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Guarini, Battista

Il Verrato


Indice




Il Verrato, ovvero difesa di quanto ha scritto M. Giason Denores contra le tragicomedie e le pastorali in un suo discorso di poesia.




1. DEDICA


[p. 731]

Agli illustrissimi signori e patroni miei singolarissimi li signori
Iacopo Contarini e Francesco Vendramini.
La tragicomedia pastorale, di che si tratta nella seguente scrittura,
fu nelle case delle Signorie Vostre Illustrissime con tanto loro ap-
plauso e d'altri infiniti non men per lettere che per nascita nobilissimi
ingegni ascoltata dalla viva voce del proprio autore, che, sì come troppo
ardimento è stato l'offenderla, così poco necessario potrà parer il di-
fenderla. Ma poscia che i malevoli, tentando pure di calpestarla,
s'hanno fatto lecito di rivocar in dubbio un testimonio di tanta auto-
rità, di quanta già non cred'io che sieno state mai le sentenze degli
antichi teatri, da' poeti loro tanto stimate, è ben ragione che, se il
mondo per avventura della loro falsa dottrina avesse conceputa qual-
che sinistra openione di lei, chiaramente ora si conosca con quanto
fondamento e giudizio sia stata dalle Signorie Vostre Illustrissime
favorita. Ond'io e per questo e per la persona medesima dell'autore,
com'esse ottimamente sanno, antico suddito del serenissimo dominio
e di lui e di loro e di tutta cotesta nobilissima nobiltà divotissimo servi-
tore, ho giudicato mio debito che quanto ho scritto in questo soggetto
sotto il chiarissimo nome loro si publichi; sperando ch'elle sieno per
gradir volontieri, com'io ben umilmente le supplico, e aver cara quella
difesa, che, difendendo cosa da lor lodata, vien insieme a difendere
il giudizio loro e di tanti altri onoratissimi e dottissimi gentiluomini,

[p. 732]

che con esse pur l'udirono e commendarono. Bacio le mani alle Signo-
rie Vostre Illustrissime e prego loro ogni felicità.


Di Ferrara, li 28 aprile 1588.
Delle Signorie Vostre Illustrissime
umilissimo servitore

il Verrato



[p. 733]

2. PROEMIO

Messer Giason Denores, di me non credo che bisogni darvi
notizia, perché dalla favella mi potreste conoscere; né mi
curo ch'in altra guisa mi conosciate. E se forse vi pare strano
che, non essendo io nominatamente provocato da voi, abbia
voluto briga co' vostri scritti, è paruto più strano a me che altri
senza ragione sia stato offeso da voi. Al quale se contra
l'universal consenso di tanti letterati è bastato l'animo di
scriver in pregiudicio di coloro che han composte tragico-
medie e pastorali, perché non sarà lecito a me di prenderne la
difesa? A me, dico, che sono d'alcun di loro amico e servidore
tanto ubbligato, che poco mi parrebbe di fare, quando in
servigio loro, non che altro, spendessi la vita propria? Ma
che sai tu di poetica?, mi direte: tanto che forse ve ne dorrà;
e ancor che il mio nome non sia per su le stampe corso fin
qui, non è però che non avessi saputo anch'io schiccherare al-
cun foglio, s'all'altrui spese non avessi imparato d'astener-
mene più che posso. Ma in quanto all'arte poetica, ci ho fatto
non solo lungo studio per entro, ma posto in pratica tutto
ciò che in cinquanta e più anni dell'età mia ho diligentemente
veduto e letto. E se, come scrivete, a voi l'ha insegnata il
il signor Sperone, a me quanti mai furono all'età nostra

[p. 734]

famosi tragici e comici mi sono stati maestri. Or l'effetto ve
'l mostrerà. Attendetemi. Quella vostra scrittura, ch'uscì col
titolo di Discorso intorno a que' principi, cause e accresci-
menti che la comedia, tragedia e poema eroico ricevono dal
filosofo morale e civile e dai governatori delle republiche,
fu letta non ha molto in cerchio d'uomini dotti, ch'eran
corsi al rumore di tante maraviglie da voi promesse. E nel
vero, messer Giasone, (non dico per adularvi) voi vi potete dar
vanto d'aver publicato il più pregnante titolo che abbia mai
avuto scrittore antico o moderno. Or qual giudicio ne fosse
fatto da loro, non saprei dirvi, percioché essi, che discretis-
simi sono e per natura inclinati a favorire anzi che a ripren-
dere gli altrui scritti, purché a ciò fare non sieno astretti, non
si lasciarono intender punto, se non là dove sì sconciamente
voi sfoderate quella solenne invettiva contra i due poemi detti
di sopra, censurando, riprendendo, anzi pur lacerando e spac-
ciando i poeti loro per uomini privi di lettere e di giudicio,
e per facitori di mostri e di prodigi: con tanta confidenza,
per non dir altro, di voi medesimo e con tanta tirannide e
sprezzatura de' loro scritti, dicidendo e parlando in oracolo,
che ci perderebbe il maestro di coloro che sanno. Allora
tutti e quei più che più vi conoscono ne restarono stomacati,
percioché, troppo bene conoscendo essi a qual segno abbiate
voi indiritte quelle vostre saette, si sono grandemente stupiti
come fra tante letterate persone, che hanno tutto'l dì e per le
mani con istraordinario diletto e per le bocche con infinita lode
alcun poema di questa sorta, voi solo abbiate voluto far l'Ari-
starco e ingaggiar battaglia co' loro autori, che non sono
però uomini dozinali, e conseguentemente col giudicio del
mondo, che ne fa stima e gli celebra. Sì fatte cose si discor-
revan del caso vostro, e fu chi disse non doversi così lasciare,

[p. 735]

5senza risentimento alcuno, l'offesa d'un loro principalissimo
amico Ma qualcun altro se ne rideva come di cosa leggeris-
sima per se stessa, scusandovi eziandio sì come buona persona,
ché senza molta fatica confessate da voi medesimo di favel-
lare con l'altrui lingua: lusingato per avventura dall'eloquen-
za del signor Sperone vostro maestro, senza avvedervi ch'egli
non è censore se non dell'opere più lodate, poiché sdegna di
sindacare alcuna cosa che già da tutti celebrata non sia. Per
modo che tanto vien a dire poeta esercitato dal sottilissimo
ingegno suo, quanto poeta canonizato per eccellente e degno di
paragonarsi a Virgilio. Al fine fu risoluto d'intendere quello
che sopra ciò pensasse di fare la persona principalmente no-
tata; la qual rispose che, quando fosse pur vero che le sue
poesie patissero alcuna opposizione, cotesto non sarebbe sì
gran diffetto, che ne dovesse perder di riputazione, sì perché
il medesimo è sempre intervenuto de' più famosi poeti che
sieno al mondo, come anche per non aver egli per sua pro-
fessione la poesia, della quale ad altro fine non è solito di
servirsi che per diporto e condimento d'altri suoi studi, e più
gravi e più fruttuosi: parergli, nondimeno, che messer Giason
Denores non sia egli sufficiente a far giudicio di questo, e
però non curarsi di cosa ch'egli si dica, avendone egli intanto
da' primi letterati d'Italia, che hanno maturamente veduta e
considerata l'opera sua, onoratissimo testimonio. Questa riso-
luzione fu veramente degna di chi la fece, sì come di persona
che altro ha in capo che novelle di questa sorta. Ma io che
sì perfetto non sono, parendomi che l'offesa d'un mio signore
sì principale sia tutto carico mio, né potendo sofferire che,
me vivente e tacente, vi rimeniate per bocca l'opere sue e
possiate interpretare questa sua toleranza o valor vostro o
dappocagine altrui; e oltre a ciò giudicando non poter essere
se non bene ch'a publico beneficio ed esempio si raffreni
la scandalosa licenza, che oggi si prende ogniuno di publi-
care immodestissimi scartafacci contra gli scritti altrui, ho
fatto proponimento d'esser quell'io che prenda il carico di

[p. 736]

rispondervi. E per ciò fare quanto più esattamente fosse pos-
sibile, mi diedi a prendere e la persona di voi e la difesa della
causa vostra contra ciascuno, e in particolare contra que' me-
desimi letterati, in presenza de' quali vi dissi dianzi che s'era
preconizata quella vostra opera titolare. I quali, e non ad
altro fine che per intenderne il parer loro, sì ben andai stuz-
zicando e sì ben seppi dissimulare e l'arte e l'intento mio, che
fermamente credettero che daddovero i' fussi vostro campione.
Or s'io ne fussi beffato, Dio vel dica per me. Finalmente leva-
tami la maschera e del piacevole inganno fatte le risa grandi,
fummo tutti d'accordo che 'n quella vostra invettiva voi non
provate nulla e presumete molto, procedendo con presup-
positi falsi, discorsi vani e pessime conseguenze, dirittamente
contrarie alla buona e sana dottrina, ricevuta da' più famosi
e approvati scrittori greci e latini; che non avete o veduti o
intesi i luoghi più chiari e più notabili d'Aristotile; che voi
errate ne' termini, prendendo l'una cosa per l'altra, falsifi-
cando i luoghi citati; e finalmente che quella coda di scor-
pione, da voi a bello studio per trafiggere altrui appicata a
quella vostra scrittura, è tutta piena di errori e non offende
se non voi stesso. Per modo che chi volesse star sul rigore,
basterebbe che quanto avete detto in una sola parola vi si
negasse, e sarebbevi pienamente risposto. Toccherebbe a voi
poscia il provare; e nol facendo, c'è la regola chiara che, non
provando l'attore si debbia assolver il reo. Ma son andato
pensando con tale occasione (oltre il difendere, ch'agevol-
mente farò) d'allargarmi ancora d'intorno alla natura e arti-
ficio di cotesti poemi. E sarà forse opera non ingrata e a coloro
che sanno e a coloro eziandio che non sanno, percioché gli
studiosi e intendenti delle buone lettere prenderanno molto
diletto di vederne l'anotomia; e gli altri, che non intendono

[p. 737]

tanto, si chiariranno di voi, se per avventura quel vostro giu-
dicar da maestro avesse fatta negli animi loro una qualche
sinistra impressione, a pregiudicio dell'opere e degli autori sin-
dacati da voi. E per accrescer intelligenza a chi legge e fede
a chi scrive, andrò portando il vostro testo medesimo, diviso
in trentacinque particelle; e ripigliando luogo per luogo le
precise vostre parole, a ciascuna di loro immediatamente ap-
plicherò la destinata risposta. E comminciamo.

3. DIALOGO

DENORES.
Qui non fuor di proposito si può investigar la
cagione perché Aristotele, quantunque nella sua Poetica nomi-
nasse diverse sorti di poesie, non però propone di trattar se non
della commedia, della tragedia e del poema eroico, e con que-
ste tre sole constituisce il corpo dell'arte poetica.
VERRATO.
Primieramente questo è falsissimo. E dove la-
sciate voi la ditirambica? Quando Aristotile ci propone di
favellare delle spezie della poetica, insegnandoci che tutte sono
imitazioni, non ci annovera egli la ditirambica? E quando
viene a divisarci del modo con che ciascuna di loro usa l'arte
dell'imitare, non mostra egli, ricordevole del suo metodo,
in quale guisa la ditirambica se ne serva? e con quali si con-
faccia nell'imitare e da quali sia differente? E quando passa
alle persone rassomigliate, lascia egli forse da parte la ditiram-
bica? o pur c'insegna che la medesima differenza delle per-
sone, ch'è nell'altre spezie di poesia, si considera ancora in
lei? E cotesto chiamate voi nominare e non proporre? Avrà
egli detto di trattare della poetica e delle spezie sue, e di
ciascuna di loro, senza eccettuarne veruna, manifestarci la
natura, le parti e l'artificio, con tutti gli altri accidenti ch'alla
perfezione loro concorrono (e tutte convengono nell'esser imi-
tazioni); e voi volete che nell'effettuare la sua proposta lasci
a dietro la ditirambica, che pur è una delle spezie di poesia
tanto nobile e tanto celebre? E voi attribuite ad Aristotile que-
sto fallo? Dio vel perdoni. Ma voi direte: E dove ciò si

[p. 738]

vede trattato?. Rispondete a me prima voi: dove si vede
ch'egli abbia trattato della comedia, che pur è una di quelle,
secondo voi, privilegiata e capace della vostra mistica poesia?
Non ha trattato né di questa né di quella, non perché così
dovesse o volesse o pensasse di fare, o forse non abbia fatto,
ma percioché non si truova il rimanente di quel trattato, sì
come troppo ben si comprende da un luogo della Politica
e senz'altro conosce chiunque della dottrina aristotelica è
pure un poco pratico, o, per me' dire, chiunque ha punto di
lettere e di giudizio. Ma ditemi, di grazia: in qual parte della
Poetica avete voi raccolto ch'egli abbia proposto di trattare
d'una spezie più che d'un'altra di poesia? Pensateci bene,
che fin di costà mi par vedervi far il trabocco. So che non
ci è luogo veruno in tutta la Poetica d'Aristotile che v'abbia
potuto ingannare, se non quello che si truova nel fine del se-
condo capo, seguendo il latino della volgata traduzione del
Pazzi; ma secondo il testo greco di Basilea le parole sono
nel principio del sesto, le quali porrò io greche, perché la
varietà degli interpreti non c'inganni: peri men houndice
Aristotile exametrou mimetikes kai peri komodias husteron
eroumen ; peri de tragodias legomen; che vuol dire in no-
stra favella: Noi dunque dell'imitazione dell'esametro e
parimente delle comedia diremo poi a suo luogo; ora par-
liamo della tragedia. Se da cotesto luogo avete voi tratto
la vostra nuova dottrina, male l'avete inteso, percioché quivi
Aristotile non propone, né dice di trattar solo di quelle tre
con l'esclusione dell'altre, ma parla dell'ordine col quale in-
tende di doverne trattare. Ma voi direte: E perché quivi

[p. 739]

non fa egli menzione dell'altre?. Io vel dirò: perché di
sopra cercando l'origine dell'arte poetica, avea detto che la
tragedia e comedia erano uscite quasi propagini dall'esametro,
avendo l'una quella proporzione al Margite di Omero che
ha l'altra all'Iliade e Odissea del medesimo. Il che volendo
porre in esecuzione, comincia dalla tragedia, rimettendo a
un altro luogo il trattato della comedia, cioè com'ella pren-
desse forma dal verso eroico, e in che si confaccia o non si
confaccia con essolui: del modo, appunto, ch'egli va poi
facendo nel capitolo ventiduesimo, là dove esamina le qua-
lità dell'epica poesia con quelle della tragedia, così avrebbe
eziandio fatto, o egli il fece, se ben noi non l'abbiamo, della
comedia a suo tempo. Certa cosa è che nel luogo di sopra
addotto niente altro ci promette di fare, e che da quelle pa-
role non si raccoglie che quivi proponga di trattar di queste
tre sole, escludendone l'altre; delle quali senz'alcun dubbio
noi averemmo i loro particolari trattati, se l'opera fosse intera.
Quando dunque voi dite: Perché quivi non fece menzione
Aristotile dell'altre spezie di poesia e nominò quelle tre so-
le?, vi si risponde: perché in quel luogo non ci propone le
spezie costituenti il corpo della poetica, avendo egli ciò suf-
ficientemente fatto di sopra; ma quello che propose manda
ad effetto, e ciò fa con l'occasione dell'epica, ch'è stata origine
delle due sceniche poesie. E perché l'altre spezie non hanno
questa confacevolezza con essolei, sarebbe stato impertinente
il farne qui menzione, sì come è altresì impertinentissimo il
dire che per questo egli abbia inteso di escluderle come mem-
bra incapaci e soverchie a costituire il corpo (vostre parole)
dell'arte poetica. La quale stravaganza si vedrà molto me-
glio nella ragione che voi di questo assignate; e però se-
guitiamo.
DENORES.
Per la qual cosa dovemo sapere che egli, come
filosofo morale e civile, non si curò di favellar di ogni maniera

[p. 740]

di poesia che non ricevea le sue regole e i suoi principii dalla
filosofia morale e civile, e da' governatori e legislatori delle
republiche a beneficio commune, ma solamente di quelle che,
ricevendoli o non ricevendoli, poteano generar o buoni o cat-
tivi costumi negli animi de' cittadini in universale.
VERRATO.
Grande arditezza è cotesta vostra, messer Giasone,
percioché l'interpretare Aristotile diversamente dagli altri,
se ben è impresa da persona molto sicura, nientedimeno, quan-
d'altri parla o intende di parlar con ragione, a niuno dev'esser
chiusa la strada di filosofare; ma il dire [che] Aristotile ha fa-
vellato in un modo ch'egli non pensò mai, attribuire a filosofo
tanto grande quel che non è, ha troppo del licenzioso. Ari-
stotile non curò di trattare.... E onde domine avete pe-
scata cotesta non curante filosofia? da qual parola questo
concetto? da qual recondito luogo questa dottrina? Se ciò
ha detto o sognato mai Aristotile, mostratelo, e loderemvi;
se non l'ha detto, perché volete saperne voi più di lui? Per-
ché farlo filosofare a vostro capriccio? S'egli ha nominate,
proposte, esaminate l'altre spezie della poetica nientemeno
delle tre vostre privilegiate, che dottrina sarebbe la sua, s'egli
o non né trattasse come dell'altre, o non dicesse la cagione del
tralasciarle? Qual insensato filosofo sarebbe mai quello che
proponesse di favellare delle parti del corpo umano, e poscia
nell'esequire tralasciasse o le braccia o le gambe, e non dicesse
perché? Ma quali, per Dio, sono coteste regole e princìpi mo-
rali, di che voi dite non esser capaci alcune parti della poe-
tica? Io per me non so vedere in tutto il corpo delle Morali,
e particolarmente nella Politica, dove sarebbe stato il suo luo-
go, che il legislatore aristotelico ci prescriva leggi di poesia.
E nella sua né prima né seconda republica non si vede
vestigio alcuno di tal precetto. Nella Poetica si prende il
[p. 741]

co-
stume per una delle parti della tragedia, né quivi vien egli
considerato come precetto politico, ma come condimento
poetico: non per insegnarlo, ma per infingerlo, non per far
altrui virtuoso, che di cotal pensiero indicio alcuno non vi si
scorge, ma per qualificarne il poema, ond'altri ne possa avere
per mezo del diletto il frutto che si ricerca. Voi mi repli-
cherete che, quando Aristotile parla nella poetica del costu
me, la prima regola che ci da è: pos khresta e che il

[p. 742]

pra quel testo molto difficile, se ben l'interpretazione, la quale
io ve ne dessi e crederei che fosse la buona, sarebbe diritta-
mente contra di voi; ma sarei troppo lungo, e a me basta
un fondamento solo per vincervi. Solverò il vostro dubbio,
quando avrete voi accordata questa colla precedente dottrina
sua, là dove, esaminando egli la qualità della persona tra-
gica, conclude ch'ella dee essere di mezana bontà, cioè né 'n
tutto buona né 'n tutto rea. Come buono potrà essere il
costume della persona tragica, s'ella nelle parole e opere sue,
ch'egli ci assegna pure per testimoni di cotesta bontà, non
dovrà esser libera da peccato? Voi mi direte ch'egli è peccato
per errore, sì come quello d'Edipo; e io vi rispondo che tutte
le persone tragiche non peccano per errore in quella guisa
che fece Edipo, perché Tieste, che pur è un degli esempli
recatici d'Aristotile, e Atreo suo fratello scientemente pec-
carono. E peró la voce amartian in quel luogo non si dee
prendere per quell'errore che si fa non sapendosi di commet-
terlo, come quello di Edipo, ma come quel di Tieste e del-
l'altre sì fatte persone tragiche, scientemente peccanti; se ben
Edipo non si può dire per avventura senza peccato, avendo
egli pur commesso omicidio, ma e' si chiama senza peccato
per conto del parricidio, perché non seppe. come dice Aristo-
tile, che l'ucciso fosse suo padre. E perché ciò meglio
[p. 742]

s'intenda, due sono i peccati secondo Aristotile: l'uno che si
commette con l'intelletto e abito depravato, e questo si chiama
adikema , ch'è proprio dell'intemperante; l'altro che viene
dall'appetito repugnante e rebelle, ed è misto di volontario
e non volontario, ed è solo dell'incontinente, e chiamasi
amartema. Il primo non è capace della tragedia, il secondo
sì, e per questo Aristotile usò la voce amartia. Dalle cose
dette di sopra si può dunque conoscere com'è lontano dalla
dottrina aristotelica che la tragedia riceva i suoi princìpi dalla
filosofia morale e civile, come voi dite, essendo che il fine
di queste due facoltà è di far gli uomini non solo continenti,
ma con l'abito perfettissimo temperati, là dove il poeta tra-
gico li finge incontinenti, che vuol dire non virtuosi. Per
modo che quanto è diverso l'abito buono dall'abito imper-
fetto, tanto è repugnante al vero che la poetica facoltà im-
perfettissima prenda i suoi princìpi dalla morale, che rende
gli uomini perfettissimi, se non in quanto va spargendo i
costumi nelle parole delle persone introdotte non per inse-
gnare, ma per dilettare, come s'è detto; percioché, se 'l fine
del poeta fosse l'ammaestrare co' princìpi morali, bisognereb-
be che si rappresentassero persone di perfettissima vita, come
volea Platone che si facesse, e pur si vede fatto il contrario
nelle favole antiche, così greche come latine. Insegnandoci
ancora il medesimo Aristotile che una delle virtù del co-
stume nella poetica è l'introdur le persone a parlar secondo
le qualità loro, i buoni con buono e i cattivi con cattivo co-
stume, credo che voi possiate vedere come riesca falsa cotesta
vostra proposizione, che l'arte poetica in qualsivoglia sua
spezie riceva le sue regole dalla filosofia morale e civile. Ma
quando ciò vi fosse pur conceduto, con che ragione fate voi
un tal privilegio alle tre sole tragedia, comedia e poema eroico,
e tutte l'altre escludete dalle regole filosofiche? Che v'ha
fatto la ditirambica? perché non è ella sì ben capace di buon
costume come son l'altre? Non sapete voi s'Aristotile lasciò

[p. 743]

scritto ch'ella fu madre della tragedia? Dunque la comedia,
che prende la sua forma da' ridicoli e tratta con persone di
bassa lega, sarà degna de' principi morali, e la ditirambica,
che celebra solo dei e semidei, e ha per fine la lode solo e la
gloria, sarà priva di questo onore? Anzi n'è ella tanto più
meritevole, quanto fra le sue deità fra le sue opere illustri
non mischia mai né persona né fatto vile, come fanno molte
altre; in modo che chi volesse trovar poema conforme alle
severe leggi di Platone, pare a me che la ditirambica sola
sarebbe degna d'essere tollerata e ricevuta nel suo comune.
Ma che dirò degli inni? che dirò degli encomi? che dirò della
lirica, seminario d'ogni eccellente virtù e d'ogni nobil costu-
me? Chi può disiderare né sentenze più gravi, né documenti
più saggi, né stimoli di gloria maggiori di quelli che si leg-
gono nell'ode di Pindaro e d'Orazio? Ma che vo io cercando
gli scrittori profani? Nella davidica poesia non abbiam noi
tutti i misteri, tutti i tesori dell'umana e divina filosofia? E
così fatti poemi direte voi che non ricevon regole e principi
morali? Avete ragione, percioché celesti e non terrene sono
le loro regole, divini e non umani i loro princìpi. Ma tornia-
mo alle vostre parole, e in esse consideriamo una notabilis-
sima contradizione. Voi dite che Aristotile non si curò di
favellare d'ogni maniera di poesia che non riceva le sue re-
gole a beneficio comune; e poco di poi soggiugnete che sola-
mente parlò di quelle, che, ricevendole o non ricevendole,
potevan generare buoni o cattivi costumi. Se voi non volete
ch'egli abbia parlato di quelle che non son atte a riceverle,
dovrebbe dunque aver parlato solo di quelle che le ricevono;
e pure voi soggiugnete il membro opposito a quello, cioè
non ricevendoli. Per me non veggio come voi possiate
accordare una contradizione sì manifesta, né come difender
che cotesto sia parlar da filosofo.
DENORES.
Ma degli epigrammi, elegie, ode e di altre simili
composizioni, che non erano giovevoli in publico, né potea-
no essere generalmente a tutta la città o di buono o di cattivo
essempio, come cose di poco momento e pertinenti piuttosto

[p. 744]

al grammatico che al filosofo morale e civile, prudentissima-
mente le tralasciò, e trattò solamente di quelle che erano
recitate a tutta la moltitudine nelle repubbliche populari, e che
poteano introdur abiti viziosi in coloro che gli ascoltavano.
VERRATO.
Gli epigrammi e le elegie non sono simili a quel-
l'altre spezie di poesia, le quali ho io difeso, che senza ragion
alcuna avete esterminate dalla dottrina aristotelica? Quanto
all'ode, percioché questo è nome generico, se voi intendete
delle più nobili, non si può dire ch'elle sien tralasciate nella
poetica d'Aristotile, dov'egli ha fatta sì principal menzione
del poema ditirambico e nomico, percioché l'uno non fu
sì proprio di Bacco e l'altro d'Appolline, che non s'usassero
ancora per altri dei e molte volte in lode d'uomini illustri.
Certa cosa è che Platone nel terzo delle leggi chiamò la
nomo per ode, e tale fu veramente, cantata con quelle leggi
di movimenti e di versi, o somiglianti almeno, che oggi si
veggono nell'ode greche di Pindaro; se non che Terpandro
e Frine mitileneo, per quanto ne scrive Proclo, l'usaron
co'l verso eroico. La ditirambica anch'ella non era altro
ch'un'ode, com'abbiam detto, cantata in onore d'uomini e
dei, e in particolare di Bacco. Ma se voi favellate dell'ode men
principali, che altro non contengono che concetti e scherzi
amorosi, o cose simili, come quelle d'Anacreonte e di Safo,
non ha dubbio che ragionevolmente Aristotile, per la mede-
sima cagione che si dirà degli epigrammi, le tralasciò. Voi
mi direte che quelle di Pindaro non si chiamano né ditirambi,
né nomi, ma ode; e io vi rispondo che'l nome di ode fu loro
posto non dal poeta, ma da coloro che le raccolsono molto tem-
po dapoi, e che variamente furon chiamate e idi e ode e nomi:
non é però ch'elle non possano essere state nel nascimento
loro o composte o cantate con legge o ditirambica o nomica.
Dei quali poemi non si vede trattato particolare nella Poetica
d'Aristotile, percioché manca, come s'è detto, una gran parte

[p. 745]

dell'opera, nella quale non altramenti ci avrebbe egli date le
loro regole di quello che abbia fatto e del tragico e dell'epico,
se quella parte ci fosse pervenuta alle mani. Ma per tornare
agli epigrammi, all'elegie e all'ode di bassa lega, dico che
sono componimenti che non hanno determinata materia,
sì come l'altre spezie della poetica, e hanno poca parte nel-
l'imitare; e però non è maraviglia, se Aristotile giudiciosa-
mente le preterì la qual cagione è molto più ragionevole
della vostra. E chi ha detto a voi che gli epigrammi non pos-
sono esser di buono o cattivo esempio? La scurilità non è ella
viziosa, sì come estremo di quell'abito che'l Filosofo chiama
eutrapelian ? Or leggete gli epigrammi antichi, e impare-
rete oscenità da stomacare la sfacciataggine. Allo'ncontro vi
sì veggono tanti concetti nobili, tante lodi d'uomini vivi e
morti, e vi s'imparano tanti buoni costumi, e se ne traggono
documenti sì fruttuosi, ch'è una gran cosa. E voi direte che
l'epigramma non è di buono o cattivo esempio? Che diffe-
renza fate voi dai motti sparsi nelle comedie a quelli che son
raccolti negli epigrammi? Considerate, per Dio, quel concetto
di Marziale sopra i carboni accesi di Porzia, over quell'altro
sopra la man di Scevola: s'un tragico volesse rappresentar
in iscena quella fortezza d'animo, potrebb'egli esplicarla con
maggior efficacia o stimolo di gloria? E quanto all'elegia voi
non sapete che Solone scrisse le sue leggi in questa sorta di
verso? Leggete Diogene Laerzio e Demostene, che ne re-
citan molti, e sì vi chiarirete con quanto fondamento parliate.
Son dunque gli epigrammi ed esemplari e scandalosi nien-
temeno di quello che sieno le tragiche e comiche poesie, ma
sono spiritelli e corpicciuoli imperfetti né ricevono leggi
determinate, né imitano se non poco, né hanno favola, né son
distinti per quelle membra di che son fatte gli altri poemi;
ma secondo il capriccio di chi gli fa, sono capaci d'ogni
[p. 746]

soggetto, piacevole o grave, alto o basso, vero o falso, verisimile:
o non verisimile, onesto o disonesto, e'nsomma non è con-
cetto di qualsivoglia sorta, in qualsivoglia, proposito, che non
sia proprio dell'epigramma. Quello che dell'altre poesie non
può dirsi, le quali hanno limitate e soggetti e forme e decori,
onde essi si comprendono facilmente sotto i precetti dell'arte
e le loro definizioni contengono in sé limitate materie; là
dove gli epigrammi, che vaghi sono, non hanno altra dife-
renza specifica che l'acutezza, parte della sofistica, alla quale
così risponde l'arte poetica come fa la ritorica alla dialetica.
Ma voi, secondo la vostra nuova filosofia, volete che l'epi-
gramma sia proprio del grammatico: quasi ciò che si parla e
ciò che si scrive, o in prosa o in verso, non sia grammatico,
e sia distinta quest'arte dalla filosofia, in modo che anche il
filosofo non sia per forza grammatico, se vuol pur ispiegar i
filosofici suoi concetti, e che ne' libri d'Aristotile il grammati-
co non possa così trovar le parti dell'orazione come nell'epi-
gramma, e che non sia grammatico il parlar figurato nien-
temeno del proprio. Ma per tornar a proposito, non è dunque
vero che 'l non avere buono o cattivo esempio sia stato ca-
gione che Aristotile tralasciasse queste parti minute della
poetica, ma sì bene per le cagioni dette di sopra. Intorno a
molt'altre cose ci sarebbe che dir assai, ma troppo avre'io
che fare, se le volessi ricercar tutte. Ma eccoci un'altra volta
alle contradizioni; e tornate pur anche a dire che'l Filosofo
trattò solo di que' poemi che potean introdurre abiti viziosi
in coloro che gli ascoltavano. Prima voi accordaste il membro
del buon costume, e poi l'accompagnaste con quello del
cattivo; ora parlate sol del cattivo e tralasciate il buono. Chi
domine v'intenderebbe? Che filosofar è cotesto vostro? alla
pironica? Prendasi quasivoglia: voi siete pronto all'affer-
mare e negare da valent'uomo. Siate voi benedetto! Così fa
chi vuol fuggir le contese.

[p. 747]

DENORES.
Non parlò parimente dell'egloga, se ben era an-
cor essa fatta per imitazion; percioché i ragionamenti, gl'i-
namoramenti, i canti e costumi de' pastori e de' contadini non
potevano apportar alcuna buona creanza agli uomini della
città, come abbiamo dimostrato che fa la comedia, la tragedia
e il poema eroico, né parendo che sia convenevole che i citta-
dini debbiano pigliar buoni costumi dalle azioni de' conta-
dini e de' pastori.
VERRATO.
Tornate pur a dire che non. parlò: bisogna dire
che non si vede, o non si truova ch'egli parlasse. Ma veggiamo
che ragione voi n'assignate, percioché le rappresentazioni
de' contadini non sono di buon esempio agli uomini della
città, quasi gli uomini della città abbian bisogno d'apparar
la buona creanza da' poeti. I cittadini, messer Giasone, o sono
costumati o no: se sono, è soverchia l'opera de' poeti; se non
sono, convien loro apprenderla da' filosofi, da' legislatori, da'
magistrati, da' principi, e non da' poeti. Infelice comune che
non ha altro maestro de' costumi che la poetica, la qual non
ha per fin l'insegnare, ma il dilettare, e dilettando giovare!
Se ciò non fosse, perché produrre in iscena persone scostu-
mate? vecchi invaghiti, giovani vani, servi infedeli, adulatori,
parasiti, meretrici e altri di questa sorta? Per imparar di fug-
gir i loro vizi? e con qual fondamento, se tutte le azioni loro
felicemente finiscono? E nientemeno del buono convien che
resti pago il non buono. Voi mi direte che la buona comedia
non dee dare un medesimo fine a buoni e cattivi, ingannato
forse da un luogo della Poetica dove Aristotile, parlando
della doppia costituzione della tragedia, e dopo aver detto
kai teleutosa ex enantias tois beltiosi kai kheirosi , cioè
ch'ella termina diversamente secondo la diversità de' migliori
e de' peggiori, soggiunge: esti de oukh haute apo tragodias
hedone, alla mallon tes komodias oikeia , e quel diletto non è
della tragedia, ma è piu tosto proprio della comedia. "Ecco,
direte voi, che qui dichiara il Filosofo che'l dar buon fine a'
migliori e cattivo a' peggiori è proprio della comedia; dunque

[p. 748]

non è vero che la comedia secondo Aristotile debbia dar
buon fine a' peggiori". Io vi rispondo che quivi non si de-
termina che proprio della comedia sia il dar buon fine a' mi-
gliori e cattivo a' peggiori, ma che quella buona fortuna, che
nelle tragedie di doppia constituzione s'induce, affetta il dilet-
to comico più il tragico. Ed è grandissima diferenza tra que-
ste due proposizioni, percioché gli è ben vero che proprio
della comedia è il fin lieto, ma non è proprio l'averlo doppio
e diverso, come né anche è proprio che abbia doppia costitu-
zione di favola, essendo che la comedia doppia non era in uso
al tempo d'Aristotile, ma fu invenzione di Terenzio, sì come
accenna egli medesimo e afferma Donato, chiamandolo "ar-
dimento con artificio". Non val dunque la conseguenza:
le tragedie di doppia costituzione con la diversità dei fini
attendono il diletto della comedia, dunque la diversità de'
fini è propria della comedia; percioché in quella parte che il
fine della tragedia doppia è lieto, s'assomiglia bene alla co-
media, ma nel resto non ha che fare con essolei, né il diletto
della comedia nasce dai duo fini diversi, ma dal fin lieto, solo
e uniforme a' buoni e non buoni. Anzi, se altro fine avesse
l'azion comica, sarebbe molto contraria alla natura e forma
sua propria, percioché, sì come nella perfetta tragedia non
s'admette alcuna cosa piacevole, accioché non interrompa
quel fine che si attende dal terribile e miserabile, così nella
perfetta comedia non si dee interserire alcun accidente, che
contamini quel diletto che procede dal riso; e sì come Aristo-
tile chiamò tragichissime (per così dire) quelle favole che
hanno un solo fine calamitoso, senza mescolarvi cosa che non
sia ben funesta, così perfettamente comiche saran quelle
che hanno un esito solo fortunatissimo, senza compagnia d'al-
cun altro fine che non sia tutto piacevole, percioché la comedia

[p. 749]

(io parlo della nuova) s'ascolta per bisogno di rilasciar gli
spiriti ritenuti dalla soverchia attenzione delle cure più gravi,
accioché poi, ricreati, più prontamente possano ritornare al
servigio dell'animo. E la tragedia è fatta per richiamare i me-
desimi spiriti che, troppo rilasciati e vaganti nelle delizie del
senso, non sanno concentrarsi al servizio dello 'ntelletto e
alla considerazione della propria natura, sì come poco appresso
si mostrerà per modo che la tragedia si può rassomigliare
all'arco teso, e la comedia al rallentato. Or se mi addimanda-
ste perché io abbia detto della comedia nuova, io vi direi che
la comedia vecchia aveva il principal suo fine d'accusare i
vizi de' cittadini; e se mi replicaste che Aristotile parlò sol
della vecchia, perché a' suoi dì non era in uso la nuova, poi-
ché Menandro, il qual si dice che l'inventò, a pena comin-
ciava, secondo che riferisce Eusebio, a far le sue favole
quando Aristotile si morì, vi risponderei ch'io non era a que'
tempi e che però non posso sapere come ciò fosse. Ma dico
bene che nel quarto delle Morali Aristotile fa menzione
della nuova comedia, che mi fa credere ch'ella pur s'usasse
a' suoi dì. Un altro oggetto mi potreste voi fare, ch'irresoluto
non vo' che resti. Ho detto che 'l vero diletto della comedia è
l'aver un fin solo, e quello egualmente felice a' buoni e non
buoni. Ma non è gran diletto, direte voi, che i cattivi sian
gastigati?. Rispondo che bisogna considerare quali sono gli
uomini cattivi nelle comedie. La cattività loro vuol esser tale
ch'induca riso e non isdegno; per occasione della quale na-
scon offese che sien private, né faccian danno che muova
compassione, ma beffe ch'inducan riso. I quali errori chi è
colui che disideri di veder vendicati? Percioché essi non sono
come quelli d' Egisto o de' drudi penelopei, addottici per
esempio dal medesimo Aristotile nella favola doppia. Non

[p. 750]

sarebbe dunque diletto, ma noia il veder mal contente le così
fatte persone, che non commettono errori gravi; percioché,
se tutti che peccano in cotal guisa si lasciassero sconsolati, la
comedia diventerebbe tragedia, essendo che tutti, o almeno
la maggior parte, in essa sono pur tali. E così in vece di ral-
legrarsi, rimarrebbe il teatro tutto pien di mestizia. Ma che?
non è egli propria forma della comedia il ridicolo? E voi vo-
lete che dal riso s'apprendano i costumi? i quali non segui-
rebbono le persone, ma le persone starebbono co' costumi, se il
fine del poeta fosse l'ammaestrare. Leggonsi dunque i poeti
e s'ascoltano per averne piacere, dal quale ne viene poscia
quel frutto ch'altrove ci ha insegnato Aristotile, e di sotto si
mostrerà; e però giova il poeta quando diletta, e se diletta, è
poeta; ma se giova senza diletto, è più tosto filosofo o altro
artefice. E se sparge i suoi poemi di buoni costumi, il fa solo
per dilettare; conciosiaché l'imitazione di tutte le cose, ezian-
dio orribili e mostruose, non che delle buone e tanto amiche
della natura, quanto sono i costumi, ci recano gran piacere.
E che sia vero, Aristotile diede eziandio il suo diletto alla
tragedia, ch'è tutta piena di morte. L'egloga dunque non
si legge per imparare la creanza de' contadini, ma per va-
ghezza di vedere la simplicità de' costumi in quella natura
non alterata dal disiderio d'avere e dal pestifero morso dell'am-
bizione; e però disse Virgilio:
O fortunatos nimium sua si bona norint
agricolas...

E sì come grandissimo gusto
averemmo noi, se potessimo alcuna volta vedere un gran
principe ritirato co' suoi domestici, quand'egli, deposta la so-
lità maestà, scuopre la sua natura, la quale in publico, facendo
forza a se stesso, teneva occulta; così l'andar talora vedendo
ne' semplici costumi de' contadini e dell'altre così fatte per-
sone la natura nostra quasi vergine, senza lisci e senz'alcuno
di quelli artifici e di quelle finte apparenze che sono peccati
propri della città, ci reca molto diletto. E se i ragionamenti
loro non sono pieni di gran concetti, sono almeno sparsi di

[p. 751]

bontà naturale, non finta, non simulata: cose che non si
veggono ne' poemi più gravi. E quanto agli innamoramenti,
che volete voi dire? Come son fatti, per vita vostra, gli amori
delle tragedie? Come gli incesti di Canace, di Fedra, di Se-
miramis e dell'altre? Lascio star le publiche meretrici delle
comiche poesie, e gli stupri e i lenocini e tanti pessimi esempli
che se ne traggono. E che dirò dell'eroico? Chi potrà prender
mai buono esempio da quel guerriere che, per l'amore d'una
cattiva che gli fu tolta, abbandona la salute e l'onore della
sua nazione e del suo esercito tutto? Voi mi direte ch'egli è
gran lode di chi può dar e togliere la vittoria a un esercito,
ed è vero; ma questa lode è del corpo: sarebbe molto maggiore
il vincere se medesimo e le sue passioni, ch'è proprio dell'eroe,
dalla qual fortezza dell'animo si prende il buono esempio,
non da quella ch'è dono della natura.
DENORES.
Sono chi aggiungono a queste tre maniere di
poesie, fatte per imitazion, la tragicomedia e la pastoral, delle
quali non parlò mai né Atistotele, né alcun altro, che io sap-
pia, onorato autor anticquo che favellasse di tal facoltà.
VERRATO.
Oh voi ci siete pur giunto! Avete fin qui sospesa
la lancia della vostra filosofica poesia, per colpir finalmente
nelle tragicomedie e nelle pastorali. Gran noia per certo elle
vi danno. O come pare che questi nomi vi feriscano, per non
dir altro, l'orecchie! Una gran cura avete voi di levar dal
mondo le pastorali e le tragicomedie. Orsù, alle strette, che
a voi toccherà a sofferirle, ed elle vivranno vostro malgrado.
Che volete concludere da cotesta vostra proposizione? Perché
Aristotile non ha parlato delle tragicomedie, ch'elle per ciò
non sien poesie? Io vi dimando se Dante vi par poeta. Se
voi dite di no, ve ne rimetto alla sferza del signor Sperone.
Se sì, vi torno a chiedere se Aristotile parlò mai di così fatto
poema. Voi mi direte che dalle regole di lui si può formar

[p. 752]

il poema di Dante: siavi conceduto, per non moltiplicare in
novelle; e io vi rispondo che molto meglio dalla tragedia e co-
media si può formare una terza spezie, ch'è la tragicomedia.
Ma e' non vale la conseguenza: Aristotile non ne parlò,
dunque non è poema, percioché, a voler provar cotesto,
bisognerebbe ch'egli l'avesse escluso, e non tralasciato; tanto
più non avendo noi quell'opera intera. Sapete voi perché?
Perché a' suoi tempi non era in uso. E quante nuove e vaghe
forme di poesia abbiam noi oggi, che non s'usavano al tempo
d'Aristotile? Per questo vorrete voi cacciarle dal mondo? Fu
mai poeta che conseguisse maggior applauso dell' Ariosto?
celebrato da tutte le nazioni, traddotto in tutte le lingue, stam-
pato le migliaia delle volte; e pure il romanzo, nel quale è
scritto quel poema, non fu mai nominato da Aristotile, se
ben sotto l'eroico può facilmente ridursi. E dica pur l'invidia
quant'ella sa, il Furioso è giunto a un segno di gloria tanto
sublime, che poco gli può più nuocer, quand'anche fosse
vero che non avesse interamente servate le regole d'Aristo-
tile; che finalmente il mondo è giudice de' poeti, ed egli
dà la sentenza inappellabile. I buoni vivono per le bocche de-
gli uomini, gli altri svaniscono in poco tempo; né questo uni-
versal consenso in ricevere o rifiutar i poemi può mai errare,
né perché un poema sia nuovo ha men privilegio d'immorta-
lità, purch'egli il vaglia. Non si vuol dunque ristringer il
poetare in termini sì meschini, ma quanto più si può am-
pliargli., e dar animo a' begli ingegni d'arricchire il tesoro
delle Muse, e non d'impoverirlo. Che se Dante non avesse
tentata nuova strada in Parnaso, saremmo privi della più bella
poesia che abbia la lingua nostra. Ci sarà dunque l'arte per

[p. 753]

niente, direte voi, e vana sarà stata la fatica del Filosofo a
scriver le sue regole se ogniuno può poetare a suo modo?.
Io vi dirò: nella Poetica sono alcuni precetti universali che, per
esser tratti dalla natura, non si posson mutare, come sarebbe a
dire l'imitazione, il costume, il verso, il decoro e altri di que-
sta sorta; haccene alcuni altri che sono particolari di ciascuna
spezie. Ora volendosi introdurre poema nuovo, basta osser-
vare le prime regole, come quelle che sono della natura, e
non si possono né preterire né alterare. Chi non imita, chi
non versifica, chi non parla con decoro, chi non diletta, chi
non giova, è mal poeta, o non è poeta; e questo si dee fare
in tutte le spezie di poesia. Ho qualche volta avuta molta
compassione d'alcuni nobili ingegni che si sono affaticati
di riddurre sotto alcuna delle tre spezie della Poetica d' Aristotile
il poema di Dante, e altresì quello dell' Ariosto, parendo loro che non si possa chiamar poema, se non è conte-
nuto dalla Poetica d'Aristotile, quasi egli pensasse mai di
ristringer tutto 'l negozio poetico a quelle sole spezie annove-
rate da lui. Delle quali fa egli menzione, percioché quelle
s'usavano ed erano in pregio a suo' tempi; ché s'egli avesse
trovato il romanzo, anche di quello avrebbe favellato, e se non
datene le sue regole, non biasimatolo almeno, come fanno
alcuni moderni, che si credono ch'egli abbia tolto a pigione
la poesia, perché moderno poeta non vi s'alloggi. Anzi è stato
tanto cortese, che, se ben non accettò il poema eroico se non
con la veste reale, non per tanto escluse il Margite, che l'avea
da buffone; e se ben diede sì nobil luogo a soggetti non finti
delle tragedie, trattò nientedimeno con molto rispetto il Fior
d' Agatone. Così avrebbe eziandio fatto e di Dante e dei

[p. 754]

Trionfi del Petrarca e dell 'Ariosto, tutto che sien poemi da
tutti gli altri diversi. Non val dunque la conseguenza che la
tragicomedia sia mal poema, perché Aristotile non ne parli; il
quale, avendo tratta la poetica dai poemi, ubbligó ben i poeti
moderni alle regole delle spezie da lui addotte, ma non vietò
che sul tronco della poetica naturale non si possano far nuovi
innesti, perché di ciò vestigio alcuno non si vede in qualsivo-
glia de' suoi dottissimi scritti. Il medesimo si può dire della
ritorica, la quale fu riddotta da lui ne' tre generi dimostrativo,
diliberativo e giudiciale, percioché a suo' tempi questi tre soli
s'usavano; ma non per questo diss'egli mai che dagli univer-
sali dell'arte sua non si potessero introdurre nuove forme
d'aringhi, come oggi si vede essere stato fatto da sacri dici-
tori. Le cui azioni, che prediche sono dette, percioché non
sono in alcuno di que' tre generi, ma prendono da ciascuno
particolari precetti e accopiangli con que' dell'arte, che sono
universali, e hanno fatto una nuova e vaga e dotta e alta e
divina forma di favellare in publico, vorremo noi biasimarle?
E stimeremo i predicatori uomini senza ingegno, come avete
voi fatto [con ] i compositori delle tragicomedie? Ma voi dite
che, oltre Aristotile, né anche niuno scrittore antico ne parlò
mai. Che cosa vi pensate, per vostra fè, d'aver concluso per
questo? E io dico allo 'ncontro che niun antico o moderno le
ha mai biasimate; e la mia proposizione ha molto più forza
della vostra, percioché i più antichi Greci non favellaron di
quel poema che non ebbero in uso, e i moderni tolleran quello
che fu non solo nominato da un famoso scrittor latino (se ben
voi, che presumete di saper più di quanti abbiano scritto da
Plauto in qua, lo spacciate per poetastro), ma esercitato sotto
altro nome da poeti meno antichi, greci e latini, di che noi par-
leremo a suo luogo. A voler dunque fondar un pregiudicio
sì fatto contra le tragicomedie, non basta che gli autori le
abbiano tralasciate, ma bisogna che le abbiano biasimate;
anzi si presuppone tutto il contrario, cioè che commendate
le abbiano, poiché, vivendone tuttavia da mille e settecento,

[p. 755]

anni in qua l' Anfitrione di Plauto, da lui chiamata tragico-
media, e avendola tutti i secoli tolerata, si dee necessaria-
mente concludere a favor mio. Ma che direte quando vi si
farà vedere che così fatte favole sono state sotto altro nome
da principali scrittori greci e latini frequentemente rappresen-
tate? Poco più di sotto ci parleremo. Or io passo alla ragione
che ne recate.
DENORES
Essendo in un certo modo la comedia contradi-
toria alla tragedia e avendo per soggetto azion di permutazion
di fortuna e di persone contrarie, dovendo la favola dell' una
terminar in allegrezza e la favola dell'altra terminar in in-
felicità.
VERRATO.
Dal rivolgimento di fortuna felice al suo contra-
rio stato vorreste concluder voi che la tragedia sia contradit-
toria (vostra parola) alla comedia, senza sapere per avventura
quello che importi questo termine di contradizione. Ma non
vo' correr dietro ad ogni vostra parola e prender ora con esso
voi nuova briga di loica. Onde, tornando al proposito, se fosse
vero quel che voi dite, le tragedie di lieto fine ci sarebbon per
niente, ed Euripide e Sofocle con poco giudizio avrebbono
scritto, e Aristotile più di loro, che nella difinizione della tra-
gedia, tra l'altre diferenze specifiche, non pose cotesta del
rivolgimento felice. Ma voi direte che ben ci pose il terrore e
la commiserazione, affetti che non si possono conseguire
senza fine infelice. Cotesto è falso, messer Giasone. Leggete
il riconoscimento dell' Ifigenia, e vedrete se le tragedie di
lieto fine ne son capaci, percioché l'essere stata così vicina ad
uccider di sua mano il fratello, e poi riconoscerlo in luogo
tanto pericoloso da poterlo salvare, muove un orrore e una
commiserazione troppo grande; e pure la favola finisce in
prospero fine. Leggete parimente l'altra Ifigenia. Chi è
colui che non si senta commovere dall'afflizione del padre,
dalle lagrime della madre, dalle parole eroiche della figliuola
loro, condotta vittima al sacrificio? E pure la favola con la

[p. 756]

salvezza di lei ha felicissimo fine. Leggete l' Elettra di Sofocle.
Qual caso si può rappresentare più miserabile di quello d'Ore-
ste e della sorella sua privi del regno, occupati dall'adultero
della madre e dal micidiale del padre loro? E pure la favola
riesce felicissima con la vendetta ch'essi ne fanno e co'l regno
ricoverato Non repugnano dunque a cotali affetti gli av-
venimenti felici, né cotesta è qualità sì necessaria che possa
constituire diferenza specifica, in modo che le tragedie di lieto
fine non sian tragedie, e si distinguan per essa dalla comedia.
Sono tragedie, direte voi, ma men perfette dell'altre, per-
cioché Aristotile dice che le così fatte non riescono tragiko-
tatai come quelle d'infausto fine, cioè sommamente tra-
giche. Confessolo anch'io; e come ciò non difendo, così non
vi concedo che l'altre non sien buone. E vel pruovo con la
medesima voce ch'usa il Filosofo, percioché il grado superla-
tivo, se ben eccede la cosa comparata, necessariamente però
presuppone in lei la medesima qualità con che la supera: se
le tragedie d'avvenimento infelice, comparate a quelle di fin
contrario, son ottime, non si può dire che quelle di lieto fine
noa sien buone, se ben non tanto. E ciò mi basta per mo-
strarvi che la vostra proposizione non ha quella necessità che
bisognerebbe a volerla distinguer dalla comedia, la quale in
questa parte senz'alcun fallo può communicar molto bene con
esso lei. Ma se voi siete pure di questo umore, di grazia, di-
chiaratemi quel che volle dire Aristotile là dove, trattando
della lunghezza che dee aver la tragedia, in questa guisa ce
la prescrisse: hos de haplos diorisantas eipein, en hoso megethei
kata to eikos e to ananghkaion efexes gignomenon, sunbainei eis
eutukhian ek dustukhias, e ex eutukhias eis dustukhian metaballein,
hikanos horos esti tou megethous che vuol dire in nostra
favella:"ma per determinarne simplicemente in quanta lun-
ghezza nascendo successivamente le cose secondo il verisimile

[p. 757]

e necessario, avviene che di miseria in felicità o di felicità in
miseria si trapassi, questo è convenevole termine di grandez-
za". Se le favole di fin lieto non son tragedie, secondo voi,
perché le va egli mettendo in dozina? Vedete pazzo filosofo!
Ma voi pensate troppo alla risposta. Passiamo inanzi, ché di
cotesto son chiaro.
DENORES.
Per il che a costoro, che introducono questo mo-
struoso e disproporzionato componimento, misto di due con-
trarie azion e qualità di persone, basterebbe per risposta quel-
l'anticquo e famoso detto di Marco Tullio nel libretto De opti-
mo genere oratorum
: Turpe comicum in tragedia, et turpe
tragicum in comedia e quel che va provando Platone
nel secondo libro della sua Republica : cioè essere cosa
impossibile che uno istesso imitator vaglia insieme nel mede-
simo tempo trattar bene due imitazioni contrarie, come è la
comedia e la tragedia, non essendo cosa agevole che nell'istesso
momento possa trasformarsi in due nature e qualità fra se
stesse tanto opposite.
VERRATO.
Così a' cavalli gli uomini paion monti, come a
voi le cose ragionevoli paion mostri Ma vegniamo alle strette;
e risolvendo l'uno e l'altro poema ne' suoi princìpi, provianci
un poco di ritrovare se le tragicomedie sono que' mostri che
voi le fate. Primieramente vi voglio dire ch'elle non son com-
poste di due favole intere, l'una delle quali sia perfetta trage-
dia e perfetta comedia l'altra, congiunte in modo che si pos-
sano disunire ambedue, senza guastare i fatti l'una dell'altra,
o ciascheduna i suoi propri. Se le tragicomedie fossono tali,
avreste una gran ragione di biasimarle; ma io non credo che
voi n'abbiate ancora veduta alcuna di cotal fatta. Né anche
avete a credere ch'elle sieno o storia tragica viziata con le bas-
sezze della comedia, o favola comica contaminata con le morti

[p. 758]

della tragedia, percioché né anche cotesta sarebbe buona com-
posizione; e in cotal caso voi rechereste tanto opportunamente
il luogo di Cicerone: " turpe comicum in tragedia, turpe tra-
gicum in comedia " , quant'ora voi l'avete, la buona vostra
mercé, allegato fuor di proposito; conciosiacosaché chi fa tra-
gicomedie non intende di compor separata o tragedia o co-
media, ma di questa e di quella un terzo che sia perfetto in
suo genere e abbia d'ambedue lor quelle parti che verisimil-
mente possano star insieme. Volete voi forse dire che ciò re-
pugni all'uso della natura e dell'arte? Quanto a quella, non
si vede che di due spezie d'animali suole ella alcuna volta
produr la terza, da' loro progenitori in tutto diversa? Quanto
all'arte, è cosa tanto chiara che non ha bisogno di pruova.
Considerate i compositi che si fan dei metalli; entrate nelle
mecaniche, e ne vedrete esempi bellissimi; mirate la pittura,
ch'è tanto simile alla poetica; udite la musica, che si può dir
sua sorella: quante vaghe forme di misti vi recano i lor ar-
tefici! Ai quali se cotesto è lecito, senza che mostri sien ripu-
tati, perché sarà egli disdetto al poeta, fra tutti gli altri artefici
nell'inventare privilegiato? Ma torniamo al nostro proposito,
e consideriamo le parti e repugnanti e conformi di questi due
poemi, per farvi conoscere che la tragicomedia non è parto
sproporzionato, come voi dite, e che non è composto di due
poemi tanto contradittori, per dire a vostro modo, che non si
possano unir insieme. La tragedia ha di comune con la co-
media la rappresentazione con tutto il resto dell'apparato, il
ritmo e l'armonia; il tempo limitato; la favola drammatica;
il verisimile; la ricognizione e il rivolgimento. Avvertite,
per comune intendo, che l'una e l'altra si serve delle mede-
sime cose, se ben poi nel servirsene è qualche differenza tra
loro, come sarebbe a dir: altro apparato si richiede alla tra-
gedia e altro alla comedia. Questo è vero, ma però l'apparato
è necessaria parte così dell'una come dell'altra, né l'apparato
comico repugna alla tragedia in quanto apparato, ma in quan-
to comico. E però non è ella contradittoria parte tra loro,

[p. 759]

come sarebbe se altri la volesse applicare all'epico overo al
lirico, dalla natura de' quali è ella tanto lontana. Quel ch'io
dico dell'apparato, intendo ancora dell'altre, per cagion delle
quali non si può dire che questi due poemi si contradicano.
Altre qualità sono poi tanto proprie dell'una e dell'altra, che
non solo varian nell'uso, come le prime, ma diversificano in
modo le spezie che divengon sue diferenze. E non ha dubbio
che chi pensasse di far passar alcuna di loro ne' confini dell'al-
tra e d'usare nella tragedia quel ch'è solo della comedia, overo
in questa quel ch'è proprio di quella, potrebbe dir daddovero
di far un mostro poetico. E in questo noi siam d'accordo, ma
il punto sta a vedere se questi due poemi han qualità sì repu-
gnanti fra loro, che formare d'ambeduo non si possa la terza
spezie della tragicomedia, da voi sbandita. Ma quali sono que-
ste specifiche diferenze? Della tragedia la persona grande,
l'azione grave, il terrore e la commiserazione; della comedia
la persona e il negozio privato, il riso e i sali. Quanto alla
prima confesso, e per dottrina aristotelica ancora, ch'alle
tragedie convengono i personaggi grandi e alle comedie i
bassi e mezani; ma nego, però, che repugni alla natura e al-
l' arte poetica in generale che s'introducano in una sola favola
persone grandi e non grandi. Il volete vedere? Qual tragedia
fu mai che non avesse molto più servi e altre così fatte per-
sone che personaggi di grand'affare? Voi mi direte che tutto
il negozio però si fa sempre con que' soli che sono grandi.
E io vi dico che sempre non è vero. Leggete l' Edipo, regi-
na delle tragedie: chi scioglie quel bellissimo nodo? Il re?
la regina? Creonte? Tiresia? Niun di questi, ma due servi
guardiani d'armenti. Dunque non si disdice alla natura della
scena d'accoppiar insieme persone grandi e non grandi, non
solo sotto'l nome d'un poema misto, com'è la tragicomedia,
ma della pura tragedia, come avete veduto nell'allegata fa-
vola dell' Edipo; e anche della comedia, se ad Aristofane il
dimandate, il quale mescolò uomini e dei, cittadini e villani,

[p. 760]

e fin le bestie introdusse a parlare nelle sue favole Voi mi
replicherete che i servi tragici trattano però sempre di cose
grandi e concernenti i principali fatti della tragedia, e final-
mente che sopra i grandi soli cade la commiserazione. Cotesto
non vi si nega, ma vi si torna a dire che basta a me d'avervi
mostrato che in una favola sola le persone basse si possono
accozzar con le grandi, senza far alcun pregiudizio all'arte
(non tragica a vostro modo, ma poetica in generale) e senza
offendere il verisimile, o trasgredir que' precetti che dianzi
vi dissi, ch'eran fondati sulla natura; percioché quanto a' fatti
grandi, ch'è la seconda diferenza della tragedia, ora ne par-
leremo co 'l nostro incominciato proposito di vedere se anche
i fatti grandi possono star co' bassi in favola mista. Or qui
se v'allegassi il Ciclope d' Euripide, so certo che mi direste
quella favola essere singolare e che altra non se ne trouva di
cotal fatta; e io replicherei che non è scrittore alcuno, an-
tico o moderno, né Aristotile stesso, che l'abbia mai biasimata,
perché col grave pericolo della vita d'un personaggio illustre,
com'era Ulisse, vi si sia mescolata l'ebbrezza del Ciclope,
ch'è cosa comica. E se voi mi diceste che i moderni poeti delle
tragicomedie non sono da paragonare di credito al grande
Euripide, troppo vero direste, ma bisogna che voi sappiate
che anche Euripide a' suoi tempi ebbe i suoi emoli, e grandi
e dotti; e quell'età che fu madre dell'arti, e in particolare
della poetica, aveva troppo più fine e miglior giudizio di
noi, e troppo maggior libertà di sindacar i poeti de' tempi
loro, i quali pendevano dal teatro e temevan di lui, ch'era
giudice loro e onde loro veniva la vittoria e la perdita, e con-
seguentemente l'onore e credito loro. Ma io non so vedere
(naturalmente parlando) per qual cagione si disconvenga ch'in
una stessa favola, che non sia tragica, s'introducano fatti gran-
di e non grandi, quand'eglino giudiciosamente vi sono inserti.

[p. 761]


Repugna egli forse al verisimile? Non può egli stare che tra
negoci gravi intervengano casi piacevoli? e che questi sien
molte volte cagioni di condurre a lieto fine i soprastanti peri-
coli? Ma che? Stanno forse i prencipi sempre in maestà? non
trattano essi mai di cose private? Per certo sì. Perché dunque
non può rappresentarsi in favola scenica persona grande, che
tratti cose non grandi? La tragedia no 'l sofferisce, direte
voi. Qui bisogna che c'intendiamo. Se voi prendete grande
per contraposto di privato, è falso che la tragedia tratti sem-
pre di cose grandi: la Medea, l'Ippolito, l' Alceste
e altre d' Euripide, l' Aiace, l' Antigone e'l Coloneo di Sofocle
son tutti
fatti domestici, i quali se non avessero le persone grandi e
per esse non avessero il grido, non si potrebbono chiamar
grandi, come son quelli delle Fenisse, delle due Ifigenie, del-
l'Edipo tiranno e di molt'altre, nelle quali si trattan di cose
publiche e di stato. Ma se intendete grande o per noto o per
grave, facilmente ci accorderemo, percioché di queste due
qualità non si cura la tragicomedia, che, non avendo per fine
l'effetto tragico, non è in obligo di recar fatti né famosi né
gravi. Non è dunque fuor di ragione ch'in una favola scenica
possano star insieme persone grandi e fatti non grandi, cioè
privati. Il medesimo potrei dirvi della commiserazione e del
riso, qualità l'una tragica e l'altra comica; e pure a me non
paiono tanto opposite, ch'una medesima favola non le possa
comprendere sotto diverse occasioni e persone. Chi è colui
che, leggendo in Terenzio il caso di Menedemo, il quale
volontariamente si macerava per la durezza da lui usata
al figliuolo, non se ne muova a pietà? e con Cremete, che non
ritenne le lagrime, non ne pianga? E pure nella medesima
favola si ride della beffa e dell'arte con che l'astuto Siro in-
ganna Cremete e lo schernisce, traendogli di mano il danaro
da lui promesso alla pessima meretrice. Può dunque stare
non dico l'allegrezza e 'l dolore, ma la pietà col riso in una

[p. 762]

favola stessa; e però potrei dirvi che né anche per queste due
qualità si dovesse rimanere di far la favola mista. E così tutto
'l rumore e tutta la somma di cotesta vostra contradizione
si ridurrebbe ad una sola diferenza, ch'è il terribile; la quale
non può mai stare se non in favola tragica, né seco mai al-
cuna comica mescolarsi, percioché il terrore mai non s'induce
se non per mezo delle gravi e funeste rappresentazioni, e
dove queste si trovano, non v'ha luogo riso, né scherzo; e
però questa si può ben dire contradittoria parte della tragedia
rispetto alla comedia. Tutte le cose dette di sopra potrei ad-
durre in difesa della tragicomedia, ma io non vo' valermene,
se non quanto intenderete da quel che segue; e mi contento
di lasciare alla tragedia i personaggi reali, i fatti gravi, il ter-
ribile e il miserabile, e alla comedia la persona e i negozi
privati e i risi e i motti come loro specifiche diferenze; e vo'
per ora concedervi che l'una non entri nella giuridizione del-
l'altra. Avrete voi però convinto che, per esser così contrarie,
non si possano unir insieme, per farne un terzo poema? Qual
discordia o nimistà maggiore si trovò mai di quella che si
vede negli elementi? I quali con le loro opposite diferenze
una tal guerra si fanno, che, se l'effetto nol dimostrasse,
parrebbe cosa impossibile che due soli di loro, non che tutti
insieme, si potessero unir giamai; e pure la natura, maestra
e madre dell'arte, ottimamente il fa, e 'l caldo mortal nemico
del freddo e l'umido del secco accorda insieme con tanta pace
ne' misti, che, dove disuniti non si potevano sofferire e da-
vansi la fuga, per conservar se medesimi, accompagnati
poi nella generazione de' corpi a loro soggetti, cedendosi e pa-
reggiandosi l'un con l'altro, lascian le proprie forme e 'n una
sola, da loro molto diversa, unitamente cospirano. Non al-
tramenti avviene delle due tragedia e comedia: le quali sien
pure a vostro modo nemiche (non vi si nega che, quando sono
separate e ciascheduna nella sua forma, non abbiano a con-
tenersi ne' loro termini), ma, quando queste medesime si con-
giungono per formar un altro poema, misto d'ambedue loro,
ci concorrono a guisa degli elementi, per modo rintuzzate e

[p. 763]

corrette che l'una diviene amica dell'altra. E per mostrarvi
più chiaramente che così sia, vegniamone all'atto pratico.
Sapete come si fa? In quella guisa medesima che suole il
medico nel comporre la teriaca, la quale chi non sapesse
come si tempra, sappiendo però ch'ella sia antidoto del veleno,
si meraviglierebbe vedendovi entrare la vipera velenosa, ma
cesserebbe la maraviglia, quando intendesse poi ch'ella non vi
può entrare se non purgato prima il veleno, talché le parti
salutifere vi concorrono, e non le nocive. Così fa chi compone
tragicomedie, percioché prende dall'una le persone grandi
non l'azione, la favola verisimile ma non vera, gli affetti
mossi ma rintuzzati, il diletto non la mestizia, il pericolo
non la morte; dall'altra il riso non dissoluto, le piacevolezze
modeste, il nodo finto, il rivolgimento felice e sopra tutto
l'ordine comico. Le quali parti, in questa guisa corrette, vorrei
sapere perché non possano star insieme in una favola sola
quand'elle massimamente sono condite col lor decoro e con
le qualità del costume che lor convengono. Io dunque con
ragioni tanto efficaci potrei ben contentarmi d'aver difesa la
causa mia, quando fussi pur d'animo di sodisfare a voi solo.
E però passando più avanti, poscia che dalle parti, che sono
come forme della tragicomedia, s'è conosciuto ch'è regolato
poema, mi risolvo di provar il medesimo dal suo fine, percio-
ché altri per avventura potrebbe voler intendere quale egli
fosse: o tragico, o comico, o misto d'ambidue loro, come par-
rebbe che richiedesse il dovere, essendo poema misto. Ma ciò
non si potrebbe accordare senza molta difficoltà, conciosiacosa-
ché ciascun'arte abbia un suo fine, dov'ella miri operando,
e se n'ha due, l'uno risguarda l'altro, per modo che un solo
sempre convien che sia il principale inteso da lei. Ora con-
cedasi che la tragicomedia sia misto ragionevole: che intende
ella di fare? che fine ha? vuol ella rider o piagnere? L'uno
e l' altro in un tempo medesimo non si può. Qual dunque fa

[p. 764]

ella prima, qual da poi? Qual più, qual meno? qual princi-
pale, qual subalterno? A questo obbietto non si può ben ri-
spondere, se prima non si determina qual fin sia quello della
tragedia, e qual sia quello della comedia. E per intelligenza
di questo è da sapere che ciascun'arte, oltre quel principale
che s'è detto di sopra, ha un altro fine: l'uno, per cagion del
quale operando, l'artefice introduce nella materia, ch'egli ha
per mano, quella forma ch'è fin dell'opera; l'altro, per bene
e uso del quale la cosa, che vuol condurre a fine, vien operata,
nel qual senso disse Aristotile nella Fisica che l'uomo è fin
di tutte le cose. L'esempio ci farà meglio intendere: l'archi-
tetto, che fabrica una casa, intende di volere con quelle pietre
e con quell'altra materia, ch'egli ha per mano, formar non
torre, o tempio, o teatro, ma un altro edificio, secondo la
sembianza di quella casa ch'egli ha nella sua mente. Ecco
un fine; ma quando egli la 'ncomminciò, n'ebbe un altro,
cioè di fabbricar quella casa per abitazione e uso di chi che sia,
per modo che quel fine che parea primo, di far una casa, ri-
spetto al farla per abitare, si fa secondo,conciosaché egli non
avrebbe incomminciata mai quella casa, se non avesse avuto
pensiero di farla per uso umano; e la casa fatta, che fu già
fine, diventa instrumento di chi l'adopra. E però l'uno chia-
meremo qui noi strumentale, e l'altro con la voce medesima
d'Aristotile architettonico. Or questi fini son amendue nel-
l'arte tragica e comica; e comminciando dalla comedia, il fine
di lei strumentale è d'imitare quelle azioni degli uomini pri-
vati che col difetto loro muovono a riso; e questo è d'Ari-
stotile. Ma il fine architettonico non si truova detto da lui,
mancando nel suo libro, o piuttosto compedio della poetica
(com'altrove ho mostrato, ed è chiaro per sé), il trattato
della comedia; dove noi dobbiam credere che ce l'avrebbe
altresì così bene assignato, come fece nella tragedia. Ma dal
fine ch'egli assegnò all'opera possiam noi bene congetturare

[p. 765]

l'architettonico, essendo questo essemplar che l'artefice si
propone. Laonde considerata diligentemente la nascita sua,
che fu, per occasione de' Baccanali, tutta piena di ebbrezza
e di lascivia fallica, e oltre acciò vedendo che 'l medesimo
Aristotile la distingue dalla tragedia con le persone plebee,
assignandole il riso per sua specifica differenza, pare a me
che altro fine non possa avere che di purgare gli animi da
quelle passioni che sono cagionate in noi dai travagli non
sol privati, ma publici: non in quel modo che dite voi nel
vostro Discorso, percioché quel padre che ha il figliuolo e quel
marito che ha la moglie inamorata (essempi addotti da voi)
non si consola per vedersi recar avanti un caso simile al suo,
che non solo sia finto, ma sollazevole, condito con le beffe e
col riso, e terminato in piacere. Anzi al rammarico, che per
sì fatta vista si farebbe maggiore di lui, s'aggiugnerebbe an-
cora un ragionevole sdegno di veder con pessimo esempio che
ridendo si trattasse e finisse quell'azione che, se fusse pur
vera, meriterebbe d'esser punita; e così la comedia, in quanto
a chi l'udisse, avrebbe fin di tragedia. Non purga dunque le
passioni dell'animo col vedere che altri sia perturbato, ma
con le piacevolezze che muovon riso purga la mestizia degli
animi, cagionata non pur da quelle perturbazioni domestiche,
che voi dite, ma dalle molto più gravi, come sono le publiche.
Purga ella dunque la maninconia, affetto tanto nocivo che
bene spesso conduce l'uomo a darsi la morte; e 'l purga in
quella guisa che fa la melodia, secondo c'insegna Aristo-
tile, quell'affetto che i greci chiamano enthousiasmos. E
sì come una parte di musica, secondo che il medesimo c'in-
segnò, è necessaria per cagione di ricrearsi e prendere quel
ristoro, di cui la vita umana ha tanto bisogno, così la come-
dia con le festose e ridicole sue rappresentazioni rallegra l'ani-
mo nostro; e in quel modo che suole il vento dissipar l'aere
condensato, scuote anch'ella, movendo il riso, quell'umor fo-
coso e caliginoso che, dal soverchio affissar della mente gene-
randosi in noi, tardi il più delle volte e ottusi ci rende
[p. 766]

nel-
l'operare. Per questo non vi s'introducono se non persone private
con diffetti degni di risa, scherzi, giochi, intrichi di poco peso,
di curto tempo e d'esito giocondissimo. Tale ha dunque il
suo fine architettonico la comedia. Ma la tragedia per loro con-
trario richiama l'animo rilasciato (come s'è detto altrove) e
vagante, e però ha ella fini molto diversi, amendue dimo-
stratici nella Poetica d'Aristotile, dove egli la definisce, in
ciò molto più fortunata della comedia: l'uno è l'imitazione
di qualche caso orribile e compassionevole, e questo è lo stru-
mentale; l'architettonico è la purga che si fa del terrore e
della compassione, la quale come si faccia è molto necessario
d'intendere (chi vuol toccar con mano quel che si cerca...). So
che questo passo è dificile; e però intendo di trattarlo con
ogni modestia, non solo quanto alla cosa in sé, ma eziandio
quanto al rispetto che si convien aver di tanti valent'uomini,
che han durata molta fatica per dichiararlo. Tutto quello, che
'n ciò fa dubbio, pare a me che si riduca a due punti. L'uno è
per qual ragione voglia Aristotile che l'uomo si privi della
compassione, ch'è "cosa" tanto "umana", come disse il Boc-
caccio; e in verità, che 'l terrore s'abbia a purgare come affet-
to disordinato, che corrompe la virtù della fortezza, ha molto
del ragionevole o, per dir meglio, del necessario: ma spogliarsi
della pietà, chi può farlo senz'essere inumano? per modo che
la tragedia per questo solo meriterebbe d'esser come fiero e
scandaloso spettacolo aborrita. L'altro è come può stare che
le cose terribili purghino la paura, conciosacosaché non si ve-
de che le cose coleriche purghin la colera, ma l'accrescono,
e così le flemmatiche e l'altre di mano in mano; e però con
le viste di cose orribili e spaventose a chi è timido per natura
s'aggiungerà più tosto spavento, quantunque dicano alcuni che
anzi l'abituarsi nel veder cose orribili, come sangue, ferite e
morti, rende l'animo intrepido, e coll'esempio del soldato
concludono ch'in cotal guisa la tragedia purghi il terrore.
Il che forse si potrebbe concedere, s'ella rappresentasse
[p. 767]

gladia-
tori o sicari, ma ella è da ciò tanto lontana, che anche morti,
che son in lei, rade volte sottoppone agli occhi degli ascoltan-
ti, ma le fa raccontare, se ben alcuna volta i corpi morti pro-
duce in palco, com'Euripide fece nelle Fenisse (certissima
cosa è che Sofocle nol fa mai, che che si dicano alcuni: i
quali si han creduto che la morte di Aiace si faccia in vista
degli ascoltanti). Così dunque non può ella voler purgare,
percioché le viste truculente fanno ben gli uomini più crudeli,
ma non più forti, né la fortezza del soldato, quand'ella nasce
dall'abito di veder corpi morti, è virtù; e chi per altra via
non è forte, impropriamente si chiama tale, come quella
eziandio del nocchiero abituato nelle tempeste del mare, se-
condo che c'insegna Aristotile , non può dirsi vera fortezza.
Il veder dunque in altrui spesse volte la morte assicura bene
di praticare dove si muore, e per questo i carnefici e nei tem-
pi pestilenziali i beccamorti, che son persone vilissime in quel
loro esercizio, sono intrepidi più degli altri; ma non rende
gli animi forti, né purga il timor della morte; e che sia vero,
pochi sono i soldati, tutto che ogni dì veggano il sangue, che,
quando il pericolo della morte non è più in mano della for-
tuna, ma del nemico più forte, e già si veggono soprafatti,
stian saldi nella battaglia e non volgan le spalle, e quei pochi
che resistono sono forti non per abito di vista spaventevole,
ma per abito d'oggetto vertuoso. Vengo ora alla commisera-
zione, della quale più propriamente potrebbe dirsi che'l fre-
quentar le viste compassionevoli fosse cagione di consumarla;
ma io non so vedere com'altri possa privarsi di questo affetto,
senza spogliarsi d'umanità, che vuol dire farsi crudele, né
so come Aristotile il voglia, avendoci egli pur insegnato nelle
Morali che dobbiam compatire del male che ha l'amico. Or
queste sono le dificoltà che ci bisogna risolvere, volendo ben
intendere il modo con che il poema tragico purga. E prima
ch'altro s'intenda, è da sapere che la voce purgare ha due sen-
si: l'uno è di spegnere affatto (e'n questo l'usò il Boccaccio,
la dove e' disse: "I peccati, che tu hai infin all'ora della
[p. 768]

pe-
nitenza fatti, tutti si purgheranno" ); l'altro è di purificare
e mondare (e'n questo senso disse il Petrarca: "Vergine, i'
sacro e purgo / al tuo nome e pensieri e'ngegno e stile";
percioché quivi non vuole egli spegner l'ingegno, come il
Boccaccio intendea di spegnere i peccati, ma di sgombrarlo
d'ogni viltà e farlo in sua natura perfetto). In questo secondo
significato si dee prender il purgare in quanto all'arte della
tragedia, come altresì lo prendono i medici: i quali, quand'essi
voglion purgare, pogniam caso la colera, non è fin loro di
spegnerla o diradicarla in tutto dal corpo umano, ché cotesto
sarebbe un voler uccidere, e non sanare, levando alla natura
tutto un umore, ond'ella si serve al temperamento degli altri,
ma di levarne sol quella parte che, trabboccando fuor dei
termini naturali, corrompe la simetria degli umori, onde poi
nasce la'nfirmità. Non purga dunque il poema tragico gli
affetti suoi alla stoica, no, spiantandoli affatto da' nostri cuori,
ma moderandoli e riducendoli a quella temperie che può
servire all'abito vertuoso; anzi si serve dell'uno per medicina
dell'altro, percioché tanto è lontano che tutti i timori sien
viziosi, che anzi ve n'ha di quelli che sono i naturali fomiti
della virtù, com'è il timor dell'infamia. Parimente la commi-
serazione non è tutta buona, percioché, non servati i debbiti
modi, passa in tenerezza e mollizie, che snerva gli animi forti.
Han dunque bisogno questi due affetti d'esser purgati, cioè
riddotti a vertuoso temperamento, e questo fa la tragedia. Ma
se il purgare si considera come effetto della cosa purgante,
diremo che questi affetti purgano nel primo significato del
Boccaccio, percioché il buono intende di spegner e diradicar
affatto il cattivo. Se dunque il timore e la compassione pur-
gan gli affetti simili a loro, e dei timori e delle compassioni
altri son buoni, altri no, bisogna che noi veggiamo quali nella
tragedia sono i purganti e quali sono i purgati, e quinci ap-
parirà che non repugna alla natura loro il purgare e l'esser
purgato. E cominciando dal primo, dico che, sì come l'uomo
ha due vite, l'una dello'ntelletto e l'altra del senso, così può

[p. 769]

aver timor di due morti, circa le quali per testimon d'Aristo-
tile versa tutto'l terribile. Qual è dunque il terrore pur-
gante nella tragedia? Quel della morte interna, il quale, ec-
citato nell'animo di chi ascolta per l'imagine delle cose rap-
presentate, tira per la similitudine, che l'un timore ha con
l'altro, a guisa di calamita, il mal affetto peccante; onde poi
la ragione, ch'è natura e principio della vita dell'anima, ab-
borrendol come contrario e nemico suo, lo spinge fuori di sé,
lasciandovi solo il buon timor dell'infamia e della morte
interna, ch'è fondamento della virtù. Quando dunque il ter-
rore purga il terrore, non fa come se giugnesse colera a colera,
ma come la medicina, che, se ben ha similitudine occulta con
quell'amor ch'ella purga, in quanto al fine però gli è som-
mamente contraria, percioché l'una sana e l'altro corrompe;
così il terrore purga il terrore, conciosiacosaché niuna via si
può trovar, né più nobile né più certa, di non temer di morire
che'l dar vigore e spirito alla vita dell'anima, ch'è il senso
della ragione. Tutti gli altri sono vani argomenti, ché se delle
due vite l'interna è la più propria dell'uomo, non ha dubbio
che chi vivace la sente in sé, sosterrà prima di non essere
che di mal essere. In questo dunque consiste tutto il negozio
della tragedia, la quale, rappresentandoci quel terribile ch'è
nella morte dell'animo, c'insegna di non aver timor di quella
del corpo e fa sentirci di dentro la forza della giustizia; per
cagion della quale veggiamo i personaggi tragici, quando
son nell'animo tormentati, non sentire i tormenti del corpo
e non aver timore alcun della morte. Per questo gli scelerati
non hanno luogo nelle tragedie, percioché in essi è in tutto
mortificato il sentimento interno della ragione. Ma veniamo
agli esempi. Di che si duole Edipo nella tragedia di Sofocle
dopo il riconoscimento del parricidio e dell'incesto da lui
commesso? Di doversi privar del regno, della patria, d'esser
caduto dello stato reale e fatto di re mendico? No; e pure
queste sono percosse le maggiori e le più gravi che possa avere
chi altamente è nato. Ma egli non le sente, anzi prega che

[p. 770]

quanto prima sia condotto fuori della città, lasciando il regno
a Creonte, sì come a lui ricaduto per morte sua non naturale,
ma civile; né altra cosa il tormenta che il parricidio e l'in-
cesto, vedendosi caduto in quelle colpe tanto nefande e ab-
borrite da lui, che prima si sarebbe dato la morte che volon-
tariamente commetterle. Quest'orror, questa infamia, questa
disonestà l'occupa tanto, ch'egli si scorda d'ogn'altro danno;
questo dolore l'accora sì, che non sente la perdita degli occhi,
e parla delle sue pene interne, come se niuna parte avesse
offesa del corpo. Spettacolo che ci fa ravvedere delle nostre
infermità; e a coloro che temon tanto il morire fa chiara-
mente conoscere che la natura umana ha cosa più terribile
della morte, della quale, se pure si dee temere, di quella sola
dell'animo si ha a temere, poiché quella del corpo a paragon
di lei diventa quasi insensibile. Il medesimo documento ci dà
pur anche Sofocle nell' Aiace, tormentato sol dall'infamia,
nella quale a lui par d'esser caduto per la pazzia; la quale è
morte dell'anima che lo spinse a darsi la morte, non volendo
più vivere alla natura, essendo morto all'onore. Il medesimo
s'impara nell' Antigone e nell' Ifigenia, percioché per ben
adoprare, ch'è la vita dell'anima, l'una nel sepelir il fratello,
l'altra nel procurare il ben publico, non curano né il danno,
né il pericolo della morte del corpo. E così discorrendo per
tutte l'altre, si troverà che il terrore purga di questo modo il
terrore, se bene alcune più, alcune meno, secondo ch'elle o
per la favola o per l'artificio del poeta sono più e meno per-
fette. Qui potrebbe nascer un dubbio, percioché nel trattato
della fortezza Aristotile non riceve per atto virtuoso il darsi
la morte; onde si potria dire che la tragedia, insegnando di
cadere in peccato, non purgasse ben gli animi, ma più tosto
gli corrompesse. A questo obbietto si può rispondere in due
modi. L'uno è che il filosofo non riprende coloro che, per
fuggir l'infamia, o per coscienza del lor peccato, ma per non
sostenere o povertà o altra molestia del senso, si dan la morte;

[p. 771]

e se ben la nostra santa e vera e ben illuminata religione ra-
gionevolmente chiama peccato ogni morte, che per qualunque
cagione sia volontaria, nondimeno la gentilità, che non avea
questo lume, giudicò fatto illustre l'uccidersi o per la gloria,
come Cato, Bruto, Lucrezia, o, come Aiace appresso di So-
focle, per lavar col sangue la macchia che gli pareva d'aver
contratta per la pazzia. L'altra risposta è che la tragedia non
si serve dell'atto volontario di chi s'ammazza per imitar
un'opera vertuosa, ma per esprimere che tanto è il dolore del-
l'animo, che chi s'uccide non sente quello del corpo, e che la
nostra umanità patisce cosa che più le preme ed è più spaven-
tevole della morte. Ma passiamo all'altro affetto della com-
passione, la quale non è altro che dolore del mal altrui. Ma
questo male può essere in due modi, o del corpo o dell'animo,
e quinci nascono le due compassioni, buona e cattiva; percio-
chè la buona è quando noi ci attristiamo di chi s'afflige nel-
l' animo, perché troppo si sia compiaciuto nel corpo, e la cat-
tiva è quando ci attristiamo di chi s'afflige nel corpo, per aver
pace con l'animo. E'n ciò consiste la vera cognizione di que-
sto affetto, utilissimo, anzi pur necessario a tutta la vita umana;
perciochè altra diferenza non è tra il continente e l'inconti-
nente, che si può dire il campione della virtù contra il vizio,
se non che l'uno non ha compassione al corpo e l'afflige per
non aver tormento nell'animo, l'altro è tanto tenero verso
il corpo, che si lascia cadere nell'offesa dell'animo, ond'egli ha
poi l' angoscia del pentimento. Quinci è nato il proverbio che
"medico pietoso infistolisce la piaga"; ché s'egli usasse il
ferro e non avesse quella sciocca pietà di non dar pena all'in-
fermo, per poco male che gli facesse, il camperebbe da morte.
Il medesimo è nel soldato, il quale, s'è troppo tenero di se
stesso, fugge le fatiche e i pericoli; ond'è poi facil cosa ch'egli,
o lasciando gli ordini o volgendo le spalle, o altra cosa facen-
do indegna di lui, cada in infamia e sia poi degno di vera com-
passione. Così il padre, così il maestro, troppo indulgenti a'
figliuoli e a discepoli loro, così il giudice, così il principe trop-
po compassionevole nel punire son cagione di tutti i mali che

[p. 772]

commettono i trasgressori. Non si vuol dunque aver com-
passione dell'altrui pena del corpo, quando ella è giusta, ma
della colpa, quand'ella, conosciuta e sentita dal peccatore, di-
venta pena del suo peccato; percioché quella infievolisce l'a-
nimo compassionevole e questa il fortifica, quella il disolve e
questa l'unisce, quella il rilascia e questa il consolida; e non
ha dubbio che senza il sofferire e indurarsi contra le lusinghe
e le molestie del senso, astenendosi e sostenendo, non può
l'uomo conseguir l'abito ch'è suo proprio della virtù. E chi
compatisce in quel modo si dispone a sofferir nel corpo, per
non aver angoscia nell'animo. Quale sia dunque la compas-
sione che purga e che dee esser purgata, dalle cose dette di
sopra si può comprendere; e per non partirsi dal celebrato
esempio d'Edipo, considerate gli affanni suoi, i quali erano
di due sorti: altri del senso e altri della ragione. Chi è colui
che, vedendo quel re sì grande privato, cieco e sbandito(mali
non sentiti, anzi procurati da lui), non gli abbia dell'interna
cagione di quella cecità, di quella afflitta fortuna maggior
compassione che dell'estrinseco effetto? Chi non sente il me-
desimo nell' Aiace? E chi nell' Ifigenia d' Euripide, contem-
plando la fortezza di quella vergine nel disporsi a morire
per publico beneficio, non purga l'animo suo di quella tene-
rezza e viltà ch'è fomento dell'amor proprio? e non impara
per la virtù e per l'opere illustri d'espor la vita a' pericoli
della morte? Ho detto la mia openione, qualunque ella si
sia, d'intorno al modo con che mi pare che la tragedia purghi
gli affetti. Certa cosa è che questo è il suo fine architettonico
e principale, e che quanto una favola avrà più del terribile e
del compassionevole, sarà ella tanto più tragica. Per la qual
cosa, se l'esser tragico è alterabile qualità, che si può accrescere
e sminuire, come dai detti d'Aristotile s'argomenta, sarà in
man del poeta di far la favola più e meno tragica, secondo
che più e men di terrore e di compassione vi s'indurrà. Le
sommamente tragiche avranno i personaggi grandi, i nomi
veri, l'azion grave, i costumi, l'apparato, il decoro, la locu-
zione e la sentenza magnifica, il riconoscimento, la mutazione

[p. 773]

di fortuna e il fine calamitoso: tale è l' Edipo di Sofocle. Le
meno tragiche non hanno né riconoscimento, né mutazione
di fortuna; le molto meno mancheranno di fine calamitoso;
l'imperfettissime sono le doppie, l'episodiche e le non vere.
Dunque dal terribile e dal miserabile, più o meno purganti,
nascono i gradi delle tragedie. Il perfettissimo è tale per aver
tutte le parti che si ricercano a così fatta purgazione. Il se-
condo è men perfetto, percioché il riconoscere inaspettata-
mente alcuna sciagura, della quale non si temeva, e il cader
d'alta in bassa fortuna, accresce tanto di orrore e di com-
passione, quanto si vede nell'allegata favola dell'Edipo; e
però mancandone, purga meno. La terza è più imperfetta,
percioché non lascia negli animi degli spettatori quella fune-
sta impressione, che grandemente purga gli affetti,, se ben
con tutte l'altre parti prepara l'animo in modo che dal peri-
colo soprastante sente il terrore e la commiserazione, e purga
quegli affetti, ma molto meno assai delle prime. E nel vero
che manca all'Ifigenia che non sia tutta tragica, s'avesse
tragico il fine? Non è ella condotta sempre col grave, col
funesto? Non ben sospeso l'animo di chi ascolta? Non fa ella
creder che debbia seguir la morte di quella giovane? Non
purga il timor della morte, mentre per la salute publica e per
la religione quella vergine valorosa elegge di morire alla na-
tura, per non morire alla gloria, che secondo gli antichi fu
la vita dell'anima? La pietà parimente, che nasce dall'ani-
mo addolorato d'Agamenone e combattuto dal debito e dal-
l'amore, non purga in noi quell'affetto, insegnandoci che non
dobbiamo della gloriosa morte della sua figlia sentire alcuna
pietà? La qual commanda ella stessa che per lei non si pian-
ga, ma come vittima di Diana offerta per la salute pubblica
s'accompagni con pompa lieta e festosa. Qui m'è forza di
recar le parole medesime d' Agamenone, quand'ei risponde
alla moglie e alla figliuola in questo soggetto; percioché egli

[p. 774]

non solo quivi confessa, ma sente l'una e l'altra pietà, men-
tre, troppo tenero del suo sangue, ha nell'animo quel dolore
che, s'egli avesse minor pietà di se stesso, non sentirebbe. E
che sia vero, la sua figliuola, nella quale la pietà publica
superò poi l'affetto della privata, non sentì al fine dolore
alcuno della sua morte, essendo quella sua vera pietà purgata
dalle perturbazioni dell'amor proprio. Ma udiamo le parole
di lui, che serviranno mirabilmente per intelligenza di quanto
abbiamo detto di questo affetto:
che suonano in nostra lingua:
So quel ch'è di pietà degno e non degno,
amando i figli miei;ché se fosse altramenti,
5i' sarei stolto.
E'l por mano a quest'opra
m'è grave, o donne, e non m'è grave ancora,
e convien pur ch' i''l faccia

Ma passiamo all'altro grado imperfettissimo, percioché le
doppie hanno del comico, che repugna al terribile. L'episodi-
che sono della medesima natura, percioché in esse si frappon-
gono alcune parti disunite dal principal soggetto, che pertur-
bano l'unità della favola; onde l'animo di chi ascolta, distratto
in molte parti e allettato dal piacere di quella varietà, non s'af-
fisa alla contemplazione delle cose terribili e compassionevoli,
per trarne il frutto di quella purgazione ch'è fine della trage-
dia. Le non vere non hanno fede, che importa tanto a generar
quegli affetti, i quali grandemente s'imprimono, quando si sa
che le cose rappresentate sono accadute. Se dunque l'esser
tragico può, come s'è veduto, nei sopradetti gradi alterarsi,
non ha dubbio che può eziandio corrompersi e dileguarsi, in
modo che tragico non sia più, ma passi in un'altra spezie. E
perciò se nelle sue alterazioni alcuna cosa riceverà, che non
repugni agli affetti del terribile e del miserabile, sarà egli
tragico sempre, ancora che più e meno. Ma mescolandosi con
qualità contraria ai sopranominati affetti, sì come è il riso

[p. 775]

converrà che si corrompa la spezie e, mutandosi fine, si muti
forma, percioché dove si vuole il riso, non può star né pietà
né terrore, affetti oppositi, sì che l'uno distrugge l'altro. Se
dunque il riso corrompe la forma tragica, ditemi un poco:
quand'egli si troverà in soggetto, che non sia vile e plebeo,
e avrà quelle parti della tragedia che non son repugnanti al
ridicolo, che poema sarà? Tragedia no, percioché la forma
tragica è distrutta; e la difinizione di lei cel dimostra, la
quale è in tutto contraria al ridicolo. Ma né anche comedia,
che non riceve soggetto nobile e solo ci rappresenta imperfe-
zione e diffetti d' uomini vili e degni di riso; che'n tutto è
diverso dalla favola grande mista. Che sarà ella dunque, se
non un terzo partecipante di quelle qualità tragiche e comi-
che, che si possono unir insieme? Ma che fine avrà ella?
Eccoci alla decisione di quella dificoltà che ci ha mossi a far
sì lungo discorso. Dico dunque che, stanti le cose dette di
sopra, la tragicomedia anch'essa ha due fini: l'istrumentale,
ch'è forma risultante dall'imitazione di cose tragiche e comi-
che miste insieme, e l'architettonico, ch'è il purgar gli animi
dal male affetto della maninconia. Il qual fine è tutto comico
e tutto semplice, né può comunicare in cosa alcuna col tra-
gico, percioché gli effetti del purgare son veramente oppositi
in fra di loro: l'uno allegra e l'altro contrista, l'un rilassa e
l'altro ristringe, i quali moti dell'animo sono repugnantissimi,
conciosiacosaché l'uno va dal centro alla circonferenza e l'al-
tro cammina tutto all'opposito. E questi sono quei fini, o
messer Giasone, che, se voi chiamaste contradittori, avreste
una gran ragione, ma il fine istrumentale può esser misto,
percioché molte parti ha la tragedia, che, rimosso il terribile,
han virtù di produrre il diletto comico, in quella guisa che s'è
mostrato di sopra. Laonde concedendo Aristotile il diletto nel-
la tragedia, diletto con diletto facilmente s'accorda insieme.
E quale è il diletto tragico? L'imitare azion grave di persona
illustre con accidenti nuovi e non aspettati. Or lievisi il ter-
rore, che v'interviene, e riducasi al pericolo solo delle morti,
fingasi favola e nomi nuovi, e sia temprato tutto col riso:
resterà il diletto dell'imitazione, che sarà tragico in potenza,
ma non in atto, e rimarranno la scorza sola, ma non l'effetto,

[p. 776]

che è il terribile per purgare, il quale non si può inducere se
non con tutte le parti tragiche; altramenti la storia sarebbe
anch'essa tragedia, e v'è tra loro una gran diferenza, percio-
ché quella con la sua semplice narrazione non vuol purgare,
e questa col suo grave, coll'apparato, coll'armonia, col nu-
mero, con la locuzione magnifica e sontuosa e coll'altre tra-
giche qualità vuole indurre il terribile e il miserabile per
purgare. E però là dove dice Aristotile che sommamente
tragiche son le favole di fin mesto, ci volle aggiungere:
"quando queste son ben condotte" volendo dire che
tutte le rappresentazioni non producono effetto tragico, ma
quelle sole che sono accompagnate da tutte quelle parti che
ci concorrono. Consiste dunque il diletto tragico nell'imita-
zione di fatti terribili e miserabili, la quale per se stessa, come
dice Aristotile, è dilettevole. Ma non basta: bisogna che
l'altre parti ancora sien tali, se si vuol conseguir il fin di pur-
gare; altramenti non si farà tragedia se non equivocamente,
cioè fuor de'termini della sua difinizione dataci dal Filosofo.
Chi dunque vuol servirsi del fatto per non purgare il terrore,
il va temperando col riso e con l'altre qualità comiche, in mo-
do che, se ben fosse di sua natura terribile e miserabile, non ha
però forza di produrre né terrore né commiserazione, e molto
men di purgarla, ma resta con la sola virtù di dilettare imi-
tando. E sì come ogni cosa terribile non purga il terrore (ciò
si pruova nelle viste delle pitture quantunque orribili e spa-
ventose, e nelle cose della medesima qualità narrate simplice-
mente e senz'arte alcuna dramatica), così ogni rassomiglianza
del terribile non produce tragedia, s'ella non vien condotta
con l'altre necessarie parti che ci concorrono. E che sia vero,
quando Aristotile difende il Fior d'Agatone e l'altre di nomi
finti, non dice ch'elle purghino come l'altre, ma che dilettano;
percioché l'animo non si purga, s'egli non si contrista, non
essendo altra cosa il terrore e la commiserazione che dolore e

[p. 777]

tristizia, a cui repugna dirittamente il diletto; né il contristarsi
ha luogo, dove si rappresentan favole finte e cose ridicole. Se
dunque la tragedia diletta, ciò fa imitando, e fallo in quella
guisa con che si suol ingannare il fanciullo abborrente la me-
dicina, ugnendo l'orlo del nappo d'alcuna cosa dolce per al-
lettarlo a prender il salutifero beveraggio Dilettano le vi-
ste tragiche, ma lasciano al fine una mestizia grande nell'ani-
mo, la quale è quella che purga. E però a molti non piace il
poema tragico in sua natura, percioché tutti gli ascoltatori
non han bisogno di quella purga. E sì come l'età si mutano,
così i costumi si van cangiando: piacque prima nella sua in-
fanzia la tragedia tutta giocosa, e dopo alquanto tempo
dilettò grave; cominciò poi a piacere il primo diletto, e v'in-
trodussero al tempo de' Romani un'altra volta i satiri E
questa è la vera cagione delle diferenze e dei gradi, che sono
nelle favole più e men tragiche, percioché i poeti, vedendo i
gusti diversi degli ascoltanti, alcuna volta componevano fa-
vole col fin lieto, per rimettere in parte quella acrimonia.
Quinci agevolmente si lieva via quella contradizione che par
nei detti d'Aristotile, il quale, favellando della tragedia ter-
minante in felicità , dice che l'imperizia del teatro gli at-
tribuiva il primo luogo di dignità, e poco dapoi soggiunge
che quelle di fin mesto son riputate le più perfette; la quale
incostanza nasceva dai diversi umori degli uomini, percioché
tutti non hanno gusto di quel perfetto, senza che la maggior
parte degli ascoltanti si conducono a publici spettacoli per fine
di ricrearsi, e non di piangere o contristarsi. La medesima di-
versità in coloro che ascoltano, secondo che i secoli si sono
andati cangiando, ha diversificata altresì la comedia, la quale
anch'essa ha le sue diferenze; percioché sì come nella tragedia
il terrore più e men temperato constituisce i gradi del più e

[p. 778]

meno tragico, così il riso più e men disoluto fa la favola più
e men comica. Da principio non era oscenità o lascivia di sorte
alcuna che, per muover altrui a riso, non si rappresentasse li-
beramente e senza rispetto alcuno; tanto era in quella età
il gusto degli uomini avezzo a' piaceri dissolutissimi. Commin-
ciò poi a stommacare quella licenza tanto sfrenata e, moderan-
dosi a poco a poco, s'introdusse una forma di favola più mo-
desta, col riso più parco e con gli scherzi più moderati e con
le oscenità più coperte, con quella notabilissima diferenza che
si vede tra le comedie d' Aristofane e quelle di Menandro, e
tra quelle di Plauto e quelle di Terenzio. Le quali tutte
secondo i tempi loro furono buone, se ben le prime parevano
sfacciatissime meretrici e le seconde castissime e venerande
matrone. Nasce dunque tutta questa varietà, così tragica come
comica, dal teatro, sì come chiaramente mostra Aristotile nei
sopradetti luoghi della Poetica, ma molto più nell'ottavo della
Politica, dov'egli ci reca la diferenza ch'è tra gli spettatori
dotti e indotti, nobili e della plebe; alla natura dei quali dice
egli, però, che si deono accommodar gli spettacoli e l'armonie.
E veramente se le publiche rappresentazioni son fatte per gli
ascoltanti, bisogna bene che, secondo la varietà dei costumi e
dei tempi, si vadano eziandio mutando i poemi. E per venire
all'età nostra, che bisogno abbiamo noi oggi di purgar il ter-
rore e la commiserazione con le tragiche viste, avendo i pre-
cetti santissimi della nostra religione, che ce l'insegna con la
parola evangelica? E però quegli orribili e truculenti spetta-
coli son soverchi, né pare a me che oggi si debbia introdurre
azion tragica ad altro fine che per averne diletto. Dall'altro
canto la comedia è venuta in tanta noia e disprezzo, che, se
non si accompagna con le maraviglie degli intramezi, non è
più alcuno che la possa soffrire; e ciò per cagione di gente sor-
dida e mercenaria, che l'ha contaminata e riddotta a vilissimo
stato, portando qua e là per infamissimo prezzo quell'eccellen-
te poema, che soleva già coronar di gloria i suoi facitori.
Per sollevare adunque di tanta meschinità la comica poesia,

[p. 779]

che possa dilettare le svogliate orecchie dei moderni uditori, se-
guendosi le vestigia di Menandro e di Terenzio, che la inal-
zarono a decoro molto più del solito grave, si sono ingegnati
i facitori delle tragicomedie di mischiar tra le cose piacevoli
di lei quelle parti della tragedia che si possono accompagnare
con quelle della comedia, in tanto che conseguiscano la pur-
gazione della mestizia; argomentando, e non male, che sì come
i Romani antichi, per testimonio d'Orazio , introdussono i
Satiri, personaggi ridicoli, tra la severità della tragedia, come
dissotto si mostrerà, non per altro che per solazzo e ricreazio-
ne degli ascoltanti, così dee esser lecito a noi, per levar il fasti-
dio e l'abborrimento, che oggi ha il mondo delle semplici e
ordinarie comedie, di temperarle con quella tragica gravità
che non è contraria al fine architettonico di purgar la mestizia.
Ma per concludere oggimai quel che fu mia intenzione di
dimostrare, dico che, se mi sarà domandato che fine è quello
della tragicomedia, dirò ch'è d'imitare con apparato scenico
un'azione finta e mista di tutte quelle parti tragiche e comi-
che, che verisimilmente e con decoro possano star insieme
corrette sotto una sola forma dramatica, per fine di purgar
col diletto la mestizia degli ascoltanti; in modo che l'imitare,
ch'è fine istrumentale, è quel ch'è misto, rappresentando egli
cose comiche e tragiche giunte insieme, ma il purgare, ch'è
fine architettonico, non è se non un solo, riducendosi il misto
delle due qualità sotto un soggetto solo: di liberar gli ascol-
tanti dalla malinconia. E sì come nei misti naturali, ancorché
in essi tutti quattro si trovino gli elementi rintuzzati, come s'è
detto, resta però sempre in ciaschedun di loro una particolare
qualità, o di questo o di quello, signoreggiante, ch'avanza
l'altre e verso quello che l'è più simile più l'inchina, così nel
misto di che parliamo, se ben le parti di lui son tutte tragiche
e comiche, non è però che la favola non possa avere più del-
l'una che dell'altra qualità, secondo che piace a chi la com-
pone, purché si stia nei termini che di sopra si sono detti.
L' Anfitrione di Plauto ha più del comico, il Ciclope d'Euripide

[p. 780]

ha più del tragico: non è, però, che non sieno ambedue
tragicomedie, poiché niuna di loro ha per fine di purgare il
terrore e la commiserazione, che non può star dove è riso,
disponente gli animi a dilatarsi, non a ristringersi. E se si di-
cesse che nel Ciclope il riso è in modo d'episodio, che non può
alterar la forma tragica, i' direi che sia o non sia poco m'im-
porta, bastando a me che riso non possa stare in favola tra-
gica, repugnando alla sua definizione; e però se ben fosse
episodio, non si dee dire che'l Ciclope sia tragedia, avendo
episodi repugnanti e contrari al fine e forma della tragedia,
e però quella favola è tragicomica. Resta per fine di tutto que-
sto discorso la risoluzione d'un dubbio solo, che potrebbe
esser mosso da chi va cercando il nodo nel giunco. E questo
è che, stanti le cose dette di sopra, può parere che il poema
dramatico, purgando gli animi come fa, sia molto più morale
e politico di quello che ho mostrato di sopra ch'egli non è.
A che rispondo che quanto ho detto è verissimo, perciochè,
chi purga, non insegna i costumi, ma tempera gli affetti; e se
ben poi da questi temperati seguita che i costumi s'imparino,
non è però una medesima cosa il purgare e l'insegnare, per-
ché tra loro è quella diferenza ch'è tra l'educatore e il filo-
sofo. Ho detto dunque che il poema dramatico diletta e gio-
va, perché dispone, e non perché insegni; ma non giova in-
segnando i costumi rappresentati nei personaggi, ma dispo-
nendo, o col terrore o col riso, gli animi a quel tempera-
mento, ch'è utile a chi vuol apprender buoni costumi e bene
operare. Non è dunque un mostro la tragicomedia, come voi
dite, ma poema fatto con arte: tali per avventura dovevano
esser le favole di Rintone di cui tra' Greci Suida e Ateneo,
tra' Latini Donato sopra Terenzio e altri moderni e letterati
scrittori fan menzione, ma più di tutti a mio proposito Ste-
fano, in quel suo compendio della città, così ne parla: " Rinton?
Tarantinos, fluax, ta tragika metarruthmizon es to geloion?"; che

[p. 781]

vuol dire in nostra favella: "Rintone di Taranto, fliace, che
vuol dire ebbro, trasformò nel ridicolo la tragedia". Questo
luogo volentieri vi ho recato, acciocché per esso si conosca
quel che dianzi vi fu accennato: che le tragicomedie sott'al-
tro nome dagli antichi furon usate, e forse con molto men
discreta maniera, percioché, secondo che si comprende dalla
parola "?fulax ", il riso doveva esser assai dissoluto. Voi mi
direte che Rintone fu pazzo e che da lui non si dee prender
esemplo; e io vi rispondo due cose: l'una che basta a me di
avervi fatto vedere che di cotali poemi se ne sono e fatti e usa-
ti, e che scrittori di molta autorità ne han favellato, contra
quello che voi scrivete; l'altra che, se ben Rintone fosse da voi
spacciato per mal poeta, non è però stato fin qui da niuno an-
cor tenuto per tale, né la sua novella poesia biasimata se non
da voi, che siete il sindaco di Parnaso. Voi forse soggiugnerete
che, se costui e le sue nuove favole fossero state in pregio, non
le avrebbe Aristotile preterite. Ma voi avete a sapere che
l'Ilarotragedia di Rintone, che fu così chiamata per esser favola
allegra, non fu introdotta se non dopo la morte d'Aristotile,
percioché quel poeta, per testimonio di Suida, fiorì nel tempo
del primo Tolomeo, e allora non era vivo Aristotile. Tali dun-
que dovevano essere quelle favole qual è oggi la tragicomedia,
e tali furono senza fallo le satire, prima che la tragedia si
riducesse a quella severità, nella quale dice Aristotile che
dopo una lunga mutazione si riposò; inventore delle quali
fu Pratina, al tempo d'Eschilo, suo concorrente, e di cinquanta
favole, che compose, trentadue ne furon satiriche. E voi vo-
lete difendere che la tragicomedia sia spezie di poema non
mai più inteso? Udite quel che ne dice Orazio:
mox etiam agrestes Satyros nudavit et asper
10incolumi gravitate iocum tentavit, eo quod
illecebris erat et grata novitate morandus
spectator functusque sacris et potus et exlex.

[p. 782]

Verum ita risores, ita commendare dicaces
conveniet Satyros, ita vertere seria ludo,
15ne, quicunque Deus, quicunque adhibe [bi] tur heros
regali conspectus in aura nuper et ostro,
migret in obscuras humili sermone tabernas.

quali versi, trapportati in nostra favella, voglion dir questo:
Ci fe' poi anco i Satiri selvaggi
veder ignudi, e tra le cose acerbe,
20salva la gravità, tentò gli scherzi.
Perché fornito il sagrificio, e tutto
già pien di vino il veditore e sciolto
con quegli allettamenti e col piacere
si dovea trattener di cose nuove.
25Ma si vuol onestar con tal decoro
il riso di quei Satiri mordaci;
così la gravità mischiar col giuoco,
che qualunque tra lor si rappresenta
o nume o semideo, che dianzi d'ostro
30regalmente si vide ornato e d'oro
ignobilmente non favelli, in guisa
che sembri uom di taverna oscuro e vile

Che vi pare, messer Giasone? Si può egli meglio
esprimere la natura e l'arte della tragicomedia di quello che 'l
vostro Orazio l'ha nell'antica satira espressa ? Non siete voi ora
chiaro, con l'autorità di colui di che vi siete servito a farvi
beffe di Plauto, che con la gravita si può congiungere il riso
e temperargli in quel modo che io v'ho divisato di sopra?
Non siete voi convinto che dei e semidei si posson introdurre
in favola che non sia tragica? E se ciò voi non potete negare,
come vi basta l'animo di dire che le tragicomedie, che sono
appunto sì fatte, sien opere mostruose? Se la satira è mista
di due nature tanto contrarie, quanto è il ridicolo e'l grave,
e pure fu poema degno dell'applauso di Roma non che delle
leggi di Orazio, perché il misto della tragicomedia sarà com-
ponimento sproporzionato, senz'arte e senza giudicio? Ma
prima che io passi ad altro, voglio saldar con voi, accioché non
vi resti da vaneggiare, questa partita. Voi mi potreste dire:
E perché dunque non le chiami tu satire più tosto che
tragicomedie?. Perché le satire son troppo dissolute, e non
han quel decoro che a moderata favola si richiede. Il nome
di tragedia sarebbe vizioso, perché si caderebbe in tutti que-
gli errori da voi alla tragicomedia imputati, percioché non
dee scriver tragedia chi non ha per fine il terrore. Molto men

[p. 783]

di comedia merita il nome, conciosiacosaché le comedie non
sien capaci di persone grandi. Che altro nome ci resta dun-
que, volendo propriamente chiamarla, se non quello che com-
prende l'una e l'altra natura, ond'ella è composta? La novità
del nome vi dà fastidio: ch'importa a voi ch'ella sia chiamata
più in un modo che in un altro, purché quanto alla tessitura
non mi possiate negare, come nel vero voi non potete, ch'ella
sia misto ragionevole, e non, come voi dite, sproporzionato?
E se Dante s'assicurò di chiamar il suo poema Comedia, che
dalla forma comica è sì lontano, perché non sarà lecito a
poeta scenico di chiamar un misto di due nature sceniche col
nome misto di tragicomedia? E se Rintone, allegato di sopra
chiamò la sua col nome d'Ilarotragedia, che vuol dire tra-
gedia allegra, perché non si potrà, seguendo l'esempio suo,
formar in lingua nostra "tragicomedia", che vuol dire il
medesimo, cioè tragedia lieta, o se volete, più tosto comedia
grave? E se finalmente Plauto l'introdusse, perché non è
permesso agli altri d'usarlo? Voi mi direte che Plauto è un
poetastro, e io vi dico che Plauto ha più di mille e settecen-
t'anni, e voi nasceste pur ieri. Or vengo all'autorità di Platone
addotta da voi, alla quale mi par che sia risposto a bastanza
con le cose dette di sopra. Ma non so se vi siate accorto d'aver
allegato il secondo libro della Republica in luogo del terzo
Concediamvi che secondo la dottrina platonica non si possa
ben imitare in un medesimo tempo, come voi dite, due cose
a vostro modo tanto contrarie, come sono la tragedia e la
comedia; percioché, mentre l'imitatore dell'una è occupato
in quella, non può attender all'altra, né mentre un tragico
veste la persona d'un re e ha nell'animo conceputo cose ter-
ribili e truculente, non può subito trasformarlo nelle piacevo-
lezze e nel riso della comedia. Ma il facitore delle tragico-
medie, che non vuol esser né tutto tragico né tutto comico,
ma d'ambedue loro, come s'è detto, scegliere quelle parti che
non repugnano insieme e far un misto, come la satira, il può
ben fare. Dunque vi si risponde che nella pura tragedia e
pura comedia è vero quel che dice Platone, percioché nell'una
sono cose repugnantissime all'altra, in modo che uno stesso
imitatore non può far bene insieme cose tanto contrarie; le

[p. 784]

quali, percioché nella tragicomedia sono rimosse, vien anche
necessariamente a rimuoversi la difficoltà di trattar bene e
felicemente le parti, che restano in quel misto; e compatiscono
insieme sotto una forma e una spezie così distinta dalla tra-
gedia e comedia, che il tragicomico è facitore d'una sola azio-
ne e d'una favola sola, che non ha in sé repugnanza o con-
tradizione di sorta alcuna. Vi potrei dire di più: che Platone
non ha posto per impossibile, ma per difficile il rassomigliar
ben l'una e l'altra; e che sia vero, egli soggiunge che se nella
republica da lui formata capitasse alcuno tanto eccellente, che
sapesse imitar ogni cosa, l'inchinerebbe come cosa santa e
mirabile, ma non per tanto gli darebbe ricapito. Tanto e ragio-
nevolmente detestava egli quella peste d'ogni governo che 'n
voce greca si chiama " polupragmoneia ",che vuol far ogni
cosa, e quell'ambizioso che da lui vien detto " diplous aner kai
pollaplous ",per cagion de' quali uomini così fatti, volen-
dogli esterminare dal suo comune, avea intrapreso il trattato
dell'imitazione, e conseguentemente della tragedia e comedia.
DENORES
Or se non è possibile che uno istesso imitator pos-
sa far due diversi poemi separatamente, quanto meno sarà pos-
sibile rinchiudergli anco in un corpo e acconciargli in guisa
che si comporti insieme l'uno con l'altro.
VERRATO
Voi parlate per modo che par quasi che sia pro-
vata da voi la proposizione, di che volete servirvi a far l'ar-
gomento dal meno al più. E dove provaste vo' mai che uno
stesso imitatore non possa far separatamente due diversi poe-
mi? Nella particella antecedente avete sillogizato tutto il
contrario, cioè che non si possa insieme e in un tempo mede-
simo. Se questa conclusione è tratta dalle cose antedette, co-
testa vostra è una strana loica, messer Giasone. Ma se per
nuovo argomento ve ne volete servire, bisognava prima pro-
varla, e poi di quella sillogizare, percioché supponete una cosa
ch'è falsa, non che dubbia, e di quella vi volete sentire a pro-
varne una ch'è certa; e voi l'avete provata dianzi con
[p. 785]

l'auto-
rità di Platone, il quale non ha mai detto che separatamente
non si possa in diversi tempi rassomigliar due cose contrarie,
anzi egli usa questa parola " hama?" e voi medesimo avete
detto: "insieme, nel medesimo tempo e nell'istesso momen-
to". Né d'altro modo può dirsi, percioché non so vedere che
cosa impedisca che non si possa fare una tragedia e con inter-
vallo di tempo altresì una comedia. "Dificilmente, direte,
per quell'abito già contratto che vi s'è detto di sopra". E io
vel concedo, ma non impossibilmente; e quanti poeti tragici
scrissero ancor comedie ? De' Greci Teleste, Callimaco, Rin-
tone; de' Latini Livio Andronico, Ennio, Nevio e Lucio Va-
rio. E Omero non compose l' Iliade e Odissea, poemi gravi,
e il Margite tutto piacevole? Questo medesimo credette Platone
ra, come si vede nell'allegato luogo di sopra, là dove
presuppone potersi dare un imitator di tutte le cose, non che
di due poemi, che per testimonio del medesimo filosofo, chi
ben intende le sue parole, non sono tanto contradditorie, quan-
to le fate voi. Pecca dunque il vostro argomento e nella scorza
e nel midollo, percioché tanto è lontano che l'una e l'altra
proposizione vostra sia impossibile, come voi dite, che anzi
l'una e l'altra è possibile, se ben la prima più dificile della
seconda; percioché e un poeta medesimo può imitare in di-
versi tempi due cose e puossi in un medesimo tempo imitare
un'azione mista, il che disopra vi s'è provato tanto a bastanza,
che soverchia cosa sarebbe l'affaticarvisi più.
DENORES
Dal che ne segue che la favola della tragicomedia
necessariamente non sia semplice, ma doppia, al contrario di
quel che si richiederrebbe, e comprende in sè non pur due fa-
vole della medesima natura, ma due favole opposite diritta-
mente: l'una delle persone private, che per sua natura deve

[p. 786]

finir in allegrezza, e l'altra delle persone illustri, che per sua
natura deve finir nell'avversa fortuna.

VERRATO
Senza fallo la conseguenza sarebbe buona, se 'l
presupposto fosse buono, che la tragicomedia sia composta
d'un'intera tragedia e d'una intera comedia; ma, stante il
mio, come di sopra vi s'è detto, verissimo fondamento, ch'ella
sia un misto d'una sola favola e forma, la conseguenza è si-
mile al presupposito. Ma qui bisogna che c'intendiamo. Favola
doppia in molti modi prender si può: doppia in quella guisa
ch'è l' Andriae molt'altre di Terenzio, e doppia come son
quelle che rassomiglia Aristotile all' Odissea. Se voi parlate
del primo modo, dico che voi errate a dire che così fatta
favola non sia buona, percioché, se ben è doppia di fatti, è
però una di favola e di testura, diventando in essa l'un di
que' fatti episodio dell'altro, l'un accessorio e l'altro principale,
sì come è l' Andria. Ma se voi parlate della seconda, l'universa-
le è vera, che le favole doppie, com'è quella d'Oreste, non è
forma di tragedia eccellente, ma di tragedia, però, che cerchi
il diletto della comedia; e questa è dottrina aristotelica, per
modo che, quando anche la tragicomedia fosse doppia in quel
modo, non sarebbe mal fatta, sì come quella che non cura, né
fa professione di forma tragica. Ma ben vi dico che le tragi-
comedie non sono di quella sorte che voi le descrivete, percio-
ché elle hanno un fin solo: e quel sempre lieto e giocondo, e
non, come presupponete voi, parte allegro e parte funesto. Ari-
stotile dunque biasimò la favola doppia in quanto tragedia,
ma in quanto tragicomedia non si può biasimare co' suoi prin-
cipi; la quale non cerca il fin tragico di purgare il terrore,
come di sopra vi s'è mostrato, talché quello, ch'è peccato nella
tragedia purgante il terribile, non dee esser nella tragicomedia,
purgante la mestizia: l'una ha nel fine solo il comico accom-
pagnato col tragico, l'altra l'ha nel mezo e nel fine costan-
temente comico, senza compagnia d'alcuna tragica vista che
produca il terribile.

[p. 787]

DENORES
Pertanto se in una comedia non si permette che
due azioni e ambedue di persone private, che conseguono il
medesimo felice esito e che non sono contrarie, siano mesco-
late insieme, del che è stato grandemente ripreso Terenzio,
che dall'Andria e dalla Pyrinthia di Menandro abbia fatta
l' Andria sola, cioè l'azion di Pamfilo che ama Glicerio e
l'azion di Carino che ama Filomena, quanto meno si con-
cederà che sia mescolata una favola comica con un'altra tra-
gica, che sono fra se stesse dirittamente contrarie?
VERRATO
Siete pur anche sui presuppositi non provati e,
quel ch'è peggio, falsissimi. Chi dice, per vita vostra, altri che
voi ch'in una favola comica non si possa mescolar due sog-
getti, quand'uno è innestato nell'altro come episodio? Qual
autore antico o moderno? Non si permette: e da chi?
Proferite un poco l'autore di cotesto decreto: chi parla così
assolutamente bisogna che abbia o gran ragione o grande
auttorità. Non si permette: e io dico che si permette.
Vorrò vedere perché'l mio sì non vale quanto voi vi credete
che vaglia il vostro no. Il mio sì è difeso dal consenso di tanti
letterati e dall'uso di tanti secoli, ma il vostro non sarà difeso
dal niente, e niente sarà. Io vi sento fin di costà esclamare che
Terenzio medesimo confessa che di ciò fu ripreso fin a' suoi
tempi. E io vi dico che non è vero: se voi allegate il prologo
dell'Andria per argomento di questo, vi dico ch'è mal inteso
da voi. Non accusavan Terenzio della favola doppia, come voi
dite, e d'aver accompagnati insieme gli amori di Panfilo e di
Carino: sì fatti sensi non si pon trarre dalle parole di lui; ma
ch'egli non avesse sinceramente traportata nella favella Ro-
mana l'Andriadi Menandro, per averci interserita una parte
della Perinthia. E questo non fu l'amore d'alcuno di que'
giovani, ma il ragionamento che nella prima scena si fa tra
Sosia e Simone, il quale nell'Andria parla da sé, ma nella
Perinthia ragiona con la sua moglie. Così dichiara Donato,
e così si dee intender quel luogo, il sentimento del quale è
troppo chiaro da sé. Adio, messer Giason, io so che non bi-
sogna dormire col fatto vostro. Chi non fosse stato ben av-

[p. 788]

vertito, voi la piantavate bella e fiorita. Ma credete voi che,
quando cotesto fosse pur vero, mi fosse mancato mezo per
difender Terenzio? Appunto v'avrei risposto com'egli fece a
malevoli suoi: "faciunt nae intelligendo, ut nihil intel-
ligant". Così sarete il ripreso voi, non Terenzio; e quel
che'mporta più, egli sarà sempre Terenzio, e voi sarete
pur voi.
DENORES
Oltre ciò, in quanto anco all'elocuzione, la co-
media deve esser scritta con la idea del dir tenue e umile, con-
veniente alla qualità delle persone che in essa sono introdotte,
e la tragedia con la idea del dir magnifica e grave Or come
è possibile adattar bene una composizion con idee di dir in
tutto opposite e contrarie, che per loro natura, per ragione, per
giudizio di Demetrio Falereo non possono esser congionte
in un istesso corpo, né in una stessa composizione?
VERRATO
E chi vi nega cotesta regola volgatissima dello
stil grande nella tragedia e del dimesso nella comedia? Ma
avvertite che molta diferenza è tra lo stile della comedia
vecchia e quel della nuova; percioché quella, ch'era tutta
piena di maladicenza e di riso, era tessuta d'una forma di
favellare, se ben purissimo, nondimeno assai umile, com'è
quel che si vede nelle comedie d' Aristofane. Ma questa, assai
più grave e modesta, ebbe anche lo stile più nobile e men
volgare, come fu quel di Menandro, e appresso a' Latini quel
di Terenzio, del qual parlando Donato, dice così: Illud
quoque inter terentianas virtutes mirabile, quod eius fabulae
eo sunt temperamento ut neque extumescant ad tragicam

[p. 789]

celsitudinem, neque abiciantur ad histrionicam. Non è
dunque sempre l'idea del comico tanto tenue, per dir a
vostro modo, e bassa quanto la fate, percioché, dopo che fu
introdotta la comedia nuova, e massimamente appresso Latini,
molte spezie ve n'ebbe, l'una più e meno degna dell'altra. Le
tabernarie e le mimiche furono così dette dalla bas-
sezza dell'argomento e dal contraffar cose sordide; le toga-
te e le pretestate dalla dignità e orrevolezza delle persone
da loro rappresentate presero il nome, e però si vestivano an-
cora di locuzione assai più ragguardevole che non era quella
delle men nobili. Ora con così fatte premesse venghiamo al
vostro argomento. Voi dite: Com'è possibile adattar bene
una composizione con idee di dir in tutto contrarie?. E io
dico a voi: com'è possibile parlar con tanta inconstanza? Se la
tragicomedia è una (come ora voi confessate pure), come sarà
ella doppia, composta di tragedia e di comedia, in quel modo
che dianzi nella nona particella avete detto? Percioché, s'ella
è parte tragica e parte comica, come voi volete che sia, per-
ché vi meravigliate che abbia stili contrari, se son contrarie le
favole? Ma s'ella è una, come voi dite qui, datele il nome, es-
sendo che la parola composizione è troppo generale e si confà
con tutte le poesie d'ogni spezie. Su, che sarà ella, se pur è
una? Gran cosa è questa, che, quando vi torna bene, la faccia-
te doppia; or che vi mette conto che non sia tale, la fate sem-
plice. Certamente avreste ragione, se la tragicomedia, essendo,
com'è nel vero, una, avesse due stili tra loro oppositi e repu-
gnanti; e s'ella fosse composta di tragedia e comedia e usasse
stili diversi, l'error sarebbe nella favola mal tessuta, e non
negli stili variati. Hovvi detto, e vel replico, che la tragico-
media è una e ha una forma sola da per sé, la quale per esser
mista, come di sopra vi s'è mostrato, riceve ancora una idea di
dir mista. E sì come il vostro Demetrio Falereo dice bene che
le due forme, ch'egli chiama iskhnon kai megaloprepen , cioè
dimessa e magnifica, non si possono mescolar insieme, così

[p. 790]

afferma che l'altre due, glafuros kai deinos? cioè la
polita e la grave, il possono far con l'una e con l'altra; per
modo che il facitore della tragicomedia, quando pure vi con-
cedessi che le due prime non mescolasse, non mi potreste ne-
gare che dell'altre due non avesse a fare a suo modo. La sua
propria e principale è la magnifica, la quale, accompagnata
con la grave, diventa idea della tragedia, ma mescolata con
la polita fa quel temperamento che conviene alla tragicomedia,
percioché, trattandosi in essa di persone grandi e di eroi, non
conviene favellar umilmente; e perché nella medesima non
si vuole il terribile e l'atroce, anzi si fugge lasciando da
parte il grave, prendesi il dolce, che tempera quella gran-
dezza e sublimità ch'è propria del puro tragico. Così lodava
Donato, come vi diceva pur dianzi, il giudicio e l'arte di
Terenzio, il quale avea sì ben saputo tenersi per meno a co-
teste due forme tanto contrarie. Oltre di ciò credereste vo'
mai che gli stili fosser a guisa delle campane? che fuor di
quell'ordinario zotico tuono, che loro diede l'artefice, non
son atte a far alcun verso più e men grave, o più e meno acuto
di quello che sempre fanno? Messer no, ma sono come le spi-
ritose e arrendevoli corde del musico stormento, le quali,
benché tutte abbiano il tuono loro particolare, non è però che
in quello ordinamento non sieno più e meno, secondo che
piace al musico, intense o rimesse. L'ipate senza dubbio
non sarà mai la nete, né questa sarà mai grave né quella
acuta, ma l'una e l'altra suona più e meno, secondo il biso-
gno, grave e acuta; né con questa loro pieghevole alterazione
escono però mai dei termini loro, in modo che l'ipate non sia
sempre corda del grave e dell'acuto la nete Nel medesimo
modo si maneggian gli stili: né perché il magnifico si rimetta,
rimarrà per questo d'esser magnifico, né perché il dimesso
s'aiti, passerà ne' confini del grande. Ma voi direte: Io ne

[p. 791]

vorrei un poco di pratica. Son contento, ancorché queste
cose sono assai più agevoli da esser poste in esecuzione da buon
poeta, che insegnate da chi che sia. E credete a me che la
dottrina degli stili e della locuzione poetica consiste in pratica
molto più che'n teorica, e que' precetti universali, che se
ne dànno, giovano tanto poco, ch'è cosa grande; e solo il può
saper chi viene all'atto pratico. Ma proviamci di sodisfarvi.
Avete a sapere che, sì come la corda grave e acuta nelle loro
maggiori e minori intensioni van discorrendo per gradi, che
tuoni sono chiamati, così gli stili passano per alcune parti del-
l'orazione, che, ricevendogli più e meno, gli rendon tali. Que-
ste sono la sentenza, il metodo, la figura, la locuzione, la
testura e il numero. Da queste parti risultano gli stili, in quella
guisa che dalla fronte e dagli occhi e dalla bocca e dal mento
e dall'altre parti del volto umano risulta la sembianza, in altri
virile e grave, in altri molle e dimessa, e in alcuni altri tem-
perata dell'uno e dell'altro. Or come fa il tragicomico nel
temperar il suo stile? Certamente non farà, come voi accen-
nate, [congiungendo] la sentenza, o la figura della forma su-
blime, e la locuzione e'l numero del dimesso; ma moderando
la gravità della sentenza con que' modi che la sogliono far
umile, e altresì sostenendo l'umiltà d'alcuna o persona o sog-
getto, di che egli tratti, con un poco di quella nobiltà di fa-
vella ch'è propria della magnifica, va facendo una idea, secon-
do la soggetta materia, né tanto grande che sormonti alla
tragica, né tanto umile che s'accosti alla comica; e così discor-
rendo nell'altre parti, andrà con le contrarie qualità dolcemen-
te temperando la sua testura. Né questa è mia dottrina, messer
Giasone, ma di Ermogene, famoso artefice degli stili; fa-
vellando egli delle vaghe e belle misture, che hanno fatto e
Demostene e Senofonte e Platone, dice che gli stili si mesco-
lano insieme a guisa dei colori, e che sì come dal bianco e dal
nero, che sono tanto contrari, si forma un terzo colore, ch'egli
chiama faion (e fosco diremo noi), così dalle contrarie

[p. 792]

forme del dire nascono i misti, che vaga e ragguardevole ren-
dono l'orazione; soggiugnendo che non bisogna meravigliarsi,
se l'una idea communichi in qualche parte con l'altra e con
alcun'altra non si confaccia, dandone esempio dell'uomo, il
qual tutto'nsieme è molto diferente da tutti gli altri animali,
ma nell'esser mortale è però simile a molti, e nell'aver intellet-
to e ragione ha con gli iddii alcuna cosa comune. Voi inten-
dete, messer Giasone: quella mistura, che pare a voi mostruo-
sa, a due famosi retori greci par leggiadrissima. E però con-
tentatevi di concederlo al facitore delle tragicomedie, se per
testimonio d' Ermogene l'han fatto le più famose lingue e le
più scelte penne di tutta Grecia.

DENORES
E in ciò non deve punto valer l'autorità di Plauto,
che la compose, se però volse egli formar una tragicomedia,
non essendo egli stato mai stimato per la osservazion dell'arte,
ma solamente per la proprietà della lingua latina.
VERRATO
E donde nasce il vostro dubbio, se Plauto abbia
voluto o no formar una tragicomedia, dicendolo egli stesso
nel prologo del suo Anfitrione? Chi ha trovato cotesto nome,
se non egli stesso? Ma chi ha detto a voi che Plauto non sia
stato tenuto in pregio per l'arte comica? Che parlar è cotesto
vostro licenzioso di poeta per tanti secoli annoverato da tutti
gli approvati scrittori per uno de' tre prencipi della comedia
latina? Dunque a voi, dico, a voi basta l'animo di pronunziare
una così assoluta sentenza contra Plauto, che ha l'applauso
universale di tutti i letterati del mondo? A voi solo fra tanti
basta l'animo di notarlo per mal poeta, senz'addurne autori-
tà o ragione di sorte alcuna?
DENORES
Onde Orazio grandemente riprende e tratta da
persone prive di giudicio coloro che lo leggevano e lo lo-
davano.
VERRATO
Cotesto non ha mai detto Orazio, messer no; e
se in luogo alcuno parlò mai dell'arte di Plauto, ne parlò in
modo che si può prender in buono e onorato senso per lui.
Ma non so dove mai abbia trattato Orazio da persone prive di
giudizio coloro che il leggevano e approvavano. Voi nol do-
vete aver letto, e di ciò favellate, come in molti altri luoghi,
poco consideratamente. So bene che nella sua poetica
[p. 793]

ripren-
deva gli antichi, perché stimarono troppo i numeri e le face-
zie di Plauto, ma quivi non parla punto dell'arte. Le parole
son queste:
At vestri proavi plautinos et numeros et
laudavere sales, nimium patienter utrunque,
35ne dicam stulte mirati.

Nel qual luogo dove domin si parla d'arte? Perché se
Orazio favella solo dei numeri e dei motti, volete voi allegare
cotesto luogo per argomento di biasimo nell'altre parti ?
Dunque, se Euripide non valse nell'ordine che vien chiamato
da Aristotile iconomia, s'avrà secondo voi da far conseguenza
che nel resto egli non vaglia nulla? Ma che direste se quella
openione d' Orazio non fosse così conforme al giudizio di chi
non valse meno di lui ? Udite il padre della latina eloquenza,
quel che sente delle facezie di Plauto: Duplex omnino est
iocandi genus: unum illiberale, petulans, flagitiosum, ob-
scaenum; alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum:
quo genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua
comedia, sed etiam philosophorum....
DENORES
In questa contesa disputerei più a lungo, se io
credessi che fosse dubbiosa appresso persone solite a rapportarsi
alla ragione e alla Poetica di Aristotile, che non è fondata in
altro che nella ragione.

VERRATO
Per Dio sì, che ve ne siete servito voi molto bene,
non avendo provato, né con autorità né con ragione, maladet-
ta cosa che detta abbiate. E però fate bene a non passar più
avanti, ma molto meglio avreste fatto a non entrarci; percio-
ché non avete parlato mai contra la tragicomedia, ma contra
un poema, che non è in rerum natura, composto di due
favole, l'una tragica e l'altra comica, appiccate insieme come
s'inchioda un'asse con l'altra. Bisognava prima intendere
che cosa era quella di che pensavate di favellare, e poi dirne
male, messer Giasone, se potevate. Or passiamo all'altra parte
della vostra censura.

[p. 794]

DENORES
La pastoral ancor essa patisce molte opposizioni;
e si può dir che sia una certa composizion volontaria fuor de'
principii già statuiti e delle regole de' filosofi morali e civili
e de' legislatori e governatori delle republiche, non essendo
di alcun beneficio a coloro che vivono nelle città, ed essendo,
per quel che segue, senza alcun fine utile: il che non deve man-
car giamai da que' componimenti che si recitano in publico
a'cittadini di alcuna ben ordinata republica.
VERRATO
Non intesi mai più che le composizioni poetiche
si distinguessero col termine di volontario. Datemi un
poco ad intendere, per vita vostra, quali sono poi quelle che
volontariamente non sono, percioché io, che vo filosofando
così all'antica, ho creduto sempre fin qui che gli abiti dello
'ntelletto non si distinguano con le diferenze del volontario.
Ma ogni dì s'impara, e a nuova filosofia, com'è la vostra, con-
vengono eziandio nuovi termini. Ed eccoci un'altra volta sulle
chimere morali (strano umore è cotesto vostro, nel vero).
Quali principi avete voi statuiti ? Quali regole de' filosofi mo-
rali avete formate? Può essere che non sappiate ancora che
diferenza sia tra il presupporre e'l provare? Come volete che
la poetica, la quale è arte, e però abito dello'ntelletto specu-
lativo, prenda i suoi princìpi dalla morale, ch'è abito del-
l'attivo? Voi mi direte che dal morale prende i costumi; e io
vi dico che, anzi, dal ritorico, il quale è molto diferente dal
morale nelle difinizioni delle virtù. Ma posto che pur gli
prenda dal morale, vi dico che ciò non fa per insegnargli, ma
solo per imitargli, come vi s'è detto di sopra; e che sia vero,
prende anche i vizi: l'avarizia, la pusillanimità, la lussuria,
la inconstanza, la vanità, la melensaggine, l'incontinenza, la
ferità, la superbia, gli amori illiciti, i lenocini, le fornica-
zioni e tutte l'altre che vanno per le favole greche e latine.
E queste, direte voi, che prendano i lor princìpi dalle morali?
Soggiugnerete ancora che serve al politico, in quanto il legi-
slatore la concede al popolo e no, secondo ch'ella è di buoni
e di cattivi costumi? Egli è vero, ma non per tanto non se-
guita che dal politico prenda i princìpi, percioché eziandio
il filosofo naturale e il teologo, in quanto è membro della

[p. 0795]

città, non può filosofare, né introdurre nuova religione contra
le leggi della città. Per questo direte voi che'n quanto filosofo
o teologo, prenda i princìpi dalla politica? Il medesimo si dee
dire della poetica, la quale secondo le forme delle republiche
ha più e meno licenza. Platone la cacciò della sua: pare a voi
che secondo i princìpi della sua filosofia si possa dire ch'ella
sia fatta per beneficio publico? Ad alcune altre bastò che
non avessero parole né fatti osceni e che scopertamente non
trafiggessero; del resto non si curarono che secondo il decoro
delle persone introdotte si rappresentassero le imperfezioni e
i vizi degli uomini. E'n questo solo è sottoposta al politico;
ma quanto ai suoi princìpi intrinsechi e formali non ha che
fare con esso lui, ma è membro della sofistica e della ritorica.
Or passiamo alle nuove e sottili considerazioni che voi ci re-
cate per provar il vostro concetto.
DENORES
Perciochè se egli constituisce la favola pastoral
col principio turbolento e col fine prospero, questo è un tacito
invitar gli uomini a lasciar le città e ad inamorarsi della vita
contadinesca, del che non ebbero giamai intendimento que'
primi che poetarono.

VERRATO
Vedete a che stravaganza vi riduce cotesto vostro
sì strano umore, che, 'n vece di ferir i nemici, volgete l'armi
in voi stesso. Ditemi un poco: se cotal forza avesse la pasto-
rale, che traesse gli uomini dietro a sé e gli rendesse a sua
voglia, come favoleggiaron gli antichi aver già fatto Orfeo
delle fiere, qual poema sarebbe di lei più nobile? Percioché
non ho io inteso mai che la tragedia, comedia e poema eroico,
vostro poetico triarcato, abbiano prodotti cotal miracoli. Dei
quali se fosse pur cagione il rivolgimento di lieto fine, come
voi dite, qual poema sarebbe più da vietare della comedia, le
prosperità della quale nascon tutte dal caso? Non opera di
prudenza, ma di temerità, di pazzia, d'errori vani, d'affetti e
consigli mal misurati, di viluppi, d'intrichi e di mille confu-
sioni, che tutti si conducono a lieto fine; talché, se quivi fosse
quel pericolo di malo esemplo, che voi temete nella favola pa-
storale, non sarebbe egli un invitar gli uomini a non reggersi
con ragione, ma più tosto [a] lasciarsi portar dal caso e far

[p. 0796]

dell'opere loro non il consiglio, ma la fortuna padrona? E
così una delle vostre moralissime poesie meriterebbe che si
facesse di lei quel che, se stesse a voi, fareste delle favole pa-
storali. Or che vi pare di cotesta vostra dottrina? non ha ella
fondamenti ben sodi? E a voi basta l'animo di far il censore,
anzi il flagello degli altrui scritti? Ma seguitiamo; ci è ben
di peggio, sì.
DENORES
Non sono anco le persone de' pastori e de' con-
tadini accomodate a tal sorte di poesia, non essendo fra buone
e cattive (il che però si richiede alla forma della comedia e
della tragedia), ma essendo assiduamente buone per natura,
come tutti le vanno verisimilmente descrivendo.
VERRATO
Se le persone pastorali son sempre buone, come
difenderete voi la vostra antecedente conclusione, ch'elle non
sieno d'alcun benefizio a coloro che vivono nelle città, dove i
cittadini son parte buoni e parte cattivi? Dunque voi ritenete
la comedia, che rare volte non imita le persone cattive, e di-
scacciate la pastorale, che secondo voi rappresenta sempre le
buone? Ma donde avete tratta cotesta massima, che i conta-
dini sien sempre buoni, se ben per lo più sono semplici? M'è
pur avviso di ricordarmi che per tali Virgilio non gli abbia
avuti, quand'egli disse:
Non ego te vidi Damonis, pessime, caprum
excipere insidiis?;

imitando Teocrito nel quin-
to Idillio, dove Comata accusa parimente Lacone di certo
furto, e se ben mi ricordo in tutto quello Idillio si dicono di gran villanie.
Non sono dunque sì buoni i pastori, come voi dite,
se ben qui bisogna distinguere. Intendete voi buone per con-
trapposte di malvage, o buone per contrapposte di accorte?
Se buone intendete per semplici, ci potremmo agevolmente
accordare. Ma avvertite che voi accoppiate pastori e contadini,
e io ci fo una gran diferenza; percioché non tutti i pastori
sono simili a' contadini, ma tutti i contadini sono ben vili e
tutti i pastori non furon al tempo antico sucidi e rozzi, come
voi vi pensate, ma molti di loro e di nascita e di costumi e
d'animo (sì come a suo luogo si mostrerà) non pur gentili, ma

[p. 797]

grandi. Un'altra distinzione bisogna che noi facciamo, volen-
do toccar il fondo della vostra nuova dottrina. Altra cattività
è quella della persona tragica e altra quella della comica:
l'una è peccato, se non in abito, almeno in atto, tale che pro-
duce il terribile e il miserabile; l'altra è difetto, cagione e
fonte del riso. Quanto alla prima, concediamvi che ne' pa-
stori, che voi chiamate contadini, non sia peccato tragico,
poiché gli fate tutti semplici e tutti buoni; ma quanto alla
seconda, non so già io vedere con qual ragione vogliate di-
fender che persone semplici e buone non possano avere di
que' difetti che muovon riso, e perciò non si possan chiamar
tra buone e cattive; se pur volete che i pastori sian contadini,
che, quando fossero eroi, potrebbon avere, a chi volesse farne
tragedia, di que' peccati che producono il terribile e il mise-
rabile, purché la storia non repugnasse. Ma chi volesse com-
porre tragicomedia, avrebbono di quelle colpe che sono uma-
ne sì, ma che però non muovono altrui né a terrore, né a riso
dissoluto.
DENORES
Onde a loro Virgilio attribuisce una vita semplice,
senza inganni, contenta di poco, casta, religiosa, da' quali,
favoleggiando, egli afferma la giustizia essere ultimamente
dipartita, fuggendosi dalla terra al cielo.
VERRATO
Vergilio parla de'contadini e non de' pastori,
e dice così:
O fortunatos nimium sua si bona norint
agricolas
Gran paradosso voi difendete, messer Giasone, che non
solo non si possa formar di buone persone favola scenica, ma
che solo per la bontà, per la sobrietà, per la religione e per
la castità le pastorali non sien né poemi, né giovevoli al pu-
blico. Voi volete che la tragedia e comedia, rappresentanti i
nostri difetti, prendan i lor principi dalla politica, e la pasto-
rale tutta innocente, sì come voi confessate, non sia né anche
poema? Confesso di non intendere cotesta vostra filosofia.
Ben vi dico che tutte le pastorali non son composte di
[p. 0798]

perso-
naggi che sieno né in tutto buoni, né in tutto semplici; e che
già tra' pastori furon quei medesimi gradi, e di costumi e di
condizione, che oggidì si vede ne' cittadini, e che ciò non
repugna né alla natura delle cose, né al verisimile, sì come più
di sotto si mostrerà nella particella ventunesima.
DENORES
Ma se ella si constituisce col principio allegro e
col fin doloroso, il che non si conviene a persone che sono in
tutto buone, questo è un procurar che gli uomini aboriscano
totalmente una simil vita senza proposito.
VERRATO
Dio m'aiuti col fatto vostro. Se di sopra, nella
sestadecima particella, avete esterminata la pastorale, perch'el-
la possa invaghir gli uomini "della vita (vostra parola) con-
tadinesca", ciò non sarebbe d'alcun rilievo, se così fatta vita
non si dovesse fuggire; e ora voi l'accusate, perché può fare
che gli uomini l'abborriscano: povera femmina, che in niun
modo può soddisfarvi, né far cosa che vi vada a verso! Se il
fin lieto in essa vi offende, perché faccia amar il contado,
dovrebbevi sodisfare il fin mesto, che lo può far abborrire.
Voi mi direte che né l'un né l'altro intensamente vi piace,
ma che vorreste né troppo amarla, né troppo averla in odio,
e che però la pastorale, che pecca in questi eccessi, ragione-
volmente si biasima. Se voi diceste così, risponderei: lodato
Dio che i temperamenti cominciano a sodisfarvi. E veramente
la villa non frequentata per uso, ma riveduta per ozio e riposo
delle fatiche, è molto necessaria all'uomo civile e pien di tra-
vagli; percioché non è arco sì forte che, soverchiamente ti-
randolo, o non infievolisca o al fin non si rompa. Per questo
le pastorali (parlo di quelle che voi chiamate contadinesche)
rappresentantici quella sorta di vita, nella quale noi, quasi in
porto fuor dell'onde civili, sì volentieri ricoveriamo, non ci
possono esser se non grandemente care e piacevoli. Ma egli
non ci bisogna temperamento, percioché gli interessi, che por-
tan seco il negozio, purtroppo ci stimolano a non lasciar
le cure civili; oltre che l'uomo, di sua natura attivo e
[p. 799]

socia-
bile, lungamente non può star solo e fuori della sua patria,
s'ella è però tale che la sua mala costituzione dal governo
publico nol ritragga. E sì come non ho io veduto mai in
ben regolata republica che si proibisca la libertà della villa,
così a me pare che sia gran vanità il riprender le pastorali,
quand'anche avesser forza di allettar i cittadini al contado:
percioché, se cotesto fosse sì grande inconveniente, non le
favole pastorali, ma le ville medesime con tutti i contadini
e con tutte le rustiche loro conversazioni proibire si dovereb-
bono. Quanto dunque è necessaria la villa a nobile cittadino,
tanto i costumi loro, rappresentati nelle città con apparato e
favola scenica, per quel medesimo fine con che si rappresen-
tano le comedie, non può né dee essere scandaloso spettacolo
a' cittadini di ben formata republica.
DENORES
Ne' so pensarmi che mira si propongano coloro
che si aplicano a tal sorte di poesie a beneficio pubblico con una
sì fatta loro composizione.
VERRATO
Né io altresì so che pensiero sia stato il vostro,
quando intraprendeste di biasimare le pastorali con argomenti
sì vani, e con novelle degne di riso. Voi non sapete che mira
si propongono: quella medesima che si propose Teocrito, il
quale per questa sorta di poesia divenne celebre e chiaro;
quella medesima ch'ebbe Mosco e tant'altri poeti greci,
che nello scrivere pastorali furon famosi; quella medesima con
che Virgilio acquistò il primo credito di divino, sì com'egli
è; quella, finalmente, con che Iacopo Sannazaro, e dopo lui
altri grandi e nobili ingegni, han conseguito l'universale ap-
plauso de' letterati, eccettouatone voi, che ne volete saper più
di tutti. Qui mi direte che cotesti furon scrittori di egloghe,
che sono quasi picciole scene a petto le pastorali, che oggi a
uso di comedie si rappresentano in palco. Che importa que-
sto? Che diferenza fate voi, in quanto a costumi, che sien
rappresentati in poema picciolo o grande, purché sieno i
medesimi ? Percioché se voi prenderete tutte le scene delle
[p. 800]

pa-
storali separatamente l'una dall'altra, voi troverete in esse quei
ragionamenti medesimi d'uno o di più pastori che si veggon,
nell'egloghe, senza alcuna altra diferenza se non che le scene
presuppongono altre scene, e l'egloghe sono da per sè intere
e l'azione loro termina in se medesima, per modo che, leva-
tone la disposizione e l'ordine della scena con la parte del
poeta, che in alcuna di loro dal dramatico le distingue, a un
certo modo può dirsi che l'egloga sia una picciola pastorale
e la pastorale una grand'egloga divisa in atti. Or se i costumi
dei pastori sono, come voi dite, sì scandalosi, perché legger
Teocrito e Virgilio? Perché non sono dramatici? Quasi la
scrittura, che vive e passa nei secoli, non sia di maggior dan-
no, quand'ella pure è dannosa, che la scenica vista di poche
ore, che passa come baleno. Ma che vo io perdendo fuor di
proposito il tempo in queste novelle!
DENORES
Oltre ciò in essa non può essere gran diversità de'
costumi, dal che però simil rappresentazion ricevono la loro
principal gloria, non essendo gran differenza fra il pastor pa-
trone e il pastor servo; ne' fra il pastor padre e il pastor fi-
gliolo, come è veramente nelle persone che vivono nelle città.
VERRATO
Può essere, che non abbiate mai letto: Dic mihi
Dameta cuium pecus? Leggetelo un poco, e sì vedrete
se quei due pastori riconoscevano da' padroni la gregge ch'essi
pascevano. E quando Virgilio disse: "Quid domini faciant,
audent cum talia fures?" credete voi ch'egli facesse dife-
renza tra il padrone e il servo ? E quando il medesimo disse
Est mihi namque domi pater, est iniusta noverca.
40Bisque die numerant ambo pecus, alter et haedos?

E quando appresso Teocrito, la pastorella amata da Dafni, prima
ch'ella il faccia contento delle sue nozze, vuol molto ben
saperne il padre e la madre, e saputigli, ne tien conto e per
rispetto loro fa anche maggiore stima di Dafni, al quale,
scoprendo anch'essa i propri parenti, gli vuol mostrare di non

[p. 801]

essere niente inferior di nascita a lui, vi darete voi ad inten-
dere che Teocrito avesse openione che tra il pastor padre e'l
pastor figliuolo non fosse gran diferenza? Ma senza andar
cercando né Teocrito né Virgilio, par a me che vi possiate
ottimamente di ciò chiarire dal testimonio evangelico, che
tante volte tra il buon pastore e il mercennario ci fa veder la
diferenza. Oltre di ciò, se noi vogliamo argomentare dalla
natura, i pastori son pur anch'essi uomini come noi, e hanno
così bene l'irascibile e la concupiscibile come gli altri, e in
essi sono gli affetti d'ira, d'odio, d'amore, di gelosia, di paura,
di speranza, d'invidia, di gioia, di mestizia e'n somma
d'ogn'altra perturbazione d'animo niente meno di quello che
s'abbiano i cittadini, dai quali diversi affetti bisogna bene che
nasca eziandio diversità di costumi. è ben vero che questi
sono assai diferenti da quelli de' cittadini; percioché, sì come
la virtù della donna e quella dell'uomo non è una medesima
cosa, e altra è quella del cittadino che comanda e altra di
quello che ubbidisce, così dobbiamo senza dubbio affermare
che tra i costumi pastorali e civili sia gran divario. Né ciò vi
si niega, ma vi si niega bene che i costumi loro sieno uniformi;
e altro è dire che non son simili ai nostri, che si concede, e
altro che non sien differenti tra loro, che vi si niega. Ma
avvertite ch'io parlo con la mia solita distinzione de' pastori
contadini e non contadini, percioché tra' pastori nobili è
quella medesima varietà de' costumi che si vede tra noi, se
non che quelli sono più naturali, non alterati, come s'è detto,
ne' viziati dalle tre miserabili corrutele della città: ambizione,
lusso, avarizia.
DENORES
Anzi ancor essa ricognizion in gran parte è fuor
del verisimile, non avendo occasione i pastori, che sono per
natura grandemente pigri, come osserva Aristotele nel primo
libro della Politica, di andar fuori del loro paese e di di-
morar lungamente negli altrui; dal che si genera una gran
parte delle agnizioni.

[p. 802]

VERRATO
Quasi non si possa far favola senza il riconosci-
mento e quasi i riconoscimenti sien tutti a un modo, e altri
non sieno di maggior artificio e altri di minore, e però altri
più misteriosi, altri più semplici. Non c'insegna Aristotile che
due spezie sono di favole, l'una piana e l'altra annodata? e
che la piana è quella che non ha né riconoscimento, né mu-
tazion di fortuna ? Se dunque le pastorali mancassero di
questa parte, resterebbe perciò ch'elle non fossero buone fa-
vole? Non c'insegna il medesimo che tutte le agnizioni non
sono a un modo? non mostra egli quali sono le più perfet-
te? Or prendetevi le migliori per la tragedia, e lasciateci
l'altre per le povere pastorali, che qui non si tratta di prece-
denza, ma di lasciarle viver anch'esse sotto'l ciel di Parnaso
Che v'hanno elle fatto, per Dio, che le volete cacciar del
mondo? Ma qui m'è forza di ridere. Voi allegate un luogo
d'Aristotile che dirittamente fa contra voi. Anzi egli, parlando
de' pastori, dice che sono necessitati di mutar luogo per se-
guire gli armenti loro; come si vede oggidì, che nel verno
abbandonano i monti carchi di neve e scendono ai paschi della
pianura, che sono bene spesso molto lontani e quasi sempre
stranieri. Udite quel che ne dice Virgilio nella Georgica:
Quid tibi pastores Libyae? quid pascua versu
prosequar et raris habitata mapalia tectis?
Saepe diem noctemque et totum ex ordine mensem
pascitur itque pecus longa in deserta sine ullis
45hospitiis: tantum campi iacet. Omnia secum
armentarius Afer agit, tectumque laremque
armaque Amyclaeumque canem Cressamque pharetram.

Ma di grazia ridiamo con maggior gusto. Voi dite che la
ricognizione de' pastori è fuori del verisimile, non avendo
essi occasione di andar fuori del paese loro. Notate se cotesta
è solenne! La ricognizione tanto mirabile dell' Edipo, regina
non delle pastorali, ma delle tragedie, si fa solo per mezo

[p. 803]

de' due pastori, per occasione che l'un di loro avea avuta di
andar fuori del suo paese. Se la cosa non è così, mi confesso
ignorante, ma s'ella sta com'io dico, fate di voi stesso la con-
seguenza. E per l'amor di Dio, guardate per l'avvenire come
scrivete, ché coteste son cose da far credere altrui che non
abbiate pensiero alcuno di quello che sia per dir il mondo del
fatto vostro; e sievi detto in carità.
DENORES
A ciò si aggionge che tal sorte di componimento
poetico, che contiene simili inamoramenti pastorali, induce
cattivi costumi ed è fuor del verisimile. Percioché chi è lon-
tano dalle delicatezze della città, non suole così alla lunga
attender a queste lascivie e a quegli amori così veementi, che
facciano risultar accidenti atroci e miserabili, quali oggidì a
sì fatte composizioni si attribuiscono.
VERRATO
Voi proponete due cose: l'una delle quali non
solo è senza pruova, ma la ragione, che voi recate per pruova
della seconda, diventa opposizione alla prima. Così suonano
le parole: gli inamoramenti pastorali inducono cattivi co-
stumi, ecco l'una; e son fuori del verisimile, ecco l'altra.
Alla prima bisognava la pruova; e io non so vedere, come v'ho
detto in altro proposito, con che fronte voi, che difendete le
tragedie piene d'incesti, vogliate accusare i purissimi amori
delle pastorali. Per la seconda non v'accorgete di aver addotta
ragione che vi distrugge la prima; percioché come saranno
de' cattivi costumi, se sono meno intensi, meno lascivi, meno
veementi, meno atroci e meno miserabili gli amori
che nelle pastorali sì poco verisimili giudicate? Ma potrebbe
mai essere che per cattivi costumi voleste intendere sconvene-
voli e fuor del decoro? Se così è, di grazia, non uscite de'
termini, percioché cattivo costume si chiama quello che fa
cattivi gli uomini, sì come procedente da cattività, non quello
ch'è male espresso rispetto alla persona imitata. Il volete ve-
dere? Quello è dal Filosofo detto faulon e'l suo contrario
khreston questo è chiamato armotton, che convene-

[p. 804]

vole vuol dire, ed è molto diferente dal primo. E però indur
cattivo costume, per non imitare secondo la proposta per-
sona, sarebbe una strana locuzione. Ma se pur tale è il senso
delle vostre parole, concedavisi per ora che gli inamoramenti
de' pastori non abbiano cotal forza. Che si conclude però?
che le pastorali non sien capaci d'accidenti atroci, e mise-
rabili ? Non può dunque nascer atrocità da cagione ch'amo-
rosa non sia? E, quel ch'è più impertinente, non si può
far pastorale senza amori terribili e miserabili? Anzi per lo
più non son tali, se ben, quand'anche fossero, non ci stareb-
bono fuori del verisimile, percioché tutti i pastori non sono
vili, come v'accennai poco fa, e meglio qui di sotto vi
mostrerò.
DENORES
Senza che non riceve verissimilmente la lunghez-
za del tempo che gli è attribuito, essendo poema di un'ora o
poco più, e non d'un giro di sole.
VERRATO
Cotesta è solennissima certo. Di qual poema in-
tendete? Se delle pastorali, che oggi vanno per le scene, è fal-
sissimo, percioché la maggior parte di loro hanno lunghezza
d'un giorno intero. Se d'altre volete intendere, quali sono?
Bisognava esplicarle. Ben ve ne dirò io una di Teocrito, la
quale non solo è di lungo tempo, ma di molta azione e di
molti interlocutori, che s'intitola Adoniazousai Surakousiai?
Ma se dalla natura del poema volete argomentare, bisognava
cacciar mano alla pruova e mostrar che così fatti componi-
menti non sien capaci di tanto tempo; percioché io non so
vedere che impedimento ci possa essere ch'un opera pastorale
non duri dalla matina alla sera, quand'ella è ben tessuta e
ben annodata. Io vi dico, messer Giason, che bisogna provare
e non bravare.
DENORES
Ma per comprender tutte le predette ragioni di
questa materia in un solo argomento, overo la pastoral è or-
dita in forma di comedia, overo in forma di tragedia. Se ella
sarà ordita in forma di comedia, bisogna che le persone in

[p. 805]

essa introdotte siano capaci de' ridicoli, che sono l'anima e il
fondamento della comedia, come anco avvertisce giudiciosa-
mente Demetrio Falereo; se la sarà ordita in forma di tra-
gedia, bisogna che le persone in essa pastoral introdotte siano
capaci del terribile e del miserabile.
VERRATO
Certo mi avete udito, poiché ora vi veggio sì riso-
luto. Ma non correte a furia, temperatevi nella colera. Con
qual poema pastorale intendete voi di volerla? percioché di
loro ve ne ha più d'uno, e tutti vi renderanno di sé buon
conto, ma separatamente, però che non vi vogliono soper-
chiare. Eccovi il contadino prima degli altri: state in cervello,
percioché egli non v'avrà un rispetto al mondo, e mena le
mani senza discrezione. Or che ne dite? che non può esser
ordito in forma di comedia, percioché i contadini non son
capaci de' ridicoli? Se non avete altri colpi, séte spacciato.
Ditemi un poco: i ridicoli donde nascono? Dal difetto, che
turpitudine da' Latini vien detta; e di cotesta non son
capaci gli uomini di contado? Sono essi tanto perfetti, che non
possano dire o fare cosa che faccia ridere? Sono semplici
e sciocchi, direte voi. E cotesta sciocchezza non è difformità
che possa muover a riso? Ma quali furono gli inventori della
comedia, se non gli uomini di contado? Leggete Orazio, che
chiaramente vel dice. E non ci mostra Aristotile che i
Megaresi s'attribuivano l'origine di lei, per l'etimologia della
voce komes, che vuol dire vico e contado? E voi
non volete che le pastorali, rappresentanti uomini tali, possano
esser ordite alla comica, se le comedie stesse hanno ricevuto
l'orditura da' contadini ? Ne volete voi più ? Vo dubitando del
caso vostro, volendo mantener contra tutti, sì mal trattato
v'ha questo primo; e però sarà bene che voi vi riposiate, e la
tenzone del poema tragico pastorale si diferisca nella trigesima
prima particella, dove quello che v'ho di sopra accennato della
nobiltà de' pastori, come a suo luogo, s'esequirà. Per ora mi

[p. 806]

basta dirvi che le pastorali sono capaci della grandezza tragica,
e che de' loro soggetti si possano formare buone tragedie.
DENORES
Ma le persone de' pastori, essendo una specie de'
contadini, verissimilmente non sono capaci de' ridicoli, percio-
ché i motti e le facezie sono proprie delle persone della città;
onde un tal abito di motteggiar e di star in gioco è nominato
da Aristotile urbanità e il suo contrario rusticità.
VERRATO
Gran disgrazia è la vostra, che sempre argo-
mentate contra voi stesso. Se i ridicoli nascono dalla deformità,
come volete voi prendere per mezo termine del vostro argo-
mento i motti e le facezie, che son abiti vertuosi? E voi mede-
simo nol negate, allegandone l'urbanità, ch'è una delle virtù
d'Aristotile. E veramente il medesimo filosofo, quando parla
del ridicolo comico, non dice che nasca da facezie o da
motti, ma da difetto e turpitudine, ch'è contraria dirittamente
all'eleganza e all'avvenentezza dell'uom faceto. Voi mi rispon-
derete che la virtù del motteggiare consiste in saper porgere
le cose deformi in quel modo che non passi in iscurilità, per-
cioché tutti i motti sono fondati in qualche cosa deforme;
ma quando questa imagine vien porta con indebiti modi, ella
è viziosa, e quando onestamente ce ne serviamo, è virtù. "Sta
dunque insieme, direte voi, che si possan rappresentare cose
deformi e che'l rappresentarle sia pur virtù, percioché la de-
formità non consiste nel modo di chi la rappresenta, ma nella
cosa che vien rappresentata; e però è sempre vero che dalla
deformità nasca il ridicolo, ma deformità nella cosa rappre-
sentata, e non nella persona rappresentante, che non sappia
usar le facezie come conviene all'abito vertuoso". Or qui vi
voglio: se le facezie sono ridicoli, in quanto contengono al-
cune diformità, come volete voi escludere il riso dai pastori,
che fanno e dicono quelle deformità delle quali altri si può
servire, volendo essere o scurra o faceto? Percioché la co-
media può aver due ridicoli, o di parole o di fatti: di parole
in due modi, o di persone che parlino scioccamente, o di chi

[p. 807]

riferisce l'altrui sciocchezza; ne' fatti allora che qualche scioc-
co si rappresenta, il quale operi alcun cosa da ridere. Di tutti
questi modi non ha dubbio che la sciocchezza de' fatti e di
parole non riferite, ma proprie, è molto più della comedia che
non son l'altre, percioché sì fatto poema è dramatico, cioè
operante e rappresentativo, che consiste in fatti più che in
parole; per modo che le deformità operate sono più comiche
che non sono le riferite, sì come quelle che più dramatiche
sono. E però i pastori, che le cose da ridere fanno e dicono
assai meglio di quello che sappiano riferirle, saranno senz'al-
cun fallo capaci de' ridicoli, se ben non fossero sì scaltri nel
motteggiare.
DENORES
Né sono capaci parimente del terribile e del mi-
serabile, percioché simil atrocità non sono proprie di coloro
che vivono nelle ville e ne' contadi e delle persone private,
come già abbiamo dimostrato.
VERRATO
Ditemi un poco: quel Dafni di Cicilia, del quale
parla Diodoro Siculo ed Eliano e Partenio, figliuolo di
Mercurio, nodrito dalle ninfe, favorito di Diana, celebre tra
le selve, non fu egli pastore? Certo sì. E dal pascer de' buoi
fu chiamato Bubulco; e pure, percioché ruppe la fede a certa
ninfa inamorata di lui, perdé la luce degli occhi, sì come gli
avea ella predetto; onde vogliono che'l poema bucolico aves-
se il nome da lui. Or vi domando se'l perder gli occhi è caso
miserabile, e pur è intervenuto per amor pastorale. Non so se
l'impiccarsi per la gola chiamate voi caso atroce (dissi non
so, perché vi veggio avere sì strane cose nel capo, che non son
ben sicuro di quello che ne crediate); e pur Teocrito l'ha fatto
fare a un disperato pastore amante Non è dunque sì vero
che simili atrocità non accaggiano tra coloro che vivono ne'
contadi. Voi mi direte che per lo più la cosa è pur così; e io
rispondo che tutti i pastori non sono vili, come vi s'è pur

[p. 808]

detto altre volte, e più di sotto vi si dirà, bastandomi d'avervi
mostrato che ne' contadini eziandio possono intervenire que'
casi che sono propri delle tragedie; e se nei vili sono rari, ne'
nobili possono essere frequenti.
DENORES
Dal che Virgilio, laudando questa vita contadi-
nesca, par che la commendi come non soggetta a sì fatte
atrocità.
VERRATO
Virgilio parla de' contadini, non de' pastori no-
bili; e però cotesta autorità, quantunque fosse più espressa
ch'ella non è, non fa forza.
DENORES
In qual maniera dunque verissimilmente le per-
sone de' contadini e de' pastori riceveranno o la forma della
comedia, o la forma della tragedia, non essendo essi convenien-
te soggetto né dell'una, né dell'altra?
VERRATO
In quel modo che voi l'avete inteso di sopra
quanto alla forma comica, e in quell'altro che, quanto alla
tragica, potrete intendere poco appresso; percioché subito che
vi si sia purgato cotesto umore ch'avete in capo della viltà de'
pastori, siete bello e guarito.
DENORES
A tutte queste cose avendo riguardo quelli an-
ticqui poeti, a' pastori e a' bubulci attribuirono la egloga,
che è un breve loro e verissimile ragionamento di un'ora o
poco più, mentre si trovano insieme l'un con l'altro, discor-
rendo in qua e in là ne' monti vicini, per pascolar gli armenti
e greggi, e mentre guerreggiano fra se stessi, cantando.
VERRATO
Quand'io andava alla scuola, il mio maestro m'in-
segnò che la voce egloga significava cosa scelta, e non
breve. E non so vedere come vogliate dalla brevità dei ragio-
namenti pastorali argomentar viltà ne' pastori, né mai più
intesi che i discorsi lunghi sien propri delle persone grandi e
i brievi delle picciole, essendo per avventura tutto'l contrario.
Infatti sempre s'impara, e ora con cotesta vostra contadinesca
dottrina vo vedendo, che Teocrito e Virgilio furono due bal-
lordi a interserire nelle opere pastorali concetti grandi, percio-
ché l'uno canta le lodi dei Tolomei re dell'Egitto e d' Ierone
della Cicilia, le nozze d'Elena, la battaglia di Castore e Linceo,

[p. 809]

l'infanzia d' Ercole e del medesimo il leon vinto, il furor
delle Menade con la morte di Penteo re di Tebe, molte
delle quali sono soggetti tragici; l'altro, non ricordandosi d'es-
ser in fra le selve, come voi dite, vi fa per entro il profeta
più tosto che il poeta, e predice l'avvenimento d'un sì gran
semideo che trapassa i termini umani e par che parli da cri-
stiano più tosto che da gentile. In un altro luogo canta
i princìpi del mondo, l'ordine degli elementi, le grandezze
della natura, e parla da filosofo, come se non fosse tra boschi,
ma nel Liceo. E pur l'uno attribuisce a sì alti discorsi il mede-
simo nome d' Idillio, cioè picciola poesia, ch'egli assegna a'
ragionamenti di coloro che guardan gli armenti; e l'altro le
chiama altresì Egloghe, se ben trattano di concetti tanto su-
blimi. Vedete come va il mondo, e come gli uomini si sono
ingannati da mille e tanti anni in qua, se voi non venivate
ad illuminar le carte ch'avean tant'anni già celato il vero.
DENORES
E perciò fin l'altro giorno simil poesie si rappre-
sentavano sotto nome di egloghe nelle feste e ne' banchetti,
per dar spacio forsi con un tal intertenimento ne' conviti di
apparechiar le tavole, ma ora improvisamente le hanno ridotte
alla grandezza delle comedie e delle tragedie: con cinque atti,
senza proporzion, senza convenienza, senza verissimilitudine,
attribuendo a' pastori ragionamenti alti, discorsi delle cose ce-
lesti, concetti prudenti e sentenze gravissime, che a pena si
convenirebbono a' principi e a' filosofi, non accorgendosi tut-
tavia essere nelle selve e ne' boschi, e non ne' palazzi e nelle
academie.
VERRATO
E perché non è lecito all'egloga uscire della sua
infanzia e pervenire agli anni maturi, se l'ha potuto far la

[p. 810]

tragedia? La quale, che cosa era ne' suoi princìpi? Dimanda-
tene ad Aristotile, il qual vi dice ch'ella era una cosa molto
imperfetta e che patì diverse alterazioni, prima che si posasse
nella grandezza e maestà dov'ella è poi giunta; e che prima
aveva un solo istrione e che il secondo vi fu aggiunto da Eschi-
lo, e che Sofocle finalmente, con l'apparato della scena e altre
parti ch'egli v'aggiunse, la fe' poi grande e magnifica, e
altri particolari che ci dimostrano la sua vilissima nascita.
Orazio parimente non lasciò scritto nella sua Pistola a' Piso-
ni che Tespi, primiero ritrovatore del poema tragico, l'an-
dava rappresentando sopra de' carri con la faccia tutta fec-
ciosa, per far acquisto d'un becco? Or, se quando Eschilo e
poscia Sofocle incomminciarono a nobilitarla, e ridussonla da
quell'infimo stato alla grandezza ov'ella poi si fermò, chi lor
avrebbe detto in quel tempo: Uomini senza ingegno, voi
avete improvisamente ridotta a tanta magnificenza quella sor-
ta di poesia che l'altro giorno non era altro che una semplice
cantilena, intonata da persone ubbriache, vaganti qua e là
sulle carra per sollazzo delle brigate; e quella età fosse
stata tanto leggiera, che per sì fatte parole si fosse indotta a
non volerci novità alcuna, dove sarebbe ella, per vita vostra?
Sulle scene o sui plaustri? Nei teatri o nei borghi? Son-
tuosa o fetente, regale o contadina, saggia o pazza, viva o
morta? Mirate se la tragedia di Sofocle ha cosa che rassomigli
quella di Tespi, e sì v'accorgerete con quanto fondamento
biasimate coloro che han ridotta l'egloga alla grandezza co-
mica e tragica, essendo ella in un certo modo una picciola
favola, o parte d'una favola scenica, avendo pur gli istrioni
e la forma medesima del favellar a vicenda, che hanno i poemi
tragici e comici: quello che la tragedia, quand'ella pargoleg-
giava, non ebbe mai. Se dunque il poema tragico ha potuto da
principio sì debole, anzi sì ignobile, innalzarsi a tanta gran-
dezza, perché volete voi negare il medesimo all'egloga, che
pur dianzi vi s'è mostrato, col testimonio di Teocrito e di

[p. 811]

Virgilio, che qualche volta s'inalza e favella di cose grandi?
Che tenacità è cotesta vostra di negar a' moderni que' privi-
legi poetici che son stati conceduti agli antichi? Ma resti
pur consolata la pastorale, che voi non siete il dispensier di
Parnaso e che non tocca a voi a distribuire il tesoro ricchis-
simo delle Muse, le quali, sì come sul tronco ditirambico in-
nestarono la tragedia e sul fallico la comedia, così nel ferti-
lissimo lor giardino piantaron l'egloga, picciolissima verga,
e n'è poi nata la pastorale, nobilissima pianta, con quella pro-
porzione e convenienza e verisimilitudine, che vi s'è detta di
sopra, e che n'insegna la ragione e che sodisfa al mondo; il
quale, malgrado de' maligni, l'ha ricevuta e volentieri l'ascol-
ta e la legge e l'apprezza, sì ch'ella se ne contenta, né si cura
di quello che ne dica messer Giasone, o altri per bocca sua. Ma
sono oggimai giunto a quella parte, dove m'avete provocato a
mostrarvi che gli antichi pastori non furono tutti vili, come voi
pretendete; e questo ho giudicato suo proprio luogo, dove ne
fate tanti rumori, che la metà basterebbe. Or quand'io vi mo-
strerò che non repugna allo stato pastorale (io parlo degli
antichi) né la grandezza del principe, né il saper del filosofo,
non vi contenterete di concedermi voi ancora che chi ci rap-
presenta persone tali in tragedia, il possa far con decoro? e
conseguentemente possa loro attribuire quegli alti ragiona-
menti, quei discorsi celesti, quei "concetti prudenti", e quelle
"sentenze gravissime", per le quali siete entrato in aringo
contra di loro? E prima d'ogni altra cosa vi voglio addurre il
testimonio di Marco Varrone, uomo dottissimo tra' Latini, il
quale, parlando de' pastori, dice così: "De antiquis illustris-
simus quisque pastor erat, ut ostendit graeca et latina lingua
et veteres poetae, qui alios vocant "poluarnas", alios "polu-
melous", alios "poluboutas"". Pare a voi che questo va-
lentuomo avesse in sì vil concetto i pastori, che di loro non
si possa tesser favola nobile? Ma ditemi: Apollo non fu pa-
store? non guardò egli e pascé gli armenti d'Admeto?

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Così scrivono tutti i greci e latini scrittori. Chi facesse di lui,
quand'era in quello stato, un poema dramatico, vi parrebbe
sconvenevole cosa che favellasse di cose grandi? di concetti
divini e degni di fè? No, certamente; e pure la favola, per
essere in fra le selve e gli armenti e fatta di pastore, non po-
trebbe essere se non pastorale. Eccovi che i pastori non sono
sempre villani. "Ma cotesto è un esemplo troppo singolare,
direte voi, né si fanno per l'ordinario favole degli iddii".
Come no? Euripide non fa venir in palco Diana e Sofocle
Minerva? E quante volte gli antichi v'introdusson Mercu-
rio e altre deità, come Pane e Sileno? "Ma non favole tessute
delle persone loro, soggiungerete voi, né v'intervengono se
non come dice Orazio:
Nec deus intersit nisi dignus vindice nodus.
Ciò non importerebbe, quand'anche fosse
pur vero; percioché qualunque parte avesse in quella favola
Apollo, potrebbe sostenerla col suo decoro e favellare da
deità, se ben in abito pastorale; e questo è quello che vo' di-
fendere. Ma poscia che gli dei non v'acquetano, parliamo de'
semidei. Udite bella storia di Dafni, che sì come dianzi i' vi
dissi, da Diodoro Siculo, da Partenio e da molti altri in cotal
guisa vien raccontata. Nacque costui di Mercurio e d'una nin-
fa ciciliana, e prese il nome dalla selva di lauri dove le ninfe
il nodrirono. Ricchissimo fu d'armenti e molto più d'ingegno;
ed egli fu che primiero trovò il poema bucolico, e per esser
amico della musica, e altresì della caccia, fu molto caro a
Diana. Tale dunque essendo il buon Dafni, di lui s'innamorò
una ninfa, dalla quale gli fu predetto che, se con altra donna
avesse mai avuta dimestichezza amorosa, n'avrebbe perduti
gli occhi. Il qual destino non poté egli fuggire, percioché,
essendosi un dì per ebbrezza mescolato con la figlia d'un re,
che grandemente l'amava, divenne subito cieco. Or eccovi un
pastore che non è vile, dal quale si può formare tragedia per-
fettissima pastorale. Né volete vo' un altro? Narra il sopra-
detto Partenio che Paris, figliuolo del re Priamo, mentre

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gli armenti pasceva in Ida, godeva dell'amore d'Ennone, fi-
gliuola di Cebrene, alla quale diè la sua fede di non abban-
donarla per altra mai. Ma ella, ch'era presaga della sua sorte,
gli annunziò ch'egli dovea passar in Europa e invaghirsi d'una
straniera, ch'avria portata la guerra a Troia; nella qual guerra
doveva egli ricevere una ferita, che niun altro non avrebbe
mai potuto sanare se non sol essa. Il che tutto, ancor ch'egli
non le prestasse punto di fede, avvenne non altramenti di
quello che l'inamorata giovane gli predisse. Navigò in Gre-
cia, s'invaghì d' Elena, la rapì e con essolei condusse la guerra
a Troia, dov'egli, essendo ferito da Filottete, subito si ricordò
del presagio d'Ennone; la qual, percioché ella vivea col pa-
dre, mandò pregando che non volesse tener memoria delle
cose passate, né incrudelir contra lui, ma venisse a sanar quel-
la piaga, che essa sola potea guarire. La ninfa rispose al messo:
Preghi egli pure la nuova sposa; e adirata, licenziollo con
un mal viso. Nientedimeno, stimolata dall'antico amore che
gli portava, incontanente si mise in via verso là dove l'in-
grato giovane l'attendea. Giunto il messo e riferito a Paris
la risposta dell'adirata donna, disperato della salute sua, mo-
rissi subito di dolore. Intanto sopravenuta Ennone e trovatolo
morto, amaramente ne pianse, tanto che, non potendo soffe-
rire il dolore di quella morte, ch'a lei pareva aver in lui cagio-
nata, se stessa uccise. Eccovi un'altro pastore che non è vile;
ecco un'altro nobilissimo soggetto di poema tragico pastorale.
Né volete voi più? Scrivono gli storiografi delle cose di Roma,
e in particolare Tito Livio e Plutarco, che Romolo e Remo,
gemelli nati della vestale figliuola di Numitore, furono esposti
per ordine d' Amulio, loro zio, sospettoso che, fatti grandi,
non gli togliessero il regno; ma la sorte loro portò ch'ambe-
due si salvassero, e dalle poppe d'una lupa, che dava loro il
latte, levandogli Faustulo, guardiano degli armenti reali, gli
nudricò e allevò tra gli altri pastori come figliuoli suoi, i quali,
grandi già divenuti, facevano opere valorose e degne del san-
gue loro. Onde avvenne ch'essendo nata una gran mischia tra

[p. 814]

i pastori del re e quelli d' Amulio, questi giovanetti ardita-
mente combatterono in difesa di Faustulo, che per loro padre
credevano; ma prevalendo la parte di Numitore, fu fatto Re-
mo prigione e dal medesimo Amulio re dato nelle mani di
Numitore, il qual, volendo farlo morire in vendetta della
morte de' suoi, il conobbe per suo nipote, aiutando Faustulo
il riconoscimento, sì come quegli che sempre avea dubitato non
fossero essi, com'erano veramente, di real sangue. Onde poi
nacque che Romolo, conosciuto se stesso e'l fratello insieme
col zio materno, seguiti da una gran torma di pastori, cac-
ciarono il tiranno Amulio del regno. Eccovi la terza persona
pastorale, e non vile. E se volete la quarta, eccovi quella di
Gilifo, pastor d'Arcadia, ch'allevò Licasto e Parrasio, gemel-
li esposti e altresì nutriti da una lupa, i quali succedettero re
d'Arcadia. E se volete la quinta, eccovi quella di Mitridate,
che nutrì come figlio in abito e costumi pastorali il gran Ciro,
che fu poi re della Persia. Ma per tornar a quella di Romolo:
non è ella un'azione tutta grande e di grandissime conse-
guenze? e tutta pure, quant'ella è, pastorale? Pastori i due
gemelli, pastore il padre lor putativo, pastori che fan la mi-
schia, pastori che prendon Remo, pastori finalmente i seguaci
di Romolo, per opera de' quali ricupera il regno avito. Siete
ancor chiaro che de' pastori si possano far tragedie? Per certo
i raccontati soggetti vi dovrebbono far capace che non è scon-
venevole attribuire a pastori né concetti, né parole, né cose
grandi. Voi mi direte che cotesti son pochi esempli, e che le
tragedie pastorali verrebbono a contenersi in pochi soggetti.
A che rispondo che il medesimo disse Aristotile in generale
delle famiglie e persone tragiche, e che però cotesto non
argomenta difetto, ma perfezione di qualità singolare. E però
potrei contentarmi d'avervi fatto vedere che, s'oggidì si rap-
presentan pastori nobili in palco, ciò non si fa né senza ragio-
ne, né senza quel verisimile ch'è negato da voi. Ma non sarei
sodisfatto, se non passassi a cose maggiori e non recassi in ciò
esempli tanto sovrani, che non che altro il dubitarne fora

[p. 815]

peccato. Quei tanto grandi e celebrati profeti e patriarchi del
popolo ebreo, sì cari amici di Dio, che furon degni di vederne
il sembiante e udirne il suon della voce, a' quali la divina bon-
tà concedette il dominio di terra santa e promise del seme loro
la salute del mondo e la vocazione delle genti, Abraam, Isaac
e Iacob, non furon essi e di nome e di vita veri pastori? Né
perché fossero abbondantissimi di tutti i beni della fortuna
e possedesser molt'oro e molto paese, altro nome che di pa-
stori non ebber mai, né dagli Egizi in altro modo furon chia-
mati, quando essi vi passarono e vi divennero sì potenti. Ma
che diremo di quel divino legislatore Mosè? Non pasceva egli
le pecore, quando a sì grande uffizio fu chiamato da Dio?
Che diremo del re David, di cui Dio disse d'aver trovato un
uomo secondo il cuor suo, sì gran guerriero, sì gran profeta,
si gran re, si gran savio, sì gran poeta? non pasceva egli le
pecore, quando fu assunto al regno? Chi vorrà dunque
dire che nello stato pastorale non sia grandezza dignissima di
coturno? Chi vorrà dire che parole e concetti da principi
e da filosofi in bocca de' pastori non istien bene? Ma per darvi
l'ultimo spaccio, udite quello che dello stato e dignità pasto-
rale altamente ragiona Filone, sapientissimo ebreo, nella Vita
del principe Giosefo. Né qui mi curerò recarlovi in lin-
gua greca, non si trattando di termini dottrinali; tanto più
che l'interprete è Gian Cornaro, uomo approvato molto nel
traportare di lingua greca in latina: Coepit enim (dice egli)
in hoc genere versari annos natus circiter septemdecim, prae-
fectus curandis gregibus, quae disciplina cum civili convenit.
Et hoc est opinor cur poetae reges vocant pastores populi.
Nam qui summus est in arte pecuaria facile bonus rex evadit,
pulcherrimo gregi hominum praepositus, approbata industria
in minore negotio. Si quidem quemadmodum futuro impera-
tori necessaria sunt exercitia venatoria, sic admovendis ad cu-
ram reipublicae proprie pastoralis ars congruit veluti praelu-
dium quoddam magistratuum. Il medesimo, e forse più
0816espressamente, replica nella Vita del gran Mosè in questa
guisa:Post eas nuptias praefuit gregibus, ad principatum se
praeparans. Nam pastoralis ars ad regnum est praeludium,
hoc est ad regimen hominum gregis mansuetissimi, quemad-
modum bellicosa ingenia praeexercent se in venationibus; in
feris enim experiuntur futuri praefecti militiae, brutis praeben-
tibus materiam exercitii, tam belli quam pacis tempore. Nam
praefectura mansueti pecoris habet quiddam simile cum regno
in subditis; ideo reges cognominantur pastores popolorum non
contumeliae, sed honoris gratia. Immo, quantum ego intelligo,
non iuxta vulgarem opinionem, sed rei veritatem vestigans
(rideat qui volet), solus potest esse rex undequaque perfectus
qui bene callet artem pastoriciam, et curando minora animalia
didicit quomodo debeat praeesse praestantioribus. Impossi-
bile est, enim, ut magna prius quam parva perficiantur.
Ma voi direte che Filone fu ebreo e che magnificò la vita pa-
storale, percioché i principi del suo popolo furon pastori. E
che direte, se vi fo dir il medesimo ad un grandissimo Greco,
teologo cristiano? Udite Basilio Magno, lodando Mamante
martire: Qui primus Deo complacuit, Abel pastor fuit.
Quis illius imitator? Moyses, magnus ille legislator, qui ten-
tationem Pharaonis effugit, qui contubernalium insidias odio
habuit. Hic in monte Choreb pastor fuit, et dum pavit Deo,
colloquutus est. Non litigans vidit angelum in rubo, sed pa-
stor existens colloquio illo caelesti dignus factus est. Qui post
Moysem? Iacob patriarcha in pascendo, patientiam pro veri-
tate demonstrans, parva imagine totam suam vitam velut per
characterem exprimens ac dilinians, cui tradidit imitationem?
Davidi. David ab arte pastorali pervenit ad regnum. Sorores
enim sunt ars pascendi ac regnandi, in quantum altera bru-
torum, altera ratione praeditorum praefacturam sibi concre-
ditam habet. Sic haec maioris scientiae est fundamentum.
Quapropter utrasque complectens, dominus et pastor est et
rex, irrationales pascens, maiore vero ratione praeditos sub
praefecturam regni ducens. Vis discere quanta res est pastor?

[p. 817]

Dominus pascit me. Quis est hic ? Rex gloriae? Hic pastor, il-
lic rex, e quel che segue, esaltando nella persona di Giesù
Cristo, redentor nostro, il nome e la professione del buon pa-
store, quantunque egli sia non solo re, ma Dio. Or che ne dite,
messer Giasone? Guardatevi d'aprir bocca, percioché qui si
tratta d'altro che di poesia, e cotesti non sono testimoni degli
uomini, ma di Dio. Ruminategli bene, e considerate se di tutti
quei modi, co' quali dice Aristotile che altri naturalmente
procaccia il vitto, alcun ve n'abbia che fosse mai sì altamen-
te onorato, né in tanto pregio avuto; quanto la vita pastorale.
E a voi basta l'animo di riprender coloro che nobilmente fan-
no favellare i pastori? I quali nelle selve e ne' boschi non solo
sono stati filosofi e principi, ma patriarchi e profeti, né par-
laron solo con gli uomini, ma con Dio.
DENORES
Or essendo la tragicomedia e la pastoral, l'una
per sé come composizion mostruosa e l'altra come non con-
venevole, anzi contraria a' principii de' filosofi morali e civili
e de' governatori delle republiche, tanto ben fondate a bene-
ficio publico, lascio pensar in che considerazione si debbia
aver poi quell'altra lor terza maniera di poesia, che chiamano
tragicomedia pastorale.
VERRATO
Or non avendo voi né provato, né fattone pur
cenno, che la tragicomedia sia mostruoso componimento, tes-
suto di sconcerti e di contraddizioni, misto di favole, di per-
sone e di stili dirittamente oppositi, e che la pastorale sia
favola sempre vile, di niun frutto, di cattivo costume, incapa-
cissima d'ogni scenica forma; anzi, avend'io provato tutto
l'opposito, che la tragicomedia è poema nobile, antico, uno,
semplice, proporzionato, capace d'ogni artificio, ch'a ben
tessuta favola s'appartenga e che la pastorale sia degna di
gran soggetti, e che può avere e persone e costumi e stile
e discorsi e sentenze gravissime e nobilissime, lascio pensare
in che considerazione si debba avere la Signoria vostra, che
con parole piene di tanto stomaco e con presumer tanto del
vostro senno avete, senza provare alcuna cosa, volutoci far per
entro il plusquam filosofo.
DENORES
Oltra la prodigiosa elocuzion di idee di dir con-
rarie, che ella sarebbe sforzata di ammetter in se stessa, per
le persone che vi sono introdotte.
VERRATO
Prodigiosa elocuzione è la vostra, se pur è vero
che la natura ci abbia data la lingua per instrumento dello
'ntelletto. Ond'io non so vedere maggior prodigio che il fa-
vellar di cosa che non s'intenda.
DENORES
Or qui chiamo Iddio per testimonio che tutto
quel che si è detto da me di tal sorte di poesie non è stato detto
né per offender altrui, né per istudio di contradir, né per al-
cuna sorte di ambizion, ma solamente per iscoprir la mia opi-
nion sinceramente, o buona o cattiva che ella si sia.
VERRATO
Guardatevi da spergiuro, che ci va l'anima, nè
chiamate per testimonio un giudice tanto occhiuto, che pe-
netra fin ne' cuori. Quant'a me v'ho per convinto, percio-
ché in tutta l'arte poetica, da poi che'l mondo è mondo, non.
troverete più d'una tragicomedia pastorale; onde parlando
voi di così fatto poema, per necessità vi convien intender di
quella sola. Or vi domando se ne sapete l'autore. Guardate
di dir il vero, percioché non solo in diverse città d'Italia, ma
particolarmente in Vinegia e in Padova, nobilissima stanza
vostra, dal medesimo autore più d'una volta è stata letta
publicamente in corona d'uomini e nobili e letterati, in modo
che nol potete ignorare. Ma questo autore, quando vi risol-
veste di scriver contra lui, v'era egli amico o nemico? State
in cervello, non vacillate. Che dispiacere vi ha egli mai fatto
Non usava egli con voi dimesticamente? e con tutti quei ter-
mini che suol tener l'uno amico con l'altro? Non avete voi
avuto mille commodità di dir a lui medesimo in voce quello
ch'avete publicato in iscritto del suo poema? Forse non vi
ha egli sempre onorato? Sienmene testimoni non solo Padova
tutta e tutto lo Studio, ma le panche medesime delle vo-
stre scuole, che si ricorderanno pur che egli una volta, ancor
[p. 819]

che provetto, non si sdegnò d'entrare co' giovanetti alla
vostra lezione, solamente per farvi onore. Perché dunque of-
fendete chi sempre vi è stato amico? Perché disonorate chi
v'ha onorato ? Voi mi direte che per la verità non s'ha rispetto
all'amico. Egli è vero, quando l'amico è incorreggibile e il
peccato è publico; aggiungeteci il correttore sufficiente e
sincero, ma le leggi umane e divine v'insegnano che prima si
faccia la fraterna correzione tra lui e voi, dopo la quale, s'ei
non s'ammenda, allora, perché la verità si palesi, v'è lecito
publicarla. Ma non solo voi non l'avete ammonito, e non
solo di cosa publica, ma, prima ch'egli abbia stampata l'opera
sua, avete voi stampata non la correzione, ma la indiscre-
tissima invettiva contra di lui, trattandolo da uomo senza cer-
vello. Come volete dunque chiamar in testimonio Dio di cosa
dirittamente contraria al suo santissimo precetto? Vi com-
manda egli pure: Si peccaverit in te frater tuus, vade et
corripe eum inter te et ipsum solum". Non vi diss'io
ch'eravate convinto? Ma non vo' strignervi più, ché, se mi ci
mettessi, vi farei anche confessar i complici; e se me ne curassi,
il farei. Ma che costume barbaro è questo? Che professione
più che inumana d'esser mortal nemico dell'altrui lode? E
come prima un bello ingegno s'avanza e va crescendo di ri-
putazione e di nome, così v'è subito chi l'infesta; e quasi
l'onore altrui sia proprio biasimo di chi biasima, in vece di
gradirlo, aiutarlo e modestamente correggerlo, ne va dissemi-
nando invettive, e mordesi e vituperasi di tal sorta, che il va-
lore è le più volte miseria. La discreta correzione è santissima,
né letterato alcuno, per grande ch'egli si sia, la dee mai rifiu-
tare, quand'ella è fatta come si dee; percioché non è uomo
così eccellente, che nelle cose sue non possa ingannarsi, alle
quali non è men necessario l'ammenda di quello che sia la

[p. 820]

medicina all'infermo. Ma chi bastonasse le piaghe, in vece di
curarle, farebbe uffizio di carnefice più tosto che di medico.
Non altrimenti fanno coloro che, potendo discretamente cor-
reggere gli altrui scritti, con mille vituperi gli straziano; e
tanto è lontano che cerchino di sanargli, che anzi, se potes-
sero, anciderebbongli.
DENORES
Disposto però a rimetterla a più maturo giudicio
e a lasciarla anco totalmente, quando con più salde ragioni mi
si dimostrasse il contrario.
VERRATO
O che uomo da bene, che costumata persona!
Mirate salva di valent'uomo, che, dopo aver fatto l'archi-
mandrita, si sottopone al giudicio altrui. Mirate com'egli as-
salì lupo, e pecora si ritira. Se volevate far credere d'esser sì
ben disposto, bisognava rimettersi prima che scrivere; ma voi
avete imitata la buona femmina, che di far e pentere, anzi che
di star e pentere, si consigliò; percioché, se cotesta vostra in-
vettiva aveste, prima che publicarla, sottoposta al giudicio di
persona dotta e sincera, v'avrebbe detto: Misurate le forze
vostre, messer Giasone, e guardate di non vi fare scorgere per
uomo vano e poco sincero, percioché biasimate quello che
tutto 'l mondo commenda, sprezzate quel ch'egli stima, scher-
nite quel che gli è caro. Così bisogna che senza mezo alcuno
voi solo o tutto o nulla sappiate; ed è molto pericoloso che
sia il secondo, volendo dir voi solo a rovescio di tutti gli altri
Ditemi un poco: se altri, levandosi una mattina, si trovasse
aver la faccia o di cane o di lupo o d'altro animale, non fug-
girebbe egli la gente, per non esser veduto ? Così l'aver giudi-
cio tanto ritroso, tanto diverso e stravagante dagli altri fa
parere ch'altri sia tra le persone che fanno una figura troppo
fantastica. Beato voi, se così fatti pensieri vi fossero andati
per l'animo! Percioché non avreste offeso l'amico, né voi me-
desimo molto più, il quale ora volete ritrattar quello che il
mondo ha ritrattato prima di voi. E però non ha bisogno l'au-
tore di cotesta vostra remissione. La sentenza è già data, e l'ha

[p. 821]

data chi non può errare. Contentatevi d'esser giudicato da
quel consenso universale ch'è fondator degli stati e degli im-
peri e delle giuridizioni. Contentatevi che la sentenza sia la
medesima che diede Augusto sopra l'Eneade.Contenta-
tevi che la tragicomedia pastorale, da voi calpestata e vilipesa,
malgrado vostro e di chi vi fa parlare, laudetur, vigeat, pla-
ceat, relegatur, ametur. E a Dio v'accomando.


Guarini, Battista.

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