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Giraldi Cinzio, Giambattista

Lettera sovra il comporre le Satire atte alla scena.





LETTERA OVERO DISCORSO DI M. GIAMBATTISTA GIRALDI CINZIO SOVRA IL COMPORRE LE SATIRE ATTE ALLA SCENA A MESSERE ATTILIO DALL'ORO





[p. 1r]
Non è che vi maravigliate, m. Attilio, se
nel trattare le parti delle scene convenienti alla
tragedia et alla comedia, non ho io parlato della
satira se non con una sola parola nel mio discor-
so dei romanzi, ove della oscurità dei versi lirici e
delle satire ho ragionato. Perché non avendo io
veduto ch'a' nostri tempi alcuno vi avesse messa
mano, né io avendo tentato, quando della scena
scrissi, questa maniera di favole, non aveva avu-
ta materia di ragionarne. Ma poscia ch'io già ne
composi una, la quale fu rappresentata, e poscia
si è data alla stampa, et ora voi me ne chiedete
la ragione, non voglio venirvi meno. Però, come
già per piacere a duo miei carissimi discepoli
composi il discorso dei romanzi e l'epistola che
delle favole atte alla tragedia et alla comedia ra-
gionava, l'uno de' quali fu m. Giovambattista Pi-
gna, l'altro m. Giulio Ponzio Ponzoni, ambidue
da me addottorati e come figliuoli amati, cosí per
piacere ora
[p. 1v]
a voi, non mi sarà grave scriver
quello ch'a vostra sodisfazione mi verrà in mente
intorno al comporre le satire. E perché appresso
gli antichi non si ritrova chi di ciò abbia dato né
regola né legge particolare, eccetto Orazio che
ne diede alcuni tocchi in quella satira od episto-
la che la vogliam chiamare, alla quale si dà ti-
tolo dagli interpreti di Poetica perché in essa
comprese Orazio alcuni precetti del comporre in
varie sorti di poesia, io m'ingegnerò di porre in
uno quello ch'in varii auttori ho ritrovato scrit-
to. E perché la prima considerazione che mi si
offre intorno ciò, degna di considerazione, è il mo-
strare l'origine sua, di questa prima che di altra
cosa appartenente a lei vi ragionerò. Perché mi
pare che dal cercare il suo nascimento si potrà
anco avere migliore cognizione della qualità di
questa favola della quale siamo per ragionare.
Vogliono alcuni ch'ella avesse rozzo e vil prin-
cipio e ch'ella nascesse nelle ville e nelle selve,
et indi poscia fosse condotta nelle scene a piace-
re et a diletto
[p. 2r]
di coloro che più vaghi era-
no di pigliarsi piacere delle maledicenze e delle
cose lascive, atte a mover riso, che delle gravi e
delle civili. E di questa opinione par che fosse
Donato o Cornuto od Aspro ch'egli si sia sopra
Terenzio. Questi dice ch'ella ebbe principio inan-
zi la comedia, la quale fu nondimeno ne' suoi
principii molto rozza e molto licenziosa intorno al
dir male, non solo in universale, ma particolar-
mente di questo e di quello uomo; e se si consi-
dera quello che ne dice Livio nel settimo della
prima deca, si vede che anco a Roma fu prima
di ogni favola introdutta la satira assai rozza et
assai semplice; e che un altro Livio che fu aut-
tore e rappresentatore della sua favola trasse
dalla satira la comedia, e fu il primo ch'appres-
so i Romani conducesse tal favola in scena. E mo-
stra nel medesimo luogo Livio che furono intro-
dotte le scene, o vogliam dire le favole satiriche,
per così dire, per mitigare l'ira degli dèi nella
pestilenza nata sotto il consulato di Tito Sulpi-
zio Pontico e di
[p. 2v]
Caio Licinio Stolone. E
per mostrare la rovidezza della satira, dice ch'ella
fu tolta da forestieri, i quali forse furono i Gre-
ci, e fu maneggiata da buffoni toscani, che ac-
conciavano leggiadramente i movimenti del cor-
po al suon delle tibie, e'ch'era la satira allora
rozza et incolta, senza numero di versi; ma che
da poi la gioventù romana la cominciò a ridurre
in versi ruvidi nondimeno et incolti, i quali era-
no cantati da loro con movimenti del corpo
convenevoli al canto che avevano essi apparati
da que' giocolieri toscani che istri si chiamava-
no, onde è poscia nato il nome d'istrione, et i
versi loro pieni di lascivia si chiamavano fescen-
nini et gli cantavano vicendevolmente; e che po-
scia andò tanto oltre la satira, che ebbe i suoi
numeri e la maniera di rappresentazione a lei
convenevole.
Ma i Greci, appresso i quài prima furono
ordinati i sacrificii di Bacco i quali essi chiama-
vano
[p. 3r]
liberali (perché Bacco Libero era detto,
o perché il vino fa parlare liberamente chi si dà
a beverne largamente, o pure ch'egli liberi gli
animi degli uomini dalle cure moleste, o per-
ché egli combattesse per la libertà dei Beozii),
vogliono che Bacco fosse della scena inventore,
e hanno detto che per ciò nelle scene si faceva-
no duo altari, uno dedicato a Bacco, l'altro a quel
dio in onor del quale si recitavano le favole, e
da questi sacrificii vogliono che avesse il suo
nascimento prima la tragedia e la comedia, e poi
la satira.
Alcuni altri tra loro hanno avuta contraria
opinione, però che vogliono che in que' sacrificii
nascesse prima la satira della comedia e della
tragedia, e cercano ciò provare con questa ragio-
ne: ch'essendo i satiri della famiglia di Bacco, è
credibile ch'essi prima degli altri in guisa di coro
insieme giunti usassero di dir versi in onor di
Bacco, et indi avesse principio la satira. Però
ch'era costume in quella età, che
[p. 3v]
per non
conoscere il vero dio, come noi lo conosciamo et
adoriamo, era tutta data alla soperstizione di sa-
crificare a Bacco il capro, perché egli rodendo
la vite avea fatta ingiuria alla sua deità, essen-
do egli stato della vite inventore, onde disse Ovi-
dio:

Rode, caper, vitem, tamen hinc cum stabis ad aras

In tua quod spargi cornua possit erit.

E prima che uccidessero il capro, gli gittavano
fra le corna un nappo di vino nella fronte, et i
satiri gli saltavano intorno cantando in onor suo
quella maniera de' versi che ditirambi son detti
dal nome medesimo di Bacco; però ch'egli Diti-
rambo si chiamava, e questo nome aveva egli per
averselo Giove cucito alla coscia, et indi scioltolo
poi nel suo nascimento. Perché, come favoleggia-
no i poeti, essendo fatta gravida Semele da Gio-
ve et avendogli ella chiesto che volesse venire a
lei nella forma colla quale si congiungeva con
Giunone, vi venne egli, e non potendo ella soffrire
la maestà di Giove armato di fulmine,
[p. 4r]
se
ne morì. Onde fattole Giove fendere il ventre
trasse fuori il fanciullo, il quale non era ancora
giunto al perfetto termine di nascere, e lo si cucì
alla coscia e vel tenne insino che fu giunto il
termine del nascimento; il qual giunto, dicono
ch'egli duo volte gridò luoi stama, che altro non
vuol dire che: sciogli la cucitura overo legatura,
e subito nacque Bacco; e da questa voce mutan-
do la l in D fu egli poscia Ditirambo chiamato;
bench'alcuni vogliono ch'egli Ditirambo fosse det-
to, quasi che da due parte fosse venuto in que-
sta vita, cioè dal ventre di Semele e dalla coscia
di Giove. Ma comunque la cosa si sia, si canta-
vano i ditirambi ne' suoi sacrificii. Ne' quali sa-
crificii essendo ivi intorno utri pieni di vino, unti
di olio o di liscivio, come dice Servio nel segondo
della Georgica su que' versi
Non aliam ob culpam Bacco caper omnibus aris

Ceditur, et veteres ineunt proscenia ludi:

5Praemiaque ingeniis pagos, et compita circum


[p. 4v]
Theseidae posuere, atque inter pocula laeti

Mollibus in pratis unctos saluere per utres,

saltavano sopra essi; e qual di loro nel saltare
su quegli utri era così leggiadro che non cadesse,
riportava il premio, il quale era il capro o forse
uno di quegli utri pieni di vino; et erano questi
sacrificii over giuochi detti dagli Ateniesi, i quali
significò Vergilio con la voce Theseidae, Ascolia,
nome tratto dagli utri, i quali appresso i Greci
si chiamano ascos. Nel principio di questi o giuo-
chi o sacrificii che si fossero cantavano i ditiram-
bi, e doppo questi riscaldati su la lascivia si da-
vano a cantare i versi fescennini, tutti pieni di
lasciva licenza. E dalla prima maniera dei ver-
si conchiudono ch'avesse principio la tragedia,
e vogliono confirmar la loro opinione col nome
istesso della tragedia, mostrando ch'ella è detta
dal capro e dal canto che intorno al capro facea-
no apo tou
[p. 5r]
tragou kai tes odes, cioè dal ca-
pro e dal canto; e dalla seconda maniera del can-
to vogliono che sia la comedia e poi, procedendo
la lascivia più oltre, la satira.
Altri, pur tra' Greci, quasi conformi a quel
che scrisse Livio, sono stati d'opinione che dalla
satira sia nata la comedia e la tragedia, perché,
dicono, se sono nate queste favole da' giuochi
di Bacco, egli è credibile che i satiri, ch'erano a
Bacco famigliari e compagni, prima a quella sor-
te di favola si dessero che alla loro natura si
confacesse, la quale era tutta libidine e lascivia;
onde dice Macrobio che sono detti satiri quasi
sathuni, come pieghevoli alla libidine para ten
sathlen, e vuole Eliano nella sua Varia istoria al
terzo libro che avessero il lor nome quelle can-
zoni dalla voce greca teretismata, che significa
canto lascivo. E dà in quel luoco Eliano notizia
delle qualità loro, dicendo che i satiri son detti
dal lor finto riso e che i sileni son così nominati
dal loro mal dire con giuoco acerbo e molesto, e
vuole che discenda questo nome dalla
[p. 5v]
voce
greca sullon, che significa infamia; le quali tutte
cose mostrano che prima fu la satira composta al
riso, alla lascivia et al mordere. E vogliono co-
storo che la lascivia della satira fosse temperata
dalla gravità della tragedia; e ch'essendo non me-
no noiosa la gravità della tragedia che si fosse
la lascivia e la licenza del mal dire della satira,
vi venisse mezzana la comedia, la qual fosse par-
tecipe della qualità di questa e di quella, per
ricrear l'animo con diletto né in tutto grave, né
in tutto giochevole. Et indi poscia appresso i
Romani fosse levata quella lascivia che si usava
a Roma nelle feste di Bacco, la quale, nel vero,
era abominevole, come mostra santo Agostino
nel settimo della Città d'Iddio al vigesimo primo
capo, e Varrone. Però che per tutto il tempo che
duravano quelle feste era lecito ad usar tutte
quelle disoneste parole che più piacevano a' la-
scivi. E portavasi in onor di questo dio un mem-
bro virile a torno, fatto come
[p. 6r]
vogliono alcuni
di ramo di fico e tinto di porpora. E le madri
di famiglia nel cospetto d'ognuno andavano tra
gli uomini e ponevano sopra quel membro una
corona, perché pareva che il così fare fosse fa-
vorevole alle sementi e operasse che non potes-
sero i mali sguardi degli incantatori nuocere alle
biade. E perché quel membro era detto phalon,
quasi cosa pazza o lasciva, que' versi lasciva-
mente detti si chiamavano fallici.
Tra costoro non mancano di quelli che voglio-
no che avessero altro ordine queste favole, però
che danno il primo luogo alla satira, il segondo
alla comedia, come temperatrice della lascivia
del1a satira, et il terzo alla tragedia, come per-
fettissima tra le favole della scena, e ciò cercano
di provare colla auttorità di Aristotile. E con es-
sa auttorità vogliono mostrare che la satira fosse
prima trapposta nella tragedia come uno inter-
medio, per temperare quella tragica severità. E
questo dicono, perché traggono da Aristotile che
Sofocle separò la satira dalla tragedia. Ma chi
ben
[p. 6v]
considera le parole di Aristotele, vede
che non ha egli voluto dire che la satira fosse
intermedio, ma che cantandosi que' ditirambi in
onore di Bacco, portavano essi seco imagine di
tragedia imperfetta, per la natura dei satiri che
gli cantavano co' cori loro. La qual cosa veggen-
do Sofocle, tolse quel grave soggetto da' satiri
e gli diè quella gravità e quella maestà ch'era
degna di lui, et in questa maniera levò dalla tra-
gedia la rovidezza dei satiri, non perché essi fos-
sero intermedii nella tragedia; la qual cosa poco
considerata è anco stata cagione che alcuni si
sono dati a credere che Orazio avesse voluto dire
il medesimo, e che ponesse la satira per inter-
medio della tragedia. E puossi conoscere l'errore
di costoro dalla qualità delle scene mostrate da
Vitruvio, le forme delle quali erano tra sé di-
verse; il che non sarebbe stato bisogno se la sa-
tira fosse stata intermedio appresso i Romani,
ma sarebbe bastato che i satiri soli fossero com-
parsi nella scena tragica a dar diletto a' spetta-
tori co' scherzi loro.

[p. 7r]
Alle già dette opinioni aggiunge Orazio
la sua in quella satira che tratta dell'arte poetica.
E vuole che la satira fosse introdotta nelle scene
doppo la tragedia. Perché disse egli che tanto era
cresciuta la lascivia, che l'udir tragedie era noioso
al popolo romano e che, per ricrear gli animi
con cosa nova e grata, fu di mestiero darsi a
questa maniera di composizione che satira fu
detta. E questa opinione è contraria a quella di
Livio che di sopra abbiamo detta. Perché da lui
chiaramente si vede che fu indotta la satira nel
popolo romano prima di qualunque altra favola.
E quelli ch'accettano per buona l'opinion di Li-
vio, vogliono con ragion naturale provare ch'el-
la sia la migliore. E così argomentano.
La prima maniera di favole venne dai sati-
ri, i quali erano dèi e silvestri e montani, perché
non mancano scrittori antichi che fanno fede del-
la natura di questi dèi silvestri e della statura
loro, come quelli ch'affermano averne veduti al-
cuni e di lascivissima natura; e però
[p. 7v]
non po-
tevano se non rozzamente e lascivamente cantare,
e per consequente non poteva esser se non rozzo
et imperfetto quel ch'essi cantavano. E però era-
no i canti loro od i lor versi lontanissimi dal
grave della tragedia e dal piacevole della come-
dia, essendo quel reale e questo civile. Laon-
de conchiudono che la satira fosse la prima ma-
niera di favole che avesse luogo tra gli uomini
imperfetta e rozza, come erano coloro che n'era-
no stati auttori; e che perciò non poteva ella es-
ser nata doppo la tragedia. E per dar forza a
questa loro ragione, dicono che la natura istessa
mostra che così debba essere. Perché chi consi-
dera l'ordine suo vede manifestamente ch'ella
produce tutte le cose ne' lor principii imperfet-
te, e poi di grado in grado procedendo dà loro
finalmente l'ultima perfezione; il che face anco
l'arte, imitatrice, quanto più può, della natura e
spesso compitrice de' suoi difetti. Per lo qual es-
sempio è da credere che le favole della scena
cominciassero prima dalle cose imperfette, come
la satira, e
[p. 8r]
poscia passassero alla comedia et
avessero la loro perfezione nella maestà della
tragedia.
Ma porta questa ragione con esso lei più ap-
parenza che verità. Perché essendo varie le ma-
niere delle favole, come sono, una non ha avuta
perfezione dall'altra. E però se questa ragione de-
vesse valere, bisognerebbe dire: fu cominciata la
satira, la comedia e la tragedia imperfettamente,
e poscia ciascuna d'esse fu condotta appoco appo-
co alla sua perfezione; e questa sarebbe ragion
vera, ma non proverebbe che dalla imperfetta sa-
tira fosse stata introdutta la perfezion della tra-
gedia, essendo l'una e l'altra di spezie diversa.
Queste sono l'opinioni degli auttori che di
simile composizione hanno ragionato. E perché
in cosa tanto antica et in tanta varietà di senten-
ze è malagevol cosa giudicare qual sia la miglio-
re opinione, lascerò in vostro arbitrio l'attenervi
a quella che vi parerà la migliore di tutte le al-
tre. E mi avrà servito questo discorso a mostrar-
vi quello che si dee prima sapere in tutte le
cose, cioè che
[p. 8v]
la satira è e ch'ella ha avuta
appresso i Greci origine da' satiri ne' sacrificii di
Bacco, et appresso i Romani per levare la pesti-
lenza.
Essendo adunque ciò manifesto, resta a mo-
strare la sua natura et addurre la difinizione che
la faccia palese, la qual difinizion può esser que-
sta.
La satira è imitazione di azione perfetta di
dicevole grandezza, composta al giocoso et al
grave con parlar soave, le membra della quàe
sono insieme al suo luogo per parte e per parte
divise, rappresentata a commovere gli animi a
riso et a convenevole terrore e compassione.
Assegnata la difinizione overo descrizion che
la vogliam dire della satira, resta a vedere quel
ch'importino le particelle in essa poste. Però la-
sciato il mostrarvi qual sia in luogo di genere e
quali in luogo di differenze, perché voi, versato
nelle cose della logica, le potete da voi conoscere,
dico ch'in quanto si dice ch'ella è imitazione si
mostra simile a tutte le spezie di poesia. Perché
non è spezie alcuna di poesia che non imiti,

[p. 9r]
sia ella eroica o tragica o comica o satirica. Di
azione perfetta la fa differente dalle imperfette
e la fa simile alle altre spezie dette di sopra. Di
dicevole grandezza la separa dalle cose perfette,
ma che sono picciole, come epigrammi, ode, ele-
gie et altri tali in comparazion della satira. Insie-
me giocosa e grave la fa diversa dalla comedia
e dalla tragedia, delle quali la prima è composta
al piacevole, l'altra al grave. Et essendo ella in-
sieme partecipe della piacevolezza dell'una e del-
la gravità dell'altra, non è né questa né quella. Vi
si è aggiunto di parlar soave, il quale la divide
dalle cose scritte in prosa, perché ella così ama il
verso come l'amano l'altre due già dette; e sotto
questo parlar soave si comprende il numero, l'ar-
monia et il canto. Il numero e l'armonia è nel
verso, il canto è nei cori; e per questa cagion vi si
è aggiunto parte insieme e parte diviso, perché
insieme usa il numero e l'armonia che sono del
verso e, separato dall'altre parti, usa il canto

[p. 9v]
ne' cori. Et è detto rappresentata, a differenza
della epopeia, la quale imita narrando l'azione
eroica. A commover gli animi a riso fa la satira
differente dalla tragedia et in questa parte alquan-
to simile alla comedia. Ma dicendosi atta a com-
movere terrore e compassione, la separa dalla
comedia e la mostra in parte simile alla tragedia.
E la fa dissimile alla tragedia il dire ad essa con-
venevole, perché ciò mostra che non si movono
nella satira gli affetti con quella forza colla quale
si movono nella tragedia. E così è in alcuna parte
la satira simile alla comedia, in alcune alla trage-
dia, et in alcune altre è dissimile dall'una e dal-
l'altra.
Il fine della satira, per parer mio, deve esser
infelice, perché essendo sparse per essa cose liete
e lascive, se finisse anco felicemente sarebbe sen-
za il terribile e senza il compassionevole ch'a lei
si conviene, insino alla mutazione della fortuna.
E deve ella
[p. 10r]
essere finita in un giorno o in
poco più, come deve anco finire la comedia e la
tragedia.
Al festevole et al lascivo della satira conven-
gono satiri, titiri, silvani e pani altresì, ancora
che questi due ultimi siano vie meno lascivi che
gli altri. Al grave vi si potranno introdur ninfe
overo alcuno eroe che tra' satiri si ritrovi, come
si vede nel Ciclope di Euripide, nel quale intervie-
ne Ulisse co' suoi compagni.
E perché si è parlato della grandezza della
satira, né può esser grandezza di corpo senza le
parti, ha anco la satira come la tragedia e la co-
media nella sua quantità quelle istesse parti ch'el-
le hanno convenevoli, le quali sono: il prologo,
ch'è quella parte la quale è inanzi al primo coro
et è parte della favola, ché il prologo che si suol
fare fuori degli atti non è parte di lei, come non
è anco nelle comedie; l'episodio, il quale contiene
tutte
[p. 10v]
le parti che sono tra il primo coro e
l'essodo, il quale essodo è l'ultima parte della fa-
vola; et il coro è introdutto a dividere gli atti
et ad essere alcuna volta interlocutore, come si
usa nelle tragedie, ora mezzo et ora intiero, la
qual cosa non conviene alle comedie nove, né gre-
che, né latine, né italiane. Per che non è paruto
a' buoni giùdici che alla bassezza della azione co-
mica convenga il coro, il quale porta più tosto
seco maestà che no; ma conviene egli alla satira
perché, ancora ch'ella porti seco il lascivo et il
festevole per la rovidezza e per la lascivia dei
satiri, tengono essi nondimeno del divino e per-
ciò portano con loro maggiore considerazione che
le persone popolaresche. I quali cori però deono
essere convenevoli alla qualità delle persone e
non deono avere con loro quella grandezza c'han-
no i cori delle tragedie.

[p. 11r]
E benché non si vegga tra' Latini satira
alcuna composta alla scena (ché ingannati si sono
coloro c'hanno creduto che le satire di Orazio e
di Giuvenale e di Persio e di altri simili a loro
fossero da essere recitate in scena, in luogo d'in-
termedii nelle tragedie), mi credo io nondimeno
che, se bene i Greci non le aveano divise né in
atti né in scene, le vi avessero divise i Latini, per
le cagioni dette ove io ho ragionato delle trage-
die e delle comedie.
Oltre le parti che sono della quantità, vi han-
no anco luogo quelle della qualità; delle quali è
di non picciola importanza l'apparato, perché
essendo principalmente composta la favola per
la rappresentazione, non si puote ella senza l'ap-
parato convenevolmente rappresentare. E contie-
ne l'apparato la fabrica della scena, gli istrioni
et i loro vestimenti e le machine, col mezzo delle
quali si fanno nascere le maraviglie, come
[p. 11v]
l'ap-
parire degli dèi, se la qualità della favola
introdutta il chiede, il fare veder fulguri, sentir
tuoni, cader dal cielo grandine e pioggia et altre
tali cose, le quali nondimeno arrecano bruttezza
e sconvenevolezza, se non vi sono attamente et
e tempo introdutte. E vuole essere la scena bo-
schereccia et avere in sé e selve e grotte e monti
e fontane e le altre parti, le quali voi vedeste nel-
la scena su la quale si rappresentò la satira mia;
la quale vi fe' solennemente rappresentare la uni-
versità degli scolari delle leggi, sotto il rettora-
to di messer Bernardino Scaglino, che poscia ono-
revolmente ebbe grado di dottore nella profes-
sione delle leggi nella nostra città. Gli istrioni
c'hanno a rappresentare i satiri deono essere tali
quali gli vedeste nella detta scena e quali gli
vi dipinge Plinio e Solino e gli altri auttori che
di ciò hanno scritto con fede di avergli veduti
vivi.
[p. 12r]
E se vi s'introducono ninfe, vi deono
venire in forma di cacciatrici; e se vi s'introdu-
ce eroe, vi deve egli venire insieme co' suoi com-
pagni come vestito da viaggio o da cacciatore.
Perché non pare convenevole che tali persone,
quantunque nobili, vadano nelle selve e ne' luo-
ghi alpestri, in quella maniera vestiti ch'essi usa-
no andare nelle corti reali e nelle magnifiche
città.
Doppo l'apparato viene il ragionare ch'è il
verso, e porta con lui la grazia e l'ornamento che
si danno alla elocuzione. è nondimeno da avver-
tire che né troppo umile né troppo grave sia que-
sta maniera di favella, ma tenga un certo conve-
nevole mezzo tra la comedia e la tragedia, aven-
do però riguardo alla qualità delle persone in-
trodotte nella scena, della qual cosa ha parlato
Orazio assai copiosamente.
Segue la melodia, la qual tutta è della musica
che si dà ai cori, e vi s'accompagna il suono col
canto, e ciò dà 012vsoavità e dolcezza molta
alla favola. Non usa però la melodia se non nel
partir gli atti.
La sentenza è la espressione de' concetti colle
voci atte a sporre la mente altrui; perché non
per altro sono state ritrovate le voci che per gli
concetti, acciò ch'elle significhino quello che nel-
l'animo abbiamo, come dice Aristotile e molto
prima di lui Platone, dal quale e questa e molte
altre cose egli si tolse senza mai nominare il
maestro, se non in quanto egli si dilettava di
scrivergli contra, riprendendo spesse volte più to-
sto le parole che i sentimenti. Dà questa parte,
che alla sentenza appertiene, quella grazia, quel
piacevole, quel grave che conviene alla qualità
delle persone et alla espressione degli affetti o
gravi o umili o piacevoli od atti a mover compas-
sione.
Viene alla sentenza compagno il costume. Per
lo quale o buona o rea si chiama la persona, e
quale la si piglia il poeta, tale la dee servare in-
sino al fine.

[p. 13r]
L'ultima parte è la favola, la quale non-
dimeno è la prima da essere considerata, perché
dee il poeta, a voler far cosa degna di merito,
considerare intorno a che cosa vuole egli usare la
forza del suo ingegno, perché chi tralascia questa
considerazione e si pone ad iscrivere come a ca-
so, non può far cosa che meriti loda; quindi è
ch'Aristotile chiama la favola l'anima del com-
ponimento, cioè il soggetto o la composizione del-
le cose, su il quale non pur le parti della qualità,
ma quelle anco della quantità si riposano come
sovra stabile fondamento. E dee essere essa favo-
la di una azione sola, imitata e disposta con gli
instromenti de' quali largamente abbiamo ragio-
nato nella introduzione nostra del comporre tra-
gedie e comedie, la quale scrivemmo a quella fe-
lice anima di m. Giulio Ponzio Ponzoni, il quale
mi fu, insieme con voi e col dottissimo m. Giro-
lamo Benintendi, a un tempo medesimo nelle
cose di
[p. 13v]
logica e di filosofia e delle polite let-
tere grato et amorevole discepolo; alla lezion
della qual introduzione vi rimetto per maggiore
intelligenza. E tralasciando per questa cagione il
ragionare delle altre parti diffusamente, vi ragio-
nerò del coro della satira.
Ha la satira, come abbiamo detto, il coro; nel-
la qual parte ancora ch'ella sia simile alla tra-
gedia, è nondimeno differente il coro della satira
da quello della tragedia, non nel divider gli atti,
non nello entrare interlocutore o tutto o in par-
te, ma nella qualità del soggetto e nella maniera
di condurlo nella scena. Perché non dee il sog-
getto esser tale che porti seco quella grandezza
e quella maestà che ha quello della tragedia, per-
ché dee essere atto alla qualità delle persone,
cioè di cose boscherecce, le quali però non siano
tanto umili quanto sono le cose de' semplici pa-
stori, per quella parte di divinità che portano i
satiri con
[p. 14r]
esso loro, segondo la soperstizio-
ne di quegli antichi che davano gli dèi insino
agli agli et alle cepolle et alle altre cose più vili,
ingannati dall'ignoranza loro. Né solo è differen-
te in ciò il coro della satira da quello della tra-
gedia, ma anco nel venire nella scena; perché
ove quello della tragedia è stabile, eccetto che
nelle cose piangevoli che hanno compagno il mo-
vimento, così mi credo io che, attesa la qualità
dei satiri che sono nel coro, debba sempre il co-
ro della satira esser mobile, cioè che debbono i
satiri, se di loro è il coro, accompagnare il moto
del corpo con la qualità del canto, essendo natu-
ralmente i satiri non altrimente che le capre, col-
le quali essi hanno molta simiglianza sui salti e
sui movimenti gagliardi. Devranno nondimeno
questi loro movimenti aver sempre seco la mi-
sura del numero, perché così si considera il nu-
mero nei movimenti del corpo come nel suono e
nelle voci. La qual cosa mostrò Vergilio ne' Ciclo-
pi nel quarto della Georgica e nel settimo

[p. 14v]
della Eneide, parlando della fabrica delle api in
uno e nell'altro della fabrica dello scudo di Enea,
coi medesimi versi dicendo:
Illi inter sese magna vi bracchia tollunt
In numerum;

e parlando dei satiri e delle selve nell'egloga di
Sileno, disse:
Tum vero in numerum Faunos ferasque videres

10Ludere et annosas motare cacumina quercus,

disegnando nell'uno e nell'altro luogo il movi-
mento del corpo a misura, in quello intorno al
battere dei martelli alla incude, dal qual battere
fabbri a misura trasse Pitagora la misura del-
la musica, nell'altro il movimento del corpo a mi-
sura del canto di Sileno. E questo numero del
movimento si può chiamare moto concordevole
e che convenga con diletto di chi il mira.
Ora avendo parlato delle parti della quanti-
tà della satira e di quelle della qualità brevemen-
te, alla qual brevità mi ha servito il luogo detto
di sopra trattato nelle cose delle comedie e delle
tragedie,
[p. 15r]
entrerò a parlar di quello che si
appertiene a tutto il corpo della satira.
Pare ch'Orazio voglia che tale sia la satira
ch'ella non si parta dalla gravità della tragedia e
ch'ella non sia così composta al riso che paia che
si voglia piegare alla comedia. E certo quand'io
considero la qualità della satira che fra le trage-
die d'Euripide si ritrova, a me pare che la gravi-
tà non vi sia quale è quella della tragedia, ma vie
minore; e che i risi vi siano più frequenti e vie
più pieghevoli al giuoco meno che civile che la co-
media non admetterebbe. E perché il giudicio di
Orazio sempre ha potuto molto appresso me, que-
ste sue parole mi fanno credere che altra fosse
la forma delle satire romane da quella dei Gre-
ci. E se non che le Menippee, composte da Var-
rone il dotto, avevano in loro parte scritta in
verso e parte in prosa, io mi darei a pensare
ch'elle avessero portata con esso loro quella ma-
niera della quale ragiona Orazio. Ma il sapere
che
[p. 15v]
i Romani, (ne)lle pri(me sat)ire del(le
quali) ragio(no) io, diedero sempre alla scena il
verso simile al parlare di ogni dì, come abbiamo
altrove mostrato, e veder parte delle Satire di
Varrone composte in prosa, come mostrano i frag-
menti che appresso gli auttori antichi si leggo-
no, mi fa credere ch'elle alla scena non fossero
composte. Ma (che che se ne sia) stimando io che
non senza cagione abbiano voluto i cieli che (mal-
grado della ingiuria c'hanno fatta i tempi e la mal-
vagità degli uomini al nome greco et al latino)
il Ciclope di Euripide sia pervenuto insino a que-
sta età e sia stato dato alla stampa, quasi con
certa sicurezza di non si avere più mai a perde-
re, acciò ch'egli sia essempio di simile compo-
nimento, io ho cercato nel comporre la mia di
assimigliarmi più tosto al Ciclope già detto, che
abbia voluto cercare d'indivinare quali fossero
quelle delle quali ragiona Orazio. Dal qual Ciclo-
pe
mi sono nondimeno in tanto allungato, che
in vece di Ulisse e de' suoi compagni io vi ho
introdutte le ninfe colla purità loro, delle quali ho
finto, segondo il costume antico, i satiri essere in-
namorati e cercare con ogni diligenza di godere
dell'amor loro. E que'
[p. 16r]
giuochi c'ha mossi
Euripide tra i compagni d'Ulisse et i satiri et i
ciclopi nelle parti festevoli, io gli ho fatti nasce-
re tra i satiri et Egle amica di Sileno, il quale
fu nutritore di Bacco. E quantunque siano anco
tra' satiri Silvano e Pane, nondimeno avendomi
paruti essi più atti ad un certo modo alla gravi-
tà silvestre che gli altri, non ho lasciate scorrere
le loro persone a que' modi di dire ne' quai son
scorsi gli altri satiri nel maneggio de' loro amo-
ri; onde si è veduta tra questi due e gli altri quel-
la differenza che suole essere nelle civili azioni
tra servi e signori nelle comedie, avendo sem-
pre riguardo alla proporzione di questi e di quel-
li. E vi ho parimente quella gravità servata che
alla pura et onesta pudicizia delle ninfe è stata
convenevole. E perché si conosca quanto sia il
pregio dell'onestà e quanto si debbano ischifare
i consigli delle lascive donne dalle vergini, ho
fatto nascere i ragionamenti tra le ninfe che so-
no stati dicevoli a questo effetto. E perché nel
Ciclope usano i satiri gli inganni, ho avuto anch'
io riguardo a ciò, et
[p. 16v]
ho indotta Egle ad in-
gannare le ninfe, per farle cadere col mezzo del
suo inganno nelle mani dei satiri. Et elle al loro
insidioso assalto smarrite, vaghe solo del pregio
dell'onestà, si sono ridotte ai boschi, et ivi mu-
tate in varie forme, come si vede dal raccontar
che fa Pane la mutazione delle ninfe et il dolore
e suo e degli altri compagni a Silvano. Onde ne
nasce la commiserazione atta a ciò.
Potrebbemi bastar questo, m. Attilio, a compi-
mento della dimanda che vi ha indotto a farmi la
satira mia. Ma perché mi avete detto che vi so-
no alcuni c'hanno istimato che l'egloga sia come
la satira, non voglio mancar di mostrarvi che chi
così crede di gran lunga se inganna. Né credo
che mi fia mestiero molto questionarne perché
ciò si conosca, ché la qualità della composizio-
ne, le persone nella egloga introdotte e la quali-
tà dei versi colla quale appresso i Greci et appres-
so i Latini sono scritte l'egloghe, mostrano tutti
insieme e ciascuna delle dette cose per sé la dif-
ferenza ch'è tra l'una e l'altra. E quanto all'argo-
mento vedesi ch'elle trattano di cose
[p. 17r]
de'
pastori o di contese loro overo de' loro amori o
di morte di qualche pastore di maggior stima
nei campi e nelle ville degli altri. E posto che
Vergilio dalle cose dei pastori abbia chiamata
l'egloga a dire di genti e di cose di maggior pre-
gio, ha nondimeno trattato tutto ciò pastoralmen-
te overo in persona sua, al quale come poeta e
tocco da spirito celeste è stato lecito allungarsi
alquanto da quella semplicità villesca e pastora-
le e seguire lo spirito che lo chiamava a cose
maggiori, come quando disse:
Sicelides Musae, paulo maiora canamus

e quel che segue. Ma quale ella si sia stata, non
ha egli mai introdotti in loro se non semplici ra-
gionamenti, né vi ha avuto maneggi di persona
che conduca azione di dicevole grandezza ad es-
sere condotta nella scena, anzi si stende cia-
scuna egloga poco più che si stenda una sola
scena, onde si vede manifestamente che non ha
né puote avere grandezza convenevole alla scena
di azione che possa avere maneggio di favola.
Et il Sanazzaro che, come non
[p. 17v]
lasciò Ver-
gilio solo tra' Latini coll'aver tratte le cose pa-
storali alla pescagione, così ha avanzati tutti quel-
li che all'egloghe han posto mano tra gli Italia-
ni, mostrò molto giudicio nell'egloghe della sua
Arcadia, introducendovi i pastori a ragionare nel-
la maniera che i Greci et i Latini gli vi avevano
introdotti, avendo ciascuna egloga la materia a
lei appertinente. Né mai scorse ad introdurvi ma-
neggi d'amore come si fa nelle comedie, né mai
v'introdusse donne che co' pastori entrassero in
ragionamenti amorosi, seguendo le vestigia di Ver-
gilio in questa parte, il quale, quantunque in-
troducesse i pastori a ragionare dei loro amori,
come quando dice
Malo me Galatea petit, lasciva puella:

Et fugit ad salices, et se cupit ante videri,

non indusse però le pastorelle co' loro amanti a
ragionamenti, per le quali cose si vede chiara-
mente che né il soggetto né le persone sono atte
alla satira. Né meno divide l'egloga dalla satira
la qualità dei versi che
[p. 18r]
si facciano il sogget-
to o le persone. Per che sappiendo i migliori giù-
dici che l'egloga non era cosa da scena, ma ch'el-
la era o canzona o ragionamento de' pastori anti-
chissimamente nato, e però composto nella più
antica forma di versi che mai fosse, diedero a
quella maniera i versi essametri, la origine dei
quali versi diedero ad Apolline; e vogliono ch'egli
allora desse principio a questa maniera di ragio-
namenti che, scacciato dal cielo, si diede a pasce-
re gli armenti di Ameto. Nel qual tempo pare
ch'egli si pigliasse cognome di Nomio, tratto co-
me alcuni credono, dal notrire quello armento. Ma
Cornuto o Fornuto ch'egli si sia e Macrobio, che
pigliano Apolline per lo sole, vogliono che per
più alta cagione egli Nomio si chiamasse, e che
tal cognome avesse dal notrire ch'egli fa tutte
le cose che nascono nella terra, il qual sole chia-
mò almo il Petrarca in quel leggiadro sonetto nel
quale egli a lui parla, mostrando che il sole pri-
ma amasse il lauro che l'amasse il Petrarca,

[p. 18v]
dicendo:
Almo sol, quella fronde ch'io sola amo
Tu prima amasti.

Ché la voce almo non significa altro che nutrito-
re, epiteto che danno anco i Latini alla terra dal-
la qual nascono; et han l'umido le cose, perché
dal caldo e dall'umido tutte sono produtte e tutte
nutrite. Onde disse Ovidio, parlando di loro:
15Et ex his oriuntur cuncta duobus

Alla qual cosa alludendo aco noi nel dono di
una rosa inanzi la stagione fiorita, la quale man-
dammo come per ambasciatrice alla amata gio-
vane, dicemmo nella fine di un sonetto composto
quasi nella nostra fanciullezza, alla rosa parlando:
Dille che il caldo del mio ardente ardore
E la continua pioggia del mio pianto
Le forze al verno inanzi tempo ha tolte.
Poi di': come io, vostra beltade è un fiore
E il suo pregio e il mio stimato è tanto,
Quanto ambedue siam più per tempo accolte.

[p. 19r]
Ma ritornando ad Apolline, vuole l'inter-
prete di Pindaro che dal canto egli si chiamasse
Nomio, perché come vogliono alcuni, egli di quel
canto fu auttore che si chiamava Legge, del qua-
le fa menzione Aristotile nella Poetica e nella de-
cima nona particola de' Problemi. La qual opi-
nione tanto più mi piace, quanto la severità delle
leggi ch'usavano gli Arcadi venne da lui e canta-
vansi in versi le leggi anticamente a misura, co-
me oggidì veggiamo usare a' maestri ch'insegna-
no aritmetica a' suoi scolari, accioché l'ordine e
la multiplicazione di que' numeri più si affiga
agli animi loro, come voleano gli antichi che vi
si affigessero le leggi; della qual cosa ragiona A-
ristotile nel medesimo luogo de' Problemi. Vede-
si adunque l'egloghe et i versi a loro convene-
voli che sono gli essametri avere avuta altra ori-
gine et altri numeri che le satire, e che se le sa-
tire hanno avuto principio da Bacco, come si è
mostrato, e l'egloghe da Apolline, non hanno an-
co in questa parte alcuna conformità insieme. E
quanto alla qualità dei versi, conobbe chiaramen-
te il Sanazzaro nella nostra lingua che
[p. 19v]
i
versi delle egloghe non deveano essere quelli del-
le scene, e però diede loro le rime, le quali a mo-
do alcuno non convengono (se non in quelle parti
che nella lettera al Ponzio abbiamo detto) alla
scena. Ma se le rime sdrucciolose del Sanazzaro
convenessero più alle egloghe che quelle di undi-
ci sillabe, lascio che ne giudichi ognuno come
gli piace. Quegli auttori che hanno data la anti-
chità ch'abbiam detta agli essametri vogliono an-
co che essi siano stati condotti dalla semplicità
pastorale alla maestà delle azioni eroiche, dando
loro la gravità e la maestà a tal sorte di poema
dicevole, il che è avenuto, come anco delle canzo-
ni appresso noi, perché la prima loro origine fu
da' mandriali, i quali erano cantati da' pastori
intorno le mandre ond'ebbero il nome, e poscia
acquistando tuttavia grazia et auttorità furono
condotti alle canzoni che maravigliose sono riu-
scite nella nostra lingua, composte di versi intieri
e rotti come n'erano composti i mandriali.
Tale è stata l'origine delle satire e delle eglo-
ghe quale narrata la vi ho, ancora ch'io sappia
che non mancano tra gli antichi quelli c'hanno vo-
luto dare l'origine
[p. 20r]
dell'egloghe a Mercurio,
altri a Pane, al quale la diede Vergilio, quando
disse:
Pan primus calamos cera coniungere plures

Insituit, Pan curat oves oviumque magistros,

e altrove:
Mecum una in sy1vis imitabere Pana canendo
Ma perché Vergilio in que' luoghi parlò alle-
goricamente, come anco in molti altri egli ha par-
lato, contra la comune usanza dei Greci, io ac-
cetto l'opinione di coloro che ad Apolline hanno
la invenzione dell'egloghe data. E perché mi dice-
te che coloro che sono d'opinione che l'egloga con-
venga alla scena dicono che tutta la Bucolica di
Vergilio si piglia per una favola atta alla scena,
e che l'egloghe sono in vece di scene che furono
dette diverbii, mi pare di potervi dire intorno a
ciò ch'io mi maraviglio che si ritrovi alcuno che
sia di questa opinone; perché ancora che sotto
nome di Bucolica si comprendano tutte l'eglo-
ghe, non sono però tutte indotte ad una azione,

[p. 20v]
come sono le scene delle favole introdutte
in scena, anzi è ciascuna d'esse di soggetto diver-
so, il quale non lascia ch'in lor sia quella unità
che alle favole della scena conviene, le quali driz-
zano tutto il maneggio nella scena introdotto ad
un sol fine, in una sola azione, nel termine di un
giorno o di poco più.
Vero è ch'il nostro Montefalco, che tutto era
nato alla scena, già in casa nostra indusse una
egloga a servigio dell'università degli scolari del-
le arti, la quale era divisa in atti et in scene,
della quale egli fu, come di Livio Andronico ab-
biamo detto, auttore e rappresentatore. La quale
poscia anco fu dal medesimo rappresentata in
corte della serenissima madama Renea, allora di-
gnissima duchessa di Ferrara, con molta sodisfa-
zione degli spettatori. La quale egloga conteneva
un maneggio di pastorale amore e vi s'introdu-
ceva la ninfa amata a ragionare. Dalla quale eglo-
ga alcuni altri hanno cercato fare il medesimo;
ma perché io di ciò non ho essempio alcuno an-
tico, me ne son sempre astenuto, e così farete an-
cor voi,
[p. 21r]
messer Attilio, insin che vedrete
che questa maniera di scena prenda tanto di aut-
torità, che sia accettata per buona da' migliori
giùdici col consentimento de' quali non errerà
mai alcuno che non si persuada di sapere egli so-
lo quello che devrebbe apparare da coloro onde
potrieno avere la maniera del ben comporre.
Questo è, m. Attilio, quello che a sodisfazione
della vostra dimanda mi è venuto in mente. Ma
se vorrete avere del tutto maggior notizia, non
vi sarà grave leggere quello, come anco vi ho det-
to, che della tragedia e della comedia scritto ab-
biamo; ché indi potrete aver luce a condurre re-
golatamente la satira in quelle parti, nelle quali
ella conviene colla tragedia e colla comedia.

Vivete felice.


MDLIIII il primo di genaio.



Giraldi Cinzio, Giambattista .

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