interno, si partì di Rosignano, e, calato nel Valdarno, alla Badia di san Savino passò il fiume, e ricovrò in Val di Serchio. Inseguito da' Bergolini, si accampò oltre il Serchio e diede voce di venire a giornata campale. Ciò fu un invito di festa pel pisano esercito: molti giovani accorsero dalla vicina città; gli anziani
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mandarono centocinquanta cavalli di rinforzo e dugento balestrieri con vettovaglie rinfrescanti e munizioni; nè più attendevasi che il segnale della pugna. Ma il Dell'Agnello mancò vilmente alla sfida; e dopo aver tenute le sue genti in riposo tre giorni, levò il campo: passò su quel di Lucca, nè si arrestò che a Sarzana. I pisani gli furon sempre alle spalle e posero gli alloggiamenti a Massa Ducale. Pareva che qui dovesse consumarsi la battaglia altrove minacciata e desiata; ma il Dell'Agnello si ritirò senz'altro in Lombardia, e i pisani tornarono come in trionfo. In questa guisa i Bergolini aveano ormai sui Raspanti decisa vittoria. Affinchè il partito superiore non insolentisse, il Consiglio generale statuì che niuno, di qualsiasi stato e condizione, potesse portar armi sotto pena di cento lire e tre tratti di corda, e se ne fece pubblico bando: così si troncò la via ai miserandi fatti trai cittadini, che pur troppo di frequente erano avvenuti. Composte e quiete le cose, il Gambacorti insieme cogli Anziani prese ad adoprarsi presso ai Fiorentini, i quali rimisero di nuovo il traffico a Porto-pisano. La pace e l'amicizia tra Lucca e Pisa fu perfettamente ristabilita: ma la Toscana non ebbe posa. Al ritorno di Carlo IV i Samminiatesi s'erano ribellati ai Fiorentini. Protetti dall'Imperatore finchè egli rimase frai toscani, al di lui partirsi i Fiorentini vollero riacquistare ad ogni modo la perduta città; tentaron pacifici accordi, e furono inutili: allora spedirono Giovanni Malatacca da Reggio di Calabria con un esercito ad assediarla. Samminiato ricorse a Bernabò Visconti vicario dell'impero; e questi mandò a Firenze ambasciatori, intimando che i Samminiatesi lasciasse quieti. I Fiorentini non voller desistere dall'impresa; e Bernabò fece avanzare
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in soccorso di Samminiato Giovanni Aguto con la sua compagnia d'inglesi. Per tal modo forzati i Fiorentini a dichiararsi contro i Visconti, entraron essi e le repubbliche loro amiche, nella lega che il Papa maneggiava ai danni de' signori di Milano; la quale conchiusa il 31 ottobre 1369, comprese il Papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padosa, Feltrino Gonzaga da Reggio e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di Lucca. I Pisani entrarono in questa nuova alleanza specialmente per opra di Pietro Gambacorti, eletto capitano delle masnade. A questa carica lo sollevarono i pisani il giorno di san Matteo, poichè nella somma prudenza e nel sommo valore di lui videro gli anziali ed il popolo necessario sostegno nei casi che stavano per avvenire. il novello capitano fu condotto al Duomo, ed ivi investito della conferitagli dignità, dop aver prestato giuramento di fedeltà al Comune pisano; quindi con affettuosi ossequi ed acclamazioni fu accompagnato alla sua casa, e furono per città otto giorni di feste continue. A Pietro vennero offerti regali di molta considerazione da magistrati, da parecchi particolari e da soggetti comuni.

43. Anno 1370

Frattanto le cose della lega contro i Visconti non procedevano con grand'ardore. Le truppe fiorentine entrarono in Samminiato il 3 gennajo più per la forza del danaro che per quella delle armi. Ma il papa Urbano V, lungi dal pensare a far con impegno la parte sua, non pensava che ad allontanarsi dall'Italia, sospirando la quiete e la sicurezza d'Avignone: a ciò lo stimolavano specialmente i cardinali francesi, avvezzi alle delizie ed alle dissolutezze della Provenza . Al cominciare
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dell'estate furono ordinati i preparativ pel fatale viaggio; e il 3 settembre il pontefice s'imbarco a Corneto, avendogli provveduto sontuoso stuolo di navi i re di Francia e di Arragona, la regina Giovanna, i Provenzali e i Pisani. Come Sua Santità giunse a Livorno, gli anziani di Pisa e molti nobili cittadini furono a farle riverenza, e gareggiando in renderle grandissimi onori . Dopo poco Urbano V si rimise alla vela, e giunse ad Avignone; ma il 19 di dicembre Iddio l'avea chiamato al suo tribunale. Frattanto Pietro Gambacorti con ogni cura vegliava al bene della Repubblica per cuoprirla non solo dalle armi di Bernabò Visconti, ma anche da qualche colpo di mano dei vicini, allora amici: il potestà Muto di Carlo Montanini da Siena, i magistrati tutti e i cittadini lo emulavano in diligenza; Giovanni Maleppa Lanfranchi e Ser Nino da Malaventr all'esercito della lega; Albizzi Falconi, ser Buonaccorso di Baccajone e Ciampoli cancelliere degli Anziani a Firenze, ove poi andarono anche don Ugolino canonico regolare, priore del monastero di Niccosìa nella Valle di Calci e di san Paolo all'Orto, e messer Giovanni di Tomeo Rossi Lanfranchi. Quest'ultimo fu pur inviato a Roma ed a Genova. A Lucca andò Michele di Niccolò Gettalebraccia; e a Genova messer Biondo di Lapo Lanfreducci dottore di gran vaglia, e fra Ranieri da Fauglia dell'ordine di sant'Agostino.
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SI attese nel medesimo tempo a fortificare i luoghi e i posti che ne avevan di bisogno: al Borgo di san Marco si fece un gran bastione attorno a cui lavoravano di continuo più di ottanta maestri; a Simone di san Casciano si diè l'incarico di far fabbricare il castello di santa Maria a Trebbia, alla qual'opra concorsero nella spesa non solo quei terrazzani, ma altresì i comuni di san Prospero a via cava, di Pagnatico, di Bibbiano e di Macerata. Gli abitanti dei comuni di sant'Alessandro e di san Frediano a Vecchiano furono astretti a edificare un castelllo sopra il monte di santa Maria presso la chiesa. Quei di Carignano eressero una rocca nel loro comune; quei di Casanova e Montelaccio il loro poggio fortificarono; quei di Lavajano fecero una rocca ed un ponte a levatojo; quei di Parrana una torre con fortificazioni attorno al castello: ed avuta considerazione alle spese che dovevansi ed ai disagi che que' popoli doveano sostenere, furon loro concesse molte immunità. Ad un tempo gli Anziani sospettando che il conte Luzo, tedesco, il quale con gran gente era al soldo de' fiorentini, offerendosegli propizia occasione non si stendesse a predare sul pisano territorio, a quell'orda di ventura offersero di pagare settemila fiorini, da ritirarsi dai cittadini più facoltosi. Occorse anche di mettere uno straordinario balzello di ventinovemila fiorini d'oro: se ne fecero note di centocinquantamila fiorini per i più ricchi; per i meno, di sedici; e si scelse un conservatore dei poveri, non volendo che fosse astretto a pagare chi non aveva il modo. Così regolarmente ordinate le cose procedettero ad ottima meta. In questo tempo comparve a Livorno, per fortuna di mare, una galeotta genovese sulla quale navigavano tre banditi pisani, Gabriello e Giovanni
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dell'Agnello nipoti all'estinto doge, ed Andrea di Compagno. Denunziati da uno de' genovesi, vennero subito tratti prigioni; e dopo fattane la recognizioni, per ordine degli anziani furono nella medesima città di Livorno decapitati sulla piazza di sant'Antonio. Comparve in questo medesimo anno un inviato della Regina d'Arragona a chiedere in nome di lei una reliquia dell'inclito confessore san Ranieri, la cui fama era omai per tutto il cristianesimo diffusa. Ricevuta la pia domanda, gli anziani ne diedero parte all'arcivescovo ed ai canonici, i quali vennero nell'unanime sentenza di consolare le preghiere della supplichevole regina. Onde ragunatisi in Duomo con tutti i magistrati, apersero il sepolcro del beato; ed estrattone un osso dalla coscia, convenevolmente al regio mandato lo consegnarono, facendo rogare di tutte le cerimonie pubblico istrumento a messer Giovanni della Barba dottore e canonico pisano. La Regina poi, lieta del dono, ne rese agli anzizni, per via di lettera, innumerevoli grazie. L'ultimo giorno di quest'anno ad Urbano V fu dato il successore Pietro Rogero conte di Belforte, nepote di papa Clemente VI e cardinale diacono di santa Maria Nuova, il quale assunse il nome di Gregorio XI.

44. Anno 1371

Appena s'intese in Pisa la di lui creazione, il Comune spedì quattro ambasciatori a seco lui congratularsi, rendergli la dovuta obbedienza e supplicarlo della sua protezione. Avendo egli pure avuto ben presto motivo di lagnarsi dei Visconti, per mezzo di due suoi nunzi si concluse una nuova lega fra il cardinale Angelico, vicario generale delle terre e città della Chiesa in Italia, e le città di Firenze, Pisa, Siena, Lucca,
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Arezzo ed i signori di Cortona . Anzi, perchè ai Fiorentini era sospetto il cardinale di Burgi, a cui era stato concesso il governo di Perugia, il Papa lo rimosse, costituendolo legato di Bologna. In Pisa era potestà Galisano di messer Manente da Jesi, e capitano Bell'e Buono da Viterbo. Sotto di essi successero grandi tumulti fra il popolo di Ripafratta e i circonvicini lucchesi. I filettolesi e gli altri dello stato di Pisa diedero di piglio alle armi, e ne avvennero alcuni morti. Lucca e Pisa volsero subito l'animo a tornare alla pace que' sollevati; e vi riuscirono per mezzo del marchese Gigli, Giovanni e Bino Malpresa dal lato di Lucca; e per mezzo di Giovanni Rossi Lanfranchi, Ranieri Sardi, Lodovico Rosselmini per quello di Pisa.

45. Anno 1372

Forse onde impedire simiglianti inimicizie, per mezzo di altri commissari, convenuto a Ripafratta e a Pugnano, si fecero nuovi accordi tra il pisano e il lucchese comune. I Pisani mandarono alla corte del Papa con dei doni per cardinale Guglielmo fra Silvestro, maestro dell'Ospedale nuovo; il Papa spedì Lucio vescovo di Cesena a visitare la Chiesa di Pisa, il quale prese per sua abitazione la canonica della prioria di san Paolo all'Orto; e sotto il 19 marzo prumulgò ed intimò ai canonici, allora presenti, i seguenti capitoli. Che tutti i canonici servissero alla Chiesa nell'ordine sacro annesso alla loro prebenda, e che in termine d'un anno fossero ordinati, sotto la pena della perdita dei frutti delle dette prebende. Ed avendo trovato che dei diciassette canonici, che in tutto erano, computato l'arciprete e primicerio,
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solamente sette ne risiedevano, ordinò che si costituisse la massa delle distribuzioni quotidiane, e che tutti i canonici assenti fossero tenuti far pagare in mano del camarlingo del Capitolo dodici fiorini d'oro annualmente dei frutti delle loro prebende, eccettuato però il canonico Rinaldo Orsini per esser cardinale, e che i canonici residenti fossero obbligati medesimamente contribuire ogni anno, dei frutti delle loro prebende, trenta fiorini d'oro; e che di più mettessero in distribuzioni le rendite comuni del Capitolo, cioè l'entrate dei boschi, pesche e pasture, e che tutte le rendite delle prebende cadessero in mano del camarlingo, riscuotendosi in denari, e se in grano in mano del granajolo, quali non pagassero senza ritenersi la somma già detta da mettersi in distribuzione; e quanto al modo di guadagnare le distribuzioni, dichiarò: Che i presenti a matutino ed a prima avessero soldi quattro; a terza, sesta e nona un soldo per ora; per la messa due soldi; e comandò al camarlingo, sotto pena di scomunica, che a nessuno pagasse se non fosse stato dal principio fino alla fine, tanto dell'ore canoniche quanto della messa, mentre però non fosse stato impedito o per infermità, o per negozio del Capitolo, o in servizio dell'arcivescovo; e fece precetto ai canonici, sotto la medesima pena di scomunica, che mantenessero un camarlingo di continuo per ricevere il denaro per le dette distribuzioni, e le pagasse per tutto il mese d'agosto anno per anno.
Dal libro delle Provvigioni apparisce che in Pisa quest'anno capitò Francesco da Carrara signore di Padova. Egli andava negoziando con le toscane città pe' suoi interessi, trovandosi alle rotte coi Veneziani. Certo è che, quantunque ambasciatori di
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Pisa e di Firenze e quelli del Legato pontificio s'interponessero, non vi fu modo di quietare le differenze ed impedire la guerra. Gran rissa insorse pure tra veneziani e genovesi alla coronazione di Pietro re di Cipro. Non tocca a noi ridirne le cagioni e le conseguenze; a noi basta il riferire che il re Pietro alla Repubblica pisana concesse molte grazie, ed accolse un console pisano a Famagosta, il quale ebbe anche giurisdizione su tutto il regno: il primo console che andovvi fu Pietro da Vecchiano.

46. Anno 1373

Così in mezzo alle tempeste degli altri popoli d'Italia godevano i Pisani un momento di tranquillità, quando si scoperse un corsaro che il mare nei contorni della città infestava. Còrso di nazione, abitava nella parte di Chinsica, e, forse ascritto alla cittadinanza, di quest'onore faceva velo alle sue ruberìe. Chiamavasi Colombano, ed aveva due saettie fornite di ottanta uomini, e in quante navi imbattevasi con cui vantaggiosamente misurarsi, tutte assaliva e predava. Essendo stati spogliati di ogni loro avere alcuni napoletani, questi trassero a muoverne lamento presso gli Anziani. Ed essi sentendone forte travaglio e volendo provvedere all'uopo, armarono immantinente una galeotta e la fecero uscire sotto il comando di Filippaccio Agliata, giovane di grande spirito e valoroso. Il quale talmente si mise del corsaro alla caccia, che breve opra fu scuoprirlo e ridulro a salvarsi dando frettolosamente in terra, per vicine montagne involandosi, dovendo abbandonare le sue due saettie. L'Agliata le prese e, in vicinanza di Pisa legatele alla sua galeotta, le condusse fino al ponte a mare. Ivi, di consentimento degli anziani, estrattane la roba che eravi, diè loro fuoco; e intanto che ardevano le trascinò fino al ponte alla Spina in mezzo
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alle acclamazioni del popolo, che plaudiva ad uno spettacolo di giusta vendetta. Il corsaro Colombano, riavutosi dallo spavento, comecchè i suoi negozii con somma arguzia raggirare sapeva, spedì agli Anziani domandando loro perdono ed un salvacondotto, odne poter venire a Pisa senza alcun suo peridolo; per la qual grazia offeriva di volere esser sempre al pisano comune fedelissimo. Dopo mille promesse e giuramenti gli fu concessa ogni sua preghiera. Egli dal favore ottenuto pigliando animo ad impetrarne dei nuovi, dopo qualche tempo chiede si poter comprare dalla Comunità due fuste con le quali aiutarsi dei noli delle mercanzie. Gli Anziani stettero un poco irresoluti; ma alla fine condiscesero sventuratamente anche in questo, purchè Colombano desse sicurtà di ottocento scudi, di non offendere alcuno per questi mari. La sicurtà fu data da Gherardo Astai; ma il corsaro uscito appena del porto prese a far peggio di prima; onde fu forza metterlo al bando della repubblica; di ciò si accontentarono, ad altro chiamando l'attenzione dei magistrati il nuovo anno funestissimo.

47. Anno 1374

Primieramente, intendendosi che ritornava da Cipro una potente armata genovese, per ragione di buon governo gli Anziani mandarono Pecchiarino da san Pietro alla guardia di Piombino. In secondo luogo anco la città di Pisa soggiacque a quel flagello di pestilenza, da cui furon battute tante provincie d'Italia e fuori. S'ingenerò da soperchio di pioggia continuata per più settimane, onde le biade furono guaste in erba; quindi ne successe gravissima carestia, dipoi la micidiale infermità. Ed il popolo miseramente periva, riferendo alcuni storici che in Pisa dal primo maggio a quasi tutto settembre moriron due terzi degli abitatori adulti, e quattro quindi dei
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fanciulletti. Non si pretermisero preghiere onde ottenere da Dio misericordia: il 13 d'agosto si bandì una generale processione per cinque giorni, ne' quali doveasi pur digiunare; e tutti di cuore il faceano, vedendo di giorno in giorno annichilar la città . A questo infortunio si aggiunge che Pietro Gambacorti gravemente ammalò, per modo che temeasi della sua vita. I capi Bergolini raunatisi insieme avvisarono espediente procurare che nel capitano delle masnade e nel governo della repubblica si sostituisse, in caso di morte dell'infermo, Benedetto di lui figlio maggiore. Pietro di questo trattato grandissimo contento; gli Anziani lo favorirono, e il Consiglio generale l'approvò; seguì dunque la elezione di Benedetto: durante la malattia del padre tenne egli la carica, e la depose appena il genitore fu risanato. Forse pigliando ardire dall'infermità di Pietro Gambacorti, i figli di Vannuccio Saragone, capi dei Raspanti in Piombino, levaronsi a romore co' loro seguaci, volendo rimettere i banditi e ribellarsi. Ma il potestà Ranieri Salinguerra stava vigilante, e fece subito conoscere alla città lo stato delle cose. Fuvvi incontanente spedito Benedetto Gambacorti con molta gente a piedi e a cavallo; e per mare due galere armate sotto il comando, l'una di Buonaccorso Ridolfi e l'altra di Pietro Federighi, ambedue cittadini pisani . Giunto il Gambacorti a
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Piombino strinse gagliardamente la terra, e s'impadronì del castello; cosicchè spaventati i Raspanti, parte si nascosero per fuggire, parte, conosciuto il loro errore, apersero a Benedetto le porte; e postisi delle coreggie al collo si gittarono ai piedi del vincitore domandando umilmente perdono. Benedetto ne fece prender molti, e dopo rigoroso esame riconosciuti colpevoli, alcuni ne fece impiccare, ad altri tagliar la testa; altri di danaro, ed altri di confino punì, e quanti s'eran dati alla fuga dichiarò ribelli Per aver nelle mani anche Niccolò Saragone fece un bando, in cui stabiliva la pena della forza a chi l'occultasse ed a chi sapesse di lui e non lo manifestasse: tre giorni dopo Niccolò fu impiccato, come traditore, nel mezzo della piazza di Piombino. Ordinate quindi le cose di quella terra in modo che si terrebbe quieto e savio governo, Benedetto Gambacorti ritornò con somma lode a Pisa, ove, due giorno dopo il ritorno, fu dal padre nella chiesa primaziale creato cavaliere, onore ch'egli poi impartì al nobile cittadino pisano Niccolo Orlandi. In quest'anno venne a Pisa Amadeo conteo di Savoja. D'ordine degli Anziani fu incontrato dai principali cittadini; gli fu data per abitazione la canonica della badia di san Paolo a Ripa d'Arno; fu trattato con gran magnificenza, e ricolmo di bellissimi doni. In quest'anno medesimo, secondo che apparisce dai libri delle Provvisioni, gli Anziani fecero molti ordinamenti da osservarsi dai medici, i quali ordinamenti voglion essere sommariamente riferiti. Che i medici, tanto fisici quanto chirurghi della città, fossero tenuti mantenere un collegio, eleggere ogni anno un priore fisico con due consiglieri ed un camarlingo, un notaro matricolato per cancelliere, e un donzello; nel qual collegio chi di nuovo
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volesse entrare, se ficiso e forestiero, fosse obbligato pagare di tassa lire dieci, se cittadino lire cinque; il chirurgo forestiero lire cinque, e la metà quello della città. Che ciascun medico dovesse obbedire agli ordini del priore, sotto pena dell'arbitrio di lui e del pergiuro. Che non potessero i medici per ciascuna visita prender dagl'infermi più di dieci soldi fino a venticinque, avendo riguardo alla qualità degli uni e degli altri. Che fossero obbligati medicare, e dar consigli ai poveri infermi pisani gratis, e senza verun premio. Che per evitare molte fraudi, che potessero i medici commettere nei giudizi, fosse obbligato il priore con i suoi consiglieri fare una borsa, e imborsarvi quei medici che gli paressero timorosi di Dio, per estrargli poi a sorte, e fra essi decidere la propina; ed i non estratti non potessero dar sentenza o giudizio; e se altrimenti facessero, il potestà di Pisa non potesse accettare la detta sentenza. Qualsivoglia medico, tanto cittadino quando forestiero, che volesse essere ascritto al collegio, essendo dottorato e portandone fede pubblica o il privilegio, il priore fosse tenuto ammetterlo pagando il solito, con obbligo a lui di avere tra un mese disputato nella città di Pisa in luogo pubblico e decente una questione di medicina, ed aver letta una lezione di aforismi; e se non fosse dottorato e volesse medicare, dovesse il priore esaminarlo, e trovatolo sufficiente ed esperto, ammetterlo; e se in contrario, modestamente comandargli che non ardisse medicare, ed il medesimo si osservasse nei chirurghi; con questo che se il medico esaminando allegasse per sospetti alcuni del consiglio, in detto caso il potestà di Pisa dovesse eleggere tre frati dei più dotti della città, e
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quali insieme con gli altri dottori del collegio non sospetti, l'esaminassero; e, reputatolo sufficiente, dovesse ammettersi. E correndosi gran pericoli nelle medicine che si danno agl'infermi, il medico o chirurgo che fosse chiamato in secondo luogo, non potesse far medicamento o rimedi, nè alcuna novità senza il consenso del primo, sotto pena di pergiuro e dell'arbitrio del priore. Di più, se un infermo avesse cominciato a pigliar medicamenti dalla bottega di un medico, nessun altro medico chiamato in compagnia potesse mandarne ad altra bottega, se non vi fosse però giusta e ragionevol causa; e contraffacendo, fosse punito dal priore. I medici di gran fama e confidenti dell'infermo possino esser chiamati, benchè non ascritti al collegio. Finalmente che il potestà di Pisa, che sarà per il tempo, facesse osservare i presenti ordini, oltre le antiche ordinanze, e prestasse ogni aiuto e favore al priore e collegio de' medici, non ostante qualsivoglia contradizione, perchè fossero mantenuti.

48. Anno 1375

Riavutasi appena la Repubblica dalla pestilenza, avea bisogno di pace; ma pace non permetteano gli uffiziali oltramontani mandati da Gregorio XI al governo d'Italia, i quali a null'altro attendevano che a cercar danari per ogni verso. Guglielmo cardinale legato di Bologna trattò segretamente di togliere ai fiorentini la bella terra di Prato; e sotto pretesto, che non potea più mantenere Giovanni Aguto co' suoi inglesi, assoldati già contro i Visconti, lo spinse verso Toscana. Ne fu gran mormorio e sdegno in Firenze; quindi cominciarono le ostilità tra questo comune ed il pontefice, tradito da' suoi iniqui ministri.
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A Pisa vennero ambasciato del legato e dei fiorentini; e i pisani mandarono a quello ser Iacopo di ser Villano da piombino; a questi Guido di Ranieri Macinga, e si procedè nella guerra. Dovendo pertanto temere ogni danno dalle masnade dell'Aguto, gli anziani mandarono un bando col quale invitavano le genti del contado a portare le loro robe in città, ove sarebbero accolte senza gabella; e comandavano che nessuno potesse assoldare gente nel pisano dominio, nè vendere armi offensive o difensive a chi dello stato non fosse. E mente si pigliavano questi ed altri opportuni provvedimenti, spedirono a Giovanni Aguto Oddone Maccaione Gualandi e Filippo Agliata onde facessero ogni opera per dissuaderlo dal venire su quel di Pisa. Lo scaltro venturiere dava buone parole, ed intanto avanzava. In questo stato di cose temendo i Bergolini che i Raspanti all'avvicinar dell'Aguto non facessero qualche tumulto, ne cacciarono buon numero ai confini; e ad un tempo avvisarono gli abitatori di Val di Serchio, che al suono della campana grossa del Duomo se ne fuggissero tutti o in città o in castelli murati; e dai castelli rimossero i soldati forestieri, dandonde la guardia, per sicurezza, a soldati pisani. L'Aguto stette poco a comparire; la campana suonò, e i popoli di Val di Serchio si diedero alla fuga; ma non fu sollecita sì che molti non restassero prigioni, i quali bisognò riscattare a prezzo d'oro. Nella città faceasi diligentissima custodia; il Gambacorti, gli uffiziali, i cittadini e trecento uomini a cavallo venuti da Firenze, giorno e notte vegliavano. Ma essendo l'Aguto stato condotto dai fuorusciti a Calci ed a Montemagno, ed avendo costretto questi due castelli ad arrendersi, il Gambacorti e gli Anziani presero la risoluzione di mandare a lui nuovi ambasciatori ad offerirgli venticinquemila fiorini d'oro, affinchè desistesse da ogni ostilità. L'Aguto, il quale altro non voleva che sfamare la sua ingordigia di ricchezze, accettò, e tosto mosse a cercar nuovo pasto in quel di Siena. Aggiunta questa somma a tante spese che da molto tempo Pisa avea fatto e facea di continuo, la città trovavasi nella massima strettezza. Congregato il Consiglio generale vi si decise una imposizione di quarantacinque mila fiorini, de' quali ventimila dovean essere sborsati dai cittadini, settemila dagli ecclesiastici, e diciottomila da quelli del contado. Furono scelti a tal uopo venti individui per farne la distribuzione. Accadde che alcuni della parte dei Raspanti, e specialmente Giovanni e Lodovico Malcondime, si credessero di soverchio tassati; onde trovandosi un giorno con ser Lodovico Macigna, uno dei venti impositori, ne mossero seco lui forte lamento. Dai lamentiad aspre parole, e da queste si venne a metter mano alle armi. Un servo del Macigna vedendo il suo padrone in pericolo, lanciò un'arma contro Lodovico, che passogli un braccio, e si diede a gridare viva il popolo. Al romore trasse il Securatore con la sua famiglia, e fece prigioni i Malcondime: il servo del Macigna non potè esser preso che a forza, poichè il padrone lunga pezza il difese. Il securatore volea fare impiccare il servo, e gli anziani si opposero a rigorosa e subita esecuzione. Ne nacque un tumulto, poichè il securatore si ostinò nel suo disegno; gli anziani spinsero le loro guardie a liberare il servo, e l'altro fece dare nella campana a stormo e convocare così il popolo. Finalmente le cose sia ggiustarono, facendo tagliare
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al servo una mano, condannando il Macigna ad una multa di cinquecento lire, e togliendo i Malcondime dalle carceri .

49. Anno 1376

Intanto pel cattivo governo dei pontificii legati e per le insinuazioni dei fiorentini, i quali non cessarono mai e in ogni modo di sollecitare i sudditi del papa a rimettersi in libertà, la Chiesa avea perduto tutti i suoi stati, tranne Rimini con le sue dipendenze. Spaventato Gregorio XI da così subita rovina, arse d'ira contro Firenze; esaurì contro lei il tesoro delle pene spirituali; stese il castigo contro tutti i fiorentini in qualunque parte d'Europa fossero sparsi, dando a chiunque facoltà di farli schiavi, occuparne le merci e gli averi; interdisse Pisa e Genova perchè i fiorentini non aveano
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scacciati: ma tutto questo non fece che ricolmar d'orrore quanti guardavano con giusto occhio le cose . Unica speranza di rimediare a tanti sconvolgimenti restava nel ritorno del pontefice in Italia. Egli vi si determinò finalmente: s'imbarcò il 2 ottobre, e il 6 novembre prese terra a Livorno, ove fu ricevuto con sommo onore dal Gambacorti e dagli Anziani, che per servirlo stavan ivi aspettando. Presentaronlo, in nome del Comune, di considerevoli doni, cioè di cinquanta vitelle, dugento castrati, quattrocento capponi ed altrettandi pollastri, uccellami e selvaticini, ova, formaggi, pane, vino e olio, confetture, cere lavorate, biade ed altre vettovaglie; e per maggior magnificenza ricolmaron tutti di regali, anche i prelati, cardinali e signori che Sua Santità corteggiavano. Ma quando il papa tentò staccare i pisani dall'amicizia co' fiorentini, il Gambacorti tenne fermo dicendo: che ciò non poteva seguire senza manifesta rovina di Pisa. Lo perchè il padre Amelio, che minutamente descriveva il viaggio di Gregorio XI da Avignone a Roma, si abbandonò a questo slancio di ridicola bile:

Leve extitit prandium; verum tamen merum dulce, saporatusque cibus
Ad Livornae portum fiut nostra serotina refectio, nocturnusque somnus.
Maneque ille remansit ante litus Veneris omnium Praesulum Dominus
O Leo deTribu Iuda, tu festinas accedere ad indomitam gentem.
5Tempus est, ut ostendas tuam dictionem, claviumque potestatem.
Vectes ferreos confringes cum prudentia, et sagacitate non reverearis hominem:
Tuo rugitu cuneos penetres, compagem ligaminis, inimicorumque fortitudinem.
Pisanorum litus, die Iovis sexta Novembris, prandii hora applicuisti
In Livorna sequens remis; mitem lebem ore invenisti
10Ignoro quo consilio, aut mente ad insidiatores tuos approquinquasti.
Inebriati sunt furore, crapulatique, eorum veneno affines corum sunt infecti.
Pisanorum est solemnis Comunitas cum suis gratiosis muneribus.

Sua Santità partì di Livorno il dì 16 novembre: dei cardinali che lo seguivano, quattro vennero da
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Livorno a Pisa onde fare il viaggio per terra, non potendo sopportare i travagli del mare; ed uno di essi, il cardinale Pietro del Giudice di Limoges, cugino di Sua Santità, morì, e fu fatto seppellire dalla Repubblica con onorevolissima pompa nella chiesa primazialie, assistendo alla cerimonia i magistrati ed il potestà, che era Betto Gorgeria di Monte Mellone cavaliere. Per la venuta di questi cardinali fu sospeso l'interdetto che su Pisa s'aggravava; ma poco dopo si tornò a' medesimi guai, perchè non si volle romperla con Firenze. Il fatto sta, che il ricevimento fatto al pontefice aveva indebolito il pubblico erario: il Gambacorti esponendo ai più doviziosi cittadini la miseria della città, ne ottenne dodicimila fiorini d'oro.

50. Anno 1377

Gregorio XI entrò in Roma il 17 gennaio. Il 25 furono a lui ambasciatori fiorentini: si trattò con calore di pace, ma nulla si concluse per allora. In Pisa fu confermato il potestà dell'anno decorso, e fu creato capitano di popolo Giovanni Simone da Narni; ed al pontefice fu spedito Pietro del Lante come uomo di grande intendimento e prudenza, onde gli persuadesse che i pisani senza lor danno estremo non potevano i fiorentini abbandonare .

51. Anno 1378


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L'angustie in cui trovavasi papa Gregorio, la stanchezza che ormai provavano i fiorentini, fece inclinare l'una e l'altra parte alla pace. S'intimò una dieta in Sarzana: vi convennero i plenipotenziari di Firenze, il cardinale della Grangia per il Papa, gli ambasciatori di Pisa, di Siena, di Lucca, di Perugia, di Bologna e di molte altre città, e come mediatore Bernabò Visconti. Mentre più si agitava il trattato eccoti arrivare la nuova della morte di Gregorio XI, avvenuta nella notte 27-28 marzo. Il parlamento si sciolse; ed i ministri adunatisi in Sarzana se ne ritornarono alle loro case, aspettando la creazione di un nuovo pontefice. I cardinali congregaronsi in Conclave il 7 aprile, quattro soli italiani e dodici francesi. I primi volevano un papa di lor nazione perchè la corte pontificia restasse in Italia, i secondi lo volevan francese perchè tornasse a stabilire la santa sede in Avignone. Finalmente elessero l'arcivescovo di Bari Bartolomeo Perigliano, napoletano di nazione, ma figlio di una nobile pisana della famiglia degli Scaccieri. Fu egli coronato il 18 aprile col nome di Urbano VI, per cui immantinente spedì a tutti i re, principi e repubbliche per notificar loro la sua canonica elezione. In Pisa si fecero grandissime feste per quindici giorni, tanto più che l'arcivescovo della città, Francesco Moricotti, era suo nipote dal lato di sorella. Tra le altre pompe di gioia, gli anziani, i consiglieri, tutti gli offiziali e Pietro Gambacorti con cento gentiluomini a cavallo, vestiti di scarlatto e con sopravveste di zendado si videro passeggiare a coppia per
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la città tenendo in mano delle banderuole, ove da un lato era dipinta l'arme di Sua Santità, dall'altro quella del Comune. Si ridussero tutti sulla piazza del Duomo; ed ivi ad un tempo, con sollecita leggiadria gittarono per terra sopravveste e banderuole, che il popolo minuto si affrettò a raccogliere a gare. Si fecero anche giostre, tornei, armeggiamenti e giuochi bellissimi e varii. Quindi gli anziani elessero ambasciatori, i quali a nome della Repubblica rendessero ad Urbano VI obbedienza, e seco lui si rallegrassero della sua assunzione al soglio pontificio. Furono: Pietro d'Albizzi, da Vico dottore, Giovanni Rossi dei Lanfranchi dottore, Simone da S. Casciano cavaliere, Pietro Buglia Gualandi cavaliere, ed Andrea Buomonti mercante. Eglino partirono il 12 maggio sopra una galera capitanata da Gherardo da Vico, ed arrivati a Roma furono accolti con somma amorevolezza. Compiuto il loro incarico, d'ordine di Sua Santità restarono nel sacro palazzo trattati a spese della Camera apostolica. Lieti di questo favore i pisani ambasciatori ne usarono per promuovere il trattato di pace fra la Chiesa e i Fiorentini, quasi concluso, come dicemmo, in Sarzana; e Firenze ne ottenne buone condizioni per questa mediazione; ma più per le difficoltà in cui papa Urbano VI si avvolse colla sua imprudenza, che trasse la Chiesa d'occidente a lacrimevole scisma ; del quale dovremo accennare più sotto, dopo aver registrato quest'altro fatto. Certi corsari messisi pel mare Tirreno predavano quante mercanzie fossero trasportate da Roma a Pisa. I mercanti ricorsero agli anziani onde fosse posto rimedio a tanti mali; e gli anziani considerando i danni che a tutta la città ne venivano, oltre
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i danni dei particolari, senza indugio fecero mettere in ordine una galera; ed armata dei più valorosi ed esperti soldati, sotto il comando di Filippuccio Agliata, la fecero uscire contro ai predetti ladri di mare. L'Agliata s'incaminò alla volta di Civitavecchia: e qui si vide come una gara tra questo giovane valoroso e i corsari, i quali, astretti oggi ad abbandonare in mano al nemico i loro legni, con altri legni ritornavan domani, aiutati dai più potenti personaggi: tanto era allora scostumata la Italia! Ed Urbano VI non era adatto a quello stato di cose. Con aspra maniera volle la riforma della Corte pontificia; i cardinali, usi a libertà o meglio a libertinaggio, se gli ribellarono; e dopo orribili scene di sangue e di scandalo, finirono col nominare un antipapa, Clemente VII. Urbano VI trovandosi abbandonato, fece una promozione di ventinove cardinali; tra i quali Francesco Moricotti arcivescovo di Pisa, suo nepote. Come i Pisani seppero la nuova dignità al proprio pastore conferita, ne fecero indicibili allegrezze; tanto più che niun pisano era stato promosso al cardinalato, da quando, sotto l'imperatore Federigo, i pisani avean fatto prigioni tutti quelli del sacro collegio della Meloria. Avvegnachè l'arcivescovo fosse per diporto al priorato di san Donnino, si stabilì che al suo rientrare in città venisse ricevuto con ogni pompa solenne. Adunque disposte tutte le cose, il 7 ottobre il novello cardinale fece il suo ingresso: lo accompagnarono tutto il clero secolare e regolare, due squadre di cittadini a cavallo con bellissime
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sopravvesti, gli anziani col potestà, col capitano del popolo, con tutti gli uffiziali e gentiluomini, Pietro Gambacorti con le sue masnade sopra superbi destrieri, ed una moltitudine di gente da ogni parte accorsa. L'arcivescovo se ne veniva a cavallo, sotto un ricchissimo baldacchino di broccato adorno delle armi di Sua Santità, dell'imperatore, della chiesa pisana, della comunità, del popolo e della famiglia Moricotti, e portato da dodici nobilissimi giovani in vesti superbissime: le campane di tutte le chiese suonavano a festa. Andò al Duomo; rese grazie al Santissimo Sacramento, e poi a tutti, dell'onor ricevuto: quindi il di1 seguente, di commissione del pontefice suo zio, liberò la città dall'interdetto. il 3 novembre partì alla volta di Roma accompagnato da molta nobiltà. Rinunziò all'arcivescovato di Pisa, nel quale gli successe Bernabò Malaspina dei marchesi di Fosdinovo . Frattanto era allor succeduta in Firenze la famosa congiura dei
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Ciompi . Pisa mandò a quel comune Buonaccorso Ciampoli per offerirgli l'aiuto che ella poteva ne' di lui bisogni.

52. Anno 1379

Ma le cose di Firenze e d'Italia erano tutte in tanto disordine, che non poteano di leggieri acconciarsi. Clemente VII al pari che Urbano VI inviavano per la penisola dei legati onde sostenere ciascuno d'essere stato eletto canonicamente. A Pisa venne per papa Urbano il cardinale Filippo Gezza romano, dell'ordine di san Domenico; e confermò i Pisani nella osservanza del pontefice che lo mandava, condannando come scismatico l'antipapa Clemente. Era potestà Francesco Argenti conte di Carunelli da Spoleto, e capitano del popolo Taddeo Molci di Parma, il quale tenne la sua carica anche l'anno seguente. In questo i Pisani essendo in discordia coi Catalani mandarono al re d'Aragona il dottor Lodovico da Faulia e Niccolò Salmuni, acciò trattassero seco lui di pace. Ed il re volle tornare ad amicizia, e la pace fu pubblicata sotto il 23 febbrajo con le infrascritte condizione: Che i catalani e tutti gli altri popoli sudditi della corona d'Aragona possano tornare a Pisa, e in tutte le terre sottopostegli, conducendovi come prima le loro mercanzie, con pagar di gabella solo quello, che pagano gli stessi pisani. Che le rappresaglie, concesse tanto dall'una quanto dall'altra parte, s'intendessero non potersi più fare.
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Che i catalani fossero restituiti a tutte le onorificenze che avevano in Pisa, e potessero eleggere un console di loro nazione, ed avanti il quali si decidessero le cause civili fra loro vertenti. Che potessero mandar fuori di Pisa ferro lavorato e non lavorato, armature d'ogni sorte, legnami d'ogni qualità, sego, stoppa e canapa, eccettuato che all'inimici dei pisani, ed infedeli, che non avessero pace con essi. Che i catalani ed altri sottoposti alla detta corona potessero andar di notte per la città di Pisa dopo il terzo suono della campana, dalle loro case ai magazzini, e da quelli a casa, portando seco il lume.
I Pisani teneano pure un console in Marsiglia. Essendo morto il console Manfredi Buzzaccherini, gli fu dato a successore il suo figlio Giovanni. Entro l'anno presente Pisa ebbe a piangere la perdita di quattro insigni padri Domenicani, de' quali così trovasi scritto nelle cronache di santa Caterina: Frater Guido Lambardus a Libbiana Cyprum cum provinciali Terrae Sanctae petiis, ut diffinitur fuit provincialis, post haec in Graecia ad episcopatum vocatus, pro ecclesia sua magnis defatigatus laboribus, ibidem obiit MCCCLXXX. Frater Iacobus Casini a Seta prudens fuit, et doctus praedicator, et lector per xi annos iugiter ad nocturnas preces surrexit, quo etiam tempore praeter communes horarias preces singulis diebus millies Salutatione Angelica Mariam interpellabat, gratus eras consuetudine, et ad obeunda negotia idoneus. Prius fuit Miniati et Pisis, ubi senio confectus obiit 1380 pis. Frater Caerbonius a Campiglia morum probitate, prudentia, ac literis clarus effulsit, factus generalis praedicator, atque in capituli Ecclesiae diffinitor; adeo obedire satagens, ut ne minimum ita praeteriret, saecularibus, gratus ac reverendus, quam ceu patrem omnes amabant, humilibus et ..... praecibus Deum fatigatus, et sanctis meditationibus se se ad caelestia tollens. Tantae patientiae, ut nunquam auditus sit conqueri hominibus ita dilectus, ut nemo unquam de cooblocutus fuerit. Lector fuit Lucae, Serzanae prior, et
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Pisis ii prior, dumque altero prioratu ibi fungitur, longum incidit morbum, et summa animi aequitate laborum, et vitae finem vidis, fratrum gemitibus, et fletibus comitatus anno 1380. Frates Thomas Bernardi Aiutamicristo, nobilis genere, et divitiis abundans. Iuvenculus ad mensam nummulariam sedis corpore mundo, et mente Deo seviens, ruptis, quibus tenebatur, mundi vinculis, ad religionis arcem munitissimam evolavit, ut militaret Deo, et seposita omni desidia serviret, literis a prime ornatus fuit, et in primoribus nostrae provinciae, conrentibus legit, praedicator generalis eleganter concinabat, Perusiae, Senis, Lucae, Miniati, et Prati prior, definitor Capituli provincialis, virtutibus eius exigentibus in archiepiscopum pisanum electus est sed prae humilitate virtutum primaria assentiri voluit, rursum in lucensem episcopum postulatus, ob simultatem inter summum Pontificem, et Dominum Pisanum non est confirmatus, ultimo, ut melius Deo vacaret, Venetias ad novam congregationem in conventu sancti Dominici navigans ibidem, et apud sancti Ioannem et Paulum pluribus annis prior fuit, ubi, et ad Dominum migravit A. MCCCLXXX
. Ma più dovette lamentare sempre viemaggiormente sconvolte le cose della penisola. Fin dalla coronazione d'Urbano VI, fra lui e la regina Giovanna di Napoli erano avvenuti forti dissapori, che, cresciuti a dismisura, aveano fatto sposare alla regina il partito dell'antipapa. Papa Urbano cercò quindi di persuadere a Carlo di Durazzo, unico erede di Luigi re d'Ungheria ed ultimo principe del regio sangue degli Angioini, di attaccare il regno di Napoli e rivendicarsi un retaggio a cui aveva diritto . Il trattato si condusse segretamente, e Carlo di Durazzo attese in Ungheria a preparar l'impresa per l'anno seguente.

53. Anno 1380

La regina Giovanna mandò a Pisa il dottor Arrigo Venata, a pregar la Repubblica di collegarsi seco lei per difenderla contro la invasione
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che se le minacciava; ma nulla ottenne dai pisani, i quali volevano starsi uniti al vero pontefice loro compatriotta. Sul principio di agosto Carlo di Durazzo, soprannominato Carlo dalla Pace, muoveva alla volta di Napoli. Tenea la strada di Rimini, quando recatisi a lui i fuorusciti fiorentini lo determinarono ad attraversar la Toscana. Avutosi questo sentore in Firenze, si risolse subito di collegarsi con tutti gli stati toscani a difesa comune; e Pisa a quest'uopo deputò più ambasciatori, cioè: Betto Griffi a Firenze ed a Siena; Giovanni Rossi a Firenze solamente; e ser Francesco Geremia a Firenze, a Siena ed a Perugia. L'atto della lega fu rogato da ser Pietro da Ceoli pisano notaro, e fu conclusa specialmente per opera diPietro Gambacorti. Nullostante invece dell'armi s'adoprarono poi i denari; e Carlo di Durazzo ebbe per accordo dai pisani quattromila fiorini. Quindi Giannuzzo di Salerno, capitano degli Ungheri, entrò in Pisa, ed in nome della repubblica gli furon provvisti quanti gli abbisognavano foraggi e vettovaglie. Tre potestà si divisero quest'anno il peso delle pubbliche cose. Essi furono: Niccolò Carrocci da Todi, Nino de' Montanini da Siena e Iacopo de' Preti da Bologna. E tre pure furono i capitani del popolo: Taddeo Molci da Parma, Jacopo Broccardi da Imola e Crispolto Vignoni da Perugia. Il dì7 novembre morì l'arcivescovo Bernabò Malespina, poco compianto da tutti. Ebbe peraltro onorata sepoltura nel Duomo con questo epitaffio: Ex nobilibus de Fosdenovo venerabilis olim canonicus Sarzanae, postea Ecclesiae antistes Atriensis, sedis, et idem Pennensis minister, et tandem pisano Archiepiscopus. Is pater, et dominus ingens fuit Bernabos inclusus tumulo qui .... quique in eodem archiepiscopatu decessit MCCCLXXXI pis.
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Al Malespina successse Lotto Gambacorti canonico pisano e figlio di Pietro, il capo della repubblica. Non aveva Lotto se non ventidue anni, e neppure era ordinato in sacris; ma il pontefice lo dispensò dall'età, del che si fecero in Pisa moltissime feste. A questo spendore della famiglia Gambacorti se ne aggiunse uno più grande dal venerabil Pietro, il quale abbandonando il mondo si diede alla vita eremitica e visse in luoghi deserti, imitando quanto per lui si poteva il gloriosissimo dottore della Chiesa san Girolamo. Ben presto furono a lui non pochi discepoli, ed allora egli istituì i Romiti di san Girolamo . Morì pieno di meriti, ed ebbe venerata sepoltura in Venezia. Prima che terminasse l'anno presente, Carlo di Durazzo era a Roma.

54. Anno 1381

Nel novembre del presente anno la sua impresa era compita. I Pisani mandarono a rallegrarsi con esso quattro ambasciatori, i quali ebbero ordine di portarsi prima a Roma per riverire, e baciare il piede a Sua Santità, congratulandosi seco lui dell'appagamento dei suoi voti e delle sue premure sul conto del regno napoletano. Entro quest'anno si stabilì in Pisa una compagnia di dugento balestrieri per tenere il buon ordine interno.

55. Anno 1382

Ad un'opera utilissima e degna si diè mano da' Pisani in quest'anno; e fu quella di atterrare il veccho ponte sull'Arno, che era di legno e tutto ingombro di botteghe, e costruirne uno
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nuovo dalle fondamenta e in pietra per rendere meglio libera all'occhio la veduta del fiume e della città, grandiosa e bellissima. ôQuesto ponte rovinò nel 1637ö per sovrabbondanza di acque nel fiume , e nel 1639 fu ricostruito con un solo arco; ma stette in piedi poco più d'otto giorni . Finalmente fu fabbricato con disegno e direzione di Francesco Nave, che lo adornò di marmi come oggi si vede. Le quattro iscrizioni scolpite nelle guglie accennano alla marmorea ristaurazione fatta al tempo del granduca Ferdinando II. Servì questo al famoso giuoco detto del Ponte instituito dai Pisani fino da' più remoti tempi, che per l'addietro ogni triennio si eseguiva con straordinario richiamo di forestieri. Fu rappresentato l'ultima volta nel maggio 1807. L'Italia, tuttochè respirasse alcun poco dalle guerre che la tenevano in travaglio, non fu lieta nè prospera;
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imperocchè restò oppressa dalla peste. Il morbo tremendo dopo avere inferocito nel Friuli, in Padova, in Verona, in Bologna, in Ferrara, in Mantova e nella Romagna, passò a Firenze, a Siena, a Pisa, e in molti altri luoghi della Toscana, tutti crudelmente spopolandoli. Falliti i rimedi mortali, i Pisani si diedero ad implorare quelli del Cielo: nel mese di dicembre il crudelissimo morbo fece tregua .

56. Anno 1383

Ma nel marzo di quest'anno si scoperse di nuovo e con la solita violenza. Il popolo si rivolse a Lui che affanna e consola, con orazioni e penitenze: per cinque giorni continui si fecero processioni intorno al Duomo, cantando le litanie e salmi, invocando la intercessione della Santissima Vergine e dei Santi, e specialmente di quelli le cui reliquie nella città si conservavano Ma Iddio da innumerevoli offese irritato, chiuse le orecchie alle preghiere; e il flagello del gastigo lungamente sul popolo si aggravò. Frattanto gli anziani aveano dal Papa cercata ed ottenuta licenza di far trasportare a Pisa, da Castiglione della Pescaja, il corpo di san Guglielmo confessore. Mandaron adunque per esso, con quella onorevolezza e devozione che a quei venerandi avanzi addicevasi. Come la città seppe
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vicino il religioso convoglio, clero, anziani, magistrati ed una infinità di popolo furono ad incontrarlo. Ricevutolo con pia esultanza, lo accompagnarono alla primaziale. La cassa ove il Santo era compost, tutta coperta di tela d'oro e con due chiavi serrata, fu posta sulla mensa dell'altar maggiore; quindi si celebrò solennemente l'eucaristico sacrifizio in mezzo ai più fervidi voti ed a mille speranze. Venti giorni continui si attese ad onorare la sacra salma: la divina giustizia fu finalmente disarmata dalla divina misericordia; la peste cessò, e molte altre grazie per i meriti di san Guglielmo furono largiti. Allorchè gli anziani rimandarono a Castiglione le preziose reliquie, molti gentiluomini, ecclesiastici e soldati le accompagnarono con ricchi doni .

57. Anno 1384

Intanto Pietro Gambacorti, a richiesta di suor Chiara sua figliuola, avea fabbricato e dotato il monastero di san Domenico. Trattolo a termine, consegnollo al padre maestro fra Domenico da Peccioli, incaricato del padre maestro fra Jacopo Altoviti fiorentino, provinciale dell'ordine Domenicano in Toscana. Il quale ottenute le debite facoltà dal pontefice, il 29 agosto estrasse dal convento di Santacroce in Fossa Banda, e condusse al nuovo convento di san Domenico le seguenti monache: suor Filippa figlia del dottor Albizzi, da Vico; suor Andra Porcellini; suor Chiara Gambacorti; suor Maria Mancini; suor Agnese Buonconti e suor Giovanna del Ferro. Queste doveano fermare nel nuovo monastero la loro stanza, per istruire quelle
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verginelle che a Dio sacrar si volessero, e l'abito vestire di san Domenico. Suor Giovanna del Ferro, qual se ne fosse la causa, tornò a Santacroce: suor Filippa fu fatta priora, ed a lei successe poi suor Chiara Gambacorti. Serbarono inviolata la osservanza professata sotto la regola di sant'Agostino: di più si obbligarono a certe costituzioni e ad alcuni decreti, che loro diede, a cura del cardinale Francesco Moricotti, il pontefice Urbano VI. In quest'anno fu pure inalzato ad abazia il priorato di san Donnino fuori delle mura di Pisa, come rilevasi dalla seguente iscrizione: Almus Sacrae Romanae et universalis Ecclesiae Pastor Urbanus VI piis Reverendiss. Pat. et Dom. D. Francisci Card. Pis. precib. inclinatus Prioratum S. Domnini in Abbatiam honorabiliter permutavit, eiusque Abbatem, successoresque suos in perpetuum annulo, mitra, et vaculo decoravit praeterea duas Abbatias SS. Salvatoris et Quirici univit praedictae Abbatiae S. Domnini, tempore D. Iacobi de S. Iusto Abb. dict. D. I. A. MCCCLXXXV Pis. die XIII aug.

58. Anno 1385

In questo mentre Gian Galeazzo Visconti avea disposta una scaltrissima frode per cogliere al laccio il suo zio Bernabò, signore di Milano. Con grosso accompagnamento di gente, tra cui eranvi dugento valorosissimi pisani a cavallo, finse recarsi da Pavia alla visita della Madonna di Varese. Bernabò uscigli incontro, si baciarono, e Bernabò fu tradito. Non così ingannevolmente, ma con aperta forza riformò Siena il suo governo. Gemeva ella oppressa sotto la oligarchia di pochi artigiani. Gli ordini dei Nove e dei Dodici, primi tra i popolani, univansi ai nobili. Si venne alle
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armi, e la oligarchia artigianesca fu annientata: i Nove, i Dodici ed il popolo si divisero il comando. Portatane la nuova a Pisa per via di ambasciatori, la Repubblica se ne rallegrò moltissimo; e poichè la quiete di Siena potea di nuovo turbarsi, ad essa i Pisani mandarono aiuto di assai gente sotto gli ordini di Giovanni d'Appiano, per servirle in caso di bisogno. Venne in questo tempo avviso agli Anziani che s'erano vedute in mare, non molto lungi dal lido, alcune galee di Corsari. Incontanente si mandò a Ranieri Gualandi potestà di Livorno, e ad Enrico Lensi castellano, che stessero avvertiti e provvisti, e le guardie raddoppiassero a Montenero, a Castiglioncello e ad altri luoghi circonvicini. Gli stessi ordini furono comunicati al cavaliere Guglielmo Gismondi potestà di Castiglione della Pescaja, a Lapo Gatti potestà di Piombino, e a Giovanni da Cascina potestà del Giglio: fu pure spedito ambasciatore a Genova il dottor Benedetto Piombinese. Ai perigli minacciati dal lato di mare, altri se ne aggiunsero dal lato di terra. Da molto scorrevano per Italia certe compagnie di ventura, ora questa, ora quella città taglieggiando. Gli Anziani scrissero a Malcondime vicario din maremma, ed a Lorenzo Mattajoni potestà di Vico, a Marco Roncioni potestà di Marti, e ad Andrea Zacci capitano in Ponsacco, che mettessero genti alle frontiere onde assicurarsi; e perchè Cascina era il luogo ove per lo più i nemici tutti soleano primieramente volgere le loro mire, fu commesso a Pietro del Papa, capo di quella terra, che la fortificasse; e in quella rocca ov'era castellano Giovanni del Broccajo, e nella rocca di Ponte d'Era tenuta per Giovanni Bocchetta, furon mandati nuovi soldati. Si scrisse pure per aiuto ai Fiorentini, inviando ad essi ambasciatore
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Pietro di Cellino dal Colle: alla perfine tanti ordinamenti niuna meta raggiunsero, poichè si credè prendere temperamento più sicuro concordando, sull'esempio de' Senesi, coi capitani de' venturieri, e la loro ladra fame saziando con ottomila fiorini d'oro.

59. Anno 1386

Questo fatto addimostra come i Pisani eran già decaduti. Un altro fatto che lo comprova è il seguente: Ucciso Carlo re di Napoli appena coronato in Alba Reale re d'Ungheria, restaron di lui due figli, Ladislao e Giovanna, sotto la tutela della regina Margherita loro madre. Ma ben presto il partito Angioino rinacque, e tutti i ribelli alzarono il capo. La regina Margherita non lasciò di spedire per soccorso a tutti i potentati. Ambasciatori di lei vennero pure a Pisa, ma n'ebbero dagli Anziani in risposta che si doleano dei travagli onde la regina era stretta; pur non poteano in alcun modo aiutarla, trovandosi in difficili circostanze. Era in Pisa potestà Tommaso Trochi da Imola, e capitano di popolo Stefano Crescenzi da Amelia, i quali, insieme con i Gambacorti e gli Anziani, tennero ben custodito lo Stato, com'era necessario nel lacrimevolissimo scompiglio d'Italia. Nel mese di dicembre papa Urbano, che dal 23 settembre 1385 dimorava in Genova, partissi di là e se ne venne a Lucca. Vi fu accolto la vigilia del Natale con gran solennità, e vi fermò la sua dimora per circa mesi nove.

60. Anno 1387

Durante questo tempo molte delle Repubbliche di Toscana mandarono a riverirlo. I Pisani non solo satisfecero ai doveri di ossequio; ma grandiosamente il regalarono, e lo pregarono con ogni istanza a trasferirsi in Pisa, ov'era ardentemente desiderato. Ma Urbano rese grazie delle amorevoli dimostrazioni e si partì alla volta di Perugia, per
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esser ivi a portata della esecuzione de' suoi disegni su napoli. Intanto Gian Galeazzo, signore di Milano, in ogni maniera adopravasi per dilatare i suoi possessi. La notte del 18 ottobre, coll'aiuto di alcuni cittadini traditori, dopo un fiero assalto alla porta di san Massimo, s'impadronì della città di Verona. Il 24 un nunzio di lui recò la nuova ai Pisani, i quali ne sentirono grandissimo piacere; e corse bando che se ne facessero pubbliche feste, come di fatti si prese a fare con fuochi ed illuminazioni, la sera istessa di quel medesimo giorno. Peraltro i clamori della gioja tornarono ben presto in lutto; poichè la compagnie di ventura, delle quali abbiamo più volte lamentato le crudeli rapine, la notte del 22 settembre vennero di nuovo nel territorio pisano a farvi grosse prede; ed i pisani dovettero redimersi un'altra volta col danaro sborsando 12000 fiorini. Era potestà a Pisa Tommaso Angiolelli di Bologna, e capitano del popolo Niccolò Calvi romano.

61. Anno 1388

Al primo successe Angelo Malavolti da Siena; al secondo Antonio da Cingolo dottore in legge. Sotto di essi rientrò in Pisa il nobile pisano Filippo Gaetani ritornando dall'uffizio di potestà in Siena, da dove riportava l'arme di quella comunità, concessagli in premio della carica sostenuta coll'intiera sodisfazione di tutti. Il 9 di settembre giunse a Pisa un corriere, spedido da Giovan Galeazzo conte di Virtù, a dar nuova che eragli nato un figlio. E la città ne mostrò sommo contento facendo pubblica festa con tiri di bombarde, suoni di campane, fuochi e illuminazioni; e regalando al corriere una veste di scarlatto foderato di vai, una bella cintura d'argento dorato ascendente al costo di 60 fiorini, ed un bel palafreno. Ma i venturieri tornarono, e Pisa ebbe a patire nuovi danni. Quindi
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nuovi dazi sui cittadini per aver danari affine di pagare quei ladroni e farli sloggiare, e tener gente armata onde in ogni caso resistere. Contuttociò non parendo a Pietro Gambacorti d'essere all'uopo provvisto mandò per aiuto ai Fiorentini, dai quali gli furono spedite 400 lance. Non meno delle compagnie di ventura faceano grandi mali in questo tempo i corsari Mori di Tunisi ai lidi dei cristiani del Mediterraneo. Per reprimere la bandanza di quei barbari, Martino e Maria re di Sicilia si accordarono coi Genovesi e coi Pisani, e composero una flotta di venti galere, quindici delle quali erano di Chiaramonte. Ben presto presero a forza d'armi l'isola di Zerbi, ed ivi contro i Morti si fortificarono.

62. Anno 1389

Il 18 ottobre papa Urbano VI passò a render conto a Dio della propria vita, che ha lasciato memoria troppo infausta presso gli storici . Il 22 novembre gli fu sostituito il cardinale Pietro Tomacelli napoletano, il quale prese il nome di Bonifazio IX. Frattanto Gian Galeazzo conte di Virtù e signore dei milanesi estendeva a passi di gigante la sua potenza, minacciando ad un tempo i Bolognesi e i Fiorentini. Nullostante in voce e per via d'ambasciatori non parlava che di pace; esibendosi ancora di rimetterla in Toscana. Anzi, per meglio addormentare i potentati d'Italia, si mostrò pronto
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alla buona volontà di Pietro Gambacorti, il quale faceva instancabile premura di stabilire per quiete di ognuno una lega. SI trovarono in Pisa inviati di Gian Galeazzo, delle repubbliche di Firenze, di Siena, di Lucca, di Bologna, di Alberto da Este duca di Ferrara, di Francesco Gonzaga vicario imperiale in Mantova, dei Malatesti, degli Ordelaffi, dei conti di Montefeltro e di molti altri signori. Raunatisi nel palazzo Gambacorti, con grandissima solennità fermarono tra loro e i loro seguaci, aderenti e raccomandati, di non offendersi nè molestarsi l'un l'altro, includendo nell'alleanza tutti quelli che entrar vi volessero; e tra i quali patti, il principale si fu che ciascuno difenderebbe chi dei collegati venisse offeso da qualsivoglia compagnia di ladroni, ancorchè avessero titolo di stipendiati: a questo fine dovea ognuno tenere assoldato un certo numero di gente pronta ad ogni occasione d'uscire in armi; e ne fu stabilita la tassa così: Il signor di Milano trecento lance; la repubblica di Firenze cent'ottanta; quella di Bologna centoquindici; quella di Pisa settantacinque; quella di Perugia cinquanta; quella di Lucca venticinque; quella di Siena settantacinque; il marchese di Ferrara settanta; il signore di Mantova trenta; i signori Malatesti trenta lance, oppure cento fanti, purchè fossero balestrieri; il conte di Montefeltro venticinque lance, ovvero sessanta fanti, la metà dei quali balestrieri; il signori di Forlì quindici lance e fanti undici, balestrieri pur la metà. Per quelli che entrerebbero posteriormente a parte della lega fu dato al Gambacorti l'arbitrio di lasciare il numero delle genti cui dovesser tenere. Siena ebbe in questo tempo al suo soldo i seguenti pisani: Marco Ubaldo di Lodovico della Rocca, contestabile di centotrentadue cavalieri; Manfredi Gaetani con
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cinquanta lance, e Pietro di Guido Magagna Gaetani con quaranta. Parea così assicurata la quiete di buona parte degli stati d'Italia; ma l'amicizia tra gli ambiziosi ha troppo malferma base. Il signor di Milano segretamente incitando i Senesi, riaccese la mala intelligenza tra essi e i Fiorentini; e con la mira di destare l'incendio in Toscana, mandò a Siena quattrocento lance sotto il comando di Azzo Ubaldini valoroso capitano. Era questi appunto lo strumento dei disegni del signor di Milano sopra i popoli di Toscana. Erede di principali famiglie ghibelline degli Appennini, guadagnò alcuni cittadini che avevano amicizia stretta col governatore del castello di Samminiato, ed ordì una trama che peraltro fu sventata. Tentò corrompere i cortonesi e i perugini, e cominciò scaltrissime pratiche in Pisa.

63. Anno 1390

Ambasciatori di Giovanni Galeazzo vennero a Pietro Gambacorti adoperandosi perchè la pisana Repubblica si staccasse dai Fiorentini. E quantunque non raggiungessero questa meta, nullaostante i loro passi non furon perduti, poichè procacciarono partigiani al loro signore, e diedero un grand'urto alla fedeltà di Giacomo d'Appiano cancelliere della comune, il quale finì ben presto d'essere intieramente sedotto coll'oro a mancar di fede al Gambacorti suo primo benefattore . Firenze vegliava su tanti intrighi; e volendo alla perfine metter loro un argine, ruppe il duca di
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Milano la guerra. Egli mandò contro i fiorentini quindicimila cavalli e seimila fanti: i Fiorentini fecero a gara nel sacrificarsi alla patria, e misero in campo uno sforzo di gente che se non poteano stare a fronte dei nemici per numero, vi stavano pel valore che agita chi sa di combattere per la libertà della patria. Èdella storia fiorentina il descrivere le vicende di questa guerra, che si consumaron per la maggior parte nell'Alta Italia. Gian Galeazzo finalmente diede ordine al suo generale Iacopo del Verme di assalire il distretto di Firenze, appena per la via di Sarzana fosse egli giunto sul pisano: ad un tempo doveano uscir pure ai danni de' fiorentini i mille uomini di sua gente alloggiati in Siena. I fiorentini opposero a Giacomo del Verme Giovanni Aguto. Il primo prese il cammino alla volta di Lucca, e si ridusse su quel di Pisa in Val di Serchio. Tirò quindi verso Cascina, e gli venne in pensiero di tentar di sorprendere Santa Maria in Monte; ma perdutivi inutilmente alcuni de' suoi, per timore che Giovanni Aguto non lo raggiungesse, tornossene in Val di Serchio; e dopo pochi giorni, nei quali minacciando i pisani, si fece promettere che per 15 dì non lascierebbero passare mercanzie o vettovaglie a Firenze, prese la via di Pietrasanta e se ne andò a Sarzana. Come i fiorentini seppero della promessa dai pisani fatta al Dal Verme, se ne lamentarono col Gambacorti. Ma Pietro si scusò facilmente, adducendo d'esservi stato astretto per i danni che l'armi milanesi faceano sul pisano contado.
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Poco dopo Giovanni Galeazzo tentò di nuovo il Gambacorti, pregandolo di collegarsi seco; e Giacomo Appiano fece anch'egli ogni prova onde persuadere il suo signore. Ma Pietro, tenace de' suoi doveri, rimase con Firenze. Allora Giacomo del Verme tornò sulle terre di Pisa; si accampò nella Valle di Calci; e vegliava per far preda sui fiorentini, se avessero mandato provvedimenti di vettovaglie. Infatti un giorno, venuti pel comune di Firenze con cinquecento bestie da soma a levar da Pisa viveri e mercanzie, e scortati da buon nerbo di gente onde tornare a salvamento, Iacopo d'Appiano informò subito di tutto il capitano milanese. E questi, fatto guadare l'Arno a duemila cavalli, ed appostatigli, come l'Appiano aveagli indicato, in vicinanza di Cascina, piombò all'improvviso sul fiorentino convoglio, il disfece e guadagnò trecento some di grano e dugento muli.

64. Anno 1392

Messosi l'Appiano sulla via del tradimento, ove crudele avidità di dominio e le lusinghe del Visconti lo sospingevano, dovea misurarla tutta e riempire di orrore l'Europa. Allevato da Pietro Gambacorti con paterna sollecitudine; creato per lui cancelliere degli Anziani, due cose gli pesavano sull'animo: l'esser soggetto, e la memoria de' benefici che di continuo riceveva. A poco a poco insinuandosi nella grazia del signor suo giunse a guadagnare tanto di autorità che quasi governava egli lo stato, e riceveva dai cittadini somma onoranza. Così cercò di farsi molti partigiani: Pietro Gambacorti il vedeva; ma lasciava correre, non potendo immaginarsi a che si parava. A favorire l'Appiano si aggiunse che se Pietro avea diritto alla venerazione della città, non così andava per quelli di sua famiglia; i quali pigliando insolenza dalla dignità del padre, orgogliosamente viveano.
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Stimolato pertanto dalle circostanze che a farsi grande lo invitavano; spinto per la via dell'ambizione da Gian Galeazzo, il quale tutto gli prometteva, oro armi genti e il suo pieno favore, si affrettò a maturare il più esecrando delitto. Primieramente fece tornare a Pisa il figlio suo Vanni con buona scorta di valorosi soldati Poi prese a far ragunate sul contado di Lucca, e da ogni dove procacciarsi uomini ed armi. Il Gambacorti nullostante viveva senza sospetto: eppure sapeva del ritorno di Vanni; gli fu anche mandato pei fiorentini avvertimento che si stesse guardigno, e sugli andamenti dell'Appiano vegliasse. Pietro, incapace egli di tradimento, non potea sospettare che altri se ne facesse reo; e soprattutto non potea credere che il reo sarebbe un vecchio di settant'anni, di tutto a lui debitore, e perfino strettogli di parentela per avergli tenuto al sacro fonte uno dei figli suoi. Oh come s'ingannava! Iacopo d'Appiano, dice il Sismondi, era mortale nemico di Giovanni de' Lanfranchi; ed assicurava di avere bensì raccolti alcuni armati, ma soltanto per difendersi contro questo gentiluomo. Pietro
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Gambacorti volle riconciliare questi due cittadini: chiamò pertanto a sè il Lanfranchi; ma nel punto che questi usciva dalla di lui casa, il 21 ottobre, fu assaltato dagli sgherri di Iacopo d'Appiano ed ucciso nella strada col figlio, che aveva voluto difenderlo. Gli assassini si rifugiavano in casa dell'Appiano: Pietro li fece domandare, e Iacopo ricusò di darli. Frattanto la città era in tumulto, i cittadini prendevano le armi, ed i Bergolini, antichi partigiani dei Gambacorti, accorrevano ad offrire il loro aiuto a Pietro. Rispose questi che tale faccenda doveva compiersi secondo le forme ordinarie della giustizia, senza cagionare tumulti in città; e si limitò a fare armare la guardia, di cui mandò parte ad occupare il ponte vecchio sotto il comando del figliuolo. Ma Iacopo d'Appiano non avea la stessa moderazione; il traditore avea già chiamato da Lucca i masnadieri, ch'ei vi teneva adunati, ed inoltre andava raccozzando tutti i più caldi Raspanti e Ghibellini. Poichè si vide abbastanza forte mandò il figlio ad attaccare il ponte vecchio. Lorenzo, figlio di Pietro Gambacorti, ferito nel difendere il ponte, si ritirò allora colla sua truppa avanti alla casa del Gambacorti. Iacopo d'Appiano gli tenne dietro per assalirlo; e la zuffa sarebbe stata assai lunga, e dubbioso l'esito se Pietro, vedendo dalla finestra il suo vecchio amico che si avanzava, non avesse vietato di trarre contro di lui. Richiestovi da Iacopo, Pietro discese nella via per trattre, ed acconsentì ad allontanarsi dalla calca solo con lui. L'Appiano chiamandolo suo compare gli stese la mano: era questo il segno convenuto dagli sgherri, che subito circondarono l'infelice Pietro e l'uccisero nel punto ch'ei saliva a cavallo. I suoi amici si dispersero a questa vista. La sua casa fu saccheggiata, e Iacopo d'Appiano s'avvio verso la piazza degli Anziani ov'era rimasto
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un altro figlio del Gambacorti alla testa del rimanente della guardia: dopo breve resistenza pose in fuga quei soldati, e fece il figlio dell'estinto amico prigioniero. I figliuoli di Pietro, tutti e due feriti, perirono avvelenati in prigione avanti il settimo giorno . Intanto andavano giungendo moltissimi fanti assoldati da Iacopo d'Appiano, come pure contadini e banditi, ai quali si concedette il sacco delle case dei principali Bergolini e de' più ricchi mercadanti fiorentini. L'Appiano approfittando del terrore che ispirava in tal guisa al popolo, si fece nominare capitano e difensore di Pisa il 25 ottobre. Due giorni dopo egli si fece armare cavaliere; ed allora cominciò a governare la sua patria non più come principale cittadino, ma come padrone.Giovanni Galeazzo, che colle istigazioni e promesse era stato il primo autore della trama di Iacopo d'Appiano, ne raccolse pure i principali frutti. Egli si affrettò di spedire truppe a Pisa sotto colore di soccorrere il suo creato; ed il nuovo signore più non ardì operare, se non che a seconda della volontà del signore di Milano.

65. Anno 1393

Schiavo all'ambizione di lui, la faceva peraltro da tiranno su Pisa. Al cominciare del suo reggimento licenziò che erano in carica e ne creò de' nuovi, tutti suoi amici: quanti ai Gambacorti erano stati amorevoli, sbandeggiò; e per avere buon numero di aderenti, molti aggregò alla pisana cittadinanza. Ad un tempo prese al soldo della comune considerevol numero di soldati a piedi ed a cavallo, servendosi del pretesto che ve n'era
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bisogno per difendere lo Stao dalle compagnie di ventura che seguitavano ad infestare ora questo, ora quel popolo. Capitani della gente a cavallo erano il marchese Malaspina, il conte Antonio d'Elci, il conte Gaddo d'Elci, Barba da Sartirano, Vannuccio di Ballo, Cola Rossi da Rieti, Giovanni Ugolinucci da Monte Marrano ed Iacopo Matti Masca. Capitani della gente a piede Buccarini da Cicerano, Vico da Siena, Jacopo da Genova, Giovanni da Pontremoli, Damiano da Ritomboli e Niccoloso da Villafranca. Potestà era il marchese Spinetto Malaspina, e capitano del popolo Niccolò Montecigoli.

66. Anno 1394

A quest'ultimo successe Bartolomeo Armanni da Perugia; dall'altro, Domenico Invinciati d'Alessandria della Paglia. Lotto arcivescovo di Pisa, figlio diPietro Gambacorti, intimorito dall'assassinio di suo padre, si affrettò a mettere al sicuro la propria vita ritirandosi dalla cattedra . L'undici di settembre venne a cuoprirla Giovann Gabbrielli pontremolese, in ricompensa dei servigi prestati alla Chiesa romana come cappellano di papa Bonifazio, poi come vescovo di Massa, e finalmente come legato in Pollonia. Intanto l'Appiano nulla lasciava d'intentato per assicurarsi l'usurpato dominio. Temendo di Biordo, formidabile capo di venturieri, impetrò da Gian
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Galeazzo Visconti quattrocento lance; e questi di buon grado gliele mandò, perchè così stendeva viemeglio su Pisa gli artigli.

67. Anno 1395

Egli acquistò sempre nuova baldanza dichiarato duca di Milano e vicario imperiale dall'imperatore Venceslao. Rinforzandosi in tal guisa di gente, e conducendo al suo soldo il conte Alberico da Barbiano, capitano famoso, vegliava ad un tempo con avido sguardo sulle inquietudini che rinacquero tra i pisani e i lucchesi in Toscana. Ai secondi avevan ricorso gli esuli Gambacorti; e l'Appiano, guadagnando a forza d'oro i venturieri che per Toscana scorrevano, gli ebbe ridotti a danneggiare il lucchese contado. Scopertosi il maneggio del tiranno di Pisa, avvennero varie ed aperte ostilità.

68. Anno 1396

I lucchesi furon protetti ed aiutati dai fiorentini; l'Appiano chiese soccorso ad duca Gian Galeazzo. Questi fece vista, con le solite arti, di licenziare il conte Alberigo da Barbiano, il quale con alcune migliaja di cavalli si portò nel territorio di Pisa. Giunsevi nel mese di novembre. Vi venne pure con altre genti il conte Giovanni da Barbiano: onde i Fiorentini comprendendo vicina la guerra, si diedero a prepararsi gagliardamente.

69. Anno 1397

Ed in fatti si adoprarono tanto, che condussero l'Appiano a far pace col Comune di Lucca: così veniva tolto di mezzo il motivo per cui erano scese in Toscana l'arme lombarde: ma in Toscana appunto voleva Gian Galeazzo la guerra. Il conte Alberico da Barbiano, incaricato di lui, tentò prendere ai fiorentini il forte castello di Samminiato per mezzo di Benedetto Mangiadori e col facore dell'Appiano. L'impresa andò fallita: allora il conte Alberico, attraversando il territorio pisano, andò a riunire le sue genti con quell'altre che per Galeazzo
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stavano a Siena. Riunitele, ebbe gagliardo esercito col quale si mise a rifarsi sui fiorentini colla forza, di ciò che non gli era riuscito colla frode. Entro il mese di ottobre morì Vanni di Appiano, il maggiore dei figli di Iacopo: se ne accuorò il padre e la città, chè giovane animoso era egli e valente: gli altri fratelli suoi incapaci a sostenere l'autorità del padre: Gian Galeazzo ebbe nuova ragione di speranze su Pisa. Il 14 dicembre ebbevi il seguente trattato fra i Pisani ed il re di Tunisi: IN NOMINE DOMINI, amen. Vir nobilis et dominus Muley Istich ben Biulel, nunc locum tenens serenissimi principis et domini Muley Buffers regis Tunithii, Sarchi, Garbi et totius Barbarie, actoritatem ad infrascripta ab eo obtinens, ut ex dicti regis scriptura manu propria apparet, secundum relationem omnium scribarum dohane ipsius ex una parte, et discretus vir Andreas Michaelis Del Campo civis pisanus tanquam ambaiator, sindicus et procurator magnificorum dominorum, dominorum Antianorum Comunis et Populi pisani, et domini Iacobi de Appiano militis, capitanei custodie civitatis Pisane eiusque comitatus, fortie et districtus, et populi pisani defensoris, ut de eius procura constat publico instrumento manu Iacobi condam Nocchi de Cascina civis pisani publici notarii scripto dominice incarnationis anno millesimo trecentesimo nonogesimo octavo, indictione, quinta, die primoi iunii secundum cursum et consuetudinem pisanorum dictis nominibus et quolibet dictorum nominum ad infrascripta pacta, conventiones, pacem et concordiam prevenerunt renuntiantes dicte partes dictis nominibus exceptioni dictorum pactorum compositionis pacis et concordie non factorum et non inhitorum rei sic ut supra et infra non geste et sic non se habentis doli mali metus conditioni in factum actioni sine causa et omni alii iuri. In primis namque videlicet quod omnes Pisani venientes seu applicantes Tunithium et ad omnes alias terras subditas dominationi regie maiestatis predicte sint salvi et securi in here et personis eorum ab omnibus subditis suis cum omnibus mercibus eorum tam veniendo, morando, stando, mercando, negotiando, quam recedendo in
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omnibus terris, et locis subditis dicto regi, quos nunc habet, vel pro tempore acquiret, si fuerint sani, vel naufragi, sint sani, salvi, et securi in personibus, rebus, et here eorum. Item si aliquis Pisanus, vel qui pro pisano appellatur, recipere debuerit, vel petierit aliquod debitum, vel conqueri voluerit de aliquo debito, iuribus, damno, vel emenda ab aliquo saraceno, vel ab aliquo christiano, qui sit sub pace dicti regis, teneatur dohana eidem facere rationem, et expedire ipsum pisanum a creditore suo, tam de debitis quam de iniuriis. Item quod Pisani habeant in Tunithio, et aliis terris subditis dicto regi fundacos cum apothecis, et iurisdictionis suis, et non possit in fundacis eorum aliqua alia persona extranea habitare, vel stare, nisi cum eorum voluntate. Et teneatur dohana in redificationem ipsorum fundacorum laborari, et aptari facere, et solvere, et expedire de pecunia dicte dohane, ut consuetum est, et, quod nullus in ipsorum fundacos intrare valeat sine expressa licentia consulis pisanorum et quod Porterii sint tales, qui possint, et velint prohibere quibuscumque saracenis, et quibuscumque aliis personis ne ingrediantur in fundacos sine voluntate consulis, seu mercatorum pisanorum. Item quod habeant Pisani in omnibus terris dicti regis consulem, vel consules, qui faciat, vel faciant rationem inter eos, et si aliquis saracenus conquestus fuerit de aliquo pisano, teneatur eum requirere coram consule pisanorum, et consul debeat eum expedire, et facere rationem, et si hec non faceret tunc saracenus possit se lamentari in dohana, et si aliquis pisanus, vel qui pro pisano distringitur, petere voluerit vel debuerit, ab aliquo saraceno, vel ab aliqua alia persona, que sit sub pace dicti regis, tunc pisanus debeat petere rationem in dohana, et dohana teneatur facere rationem, et eum expedire ab eo. Item quo omnes Pisani, et qui pro pisanis appellantur, de rebus, et mercibus eorum, quas vendiderint in Tunithio, et aliis terris et locis dictis regis non solvant pro ipsis rebus, et mercibus, nisi decimum tantum, ut consuetum est. Item quod Pisani non solvant de auro, vel argento, perlis, lapidibus pretiosis, et iocalibus, nisi medium decimum tantum, necnon et de quibuscumque victualibus, que per dictos pisanos portarentur ad dictas terras. Item quod mercatationes, res, et merces, que portabuntur in dohana Tunithii, vel quocumque alio loco dicti regis per dictos
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pisanos, non debeant appretiari, nisi illo pretio, quod dicte res, et merces, comuniter valeant secundum cursum terre, et super hoc non fiat eis molestia, vel fortia, et illud dirictum, quod solvere debeant pro dictis rebus, et mercibus non solvant, nec teneantur solvere, nisi a die venditionibus per eos facte de dictis rebus usque ad sex menses proxime venturos, et si de mercibus, quas vendiderint, solutionem consecuti non fuerint, teneatur dohana satisfactionem eis fieri facere per emptorem, et tunc solvere debeat dirictum suum, et si solutionem consecutus non fuerit, non teneatur solvere aliquod dirictum pro predictis. Item si aliquis Pisanus, vel qui pro pisano appellatur, apportaverit aliquas merces, vel mercationes, res, lapidos pretiosos, perlas, vel smeraldos, aurum, vel argentum ad aliquas terras dicti regis, et ipsas res, vel merces vendere noluerit, non compellatur ad ipsas vendendum, sed licite possit ipsas res, vel merces redice ad quecumque loca voluerit, sine eo quod prestet, vel solvat aliquod dirictum pro ipsis rebus, vel mercibus. Item quod si aliquis Pisanus, vel qui pro pisano appellatur, vendiderit alicui christiano navem, galeam, vel aliquod aliud lignum existenti in pace cum dicto rege, non teneatur solvere aliquod dirictum, nec etiam si emerit a dicto christiano, teneatur solvere aliquod dirictum. Itemsi aliquis Pisanus, vel qui pro pisano appellatur, vendiderit aliquas res, vel merces in terris subditis dicto regi, et voluerit transitum facere ad alias terras subditas dicto regi, possit licite ire, et emere res, quas voluerit, et de eo, quod vendiderit, teneatur dohana facere dicto venditori instrumentum testimoniatum, quod possit emere, et portare res, et merces, quas voluerit, sine eo quod solvat aliquod dirictum, et etiam possit ipse venditor facere procuratorem, qui emat pro eo non solvendo ipse, vel procurator suus aliquod dirictum, vel aliquid aliud. Item quod omnes merces , et totum illud quod pisani vendiderint per manus torcimannorum, vel in callega cum testimoniis, quod ipsa venditio sit, et esse debeat sub fideiussione dohane, et similiter in omnibus terris, et locis subditis dicto regi, et omne illud, quod vendiderint sine callega, testibus vel dohana, non propterea teneatur dicta dohana. Item quod si aliquis pisanus vendiderint aliquas merces per manus torcimannorum, et habuerit arram, sive caparram, et ille, qui ipsas merces emere voluerit, ipsas viderit, forum non possit frangi
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aliqua modo, et dohana teneatur accipi facere dicta merces, et solvi facere dicto pisano per dictum emptorem, qui ipsas emerit. Item quod si aliquis pisanus emerit mercimonia, vel alias res ab aliquo offitiale, vel musiriffo dicti regis, vel de aliqua terra, que sit subdita dicto regi, et habuerti de emptione instrumentum testimoniatum in manu sua, quod non possit frangi dicta venditio per dictum offitialem, nec etiam per aliquem alium successorem suum, sed sit ipsa venditio firma, et firma permenere debeat. Item quod omnes torcimanni, sint, et esse debeant equales in torcimania, et in eis non sit aliqua proprietas, nec differentia, et solvatur dictis torcimannis pro eorum torcimania tantum, et sine aliqua iuncta. Item quod Pisani habeant, et habere debeant in dohana Tunithii, et in omnibus terris subditis dicto regi scribam, qui faciat ipsis pisanis rationes quandocumque voluerint, et pissint dicti pisani, facta ragione, et habita albara expeditionis sue, ire, quo voluerint sine aliquo impedimento, tam per mare, quam per terram, et si forte dicti pisani redierint ad illa loca non possint, nec debeant iterato molestari, vel gravari de dicta ratione facta ad aliquam rationem faciendam aliqua occasione. Item quod permittant, ire et redire omnes pisanos, qui ire voluerint horis consuetis, in navibus, galeis, et lignis eorum pro eorum necessitatibus, prout consuetum est, nec etiam possit prohiberi, quod emant granum, farinam, et alia victualia pro patronis et marinaris navium, galearum, et aliorum lignorum ipsorum, et non petatur de predictis ab eis aliquod dirictum. Et si aliquis pisanus, vel qui pro pisano appellatur, diceret aliquod malum, seu damnum dederit saracenis, vel christianis, vel cuiumque persone, non propterea aliquis pisanus, vel qui pro pisano appellatur, molestetur, seu impediatur, vel detineatur in persona, vel rebus, ita quod pater non teneatur pro filio, nec alter pro altero dicta causa molestari, vel gravari possit in aliquo. Item quod ille consul, vel offitialis, qui erit deputatus, et remanere debuerit in Tunixio, et in aliis terris et locis subditis dicto regi, pro Communi pisani, possit, et debeat intrare ad inclinandum regiam maiestatem bis in mense, et qui possit notificare dicto regi esse, et conditionem mercatorum pisanorum. Item si acciderit, quod Curia regie maiestatis concederet alicui christiano aliquo modo, quod barce, vel ligna eorum venirent
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ad lagoletam Tunisii seu usque ad dohanam, teneatur ipsa regia maiestas similiter ipsis pisanis. Item si acciderit, quod aliquod lignum cuiuscumque conditionis existat, galea, vel navis pisanorum, vel aliquod aliud lignum venisset, aut passa, vel passum fuisset naufragium ad aliquas terras subditas dicto regi pro aliquibus necessitatibus, possint pisani licite discarigare sine condictione
(sic) alicuius persone, res, et merces, quas voluerint, et ibi stare, et morari salvi, et securi in personis, et here sub spe dicti regis in omnibus terris suis, et si de mercibus, quas discaricaverint, vel proiecerint per mare, in terram, de ipsis rebus carigare voluerint in ipsis lignis, galeis, vel navibus, quibus illud acciderit, vel etiam in quibuscumque aliis lignis, libere possit, et de ipsis rebus facere ad eorum libitum voluntatis, sine eo quod solvant aliquod dirictum. Item quod si aliquis christianus esset, vel navigaret in aliqua navi, galea, vel ligno alicuius pisani, et ille christianus haberet, vel non haberet pacem cum dicto rege, quod ipse christianus tractetur, et habeatur a dicto rege, tanquam pisanus, exceptis illis personis, que fecissent personaliter damnum alicui saraceno subdito dicto regi. Similiter, et adhuc quicumque pisanus navigans quocumque modo in navi, galea, vel ligno cuiuscumque persone honoretur, salvetur, et custodiatur in persona, et here a quibuscumque saracenis subditis dicto regi. Item quod si aliquod lignum, galea, vel navis alicuius pisani esset in mari, vel in portubus, et aliquod lignum, galea, vel navis saracenorum subditorum dicti regis similiter essent, quod ipsi pisani salventur, et custodiantur ab ipsis saracenis in personis, rebus, et here. Item quod tam curia, quam dohana, quam etiam alie singulares persone facere debeant solutionem de eo, quo dare debuerint procuratoribus quorumcumque pisanorum debentium recipere ab ipsis, ostendendo eorum procuras legiptime scriptas in latino, non obstante, quod sint scripte in saraxinesco, et quod dicta procura translatetur de latino in arabicum, et quod passare debeat inter saracenos ad posse petere. Item quod mercatores pisani non teneantur,nec debeant solvere pro eorum roba, seu mercibus, bastaxiis, rachaxiis, caramariis, et aliis similibus, nisi sicut ab antiquo solvere consueverunt, et tam pro sensariis, quam pro quibuscumque aliis avaritiis. Item quod possint dicti pisani concedere cartas suas eius, quos recipere deberent a dicta curia, seu a dictis offitialibus, unus alteri, et ex altero in alterum, et de uno in alium pisanum tantum.
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Item si aliqua persona, que non esset pisana, navigaret ad dictas terras dicti regis cum dictis pisanis, tractetur, et tractari debeat, et honorari a subditis dictis regis, pro ut, et sicut pisani tractantur, et honorantur, salvo tamen, quod dicta talis persona, que non esset pisana, ut supra, solvat, et solvere debeat dirictum suum, prout debeat, et non sicut pisana. Item quod dicta pax passare debeat in omnibus terris subditis dicto regi, quas nunc habet, vel pro tempore acquiret, et aliqua persona, seu offitialis dicti regis non possit, nec debeat diminuere, nec destruere aliquid de dictis capitulis, nec per consuetudinem, nec per aliquem modum. Et quod dicta pax scribatur, et mittatur ad omnes terras, et loca, et dohanas subditas dicto regi, et quod teneantur, et attendantur dicta capitula, prout in dicta carta pacis continetur, et observentur cum effectu. Item quod nullus pisanus audeat, nec presummat navigare in aliquibus lignis cursalium, qui faciant cursum contra predictam regiam maiestatem, sed omnes saraceni subditi dicti regis esse debeant, et intelligantur salvi, et securi in here, et in personis in civitate pisana, et in omnibus terris subditis dicte civitati pisane. Item quod si aliquis pisanus, vel qui pro pisano appellatur, armasset lignum sive galeam pro eundo in cursum contra saracenos subditos dicti regis, teneatur dicta civitas pisana suum posse facere in cpaiendo ipsos cursales in personis, et here, et si eos ceperint vindictam facere, que de cursalibus fieri debet, et hes eorum dare, et consignare in dohana Tunithii; et si eos personaliter habere non potuerunt, publicentur tamen eorum cursalium bona, si reperirentur, dicte dohane. Et si forsitan dicti saraceni, vellent armare ligna, vel galeas pro eundo, vel mictendo ad capiendum dictos cursales, tunc teneatur dicta civitas pisana eis dare, et prestare auxilium, consilium, et favorem, et si opportuerit, etiam cum eis ire ad capiendum ipsos cursales, et malefactores. Item quod nullus pisanus in portubus terrarum dicti regis audeat, vel presummat alicui damnum inferre, quia tunc pro omnibus consul, sive consules pisanorum puniretur, sive punirentur. Item quod si aliquis pisanus armasset aliquam galeam, vel lignum pro eundo in cursum, et aliquis saracenus exiret de Tunisio, vel de terris subditis dicto regi, tunc ipsi pisani teneantur, et debeant ipsos saracenos custodire, et guardare, si ad eius manus pervenerint, tam in here, quam in personis, et similiter si saraceni essent in cursu contra aliquas gentes, et pisani essent, vel recederent de
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Tunithio, vel de terris subdits dicto regi, teneantur, et debeant ipsa regia maiestas, et dohane ipsum pisanum, vel pisanos, si ad ipsorum cursariorum manus pervenerit, vel pervenerint, sanos et salvos facere tam in here, quam in personis sane semper videlicet, quod omnes et singuli pisani sint salvi, et secuti a dictis cursalibus in here, et personis in quibuscumque locis, tam in mari, quam in terra, et si forte pisani egerent auxilio dicte regie maiestatis, ipsa sibi illud tradere teneatur. Predicta autem pax, conventio, et pacta facta sunt inter dictas partes, dictis nominibus, et intelligatur esse inter omnes terras, homines, et quoscumque subditos dicte regie maiestati, quas nunc habet, vel pro tempore acquiret et non frangatur per aliquem magistratum, tam per dohanam, quam per magistratum dicte regie maiestatis. Suprascripta pax, conventio, et pacta infringi, seu revocari non possint, nec omnia, et singula superius denotata modo aliquo vel consuetudine per aliquem frangi possint. Et scribantur dicta pax, conventio, et pacta per omnes terras subditas dicto regi, ut dicta pax, conventio, et pacta attendantur, et observentur per omnes terras, et subditos dicti regis. Et promiserunt inter se dicte partes vicissim nominibus quibus supra, attendere, et observare, et attendi, et observari facere, videlicet suprascriptus nobilis vir Muley Isrich Ben Biuel, per dictam regiam maiestatem, eius curiam et dohanas Tunisii et aliorum locorum dicti regis et discretus vir Andreas Michaelis per dictam civitatem et comune pisanum in modum, et formam supra denotatam. Et quod dicta pax, conventio, et pacta durent et observari debeant per dictas partes, pro ut supra, in perpetuum, et quod suprascripta omnia interpretata, et translata de lingua arabica, et saracena in latinam, et de latina in linguam arabicam, sive saracenam per Pierum Paganuccii pisanum civem habitantem Tunithio in fondaco dictorum pisanorum torcimannum. Celebrata autem fuit hec pax die quarta decima mensis decembris Dominice Incarnationis Anno millesimo trecentesimo nonogesimo octavo sedundum cursum civitatis Pisarum
Perduto nel figlio il più valido sostegno del seggio di suopotere, tornò a domandare altri soccorsi al Duca di Milano. Questi incontanente mandogli
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Paolo Savelli con trecento lance ed insieme tre suoi ambasciatori, che furono Niccolò Pallavicini, Niccolò Diversi, ed un Frate teologo dell'ordine di san Francesco. La volpe lombarda avvisava esser giunta l'ora che il Biscione si stendesse su Pisa.

70. Anno 1398

Il 2 gennaio, a messa notte, gli ambasciatori sopra rammentati si fecero aprire la casa del vecchio Appiano; si presentarono a lui, e dopo avergli esposto le premure e le spese farre per Pisa dal loro signore, conclusero ch'egli desiderava le chiavi delle fortezze di Pisa, di Livorno, di Piombino e di Cascina. Iacopo rispose: la sua persona, glia veri suoi essere al Duca intieramente dovuti; ma le fortezze non potergliele dare senza il consentimento degli Anziani della Repubblica: radunerebbeli subito la domane. E con queste promesse, dice il Sismondi, persuase, non senza difficoltà, i commissarii a ritirarsi. Ma non erano appena costoro usciti dalla sua casa, che egli si apparecchiò a difendere la signoria che gli si voleva togliere. Adunò i suoi satelliti, fece armare il popolo, e allo spuntare del giorno assaltare nella sua casa Paolo Savelli. Questo capitano fu fatto prigioniero unitamente agli ambasciatori: i suoi soldati di cavalleria furono parte uccisi, parte spogliati delle armi, e scacciati di città. Un segretario del Savelli appalesò dinanzi ai tribunali tutta la trama del suo padrone; ed i pisani, che avevano con lui cospirato, furono segretamente puniti. I Fiorentini mandarono incontanente ambasciatori a pisa per congratularsi colla Signoria e col popolo, che avevano scampato dalle insidie tese loro dal Duca di Milano, proferendosi apparecchiati a difenderli se Giovanni Galeazzo facesse loro la guerra. Gli ambasciatori dei fiorentini vennero accolti con viva gioja, e pareva che dovesse conchiudersi tra i
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due popoli una nuova pace. Si apersero delle trattative in Lucca; si proseguirono in Pisa: ma il Visconti spedì il conte Antonio Porro ai Pisani lodandoli di ciò che avevano fatto, ed attestando loro come gli piaceva che i suoi capitani e soldati fossero puniti secondo il merito, qualunque volta abusassero della podestà loro data, o dell'armi per travagliare principi o popoli. Rilasciò i prigionieri in preda al risentimento del signore di Pisa: e tanto adoprò, che l'Appiano inclinò a credere che il Duca non avesse avuta parte alcuna nella sventata trama. Dipoi s'intermise il trattato di lega con Firenze e con Lucca. I fiorentini si tennero delusi per questi affari. Bernardone loro capitano entrò ostilmente sul contado di Pisa, e con gran numero di gente corse finoa san Piero in Grado, dove fece grossissime prede. I pisano uscirongli contor sperando atterrirlo, e toglierli la fatta preda: fu vano peraltro il loro pensiero; poichè Bernardone gl'incontrò, li battè, alcuni ne uccise, molti ne fece prigionieri, e l'accumulato bottino portò senza impedimento a Samminiato. Tornò quindi sul pisano; si accampò a Cascina, ed i suoi guasti distese fin a Sansavino. Di tutte queste rovine credè l'Appiano potersi rifare con un colpo di mano su Samminiato. Uno da Barbialla gli offerse di darglielo in suo potere per denari. Si stabilì il modo ed il giorno, ed a prima sicurtò il barbagliese lasciò come statico al tiranno di Pisa un nipote suo. Ma il traditore si recò difilato al capitano e ai Dicci della Balìa fiorentina; e per offerte maggiori convenne di far tornare in capo ai pisani la macchianzione per esso ordinata. E così avvenne difatti; essendochè, venuti i pisani verso Barbialla con forte mano di cavalli e di fanti
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al dì prestabilito, caddero in un agguato: furon colti in mezzo da forze prepotenti, e, ad eccezione di pochi, gli altri rimasero prigionieri: fatto memorando che bene insegna qual fede debbasi prestare a chi già l'ha mancata ad altri. Frattanto di maneggiava in Venezia una tregua generale per tutti i popoli d'Italia. Dopo lunghe e gravissime difficoltà fu finalmente fermata per dieci anni, e pubblicata in tutte le città il 29 maggio. Poco dopo questa pubblicazione Iacopo d'Appiano infermò. Sentendo vicino l'ultimo fato chiamò a sè i più cari amici, e per mezzo loro ottenne, che durante la sua malattia e dopo morte ancora gli fosse sostituito il figlio suo Gherardo. Fece poi venire i capitani delle masnade a giurargli obbedienza; ed aggravandosegli il male, finito dagli anni, dal dolorre della perdita di Vanni e dai rimorsi, passò in questa vita il 5 settembre. Gherardo corse immantinente la città e ne prese il dominio: quindi rese al padre onorevolissima sepoltura; della cui morte poco si afflissero i cittadini, conciossiachè sperassero poter più agevolmente rivendicarsi in libertà, ora che a regger gli veniva un uomo senza mente e senza cuore: i fuorusciti ne fecero allegrezza, e più ne gioì il Visconti, che vide spuntare ormai il giorno del compimento de' suoi progetti. Gherardo occupata la signoria si sentì mal sicuro, e cercò de' sostegni al di fuori. Il Tajoli e il canonico Murci riferiscono, nei loro monumenti di cose di Pisa, che temendo non gli fosse tolto lo stato da Gian Galeazzo, spedì ambasciatore a Firenze Giovanni Grassolini, pregando i Dieci signori della Balia a stare con Pisa in buona pace ed uniti, e mandare a guardia della pisana città seicento cavalli mantenuti dal loro comune. Al Grassolini fu
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risposto: la fiorentina Repubblica non esser usa a comprar amicizie, ma ad acquistarsele con amore fedeltà, e mantenersele coi beneficii. Checchè siasi della verità di queste negoziazioni, certo è che Gherardo al duca milanese si rivolse, e poco stette a correr voce che seco lui trattava di vendergli a forte prezzo il pisano dominio. Ciò mise i Fiorentini in grandissima agitazione. Affrettaronsi a mandare all'Appiano degli ambasciatori, onde ad ogni maniera dissuaderlo dal vile mercato, che avrebbe loro dato un vicino cotanto pericolo. Il D'Appiano si meravigliò del sospetto, ed assicurò che a se voleva ad ogni costo mantenere, e non altrui cedere lo stato; ma intanto seguitava le trattative.

71. Anno 1399

Licenziati gli ambasciatori di Firenze, troppo pericolosi indagatori delle sue azioni, strinse il contratto infame di cedere al Visconti la signoria di Pisa, dell'Isola d'Elba e di Piombino per dugentomila fiorini. Quattromila uomini di truppe milanesi entrarono in città, e furono loro consegnate le fortezze. Venduti ad un tiranno straniero, con tanto nerbo di forze nemiche sul collo, i Pisani, non potendo prendere le armi, tentarono commovere l'animo dell'Appiano con le preghiere: ôPoichè, gli dissero, volete rinunziare alla signoria, rendete alla vostra patria la sua antica libertà. Noi siamo disposti a ricuperarla, questa antica libertà, col prezzo che vi fu offerto dal Duca di Milano, ed anche a maggior prezzo, ove il vogliate. Non vi bruttate dell'obbrobrio di vendere come schiavi i vostri concittadini, che son liberi da ben più antico tempo che qualsiasi altro popolo toscano. Potremo noi forse, noi pisani, piegarci alle assolute voglie d'un principe? Potremo noi soffrire che la passione vinca la ragione, e la forza la giustizia? Vero è che abbiamo
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volontariamente affidata a vostro padre la suprema autorità, e siamo apparecchiati a riconoscere questa medesima autorità in voi suo figliuolo; ma noi vi abbiamo riguardato sempre come nostro concittadino, piuttosto che come nostro tiranno; e se non volete sopportar la fatica del governare, la patria vi domanda quella libertà, e quei diritti che aveva soltanto a voi fidati. Col vivere libero essa riavrà l'antico splendore; ma sotto la podestà di uno straniero la vedremo perdere in breve la numerosa sua popolazione, l'antica sua fama, e le sue ricchezzeö
. Anche i Fiorentini tornarono ad adoperarsi, ed offrirono a Gherardo un prezzo eguale e forse maggiore di quello offertogli dal Duca di Milano; ma le supplichevoli voci dei Pisani, le offerte de' Fiorentini riuscirono inutili; e Gherardo, adducendo in iscusa che ormai non era più in tempo a revocare la sua parola, consumò la vendita iniqua il 2 febbrajo. In nome del Visconti cominciò a governare Antonio Porro: anziani, potestà capitano di popolo e gli altri uffiziali si elessero a modo suo; e l'Appiano, ricevuto 100000 fiorini ed assicurato il rimanente del prezzo di sua vergogna, si ritirò a Piombino, ove diede cominciamento a quel principato cui per ben due secoli tenne la famiglia sua, e fu poi riunito alla corona di Napoli . Così tristamente finì per
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i Pisani il secolo XIV, e con auspicii anco più tristi incominciò per essi il secolo XV.

72. Anno 1400

In governatore inviato dal Duca di Milano a regger Pisa si occupò prima di tutto del modo di rimborsare al più presto il padrone suo della somma all'Appiano obbligata. Furon crudelissimi gli aggravi del nuovo dominante. Solo gli ecclesiastici restarono immuni da taglie ed imposte. Alle tiranniche gravezze si aggiunse orribile pestilenza che infuriò per tutta Italia, ma specialmente in Toscana. Forse di questo morbo fu vittima l'arcivescovo Giovanni Gabrielli: ebbe sepoltura nell'urbano camposanto, e di lui trovasi la seguente iscrizione :

D. O. M.
IOANNI GABRIELLO PONTREMULENSI,
VIRO NOBILI, OMNIUMQUE VIRTUTUM GENERE
CULTISSIMO
5QUEM OB SINGULAREM FIDEM, ANIMIQUE
CANDOREM, BONIFACIUS IX PONT. MAX.
MESSANAE EPISCOPUM FECIT,
MOX IN POLONIAM, ET LITUANIAM AD
LADISLAUM REGEM,
10EQUITESQUE THEUTONICOS LEGATUM MISIT,
LEGATIONEM FELICITER OBITA,
AD METROPOLITANAM ECCLESIAM PISANAM
EUEXIT
DESIIT ESSE OMNIBUS EXIMIE CHARUS,
15ANNO REPARATAE SALUTIS MCCC
GENTILES IUSS PP.

Il dì 15 novembre successe al Gabrielli Lodovico Boniti, della città di Girgenti in Sicilia .
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In quest'anno, essendo cresciute di soverchio le spese dei funebri onori, parve agli Anziani di riformarle; e datane la cura ad alcuni savii cittadini, col favor loro fecero questo decreto: Che non potesse in Pisa chiamarsi se non una frateria, la quale, se fosse stata di poco numero potesse aversene d'altra, fino che arrivassero in tutto al numero di venti regolari, e tutti sotto la medesima croce; e la confraternita sola, nella quale era descritto il morto, ed il parroco. Che non potesse darsi, se non una candela di mezza libbra per ciascheduno, e due simili ai canonici. Che quattro sole torcie potessero prendersi, di peso di libbre quattro. Che non potessero farsi catafalchi. Che per la cassa, e panno si dessero soldi quaranta. Intanto era avvenuto un fatto in Germania, il quale sembrava dover mettere un freno alla tirannide di Giovan Galeazzo: Conciossiachè gli elettori, riconosciuta la dappocaggine dell'imperatore Vincislao, il 20 agosto lo avevan dichiarato caduto dalla imperiale dignità, e gli avevan fatto succedere Roberto di Baviera, ingiungendogli di prendersi cura delle cose d'Italia.

73. Anno 1401


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Ambasciatori di lui giunsero a Firenze il 30 gennajo; ed anche ai Pisani fecero sapere, a nome dell'eletto imperatore, che quanto prima scenderebbe nella penisola a debellare il Visconti, ed infrangere pure il loro giogo . Infatti ordinate le cose, il 21 ottobre Roberto era di già nel territorio di Brescia. Ivi si misurò colle forze del duca, ed ebbe la peggio.

74. Anno 1402

Il 15 d'aprile, scornato ed iroso, inutilmente era di ritorno in Germania. In questa guisa il Duca di Milano aveva sgombra la via ai superbi suoi fini; ma improvvisamente lo colse la morte il 3 di settembre, e l'equilibrio d'Italia, per lui quasi rovesciato, si ristabilì da se stesso. Era potestà in Pisa Gozzandino Gozzandini da Bologna, il quale fu anche capitano di popolo: eravi pure il vicario ducale con assai numero di gente: contuttociò Bientina, per opra di Bisconte Gambacorti pisano fuoruscito, si liberò e consegnossi ai fiorentini .

75. Anno 1403


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Niccolò Aldobrandi da Bologna sostenne, come il Gozzadini, le cariche di capitano del popolo e di potestà. Pisa ed il suo contado era stata lasciatao in eredità a Gabbriello Maria Visconti, figliuolo naturale di Gian Galeazzo. Egli insieme con la madre recossi, il dì 8 novembre, a prenderne possesso per avere dai sudditi novelli oro e non amore. Il suo ingresso fu sul cadere della sera, e solenne. Si attendeva d'essere dai cittadini splendidamente regalato; ma come potevano essi elargire, consunti da guerre continue, da balzelli e da tagle continue travagliati? D'altra parte il Visconti voleva ad ogni costo danaro; e nol potendo con equi modi conseguire, il volle con iniquissimi. Sotto pretesto che avessero congiurato di cacciarlo da Pisa, fece imprigionare molti cittadini della famiglia Bergolina; a Francesco d'Andrea Agliata, A Gherardo Buonconti, ed a Francesco di Manno Cutiaio mozzare il capo; ad altri impose gravissime multe pecuniarie, soggettandoli alla pena capitale se dentro un mese non le avessero pagate: e tra questi noveraronsi Andrea Mattajone, Buonaccorso e Gherardo Agliata e Bartolomeo da Scorno, il quale sendo assai ricco, fu astretto a pagare venticinquemila fiorini confinati: leggi e statuti in non cale; non che i diritti di civiltà e d'umanità calpestati; onde il suo governo divenne insopportabile; nè altro dai Pisani si cercò che il modo dis alvarsene: modo sperato, perchè era Gabbriello Maria di poco
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animo, di minor ingegno, e debole di presidio per mantenersi a viva forza nello stato.

76. Anno 1404

I Fiorentini, già tanto molestati dalla casa Visconti, con piacere la vedevano adesso in iscompiglio. Cominciarono ad occuparsi di togliere la città al tirannetto di Pisa; e sperandone facile il successo, sorprendendola per una porta rimurata con muro così sottile che agevolmente atterrar si potea, ragunarono molta gente a piede e a cavallo in Samminiato, e verso Pisa l'avviarono. Giunsero di notte tempo e colle più liete speranze; ma la lor mossa fu trapelata, e fortificata la porta; onde vennero invano, se non che scorrendo il contado predarono dei bestiami e fecero dei prigionieri. Questo tentativo fece aprir gli occhi al Visconti, e ingelosì i Genovesi, non più rivali de' Pisani oppressi, ma dei Fiorentini potenti; i quali, se avessero acquistata Pisa, poteano rialzare la già tanto formidabile marina. Adunque Gabriello Maria chiese soccorso a Genova; ed ella il persuase a mettersi sotto il suo augusto proteggitore, il Re di Francia: e così fu fatto: il Visconti consegnò alcune fortezze, specialmente Livorno, a guarnigione francese; e il Boucicault, governatore di Genova, mandò ai Fiorentini dicendo che se per lo avvenire avessero molestato il signore di Pisa, avrebbero offeso la corona di Francia. I Fiorentini cessarono dalle ostili opere aperte, ma seguitarono segretamente. Prima incitarono i Pisani alla rivolta, poi occuparono Collelungo e Castiglione della Pescaia. A queste notizie Boucicault fece in Genova rappresaglia di tutte le merci fiorentine, danno che ascese a centocinquantamila zecchini. Ed ecco subito gli ambasciatori di Firenze dinanzi al francese monarca a lamentarsi del
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luogotenente ch'ei teneva in Genova. Dissero il mare esser libero: il far rappresaglie sulle cose altrui esser contro il diritto delle genti; e contro all'antica devozione della fiorentina Repubblica essere il prediligere i Visconti al Re di Francia: conchiusero domandando giustizia. Ma la sorte di Firenze doveva esser promossa dall'odio de' Genovesi contro i Veneziani, e dagli interessi di papa Benedetto XIII. I primi tornando ad aperte ostilità col secondo, voleano che i Fiorentini stessero seco loro, o almeno non contro loro; il secondo amava esser riconosciuto vero pontefice da Firenze, che stava per l'altro papa Innocenzo VII. Tenuto pertanto un consiglio, i Genovesi, di consenso col re francese e col papa Benedetto, cangiarono inaspettatamente politica, e fermarono di offerire essi stessi a' Fiorentini la vendita di Pisa. A questo fine cominciarono a circuire segretamente l'inetto Gabriello Maria Visconti, a pingerli misero quadro di sua situazione; che di giorno in giorno si troverebbe espulso dal suo dominio; e così gli persuasero che meglio era il cederlo, e prezzo d'incerto potere pigliarsi certissima e grande somma di oro. Nel tempo stesso fecero sapere occultamente alla Balìa di Firenze esservi da trattare un progetto a lei favorevolissimo. Fu mandato a Genova Gino Capponi. Udì che i genovesi avrebbero adoperato perchè Pisa cadesse in mano de' fiorentini; concluse di aspettare ilmomento propizio, e tornò alla patria. Il momento cercato non tardò a presentarsi. Essendochè il principe Gabriello volendo cercare dai Fiorentini una qualche protezione, si procurò segreto colloqui, presso Vicopisano, con Tommaso degli Albizi, parziale suo, ed in Firenze autorevolissimo.
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Sui regnanti veglian sempre molti occhi: quando, il giorno dopo, Gabriello Maria rientrò in città, si sparse voce tra il popolo che lo si voleva vendere a guisa di un branco di pecore. I cittadini corsero alle armi e si ammutinarono, gridando libertà.Non potendo Gabriello resistere a tanto commovimento, si ritirò con la madre e con la gente che aveva, a piede e a cavallo, nella cittadella. Ivi il popolo lo strinse bloccandolo. Vedendo pertanto di non potersi difendere per difetto di viveri e di guarnigione, rivolse la speranza del soccorso in Buocicault, a cui potè spedire una lettera. Vennegli infatti una galera armata, con vettovaglie ed uomini d'arme; e la prima volta venne felice; ma la seconda fu presa dai pisani, insieme con due gentiluomini del vicario di Genova, e molti francesi e genovesi che rimaser prigionieri. Quando i fiorentini ebbero notizia di questi fatti, presero le trattative della compra di Pisa. Fu scelta Sarzana per luogo del congresso, e vi convennero il maresciallo Boucicault, i plenipotenziari fiorentini, ed il principe Gabriello Maria, a cui era venuto fatto di uscire occulto dalla pisana fortezza, in cui erasi rifugiato. Dopo lunghe discussioni, Pisa vi fu venduta con questi patti: Che consegnando Gabriel Maria ai Fiorentini la cittadella di Pisa, e le fortezze di Ripafratta e di Santa Maria in Castello, dovessero essergli pagati dugentomila fiorini d'oro; e che con questo s'intendessero da lui vendute tutte le sue ragioni su Pisa, e sul di lei contado; ch'ei si riserbava soltanto Sarzana; che Livorno con la sua fortezza resterebbe in potere del vicario di Francia. Che se, preso dai Fiorentini il possesso della pisana cittadella, avvenisse, in tempo determinato, che
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pure ottenessero la città ed il contado, in tal caso dovessero soccorrere al signore di Padova
. Stabilite queste cose, i Fiorentini s'avvidero che per mantener la fortezza e dell'intero dominio impadronirsi facea mestieri d'esercito. Apprestaronlo sollecitamente. Gino Capponi con un corpo di truppe, che per irruzione dal terreno limitrofo vi comparve, prese possesso della cittadella, e lasciovvi a presidio un reggimento di milizia fiorentina comandato da Lorenzo Raffacano. In egual modo prese la fortezza di Ripafratta, di Santa Maria, e la rocca della Verrucola, le quali il vile Visconti avea preparate a chi voleva occuparle. In Ripafratta restò a guardia di Guglielmo Altoviti con cento fanti; in Santa Maria a Monte la compagnia della Rosa, che, licenziata dal principe Gabriello, venne al soldo di Firenze. I pisani non poteano soffrire la loro cittadella in mano dei fiorentini: ôCircondata, scrive il Fanucci, circondata di vallo, di fossa e di macchine di guerra, cominciarono a bombardarla incessantemente di notte e di giorno. Gli uomini del reggimento che vi era chiuso non avendo formato gli occhi e gli orecchi a quel genere di aggressione, disperavano di potersi sostenere, e rimanevano atterriti dal furioso rimbombo e flagello del cannone. In un angolo della cittadella eravi una gran torre, che comunicava colle mura della città: i pisani, più che altrove, dalle mura e dal piano bombardavano, secondo il dire di quei tempi, cioè battevano quell'angolo e quella torre con frequenti colpi di cannone a palle di pietra: la guarnigione della torre s'intimorisce; i pisani vi
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rovesciano una porta murata; entrano a folla colle sciabole alla mano nella torre; si precipitano da quella nella cittadella mentre altri l'assaltavano di fuori; vi tagliano a pezzi i difensori, e la cittadella con un rapido colpo di mano ritorna finalmente in loro potereö . Questa perdita fu sentita a Firenze con indicibil dolore, e sparse in tutti sorpresa e vergogna. Pochi giorni dopo vi giunsero cinque ambasciatori pisani, ed ammessi nell'adunanza del Consiglio maggiore, uno di essi nobilmente parlò in tal guisa: Se gli uomini fossero contenti delle loro ricchezze, come si trovano pachi del loro sapere, la giustizia sarebbe violata di rado e da pochi. Ma perchè ci sembra sempre essere abbastanza sapienti per poco che lo siamo, e non ci troviamo saziati mai di accumulare acquisti, ne accade spesso che desideriamo le cose e gli stati altrui. Crediamo però, o cittadini, che abbiate tanto giudizio e prudenza da conoscere quanto sia inumano e contor la giustizia non solo il desiderare l'altrui, ma di più occuparlo colla frode e ritenerlo colla forza dell'armi. Così voi ci avete invidiato e tolto ciò che era nostro, contro i doveri del prossimo. Noi prossimi vostri, perchè vostri confinanti, ci siamo veduti mercantare, e togliere da voi la nostra cittadella per seduzione. Il vostro tentativo si estendeva ancora sulla nostra città e sul nostro territorio. Come queste cose possano sopportarsi or noi lo domandiamo a voi stessi. Anche fra i nemici dove conservarsi la fede; e sideve combattere col valore, non colla frode. Vi reputavamo nostri amici e buoni vicini, non accaniti nemici: ma Dio vede nel profondo dei cuori; il colpo prodigioso con cui abbiamo ricuperato la nostra cittadella, quasi in un
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momento, viene assolutamente da lui. Rendeteci, o Fiorentini, ciò che fu nostro, e rendete alla vostra repubblica la sua dignità e la sua giustizia. Restituiteci le fortezze di Ripafratta e di Santa Maria: siate contenti dei vostri confini: e se nei pochi giorni che avete tenuto la nostra cittadella ci avete fatto spese per ristaurarla, la nostra repubblica saprà farvene restituzione
. Ma i Fiorentini si credevano troppo punti nell'onore: laonde malgrado i consigli di alcuni moderati cittadini, le offerte dei Pisani rigettarono; intimaron loro la guerra; ordinarono ad Iacopo Salviati di cominciare le ostilità; ed affrettatisi a mettere in piede un forte esercito, il 5 ottobre ne diedero il comando al conte Bertoldo Orsini. Pietro Gaetani pisano, tutti conculcando i doveri di cittadino, sui primi giorni della guerra fece sapere a Firenze, che se ottenesse buon partito avrebbe consegnato a quel comune la rocca di Pietra Cassa, ed i castelli di Lajatico e d'Orciatico occupati da lui, quando Gabriello Maria Visconti si fuggì. I Dieci della Balìa accolsero l'offerta; al Gaetani grossa somma di denaro sborsarono; gli rimisero il bando, e gliel fecero rimettere anco dal comune di Volterra; e datagli casa in Firenze, cittadino fiorentino il crearono cn molte esenzioni ed immunità. Egli si mise quindi al loro soldo; e con una mano di lance venuto in Val d'Era, già esperto del paese, fece alla tradita patria moltissimi danni. Frattanto l'Orsini era giunto nei contorni di Pisa; e per cominciare le ostilità condusse parte di sue genti ai Bagni di Montepisano, cui, benchè custoditi e cinti di muro, in breve tempo prese, desertò ed atterrò.
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I Pisani, per resistere, cercarono prima di tutto riconciliare in città le contrarie fazioni, che Bergolini e Raspanti si unissero a difesa della patria comune. Furon richiamati i Gambacorti i quali eran tuttora in esilio, e con tanta maggior letizia furon restituiti; conciossiachè speravasi che per essi, amici a Firenze, potrebbesi per avventura aver pace. Si giurò sull'altare oblìo delle passate ingiurie ed amistà senza riserva. I capi dei partiti fecero colare del proprio sangue in una coppa dai sacerdoti consacrata; ne bevvero tutti, e molti matrimoni suggellarono una generale concordia. öMa Giovanni nipote di Pietro Gambacorti, dice il Sismondi, ritornava dal suo lungo esiglio acceso della brama di regnare nella sua patria: a forza di maneggi si fece gridare capitano del popolo, come lo era stato lo zio, ed abusò la ottenuta autorità per molestare i suoi antichi nemici, per spogliarli e spesso anco per opprimerliö. I Pisani nutrivano speranza che il Gambacorti, ereditario alleato de' Fiorentini, potrebbe ad essi riconciliarli. Ed in fatti il nuovo capitano mandò subito a chieder pace; ma i Fiorentini ricusarono entrare in trattative, dicendo: aver comperato Pisa dal suo legittimo signore, nè ella esser più un popolo indipendente, ma di loro suddita. E come sudditi trattarono gli Anziani, scrivendo loro nella lettera di risposta: Agli Anziani della nostra città di Pisa. Chiaro era adunque che null'altro restava che prepararsi alla difesa, provvedendo gente e vettovaglie. In quanto a quest'ultimo oggetto, mandarono per grano una nave in Sicilia. Assalita nel suo ritorno da certi vascelli che i fiorentini avevan fatto armare in Genova, riparò sotto la torre di Vada.
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Ivi un tal Pietro Marenghi, fiorentino, profugo dalla patria dov'era condannato a morte, colse il buon punto onde tornare in grazia de' suoi concittadini mediante una prova stupenda. Gittatosi in mare con in mano una fiaccola, osò recarsi a nuoto ad appiccare il fuoco alla galera pisana. E sebbene ferito per ben tre volte dagli strali che dal presidio della torre gli si scagliavano contro, si tenne con la face in alto sotto la prora finchè il fuoco non vide appiccato così, che estinguere non si potrebbe. La nave arse in faccia alla gente di Pisa che non potè soccorrerla, ed il Marenghi si ridusse salvo sul lido. Fu poi richiamato onorevolmente in patria. In quanto all'afforzarsi d'armi, i Pisani condussero al loro soldo Agnello della Pergola con seicento cavalli, o, secondo alguni storici, con mille. Dagli stati della Chiesa, ove allora trovavasi, si mise ei tosto per la via di Siena alla volta di Pisa. Ma i Dieci della guerra di Firenze, avuto avviso della sua mossa, lo fecero improvvisamente assalire da un nipote del papa Innocenzo che di fresco era venuto a' loro servigi: e quella piccola schiera fu dissipata e quasi intieramente distrutta. Non dissimile destino ebbe Gaspare dei Pazzi, altro capitano che veniva a soccorso di Pisa dai contorni di Perugia. Assalito il 24 settembre da Sforza da Cotignola, fu intieramente disfatto; ed i suoi soldati, inseguiti fino a Massa di Maremma, si sottrassero a stento dalla prigionia, abbandonando cavalli ed armi, e promettendo che mai sarebbero contro Firenze. Per ultimo i Pisani offerirono la loro signoria a Ladislao re di Napoli e ad Ottone duca di Parma: questi fu vinto dall'oro fiorentino; quegli non era abbastanza sicuro ne' propri stati, per pensare alla Toscana: di più i Fiorentini lo assicurarono di non
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opporsi alle sue mire su Roma, e così promise che non disturberebbe la conquista di Pisa: in questo modo mancò ai Pisani ogni speranza di straniero soccorso.

77. Anno 1406

Dalla dichiarazione della guerra fino a tutto l'anno decorso non avea l'esercito fiorentino fatto altro che battere il pisano contado, nè mai aveva osato trarre a campeggiare alla città, già stretta d'assedio. Sul principio del nuovo anno, occupata la Val d'Era, la Maremma, la contea di Monte Scudajo e quasi tutti i castelli che avevano sulle prime abbracciato il partito di Pisa, inviò una forte divisione sopra Vicopisano: il resto del campo, fortissimo di gente e d'armi, alla città incaminossi. I cittadini sull'alto delle mura l'attendevano, e lo salutarono a colpi di cannone. Ingombra la foce d'Arno con sette galere ed una galeotta fatta armare a Genova, alzò due ridotti presso a san Pietro a Grado di qua e di là sulle due rive del fiume, e tra i medesimi costrusse un ponte fortificato. Così fu chiuso ogni passo da Pisa al mare: onde certe grosse navi che i pisani avevano mandate in Sicilia a cercar vettovaglie, ritornando nei mari della Toscana furono prese dai fiorentini il 12 di maggio. Pareva, dice il Sismondi, che la fortuna congiurasse ai danni dei pisani; chè gli stessi avvenimenti da essi più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio. Il giorno dell'Ascensione, l'Arno, ingrossato da precipitose piogge, ruppe il ponte, che, come sopra dicevamo, i due ridotti univa: gli assediati, usando la favorevole occasione, mossero subito all'assalto del ridotto più debole. Ma i due capitani dei fiorentini, Sforza da Cotignola e il Tartaglia, i quali sulla riva opposta trovavansi, si gettarono a cavallo nel fiume: e, superando coraggiosamente l'estremo
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pericolo, accorsero alla difesa: per cui il tentativo de' pisani svanì: vi perdettero alcune insegne, e non pochi vi rimasero prigioni. Lo Sforza e il Tartaglia erano de' più rinomati capitani che allora si avesse l'Italia. Rivali uno dell'altro, in sul principio la loro rivalità aveva giovato all'impresa dei Fiorentini; ma a poco a poco divenne gelosia e palese animosità, e minacciava turbare l'esercito di Firenze, e de' Pisani le speranze rianimava. Gino Capponi cercò rappattumare i due emuli, e ne venne a capo; ma temendo che lo stare l'un all'altro vicini fosse cagione di nuova gelosia, prepose un di loro a quella metà dell'esercito che cingeva la parte superiore di Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per questo divisamento più stretta che mai. L'ardore del sole, insopportabile in quelle campagne insalubri, l'aer corrotto e le malattie parvero finalmente venire in soccorso degli assediati. I soldati erano assaliti da fastidiosi insetti, le febbri pestilenziali già affliggevano il campo, sicchè gli assediati cominciarono a perdersi d'animo. I Dieci della guerra appena conobbero i primi sintomi di quelle malattie, che fecero mutare alloggiamento ai soldati; posero gli uni nei castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli altri in moto ed operare continuo, persuasi che l'ozio, in cui languisce il soldato, sia la prima causa delle sue malattie. D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, faceva sì che i pisani fossero afflitti dalle stesse malattie senza che avessero mezzo di ripararvi. Avevano voluto cacciar di città le bocche inutili, ma i fiorentini le facevano rientrare. Improvvisamente, a mezzo luglio, risolvettero i Pisani di alzar le insegne del duca di Borgogna, e spedirono araldi di armi
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a dar avviso ai fiorentini che Pisa erasi data a quel potente signore, ed era stata ricevuta da lui. Ma poichè il duca non avea armata per liberarla, i fiorentini continuarono l'assedio e mandarono a quel principe un'ambasciata. Era l'ottobre: davano apprensione al campo dei fiorentini la prossimità della stagione piovosa e del verno, le vittorie delle armi veneziane presso Ferrara, e la perseveranza nei pisani di mostrar sulle torri le bandiere di Borgogna. Gino Capponi cercò allora delle intelligenze segrete col Gambacorti; in sulla mezza notte riceveva da Pisa Bindo delle Brache, che si portava occulto al supremo suo padiglione. Il cronista lucchese ser Cambi scriveva allora che quel Gambacorti usava tradimento nel sollecitare la resa di Pisa, aumentandovi anche la fame col tenervi nascosti dei viveri. Lo storico moderno della Toscana ha scritto adesso che ciò non poteva esser vero. Io, dice il Fanucci, estendo storia di fatti accertati fin dove tali gli trovo, nè la imbratto di mie opinioni sulle cose oscurissime. Accertato però egli è che dopo molte segrete missioni e trattative fra il Gambacorti e Gino Capponi per mezzo di Bindo, furono finalmente firmati questi preliminari: ôChe Giovanni Gambacorti consegni fra tre giorni prossimi alla Repubblica fiorentina la città di Pisa; che i Fiorentini ricevuta la città paghino cinquantamila scudi al Gambacorti; che gli si diano tosto dai Fiorentini 20 ostaggi per sicurezza di ciòö. Quindi, in aggiunta, fu riserbato al Gambacorti il dominio di alquante terre e castella del territorio pisano, nell'isola del Giglio e della Capraja, e fu promesso ad un suo parente il vescovato di Firenze. Fatte tutte queste cose sotto il velo del silenzio, fu pure ferma segreta entrata de' fiorentini in Pisa; e furon dati statichi da un lato e dall'altro: i pisani
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furono Gherardo Gambacorti, Neri di Lotto Gambacorti, Mariano di Bartolomeo delle Brache, Cecco di Benedetto Cinquini, Francesco di Baldassare del Tignoso, Colo di Bartolommeo Da Scorno, Guaspare di Lavajano e Giovanni Ciampoli. I fiorentini domandati dal Gambacorti furono: Meo di Vanni Castellani, Tommaso Corbinelli, Giovanni Bischieri, Neri Cappoli, Giuliano Davanzati, Nicolao Niccolini, Luca degli Albizzi, Bernardo Magalotti, Niccolò Valori, Iacopo Gianfigliazzi, Cosimo dei Medici, chiamato poi Padre della Patria, Niccolò Alessandri, Giovanni Giugni, Bernardo Guicciardini, Neri Fioravanti, Palla Strozzi, Gherardo Corsini, Iacopo Grassoni, Iacopo Baroncelli e Iacopo del Pellajo. Giunto il giorno destinato alla dedizione, Gino Capponi, convocati tutti i capitani dell'esercito: Fanti e cavalli, disse loro, passeremo tutti dalla porta fiorentina; il primo dei nostri che si muoverà a preda, o commetterà un'estorsione sarà impiccato sul momento; i capitani ne risponderanno per i soldati; e se il popolo farà movimento io sarò con voi, e dirò che cosa debbe esser fatto. La mattina del 9 ottobre, prima del far del giorno, usciti dagli accampamenti, e stretti in ordinanza come se andassero alla pugna, sfilarono verso Pisa, e presentaronsi alla porta di san Marco. Era aperta, e il Gambacorti sul di lei limitare tenendo il pugno il suo giavellotto di ferro, ed al Capponi presentandolo: Io vi do, disse, questo ferro in segno del dominio di questa città; una volta nostra, ora non più, perchè noi suoi cittadini abbiamo troppo guardato alle cose nostre di noi, e non a quelle della repubblica. Spuntò il sole; svegliossi il popolo; e videro le piazze, le strade tutte occupare dai fiorentini, e dappertutto all'aure le insegne della repubblica
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vincitrice. Aspettavasi il saccheggio; ma fu proclamato che la città era salva. Allora la moltitudine popolare si mostrò alle finestre e per le strade. Pareano larve non uomini, magari com'erano, squallidi e consumati dalla fame; poichè negli ultimi giorni dell'assedio non d'altro cibavansi che di erbe colte per le vie e lungo le mura. Mossi a compassione i fiorentini presero a percorrere la città preceduti da carri carichi di pane e di altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo. Assegnati quindi gli alloggiamenti alle milizie, Gino Capponi, nominato governatore di Pisa col titolo di capitano del popolo, si recò al palazzo degli Anziani. Scesi a piè della scala, essi lo ricevettero con profonda riverenza, si esibirono pronti a' di lui cenni, gli consegnarono le chiavi della città, e i contrassegni delle fortezze. Immantinente dalle finestre del palazzo sventolarono le bandiere del Comune fiorentino; Niccolò Donati e Bernardo Ruscellai partirono per andare a prendere il possesso dei castelli del pisano contado. E finalmente Gino Capponi fatti radunare i cittadini sulla pubblica piazza, rammentò loro i torti che avevano presso Firenze; disse che ella potea arder le loro case, i templi loro e tutta spianare la città; ma che, clemente fra tutte le repubbliche, dava perdono ed amore, e che in niun altro modo voleva i pisani risguardare che come sudditi fedelissimi. Bartolomeo Ciampoli gli rispose, accomodandosi alle circostanze. Ringraziò i fiorentini della disciplina osservata nell'occupare la città; delle promesse di amorevolezza; pregolli a seguitare in questo buon volere, che sarebbe loro gloria più bella della ottenuta vittoria. Conchiuse promettendo dal lato dei pisani sommessione ed obbedienza. Furono quindi eletti venti ambasciatori tra i più nobili cittadini
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(Bartolomeo Da Scorno, Gherardo di Compagno e Guaspare da Lavajano fra essi) i quali andassero ad onorare la repubblica vincitrice. Andarono; fecero le parti loro: ma quando pensarono ritornarsene, furono rattenuti con altri dugento cittadini finchè fosse rifatta la cittadella vecchia. Intanto si celebravano in Firenze allegrezze e feste sacre e profane, per la compiuta conquista; ma il riso di chi s'innalza sul fiacco che piange gli ritorna sul capo, fatto maledizione.

78. Anno 1407

Il 30 novembre dell'anno scorso , lacerata la Chiesa dall'antipapa Benedetto, afflitta per la perdita di papa Innocenzo VII, era stata sposata al veneziano Angelo Corrario, che si prese il nome di Gregorio XII. Questo incontanente scrisse a Benedetto XIII invitandolo a pace; e Benedetto risposegli da Marsiglia il 22 gennajo quasi nei medesimi termini. Si chiesero un abboccamento; promisero di abdicare ambedue, e ad ambedue era troppo caro il triregno.

79. Anno 1408

I popoli cristiani se ne sdegnarono; i cardinali si divideano dall'uno e dall'altro capo; e lo scisma cresceva.

80. Anno 1409

Molti del collegio cardinalizio radunatisi in Pisa, pubblicarono nel marzo del 1409 un Concilio ecumenico; avvisarono anche d'intervenirvi i due papi, dicendo loro che la loro assenza non impedirebbe la unione del Concilio. Ventidue cardinali delle due ubbidienze, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, quarantun priore, ed ottantasette abati di monasteri si erano adunati a Pisa per il Concilio. Vi si trovarono pure i deputati di quattordici arcivescovi, e di centodue vescovi assenti, i proposti generali di molti ordini di monaci, gli ambasciatori dei rei di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo di Cipro e
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di Boemia; quelli di Vincislao, il quale pretendeva di essere ancora re de' Romani, e quelli di Luigi d'Angiò, il quale faceasi chiamare re di Napoli. Roberto l'altro re de' Romani, e Ladislao l'altro re di Napoli, inviarono anch'essi ambasciatori a Pisa, ma soltanto per sostenere contro il Concilio stesso, la causa di Gregorio XII. Da altra pare vi si recarono gli ambasciatori di Castiglia e d'Aragona per difendere quella di Benedetto XIII; onde si vuole che più di diecimila forestieri convenissero a Pisa in tempo del Concilio. Sovr'esso variatamente pensarono i teologi: ad essi la disputa; a noi quello che si fece. Dopo molte sessioni, nei masi d'aprile, maggio e giugno, citati i due papi, ed esposti varii capi d'accusa contro ambedue pertinati a lasciar divisa la Chiesa con uno scisma sì lungo e sì deplorabile, il Concilio dichiarò eretici scomunicati e deposti da ogni ecclesiastica dignità Gregorio XII e Benedetto XIII: ciò il 5 di giugno. Il quindici poi del medesimo mese fu eletto nuovo papa il cardinale Pietro Filargo dell'isola di Candia, il quale due giorni dopo prese la tiara pontificale e il nome d'Alessandro V. Con la elezione d'un uomo di gran dottrina, di molta dolcezza e non minore liberalità, credevano i padri di aver somministrato efficace rimedio alle tante piaghe della sposa di Cristo; ma invece le inasprirono sempre più, poichè, invece di due papi, se ne videro tre ad un medesimo tempo. Benedetto XIII seguitò ad esser riconosciuto papa nell'Aragona ed in altre parti di Spagna; Gregorio XII nel Friuli, in Baviera e specialmente nel regno di Napoli, molto bene intendendosela con il re Ladislao. Avea questo monarca occupato il dominio di Roma e d'altre terra della Chiesa romana. Per siffatta insolenza i cardinali lo detestavano, e vollero
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opporgli Lodovico II duca d'Angiò, portante allora il titolo di re di Sicilia. Lodovico infatti se ne venne a Pisa a sollecitare la protezione del nuovo papa. Arrivò il 25 di luglio. Entrò per la parte a mare e fu accolto con grandissima onorevolezza, essendogli andati incontro i cardinali e buona parte dei padri del Concilio. Fu condotto ad albergare in casa Da Scorno. Per mezzo di ambasciatori aveva egli già stretta lega coi fiorentini, coi senesi, col legato di Bologna. Papa Alessandro confermò la lega per la parte della Chiesa; dichiarò Ladislao decaduto dal regno; ne investì Lodovico, dopo averne ricevuto giuramento di fedeltà e di ossequio, e la promessa di pagare alla Sede Apostolica il solito censo. Diedegli quindi il gonfalone della Chiesa; dopo di che il monarca si mosse alla volta di Roma, sperando che presto l'avrebbe ritolta all'emulo suo. Ma i suoi passi non furon felici. Perdutosi di animo lasciò l'esercito, tornò a Pisa, e colle sue galere ripassò in Provenza. Ivi si diede a raccozzare nuova gente, preparandosi a riprendere con più vigore la guerra.

81. Anno 1410

Quando si trovò in pronto,fece vela un'altra volta. Non molto lontano dalla costa di Toscana si accorse di nemici che con flotta maggiore l'appostavano. Affrettandosi giunse a salvamento, con parte delle sue navi, a Porto-pisano. Ma sei galare rimasero addietro, si scontrarono in cinque vascelli genovesi non lungi dalla Meloria: si venne ad accanita zuffa; ed essendo sopraggiunti durante il combattimento altri nove vascelli del re Ladislao, le navi provenzali dovettero finalmente soggiacere al numero. Da Pisa il re Lodovico mosse per la Romagna, e giunse a Roma il 24 di settembre con forze che
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sembravano formidabili. Era morto papa Alessandro, e gli era successo l'ambizioso cardinale Baldassare Cossa col nome di Giovanni XXIII. Sul finire dell'anno Lodovico d'Angiò era con esso a Bologna per concertare le operazioni della nuova campagna.

82. Anno 1411

Il 19 marzo fu alle prese con Ladislao a Roccaferra, e lo disfece. Pure il 12 di luglio dovette tornare a Roma, e ai primi d'agosto rimbarcarsi per la Francia deluso in tutte le sue speranze, che scesero con lui nel sepolcro sei anni dopo. Frattanto che la malaugurata impresa dell'Angioino ferveva, veniva in Pisa ad arcivescovo Pietro Ricci fiorentino, canonico della cattedrale di Firenze, pievano di sant'Andrea d'Empoli, e sottocollettore dei tributi di Toscana. Succedeva ad Alamanno Adimari, promosso al cardinalato. E don Benedetto, monaco Cisterciense, abate di san Rimedio in Pisa, eletto vescovo d'Arezzo da papa Bonifazio IX, fu fatto collettore generale di tutte le decime imposte da papa Giovanni.

83. Anno 1412

Questo pontefice entrò in negoziazioni di pace col re Ladislao. I Fiorentini s'interposero e fecero al re di Napoli larghissime offerte, purchè si togliesse all'ubbidienza di Gregorio XII, e riconoscesse il Concilio di Pisa. Il trattato fu conchiuso il 15 giugno, ed il Concilio Pisano fu riconosciuto ecumenico da Ladislao in un'assemblea appositamente convocata.

84. Anno 1413

Risorto da tanti pericoli, come pianta robusta che piglia vigore dalla scure che le tronca i rami, il Re di Napoli minacciava Firenze. Per cui Firenze strinse molte alleanze; e sotto la di lei protezione fu posto dalla madre Iacopo d'Appiano novello, signore di Piombino, ancora fanciullo.

85. Anno 1414


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In quest'anno si fece un nuovo trattato di pace; ma Firenze non potè restarsene senza sospetto finchè il re Ladislao non morì: lo che avvenne il 6 agosto. Il primo giorno del successivo novembre era convocato il clero della cristianità al gran Concilio di Costanza. Il concilio fu aperto il dì 5 novembre.

86. Anno 1415

Il primo di marzo papa Giovanni fu costretto a promettere di lasciare il papato. Il 29 di maggio fu deposto: eppure il Concilio di Pisa avea seguìto i di lui consigli, papa Alessandro V erasi fidato alla sua amicizia, ed un conclave lo aveva proclamato pontefice. Il 24 luglio spogliò la tiara papa Gregorio XII.

87. Anno 1417

Un anno e ventidue giorni dopo fu tolta a Benedetto XIII: l'11 novembre del medesimo anno eletto unico papa Ottone Colonna col nome di Martino V.

88. Anno 1418

Egli, sciolto il Concilio di Costanza, calò in Italia; e dopo d'essere stato a Milano ed a Brescia, sul finire dell'anno si trasferì a Mantova. Ivi i fiorentini esibirongli per stanza di sua sicurezza Firenze o Pisa, ed il papa si mostrò disposto ad accettare l'offerta.

89. Anno 1419

Infatti il 26 di febbraio fece in Firenze il suo ingresso, che fu veramente magnifico. Il 24 di marzo, essendo morto l'arcivescovo di Pisa Pietro Ricci, fu promosso alla medesima dignità Giuliano Ricci, nipote a Pietro, canonico della cattedrale fiorentina. Il nuovo prelato arricchì la sua primaziale di due cappelle, una sotto il titolo di san Grisostomo, l'altra di san Giuliano; e ne lasciò il padronato al fratello suo Giannozzo e discendenti suoi, con la condizione che non potessero ad ess presentarsi se non ecclesiastici, i quali di presente servissero alla chiesa pisana.

90. Anno 1420


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De' Gambacorti non restava in Pisa che Chiara, la figlia di Pietro. Il 17 aprile ella si morì , lasciando nel più misero stato la sua patria terrena.

91. Anno 1421

Molti cittadini eran periti vittime delle armi o della fame nell'ultima guerra; molti aveano abbandonato il loco nativo, non sapendosi accomodare al giogo della servitù; non pochi erano caduti sotto il flagello di una pestilenza che per varii anni infuriò in Italia; cosicchè Pisa era quasi deserta. I Fiorentini, per provvedere a questo vuoto e fare come un popolo nuovo, fin dal 23 dicembre 1419 avevano fatto pubblico bando che si esentavano da ogni imposta reale e personale tutti i forestieri, insieme alle loro merci, per venti anni, purchè si fossero portati ad abitare familiarmente in Pisa. Quest'anno (1421), secondo che racconta l'Ammirato, vennero a Firenze ambasciatori di quattordici città tedesche domandando di poter trasferire la loro stanza in Pisa, conforme al bando pubblicato. Furono volentieri ascoltati, data loro casa senza spesa alcuna, ed accordate moltissime franchigie, come la facoltà di portar armi giorno e notte non solo nel contado pisano, ma ancora su quel di Firenze. Il 30 di giugno i Fiorentini fecero un altro acquisto, la compra di Livorno. Dicemmo come era stato ceduto al maresciallo Buocicault. Ora quel castello signoreggiando le foci dell'Arno e Porto-pisano, pareva inceppare il commercio di Pisa. Quindi i Fiorentini bramarono ardentemente di averlo: entrarono in trattative con Genova, e, venuta questa città in gravissime angustie, lo ebbero finalmente
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al prezzo di centomila fiorini. E così facendosi ogni giorno più forte il comune di Firenze, mancava ogni dì più nei Pisani la speranza di spezzarne le catene.

92. Anno 1422

Sennonchè dovette rianimarsi per le gelosie che insorsero tra i Fiorentini e il Duca di Milano, gelosie che ruppero ben presto a guerra, come tra potenti suole accadere.

93. Anno 1423

Il 6 settembre il popolo di Forlì ed il presidio di Filippo Maria Visconti si affrontarono con un esercito fiorentino, comandato da Pandolfo Malatesta signore di Rimini. I fiorentini furono rotti, e la metà fatti prigionieri.

94. Anno 1424

Un altro fatto d'armi avvenne il 27 o il 28 luglio del nuovo anno, e in questo i fiorentini furono battuti così, che per Italia si disse, che se il duca usando bene della vittoria avesse spinte le sue forse in Toscana, avrebbe ridotto Firenze a mal termine: tanto più che Arezzo, Pisa ed altre terre stavano colle mani giunte aspettando chi loro porgesse aiuto per sottrarsi al dominio di lei. Ma nel presente anno nulla di più fu tentato, e le cose cangiaron faccia nel susseguente.

95. Anno 1425

Nel quale, dopo varie vicende, si trattò tra il Visconti ed i Fiorentini una tregua per emzzo del veneto senato: la tregua non ebbe luogo alla fine; ma fiorentini e veneziani si uniron poi ai danni di Filippo Maria, per opra specialmente del celebre conte Carmagnola, che avea da fargli pagar cara la più vile ingratitudine.

96. Anno 1426

E grand'incendio di guerra si accese tosto in Lombardia. Sul finire dell'anno si trattò di pace per mezzo di papa Martino V. Intanto le monache di san Silvestro in Pisa, che da qualche tempo avean lasciato il convento di santa Croce a cagione delle guerra, ma ne
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possedeano tuttora i conttorni ridotti a campi da seminarvi, li vendeano a Pietro Neretti nobile fiorentino. Questi donolli a frate Angelo da Civitella dei minori Osservanti di san Francesco, vicario della provincia in Toscana, perchè vi edificasse un convento per l'ordine suo , come difatti egli fece .

97. Anno 1427

Ma il Duca di Milano di mal cuore aveva inclinato alla pace, e non pensava che a riprender la guerra. I fiorentini e i veneziani non furon lenti a rimettersi in campo.

98. Anno 1428

Finalmente il 18 aprile si conchiuse definitiva pace, e i fiorentini non guadagnarono un palmo di terra: tutto toccò alla veneta repubblica; e sì che la guerra costava immense spese al comune di Firenze, e ben il sapeano le città e i popoli ad esso soggetti, miseramente dissanguati per sostenerla!

99. Anno 1429

Impoverito l'erario fiorentino, si volle tornarlo a ricchezza imponendo le gravezze del catasto a tutti i distretti. Volterra si rivoltò. Ciò non diede peraltro alcun pensiero a Firenze, la quale decise la guerra contro Lucca il dì 15 dicembre.

100. Anno 1430

Il verno salvò i lucchesi dai pericoli di un assalto inaspettato. Ebbero tutto il tempo di ricorrere al Duca di Milano per aiuto. Questi fingendo di licenziare dal suo servizio il conte Francesco Sforza, come capitano venturiere, lo mandò tosto in Toscana. Lucca impinguollo d'oro; d'oro lo impinguò
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Firenze; ed ei si ritirò, lasciando la città, cui dovea soccorrere, minacciata siccome prima. Richiesto d'aiuto il Visconti, venne verso Lucca il famoso Niccolò Piccinino. Poco stette a succedere un fatto d'arme fra lui e la gente fiorentina, la quale ebbe orribile rotta con prigionia di mille e cinquecento cavalieri, perdita di bagaglio e molti altri danni: il conte d'Urbino Niccolò Fortebraccio e gli altri capitani che servivano a Firenze salvaronsi a stento chi a Livorno, chi a Pisa; e Lucca fu tolta di mano ai Fiorentini.

101. Anno 1431

Non è a dire se questi arsero d'ira contro il Visconti. Fecero premure presso Venezia perchè gli rinnuovasse la guerra, e Lombardia fu un'altra volta teatro di battaglie e di strage. In Toscana senesi e lucchesi si collegarono contro Firenze al Visconti: e fin anco genovesi e d'Appiano principe di Piombino. In Pisa stessa il popolo, bramoso di riacquistare la perduta libertà, non era quieto. E i Fiorentini niun mezzo lasciavano intentato per tenerlo obbediente. Il secondo giorno di primavera, 22 marzo, Niccolò Piccinino comparve sul lucchese, dopo aver tolte ai Malespini, amici di Firenze, varie castella nella Liguria, Carrara, Moneta, Orti, Fivizzano e molte altre; ed inoltratosi sul pisano, s'impadronì d'Asciano e di tutta la valle di Calci. Due giorni dopo ebbe la Verrucola: sceso a basso passò l'Arno, ed acquistò san Casciano, Santa Maria a Trebbio e la Badìa di san Savino. Di là voltossi alle colline, e furon suoi Marti, Palaja, Lari, Ponsacco, Rosignano; Campiglia e Vada in Maremma. Quali senesi doveano in questo stato di cose agitar Pisa ognuno lo imaginerà, se può sentire d'essere oppresso, e di vedere in angustie il suo oppressore. E i Fiorentini ben lo sapeano, chè oltre a
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tenervi gagliardo presidio, davano crudeli disposizioni contro la infelice città. Si stenda un velo sul provvedimento raccontato dal Poggio nel libro sesto della sua Storia Fiorentina, di chiamare a Firenze quasi tutta la pisana nobiltà; si stenda un velo più denso sull'editto rammentato dal milanese frà Andrea Billi e dal veneto Pietro Veneziano, in cui comandavasi, che prima del consumare d'una candela accesa, tutti i cittadini, dai 15 ai 60 anni, dovessero da Pisa partire; si dimentichi che di questo barbaro editto fu, secondo il Billi, esecutore lo stesso arcivescovo di Pisa, il fiorentino Giuliano de' Ricci, il quale vuolsi furibondo andasse per le strade, per le piazze, per le case strappando senza misericordia i figli di braccio alle madri, i fratelli alle sorelle, gridando intanto: vanne, traditore pisano: certo è che i Fiorentini si mostrarono, a quest'epoca, compresi di un odio inumano contro ai Pisani. E ben si pare da una lettera che fin dal 14 gennnaio i Dieci della Balia scrissero ad Averardo dei Medici, allora commissario in Pisa . Ivi si danno segrete istruzioni tendenti a rendere sempre più inferma e mal sana la città e le campagne di Pisa, e si conchiude: Qui si tiene per tutti il principale e più vivo modo che dar si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani. E noi n'abbiamo tante volte scritto costà al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora per ultimo essere impedito dalla gente dell'arme, e non avere il favore del capitano loro. Vogliamo che ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modo con usare ogni crudeltà ed ogni asprezza. Abbiate fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, chè
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cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare
. Chi poi, dice il signor Repetti, fosse quel capitano delle genti d'arme che gli ordini dei Dieci contrariava, ricusando obbedire ai barbari suggerimenti di un magistrato sanguinario, ce lo fa conoscere l'Ammirato nella sua Storia allorchè scrive: ôIl Cutignola si ridusse con le sue genti d'arme alle stanze di Pisa; nel qual tempo le cose passarono quietamenteö. Niccolò Piccinino, visto che Pisa non si muoveva, passò nel contado di Volterra, e quasi tutti i castelli gli apriron le porte. Insieme con Niccolò da Tolentino e con Alberigo di Zagonara saccheggiò tutta Val d'Elsa. Nel più bello di sue vittorie fu richiamato dal Visconti in Lombardia: rimase in Toscana al comando delle truppe lo Zagonara, e proseguì la conquista de' castelli fiorentini dal lato di Siena.

102. Anno 1432

Ad inquietare il comune di Firenze si aggiunse la venuta di Sigismondo in Italia, di Sigismondo re dei Romani da tredici anni. Giunto a Milano, fino da 23 novembre dell'anno decorso, con duemila cavalieri circa, vi aveva ricevuta la corona di ferro dalle mani dell'arcivescovo locale. Nell'anno di cui ora parliamo da Milano recossi a Parma, ove ristette ben cinque mesi. L'ultimo di maggio entrò in Lucca. In sul principio ne furono assai sbigottiti i Guelfi toscani; ma lo sbigottimento si cangiò tosto in dispregio, quando si conobbero le poche forze del nuovo imperatore. Mentre egli dimorava in Lucca concesse passaporto e salvacondotto ai monaci della Certosa di
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Pisa. In quel di Pisa si ribellò ai fiorentini Castell'Anselmo, ed i suoi abitatori corsero alle strade facendovi molti danni. Bisognò spedir gente a raffrenarli; e poichè il castello fu ricuperato, venne posto a ferro ed a fuoco. I Fiorentini perderon pure il castello di Gambassi, quello di Pontedera e Barbialla, che poi fu posta a sacco ed abbruciata. Michelotto Attendolo, capitano de' fiorentini, condusse la gente affidatagli fin sotto le mura di Lucca affinchè l'Imperatore sentisse meglio la propria debolezza; ed avrebbe potuto anche assediarlo, se alcuni magistrati fiorentini non avessero creduto meglio che il monarca continuasse il suo viaggio, e negli stati del papa portasse quella inquietudine ond'era accompagnato. Sigismondo adunque, partitosi da Lucca, recossi a Siena il 10 di luglio . Ivi dovette rimanersi come prigioniero perchè privo di mezzi, senza altra speranza che di poter ridurre a pace i guerreggianti stati d'Italia, i quali ormai di guerre erano stanchi. Pure non ne fu egli il mediatore; ma i marchesi Niccolò d'Este e Luigi di Saluzzo.

103. Anno 1433

Il trattato di pace fu sottoscritto il 16 aprile in Ferrara. Una delle prime condizioni si fu che il Duca di Milano rinuncerebbe a tutte le contratte alleanze in Romagna e in Toscana, nè più vorrebbe ingerirsi nella politica di queste due provincie. Così rimasti liberi dalle belliche cose, i Fiorentini si diedero ad ordinare lo stato. Elessero cinque cittadini i quali provvedessero agli affari di Pisa. Questi, dice il Tronci, trovando che alcune castella si
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erano ribellate non per timore de' nemici, ma per capriccio, le smantellarono; e tali castella furono Caprona, Calci, Marti, Rosignano, Orciatico e Donoratico. Frattanto Sigismondo incaminavasi alla volta di Roma. Vi fece il suo ingresso il 21 di maggio, e il 30 dello stesso mese ricevette la corona imperiale nella Basilica del Vaticano. Cinque mesi dopo era già di ritorno in Germania, lasciando deluse tante e tante speranze che gli oppressi comuni di Toscana aveano concepite di lui.

104. Anno 1434

E ben presto si tornò ai tumulti ed alle armi. Papa Eugenio IV, successo da quattro anni a Martino V, minacciato di esser posto in prigione dai romani, a stento fuggì il 18 maggio. Il 12 giugno pervenne sopra una galera a Livorno; da dove, passando per Pisa, giunse pi nel dì 23 del mese medesimo a Firenze, e vi fu accolto con grandissimo onore. Fermovvi la sua dimora, e fu testimone d'interni mutamenti, e di sfortunata guerra al di fuori.

105. Anno 1435

Per opera di Niccolò marchese d'Este si tornò poi a nuova pace, che fu segnata il 10 d'agosto.

106. Anno 1436

Nel successivo gennajo venne in Firenze a papa Eugenio IV un'ambasceria dei Romani, la quale invitollo a ritornare a Roma; il pontefice ricusò, memore de' ricevuti affronti. Ma il 18 aprile si partì alla volta di Bologna; e, dimenticando quanto avea dai Fiorentini ottenuto, prese ad intendersela col duca Filippo Maria Visconti. Un esercito di questo irrequieto principe ripassò in Toscana sotto gli ordini di Niccolò Piccinino. I fiorentini gli opposero il conte Francesco Sforza. I due famosi capitani trovaronsi a fronte l'uno dell'altro, nell'ottobre, sui confini dei territorii
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lucchese e pisano. Nessuno dei due voleva dar principio ai fatti di guerra .

107. Anno 1437

Nel cuore del verno il Piccinino si pose a campo a Barga. Lo Sforza ebbe ordine dai Dieci della Balìa di soccorrere quell'importante castello, senza risparmiare più oltre i sudditi del Visconti o della Repubblica di Lucca, la quale aveva permesso che si cominciassero le ostilità nel suo territorio. Fece dunque il conte Francesco valicare le montagne a tre de' suoi capitani, i quali furono Niccolò da Pisa, Pietro Brunoro e Ciarpellione, con duemila e cinquecento uomini. Il dì 8 febbrajo gli assedianti, colti all'improvviso, furon rotti, molti rimaser prigioni, ed il resto furon costretti a levar l'assedio. Lo Sforza riacquistò poi il credito presso la corte di Milano.

108. Anno 1438

Propose una tregua tra il Duca, i Lucchesi e i Fiorentini, la quale infatti fu fermata il 28 aprile in Pisa. Di questi tempo gli occhi di tutta cristianità erano su Ferrara, ove celebravasi un generale Concilio, che dovea metter pace tra le chiese greca e latina.

109. Anno 1439

Entrata in Ferrara la peste, e non trovandosi assai quieto, papa Eugenio stabilì, insieme coi padri, di trasferire il Concilio in Firenze. Condottosi a Modena, per le montagne, giunse sicuro alla fiorentina città. Sul cadere del mese di gennajo s'avvio a quella volta anco l'imperator Paleologo, venuto pel Concilio ecumenico co' suoi vescovi orientali. Fu egli accolto con magnifici onori: lo perchè concesse al Gonfaloniere ed ai Priori fiorentini molte
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grazie, e fra l'altre la condonazione di tutti i passaggi e di tutte le gabelle che le loro merci pagavano in Costantinopoli e per tutto l'impero. Gli fu data l'abitazione che già serviva al console de' pisani, ed ivi dimorò fino al 26 d'agosto. La tregua stabilita tra il Visconti e Lucca non era stata estesa ai veneziani. Questi trassero ben presto un'altra volta a guerra i fiorentini.

110. Anno 1440

Allora Niccolò Piccinino, da Bologna ove giunse il 4 marzo, incaminossi verso Toscana; e, preso Oriolo e Modigliana, passovvi il 10 aprile per la via di Marradi, e penetrò nel Casentino. Dopo varie incursioni, la più parte malaugurate, venne a mettersi a fronte dell'esercito fiorentino ad Anghiari: alle genti di Firenze comandavano Michelotto Attendolo, Pietro Giampaolo Orsino, Niccolò da Pisa, e molti altri duci. Niccolò Piccinino facea poca stima delle soldatesche nemiche, molta delle sue; e, venendo a battaglia, teneasi come in pugno la vittoria. Il 29 di giugno, sacro ai principi degli apostolo Pietro e Paolo, volle farne esperimento, ed attaccò la zuffa. Aspra e lunga fu la battaglia; ma finalmente l'esercito milanese fu volto in rotta, e gran bottino di prigionieri, d'armi e di cavalli cadde in potere del vincitore. Il Piccinino potè a fatica ricoverarsi a Borgo San Sepolcro: la domane ne uscì, e il giorno dopo v'entrarono i Fiorentini. DI là Neri Capponi entrò nel Casentino e riprese in breve i castelli ribellati. Per sì fausti avvenimenti si fecero feste in Firenze ed in tutte le città a lei soggette. In Pisa fu corso un palio per Arno con fregate a dodici remi. La mossa fu dal monastero d'Ognissanti fuori della città, fino al ponte della Spina, per il quale oggi (1682) si va in fortezza; ed a chi primo toccò
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la meta fu dato in premio un vitello coperto di scarlatto con l'arme della Repubblica fiorentina da un lato, e quella del Comune di Pisa dall'altro.
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(revised 28/02/2000) Paolo Tronci.
Elena Pierazzo

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