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Borso e Leonello D'Este

Un memoriale ad Alfonso D'Aragona





Memoriale





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Sacra Mayestà, lo Illustre Signor Marchexe, mio fratello et Madona Marchexana, mia sorella, vostri figlioli, se racomandano strectamente ala Mayestà Vostra, desideruxi de sentire sopra ogni altra cossa che la Vostra Mayestà staga in bona convalesentia et habia quello stato ch'el cuore suo desidera, havendo el Signor mio fratello messo ogni sua speranza in la Vostra Mayestà e desiderando dì e nocte e continuamente, de fare et adoperarse per la Mayestà Vostra quanto per padre, non dagandose ad intendere havere altro padre so no la Vostra Mayestà, e da quella confidandose ina ogni suo caxo e bixogno essere favorezato, soccorso et alturiato como suo proprio figliolo e da la Mayestà Vostra ingenerato; notifficando ala Vostra Mayestà et fazando certa quella che lui non solum quello che lui havesse de roba a questo mondo lo meteria per ogni vostro bixogno e caxo, ma, oltra quello, gli metteria la propria persona e de lui e de tuti quigli ch'el potesse obligare a simele cossa, dagandose ad intendere de fare el debito suo.

E cusì, sia certissima la Vostra Mayestà, lo faria largamente, como al presente in questo mio scrivere lo dico, perché a lui pareria, quando non lo facesse, ch'el non seria ala Vostra Mayestà quello bono figliolo che debitamente el debe et vuole essere; essendo el prefacto Signor mio fratello e vostro figliolo zelosissimo de ogni vostro bene et per lo simele de ogni adversità et infortunio de la Vostra Mayestà; preponandose questo: che ogni bene de la Vostra Mayestà sia suo, et e converso ogni caxo sinistro et male che ala Vostra Mayestà vegnisse, reputaria la Soa Signoria ch'el vegnisse ad epsa.

Appresso questo, Sacra Mayestà, io, como quello che sempre sum stato servitore et affecionato verso la Vostra Mayestà, non dico solamente da che la parentella fra la Mayestà Vostra et la Casa nostra sequite, ma inanti che dela parentella mai fosse parlato né facto pensiero alchuno, et anche inanti che la Mayestà Vostra havesse questo Reame, per la fama de quella io gli era quello affecionato servitore che mai se debia ritrovare alchuno bono et affecionato servitore verso el suo optimo Signore.

Maisì, se per la parentella el se potesse essere azunto cossa alchuna de singulare amore et afectione de mi verso la Vostra Mayestà, dico ala Vostra Mayestà che l'è raxonevele ch'el se ge sia azunto et in tale modo stabilito ch'el non seria possibile né raxonevele cossa che mai plu gli manchasse e che sempre, per infino che la mia vita durarà, io non sia ala Mayestà Vostra quello vero e bono servitore che persona del mondo inzignare se puosa, perché io amo la Vostra Mayestà cum quello perfecto amore che debitamente debe amare el figliolo el padre.

Questo dico perché lo amore fra el padre et figliolo debe essere el plu perfecto amore che sia. Ma io, come vostro bon servitore, non ve poria amare più quanto facio.

E cusì sum vegnudo per exequire le voglie de la Vostra Mayestà, le quale ho per comandamenti expressi, aricordandome che quella me mandò a dire per Bartholomeo de Facino ch'io ritornasse ad vixitarla per attenderve le promissione quale ve feci l'altra volta quando vini qua, e per ritrovare quella sana et in quello felice stato ch'io desidero, et a quella darme et dimostrarme ch'io gli sum quello optimo servitore che io sum, et quella me conosca per lo simele, confidandome che, essendo la Vostra Mayestà in lo stato ch'io spiero la vegnerà, questo mio esserge bono et optimo servitore ch'io gli sum, me zovarà grandemente.

E solamente sum venuto qui a quisti fini ad vixitare la Mayestà vostra e per stare cum quella uno mexe e dui e quello plu che ala Vostra Mayestà parerà et piaxerà, e poi ratornarmene a chasa cum questo thexoro de havere aquistato lo amore de tanto Re, del quale facio più conto et capitale che non faria de una dele migliore cità de Italia; non obstante che per lo duca de Milano, per multi particulari gentilhomini de Vinexia e per altri asai Signori et gentilhomini e da una grande parte deli amici mei, io sia stato desconfortato de questa mia venuta.

Sacra Mayestà, non obstante che per li respecti suprascripti io sia venuto [ala] Mayestà Vostra et cum mi habia menato cani e facto portare oxeli per dare ala Vostra Mayestà piacere, nondemeno perché el Signor mio fratello et io semo zilosi del bene et stato dela Mayestà Vostra, como ho dicto desopra, el non potria venire caxo alchuno sinistro a quella che nui non reputassemo ch'el vegnisse a nui proprii.

Havemo, el Signor mio fratello, vostro figliolo, et io, vostro servitore, deliberato de notificarve quello che nui sentemo et intedemo ad conservatione et augumento del stato vostro, el quale consiste in doe cosse principalmente: l'una è ad mantenire et conservare questo Reame, pacifica–mente goderlo et cum bono modo et cum lieto animo, l'altra che la Mayestà Vostra, prima mantenuto questo che al presente ha, facilmente ne aquisti un altro molto mazore.

Et ad fare questo tocharemo qui desoto particularmente quello che al Signor mio fratello et a mi pare che sia da fare et tractare.

Notifficando ala Vostra Mayestà se da nui non serà tochato et demostrato cusì suficientemente e prudentemente como la Mayestà Vostra et la natura dela cossa meritaria, certamente el serà demostrato e tochato cum tanta fidelità amore et carità ala Vostra Mayestà quanto dire se
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puosa, parendo al prefato Signor mio fratello, vostro figliolo, et a mi, vostro servitore, ch'el sia nostro debito una volta demonstrarve, dirve e proponerve quello che ala Mayestà Vostra qui de soto propona–remo.

Rendendosi certi che questa sola volta bastarà per sempre, perché la Vostra Mayestà è sì prudente che la pigliarà la cossa in quella bona parte che la debe, dal suo bono figliolo et servitore che gli semo el prefato Signor mio fratello et io, parendo anche a nui che da questa volta intanti non plu ala Vostra Mayestà lo debiamo replicare.

E confidandose che la Vostra Mayestà el tuto mandarà ad effecto, perché da nui non gli serà porto in dicto, ni racordato cossa alchuna la quale non sia bene et augumento dela Mayestà Vostra, et cum raxone optime el tuto se ge tocharà.

E non pare a nui che facendo altramente la Vostra Mayestà che quello che nui qui desoto ad epsa tocharemo, ch'el stato suo debia né puosa prosperare, neanche stare in quello stato che desideremo, né accresere como el desiderio nostro seria.

Prima quello che volemo tochare, Sacra Mayestà, el Signor mio fratello et io, è questo, e non pare a nui per modo alchuno cossa da esserve taxuta, anci prima de tute le altre esserve racordata: che nui intendemo la Mayestà Vostra essere de sua natura liberalissima, et intanto che quella mai non se retrova havere pure una minima moniciunzella de denari, et intanto uxa liberalità, che epsa ad uno suo caxo et bixogno non poria mettere le mane alchune volte suxo 1000 ducati, ut sic dicamus.

Cossa che a nui dole, rencrese et pesa infino al cuore.

Non dicemo questo, Sacra Mayestà, perché nui vogliamo persuaderve ad essere misero et a non donare et uxare liberalità, sequondo che se convene ala Mayestà Vostra, ma per ricordare ala Mayestà Vostra che quella voglia mettere tale ordene ale intrade et spexe soe, che le pasino ordinatamente et cum li modi che sum convenienti.

Et ogni anno voglia fare uno cumolo de quigli dinari che ge pare sia possibile, raxonevelmente et cum honore dela Vostra Mayestà, el quale honore de' fire preposto a tute le altre cosse.

Nui volemo dire cusì, Sacra Mayestà: quando vui non positi mettere da parte et in salvo ogni anno 100.000 ducati et conservarli ad ogni vostro bisogno, metitigene 70.000, quando non ge ne positi mettere 70.000, metitigene 50.000.

E in puochi dì la Vostra Mayestà vegnerà ad havere messo insembre et facto cumolo de 200.000 ducati, o lì circa; el quale mai non se moverà so no ali grandi caxi e bixogni dela Mayestà Vostra et ali tempi che succederano presto, in li quali tempi la Vostra Mayestà cum dicti ducati facilmente aquistarà grandissimo stato et relevatissimo honore, como qui apresso chiaramente de tale aquisto tocharemo ala Vostra Mayestà.

E perché, Sacra Mayestà, nui ve racordemo che se la Mayestà Vostra non se trova a fare et faza questo cumolo de dinari in questa forma, epsa da hora vorà fare dele cosse a lei de grande honore e stato che la non potrà, como fu quando la Mayestà Vostra era più presso Lombardia che la non è al presente, et el Signor mio fratello et io la confortassemo che la se volesse fare plu oltra verso Lombardia, et epsa el voleva fare, ma per manchamento del dinaro la non poté.

E se la vorà a quigli tempi stare ad ritrovare et cavare dinari dali suoi subdicti, per fare cossa che ritorni a grande honore et stato suo, epsa, per essere deserta del dinaro et povera, como intendiamo, non potrà; perché forsi sapiando li vostri subditi vui essere povero, como certo debeno molto bene sapere, egli serano retrogedi ad darve dinari et anche ad fare de le altre cosse che piazano ala Vostra Mayestà, come sapemo che anche simel cosse haviti provate.

E quando la Vostra Mayestà havesse qualche cumolo o monicionzella de dinari, che non poria ali subditi vostri essere ignota, epsi plu presto e mazormente ad ogni vostra voglia suppliriano, vezando loro de non posere né dire né fare cum suo acconcio so no tanto quanto piaza ala Vostra Mayestà, per havere el modo, per la via de li denari ut supra accumulati, de farli fare, o volesero o non, tuto quello che ala Vostra Mayestà piacesse.

E vegniria per questa via la Vostra Mayestà, quando potentia alchuna o francexe o italiana gli volesse offendere et fare cossa gli dispiacesse, ad poterse prestamente defenderse, senza convenire aspectare li denari che vui volisti chavare et havere da li subdicti vostri per tale defensione, che Idio sa quando vui li haristi.

Et anche questo tale cumulo apresso vui stato seria caxone de rumpere de li designi et pensieri che qualche vostro inimico contra la Vostra Mayestà havesse facto, sentendove potente et fornito de tale cumolo.

E quando non ve sentisti potente e ve ritrovasti povero de dinri, seria uno farli accressere lo animo de fare contra vui et offendervi senza timore alchuno.

Et apresso dicti respecti, vogliage anche adiungere questo la Vostra Mayestà, che quando vui manchasti, che Idio non el voglia, che alo Illustre vostro figliolo don Ferando per mantenimento de questo Reame e per altri boni respecti, bixognarano de multi dinari. 28Siché voglia la Vostra Mayestà havere questa parte ala memoria, perché la è asai necessaria e bona parte e per lo honore vostro et per amore del prefato don Ferando.

E cusì facendo la Vostra Mayestà, el stato vostro seria a vui mantenuto et reservato illesso da inimici: et anche, servato questo vostro presente como havemo dicto, potristi facilmente adquistare quest'altro qui de soto descripto.

E concludendo, Sacra Mayestà, nui non vedemo senza questo tale cumolo che la Vostra Mayestà, vegnandoge contra qualche grande posanza, quod deus advertat, epsa se potesse bene salvare, etiam infine dio sa como le cosse vostre succederiano et seriano salve.

E molto bene la Vostra Mayestà sa, e meglio de nui, che cossa è ad stare ala mercede deli subditti in tali caxi et occurentie.

Volese adunque per ogni via moderare li facti vostri e fare el dicto cumolo, per potere omnino salvare quello che se ha et
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adquistarne de lo altro per ogni respecto.

E questo non è a dire né a fare altro so no che la Vostra Mayestà se moderi et guardi dale spese non necessarie et innorme, e faza quelle che sum necessarie.

E de questo el prefato Signor mio fratello et io ve confortiamo quanto plu sapemo e potemo, como de cossa che è honore et stato Vostro.

E questa, Sacra Mayestà, è una de le cosse principale ch'io ho a dire et racordare ala Vostra Mayestà per lo bene et stato de quella.

Intendandose però, Sacra Mayestà, questo che havemo dicto non havendo la Vostra Mayestà cumolo de dinari, como a nui è dato ad intendere; ma havendolo, sia per un dicto.

E vogliandolo fare la Vostra Mayestà, ut supra, guardi ad farlo cum bono modo et cum amore deli subdicti.

L'altra è, Sacra Mayestà, lo amore deli subdicti de questo Reame: perché lo Illustre Signor mio fratello et io non sentiamo che la Vostra Mayestà sia amata universalmente da picoli e grandi, et da poveri et richi, et da ogni qualità de persone, como meritamente quella deveria essere amata, che pure, e non mediocremente ma grandissimamente, ce dole e rencrese infino al chuore.

E forsi la Vostra Mayestà non sente quello che sentiamo nui de questo facto, como a nui è chiaramente monstrato, che la Mayestà Vostra in questo Reame non è amata per niente, anci è plu tosto odiata.

E questo, Sacra Mayestà, viene perché la Vostra Mayestà pare che non attenda a quisti de lo Reame quanto gli promesse quando lo hebi.

Item, che le intrate che antiquamente soleno essere loro, como sum certi pascoli che hano in Puglia, la Vostra Mayestà non ge li lassa godere et uxufructare liberamente como sum uxi, anci ne receve le intrate pro maiori parte e godesele.

Item, che le cosse soe che solevano godere, como sum beni feudali concessigi dali Re ad alchuni gentilhomini de lo Reame, la Vostra Mayestà gli ha tolti a loro e dati a deli Catelani, li quali gli tengono et possedono.

Item, che tuti li officii de lo Reame, li quali solevano essere facti et exercitati per quigli de lo Reame, la Vostra Mayestà ha levato via questo e tuti li distribuisse ali Catelani; li quali, sequondo che a nui è monstrato chiaramente, piutosto desfano la facto dela Vostra Mayestà che lo fazano: e questo per le loro superbie, mali modi et tiranie grandissime che evitender uxano verso quisti delo Reame, et anche perché li voleno tenire sotto pedi et segnorezarli cum desonesti modi , e per ogni cossa gli voleno dire vilania e manazarli.

Per la quale cossa pare che la Vostra Mayestà non se fidi de veruno taliano, neanche né ami né voglia veruno, cossa da farve perdere molto lo amore de quisti vostri subditi.

Questo non dicemo perché la Mayestà Vostra facia male ali Catelani e bene ali Taliani, anci perché faza bene ali Catelani, ma li adoperino in quelle cosse che se affano per la Mayestà Vostra e non contra quella.

Et oltra questo, la Vostra Mayestà gli mette tante plu colte et graveze supra li fogi, che non sum uxati ad pagare, che è una cossa da farli desperare.

Quanto queste soprascripte cosse siano honeste et ben facte, et quanto honore et amore ve aquistino in questo Reame e fuora de questo in Italia, considerilo la Vostra Mayestà, perché se la el considerarà e vorà molto bene conoscere, la comprenderà che tenire quisti tali modi la perde plù che non aquista se la lasasse le soe intrate ali gentilhomini, se la facesse restituire li suoi beni a quigli del Reame, se la distribuisse li offici a Napolitani et Taliani, se la tolesse deli fuogi quello meno che è uxata de tuore e non più, e se la attendesse le promesse per la Mayestà Soa a quisti de lo Reame facte.

Pare forsi ala Vostra Mayestà questo nostro dire, prima facie, non se affaza per la Vostra Mayestà: ma se vui lo considerariti bene, cui cognosceriti ch'el se affà molto plu per vui e lo stato vostro presente e per adquistare deli altri, che verun altro modo che posati tenire.

E cognosceriti che quello che nui vi dicemo, ve lo dicemo como persone che ve porta uno singulare amore et affetione, e quigli che desiderariano che la Vostra Mayestà mantenesse pacificamente e godesse alegramente el stato che ha et in brevi acquistasse deli altri.

Perché, Sacra Mayestà, se vui volisti dire: io tegnirò el Reame per forza, ve lo concediamo che fariti como diciti; ma, ve racordiamo, ad volerlo tenire per forza, sempre stariti in pensero, afano e fatiche de corpo et animo, et spexe grandissime.

E per questo la Mayestà Vostra non virà mai ad havere uno dì de bene insino che viveriti e, dreto la vita vostra, vui lo lasariti alo Illustre Duca de Calabria, vostro figlio, pure cusì in suspecto como hariti tenuto vui, dove non serà possibile che lui lo tenga, como hariti facto vui, per non havere el modo che la Vostra Mayestà ha per lo credito, auctorità et posanza ch'el non ha como vui.

E posso bene racordare la Vostra Mayestà l'altra volta ch'io fu qui, e che quella era in pericolo dela vita per lo male grandissimo haveva, in che modo li facti del stato vostro se ritrovavano per essere in questo Reame et in questa terra de molte et varie oppinione e voluntate.

Ma como se sia, la Vostra Mayestà, sequondo el parere del Signor mio fratello et mio, ha ad tenire li modi che sopra havemo demonstrati et ad acquistarsi et mantenersi benivoli li signori et homini de tuto questo Reame.

E serà cossa, como havemo dcto, de farve vivere lieto et in pace et in piacere, e da acquistare molto mezore Reame che non è questo, e da fortificare el stato vostro et quello del figlio vostro da poi vui, in modo che mai non serà possible che gli sia sminuito in alchuna parte, como el desiderio nostro è che succeda.

Pertanto el Signor mio fratello et io de ciò pregemo et confortemo la Mayestà Vostra quanto plu potemo e sapemo, racordan– do ala Vostra Mayestà che le forteze de li stati consisteno sequondo nui principalmente in lo amore deli subditi, et de questo se ne vede mile exempli et experientie, et e converso el desfacimento deli stati et divixione de quigli è non havere lo amore deli subditi.

Anche pare che li Reali antiqui e pasati
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solevano dare ad multi gentilhomini delo Reame dele provixone, e la Vostra Mayestà non ge le dà, e che è pure cossa da non aquistarge credito alchuno.

Oltra ciò ge erano deli Signori de questo Reame che haveva deli offici, che li hano bene anchora, ma sum offici senza beneficio. 58Bene è vero che loro li fano, ma altri che loro ne pigliano la utilità, che è anche a dare cativo exemplo al resto deli Taliani, perché el ge pare che quisti al presente vostri non siano tractati per la Vostra Mayestà sequondo debitamente doveriano essere.

Sacra Mayestà, el Signor mio fratello et io, quanto più in brevità havemo posuto, havemo de sopra tochato che modi sum dala Mayestà Vostra da fire tenuti ad ciò ch'el stato vostro pacificamente et illeso sia mantenuto, et habiati el modo de aquistarne un altro mazore e facilmente.

Et ad ciò che ala Mayestà Vostra non manchi cossa alchuna ad fare quanto è dicto, pare al Signor mio fratello et a mi che la Mayestà Vostra habia ad tenire quest'altro modo, cioè che ella habia et tenga quigli 6 o 8 o 10.000 cavali al soldo suo che la posanza dele vostre intrade rechede, e tengale ben pagate, contente et in ordene per modo che, quando achade el caxo et el bixogno, che la Vostra Mayestà le puosa tute fare cavalchare et habiale tute benissimo in ordene da poterle adoperarle in farle fare facti; et egli non stagano a chasa digando: nui non semo pagate, non posemo cavalchare, el c'è stato necessario, per non havere havuto dinari, de impignare le arme et vendere li cavali se havemo volsuto vivere.

Non facia la Vostra Mayestà como fa el Duca de Milano, et anche como al presente faciti vui, che haviti una conducta de 20.000 cavali e non ne positi fare cavalchare el quarto de epsi.

E quelle che cavalchano, la Mayestà Vostra sa como le cavalchano, che le non hano ni famigli, né arme, ni cavali, che ben ge vogliano, né che siano da comparire, né da potere fare uno facto ali bixogni.

Questo tenire da queste grande conducte e non le pagare è uno fare perdere lo credito ala Vostra Mayestà et la reputatione, perché, non essendo le gente d'arme vostre pagate meglio che se siano al presente, dà materia de dire ad altri che la Vostra Mayestà non le può pagare; per la quale cossa, se voleno vivere, bixogna che li siano marchadanti de legne e feno, como sum, che questa terra per loro, pro maiori parte, è fornita.

E quando quella se ritrovasse ad uno bixogno da fir alturiato, non potristi essere alturiato.

Sacra Mayestà, nui ve confortemo bene quanto sapemo et potemo, ad tenire più gente d'arme che potiti, ma confortemove ad tenirle ben pagate et in ordene, perché se vui non le teniti ben pagate et in ordene vui non faciti coelle et cusì potristi stare senza epse.

Ma havendone la Vostra Mayestà asai et bene in ordene, non è sì grande facto che la Vostra Mayestà se metta in animo de fare che la non faza.

Non le habiando in ordene, et habiane pure la Vostra Mayestà che conducta se voglia, quella non potrà mai fare cossa alchuna presto, como ali tempi accadeno li bisogni.

L'è vero che a volerle tenire bene in ordene spexa gli andarà, ma la Vostra Mayestà debe moderare tute le altre soe spexe, dicemo per infino a quella del vivere suo per fare questa, e debe ieiunare la vezilia per venire ala festa.

E debe havere gente d'arme taliane, le quale hozidì sum le fiore dele gente d'arme.

E facia che habia homini experti e gaiardi et che habiano facto el mestero e de chi la Mayestà Vostra se puosa fidare.

Non pare a nui che la Vostra Mayestà sia quella che per ogni minimo respecto debia andare in campo contra uno vostro subdicto, né etiamdio per ogni piccola cossa meterse a simele sbaraglio e meterse a pericolo, como facia el plu tristo saccomano che habiati, perché l'è ala Vostra Mayestà a farve de Re conductero de gente d'arme, è puocho onore.

La Vostra Mayestà debe havere uno homo intendente nel mestero, animoxo, gaiardo e savio, del quale ve posati fidare e darge lo incarico dele vostre gente d'arme; quando vui non gli vogliati dare el titolo del Capitano Zenerale, che lui, non obstante che lui non havesse el titolo predicto, lui lo meriti.

E per questa via la Mayestà Vostra virà ad mantenirsi et ab observare la reputatione, cum la quale la Vostra Mayestà farà uno molto mazore facto che non faria cum la forza, et anche schivarà li pericoli a che la se mette, che sum infiniti.

E non guardi la Mayestà Vostra che per infina qui Dio ve habia facto gratia de non pericolare.

E racordative de quello verso che dice: accidit in puncto quod non contingit in anno; et anche perché la persona vostra se conservi per fare uno grandissimo facto.

E per questa via la Vostra Mayestà seguirà ad havere el stato suo sequro e serà in via de aquistare facilmente lo infrascripto; el quale, non essendo la Vostra Mayestà provista in lo modo che desupra havemo dicto, quella non potrà acquistare, et anche senza faticha de animo e de corpo e malanchonie non poche non potrà mantenire lo presente, como nui desideremo che mantenga et accresca.

Racordando et confortando la Vostra Mayestà che facia che lo homo che vui toriti a questo fine desopra scripto de poterge, quando el ve parerà, dare lo incarico de gobernare le vostre gente d'arme, sia taliano, perché el stato che qui desoto ve chiareremo più tosto se acquistarà per mane de taliani che per mane de altri homini che non siano taliani.

El sum bene deli homini in Italia, Sacra Mayestà, deli quali el Signor mio fratello et io ve confortaressemo ad torli, et anche gli ne sum de quigli de chi non ve confortaresemo che li tolisti.

El stato che nui volemo che aquistati, Sacra Mayestà, e che semo certi che già grande tempo è ve haviti proponudo de acquistare, et ad ogni modo doviti fare ogni pensiero per aquistarlo, dicto stato è questo.

Vui sapiti, Sacra Mayestà, che stato tene el Duca de Milano in Lombardia, e sapiti che lui è Signore senza figlioli, dela età che è, et è de vita, complexione, costumi et ordinato como sapiti; et
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el quale è a tali termini conducto che senza fallo veruno non è possible ch'el viva quatto o sei anni quando mai plu.

E così è possible che lui viva sei anni como centomilia, se Idio non volesse fare miracolo; ma per quello che la raxone porze, lui non arrivarà mai ali quatro anni.

Lui, como ve havemo dicto, morirà senza figlioli et molto malvoluto da li suoi subdicti, perché nel vero lui sempre gli ha tenuti in guerre, le quale non pono essere senza tribulatione et spexe et desfactione de li loro subdicti.

E quando lui facesse terminatione alchuna del dicto suo stato, quando el vegnirà ala morte epsa non harà effetto, perché lui e la Casa deli Vesconti in quella Lombardia sum mal volsuti et odiati como diavoli; sì che quello suo stato rimarrà senza Signore e chi harà posanza cercharà de intrare in epso et essere successore del dicto Ducha de Milano.

Nui non vedemo ch'el sia potentia ale parte de Italia che meglio et più facilmente possa intrare et ottenire questo stato, quando potrà la Vostra Mayestà, vogliandose gobernare et fare como desopra è dicto e como la può, e como qui gli racordaremo, cum la mezanità del Signore mio fratello, el quale confina col dicto stado et ège vicino, et in epso la Casa da Est è meglio voluta e più amata quaxi che non è Dio, a parlare in questa forma.

Nui non se dubitemo niente che, vogliandose gobernare la Vostra Mayestà como habiamo de sopra dicto e como debitamente la debe per la fama sua del ben gobernarse, de tractare bem li suoi, de havere la gente d'arme che harà bem pagate et in ordene et de havere el modo dove pagarle sempre bene, e cum la mezanità dela Casa da Est, la quale, como ve havemo tochato de sopra, in quella Lombardia è ben voluta como Dio, la Vostra Mayestà facilissimamente intrarà in questo stato e Signoria del Duca, et ottigniralo et goderalo pacificamente e cum grande piacere.

Et havendo questo, la Vostra Mayestà pò dire de havere la migliore parte de Italia, perché la è epsa.

E non è dubio alchuno che la Vostra Mayestà non sia Re de Italia.

L'è vero che li Venitiani sum a questo stato vicini, como è el Marchese mio fratello et vostro figliolo, e sum potenti, e seriano quigli che seriano cusì presti como verun altro ad intrare in questo stato e Signoria del Duca, se potessero.

Ma bene che loro gli sia vicini e siano potenti, sum in epso non che ben volsuti ma odiati oltra modo, e non solum in lo stato che tene lo duca, ma in tuto quello che loro tengono in terra, perché loro lo hanno desfacto per fare bona Venexia.

El ducha de Savoglia anchora lui è vicino a questo stato del Ducha de Milano, e forsi che anche a lui andarà per la mente de intrare in epso per cupidità de farse mazore che lui non è.

Ma dico cusì ala Vostra Mayestà che lui non gli harà el modo che harà la Vostra Mayestà, per rispecto, inter alia, dela mezanità del Signor mio fratello e vostro figliolo.

Et anche nel vero la potentia del ducha de Savoglia non è da fire comperata cum la potentia dela Vostra Mayestà, perché quella dela Vostra Mayestà è molto mazore dela soa.

Et anche, a dirlo ala Vostra Mayestà, lui non è amato dali Lombardi per cossa alchuna, e pare a loro ch'el non sia homo che meriti tale stato per multi respecti, et maxime per havere generalmente li Lombardi in odio li Savoglini.

Anchora, Sacra Mayesta, poria essere ch'el Conte Francesco per la cupidità che ha de farsi grande, forsi anche perché ha la figliola del Ducha de Milano per dona, sì etiam perché fu facto dela Chaxa deli Visconti, forsi anche perché el ducha gli prometta lasarlo suo herede, cercharà de succedere anche lui et intrare in lo dicto stato.

Ma quanta sia la soa posanza la Vostra Mayestà el debe sapere, et el modo che lui harà farlo, perché lui harà più tosto inimici a quello tempo a questa tale faconda et persone che non el voria vedere al mondo, che amici che lo aiutino.

Et anche la Vostra Mayestà può pensare quanto plu li gentilhomini et persone de quella Lombardia serano contenti essere segnore–zati da Signori antiqui, naturali, iusti et liberali, che da persona de ville sangue et conditione, et che sia tirampna et non uxa ad segnorezare como è el Conte.

Aduncha, Sacra Mayestà, vogliati intendere et gustare molto bene questa facenda et mandarla ad exequtione como el Signore mio fratello et io siamo certi che la Vostra Mayestà più de nui la habia molto ben veduta e sopra epsa dì e nocte facto pensero, et sia deliberata omnino mandarla ad exequtione.

E quando el Signor mio fastello et io credesemo che vui havisti questo animo e non volisti pigliare questa bona fortuna, la quale cusì largamente ve vene a chasa, haveresemo ardimento de dirve che vui non siti quello magnanimo Re che siti tenuto, e non solum nui ma zeneralmente ognomo lo diria.

Se la Vostra Mayestà fa el cumolo che ve habiamo dicto, el serà caxone facilmente de farve venire facto questo tale designo; ciò serà caxone de farve conservare el stato vostro presente, como ve havemo de sopra tochato, et adquistare lo sopracripto.

Se vui ve fariti bene volere ali subdicti vostri, come è dicto, anchora questa vostra fama in Lombardia serà caxone de questo antedicto stato.

Se vui hariti la gente d'arme in ordene et che sempre le posiati adoperare, et siano taliane e bone gente et fidate, la Vostra Mayestà, sempre achadendo el caxo, potrà saltare suxo la impresa et ottenirla; dove, se la non le harà in ordene da poterle adoperarle, non lo potria fare, perché queste sum cosse che rechiedeno cellerità e non termine di mettere gente in ordene.

E non dariti caxone ad altri che intri e metta li piedi in questo tale stado, havendo vui le vostre gente in ordene e fazandole cavalchare incontinente, sequondo che lo bisogno achaderà.

E quando vui non le havisti in ordene da poterle subito ad ogni vostro bixogno adoperarle, forsi altri intraria in questo facto.

E poi intrato ch'el ge fosse, seria ala Vostra Mayestà tropo difficile cossa ad cazarlo, perché el se dice a nui che a volere cazare una vechia de cassa el ge ne vole septe zovene.

Et alora, Sacra Mayestà el Signor mio fratello et io
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saperesemo confortare la Vostra Mayestà che venga in persona cum la gente d'arme ad fare questo grando et relevato facto; e vegniriti ad havere mandato ad executione quanto ve havemo tochato qui desopra.

Ciò hariti salvato la persona vostra ad fare uno grande facto et non la hariti messa ad ogni sbaraio e pericolo, como certamente non se convene a tanto Re, sì per la specialità vostra, sì etiam per li servituri che hano speranza in la Vostra Mayestà.

Recordandove, Sacra Mayestà, che facendo la Vostra Mayestà quello che desopra havemo tochato senza questo che desoto ve monstrare–mo, non haristi facto niente.

Ma facendoldo, como sum certo fariti, cum quest'altro che qui desoto ve monstraremo, la Vostra Mayestà facilmente ottegnirà quanto siamo certi che sia el desiderio suo et anche el nostro, perché, Sacra Mayestà, ve demonstraremo et chiariremove de molte pratiche che andavano suxo per lo tavolero quando io me partì da casa, perché el Signor mio fratello et io de epse siamo asai bene informati per essere in luogo da ciò.

Anchora notifficaremo ala Vostra Mayestà quale sia lo amore de le potentie de Italia verso la Vostra Mayestà e apresso questo racordare–mo el Signor mio fratello et io ala Vostra Mayestà li modi che cum epse potentie hariti ad tenire particularmente, perché serà ala Mayestà Vostra bixogno tenire una via cum uno, cum un altro un'altra; e facendo questo la Vostra Mayestà, el desiderio votro et nostro et el designo già designato virà ad havere bono effecto.

Sacra Mayestà, quale siano hozidì le potentie in Italia che potentie chiamare se possano et dale quale non siati amato, dicemove che le sum queste: el Papa, li Venitiani, el Ducha de Milano, li Florentini et el Conte Francesco.

Zascuno de questoro ve portano odio, chi per uno rispecto et chi per un altro.

E comenzando ala Signoria de Venetia, epsa odia la Vostra Mayestà grandemen–te, non obstante che la non ne facia demonstratione alchuna et che la uxi verso la Vostra Mayestà cum parole el contrario, et odiave per questo respecto, perché epsa ve vede grande, magnanimo e potente Signore in Italia e fuora de Italia, et in terra et mare.

E vicino loro per mare non vedeno Signore che plu gli puosa offendere e fare cossa gli despiaza de vui, né che plu li puosa tenire a stecho de vui, e cum la loro superbia desiderano non che niuno sia ni mazore ni paro a loro de posanza, ma che zascaduno sia menore de loro et mancho potente, per essere et poterse vanagloriare loro de essere li mazori et plu potenti Signori che hozidì se atrovino in Italia, e in mare et in terra.

E plu sum malcontenti che vui siati Re de questo Reame che niuno altro, perché conoscono che, fossege Re chi se volesse altri che vui, epso non seria cusì ardito, magnanimo e potente como siti vui, né adoperaria cum la persona el mestero del'arme como faciti vui: cossa da fare molto sbigutire el vicino suo.

Et anche sano che vui hariti animo de tenire et gobernare vinti altri Reami come questo, et hanose preposto certamente che vui penitus siati deliberato de farve Re de Lombardia, e de questo ne hano tanta paura che non sano dove sbatano el capo, perché desiderano loro essere quigli che succedano Signori de tuta la Lombardia.

E perché non conoscono che gli sia persona che gli puossa devedare et tore questa Signoria dale mane a loro che la Vostra Mayestà, però tanto ve odiano che nel vero non ve voriano oldire nominare.

Ch'el sia vero quanto nui ve diremo, loro se hano messo ad favorezare el Conte Francesco, como sapiti, e tuto quello alturio ge hano posuto dare ge lo hano dato perché vui non ve fazati mazore Signore che siati, anci, se possibile è, che vui siati molto menore Signore che non siti.

E bene che egli lo habiano facto sotto altro colore, non è però a dire altro so no al fino vostro.

Li Florentini, cioè el stato che al presente reze, è de simele voglia e desiderio che sum li Venitiani, per la mazore parte deli respecti che moveno li Venitiani; et anche, oltra quigli, epsi Florentini zeneralmente plu amano li Francixi che Catelani: e pare a loro che ogni trafego che loro Florentini habiano in questo Reame più seria securo in le mane de Francixi che in le vostre mane.

De questo la Vostra Mayestà gli debe molto bene conoscere, perché ogni dì la li praticha, e se egli havesero la posanza como non hano, loro monstrariano per effecto quello che è tocho desopra essere vero.

Et anche per la posanza che loro hano, loro lo hano demonstrato et demonstrano asai bene.

El duca de Milano, el quale è timido e sospetoxo molto plu che veruno de quisti altri per avere natura cusì facta, oltra deli respecti desopra dicti, ha anche lui mazore desiderio d'essere el principale e plu potente Signore de Italia, et per volere essere quello lui che habia a dare leze ali altri Signori e non a torle da loro, e quello che vole che tuti habiano ad essere sotto lui e non lui sotto altri.

Vedendove quello magnanimo Re che lui ha veduto, non solamente in occulto ve odia et è inimico, ma in publico senza riguardo alchuno odia la Vostra Mayestà et ègli inimicissimo, e non ha lasato tracto ad fare per lo pasato, neanche al presente, perché la Mayestà Vostra non se faza quello Signore che haristi potuto farve, e questo asai è noto ala Vostra Mayestà senza che plu in scrivere io quella atedi.

E diga pure lui e faza che demonstratione el voglia ala Vostra Mayestà, et habia cum quella che pratiche el se voglia, perché l'è vero quello che nui ala Vostra Mayestà dicemo: e non serà mai che per veruno tempo la Vostra Mayestà de lui se puosa fidare se centomila promesse ogni dì a quella lui facesse, et una mazore del'altra, perché de sua natura è quanto plu promette, de tanto piezo attendere; né è da darli fede per uno lupino.

E sa pure anche la Vostra Mayestà quanto lui ha havuto a male el facto de Zenoa, et anche lui ve ha rechesto molte cosse dele quale vui non ge haviti volsuto compiacere, per le quale ve odia et voleve grande male.

El Conte Francesco per
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lo simele ve odia et è ala Vostra Mayestà inimico capitale, perché el non ge è Signore che gli tenga el stecho in lo ochio so no vui; et anche ve odia perché ge haviti tolto la mezore parte dela soa Signoria e quella dove lui era benissimo amato, perché quelle terre lui le havea tenute, non gli togando el suo per via indirecta et per haverle guardate date guerre.

Et anche de dicte terre lui receveva plu intrata, de intrate ordinarie e licite, ch'el non fa de tute le altre che ge sum rimaste. Et oltra questo la Vostra Mayestà fu caxone de cazarlo dela Marcha, e se la fortuna non lo havesse aiutato el seria de epsa fuora e de tale Signoria privato in tuto.

E creda la Vostra Mayestà che l'è como nui gli dicemo, et habia pure el Conte cum la Vostra Mayestà quale pratiche el se voglia.

El Papa, Sacra Mayestà, sequondo el parere nostro non è senza groseza cum la Vostra Mayestà, e per quello che nui comprendemo a lui forsi pare che la Vostra Mayestà non ge habia atexo quello che epsa gli ha promesso et non habia facto et aiutatolo ad cazare lo inimico suo, como lui haria volsuto: cosse de che non volemo dare sententia nui, perché la Vostra Mayestà sa meglio queste cosse che verun altro como le sum pasate fra el Papa et vui.

E forsi che anche el Papa desideria che in lo Reame non fosse Re alcuno, non dicemo però plu de vui che de un altro, perché non essendo Re nel Reame, el quale è pure cossa de Chiexia, lui se daria ad intendere de havere deli censi che lui non ha, et havere in nel Reame plu posanza ch'el non ha essendoge vui; non è però che lui volesse plu tosto in questo Reame un altro Re che vui.

Nui, Sacra Mayestà, hasai chiaramente ve havemo demonstrato qui de sopra quale potentie de Italia ve odiano et le caxone perché.

Mo' ce resta a dire le pratiche quale se retrovavano andare suxo per lo tavolero quando me partite da casa per venire ala Vostra Mayestà, le quale tute erano et facevanose afin de dampnificare la Vostra Mayestà como per epse quella apertamente comprehenderà.

Quando io me partì da Ferrara per venire ala Vostra Mayestà, el Ducha de Milano oltra le altre infinite pratiche che lui ha cerchato de fare ala Vostra Mayestà, como siamo certi che sa la Vostra Mayestà, cerchava questa e facevane grandissima instantia cum la Signoria de Venexia et cum Florenti–ni che loro facessero unione cum lui contra la Vostra Mayestà, monstrandoge overo proponendoge che la vixinanza vostra a loro era una pessima pestilentia, per il respecti che de sopra ala Mayestà Vostra in questa nostra havemo tochati, in lo capitolo che ve havemo monstrato le malivolentie che ala Vostra Mayestà hano, le caxone perché ve le hano; digando lui ch'el vole essere quello che se descopra lui ad fare contra la Mayestà Vostra e togase tuto questo incarico a lui, tegnando secreto loro Venitiani et Florentini.

E monstrando che loro de questa tale impresa contra la Mayestà Vostra non sene impacino, e tuto questo era per fare che la Mayestà Vostra, o per via recta o indirecta, venisse ad essere desfacta.

Or, Sacra Mayestà quisti Venitiani et Florentini per quello che nui comprehendemo non hano forsi condesexo ala voglia et designo del Ducha de Milano, e questo dicemo perché non ne vedemo experientia ni signo alchuno de presente: non è però perché ala Mayestà Vostra portino amore, né non foseno contenti la Mayestà Vostra non havere stato alchuno, ma perché conoscono la natura del Ducha de Milano essere tale che lui li meteria in ballo e possa li lassaria lie, e non obstante ch'el ge havesse facto mille promesse, niuna el non ge attenderia, loro non ge hano condesexo. E queste sum dele pratiche che sum facte contra la Mayestà Vostra.

Mo' che questo non è sequito et al ducha pare de non havere posuto movere ala Vostra Mayestà questa guerra, lui cercha de dimonstrare ala Vostra Mayestà ch'el ve ami plu che mai, et ogni dì ala Vostra Mayestà è dredo cum soe pratiche, como sapiti.

Ma nui ve racordiamo che le pratiche del duca sum sì facte che mai non hano ni fede ni stabilità, nisi ni plu ni mancho como lui, el quale ge ne ha mancho che homo del mondo.

E questo la Vostra Mayestà el può molto ben e chiaramente conoscere al presente essere vero, per quello che per experientia per lo pasato ha veduto et provato.

Ma el modo che la Vostra Mayestà doverà tenire cum epso Ducha desoto chiaramente ve lo demonstraremo, e serà cossa che ve potrà zovare et non nocere.

L'altra, è Sacra Mayesta, ch'el Conte Francesco, como desopra ve havemo dicto, ve porta odio per li respecti desopra alegati e desidera ultra modum de reaquistare quello che la Mayestà Vostra ge ha tolto.

E sa la Vostra Mayestà, ala pace che lui feci col Papa, quanto volentera gli vene perché la Mayestà Vostra in epsa non era nominada. E como desideroxo, como ve havemo dicto, de reaquistare el suo, nui sapemo e siamo certi che lui cercha per ogni migliore via ch'el può de exequire el desiderio suo et ha praticha cum deli Signori de Italia et dele communità, dali quali lui se confida serà alturiato et favorezato da chi per amore, da chi per voglia che hano che lui reaquisti el suo per plu respecti, da chi per timore.

E non creda la Vostra Mayestà che lui mai resti di sollectitare e de fare instantia de tale facenda, non obstante che lui non ne faza demonstratione, ma certo è che lui mai non studia, né desidera, né sollicita altro che questo.

Et in lo Reame et Abrucio cum deli Signori et Communità ala Vostra Mayestà sotoposti, dove lui era bene voludo, è da credere che lui gli ha pratiche tale e sì facte che forsi, non gli vegnendo facto la praticha che nui intendemo che lui cercha cum la Vostra Mayestà, epsi Signori delo Reame et Communità se levarano col tempo e cum le spale, et favuori che lui cercha de havere e poterge dare el Conte, e rebelaranose ala Vostra Mayestà, e non vederiti so no che ad uno tracto se serà ala Vostra Mayestà rebellato sei overo otto Signori et
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Communità, che sarà una cossa molto dampnosa ala Vostra Mayestà.

E lui per questa via vegnirà ad acconzare et fare el facto suo et ad reaquistare quello che già è stato suo, cum la posanza dele gente d'arme che lui ha, et guastarà el facto vostro.

E quanto al Conte non venga cusì facto ogni suo designo, el non è che lui non metta la Mayestà Vostra in fadige et affani, et a quella non noxa tanto che ala Mayestà Vostra non para asai.

E quanto sia el pericolo dela persona e del stato vostro, ad meterve ala defensione de questo facto, la Vostra Mayestà el può molto ben considerare, per le occurentie che in le bataglie ogni dì forzeno et anche per li animi deli subditi, quali non se trovano sempre ben contenti.

E lui fa certamente como fano li savii, per quello che nui intendemo, lui cercha una via cum la Vostra Mayestà, e non sta in questo de pratichare quanto desopra havemo dito, aspectando el tempo.

Se la praticha ch'el cerca cum la Vostra Mayestà harà bono fine non lo sapemo, ma certo lui è savio e quanto plu el può el cercha de provedere al facto suo col tempo, siché questa è pure anche de quelle che nui intendemo et che sum contra la Mayestà Vostra.

Ma sia come se voglia, se la Vostra Mayestà se gobernarà saviamente, como siamo certi che la farà, nui anche a questo gli daremo el modo de bem provederse et gobernarse in forma ch'el designo suo e desiderio viran ad effecto.

Sacra Mayestà, l'altra praticha che andava suxo per lo tavolero quando io me partì da caxa, è questa: che le potentie de Italia, cioè el Ducha, Venitiani, Florentini, cerchavano ch'el Papa intrasse siego in liga, donde vegneva possa ad essere ligado insembre tuta Italia, cioè quigli che dale parte nostre plu pono.

Et essendo questoro in liga, como è dicto, da credere è che non siano intrati in liga per offendersi l'uno l'altro, ma ligati per offendere a chi non sia siego in liga, como non siti vui Sacra Mayestà.

Perché, como ve habiamo monstrato de sopra, tuti ve odiano per li respecti prealegati, e quando non ve offendano per via palexe, forsi cercharano de offendervi per via secreta, se non al presente forsi lo farano de qui a pocho tempo.

Sacra Mayestà, vui positi sapere in Lombardia quante gente d'arme gli sum, et essendo facta la liga soprascripta quelle potentie cercharano de mettere fuora deli paixi soi dicte gente d'arme, perché le non gli stagano ad tribulare et a desfare li suoi subditi.

E loro per non andare ala zappa, forsi cum li conforti de dicte potentie, cum li aiuti de quelle, se adviarono a questo vostro Reame e farano contra la Mayestà Vostra per non havere el modo de vivere altramente.

Né creda la Vostra Mayestà che tante gente d'arme como sum queste che se trovano in Italia, essendo la pace como è, possano stare che non fazano uno grande buxo in uno paexe, e nui non comprendemo ch'el debia essere altro che in questo vostro, perché el non ge è paexe ad ciò plu apto per rispecto dele voluntà diverse che in epso se ritrovano.

Oltra questo, Sacra Mayestà, el Ducha a quisti dì ha cerchato col papa ch'el tuoga a suo soldo in luogo de Nicolò Pecinino el Signor Aluise da Sancto Severino e li figlioli, monstrando lui Duca de fare questo per havere uno stecho in lo ochio al Conte.

Ma sequondo nui lui lo faceva ad altro fine, perché el sa ch'el Signor Aluixe è vostro inimico et el Conte è el simile; che uno dì, quando el Signor Aluixe cum li suoi fosse stato ale parte propinque al Conte, che tuti dui d'acordio se ne vegnessero contra la Vostra Mayestà e contra quella facesseno, overe, quando non lo facessero cusì incontinenti et in spacio de qualche temparello, se vedesero el modo, tuti se piaseno per mane e vegniseno contra la Vostra Mayestà, como è dicto.

Siché, Sacra Mayestà, vui per questo chiaramente potiti comprendere ch'el Duca, per lo modo soprascripto, non starà che lui non tenga el stecho in lo ochio al Conte Francesco, ad ciò che lui habia caxone de fare quanto sia la voglia del ducha.

Et oltra questo per lo simele, quando la Mayestà Vostra non condesenda a tuto quello che lui Ducha vorà, lui harà preparato el modo e la via, cum dicti Conte Francesco et Signor Aluise et figlioli, ad damnificare la Vostra Mayestà et quella offendere, perché, allogato che lui habia dicto signor Aluise, como è dicto, col Papa, lui incontinenti cercharà de adaptare questa cossa per modo che li dicti Conte Francesco e Signor Aluise farano contra la Mayestà Vostra ad ogni soa petitione e voglia.

Oltra le dicte cosse, anchora, Sacra Mayestà, le dicte potentie grande de Italia, che sum Venitiani, el Ducha, Florentini, cerchano de havere le altre potentie de Italia siego in liga, como sum Senixi, Luchixi, li Signori de Romagna, el Conte de Urbino, el Signore de Camarino, Peruxini e tuti li Signori che non sum siego in liga.

Li Fiorentini fra li altri hano facto grande instantia de havere cum loro in liga Senixi, perché sano che loro amano la Vostra Mayestà, adciò che loro Senixi, essendo siego in liga, non ve possano dare favore alchuno.

Li Peruxini anche intrano in liga cum Florentini et già hano havuto licentia dal Papa.

Queste sum dele cosse che in Italia se tratano e se fano contra la Vostra Mayestà, como apertamente politi comprendere.

Ma perché la Mayestà Vostra habia caxone de fare li dui effeti che desopra habiamo dito, cioè da conservarsi illeso, pacifico et iocundamente el suo stato che al presente ha, et ultra questo adquistarne un altro, como desopra havemo dicto, como siamo certi che la Vostra Mayestà è desiderosissima de fare et omnino lo facia, nui qui desoto ve monstraremo li modi quali a nui pare che la Mayestà Vostra habia ad tenire per potere fare questo optimo effecto et primo.

Sacra Mayestà, a dirve in puoche parole quello che a nui pare che per la Mayestà Vostra se debia fare, oltra tuto quello che desopra è scripto, questo è lo effecto de epso, che la Vostra Mayestà circhi
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per ogni modo et via et cum ogni demonstratione evidente et manifesta, che la pace in Italia universale siegua, et quando la non segua, che per la Mayestà Vostra non manchi et che ognomo cognosca questo manchamento, che pace universale non segua, non essere vostro: anci se comprenda universalmente per tute le potentie de Italia che per la Mayestà Vostra non mancha.

E cusì facendo la Vostra Mayestà darà ad intendere ali Taliani che Re siati.

E quando le potentie de Italia tute non vogliano condesendere a quello gli proponeriti, che è ala pace universale, e le intelligentie che vui gli rechideriti, la mazore parte de dicte potentie gli condesenderano e farano quanto la Vostra Mayestà gli recherderà.

E prima pare a nui che la Vostra Mayestà debia havere nuova intelligentia col Papa, non obstante che fra vui non sia discordia ni controversia che appara, ma pure, per quello che dal Patriarca nui sentiamo non è che fra el Papa e la Vostra Mayestà non sia groseza, perché al Papa pare che non ge haviti attexo quello gli haviti promesso.

Et anche ala Vostra Mayestà forsi pare ch'el Papa non habia verso vui attexo le promesse come dovea.

Ma como se sia la cossa, bisogna per lo dicto respecto che la Mayestà Vostra humilii questa indignatione e veda omnino col Papa nuova et bona intelligentia, perché zascaduno de vui non habia caxone de portare odio a l'altro.

Racordan– dove, Sacra Mayestà, se questo Papa non ha facto quello che la Mayestà Vostra haria volsuto et a quella ha parso ch'el dovea fare, el vegnirà un altro Papa forsi dreto questo, che ve farà quanto saperiti dire et dimandare, perseverando la Vostra Mayestà in amicitia bona cum la Chiexia.

Perché io ve racordo, Sacra Mayestà, che la età vostra è apta ad scortichare quatro overo sei Papa inanti che manchati vui.

E perseverando vui in amicitia, como è dito, cum la Chiexia, el non può essere ch'el non ne venga uno deli Papa che farà ala Mayestà Vostra quanto vui dala Chiexia rechederiti.

La Vostra Mayestà se debe dignare de cerchare quello che per lei se affaza e non contra de lei.

Vui non doviti, Sacra Mayestà, nel facto deli benfici de questo Reame, stare a disputare col Papa e volere che persone che non li merita li habia.

A nui è demostrato che la Vostra Mayestà stava a distupare col Papa de uno beneficio che non valerà cento carlini: cossa che la Vostra Mayestà per modo alchuno non debe fare.

E plu anchora che la Vostra Mayestà non vole concedere tratta per modo alchuno che dele vituarie de questo Reame siano conducte a Roma.

Nui, Sacra Mayestà, non ve saperesemo giamai confortare ad lassare cavare tante victuarie de questo Reame, ch'el romagnesse afamato, per pasere el Papa et Roma, e chi ve persuadese questo, nui non saperessemo dire altro so no ch'el fosse cativo e non amatore dela Vostra Mayestà.

Maisì che confortemo bene la Vostra Mayestà ad concedere dele tracte a chi ne vole per condure dele victuarie de questo vostro Reame a Roma, prima romanendone tante nel paexe che per le tratte che la Vostra Mayestà concederà el non venga ad essere desfornito et affamato.

Et fazando questo la Vostra Mayestà vui fariti tanto piacere al Papa et cardinali et a tuta la corte romana che loro sempre ve amarano singularmente e romagnerano obligati ad fare dele cosse che piacerano ala Vostra Mayestà.

Facendo vui el contrario aquistariti odio et malivolentia, et ogni picola favilla è caxone alchune volte de accendere uno grande fuoco; che acquistariti vui più, Sacra Mayestà, essendove amico el Papa, el quale è vostro vicino, como sapiti; et dicitime da che parte potentia alchuna italiana ve pò offendere e noxere essendove amico el Papa.

Da una parte solo potiti essere noxuto, videlicet per la via dela Marcha e non per altra via, che serà ala Mayestà Vostra lezera cossa a guardare et defendere, quando altrui ve volesse offendere per quello luogo solo.

Ma quando la Vostra Mayestà non havesse el Papa per amigo, como a nui pare che pure el debiati havere, e qualche potentia italiana ve volese nuoxere, dandoge el Papa el passo et le victuarie, ve poria offendere da plu luoghi, che seria ala Vostra Mayestà forte cossa a defensersene.

Faciti aduncha, Sacra Mayestà, che la passione che vui haviti verso questo Papa non ve mova, perché lui non habia facto verso la Vostra Mayestà quello che ala Vostra Mayestà pare che lui dovea fare; e racordative, como havemo dicto desopra, como la età vostra è apta ad scortichare sei Papa.

E non pò essere raxonevelmente se vui al presente non haviti havuto quello che voristi, che per lo advenire el serà forza ch'el venga facto.

Faciti aduncha che fra el Papa e vui sia bona intelligentia et amore per defensione deli stati vostri.

E vogliati piutosto vui refrenare la groseza che è tra el Papa e vui, che stare in epsa indurito, adcioché a vui cum questa vostra refrenatione plu ve zovi et parturisca col tempo optimo fructo, che non la refrenando sia caxone de gustare li facti vostri.

E questo nui vedemo, s'el non vegnirà facto como nui dicemo, ch'el manchamento vegnirà dal canto vostro, perché el Papa a dì pasati, essendo io Borso a Roma, me disse, domandandoge io s'el voleva comandare cossa alchuna ale parte de qua, quando io tolsi licentia dala Soa Sanctità: "Borso, tu te ne andarai al Re, va in bona hora e dige per parte mia, ch'io sum Eugenio, homo costante e fermo, e che per parole et suspicione che me siano proposte in la mente, s'io non ne vedo li effecti non sum mutabele et instabile, anci stabelissimo, et quello ch'io prometto lo attendo.

E che lui ha volsuto dele cosse che non ge ho volsuto fare per non essere obligato a farle, et anche io cum honestà non ge le haria posuto fare; e se lui havesse facto verso mi quello ch'el dovea , le cosse non seriano in li termini che le sum; nianche Nicolò Picinino mai non seria andato in Lombardia.

E più, che lui feci una lettera de sua mane a Nicolò Picinino in la forma che lui sa, la quale non fu honesto che lui la facesse.


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De queste soe lettere confortalo che lui non ne faza cusì bona derata como el fa, et che lui voglia essere quello Re che lui debe essere debitamente, et ad ciò confortalo, advixandolo ch'io voglio essere quello Eugenio ch'io debo essere, e per mi mai non mancharà de fare dal canto mio quello ch'io debio".

Questo è quanto io hebi in commissione dal Papa.

El Patriarcha anchora, parlando a certo propoxito cum lui, me pregò ch'io volesse dire ala Vostra Mayestà per parte soa che la Chiexia mai non ve faria guerra, e lui como homo principale dela Chiexia cusì ve prometeva.

E diseme plu: se vui volivi sequreza alchuna in scriptis, ch'io ve la proferisse, perché lui era apparecchiato a farla; e quando bixognasse haria animo a farla sotoscrivere a tuti li cardinali, intendendose questo non facendo la Vostra Mayestà contra la Chiexia.

Sacra Mayestà, vui positi comprendere quanto questo sia facile cossa ala Mayestà Vostra ad havere bona intelligentia col Papa; vogliati cerchare ad ogni modo de havergela, perché el se afà per vui e fazando el contrario la Vostra Mayestà vui vegneriti ad acquistare el Papa per inimico, el quale, se lui intrarà in liga cum Venitiani e Florentini, como se praticha che intri, serà potente ad offendere et danezare la Vostra Mayestà.

Et anche seriti excluxo de non potere intrare in liga cum le altre potentie de Italia como sum Venetiani et Florentini, cum li quali essendo in liga vegniriti ad essere securo de non havere guerra et tribulatione, che serà ad fare el facto vostro.

E quando vui havisti guerra, lo guastaristi e non vegniristi ad potere consequire lo acquisto delo Reame che desopra ve habiamo tochato; el quale per la via della pace la Vostra Mayestà acquisterà, como qui desoto chiaramente demonstraremo ala Vostra Mayestà.

Apresso questo, Sacra Mayestà, a nui pare che la Vostra Mayestà debia havere intelligentia col Ducha de Milano; non dicemo, Sacra Mayestà, che de lui ve debiati fidare, perché lui non è homo da potersene fidare per niente; nianche volemo che la Mayestà Vostra habia tale intelligentia cum lui in tali capitoli como già havisti, perché sapemo ch'el ve ha mandato ambasaduri e non se immazinemo ch'el sia ad altro fine che questo.

E sapiati, Sacra Mayestà, che per li capitoli che già cum lui havisti, el non ve ne è successo bene perché lui sempre gli ha posuto demonstrarli a tuta Italia e darge ad intendere che vui desideravi de farvene signore: cossa che debitamente debe havere facto indignare le potentie de Italia verso vui, et che grandemente ve poriano nocere e sì siamo certi ve hano nuxuto; ma habiagelala Vostra Mayestà in tale forma che epsa ala Vostra Mayestà puosa zohare e non nuocere.

Vui la positi fare in questa forma che la sia a defensione deli stati: cioè che vui romagnati et siati boni fratelli insembre e, se alchuno ve volesse offendere, che lui sia obligato ad alturiarve e per lo simele, se alchuno volese offenderli a lui, che vui siati obligato ad alturiarlo.

E facendo vui la intelligentia in questa forma, ve acquistariti questo, che vui hariti una dele mazore potentie de Italia dale vostre et per ogni vostro caso apparechiata.

Et oltra questo ge toriti la suspitione e la via de fare alchuno pensero de fare contra la Vostra Mayestà, como lui ha sempre cerchato per lo pasato, che serà ala Vostra Mayestà grandissima sequreza et grande aquisto.

Ad havere autem altra intelligentia la Vostra Mayestà cum lui, mai per modo alchuno nui non la confortaressemo, perché la ve potria forsi nuoxere et non zohare; ma perché nui cognosemo che questa che ve havemo dicto ve pò zohare et non nuoxere, a quella ve confortemo quanto plu sapemo et potemo per li respecti sopradicti.

Anchora apresso questo, Sacra Mayestà, bixogna che la Vostra Mayestà prosegua et compisca la intelligentia che nui intendemo che la praticha cum el Conte Francesco, et omnino la concluda per quello migliore modo che ala Vostra Mayestà pare se affaza per epsa: dicemo tanto se la Mayestà Vostra ge dovesse bene restituire qualchuna de quelle terre che già foreno soe, non dicemo le principale, ma alchuna de quelle che paresse ala Vostra Mayestà che vui senza quelle posissi vivere securo.

E se oltra questo el Conte anchora volesse qualche honore e avantazo dala Vostra Mayestà che a vui possible fosse fargela, nui confortemo la Vostra Mayestà ad fargela, racordandove, Sacra Mayestà, che se vui viveriti in pace col Conte et in bona intelligentia, el non serà potentia in Italia che ve nuoxa, perché, facendo el Conte cum vui intelligentia, siamo certissimi che la Signoria de Venexia e li Fiorentini, volendone vui sequreza de dicta intelligentia, ve la farano per lo Conte.

E per questa via vegniriti puossa facilmente ad havere intelligentia cum Venitiani e Fiorentini, dico intelligentia in questa forma, cioè a defensione deli stati, como desopra è dito dela intelligentia del Ducha de Milano, perché loro sum homini che desiderano pace e non guerra, perché la guerra fa contra loro e la pace fa per loro, perché quando stano in pace tuti, sum ducati e oro.

E sa la Vostra Mayestà che vui non haviti posuto havere intelligentia cum loro Venetiani per l'ambasata quale ad epsi per parte vostra io feci: e questo è stato per havere loro capitoli col Conte de defenderlo et mantenirlo in la Marcha, e perché vui eri inimico del Conte, e sapevano anche che capitoli havivi col Papa; el non ge ha parso cum honestà de posere havere intelligentia cum la Mayestà Vostra.

Ma se vui col dicto Conte hariti pace et intelligentia, per lo quale Venitiani et Florentini prometerano, vui anche facilmente cum loro la haveriti, perché per loro se affà la pace e plu la desiderano che altri non crede, e viveriti sequro et iocundamente e monstrariti ala brigata, cioè a tute le potentie de Italia, che vui siti Re che desidera et chercha pace, e che non siti quello Re da guerra che se dice, el quale haria animo da regere et gobernare bene tuto el mondo; e levaranose de le loro mente la suspitione che hano, che è che vui
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omnino siati disposto e vogliati farve inanti in Italia e farvene Signore de tuta: cossa che fa havere la brigata l'ochio al tenero.

Veniti aduncha ala concluxione dela bona intelligentia che desopra è dito, e vegniriti ad vivere sequro e lieto e fariti tuti li suprascripti beni, li quali tuti redondano et sum in vostro utile et honore, e più che seriti caxone dela pace uniersale de tuta Italia.

La quale la Vostra Mayestà debe desiderare e cerchare che la segua, perché el serà exaltatione vostra et honore et mantenimento del stato vostro prexente et caxone principale de farve acquistare quell'altro che desopra havemo descripto.

Advixandove et confortandove, Sacra Mayestà, che, concluxo che vui habiati le intelligentie che desupra havemo dicto, vui debiati mandare ambasaduri al Papa, a Venitiani, a Florentini et al Ducha de Milano, che li confortino per parte vostra a quella pace universale de Italia et omnino a quella li conduca, includendoge anche la Vostra Mayestà et el Marchexe vostro fiolo per uno deli principali.

E non guardi la Vostra Mayestà che questo vostro mandare ambasaduri, como havemo dito, ge para cusì prima facie alquanto de incarico, e non ve para che vui dovisti essere quello che mandasti quisti ambasaduri, e che Venitiani et Florentini plutosto li dovessero mandare a vui che vui a loro, perché vui ne seriti ultramodum da ogni persona del mondo comendato grandemento plutosto che biaxemato.

Et Idio, apresso le commendatione che ve serano facte, ve ne renderà bono merito perché vui siati caxone de tanto bene in Italia.

E quando vui anchora non potisti concludere le intelligentie desopra ve havemo dito, cioè col Papa, col Ducha, col Conte, e vui gli habiati volsuto fare quanto la honestà comporti, como semo certissimi che non faria altramente, nui saperemo confortare la Vostra Mayestà ad mandare li ambasaduri ut supra et a quello medesimo fine che desopra è dicto et a demonstrare ale potentie suprascripte che per vui non è manchato che le suprascripte intelligentie non seguano, et anche siti dela prima dispositione la quale è, quando per alchuna bona via se puosa dare modo ale dicte intelligentie, che vui sempre siti apparecchiati a farle.

E per questa via vui vegniriti a demonstrare a tuta Italia che vui voliti essere caxone dela pace universale de Italia, che è el mazore bene che fra li christiani al presente se puosa fare, e che vui siti desideroxo de pace e non de guerra como altri crede.

Siché, Sacra Mayestà, concludendo soto brevità quando desopra ve havemo dicto, vui positi vedere manifestamente che la pace è caxone de poterve fare fare questo cumolo de dinari, che desopra ve havemo dicto; la pace è caxone de farve amare ali subditi de questo Reame, perché cum la pace la Vostra Mayestà gli può fare deli boni tractaminti che la non può cum la guerra, li quali pono essere infiniti, como la Mayestà può sapere senza a quella plu replicarlo.

Cum la pace, Sacra Mayestà, positi molto meglio pagare e tratare quigli soldati che cum la Mayestà Vostra serano, che non positi per lo tempo de la guerra, perché meglio hariti el modo de havere da li subditi vostri dove trarli e pagarli quando li tegniritti in pace, che non hariti quando gli tegniriti in guerra.

Advixandove, Sacra Mayestà, che le guerre per lo pasato, quando la Italia non era desfacta como al presente è, se affacevano et era la richeza deli soldati; al presente, perché Italia sta como fa, li soldati quando stano in campo e fano guerra, como al prexente se custuma, se impoverissino et desfano.

E molto plu per loro se affà ad stare ale stantie et havere el suo soldo ordinario, che non fa ad stare in campo e non havere soldo alchuno overo puocho; questo dicemo perché per lo pasato quello che era el bene deli soldati al presente è el contrario.

La pace anchora, Sacra Mayestà, seguendo per lo modo suprascripto, dove vui eri dale potentie italiane mal volsuto et odiato, per li respecti alegati fa che vui siti bene volsuto et grandemente da fire amato.

La pace, Sacra Mayestà, essendo come è dito, fa questo, che, dove le potentie italiane soprascripte facevano pratiche contra la Mayestà Vostra, plu non le farano, anci de ogni bene e stato pacifico serano contentissime.

La pace anchora, Sacra Mayestà, è caxone de fare vivere lieto, sano e iocundo e senza essere sotoposto cum la persona vostra ali infiniti pericoli che ogni dì siti, andagando in campo como andati.

E la pace, Sacra Mayestà, concludendo in puoche parole, ve fa venire ad essere Re de Italia in curto tempo, tegnendo la Mayestà Vostra li modi suprascripti.

E cusì e converso, Sacra Mayestà, stando vui in guerra e non in pace, vegniriti ad non posere fare el cumolo deli denari et a perdere lo amore deli subdicti, e anchora a non possere havere bene el modo de potere bene pagare li soldati vostri; et anche ad fare che le potentie italiane ve odiino et che ogni dì cerchino de fare pratiche contra vui, et tandem guastino tuto el designo suprascripto, perché el non serà potentia alchuna italiana cum la quale volesse havere la Vostra Mayestà intelligentia et havesse da epsa promissione de essere alturiato ad farve oltra in Italia.

E facesseve pure che promissione la volesse, dala quale ve fosse ateso le promesse, e de questo ne haviti veduto experientia in nel Ducha de Milano per li capitoli che havivi insembre de aquistare tuta Italia.

Et oltra quello che a vui non fosse atteso le promesse, quella potentia cum la quale vui Re ve intendisti, seria caxone et consentiria che le altre potentie ve chazasseno de questo Reame, et infine seria el mazore inimico vui havisti ad fare, che vui non ve festi Signore in Lombardia.

Né se daga ad intendere la Vostra Mayestà che potentia alchuna italiana mai ni per modo ni via alchuna ve dia aiuto ad farvi Signore in Italia, e che plutosto non circhi de farve perdere quello che al presente haviti, che ve alturie ad aquistarne de l'altro.

E prometave pure ciò che la voglia, intendendose questo cusì Venitiani et Florentini, como el Ducha de Milano.

E de questo sia plu che certo la Vostra Mayestà.


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Adunqua, Sacra Mayestà, el bisogna che vui siati quello che cum li modi suprascripti ve inzignati de fare conseguire quanto desopra è scripto, una cum el mezo delo Illustre Marchexe vostro figliolo et mio fratello.

Al quale, Sacra Mayestà, bixogna et è necessario daga incarico et libero arbitrio e licentia de fare e pratichare per modo che lui faza vegnire tuti li Signori de Romagna ala obedientia et devotione vostra; et anche mesere Carlo da Gonzaga, el quale è anche lui vicino al stado del Ducha, cum quello migliore modo ch'el porà e saperà e per via del soldo o di provixone.

Advixandove, Sacra Mayestà, ch'el prefato Signor mio fratello per lo amore che ge portano epsi Signori suoi vicini e devoti e cum chi lui ha intelligentia, forsi per la mezanità del prefato Signor mio fratello non seria grande facto che vegnesero ala devotione vostra, cum la mità dele conducte che al prexente hano: como è el Signore de Rimine, el Signore de Cexena, el Signore de Faenza et el Conte del Urbino et el dicto meser Carlo; non obstante che forsi alchuno de loro al prexente siano acconci cum altri; ma le ferme se liverano como sa la Vostra Mayestà.

E se cusì incontinenti lui non li porà havere cusì tuti e redurli ala devotione vostra, lui in puocho tempo li harà, e quando lui li habia conducti tuti cinque, li harà conducti forsi cum cavali 4.000 over 5.000 e non plu, stagandosene loro in caxa ad comandamento dela Vostra Mayestà overe del Signor mio fratello, in vostro nome e soto quella bona coperta et colore che parerà ala Vostra Mayestà o al prefato Signor mio fratello, per bene dela Vostra Mayestà, dagando anche la Vostra Mayestà a lui lanze 400, como altre volte ve dissi.

E sopratuto dagando al predeto Signor mio fratello el modo de pagarli tuti, secundo che lui gli prometesse, e ch'el non se havesse so no fadiga de mandare a tore li denari, et egli fossero apparechiati et exbursati per modo secreto, o per quello modo che migliore fosse.

Questo dicemo perché el Signor mio fratello mai non havesse, per accordo alchuno che lui facesse, ad mandare ala Vostra Mayestà; anci la Vostra Mayestà havesse rato et fermo ciò che lui facesse, el qual modo, essendo pace, la Vostra Mayestà bene gli poria mettere, como è dito desopra, per li respecti allegati.

Racordando ala Vostra Mayestà che, quando el vegnisse el caxo dela morte del Ducha, vui haristi ad passare per Romagna, per casa deli dicti Signori, li quali cum tute le gente soe seriano sempre al vostro comando.

E possa ve ne vegniristi in le terre del prefato signor mio fratello, che sum vostre, e cusì, cum lo aiuto et mezanità sua e dele dicte gente, vegniristi ad intrare in Lombardia et ad acquistare el stato ch'el Ducha teneva, et ad fare et consequire el desiderio et designo vostro et nostro suprascripto.

E cusì ve pregemo, confortemo et supplichemo vogliati fare.

E se anche la Vostra Mayestà ge havesse veruno migliore modo de questo, mediante la pace, ad fare quanto è dito, adoperilo la Vostra Mayestà, perché senza pace el non pare a nui possible farlo.

Et oltra li dicti 4.000 over 5.000 cavali, che serano in Romagna et in Lombardia per respecto de Messer Carlo, serano ali vostri comandi apparechiati e 3.000 overo 4.000 altri che ne tenga la Vostra Mayestà in questo Reame ben pagati; sum apti ad fare quanto havemo dito de sopra ala Vostra Mayestà.

E como ve havemo dicto, vui tegniriti questo Reame defexo da chaduno che in epso ve volesse offendere.

Et anche spiero, quando pure el caxo occoresse ch'el bixognasse che vui havisti per vostro alturio in questo Reame li dicti Signori de Romagna cum li loro cavagli, loro gli vegniriano ad aiutarve et defendere el stato vostro.

Benché, essendo la Mayestà Vostra in liga cum le potentie de Italia, nui non sapemo vedere che persona alchuna in epso ve debia offendere; ma, quando el caxo ve venisse, epsi seriano apparechiati per fare tanto bene.

Siché, Sacra Mayestà, questo è el parere nostro, se non prudente, almancho fidele.



Borso e Leonello D'Este.

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