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Pigna, Giovan Battista

Il Principe


Indice




Il Principe
di Giovan Battista
Pigna, al serenissimo Emanuele
Filiberto duca
di Savoia.
Nel quale si descrive come
debba essere il Principe Heroico, sotto il cvi
governo un felice popolo, possa
tranqvilla et beatamen-
te vivere.
Con il privilegio.
In Venetia





1. Dedica

Al serenissimo
Principe Emanuele
Filiberto Duca di Savoia
Scrissi gli anni passati al Donno Al-
fonso da Este, allhora Principe , hora
Duca di Ferrara mio signore, un Prin-
cipe: accioch'egli in esso riconoscesse il
glorioso principio c'havea fatto, quan-
do quasi fanciullo passò in Francia, intravennendo poi
di continuo con tanta riputatione in tante guerre, et ti-
rando a se gli animi d'ognuno, non meno con la beni-
gnità che con grandezza di quelle virtù, che nei mol-
ti travagli et nelle gravissime imprese, sono talmente
affinate, che di presente rendono maraviglioso ne
gli occhi del mondo. Hora havendo io deliberato di
mandarlo in luce, sapendo quanto Vostra Altezza si con-
faccia col Duca mio, di Principato; di sangue, d'anni,
di professione, di magnanimità, et di perfetto valore
ho voluto consacrarlo a lei, parendomi in questa gui-
sa che si come ambi sono congiunti d'affinità, di co-
stumi, di spirito, et d'una vera unità di voglie cosi
debbano essere accoppiati in questo tanto honorato
soggetto di che io mi son posto a trattare. La protet-
tione del quale non devrà essere sdegnata dall'Altez-
za Vostra s'ella si degnerà di considerare che essendo Sci-
pione uno de principali sopra che io fondo il libro, et
convenendo ella con lui di modo che piu non vi si
può desiderare, ragionevolmente a lei si dee indiriz-
zarlo. percioche essi sono stati due de primi splendori
d'Italia. L'uno ne tempi antichi l'altro in questi moder-
ni. Et è il dovere che perciò questo secolo felice vada a
riscontrarsi con quell'altro. Et lasciando da parte che
in essi la nobiltà, la giouentù, la gagliardia, l'animosi-
tà, la vivacità et la facondia vadano del pari: et che ol-
tre a quelle bellissime qualità della natura, le proprie
virtù siano simili et quasi le medesime nell'affabilità,
liberalità, clementia, conscienza, intrepidezza, et gene-
rosità di core, et maturità di consiglio: et nell'haver
accompagnato insieme la gentilezza et la ferocità,
ambi nel primo fiore de' loro anni hanno preso le piu
gravi cariche di tutte le altre. percioche al tempo di
Scipione cozzavano le due maggior Republiche del
mondo. et al tempo di Vostra Altezza i due maggior Prin-
cipi de Cristiani, et egli ben giovanetto maneggiò l'arme del popolo Romano: et ella della medesima
età quelli di Carlo Qvinto. Et a punto quando le co-
se erano in estremo pericolo, et ella, et egli riportoro-
no fortunatissimo successo delle loro attioni. Scipio-
ne hebbe a fare con gente numerosissima et bellicosis-
sima: et nondimeno prosperando di continuo, et pas-
sando in Africa fece rivocare Anibale. Vostra Atezza in-
terprese espeditioni contra esserciti grandi et formi-
dabili quanto pensar si possa: et con tutto ciò sempre avanzandosi et assaltando la Francia, fece rivocare il
Duca di Gvisa. Se l'Africa contra ch'egli andò pro-
dusse molti Generali di grande spirito et di molta espe-
rienza, la Francia a cvi ella fece la guerra n'ha havuto
assai et di tanta gloria, quanta ritrovar si potesse in-
finiti altri. La vittoria di lui fu stupenda, et ridusse i
nimici ad accordarsi a vantaggio de Romani. la vit-
toria di lei è stata inprovisa, et cagione d'una pace
santissima et della ricuperatione di quanto prima
s'era perduto. Et ben che Scipione in vece della dovu-
ta merce ricevette ingiuria da un popolo che comin-
ciava a tendere alla tirannide: et che l'Altezza Vostra sia
stata larghissimamente ripremiata da un Re, che di
giustizia, di magnificenza , et d'amor paterno di vero
Principe, ha come un nascente sole fatte amplissime
dimostrationi, subito che ha cominciato a regnare,
conforme alla grandezza dell'animo; alla possanza
dei regni, et al favore dei cieli, non per questo sono dis-
simili, anzi da questi due contrarii accidenti ne socce-
de un medesimo. perche bisognando che l'aversi-
tà sia heroica, si che dopo essa ne segua la prosperità,
egli hebbe ambedue con riuscire con tanta gloria, et
col ritirarsi, per mezzo d'una offesa fattagli cosi a tor
to, dalle persecutioni dei maligni in una vita tran-
qvillissima: non havendo, ne signorie, ne governo
perpetuo, si che l'uscirne gli potesse essere di pregiudi-
cio alcuno, et ella sortì l'istesso temperamento di for-
tuna, essendo prima stata travagliata dall'iniqvità
della sorte: et avendo poi sentito la debita gratitudi-
ne et rihavuto lo stato suo: con l'haver superato tut-
te le difficoltà tenute per inespugnabili, con tanta dis-
gratia, quanta bastava alla perfettione: senza pun-
to levargli, o diminvirgli, o troppo lungo tempo im-
pedirgli i beni convenienti alla compiuta forma d'un
principato, caso molto piu mirabile di quello d'Ulisse
et d'Enea, essendo quegli ritornato simplicemente a
casa senza haver havuto occasione di riacqvistare con
l'arme il perduto, et questi lasciato il suo, et gito a tro-
vare quel d'altri, La ove l'Altezza Vostra non guardan-
do mai a contracambio alcuno, ha sostentato sempre
una salda intenzione, alla quale il cielo et il suo valo-
re hanno voluto corrispondere, di rihavere il suo: con
animo risoluto di restar piu tosto senza niente altro.
Ne minor essaltatione dee essere del nome di lei, di
quella che fosse di quell'altro per conto della religio-
ne. percioche oltre alla educatione ch'ella ha havuto
in una corte religiosissima con la intima et continua
intrinsichezza d'Imperator et Re veramente Catoli-
ci, hora della sua divotione verso la divina Maestà ci
da segni chiarissimi, persegvitando con zelo cosi ar-
dente, le diverse malvagie fatte degli heretici. In som-
ma, Scipione et Vostra Altezza hanno fatto cose grandis-
sime in giovanile età, in pochi anni, in tempi £afflit-
ti, contra potentissimi potentati, et con successo for-
tunatissimo. A tanta felicità di lei s'aggiunge una com-
pagnia che la raddoppia: che è Madama Margherita
Principessa veramente Heroica: et per gli Heroi, di
che ella è figliuola, sorella et Zia, et per le proprie et
singulari virtù della persona et dell'animo. Tal che la
perfettione è tanto maggiore, poi che da coppia cosi
beata s'aspetta una progenie di Principi colmi di tut-
te le piu honorate et eccelse singularità. Et si come dal
canto mio è stata buona sorte, ch'io habbia havuto
l'opportunità di conferire questi miei studii con Mon-
signor Cesano Vescovo di Saluzzo, che persuadendo-
mi a compire l'opera, et dandomi liberamente il suo
parere, è stato cagione che io per conoscerlo, per la
consumata dottrina et prudenza che è in lui di giudi-
cio grandissimo, et massimamente nelle lettere che
appartengono alle attioni del mondo: et per sua hu-
manità mio amorevolissimo, habbia scritto questa
opera, cosi mi reco a non minor ventura, l'essermi tro-
vato congiunto al servitio di questo Principe col Si-
gnor Lucio Paganucci. percioche conversando io se-
co internamente, et comunicandogli ogni mio
pensiero, ho havuto per consiglio che in effetto deves-
si rivolgere queste fatiche mie all'Altezza Vostra della qua-
le, dapoi ch'egli è ritornato dalla negociatione che
ha havuto ultimamente con lei, parlandomi bene
spesso nelli stretti ragionamenti c'habbiamo insieme,
m'ha concluso, che è cosi a punto, che più vero ris-
contro io non potea ritrovare a Scipione di quello
che ella è. Et perche egli, oltre che sommamente la ri-
verisce et con l'efficacia del proprio affetto si concen-
tra nella profondità dell'animo di lei: et che in ciò
non dice cosa nuova, ma solo essalta la gloria ch'egli
ammira, è tanto da me stimato per il bellissimo ani-
mo et ottimo intelletto suo, che la sua opinione ha
in un punto totalmente confermato la mia volontà.
Porgo adunque all'Altezza Vostra come a Principe He-
roico, il Principe ch'io ho fatto per formarne uno,
che non dall'estremità delle forze, ne dall'ampiezza
de gli imperii, ne da una monarchia; ma dalle eccel-
lenti virtù, et dal dominio legittimo, et dal pruden-
te governo debbia essere misurato. La supplico hu-
milissimamente ad aggradirlo, se non quanto esso me-
rita, almeno quanto conviene alla bontà di lei, et alla
divotione con che io glielo dedico.


Di Ferrara. A xv. Di Luglio. MDLXI.


2. Libro I


Poi ch'io mi for ingegnato di trattar
nel Duello de gli ordlni del perfetto
Caualiere per dar compimento alla in-
tera forma delle attioni humane, cer-
cherò con questo altro libro di forma-
re un vero Principe. Et perch'egli ha in
sua mano il governarsi con prudenza
piu dell'ordinario de gli huomini vir-
tuosi, et è fuori della sua possanza l'haver l'occasione di vin-
cere le aversità, ho pensato di parlare dell'una et dell'altra
parte, et prima della prima come della molto piu lunga et
piu soggetta alla arte civile: percioche si danno le regole di
quelle cose che si possono mettere in esecutione, e delle for-
tvite si tocca qualche punto, accioche si scuopra la natura lo-
ro, et tanto vi si provegga quanto comporta la possibilità.
Quella parte che è nelle forze del Principe è la perfettione
della vita. Quella che non vi è, io chiamo la uarietà della for-
tuna, percioche dopo ch'egli sarà nato con tutti quei beni
che si ricercano a tal grado, et per proprio valore sarà riusci-
to quale dee essere,bisognerà che si sortisica tal ternperamen-
to di fortuna, ch'egli non l'habbia troppo aversa, ne anche
troppo prospera. Essendo quasi altretanta pernitiosa la con-
tinoua prosperità che ci tolga l'occasione di scoprire la
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pru-
denza et generosità nostra quanto l'auersità eccessiva che ci
interrompa il corso della vita felice. Si come vedremo al suo
luogo. Ora che habbiamo da discorrere sopra la perfettio-
ne della vita del vero Principe, e da prendere il suo nome, il
quale è Heroe, per essere il Principe Heroico totalmente op-
posso al tirannico. Et considerando noi ch'egli è detto dal-
la voce greca Eros che significa amore, et non secondo una
derivatione grammaticale et leggera, ma per rispetto della
sua sostanza, noi col lume dell'amore il gvideremo di parte in
parte alla sua maggiore eccellenza, atteso ch'egli ha da lui il
fine, et l'ufficio, et per conseguenza il principio, l'accrescimen-
to; et il colmo. Primieramente il primo fine dell'huomo è il
buono, et l'intimo è il bello, essendo posto il buono nell'usar-
lo, et il bello nel goderlo, et essendo di maggiore perfettione
il godere,che l'usare alcuna cosa, come è a dire che dalle pos-
sessioni si trae l'utile, et da i giardini il diletto, et una casa è
buona, in quanto che vi capiamo dentro con agio et con si-
curezza, et e bella sin quanto che il sito et gli ornamenti suoi
ne piacciono. Et benche l'utilità sia congiunta anch' essa col
piacere, nondimeno non è all ultimo termine di quel piacere,
che sta nella bellezza, percioche la buona casa interamente
ci satisfa quando è bella, il quale augumento della bellezza
per questo apunto che è meno necessario, è piu perfetto,per-
che la prima necessità d'una Republica è intorno al vivere,
onde vi sono per ciò i contadini, gli artefici, et i mercanti. Et
la seconda il ben vivere, che dipende da Soldati, da Sacerdo-
ti, et da Magistrati. Et la terza il benissimo vivere, che vien
da Filosofi, et questa ultima non sta senza le due prime: ma sì
la prima senta le due ultime, ne per ciò il vivere semplicemen-
te di maggior eccellenza, anzi come principio delle altre
due vite è imperfetto, et quando esse vi s'aggiungono il ridu-
cono al debito fine. Ora perchè il piu vivace affetto che sia
in noi è l'amore, et ha però da esser governato dalla maggior
forza dell'intelletto, che sia in noi, et rivolto a quel fine che
da noi sia piu eligibile di tutti gli altri, gran dimostratione fa-
remo che nostro giudicio, quando ci porremo ad amare con
eleggere il bello. Adunque l'Heroe, perch'è giudiciosissimo,
si propone anchora il bellissimo, che finalmente non è altro
che Dio. Et essendo parimente i filosofi d'ottimo intelletto
tendono a questo medesimo fine. Et sapendo essi che l'
[p. 1v]
imi-
tare il sommo Creatore è la via d'appressarsegli, et l'imitarlo
è il giovane al mondo, cercano per quanto possono di far ciò,
et mancando loro il modo quanto all'humane attioni de gran
maneggi degni di loro, attendono ad insegnare col leggere
publicamente, col comporre, col conversare tra gli huomini
di buono intelletto, et con lo stare appresso a gran Principi,
et quando non possono havere tutte queste parti, fanno con
quella maggior parte di esse che possono, congiungendo an-
che volentieri le honorate operationi civili, et i degni nego-
ci con questo loro ufficio dell'insegnare, ogni cosa che sua di-
vina Maestà tanto li prosperi, che possono con agevolezza e con
riputatione congiungere la vita attiva con la conteplativa. Et
quando le aversità li privano de gli atti che s'estendono al be -
neficio publico, si ritirano alla sola speculatione, accostandosi
alla divinità con la sola operation dell'intelletto, poi che l'altra
strada è loro vietata. Et servano nell'animo la buona volontà
di giovare ad altri, nella guida ch'i servitori devoti de lor pa-
troni, che suppliscono con l'aiuto del cuore, ove l'effetto del
servire vi manca. Ma l'Heroe c'ha il concorso di tutti i beni este-
riori con la perfettione di tutte le virtù vedendosi havere in ma-
no il governo de popoli col quale si confà con Dio medesimo,
non vuole che il suo mestiero sia l'attendere alli studii delle let-
tere et della Filosofia, ma il reggere le Città amministrando la
giustitia, et le armi per premio de buoni, et per supplicio de
rei. Et tenedo le genti in tal freno , che non solo stiano quieta-
mente in questo mondo, ma siano preparati a ricevere la sa-
lute vera nell'altro. Si ch'egli non sarebbe conforme con l'a-
mor divino, ne potrebbe veramere chiamarsi Heroe, se essen-
dogli date da i cieli tutte le gratie che possono haversi qui
giù, non si valesse di tutti compiutamente, ma d'alcuni soli,
et le moltiplicate bellezze congiunte et unite insieme, ne fan-
no una d'esquisita eccellenza, la quale è la mira a chi egli ri-
guarda. Si che per avicinarsi a sua divina Maestà come a su-
prema bellezza, dee esercitare interamente ogni opera a lei
corrispondente. Et il proprio esercitio è l'essere generoso, e
magnanimo; e peciò amoreuolissimo et affettionatissitno
al bene publico Et così tira ogni cosa alla gradezza, percioche
vuole la possanza del giovane in supremo colmo, e poi quanto
è maggior l'atto che ne segue, egli tanto piu ne gode. La onde
ove è piu notabile la cosa ch'egli fa giovando, et ne participa

[p. 2r]
maggior numero di persone, egli maggiormente se ne satisfa,
et per quanto mostreremo in questo ragionamento al suo
luogo, di ciò come del suo proprio cibo si nutrisce. Simil-
mente tutte le sue virtuose operationi vanno a questo cami-
no, percioche il Principe heroico, ne in picciol imprese ne di
leggero si espone alla morte, et riuolgendosi poi di combattere
per rispetto dell'importanza della cosa, quando è nel perico-
lo non perdona p punto alla vita come se fosse totalmente in-
degno di vivere, ne vuole essere ingiuriato, ne sprezzato ove
vada l'interesse dello stato suo, et come persona di religione
è humilissimo et perdona ad ognuno quanto a se stesso: ma
come Priincipe ha giustitia, et usando a tempo oportuno la cle-
menza, estingue in tutto ogni memoria di sdegno, sin che non ve
ne resta piu una minima scintilla. Nelle auersità non s'abbas-
sa mai, et venendo a chieder soccorso, lo fa con tal dignità, che
mostra che se ben le miserie fanno miseri gli altri, non hanno
però forza sopra di lui. Usa la dissimulatione per bene mol-
to importante, et dovendosi scoprire, sa far conoscere l'inti-
mo del suo cuore. Fugge in tutto quelle o occasioni che muo-
vono sospetto ch'egli non desideri vanamente d'esser hono-
rato, et havendo a gire per ogni modo in ogni luoghi di ce-
rimonie, vi và con debita ragione, et è sicuro d'havervi benis-
simo il grado suo. Fugge anchora quanto piu puo le cagioni
ch'il rendono obligato ad altri, et ricevendo piaceri li rende:
moltiplicati senza misura. Non gitta via le spese fuor di pro-
posito per parere splendido, et conoscendo il tempo che ri-
chiede la magnificenza, spende et spande allegramente con
prestezza et senza ritegno, e finalmente in ogni altra simile
attione è mirabile nell'aggiungere al colmo della grandezza,
con la quale và, tanto in sù, che non si contenta se non ha la
immortalità, percioche la vera satisfattione è quella ch' è in-
torno all'atto del godere, che sia supremo et che habbia la con-
formità, si che mai non s'interrompa, et che non possa finire.
Et perche l'Heroe in quanto che è huomo ha da morire, vuol
la vita eterna per quello che gli è permesso. La onde nello
spogliare del corpo lascia in questo mondo la gloria del suo
nome, et e intento con lo spirito a ricever la gratia di gir
sene alla beatitudine del Cielo. Delle quali vie della per-
petuità, l'una e l'humana, l'altra divina. La terza che è na-
turale, et che per ciò và innanzi ad amendue consiste nel

[p. 3r]
generare figliuoli. Et qusta è anche cerecata dal l'He-
roe; percioche egli havrà havuto, figliuoli che successiva-
mente rappresentino l'effigie della sua persona et del suo ani-
mo fin che è possibile, et tanto piu, risultando a gran beneficio
politico ch'egli habbia fatto nascere de suoi pari, et lasciato
di se stesso heredi in particolar profitto de suoi popoli. Et per-
che in tutta la presente materia si va mostrando quella eter-
nità che è della fama di questo mondo, et quella ch'è de be-
ni di vita eterna, le quali l'Heroe meritamente desidera, non
è hora da farne un particolar trattato, ma si bene per intel-
ligenza di questa sua terza eternità di che noi parliamo so-
lamente in questa parte, e hora da vedere come egli se la pre-
pari. In prima elegge una moglie che sia heroica secondo le
qualità convenienti a vera Principessa. Perchè s'ella farà il-
lustre per la casa, per il dominio de' progenitori et per la sua
beltà et per proprio valore, havrà figliuoli che porteranno
splendor grandissimo dal ventre della madre, et saranno si-
mili alla pura luce del giorno, che innanzi che nasca in su l'al-
ba et spesso nella sera precedente, ha havuto l'inditio della
sua serenità, et elegge parimente il mezo dell'età nello sta-
re con essa moglie, perche vi concorra il tempo opportuno
alla miglior generatione, accioche per queste due elettioni
chi nascerà di lui habbia dalla natura un corpo cosi ben or-
ganizato, che sia bello et gagliardo et atto a lasciar benissi-
mo correre per entro ad esso, i sottili, et i vivaci spiriti del-
l'anima, et se ogni privato gentilhuomo mette grandissima
cura nel bene allattare et allevare i figliuoli, egli sa benis-
simo c'ha da mettervela tanto maggiormente. Et vuole so-
pra il tutto, ch'essi apoco apoco siano fatti patire, si che il lor
corpo non s'indebolisca, ma piu tosto diventi robusto, et
atto a resistere con la forza alle fatiche et a i disagi della guer-
ra, et non già secondo il costume de barbari che nell'acqua
gelata attuffavano i bambini nati ch'erano et li facevano sten-
tare miseramente per tutta la pueritia; percioche si dee at-
tendere alla forma dell'animo principalmente, et a quella del
corpo, di maniera che essa non guasti la piu importante. Ol-
tre che altro è volere che un ignobile col patire eccessiva-
mente o muoia o riesca feroce come una bestia, et altro il cer-
care che un gran signore viva et si faccia gagliardo quanto
basta, et virtuoso quanto maggiormente è possibile et sopra

[p. A3v]
la capacita' della natura humana; la quale egli ha da supera-
re, con l'essere Heroico et perciò superiore agli altri con le
forze dell'intelleto, et non con l'essere bestiale et cosi inferio-
re all'huomo, anchora che l'avanzi di gagliardia, la quale è
assai maggiore nelle fere che non è in noi. Ma l'assuefarsi
per tempo alle buone opere importa quasi il tutto, et ciò,
consiste nella conversatione de familiari et de compagni no-
stri, essendo antichissimo il proverbio de Greci, chi pratica
col zoppo s'avezza all'andar zoppo, intendendosi però pro-
priamente del principio della nostra vita, che per essere te-
nera riceve di leggero ogni impressione, come si vede benis-
simo nell'uso delle lingue; percioche i fanciulli prendono as-
sai meglio ogni straniera pronuntia che quei che sono d'al-
tra età, et si vede manifiestamente che i giovanetti sono pre-
stissimi in far le amicizie et investirsi dei costumi di coloro co
quali conversano, per essere l'animo loro simile al corpo che
è molle, perche non sono ancora anchora fatti cauti dall'esperien-
za. La onde farà molto al proposito che si cominci tosto a
provedervi, percioche la dilettatione vien dalle fasce, scor-
gendosi ne bambini una certa umana allegrezza, et essendo il
piacere principio et perfettione dell'opera, è da tener la ma-
no che esso sia applicato a quelle cose che convengono. Et
perchè di natura sua tende alla facilità et desvia l'appetito
dalla ragione, si che non vi si mettendo cura, si da tutto al-
le fanciulle et a i comodi sensuali, bisogna che la medicina sia
presa dal contrario, et che per tanto i nostri nella nostra pri-
ma età ci tengano sempre stimolati alle cose difficili, et sem-
pre piu allontanati da quello a cui piu la mala natura c'in-
clina, et che ci spingano con ogni industria alla parte quasi in
tutto apposta a quella che noi vorremmo. Il che tanto piu
prontamente si dee fare per essere la materia in moto, et
però atta a ricevere ogni presta purgatione, percioche i
cattivi humori della pueritia sono molto alterabili et piglia-
no onda, come i flutti commossi, si che veggendosi che in que-
sto caso l'indugio porta pericolo, prima ch'essi siano infissi
bisogna estraerli, che altrimenti il dispiccarli sarebbe poi trop-
po difficile. Et è massimamente da opporsi agli affetti
quando si vede che vogliono piu dominare, et tali si scuo-
prono quelli de putti, avanzandosi tuttavia et tendendo al
fervore della giouentù. Onde intorno a cosi nobili
[p. 4r]
sogget-
ti di che parliamo. La custodia devrà essere diligentissima
et assai piu dell'ordinario, come sarebbe a dire, ch'essi sia-
no cosi ben guardati, che non possano ne vedere, ne ascol-
tare, ne dir cose brutte, percioche vedendole, o ascoltandole,
o dicendole sarebbono prossimi a farli, essendo troppo facile
il passaggio dalla vista, dall'udita, et dalle parole ai fatti, et
in ciò saranno cosi semplici che pur non sapranno per prova
che cosa sia il male, et la dishonestà, et terransi nel timor di
Dio con ammaestramenti cosi buoni, che non solo comin-
cino a conoscere quanto si debba esser divoto di sua divi-
na Maestà, ma con tutti segni esteriori diano inditio di que-
sta loro conoscenza. Ne perciò voglio che siano tanto buo-
ni, che paiano sciocchi, et che s'astengano da i peccati per
non haverne notitia, perche i Nomadi che teneano ogni co-
sia in comune, et solo per cagione della simplicità erano co-
stumati et giusti, tosto che la pratica de forestieri insegnò
loro l incontinenza et la malitia, diventarono dissoluti et
ribaldi, et peggiori de gli altri senza comparatione. Si che
i Principi devranno sapere il male per havere a fuggirlo, et
quando noi dicemmo che è da fare ogni cosa perche no'l sap-
piano, intendemmo che col senso et con la prova no'l co-
noscessero, si come ci pare che debbano haverne conosci-
mento con la ragione et col discorso. La cvi gvida sa che
seben poi l'Heroe vedi, et intende il vitio, non però l'ab-
braccia; anzi tanto piu lo schifa, quanto piu lo scuo-
pre, et insieme con la castità, et con la religione della
pueritia si congiungerà la grammatica, l'armeggiare, il di-
segnare, et la musica, che sono le ordinarie prime insti-
tutioni. La grammatica è necessaria per il leggere, et per
lo scrivere che sono instromenti de negoci humani et del-
li studii contemplativi. L'armeggiare sotto cui si com-
prende il cavalcare et l'esercitarsi a pie, col saltare, col
correre, con l'atteggiare et col giocare alla palla, è ne-
cessario anchora esso, non tanto per la disciplina milita-
re quanto et maggiormente per far che il corpo sia sa-
no et agile, et che cresca; et si consolidi, et questi es-
sercitii serviranno per recreatione, essendo ella sem-
pre migliore, quando e con maggior profitto. Si che i
giuochi ociosi, oltre che non sono senza il contagio del
vitio, ci rendono pigri, et ci levano la bellissima
[p. 4v]
occa-
sione dell'esercitio. Il disegnare è utile, accioche oltre al sa-
per conoscere il garbo delle persone, l'architettura et la pit-
tura si sappiano con la notitia delle scolture et de getti et de
cuni antichi, et si possa accompagnarla con le matematiche,
si che s'impari di levar bene la pianta d'un sito et d'una ter-
ra. La musica è dilettevole con lecita ricreatione per non po-
tersi scmpre haver il comodo dell'esercitarsi, et tale è an-
che quella delle Muse che val piu dell'altra; perche satisfa as-
sai all'intelletto et lo sveglia. Et presa a tempo debito et
moderatamente, oltre al diletto, accresce l'ingegno et il ren-
de atto a penetrate in cose difficili, si come il travia dalle at-
tioni humane et lo fa ottuso in tutte le altre materie, ogni
volta ch'ella sia detta per propria professione, o che sia da
noi anteposta a gli altri spassi et agli altri libri per modo che
troppo la frequentiamo. Et bisognerà intendersi della poe-
sia et saper che componimenti poetici, et similmente saper
cantare et comporre essi canti. Ma converrà informar l'ani-
mo di quelle musiche et di quelle poesie che siano gravi et non
vane. Et per tutti questi effetti si torranno maestri d'ottimi
costumi et d'ottima intelligenza, importando il tutto, co-
me dicevano, l'indirizzarsi bene da principio. Licurgo pre-
se due cagnuoli nati d'un cane et d'una cagna medesima et al-
leuò l'uno al corso et in su la caccia, et l'altro alla cucina et
alla crapula, et dopo li condusse in una sala al cospetto delli
Spartani ove havea fatto porre una lepre et una pentola, et
fattili sciorre, il ben costumato corse subito alla lepre, et il
male avezzo se n'andò alla pentola, il quale esempio potè as-
sai nell'animo di quelli spettatori, et il mostrarono con le lo-
ro buone ordinationi a beneficio grandissimo della gioven-
tù. Passata l'età puerile il Principe si tirerà subito nella guer-
ra et ne maneggi delli stati, si che si converta con tutta la
mente alla propria sua professione; percioche la capacità del
suo intelletto fa che egli adoperi il discorso assai piu tosto de
gli altri. Et quando l'Heroe uedrà se stesso in così fatti figliuo-
li goderà mirabilmentc nel suo intrinseco del suo perpetuare
nella vita dei posteri con questa felicità. Egli adunque come
magnanimo et compiuto nelle sue azioni havrà il suo fine
nella suprema eccellenza del buono et del bello, et gli farà
gratissimo l'haver l'immortalità per tutti i modi possibili,
cioè con la via de figliuoli, con la gloria, e con la beatitudine del

[p. 5r]
del cielo, ch è quello ch'importa il tutto. Et perchè questo
nostro Ptincipe mosso dall'amore è indirizzato alla perfet-
tione, è da siegvir piu oltre, accioche si conosca in che modo
dal medesimo amore proceda particolarmente tutta la sua
vita. L amore è prima da distinguere, percioche egli suol es-
ser preso impropriamente; et propriamente. L'improprio è
nelle cose che mancano di cognitione, come ne gli humori
del corpo, ne suoni, ne numeri et ne tempi dell'anno, i qua-
li tutti per l amore, cioè per la concordia conuengono et stan-
no bene, et è l'opposito nella loro disunione. Il proprio è
con notitia et conviene a noi, ma in due modi, et come hu-
mano et come divino, et essendo l'Heroe indotto a operare
dall'uno et dall'altro; di essi parleremo, et prima dell'huma-
no per esser la scala del fallire divino. L'amor humano tol-
to in generale consiste nell'haver l'animo applicato alle arti
secondo il vero et il falso giudicio del discorso, et a costumi
secondo la ragione in quanto che regge l'appetito o bene o
male. Le arti si distinguono in honorati, in lodevoli et in vi-
li. Le henorate sono de governatori, delli stati, et che gli esser-
citi, dei Legisti, de gli Ambasciatori, et de padri di famiglia.
Le lodevoli potranno per hora chiamarli le liberali, come 1a
musica, la scrittura et altre simili et le vili saranno le meca-
niche, che sono tutti quelle che per troppo affaticar il cor-
po indebiliscono l'intelletto. I costumi si intendono nella
virtù, nel vitio et nella via di mezzo, che è della continen-
za et della incontinentia. La virtù sarà di tutte le mediocri-
tà che si eleggono ne gli affetti et nelle attioni humane, et
tutti gli estremi loro saranno il vitio. Et l'inamorarsi di ca-
valli, di cani, d'uccelli, di favole et di spettacoli se è trop-
po, è uanità, et largamente parlando si puo applicare à-
la incontinenza e et alla continenza se è secondo quello che
basta debitamcnte, i quali due nomi al presente ci servono
meglio in questo senso, che alcuna altra parola. Ma come
s'è detto qui del bene e del male innamorarsi, cosi è nel resto,
percioche il ragionevole amore è della virtù, et il disordi-
nato è del vitio. Le arti meccaniche alcuni propositi et in-
sino ad un certo segno eliggibili, perche ove di natura loro
et per proprio studio sono vili et indegne, accidentalmen-
te convengono con dignità ogni volta che habbiano riguar-
do alle honorate, come l'arte fabrile et l'altre simili al
[p. 5v]
ge-
nerale dell'essercito. Le lodevoli sono nell'Heroe con mol-
ta misura, non essendo esse le sue principali, ma si le hono-
rate, delle quali egli sempre si servì come delle sue proprie,
aggiungendovi il colmo della perfettione humana et della
divinità, percioche le arti civili tanto eccellenti in cosi
fatti principi, che i piu savi et valorosi d'una Città non ar-
rivano a quel segno. La onde Ulise et Enea pareano cosi
grandi et perfetti nelle loro operationi, che si dicea, che
l'uno era guidato Minerva et l'altro da Venere, accio-
che s'intendesse che superavano la natura de gli huomini per
singolari che si fussero. Et ì punto questi amori intelletti-
vi et ragionevoli sono le Minerue et 1e Veneri de Gentili,
medianti quali amori l'Heroe alle arti convenevoli, et a
i buoni costumi volge la sua affettione, cercando di vestirsi
di queste et di quelle, et insieme la estende a i possessori de
gli egregii essercitii et delle virtù, et ama perciò le cose et le
persone meritamente amabili. Et perche l'amore huma-
no è diviso in Heroico et in bestiale, l'heroico si compia-
ce ne suoi simili et congiunge non solo la povertà, che è pri-
vatione della ricchezza humana con una humana ricchez-
za; ma la ricchezza humana, che è privatione della divi-
na, con quella divina, et ove gli altri ben amando buone per-
sone diventano, egli si fa piu che humanamente felice, et la
povertà in questo luogo s'intende per il desiderio del bene,
et la ricchezza per il bene medesimo, il quale li vede in gran-
dissima perfettione nell'amore Heroico, si come è l'opposito
nel bestiale. Le cui significationi sono due, l'una quando il
nome di bestia si prende per quell'huomo che e stupido et
è privo di giudicio, l'altra quando è preso per un dissoluto et
per un che adoperi solo i sensi comuni co brutti animali. Ma
l'Heroe è spinto talmente dall'amorevole affetto verso i buo-
ni habiti et i bene habituati, che si diffonde ad amare non
una città o piu, ma tutte le genti dell'huniverso, et ama i buo-
ni et gli intendenti per la forma presente che vede in loro, et
i malvagi et i rozzi che non sono anche habituati per la for-
ma futura che uorrebbe introdurvi, percioche il medi-
co riguarda al sano per conservarlo sano; et all'infermo per
ridurlo alla sanità, et finalmente l'Heroe odiando li sce-
lerati et li sciocchi, odia non essi, ma le sceleraggini et le
sciocchezze loro, come fa il padre verso il figliuolo di
[p. 6r]
ma-
la vita o d'intelletto ottuso. Et cosi anchora oltre all infini-
to amore che è in lui, vi si troua il perfetto, che è il reci-
proco, percioche egli ama il popolo dal quale è amato,
percheregge volentieri coloro che volentieri vogliono es-
sere retti da lui, essendo il suo governo opposto alla tiran-
nide, che procede con forza et con opere odiose, contra-
rii oggetti alla volontà et all'amore, et i sudditi odiano il ti-
ranno, et si lasciano sforzar da lui prima che consenrirgli,
petcioche non si dispongon punto alla sua rapacità, non
cedendole mai nell'intrinseco, et mostrando di fuori d'ac-
quetarsi per non poter fare altrimente, non essendo at-
to il molto debile a resistere al molto possente, et perciò
odiano il signorr, anzi il nemico loro vedendosi mal trat-
tati da esso. Ma se il timore è nel dominio Heroico et nel
tirannico, ciò nasce per diversi et quasi contrari rispet-
ti. L'Heroe teme.perche l'amante desidera di godere la
cosa amata, et quando viene a questo atto, non estingue il
desiderio, ma vorrebbe anchora che esso godere durasse di
continuo et per consequenza questo suo pensiero continuo
non è senza timore. Et egli sta dubitando, non che la cosa a-
mata sia per mutarsi d intentione, ma che non venga acciden-
te, che la disturbi o la separi da lui, percioche le infirmità le
guerre, le persecutioni della mala fortuna et de gli huomi-
ni tristi et la morte stessa possono impedire la compiuta con-
tentezza del godere che s'ha qua giù. I popoli temono per
la medesima cagione, et per la riverenza che portano ad
esso Principe, come affettionati et obedienti che gli sono,
et però paurosi di non errare, et quando non fossero in tutto
corretti temerebbono per l'esempio della giustitia. Ma il ti-
ranno è agitato da cattivo timore, percioche se ben si te-
me per la noia apportata da un sovrastante pericolo, non
per tanto la cagione di tale effetto è sempre honesta. Che
ove la paura di non poter perseverare nel giovare ad al-
tri è lodevole, et suole albergare nel petto del buon Prin-
cipe; quella è vituperosa che si ficca nell'animo del mal-
vagio, et l'affligge perpetuamente per l'affanno che egli ha
di non essere un dì corretto ad uscire della sua tirannide,
o ruinare precipitato dalle sue opere inique et dissolute, per-
cioche vede sempre una spada nuda pendentegli sopra il ca-
po, et i suoi vassalli temono, non perchè gli siano devoti con

[p. 6v]
amore et con riuerenza, ma per esser condannati come schia-
vi ad obblighi illiciti che li tolgono in continuo sospetto et
gli conducono ad odiare il loro superiore, dal qual sospet-
to nasce l'humor malinconico et la difidenza di poter pro-
sperare, onde essi vassalli s'inviliscono et sono del continuo
timidi et pusillanimi, come i Giudei che per trovarsi sotto
la Signoria et religionc altrui, son sempre pallidi et sbigotti-
ti, overo c'hanno paura che dalle brutte e dissolute opere
del tiranno non segua il malgoverno della Città et la rui-
na in particolare, donde sono indotti non ad odiarlo, ma
a disprezzarlo, et come l'odio, cosi il disprezzo è cagione
della temenza di lui et di loro , e l'una et l'altra cagione suol
essere atta ad estinguere la tirannide. Et perche la servitù
si tira secco l'affetto del timore, et tanto piu, quando e vio-
lenta et vile, è necessario che non meno il tiranno, che il
tiranneggiato, sia pien di spavento; percioche chi coman-
da a i servi non è libero, et essendo tale il tiranno ne segue
ch'egli sia servile, come il suo popolo, et dall'una banda et
dall'altra vi e la forza et l'indignità, per modo che la paura
vien tuttavia a crescere. Ma l'Heroe per i rispetti detti di so-
pra è sicurissimo nel regno, essendo giusto et costumato
perfettamente, et perciò amato et riverito quanto sia pos-
sibile. Egli per tanto ha tutta la perfettione nell'amore
per la corrispondenza della affettione de suoi, et per la
grandezza che dicemmo prima, dalla quale è indotto ad
amare l'eternità et tutte le persone del mondo. Ma vi è
anchora questo segno della suprema et vera sua amorevo-
lezza, che egli comprende in essa un infinito corso di tem-
po, dilatandola a i popoli presenti, a i passati et ai futu-
ri. Quanto a i presenti, e tanto loro affettionato, che
non vuol governarli se non se gli danno d'accordo, et non
simulatamente, o per necessità, ma con saldo proposito et
con intera divotione, quanto a i passati, porta ad essi tal
rispetto, che non intende di signoreggiare contra gli or-
dini loro, et perciò non prende governo contrario a quel-
lo dei predecessori. Quanto ai futuri, li stima molto nel
suo concetto; percioche nelle civili ordinationi conside-
ra il profitto non suo, ma de suoi et non de suoi in vita
sua, che ciò a un certo modo potrebbe concernere il pro-
prio interesse, ma ha riguardo al beneficio che sia anche per

[p. 7r]
giovare alla poferita. Et cosi le leggi, gli instituti, i magistra-
ti, i publici edifici, gli essercitii delle Città, i meglioramenti
del paese, et l'altre simili utilità segnalate s'indirizzano da
lui a tale, et a tanto comodo, che i posteri habbiano a parte-
ciparne piu largamentc, et piu a lungo tempo che sia possibile.
Il Tiranno all'incontro pecca in una di quelle parti, o in due
o in tutte tre, percioche ad essere cattivo Signore basta che
si manchi d'una delle dette maniere d'amorevolezza, perche
la natura dell'imperfettione è questa, che un difetto notabi-
le guasta tutto ciò che gli è in compagnia. Ma ad essere He-
roico non basta havere una sola di esse maniere, essendo il pro-
prio della perfettione, che tutte le eccellenti bontà insieme si
congiungano, conciosia che all'acquisto d'una, le altre neces-
sariamente non sopravengono, percioche la casa è male ac-
concia, quando vi si desidera solamete qualche parte impor-
tante. Ma perchè s'è detto che l'Heroe non intende di signo-
reggiare contra gli ordini di quei Cittadini che furono innan-
zi di lui, pare ad alcuni necessario, che la Signoria Heroica
habbia origine dalla tirannica; percioche tengono che natu-
ralmente i popoli fossero prima in libertà, et poi la perdesse-
ro. La onde di questo modo il primo a impatronirsi d'una
Città introduce forma cotraria alla precedente, et è per ciò
Tiranno. Et quando questa tale openione fosse pur vera, si po-
trebbe rispondere, che non sarebbe inconveniente, che come
una stirpe d'ignobile si fa nobile, cosi la signoria del Regno
dopo il malvagio principio de predecenti havesse un buon
successo de sussequenti. Ma non è però necessario, che ogni
Heroe habbia origine dalla tirannide, anzi è tutto l'opposi-
to. Percioche è falsa l'opinione di coloro che credono, che la
mutatione delli stati civili cominci dal governo universale,
et di mano in mano vada trapassando a gli altri reggimenti,
anzi è accettato da tutti i buoni Filosofi, che a i tempi Heroi-
ci essendo gli huomini molto rozzi et trovandosene pochi di
valore, avenne che chi tra gli altri si scopriva valoroso era elet-
to per superiore. Il che conviene con la legge naturale, con la
civile et con la divina, percioche si vede chiaramente ne i
bruti animali che vanno in schiera, qualmente la natura rego-
la la moltitudine sotto un capo principale, et tutti gli huomi-
ni non nascono uguali di spirito et di forza, si che debbono es-
sere liberi indiffentemente, ma altri sono atti a comandare

[p. 7v]
et altri ad obbedire, et tra alcuni atti a comandare vi è anche
tanta differenza, che ad uno tra essi eccellente tocca la pal-
ma et quasi tutte le Città sono state fondate da un sol Signo-
re di piu persone, et Dio medesimo Rettote dell'universo è
un solo. Di questo modo i primi che governarono i popo-
li furono verameutc Heroi, perche innanzi che s'usasse à-
tro reggimento erano eletti per merito della lor propria vir-
tù et occorse dipoi, che i descendenti da un primo Heroe per
rispetto del sangue s'eleggessero, e successero delle altre cagio-
ni per le quali si crearono i Re legittimi, et ambe furono per
conto de beneficii. L'una de' riceuuti, l'altra di quelli che si spe-
ravano di ricevere. Ora come il governo, Heroico nacque
prima per disagio d'huomini valorosi, così mancò per copia
de medesimi; percioche notando molti il modo di governar
tanto quanto alcun altro, et però di meritar di non istar sotto
il governo d'un solo, e con proposta la liberta, e levato il prin-
cipato d'un huomo folo, si formò quella che per la moltitudi-
ne fu detta Politia, nella quale tutte le persone participavan
della publica amministratione, ma chi piu et chi meno secon-
do la nobistà et ricchezza loro. Ma come dopo lo stato del
Regno fu ordinato quello della Politia, cosi dopo questo ven-
ne l'Oligarchia, perche è uerisimile che i discendenti da quei
valorosi che persuadettero gli altri alla libertà divenissero lo-
ro superiori di ricchezze et di credito, et ristretti insieme ab-
bassassero i poveri, et per lor soli la signoria si usurpassero,
donde derivò l'Oligarchia, che significa il dominio de pochi
ricchi occupatori del bene publico. Et dopo questa Oligar-
chia nacque la Tirannide, essendo ragionevole che questi po-
chi possenti malmenano tutti gli altri fossero finalmente in-
sopportabili, et che per ciò il popolo per non essere lacerato
da tanti, si riducesse a far patrone un solo, il quale come
regolatore violento, si chiamò Tiranno. Comporta simil-
mente il successo delle cose, che i mediocri, et i bassi della
Città troppo aggravati dalla Tirannide, et malissimo sa-
tisfatti de i principali, convenissero insieme, et formas-
sero la Democratia, che è il principato populare. Et es-
sendo moltiplicata la gente, et fatta piu esperta in quel-
la Città che ha partito le cinque dette maniere di governo,
non è da credere che dopo la Democratia si rivolgesse tut-
to l'ordine, si che di nuovo si creasse il Regno Heroico, et

[p. 8r]
la Politia, et le altre forme di mano in mano, et che poi giun-
ta l'ustima ritorna la prima, et che cosi si facesse un cer-
chio perpeuto. E' piu tosto credibile, che quando la De-
mocratia è finalmente introdotta nella Città, che per l'or-
dinario essa per qualche tempo vi duri senza alteratione,
et e che poi si mescoli coll'Oligarchia; percioche è forza
che essa si guasti, non potendo farsì che delle medesime fa-
miglie popolari alcune a lungo andare non divengano pos-
senti et nobili, et che non tirino al dominio de pochi. Adun-
que dopo il corso de i cinque governi c'habbiamo veduti non
seguirà la sopradetta rivolutione, ma sì bene si farà una con-
tinua mutatione dalla Democratia all'Oligarchia, et da que-
sta a quella, secondo che prevaranno quando i ricchi, et
quando i poveri et perche un corpo infettato che è una vol-
ta da humori veramente maligni stà sempre in peggiorare,
dovendosi fare altra varietà, ella farà della Tirannide, che
dare addosso all'Oligarchia del modo detto di sopra. Si che
io penso che in effetto errino coloro, che tengono la circu-
latione di questi reggimenti, sì come peccano anchora nel-
l'ordinarli da principio, percioche quando vogliono che do-
po il Regno Heroico segua il Tirannico, presuppongono,
che il figliuolo et I nepoti del primo Heroe entrino in luogo
suo, et che a poco a poco fatti avari et insolenti, si mettino a
tiranneggiare il popolo, il qual presupposto è falso, perche
considerandosi i primi tempi Heroici, I figliuoli non succede-
vano per heredità, ma per elettione, giovando loro il rispet-
to della stirpe, quando meritavano la signoria. Et di que-
sto modo non vi era dubbio della Tirannide et tanto meno
essendo fondato il Regno de gli Heroi in sù l'amore de popo-
li, senza il quale cadeva subito a terra. Et prima che la stir-
pe Regia andasse tanto oltre, che qualch'uno di essa con
l'Hipocrifia si mostrasse degno del principato, et entrato
che vi fosse, si scoprisse Tiranno, è da tenere che innan-
zi a questa malitia già gli altri Cittadini fossero diven-
tati tanto valorosi, che non lasciassero seguir piu oltre
il governo d'un solo, ma volessero la libertà, parendo
loro di potere reggersi da se senza superiore alcuno. Et
per queste cagioni ove pareva ad alcuni, che il domi-
nio Heroico fosse nato dal Tirannico, s'è veduto aper-
tamente, che non pur esso non derivò da principio rio, ma

[p. 8v]
ne anche anticamente fu il primo, e quando mancò succes-
se la politia, che è buona, e non la tirannide, l'oligarchia, o la
democratia, non essendo anche il dovere che si passi da un
governo ottimo quale è l'Heroico, ad un pessimo, come il Ti-
rannico senza alcun mezo. Et perche potrebbe parere strano
che nell'ordine delli stati civili non havessimo pretermessa
l'aristocratia, è d'avertire, che se la signoria Heroica non puo
haver luogo in una Città già aggrandita et da diversi cattivi
governi travagliata, tanto meno ve l'havrà l'aristocratia, per-
cioche gli aristocrati sono molti Heroi che uniti insieme reg-
gono i popoli. Resta adunque che quello stato de gli huomi-
ni ottimi possa esser solamente nella prima constitutione di
alcuna Città, et perche a fatica si trova un huomo veramen-
te valoroso, tanto meno se ne troveranno molti, et quando
pur ve ne fossero mai, perchè non sarebbono uguali di virtù
bisognerebbe venire alla scelta del piu singolarc, non conve-
nendo sproportione di merito tra gli equalmente aggradua-
ti per merito. La onde nelle buone Città si crea il principato
Heroico per essere impossibile a far meglio, et se quando poi
più Cittadini veggendo il governo dell'Heroe l'apprendono,
non è che diventino Heroi, ma di grossieri si fanno men roz-
zi, piu assottigliando l'intelletto, et fanno tanto, che conosco-
no di poter vivere in libertà. Et se fossero interamente valo-
rosi formerebbero l'aristocratia come migliore del Regno
Heroico, essendo meglio che noi siamo governati da piu sa-
vi, che da uno solo. Nel qual solo se ben la virtù è molto unita,
non resta, che ella non habbia la forza medesima in molti, co-
me pensano alcuni, anzi la maggiore quando tutti siano di
grande et d'egual valore, ma è impossibile a cavar d'un popo-
lo molti che siano attissimi a governare, et que cittadini che
dopo lo stato Heroico fecero il Politico, non solo non conobbe-
ro la vera aristocratia, ma ne anche la falsa, quale si può ben
ritrovare; ma piu tosto nasce da principio, che per la rivolu-
tione che segue dopo il primo stato. Et essi conoscendo l'a-
ristocratia falsa, si sarebbero fatti Signori de gli altri, et ha-
vrebbero accomopagnato la libertà, o la nobiltà, o la ric-
chezza, o tutto queste, o parte di loro a i meriti della virtù.
Per tanto concludereremo che noi nell'ordinare i reggimenti
civili, habbiamo lasciato di parlare dell'aristocratia, perche
essa non fu mai al mondo, se ben i Filosofi l'hanno immaginata

[p. 9r]
per opporla all'Oligarchia, si come s'oppone l'Heroe al Tiran-
no, et la Politia alla Democratia. Ma anchora che l'Heroe sia
chiamato a reggere una Città, il cui reggimento allhora fosse
cattivo, accetterà questo carico con buona conscienza, veden-
do che tutti gli huomini di sano intelletto, et che anchora i
predecessori medesimi di essa Città quando vi fossero presen-
ti, riguardando alla misera conditione d'allhora, giudichereb-
boro che non vi fosse piu altro rimedio a sostentarla, che non
andasse in manifesta rovina, et che bisognasse ridurla all'ob-
bedienza d'un huomo solo. Roma si trovaua occupata da al-
cuni principali che già l'havevano partita tra se stessi ridu-
cendola a ultima perditione del popolo, quando i cieli per
torla dalle fauci dell'iniquità, et metterla sotto la protettio-
ne d'un giustissimo pastore, fecero elettione di Cesare, et tras-
sero il mondo dalla rapacità et dalla crudeltà di piu Tiranni
all'amorevolissima Monarchia d'un sol heroe, et per modo,
che si vide apertamente che la salute di quel popolo, et di tut-
to l'universo dipendea da lui, et che i secoli passati non hav-
rebbono saputo considerare stato alcuno migliore di quello
ch'egli introdusse, ne piu appropriata et salutifera, et dolce
medicina alle tante et sì horrende piaghe, che sempre si gi-
vano piu profondando. L'Heroe adunque non sarà mai un
di que signor nuovi, che per suo interesse habbia da ricor-
rere alle rapine, a gli essilii, a gli homicidii, a gli incendii,
alle rovine, et ad ogni terribile persecutione, et che non
habbia da fidarsi mai de suoi sudditi. Ma sarà tale, che po-
trà fortificare a suo modo le sue terre senza sospetto che i
suoi popoli il tradiscano, et si servano di esse fortezze con-
tra di lui, et cesseranno mille altri inconvenienti, ai quali
coloro che vogliono rimediare col permettere, et lodare
una Signoria violenta, scrivono di loro principale intento
tutte quelle cose che credono essere atte a introdurre nelle
Città, et a mantenervi i Principi tristi. Ma non perciò nel-
le ragioni loro e alcun buon fondamento, oltre che ogni via
di dominare è in tutto fallace, ove giustamente regni ne
Cittadini contra il signore un continovo odio estremo, et
inestinguibile. Et il tutto stà nella custodia di Dio, senza la
quale son vane tutte le guardie, et le fiorze degli huomini.
La onde questi tali che vogliono far professione di tratta-
re del Principato per questa strada tanto pernitiosa sono

[p. 9v]
ostinati in sostentare pareri da ignoranti, et hanno un uf-
ficio scelerato, et degno di castigo severissimo. Ora per que-
sto essamine hatto intorno al nobil principio, et alla prece-
dentia della signoria Heroica, si dee inserire, che l'Heroe
è derivato da certi, cioè dall'amor buono; percioche il
Tiranno ama anchor esso il popolo, ma tratto dal proprio
particolare l'ama per dispogliarlo et per distruggerlo, come
la meretrice ama il suo drudo, et il lupo la pecora; ma non
dee però chiamarsi dal nome d'amore, poiche egli in cosi soz-
za opera tanto indegnamente se ne serve, il qual nome d'amo-
re, quando è assoluto senza haver altro in compagnia, si pren-
derà in santissima significatione. Onde anchora si lieva un
dubbio che potrebbono muovere i Cavalieri de nostri tem-
pi, con dire che per cagion dell'uso, si dovesse piu tosto de-
nominare l'Heroe dall'honore, che dall'amore, il qual dubbio
non è punto filosofico; ma in tutto volgare, percioche l'ho-
nore e bene esterno, et per ciò non muove l'huomo virtuoso a
operare; ma quando ci vien tribuito fa compagnia all'ope-
ra virtuosa come l'ombra al corpo, et perciò è un parlare im-
proprio a dire d'essere huomo, o Cavaliero, o Principe d'ho-
nore, in vece di persona che faccia professione d'operar vir-
tuosamente, et prendendosi questa parola propriamente, si
verrà a significare d'essere ambitioso, et d'haver posto il fine
nell'honore, che come vedremo rende la nostra vita imper-
fetta quando è preso per nostro scopa; ma se per sorte l'ho-
nore havesse tanta forza quanta l'amore, non per tanto si
troverebbe una voce sola che significasse Principe d'honore,
e anche huomo d'honore, ma ben i Greci con questa pa-
rola d'Heroe dinotarono un Principe autorevole, et essa so-
la è stata tanto al proposito, che ove un signore, un Prin-
cipe, un Re, un Imperadore, un Papa, o altro simile, si
può chiamare vitioso, o simplice, o vile, o impio, è im-
possibile che parlandosi correttamente, s'applichi all'He-
roe nome alcuno che mostri forte alcuna d'alcun manca-
mento, percioche egli è sempre detto in significatione di
huomo grandissimo, non solo nell'auttorità nel comandare,
ma anchora et maggiormente nella bontà, nella prudenza,
nel valore, et nella religione, ne ad un Heroc si potrà mai dire
con ragione ch'egli sia cattivo. Ne i Greci medesimi tra le vo-
ci, che dinotano governo o signoria, o principato n'hanno

[p. 10r]
altra nel senso di questa, et di questa parimente si sono serviti
i Latini, non si trovando tra le loro haverne altra a lei corri-
spondente. Anzi quando la legge vuole che gli errori fatti nel-
le cose della giustitia siano ascritti a i ministri del Principe, et
non a lui, essa intende massimamente dell'Heroico, presuppo-
nendosi tale ogni signore, creato ragionevolmente, in fin che
non appaia altro in contrario. Et se la legge parlando della giu-
stitia amministrata sotto un buon Principe havesse usato que-
sto nome d'Heroe, non sarebbe accaduto, ch'essa ci havesse
avertito, che gli errori che occorrono nel governo della giu-
stitia non si deono attribuire all'Heroe et questa avertenza
sarebbe stata, superflua, perche esso nome d'Heroe si sa da se
intendere, che non è capace ne d'ingiustitia, ne d'altra imper-
fettione. Ma che in effetto l'amore ci faccia operare virtuosa-
mente si dimostra benissimo in tal guisa, come a voler giunge-
re con lo strale alla meta, bisogna che l'altro sia teso col debito
incitamento, cosi dovendo il nostro desiderio pervenire alla
perfettione, è necessario che sia spinto dall'animo a ciò dispo-
sto. L'incitamento puo essere o da beni esteriori, o da affetto
interiore. Gli esteriori sono la nobiltà, le ricchezze, et l'hono-
re, che convengono alla vita civile, et perciò possono esser in-
stromenti della virtù, et quanto ai beni esteriori non voglio in
questo luogo ragionar del piacere di quella vita ch'è da Sar-
danapallo et da Elagabalo, percioche questi cosi fatti signo-
ri ancora ch'essi siano stati di grandissimo imperio, et che tutti i
Principi solo per rispetto della possanza siano molto stimati
dal volgo, non deon muoverci punto col loro essempio all'imi-
tatione delle opere loro, poiche sono state cosi vituperose et
infami et conveniente all'animo servile et non al generoso e
degno d'haver dominio sopra gl'altri, ne Principe alcun viven-
te che sia di queste qualità cosi sozze havrà forza alcuna ap-
presso coloro c'habbino niente d'intelletto, veggendosi che il
sottoporsi alla lussuria, alla crapula, alla pigritia, et alle uani-
tà è l'adoperare quella parte dell'anima ch'è comune con 1e
bestie, e convertirla al male, et cadere in mille peccati, che non si
posson attribuire ad esse bestie, le quali si lascian portar dalla
natura senza notitia alcuna che proceda dal discorso, si che que-
sto che volgarmene è chiamato il buon tempo farà un modo di
vivere piu vile di qllello de brutti animali, et sarà totalmente
aborrito da ogni galant'huomo. Ma la nobiltà suole spronare

[p. 10v]
assai giovani alla gloria con 1a presentia delle imagini de
gli avi, et con la riputatione loro conservata nelle historie,
et con possanza civile, della quale i nipoti sono tuttavia
partecipi. Et nondimeno questa che pare una debita cagio-
di farne animo alla virtù, è di poca importanza, ogni vol-
ta che si vada considerando che essa nobiltà vien da nostri
antecessori, et non da noi, che di questo modo cessa l'affet-
tione, non vi sentendo noi il vivo effetto del nostro proprio
valore. Le ricchezze similmente anchora che vagliano as-
sai per la neccesità del vivere, et per 1a comodità del vivere
agiatamente non sono però da se sofficienti; ma sono buo-
ne in quanto siano instromenti che buone opere. Et le fa-
vole assimigliarono al montone dalla lana d'oro que ricchi,
che mancavano de' beni dell'intelletto, si che i danari et la
roba non sono possenti per lo merito. L'honore parrà un
premio piu degno, et che perciò piu possa allettarne all'ope-
ra virtuosamente. Ma perche egli si desidera per segno del
nostro valore, non è il nostro fine et anche non puo essere;
percioche egli è in altrui potestà, occorrendo spesso che un in-
degno habbia una dignità, et ne sia escluso chi la merita, et
essendo ciò non pure in mano delle persone possenti, ma de'
luoghi, de tempi, dell'età, et della fortuna, che fanno che noi
siamo piu honorati in un secolo et in un paese che in un altro
et piu quando gli anni siano della gagliardia, o della riputa-
tione, che altrimente, et cosi piu per il seguito de parenti,
et de gli amici, et per la roba, et per la Signoria, che quan-
do queste comodità mancano. Et se il magnanimo fa con-
to dell'honore, non è perch'esso sia il suo proprio obietto, il
quale è veramente il cumulo di tutte le virtù ridotte all'ec-
cellenza ma egli ne tien conto, percioche non vi è dubbio,
che tra beni che son fuor di noi, questo è il principale, co-
me il piu finitimo alle nostre buone operationi, che per dar-
si a Dio medesimo, e col debito decoro desiderato dal ma-
gnanimo, il quale havendo il colmo delle virtù, vole in-
sieme un premio con loro conforme, che è il maggior dono
di quelli che sono fuori del nostro animo. Ne però il virtuoso
opera per l'honore, come per l'ultimo fine. La onde quando
Temistocle disse ch'i trofei di Miltiade il tenevano svegliato,
se pose tutto il suo intento nella gloria, et che l'altrui dignità
senz'altro l'eccitassero, non fu savio come si conveniva. Non

[p. 11r]
si niega per questo, che communemente gli huomini di spi-
rito non s'infiammino assai raccesi che sono da tale oggetto;
percioche Tigrane cavaliere di Persia dimandando in Arca-
dia ad alcuni paesani che poi guadagnassero que Greci che
col rischio del morire tanto si travagliavano ne giuochi O-
limpii, gli fu risposto, che il guadagno non era altro, che
una corona d'oliva; come a quei che vinceano ne Pitici, ne
Nemei, et ne gli Istmici il pomo, l'apio, et il pino. I qua-
li vincitori da poeti lirici erano chiamati Heroi, non che fos-
sero tali a punto, ma per una amplificatione poetica, che to-
glie questo nome d'Heroe per lo piu illustre sia possibile ad
imaginarlo qui tra noi. Il medesimo fu del lauro, dell'edera,
della quercia et della gramigna, et d'altre fronde, di che fa-
ceansi le corone per segno di diversi meriti. Et in questa par-
te anchora non pure il poetico, ma il vero Heroe uorrà piu
tosto l'honore, che altro bene erterno. Ma essendo egli ma-
gnanimo non come i signori communemente, ma in sopre-
ma perfettione, si contenterà piu di quell'honore, che è la
gratia de' buoni, et che è sicuro et nobil premio et senza so-
spetto alcuno d'ambitione, o di superbia. Leggansi ben di-
ligentemente i fatti d'Hercole, chi si uedrà ch'egli giva ator-
no guadagnando sempre, non i principati delle Città, non i
reggimenti delle provincie, non gli imperii delle parti del
mondo , ma gli animi delle persone. Solone vedendo la ter-
ra d'Atene divisa in Diacrii, in Pandiei, et in Paralii non eles-
se d'attaccarsi ad una di queste tre fattioni et di farsi princi-
pi, ma fu amico di tutti, et co suoi amorevoli ricordi gli ac-
cordo benissimo, et rimase molto satisfatto in sentire non di
essere piu graduato de gli altri, ma che ognuno con grandis-
sima satisfattione se gli sentisse obligato, et gli portasse af-
fettione con tutto il cuore, anteponendo egli alla degnità la
gratia de buoni, la qual degnità essendogli poi toccata nel-
l'esser fatto legislatore non la sprezzò punto anzi l'hebbe
cara per haverla di consenso d'ognuno, et per conoscersi di
valore degno di essa. Ne però questa gratia di che parliamo
è il fine della virtù, essendo esso l'honesto, che è havere pia-
cere nel ben operare non per altro fine che per esso ben ope-
rare. Onde Solone medesimo finse il pazzo per beneficio
importantissimo della Città, volendo fare annullare quella
legge che vietava il muover la guerra a Salamina. Et se la

[p. 11v]
cosa non gli fosse prosperamente socceduta havrebbe potu-
to cadere dalla buona opinione della gente. Et Bruto ancho-
ra col fingersi stupido fece piu conto del solo honesto indiriz-
zato alla salute publica, che della gratia de gli huomini ac-
compagnata con la sua vita privatamente virtuosa. Poi che i
mezi esteriori che abbiamo veduto non sono veramente atti
invitarne al fine della vera felicità, è da rivolgersi alla affet-
to che è dentro di noi, il quale secondo la sua compiuta quali-
tà è l'amore di tutto quello che honestamente conviene, et
tolto simplicemente in quanto ch'egli ha la radice sua nel-
la operatione naturale, ha grandissima forza, per esser pri-
ma naturale et indi con cognitione, et poi con discorso, et
ultimamente con la perfettione del giudicio. Si che amo-
re, quanto al suo principio, vale assai, et piu anchora dive-
nendo nostro in particolare, et non nostro secondo tutti
gli huomini, ne secondo la maggior parte, ma per sola elet-
tione de gli huomini segnalati. Adunque io mi muovo con
piu ardore, quando io fo alcuna cosa, intendendo di far-
la per rispetto di quello che io medesimo conosco et voglio,
che sia il mio debito, che non è quando la mia attione è mos-
sa principalmente da una cagione esteriore. Ne amore so-
lamente ne dispone come il foco il ferro a prendere alcuna
forma, ma anche n'accomoda, et ne conferma in quel-
la cosa che ci eleggiamo. Il vero amore fa che intellet-
to porge alla volontà il bene et non il ben apparente, ma il
vero bene, et inducendo il vero bene a poco a poco, forma
l'honesto, per modo che gli dà il principio et il compimen-
to. Ora quando l'amore et l'honesto son fatti una cosa medesi
ma, ne segue la perfettione civile, et concorrendovi poi la divi-
nità si puo fare nascere la virtù Heroica. La qual divinità
deriva anchor'essa dall'amore, facendo egli che l'intelletto
introduca la verità nel discorso, et che con questo mezo si va
da Dio et si fermi in Dio. Ma l'Heroe non è chiamato divi-
no per rispetto della contemplatione e anchora particolar-
mente per rispetto della religione, ma è chiamato divino per
sovrastare tanto agli altri huomini nell'operare civilmente,
che non vi si scorge niente della qualità humana, ma pare che
per gratia divina sia tanto agli altri superiore. Et in effet -
to questa gratia è la virtù tanto il sollieva, la quale è tut-
ta operatione d'amore, percioche la nostra mente si converte

[p. 12r]
al sommo creatore, et conversa a lui e e da lui illuminata, et sus-
sequentemente raccesa,et a lui approssimata, et da lui forma-
ta. La conversione crea amore, l'illuminatione il nutrisce, l'ac-
cendimento l'augumenta, l'approssimatione gli da impero, et
la formatione il fa perfetto. Oltre a questa scala Platonica,
noi habbiamo un'altra via da mostrare il medesimo con ma-
niera conveniente ad ogni amore, et che però è molto al no-
stro proposito. Iddio, o l'amico, o la donna, che ci propo-
niamo ad amare è come il sole, il nostro pensier imaginati-
vo è il corpo diafano, la simiglianza della cosa amata e la lu-
ce, il senso e il centro, il desiderio e il reflesso, la ragione è l'e-
sca, l'amore è il fuoco, la transmutatione è la fiamma, la per-
fettione è l'arsura. Et come il sole per i succesivi gradi rac-
contati arriva all'arsura, cosi la cosa amata movendo le qua-
lità che a parte a parte si sono poste è finalmente causa della
perfettione dell'amante. Et perche il centro in un instante è
ferito dal raggio della luce, il nostro pensiero è tanto pre-
sto recarsi al cuore la cosa amata, che amore ha la sua ori-
gine in un subito, ma ha poi la natività, l'accrescimento, et la
perfettione con qualche indugio, concorrendovi anchora il
tempo nell'accendere il fuoco, nel far la fiamma, et nell'ardere
interamente. Et se la ragione dell'amante sarà ben regolata
tal che s'assimigli all'esca fina, ne seguirà la sua perfettione
vera et non l'apparente, la vera è simile all'efficacia dello spi-
rito, che è o virtuoso, o intellettivo o santo. L'apparente è
con vitio, con ignoraza, et con impietà, percioche si trovano
due caldi, l'uno, che distrugge, come è il cattivo humor cole-
rico, et il fuoco che è qui da basso, et l'alro che conserva, co-
me è il nostro naturale, et l'elemetare. Et apunto il calore del
nostro spirito è atto alla perfiettione et all'imperfettione, del
modo medesimo che è quello del sole. Vedesi adunque che
l'Heroe è piu incitato dall'amore, che da alcuna causa este-
riore, et che la dilatatione fa molto per lui, per virtù del-
la quale applicandosi al proposito le cose dette, si compren-
derà quanto egli sia grande et compiuto. Et perche il suo fi-
ne è il far felici le Città, et il suo ufficio è il fare tutto quel-
lo, che per questo effetto gli sia possibile, egli ha da essere
considerato quanto all'amore humano. Primieramente l'He-
roe si converte con l'animo a i popoli, et comincia ad essere loro
affettionato, poi penetrando con le sue operationi nelle loro,

[p. 12v]
pasce l'intelletto di tal cibo, che il nutrisce bene, et lo fa cre-
scere assai, et che non è come quel cibo che riempiendo trop-
po lo stomaco impedisce la digestione, et opprime la virtù
vitale, ma quanto egli è in maggior copia, tanto piu è soste-
nuto et aggradito dalla virtù Heroica. La quale rende il nu-
trimento quando sente che l'intentione de gli huomini si
confaccia con la sua, et diventa vivace et gagliarda, quan-
do accetta la protettione et l'amministratione loro, et ella
poi col metterli a giovare ad ognuno, et col darsi in tutto
alla beneficenza acquista impeto, infin a tanto, che questo
suo moto si fa perfetto per il continuo governo honesto et
prudente in sopremo grado, et piu che secondo l'humana
conditione. Medesimamente il buon Principe vede con l'oc-
chio, et piu con la mente i popoli ch'egli regge, et con l'ima-
ginatione manda dentro al suo animo la natura loro, che ec-
cita subito il suo desiderio già preparato a gire a ritrovare il
dircorso , il quale ritrovato che è, conclude che que popoli
sopra che egli ha havuto debita consideratione sono degni
di lui, et in questa guisa genera l'amore Heroico, che subito
dipoi transforma esso Heroe nelle persone che egli governa,
et unito che l'ha con loro, il fa perfetto. Et perchè l'afettio-
ne è al suo colmo, quando è reciproca, ne s'elegge d amare
chi non sia per corrispondere nell' amore, sotti gli obedien-
ti del Principe prendendo lui per oggetto, così di lui s'inamo-
rano, come egli ha fatto di loro. Et quei tanti incendii di
che parlano gli amanti con le donne, se sono angelici et non
furiosi ne bestiali, contengono parimente nell'unità della
Republica, quando l affetto pateno del Signore, et il rive-
rente zelo de cittadini corrirpondono insieme. Ma se cia-
scuno d'essi vive et vede se medesimo in lui et nell'interesse
publico può promettersi tanto della vita di lui, quanto del-
la propria, egli similmente habita nelle anime di tutti loro,
nelle quali raffigura se stesso come in uno specchio, che per
molte concavità con molti aspetti il rappresenti, i quali a-
spetti anchora che siano piccioli non sono però da lui dissi-
mili, si come parimente esso Heroe è un grandissimo spec-
chio, in cui tutti coloro c'hanno buona vista possono affis-
sargliela, et conoscere se stessi, et apoco apoco vedersi cre-
scere et venir grandi piu dell'ordinario. Ora l'Heroe quan-
to è certo che le anime de suoi huomini in se stessi il conser-
vano

[p. 13r]
et custodiscono, altrettanto è sicuro di potersene vale-
re per fortezze, et d'haverli pronti per la salute sua. Di qui na-
sce che il buon Principe, et i buon cittadini s'uniscono insie-
me, et formano un corpo solo per la vera conformità de co-
stumi, ma non è così che lo stato tirannico, percioche in esso
i sudditi son tenuti poveri, vili, et discordi, per modo che non
habbiano ne ricchezze, ne valore, ne confidenza tra loro, et
però non siano habili a scacciare il tiranno, il quale dall'altra
parte acuisce l'ingegno al far male, coprendo le sue brutte
opere sotto bei colori, col fare il costumato, et il desidero-
so del ben publico per tutte le vie, et usando perciò il parlar
modesto, l'affabilità, l'humiltà, et l'hipocrisia, et mostrando
di spendere et di servare il tesoro solo per bisogno et per be-
neficio della Città. Et per queste cagioni tra il tiranno ancho-
ra che simuli bontà, et i suoi popoli, che sono miseri non può
essere unità, come è nel governo Heroico, anzi perche in po-
co tempo la miseria va alla disperatione, et la simulatione viene
discoperta, ne suol seguire in breve il totale distruggimento
di simile signioria, et n'aviene quello che è dell'acqua rinchiu-
sa per forza, la quale trovando l'essito, ruina con maggior im-
peto, come è a punto della gente malissimo satisfatta che
sta sotto la ubidienza al suo dispetto, che tanto piu disfrena-
tamente si muove contra il tiranno, se poi se le offre l'oppor-
tunità della ribellione. Si che è impossibile, che uno ingiusto
signore convenga con suoi popoli, ne anche con huomini al-
cuni di bontà. Et ne diede l'essempio Dioniso Re di Sicilia,
che mostrò di desiderare il terzo luogo nell'amicitia di Da-
mone, et di Pithia scolari Pitagorici, et non però hebbe gra-
tia d'haverlo. Per contrario il vero principato congiunge in
uno l'Heoe et il popolo con amore inseparabile. L'Heroe di-
vide il suo animo in molte parti, et in quel punto medesimo
il popolo della Città congiunge molti animi insieme, Si che ne
risulta la trasmutatione dello stato Heroico nel civile, et del
civile nell'Heroico, et queste due nature nell'affrontarsi, e nel
trapassare dall'una all'altra si fanno una sola, et in questa gui-
sa alla congiuntione de gli amori et delle volontà è confor-
me la maniera dell'operare, essendo un punto medesimo
quello che forma l'unità d'una operatione dilatata in piu, et
di piu operationi ristrette in una. Per conseguenza l'Heroe di
perfetto virtuoso, et di degno d'essere imitato diventa
[p. 13v]
imita-
tore dell'altrui vite, et il popolo ove ne gli altri governi to-
lerabili uol havere del continente et dell'incontinente, et es-
ser perciò costretto a segvire le pedate del suo legislatore, in
questo stato Heroico, si solleva tanto dall'imperfettione, et
dall'uso ordinario, chi cerca d'aggiungere alla vita essempla-
re, sì che gli altri imparino da lui. Similmente l'Heroe, che
nelle cose della giustitia è solo avezzo a comandare, si sotto-
mette a l'obbedienza delle leggi, et il popolo all'incontro, che
dee servare le leggi et comunemente è trasgressore di esse,
non pur vuole essequirle puntalmete, ma li fa atto a formar-
le et ad imporle secondo il bisogno. Ambi poi convengono
nella custodia, et nella difesa reciproca, percioche l'Heroe
adatta il suo corpo a piu occhi, et a piu mani, et il popolo i
suoi piu occhi, et le sue piu mani riduce ad un corpo solo, di
maniera che tanto l'uno quanto l'altro si sforza d'esser l'Ar-
go et il Briareo del compagno. Ma perche può occorrere al-
le volte, che nell'unità l'una parte preceda all'altra, come oc-
corre di due Consoli, et anche del marito et della moglie, et
similmente della ragione et dell'appetito, è da dire, che avie-
ne anchora il medesimo in questa unità di che parliamo, per-
cioche il primo moto di essa vien dall'Heroe, che in ciò è si-
mile alla ragione, come il popolo all'appetito, il quale nell'es-
ser ben d'accordo con lei si chiama ragionevole, del modo
che essa è detta appetibile. Et perciò Homero imitando i co-
stumi delle Republiche de suoi tempi, indusse i Re a riferire
alla gente loro quello che havessero deliberato, il che quando
era da essa approvato, ciò si potea chiamare elettione, per-
cioche s'elegge quando s'appetisce di far quel tanto che nel-
la consulta si è concluso, et in questo caso un Re Heroico è la
retta ragione, et il popolo a lui debitamente soggetto è l'appe-
tito moderato, le quali due parti dell'anima per esser ben con-
giunto inseme n'inducono a operare virtuosamente, si come
è indotto un virtuoso governo civile, quando chi regge, et chi
è retto hanno tra se una coveniente relatione.Et così il popo-
lo sarà Heroico, et l'Heroe sarà popolare. Egli nondimeno quan-
to a se stesso non havrà del populare, ma del divino nel difon-
dersi con amore ne' suoi cittadini, anchora che fossero quasi
infiniti, et nel tirargli a se, assimigliandosi a Dio che penetra
per entro a gli Angeli, et per la sola forza della virtù fa segui-
re la transformatione, havendo egli amore per tutte quelle

[p. 14r]
innumerabili intelligenze che gli piacque d'eleggere. Aristofa-
ne favoleggia che l'amane sia l'una metà di se stesso, et che va-
da cercando l'altra per farsi intero, il che sarà un sogno se
noi riguarderemo alla verità, che è nell'amore dell'Heroe,
percioche egli ha la vita perfetta, et regge il mondo piu per
dargli perfettione, che per riceverne, et non va atorno per tro-
vare una sola creatura in che ponga tutto l'amor suo, ma è
tanto tutto amore, che n'ha da dispensare in tutte le creatu-
re di tutto l'universo. Di questo modo dall'un canto pare,
che l'Heroe nell'amore debba anteporre se stesso a gli altri
per rispetto della sua perfettione, che non ha bisogno dell'al-
trui soccorso, et d'altro cano per tutto l'opposito, dilatan-
do lui l'amor suo in tutto l'universo, ma il dubbio si risolve
con questa distintione, che l'Heroe quanto alla sua vera forma,
che è l'anima intelletiva, fa piu conto di essa, che d'ogni al-
tra cosa, et vorrebbe haverla piu perfetta che fosse possibile,
et in questo caso stima, e ama piu se stesso che alcun altro, ma
poi quanto a i beni materiali, che sono del corpo, et della for-
tuna egli antepone il publico beneficio alla roba, et alla
vita propria. Il medesimo è d'ogni persona virtuosa, per-
cioche ella ama piu se stessa che gli altri, quando preferi-
sce l'honestà a tutte le cose del mondo, nel qual senso si di-
ce propriamente, io non darò a niuno l'honor mio, cioè
non lascerò il mio debito dell'operar virtuosamente a peti-
tione d'alcuno, questa medesima persona non ama il suo ap-
petito irrationale, et piu apprezza l'amico, che l'honore, in
quanto che l'honore è dignità et bene esterno, si come tutti
gli altri beni esterni deono essere comuni all'amico. La on-
de è da inferire, che l'Heroe nell'entrare in Signoria, nello
starvi, et nell'uscirne si governi sempre con l'amore ben re-
golato,percioche egli non si mette a dominare mosso dal
suo interesse con danno dell'altrui, o nella riputatione, o
nella roba, o nella vita, non essendo egli ne ambitioso, ne
avaro, ne vendicativo, ne cadendo perciò, o nella super-
bia, o nell ingiustizia, o nella crudeltà, si come fecero i tiranni
del Triunvirato con le loro proscrittioni, nel qual Trionvi-
rato si può quasi dire che l'ambitione, l'avaritia, et la vendet-
ta havessero diviso il mondo in tre parti, et che Ottavia-
no, Lepido, et Antonio mossi da queste passioni n'haves-
sero preso il governo, il qual poi peggiorando indusse nello

[p. 14v]
Imperio huomini superbi, ingiusti, et crudeli al possibile,
che dopo Nerva et Traiano et alcuni altri pochi si rinovaro-
no in Comodo, in Severo, in Caracalla, in Massimino, et
in molti sussequenti. Ma l'Heroe fa come Bruto, che ac-
cettò il Consolato per l'amor della patria, mostrando do-
po con l'anteporre essa all'amicitia del compagno, alla vi-
ta del figliuolo, et alla sua propria, si come per l'opposi-
to Tarquinio superbo s'era scoperto tiranno con l'uccide-
re il suocero et il fratello, et col mal trattare la Republi-
ca, per far piu conto del suo particolare, che d'alcun altra
cosa. Et ciò quanto all'entrare in signoria. Nell'uscirne poi
si è del parer medesimo, percioche Ciro venendo a morte
essortò Cambise, a cui lasciava il Regno della Persia ad ecci-
tar l'amor del popolo verso di lui col suo proprio verso di lo-
ro, et Adriano non havendo figliuolo che gli succedesse
nell'Imperio, et sentendosi mancare, parlò affettuosamen-
te a i primi Senatori con mostrar loro d'haver eletto Anto-
nino, per conoscerlo principalmente di natura dolce et amo-
revole, quasi che a questa buona dispositione dell'animo, ten-
gano dietro tutte le piu gentili, et tutte le piu generose virtù.
Quanto allo stare nel reggimento, si tiene tuttavia questo sti-
le dell'amorevolezza paterna verso i popoli. Et per non cer-
care altro Principe, che forse anche altro così al proposi-
to non si troverebbe, il detto Antonino fu tanto benigno a
tutti, et tanto desideroso del ben publico con tanto amore,
che con intera contentezza d'ognuno fece prosperare l'Impe-
rio, et hebbe l'ubedienza de Romani senza punto di forza, et
acquetò similmente le provincie ribellate quasi senza san-
gue, et affinò si questo amore, che fece giudicarlo una San-
tità. Er se ben pare ch'egli fosse chiamato Pio, per esser in
quel secolo il nome di pietà preso impropriamente per la
misericordia, et per la clemenza, si come è poi durato infin
a i di nostri. Nondimeno l'affettione sua verso la patria, et
verso i suoi popoli con che l'estendea alla salute di tutto il
mondo, et specialmente alla religione, ci fa credere, che
fosse molto proprio in lui il cognome di Pio, il qual cogno-
me come fu conforme con la sua vita amorevolissima et
con la felicità di tutto quel secolo, et di lui stesso, cosi
n'hebbe le chiare dimostrationi, quando esso Imperado-
re subito dopo la morte, del Senato, che prima gli
[p. 15r]
ha-
vea dato il titolo di Padre della Patria, fu deificato col con-
corso di tutti gli huomini della Città, che a gara l'un dell'al-
tro chiedeano questo, et hebbe subito il Flamine, et i giuo-
chi Circensi, et il Tempio non per forza, o per adulatione, o
per usanza, ma perche ognuno di propria elettione volse
cosi, et egli coi suoi meriti havea concitata questa volontà.
Et perche il buon progresso della nostra vita dà inditio di
un buon principio, che gli sia proceduto, et d'un buon fine
che gli debba succedere, egli cominciò a reggere mosso dal-
la propria giudiciosa amorevolezza, da quella d'Adriano,
et da quella del senato, et similmente nel morire diede al Tri-
buno della militia il nome della equanimità, che era stato il
suo a lui, et a gli Heroi molto conveniente, et volle che la sta-
tua della fortuna aurea, fosse transportata dalla sua camera
in quella di Marco Aurelio, accioche per la salute del mon-
do vedesse entrar nell'imperio cosi Heroico Principe, il qua-
le fu poi cognominato Filosofo per il compiuto amore che
portava alle operationi civili, et alle contemplative. Et perche
la virtù Heroica principalmente consiste nell'amministra-
tione, è da sapere, che la magnanimità è la strada al go-
verno Heroico, et che è virtù morale corrispondente alla
dignità della prudenza d'un reggitore, et che come habbia-
mo veduto, consiste specialmente nell'esser valoroso, splen-
dido, et mansueto, il che è in soprema eccellenza, quando
l'attione è solamente spinta da amore, come si dice d'Achil-
le,che per l' affettione che portava a Patroclo, non stimò
punto la vita, et d'Alessandro che nel donare, et nello spen-
dere largamente giubilava, di modo che se gli vedea il cuo-
re. Si che Olimpiade gli scrisse piu volte, ch'egli facea Re tut-
ti i suoi famigliari, et tanto gli aggrandiva, che restava ab-
bandonato da ognuno. Ma egli non istimò mai questa ripren-
sione della madre, perche era in ciò giudicioso, et conoscea
benissimo, che i pari suoi, per questo rispetto non poteano
perire, anzi che si discostavano dalla tirannide, congiugen-
dosi con la vita Heroica col legare, et allacciare gli animi
della gente. Cesare poi col perdonare a i ribelli, et con l'estin-
guere totalmente l'intentione della vendetta, mostrò una te-
nerezza paterna verso l'humana generatione; cosi efficace-
mente ,che dopo la sua morte il nome solo di lui ricordato
al popolo combattè piu che non havrebbe fatto la sua
[p. 15v]
pro-
pria persona, essendosi veduta tanta ingratitudine et crudel-
tà usata tanto a torto contra un tanto benigno Principe,
percioche il vitio scoperto che è, concita odio, come all'in-
contro la virtù conosciuta concita amore. Il principe Heroi-
co per la magnanimità degno d'amministrare tutti quegli
uffici che comportano i principali, è singulare nelle tre par-
ti principali della Città, nella pace, nella religione et nella
guerra, delle quali è formato il governo de popoli, percioche
nel reggersi le Città s'usa la ragione, o con la quiete, o con la
forza, con la quiete, o secondo la legge civile, ch'è propria del-
la pace, o secondo la divina, ch'è della religione, con la forza
quanto alla guerra. Mostra quì interamente l'Heroe la sua
grandezza, percioche ove le leggi, le arme et il culto divino
tengono i tre luoghi principali et hanno bisogno di tre vari
personaggi, egli solo li sostenta tutti e tre, et di maniera che
ov'è molto malagevole il ritrovare un huomo di mediocre
valore in un solo di quei tre maestri, si veggono chiarissima-
mente in lui solo le perfette eccellenze di ciascuno d'essi. Ro-
ma non potea esser veramente capo del mondo, se non vi con-
correvano queste tre diverse grandezze in tre potenze di-
verse, percioche lasciati da parte i Re, come quei che ne fu-
rono tolamente fondatori, quando ella fu già cresciuta al col-
mo, hebbe prima la Rep. che rappresenta il senno, e ha per ciò
principalmete le leggi, et poi lo Imperio, la cui proprietà per
la possanza sua sta nelle arme, et ultimamente il Pontificato,
che col carico delle anime è il primo della religione. Ma ne i
fondatori havrebbero sostentato l'edificio, se un solo gli ha-
vesse posti, percioche Romulo solo non potè ridurre a buon
termine que' suoi che raccolse insieme, ancora ch'essi fossero
pochi, et ch'egli ad uno stato nuovo potesse con le prime or-
dinationi dar qual forma piu gli piacesse, che per affrenare
la licenza, fu necessario il soccorso di Numa Pompilio, il qua-
le vi aggiunse il culto divino, ne ciò bastava, perche il domi-
nio ridotto per questi mezi alla sicurtà del riposo, comincia-
va a indebolirli et a mancare affatto, se il vigore della mili-
tia nol facea risorgere per l'aministratione del terzo Re succes-
sore. Dalla quale nascente Signoria, si puo conoscere come le
detti sopreme parti d'una ben regolata Città non si possono
mai separare, se non con distruttione di ciascuna di esse, per-
cioche unite insieme si mantengono, reggendosi l'una l'altra,

[p. 16r]
et disciolte che sono, quella che per aventura senza le due com-
pagne parea per se stessa sofficiente, cade tosto, che non è sove-
nuta. Talche bisogna che siano come i tre corpi di Gerione
ridotti in uno, o piu tosto c'habbiano le qualità de tre uffi-
cii dell'anima dell'huomo, cioè del vegetativo, del sensitivo,
et dell'intellettivo, i quali non hanno a far tre anime, ma una
sola atta alle operationi di tre potenze, et similmente non var-
ranno mai nulla nell'humana perfettione senza il reciproco
aiuto. è vero che in questa materia sono i gradi della nobil-
tà, si che l'uno è da piu dell'altro, percioche la facoltà vege-
tativa è simile alla guerra, c'ha la forza di difendere, et di ri-
cuperare. La sensitiva alla pace, ch'è posta nell'usare il dife-
so, et il ricuperato. L'intellettiva alla religione, con la quale
si gode la miglior parte che sia nell'uso della vita humana.
Et esse facoltà dell'anima nostra hanno l'ordine della loro
eccellenza, perche come la bestia precede alla pianta, et l'huo-
mo alla bestia, cosi la sensitiva alla vegetativa, et l'intelletti-
va alla sensitiva. Il che conviene a punto nella dispositione
de gli ufficii del reggere, essendo piu degno chi usa alcuna
cosa, che chi la fa et piu colui che la gode, che colui che l'usa,
perchè quel fine è piu honorevole, al quale un precedente sia
ordinato, ivi come si è mostrato fin da principio. Ma oltre al
fine, l'instromento ancora et l'oggetto ci danno a conosce-
re la precedenza. Quanto all'instromento, il discorso de gli
accidenti men fiortuiti è anteposto a quello de piu fortuiti, et
la pace e governata da quello, et la guerra da questo. La men-
te altratta ch'è superiote all'uno, et all'altro discorso è pro-
pria della religione. Gli oggetti poi stanno di questa manie-
ra, che lo stato pacifico e civilmente quieto et il militare è
travagliato, et il religioso è divino, et al travaglio è prepo-
sta la quiete civile, et ad essa la divina contemplatione. Et
dalla perfettione del piacere si puo ritrarre il medesimo,
percioche egli è piu puro, piu fermo, et piu certo nella
religione, che nella pace, et piu nella pace, che nella guer-
ra. Et ultimamente dalla sofficienza, perche l'essercitio mi-
litare ha l'arte per se solo, et I mestieri del tempo pacifico
non pur bastano ad essa pace, ma sono ancora utili alla mili-
tia, et la religione s'estende all'una et altra. La onde Home-
ro molto prudentemente formò tre opere per mostrare
l'intera forma Heroica et cominciando dalla piu debile

[p. 16v]
finì nella piu importante, percioche l'Iliade et l'Idea della
guerra, et l'Odissea serve pur un essempio della prudenza ci-
vile richiesta massimamente negli studii della pace, et gli
Hinni abbracciano tutte le principali deità comprese nella
religione de Gentili. Et perche questo c'hora diciamo per
Teorica sarà meglio conosciuto con la pratica, prenderemo
Scipione, et anderemo considerando la sua vita, accioche si
vegga la natura et l'ordine delle tre parti Heroiche di che
parliamo, et insieme l'amorevolezza con che esse acquistan
la loro perfettione. Et intendendosi spesso meglio l'intimo
dell'arti et delle virtù da alcune private particolarità, che
da quelle che sono molto maravigliose a i popoli, non stare-
mo principalmente in sul condurre numerosi esserciti, et in
sul fare gran fatti d'arme, ma piu intorno a certi particola-
ri che ricercano la sottigliezza dell'intelletto. Et certo che
Scipione è stato molto al proposito, percioche fu per natu-
ra nobile, gagliardo, bello, gratioso, eloquente, grave, et viva-
ce piu che alcun altro cavaliere del mondo, et di dicisette an-
ni andò alla guerra, et se gli offerse l'occasione di torre suo
padre dalle mani de nemici, che l'haveano ferito, et il face-
vano prigione, all'hora che era generale contra Annibale
in sul Ticino et nacque a punto in un secolo, che potè mo-
strare il valor suo, con dare, non pur aiuto, ma la vita mede-
sima alla sua patria già come estinta, percioche dopo la rot-
ta della Trebia, et del Trasimeno, et ultimamente dopo la
terza che fu a Canne, havendo deliberato tutti i giovani Ro-
mani di partirsi d'accordo d'Italia, per modo che il Senato
veniva a mancare di defensori, et Roma restava abbando-
nata, et si perdeva, egli fece lor animo tanto affettuosamen-
te, che gli indusse tutti a giurare che non lasciarebbon mai
la Republica. Et da questo amore ch'egli portò al suo popo-
lo, cominciarono i suoi governi, percioche cosi giovanetto
come era, fuori d'ogni usanza fu creato Edile Curule. Et quan-
do poi occorse il caso che suo padre et suo zio furono uccisi
in Ispagna, per la morte di due così gran Capitani, et per li
fieri accidenti delle disgratie che andavano perseguitando
et ruinando i romani, ognuno era in tanto spavento che non
fu chi havesse ardire di dimandare l'assunto della Spagna,
ne pur di mostrarsene desideroso in qualche modo. Ma esso
Scipione comparve animosamente et ottenne subito
[p. 17r]
questo
carico, et vedendo poi i Senatori ch'egli era solamente
di ventiquattro anni, et che tempo sfortunato giva incon-
tra a Capitani che erano vittoriosi et de maggiori c'havesse
l'Africa, restarono sbigottiti, et quasi si pentirono di tale e-
lettione, onde egli parlò dinanzi a loro con tanto senno, et
con tanta efficacia li confermò nel parere di prima, et an-
che gli assicurò di vantaggio; et si vide nel suo aspetto una
maestà degna di quella impresa et d'ogni maggiore, percio
che era cosa in lui quasi sopra naturale, che accomodasse la
faccia in guisa, ch'ella in un punto fosse formidabile et beni-
gna, et nelle fattioni della guerra pur in un tempo medesi-
mo a i suoi benigna, et a i nemici formidabile. Ora da princi-
pii così grandi, ecco che mirabile riuscita, et quan-
to egli bene adattasse la prudenza civile all'arte militare,
percioche presa ch'egli hebbe Cartagine nuova, rendè gli
ostaggi Spagnuoli che v'havea trovati dentro. Et da questa
cortesia trapassò a due altre, che rendè parimente a Indibile
le figliuole, et ad Allucio signor de Celtiberi la sposa, giova-
ne di soprema bellezza, che fatta prigione da suoi soldati
gli era stata condotta, et egli l'havea fatta custodire con gran
diligenza et trattare molto honoratamente, et la tenne cosi
infin a tanto che si seppe a che personaggio ella appartenesse.
Et oltre a ciò fece un magnifico presente al medesimo Allu-
cio, la cui afittione divenne grandissima verso la Republica
Romana, et fu atta a tirare alla divotione di lei gran parte di
quella Provincia. Il che egli potea haver imparato nella Pe-
dia di Ciro, ove si legge il buon effetto di che fu cagione l'ha-
ver servata Panthia ad Abradata suo marito, percioche Sci-
pione con tutto che fosse molto scientiato, maggiore studio
ponea nella Filosofia civile et nell'historia, che in altri libri,
per ricercare con ufficio del reggere le Città et gli esserciti,
et perche vide che la Pedia di Ciro tirava all'Idea d'un Prin-
cipe veramente Heroico, egli la sapea tutta, et costumava di
tenere essa la notte sotto il guanciale, come Alessandro era
stato solito di tenervi l'Iliade. La onde Scipione ci mostra
che nel guerreggiare, il valore, et l'arte vagliono sì, ma che la
perfettione loro consiste nel sapere usare le virtù morali, et
nell'intendere le cose della politica, et nel caminare per le
vestigia de gli antichi buon Capitani. Egli dipoi ruppe Asdru-
bale Barchino sopra Besula; et piu profitto col liberare tutti

[p. 17v]
i prigioni senza taglia et col mandare a Massinissa il suo ni-
pote Massina, et con usare tutti i segni possibili di clemenza
et di liberalità, che con la forza dell'essercito, per modo che la
Spagna, che non era stata vinta dalle sue arme, si confessò es-
ser vinta dalle sue amorevolezze, et il gridò Re, et il volea
per suo Signore, se non ch'egli ricusò questo nome odioso al-
la Rep. Romana, et mostrò che non facea cosa alcuna per suo
particolar profitto, ma che tutte le sue operationi erano in-
dirizzate all'altrui benefcio, et che cercava d'assicarar la
sua patria con la salute delle Terre medesime ch'egli rendea
divote ad essa. Accordò ancora Massinissa et Siface co Ro-
mani, nella qual pratica gli valse l'attione conveniente a i ne-
goci, che portano la pace assai piu che l'arte militare, et di
qui nacque tutta quella prosperità ch'egli hebbe nella guer-
ra dell'Africa, perciochè se ben Siface gli mancò poi di fede,
nodimeno i soldati presero animo di combattere tanto piu va-
lorosamente contra di lui, come contra a un violatore del giu-
ramento, et i suoi popoli che vedevano che il Re loro per pro-
pria colpa et tristitia s'havea tirato in casa una guerra cosi
terribile, erano tanto maggiormente dall'horrore inviliti,
et similmente Massinissa per la speranza di rihaver le sue ter-
re, che gli erano tenute da Siface, si mosse tanto piu gagliar-
damente, oltre che senza il soccorso d'esso Massinissa non si
havrebbe potuto far quella cosi gloriosa espeditione, in che
Annone fu rotto et poi distrutto l'essercito d'Asdrubale, et
preso Siface, et finalmente costretta Asdrubale a richiamare
Annibale, il quale fu ancora esso superato, et ridotto ad ac-
cettare quelle conditioni che piu piacqvero al suo nimico. Et
la vittoria fu veramente l'accendere il fuoco ne gli alloggia-
menti Africani, et cobatterli di notte, et diminuire la forza et
la riputatione loro, si che fossero inferiori nella giornata che
si fece d'accordo, ove oltre alla disciplina importò assai la fe-
de de' soldati guadagnati con gli amorevoli portamenti, della
qual fede si potè preder sicurtà, col gire di notte in una im-
presa molto pericolosa, donde chi fusse fuggito non si sarebbe
veduto. Et vi volle perciò una risolutione di fare il debito di
propria volontà, et non per timor di vergogna. Diremo pertanto
che fu ottimo consiglio quello di Scipione ad accordar Massi-
nissa co Romani, poscia che tanto gli valse nel conquistar l'A-
frica, ma pare che non fosse buona la deliberatione di gire a

[p. 18r]
ritrovar Siface, et che questa risolutione fosse piu tosto da pre-
cipitoso Capitano che da Governatore circospetto, perciò
che il potere che gli havea data la Rep. non s'estendea fuor
della Spagna, et cosi passando in Africa di sola sua volontà, in-
contradogli disgratia alcuna, non era escusato e abbandonan-
do la Spagna che non era in tutto acquistata, si mise a perico-
lo di perderla, si come grande fu il pericolo che Siface per es-
sere Africano,et per natura poco amico a Romani, nol facesse
mal capitare.Quì primieramete diremo che buono fu l'avi-
so di Scipione in non voler avisar punto i Romani di questo
suo disegno, per tre rispetti, per la neccesità del tempo, per la
importanza del negocio, et per il pericolo d'una ributtata. La
prestezza del tempo vi era necessaria, perche bisognava affret-
tarsi, atteso che era verisimile, che i Cartaginesi fussero per
ridursi alla volta di Siface dapoi che vedeano prosperare
le cose de Romani, si come riuscì vero a punto, percioche
Scipione trovò che Asdrubale era giunto ancor esso alla cor-
te di Siface per tirarlo alla divotione della patria sua, et pe-
rò non si potea tardare tanto che fosse stata proposta a Ro-
ma, et tornata la risposta. Il negotio era importante per mo-
do, che quando ancora l'indugio non havesse fatto passare
l'occasione, non si potea trovar maniera di fare andare innan-
nanzi il partito con avisarne la Republica, percioche l'ha-
vea da render conto di molti particolari, per persuadere il
Senato a contentarsi di questa pratica, et con lettere non si
può argomentare et replicare, come si fa con la viva voce,
et spesso la scrittura è causa che non s'ottenga quello che
con l'efficacia delle parole s'havrebbe impetrato, et il man-
dare un messo, ancora che sia assai meglio, non è però di
quella satisfattione, che sarebbe se in cambio di mandar-
vi altri, vi andasse la propria persona, percioche ella per la
maggiore informatione et auttorità farebbe meglio, ma non
può moversi dal luogo ov'è, et far lungo viaggio, senza gran
pregiudicio del reggimento che ha nelle mani, si che in tem-
pi et in casi importanti si dee dare l'intera auttorità a chi la
meriti, et rimettere il maneggio totalmente in lui, con que-
sto però, che habbia appresso consiglieri bene intendenti co
quali conferisca il tutto, et in ciò ottimo era il governo mili-
tare de Romani. Perciò Scipione non avisò mai la Republi-
ca mentre ch'egli stette in Ispagna, in fin a tanto ch'egli non

[p. 18v]
restò vittorioso, et prima che notificarle che fosse giunto in
Ispagna le fece intendere che l'havea presa. Segue ora il peri-
colo di ributtata che Scipione havrebbe potuto havere
dal Senato, quando gli havesse fatto intendere questo suo
proponimento, perchè era assai meglio essequirlo senza ch'es-
so Senato non fosse avertito, che avertendolo mettersi a ri-
schio d'esser contrariato con danno grandissimo dalla sua pa-
tria, di che era ragionevole di temere per le difficoltà che in
tal caso facilmente si conosceano da gli ignoranti, che sono
la maggior parte de gl'huomini, si come le ragioni atte a per-
suadere non si poteano fare intendere di leggero. Oltre che
Fabio Massimo ch'era senatore di maggior credito che al-
cun altro, et invidioso della gloria di Scipione, havrebbe man-
dato attraverso tutto questo disegno. Ne in questo trattato
s'è fatto espresamente contra gli ordini della Rep. perche si
è passato solo nell'Africa che confina con la Spagna senza con-
durvi soldati, et senza mossa alcuna tumultuosa, ma secreta-
mente et quasi da privato Cavaliere. Et ciò quanto all'essersi
fatto bene a non mandare a Roma per la licenza di gire ad at-
tacare questa pratica. Il che sta tal manera secondo la con-
ditione del negotio. Secondo poi la qualità del negotiatore, è
d'auertire, che Scipione era d'un animo grande, et che per ciò
non potea stare rinchiuso in certi stretti termini soliti a consti-
tuirsi ad ogni huomo di mediocre valore, et volea uscire del-
l'ordinario per sentirsi anco valere et meritar piu che gli or-
dinarii ministri, et havendosi proposta la perfettione Heroica.
nelle sue attioni, non cercava una mediocre eccellenza, ma la so-
prema. Ma perchè non vi essendo il consenso de superiori resta-
va a Scipione in su le spalle un gran carico, è da vedere con che
fondamento egli il potesse reggere. Conobbe che ne gli acci-
denti de soccessi humani si consultano le cose dubbiose, percio-
che non accade che sopra le certe si faccia consulta alcuna, et
ch'il dubbio nasce da quello ch'è in poter della sorte et non
della prudenza. La onde egli considerò quanta parte vi havesse
l'una, et quanta l'altra, perche nelle consultationi quando l'huo-
mo non è astretto dalla necessità, et il cominciare ad operare
dipende totalmente dalla sua volontà in tutto libera, và pen-
sando intorno al soccesso dell'impresa se sia maggiore o la te-
ma, o la speranza, et fa risolutione di non tentarla quan-
do la sorte v'habbia d'auer maggior forza, et di tentarla

[p. 19r]
quando la prudentia debba havervi la maggiore. Et perche
Scipione vide che era piu quello che facea per lui, che quello
che gli era contra, elesse d'andar a trovar Siface. Tre era-
no i rispetti posti disopra, per li quali si dovea dubitare di
qualche disgratia. Il primo, che se la cosa riusciva male si per-
dea tutta la reputatione guadagnata, et non s'havrebbe po-
tuto salire piu inanzi. Il secondo, che la Spagna si lasciava
all'altrui amministrazione in tempo pericoloso. Il terzo che
si giva nelle forze di un Barbaro, et quasi d'un nemico del no-
me Romano. Ma è da credere, che Scipione facesse cessare
questi tre rispetti, allegandone loro all'incontro altrettanti,
percioche doveva dire. Riuscendomi la cosa io assicuro le vit-
torie passate, et mi preparo la via alle future, et è bene, ch'io
metta a pericolo la persona mia per beneficio importantissi-
mo della patria, et di tutto l'Imperio Romano. Quanto poi
al partirmi di Spagna, io so ch'ella resta sotto buon gover-
no, si che o io ritornerò tosto, et vi farò a tempo, prima che
vi nasca tumulto alcuno, o avendo altro di me la Repu-
blica provederà d'un altro capo, et se Siface è Barbaro, io
son Romano, et sarò il correttivo della sua malitia, percio-
che il poco cattivo et similmente il poco buono fa male nel-
le mani d'un molto possente cattivo, ma il molto possente
buono, vince il molto possente cattivo. Et se egli come Afri-
no mi è quasi nemico, io opporrò l'arte della natura, et so
quanto potrà l'eloquentia, perchè Siface non è tanto inten-
dente delle cose del mondo, che habbia da sprezzare le affet-
tuose parole, et da voler solamente le simplici ragioni, et non
è tanto rozzo, che non essendo capace dell'artificio del dire
acconciamente non debba lassarsi persuadere. Di questo mo-
do le tre raccontare disgratie che potevano spaventare Scipio-
ne hebbero tre opposti rimedii atti ad assicurarlo. Ma
quando anchiora in sin qui vi fossero tre timori dall'una ban-
da, et tre speranze dell'altra, et che si bilanciassero a peso e-
guale, per modo che non vi sopragiungendo qualche altro
partito vantaggioso, la cosa restasse molto sospesa, io dico che
vi è un notabil vantaggio, che è la viva ragione con che si po-
teua indurre Siface, non pure a non accostarsi a Cataginesi
et a restar neutrale, ma anchora a confederarsi co Romani,
si che in questo negocio dovendo haver maggior forza la
prudenza, che la sorte, era da venire all'affetto. La viva
[p. 19v]
ra-
gione sopra che Scipione si fondava potè esser questa.
Che allhora i Romani non erano inferiori a Asdrubale-
si, come al tempo della rotta di Canne, perche in simil
tempo Siface sicuro di non la poter far bene co' Roma-
ni, havrebbe facilmente ritenuto Scipione, et datolo a
Cartaginesi per gratificarsi loro, et non erano tanto pos-
senti, come dopo la rotta, che Annone hebbe in Afri-
ca, perche in tal caso Siface dubitandosi della grandez-
za di Scipione havrebbe potuto tradirlo, ma egli andò a
trattar questo accordo, quando la possanza di Roma et
di Asdrubale si cominciavano ad agguagliare, per mo-
do che se Siface volea mettersi in lega co' Cartaginesi, ha-
vrebbe fatto male, perche aggranditi che gli havesse, re-
stava poi occupato da loro, si come è manifesto per la di-
volgata favola addotta da Stesicoro, la quale è, che il ca-
vallo per vincere il cervo chiamò l'huomo et se gli sotto-
mise, et poi havutane la vittoria gli rimase soggetto, et
se havesse voluto conservarsi nella sua neutralità, staua in
pericolo di non esser fatto risolvere in tempo cattivo per
lui, ma mettendosi co Romani, appareggiava il gioco, et
s'assicurava della potentia dell'una Republica et dell'altra.
Che fosse stato bene a non s'inimicar mai i Cartaginesi, non
vi è dubbio alcuno, perche essi gli erano troppo gagliardi vi-
cini, et quando con qualche loro vantaggio havessero fat-
to la pace co Romani facilmente non vi sarebbe stato com-
preso Siface, il cui Regno in tal caso si potea mettere per
perduto, et se pur vi fosse stato compreso, rimaneva in gran-
dissimo trovaglio, percioche i Cartaginesi un giorno gli
havrebbono potuto torre il Regno prima che i Romani
havessero inteso la mossa loro, et forse che havendola in-
tesa, et potendovi provedere, per loro maggior profitto
non v'havrebbono proveduto. Ma perche per lo piu i po-
tentari non si muouono per l'honesto, no per altro affet-
to, che per quello che porta il desiderio dell'utile, è da ri-
spondere, che i Cartaginesi potendosi impatronire del do-
minio di Siface, così l'havrebbono fatto ingiustamente, et
a sangue freddo, come per ragione, et per legitima ven-
detta, et tanto piu reggendosi essi non sotto il dominio
d'un solo, ma con la volontà dell'universale, et essendo
stato il costume loro di rompere i giuramenti secondo
[p. 20r]
l'oc-
casione del profitto. Bisognava adunque che Siface ve-
desse di fomentar la guerra tra questi due popoli, accio-
che mentre ambi fossero occupati ne propri disturbi, egli
fosse quieto, et sicuro. Et vedendo che col collegarsi co
Romani li contrapesava a Cartaginesi, dovea farlo, per te-
ma che se Annibale fosse ritornato a casa vincitore, non
havesse voluto occupare tutta l'Africa, della rapacità del
quale Annibale egli dovea temere assai per conoscerlo im-
pio e perfido, et crudele, si come si potea prometter mol-
to di Scipione, che havea tutte le virtù Heroiche con-
trarie a i vitii d'Annibale. Et cosi concluderemo che ot-
tuma fusse quella deliberatione d'andar a trovar Siface
per guadagnarlo. Ma in questo medesimo governo del-
la Spagna, pare anchora che Scipione habbia errato nel-
l'esser troppo mansueto, et che in ciò habbia havuto al-
quanto bisogno della ferocità d'Annibale, non convenen-
do tanto dolcezza d'animo al rigore dell'arme. Ma guar-
diamo a i buoni effetti che ne vengono, percioche egli de-
bellò Mandonio et Indibile che si gli erano ribellati, et in-
vece di castigarli atrocemente, come parea che il lor de-
merito ricercasse, gli aggravò solamente a dar certe pa-
ghe a i suoi soldati, i quali per quella benignità piu se
gli obligarono, et dall'altra parte i popoli di que due Si-
gnori conosciuta la mansuetudine di Scipione di propria
volontà se gli diedero; et stettero saldi nella divotione,
il che per forza non havrebbono fatto. Egli poi ritor-
nato a Roma in tante vittorie non comparve da soper-
bo ne da vano, come suole esser chi è tutto dato alla guer-
ra senza il temperamento delli studii della pace, et non es-
sendo Consule non dimandò di trionfare contro gli ordi-
ni della Città, nella guisa che fece poi Pompeo, che es-
sendo, in simil termine, non pur dimandò con ogni instan-
za il trionfo, anzi il volle per ogni modo, ma egli si mostrò
humile con la debita gravità, et tirò a se l'animo de Senato-
ri et di tutto il popolo, et se poi ottenne d'esser mandato in
Sicilia con libera potestà di trasferirsi in Africa, ciò gli
successe per la virtù della sua eloquentia, essendogli stato
bisogno di contendere sopra quella deliberatione contra Fa-
bio Massimo, et contra molti altri grandi huomini, i pa-
reri de quali quando non fossero stati da lui molto ben

[p. 20v]
ributtati farebbono iti innanzi. Et questa forza del persuade-
re è membro non dell'arte militare, ma dell'essercitio della so-
la civiltà, la qual civiltà in questa parte della facondia,
come in molte altre, aiuta la militia, di modo, che il guer-
reggiare dipende dalli studii pacifici. Et ciò tuttavia si ve-
de piu chiaramente, quando Scipione in quarantacinque
giorni fece una armata grossissima fornita di tutto punto,
et principiata in tempo, che vi era disagio estremo d'ogni
cosa, et l'artificio dell'indurre diverse regioni d'Italia a con-
tribuire a questo apparecchio, procedette dall'intendere la
natura et i costumi delle genti, et dal sapere unirle et tirarle
a far quelle provigioni, et qllelle spese, et a sottoporli a quel-
le leggi che richiede il governo civile. Ecco medesimamente
che questo governo gli val piu in Sicilia, che il reggimento mi-
litare, percioche trovando nella provincia in disordine, non
si mette a passare in Africa, ne vole andare a rischio di per-
dere il posseduto per la speranza del nuovo guadagno, e s'e-
gli fosse stato solamente huomo da guerra, non havrebbe po-
tuto acquetare i tumulti di Sicilia, da ridurla sotto la debita
ubidienza, ne servirsi di lei nell'espeditione che dovea fare,
et per consequenza non havrebbe potuto soggiogar l'Africa
se non havesse saputo governar la Sicilia. Et perch'egli col
condimento dell'amorevolezza, dava la perfettione a tutte
le cose, sempre se ne valea in tutte le occasioni che se gli ap-
presentavano, et perciò era tenuto per clementissimo, et an-
chora che da quella virtù i suoi emuli cavassero la calunnia
d'imputarlo nel Senato per vile et per da poco, allhora che
gli Ambasciadori Locresi si querelarono a Roma, ch'egli non
havesse castigato Pleminio, tuttavia questa sua medesima
virtù vinse l'altrui malignità, e fu causa ch'egli si facesse piu
conoscere, et ricevesse perciò splendore maggiore, essendo
questo proprio della verità, che col contradirla et col dibat-
terla piu si chiarisce et piu viene in luce. Si che per queste im-
putationi essendosi madati huomini a posta a vedere in che
termine fossero i Locresi et come passassero le cose di Sicilia,
si trovò che il tutto stava di modo, che non s'havrebbe po-
tuto desiderarsi di meglio. Et per questo quando le Republi-
che sono bene amministrate, le persecutioni de gli invidi, che
noi con le nostre buone opere ci tiriamo addosso, riescono a
nostra maggior grandezza, perche essendo constrette da
[p. 21r]
vero
a indurre ufficio contrario alla loro mossa, fanno sopra di
noi quello che il colpo su la palla, che quanto piu ne percuo-
tono, n'inducono a balzare tanto piu in su, et perciò in luo-
go d'alabassarne ci essaltano. Ma fu anche meglio a lasciar
al Senato la cura, di castigar Pleminio, che cosi i Locresi dal-
l'un canto, perche fossero piu fedeli, furono gratificati dal-
la republica medesima, et dall'altro non potero ottenere
che subito per le loro querele si levasse dall'ufficio il ministo
che li governava, accioche non havessero a insuperbire con-
tra il governatore. Ora Scipione passa in Africa et vi ri-
porta quelle vittorie contra Annone, Asdrubale, Siface, et Annibale c'habbiano detto disopra, nelle quali pare un poco
ch'egli si sia discostato dalla solita humanità et prudenza sua,
percioche se ben ha servato il precceto d'abbatere chi vuol
contrastare, et di perdonare a chi vuol cedere, non però con-
cedette Sofonisba a Massinissa, che con tanta sollecitudine
et tanto passionatamete gliela chiedea. Ove è da notare che
è vero che la continua severità altrui essaspera gli animi no-
stri, ma che anchora, come la troppa indulgentia paterna la-
scia astradare i figliuoli a una vita licentiosa et disubediente,
cosi la soverchia piacevolezza d'un Principe guasta i cittadi-
ni et i soldati suoi, et è cagione anchora di maggior danno,
quando è usata con persone di grado , percioche i capi con
l'ottenere cose illicite s'impatroniscono della loro ammini-
stratione, et a poco a poco anchora del superiore, et l'insolen-
za loro puo far peggio che quella della multitudine, essen-
do assai facile il conoscere ove piegano piu persone raccolte
insieme, si come è molto difficile la notitia del secreto di una
sola. Si che Scipione sarebbe stato imprudente a lasciar tan-
ta auttorità a Massinissa, che si fosse fatto tiranno di lui, et suo
tiranno diveniva, se fosse stato compiacciuto in cose disho-
neste, percioche si può concedere a gli amici et ai Signori
buoni l'intero possesso della roba et della vita nostra, ma non
della nostra anima rationale, si che ne facciano fare ope-
re ingiuste, come era questa, se si dava a un collegato co Ro-
mani una Reina barbeara fatta lor serva per ragion di guer-
ra, percioche ciò era contra le leggi loro, et contra la ripu-
tatione, la qulale essi anteponcano alle leggi. Et ciò quan-
to al danno che generalmente seguiva da questa concessio-
ne, la quale per sua qualità havrebbe fatto insolente
[p. 21v]
l'ami-
co, et mancava del debito decoro. Quanto al danno consi-
derato secondo l'occasione, s'aspettava di dover far la gior-
nata con Annibale, et vi era però estremo bisogno di Massi-
nissa, et questo suo affetto era tanto ardente, che se non ostava
al principio egli di Principe valorso et buono diveniva vile
et rio, et ne seguiva facilmente il caso di Marco Antonio che
guasto la Cleopatra la ruppe con Ottaviano, perche in effet-
to Sofonisba l'havrebbe o rimosso dalla guerra, o indotto a
voltarsi contra i Romani, conciosia cosa che un incontinen-
te, se s'accosta a un virtuoso tende alla continenza, ma se s'ab-
braccia col vitioso declina non pure al vitio, ma anchora al-
la sceleratezza. Adunque Scipione et per il debito dell'ho-
nestà, et per il beneficio dell'essercito, et per la salute dell'a-
mico fece saviamete a negar Sofonisba a Massinissa, et poco
accorto sarebbe stato a compiacerlo in questo, si come fu mol-
to prudente in honorarlo, arricchirlo,et carezzarlo per tut-
ti i modi possibili. Ma la moltitudine perche quando non è
compiacciuta d'alcuna cosa vede la parità, et che tutti sono
in un termine medesimo, s'affligge molto meno, et similmen-
te perche non senza gran causa s'unisce a ribellarsi dal le-
gitimo et buon Signore, sopporta questo dispiacere, poi per
essere copiosa di genti di varii humori, et per lo piu di debi-
le intelletto, a poco a poco se 'l dimentica. La ove un'huomo
di gran conto, che non rimanga satisfatto d'una sua impor-
tante richiesta, ritien nel profondo dell'animo lo sdegno, et
puo secondo l'occorrenza convertirlo in una pessima essecu-
tione, come fece Pausania che svergognato da Attalo non
potendo mai indurre Filippo Re di Macedonia a castigar que-
sto suo nemico, dissimulando di non voler cercarne piu altro
risentimento uccise il Re, che punto non si guardava. Et il con-
sigliere di Rodorico col non moltrarsi mal satisfatto colse
l'opportunità della vendetta, et tirò i Mori nella Spagna,
et il Lampognano occultando la sua intentione ammazzò
all'improviso il Duca di Milano. Per la qual cosa era molto
da dubitare che Massinissa non restasse sdegnato per non ha-
ver potuto ottenere Sofonisba, et che perciò essendo cosi
fresca la piaga nella giornata che si dovea fare con Anniba-
le non se ne vendicasse, con rovina totale dell'Imperio Roma-
no. A questo vi son due rimedii l'uno da considerare le ne-
cessiarie circostanze, che sono la cosa onde nasce la
[p. 22r]
ma-
la satisfatione, et la persona che è mal contenta, et il tem-
po in che ciò occorre, l'altro d'haver avertenza di contra-
pesare un beneficio con una ributtata. Et perciò intorno al
primo rimedio Scipione vide prima quanto alla cosa che ne-
gando Sofonisba a Massinissa non gli levava quello in che
consistette il suo dominio, o la sua riputatione o l'obligo del
suo debito. Et quanto alla persona conoscea che egli non
era generoso fimplicemente, si che per troppo ardire haves-
se disprezzato i Romani, ma che insieme era costante di fe-
de, et capace di ragione, et desideroso d'honore, et che
perciò al vano amore d'una donna havrebbe anteposto l'in-
tegrità, il dovere, et della gloria, la quale egli potea piu ac-
quistare seguendo la vittoria fin che era, che mettendosi
dalla banda de perditori. Et questo c'hora detto habbia-
mo è per conto della natura di Massinissa considerata da
per se. Poscia per conto della medesima natura presa respet-
tivamente, egli amava et riveriva Scipione, per modo che do-
vea consentire a quanto esso volea, et credere alle ragioni
che induceano a voler questo. Quanto all'occorrenza del
tempo. Scipione conietturava che allhora non era da du-
bitare di Massinissa poi che l'occasione non comportava ch'e-
gli col ribellarsi havesse fatto cosa notabile. Usò similmen-
te l'altro rimedio, perche fu avertito in donargli un gran
pezzo del Regno di Siface, accioche questa gratitudine
cancellasse la memoria del niego che gli havea fatto del-
la Reina. Con queste arti questo gran cavaliere si valse
cosi acconciamente della sua amorevolezza, che fu giudicio-
so in usarla in tutte le cose piu; con l'allentare che con tirar
la mano, accioche dolcissimo fosse il freno dei suo reggi-
mento. Et oltre a ciò diede a conoscere, che dalla scie-
ntia civile nasceva l'arte militare, et che non havendo ella
questa origine non potea mantenere. Mirabile è stata tut-
tavia la sua prudenza di spogliare i Cartaginesi de da-
nari, delle navi, delle Città, et delle finitime amicitie, per-
chè non potessero piu di leggiero venire ad infestar Roma ne
le sue provincie, et non voler estinguere essa Asdrubale,
accioche i Romani fossero tenuti desti, se no dall'emulatione
almeno dal sospetto, di quella città, percioch'egli antivedeva
che la Republica Romana era fondata in sul mestiero delle
arme, et che mancando il loro essercitio, essa
[p. 22v]
medesimamen-
te mancherebbe, et che se beni vi erano molti paesi anchora
da essere soggiogati da lei, che non perciò ve n'era alcuno tan-
to atto a svegliarla quanto l'Africano. Onde si viene a con-
cludere che l'amministratione dello stato pacifico è quella
che conserva l'acquistato ne' tempi di guerra, et che come li
studii della pace ci danno la prudenza civile, la quale adat-
ta il discorso alla maniera del guerreggiare, così ne manten-
gono riportata che diamo 1a vittoria, perche mancando la
facoltà di esercitar la guerra contra i nemici, gli huomini che
non sono buoni se non in essa, vengono insieme alle mani, et
esercitano a qualche modo l'ingegno et la forza in che va-
gliono, essendo costretti dalla disciplina et dalla natura lo-
ro a operare secondo che fanno et che possono. Per la qual
cosa finalmente distrutta a fatto Asdrubale dall'altro Sci-
pione che seguitò, et rimossa l'occasione delle guerre, il reg-
gimento publico di Roma voltò il ferro contra se stesso, et
si diede la morte di sua mano. Sparta in prima havea da-
to al mondo il medesimo essempio, percioche mentre ch'el-
la fu occupata nelle guerre prosperò di bene in meglio per
essersi tutta data alla militia, ma rimossa l'occasione di que-
sto suo mestiero,nacque dissensione tra suoi cittadini, che de-
rivò dall'odio loro, nel quale mancando essi ai trattenimen-
ti del tempo della quiete, et dalle leggi fatte a questo eccetto
ruinorono, percioche il buon soldato è simile al ferro luci-
do, il quale ritiene il suo splendore mentre che è in continuo
esercitio, et non essendo adoperato piglia la ruggine, et la
ruggine fa corrosione, e la corrosione contagione, per modo
che i meri soldati che non son buoni da altro che da muover
l'arme in tempo di pace ricevono danni in se stssi et ne tan-
no participar gli altri. Ma gli Ateniesi con tutto che assai piu
attendessero alla pace che alla guerra, furono piu atti alla
coservatione, che i popoli bellicosi. Il che veggiamo benissi-
mo ne Venetiani, et anchora nel picciol territorio de Lucche-
si. Ma i Fiorentini perche si mifero a travagliarei Pisani, et in
quel tempo si dimenticarono del riposo, nel ritornarvi poi non
vi si seppero così bene adattare, e cadettero in molti inconve-
nienti. Diremo per tanto che la civilità, e la militia si deono ne-
cessariamente congiungere insieme, costringendoci i malvagi
a render le arme, delle quali non essendo noi ben provisti,
et ben intendenti ci turberebbono di continuo la quiete, o

[p. 23r]
che ne caccierebbono della Città, ancora ch'ella con otti-
mo governo si reggesse. Ma confesseremo nondimeno che 1a
prima professione val piu che la seconda. Restavi la religio-
ne che è la terza et la principale, percioche quanto sia da pre-
ferire alle due dette facoltà il dimostra Scipione medesi-
mo, che alla sua vita diede principio, et ordine continuato,
et fine con tutti i segni possibili della divotione verso Dio,
per quel modo che comportava il costume de Gentili, per-
cioche presa la toga virile, cominciò a gir solo nel Capitolio
a far orationi a Giove ogni dì, prima che fare alcun altro ne-
gocio, et frequentò questa usanza cosi santamente, che il po-
polo entrò in opinione ch'egli parimente havesse una Ege-
ria, dalla quale apprendesse que' secreti, che non fossero riusci-
velati a gli altri huomini, et cosi la religione senza il gover-
no civile, et senza il militare il fece parere Heroico, co-
sa che queste due opere insieme non havrebbono opera-
to, perche in effetto l'instromento de magistrati, et del-
le arme, è tanto congiunto con l'humana imperfettione,
che non è habile alla divinità, come è esso culto divino, che
sollevandone da terra ci approssima a Dio medesimo, et per
consequenza ne fa piu partecipi della sua virtù, che alcuna
cura delle cose mondane, onde ne nasce la buona fama et poi
quella riputatione che è in sopremo grado, tirando ella gli
animi de' popoli in credenza ferma che noi siamo compiu-
ntamente da bene, et non con le attioni esteriori, ma per in-
tima conscientia, et oltre a ciò inducendoli a tener per cer-
to, che noi non possiamo errare, essendo Dio dalla parte no-
stra, il che è anche cagione che ci riveriscono con temenza
di non offendere noi per non offendere insieme sua divina
Maestà. Scipione adunque tra i Cittadini, et tra soldati ten-
ne questo stile di mantenere la religione in credito, et di ma-
neggiare et e impedire ogni negocio et ogni impresa per mezo
di lei. Percioche quanto alle cure civili rispodendo a gli am-
basciatori d'Antiocho disse. Noi Romani delle cose che era-
no in potestà delli Dei immortali, habbiamo quelle che essi
ci hanno dato, percioche gli animi, che sono i nostri intel-
letti furono sempre i medesimi in noi in ogni fortuna et so-
no tuttavia, ne mai le prosperità, ne mai le aversità hanno ha-
vuto forza o di sollevarli, o di deprimerli. Il principio della
quale oratione venne a lodare la costanza della sua Rep. con

[p. 23v]
humiltà, che non invilì punto la materia, ma le diede una
maestà Heroica, con mostrare che la grandezza de Romani
era maravigliosa, perche costumavano di conservar gli ani-
mi cosi puri et uniformi, come gli haveano havuti dal cielo.
Et similmente questo Capitano nella risposta che fece nel
senato a Quinto Fabio venne a inferire, che si dovea con-
durre l'esercito in Africa, perche gli Dei gli sarebbono fa-
vorevoli, accioche coloro c'havevano violata la pace sotto
il sacramento fossero castigati. Et egli ancora gettò ne gli oc-
chi ad Annibale questa impietà, quando gli negò di fare l'ac-
cordo ch'esso domadava. L'anno seguente poi venendo il dì,
nel quale egli vinse Annibale, messi da banda tutti gli sde-
gni, per li quali egli ragionevolmente s'havrebbe potuto al-
terare, ricordò al popolo che si dovea per divotione entra-
re quel dì nel Capitolio ove aggiunse l'amorevolezza alla
religione con anteporre il ben pubblico al suo particolare. In su
la guerra fece smpre il medesimo, percioche in Ispagna col
promettere a i suoi la vittoria sicura dicendo loro che gli
Dei la notte innanzi gliela haveano promessa, fece piu che
con alcun mezo di consiglio, o di valore. Nell'altro di Car-
tagine nuova, che si dava da ogni tanta della Terra vedea
la sua gente ributtata, di modo che la espugnatione non po-
tea riuscire, et voltatosi alla banda del mare, osservò che spi-
rava un gagliardo vento dal settentrione, che spingeva l'on-
de fuora de guadi agevolando il flusso che calava per esser
il mezo dì, et subito gridò dicendo che tutti dovessero segui-
re Nettuno per guida della strada; il qual per mezo quello
stagno volea condurli alla muraglia, aprendo quelle vie a i
Romani, che mai piu non erano state segnate da vestigio di
huomo del mondo. Et questo naturale accidente rivoltato
in prodigio, potè tanto nell'animo de' Romani, che saltaro-
no nell'acqua, che in alcuni luoghi arrivava loro all'ombeli-
co, et perche la Città non era fortificata da quella parte, per
esser tenuta forte a bastanza per la natura del sito, non vi
fu gran difficoltà a prenderla; et da questa vittoria nata
solamente per la forza della religione, seguirono tutte le al-
tre, percioche guadagnandosi questa Città, si fece l'ac-
quisto di molte altre, che riceveano tutta la possanza lo-
ro da questa, ne era possibile a impatronirsi della Spagna
con alcun altro principio, et di qvi successivamente quasi

[p. 24r]
senza intervento si vide i Romani giungere alla Monar-
chia dell'universo. Ma non bastò a cominciare a vincere per
la buona opinione, intorno alle cose divine, che era nell'esser-
cito, ma bisognò ancora gir seguitando con la medesima. La
onde poi che Scipione hebbe espugnata la detta Asdrubale,
propose di dar il solito premio a chi fosse stato il primo a en-
trar dentro. Et perche Trebellio il domandava, et havea in-
finiti testimoni che deponeano, ch'egli era stato il primo
nella espugnatione, et Digitio parimente il domandava per
haver ancor esso in suo favore infiniti soldati, conobbe che
molti di leggiero giurerebbono il falso, et dipoi caduti nel-
lo spergiuro, havrebbono per l'avenire tenuto poco con-
to della religione, et dell'obligo della conscientia, che è im-
posto da lei, et per levar questo inconveniente diede il pre-
mio ugualmente ad amendue, lasciandosi sempre guidare
piu dall'autorevolezza, che dalla severità. Con simile atto
di cortesia in Africa levò l'occasione dell'invidia, dando la
corona aurea a Massinissa, et a Lelio indifferentemente. Ma
bisognando ristorare gli eserciti dopo le fatiche, et nelle vit-
torie dar loro qualche honesta ricreatione, questo medesi-
mo Capitano fu avertito in accompagnare con queste tali
recreationi l'ufficio di render gratie a sua divina Maestà, ac-
cioche il piacere preso in tal tempo non si convertisse in dis-
solutione, ma havesse il freno della divota riverentia, ch'è con
quella temenza et sommistione d'animo, che porta seco la re-
ligione, il qual rimedio ha fatto che i suoi giuochi gladiato-
ri fossero con apparati piu sontuosi dell'ordinario, et con ab-
battimenti insoliti, di maniera che la liberalità, et la magni-
ficeza si potero allargare molto generosamente senza sospet-
to, che fossero per tirarsi dietro l'insolenza, et la vanità. Ora
perche è meglio esser buono da se, che cattivo in compa-
gnia, vedendo Scipione, che nella Republica erano tanti
emuli, che non si potea esser buon Cittadino; et huomo da
bene, si risolvè di servir piu tosto a se stesso con l'honestà, che
alla Republica col contrario, et d'amar piu la virtù senza
l'altrui utilità, che l'altrui utilità col vitio. Et come havea
già ricusato le statue, et il nome di perpetuo Consule, et Dit-
tatore cosi non imitò ne Coriolano, ne Alcibiade, si che per
esser prevalso l'ingiusto parer de suoi emuli nel senato, egli
volesse rifentirsi contra la patria, conoscendo che il suo
[p. 24v]
valo-
re era giunto a tal perfiettione, che il governo di mille mon-
di non la potea accrescere, et che ella non conveniva alle
amministrationi non conformi con lei. La onde vi fu l'honor
suo interamente, quando egli si ritirò da i publici honori,et
ridotto allo intorno si mise alla contemplatione, nella quale
è la vera felicità, quando già si sia passato per le attioni huma-
ne, del che parlaremo al suo luogo. Et stando la religione del-
la sommità degli studii contemplativi, si può dire che la vita
di questo Scipione sia stata veramente Heroica, poi che egli
diffondendo sempre l'amor suo al genere humano, et accom-
pagnandolo con tutti suoi fatti, è riuscito tanto glorioso, et
singulare nelle cose della guerra, et della pace, et della reli-
gione, col farci conoscere insieme, che questa ultima val piu
delle altre due, et 1a seconda piu della prima, et col mostrar-
ci ancora, che l'amore ha tanta possanza, che estingue la
furia dei malvagi et gli induce a restar confusi nel cospetto
della virtù, et a riverirla cosi imperfettamente et rozzamen-
te da loro conosciuta, percioche stando egli nella sua vita so-
litaria, fu preso da Corsari, i quali conosciutolo, il liberarono
subito, et se gli gettarono a i pie, et l'adorarono come un Ido-
lo, tanta forza fu nel valore di cosi grand'huomo. Il quale,
per quanto s'è potuto conoscere per tutto questo discorso
fatto sopra di lui, è stato il maggiore che alcun'altro, percio
che i Teologi dicono che Roma hebbe gratia da Dio d'es-
ser degna del dominio del mondo per essersi trovata in essa
1a perfettione de' tre amori congiunti con humiltà, che so-
no quel della patria, quel della giustitia, et quel dell'humana
generatione. Et perche tutti tre son perfetti quando non sia-
no distinti et sparsi, ma siano uniti in una persona che gli hab-
bia in sè, altra che Scipione non fu mai ne a Roma, ne altro-
ve, in chi si scorgesse tale eccellenza, perche si vede ch'egli
amò perfettamente et la patria, et la giustitia, et l'humana ge-
neratione con eguale bilancia, et accompagnò sempre infini-
ta humiltà alla suprema esaltatione di questi tre amori. Et
perciò Iddio volle che la monarchia dell'Imperio Romano
derivasse da lui, come dal piu degno huomo del mondo, et
ch egli fosse la prima causa di tal grandezza, et la seconda et
ultima Cesare, come solo assai fimile ad esso Scipione, nel
quale essendosi raffigurato tutto il governo Heroico, non ci
accade dir piu altro in questo proposito.


3. Libro secondo



[p. 25r]

S'è veduto manifestamente, che
la perfettione dell'amor humano de
gli Heroi; e posta nella guerra, nella
pace, et nella religione et perche ove
stà l'eccellenza della cosa non si dee
scorrere inanzi senza il debito tempe-
ramento, è da trattare particolar-
mente di queste tre parti, delle quali
lascieremo hora la terza, et prenderemo solamente le altre
due, perche di lei s'ha da parlare separatamente nell'amor
divino, che è il suo proprio, et non in questo humano che è
della presente materia. Adunque per conto della guerra di-
remo che ella è participe di tutte le arti, et di tutte le virtù,
ma che per sue proprie ha la pratica militare, et la fortezza.
Et quanto il Principe Heroico sia forte et valoroso, antepo-
nendo l'altrui beneficio alla propria vita, ch'è il maggior re-
gno d'amorevole affetto, che possa procedere dall'humana
elettione, è stato assai chiaro per l'essempio della prima par-
te del magnanimo addotta di sopra. L'arte militare, è l'ammini-
stratione degli ordini, ch'alla guerra s'aspettano, la cu-
ra de quali non si può riferire al Generale se non col mezo de
soldati, et però sapremo primieramente, che sei sono le con-
ditioni, che Ciro ricercava in un soldato, percioche egli
[p. 25v]
vo-
lea vederlo obediente, affaticato, ardito, disciplinato, poli-
to et ambitioso. L'obedienza e l'essequire quanto è coman-
dato dal superiore, come a combattere, a non combattere, a
marciare all'improviso, a non saccheggiare, et a fare altre simi-
li cose importanti. La fatica, è il sofferire volotieri i disagi col
resistervi, come la vigilia, la sete, la fame, il caldo, il freddo, la
castità, la gravezza dell'arme, i viaggi lunghi et cattivi, et ac-
celerati, il continuo conflitto, il trincerarsi in un subito, et cosi
fatte difficoltà. L'ardire, è l'esporsi a i pericoli con buon ordine,
come l'assalire, et il sostentare il nimico con animo risoluto et in-
trepido, col cercare insieme il vantaggio, et con l'usare l'astutia nelle
imboscate, et nelle scaramuccie, et ancora per quanto sia
possibile ne gli assalti, nelle difese, et nelle giornate, et non gire
bestialmete a farli ammazzare. La disciplina, è l'esser ben esser-
citato sotto buon Capitano, come in fare il mestiero, o apiè, o
a cavallo secondo la natura della militia ch'è in uso, et in sa-
per tutte quelle cose, alle quali s'è obligato. La politezza è il
dilettarsi di belle armature, come lasciandosi di spendere in
qualch'altra cosa di che si patisca incomodo per comperare ar-
me di pregio, et incomodarsi per matenerle nel lor essere, et il
simile si potrà dire del dilettarsi di cavalli. L'anbitione, è il
desiderare estremamente l'honore, come quando il soldato non
si muove per avaritia, ne per crudeltà, ne per altro affetto, che per
questo dell'honore, si che esso sia il fine della vittoria et conse-
quentemente dell'obedieza, della fatica, dell'ardire, della disci-
plina, et della politezza. Et perche la natura, et la professione
de soldati privati non è d'attenersi alla perfettione della pruden-
za, del modo che questo proposito è principalmente del Gene-
rale, s'è dato loro l'ambitione, per fine, per essere essa tra gli affet-
ti smisurati il piu tolerabile, et il piu proprio de gl'animi mar-
tiali, et il piu prossimo alla virtù, percioche passato l'ardore
della gioventù, quando i meriti d'havere i governi che voglio-
no il senno maturo, passa insieme lo stentato ardore della
gloria, et in suo luogo sottentra il debito d'operare per l'ho-
nesto con l'indirizzare i pensieri et l'attioni alla salute de popo-
li. L'esempio delle dette sei conditioni conosceremo benissi-
mo ne gli esserciti di Cesare, percioche i suoi soldati si mostra-
ron sempre obedienti, e ne diedero chiarissimo segno in Ispa-
gna, et la fatica loro fu cotinua, et spetialmente dalla prima
mossa, che fu contra Pompeo infino all'espeditione fatta contra
Iuba, et l'ardire accompagnato dalla sagacità, mostrarono
[p. 26r]
me-
glio nella Gallia, ch'altrove; perche usavano il valore et l'arte
per combattere contra gente molto impetuosa, et poco regola-
ta, et la disciplina loro fu sempre ottima essendosi allora af-
finate le legioni Romane, le quali se di natura loro erano mi-
gliori delle falangi Macedoniche antepone a tutte l'altre or-
dinanze, tanto piu valevano poiche stavano meglio di quello,
che fossero mai state; anzi aggiunsero al colmo, di modo che
dipoi cadettero, e andarono sempre ruinando di mal in peggio
et la politezza vi si vedea, perche avevano arme cosi vaghe et
pregiate, et ne tenevano cosi gran conto, che venivano a far tan-
to piu il debito loro per non perderle, nascendo l'amore dalla di-
lettione, et dalla fatica, et l'ambitione v'era piu dell'ordinario,
perchè se ben i Romani si proponeano sempre l'honore, non però
occorse mai che se ne devesse sperar tanto, quanto s'aspettava in
quel tempo, percioche chi serviva Cesare, si considerava di veder il
mondo non pur aquistato, ma posseduto da lui; donde nascea
una gloria di satisfattione grandissima di ritrovarsi in quelle
imprese ch'andavano riducendo l'imperio alla Monarchia, et
tanto piu liberandosi i popoli dalla tirannide di molti usurpato-
ri del ben publico. Hora è da cosiderare qual possa piu di leg-
gero esser participe delle dette coditioni, o il cotadino, o il ter-
riere, et dall'una banda et dall'altra v'è il vantaggio, et il disava-
taggio, percioche pare che le circostanze del soldato si riferisca
non principalmente a due capi, alla ferocità et all'honore. Et
quella senza questo è nel conadino, et questo senza quella nel ter-
riere, causandosi la ferocità dalla fatica, e dalla crudeltà, che
sono proprie di chi habbia il corpo; et l'animo rozzo, qual'è
il contadino,c'ha il corpo avezzo a cibi grossi et cattivi, et tor-
mentato dalle vigilie,et dalle sue continue opere, et cotto dal
Sole et dal ghiaccio, et c'ha l'animo facile alle contese, punto da
tristi pensieri, et corrotto dalla guasta conscientia, per esser lontano
dal rimedio della legge et della religione, si che la fatica et la
crudeltà fanno facilmente feroce un huomo tale. Ma l'honore
che non ha luogo in lui, l'ha nel terriere, percioche la fagacità e
la concorrenza l'inviano et spingono ad esso honore, facendosi
egli accorto per la buona educatione, per l'uso civile, et per l'anda-
re a torno, et havendo i rivali in su gli occhi, col vedere i nobi-
li, et gli ignobili, et chi vale, et chi no, et che differenza è tra lo-
ro, et come i gradi s'acquistino col valore, ma poi per gli agi del-
la città a costui manca l'occasione del farsi e mantenersi feroce.
La onde è da dire, che ove piu vale l'honore, che la ferocità,

[p. 26v]
come nella cavalleria, s'habbia da pigliare i terrieri, et i con-
tadini ove è per il contrario, come nella fanteria. Nientedime-
no, perche il vigore manda piu avanti il fantaccino, quando è
accompagnato dal desiderio della gloria, et il cavaliere
gagliardo et bravo sostenta meglio la sua dignità, è bene che
qui della Terra siano esercitati infin dalla pueritia in con-
tinui travagli, et assuefatti a spettacoli horrendi come facea-
no i Romani. Et perche spesse volte è piu difficile 'l conservarsi
huomo di fatica, che il farsi, bellissima fu la provisione fatta
da Flaminio dopo la guerra Ligustica in ordinare che i sol-
dati fondassero et lastricassero la via da Roma a Rimini, ac-
cioche non vi essendo allhora occasione alcuna di mandargli
alla guerra, non restassero in ocio, et per consequenza non
s'impigrissero. Ma come i soldati sono essecutori, cosi archi-
tetto è il Generale, et tra lui et loro sono i Colonelli, et i Ca-
pitani, come subalterni in obedire, et in comandare, et essi per-
ciò faranno tanto piu prossimi alla perfettione della pru-
denza, quanto piu s'accosteranno al Generale , il cui uffi-
cio a punto per rispetto di questa esquisita prudenza nel de-
liberare, vorrà il consiglio de principali dello essercito, et
di maggiore, et di minor numero di personaggi secondo 1a
importanza della cosa, consistendo la elettione nel pren-
der il miglior partito tra i molti proposti et ventilati. La on-
de per l'acutezza dell'ingegno, piu huomini piu pareri ad-
ducono, et il Generale per l'eccellenza del giudicio sà elegge-
re il piu eccellente parere, ma poi nel comadare assolutamen-
te uorrà esser solo, movendosi meglio tutto l'universo per ha-
ver un sol motore, et havrà questa auttorità assoluta, perche
per esser Heroico, amerà solo il ben publico, et cosi terrà l'ar-
me in sulla mano, non solo in su la guerra, ma ancora in tempo di
pace, accioche esse non restino in potestà de soldati per modo
che i suoi sudditi desiderosi della quiete, non la possano mai
godere, et per loro profitto, amerà anche se stesso, et però non
lascierà, che i soldati siano patroni del principato, et che per
questa baldanza, fattii licentiosi habbiano in odio le sue buo-
ne opere, et che finalmete l'uccidano, come già fecero Perti-
nace, per ritrovarsi allhora l'Imperio Romano nella guisa,
che è hora quello del gran Turco, che è tutto nelle forze de
Giannizzeri. Ma al buon tempo di Roma ogni legione havea
sei Tribuni, ne vi era un sol Tribuno di tutte le legioni, come

[p. 27r]
fu dipoi, si che la Rep. era patrona dell'armi. Et cosi il Princi-
pe per provedere alla sicurezza di se, et de suoi, com'anche per 1a
perfettione di questo essercitio, cercherà d'haverne notitia,
et d'esser possente per quanto gli sia honestamente possibile.
La notitia deriva non solamente dalla guerra, ma anchora
dalla pace. Nella guerra egli ha l'esperienza col ritrovarsi in
tutte quelle importanti espeditioni, che si hanno a i suoi dì,
ogni volta che vi possa intervenire, per modo che non vi sia
il danno de suoi popoli, ne il dispiacere del suo superiore, ne
l'indignità della sua riputatione, et quando egli si trovi libe-
ro, non lascierà mai occasione alcuna honorata di gire alla
guerra, et prenderà i carichi degni di lui, et non essendo
essi di par suo, starà piu tosto da privato signore, quando il pos-
sa fare con dignità, et essendo anche giovanetto andrà cer-
cando quelle fattioni, che gli possano insegnare la qualità de
siti et delle fortezze, et l'esperienza delli stratagemi. Et so-
pra il tutto doverà far ogni opera per intervenire ne' consi-
gli secreti. Nella pace starà in questo medesimo proponi-
mento con l'esercitare il corpo in tutti que modi, che si con-
facciano con la militia, et col mettersi a peregrinar, sempre
che ciò gli sia licito et honorevole, et con l'aiuto delle histo-
rie, et de' letterati che gli stiano sempre appresso, et tutto
ciò per conto della notitia. Quanto poi alla possanza egli ha
da fare ogni cosa, perche i suoi popoli siano bellicosi, do-
vendosi piu fidare di loro, che de forestieri, a quali, quando
sia costretto di ricorrere, si varrà di diverse nationi, come
già fecero i Cartaginesi, et questo faccia ogni volta che in
effetto manchi di quel potere ch'ebbero i Romani, percio-
che è vero, che nella diversità delle genti sono assai difficoltà
per la varietà dell'armarli, et del guerreggiare, et de costu-
mi, et delle lingue et delle affettioni, ma sarà assai meglio as-
sicurarsi con simil partito, che restar debile, et rimettersi alla
discretione del nemico. Et tanto piu, vedendosi che Anni-
bale seppe tener insieme tante diverse nationi senza che mai
s'ammutinassero. Ma ben sarà d'avertire di non essere nel-
le forze d'una banda troppo grossa, et perciò le piu nationi
si tempereranno l'una con l'altra, ove bisogna essere giudicio-
so in pigliare et in congiungere insieme quelle di che piu così
dar ci possiamo, et che tra le piu si confanno, et che sono piu
al proposito per conto dello stare alla campagna o nelle
[p. 27v]
ter-
re, et piu atte o a piè, o a cavallo, o in sul mare. Ma è da ve-
dere per ogni modo di fondar la propria possanza nelle pro-
prie arme, si che le straniere non v'habbiano luogo. Simil-
mente non si dee mai entrare in lega con un Principe mol-
to piu possente, se non per mera necessità, vedendosi che tut-
te le historie ci fanno conoscere la ruina di chi è collegato
con un suo superiore. Co minori, o con gli uguali mette con-
to di farlo. Ma havendosi potentati troppo grandi et trop-
po vicini, tornerà meglio senza alcun dubbio l'ingegnarsi di
vivere neutrale, percioche i mediocri Signori rispetto a po-
tentissimi sono tanto debili, che possono poco prosperar nelle
guerre, ma la necessità non ha legge, potendo molto di leg-
gero occorrere, che trovandosi dominare tre o quattro domi-
nii gagliardissimi, qualche uno di essi voglia un inferiore per
nemico, et che però l'inferiore sia costretto a raccomandarsi
ad un'altro et a correre la medesima fortuna. La onde au-
venturosi saranno quegli Heroi, che nasceranno in tempo che
i Regni siano di piu principi, si che il tutto non sia occupa-
to da pochi, et che l'altrui forza non diminuisca le prosperità
che si ricercano a far comparire la virtù, ma se pur saranno po-
chi quando siano degni di regnare, et c'habbiano gli animi
Heroici, gran ventura sarà l'abbatterli ne tempi loro, percio-
che tireranno a se i lor simili, si come vedremo piu a basso.
Della qual ventura non si può trattare, non essendo ella nel
nostro potere, si come neanche vi è la facoltà di effettuare
i nostri disegni, ne particolari accidenti della guerra, ne quali
piu regna la fortuna che ne gli altri delle attioni humane,
percioche ogni arte c'habbia il soggetto alterabile è a qual-
che modo sopporta alle occorrenze fortuite, ma piu la milita-
re per le difficoltà grandissime portate dalle varietà de casi,
che sono nelle strade, ne siti, nelle stagioni; nelle inequalità
dell'aere, nell'infirmità ne danari, nelle vittoaglie, nelle muni-
tioni, nelle artiglierie, nelle bagaglie, nelle spie, nelle guide, ne
corrieri, ne ministri principali, et ne soldati medesimi. Et in
ciò havremo la corte buona, quando prosperiamo tanto, quanto
i nemici, e migliore, quando piu di loro, et ottima, quando noi
totalmente et essi niente, si come per contrario l'havremo ria, se
noi saremo disgratiati quanto essi, e peggiori, se piu di loro, e
pessima, se noi totalmente, et essi niente. Et questo è quello che
apppartiene alla grandezza delle forze nostre, e delle altrui.
[p. 28r]
In-
torno alla qualità della guerra che s'ha da fare, diremo che
per l'amor che si porta all'honesto et consequentemente al do-
minio ben regolato, ella dee sempre esser giusta, et però sem-
pre a defensione, ma perche meglio ci difendiamo nell'assalta-
re, che nell'esser assaltati, un Principe ha da fare ogni cosa per
non lasciarsi ridurre a quella guerra che per usare principal-
mente la forza nel ributtare gli assalitori, è chiamata difensi-
va, percioche l'offensiva che va a trovare i nemici che già so-
no presupposti ingiusti occupatori del nostro, è giusta come
l'altra, si che i Giudei non l'intedeano a pensare che nel dì del
sabbato si potessero solamente difendere combattuti che fosse-
ro, e che non fosse loro licito l'andar a trovare i nemici, e pur si
vede che in questo caso l'offesa è specie di difesa, et che tanto
era a gir contra l'aversario, quanto l'aspettarlo. Ma questa sor-
te di guerra è poi molto piu profittevole, per esser ogni ope-
ratione piu perfetta, quando è con piu perfetta elettione. Et
chi assale ha già pensato a tutto ciò che è necessario, et è però
benissimo risoluto, ma chi è assalito è colto, o sprovisto, o pro-
visto. Lo sprovisto si prepara, et si difende per forza, et senza
dubbio ha infinito disavantaggio. Il che se gli aviene per al-
trui fraude, è escusato, e chiamasi la sua una mala fortuna,non
potendo egli essere armato se non secondo il suo ordinario;
ma se già sapea d'haver qualche potentato nemico, et che non
habbia antiveduto il romore che gli viene a casa, è degno di
colpa, e una poca prudenza è stata la sua. Il provisto sarà stato
anchor esso poco savio, quando non habbia fatto ogni sforzo
per esser il primo a uscire, perche se ben innanzi al caso parea
ch'egli fosse fornito di tutto punto di quanto gli bisognava, in
sul fatto poi si scuoprono assai mancamenti, et a lungo andare
ordinariamete sempre si peggiora, percioche si cade in disa-
gio di capi, di soldati, di vivere, di fornimenti per artiglierie
et d'altri simili membri necessarii ad essa difesa. Et ciò pro-
cede dal non poter operare per intera elettione, et da es-
ser costretto a far ogni cosa per mera necessità, oltre che
i propri popoli patiscono infinitamente, con pericolo della
loro total ruina, et con timore continuo di perdita senza al-
cuna speranza di guadagno. Et oltre agli antichi essempi i mo-
derni anchora, et quelli de tempi nostri ci chiariscono, che
chi ha fatto la ofensiva per lo piu è riuscito meglio di chi si
è posto alla difensiva, percioche quelle guerre della Fiandra,

[p. 28v]
et del Piemonte, nelle quali hora l'un nemico hora l'altro
si riducea alla sola difesa, s'è veduto del modo che questa de-
liberatione presa, si come da credere per sola necessità ha
sempre portato seco gran disuantaggio con perdita di pae-
se et di città. I Romani nella seconda guerra Punica non fu-
rono mai sicuri fin che non si risolverono di non istar piu in
sul difendere simplicemente l'Italia, et di non lasciarsi codur-
re dall'estremo bisogno a opporsi alla forza de'nemici, ma
d'andare spontaneamente a trovargli a casa loro et assalirli.
Ma il voler solamente guardarsi, et eleggere questo per mi-
glior partito, che il voler far del resto, potrà in alcuni casi
permettersi per qualche degno rispetto. Similmente l'Heroe,
sia la guerra offensiva o difensiva, ove vada la salute de suoi,
doverà confidarsi piu di quello essercito nel quale interven-
ga la persona sua propria, che di quello che sia sotto alcun
altro Capitano, et questo è il proprio effetto dell'amante,
quando opera a beneficio dell'amato. Et nondimeno perche
è vero, et giusto Principe, venendo il bisogno si confiderà di
que ministri che gli siano conformi, perche non potrà essere
da loro tradito ne servito poco amorevolmente, ne con igno-
ranza, ne senza valore, et egli non si sdegnerà d'haver un Luo-
gotenente et anche piu venendo il bisogno, perche se ben sa-
rà di sottile ingegno, si che sia atto a penetrare tosto in ogni
materia, et a scorrere di qua et di la con l'intelletto, et a vede-
re il minore et il maggiore bene et male, non per questo man-
cherà di saldo gludicio. Percioche è vero che si trova di ra-
do che uno sia d'acutissimo ingegno et di saldo giudicio, es-
sendo tali queste due facoltà che difficilmente s'uniscono in-
sieme, come è della memoria, che se è presta a prender le co-
se, le lascia di leggero, et le ritiene lungo tempo se le acquista
con fatica. Ma l'Heroe che è piu che huomo, si serve dell'inge-
gno in capir tosto quello su che egli conviene discorrere, et del
giudicio in venir tosto alla buona risolutione, et non ha l'uno
solo, di modo, che sia tardo nel concludere per mancar dell'al-
tro. Egli adunque per haver la mente diritta non caderà mai
nella persuasione. Et anchora che per la vivacità del suo in-
telletto gli vengano in pensiero varii oggetti, non però i dub-
bii il confonderanno col farlo entrare in diffidenza ma saprà
sciorre tutti i nodi c'havrà nella mente, et col buono antive-
dere discernerà benissimo quanto sia da fare in ogni
[p. 29r]
occasio-
ne. Tal che non sarà come è colui, che per esser d'acuto inge-
gno et di torto giudicio è persuasivo et difidente, anzi ver-
rà a essere sagace et prudente di modo che conoscerà in che
ciascuno vaglia, et secondo le occorrenze si riporterà all'al-
trui parere, et crederà a quei che nelle loro professioni sa-
ranno benissimo periti, et in questa guisa verrà anche a ri-
metterli a i suoi ministri, et a eleggere i Luogotenenti ove egli
non possa intervenire con la propria persona, et non poten-
do haverli ne della Città, ne della regione, ne della provin-
cia sua, prenderà de forestieri, come hanno fatto gli Ateniesi,
i Cartaginesi, i Venetiani, et i Fiorentini. Le Republiche de
quali nelle loro necessità molto saviamente per haver un ca-
po nelle guerre importanti che son lor occorse di fare, sono
ricorse ad altri potentati benche diversi da i loro. Et perche
due sono le virtù dell'huomo secondo i due principali ufficii
della ragione, l'una separata dall'appetito, che è solamente in-
tellettiva, l'altra congiunta con esso, che è la morale della in-
tellettiva necessaria al governo militare habbiamo hora par-
lato. Segue la morale, et non quella della fortezza perchè se ne
parlò di sopra, ma quella della giustitia , la quale fa che il buon-
Principe fugga i tre vitii, che dicemmo esser cagione del mal
reggimento, perciocche egli nelle cose della guerra non è ne
ambitioso, ne avaro, ne vendicativo, essendo affettionato al
ben pubblico si caldamente che l'antepone al particolare inte-
resse, et non ha però passione alcuna che sia possente a farlo er-
rare. Si che i danari, gli ufficiali, i soldati, le munitioni, le vit-
toaglie, et tutto ciò che bisogna in uno essercito per mezo
suo vanno come è il dovere, l'ambitione non fa ch'egli sia in-
vidioso e soperbo, ne che perseguiti i principali capi dell'es-
sercito, con deprimerli per non poter comportare la grandez-
za d'alcuno, et per dispiacergli parimente, che i mediocri ven-
gano in riputatione per i meriti loro, et per la prosperità del-
le occasioni, anzi piu tosto come buon cultivatore et buon
medico che aiuta la natura, favorisce la virtù, col cercar di
far grande colui che con essa si va avanzando, conciosia che
tal persona oltre al proprio valore che è amabile, invita an-
chora i Principi, chi la facciano ascendere per beneficio del
mondo. Il che non pur hanno da fare gli Heroici, ma anche tut-
ti gli huomini da bene c'hanno qualche possanza di favorire i
lor simili, l'avaritia parimente non induce esso Heroe a
[p. 29v]
conser-
var il suo danaro fuor di tempo, et se maneggia le arme per
servitio d'un superiore non si pone a rubbar le paghe, ne
le vittoaglie, ne le munitioni, che gli passano per le mani, di
che seguono poi mille inconvenienti, ma piu tosto vi met-
te del suo larghissimamente, et se egli è il proprio patrone
parendogli che il bisogno urgente o il tempo opportuno cosi
richieda, spende tutto ciò che ha. La vendetta non l'infiam-
ma all'estintione de' nemici soggiogati, et non l'avezza ad es-
ser sanguinario, et finalmente crudele contra a suoi proprii
soldati, percioche egli si sforzi di temperare il rigore con
l'equità. Della guerra Heroica questo che s'è detto basterà
per hora, non havendo noi da trattarne in questa materia
per principale intentione. Della pace sono principalmente
il configlio di stato, et il configlio di giustitia, percioche se
ben nel consiglio di stato si correggono gli abusi, et con la leg-
ge viva si da spirito alle morte, non però vi si amministra la
giustitia, ma essa n'ha uno particolare per tal effetto, et messi
che sono insieme i giurisconsulti, et tali et tanti, quali et quan-
ti deono essere, si che lascia che essi vadano proseguendo nel
giudicare, e che attendano al loro ufficio, e di questa maniera
il consiglio di giustitia si separa dal consiglio di stato, il quale
s'intende non solo per le cose della pace, ma anchora per quelle
della guerra, cioè per conto della provisione che di continuo
si fa per fortificare, ove è il bisogno, per riparare le fortezze,
per distribvire le munitioni et le vettoaglie, per provedere di
capi et per accrescere et sminuire il numero de soldati, alte-
randolo secondo la qualità de luoghi et de tempi, per modo
che queste cose da guerra, che passano nel consiglio di stato,
si riferiscono alla pace e per trattarsi in tempo di essa. Ma e ve-
ramente consiglio di guerra quello, di che parlammo diso-
pra, quando si prendono in esso i colonnelli et principali mini-
stri dell'essercito, et che s'è in effetto col ferro in mano. Simil-
mente quello che chiamano ufficio de' commissarii o de superio-
ri alle vittoaglie, non havrà un consiglio particolare, ma sarà sot-
to posto a quello di stato, perche formato che esso sia di perso-
naggi necessarii, vi s'introducono poi diversi ministri secondo
la diversità de' soggetti, come in questo caso della provisione
del vivere, che dovendovi esser qualche difficoltà, si fanno en-
trare i proveditori, et si piglia l'informatione et il parer loro,
et si dibatte quello che è cotrariato, et poi si determina. Ma

sue cotinue opere, et cotto dal
sole et dal giaccio et c'ha l'animo facile alle contese, punto da
tristi pensieri, et corrotto dalla guasta coscietia, per esser lontano
dal rimedio della legge et della raione, si che la fatica et la
crudeltà fanno facilmente feroce un huomo tale. Ma l'honore
che non ha luogo in lui, l'ha nel terriere, percioch'è la sagacità e
la concorrenza iniziano et spingono ad esso honore, facendosi
egli accorto per la buona educatione, per l'uso civile, et per l'anda-
te a torno, et havendo la riuali in su li occhi, col vedere i nobi-
li, et gli ignobili et chi uale, et chi no , et che differenza è tra lo-
ro, et come i grandi s'acqvidtino col valore, ma poi per gli agi del-
la città a costvi manca l'occasione del farsi e mantenersi; feroce.
La onde è da dire, che ove piu uale l'honore che la ferocità,

[p. 30r]
pare che il consiglio dell'entrare per rispetto del danaro deb-
ba esser secretissimo, e che perciò voglia una appartata udien-
za dal Principe, nondimeno chi considera quali persone siano
deputate a tal essercitio, e quali al consigliare le cose di tutto
lo stato, vedrà che non è bene che s'habbia maggior fede in
quelle che in queste, oltre che essendo il consiglio esso gover-
no, et il danaro il nervo del governo; no so mai come si potrà
maneggiar bene cosa alcuna senza questo nervo, senza il qua-
le il moto non vi sarà, ne il corpo potrà far l'ufficio suo, et que-
sto è il fondamento di tutte le spese che occorrono in tutte le
cose, et il potere spendere piu et meno fa che si possa delibera-
re di far una provisione piu che un'altra, et il provedere vien
pur principalmente dal consiglio secreto. Anzi il danaro è non
solamente il nervo come dicevamo, cioè la continuatione del
governo, ma il principio materiale di tutte le attioni piu im-
portanti, per essere introdotto quello instromento attivo nel
mondo, dal quale dipende il comodo et rincomodo dell'opera-
re, et i cosiglieri non sapranno far le debite ordinationi, quando
non sappiano la possibilità; onde nasce la maniera dell'ordina-
re. Et per essere spesso posta la materia del danaro in gran diffi-
coltà, e bisiognandovi però lungo discorso, et d'importante di-
chiaratione, bisogna ricorrere al consiglio di stato che in tal ca-
so farebbe un troncar un membro da tutto il corpo, o levar dal
mare il corso d'un fiume, o impedire che la cosa grave non va-
da al centro, ogni volta che in materie che acquistano la buo-
na forma, mediante la buona consultatione, et che senza essa
restano imperfette; si prendesse partito fuori del cosiglio di
stato. Per creare i Magistrati, et per provedere d'Ambasciadori
non si farà un ridotto da per se, ma si vorrà la relatione et il
parere de consilieri, percioche dove la vita d'una persona
va essaminata, i piu sanno piu intorno ad essa, et gli infor-
mati delle cose di tutto lo stato meglio conoscono 1e qualità
de gli huomini di esso, che alcun'altro, e tanto piu i consiglieri
devranno intravenire nell'elettione de gli ambasciadori; de
Magistrati et d'ogni sorte d'ufficiale; che si manda fuori in go-
verno, trattandosi alla giornata nel cosiglio cose, che vengono
dalle mani di questi tali, et considerandovisi dentro le mag-
giori difficoltà che s'incontrano, et quali et come facciano
il debito loro, et quali et come no, et dichiarandosi et correg-
gendosi tutto ciò che ricerca lume et emenda. Il constituir

[p. 30v]
la pena ai delinquenti appartiene al criminale, et è mem-
bro della giustitia, si che sarebbe di soverchio a formar un
consiglio per tal rispetto. Et se pur i casi saranno atroci, o
che tirino gran romori in consequenza, o che voglia l'aut-
torità, et la prudenza del Principe per aggravare o allevia-
re il supplicio, si chiameranno nel consiglio di stato quei giu-
dici che saranno piu al proposito, et quivi si farà la determi-
natione. Et cosi parimente il Principe per conto delle gra-
tie s'instruirà da medesimi giudici, et potrà espedirle per il
suo consiglio. Et le altre gratificationi, o potranno esser
in petto suo, o volendovi consulta secondo la qulalità lo-
ro si piglieranno i piu intendenti, come nel donar cose appli-
cate alla camera, parlarne con maestri dell'entrate. Et per-
che le suppliche di giustitia vanno al Principe, et è mira-
bile la satisfattione de sudditi quando sanno che siano vi-
ste da lui, è bene ch'egli intravenga nella signatura, il cui
ufficio è propriamente d'indirizzare le cause a diversi tri-
bunali col provedere di giudici non sospetti, et con l'impor-
re espeditione estraordinaria, et col dispensare, et con altre
circostanze secondo il bisogno. Et perciò si potranno de-
putare i dì proprii per questo effetto, et in dì tali tirar nel
consiglio di stato un refendario o piu giurinconsulti secon-
do il cumulo, et l'importanza delle facende. Et quan-
do non vi sarà cosa difficile, il Principe potrà andare a fa-
re qualche altra cosa, che piu gli importi, o piu gli torni
comoda, senza intravenire nel consiglio, non essendo il do-
vere che egli, che per rispetto delle risolutioni porta il mag-
gior peso, si manchi in cose leggiere, per modo che l'intelletto
non sia poi fresco nelle fatiche maggiori et piu necessarie. Di
questo modo la ove altri volevano molti consigli, basterà
quello di stato, et quello di giustitia. Il consiglio di stato è ne-
cessario per i pareri, de quali si serve il Principe, et non è
da credere che perche egli sia Heroico, non v'habbia però
bisogno, percioche è falsa la comparatione che si potrebbe fare
argomentando, che come nel gioco delli scacchi molti che ne
sappiano egualmete non rilievano contra uno che sia piu eccel-
lente di loro, così nel consigliare l'Heroe, che supera la natu-
ra humana, varrà tanto da se solo, che tutti gli huomini
c'havrà d'intorno gli saranno inferiori, et però non havrà bi-
sogno di essi, et questa ragione non milita, perche il
[p. 31r]
mede-
simo è di tutte le facoltà, che non hanno il fondamento in
fermo, et sopposto alle varie alterationi, percioche un musico,
o un geometra, o un teologo, che sia benissimo intendente
della sua professione, non si curerà del parere di molti, che
sappiano assai meno di lui, et impropriamete si dirà che que-
sti si consigliano con altri, ma e proprio a dire che impara-
no da altri, essendo che il consiglio è delle cose fortuite, et
non delle scienze. La onde vorrà esser composto di piu perso-
ne, perche piu hanno provato piu cose, et il tutto sta nella
esperienza, per esser il soggetto l'humane attioni, nelle quali
spesse volte si vede per prova che succede quello, che per ra-
gione non s'aspettava. Et piu huomini, oltre all'haver piu vi-
sto, hanno piu cose udite, et piu lette, donde hanno piu affi-
nato il discorso. Et parimete per esser molte et diverse le ma-
terie, che sono consultate, vi si ricercano molti et diversi giu-
dicii. Et chi regge , ha cosi gran machina in su le spalle, che
dee haver piu braccia che vi mettano la mano. Oltre che
del Principe, et de Consiglieri si fa un corpo solo, et come piu
sono le membra del corpo, cosi piu havranno da essere i con-
siglieri, ma è ben da avertire che non eccedano un numero
conveniente, percioche in tanti di leggiero ve ne sarebbono
di poco prudenti, et di poco fedeli. Gli imprudenti ancora che
siano lasciati da le banda, non resta però che non muovino
varie contese fuori di proposito, et che non facciano fastidio
et stomaco, et che non diminviscano la reputatione del luo-
go. I malvagi sono anche assai peggiori, perche i consiglieri
da bene son veraci et secreti, essiendo queste due parti princi-
pali della lor bontà, et i rei adulano per acquistarsi la gratia
del patrone, et divolgano le cose consultate per qualche al-
tro loro interesse. Oltre che potrebbono usare strane sorti
di tradimento. Et è molto difficile il trovare molti huomini
di ottimo intelletto, et di illustrissima conscienza, ma ne an-
che il consiglio sarà di pochi, come di tre, per esser necessa-
rio per le diversità delle materie un maggior numero di per-
sone. E' ben vero che bisogna haver consideratione a molti
particolari, perche un gran dominio vorrà maggior corpo
di consiglio che un picciolo, et un tempo molto travagliato
lo vorrà maggiore che un ben quieto, et pochi di gran valo-
re suppliranno in luogo di molti, che siano di mediocre ca-
pacità; et il Principe già assuefatto ai negoci, et ben
[p. 31v]
infor-
mato delle cose sue, et esperimentato per assai et importan-
ti soccessi, potrà restringersi piu sicuramente, che quando sa-
rà nuovo nel governo, si come anchora negli avisi et nelle
occorrenze, che ricercano una gran secretezza, si confiderà
ne soli suoi piu confidenti, i quali saranno i provati da lui per
lungo corso di tempo, et in casi di riguardo grandissimo, et
tali sogliono essere gli intimi secretari, che da Teologi sono
comparati a gli Angeli piu aderenti a Dio, perche essi son
prossimi al Principe ne servitii, non del corpo, o delle facol-
tà, ma dello spirito, che tira seco ogni cosa in consequenza,
et che rende l'ufficio honoratissimo, essercitando esso la piu
bella parte del discorso delle cose humane; percioche le ma-
terie di stato, sono le principali di questo mondo, et chi è piu
famigliare, et piu congiunto col Principe, meglio le posse-
de, et chi meglio le possede, ne e piu capace, et chi ne e piu
capace, piu facilmente et meglio vi discorre intorno, et essen-
do questo un ufficio, che participa di tutti gli altri, la ove
alcun altro non ha parte alcuna del suo, bisogna intendersi
di ogni sorte di maneggio. Et oltre al valore, vi è la bontà
in sopremo colmo, ricercandosi quì una vera fedeltà, et non punto
simulata. Et non pur ne tempi moderni in Inghilter-
ra questi ministri vagliono tanto, che sono Cavalieri del-
l'ordine del Re medesimo, et hoggidì tutte le Corti meglio
regolate, che le altre, ne fanno stima grandissima, ma da i
Principi, sono sempre piu stimati, che dalle Republiche. Le
quali dubitandosi che la grandezza dell'ufsicio non abbas-
sasse gli altri participi della amministratione; sono state so-
lite di tenerlo in persone, che non havessero voto nelle deli-
berationi, ne parte nel dominio. Et perche un solo, che si-
gnoreggi, non ha questo sospetto e procedendo in ciò senza
passione, lascia che questo grado habbia la sua intera digni-
tà. La onde Eumene secretario principale di Alessandro
Magno, fu principalissimo appresso lui, et gli soccesse nel
Regno, portato inanzi dal proprio valore, et dal buon giu-
dicio del Re. Ma venendo il caso, che bisogni mettere in
controversia, et in discorso alcune cose di quelle che il se-
cretario havrà tenuto in se solo si devrà ventilarle per il con-
siglio. Et quando sia maggior l'importanza della secretez-
za, che della consulta, si farà la scielta d'uno, o di due del
consiglio, che siano piu atti a intendere, et giudicare
[p. 32r]
quan-
to va allhora in sul tavoliere, che alcun altro de compagni,
et si farà un cerchietto di pochi, che potrà servire per consi-
glio secretissimo, et estraordinario, per esser secreto, et or-
dinario quello di stato. Ma dovendosi eleggere huomini fe-
deli, et prudenti per consiglieri, et mangiandosi, secondo l'an-
tico proverbio, molte moggia di sale con l'altr'huomo, prima
ch'egli si conosca, farà bene a non dar di primo colpo questo
grado a una persona, per grande ch'ella appaia, s'ella inanzi
non s'è fatta conoscere, passando, come si suol dire, per l'ac-
qua, et per il fuoco. La prova è quando il Principe medesimo
habbia edificato il servitore, et tiratolo su pian piano, di mo-
do che per l'esperienza fattane in cose piu leggieri, et poi in
simili a quelle del consiglio secreto, possa sicuramente dargli
tal luogo, overo quando altri signori se ne siano serviti, et che
si sappia certamente ch'egli sia riuscito benissimo, et che hab-
bia havuto legittima causa di lasciar il primo servitio, et la
causa che manca d'ogni sospetto, è quando occorre la mor-
te del patrone. Et è da guardarsi da alcuni ciurmatori, che
con l'arroganza, et con la pompa delle parole, che altre volte
è accompagnata dalla presenza, ingannano i Principi poco
accorti, aggirando loro il capo con ragionamenti, co quali
di tutto quello che sanno, fanno un compendio di maravi-
gliosa ostentatione, et questi tali se sono cauti, ordiscono bu-
gie colorate, che difsicilmente si possono scoprire, et vanno con
destrezza nell'adulare altri, et nel magnificar se stessi, ma ha-
vendosi informatione da chi gli ha provati, o facendosenela
prova, diviene a scorgere il vitio loro. Se non sono cauti, entra-
no sfacciatamente nelle lodi del Principe, et di se medesimi,
et non fanno congiungere le cose false con le vere, et per lo piu
le narrano, di modo, che sono incredibili, si che si fan conosce-
re quasi alla prima, et questi assentatori erano chiamati comici
perche haveano piu tosto del parasito, che altrimenti, et non
portavano danno, essendo di leggiero discoperti, et gli altri si
diceano tragici per il danno che ne nascea, ruinando essi i Si-
gnori col loro occulto applauso,et per esser tal malitia ben in-
garbata ne cortigiani graduati, che sono persone di trage-
dia. Hora da poi che s'è veduto quanti debbano essere i con-
sigli, et particolarmente quale il consiglio di stato, et come
debba formarsi di piu persone, et quanto sia da averti-
re prima che esse si eleggano, segue che diciamo di quali

[p. 32v]
consiglieri si componga il consiglio, et quando, et di che co-
se, et come si faccia. Il Consigliero dopo l'esser presupposto
huomo da bene, sarà vivace et grave, accioche per la sola vi-
vacità non fosse vano, et per la sola gravità ottuso. Il vivace
è svegliato nell'ascoltare, docile nell'essere informato, espe-
dito nel rispondere, curioso nell'investigare, facile nell'appli-
carsi a piu cose, et subito nel darsi et quasi nel trasformarsi
ne negoci. Il grave è riposato nell'ascoltare, patiente nel la-
sciarsi informare, circospetto nel rispondere, modesto nel-
l'investigare, cauto nell'applicarsi a piu cose, et composto nel
trattare i negoci. Et smilmente questi discorre pensatamen-
te, usa parole di sostanza, et viene al punto; et quegli da pron-
to, et minuto raguaglio di quel che dice, parla con efficacia.
et concede assentitamente. Et tutto ciò si conosce a tutti i
tempi. Et tanto poi all'atto del consigliare, il vivace scuopre
le difficoltà et le penetra, et non si perde d'animo, et corre al-
la provisione, il grave esamina le difficoltà et le risolve, et te-
me i pericoli, et determina la provisione. Si che la vivacità fa
prevedere, et la gravità fa provedere, et chi prevede vuole,
et chi provede sà, et chi vuole et sà, et non è impedito, puo
mettere in essecutione il valore, et perche il vivace è sottile
et aguzzo, et il grave è saldo e maturo, et l'uno è piu per na-
tura, che per esperienza, et l'altro piu per esperienza, che per
natura, diremo che della vivacità è l'ingegno et della gravi-
tà il giudicio, donde si forma la prudenza, et la buona manie-
ra d'usarla, che è la destrezza, si che per la perfettione del con-
siglio è necessario che la vivacità, et la gravità vi concorra-
no, dando l'una all'altra aiuto reciproco. Il Consigliere ol-
tre all'haver una buona dispositione, et un buon habito da
esser ingegnoso, et giudicioso, havrà il fondamento della co-
gnitione delle cose di stato, che è l'haver provato assai. Et in
ciò potrà esser ulentc, ogni volta che sia pratico nelle attio-
ni della pace et della guerra, per haver corso del mondo, et
osservato i costumi de popoli, et gli ordini delle città, et per
esser intravenuto in gran maneggi, et che sia buon Historico
nelle cose antiche, et nelle moderne, non con l'haver letto i
libri nella superficie, con l'haversi fatto narrare il contenu-
to di essi senza altra dichiaratione, ma con l'haver accom-
pagnato la teorica alla pratica, conferendo i modi de gover-
ni civili co casi occorsi, et discorrendovi intorno con gli
[p. 33r]
es-
sempi, et con le ragioni dell'etica, et della politica, se poi sarà
intendente della cosmograsia, non solo per esser ito a torno,
ma ancora per scienza, et similmente dell'aritmetica per
poter esser presto nel far conto, et se havrà la dialettica, ac-
cioche subito gli soccorranno le varie maniere delle propo-
ste, et delle risposte, et se terrà i termini di legge, et di ragion
canonica; per rifolvere i dubbi occorrenti alle volte ne nego-
ci, tutto ciò sarà sempre tanto meglio, percioche quando si
accopagnano insieme molte scienze, l'una da spirito, et lume
all'altra, et riciprocamente piu si raccendono, et si fanno piu
chiare. Ma perche nel consiglio secreto siono piu persone, se
una non potrà haver tutte queste parti, chi n'havrà d'una sor-
te, et chi d'un'altra, et l'uno supplirà in luogo dell'altro. Quan-
to si debba fare il consiglio, è cosa manifesta, percioche esso
non havrà i giorni deputati, come dicemo che ha la signa-
tura; ma sarà all'ordine per potersi fare a tutte l'hore; essen-
do questo proprio del tempo opportuno, che manda la co-
sa come in un istante, per modo che ella prima che fosse
mandata, non era tale, et passato quel punto, non sarà an-
che piu tale, il che suole essere con maggiore, et minore al-
terazione, secondo che col tardare si pregiudica piu, o me-
no alla cosa. Ma perche il flusso delle attioni del mondo,
è mosso dal maneggio de gli huomini, et dalla varietà della
fortuna, sorge spesse volte all'improviso qualche accidente,
che il differire a farne consiglio, è con troppo pericolo, per-
cioche l'occasione non pur ci cade, ma ci precipita dalle ma-
ni, se non sappiamo tenerla, et dipoi, ne segue in darno la pe-
nitenza; Varranno molto in ciò i memoriali, con che si no-
teranno i capi di tutto quello che occorre alla giornata, et
il Principe prima che si faccia consiglio, se gli farà tutti espor-
re a i suoi affari, allhora a punto che comincia la giorna-
ta, accioche nel principio di essa, si dia l'ordine a quanto
debba farsi, et i suoi piu intimi se gli appresenteranno con
questi ricordi subito ch'egli sia svegliato, essendo questo tem-
po molto proprio de negoci, per esser il capo scarico de va-
pori fatti nel digerirsi, et la mente raccolta senza ingombro
di cose viste, et considerate, quali occorrono poi nel pro-
cesso del giorno, si che i nuovi oggetti fanno concetti nuo-
vi, et ci riempiono di varie fantasie. Et il Principe simil-
mente vorrà il consiglio la mattina, caso che non
[p. 33v]
l'hab-
bia destinata all'essercitio per conservatione della sanità, ma
senza hora particolare potrà volerlo secondo che ve ne sia
fretta o piu, o meno, et secodo le sue comodità ogni volta che
non sia appresciato piu che tanto. Vero è che sarebbe assai me-
glio il presiggere l'hora determinata dividendo et misurando il
tempo, et i negoci secondo esse. Et nella scorsa de memoriali sem-
pre che vi conosca cosa dubbiosa, et di gran momento, farà consi-
glio. Et cosi è da sapere ch'esso si fa non delle cose che sempre
stanno a un modo medesimo, ne di quelle che si mutano, e son no-
torie, ne di quelle che se ben son difficili non però rilievan molto;
ma quando soccede un caso, c'habbia piu faccie, si che possa
tramutarsi in piu guise e pigliar piu forme, et ch'importi assai
o in apparenza, o in consequenza, o nell'uno, et nell'altro modo,
allhora il Principe, et i consiglieri si stringono insieme, et questo
averrà spesso, perche spesso succedono materie che portano se-
co dubbi di consideratione. Dapoi ch'il consiglio si sarà rinchiu-
so, il Principe, e i consiglieri diveranno esser una cosa medesima,
percioche se ben il core è piu nobile per esser quello c'ha da ricevere
il sangue fatto per la digestione passata per tanti orificii, nondimeno
il corpo non puo matenere senza l'unito concorso di tutte le par-
ti principali, et se l'una fosse impedita, l'altre non la farebbono
bene, si ch'i consiglieri potranno dire liberamente quel che sentono
senz'haver punto di riguardo se l'opinion loro sia per esser secon-
do l'appetito del Principe, o nò, et al dispetto de gli abusi che
vogliono, che l'adulatione, et l'idolatria de servitori verso il
patrone sia destrezza, et riverenza, bisogna spiegar il foglio, et
far che si conosca apertissimamete la verità, et lo star saldo in
capo seza mutarne colore, ne viso, ne parole, ne concetti ogni
volta che s'habbia una pugna giusta, non è ostinatione, ma vir-
tuosa reticentia, nella qual contesa tutti hanno indifferentemente
la parte loro, et ad ognuno è lecito dimostrar et difendere quel
ch'è il meglio ribattendo il contrario, si come dall'altro canto è
cosa laudabile il cedere, et il rimettersi alla miglior opinione,
quando ella si conosca, ch'in questo caso il rimaner tuttavia in su
la sua, è pertinacia molto brutta da vedere, et tanto detestabile,
che non bisogna presupporla in un consigliere che sia stato elet-
to con giudicio, percioche questo affetto suol esser ne gli huomini
interessati, o persuasivi, et ,per consequenza o malvagi, o ignoranti.
Ma essendo i consiglieri non meno liberi et franchi nel dire, che
buoni, et intendenti nei concetti loro, bisogna che s'acquetino
[p. 34r]
so-
lo quando è il dovere, et che sostentino l'opinione c'hanno adot-
ta, et rimangano sempre co essa, costando loro per conscientia, et per
cognitione ch'ella sia la buona, et faccia poi il Principe come
gli paia. La onde se ben Agamennone in sul fatto nell'essecutio-
ne delle cose faceva a modo suo, et nell'operare era veramente
capo, si ch'egli solo havea l'assoluto imperio, nondimeno ne con-
sigli era eguale a tutti gli altri, et ognuno dicea et mantenea il
suo parere senza punto rispettarlo. Similmente i consiglieri d'Aia-
ce, et d'Edipo dicono alla libera quello che par lor che si debba
fare senza riguardare che le cose da lor proposte sian diretta-
mente contrarie alla deliberatione, alla quale tende il Principe, et
in questa parte a un certo modo gli son piu tosto soperiori, che
eguali. Et mi varrò de tempi heroici, poi che l'imperio di Mace-
donia, e di Roma per rispetto de soccessi rei fu guasto dalla sen-
tatione, et malvagità de ministri de principi, di com'hora mas-
simamete per questa causa il mondo và a traverso, et il seme di tale
heresie che sono sparse per tutta Christianità, et che n'hanno in-
fettata la maggior parte, deriva piu da questa sceleraggine d'ap-
plaudere a i patroni, et di procacciare il proprio profitto, che
da alcun altro difetto. Adunque il Principe caverà dall'altrui
opinione il meglio, et poi ordinerà questo s'è deliberato, co-
me apunto dicevamo che faceva il core, il quale diffonde il san-
gue per le vene dapoi che l'ha ritratto da i ministri che glielo
porgono preparato e digesto, et per questa causa egli sarà ben il pri-
mo a parlare, in quanto che si propporrà il caso, come fa Giove ne
consigli appresso Homero, e quando vi sarà materia di molti ca-
pi, o di narratione troppo diffusa, la farà leggere, si come l'ha-
vrà fatta distendere in una instruttione, o l'havrà intesa per lette-
re o per memoriale, o per supplica, o che farà entrare persona infor-
mata dal negocio da cui s'intenda 'l tutto, ma sarà l'ultimo nel
determinare, dovendo egli col suo sigillare il giudicio de gli al-
tri, et se innanzi a gli altri discoprisse il parer suo, torrebbe facil-
mente l'animo ad essi di dirgli contra. Et quando anche fosse sicu-
ro della franchezza de consiglieri, non havrebbe da prevertire lo
ordine della consulta, che vuole che chi propone, aspetti rispo-
sta, et ch'è dubbioso cerchi cosiglio, per modo che il Principe
proponendo; e dubitando ha da stare udendo la sentenza di cias-
cuno. Oltre che l'autorità sua dee star tutta in operatione, la
quale dipende da lui solo, et il Principe sarà il mezo tra il con-
sigliare et al fare, per esser l'opera l'effetto del consiglio, il quale

[p. 34v]
allhora finisce quando si comincia il fatto, et essendo il Prin-
cipe principio dell'espeditione, farà il fine della consulta,
raccogliendo egli tutto il consiglio per farlo effettuare, per
modo che basta che egli piu tosto habbia giudicio da cono-
scere qual sia miglior partito tra i propositi da gli altri, che
haver ingegno da trovarne da se, et se egli ha da fare l'elettio-
ne del meglio delle cose discusse, è necessario che sia l'ultimo
a dire a parer suo, al quale si contenterà che sia contraria-
to per vedere se ha saputo ben eleggere; et per convenire o
con tutti, o con la maggior parte, o col piu savio, se sarà possi-
sibile. Ma ben convien che lasci saper l'intero del negocio, si
che non se ne taccia parte alcuna, la soppressione della quale
levasse il poter discorrere, et concludere compiutamente. Et
qui nasce una difficoltà, ch'è se i piu giovani debbano comin-
ciare a parlare, et pare che nò, per esser meglio ch'i piu vecchi
facciano la strada, essendo maggior difficoltà nel fondar la
deliberatione, che nel ragionare dopo ch'ella è fondata. Ol-
tre che agevolmente a quel che è fatto, si puo aggiungere
qualche cosa, et questo vantaggio di trovar la materia dis-
grossata deverebbe esser piu tosto de i meno che de i piu in
tendenti. Ma risponderemo, che essendo esercitio da viva-
ci il movere le difficoltà, et il discorrere in lungo, che i piu
giovani saranno i primi a parlare, et i vecchi come gravi me-
glio determineranno, perche se si farà altrimente, oltre che
si stancheranno i vecchi fuor di proposito, a giovani non ri-
marrà quasi che dire. Et chi parla in ultimo, è di maggior
dignità, perche a un certo modo censura le cose dette in pri-
ma, et le approva, et improba, et accresce ragioni a ragio-
ni, come a lui piace, il che dee concedersi a chi piu sà, et che
è per ciò di riputatione, et di merito maggiore, ma non re-
sterà per questo che il consiglio non vada in cerchio, et che
spesso non giri a torno piu volte la cosa che si dibatte, per
modo che i primi hora accettino limitatamente, hora ribut-
tino in tutto i pareri de gli ultimi, si che sarebbe molto me-
glio che non vi fosse molta sproportione tra i consiglieri, et
che si potesse cominciare la consulta da ognuno di essi, et
seguitar poi di mano in mano, et saranno quasi uguali, ogni
volta che tutti siano atti a consigliare, percioche se ben noi
di sopra distinguemmo i giovani da vecchi, non però in-
tendevamo essere una gran distintione tra loro, ma
[p. 35r]
pren-
devamo il nome de giovani per il nome di men provetti, che
sogliono essere i meno attempati, non che noi vogliamo che
i consiglieri siano di età giovenile, sapendosi che gli anni fan-
no la pratica, et la pratica l'esperienza, et l'esperienza il giudi-
cio, et il giudicio il consiglio, il quale può cominciare da i tren-
ta et caminare insino a i settanta, acquistando sempre polso
et lena insino a i cinquanta e percioche nella volta dell'arco
dell'era nostra cadono li spiriti, et il perde la memoria et l'a-
cume dell'ingegno che sono parti della prudenza, ma bisogna
haver gran riguardo alla diversità delle complessioni et
degli intelletti; perche si vede gran varietà in queste muta-
tioni de gli anni, secondo che l'huomo e piu forte et piu de-
bole di cervello, et piu et meno esercitato; et in cose di mag-
giore et di minore importanza, et piu in un tempo che in un al-
tro. Et tanto basti per conto del consiglio di stato. Quan-
to al consiglio di giustitia, per esser ben fatto che il signore
vegga come passino tutte le cose, molto converrà ch'egli sia
informato delle leggi, et in particolare di quelle che appar-
tengono alla sua giurisditione, et l'efficacia del discorso che
gli varrà nel deliberare le cose publiche, et nel conoscere le
piu difficili. Gli gioverà anchora ad esser capace de termini
della giustitia, percioche la notitia del generale et quella del
particolare si porgano aiuto una all'altra, e l'intelletto avez-
zo nelle cose maggiori con poca fatica riesce nelle minori. Di
qui è che alcuni antichi pensarono che questa voce Heroe de-
rivasse dalla parola greca herin che è dire, quasi ch'egli consi-
stesse nel saper disputare, et dire sopra tutto ciò che fosse bi-
sogno. Et cosi parimente il demone, che alle volte appresso i
Platonici è stato preso per esso Heroe, significava sapiente,
et n'è poi nata quella sentenza, che allhora gli huomini saran-
no ben governati, quando i filofosi signoreggieranno, o i Si-
gnori filosoferanno, intendendosi di quella filosofia che è del
conoscimento delle virtù morali, et de maneggi delle repu-
bliche et che è cosi congiunta con le attioni, che il piu stà
nella pratica, della quale havendone assai Minoe Re di Cre-
ta, fu favoleggiato ch'egli stesse nove anni in continui ragio-
namenti con Giove suo padre per apprenderla, donde da
quel conversare et favellar che si fece per quel tempo fu chia-
mato Oariste, traslatione tolta dal raccontare che fanno in-
sieme le femine i fatti loro con lunghe novelle, il che tutto è

[p. 35v]
compreso da quella parola greca. Et perche la cognitione
appresa per disciplina ha della scientia, esso Minoe dipoi nel
governare fu giudicato piu savio de gli altri, et fu honorato
da Homero come il maggiore Heroe di tutti. Onde di poco
giudicio fu Agrippina a voler che Nerone suo figliuolo da
giovane attedesse a tutti gli altri studii eccetto che a quello
della filosofia, con dire ch'erano contrari a chi devesse essere
Imperatore. Et per haver havuto Domitia il parer tutto al-
l'opposito nell'allevare Marco Aurelio , si vede quanto fu buo-
no il governo di esso, et cattivo quello di quell'altro. Si che es-
sendo bene che il Principe sia intendente di tutte le scientie,
quante piu ne saprà sarà tanto meglio, et la pratica legale po-
trà esser da lui conosciuta sin a un certo segno, per rispetto del-
la signaturà, nella quale egli intraviene, et tanto ne saprà quan-
to giovi a tale effetto, percioche quanto al consiglio di giusti-
tia, esso ha da farsi fuori del suo cospetto, et il Principe ha da
havere uno o due Dottori che siano consiglieri secreti, i quali
insieme con tutto il corpo del consiglio di stato habbiano pote-
stà sopra tutti i tribunali, et similmente sopra il consiglio di giu-
stitia, il quale come debba comporsi vedremo da basso, ove si
parla del Parlamento di Francia. Ma perche tutta la difficoltà
del governo pacifico e possa nel satisfare alla plebe et alla no-
biltà, è da ridurre l'una et l'altra alla proportione et alla me-
diocrità. Et essendo la presente Rep. del reggimento d'un so-
lo, sarà molto al proposito il seguire lo stile del Regno di Fran-
cia, percioche in esso il Re rappresenta lo stato del principa-
to senza alteratione alcuna, et la nobiltà lo stato de gli otti-
mati, e la plebe lo stato populare. Et perche questo reggimen-
to è Heroico, il principato non s'altera et resta sempre il mede-
simo, et si sa solo il temperamento de gli altri due stati, il qual
temperamento quanto alla proportione sta di questo mo-
do. Due sono li stimoli possenti a fare che l'una parte soper-
chi l'altra, l'utilità et l'honore, percioche comunemente il desi-
derio ci porta da questo a quella, et da quella a questa, et
quando occorra che l'huomo voglia esser insieme ricco et
honorato, ne nasce l'indolentia et l'invidia et la tenacità et
consequentemente il governo va a traverso, si come fu quello
de Romani et quello de Cartaginesi, percioche l'una e l'altra
Rep. dalla troppa auttorità alla plebe e troppa al Senato, tan-
to che questo, et quello s'impatronivano della parte loro,

[p. 36r]
et distaccavano le membra dell'amministratione lacerandole
a tutto lor potere. Ma ottimo parere hebbero i fondatori
del Regno di Francia a voler che la plebe fosse disarmata et
senza governo alcuno publico, eccetto che quello de giudi-
cii, ma sicura di non haver a ricevere torto alcuno, e che la no-
biltà non potesse usurpar quel d'altri, ma havesse le arme, et i
Magistrati, percioche i gentilhuomini tendono principalmente
all'honore, et i populari al profitto, et come questi si curano
poco de gli honori ogni volta che a mantenerli si spenda sen-
za evidente guadagno,cosi quelli non si contentano d'avanza-
re le loro entrate se non in quanto sono loro profittevoli a con-
servar la loro grandezza. Ma se queste due diverse nature non
si tengano ne' termini loro l'una vorrà trapassare ne Magistra-
ti, et l'altra darsi alla roba. ì freno sono stati i Parlamenti
compartiti per la Francia con far la residenza loro nelle ter-
re metropolitane, ciascuno de' quali da principio era compo-
sto di piu giurisconsulti et d'un Presidente, che non erano del
luogo ove stavano, et non vi pigliavano moglie et si mutava-
no di tempo in tempo, non essendo pero mai privi del magistrato,
ma uno, che per due o tre anni fosse stato nel Parlamento d'u-
na Citta si mandava in quello di un'altra, et bisognava che
non fossero nobili, et erano tali che sapeano, et poteano, et vo-
leano far giustitia, percioche erano benissimo intendenti, et non
ammettevano l'artificio de gli avocati, ne per conto dell'orare,
ne in quanto all'andar vagando con allegationi che non facessero
veramente al, proposito, e ributtavano coloro che non venivano
al punto, et erano per la maggior parte integri, e le sentenze lo-
ro haveano tanta auttorità, che il Re non solo non potea impu-
gnarle, ma era sottoposto ad esse. Il che veniva a essere grandissi-
mo beneficio del publico, e in cio grande fu la paterna amore-
volezza dell'institutore, il quale saviamente fece tale institutio-
nè per rispetto de nobili, che per esser armati e honorati sono di
grande spirito piu dell'ordinario, e perciò di leggero potrebbo-
no mal trattare i populari, che per non haver ne arme, ne dignità
sono piu abietti, che non sogliono essere i lor pari, di modo che
vi è tra queste due sorti di gente una notabile sproportione, et
accioche l'altezza dell'una a sia abbassata, et alzata la bassezza
dell'altra si sono ordinati con giudicio mirabile essi Parlamenti,
c'hanno l'assoluto carico della giustitia: et la fanno severissima:
et vengono a operare che il Re non si faccia odiosi i suoi
[p. 36v]
ba-
roni non essendo egli il giudice, et che non 1i lasci crescere con
suo.pericolo. Et se la plebe fosse turbata, et non potesse at-
tendere, alla villa, alle arti, et alle merci, ne esser patrona
del suo, non si contenterebbe dello stato in che è, ma le pareb-
be, ch'ella senza l'arme et senza gli honori non potesse vive-
re, et che solo col lor mezo potesse assicurarsi, et perche le
vien fatto ragione, et è tenuta sicura, resta contenta dello
stato suo, et non tenta mai d'uscire de proprii termini. Simil-
mente se i nobili havessero licentia di far torto agli ignobili
si metterebbono a tiranneggiare, et alla fine tanto conto ter-
rebbono del sangue et della riputatione, quanto bastasse lo-
ro a impatronirsi della roba altrui, ma sono impediti dalla
buona provisione della giustitia populare, la quale per esser
fastidiosa, il Re mostra di lasciarla nelle mani de giurisconsul-
ti, si come vuol tutta per se la giustitia distributiva, che col
dare la degnità, et gli utili, gratifica tutti i principali del Re-
gno. Et anchora che ne tempi de gli Heroi il Principe cosi
nella pace fosse giudice delle liti, come nella guerra genera-
le de gli esserciti, nondimeno l'esperienza poi insegnò, che le
cause doveano esser giudicate da piu persone, et non da una
sola, et che ciò richiedea un ufficio particolare. L'Eforia de
Lacedemoni era il solo Magistrato della plebe ch'essercitava
i giudicii, si che era come un Parlamento, se non che gli Efo-
ri uscivano dell'ufficio, la ove i dottori del Parlamento an-
chora che si mutassero erano perpetui, del modo che tutti
gli altri gradi dati dal Re di Francia in vita di chi gli ha. Ma
in Italia non si puo tenere tanto distinti gli ignobili da i no-
bili, et perciò la Vicaria di Napoli et il senato di Milano ten-
dono all'Aristocratia prendendo ne solo gli ignobili, ne solo
i nobili, ma coloro che per proprio valore siano degni d'en-
trarvi. Medesimamente in Ispagna, i gentilhuomini et i popu-
lari non possono havere la totale separatione che fu fatta in
Francia, ove alla fine i Parlamenti si sono misti, si che hoggi
i nobili si dottorano, et vi vanno dentro, et si procede d'al-
tra maniera, ne sono piu quali erano da principio. Et perche
alcuni giurisconsulti hanno già detto che il Principe è assolu-
to dalle leggi, et dall'altro lato habbiamo che dee osservar-
le, diremo che in quanto i popoli hanno privato se della lo-
ro potestà, et l'hanno trasferita in lui, ch'egli è assoluto, per-
che nel governo della Città libera, ove non è un capo che sia
[p. 37r]

veramente signore, ognuno è soggetto alle leggi, ma nella mo-
narchia il Principe non è loro obligato, anzi tutto ciò che a
lui piace diventa in effetto legge, il che può egli fare o per
lettere o per sottoscrittioni, o per decreto, o per parole, o
per editto, o in qualunque altro modo, et come il padre di fa-
miglia puo a suo piacere alterar gli ordini ch'egli costituisce
in casa sua, cosi il Principe ha tutta quella auttorità sopra i
sudditi ch'egli vole, et poi tanto piu grande, quanto è piu
libera la sua potestà, e maggiormente anchora, perch'ella s'e-
stende sopra tutti i principali delle case, essendo la Città il
tutto et la casa una parte del tutto. Ma la soprema auttorità
si concede a un solo, quando egli sia notabilmente da piu di
tutti gli altri uniti insieme, per l'importanza del potere che se
gli dà Il che non ha difficoltà alcuna nella persona dell'He-
roe, amando egli l'altrui beneficio per modo che sempre si
muove per tal cagione et essendo poi d'intelletto piu che hu-
mano, tal che egli volendo far bene, et sapendo farlo dee pa-
rimente haver la facoltà di poter farlo, et perciò merita ogni
iibero et assoluto imperio. Et anchora che egli possa muta-
re et rimutare 1e leggi a voglia sua, nondimeno anderà in ciò
molto avertito. Pare a un certo modo che l'alteratione delle
leggi sia buona, et quasi necessaria, et vi sono queste cinque
ragioni. Che questo alterare nelle altre arti è utile come nel-
la medicina, nella navigatione, et nella militia, et in altre.
Che 1e leggi da principio erano troppo simplici et barbare,
et cambiate diventarono migliori. Che tutti cercano non
che cosa habbiano fatto i lor predecessori, ma quello che sia
buono. Che ne' tempi rozzi gli huomini erano come sono hora
gli Idioti, et perciò non s'accettò le loro institutioni. Che
le leggi non possono essere scritte perfettamente, perche
come l'altre arti, cosi esse abbracciano l'universale, la onde
le attioni per haver infiniti casi particolari non vi sono inte-
ramente comprese. Ma dall'altro canto si vede chiarissima-
mente che il mutar le leggi lieva loro la dignità e la riverenza,
et perche chi le osserva le serva, piu tosto in esse, et nelle or-
dinationi de magistrati si sopporterà qualche imperfettio-
ne, che venire a mutarle. Et quanto al primo, et all'ultimo ar-
gomento si risponde, che in cio le leggi, et le altre arti non si
confanno, percioche nelle altre arti l'inventione giova sem-
pre quando sia migliore, ma le leggi non vagliono niente se
[p. 37v]

non sono obedite, et la obedienza non vi puo essere se pri-
ma non è precesso un lungo uso, che a poco a poco habbia
acquistato l'auttorità. Il che si fa col tempo, et perciò le
riforme nel lor principio mancano dell'antichità, et in conse-
quenza della riputatione, che è il fondamento del tutto. Agli
altri argomenti si risponde, che la mutatione è accettata
quando è del certo utilissima, si che non si facendo ne deb-
ba soccedere evidente, e notabil danno. Adunque il Prin-
cipe Heroico sarà molto circospetto in valersi di questa sua
assoluta potestà di formar le leggi a modo suo. Ma occor-
rendo pure a fare nuove provisioni farà gli editti, et li lascierà
cosi da parte fuori del corpo de suoi statuti, accioche passati
due o tre secoli la posterità sia quella che gli approvi, quando
ella vegga che siano stati molto profittevoli, e havuti in mol-
ta veneratione. Il che starà bene per rispetto del concorso del-
l'opinione di piu pareri d'huomini di grande intelletto, e per-
che vi correrà piu lungo tempo che fa migliore la consulta, e da
consulta migliore, nasce miglior elettione, e quello che impor-
ta assai, saranno estinti tutti coloro che furono al tempo che si
fecero gli editti, e i posteri che gli accetteranno non v'havran-
no dentro passione alcuna, perche non ne saranno stati gli inven-
tori. Et pur quando l'Heroe prenderà il governo d'uno stato
che sia in disordine, l'ordinerà cosi bene la prima volta, che
non solo non gli converrà attender di continuo alle mutationi,
ma ne anche havrà piu da porvi mano, percioche sarà stato
giudicioso nel consigliarsi ottimamente da principio, intenden-
dosi però, che ove occorra alcuno strano accidente sia lecito
a correre al soccorso d'un nuovo ordine. Et ciò quanto all'aut-
torità ch'egli ha d'essere assoluto dalle leggi. Quanto poi al-
l'obligo ch'egli dee havere d'essere loro sottoposto, ciò non è
per debito imposto a lui da popoli, come egli a loro l'impo-
ne, perche già è cosa manifesta, ch'egli non puo essere aggrava-
to da essi, ma è per l'amore dell'honestà, che ha maggior for-
za ne gli animi de buoni, che accidente alcuno esteriore, e tan-
to piu in quello de gli Heroi. Et perche la legge è fondata sopra
l'honestà, et sorge da gli ordini divini, ella potrà esser Princi-
pe del Principe, e comandar tanto a lui, quanto agli altri, e piu a
lui che meglio sa obedirle, e che è l'essempio di tutti, la onde
Traiano anchora che fosse patrone quanto gli altri Imperato-
ri, volle nondimeno sottomettersi al dovere, et ne diede la
[p. 38r]
nor-
ma a gli altri quando nel creare Sura tribuno de soldati gli dis-
se, togli questa spada, la quale allhora stringerà in mia difesa,
quando io giustamente signoreggi, ma se conoscerai che per
me si faccia cosa alcuna ingiustamente voglio che tu l'usi in
mia perditione. Et questo sia detto per conto della proportio-
ne. Della mediocrita è poco da dire, percioche le cose pro-
portionatamente pareggiate non vanno all'estremo, e le medio-
cri non hanno sproportione, si che queste et quelle a vicenda
s'aiutano, ne possono ritrovarsi in buon essere quando siano se-
parate, la mediocrità è quando l'una parte de sudditi non sia
poverissima, e l'altra ricchissima. Et occorrendo per l'ordina-
rio che tocchi a i plebei l'estrema povertà et a i nobili l'estre-
ma ricchezza, quando non vi si provegga si guasta la forma ci-
vile, percioche i molto poveri s'industriano con l'astutia et con
la fraude, e i molto ricchi divengono soperbi insolenti et insup-
portabili. Et finalmente nascono le seditioni, andando il disordi-
ne di questi eccessi tanto avanti, che o i bassi si raccomandano a
i grandi, che sono possenti, et perciò atti a dar loro il vivere, o i
grandi si mettono a guadagnare i bassi et farli loro partiali con
l'occasione di trovarli mal satisfatti, et con haver il modo di
trattenerli, e cosi facilmente si possono concitare i tumulti con-
tra la potestà regia. Il rimedio è qui il medesimo, che fu nel le-
vare le sproportioni. Ma oltre di quello che fu allhora addot-
to, giova anche il servare 1a prima genitura, perch'ella mantie-
ne la nobiltà, et induce esso primogenito a procurar d'haver
figliuoli, e per consequenza non sarà mai troppo ricco, o almeno
lo fa esser parco di modo, che non s'avezza alla prodigalità et
a pascere i cagnetti. Et i sussequenti fratelli restano senza il co-
modo di spendere soverchiamente, et si danno alla militia et alla
prelatura et alle littere, e col valore acquistano ricchezze me-
diocri. Servasi adunque la proportione col giusto contrapeso
d'ambe le parti, e la mediocrità col fuggire gli estremi, et non
basta l'una senza l'altra, perche il popolo potrebbe dirsi
ugualmente satisfatto, quando vi fosse una opulentia grandissi-
ma commune a tutti, o una parità nell'esser tutti estenuati,
ma non vi sarebbe però la mediocrità, la quale quando ridu-
ca lo stato alla via del mezo, si che siano mezanamente ric-
chi, non varrà la consequenza che habbiano la proportio-
ne, et l'havranno quando vi sia la debita equalità secondo il
grado di ciascuno. Et con queste due regole che unite insieme
[p. 38v]

si danno l'una all'altra la perfettione si governa la Città, et
per fare che esse regole vadano durando tanto più unite si
dee tenere un'ordine tutto contrario a quello del tiranno, per
che dicemmo ch'egli vuole i suoi suddtiti, poveri, discordi, et
di poco animo, et l'Heroe procaccierà che i suoi cittadini sia-
no ricchi, concordi, et di grande animo. La onde Lucio Massi-
dio Longo volendo provare che in effetto Cesare non era tiran-
no, fece una medaglia d'argento che nel diritto havea la te-
sta di esso Cesare coronato, et nel riverso alcuni segni alla via
degli Egittii, i quali sono un temone, una palla in guisa di spe-
ra, un corno di dovitia, un caduceo et un pileo, il che signifi-
ca che Cesare governando i popoli del mondo, et havendo
perciò il temone et la palla, li tenea ricchi, uniti et valorosi, e
cosi era un Principe Heroico, et non tirannico, essendo quel
corno, quel caduceo, et quel pileo opposti alla povertà, al-
la discordia et alla viltà, le quali tre miserie son mantenu-
te con fraude da i tiranni accorti, et con violenza da gli
incauti, et gli Heroi studiando nelle tre comodità oppo-
ste a quelle miserie hanno congiunto seco il proprio hone-
sto, et l'altrui utile tanto necessariamente, che la fraude
et la violenza non vi possono haver luogo. Similmente Ce-
sare fece battere una moneta da Tito Sempronio Grac-
co, nel riverso della quale erano alcuni segni militari, un
aratro, et una verga, che pur voleano inferire che il ve-
ro governo consiste nelle tre parti principali di che par-
liamo. Dipoi in conformità di questo vero principato Gal-
ba, Vespasiano, Tito, Adriano, et Decio hebbero tra le
loro medaglie il riverso d'una donna vivace che tenea nel-
la destra il caduceo, et nella sinistra il corno di dovitia con
lettere, che la faceano la felicità publica, percioche la vi-
vacità era il valore co due segni significanti la pace, et la
fertilità, delle quali tre parti congiunte insieme si for-
ma la perfettione civile, riferendosi in un certo modo il
vivere alla fertilità, il ben vivere alla pace, et il benissi-
mo vivere al valore. Et trovasi un Antonino Pio di bron-
zo c'ha una Ciuetta, un'Aquila et un Pavone, per mo-
strar Minerva et Giove, et Giunone, ove Minerva come
inventrice dell'oliva si dee intendere per la pace, et non
in altro senso, seguendo poi la Dea delle ricchezze, et il
Dio del valore, il quale è parimente nel mezo, et dalla
[p. 39r]
de-
stra è la pace, et dalla sinistra la ricchezza. Di queste tre
parti civili, una è massimamente per la natura del luogo,
che è l'abondanza, et due sono per l'ordinatione del Princi-
pe, cioè la concordia, et il valore. Vero è che alla prudenza del
primo institutore d'alcuna città, o d'alcun Regno è rimasta
parimente l'elettione d'un buon luogo, il quale quando sia
fertile, darà il debito compimento alla concordia, et al valo-
re, et basterà quasi questa fertilità, perche ella dara inditio
che il paese sia salubre. Ma chi pur volesse distintamente tutto
ciò che si ricerca alle qualità di quella parte del mondo, che
sia presa per habitatione, havrà da sapere che quattro sono
le conditioni che vi vogliono. La salubrità, l'abondanza, la
dilettatione et la sicurezza. Tutte vanno al beneficio della vi-
ta, ma la prima va al bene, la seconda al meglio, la terza all'ot-
timo, e la quarta alla perfettione dell'ottimo, il quale s'inten-
de esser perfetto quando s'è sicuro ch'esso debba durare. Il
luogo è salubre secondo la terra, l'acqua, l'aere, et il cielo, la
terra si considera quanto alla qualità, et quanto al sito. Per
sua qualità sarà buona, si che non habbia vene di zolfo, ne di
altra materia pernitiosa, et che non produca le biade, che fac-
ciano o pochi, o cattivi frutti. Il sito devrà essere in parte ele-
vata et aperta, si che non ci ficchiamo nelle paludi, et non ci
chiudiamo tra i monti, et staremo alti et discoperti d'intor-
no per rispetto de buon venti, a i quali bisogna che il paese
sia esposto. L'acqua giova alla sanità, quando è viva pura, et
leggera, dovendo ella esser tale per il bere, et per il cucinare
le vivande. Oltre che corrompendosi farebbe troppo tristi
vapori. L'aere importa piu del resto, perchè noi il tiriamo den-
tro alle parti vitali con la resipiratione, et perciò converrà es-
ser sottile, et libero da i mali odori, et scarico di nebbie. Il cie-
lo s'eleggerà per modo che il nostro paese guardi o all'Orien-
te, o al Settentrione, perche il calore della mattina è molto
temperato, et i luoghi nel nascer del Sole freddi, o freschi so-
gliono esser nel resto del giorno troppo caldi. Ma quando 1a
regione travii dal debito temperamento, è meglio che il van-
taggio sia piu tosto del freddo, che del caldo. Queste sono le
conditioni ricercate per un luogo salubre, oltre alle quali sa-
ra bene vederne i segni per 1a sorte, et per la copia de gli ani-
mali che vi nascano, percioche ove stanno solamente le fiere
feroci, o i serpi velenosi, et ove volano pochi uccelli non è da
[p. 39v]

farne buon concetto. Et il simigliante, quando gli huomini
che v'habitano siano pallidi, o gialli o estenuati, o debili, o
che vi si veggano pochi putti, o pochi vecchi. Dopo la salu-
brità segue la fertilità, la quale è necessaria al luogo che noi
eleggiamo, perche è meglio ch'esso sia fertile per sua natura,
che per merci che siano portate di fuori, il che si prova con
queste ragioni. La cosa è tanto piu degna, quanto è piu soffi-
ciente, et quel paese è tanto piu sofficiente quanto meno ha
bisogno dell'aiuto de forestieri. Et quello è miglior modo di
tener la Città abondante, il quale è piu sicuro, et è piu sicuro
quello che è confidato nel proprio territorio, perche non vi è
dubbio che le strade siano impedite, o dalla guerra, o dalla
pestilentia, o da corsari, o dalla fortuna del mare, o da gli assas-
sini, o dalle stagioni cattive, i quali disturbi possono far cade-
re la città in estrema penuria. Et quella institutione è miglio-
re che piu può conservare i suoi ordini, ora se la nostra Città
havrà bisogno di moltitudine di mercanti, havrà sempre il
concorso delli stranieri, la coversatione de quali corrompe
facilmente i costumi nostri, percioche essi stranieri hanno al-
tre leggi, et altri modi di vivere, et col loro essempio ci distol-
gon dalle nostre usanze, ove puo anche di leggero occorrere
che siano di diversa religione, il che porterebbe notabililissi-
mo danno in consequenza, ancora che nel principio della
pratica di questi tali se ne ritraesse un gran guadagno. Et es-
sendo introdotta gran copia di mercanti nella terra, i terrie-
ri ancora essi daransi totalmente alla mercantia per sentirvi
molto profitto, et diverranno avari. La onde s'apriranno le
porte della Città a infiniti vitii, essendo causa di essi la cupi-
digia estrema dell'arricchire, et si lascierà fuggir via la cura
del ben publico, et il debito della fede. Et perche l'honore
non si darà piu a i virtuosi, ma piu tosto sarà il premio de ric-
chi, si verra a disperdere la virtù. Et quegli huomini son mal
governati, le donne de quali non vivono secondo il debito
loro, che è della castità, et della cura domestica, et quando
tanti forestieri siano accettati, essi tenteranno le donne, et o
le corromperanno, o le faranno cadere nel sospetto dell'im-
pudicitia, che è quasi il medesimo, et le rimoveranno da i pen-
sieri, et dalle facende della famiglia, percioche essi si trovano
ricchi et delitiosi, et senza le donne loro, si che sono indotti a
cercar le altrui. Et con la introduttione di queste merci l'uso.

[p. 40r]
militare, che è cotanto necessario mancherà a fatto, perche
i mercanti trovagliano piu con l'industria, et con la passione
della mente, che col moto, et con disagi del corpo, et per esser
ben accomodati vogliono vivere ben agiatamente, la qual
vita non è atta alle fatiche della guerra, et perciò per ragione
civile era vietato a i soldati il mercatare. Et quella città è piu
pacifica, nella quale è minor diversità di persone et minor oc-
casione di far ridutti, et quella che introduce gli esterni et
che fa spesso le fiere è per questo soggetta alle discordie, et a
i tumulti. Ma con tutto ciò i mercanti sono necessarii per-
che è impossibile che un luogo solo sia copioso d'ogni cosa.
Nondimeno per le dette ragioni non si coporterà che ve ne sia
troppa copia, et si vieterà a gli huomini da arme l'intromet-
tersi nelle merci. Sarà adunque molto covenevole che 'l nostro
paese sia fertile per sua nartura, et gli elementi, e la parte del cielo
secondo il modo richiesto alla salubrità converranno ancora al-
la fertilità, et cosi anche i segni de brutti animali, et de gl'huo-
mini posti di sopra. Ma oltra di ciò bisogna haver copia delle
ricchezze naturali, et delle artificiali. Le naturali sono campa-
gne, vigne, boschi, pascoli con armenti grossi, et minuti, pe-
scagioni, diverse corti di quadrupedi selvatici, et d'uccelli. Le
artificiali sono minere d'oro et d'argento per far monete ne-
cessarie allo spendere alla giornata, et al far tesori, et minere
di rame et di ferro per l'uno del fabricare, et del guerreggiare.
Et tanto puo bastare della fertilità. La delettatione del luogo
consiste nell'amenità, la quale vi è quando siano belle le pia-
nure e le foreste, le riviere, le marine, le colline, et le fontane,
donde si prenderà ristoro mirabile, et s'havranno vaghi obiet-
ti dinanzi a gli occhi, che ci daranno tanto d'inditio de Pa-
radiso, che potremo per mezo loro inalzarsi alla contempla-
tione della vita eterna, et inanimirci adoperare virtuosamen-
te in questo mondo per questo pochissimo tempo che vi pere-
griniamo. Ma è da vedere che i diletti vani non immergano
la ragione ne sensi, percioche l'anima data a i piaceri sensua-
li nell'entrar ne vitii e come il legno secco che facilmente pi-
glia ogni picciol fuoco, et la via d'acquistar la virtù, è il fug-
gire le delitie, et le superflue comodità, essendo ella intor-
no alle cose difficili, oltre che è di gran danno che gli animi
siano effeminati, perchè poi non vagliono ne alla guerra, ne
ad altr'arti honorevoli, si che il luogo devrà esser ameno, ma

[p. 40v]
starà poi al Principe il governar ben i popoli, et conceder lo-
ro ogni honesta ricreatione senza lasciarli impigrire. Quan-
to alla sicurezza che ultimamente viene in consideraione è
da dire ch'ella è per natura, et per arte. Per natura noi siamo
assicurati dalle alpi, da i monti, da i mari, dai fiumi, dalli sta-
gni, et dalle valli. Per arte fortifichiamo i paesi, et le terre che
noi habitiamo. Et è licito, et necessario che il Principe fortifi-
chi i suoi luoghi. Gli è licito per legge naturale, et civile, et
divina. Gli è necessario, accioche egli sia rispettato dalli stra-
nieri, et da suoi, et venendo il bisogno possa difendersi da ni-
mici, et castigare i popoli senza sospetto di ribellione. Per con-
to della fortificatione, si piglierà il sito migliore, la quale elet-
tione sta nel giudicio di chi ben prima considera il paese, et
poi s'accomoda secondo la piu sicura parte di esso, ove devra-
no esser queste concorrenze, che la terra sia in luogo et che me-
no che sia possibile si possa battere, che non sia facile ad esser
minata, che habbia copia di legname, et piu di terra, accio-
che battuti che fossero i terrapieni, vi si provedesse subita-
mente, che i nimici difficilmente siano per assediarla, et per
venir ad assalirla, che si possa dar soccorso, quando il ca-
so occorresse, che habbia ancora le altre conditioni, cioè la
salubrità la fertilità, et l'amenità et che pur essendo fertile a
bastanza, vi sia la comodità del condurre le merci necessarie.
La fortificatione d'una Città, sarà con tanto numero di ba-
luardi, quanto comporta il suo circuito per rispetto della cor-
tina che è da difendere in guisa che non li venga all'assalto.
Ne si devrà mai far disegno di fortitficare una piazza piccio-
la, se non per mera necessità, percioche il luogo poco capace
caderà massimamente in tre imperfettioni, l'una quanto al si-
to, l'altra quanto alle genti; la terza quanto alla batteria.
Quanto al sito i beluardi riusciranno tanto acuti, che la pun-
ta sarà mangiata dalle cannonate, la quale levata che sia, po-
tra esser assaltata senza che gli assalitori siano battuti per fian-
co. Quanto alla gente, vi sarà dentro un poco numero di sol-
dati, si che sarà facil cosa che i nimici li tengano in continuo
travaglio, et col non lasciarli mai riposare finalmente li stan-
chino, overo che venendo all'assalto col rifrescarsi vincano
essi difensori, che non potranno mai rimetter nuova gente
et finalmente verran meno. Quanto alla batteria, ella s'incro-
cicchierà per modo che non vi si potrà riparare. Del che

[p. 41r]
non è hora da parlar piu oltre, entrando questo soggetto in
un'altra materia diversa da quella che noi habbiamo presa,
et ricercando perciò un trattato da per se, et essendo nostra
intentione in tutta questa opera di tender piu all'universale
che al particolare. Se poi si devrà fortificare non una Città,
ma un paese grande, s'andrà subito alle frontiere, le quali
quando si tengono ben guardate senza fortificare il resto, ciò
non sarà poco per l'estrema spesa che di continuo vi vuole
in tenerle riparate et fornite di munitioni, di vettovaglie,
di capi, et di soldati, che è un dispendio grandissimo, et mag-
giore tuttavia, ogni volta che i confini siano meno sicuri
per esser i finitimi molto possenti et poco amici. Et queste
quattro conditioni ricercate alla parte del mondo presa per
habitatione, cioè la salubrità, la fertilità, l'amenità, et la secu-
rità sono nel medesimo segno della Francia, di che habbia-
mo parlato di sopra, percioche ello è liberamente esposto al
Settentrione, et si sente che l'aria sua è ricreativa, et è abon-
dante oltre al frumento et alle biade, di carne, et di pesce di
molte sorti, et di bontà, et di vini perfettissimi, senza che ha
assai fiumi navigabili, et è situato con la sua maggior parte in
su l'Oceano, et in sul Mediterraneo, talche vi è anche una gran-
dissima comodità di condurre dentro le robe che vi manca-
no, et di mandar fuori quelle che vi avanzano, et si trova es-
ser nel mezzo della miglior parte che hora sia al mondo, essen-
do esso nel mezzo della Christianità, et quasi dell'Europa, et
per la varietà de luoghi ameni, quali sono i poggi vestiti d'al-
beri, et ornati di castelli che soavemente discendono a i piani
aperti lungo le purissime e quietissime riviere è mirabilmen-
te dilettevole, et le sue frontiere sono sicure, et per beneficio
di natura, et per ingegno humano. E' ben vero che il clima,
che è tra il caldo, et il freddo produce maggior copia d'huo-
mini d'intelletto, et perciò la Grecia in questa parte fu tanto
lodata, che si giudicò che le nature de gli huomini di essa fos-
sero piu eccellenti, che quelle de gli altri. Con la quale si para-
gona ancora l'Italia et per conto di mari; di fiumi, di laghi,
di monti, di piani, et d'abondanza d'ogni cosa, non si mette
per inferiore a paese alcuno del mondo. Si come poi et nella
disciplina militare et nell'unità di tutti i suoi popoli al buon
tempo de Romani è stata anteposta a tutto il resto dell'uni-
verso. Hora il Regno di Francia per l'obedienza che porta

[p. 41v]
divotissimamente a un Re solo è vantaggiata sopra di noi di
quei due membri tanto importanti, cioè della disciplina mi-
litare, et dell'unità de popoli; percioche ha 1'ordinanza de gli
huomini d'arme, sì per essere i nobili armati, sì anche per ri-
chiedere quelle continuate et aperte pianure piu la cavalleria,
che la fanteria, di modo che essendo i getilhuomini forniti di
arme,et di cavalli, et facendo professione della guerra, et della
nobiltà nel tempo della pace, s'esercitano in giostre, et in tor-
niamenti, et per esser la corte una Città cavalcante, sono in
continuo moto, et fanno servitù alle dame, et per confirma-
tione di ciò Carlo Settimo vietò tutti i giuochi che manca-
no del travaglio del corpo, et quello Regno ha parimen-
te la concordia per rispetto della possanza del braccio rea-
le, che s'estende d'ogni giorno con la debita auttorità de
Magistrati. Ma quello che conviene per conto di tutto il
regno di Francia, puo ancora accomodarsi a qualche modo
a una Provincia, a un principato, et ad una sola Città, si
che l'Italia medesima, et gli altri paesi distinti in diversi po-
tentati, secondo i lor particolari dominii, possno have-
re il buon governo che consiste nell'essircitio, et nella pa-
ce. L'essercitio vi sarà, quando il Principe si diletti della cac-
cia, et dell'andar a torno per lo stato suo, et d'haver bella
Corte di huomini, et di donne, si che con questo essempio i
Cittadini s'avezzino di star in moto, et i nobili particolar-
mente habbiano da intertenersi, et da stare in su la profes-
sione di cavalleria, et darassi alla plebe ogni conveniente
agio di poter traficare, et al proposito di tutto il popolo so-
no poi gli ordini militari. Et per la perfettione de nostri in-
telletti vi sono anche necessarii li studii publici di tutte le di-
scipline, donde ancora riusciranno legisti, et medici a bene-
ficio della Città. Et oltre che per queste laudabili vie si
schiferà la dapocaggine, si fuggirà ancora l'odio fomento
di tutti i disordini, et di tutti i vitii, et sarà particolarmente
rimossa ogni occasione di discordia, la quale di rado vi ha
luogo, quando l'abondanza del vivere, et i debiti intrate-
nimenti siano temperati insieme sotto il buon governo del-
la giustitia, et massimamente quando il Principe oltre all'es-
ser giusto, sia costumato et valoroso, di maniera che tutto il
popolo l'ami et osservi. Con questi mezi le Città si tengono
pacifiche, et atte ancora a prender le arme et ad esser
[p. 42r]
uni-
te alla loro difesa. Et se pure per qualche strano accidente
fossero nate le parti, bisognarebbe imitare il medico, che ve-
dendo gravemente infettati gli humori, cava tosto il sangue
cattivo, et poscia a poco a poco a riducendo l'infermo, si
che comincia co buoni cibi, et con la buona regola del vivere
a introdurre in essi buon sangue. Il Signore medesimamen-
te senza indugio estirperà le fattioni, et i maladetti nomi non
che i fatti de partiali, et con molta avertenza introdurrà nuo-
va gente nella terra, accioche non ricada in nuove discordie,
peggiorandosi assai con le ricadute, et in ciò sarà grande il
suo affetto paterno, perche conoscendo egli, che la repletio-
ne genera disunione d'humori et infirmità, non curerassi di
haver la Città troppo piena di popolo, et spetialmente di fo-
restieri, ancora che questo sia presentialmente con perdita di
suo notabil guadagno, ma la vorrà men populosa ogni volta
che il numero, et la diversità delle persone portino seco distur-
bi et confusione. Et sopra il tutto, è da curarsi assai de romori
che si mostrano in apparenza leggieri, percioche come molte mi-
nute spese uguagliano una sola grossa, cosi molti piccioli tu-
multi sono eguali a un grande, et come un grande mette 'l tutto
in ruina, così farà il cumulo di molti piccioli aggregati insie-
me. Et in ciò è da star ben vigilante, perche in una casetta sa-
rà una infelice lucerna a pena accesa, che per non essere sti-
mata non si spegnerà, ecco che una picciola favilla non
essendo veduta, comincia pian piano a ardere la materia
che le è appresso, et va serpendo infin a tanto, che in poche
hore diventa un incendio grande, et tale per aventura, che è
quasi inestinguibile. Il che similmente aviene de primi semi
delle discordie, quando son poco curati. Per questo effetto,
et per tener purgata tutta la Republica, in guisa che non pur
non si falli, ma ne anche si possa pensar di far male bellissima
è la provisione di Lucca nell'haver la cura de Discoli, con la
quale sono notati secretamente tutti coloro che sono per en-
trare nella cattiva strada, et di tempo in tempo chiamati da
parte secondo la conditione della vita loro, o si rabuffa-
no gagliardamente, o si bandiscono per qualche tempo, il
qual bando libera il popolo dall'infettatione del compagno
rio, et gli dà terrore col nome dell'infamia. I Lacedemoni ha-
veano il Pedonomo che era un personaggio che si prendea
la cura della gioventù della Città, et si facea riferire da tutti

[p. 42v]
i pedagogi come si diportassero i giovanetti loro, i quali se-
condo la qualità de mancamenti erano o ripresi, o battuti, o
infamati, di maniera che per li buon principii la loro età viri-
le era poi molto consumata. Il che se bene si puo fare assai piu
comodamente in una Città picciola,che in una grande, non-
dimeno anche una grandissima sarebbe capace di questo ot-
timo magistrato, quando elle si dividesse in piu quartieri, et
havesse perciò piu Pedonomi. Poiche s'è veduto come l'amo-
re humano Heroico habbia la sua perfettione nel governo
per conto della guerra et della pace, di modo che non ci rima-
ne a dir altro intorno alla sua propria natura, e da restringer-
lo all'amicitia, la quale per essere una reciproca benivolenza
tra due, nota all'uno, e all'altro, segue di necessità dall'amore
di che s'è parlato. Ella è a fine o dell'utile, o del piacere, o del-
l'honestà. I due primi fini non sono veri, perche cessati quegli
accidenti che portavano il profitto, o il diletto, cessa l'amici-
tia. Et essendo i molto vecchi troppo tardi nell'amare, et ve-
dendosi andare alla morte, perche in tale età fondano male
la loro affettione, si muovono per l'utile, et i giovanetti co-
me prestissimi nel moto dell'appetito, et massimamente del
vano, amano per il piacere. La vera unione e tra virtuosi, et
e perciò per la sola honestà, dietro alla quale tengono questi
due accidenti c'habbiamo posti, come fa l'ombra dietro al
corpo, si che non deono mai esser principali, ne motori del-
la nostra intentione. Ma se ben l'amicitia è nell'equalità degli
animi, ciò nondimeno può avenire con qualche diseguali-
tà, essendo ella eguale, o precisamente, o a proportione.
Precisamente quando insieme concorrano le similitudini del-
l'età, della comprensione, della patria, de costumi, del mestie-
ro, et della dignità, che quali parti le tre prime non vi sono in
tutto necessarie, et le due seguenti non pur convengono in
questa, ma in ogn'altra amicitia. L'ultima è la necessaria et la
propria A proportione, ogni volta che ove sia la differenza de
grandi, vi sopravenga la debita misura rispettivamente secon-
do la maggiore, et la minore riverenza, come è del Principe,
et del popolo che facemmo convenire nella trasformatione de-
gli animi, ma nondimeno l'uno ama con amor paterno, e l'altro
conoscendosi suddito ama, non fraternamente, ma da humile, et
obediente figliuolo. Si che l'amicitia viene a essere o tra pari, o
tra dispari. Quella ch'è tra pari per l'equalità che vi si vede piu

[p. 43r]
chiara, per la concorrenza di piu conditioni uniformi, per la
intrinseca famigliarità, e per la facile conservatione pare as-
sai piu propria, onde ne segue anchora lo strettissimo nodo
con che erano congiunti, et accoppiati Castore et Polluce,
Teseo et Periteo, Achille et Patroclo, Oreste et Pilade. Et a
punto perche questi sono Heroi, si puo far giudicio quanto
essi siano in ciò maggiori de gli altri. Sono meritamente mag-
giori perche a gli huomini privati è necessaria l'amicitia per
rispetto della natura, della gratitudine, della virtù, della lau-
de, della civiltà, et dell'eccellenza. Quanto alla natura, con-
ciosia che vi sono anchora alcune sorti di brutti animali che
s'amano insieme, et così l'humana specie fa il medesimo na-
turalmente. Per conto della gratitudine, non potendo noi vi-
vere senza farci piacer l'un l'altro et gratificarsi col beneficio
fatto a vicenda. Intorno alla virtù, percioche noi non sarem-
mo interamente virtuosi quando mancassimo d'alcuna delle parti
nelle quali s'estende la moralità. Et questa non solamen-
te è una parte, ma dà il soggetto a tutte le altre. La laude vi
è, per laudarsi colui che è molto inclinato a voler bene alle
persone et che parimente è ben voluto da esse. Dalla civilità
è il medesimo, perche le Città non possono conservare sen-
za la concordia, vedendosi che ogni dominio disunito rovi-
na et resta deserto. Et segue ultimamente l'eccellenza, la qua-
le è nell'amicitia, essendo cosa manifesta che ove ella è non
accadono le leggi, et che per contrario le leggi non possono
mantenersi senza lei. Si che per queste ragioni noi tutti hab-
biamo di essa un'estrema necessità. Et se è cosi come chiara-
mente si conosce, l'Heroe che per le sue molte circonstanze
è egregio assai piu dell'ordinario, sarà in ciò singulare, per-
ch'egli non ama come fanno tutti gli huomini naturalmen-
te, ma in questo assetto supera l'humana qualità con quelle
conditioni che si sono vedute di sopra. Et nella gratitudine
et beneficenza è larghissimo per l'ottimo consiglio, per la
compiuta integrità, per le prosiperità infinite, et per la possan-
za grandissima. Ne si truova virtuoso simplicemente, ma è
felice in soprema perfettione come piu volte è detto. Non
và anche mendicando la laude, ne pur cercando l'honore,
essendo egli riverito senza che vi ponga studio alcuno. L'u-
nità civile è similmente tra lui et i suoi popoli con assai mag-
gior cognitione, et perciò molto piu stretta et vera, et ne
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se-
gue per l'ultima ragione tratta dall'eccellenza che la giusti-
tia habbia tanto meno da essercitar le sue forze, ove le perso-
ne siano heroicamente amichevoli. Gli Heroi adunque quan-
do si conoscono vogliono per quanto sia loro possibile prati-
care insieme, et godono con dolcissimo et purissimo piacere
questa loro conversatione, sentendosi non simili tra se, ma una
cosa medesima, per modo che questo loro affetto è un lume
che non per esser cresciuto, ma per haver trovato piu ampia
stanza ha piu diffuso il suo splendore, et come è noto per
l'essempio di quelli che poco di sopra furono da noi accop-
piati, hanno i pensieri, i concetti, le volontà et le attioni in
tutto conformi, et essendo in Signoria governano tanto
d'accordo, che se ben fossero molti, riescono un solo. Il che
Orfeo dichiarò nella sua Argonautica, con indurre insieme tan-
ti Heroi che tanto amorevolmente stettero uniti in un tanto
reggimento, la qual forma Heroica fu l'idea d'una perfetta
aristocratia. Veduta che si è quella amicitia che è tra pari,
succede quella, che è della disparità, della quale sono due
parti, l'una del superiore verso l'inferiore, l'altra per l'op-
posito dell'inferiore verso il superiore. Della prima s'è par-
lato in tutta la materia dell'amor Heroico circa l'humana
generatione,et particolarmente circa la cura civile, essen-
dosi formato un Principe amico a i popoli come benigno
padre. L'altra amicitia è da esser considerata. Et prima pa-
re ch'ella non convenga all'Heroe per rispetto della ma-
gnanimità, che induce i Signori a non voler credere ne sot-
toporsi ad altri. Ma nondimeno egli potrà haver superiori
per natura, o per elettione. Per natura, quando egli sia na-
to suddito, per elettione, quando elegge di star sotto un
Signore, o per imparare il modo di ben ubedire, accioche
possa saper ben comandare, o per non haver l'occasione da se
di giovare notabilmente a tutto il mondo, et d'operare inte-
ramente secondo il valor suo, et di farsi conoscere, et per-
ciò essergli necessario ch'egli si vaglia del favore de' Principi
molto piu possenti di lui, che se è cosa laudabile che un
Heroe si vaglia delle altrui virtù col prender consiglio dai
savi, et col rimettere i suoi cittadini a i buon governatori, et
i suoi soldati a i buon capitani, perche non converrà che egli cer-
chi di farsi grande con beni della fortuna che siano in man d'al-
tri percioche questi beni sono esteriori, et non dee però
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alcu-
no vergognarsi di non haverne per heredità, per altri acci-
denti, poi che non è vergogna che noi usiamo i beni dell'a-
nimo de gli altri, che ci sono necessarii, anchora che noi me-
desimi ne siamo ben copiosi. In questa guisa una persona
Heroica si contenta d'haver superiori, et non per obligo cau-
sato da animo servile, o da desiderio di vil guadaguo. Et cer-
to che quel Principe che io vò formando è tale nella mia
mente che vorrei vederlo un Monarca di tutto questo mon-
do. Ma anchora che Iddio permetta che per li peccati et sup-
plicii nostri vi sia questa disunità de potentati che si vede,
tuttavia non resta che con una facoltà sofficiente, et an-
che senza giurisdittione, non si possa esser veramente Heroe,
percioche quando l'huomo sia grande secondo l'humana fe-
licità, et che non habbia proprio dominio, prenderà i ca-
richi da i gran Principi, et anche non li ricuserà, quando egli
regga un mediocre territorio, al quale non sarà cosi astret-
to, che venendo la debita occasione non possa giovare a piu
persone, et a tutto l'universo. Ne il ragionevole reggimento
ne la felicità d'una Republica si dee misurare dalla possan-
za de Regni, ma dalla perfettione de buon ordine di chi
regge, essendo il fine del Principe, non d'accrescere lo sta-
to, ma il far che i suoi popoli vivano secondo la virtù, et
secondo quella che i piu nobili, che è la giustitia, la ove
volendo egli ampliare le forze sue bisognerebbe che vol-
gesse loro alla virtù della fortezza, accioche mediante essa
soggiogasse i vicini, et di questo modo mancherebbe del-
la felicità civile, c'ha da essere il suo intento. Et essendo-
vi pur necessarie le arme, bisogna ordinarle alla quiete, et
moverle giustamente. Et perciò i piu possenti Signori non
sono piu degni de gli inferiori si come si vede in molti pri-
vati cittadini Romani dalla prima guerra Cartaginese infino
al principio della terza, i quali furono migliori et maggiori
di molti grandi Imperatori che finalmente successero, percio-
che chi dirà che li Scipioni, i Fabritii, i Curii, i Pauli, i Fa-
bii, i Metelli, et altri simili di quel tempo non fossero Heroi
celesti, et che Tiberio, Caligula, Claudio, Nerone, Vitellio,
Domitiano et dipoi passato un secolo parecchi altri non pares
sero Demoni infernali? Et ne tempi meno lontani, si trovò
Carlo Martello Conestabile di Teodorico Re di Francia, et
se si riguarda alla vita dell'uno, et dell'altro, parrà che la

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virtù si beffasse della fortuna, e che alle volte benissimo si go-
verni il mondo senza alcun proprio dominio, et pessimamen-
te si domini senza qualche buon governo, percioche esso Co-
nestabile era patrone del Re, il quale non fece mai opera al-
cuna publica in tutto il tempo della sua vita, la ove il Cone-
stabile ordinava, et faceva essequire tutte le importanti
espeditioni che in luogo alcuno occorressero, et al nome di
privato cavaliere havea aggiunto l'honore, et l'auttorità, et
gli effetti di magnanimo Principe, tal che morto lui, Pipino
suo figliuolo gli rimase cosi bene herede del valore, et della
buona ventura, che fatto deporre Chilperico ch'era stupido,
fece eleggere Re se stesso. Furono parimente nelle bande no-
stre Federico Barbarossa, et Guglielmo il buono in una me-
desima età, et successiuamente Federico secondo Impera-
tore, et Azzo da Este primo Marchese di Ferrara, et anchora
che il vegga i due Federici essere stati di potentissimo domi-
nio, et quegli altri due signori di mediocre, chi non vorreb-
be piu tosto in questo caso accostarsi a i mediocri che furo-
no di suprema eccellenza nell'esser giusti, prudenti, valorosi
et cattolici, che a i potentissimi, i quali atterrati da i rei affet-
ti dell'animo essercitavano la forza nel male? Et chi sarà di
buon gusto, et non vorrà anreporre ad Alfonso Re di Spa-
gna il gran Consalvo suo Luogotenente ? A questo modo si
puo molto ben conoscere, che gli inferiori di potenza posso-
no servire i superiori, et esser con le dimostrationi del valore
assai da piu di essi, non che loro eguali. Al qual grado s'ar-
riva per due strade. L'una è breve, ma erta et precipitosa, l'al-
tra piu piana et quasi sicura, ma molto piu lunga. Per la bre-
ve si conducono a i gran reggimenti gli huomini privati di
grande intelletto, col tenere occulta l'intentione c'hanno di
crescere, et col non lasciare occasione alcuna di poterlo fa-
re, et col crescere così opportunamente, che l'invidia si supe-
ri, et si faccia un fondamento tale, che non possa piu essere ab-
battuto, percioche le grandezze improvise tirano ognuno
alla vista loro, et perchè non furono impedite da principio
sogliono concitare sdegno ne gli emuli, che tanto piu loro
s'oppongono, quanto le veggono piu nuove et piu fuori della
loro opinione, essendo noi naturalmente men deboli nel con-
trastar con loro che ci paiono men possenti, et havendo noi
perciò gran forza contra i molto gagliardi. Si che Simmia et

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Alcmeone s'ingegnarono d'attraversare Pericle et Temisto-
cle, et Clodio parimente manchino contra Pompeo, perche
troppo tosto erano cresciuti. Per la strada lunga si va piu age-
volmente, et con piu sicurezza, ogni volta che si mostri di
meritare et d'havere ragionevole et mediocre desiderio d'i-
nalzarsi, e che in ciò s'adoprino quegli amici che siano piu al
proposito, col rispettarli et honorarli, et renerli in sicura opi-
nione che noi a un certo modo vogliamo dipendere da essi, di
maniera che nel servire un gran Re o una gran Republica,
l'huomo si trova nell'amicitia della disparità, et insieme usa
quella della parità, la quale è d'uno et di piu compagni che
ne favoriscano appresso il patrone et questa tale amicitia
oltre all'essere honesta è accidentalmente profittevole, et è un
instromento animato e rationale, che vale a a noi quanto l'ope-
ratione intellettiua di noi stessi. E ben vero che ci debbiamo
fidare di pochi essendo cosa manifesta, che l'amico non si co-
nosce prima che non si sia ben lungamente et ben intimamen-
te praticato, il che si puo fare con pochi, per la brevità della vi-
ta, et per la varietà degli accidenti, che portano molti inco-
modi, si che la lontananza del luogo, la diversità delle guerre
et qualche altro caso si constringeranno a lasciar le conversa-
tioni che s'erano già cominciate, et a cominciar altre prati-
che, le quali quando non habbiano altro impedimeto, la mor-
rte puo interporvisi et levarne i nuovi compagni. Ne per mo-
do alcuno ci debbiamo allargare con chi non sia da noi inte-
ramente conosciuto, per quanto l'intima qualità dell'altr'huo-
mo conoscere si possono. La onde Pitagora solea dire, non por-
ger la man destra a molti, quasi che i molti non possano esse-
re veri amici, e cosi anche disopra alcuni Heroi in questa par-
te eccellenti furono posti a due a due, parendo che la vera tra-
sformatione de gli animi sia di tanti et non di piu. Et simil-
mente nel proposito d'ascendere per via de meriti accompa-
gnati dal giusto favore dell'amicitia, s'elegge un potente per-
sonaggio, il quale devrebbe essere Heroico, essendo Heroe
l'elettore, ma la conditione della fortuna ha comportato al-
le volte, che un buon Principe sopporti in compagnia un
men buono, come Marco Aurelio, che seppe tolerare l'imper-
fettioni di Lucio Vero, et anchora coprirle, e medesimamente
la fortuna spesso ha indotto un piu valoroso et giusto ad ac-
costarsi ad un inferioer di virtu alquanto maggiore di

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prosperità. Si che veggiamo Aristide aiutato da Clistene, et
Focione da Cabria, e Epaminoda da Pammene, e Lucullo da
Silla,e Catone da Massimo, et Vespasiano da Mutiano, e con
piu conformità di costumi Agesilao da Lisandro, per modo
che questi che vanno in alto per altrui mezzi, sono come l'Edera,
che tolta da boschi et piantata ne giardini s'appoggia a qual-
che albero se cresca sopra di lui, et come l'albero sarà alle uol-
te da piu, et le volte da meno dell'edera et alle volte eguale
a lei di natura et di forza, cosi averrà a coloro che congiunti
con gli amici arrivano all'altezza de gran reggimenti. Et quan-
do i Signori siano già al colmo de maneggi della lor patria o
de principati d'altri, hanno da mostrare con le continuate
operationi d'haver meritato tal grado, e di saper benissimo
perseverarvi dentro, il che no havrà difficoltà alcuna quan-
to siano Heroici, et habbiano a fare co patroni a loro simili,
la qual similitudine vi farà di leggero, per esser l'ordinario che
i valorosi vadano a trovarsi et si congiungano insieme, come
anchora fanno quei che sono di poco conto. Et tali saranno que-
sti grandi, verso i patroni, quali essi desiderarebbono che fosse-
ro loro proprii servitori verso di loro stessi, i servitii de qua-
li servitori faranno Heroici, ogni volta che piacciano al Signo-
re Heroico. I principali servitori sono gli intimi et i participi
de secreti, si per conto de negoci delle cose publiche, come nel-
le cure private, et danno la regola agli altri. Questi devranno
esser di valore, da bene, et amorevoli, et si considerano in que-
ste tre sofficienze et da se stessi et con relatione ad altro, sono
considerati da se stessi nel valore, quando uagliono per la lor pro-
pria virtù, et con relatione ad altro quando vagliono a gusto
del patrone. Da se stessi nella bontà, quando son da bene in ge-
nerale, et con relatione ad altro quando son da bene nelle pro-
ve, nelle quali vada il particolar servitio dove sono. Da se
stessi nell'amorevolezza, quando sono amorevoli di natura, et
con relatione ad altro, quando sono affettionati al lor Signo-
re. I diffetti de servitori daranno qualche segno de loro meriti
in tal guisa. L'adulatione mostra che si vaglia et che si voglia
parer d'essir affettionato et che non si sia buono. L'austerez-
za fa conoscere l'huomo per da bene, et per amorevole, ma
non per valente. L'esser freddo et rispettoso et il medesimo,
l'arroganza, et l'ambitione per contrario sono inditio che
vi sia il valore, ma non la bontà, ne l'amorevolezza. I
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se-
gni di queste tre conditioni ben qualificate potranno essere,
quando il servitore dica il suo parere ben fondatamente, e l'in-
dirizzi tutto al solo interesse del patrone, et l'esponga affettuo-
samente, con franchezza et senza artificio. I buon Principi
eleggeranno i buon servitori, et perche non basta d'haverli,
ma bisiogna poi anchora saper conservarli, li terranno ben
satisfatti con la benignità dell'aspetto et della favella, et con
la larga et continua liberalità, et quasi con la fratellan-
za, per esser quello il dovere, et per l'obligo di trovarsi nelle
mani et nelle forze d'altri. Et in ciò Cosimo et Lorenzo de
Medici non vissero punto privatamente, ma hebbero un giu-
dicio et un animo Heroico, che penetrò et s'illustrò insieme
in Leone et in Clemente. Et questo è quanto ci pare al propo-
sito per conto dell'amicitia Heroica, et consequentemente del-
l'amor humano Heroico, non havendo egli piu altre parti,
oltre quelle che gli habbiamo tribuite in fin quì, le quali so-
no state in prima quanto al piu degno fine, alla grandezza, al-
l'immortalità, alla perfettione, alla proprietà, all'efficacia,
all'honore, all origine, alle parti della signoria, et a tutto il
principato, et dipoi quanto alla guerra et alla pace, et ri-
strettamente secondo le conditioni dell'amicitia. Et perche
dicemmo che l'uno amore Heroico era humano, et l'altro
divino, essendosi spedito l'humano, bisogna hora discorre-
re sopra il divino. L'amor divino non è altro che la filo-
sofia, la quale come suona il nome Greco è l'amore della sa-
pienza, et desiderando ogni huomo la notitia delle cose, l'in-
telletto si desta et li sollieva alla contemplatione delle opere
fatte da Dio, percioche come l'uccello notturno per non ha-
ver la vista buona non puo vedere il lume del sole se non per
il riflesso che egli fa nella Luna, cosi la nostra mente che non
potrebbe sofferire la immediata verità del Creatore, caso che
ancho potesse arrivarmi, è possente a participare di essa, in
quanto che è reflessa nella construttione di tutta questa ma-
china che veggiamo, et così tanto aggiunge a sua altissima
Maestà, quanto penetra le sue fatture, et per quello che le
è possibile con segue la perfettione. Di modo che le scientie
hanno del divino, come dell'humano le virtù morali et le ar-
ti civili. Et essendo congiunti questi due amori nell'Heroe,
si finse ch'egli fosse nato di intelligenza celeste, et d'una crea-
tura humana, et si venne a inserire che se ben gli altri
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huomi-
ni operano per virtù morale, non però s'inalzano sopra di
lei, come fa l'Heroe che è piu che virtuoso del modo già pro-
vato et dimostrato. Si che l'Heroe s'adorava in vita, quasi
che la gravezza del corpo non impedisse punto la purità
della sua anima, et haveasi in effetto per anima separata dal
corpo, et approssimata a Dio; atteso ch'egli passando per tut-
ti i maggior travagli non era mai da loro alterato. E se gli ave-
niva qualche disgratia, ciò era ascritto alla volontà del fato, e
non mai alla colpa di lui, perioche i Platonici dicono, che quan-
la dispositione de concorsi celesti puo vincere chi non usa
l'arte, et esser vinta da chi l'usa, vien chiamata fortuna, e quan-
do cosi sforza l'arte, che non ostante ogni sua resistenza ne-
cessariamente la superi, allhora si nomina fato. Si che le male
venture de i buon principi erano dette fatali, et il medesimo
nome trapassava anchora alle prosperità, parendo che i gran-
di siano assai notabilmente guardati da Dio, perciò i Giudi-
ci de gli Hebrei erano chiamati Iddii, et li spartani tribuiva-
no il nome di divino a coloro che si mostravano molto eccel-
lenti nelle scientie et ne governi d'importanza. Et i cavalieri
Greci di gran valore sono detti divi appresso i Poeti che ne
parlano, il qual titolo fu anche trasferito a gli Imperatori di
Roma, che morti che erano haveano gli honori divini, et
l'Heroe ha tanto dell'honorato et del divino per rispetto del suo
opposito della sua origine et del suo fine. Quanto al suo oppo-
sito hora non intendiamo quello che è contra il buon principa-
to, che è la tirannide, ma quello che è al riverso della virtù He-
roica, che è la bestialità, percioche come quell'huomo che è sen-
za intelletto è quasi una fiera, cosi è quasi celeste colui che
sovravanza l'intelletto humano, et volgarmente gli infami sono
sempre nominati per bestie, come per Heroi quei tali Signori
che sono veramente gloriosi. Il che s'intenderà meglio in que-
sta guisa, l'Heroe opera sopra l'uso della ragione humana, il
virtuoso et il continente secondo l'uso, ma l'uno interamente,
et l'altro imperfettamente, l'incontinente et il vitioso ope-
ra con la ragione corrotta, nell'uno in parte nell'altro in tut-
to, il bestiale è totalmente senza ragione, percioche non l'ha cor-
rotta in tutto, ma n'è privato del tutto. Et cosi tanto è superio-
re il primo di questa schiera, quanto è piu inferiore l'ultimo. Et
essendo necessaria la conoscenza dell'un cotrario a dichiaratio-
ne dell'altro, è da sapere che la bestialità filosoficamente è in

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tutto senza ragione, per non haver mai havuto il lume delle vir-
tù, ne delle leggi, et ciò puo stare in tre modi, o per natura, o per
accidente, o per uso, et però coloro che sono pazzi dalla nati-
vità, o fatti tali dall'infirmità, o che vivono in paese che è to-
talmente privo di costumi, si chiamano bestiali. Et quei che
menano una vita solitaria fuori del comercio de gl'altri huo-
mini, essendo in potestà loro di rimettersi alla civiltà, et cosi
sottoporsi alle leggi, et alla religione sono in minor grado di
bestialità. Et nondimeno per esser tutti costoro senza mali-
tia, vengono ad esser meno cattivi de vitiosi, ma i bestiali presi
teologicamente, che sono gli estremamente vitiosi, saranno
pessimi, percioche in tanto l'huomo è d'intelletto in quanto
s'approssima a Dio, et chi piu è da lui lontano, piu n'è priva-
to. Et per consequenza chi il negherà, gli sarà talmente rimo-
to, che sarà fuor d'intelletto, et fuor di se, ma solo vi resterà
la operatione mondana, et il modo d'adattar l'ingegno al ma-
le, che se ben havrà il conoscimento, non sarà però con ragio-
ne, ma si dirà che ne sia senza, poiche non vi è parte alcuna
delle virtù teologiche, se ben la ragion morale vi è corrotta-
mente. Si che pigliandosi il diritto contrario, il Salvatore ha
egli eletti suoi per quelli ch'erano Heroi appresso i Gentili.
Et i santi padri, et gli altri diletti che successivamente furo-
no dopo l'adempimento delle Profetie si potranno chiamar
Heroi, percioche nella nostra religione allhora l'intelletto và
al suo colmo, quando ha la gratia della fede, et il suo oppo-
sto verrà ad essere il totale di struggimento di essa. Diremo
adunque che la soperbia genera l'ira, et la persuasione, et che
l'ira contra altri fa l'homicidio, contra se stesso il furore, con-
tra Dio la biastemma, ma che la persuasione del soperbo è
veramente diabolica, quando induce l'huomo a confidarsi
tanto del mondo, et di se stesso, che come pazzo in concetto
suo nieghi esso Dio, la qual pazzia è detta bestialità, et per-
ciò Nabucodonosor per questa malvagia credenza fu indot-
to a viver solitariamente, et pascersi dell'herba, et venir selva-
tico come una bestia, et Tiro medesimamente fu per tal ca-
gione abbassato, et cosi questo peccato secondo quello che se
ne puo ritrarre da Teologi, non è men cattivo del vitio, an-
zi, come dicemmo egli è peggiore, perche non vi essendo quì
ne la tema della perditione, ne la speranza della salute dell'a-
nima, ne lingue che si commettano senza punto di
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rimordi-
mento tutte le maggiori sceleratezze del mondo, ma come
di questa maniera bestiali non sono tutti i dannati, ma colo-
ro solamente che per la peggiore tentatione piu s'accostano
al demonio, così Heroi non saranno tutti, ma i piu prossimi al pa-
dre eterno. Et perche i gran signori sono piu atti al poter far
gran bene, et gran male, parrà similmente che standosi ne no-
stri termini i Principi possano havere l'Heroica elettione, et
vedesi apertamente che i molto cari, et accetti al cielo, se non
sono stati Principi mondanamente, subito che sono stati chia-
mati et eletti all'ufficio della salute dell'anina e sono stati ca-
pi de gli altri, et hanno rappresentato la forma del principa-
to. Et cosi i nostri a un certo modo accetteranno in parte l'o-
pinione de Platonici, che le prime sedie del Regno dell'eter-
na felicità assegnavano a quei c'haveano governato quà giù
gli altri, accioche principali fossero in cielo coloro ch'in terra
per conto delle grandi et buone operationi fossero stati de pri-
mi. Et questo quanto all'opposto della virtù Heroica ch'è la be-
stialità. Quanto all'origine dell'Heroe, habbiamo hora da pi-
gliare la remota, percioche la propinqua è il suo assuefarsi all'o-
perar virtuosamente, et al gir tanto oltre che sia capace delle at-
tioni, che vincono la qualità humana. La remota è Dio, e per
ciò non è maraviglia che gli Heroi sono divini, ma il medesimo si
potrà dire d'ogni cosa, havendo l'essere da Dio tutto cio ch'è
al mondo. Et se vogliamo intendere non l'haver l'essere, ma l'ha-
ver l'anima intelletiva, la divinità converrà parimente ad o-
gni persona, et se pur ci restringiamo a quegli huomini, ch'usa-
no il dono di Dio con opere conformi a sua Maestà, tutti quel-
li tali potran chiamarsi divini. Ma per levar via questo dub-
bio, è da sapere che il Principe Heroico è dotato delle virtù
teologiche, con dimostrationi cosi chiare, che danno il nome
di divino piu propriamente a lui ch'a gli altri, c'habbiano in
parte queste tali virtu. Et oltre di ciò non si vede che gli altri
habbiano così i beni fortuiti da Dio, com'esso Principe gli ha,
percioche Dio in quanto ch'è la somma essentia, et il primo
motore, e l'ultimo fine, gli dà per ogni modo il dominio. Dal-
l'essentia si ritraggono queste ragioni. Che ogni caldo và al
caldo del fuoco, et ogni Regno a Dio regnatore. Ch'ogni mol-
titudine tende a uno, si come nella Città diversi ministri sono
sotto il Principe, et nell'esercito diversi Capitani sotto il Ge-
nerale, et perciò la moltitudine de Principi, et de Generali è

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regolata da un sopremo Re, che è Iddio, chiamato da Profe-
ti Dio de popoli, et Dio de gli esserciti. Che ha virtù risponde
all'essentia, dalla quale ella deriva, et come l'essentiacreata ha
riguardo alla non creata, ch'è Dio, così la virtu dell'essentia
creata si riferisce alla virtù dell'essentia non creata, che mede-
simamentc è Dio, percioche tutto quello che è in Dio è Dio.
Ora ogni essentia creata ha origine dalla non creata, adunque
ogni virtù creata l'ha dalla non creata, et nel potentato si pre-
suppone la virtù, cioè la potestà, adunque ogni potentato vie-
ne dalla virtù increata che è Dio. Dal moto s'argomenta in tal
modo. Ogni cosa che si muove, è mossa da qualche cosa, et per
non gire in infinito, si uà a un motore immobile, ch'è la prima
causa, cioè Dio, et ove è maggior moto, è maggior participa-
tione di Dio et maggior moto è in coloro c'hanno maggior
governo sopra gl'altri huomini, percioche 'l Principe dandosi
un'amministratione del mondo toglie se da se, et è in cotinuo
moto, non per riposare, perche haurebbe dell'imperfetto, ma
per mantenere la perfettione, che in esso moto consiste, nella
gvisa che fanno le stelle. Il Principe assicura gl'altrui sonni con
la sua vigilia, gl'altrui oci con la sua fatica, gl'altrui profitti con
la sua industria, et in somma la travagliata vita di lui, è la ri-
posata vita d'ognuno, et così fatti Principi sonogli Atlanti di
questo mondo. Oltre di cio se è ordine ne moti corporali, mol-
to maggiore sarà nelli spirituali, ma i corpi sono mossi et rego-
lati da superiori infino all ottava, o alla nona spera, adunque
molto piu deriveranno gli animi nostri da Dio, et perche li spi-
riti piu puri, sono piu mossi da sua Maestà i legittimi reggito-
ri de gl'altri, sarano di piu puro intelletto de gl'altri. Dal fine
proveremo cosi il medesimo. Ciascuna cosa quanto è ordinata
a piu eccellente fine, tanto piu participa della divina attione, il
governo del popoli, è l'architetonico di tutti i fini humani, adu-
que ha tanto piu di tale attione. Appresso, il Legislatore ha sem-
pre intentione d'indirizzare i cittadini al vivere virtuosamente
et percio il fine del precetto è la carità, ma senza la virtù divi-
na che trascende ogni cosa creata, et ogni fine, non possiamo ve-
nire a questo fine, si come ne il lucido luce senza la virtù della
luce, et perciò la publica amministratione nasce dalla virtù
divina. Finalmente è da dire, che il fine quanto è piu nobile
et migliore, muove tanto piu efficacemente colui che opera
e per esser la divina beatitudine il piu perfetto fine, anzi il
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fi-
ne de i fini, il Principe, la cui opera cotanto s'estende al ben
publico, dipenderà da quella beatitudine. Et che egli hab-
bia tal dipendenza, si mostrerà per il terzo rispetto che se-
gue, percioche dopo quello dell'opposito, et quello dell'ori-
gine viene il terzo et ultimo, che è del fine, secondo il quale si
conosce la cagione, perche il Principe heroico sia divino. Il
suo fine, come già dicemmo, è il far felici le Città il che stà
cosi a punto nella vita civile, ma assottigliandosi piu questo
fine, esso penetrerà al ciclo, et mai non riposerà fin che non
giunga all ultimo fine, che è Iddio. Et hora debbiamo pren-
der il fine in questo sentimento, in due modi, et quanto al pro-
prio beneficio, et quanto all'altrui, percioche il Principe vuol
la gratia di Dio, et elegge ogni attione a ciò possibile, et vuol
similmente che il mondo l'habbia, et cerca perciò d'intro-
durvela. Ma come quella felicità mondana il Principe antepo-
ne il profitto de gli altri al suo, curando piu l'altrui roba, et
vita che la propria, cosi in questa cestiale fa piu conto di se
che de gli altri, in quanto che ha per suo principal fine la sa-
lute della sua anima, et nell'ufficio congiunge insieme il far
ogni cosa per la salute della sua, et delle altrui. Et i Signori
Heroici vogliono che la vera gloria, il vero premio, et l'ulti-
mo fine loro sia la beatitudine che riposa in Dio, perche co-
loro che sono di maggior valore, hanno la mira a maggior
felicità, et quei che vagliono in sopremo grado, vagliono la
soprema felicità, et che piu vaglia chi regge, che chi è retto, è
chiaro per la difficoltà che è magaiore in colui che ben co-
manda, che in colui che ben obedisce, et è perciò piu degno
il maestro del disepolo, et l'architetto dell'artefice, et il Capi-
tano del soldato. Similmente quei che si propongono mag-
gior bene, attendono a maggior fine, et i Principi, perche
trattano il ben publico che è il maggiore che sia qua giuso:
consequentemente hanno l'animo grandissimo, et a tal gran-
dezza non puo corrispondere altra beatitudine che la divi-
na, perche essa sola sigilla il desiderio. Vi è ultimamente questa
cagione, la quale è che chi piu s'avicina a Dio piu s'il propo-
ne per suo scopo, et i Principi piu imitandolo piu se gli appres-
sano. La onde medesimo per bocca di Zachiele pro-
mette alla casa di David uno de luoghi che gli sono piu pros-
simi, il che è dichiarato dal contrario, percioche i maggiori
imitatori di Lucifero nell'inferno piu se gli accostano.
[p. 49r]
Adun-
que concluderemo che gli Heroi hanno tanto dell'honora-
to, et del divino per la molta derivatione c'hanno da Dio. La
cui bontà si diffonde molto sopra di essi. Et ancora che tutti
gli huomini habbiano la custodia divina, ella nondimeno ap-
pare piu sopra i Principi per l'importanza della persona lo-
ro, dalla quale dependono infinite altre. Ma accioche vedia-
mo come quegli angeli c'hanno in custodia i Principi, siano
superiori a quelli che custodiscono gli huomini privati, è da
parlare de gli ufficii angelici, et prima degli ordini loro, co-
me di quelli donde si cavano essi ufficii. Il che per essere indi-
rizzato alla custodia, primieramente mostreremo la sua ne-
cessità, et poi trappasseremo a quanto habbiamo proposto. I
ribelli del creatore perseverando nella loro malvagità cer-
cano per ogni modo di far perder noi che siamo creature at-
te a esser buone, et per consequenza contrarie ad essi, et in
tanti modi n'assaltano, in avanti stende la malitia, et cosi
usano contra di noi la forza, la fraude, et il tradimento. Et
perche siamo composti di corpo, et d'anima, et dell'anima
propria di noi sono l'intelletto, et la volontà, si muovono pri-
ma a far violenza al corpo con l'uccidere l'huomo al tempo
che non è disposto, accioche la sua anima si perda. Et se ciò
loro non riesce, con gli allettamenti di tutte le vanità di que-
sto mondo tentano d ingannarlo, con torgli la notitia di Dio
et delle strade a essi rivolte, accioche il suo intelletto non co-
nosca la via della virtù. Et quando con l'ignoranza nol pos-
sono accecare, gli si fanno famigliari con l'instromento della
soperbia, et gli promettono ogni grandezza et gli piegano la
mente al male, di modo che non lasciano entrarla nel dritto
sentiero, et cosi tradiscono la sua volontà con sedurla dal ve-
ro bene, et precipitarla nella sua ruina, sotto colore di mag-
gior felicità. Adunque havendo noi subito che prendiamo
l'anima, un Angelo diabolico converso alla nostra perditio-
ne, è il dovere che n'habbiamo un altro divino, che per sal-
varne se gli opponga. Et ciò si vede essere ordinato nelle
schiere Angeliche, le quali intenderemo di questa maniera.
Le Hierarchie si come mostra il nome, sono le sacre sostan-
ze principali, et sono in tre modi. L'una è sopraceleste, che è
l'istessa Trinità. L'altra celeste, che è l'Angelica. L'ultima
sottoceleste, che è l'humana, chiamata ancora Ecclesiasti-
ca. L'Angelica di che hora parliamo, è divisa in tre, che nel

[p. 49v]
decimo, et ultimo cielo detto Empireo vanno sempre gri-
dando a torno a Dio, et la prima aherente ad esso Dio chia-
masi Eparchia per la soperiorità, et la seconda per esser di
mezo Mesarchia, et la terza, che è inferiore Hiperchia, gli
Angeli delle quali come quei della corte di sua altissima Mae-
sta si sono nominati assistenti, ufficiali, et essicutori, secon-
do che sono o della prima, o della seconda, o della terza Hie-
rarchia, essendo in essi gradualmente scientia, disponimen-
to, et attione. La scientia per i soli contemplativi. L'attione
per i soli attivi, il disponimento per i mescolati, et congiun-
ti a questi, et a quelli, percioche ciascuna delle tre ha tre ordi-
ni, onde s'ha rispetto ad una unita Trinità. La prima è di Se-
rafini, de Cherubini, et de Troni, la seconda delle Dominatio-
ni, delle virtù, et delle Potestà, la terza de Principati, de gli
Arcangeli, et de gli Angeli. I tre primi ordini purgano, illumi-
nano, et compiscono, et non fanno altro, i tre ultimi solo so-
no purgati, illuminati, et compiuti, i tre di mezo purgati pur-
gano, illuminati illuminano, et compiuti compiscono. La pur-
gatione toglie l'opposto, che è l'ignoranza, l'illuminatione
introduce la forma, che è la notitia, il compimento inalza
il soggetto, che è la felicità. Et per conto della loro applica-
tione i Serafini riguardono al nono cielo, che è quello del pri-
mo mobile, i Cherubini l'ottavo, che è delle stelle fisse, et cosi
di mano in mano ne cieli denominati da Pianeti, i Troni il
settimo, le Dominationi il sesto, le Virtù il quinto, le Potestà
il quarto, i Pincipati il terzo, gli Arcangeli il secondo, gli An-
geli il primo. Ora da questi ordini si ritraggono questi uffi-
cii, che gli Angeli della prima Hierarchia non fanno altro
che considerare la natura della somma Trinità, et quanto
alla seconda le Dominationi sono superiori a gli effetti de
gli Angeli, le Virtù alle operationi miracolose, le Potestà al-
la forza de Demoni, et i tre ordini della terza contengono i
Principati per reggitori de Principi di questo mondo, et gli
Arcangeli per quelli che nuntiano le grandi occorrenze, et
gli Angeli per li custodi de gli huomini privati, i quali sono
gli ultimi dopo Dio. Di questo modo s'ascende con van-
taggio di grado in grado, perche da questa piu bassa cura,
si và a quella di cose maggiori, quale è de gli interessi pu-
blici, et indi alla salute de capi de popoli, et piu in suso alla
possanza che vince le diaboliche perversità, et poi ai
[p. 50r]
mira-
racoli, et da essi alle Angeliche ministrationi, et finalmente a
Dio medesimo. La onde le due ultime Hierarchie si riferisco-
no alle conditioni della vita humana, ma con notabile diffe-
renza, per essere i gradi, et gli effetti de gli huomini tra se mol-
to diversi. Et forse che gli Heroi per la maggiore participa-
tione della divinità, non solo sono sottoposti a i Principati,
ma per 1e stupende, et miracolose loro operationi sono an-
cora nella guardia delle Virtù. Ma perche il Principe, et i po-
poli non si possono debitamente dividere per rispetto della
loro necessaria unità, è da sapere che la divina illuminatione
sopra questo et quelli ha i tre moti, il retto, l'obliquo, et il cir-
colare. Ha il retto quando fa che il Principe regga bene, et
che i popoli ne siano participi per i meriti di lui. Ha l'obli-
quo, quando induce i Principi a governar i popoli in modo
che vivano virtuosamente, et ne lodino e ringratino esso Dio.
Ha il circolare, quando iraggia il Principe, et i popoli, et che
egli et essi illustrati si sollevino a contemplare sua divina Mae-
stà. Alla qual gratia preparandosi l'Heroe con la vera religio-
ne, et con essa accendendosi d'amor divino, et mantenen-
dosi nell'ardore, et finalmente conservando il governo ci-
vile, et il militare, bisogna per conclusione, non solo d'esso
amor divino, ma dell'humano, discorrere sopra 1'eccellen-
za di essa religione. Et perchè da i Romani meglio si puo
ritrarre la forma della grandezza, che da alcuni altri po-
poli, è primieramente da sapere che essi elessero un Re del-
le cose sacre, che ancora chiamavano Re Sacrificulo, et il
sottoposero al Pontefice Massimo, con voler farci vedere,
che quel nome che per il reggimento della guerra, et della pa-
ce era stato il primo nella Città, non valea al pari di quello
che testifica il culto divino. Il Flamine Diale Sacerdote di
Giove, se sarà ben considerato. Farà piu chiaramente cono-
scere quello c'hora cerchiamo, percioche egli, piu ch'alcun'al-
tra persona di grado, era soggetto alle cerimonie, le quali, per-
che non sono senza gran misterio, ci serviremo della parte mag-
giore, et piu importante di esse, per venire a provar tanto me-
glio il nostro intento. Et in prima, perche ogni Sacerdote dee
essere d'intelletto elevato, non pur esso Diale, ma il Martiale, il
Quirinale, il Volcanale, il Carmentale, et tutti gli altri porta-
vano un capuccio in testa, c'havea dell'acuto, che potè venir
dall'uso de gli Hebrei, e fu poi trasferito da i nostri alla mitra

[p. 50v]
del Vescovo, ne misteriosi vestimenti del quale è parimen-
te occulto con grande artificio tutto ciò che forma la vita il-
lustre, et spirituale. Ma in particolare il capello del Diale
era bianco con una bacchetta d'oliva in cima per far quella
sommità che chiamauano l'apice. Et perciò mostrova il se-
gno d'una netta conscientia rivolta a buon fine, et doven-
do un huomo da bene haver sempre ben congiunto l'appe-
tito con la ragione, il suo matrimonio si discioglieva con la
morte sola. Questo haver cosi ben corretto l'appetito che
non si cada ne vitii, è in due modi. L'uno è col non esser noi
cagione del male di noi stessi, come saremmo quando fus-
simo o sciagurati, o dissoluti, o tenaci, o corrucciosi, et per
ciò questo Flamine non potea toccare ne nominare i morti,
ne la fava, ne il frumento, ne i cani, che sono quattro cose
significanti i quattro difetti che nominati habbiamo. L'al-
tro modo è col non nuocere ad altri ne con la forza, ne con
l'inganno, ne col tradimento. Onde ancora per esser l'in-
giuria, o in fatti, o in parole, gli era vietato che non toccasse
ne nominasse la carne cruda, ne l'edera, ne 1a capra, che si es-
pongono per i detti tre modi generali della malitia. Vi s'ag-
giunge parimente il colmo, che è la sofficienza di non valer
solo per se stesso, ma per gli altri ancora, la qual sofficienza
consistendo primieramente in non dover essere sterile, egli
morta la moglie usciva subito del Flaminio che era il sacro
alloggiamento ove stava, ne era piu Sacerdote. Et poi haven-
dosi a giovare a quei piu che per noi sia possibile, et non in-
termettere mai i beneficii, lasciava crescere i rami della vite
senza tagliarli, che se ben egli ne cavava minor frutto, non-
dimeno la vite piu vita ne ritraea. Et perche quello che ci
sovravanza non ha da esser gittato via, ma si dee bene im-
piegare i suoi capegli, tosi che erano, si. raccoglievano, et
ponevano sotto un albero fortunato, ne li tosavano i ser-
vi ma i liberi, che dinotavano i virtuosi. Et bisognando
in somma che la beneficenza sia sempre accompagnata dal
giudicio, come daua del suo a i virtuosi, cosi usava cle-
menza a gli humiliati, et si guardava di non far participi
delle cose degne di riverenza gli indegni di saperle. Et perciò
se si gli gittava a i piè un che fosse stato menato a flagellare
per rispetto di questa humiltà, per quel di era salvo, et egli non
potea mai spogliarsi della camiscia, trarsi del capo l'apice al

[p. 51r]
cielo discoperto. Quasi che non devesse lasciarsi conoscere
intimamente al volgo. Quanto poi alla virtu intellettiva,
bisognava c'havesse la mente sollevata, et che il suo corpo non
fosse ne sepoltura ne prigione della sua anima, il che dimo-
strava col segnale di non allacciarsi mai con nodo alcuno in
parte alcuna della persona, et 1a contemplatione era tanto
piu manifesta per l'obligo c'havea d'osservare tutti i giorni
dell'anno come festivi, et d'haver sempre innanzi il Preclama-
tore, quando giva a torno, il quale al suo passare facesse che
tutti gli artifici cessassero dalle loro opere. Era medesima-
mente da piu de gli huomini attivi, perche ove i nobili ne giu-
dici ordinari non haveano tormenti, a lui si proibiva il giu-
rar mai per conto alcuno. Et finalmente per sua perfettione
s'ordinò, ch'egli non s'accostasse alla farina, la quale per es-
ser simile al moto delle cose qui inferiori che sono imperfet-
te, è al contrario della vera felicità, et la sua imperfettione
nasce da questo, che ella non è piu formento et non è ancho-
ra pane. Ora essendo questo sacerdote il piu compiuto huo-
mo di tutti gli altri, et essendo però di questo modo la forma
della beatitudine, non si vede a tempo alcuno, ufficio alcuno
di legista o di capitano che mostri d'arrivare a tal grado. Ne
Marsilia fu mai assicurata dall'amicitia di Roma, perche nel-
le cose della pace et della guerra insieme convenissero, ma
quando riceve l'imagine di Diana Aventina et l'uso del suo sa-
crificio, si tenne sicurissima. Et tutti que paesani cosi libera-
mente in Italia passavano et teneano comertio, come gli Ita-
liani nelle bande loro. Et tanta fu la divotione che la religio-
ne tirava con seco, che gli esserciti nel farsi, nel marciare, nel-
l'accamparsi, nel combattere, et nella vittoria, et nella perdi-
ta si governavano con essa, et le ordinationi delle Città dà-
la medesima dipendeano, et perciò la prosperità de Romani
sotto il nome di Marte et d'Egeria crebbe nell'arme, et nelle
leggi, ambi le quali Minoe disse d'haver ottenute da Giove,
ma Solone con queste, et Pisistrato con quelle mostrova d'es-
ser familiare di Minerva. Et d'Apollo si servì Licurgo et pa-
rimente Filippo, il quale fatto incoronare i suoi soldati di
lauro, e cosi dando loro animo con dire che giva a far lavuen-
detta di quello Dio, combattè per i Tebani contra i Focesi co-
me contra sacrilegi, et in un subito li vinse, et di li hebbe il
principio d'impatronirsi della Grecia e di prosperare nel
[p. 51v]
re-
sto per l'ottima universale opinione, che allhora fu di lui con-
ceputa, et per questo gli Ateniesi scacciarono Diagora, per-
che scrivea cotra gli Iddii, et dannarono Socrate alla morte,
imputandolo che volesse introdurre nuova religione, et era
perche temeano della santità di lui, et dell'heresia di quell'al-
tro filosofo, conciosia che l'una, et l'altra da per se potea haver
maggior forza ne gli animi del popolo, che le leggi et le arme
congiunte insieme. Et chi vorrà ben profondarsi nella considera-
tione de governi delli stati piu famosi, vedrà, che senza que-
sta parte Heroica tutto quello che da principio parea benissi-
mo ordinato si và del continuo alterando et mutando forma,
tanto che alla fine dopo qualche indugio pessimamente si risol-
ve. I Cretesi et li Spartani et finalmente i Cartaginesi et i Ro-
mani rallentato il freno della religione che con l'essempio de
grandi tenea al segno i piu bassi, ruinarono. Et il Regno de Me-
di, quel de Persi, quel de Sirii, e quel de gli Egittii per mancarvi
le divine institutioni non passarono trecento anni. Ma gli Assi-
rii con l'idolatria infin a tanto ch'ella stette in riputatione si-
gnoreggiarono per lunghissimo corso di tempo. Et il Tamber-
lano fattosi Re de Tartaritosto aggrandì, ma senza fondamen-
to alcuno per mancar della religione. Con la quale già Maco-
metto col consiglio di Sergio ch'era per le sue heresie scomu-
nicato, cercò di ridurre alla sua setta Saracina diverse genti et
non con le colonie all'uso di Minoe et di Romulo, ma con que-
sta maniera assicurarsi delle terre di che s'impatroniva indu-
cendole o per amore o per forza ad accettare et osservare que-
sta sua setta, alla quale tosto concorsero i Turchi et gli Arabi, e
cosi dirizzò un imperio, che crescendo per colpa et per puni-
tione de Christiani sta tuttavia in piè. Et come i Greci hanno
sempre magnificato Hercole cercando di far nascere da lui tut-
te le piu nobili famiglie, cosi i Latini hanno voluto la loro ori-
gine da Enea, nelle quali due persone si puo vedere la intera
forma di quella religione che fu trovata per industria degli
huomini. Hercole si come sta sotto le poetiche allegorie, fu
formato per l'essempio della virtù Heroica, et perche la perfet-
tione consiste nella fine, fu favoleggiato, che per compimento delle
sue imprese all'ultimo ardendo si guadagnò il cielo, percioche
guella arsura s'intende quanto allo spirito et all'efficace affetto
di distruggere i cattivi appetiti, congiunti con la carne e con que-
sto mondo di transformarsi con tutto il pensiero nella divina

[p. 52r]
contemplatione. Enea tra le sue glorie hebbe il nome di Pio, co-
me che fosse stato assai maggior cosa l'haver tenuto continua
cura del Palladio e usato l'ufficio del sacerdote, che l'essere sta-
to molto valoroso nelle guerre et di gran prudenza ne maneggi
de reggimenti, onde gli Imperatori cercarono la perfettione del
titolo di Cesare e d'Augusto dal titolo di Pontefice Massimo,
nella guisa che questo nome di Pontefice insieme col suo effet-
to convenne per obligo a i Re d'Egitto. Di qui si puo ritrarre
che il mondo s'è governato principalmente con le divine ordina-
tioni, ancora che esse non fossero le buone, percioche i primi savi
conobbero che il nostro desiderio che è intorno alle cose che
sono qui da basso mai non s'acqueta, e che perciò è forza che 1'a-
nima uscita del corpo possa gir in luogo ove ottenga il fine de
fiato, e che il discorso argviua che ella era immortale, e che al-
l'huomo fu data la cognitione della morte, perche s'accorgesse
che la sua stanza non era qua giuso. Et perche dandosi il premio
al buono e la pena al rio, non era il dovere che tutti indifferente-
mente stessimo bene di là, s'andò pensando che 1a giustitia divi-
na havesse prepatato diversi luoghi alle anime secondo i meri-
ti et i demeriti loro. Dipoi i filosofi videro che ciò tornava
molto al proposito per la conservatione delle città, e comendaro-
no assai questo culto divino anchora che la maniera di persua-
derlo alle genti fosse fondata sopra false cerimonie. Ora costo-
ro hanno caminato per le tenebre pur tirati nel camino da un non
so che di chiaro, e per prudenza humana si sono ingegnati di for-
mare una religione, nella quale quei che piu divotamente son
perseverati per rispetto della lor buona intentione, hanno piu pro-
sperato che gli altri che viveano senza essa. Ma ha infu-
so in noi il vero lume per modo che se fosse stato veduto da
quei filosofi che per l'imperfettione dell'humano intelletto han-
no dubitato dell'immortalita dell'anima, essi l'havrebbono
predicata, per piu che immortale, se cosi dir si puo, e tutti i loro
studii havrebbono converso alla vera Teologia, come dipoi fe-
cero tanti grandissimi filosofi e Platonici, e Peripatetici, che tan-
to conto tennero delle scientie quanto esso valea loro per l'inter-
pretatione della sacra scrittura. Et quale Aristotele non havrebbe
lasciata la ragione imperfetta per seguire una esperienza assicu-
rata dal senso? percioche l'Evangelo si vede conforme alle profetie, e
è confirmato da infiniti miracoli, i quali quando non fossero cre-
duti da chi non fosse stato loro presente, qual sarebbe maggior

[p. 52v]
miracolo di questo che dodici scalzi senza far miracoli ha-
vessero abbattuto la sapienza de Greci et l'arme de Romani?
Et accioche si vegga che non pur i beni di vita eterna, ma
anchora quei di questo mondo stanno veramente nella reli-
gione, ricorrasi a Moise che hebbe da Dio l'arte civile et l'ar-
te militare, et l'una et l'altra mantenne sempre et instituì per
la posterità con gli ordini sacri et con una continua divotio-
ne verso sua divina Maestà, et essendo la parola et la scrittu-
ra molto frequenti tra noi, et ministri della nostra parte ra-
tionale et prossime al fatto, egli per tenerci viva la memoria
in questo debito tanto importante, fece i caratteri rispon-
denti alle figurationi del cielo, et volle che quando le voci
finissero in alcuna lettera del Iehu che allhora si pronutias-
se debilmente la lettera che seguisse, la qual debolezza era se-
gno d'humiltà, accioche le persone fossero costrette a ricor-
darsi d'essere humili quando sentissero il suono del misterioso
nome di Dio, che è compreso dalle lettere che sono nel no-
me Iehu, si come ogni vocale che fosse dinanzi alle lettere di
tà nome devea esser una delle grandi et non una delle piccio-
le per la magnificatione di esso Dio. La onde non è maravi-
glia se i Giudei durarono tanto nel Regno loro, poi che furo-
no sostentati da questa religione, la quale quando fu muta-
ta nella nostra fede, et da se piu non valse, col suo finire insie-
me finì il dominio di quella gente. Ne solo essi Re della Giu-
dea hebbero l'ubidienza da proprii popoli, ma furono rispet-
tati da nemici potentissimi, come da Alessandro Magno et
da Pompeo, percioche Alessandro riverì il lor principale sa-
cerdote che gli era venuto incontra come s'egli parimente
fosse stato Hebreo, et Pompeio giva in Arabia contra i Na-
batei quando fu divertito da tale impresa, et andò ad espu-
gnare Hierusalem, perche Aristobolo sprezzate le leggi divi-
ne, s'era mosso tirannicamente contra Hircano suo fratello.
Ma già s'appropinquava l'hora dell'estintione di quel Regno,
il quale perche era già prossima la venuta di Christo Reden-
tore, cominciava a cadere, per rispetto della sua perversità,
la ove se havesse voluto ben intendere le sante profetie, et si
fosse attenuto alla nuova scrittura, era per sorgere piu in sù
che mai. Il medesimo fu d'Ioa figliuolo d'Ochezia, che per
la fama della casa veramente Heroica di David, fu tolto dal-
le scelerate mani d'Atalia, et poi cominciando a regnare et

[p. 53r]
a non istimare Dio per la sua impietà, hebbe un fin infelice, del
modo che con la memoria della santità de gli avi era felice-
mente entrato nell'antica signoria, la quale se i vicini poten-
tati et particolarmente Ciro, Dario primo, Ptolomeo Filadel-
fo et Seleuco Nicanore stimorono sempre assai, cioè avenne,
non perch'ella nell'arte militare et ne gli ordini civili molto
valesse, ma solo per cagione delle sue leggi divine. Et i detti
Re per haver fatto stima di questo popolo di Dio s'accosto-
rono assai alla perfettione Heroica, da cui molto s'allontano-
rono quei che fecero il contrario. Et perche nel vero per tal
rispetto 1a Giudea ha durato in Signoria piu delle altre pro-
vincie, si potrà dire ingenuamente il simile della Republica
di Venetia. Et tanto piu, essendosi ella non solo tanto lunga-
mente conservata, ma conservata di continuo con gloria et
con tranquillità. Et discendendosi a basso si conoscerà che il
mondo ha pur sempre tenuto il medesimo stile, percioche
Alarico re di Gotti essendo Christiano uscì de suoi confini,
et condusse in Italia un grossissimo essercito aprendo la stra-
da a gli altri Gotti et a tutti i Settentrionali, et perche essi si
misero a vivere contra il nostro culto divino non potero du-
rar molto nel nuovo Regno. Ma Iustiniano alla nostra fede
da Agapeto interamente conuerso hebbe gratia da Dio d'ha-
ver Bellisario et Narsete gloriosi capitani, et di ridurre con la
forza dell'arme la Monarchia Romana in buon essere, et similmente di stabilirla col mezo di gran giurisconsulti che restrin-
sero et ordinorono le leggi, che prima piu volte erano state
digeste, et per mancarvi la vera divotione che è verso Dio
non potero rimaner vive. Si che meritamente esso Iustinia-
no fu intitolato Pio Felice et Inclito, dipendendo dalla santa
pietà la prudenza civile et la possanza militare, le quali due
parti sono significate per Felice et per Inclito, si come la pri-
ma per Pio, che si comprendono ne sussequenti nomi di feli-
ce et d'inclito. Et l'Imperator medesimo attribuiva tutti i
suoi buon governi et tutte le sue vittorie alla sacratissima
Trinità. Et per concludere questo trattato con l'idea della
vera religione, io dico che la statua che è interpretata da Da-
niele deformata, et guasta che fu diventò la forma Heroica,
percioche havendo la testa d'oro, il petto et le braccia d'ar-
gento, il ventre di rame, le coscie et le gambe di ferro, et i piè
parte di ferro et parte di terra, mostra qualmente i regni
[p. 53v]
va-
dano dal bene al male, et di male in peggio, et alla fine in ulti-
ma ruina, ogni volta che non siano sostentati da quella pie-
tra che diede in essa statua et la mando in pezzi, et poi diven-
tò un gran sasso et si fermò, la qual pietra è la vostra fede, ma
perche quei piè erano composti di due materie incompatibi-
li,la parte divina non vi potè haver luogo, et però fu forza
che tutto il corpo perisse. L'oro riguarda l'età aurea c'havea
ogni cosa in commune et che per tal rispetto non era ridotta
a gli ordini civili. L'argento è preso per quel secolo che non vo-
lea altro se non che ciascuno conoscesse il suo, nel quale basta-
vano i contadini, gli artefici et i mercanti. Il rame ha riguar-
do alle parti principali della Città che per esser causate da
gran mali, hanno bisogno di gran rimedii, percioche dinota il
tempo in che essendo fatti gli huomini incontinenti, per cor-
reggerli, fu necessario 1'uso delle leggi, che in esso rame s'inta-
gliavano. Et il ferro si riferisce al regno che ultimamente per
difendersi dalle sceleratezze, si prevalse dell'arme per lo stes-
so ferro dimostrate. Mancava a questa statua la divinità, del-
la quale perchè non erano degne quelle leggi, ne quelle ar-
me, conciosia che erano male amministrate, et perciò rette
et sostenute sopra due piedi mal fondati, ne seguì la loro rui-
na, et la divinità senza esse si fermò benissimo, la ove esse sen-
za lei non potero durare. Stando le cose di questo modo, a
questa religione, che discende da sua altissima Maestà,
s'è inviato il buon Principe, come alla perfettio-
ne del tutto, et al suo ultimo fine, poscia
che il resto, che si considera in una
ben ordinata Città, riceve il suo
compimento da questo
fine medesi-
mo.


4. Libro terzo



[p. 54r]

Perche non si possono ben intende-
re le qualità humane e divine del Prin-
cipe Heroico, senza la notitia delle vir-
tù et de gli altri beni, che fanno l'huo-
mo felice, resta che ne parliamo, et ho-
ra sarà il debito tempo di trattarne, per-
cioche dovendosi tirare le parti della
felicità alla Heroica perfettione, hora
che sappiamo qual sia essa perfettione, potremo assai agevol-
mente tirare le dette parti a quel piu alto segno che vorremo.
Et è molto ragionevole che si faccia questo che diciamo, per-
che se la natura Heroica supera la humana, conviene che l'He-
roe habbia prima havuto tutto quello che fa perfetto un huo-
mo, si come a voler far un salto piu in su di quello c'habbia
fatto un'altro, bisogna prima haver potuto saltare al pari di
quel tale. La felicità civile consiste nel cumulo di tutti i be-
ni, i quali si considerano o simplicemente, o rispettivamente.
Simplicemente son sempre tali, ne mai possono esser d'altra
maniera, come le virtù. Respettivamente son beni quando siano
ben usati, et se s'usano nel male perdono la bontà Le virtù se
sono della ragione moderatrice dell'appetito per cagione de
costumi, si chiamano morali, et se sono dell'intelletto sciolto
dall'appetito per eccellenza si chiamano intellettive, le morali si

[p. 54v]
potranno ridurre a questa necessaria divisione, che esse siano
quanto a noi, quanto agli altri, e quanto a noi et agli altri. Quanto
a noi, quanto gioviamo a noi, quanto a gli altri, quando giovia-
mo agli altri. Gioviamo a noi col debito incitamento e col de-
bito ritegno. Il debito incitamento è in esser ardito del mo-
do che conviene, et non in esser temerario ne in esser vile, il
che fa la fortezza. Il debito ritegno è intorno al temperamen-
to del desiderio che tende alla disolutione, si che non si è car-
nale ne stupido, ma si piglia la temperanza. Gioviamo agli al-
tri, ogni volta che amiamo il prossimo quanto noi stessi, on
de nasce la giustitia, che non vuole ne danno minore ne gua-
dagno maggiore, che quello che è conveniente, le virtù consi-
derate quanto a noi et agli altri sono con maggior participa-
tione o di noi, o di altri. Sono con maggior participatione di
noi ne gli affetti et ne gli atti che concernono la robba, l'ani-
mo, et il corpo. Intorno alla robba è il desiderio delle ricchez-
ze, il quale ne doni si modera, et si fugge la prodigalità et 1'a-
varitia per modo che segue la liberalità, nelle spese grandi va
alla magnificenza, et non lascia che l'huomo sia ne goffo nel-
lo spendere fuor di proposito, ne scarso nello sparmiare ove
non bisogna. Intorno all'animo è il desiderio dell'honore ne
i grandi et ne i piccioli, ne i grandi quando non sono ne gon-
fi ne pusillanimi, è magnanimità, ne i piccioli è honesta am-
bitione, quando essa non è ne soverchia, ne in tutto estinta.
Intorno al corpo è il desiderio della vendetta, che cessando
da luogo alla mansuetudine, et essendovi forma l'iracondia,
ì cui opposito è in quei che sono troppo mortificati. Le vir-
tù sono con maggior participatione d'altri che di noi nel con-
versare, al quale si riferisce il fare, il dire, et l'uno et l'altro.
In fatti non si è ne adulatore ne fastidioso, ma amorevole.
In detti è la veracità contraria al vanto, et alla dissimu-
latione. In fatti et in detti è l'urbanità, che è in coloro che
non hanno ne del rustico, ne del buffone. Et queste sono le vir-
tù morali, che riguardano il buono et il rio, le intelletti-
ve tendono à vero et al falso, et sono tante quante sono i loro
oggetti, i quali si distingono primieramente in necessarii et in
contingenti. I necessarii vogliono quanto ai principii l'intel-
letto et quanto alle conclusioni la scientia, et quanto a i princi-
pii et alle conclusioni insieme, la sapientia. I contingenti ven-
gono o da noi, o dalla natura. Quei che vengono da noi
[p. 55r]
so-
no o nelle attioni, o nelle fatture, delle attioni è la prudenza,
delle fatture è l'arte. Quei che vengono dalla natura, hanno
l'opinione, la quale è propriamente intorno ad essi, percio-
che sono incerti, et ella non determina ne il vero, ne il falso,
et per questo suo non determinare, non puo esser virtù, per-
cioche non porta perfettione all'anima. Et queste sono le vir-
tù de costumi, et dell'intelligenza, che s'acquistano per no-
stro studio. Quelle che non s'hanno mai se non per divina in-
fusione, sono le teologiche, le quali riguardano un fine sopra-
naturale, che è la beatitudine dell'altro mondo, et percio han-
no bisogno di mezi sopranaturali, et questi sono una cogni-
tione,et una elettione che sieno conformi ad esso fine. La co-
gnitione sopranaturale fa la fede, et la elettione sopranatura-
le, quanto alla possibilità del possesso, fa la speranza, et quan-
to al possesso fa la carità. Hora c'habbiamo trovata la radi-
ce di tutte le virtù, bisogna venire al frutto loro, et dichiara-
re quale esso debba essere in un Principe Heroico, et comin-
ciandosi dalla prima delle morali, diremo che la fortezza per
sua natura, è senza quell'intero diletto che è nelle altre ope-
rationi virtuose, percioche l'huomo valoroso nell'esporsi al-
la morte, ha piacere per rispetto del fine honesto, come anti-
camente i gladiatori soffrivano volontieri nello steccato le
percosse, et le ferite, per il premio proposto al vincitore, ma
mentre che si è nel travaglio del combattere, questo piace-
re è alquanto offuscato dalla sensualità, percioche, quan-
do il corpo patisce, l'animo non puo haver la sua compiu-
ta contentezza. Evvi un'altro disturbo, che il valoroso,
quanto è piu accomodato de beni dell'animo, et delle pro-
sperità di questo mondo, tanto piu si conosce degno di vive-
re, et perciò ha tanto piu da dispiacerli l'occasione che l'invi-
ta alla morte. Queste due difficoltà sono superate da gli huo-
mini forti per quanto comporta l'humana fragilità, ma l'He-
roe, che non sente punto il contagio della carne, ha un propo-
nimento libero da ogni passione, et come non cura il mondo
se non per beneficio del mondo, cosi non fa stima alcuna del-
la sua vita, se non in quanto dalla sua dipendono le altrui vi-
te, et non ha che fare delle sue virtù, quando una di esse deb-
ba mancargli, come la fortezza di che egli resterebbe privo,
se venendo il bisogno non se ne valesse, et perche la perfettio-
ne spirituale propriamente consiste nella qualità, et non
[p. 55v]
nel-
la quantità, egli piu tosto vuol viver poco et bene, che molto
et male, et come vero Heroe, et vero amante, vuol piu tosto ve-
dere una minima parte d'una bella donna, che possedere tut-
ta una brutta, et havendo l'animo perfetto l'ha uniforme in
tutte le occorrenze, et sempre il medesimo infin all'ultimo fi-
ne, se non che il piacere che gli porta la sua beatitudine può
alle volte più crescere secondo che se gli offre occasione di
più giovare ad altri, et rallentandosi questo affetto per esser
cessato il giovamento, esso Heroe non sente però minor con-
tentezza, del modo che potremo imaginarci de gli Angeli, la
gioia de quali piu s'aviva, quando rivela loro alcun se-
creto delle cose future, et non è punto imperfetta quando
cessa la rivelatione. Anzi se 1'opportunità del publico impor-
tantissimo beneficio appresentata al nostro Principe gli aggiun-
ge satisfattione, egli per simil conto andrà allegramente ad
esporsi alla morte, come se morto che fosse, si mettesse in una
franca speranza della vita. Di questa maniera la fortezza di
virtù humana diventa Heroica. La temperanza medesima-
mente ne gl'huomini ordinari s'introduce con qualche diffi-
coltà, percioche suol occorrere che altri sia incontinente, la-
sciandosi vincere dall'appetito, et che perche carnalmente
col rimordimento della conscientia, et che poi vada tanto mi-
gliorando, che sia continente col cessare dal peccato, però
con qualche contrasto et dispiacere, et che finalmente non
pur non pecchi, ma ne anche sia disturbato dal desiderio di
peccare, et che perciò diventi temperante, alla qual virtù giun-
gendosi per cosi fatta via, non vi puo mai esser quella per-
fettione, che è in quella del Principe Heroico, percioche egli
non passa dalla operatione ria alla buona, ma apprende l'otti-
ma fin da principio, et gli altri virtuosi s'astengono dalla lus-
suria, et dal mangiare, quando vi vada il danno del corpo, o
della honestà, della roba loro, et spesso aviene che la sanità
et riputatione non si perdano, anchora che s'usi il beneficio
di questi due piaceri sensuali, ma che il dispendio delle facol-
tà moderi questo uso, et perchè i gran Signori per molto spen-
dere in cosi fatti appetiti non possono impoverire, mostra-
no maggior freno di temperanza essendo moderati senza es-
ser costretti dalla necessità, oltre che gli adulatori, et gli agi,
et l'auttorità sono instromenti che forse farebbono disordi-
nare gli huomini privati che paiono virtuosi, là ove si vede

[p. 56r]
chiaramente che il vero Principe non pur ad essi resiste, ma
ne anche si lascia mai niente commovere dalla lor forza, et
tale è la temperanza Heroica. Della giustitia particolare, ch'è
posta nell'amar il prossimo, sono due parti.L'una è della pari-
tà, come nel vender le merci, et nel possedere il suo. L'altra è
della disparità, ma con proportione, come nel distribuire i pre-
mi, et dar piu a chi piu merita. Nell'una, et nell'altra l'He-
roe non puo errare, per esser amorevolissimo, et giudicio-
sissimo. L'amore ha riguardo alla parità ricercata nel pu-
blico, et il giudicio, è per la proportionata disparità, bi-
sognandosi conoscer benissimo il valore delle persone, et
perche questo Principe antepone l'altrui bene al proprio,
et è d'intelletto piu che humano, varrà tanto nell'amore,
et nel giudicio,che ove è humana ne gli huomini l'una et l'al-
tra giustitia particolare, sarà divina in lui, del modo che
l'universal giustitia, che quanto all'osservar tutte le leggi
è nel medesimo divina, per saper egli obedirle, meglio che
gli altri, ove ancora è di maggior virtù, potendo far a mo-
do suo per haver un imperio assoluto, si come habbiamo det-
to nel proprio luogo di questa materia. La liberalità, la ma-
gnificenza, la magnanimità, l'honesta ambitione, et la man-
suetudine si sono dichiarate nel trattato del magnanimo,
che fu il fondamento dell'Heroe, et come egli le habbia in
eccellenza, s'è potuto conoscere a bastanza, et è il medesimo
dell'amorevolezza, della veracità, et dell'urbanità, per-
cioche se l'Heroe fosse morale simplicemente per natura, po-
trebbe haver una virtù morale, et non le altre necessaria-
mente, ma egli è habilissimo ad operar bene, e così ha le vir-
tù per natura, et è poi morale per prudenza. La onde haven-
done una, le ha tutte, et perche è magnanimo, le possiede tut-
te in eccellenza, et essendo esquisitamente magnanimo, è in cia-
scuna piu eccellente, che non comporta l'humana qualità, l'a-
morevolezza sua è infinita et divina, la veracità non morale
alla via de Gentili, ma Christiana, percioch'egli non dice bu-
gie ne da scherzo, ne per ammonir chi falla, ne in cose che por-
tino in consequenza honore e utile notabilissimo, ne in modo
alcuno, ancora che non vi si vegga mala intentione, essendo
egli fermo in questo proposito, che non si debba mai com-
metter peccato per veniale che sia, a fine di buona opera che
possa soccedere, la sua urbanità è co familiari, ma per modo

[p. 56v]
non l'abbassa, et non priva della solita gravità et riverenza,et
il suo motteggiare è parco, et è simile a quello de piu sottili
Thoscani, quale era parimente ne gli Attici, si che è con detti
acuti, che svegliano gli ascoltanti, et sono altretanto di gio-
vamento, quanto di piacere. Come poi l'amicitia sia di forza
et di virtù maggiore ne gli Heroi l'habbiamo dimostrato nel
fine dell'amor humano. Et queste sono le virtù morali ridot-
te alla forma Heroica. Delle intellettive vien prima l'intellet-
to, il quale ne compiuti contemplativi è con la fscienza, del
modo che la scienza è con esso, et così dalla loro cognitione
ne segue la sapientia, et il Principe che contempla non vuol
esser simplicemente intellettivo, si che habbia i soli Principii,
o simplicemente scientiato col tenere le sole conclusioni, ma
vuol esser sapiente per poter interamente intendere le cose,
et però esser insieme intellettivo et scientiato, et oltre di ciò
ha la sapientia non humana, ma degna di lui per la purità del-
la sua mente, che è capace delle cose naturali,delle matema-
tiche,et delle divine più dell'ordinario. Et perche il demonio
per esser di natura Angelica è sapientissimo, si vede che non
ostante la mala intentione si puo esser molto ben dotto, nel-
la guisa che conosciamo alcuni vitiosi, che nondimeno sono
grandi speculativi, ma il nostro Principe merita d'esser tanto
piu intendente per la grandissima uolontà ch'egli ha di gio-
vare gli altri, et per avicinarsi alla qualità de gli Angeli, et de-
gli Angeli buoni, può sapere più che non si ricerca alla condi-
tione de gli huomini, che è atto a ricevere la divina inspira-
tione, et la notitia del futuro, che supera l'humana, et la dia-
bolica sapientia. La prudentia è propria del Principe, per es-
ser il suo ufficio il governare il mondo, et se ben è atto ad ha-
vere piu filosofia, che coloro che ne fanno professione, non-
dimeno perch'egli è persona publica, et non privata, non dee
stare a filosofare, ma dee reggere i popoli, et essendo il reggi-
mento soggetto alla fortuna, et alla imperfettione di varii
accidenti, questo Principe è libero da ciò assai piu de gli al-
tri, et ha un antivedere, et un eleggere da Heroe, perche ove
diversi et segnalati casi fanno l'esperienza, dalla quale nasce il
buon modo di governare egli da un solo, et da un debil soc-
cesso viene in cognitione di molti et d'importanti, et cosi ha
la prudenza Heroica. La onde da lui piu che da alcun altro
derivano i rivi della prudenza humana, che sono il buon
[p. 57r]
pa-
rere, la docilità morale, et la docilità intellettiva. Il buon pa-
rere è per lo piu giudicar bene le cose, la docilità morale è 1a
prontezza dell'ingegno che l'huomo ha nelle attioni. La
docilità intellettiva è una buona dispositione di chi appren-
de tosto quello che gli è insegnato, et se ben queste tre facoltà
sono naturali, et la prudenza s'acquista con la pratica, non
resta però che una persona prudente non giovi molto a colo-
ro che vagliono per una, o per due di esse tre facultà, o per
tutte tre. Et il nostro Principe che è veramente prudentissi-
mo, è attissimo veramente a fare che chi conversi con lui mi-
gliori di continuo il giudicio, et piu s'acuisca nel discorrere,
et impari molte belle massime, con le quali paia molto pruden-
te, e finalmente introduca ne i ben disposti l'habito della pru-
denza, si che essi dopo l'haver gustato i rivi, vanno a bere alla
fonte, et questa è la perfettione del prudente Heroe ch'è tan-
to maggiore, quanto piu fa participi piu huomini della sua
anima divinamente rationale. L'arte è nell'Heroe in quanto
ch'egli è architetto, et non mai artefice, se non per accidente.
Tanto basti delle virtù intellettive fatte Heroiche. Le Teo-
logiche non possono trascendere come le altre, perche sono
sopranaturali, et perciò non passano dalla qualità humana al-
la piu che humana, ma hanno sempre la piu che humana. Han-
no dell'Heroico communemente, perche superano la possan-
za de gli huomini, sono Heroiche, quando si trovano in colo-
ro che reggono gli altri col governo, o spirituale, o tempora-
le, o con l'uno, et con l'altro, et 1e chiameremo piu et meno
Heroiche, secondo che sono piu et meno serventi, veggendosi
che gli apostoli medesimi dimandavano che fosse accresciuta
la fede loro, et perche puo contarci quanta fede habbiamo,
ma non quanta speranza, ne quanta carità, queste due altre
virtù sono anche piu difficili, et perciò il Nostro Signore ha
in esse piu gradi d'accrescimento che ci sono occulti, et tanto
piu nell'ultima, quanto ch'ella è da piu delle compagne per-
cioche l'amore che noi habbiamo verso Dio, è tanto natura-
le, che non sappiamo quando esso sia in noi sopranaturale, si
che sia in effetto carità, la quale è l'eccellenza del tutto, ordi-
nandosi in questo mondo la fede alla speranza, et la speranza
alla carità per potere star la prima senza le due ultime, et la se-
conda senza la terza. Et bastando nel Paradiso la sola carità,
et perche l'Heroe, com' habbiamo detto si deduce
[p. 57v]
dall'amo-
re è tanto tutto amore ch'e come un'esca finissima, et perciò
benissimo preparata a ricever il fuoco, et è com'un vaso pur-
gatissimo, ch'aspetta un precioso odore, et è perciò da dire,
che in lui per la gratia preueniente si puo infondere la perfet-
ta della carità, et ch'è atto ad haver il compiuto accrescimen-
to della fede, et della speranza, et veri Heroi furono gli eletti
che conobbero se esser eletti, quali gli Apostoli con la Vergi-
ne. Di questo modo stanno le virtù teologiche ne gli Heroi,
dopo le quali non ci restando altri beni dell'animo che chia-
mammo di sopra beni considerati, simplicemente è hora da
parlare de gli esterni, i quali si considerano respettivamente.
Questi si riferiscono alla fortuna, al tempo, et alla natura. Del-
la fortuna i beni spirituali, sono la nobiltà, et l'honore, et i
materiali, le ricchezze. Del tempo, è la virilità. Della natu-
ra sola, è la grandezza, et la bellezza. Della natura congiun-
ta con l'arte, è la gagliardia, et la eloquentia. La nobiltà
del Principe deriva dalla linea de i precedenti avi illustri ne
governi pacifici, et militari, per lunghissimo corso di tem-
po, et conservata senza essersi mai interrotta et vantaggia-
ta d'accrescimento piu sempre verso il fine, et è meglio a es-
ser il primo a introdurre in una famiglia la nobiltà, che de-
generare da essa già introdotta. La casa da Este, per una di
sangue per tutti i rispetti veramente illustre, è molto essem-
plare a i dì nostri, essendo in essa le dette conditioni della li-
nea de predecessori, et i particolari che vi si richieggono, co-
me l'esser il dominio in man di Signori legittimi, secondo il na-
scimento, et secondo il possesso, et l'essersi trovato nel suo pa-
rentado donne, et huomini d'eccellenza, et di gloria grandis-
sima, che partiti dal loro, sono iti a fondare altri Potentati, et
che da altri sono venuti nel loro. Con la nobiltà si congiun-
ge la copia de figliuoli, che s'intende de maschi, et delle femi-
ne, ma piu de maschi, i quali nascano grandi, et belli, et animo-
si, et svegliati, si che possano riuscire gagliardi et agili, et valo-
rosi, et prudenti, et ove i privati Cavalieri son fortunati nel-
la quantità de figliuoli ben allevati, il Principe havrà una gran
prosperità, quando n'habbia un solo buono, del quale egli
vegga nascerne i suoi nipoti, et che non mora inanzi di lui, et
sarà maggior ventura, quando non habbia figliuolo alcuno,
che quando gli habbia cattivi, o che il rio campi, et il buono
mora, come avenne a Marco Aurelio felice per suo conto, et

[p. 58r]
sfortunato per haver havuto Comodo. L'honore è talmen-
te connesso col Principato, che non accade a parlarne, per-
cioche esso Principato è honore, et non è aggradito dal vero
Principe, se non è giuridico, et conforme con lui, per esser al-
trettanto da ricusare una dignità indegnamente conferita,
quanto da accettar una che debitamente convenga. Le ric-
chezze sono ne danari, ne poderi, ne bestiami, et ne trafichi,
et nella quantità, et sicurezza loro. Ma il buon Principe, co-
me non vole che la sua Maestà sia offesa dal popolo, cosi egli
non offende lo stato populare, e perciò non applica a se le mer-
cantie levandole per forza dalle mani de suoi cittadini, et non
mette il suo studio in acquistar terreni, et tesori, ma fa che la
sua ricchezza principale sia l'esser amato da tutto l'universo,
et in particolare da coloro che da lui dipendono, et non pur
non stima le entrate ordinarie, ma anche il possesso di que-
sto mondo, se non quanto la stima ch'egli ne fa, è a conserva-
tione del ben publico, et del suo valore. Et di qui è che Curio,
et Fabritio, lasciando la roba alle genti, guadagnarono i loro
animi, et furon nella povertà ricchissimi, sì come l'infinita cu-
pidigia de gli avari, gli fa mendici. Ma perchè tutti i Potentati
non si governano d'un modo medesimo, puo occorrere ch'al-
tri ingiustamente si muovino contra un giusto dominio, nel
qual caso oltre alle sostanze de i sudditi che siano al comando
del lor Signore, è bene ch'esso Signor sia fornito di buona som-
ma d'oro, si che possa difendere i suoi popoli, et la sua riputa-
tione. Et i censi ch'egli giuridicamente havrà alla giornata, et
d'anno in anno potranno farne un sofficiente cumulo per l'ur-
gente bisogno ricercato in simile occasione, et ciò quanto al-
la fortuna. Quanto al tempo, segue la virilita', la quale è piu
cara al Principe, ch'altra età, perch'è priva de i diffetti che so-
no nella gioventù, e nella vecchiezza, et è partecipe del meglio
che si trovi nell'una, et nell'altra, come quella che è nel mezo
loro, percioche l'huomo ch'è in questa età di mezo, per esser
passato per la giventù, ha provato che il troppo ardire, il
credere ad ogniuno di leggero, l'affettar gli honori, et il git-
tar via il suo, non mettono conto, et per non esser ancora
entrato nella vecchiezza, non è troppo timido, ne sem-
pre incredulo, ne dedito alla sola utilità, ne parco piu del
dovere, ma come prossimo alla passata gioventù, è vigo-
roso di animo, et come prossimo alla futura vecchiezza,

[p. 58v]
è maturo d'intelletto, et è perciò moderato tra l'audacia, et
il timore, et attende alla verità, et congiunge l'honesto col pro-
fitto, et si misura debitamente nello spendere, et ove i giovani
sogliono esser forti per natura, et dissoluti per proprio appe-
tito, et i vecchi per natura temperati, et per proprio appeti-
to vili, l'huomo di virile età elegge la fortezza con la tempe-
ranza, et la temperanza con la fortezza, et facilmente vale
non solo ne costumi, ma ancora nelle attioni, percioche è as-
sai ben pratico del mondo, et non ha debili li spiriti della men-
te, et se fosse nel principio della vita per mancar dell'esperien-
za, non sarebbe intelligente, et se fosse nel fine per mancar del-
la vivacità, non havrebbe memoria, et all'uno, et all'altro mo-
do resterebbe senza prudenza, la quale si forma dall'inten-
dere i particolari delle attioni, et dal ricordarsene. Ora tut-
ti questi comodi dell'età mezana, sono in sopremo colmo
nella persona Heroica, ancora che nelle altre non si vegga-
no così perfettamente, et quello che piu importa, i veri Prin-
cipi, quando son giovani, con l'intelletto arrivano alla vi-
rilità, et quando son vecchi, si restringono alla medesima,
fuggendo cosi gli estremi de gli anni, come de gli affetti, per-
cioche tanto hanno del mediocre nelle cose soggette all'im-
perfettione, quanto dell'eccessivo nelle perfette. Seguo-
no i belli della natura, de quali i due che sono in suo tal po-
tere, cioè la grandezza, et la bellezza possono piu facilmen-
te ritrovarsi nell'Heroe, che in altro huomo, per la maggior
dipendentia ch'egli ha dal sommo Creatore, di cui la natura
è ministra, et anche perche i progenitori d'esso Heroe, saran-
no stati degni di far perpetuare la lor successione per le buo-
ne dispositioni non solo de gli animi, ma ancora de corpi lo-
ro. I beni della natura aiutati dall'industria dicemmo esser
la gagliardia, et l'eloquentia. La gagliardia si conosce dal mo-
to secondo il lungo, largo, et il profondo, come tirando, spin-
gendo, scotendo dall'un lato et dall'altro, calcando et solle-
vando, e secondo il circolo, come stringendo, et oltre all'esser
gagliardo per natura, vi è l'aiuto dell'arte, come del corso,
del salto, del nuoto, della lotta, della palla, del lanciare, del-
lo schernire, et del cavalcare, co quali mezi il corpo si fa, et
si mantiene robusto, et similmente oltre allo schifar la pi-
gritia, gli giova il fuggire la crapula, l'inebbriezza, la sonno-
lentia, et la lussuria. Et quelle cose che sono atte a conservar

[p. 59r]
la sanità fanno anche per la gagliardia, havendo essa il fon-
damento sopra l'esser sano. Ora questo bene sarà Heroico
quando sia impiegato nelle guerre, nelle peregrinationi, et in
tutte quelle gravi fatiche le quali risultino a salute del mon-
do, et a gloria di Dio, perche la possanza bestiale è a perditio-
ne del mondo et a dispregio di Dio. Et i Gentili per quanto
comportava il lor intelletto che era senza il vero lume, mo-
strorono la bestiale ne Giganti, et l'Heroica in Hercole, et i
Giudei combattendo sotto santi capitani, usorono le forze
del corpo santamente, del modo che i nemici loro condotti
da capitani diabolici diabolicamente l'adoperavano. L'elo-
quentia c'habbiamo posto nell'ultimo luogo ricerca piu lun-
go trattato che gli altri beni posti di sopra, percioche intor-
no ad essa forniremo il decoro Heroico, del quale non s'è an-
che ragionato, la ove gli altri beni sono sparsi quà et là per la
presente materia, et d'essi pero habbiamo parlato altrove.
Da poeti prenderemo la forma del parlare de Principi,per-
cioch'essi accompagnano molto acconciamente le parole al
sesso, all'età, alla fortuna, a i costumi et alle professioni, con
l'indurre le donne modeste, gli huomini liberi, i giovani li-
centiosi, i vecchi severi, i fortunati allegri, i miseri tristi, gli in-
solenti imperiosi, i moderati discreti, et similmente col far
che i tiranni usino parole impertinenti, bestiali, et minaccio-
se, et gli Heroi scielte, gravi, et amorevoli. I Principi Heroi-
ci con agevolezza conseguiranno questo decoro del parlare,
et gratiosamente il porranno in essecutione, ogni volta che
si servino della miglior lingua della lor provincia, et quando
la nativa loro fosse brutta, havranno per ogni modo da ab-
bellirla et farla migliore, che se è una gran vergogna il lascia-
re andare il corpo a discretione della natura et della fortuna,
si che noi nol teniamo netto et non cerchiamo di farlo com-
parir bene, quanto è ella maggiore a non tener conto della
maniera del ragionare, che è il principale instromento della
parte rationale dell'huomo? Certo che quanto è da piu l'ani-
ma intellettiva che non è il corpo, tanto è maggior il difetto
che è intorno a lei, che non è quello che è intorno ad esso. Et
se però ogni persona ha da cercare d'essere eloquente, è il do-
vere che cio piu s'appartenga all'Heroe. Oltre che l'esser gran-
de et ben formato et bello della persona è d'assai piu riguar-
do ne Principi, che ne gli altri, havendo essi ad essere ne gli

[p. 59v]
effetti da piu che gli huomini, et con l'apparenza ancho-
ra corrispondere a gli effetti, i quali come possono il tutto
appresso i piu giudiciosi, cosi essa apparenza è di forza gran-
dissima a muovere, et a tirare in ammiratione, et in affet-
tione il restante del popolo, et è ciò di maggior possanza
nella buona dispositione del favellare, veggendosi tutto di
che con la sola arte del dire benissimo si persuade, et che i
grati aspetti poco giovano a coloro che non sono gratiosi
nel ragionare. Leone Bizantino quantunque picciolo, et
deforme del corpo, era poi cosi grande nel formar bene le
orationi, che a voglia sua piegava i Senatori, et Menelao
per haver presentia, et non eloquentia, poco guadagna-
va gli animi de soldati, et se una sozza lingua per haver del
barbaro, et dell'inetto disdice ne privati, maggiormente
parrà strana ne grandi, le virtù, et i vitii de quali sono as-
sai più ne gli occhi del mondo. Ma come l'Heroe non ha da
adulterare la natura in voler la sua persona troppo vaga, et
troppo ornata, accioche non sia ripreso del modo che furo-
no Cesare et Pompeo, che quasi ogni dì si stuzzicavano tan-
to atorno, che passavano i termini della degnità loro, cosi
anche non converrà ch'egli voglia eccedere nell'ornamento
et nell'artificio delle parole, essendo sempre brutta ogni af-
fettatione. Se poi egli oltre alla sua propria saprà alcuna lin-
gua straniera, si che sicuramente, et secondo il buon uso
di essa la possa parlare, se ne servirà con li stranieri medesimi
per cortesia o per necessità, et non altrimenti. Ma ben da
i Principi si devrà intendere et imparare interamente le lin-
gue vive delle nationi forestiere, che a tempi loro saran-
no le piu degne, o con le quali essi havranno piu da fa-
re, che con le altre, et in esse sarà meglio impiegato il tem-
po, che nelle morte, quali a tempi nostri sono l'Hebrai-
ca, la Greca, et la Latina, percioche esse servono i pro-
fessori delle lettere humane per loro ufficio, et a i filosofi
per instromento, per esser scritte le discipline in esse lin-
gue morte, le quali pero convengono piu alli speculativi
che a gli attivi. Et quando i gran Signori vorranno per
loro perfettione esser participi delli studi della contempla-
tione, terranno appresso di se quei letterati, che non solo
possederanno ben le scientie, ma saranno anchora destri,
et gratiosi nel saper spiegarle, et farle ben intendere con

[p. 60r]
modi facili et dilettevoli. Il che non potrà già fare un in-
felice dottore che non si sia mai tolto da suoi libri, ne mai usci-
to dalla sua casa, ne della vita privata, et ritirata, et che quasi
non conosca che cosa sia il comercio humano, ma si colui,
che con la dottrina habbia congiunto l'uso della Corte, o la
pratica del mondo, o che almeno si sia svegliato con lo star
nelli studii publici, o leggendo, o conversando, et quando tut-
te queste parti insieme vi concorressero, sarebbe assai meglio,
et una tal persona sarà al proposito per filosofo, et quasi per
compagno dell'Heroe, percioche oltre alla sofficienza del
sapere, havrà il giudicio dell'eleggere quelle scientie che so-
no le piu importanti, o che piu si confanno con la disposi-
tione del Signore ch'egli serve, o che recano dilettatione
maggiore delle altre. Et quando in effetto il Signore sia He-
roico, il filosofo procederà alla libera, et vorrà che le mate-
rie contemplative, s'acquistino per li gradi loro. Et ancho-
ra che potesse haver l'adito et la comodità di parlare di let-
tere a tutte le hore, nondimeno sarà avertito di lasciare che i
negoci et i complimenti civili habbiano il primo luogo, et non
vorrà per modo alcuno che la sua professione diventi odiosa,
si che sarebbe anchora meglio che i letterati de Principi fosse-
ro di quei familiari che intervengono ne i loro affari, et che so-
no loro ben intimi et confidenti, si che senza forma di studio
et senza constitutione d'hore deputate a questo effetto si
riducesse la maniera dell'insegnare in discorsi, et in ragio-
namenti alla via Platonica, ma non però secondo il dog-
ma Platonico, la qual via è piu grata a i grandi, che non
è la Peripatetica, che fa che il discipolo stia solamente ad
ascoltare, et che apertamente si mostri inferiore al mae-
stro, la quale disciplina pare alla maggior parte de Signo-
ri che sia una depressione, et è perciò da essi aborrita.
Ma se saranno Heroi, oltre a i discorsi, et a i ragiona-
menti, ne quali anchora essi habbiano la parte loro, et per
questo siamo differenti da i privati scolari, vorranno farsi leg-
gere ordinariamente ogni volta che le facende non gli impedi-
scano, accioche piu fondatamente acquistino la notitia delle
cose, et i detti familiari saranno tuttavia a ciò attissimi, per-
che conosceranno quando vi siano, et non vi sovrastie-
no le occupationi, et anchora quando l'animo del patrone
si trovi quieto, et perche vedranno che le attioni humane

[p. 60v]
si tirano dietro tanti travagli et tante cure necessarie, che vi
è grandissima penuria di tempo discioperato, faranno il pos-
sibile con ogni industria per ristringere et dilucidare l'ampiez-
za et l'oscurità della filosofia, come fece Aristotile in benefi-
cio d'Alessandro, et ridurranno la maggior parte delle cose
in teoremi et in decisioni et quasi in aforismi, ingegnandosi
di legarli et d'ordinarli per aiutar l'intelligenza et la memo-
ria insieme, et non solamente useranno quello artificio, ma
un'altro anchora, che è di formare un capo d'una materia, et
poi da esso tirare all'ingiù le linee che il partono in diversi al-
tri capi, et da questi diversi far nascere parimente altri rami,
et formare in una carta un disegno che sia in foggia d'un al-
bero c'habbia la radice in sù, i rami in giù, et dall'ultimo
ramo di esso torre un capo, et recarlo in un'altra carta et com-
porre un'altro albero, et andar dietro con la medesima de-
pendentia et dispositione infin a tanto che duri la soggetta
materia. Il che noi habbiamo fatto di molti libri scientifici
per il nostro Principe, i quali libri sono spiegati molto ac-
conciamente in molte carte ben lineate con divisioni minu-
tissime, non pur quanto a i capi principali delle cose, ma quan-
to alle prove et alle dichiarationi particolari. Et le antiche et
le moderne storie si potranno distendere sopra le tavole di
Cosmografia, con segni et numeri significanti le persone, i fat-
ti, et i tempi che vorremo intendere. Et cosi s'havrà la co-
gnitione de luoghi insieme col resto. Et qui anchora la me-
moria et l'intelligenza si daranno parimente aiuto recipro-
co. Altri artificii potrebbonsi imaginare, i quali agevolassero
la strada delli studii d'un Principe, havendo egli gran disagio
di tempo, et oltre a ciò dovendosi affaticare in tante altre
cose, che non ha da stancare, et indebolire li spiriti nella sot-
tigliezza della contemplatione, et generalmente nelle diffi-
coltà delle lettere, si che non siano sempre vivi et gagliardi,
o non si possano prontamente rihavere. Ma a poco a poco
dall'essercitio dell'eloquentia, et dell'uso dell'apprender le
lingue, siamo entrati nel ragionamento dell'attendere alle di-
scipline in questo soggetto. La onde accioche noi parlando
dello star nel decoro, non ne usciamo, è da dire che l'intro-
mettersi nelle altrui favelle, et l'essere diligente per saperle,
sarà in effetto al proposito, ma non però per modo, che segui-
tandosi le altrui, si lasci o perda la propria, percioche l'Heroe

[p. 61r]
per l'ordinario ha piu da valersi del valore della sua propria,
che da adoperare le antiche già estinte, o le straniere de suoi
tempi, et vedrà per ogni modo di servirli perfettamente del-
la sua, considerando che non basta ad haver buoni concet-
ti, ma bisogna bene spiegarli, accioche habbiano effetto, per
esser, la lingua loro interprete, senza quale essi non sono in-
tesi. Al cavaliere poco giova il saper travagliare un cavallo
quando non habbia un buon freno; ne un perito nocchiero
senza il timone condurrà a porto la sua nave. Ma oltre alla
necessità vi è l'obligo della perfettione, dovendo ogni Heroe
avanzar tutti gli altri nel bene. Et ognuno si sforza di saper
dire il caso suo, accioche le cose vere, et le giuste dalle false et
dalle ingiuste non siano atterrate, et tutti similmente ci inge-
gnamo d'accomodare il parlare alla capacità di quelle genti
che vogliamo tirare nel voler nostro. Il che si dee ridurre cia-
scuno al desiderio et allo studio di questa arte, quanto piu
ha da potere nell'animo dell'Heroe, che va sempre all'eccel-
lenza? et tanto piu, essendo comunemente dati, piu all' u-
tile, che all'honesto, et usando perciò i beni del corpo, et gli
esterni, et molte arti in quel modo, che paia loro piu profit-
tevole; che assai spesso è molto rio. La ove esso Heroe volge
sempre al bene la sanità, la gagliardia, le ricchezze et la po-
tentia, et cosi l'uso del reggere, et del guerreggiare, et il me-
desimo diremo di tutte le altre cose che possono servire alla
opera buona, et alla trista, et consequentemente di questa
che appartiene a i dicitori, molti de quali con questa loro fa-
coltà hanno persuase, et ottenute assai brutte cose a danno
di molti, et qualche volta in perditione d'infiniti, ma un
buon Principe è del certo libero dal sospetto di quello vitio,
non potendo mai essere eloquente con mala intentione. Se
adunque la forza del dire è grande in tutti i favellatori verso
tutti gli ascoltanti, et per tutte le materie, quanto è ella pos-
sente ne gli Heroi, che sono piu che virtuosa, che sempre pro-
pongono cose piu che laudabili, et che hanno a fare con fo-
restieri molto stimati, non che stimati simplicemente, et non
solo co suoi, ma con suoi affettionati? che nella pace sono i
popoli, et in su la guerra soldati, et questi, et quelli indiffe-
rentemente per conto della religione necessaria alla pace, et
alla guerra. Per la qual cosa anticamente i Re adoravano Gio-
ve per la prudenza civile, et Marte per l'arte militare, et
[p. 61v]
Sa-
turno per il culto divino, et poi Calliope per la facondia, ac-
cioch'ella s'estende in tutti i ragionamenti che appartengo-
no alle materie de detti tre Dei, et ciò faceano parendo lo-
ro tornar molto al proposito il poter disporre gli altrui ani-
mi a lor voglia con incitargli, affrenarli, infiammarli, agghiac-
ciarli, conturbarli, et rasserenarli secondo il bisogno, i quali
movimenti se ben furono vietati dall'Ariopago d'Atene, si
che niuno oratore dovea attendere a muover gli affetti, non
sono però illiciti in un giusto Signore, atteso che non vi è dub-
bio alcuno, ch'egli voglia usar inganni con l'arte del suo par-
lare. Et quanto riesce bene l'haver ragione, et il saperla di-
re, l'intendere, et il farsi intendere, et in somma l'esser di
buoni costumi et di buono intelletto, et il valersene intera-
mente, altrettanto torna male l'haver l'una parte senza l'al-
tra, et si conosce piu la disgratia quando il diffetto proce-
de dall'ignoranza delle parole, et non delle cose, et si ca-
da nell'inconveniente d'Ificrate, che in una causa giustissi-
ma vedendosi vinto dall'oratione d'Aristofonte disse a i giu-
dici, che l'avocato de nemici era migliore oratore di lui, ma
che nondimeno esso havea la giusitia del suo canto. Et
da gli opposti messi a rimpetto ciò piu manifestamente si
conoscerà, percioche Pericle, et Nicia furono di tanta ri-
putatione che quasi governarono gli Ateniesi, ma Pericle
accompagnando le parole co fatti, et havendo piu tosto
qualche vantaggio nelle dimostrationi esteriori, con la vir-
tù dell'eloquentia non pur si fece signore di quel popo-
lo, ma l'indusse a tenere la sua Signoria per veramente He-
roica, et Nicia per mancar di questa virtù fu riputato in-
degno Principe, et di piu anchora ruinò se stesso, et quel-
la Republica insieme. Si che per ogni modo gli Heroi
devranno avertire a ciò molto saviamente, et per tal ef-
fetto eleggeranno la miglior lingua del lor paese, si come di-
cemmo, et oltre di ciò seguiranno la forma del parlare che è
loro piu propria, la quale perche sia intesa, et da esser conside-
rata quanto alla quantità, et alla qualità delle parole, et l'u-
na et l'altra di queste parti ha due estremi, percioche il dici-
tore secondo la quantità è o breve, o copioso, et secondo la
qualità è o sublime, o humile. Primieramente parrà che a un
gran Principe convenga l'esser breve nel parlare, essendo egli
con le sue attioni conforme a quelle della natura che sono

[p. 62r]
nella loro perfettione, et perche essa natura fugge il su-
perfluo, non permettendo che in quello che è fatto da lei vi
sia una minima cosa indarno, egli parimente vorrà che i suoi
ragionamenti siano senza vanità di parole, si che i concet-
ti et le voci insieme che gli esprimono non habbiano in se pun-
to di vantaggio di quello che ricerca la necessità della co-
sa. Il che è tanto piu al proposito, veggendosi maggior for-
za nell'unità, et nella strettezza, che nel contrario. Et perciò
Demostene, oltre a tutti gli Attici ch'erano del parer medesi-
mo, havea Focione nella maniera del persuadere per huo-
mo grandissimo, et quale dee essere un Principe, et il prefe-
riva a se stesso, solo perche in poche parole chiudea molte
sentenze molto succintamente. Ma nondimeno la brevità
genera oscurità, che si ha da schifare col contrario, che è
l'ampiezza, percioche per suo mezo l'oratione diventa luci-
da. Adunque questo gran Signore cercherà d'esser copio-
so non essendo ragionevole ch'egli che negocia con tutti i po-
tentati del mondo, et che dà benigna udienza, e risposta a suoi
sudditi, non sia benissimo inteso, et se si volge a imitare Dio
onnipotente, et non simplicemente la natura, amerà sen-
za fine la fertilità, et l'abondantia in tutte le cose, che sono
per l'altrui beneficio, et con la copia del dire potrà meglio
affettionarsi la gente. La onde Cesare, non che tutti i Ro-
mani, si lasciava vincere dalla facondia di Cicerone, che era lar-
go et diffuso con giudicio mirabile. Ma quella che gli Oratori
chiamano infantia è partorita dalla copia, et è perciò fuo-
ri del decoro Heroico, havendo esso del maturo, et non
del puerile. Ora perche gli essempi addotti non servono per
l'universale, ma hanno riguardo solo a que luoghi, ne quali se-
condo la natura delle persone piu s'accettava l'un modo del
dire, che l'altro, come a punto il breve appresso gli Attici, et il
copioso tra Romani, è da tenere che questi due estremi possa-
no esser laudabili quanto al particolare che è seguire il costume
portato dal paese et dal tempo in che noi siamo, et quanto al
generale che noi cerchiamo, non bisogna stare, o nell'uno estre-
mo o nell'altro, ma nella strada del mezo, con tal temperamento,
che si participi di quell'utile c'habbiamo veduto nella brevi-
tà, et di quell'altro che similmente si è mostrato esser nella copia.
Il medesimo sarà della qualità delle parole, percioche la subli-
mità, che par tanto Heroica, se non si viene alquanto abbassando

[p. 62v]
ha del gonfio, et coloro che per allontanarsi da questo difet-
to corrono all'humiltà, con dire ch'ella conviene all'huomo
divino a cui dispiace ogni alterezza, quando non sappia-
no inalzarsi, restano vili. Ma la debita destrezza che si ten-
ga tra l'una, et l'altra estremità fa molto al proposito, con-
ciosia della prudenza è tanto necessaria in questa virtù del
parlare, quanto nelle altre dell'operare, essendo l'inconve-
niente di chi erra, per non saper trovare la mediocrità del-
le operationi molto simile a questo di chi si discosta dalla de-
bita maniera delle parole, percioche un'avaro, mancando
di giudicio, per correggersi salta nella prodigalità, et si-
milmente un'altro, per non attenersi alla conveniente mi-
sura, di superbo si mostra pusillanimo. L'Heroe in quanto
che il parlar breve, et sublime si richiede alla severità, et il
copioso, e utile all'amorevolezza, usa un ottimo con-
dimento, temperando questi diversi modi insieme, et for-
mandone un che faccia per lui, et non fuggendo total-
mente gli estremi senza prender punto d'essi, come è neces-
sario di fare nell'elegger il mezo ch'è tra due vitii.Consi-
dera similmente che il suo è un'ufficio paterno, et che per-
ciò ha da procedere ne suoi ragionamenti per modo, che
dall'un canto si faccia rispettare, et riverire come maggio-
re, et dall'altro assicuri gli ascoltanti, et gli renda a se affet-
tionati con tutto il cuore, l'affettione deriva dalla copia,
et dall'humiltà, alle quali due parti piu mirano i Principi,
che altre due, percioche sono superiori nell'esser padri, et
cosi a loro sta il ben comandare, come a i figliuoli il ben ube-
dire, et in ciò il lor parlare converrà quando sia libero, si
che spieghi ingenuamente quello che essi sentono, et insie-
me si mostreranno costanti, et perpetui amatori delle ope-
re grandi honorate et gloriose et terribili nemici delle con-
trarie, et a questa loro propria gravità aggiungeranno la dol-
cezza dell'affabilità, et alle volte anchora i motti et li scherzi
che opportunamente occorreranno, ma però con gratia et in
modo che non vi si senta punto di mordacità, o di disho-
nestà, o di riso scurrile. Et venendosi a particolari, et
non a quelli, che dicevamo del parlare secondo il costu-
me de nostri dì, et delle nostre bande, ma a quelli che oc-
corrono nelle humane attioni, io dico che non si dee sta-
re in un punto fermo, con una certa superstitione di voler

[p. 63r]
sempre discostarsi per tanti gradi dall'una forma del dire, et
pertanti dall'altra, servando di continuo questa esquisita ma-
niera senza mai variarla, ma è necessario che s'habbia rispe-
to alle circostanze delle persone, de negoci, de luoghi, de tem-
pi et della fortuna, le quali sogliono alterare la forma del par-
lare, come anche il resto del nostro procedere, et ove i quat-
tro estremi, che nella quantità, et nella qualità delle parole si
sono considerati, poteano esser difettosi, usati a proposito con-
vengono molto acconciamente, percioche l'haver a far con
idioti, o a esporre una cosa da se difficile comporterà la co-
pia, et una subita commissione, o un generoso risentimento
passerà meglio con la brevità, che d'altro modo. Et non disdi-
rà niente tra i familiari intimi il discendere alla maniera hu-
mile del dire, et il far il medesimo nelle aversità verso coloro
che quasi senza proportione sono maggiori di possanza, ma
farlo con dignità, si come in publico, et in occasione di ceri-
monie, et d'ambascierie averrà alle volte che la sublime fa-
vella senza esser punto abbassata, sarà con molto degno splen-
dore. Et ciò basti quanto alle parole. Quanto poi alla pro-
nuncia, ella in tutti coloro che sono di conto, dee essere co-
me la buona forma della testa dell'huomo, che allhora è tale
quando è in guisa d'un cerchio, che dalla banda destra, et dal-
la sinistra sia ugualmente alquanto calcato, si che non hab-
bia piu interamente del circulare. Così ancora le parole nel-
l'esser proferite non havranno in tutto del rotondo, ne in tut-
to dell'ovale, percioche bisogna che non siano ne troppo
espresse, ne troppo oppresse, ma che siano leggermente calca-
te, che cosi non parranno ne gonfie, ne vane, et per consequen-
za noi non ci mostreremo con esse, ne arroganti et imperiosi,
ne abietti et servili. L'Heroe, perche và al colmo, si varrà be-
nissimo della espressione pur alquanto moderata; et havrà
tanto di essa, che ne conseguirà maestà grandissima. La ove
gli altri non la stringendo piu di lui, ne riporterebbono poca
laude. Et similmente la sua voce devrà esser grave, et soave,
et accompagnata col moto del parlare, c'habbia dell'affet-
tuoso, et del tardo et non già dell'affettato, ne del melenso,
et c'habbia ancora la vivacità de gli occhi, et tutto il gesto
della persona della medesima maniera. Il che sarà corrispon-
dente alla natura de costumi, alla maturità dell'intelletto, al
sembiante, al portamento della vita, et al modo del moversi,

[p. 63v]
et dell'andare secondo che gli conviene. Et in tutto ciò ser-
verassi il decoro Heroico, quando vi sia il giudicioso tempe-
ramento; si che l'usar cerimonie, et il mostrarsi grande et gen-
tile venga da buon habito et con certa facilità, et prontezza
che non vi si vegga niente dello sforzato o dell improprio.
Et è similmente da provedere, che ne con la sommessione si
paia un Cavalier privato, ne con l'alterezza un usurpatore
del ben pubblico. Ora perche i beni dell'animo, et gli esterni si sono dichiarati secondo la natura loro, et illustrati secondo la
qualità Heroica, habbiamo fornito tutto ciò ch'aspetta alla
principal parte del principato, essendosi prima veduto il suo
colmo quanto al governo militare, al civile et al religioso, et
poi il suo fondamento quanto al cumulo de i detti beni, et cosi
da poi che s'è finito di trattare della perfettione della vita, la
quale ha havuto bisogno di quanto s'è detto fin quì, segue l'al-
tra parte assai men lunga, che è della varietà della fortuna,
percioche del principio distinguemmo la materia del princi-
pato in queste sue parti. Tre sono le qualità necessarie a que-
sta fortuna. La compassione, la maraviglia, et la salute. Le due
prime sono, per chi si guarda ad essa fortuna. L'ultima, per chi
la sostenta, perche questo mondo è come un teatro, nel qua-
le si facciano,, et s'ascoltino Tragedie, et Comedie, si che altri
siano recitanti, et altri spettatori et le disgratie del perfetto
Principe deono portar salute a lui, che operando le supera,
et misericordia, et maraviglia a noi che imparando, le veggia-
mo. La varietà di tal fortuna, sarà compassionevole, maravi-
gliosa, et salutifera per questi rispetti. La compassione ci com-
muove estremamente, quando colui, al quale noi l'habbiamo,
è persona molto utile al mondo, et a noi in particolare, et di
grado molto sublime, et del tutto indegno del male in che è
caduta, il qual male sia grande, et nasca a punto quando in suo
cambio si dovea aspettar gran bene. Et a questa misericor- dia, sarà atto un buon Principe, et non pur la sua persona, ma
la sua disgratia, sarà molto miserabile, quando sia in termine
ove sia il timore o della ruina de suoi popoli, o della perdita
della sua riputatione, o della sua morte violenta, che non por-
ti profitto ad alcuno, si che il Principe in simili accidenti scor-
ra il pericolo con pericolo grandissimo di non poterlo scor-
rere, et si piegano a questo effetto coloro che conoscono tut-
te le circostanze degne di pietà, et le hanno tuttavia nel
[p. 64r]
con-
spetto loro, et tali massimamente saranno i popoli del Prin-
cipe travagliato, il quale, quando fosse già del tutto nella mi-
seria, non piu misericordia, ma horrore indurrebbe in essi po-
poli, perche l'affetto loro figliale potrebbe tanto ne loro ani-
mi, che gli accorerebbe, ma come vedremo la mala fortuna
del Principe ha da portargli salute, et non distruttione. La ma-
raviglia se non è necessaria come la misericordia, è nondime-
no molto al proposito, perche'essa nasce dalla rivolutione fat-
ta tosto da un estremo all'altro, et di questo modo il Principe
viene a restare tanto meno nel travaglio, il quale quando per-
severasse lungo tempo ancora che si risolvesse in bene, havreb-
be però troppo del misero col suo durar tanto, et noi non vo-
gliamo che un Signor Heroico sia mai fatto misero dalle mi-
serie. Oltre di ciò questa subita rivolutione affina subito
piu colui che è agitato che non farebbe una caduta, che pian
piano andasse preparandosi, et fosse antiveduta, et finalmen-
te venisse ad effetto, et che poi vi fosse il peggiorare con lun-
go corso di tempo, ma ove ogni virtù ha del difficile, l'Heroica
n'ha maggiormente, perche attraversa, et supera le difficoltà
ordinariamente tenute per inespugnabili, et tali sono quelle
che occorrono all'improviso ne gli accidenti rei. L ultima qua-
lità ricercata in quello proposito è la salute, si che la perfet-
ta felicità del Principe non sia impedita dalla calamità, che lo
assale. Et quì è un dubbio importante, conciosia che quel ca-
so che finisce felicemente conserva la perfettione della vita, et
è poi dell'altro canto poco Heroico, perchè quella attione è
giudicata piu Heroica, che va piu alla via della Tragedia, et
perciò il principe havrà operato piu Heroicamente, quando
le sue operationi havranno havuto piu del tragico, et saranno
però terminate con un esito sfortunato, essendo piu tragica
quell'attione che si risolve in tristezza, che la contraria. Quì
è da porre dinanzi a gli occhi della nostra mente l'Edipo, et
l'Elettra, che sono di questi due generi di risolutione in tutto
diversa, et in grado loro di soprema eccellenza, accioche si conosca se il successo tristo, o il lieto, sia il migliore. L'Edipo ha
piu del tragico continuando dal conpassionevole all'horrendo
senza alcuna intermissione, et nell'ultimo lasciando l'animo
nostro piu turbato che mai, ma l'Elettra dopo l'haverci con-
tristati piu eccessivamente che sia possibile, alla fine con no-
stra grandissima satisfattione ci rasserena, et si puo quasi
[p. 64v]
dire, che vi è questo guadagno, che oltre a i tristi affetti ridot-
ti al colmo, ne segue un gran contento nel vedere, che Egi-
sto, et Clitennestra si castighino, et che siano salvi Oreste, et
Elettra, la disperatione della quale ci muove prima l'humo-
re melinconico che fa affissar l'intelletto nella varietà dello
stato humano, et vi s'impara assai dal conoscer quella Reina
per cosi fieri accidenti caduta in tanta calamità, et in ciò si ve-
rifica che l'introdurre i casi lagrimosi, et terribili delle gran-
di aversità piu diletta a gli huomini di spirito, che lo stare ad
udir novelle di materie allegre, et di leggiera varietà, ma poi
la salute, che Oreste fratello di quella giovanetta porta a lei
la quale il pianga per morto, ci consola assai; et come la mise-
ria parataci davanti ne fece humili, col mostrare che non bi-
sogna far fondamento nella nostra possanza, cosi la buona
ventura, che dipoi habbiamo veduta, dà a conoscere che non
ci debbiamo mai perdere d'animo. Et in effetto si puo com-
prendere, che la mutatione dal male al bene, è piu morale, et
tanto piu, essendo la felicità nostro fine, et non l'infelicità. Et
ancora che medianti le altrui disgratie l'huomo si faccia cau-
to all'altra specie, non per questo siamo tanto inanimati alla
virtù, quando non veggiamo altro che le ruine degli altri
come quando conosciamo che dopo le fatiche, et i trava-
gli succedono le tranquillità, ma venendo piu al particolare, di- co ch'i Signori atti a questo tragico suggetto sono quali pos- sono essere i piu, et perciò non sono esquisiti nella bontà, o
nel vitio, et essendovi qualche vantaggio, tendono piu a quel-
la, che a questo. Ora essendo essi tali, se andranno in precipi-
tio, faranno per aventura che si venga a credere che la for- tuna abbatta la virtù, ma se dalle aversità passeranno alle pro-
sperità,si prenderà confidenza col pensare che come della fra-
gilità humana, è il fare i peccati, cosi il cancellarli, è proprio
della divina pietà. La qual non vuole che s'habbia piu lunga
persecutione di quello che si possa comportare. Et perchè in
questo proposito non si formano i Signori cosi incontinente,
che nelle opere loro non traluce qualche buona intentione verso il ben publico, si coniettura che essi di miseri, diven-
gano felici per qualche loro merito, et ci insegnano che la
franchezza del cuore, et il continuo desiderio del far bene non
ostante le humane imperfettioni, ne conducono finalmente
per le tempeste del mare a tranquillissimo porto. Si che quanto

[p. 65r]
alla Tragedia ove gli Heroi sono nel campo delle calami-
tà, pare piu costumata quella che finisce in allegrezza, che
l'altra terminata per contrario. Ma quando ancora noi
credessimo che fosse meglio a seguir l'Edipo, che l'Elet-
tra non però quel gran Cavaliere che si torrà in un poe-
ma Heroico, havrà da esser menato per le perpetue mise-
rie convenienti ad uno infelicissimo, ne i Tiesti, ne gli Aia-
ci, ne altri simili saranno al proposito, percioche la poesia
Heroica prende un buon Principe, et l'affina con quelle
disgratie, che col variar della fortuna non portano ruina,
ma perfettione, et perciò si serve solamente dello affetto
compassionevole, et tocca a pena l'horrendo, la ove per
l'opposito, le Tragedie usano la misericordia per introdut-
tione dell'orrore, come di quello a che esse piu riguar-
dano. Et il nostro animo commosso a tenerezza, non si
indura, anzi si converte in meglio, et si tempera ogni vol-
ta che l'altrui male, che il conturbò, sia corrigibile, et al-
la fine si corregga. Et perciò l'Iliade pose i fastidi di A-
chille, che non sono mai horribili, et poi il felice succes-
so della sua vittoria sopra d'Hettore, et non tolse a trattare
la parte che aspettava alla morte sua. Et è il mede-
simo dell'Odissea, che senza haverla mira al terrore, con-
duce Ulisse da i travagli al riposo. Oltre di ciò i poemi He-
roici hanno ben da comporsi per tutti gli'huomini attivi,
ma principalmente deono satisfare a gli Heroi, perche dal-
la loro grandezza si misura quella delle altre vite. Il pre-
mio della fatica del poeta Heroico sarà l'haver guadagna-
to la gratia de' Signori Heroici, la qual gratia è da vede-
re come vi possa essere, et certamente che non vi sarà, se
eleggiamo quella attione che finisce in miseria, percioche
i buoni Principi non veggono volontieri che i simili a loro
malamente periscano, si come hanno piacere che le tiran-
nie siano castigate, et perciò i buoni mandati in perditio-
ne dalla perversità della sorte non sono da riferire in que-
sta parte, perchè non conseguiscono quel fine che convie-
ne a gli Heroi, ne col loro sfortunato essempio possono in-
citarne all'opere gloriose. I malvagi similmente non vi han-
no luogo, percioche le loro miserie non commovono ra-
gionevole misericordia. Resta che noi parliamo di quei
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grand'huomini che sono trapassati dalle disgratie alle felici-
tà, i casi de quali non arrivano a quella Heroica varietà della
fortuna che noi cerchiamo, et c'habbiamo trovata in Sci-
pione, come diremo al suo luogo. Moise, Israel, Iob et David son degni veramente di gran consideratione, quanto a
tutti gli accidenti della mala sorte occorsi prima, et quan-
to alla prosperità seguita poi, ma perche io voglio una
subita, et affetuosa mutatione non convengono in que-
sto proposito. Ciro, per quanto se n'ha nella piu antica hi-
storia, non cosi tosto nacque, che fu dato da Astiage ad Har-
pago, accioche il facesse morire, ma allevato ascosamente,
come figliuolo d'un pastore, et poi conosciuto, et fatto,
Re della Persia, acquistò ancora la Media per mezo del me-
desimo Harpago, che havea havuto commissione di torgli
la vita,et di come morto divenne non pur vivo, ma illu-
stre et degno d'eterna gloria. Con tutto ciò egli non por-
ge quell'affetto che ricercherebbe una poesia Heroica, es-
sendo occorso il caso in età che non può muovere gran
compassione, percioche un fanciullo non è anco d'alcun me-
rito, et non conosce il male,et non eccita però in altri amo-
re, et rincrescimento notabile. Cimone se ben fece che essi
Ateniesi che prima haveano lui per uno stupido, restarono
stupefatti della prudenza, non fa perciò che vi discerniamo
la possanza della fortuna. Gneo Cornelio, perche di Con-
sole fu prigione,et di prigione di nuovo Console, patì disgra-
tia troppo indegna d'un magnanimo, per esser stato nelle
mani dei nimici et sogetto alli scherni, et ad ogni discortesia
loro, Caio Mario huomo di stirpe vile, et ributtato da pri-
ma piu volte nel dimandarla questura, il Tribunato, et la
Edilità riuscì quel Mario che soggiogò l'Africa, et si man-
dò il Re Iugurta inanzi al carro, et che distrusse gli esser-
citi di Teutonici, et de Cimbri. Ma l'ingresso, et la gioventù
della sua vita furono con imperfettione della compiuta
felicità. Publio Ventidio trionfò de i Parti con honor
grandissimo in Roma, ove giovanetto era stato vilmen-
te condotto nel trionfo del padre di Pompeo. Quivi si-
milmente fu poco affetto, et troppo dishonore, essendo
stato esso Ventidio cosi abietto, et non si essendo trova-
to punto felice prima che fosse misero, et noi nondimeno
[p. 66r]
vogliamo che come lo stato si cambi di rio in buono, cosi
inanzi che fosse rio havesse una notabile prosperità. Et Ce-
sare medesimo a pena uscito dell'età puerile andando da Ca-
valier privato in Asia fu tolto su da Corsari appresso l'isola
di Farmacusa, et si riscattò con cinquanta talenti, et pas-
sata questa torbida foruna, divenne poi un chiarissimno So-
le del mondo. Ma è debole commovimento d'animo, che
alcuno in bassa conditione di vita scorra un gran perico-
lo. Et lasciati gli Imperatori, che dipoi successero, gran
forte fu quella di Ludovico santo Re di Francia, et di Car-
lo duca d'Angiò suo fratello, che con gran mortalità del-
le genti loro, preso da saracini nell'Egitto furono poi la-
sciati et molto prosperarono nel resto della vita loro, et
parimente grande fu quella di Ludovico Duodecimo, et
di Mattia Corvino, percioche l'uno uscito dalle mani de-
gli Inglesi fu poco dipoi Re di Francia, l'altro liberato dal-
la cattività in che era caduto in Boemia hebbe il Regno del-
l'Ungheria, et così ancora prima fu di Guglielmo Terzo,
et di Sciarra Colonna, che dopo infinite miserie in un su-
bito, et inaspettatamente ritornarono nella prima ripu-
tatione. Ma questi sei Signori messi qui insieme patiro-
no afflittioni cosi gravi, che esse o vi fecero restare il se-
gno, o troppo interroppero il corso della vita felice, in
cui si ricerca la continuatione, talche per non esservi sta-
ta la prosperità Heroica, i casi loro ci commuovono con
grande affetto senza il debito decoro, percioche si so-
no poste due grandezze intorno a questa materia, l'u-
na della perfettione della vita, l'altra della varietà del-
la fortuna, et ambe insieme vi si richieggono, non poten-
dosi formare l'Heroe con l'una senza l'altra. La onde non
furono Heroici questi casi hora esaminati, perche in es-
si le varietà della fortuna travagliò tanto la perfettione
della vita, che la guastò, il che non conviene, si come
ne anche è buona una certa tranquillità, che, ove di natu-
ra sua induce la beatitudine, la venga accidentalmen-
te ad impedire, percioche la prudenza civile, et il va-
lore dell'animo d'un gran Principe non si potranno ben
conoscere, se egli non havrà mai a superare le diffi-
coltà, che portano le sinistre rivolutioni del mondo,

[p. 66v]
et che son tenute comunemente quasi insuperabili. Et Id-
dio permette che le tentationi vadano ad assalire i suoi di-
letti, i quali non mostrerebbono la loro ferma divotione,
se non si presentasse loro l'occasione di farne prova. Et ap-
presso a quest'è da dire che se le continue gravi molestie non
ci lasciano godere questa vita, non si può anche gustare la
dolcezza della prosperità, senza haver prima sentito quan-
to le aversità fiano amare. Discorrasi per tutte le vite de-
gli Heroi, che si verrà a concludere che ambe queste due
parti dell'esser felice, et del passar per le disgratie, deono es-
ser così ben congiunte, et corrette insieme, che reciproca-
mente l'una dia perfettione all'altra. Et standosi in quei due
che si descrissero per le piu compiuti, et di che poco
di sopra si è fatto mentione, Achille non se ne sta a casa
a godersi la quiete della sua patria, et a governare in pace
il suo popolo, ma è introdutto, che si trovi in la guerra con
migliori huomini da combattere che egli habbia, et
che non ostante che la madre l'avertisca, che morrà giova-
netto resta a Troia, nondimeno al dispetto del pernicioso
influsso, vi voglia stare, et che sia perseguitato da Agam-
mennone, et poi dal medesimo supplicato per grandi Am-
bascatori, accioche non potendosi far cosa alcuna senza
lui, si contenti di placarsi, ne egli si muove per preghi, ne
per premi fin che la morte del suo amico, non lo spinge, ove
egli non è messo nel seno della buona fortuna, per modo
che non habbia campo di scoprire la sua virtù, et non ha
poscia di disturbi tali, che la vera felicità gli sia punto leva-
ta. Ulisse dall'altro canto non resta Signor simplice del-
la Itaca, ma dopo le speditioni della guerra di diece an-
ni in che si fece conoscere per molto prudente, diece altri
va errando combattuto dal mare, et acquistando la noti-
tia de paesi, et de costumi di diversi popoli, et vivendo in-
sieme la malvagità dell'essilio riesce tuttavia maggiore, et
giunto a casa non cessa anche da i travagli, ch'è costretto dal
debito suo ad uccidere i Proci, ne però riceve danni irrepa-
rabili, si che perda la riputatione, o resti stroppiato, o pove-
ro, o che il figliuolo, o il padre, o la moglie siano mal capi-
tati. sta tutte tre le conditioni che deono havere la disgra-
tia d'un Principe Heroico, ci paiono nel caso di Scipione

[p. 67r]
da noi toccato nel discorso fatto sopra la sua vita quando
egli fu astretto da i suoi emuli a render conto dei danari ch'e-
gli havea spesi per servitio della Republica, di modo che gli
soprastava una ruina grandissima, et chi guarda a i meriti
della persona, et alla malvagità dell'imputatione, et all'a-
more che il popolo Romano, et tutto il mondo portava ad
esso Scipione, uscirà che questo era uno de piu compassio-
nevoli accidenti che fosse mai incontrato. Se poi si mira al
subito rivolgimento che all'improviso fece cadere cosi glo-
rioso et fortvito capitano in cosi indegno, et infelice par-
tito, et il fece risorgere in uno stato prospero, et honora-
to piu che mai si fosse, si conoscerà che di ciò ognuno do-
vea prendere maraviglia infinita.
Ma se era dall'altra parte
consideriamo la maniera con che egli si liberò dal pericolo ha-
vendo ridotti gli imputatori ad accusarlo in quel dì nel qua-
le egli havea vinto Annibale, et tirando i Senatori, et tutta
Roma a renderne gratie a Giove, si concluderà che la pru-
denza sua abbattè la ria fortuna dell'altrui malignità, et che
la dignità, et grandezza sua non fu punto contaminata ne
diminuita, anzi che crebbe per non haver egli voluto opporsi
alla patria, et per essersi ritirato con bellissima, et prestis-
sima risolutione dalla vita attiva a contemplativa, poi-
che elesse di lasciar i publici governi cattivi, et perciò inde-
gni di lui, et darsi alli studli delle lettere in tal caso conve-
nienti al suo nonbile intelletto, il quale non giungeva mai a
tanta perfettione, se questa disgratia della perfettione de
Romani non se gli opponea. La onde come Scipione ha ac-
quistato col suo valore la perfettione della vita del modo
che vedemmo nel fine del primo libro così ha havuto que-
sta prosperità esteriore d'haver havuto una aversità vera-
mente Heroica, et conforme all'idea del principato che noi
habbiamo veduta in lui. Ma perche noi mettiamo fine al
nostro Principe col compimento della vita contemplativa,
parrà ch'egli sia la propria dell'Heroe, et non l'attiva, et pur
noi habbiamo sempre mostrato lei esser attiva, sopra la qua-
le s'è dispensata la maggior parte di questa materia. Ma vi
s'aggiunge che la contemplativa è nella religione, et che del-
li studii religiosi come de piu importanti noi habbiamo fat-
to piu conto che de militari, et de pacifici. Oltre che la
[p. 67v]
Re-
publica di Platone alla intera forma del governo civi-
le, et pur tutta essa non è altro che speculatione, et descri-
vendo noi un perfetto capo d'una Rep. et uno a punto c'hab-
bia del divino devremmo esser Platonici et non Aristotelici.
Rispondendosi a quest'ultima obiettione si conoscerà come
Scipione debitamente habbia finito gli anni suoi nelle lette-
re, et come la religione sia anchora attiva. Dico adunque
che è vero ch'io cerco di formare un capo perfetto, ma non
d'una Republica perfetta, che quando ella fosse tale, non
sarebbe stato necessario a provedersi d'un Signor princi-
pale, et a un certo modo separato da tutto il resto, percio-
che si suppone che gli huomini possano incorrere ne gli er-
rori, et che in caso v'incorrano, et si cerca poi un correg-
gitore che sia da piu degli huomini, dovendo egli esser
miglior di loro, et altro a correggerli, si come si fa guar-
diano delle bestie un'huomo, et quale è il pastore a com-
paratione de suoi armenti, tale è il Principe tra i suoi po-
poli, perrcioche un'animale rationale governa gli irrationa-
li, et un piu che rationale è superiore a i rationali, et è così
Dio sopra gli altri, onde concedesi che la Città sogget-
ta al buon Principe habbia dentro del male, ma se c'ima-
giniamo una congregatione di persone che non solo non
habbiano vitio alcuno, ma ne anche possano esser incli-
nate ad haverne, non vi sarà necessario l'ufficio della giu-
stitia. Et perciò in quella santa Politica di Platone cosi per-
fetta non si tratta mai delle leggi, le quali nondimeno tengo-
no luogo importantissimo nell'Heroe, si come anchora egli
è formato per ottimo guerriero. Et se ogni terra s'havesse
potuto governare santamente, non sarebbe stato necessario
a far la militia heroica. Ma quel reggimento civile, che quel
esimio filosofo ci fa vedere, è di communità d'animi, et non
di beni corporei ne di fortuiti, et è un Paradiso, et non un He-
roe, ma medesimo vi vorrebbe per superiore, del mo-
do ch'egli vi è in effetto, per quanto puo conoscere chi sot-
tilmente guarda. Et noi cerchiamo non cosa impossibile,
ma si ben possibile, et a tanta perfettione ridotta, quanta
puo ritrovarsi qua giuso nella piu eccellente forma di tut-
te le altre. Et però si è anche trattato del principato so-
pra persona che è stata al mondo, et che per fede
[p. 68r]
d'hi-
storie accettate fu quale noi l'habbiamo depinta, che è Sci-
pione. Perche adunque l'Heroe non vive in se solo, et è fat-
to reggitore de gli altri, per dispensare tutto se sesso, et
tutte le sue operationi in ribattere il male, che è ne popoli, et
nell'introdurvi il bene, et nel conservarlo, è forza che la
sua vita sia veramente attiva, et solo contemplativa per
compimento di essi affari, et non ch'egli debba starsi in
continua speculatione, o voler travagliare per haver poi
a mettersi al riposio, atteso che il suo moto ha in se la perfet-
tione senza il sogno della quiete. Ma nondimeno per conto del-
la religione è necessario d'affissar l'animo alle sacre conside-
rationi, che è l'eccellenza della filosofia. Et per l'ordinario
essa religione sarà nel Principe piu tosto secondo la ragione ca-
nonica, la quale è attiva, che secondo la Teologia che è con-
templativa. Et cosi anchora quando senza l'obligo del pro-
prio grado, ne tempi in tutto liberi dalle cure pubbliche vo-
lesse ricrearsi per non ripartire dalla divinità, che è la per-
fettione Heroica, dovrebbe porsi alli studii che sollieva-
no l'intelletto, et perciò per poter alle volte interporre le
contemplationi nelle attioni, oltre al carico loro detto di-
sopra, i gran Signori hanno da essere participi, et tan-
to piu, concedendosi che nella vecchiezza di debba haver
minor fatica, et che perciò si possa qualche volta ritirar-
si dalle facende. Anzi quando non potranno attendere a
i negoci per l'infermità del corpo, o per la gravezza de-
gli anni, o per l'imperfettione del mondo, com'è l'essilio
ingiusto l'estintione del potentato. L'indignità del gover-
no, et altro simile accidente, havranno a tener l'ingegno
nel dolce essercitio delle scienze come fece Scipione, et mag-
giormente anchora nella Teologia, dovendo noi tutti saperne,
per nostra felicità, e dovendo poi essa esser nostra professione,
quando coi maneggi delle cose del mondo, o con altre arti il
Nostro Signore ad altro ufficio non ci elegga, la onde savio, et
veramente divino è stato questo imperatore non pur a lasciare
le publiche amministrationi, per darli allo spirito, hora che gli
mancavano in tutto le forze del corpo, ma a deporre l'Impe-
rio. Et quatunque Diocletiano venisse all'atto medesimo, non
però è medesima la gloria di ciò riportata, essendo che nelle
molte sue grandezze non vi fu questa importantissima della

[p. 68v]
contemplatione, la quale merita che questi due Imperatori
siano conferiti insieme, accioche per evidente fatto si con-
cluda, che la divinità è la perfettione Heroica, et che come
quegli angeli sono piu appresso al primo Motore, che con piu
forza gli sono tutti intenti, cosi quell'huomo è maggiormen-
te angelico, che è di maggior possanza nel raccogliere tut-
to, et sovrastare all'humana conditione, donde anchora po-
trà vedersi, che il lume della verità a noi dimostrato puo me-
glio far che i Signori habbiano dell'Heroe con affinar le mo-
rali virtù, che non potea già ogni altra cosa innanzi a questo
lume. Primieramente dopo Cesare et Augusto, Diocletia-
no è stato il maggiore infino a suoi tempi, dal quale infino
al presente Carlo Quinto ha havuto anchor esso il primo
luogo, l'uno creato quando ogni cosa stava per ruinare, do-
mò l'Oriente, et voltatosi all'Europa conquistò i paesi Set-
tentrionali parte per haverli combattuti, e parte per essersi
spontaneamente arresi, et finalmente ritornò in sedia la Ro-
mana monarchia che n'era caduta, l'altro accrebbe l'Imperio
già ridotto al basso di molti regni, et ove prima era senza
forza col valor suo fece cosi gagliardo, che il mise nell'an-
tica riputatione, et nacque in era che il non perdere era tan-
ta virtù, quanta era il vincere ne gli altri tempi. Et l'uno,
et l'altro convennero parimente nel deporre la Corona Ce-
sarea dopo infinite essaltationi cosa non mai piu avenuta se
non a lor due soli. Ma Diocletiano ritrovò l'imperio tutta-
via possente per molte provincie a lui sudditi, et ritrovò che
tutto il resto ch'egli non havea, era diviso in molte parti, et
soggiacea a descritione di popoli, et a capi o nuovi o poco
valorosi, di modo che non gli fu molto difficile il far gran co-
se. Carlo Quinto oltre al titolo solo d'imperatore et di Re
d'Alamagna non ebbe altro nel carico della degnità data-
gli dagli Elettori, et trovossi rinchiuso dalla Francia et dal-
la Turchia cosi strettamente, ch'era impossibile a superare
da lato alcuno, perche l'una provincia era tutta unita, et piu
gagliarda et ricca, et di maggiore affettione verso il suo Re,
che mai fosse stata per l'adietro, et l'altra havea già affrena-
ti i Tartari, et s'era fatta pari alla possanza de Persi, et di
piu havea sottoposto al dominio suo una gran parte dell'Eu-
ropa verso i nostri paesi, et i Settentrionali. Et perciò quello

[p. 69r]
che è di grandissima importanza il Re di Francia, et il
Gran Turco che allhora dominavano haveano forse su-
perato di potenza tutti i loro antecessori, percioche nel-
la creatione del detto Carlo era succeduta poco prima
quella del Re Francesco, tanto riputato per l'infinito
suo valore, et allhora particolarmente glorioso per 1a
mirabile giornata, et rotta data alli Svizzeri, et poco
dopo fu fatto Sultano questo Solimano, non solo huo-
mo ardito, et possente a interprendere ogni grande e-
speditione, ma d'animo d'occupar l'universo, che per
aventura gli veniva fatto se la grandezza di questo al-
tro Imperatore non se gli opponea. Diocletiano pre-
se per compagno Massimiano, il quale fu giudicato cosi
degno del titolo d'Herculeo come esso Diocletiano di
Iovio, et ambi si chiamarono Augusti, et elessero per
Cesare Galerio, et Constantio. Constantio serviva Massimiano che staua nell'Occidente, et se ben fu rotto da
prima fece nondimeno miracoli cosi subito, che ribut-
tò, et uccise i Tedeschi che a mano a mano erano per
soggiogar tutta la Gallia. Di Diocletiano che s'havea
tolto il governo delle parti Orientali era ministro Ga-
lerio, il quale anchora che egli parimente nell'istesso
principio fosse disfatto, fu poi alla fine fortunatissimo
contra Narseo Re di Persia. Carlo potè ben ottene-
re che Ferdinando suo fratello savio, et valoroso Prin-
cipe arrivasse al grado di Re de Romani, et ben heb-
be ottimi Generali, et Italiani, et Spagnuoli, ma è quasi
da dire ch'egli à stato sempre solo; poi che dopo la sua
coronatione à stato presente di continuo a tutte le prin-
cipali imprese, non s'essendo mai morsi ad un tempo
medesimo sotto il suo nome grandissimi esserciti in di-
verse parti alla volta di diversi potentati. Et come da
tutto cià s'è conosciuto che Diocletiano hebbe l'agio
et la commodità d'aggrandirsi, et Carlo il disagio, et l'in-
commodo, cosi è da vedere la diversità de costumi lo-
ro, percioche il primo quanto ha havuto dalla buona
sorte migliori occasioni tanto è stato piu insolente nel-
la sua ventura, et il secondo con tutte le disgratie che
gli siano accadute non s'è mai perduto d'animo, et ha

[p. 69v]
sempre dato segni chiarissimi di bontà, sapendo ancho-
ra moderarsi nella felicità delle sue vittorie, perchè quan-
tunque per forza dell'arme gli fossero venuti nelle ma-
ni ii Duca di Sassonia, et l'Angravio, che contra di lui
haueano sovertito la Germania, fu loro clementissimo,
et se nella guerra di Cleves fece tagliar a pezzi, et i sol-
dati, et il popolo tutto di Dura, et arder tutta la Cit-
tà non fu per altro, che per fare una essemplare dimo-
stratione comportata necessariamente in simil termine.
Cercò sempre d'havere i piu possenti d'accordo con lui
alla conservatione, et all'accrescimento della Chrisia-
nità. Et si lasciò intendere sopra ciò molto vivacemen-
te, quando a Roma in concistoro parlò con grandissi-
mo ardore in questo proposito nel tornar che facea dal-
la vittoria di Tunisi, donde oltre all'acquisto della ter-
ra principale dell'Africa liberò i nostri mari. Et cosi
parimente soccorse Vienna, et la difese dall'impeto de
gli Infideli. Et tentò l'impresa d'Algieri con armata
grossissima pur in beneficio della Republica Christia-
na. Et sopra il tutto è stato continuamente di santis-
sima intentione verso la fede Apostolica. Ne stimò mai
ne adulatione ne pompe de suoi familiari, ma volle sem-
pre una corte modestissima, portando gran rispetto a
gli huomini di conto, o per religione, o per sangue, o per
dignità, o per virtù propria, era affabile, et mansueto
nel parlare, et nel sembiante, et moderato nel vestire,
et nel resto della vita sua, però con decoro sempre,
et anchora splendido con magnificenza reale, secondo
le debite circonstanze de' luoghi, de tempi, et delle per-
sone. Dall'altra parte Diocletiano tra tante sue prospe-
rità tra tanti suoi fatti egregi fu soperbo impio et cru-
dele, si che le virtù erano non pur ugualiate, ma supe- rate da i vitii, percioche applicò a se gli honori che si
danno a Dio facendosi adorare, et gittata da banda la
solita vesta trionfale, ne prese una tutta caricata d'o-
ro, et di gemme, accompagnando la severità della fron- te, et le continue minacciose, et aspre parole all'alte-
rezza dell'animo, con che godea della occisione de Chri-
stiani, havendone fatto uccidere molte migliaia, non

[p. 70r]
tenendo però conto alcuno della religione de Genti-
li. Et assediato dentro d'Alessandria Achilleo gran
Signore in Egitto, et presolo il fece mangiare a i ca-
ni anchora ch'egli fosse fatto prigione come nemico, et
non come traditore o ribelle. Et non per dar terro-
re, ma per esser sanguinario volea che si combattesse
sempre a mala guerra. Ma perche usava di dire ch'e-
ra piu difficile il conservare, che l'acquistare, et perche
dopo i suoi trionfi presenti varie rivolutioni per questi
rispetti, et per sentirsi andar verso la vecchiezza, si dif-
fidò molto di se stesso. Et come nella prospera fortu-
na s'havea lasciato trasportare in alto dalla troppa con-
fidenza, di modo c'havea fatto la gente idolatra di se
stesso, cosi nell'aversa tanto s'abbassò d'animo che ri-
nontiò l'auttorità Cesarea, ne vi fu luogo di scusarsi
sopra il non poter piu sostener la fatica per continua,
et incurabile infirmità o per soverchio peso de gli an-
ni, ma non vi essendo alcuno di questi accidenti in mo-
do alcuno, si può vedere ch'egli solamente per essere
invilito venne a quella cosi misera conditione. Et con
la sua morte ne diede anchora maggior segno, percio-
che mentre staua ritirato, Costantino, et Licinio il
pregorono ch'egli si contentasse di ritrovarsi alle noz-
ze di Constantia. Et ben saviamente rispose d'haver
abbandonato le grandezze per non ritornarvi, ma poi
chiamato di nuovo con qualche asprezza, et essendogli
rinfacciato, che stando solitario favoreggiava Massentio,
dubitandosi che nol volessero nelle lor forze s'uccise di
sua mano, o secondo che altri riferiscono cadde in tanto
sospetto, che venne frenetico, et ne morì. Et non la-
sciò successori della sua casa, la quale fu ignobilissima,
et in lui principio, et s'estinse parimente la sua nobiltà,
ne egli prima s'era curato di che modo fosse per andare
il reggimento dell'imperio. Et per non haver havuto il
lume della speculatione, ne per la via delle scientie, ne
per la piu bella, et piu importante che è delle scritture
divine, in quel suo riposo si diede alla varietà di cultivare
un horto, et porre in esso tutto il pensiero, accioche

[p. 70v]
alle sue attioni prive della moralità corrispondesse l'o-
tio, ch'era senza il debito modo dell'essercitar lo spiri-
to. Et tutto ciò avenne, perch'egli mancava dell'ulti-
ma perfettione Heroica, ch'è del darsi alla Religione.
Et ancora che nel tempo antico quei che solamente fos-
sero ben costumati, diventassero Heroi, haveano non-
dimeno qualche culto divino da loro interamente os-
servato. Ma questo nostro Imperatore per molte indis-
positioni del corpo, che il rendeano del tutto inutile, ve-
dendo di non poter piu servire a Dio con l'arme, et col
governo del mondo, ha voluto deporre l'amministra-
tione, et la dignità, et adorarlo divotamente, stando
in continua contemplatione fuora di tutti i negoci. Et
per sua prudenza accompagnata dal voler divino, ha
veduto entrare nella sua auttorità il fratello, et ne suoi
Regni il figliuolo, ne quali si puo dire, che egli tutta-
via stia vivo ne gli occhi di tutto l'universo, ancora che
il suo proponimento sia di viver solo nel sommo Dio,
et esser morto in se, et quanto a tutti gli altri. Et ol-
tre all'esser nato di stirpe Reale, et antichissima, et ha-
verla tirata su a una soprema grandezza, et vederla man-
tenersi appresso i suoi posteri nel colmo della medesima
felicità, ha ancora havuto gratia d'acquistare un mon-
do nuovo, percioche essendo nato il salvatore sotto Au-
gusto chiamato signore di tutto questo nostro mondo,
parve che volesse, che come prima non era stato alcuno,
che con tranqvillità l'hauesse posseduto, cosi dapoi non
fosse, chi potesse reggerlo tutto quietamente, et volen-
do nondimeno fare un nuovo Monarca, per non far con-
tra la sua prima volontà, gli provide d'un mondo nuo-
vo, ove è stato di maggior forza il farsi patrone sen-
za il soccorso dei predecessori, et è stato di maggior glo-
ria l'accrescere tanti nuovi paesi alla Christianità, che
non era l'insignorirsi di tutti quei, che anticamente furo-
no conosciuti. Et a tanto valore, et a tanta essaltatione
è stata molto conforme l'humiltà, et la sommessione con
che si è venuto a ringratiare, et contemplare Dio con tut-
to lo spirito puro. Et mirabile, è stata tuttavia questa

[p. 71r]
altra gratia di venire a ciò senza macchiar 1a fama, et di-
minuire la maestà, perche cadendosi in gravi mali, che non
habbiano rimedio, s'ha legittima scusa di rinontiare
in tutto le cure di questo mondo, conciosia che
niuno è tenuto a gli impossibili. Et haven-
do noi con questo fine fornito di trat-
tare della perfettione della vita,
et della varietà della fortuna
non ci occorre piu altro
intorno alla forma
del perfetto
Princi-
pe.



Pigna, Giovan Battista.

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