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Giraldi Cinzio, Gionvanbattista

L'uomo di corte. Discorso intorno a quello che si conviene a giovane e nobile e ben creato nel servire un gran principe


Indice




Discorso di Giovan Battista Giraldi Cinzio Nobile Ferrarese intorno a quello che si conviene a giovane e nobile e ben creato nel servire un gran principe




1. DEDICA All'Illustre e molto Magnifico Signore Pietro Battista Lornellini, Signo- re mio osservandissimo.


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Io aveva deliberato, Illustre e molto Magnifico Signore mio, di non mandare più a Vostra Signoria Illustre il Discorso che già quattro anni m'indusse a comporre Lucio Olimpio mio figliuolo, ad instanza di lei, intorno alla creanza di nobil giovane che desiderasse di porsi al servigio di gran Principe. Perché mi pareva, e ragionevolmente, che essendo egli stato composto nel tempo ch'ella attendeva agli studi della filosofia morale, e che non si era ancora data, per la troppo giovane età, alle imprese delle armi, fusse cosa soverchia mandarglielo ora che, con quattro galee nobi- lissimamente guarnite, si è messa, con tanta riputazione e tanto animo, alle onorate imprese di mare, nelle quali ella le ha valorosamente usate, insieme con la possente armata del Serenissimo Re Filippo, Re veramen- te Cattolico, in servigio della Maestà divina e a confermazion della santissima religione nostra; ora tanto travagliata, non pure dalle genti infedeli, le quali sono a noi (per non conoscere il ver culto divino) naturalmente nemiche, ma da coloro anche (la qual cosa non mi posso raccordare se non con grandissimo cordoglio) che, coprendo sotto il mantello della religione la loro iniquità e le loro false opinioni, non so da qual maligno spirito tocchi, si sono dati ad abominevole licenza e, togliendosi dalle ordinazioni e dalle constituzioni degli uomini santissimi, si sono ribellati alla Santa e Cattolica Chiesa Romana e con superba insolenza hanno malignamente turbata la quiete cristiana, con tanta mor- talità del popolo fedele. Ma, lasciando di ragionare di questa
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abomina- zione e ritornando a Vostra Signoria Illustre, dico che sarebbe a me più convenuto dare ora alla cognizione degli uomini ch'ora vivono, e a quelli anche che dopo noi verranno, questo magnifico principio delle azioni sue (come son ben disposto di fare) insieme con l'onorate sue imprese, purché mi bastino gli anni, che mandarle ora cosa che le accennasse la creanza lodevole. Essendo ella, spezialmente in questa sua espedizione, riuscita tale che non solamente non ha bisogno di ricordo altrui, per potere operare virtuosamente e per avere la grazia d'ogni gran Principe, ma puote ella essere esempio ad ogni spirito gentile che aspiri a grandi imprese, e cerchi di acquistarsi, nella giovane età, nome degno dell'im- mortalità, a che debba voltare l'animo per conseguirla. Imperoché Vostra Signoria Illustre nel fiore degli anni suoi ha mostrata non solamente canuta prudenza e diligente sagacità, ma fortezza, costanza e valor dignissimo di grande e esperto Capitano, non avendo tralasciata fatica o cosa altra alcuna ch'a saggio e coraggioso duce convenisse, con così cortese e signorile liberalità, che i Principi maggiori l'hanno sommamente com- mendata , e tutti quegli uomini che al suo servigio erano le sono rima- sti, per sempre, obligati. Ond'ella ha di gran lunga avanzata la opinione conceputa, insin da primi anni, della virtù sua, aggiungendo co' suoi fatti molto splendore e gran dignità all'illustre sangue ond'ella è nata. Queste cose adunque, Illustre Signor mio, tutte insieme e ciascuna per sé, mi avevano fatto rimanere di mandare a Vostra Signoria Illustre questo discorso già per lei composto. Ma, poscia che Lucio Olimpio, il qual fu prima cagione che vi ponessi mano, mi ha significato ch'ella lo desidera,
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e che perciò egli non le sarà ora men caro che se glielo avessi mandato in quella sua più tenera età, mi sono deliberato di offerirglielo tale quale egli allora mi cadde dalla penna, e di darlo in luce sotto il suo onorato nome, acciò ch'egli appresso lei, e appresso a qualunque altro che si porrà a leggerlo, sia testimonio del desiderio ch'io ho di sempre onorarla. Accetterà adunque Vostra Signoria Illustre questo mio picciolo dono con la sua usata cortesia, avendo riguardo all'animo col quale glielo porgo, deside- roso di qualunque suo maggiore onore e di qualunque sua maggior prosperità, la quale prego nostro Signore Iddio che le conceda compiuta- mente, e a lunghi e felici anni la conservi.

A Vostra Signoria Illustre affezionato servitore Giovanbattista Giraldi Cinzio

2. DEDICA IN POESIA Al medesimo


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Ora, Signor, che dagli studi rari
della filosofia, ch'accende i cori
ad acquistarsi oprando eterni onori,
vi date all'arme e a solcare i mari,
5io veggo il nome vostro fra i più chiari,
ch'esalti la virtù, che il mondo onori,
alzarsi sì che sprezzerà i furori
della morte rapace e dei dì avari.
Ben può ciascun cui di acquistarsi aggrada
10pregio, di cui non possa far mai scempio
il trapassar degli anni o il lungo oblio,
proporsi voi per singolare esempio,
a' quali opre si desti a onor di Dio:
ché giunta a gran consiglio have la spada.

3. CAPITOLO I I PERICOLI DELLE CORTI

3.1. PARAGRAFO 1 Gli scrittori antichi e la conversazione delle corti


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Avendomi scritto, illustre signor Pierbattista, Lucio Olimpio mio figliuolo, che desiderate grandemente che io - che 16 anni continui ho conversato alla corte dell'illustrissimo ed eccellentissimo Signore, il Signore Ercole secondo da Este, Duca quarto di Ferrara, Signore di felicissima e onoratissima memoria, il quale fu esempio di tutte le rare virtù e singolari doti che si debbino ritrovare in un gran Principe, appresso il quale fui, per tutto quel corso d'anni, segretario - vi riducessi in poche carte quello che devrebbe osservare e sprezzare e seguire e fuggire un nobile e virtuoso Giovane in servire un gran Principe, accio- ché grata gli fusse la sua servitù; e veggendo io la cosa essere di vie maggiore importanza che Lucio Olimpio non crede, me ne sono ito tacendo infino ad ora: parendomi, ch'essendo io già attempato andato al servigio di quel grande e onoratissimo Signore (peroché io era di 44 anni quando sua Eccellenza mi chiamò a sì onorato ufficio), poteva mal mostrare ad un giovane, coll'esempio mio, quale egli al servigio del suo Signore esser devesse, essendo io stato per l'addietro occupato piuttosto negli studi delle lettere e nel leggere pubblicamente, che avere atteso a' maneggi delle corti. Ma continuando pure Lucio Olimpio a sollecitarmi, per nome vostro, che di ciò scrivessi, vinto dalla frequenza delle sue lettere e dal desiderio che io ho di sodisfare a voi, illustre giovane, lasciata subito per questi tre giorni ogn'altra cosa, ho porta la mano alla penna e ho raccolto in breve discorso quello che dagli scrittori antichi e
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dalla conversazione delle corti, per quel tempo che vi sono stato, ho osservato insino ad ora. E perché resti adempito il desiderio vostro, quello vi mando che in questo poco spazio di tempo mi è venuto alla mente: non perché io mi pensi che, essendo voi nato nobilissimamente e allevato in una delle prime città d'Italia, e affinato dalla mano e dalla disciplina del Signore vostro padre, uomo di molta esperienza e pruden- tissimo e di vita di nobile esempio, abbiate bisogno di chi vi dia la maniera di vivere (e da voi stesso e appresso ad ogni gran Signore) onoratissimamente, ma solamente perché mi conosciate prontissimo a sempre piacervi.

3.2. PARAGRAFO 2 La favola di Momo

Venendo adunque a quello che io conosco essere desiderato da voi, dico che come il servire a gran Principe è di riputazione e di utile a gentiluomo ben nato e di nobile creanza (come oggidì si dice), quando il suo servire riesce grato, così è cosa più malagevole ch'altri non crede il darsi a ciò sì per la varietà delle nature degli uomini, le quali rade volte si affrontano ad esser simili, sì anche per la copia degli impedi- menti che si ritrovano nelle corti, postivi da uomini maligni, da invidio- si, da adulatori, da morditori, che quasi nuovi Momi stanno sempre ad aspettare attentissimamente se loro si offerisce cosa alcuna al danno altrui. Né pure si pongono a riprendere i vizi, ma non mancano anche di dare quel maggior biasimo alla virtù che possono, o per scemare o per spegnere in tutto la riputazione di chi col bene operare la si ha acquista- ta, o cerca di acquistarlasi; e il costor numero si ritrova assai grande nelle corti. E la cagione di ciò rendono coloro che si possono chiamare maestri della favole antiche, fra' i quali tengono i Greci il primo luogo.


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Dicono adunque costoro, che essendo Momo fra gli Dei e non facendo egli mai cosa che bene istesse, non mancava punto di riprendere quanto di buono facevano gli altri. Infastidito adunque Giove del costui mal dire, accioché non fosse quella gran seccaggine fra gli Dei, lo gittò (come dicono le favole) a capo in giù dal cielo. Ma egli, non pentito punto del suo mal costume conforme alla sua mal natura, cercò di generare simile a sé e, dopo molto aver cercata moglie atta a compiere la sua rea intenzione, si accoppiò colla invidia, e tale fu il loro congiungi- mento che nacquero ad un parto la malvagità e la maldicenza. Le quali poscia, accoppiatesi coll'odio e col livore, in poco ispazio di tempo produssero tanti altri figliuoli e nipoti, che si sparse in ogni parte della terra questa mala progenie; in guisa che non vi è, non dirò regione o città, ma casa alcuna privata nella quale non sia entrata questa pestilenza. Ma se facessero gli uomini quel che Giove fé per liberarne il cielo, sarebbero questi malvagi fuori delle parti abituali, e spargerebbono il tosco fra le fiere ne' boschi o nelle selve, e non contaminerebbero, come tutto dì fanno, le virtù altrui colle loro pestifere parole. Ma poiché noi veggiamo che altrimente è avenuto, e che spesse fiate questi malva- gi, per simolar bontà, hanno più facili gli orecchi de' maggiori, egli è sommamente da avvertire che nelle corti costoro, coprendo colla simola- zione e con buon viso il loro mal animo, si oppongono di continuo a coloro che conoscono potere ascendere, per lo mezzo di fedele e virtuosa servitù, a qualche grado appresso il Signor loro, ed è questa pessima sorte di uomini come un mortal morbo fra corpi sani. E si possono anche chiamare acconciamente questi tali scogli, posti nel mar di questa vita, i quali, per starsi nascosi sotto quete onde, con tanta malagevolezza si possono schivare, che spesso spesso altri si pensa di battere sicuro camino e, solcando disavedutamente queste onde, percuote in essi e vi fa naufragio.

Per queste cagioni adunque, illustre giovane, e per altre tali ho io sempre giudicato che coloro usano gran senno i quali, quantunque Si- gnori non siano, avendo avuti nondimeno con larga mano dal sommo Iddio il modo di poter vivere da sé onoratamente, si stanno fra i confini della lor buona fortuna, e vogliono piuttosto ch'altri serva loro, che si voglino essi sottoporre all'altrui imperio con tal pericolo: veggendo
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spe- zialmente che aviene spesso che varia in guisa la fortuna lo stato mortale, e massimamente nelle corti, che coloro ch'erano la vita e l'anima de' Signori, o per sdegno che prendono molte fiate per capriccio loro, o per mala relazione fatta contro il servitore da coloro che sono gli occhi e le orecchie de' Signori, quantunque virtuoso e fedele, o per altra cagione ben leggera, divengono loro in un momento in odio, e perdono in un punto quello che con molto tempo, con amorevolezza, con fede, con diligenza, con innumerabili fatiche e spese incredibili si avevano acqui- stato. E spesso, per lo dispiacere che ne sente il servitore, incorre egli in infermità incurabile, e vi lascia la vita: della qual cosa se ne veggono tali esempi di giorno in giorno, che se ne hanno vie più chiare le prove che non bisognerebbe.

Ma perché tale è la natura di molti uomini, che ancora che siano nati nobilmente e abondino de' beni della fortuna, vogliono nondimeno (parendo loro di aggrandire il pregio e la naturale nobilità coll'essere annoverati fra coloro che a gran Prencipi servono) porsi al servigio d'imperatori, di re o di altri personaggi nati a signoreggiare, egli è prima da sapere che vari sono i gradi e gli uffici che sono nelle corti: e però dee considerare il Giovane, che servir vuole, se stesso, e colla cognizione di se medesimo vedere in che egli è atto a far servitù, che sia per esser grata al suo Signore. E qui non bisogna ch'egli entri in persuasione di se medesimo, perché ciò è solenne grado di pazzia: e se si persuaderà forse di esser quello che in fatto non sarà, o di saper quello che in effetto non saprà, oltre il gittare l'opera e la fatica sua, se ne rimarrà schernito, ove si averà creduto di acquistarsi utile e riputazione.

3.3. PARAGRAFO 3 L'eccellente dabenagine

E' adunque la cognizione di se medesimo utilissima e necessarissima in questo maneggio, e forse vi si dee porre più cura che in qualunque altra cosa a che l'uomo si dia; e fa di mestiere, s'egli vuol riuscire in qualche stima con soddisfazione del suo Signore, che presuponga, prima che egli entri in servitù, di temperare in guisa ogni appetito e ogni desiderio giovanile, ch'abbia nel fiorir degli anni suoi frutti canuti, con maniera nondimeno convenevole all'età. Perché se volesse tuttavia stare su una severità senile, sarebbe molto maggiore la perdita che l'utile, e diverebbe odioso. E bisogna che si proponga, sopra tutte le cose, una
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eccellente dabenagine (siami lecito così dire), dalla quale non si dipar- ta mai, ma l'abbia sempre per principal duce in tutte le sue azioni, perché senza essa tutto quello ch'egli facesse non sarebbe altro che pestar acqua nel mortaio. E posto che sia comune opinione che in alcune corti si ritrovino più mali uomini che buoni, e in alquante sia forse così in fatto, e si vegga spessissime volte che a questi si diano le dignità e gli onori di maggiore importanza (per sapere essi, con simolate maniere di fede, di pietà, d'integrità d'animo, proporre utilità dannose al publico bene e di gran frutto al Signore, che punto non curi altro che il suo comodo, avengane quanto avenir ne puote danno a' popoli suoi), dee nondimeno per ogni modo guardarsi il Giovane di non essere annoverato fra quelli che malvagi sono tenuti: ma dee egli sempre servare una bontà ferma, salda, costante, lontana da ogni simolazione verso il Signore, in tutto il corso della sua servitù.

Perché, quando il Signore usa il giudicio sano, se per qualche rispet- to tolera gli uomini di che abbiam detto, al fine esalta quelli che da ben sono. E aviene in ciò quello che noi veggiamo avenire di un legno fracido e fangoso, che sia nel mare, e di una marca d'oro ben grave, che parimente vi sia. Perché ad ogni sollevamento dell'onda è alzato quel legno al sommo, ma così tosto che torna l'onda in se medesima e cade al basso, così anche se ne cade il legno, che tanto alto era ito con esso lei, e gittato finalmente al lito si risolve in nulla; ma se l'impeto del mare spinge a terra quella marca d'oro, ella se ne rimane ivi ferma, né può più in lei né l'impeto de' venti né l'ira del mare, onde viene raccolta con molto pregio e allogata fra le cose più care e più preziose. E, quando pure delle due cose devesse esser l'una, egli è meglio per la virtù e per la bontà sua ricever qualche dispiacere, che per essere malvagio giungere a qualche grado: perché appresso a' miglior filosofi investigatori del meglio delle cose umane, il vizioso non può esser felice, con quante dignità e ricchezze e favori egli si abbia o possi avere, né le aversità o le ingiurie ponno fare misero (sebbene infortunato) il virtuoso, ma sola- mente il vizio e il male operare, che dall'uom procede come da veleno della felicità umana. Quindi avenne che gli stoici furono di opinione che
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la virtù sola bastasse a fare l'uomo felice, e il vizio a farlo misero. So che di contraria opinione sono coloro c'hanno posto (come disse bene quel gentilissimo poeta) nel fango ogni lor cura, e perciò solo all'utile e al guadagno si son dati: e a ciò, come spongie affisse a' sassi, si stanno immobili e non lasciano occasione alcuna, per rea ch'ella si sia, onde possino compire in parte il desiderio loro. Ma appresso coloro che sono di saggio discorso e conoscono chi meriti e chi no, sono vituperose quelle grandezze alle quali altri per sceleragin e per vie sconce pervengo- no; ove è sempre lodata la bontà di coloro c'hanno operato bene, quan- tunque abbino avuta la fortuna (che spesso si mostra alla virtù contraria) nemica e aversa; e ove rimangono essi lontani da ogni biasimo, così rimangono con poca loda que' Signori ch'abbino saputo mal guiderdona- re un buono e virtuoso servitore, e abbino alzati a maggior gradi alcuni altri che non sarebbono stati degni di sciorre loro i calzari. E sono da' migliori giudici più stimati que' buoni che per la virtù loro meritava- no molto, quantunque mal rimunerati, che quelli che con vie torte sono pervenuti a' maggiori gradi.

Ho conosciuti io alcuni che, quasi nuovi Aristippi, si sono esposti nelle corti ad ogni scherno e ad ogni sozza opera per divenir grandi; e hanno fatto quello che veggiamo fare alle meretrici, le quali, poi che si hanno gittata la vergogna dopo le spalle, hanno conosciuto che il mo- strarsi schife e vergognose non è loro di utile, ma che quanto più si scuoprono lascive e senza onesto rossore, tanto vien loro utile maggiore,
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e tanto sono a' lascivi loro amatori più care. Laonde questi tali, siansi in qual grado e in quante ricchezze essere si voglino, non sono degni di maggior riputazione appresso gli uomini da bene, che si siano queste disoneste donne (ancora che, ornate d'oro e di gemme, pomposamente vestite compariscano) appo le onestissime, benché queste in demesso e in non pomposo abito ma onestissimo, si scoprano. Rimase per tutti i secoli Aristippo infame, con quanta grazia e con quante ricchezze si acquistò appresso quel tiranno, collo scoprirsi piuttosto parasito che filosofo, essendo stato discepolo di Socrate. E Platone, che servì al medesimo tiranno e al figliuolo d'esso dell'istesso nome, sebbene si partì da lui poco contento (per non aver voluto sostenere cosa indegna di sé e della sua riputazione), è rimaso onoratissimo per le sue rare e singolari virtù.

E intorno a questo essere uomo da bene, bisogna che il Giovane faccia diligente prova di sé, sì che finalmente si conosca essere appieno divenuto signore del suo volere e così potere comandare, coll'imperio della ragione, ad ogni disordinato volere che lo potesse trarre dal ragio- nevole e dal diritto camino, che sempre si stia fra' termini dell'onesto.

3.4. PARAGRAFO 4 La natura dei Signore

Ridotto ch'avrà il Giovane l'animo suo a questa ubidienza della ragione, e a questa ferma deliberazione di non voler mai far cosa meno che onorevole e meno ch'onesta, e veduto a quale ufficio egli si sente atto, dee volgere il pensiero al Signore al quale egli vuol prestare l'opera sua, e con sottile discorso darsi a conoscere qual sia la sua natura, acciò ch'egli non si ponga a servire persona che gli dispiaccia servendo; e, parendogli il Signor degno della sua servitù, dee porre gran diligenza a cercare di conformarsi, ne' maneggi onorevoli, coll'umore di chi egli serve. Perché, s'egli inconsideratamente si ponesse alla servitù, potrebbe avenire di leggeri che, ancora ch'egli facesse diligentemente l'ufficio
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suo, non contentasse nondimeno il Signore e, operando bene, gli potreb- be riuscire il bene operare a poca loda, per la poca sodisfazione che ne avrebbe il Principe suo, non usando il servire nella guisa che a lui piacesse. Imperoché intorno a ciò non basta operare buonamente, ma è di mestiere operare bene, cioè talmente che ne rimanga sodisfatto quegli al quale egli serve: perché altrimente se ne rimarrebbe sempre il Giovane appresso il Signore di poca autorità, e in niun pregio appresso gli altri; il che è una delle maggiori discontentezze che possa avenire ad uomo che si dia a' maneggi delle corti. E non è punto meno malagevole questa cognizione della natura del Signore, che ne sia quella di se medesimo: imperoché i Signori comunemente vogliono essere intesi a cenni, e non pigliano i loro servitori per instruirgli, ma gli presungono non solamente accorti, pratichi e sagaci, ma di tanto giudicio che sappiano qual cosa debbano fare e quale lasciare, per essere loro grati.

3.5. PARAGRAFO 5 L'età del Signore

E mi pare che sia di molta importanza servire a Signore dell'età sua, o di poco maggiore. Perché questa simiglianza dell'età è come ministra attissima a conciliare la benivolenza, ove la gran differenza degli anni, che sia nella parte del Signore od in quella del servitore, molte fiate è come uno intoppo che impedisce di guadagnar quella grazia che desidera il servitore: ché, ancora che la virtù sia ottimo mezzo all'amicizia, vuole ella nondimeno compagno quel piacere del quale si diletta l'uno amico coll'altro nella domestica e amorevole conversazione, il quale piacere tolgono i molti anni in gran parte al vecchio, se entra nella sua amicizia uomo giovane, onde ne prende egli poco diletto, e però poco lo puote amare. Vedesi sovente avenire che giovane Signore, il quale si vegga venire innanzi servitore canuto, ancora ch'egli sia virtuoso e di molto merito, quasi l'abborisce, perché gli pare di avere appresso chi lo possa riprendere: ché sono universalmente gli anni canuti odiosi alla gioventù, per desiderare ella, per natura, licenza e non freno. E quello ch'aviene nella gioventù de' Signori aviene anche, quantunque alquanto diversa- mente, nella giovinezza de' servitori, se si pongono a servir Signor canuto, per la sproporzione che si ritrova fra l'una età e l'altra. Onde non senza cagione è accettato quello antico proverbio da' più savi, che gli uguali agevolmente si congiungono, con legame di amore, con loro uguali.


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Oltre a ciò, quando entrasse anche il Giovane in servitù di Principe vecchio e ne guadagnasse la grazia sua, hanno i vecchi per ragion natura- le poco spazio di vita, e l'amicizia non si ferma se non con lungo tempo, né si dà premio alla servitù se non in lunghezza di anni; e chi serve a Signore giovane, essendo anch'egli giovane, può sperare col tempo, il che rade volte aviene co' vecchi convenevole guiderdone, e così serven- do il Giovane a Signore che sia carco d'anni, può quasi dire di aver gittata la servitù. Se forse non si ponesse egli a servir preti di molta portata della Chiesa: perché, ancora che paia ad alcuni quella servitù dura e grave, si vede nondimeno avere in ciò tanta parte la fortuna (o sia il voler divino, senza il quale non si move foglia), ch'uomini vilissimamen- te nati, e che non hanno proporzione alcuna con coloro al servigio de' quali si son messi, in un anno o in due divenire prelati, vescovi, cardina- li e finalmente papi, come se n'è veduta chiara esperienza al tempo de' maggiori nostri. Ma queste son cose che vengono fuori del comune uso, e si acquistano piuttosto per ventura che per arte, e però si possono chiamare straordinarie.

3.6. PARAGRAFO 6 Servare la fede

Poi ch'avrà fatto il Giovane diligente discorso intorno alla sua natura e a quella del Signore, si proporrà egli quello che è il fondamento di tutte le buone speranze e di tutte le nobili e oneste operazioni: cioè la fede, la quale egli ad ognuno, ma primieramente al suo Signore, serverà sempre ferma e inviolabile. E non si lascerà mai né per premi proposti, ancor che grandissimi gli fossero promessi e in effetto offerti, tirare a cosa per la quale si possi vedere pure un picciol neo nella candidezza della fede. La quale vestivano gli antichi da capo infino a' piedi di panno bianco, per significarci con quanta purità d'animo ella dee essere servata, e che ogni picciola macchia che si scorgesse in lei era atta a darle biasimo e a levarle il pregio.

E per tal cagion parve anticamente al Popolo Romano che di tanta importanza fusse la fede, ch'ella anche si mantenesse al nimico. E questo fu perché, conoscendo Numa Pompilio, che fu il secondo re de' Romani, che la fede era il fondamento e il mantenimento della amicizia e della conversazione umana, perché ella rimanesse come cosa divina impressa perpetuamente nell'animo de' Romani, le edificò un tempio, le constituì altari, e ordinò sacerdoti che le facessero sacrificio; e da indi in poi
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serbarono i Romani con tanta religione la fede, che eleggeano di perder la vita piuttosto che perdere la fede. Della qual cosa dié chiarissimo esempio Marco Attilio vRegolo, il quale essendo prigione di Anniballe, crudelissimo nimico del Popolo Romano, e volendolo egli mandare am- basciatore al Senato Romano per commutarlo co' prigioni Cartaginesi ch'erano appresso a' Romani, si fé dare la fede di ritornare, ove la commutazione non si facesse: perché, sapendo quanto fussero osservatori della fede i Romani, istimò, avendogliela astretta Regolo, di avere sicu- rissimo pegno di ritorno, quando l'effetto non seguisse per lo quale egli ora a Roma il mandava. Né punto ne rimase ingannato, perché, ancora sapesse Regolo che, s'egli ritornava ad Anniballe, andava ad aver morte con gravissimo supplicio (per avere egli persuaso al Popolo Romano che per modo alcuno non fusse così sciocco, che per riavere lui vecchio, volesse rendere ad Anniballe quella fiorita gioventù cartaginese che presa avevano), volle piuttosto ire a crudelissima morte che compiacendo a' parenti e alla patria, che colle lacrime sugli occhi il confortavano al contrario, viversi con loro negli agi. Perché parve a quel generoso animo che vie maggior tormento gli avrebbe dato continuamente la conscienza, raccordandosi di aver violato il sacramento della fede, che qual più aspro supplicio gli avesse potuto dare il crudele nemico.

Ma come questo religiosissimamente e santissimamente fu osservato da' Romani, così il contrario fecero gli Africani, de' quali fu capitano il medesimo Anniballe, il quale ebbe in sì poca stima la fede, che non attese mai cosa ch'egli promettesse a' Romani; e mal gliene avenne, imperoché fu scacciato da' cittadini suoi di Cartagine e in esilio, per non venire nelle mani del Popolo Romano, miseramente morì. Né pure questo fu vizio di Anniballe, ma di tutta quella nazione, onde il dire fede africana non era altro che fede vana, incostante e fallace. Né questo fu vizio solo degli Africani, ma della Grecia ancora. Per la qual cosa dice Euripide, che greco uomo era, che la Grecia non avea mai conosciuto la fede, quantunque non vi manchino di quelli che dicono, che se questo era vizio delle altre nazioni greche, non era egli dell'ateniese, ma che tanta era la fede di quel popolo, che quando altri voleva dar segno di costantissima fede, diceva ch'era confirmata e stabilita la cosa con fede ateniese.

Ma comunque si stia la cosa, il non servar fede è sempre stato di perpetua infamia, e il servarla di eterna gloria, e sarà sempre a tutti
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coloro che ne saranno constantissimi osservatori, e di sì nobile pregio sarà ornato il nostro Giovane, se con tutti la serverà inviolabile, e sopra ognuno al suo Signore.

Posta ch'avrà il Giovane questa deliberazione per fermo fondamen- to della sua servitù, avrà egli da considerare che il servire a grato Signore è quasi una spezie di mercanzia, nella quale chi serve cerca di commu- tare la servitù in utile ed onore, e chi è servito cerca similmente di mutare l'utile e l'onore ch'egli può dare, in grazia e fedel servitù. E intorno a ciò è da avertire che coloro che sono alzati dal cielo a signoril grado, per la molta copia delle ricchezze e per la grande autorità che si conoscono avere sono per lo più di animo altero e tanto stimano le ricchezze loro, che si pensano che ogni grazia, ogni buon costume, ogni rara virtù alla loro autorità e alla lor buona fortuna soggiaccia, e ch'ogni eccellenza di uomo privato, per grande ch'ella sia, possa essere compera- ta da' tesori loro; per la copia de' quali si stimano non pur felici, ma in sommo beati. E però fa di mestiere al Giovane che a servir loro si dà, quantunque egli sia nobile (ché nobile il presupponiamo), quantunque aggraziato, quantunque ornato di molte virtù, si disponga di sottoporre sé e ogni sua dote alla opinione del Signore; e dee mostrare servendo ch'egli propone l'utile, il comodo e il piacere del Signore al suo, e che né di sua nobilità, né di sua grazia, né di sua virtù fa punto più stima che l'istima il Signore, e che egli tanto piace a se stesso quanto a lui si conosce piacere, e che gli è carissimo che degni il Signore di aver grato il suo servire.

3.7. PARAGRAFO 7 L'esempio dei vecchi

Propostesi adunque queste cose in generale e altre simili, che troppo lunghe fora il volerle raccontar tutte, si porrà il nostro Giovane a quella maniera di servire alla quale egli si avrà conosciuto atto, e l'avrà ottenuta dal Signore; e vi userà quella diligenza, e quella destrezza e attillatura che converrà a ciò, pigliando nondimeno l'esempio da coloro che più antichi saranno e, prima di lui, a quello ufficio si saran dati, e saranno riusciti in loda appresso il Principe. Ché non si dee presumere il Giova- ne, per ingegnoso e per aveduto ch'egli si sia, di potere così di primo colpo essere da sé tale quali sono diventati coloro che per molto tempo e con lungo uso hanno quest'ufficio esercitato. E quando anch'egli o per
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bontà della sua statura o per avedimento singolare si conosce atto, senza alcuno esempio, a quello ufficio che gli fusse stato assegnato, non sarà al Giovane se non di gran profitto l'umiliarsi a que' primi che detti abbia- mo, e mostrare di volere apparare da loro quello ch'egli nondimeno si conosce sapere. Perché come la virtù, che più del convenevole si esalti, diviene odiosa e spesso si procaccia ella stessa la ruina, così l'umiltà, giunta alla virtù, le dà pregio e grandezza.

Era Socrate appresso gli Ateniesi di maniera dotto, che da lui, come da fonte, sono state tratte tutte le discepline e le maniere del ben vivere; e nondimeno egli diceva che solo una cosa sapeva, la quale era che non sapeva nulla. E questa sua umiltà, in tanta eccellenza di sapere quanta era in lui, gli fu di vie più onore e di vie maggior profitto che l'aver voluto alzare il capo e adoprare la lingua contra la religione che osservavano allora gli Ateniesi.

Oltre a ciò egli è da credere che coloro, che sono stati prima di lui in così fatti maneggi per qualche spazio di tempo, saranno più esperti che egli e, come giovane, potrà apprendere da loro molte cose a benefi- cio suo. Vuole Aristotele, fra filosofi eccellentissimo, che nelle repubbli- che siano messi i vecchi alla somma del reggimento delle cose, e che sia ufficio de' giovani far quello ch'essi loro impongono. E questo voglio io che trasporti il Giovane dalle repubbliche a questa specie di onorata servitù, e che si pensi di non poter errare accostandosi a' ricordi di coloro che attempati gli sapranno proporre il meglio. Umiliandosi egli adunque, come abbiamo detto, ne riporterà utile e pregio.

4. CAPITOLO II LA MANIERA DI SERVIRE

4.1. PARAGRAFO 1 Mostrarsi allegro e festevole


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Quanto al servire, sarà egli sempre innanzi al suo Signore con faccia gentilmente gioconda, accioché paia che il suo maggior piacere e la sua maggior contentezza è l'esser nel servizio del suo Signore. Peroché, s'egli facesse ciò con faccia melanconica o turbata, parerebbe che mal suo grado egli servisse: perché, oltreché ciò farebbe da sé la servitù ingratissi- ma, si aprirebbe anche a' maligni e a' detrattori la strada di porlo in disgrazia del Signore. Ché stanno costoro sempre con gli occhi e con gli orecchi attentissimi, come chi aspetta per nuocere ad altri e luogo como- do e tempo, se si offerisce cosa onde possino compire il desiderio loro; e se forse ella loro si appresenta, non la lasciano fuggire.

Dee nondimeno il Giovane, in questo suo mostrarsi allegro e feste- vole, fuggire il troppo, il quale è sempre dannoso in tutte le cose. Per questa cagione adunque egli terrà l'occhio attento a quello che in ciò conoscerà esser grato al suo Signore, e in questo e in ogni altra sua virtuosa azione si acconcierà in guisa a quello che egli conoscerà essere a grado al Principe, che se ne guadagni la grazia sua, avendo sempre per duce l'onestà e la modestia, la quale è detta la regola delle operazioni umane.

Userà egli anche nel vestire tal riguardo, che mostrerà né di volere civanzare né di volersi far conoscere un Ganimede: perché quello mo- strerebbe ch'egli in quella servitù volesse civanzare, e questo il farebbe conoscere di poco cervello o tutto lascivo, il che non gli lascerebbe acquistare la grazia del suo Signore. E a ciò dee tanto più avertire il Giovane, in quanto i principi pigliano a' lor servigi molti, piuttosto per pompa loro che per bisogno. Dee adunque il vestire del Giovane esser tale che, accompagnandolo con la grazia, colla leggiadria e colle altre sue buone qualità, riesca egli, così in questo come in tutte le altre cose, gratissimo al Signore, al quale egli ha dedicato la servitù sua.

4.2. PARAGRAFO 2 L'arroganza


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E quantunque il Giovane conosca, col suo diligente, fedele e soleci- to servire, acquistarsi appresso al Signore grazia e favore, si guarderà nondimeno di non uscir di se stesso e non si perderà in guisa in quella grazia e in quel favore, che si levi in superbia e divenga arrogante: vizio che veggiamo specialmente essere di coloro i quali, tolti dalla cieca fortuna dalla feccia del vulgo e alzati a qualche grado, insuperbiscono in guisa che non si vergognano far penare i più nobili, e ne' negozi ch'oc- corrono, ove gli potriano subito spedire, si pigliano piacere di fargli venire alle lor case molte fiate, prima che possino lor parlare. Cosa indegna non pure di nobil animo, ma neanche degna d'uomo che si voglia far conoscere nelle azioni sue veramente buono.

Fu monsignore Celio Calcagnini e per la nobilità del sangue e per l'eccellenza della dottrina degno non pure di essere amato, ma somma- mente onorato da ogni gentile spirito. Aveva egli avuta amicizia lunga e molto stretta con uno, nato tanto povero che per sostentamento della vita era stato costretto ad essere maestro da scuola: nella qual povertà il Calcagnini non gli era mai venuto meno, né di favore né di aita. Avenne che il maestro fu fra' famigliari di Leone decimo assonto ad onorato ufficio: della qual cosa sentendo il Calcagnini molta contentezza, andò a Roma per rallegrarsi con lui. Era nella corte uno già amico dell'uno e dell'altro, il quale, sapendo quanto il Calcagnini l'amasse, gli disse: ‘Egli è venuto il vostro Celio, per godervi e onorarvi’. Questi, che deveva recarsi ciò a sommo onore, insuperbito del favore che gli aveva fatto la fortuna: ‘E che crede - egli rispose - di essere venuto a quel povero uomo ch'io era pur dianzi? Vorrò ch'egli si tenga a gran grazia, che gli voglia concedere che gli parli’. Né punto fé meno di quello che disse: però che lo fé stare più di dieci giorni in Roma, prima che il vedesse, non che gli potesse parlare. Cosa tanto indegna di ben nato animo, quanto è propria la cortesia della nobilità, e quanto sono questi sconci atti, per lo più, proprio di coloro che dalla vil plebe sono alzati dalla cieca fortuna a qualche grado degno dell'umanità e della molta cortesia di nobile spirito e di ben nato animo: ché è troppo gran vizio e troppo contro la natura umana l'essere ingrato a chi giovato ti ha, e spesso il
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Signore Iddio mostra, col dare dicevol pena agli ingrati, quanto sia abominevole simil vizio.

4.3. PARAGRAFO 3 Il gloriarsi

Oltre a ciò, con quanto di favore si acquisterà mai servendo il nostro Giovane, non si darà egli al vantarsi e a darsi a lodar se stesso, per far credere ch'egli molto più vaglia di quel che vale, e che non solamente sia atto a quell'ufficio a ch'egli serve, ma a vie maggiore anco; perché (oltre che questa vana gloria è giudicata da Aristotile una spezie di pazzia, imperoché altri non si acquista gloria per lo vantarsi, ma col ragionare prudentemente e coll'operare virtuoso e lodevole) egli viene finalmente in odio a chi l'ascolta; e come la modestia fa ch'egli è amato dal popolo e ch'è data fede alle sue parole e riman meraviglioso negli occhi d'ognuno, onde ciascuno volentier l'onora e lo riverisce, così per lo contrario la insolenza diviene odiosa e move gli animi altrui a sdegno e a dispetto. Il che anche non è senza offesa e dispiacere del Signore, perché questa soperba arroganza fa che pare che il servitore, in breve, si prometta d'essere da più del Signore istesso. Oltre a ciò, se questa persuasione piglia il possesso degli animi altrui, ella toglie loro in guisa il meglio della mente, che gli induce a voler, col vantarsi, farsi tenere da tanto più di quel che sono, che escono, nel lodarsi, al di fuori dei termini della verità. E tiene Aristotile che questa sia così mala qualità di menzo- gna, che possa a gran fatica esser uomo da bene colui che si aggrandisce, con sue parole, molto di più di quello che egli è per acquistarsi pregio, e chiama questi tali e sciocchi e vani. Né sono così da lui detti senza cagione, imperoché si vede spessissime volte che questi gloriosi (special- mente negli atti della fortezza) perdono l'animo qualunque volta occorre occasione di mettergli alla prova di quello di che essi si sono sommamen- te vantati.

E a questo proposito si legge che fu già fra gli Ateniesi uno, detto per nome Aristogitone, il quale con amplissimi ragionamenti si mostrava di essere un altro Marte ne' maneggi dell'armi e della guerra. Ma, ave- nendo poi l'occasione di fare scelta di tutti gli uomini da guerra, egli (ch'avuto riguardo a quanto egli aveva detto per l'adietro, doveva essere il primo che si appresentasse per beneficio della patria, e per mostrarsi tale nei fatti quale si aveva voluto far tenere colle parole) come timidissi- mo si alligava le gambe e si fingeva infermo; la qual cosa conoscendo
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Focione, al quale era data la cura di scegliere gli uomini valorosi, disse al suo cancelliere: ‘Scrivi anche nel numero de' soldati Aristogitone, per malvagio e mendace’. Il simile si vide ai tempi nostri in un capitano francese, nel tempo che Alfonso primo, duca terzo di Ferrara, aveva al suo soldo molti capitani francesi per diffendersi dall'ira di Giulio secondo, che si era armato contra lui. Questi, mentre le cose erano quiete, faceva una braveria incredibile, ma quando accadeva che nascessero dissensioni fra soldati italiani e francesi, come veggiamo sovente avenire fra soldati di varie nazioni, egli tosto si riduceva all'alloggiamento e, chiamati i servitori, si faceva armare di tutto punto; e col dire: ‘Accon- cia qui, lega lì, sciogli qui, ché non hai ben legato’, consumava tanto di tempo che si finiva la mischia. Ed egli, quasi un altro sant'Ermo che suole apparire nel fine della tempesta, faceva mostra di sé colle più gagliarde e animose parole, che l'avresti giudicato un Marcello o un Anniballe. Ma, scoperta al fine la sua codardia, fu egli da monsignore di Foies (che allora era generale del re e tanto valeva ne' fatti quanto si volea mostrare valere quel glorioso nelle parole) privato del grado, e non solamente non volle ch'egli tenesse luogo di capitano, ma no' l volle anche accettare per privato soldato.

4.4. PARAGRAFO 4 La modestia, la gentile ironia

Il nostro Giovane, adunque, si starà fra' termini della modestia, e ancora ch'egli si conosca degno di loda e si senta, per la sua virtù, lodare, non si devrà nondimeno insuperbire, ma riceverà quelle lodi con tal temperamento che ciò venga piuttosto dalla benevolenza di chi lo loda che dalle qualità sue, ovvero mostrerà di essere tanto più tenuto a chi gli dà loda, quanto egli conosce le lodi maggiori di ogni suo merito. E questa cortese maniera, che si può acconciamente addimandare una gentile ironia - nella quale scrivono gli antichi che fu maraviglioso Socrate - farà piú comparere la virtù sua che s'egli si scoprisse, come
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soldato glorioso, un vantatore; de' quali ne veggiamo un gran numero a' nostri tempi, non solamente nelle corti ma nelle scuole de' filosofi mede- simi. E non si aveggono questi sciocchi che il lodare fuori di modo sé fra gli altri è una maniera di dar biasimo a sé medesimo, e che il lasciarsi trasportare ove non conviene, per le lodi ch'egli sente darsi, è mostrarsi poco degno di essere lodato. Quindi disse Menelao, appresso di Omero, che non era punto cosa lodevole l'esaltare se stesso gloriosamente o soperbamente, che noi vogliamo dire. E lasciò scritto il medesimo altro- ve, che dee l'uomo virtuoso possedere tacitamente quelle virtù e quelle doti dell'animo che gli ha concedute la bontà divina, perché il lodare se medesimo riesce spesso a danno, come avvenne ad Astidamante. Era questi uno istrione eccellente, e avendo egli nella rappresentazione di una favola fatta la persona di Partenio singolarmente e con soddisfazione di tutti gli spettatori, fu determinato, per pubblico consentimento, che ad onor suo gli fusse posta una statua nel teatro. Questi, insuperbitosi di tanto onore che gli era fatto, deliberò di aggrandir la sua loda e compose un verso ad onor suo, da essere posto sotto la statua e, portatolo al Senato, che glielo volesse far porre. Si rise tutto quel grave ordine della iattanza di lui e non glielo vollero porre, ma gli risposero: ‘Tu lodi te stesso, Astidamante’, quasi che gli volessero dire: ‘Tu, con questo tuo lodare te medesimo hai scemato l'onore che ti avevamo fatto, del quale ti devevi contentare’. E ciò gli riuscì a tanto biasimo, che i maestri di quella antica comedia che fu detta achea cominciarono a portare nel cospetto degli spettatori nelle loro comedie ‘Tu lodi te stesso, Astida- mante’, onde egli fu costretto a vergognarsi di se medesimo.

Accade nondimeno talora, o per ribattere biasimo o per farsi gentil- mente conoscere, lodar se stesso; ma ove ciò sia di bisogno, mostrerà il Giovane gran prudenza se farà ciò con temperamento e con tal grazia, che paia che voglia piuttosto fare ogn'altra cosa, che entrare a dir di sé.

E posto che si legga appresso Vergilio che Enea, ragionando con Venere, dica ch'egli è il pietoso Enea e che è conosciuto per fama insin sopra le stelle, non dee però quindi il Giovane pigliare esempio di lodarsi, se non in caso tale, imperoché molte furono le ragioni che mossero Enea a così parlar di lui. Prima, egli si vedeva in paese straniero e stimava di non essere conosciuto da Venere, che sotto finta imagine di
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cacciatrice gli si era mostrata in quella selva; poscia, istimandola egli dea e sperandone aiuto, era di mestiere che adducesse cosa che fusse atta a por qualche convenevolezza fra ambidue loro, che glielo facesse grato.

Oltre a ciò, volendo egli ridurla ad aver compassione della sua sciagura, conveniva che se ne facesse conoscer degno, né poteva egli addurre cosa più convenevole a ciò, poscia che dea la riputava, che farlesi conoscer pio: perché la pietà non è altro, quanto a questo proposito appartiene, che una interna e religiosissima osservanza verso gli dei immortali. E perché ella tale il conoscesse, seguì dicendo ch'egli aveva tolti gli dei penati dalle mani de' nemici e gli conduceva coll'armata con esso lui (e questo fu cagione ch'egli era conosciuto per pio insino sopra le stelle, il che non si dee riferire ad altro che alla pietà: perché non è cosa la quale faccia più noto l'uomo a Dio, né più a lui grato, che questa pia osservan- za verso lui); e, ciò inteso, soggiunse ella che istimava ch'egli fusse caro agli dei immortali.

Ora, ritornando al proposito nostro, fu molto convenevole che così ragionasse Enea, e sarebbe anche convenevole al nostro Giovane, quan- do egli in simil caso si ritrovasse: perché ciò gli farebbe fare la dura necessità e non gli si potrebbe imputare ad arroganza, né a vana gloria, né al troppo amore di se medesimo, il quale fa l'uomo, quando egli più di tutti gli altri vedere si pensa, del tutto cieco. E perciò mi pare che non senza cagione dicesse Orazio che l'amore di se medesimo (che i Greci dimandano filautia) era cieco, cioè che toglieva in guisa l'uomo di se medesimo che non conosceva quello che convenisse a sé, a' tempi, a' luoghi , alle persone. E Platone, il divino, istimò che questo vizio fusse la cagione di tutti i mali, e mostrò Aristotile che ciò era di tanto danno, che questo solo errore bastava a fare divenire gli uomini infami e giuoco del popolo. Né pure al popolo sono odiosi questi uomini tali, ma aviene sovente che i Signori medesimi, infastiditi di tanta insolenza, fanno loro tali beffe che se ne rimangono per sempre vituperati.

E qui non mi pare fuori di proposito l'addurre l'esempio di Mene- crate. Fu questi un medico, che tanto presumeva di sé che si faceva chiamare Menecrate Giove, quasi che in sua mano fusse l'aventare i fulmini e dar morte e vita a chi più gli era a grado; e, se mandava lettere ad alcuno, il titolo era Menecrate Giove, e certo bene si poteva dire a questo impazzato uomo: ‘Medico, cura te stesso’. Avendo egli adunque
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mandata ad Agesilao una lettera colla predetta inscrizione, non poté egli contenere le risa, vedutolo occupato da tanta pazzia; e volendogli dare un tocco che risentire il facesse, sì che rimanesse libero da così fatta infermità, gli rescrisse:‘Agesilao desidera la sanità a Menecrate’. Ma è meravigliosa cosa il vedere quanto sia malagevole il distorre dal mal abito uno che vi si sia accecato dentro: perché, ancora che così gli avesse scritto Agesilao per farlo avedere dell'errore che gli aveva appannato il lume della mente, onde a tanta sciocchezza era egli trascorso, non si mosse Menecrate punto dal suo primo proposito; perché, per la lettera di Agesilao, non si avide egli di quello di che si sarebbe aveduto qualun- que altro uomo, che non avesse perduto nella arroganza lo ingegno.

Divenendo egli adunque di giorno in giorno più altiero, deliberò Filippo re di Macedonia e padre di Alessandro Magno, di toccarlo con più acuto stimolo che Agesilao tocco non l'aveva, e così trargli quella pazza arro- ganza del capo e ridurlo a sanità. Lo invitò adunque Filippo ad un sontuoso convito e, essendo poste le tavole e per Filippo e per gli altri grandi uomini che con lui mangiar deveano, fé in disparte porre un suggesto e ivi apparecchiare una tavola in guisa di altare a Menecrate.

Ed essendo egli entrato nella corte, gli fecero tutti non altrimente rive- renza che s'egli veramente Giove si fusse stato, e commise Filippo che egli fusse condotto al suggesto per lui apparecchiato, e ivi su una dorata sede fu messo all'altare; e gli altri signori si misero all'altra mensa, ove furono portate nobilissime vivande. Messisi que' signori a mangiare, mandò Filippo un suo aveduto paggio a Menecrate in abito di Ganime- de, col turibulo in mano, il quale, appresentatosi a Menecrate e piega- toglisi inanzi colle ginocchia, posto lo incenso nel turibulo su carboni ardenti, mentre gli altri mangiavano gli fé continuamente profumo. Di- lettossi incredibilmente l'uomo sciocco di vedersi fra que' grandi uomini in così onorato luogo, e di essere, come gli pareva vedere, tenuto da essi dio, né pur dio, ma il maggiore di tutti gli altri. E ben si credette che meritevolmente si avesse egli arrogato il cognome di Giove. Andando lungo il profumarlo, l'appetito delle vivande che egli vedeva tuttavia porre sull'altra mensa gli cominciò a far crescer la fame; e più gli aggra- diva l'odore che gli veniva al naso de' delicati cibi che quello degli incensi, che tuttavia gli teneva rinfrescato l'accorto paggio; ma
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aspettan- do pure che anche a lui devessero essere appresentate vivande degne dell'onore che gli era fatto, se ne stava ivi quasi un altro Tantalo. Ma, poi che vide levar le tavole, e che innanzi a lui non era stato messo mai cibo alcuno, tutto pieno di sdegno, levatosi da sedere, diede delle mani nell'altare e gittollo a terra, gridando ad alta voce che così non si tratta- vano i pari suoi. Alle cui voci andando Filippo e sentendo ch'egli si doleva per non aver avuto che mangiare: ‘Perdonateci’ disse ‘Noi aspettavamo che, essendo voi Giove, vi fusse mandato dal cielo il nettare e l'ambrosia’. E così, lasciatolo scornato, se n'andò ridendo alle sue stanze.

Dee anche il Giovane guardarsi di non ricever biasimo invece di loda, per qualche onorevole fatto che felicemente gli sia avenuto, col troppo vantarsi di cosa tale, e noiare gli orecchi altrui col non fare altro mai che dire di quella sua azione: perché ciò viene in fastidio a chi l'ascolta, e se ne sdegna alle volte il Principe, talmente che, per levarsi quella seccaggine e chiudergli la bocca, gli dice parole che gli convertono la lode in biasimo. E così avenne ad un soldato di Augusto, il quale, avendo in una impresa di guerra ricevuta una gran percossa di un sasso nel viso, che tutto glielo aveva malconcio, diceva tuttavia: ‘Questo è testimonio del valor mio, il quale fu di tanta importanza che, quantunque rimanessi in questa guisa consumato, n'ebbe Augusto la vittoria’. La qual cosa udendo dire Augusto a costui mille volte il giorno, si volse alfine contra di lui sdegnoso e gli disse: ‘Guardati, quando tu fuggi, di non voltare il viso contra il nemico che ti caccia’, volendo mostrare ch'egli, fuggendo, aveva ricevuta quella percossa. E non sarebbe il solda- to incorso in tanta insolenza, s'egli avesse considerato che è ragionevole che tutto quello che occorre di onorevole ne' maneggi della guerra ritorni ad onore del Principe, e che non per altro i signori conducono gli uomini da guerra al soldo loro, che perché essi ad utile e ad onor de' prìncipi adoprino l'arme coraggiosamente e si espongano valorosamente ad ogni pericolo, perché restino vittoriosi quelli che al lor soldo gli hanno condotti. Né pur questo aviene nelle cose delle battaglie, ma in qualunque altra che il Principe proponga ad eseguire a chi il serve. Né pure non vogliono essi conoscere di essere a modo alcuno tenuti in ciò a chi si è dato al loro servigio, ma stimano che i servitori debbano esser molto tenuti qualora offeriscono ad essi materia di operare
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virtuosamente. Ora, per finire il ragionare di questa insolente arroganza, voglio che sempre abbia il nostro Giovane innanzi agli occhi quello che rispose Esopo a Chilone, il quale, dimandandogli quello che facesse Giove, egli disse: ‘Abbassa i superbi e alza gli umili’.

4.5. PARAGRAFO 5 Azioni indegne di nobile animo

Né dee mai il Giovane darsi a cose leggeri e indegne di gentile spirito, perché ne riceve similmente scherni, ma per altra maniera che lo lasciano mal contento. Il che avenne a colui il quale, pensandosi di trarre molto utile da Alessandro Magno col fargli vedere con che leggiadria egli gittasse il grano del cece sulla punta dell'ago e lo vi ficasse qualunque volta lo vi gittava, ebbe da Alessandro, altrimente liberalissimo, per mercede un moggio di grano di cece; e beffandolo gli fé dire che glielo donava perché egli potesse lungamente esercitare la sua bell'arte. Furono a' tempi antichi due molto intenti a far cose minutissime e, fra le altre, facevano carri con quattro ruote, tanto estremamente piccioli che una mosca gli copriva tutti con le ali. Di questi, l'uno si chiamava Calicratide, l'altro Mirmecide, e ambidue furono biasimati dagli uomini di giudicio, perché parve loro che il consumare il tempo in cose di sì poco momen- to e che non apportavano utilità alcuna al vivere umano, fosse cosa vana e non degna di uomo de ingegno. E ne rese la ragion Platone, perché egli disse che chi aveva l'animo intento a cose sì leggeri non poteva attendere alle cose gravi e d'importanza, alle quali dee avere sempre la mente chi serve a' gran maestri.

Né si dee porre il Giovane a cosa non dicevole al grado suo, perché ciò gli lieva la riputazione e move anche il Signore a tanto sdegno che, per farlo risentire dell'error suo, dopo averlo ripreso amorevolmente, s'induce a farlo vergognare di se medesimo col farlo rimaner beffato publicamente; il che a' tempi nostri fé un gran Signore. Egli aveva nella corte un cavaliere il quale, nascondendosi dietro ad alcune cortine e mettendosi alcune imagini di legno sulle dita, faceva con esse (come fanno coloro che noi "bagatelli" chiamiamo) le maraviglie. Invitò questi una fiata a vedere il giuoco il Signore, il quale, come festevole uomo ch'egli era, si prese piacere del giuoco, ma ebbe molto dispiacere che uomo di quella dignità si ponesse a così fatte cosucce, parendogli che
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devesse aver l'animo intento alle cose gravi e degne di lui e del grado ch'egli teneva. E chiamatolo a sé il riprese di quella follia, esortandolo ad attendere a quello ch'era il suo ufficio. Ma il cavaliere, avezzato a quel giuoco, non diede orecchio alle ammonizioni del Signore e, seguendo il suo costume, non solamente fra domestici e famigliari ciò faceva egli ma, qualunque volta andavano a Roma persone di qualche importanza, le invitava a veder quel giuoco. Era ciò fuori di modo molesto al Signore, e gli fé più volte dire che se non si toglieva da quella sciocchezza il farebbe adirare. Non giovarono punto più le ultime ammonizioni, ch'avessero giovato le prime; anzi, essendo arrivati a Roma alcuni signori grandi, gli invitò egli a casa sua per far loro vedere il suo usato giuoco. Essi, essendo alloggiati col Signore, non vi vollero andare se anch'egli non vi veniva; fu egli contento di compiacer loro, e avendo veduto che private ammonizioni non avevano potuto rimovere lo sciocco dal suo costume, deliberò di rimoverlo con una publica vergogna. Andò egli adunque colà insieme con que' signori i quali, giunti a casa del cavaliere, dimandarono ove fosse egli (perché aveva fatto lor dire che era un suo servitore che il giuoco faceva) e avisandosi il Signore ch'egli quegli era che sotto il baldachino, che perciò tirato era, si stava, disse: ‘Signori, il cavaliere deve essere occupato nelle cose della guerra, intorno alla quale avengo- no, e spezialmente nel mio Stato, d'ora in ora cose di qualche importan- za. Però attendiamo al giuoco per lo quale qui siamo, che fra questo tempo il cavaliere verrà’. Udendo ciò lo sciocco si rallegrò molto pen- sandosi che il Signore fusse per pigliarsi piacere nel pubblico di quello di che l'aveva prima ripreso privatamente, tanto si perdono talora gli uomi- ni nelle cose di che si dilettano, siano elle quali essere si vogliano. E con questa opinione cominciò egli il giuoco, con le maggiori maraviglie del mondo. Ed ecco, nel più bello della festa, per ordine del Signore furono celatamente tagliate le corde che sostenevano il baldachino, e ivi, nel cospetto di ognuno, rimase il cavaliere in bel giupone, colle imagini sulle dita, tutto molle di sudore per la durata fatica; la qual cosa mosse ad un tratto que' signori e a riso e a compassione, veggendo uomo di tal grado in quella sconcia maniera, in sì vil cosa occupato. Il Signore allora, verso que' signori rivoltandosi: ‘Questa è’, disse, ‘signori, la cura che si piglia questo buon capitano della sua gente. Parvi che questo sia l'officio suo?’ Il ripresero parimente que' signori, e tanta fu la vergogna ch'egli ebbe allora, che, rinonciato il grado ad un suo nipote, egli se
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n'andò frate. Dee adunque il nostro Giovane, come dalla troppa arrogan- za e dalle cose leggeri, così guardarsi dal porsi a fare cose non degne di nobile animo, se non vuole incorrere ad essere così sconciamente ripreso e restare in tal guisa scornato.

5. CAPITOLO III ESERCIZI DEL CORPO

5.1. PARAGRAFO 1 Il cavalcare


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Se avanzerà adunque tempo al Giovane, oltre il servigio del Signo- re, cercherà egli di dispensarlo tutto virtuosamente, come imparare di maneggiare leggiadramente un corsiero, correre la lancia sì che si scorga in lui vaghezza e forza con gentil destrezza; cercherà farsi destro e accorto nel maneggiare l'arme da piedi, lasciando in tutto gli schioppi e gli archibugi, armi diaboliche e non degne punto di essere trattate da nobil mano. Si eserciterà alla lotta, al lanciare del pallo, al saltare oltre gran fossi, a farsi veloce e agile nel corso, cosa che attribuisce Omero ad Achille a somma loda, chiamandolo "velocissimo de' piedi". Né schiferà farsi pratico e destro nel nuotare, e brevemente in tutte le cose che convengano alla milizia, accioché se forse averrà che abbia bisogno di lui il Signore ne' maneggi dell'armi, non manchi egli dell'ufficio suo. E certo hanno bisogno i prìncipi grandi dell'arte militare, perché sono due cose che principalmente mantengono le città, oltre l'altre introdotte a conser- vazion loro: l'una le leggi e l'altra l'armi, perché con queste due si serva la vita e la union civile. E si nutricano le virtù, per conservazione delle quali sono statuite nelle città le leggi, per lo mantenimento de' buoni e per lo gastigo de' viziosi. E coll'armi si difendono i popoli dalle ingiurie, si aggrandiscono gli stati, si tengono in fede i cittadini, si levano i ribelli e si costringe l'audacia de' sediziosi; ed essendo introdotte l'arme per la pace, fiorisce per opera loro l'ozio virtuoso ed onesto, insieme colla quiete e colla tranquillità civile. Laonde si vede chiaramente che quasi del pari vanno ne' governi delle città l'arme e le leggi, imperoché senza legge non si può reggere la milizia, né senza la milizia hanno forza le leggi. Ma lasciando l'ufficio delle leggi a' maturi e a' scienziati dottori, dico che,
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essendo questo gran bisogno dell'armi ne' maneggi delle corti, si darà il nostro Giovane a quegli esercizi ch'egli conoscerà essere atti ad usar l'arme a piedi e a cavallo, e per acqua e per terra, secondo che porterà il bisogno e l'occasione e la vicendevole mutazione delle cose umane.

5.2. PARAGRAFO 2 Il giuoco della palla

Quanto al mantenimento della sanità, alla fermezza e all'agevolezza del corpo giova molto il giuoco della piccola palla, e spezialmente quello ch'è detto della corda, usandolo nondimeno temperatamente: perché non è parte alcuna del corpo che in tal giuoco mossa non sia, onde si risolvono le parti degli umori soverchi e non possono nuocere le super- fluità, oltre che in tal giuoco si fa molto aveduto e vivace l'occhio a conoscere il tempo e prontissimo a prenderlo colla mano e col piede, onde ne prende il Giovane non picciola utilità ne' maneggi dell'arme.

5.3. PARAGRAFO 3 Il duello

Il medesimo dico del danzare, del far moresche, come usavano di fare appresso a' Romani que' sacerdoti che Salii erano chiamati, ed erano proposti a' sacrifici di Marte, appresso loro dio della guerra, i quali colle spade e con gli scudi si movevano con acconcia e dicevole misura, percotendo ora gli scudi ed ora le spade, con maravigliosa misura del tempo, come veggiamo oggidì fare in alcune moresche, con gagliardi e leggiadri movimenti del corpo a misura del suono. E mi credo io che questa esercitazione del corpo fusse introdotta a que' tempi per darci a vedere che gli uomini dati all'arme pigliavano molta utilità esercitandosi in quella guisa di misurati movimenti, perché, come abbiamo detto del giuoco della palla, così imparavano di moversi a misura e di usare, con ragione e a tempo, la spada, dalle quali due cose se non sono accompa- gnate, l'arme poco giovano a chi le adopra.

Furono instituiti vari giuochi in Grecia e vari in Roma, i quali tutti portavano con esso loro sembianza di battaglia, però che in essi si lottava, si correva, si saltava, si movevano cavalli in sembianza di com- battere, si correva colle navi e si mettevano, e a Roma e in Grecia, i gladiatori, nel pubblico, alle mani, e se ne tenevano le scuole appresso a' Romani: e ciò si faceva perché la gioventù, avezza a vedere ferite e morti, meno temesse lo andare alla guerra. Il quale spettacolo, come
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orribile ed abominevole, è da essere in tutto scacciato dalle bene ordinate republiche. E non posso non dolermi gravemente che invece del crudele spettacolo, al quale erano introdotti appresso a' Greci uomini scelerati e condannati per le loro sceleragini alla morte, e che ove si mettevano a tal rischio appresso a' Romani uomini vili, a' nostri tempi entrino negli steccati i più pregiati cavalieri col favore de' prìncipi del mondo, a fare spettacolo di sé e a spargere il sangue e a darsi morte miseramente. E tanto più di ciò mi doglio, quanto veggo uomini della santa religion nostra e alzati al grado ecclesiastico, essersi sconciamente messi a voler mostrare questa spezie di battaglia con la autorità d'Aristotile (che tal sorte di battaglia non conobbe mai; e se conosciuta l'avesse l'avrebbe scacciata dalle republiche come scelerata e nemica dell'onesto) e lecita e giusta: cosa veramente sconcia e sopra ogni altra biasimevole.

Ma perché di ciò ho ragionato pienamente altrove, dirò solo che dee avere il popolo fedele grandissima obligazione a que' saggi e santi uomini c'hanno nel Concilio di Trento ordinato provisioni sotto Pio quarto pontefice massimo, colle quali hanno cercato di levare questa abominevole usanza, considerando essere vero quello che disse Aristoti- le: che per l'onesto si deono fare le battaglie, non per crudeltà; ch'altro che crudeltà non si dee chiamare simile sorte di battaglia introdotta per vendetta d'ingiuria privata, quantunque gli autori che di ciò favellano cerchino di condurre questa crudeltà a mantenimento dell'onesto, dal quale ella è lontanissima. Hanno non pure interdetta, ma del tutto scac- ciata dal mondo questa spezie di battaglia crudelissima ed inumana, e piuttosto infame che no, nonché conservatrice dell'onore, come dicono gli autori di questa mal usanza. La quale tanto spiacque nella republica ateniese a Demonatte cinico, che disse, chiamando gli Ateniesi per tal crudeltà cani, che non prima devessero introdurre quella ria consuetu- dine, la quale pigliavano da' barbari, de' giuochi de' gladiatori, che aves- sero ruinato il tempio della misericordia, la quale come dea adoravano gli Ateniesi. E se parve a questo filosofo pagano che non convenisse che in quella città, nella quale si adorava la misericordia, si devesse spargere in quella guisa sangue di quelle genti vili e scelerate, quanto dee parere sconvenevole a noi, che adoriamo il Figliuolo di Dio, il tolerare simile
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spettacolo, biasimevole insino al nemico dell'umana generazione, fra gli uomini nobili e cristiani? Ma come è stato dato bando a questa ingiusta spezie di battaglia, così si devrebbe per publica constituzione e publico divieto, torre dalla memoria degli uomini quelle scritture che a ciò danno favore e constituiscono il duello.

5.4. PARAGRAFO 4 La danza

Ma, lasciando ciò in arbitrio di chi regge le cose divine e le umane, ritorno a ragionare della utilità che si tragge dalle danze e dalle more- sche. E dico che, per le cose già dette, se ne tragge grande utile, e per la sanità e per far ferme le membra e pronto ed accorto il Giovane al menar delle mani. E perciò volle Platone che gli uomini della sua republica apparassero di sapersi movere a misura, e saltare e ballare con arte e con leggiadria; voleva nondimeno principalissimamente che tutti que' movimenti della persona fussero ordinati all'onestà e alla fortezza, virtù che tiene la sede sua fra le cose spaventevoli, e se ne sta nel mezzo fra l'audacia ed il timore. Ma questo esercizio del danzare a' tempi nostri è venuto quasi cosa da plebeo. Però, ancora che il nostro Giovane l'abbia molto bene appreso e vi si senta valere, non vi si dee dare egli né sempre né in ogni luogo, né con ogni persona, ma solamente nelle feste che si fanno a' signori, e spezialmente in quella del suo medesimo principe.

Perché il fare simili esercizi quando non conviene, è di danno e di disonore, come fu ad Ippoclite ateniese: imperoché avendo Clistene una figliuola da maritare, fé dire e publicare nella solennità de' giuochi olim- pici, che se vi era giovane alcuno che si tenesse di devere essere degno suo genero, da indi a sessanta giorni andasse a Sicione: che ritrovandolo tale quale deveva essere quegli che meritasse di avere la giovane per moglie, gliela darebbe senza disdeto. Vi concorsero molti giovani da varie parti della Grecia, fra' quali essendo andato Ippoclite, fu giudicato ch'egli solo meritasse la giovane per mogliere. Ma, essendosi poscia messo a ballare, parve a Clistene ciò tanto strano che, ricusando di dargli la figliuola, gli disse ch'egli aveva ballato il matrimonio, cioè che, per quello atto ch'egli aveva fatto di ballare, si era mostrato non degno di avere la sua figliuola per moglie, perché gli parve che in ciò egli
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mostras- se più leggerezza che prudenza, variando il ballare ora alla guisa degli Ateniesi ora de' Lacedemoni.

Però si vede che quello che male usato è biasimevole, diviene lodevole e degno d'onore s'egli è fatto a tempo e dicevolmente. Leggesi che Alfonso, re di Napoli, aveva in odio il ballare più di qualunque altra cosa, dicendo ch'era cosa da feminucia che si volesse far tener pazza; laonde, avendo veduta ballare una donna gagliardamente e con poco riguardo alla modestia donnesca, disse: ‘La Sibilla tosto profeteg- gerà’, volendo per ciò mostrare ch'ella era impazzata, imperoché non prima dicevano gli oracoli le Sibille, ch'elle venissero in furore. Avenne che Federico imperatore arrivò a Napoli con Leonora sua moglie, ed avendo ordinato a Federico il re una solenne festa, ballò anch'egli colla imperatrice. Ed essendogli chiesto come avesse egli ballato, con ciò sia ch'egli soleva con tanta veemenzia biasimare il ballo, gli rispose egli prudentissimamente che ciò gli spiaceva quando egli era fatto vanamen- te, e per sciocchezza piuttosto che no; ma ciò facendosi a tempo e per onorare gran persona, come egli aveva fatto, non solamente non merita- va chi così danzava riprensione, ma sì ben loda, aggiungendovi nondi- meno che lo impazzare alcuna volta cogli uomini grandi non era cosa da essere biasimata; quasi che volesse dire che, danzando lo imperatore, non era punto sconvenevole che anch'egli il medesimo facesse.

Per onorare adunque festa che faccia il Signore, il nostro Giovane entrerà onorevolmente in danza, ché così egli sarebbe in ballo con nobil gente e con onoratissime madonne: perché si dee avere grandissimo riguardo in conservare il grado e la qualità sua. Quindi avenne che, essendo Alessandro Magno velocissimo nel corso e confortandolo il padre ad entrare ne' giuochi olimpici che si facevano in Elide, città di Arcadia, fra quelli, che correvano, dicendogli che, senza alcun dubbio, egli ne riporterebbe il premio, rispose Alessandro (veggendo egli più oltre, che allora non avea veduto il padre) che se vi fussero figlioli de' re che corressero, egli non avrebbe aspettato altrui invito; ma veggendo egli che non vi erano se non popolani, non voleva entrare in que' giuochi, non tenendo cosa degna di sé il correr con gente che non fusse di real grado. Fu tenuto appresso a' Romani Nerone degno di biasimo, e parimente Comodo, perché quegli si mescolava nelle scene con gli
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istrioni e questi, vestito da Ercole, si mescolava fra' gladiatori, essendo l'uno e l'altro imperatore. Parve anche a Filippo, del quale poco di sopra abbiamo ragionato, che Alessandro suo figliuolo non avesse avuto ri- guardo al grado suo, avendolo ritrovato fra musici a cantare, perché ciò a lui parve non meno strano che fusse paruto ad Alessandro, ch'egli l'avesse invitato a correre fra popolani. Il riprese adunque Filippo, non perché egli biasimasse la musica, arte dignissima di animo nobile, come ragionando diremo, ma perché egli era di opinione che ben convenisse a' re e a' gran signori sapere l'arte del cantare e l'udire i musici, ma non già che cantassero essi con loro, se forse non fussero state persone reali che si fussero ridotte a cantare insieme.

5.5. PARAGRAFO 5 La caccia

Ora, passando dalle sconvenevolezze alle cose dicevoli, è la caccia delle fiere cosa dignissima di gran gentiluomo e di gran principe, per essere molto proporzionata alla guerra. Però sarà convenevolissimo al nostro Giovane ch'egli, e col suo Signore e senza anche, quando il tempo e l'occasione lo porti, darsi insieme con gli altri alle cacce de' lupi, degli orsi, de' cenghiali, de' cervi e di altre tali fiere selvagge. Perché, avenen- do che per spettacolo publico si facesse caccia del toro, ove entrassero a ferirlo gentiluomini, come si costuma ne' giuochi publichi alcuna volta in Roma, potesse anch'egli dar segno della destrezza, della industria e del valor suo. Oltre a ciò, questo così fatto esercizio ferma ed indura il corpo, e il fa agile e pronto a' movimenti gagliardi in ogni guisa, non altrimente che s'egli fusse col nemico alle mani. E diviene accorto al ferire e allo schivare e al parare i colpi, onde riesce, come intrepido, ne' maneggi della guerra. E fu in tanta riputazione questo nobile esercizio appresso gli antichi, e fu giudicato tanto degno di virtuoso spirto, che fecero Diana e Apolline, appresso loro grandissimi dei, presidenti alle cacciagioni; e riposero, per essere stati domatori delle fiere, Ercole e Teseo e altri a lor simili, nel numero degli dei, onde meritarono nel mondo eterna fama per essere maravigliosamente celebrati da istorici e da poeti.

Sia adunque la conclusione di questa parte, che non dee il nostro Giovane consumare il tempo che gli avanza dal servire il Signore, in pigra negligenza, la quale diceva Temistocle ignobile sepultura degli uomini vivi. Il quale Temistocle, ancora che mai non avesse consumato
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punto di tempo negligentemente e vissuto fosse cento e sette anni, nondimeno si doleva dopo il corso di tanti anni di morire, non perché gli fosse grave la morte (però ch'egli sapeva molto bene che tutti nati siamo per avere a morire) ma perché egli diceva che pure allora comin- ciava a conoscere e ad imparare come si deveva viver lodevolmente. E dee fuggire con gran diligenza il nostro Giovane, che quell'ozio che gli è dato non gli sia inutile e biasimevole, perché soleva dire Ennio che l'ozio accresceva negozio a chi usar nol sapeva. Però dee porre ogni diligenza, chi serve a Signor grande, di non lasciar passare inutilmente parte alcuna di tempo che gli avanzi, né dee, per fuggir l'ozio, mettersi a quelle cose leggeri delle quali pur dianzi dicemmo, perché il far ciò e far nulla è quasi il medesimo. Porrassi adunque egli a quelli esercizi onesti de' quali insino ad ora abbiamo ragionato, imperoché egli indi avrà la salute del corpo, la fermezza delle membra, la leggiadria de' movimenti. Oltre a ciò, desterà l'animo a cose grandi, si farà sicuro ne' pericoli, tolererà pazientemente le fatiche e si porrà, con gagliardo core, alle imprese che sono degne di cavaliere. E ciò gli acquisterà onore appresso ad ognuno e, insieme con questo, grazia e favore appresso al Principe.

6. CAPITOLO IV ESERCIZI DELL'ANIMO

6.1. PARAGRAFO 1 Studi delle lettere


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Ma voglio omai partirmi dalle azioni del corpo faticose e rivolgermi alle piacevoli e non meno oneste che quelle di che abbiamo favellato. Le quali sono le operazioni dell'intelletto e le applicazioni dell'animo alle facultà delle lettere. Perché soleva dir Platone, che noi non devevamo darci agli esercizi dell'animo senza quelli del corpo, né a quelli del corpo senza quelli dell'animo, accioché, in questa guisa, mostrassimo di aver cura dell'uno e dell'altro, essendo di queste due parti composto l'uomo.

Però cercherà questo nobile spirito di sottrarre tanto di tempo dall'eserci- tazioni già dette, che ne dia anche qualche parte agli onorati studi delle lettere, perché anche quindi gli si aprirà lodevole modo di acquistarsi e mantenersi la grazia del Signore. Ma voglio che lasciamo le leggi e le maggiori scienze a' segretari (se forse egli non vi fusse stato introdotto insin da' primi anni e non si conoscesse di potere andare in esse di giorno in giorno più oltre; il che, se fosse, gli sarebbe di molto ornamen- to e, per modo alcuno, non sarebbono da tralasciare), a' governatori delle republiche, a' consiglieri e a' contemplatori della natura e delle cose divine: ché troppo distorneremmo il nostro Giovane da quello ufficio al quale egli si fusse applicato per servigio del suo Principe, e troppo l'affaticheremmo, se a que' studi il chiamassimo a' quali egli non fusse avezzo e che sono degli uomini gravi, e che tutti si sono dati agli ozi delle lettere, alle contemplazioni e a' governi delle cose umane.

Spenderà agli adunque parte di quell'ozio nelle polite lettere gre- che, latine e volgari, le quali se verranno in compagnia dell'armi e della diligenza nel servire, gli accresceranno utile e pregio. Fu perciò gratissi- mo Polibio a Scipione Africano, a Tito e a Vespasiano Flavio Gioseppe, quantunque avesse contra loro combattuto, a Giuliano Apostata
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Mar- cellino e, per non scorrere lungo, altri ad altri signori e imperatori, i quali avevano accompagnate le lettere colla spada. E certamente è di grande ornamento a nobil Giovane che serva a gran Principe, il saper chiuder qualche suo glorioso fatto, non dirò in un lungo poema (ancora che il far ciò non sarebbe se non lodevolissima opera, quando ci fosse lecito poter comporre poema eroico di persona che ancora vivesse; il che, come cosa biasimevole, non volle concedere Platone per le ragioni che ho addotte altrove), ma in un gentile epigramma greco o latino, in una selvetta, in una oda, in un panegirico od in altra simile maniera di poesia latina o greca, secondo il gusto del Signore che di questa o di quella si dilettasse, ovvero in un leggiadro sonetto, in stanze, in una canzona od in un capitolo della nostra lingua volgare. La quale tanto si è avanzata in questa sorte di composizioni, che non ha punto d'invidia né alla greca né alla latina, onde non senza cagione il reverendissimo Bem- bo, eccellentissimo scrittore nella lingua latina e non men lume della nostra favella ch'egli si sia stato della sua patria e di tutto questo secolo, la chiamò una delle lingue più belle: perché mostra l'eccellenza di questa onorata lingua la riputazione ch'ella si ha acquistata appresso tutte le nazioni del mondo, non avendo ella spezialmente l'imperio universale di tutte le genti come ebbe la romana, né avendo trattate le discepline come la greca. Alla qual cosa essendosi dati a' nostri tempi i nobili spiriti, voglio credere ch'ella sia per tanto crescere (sianle pure, quanto esser ponno, contrari i tempi e averse le barbare nazioni) che le altre la invidieranno, piuttosto che a lei si pareggino. E questo pensiero ha fatto che, ancora che dalla mia fanciullezza io sia stato, insino a questa età, con sommo studio intorno a' più nobili autori e di verso e di prosa della lingua latina, e abbia scritte in essa vari componimenti in prosa e in verso, io abbia nondimeno scritto questo discorso ed alcuni altri con molte altre opere mie in questa lingua, che vive e porge di sé tanta speranza di devere divenire di giorno in giorno maggiore, che induce a maraviglia chi vi pensa.

Ma ritornando al nostro Giovane, gli riusciranno felici le sue com- posizioni se, per raro destino, egli letterato si sarà messo a servire Signore ch'abbia fatto non meno frutto nelle lettere che nell'armi, come fu appresso a' Macedoni Alessandro Magno, il quale, come ebbe il padre
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gran maestro di guerra, che gli fu duce e guida nelle cose militari, così ebbe nelle scienze maestro Aristotile, ed accompagnando egli queste con quelle riuscì poco meno che divino. E vie maggiore sarebbe egli stato, se con tanta cura avesse applicato l'animo alle scienze per vincere se stesso, quanta ne pose a soggiogare il mondo. Simile a lui fra gli imperatori romani fu Ottaviano, dal quale tutti gli altri si sono chiamati Augusti, cioè quasi santi e divini; il quale Ottaviano, per gli studi delle lettere, fu altrettanto degno d'onore quanto per essere stato vincitore de' suoi nemi- ci e signore di quanto è sotto il cielo, al quale furono tanto cari i poeti quanto ne fanno fede tutte le scritture antiche. E non senza cagione godono i maggiori prìncipi di aver giovani appresso a sé, che diano segno di potere, col tempo, essere atti di donare le loro onorevoli imprese ad eterna memoria. Perché sono le scritture degli eccellenti ingegni sicurissima custodia de' gloriosi fatti, i quali tutti si rimarrebbo- no attuffatti in perpetuo oblio se l'istorie, le poesie e le altre lodevoli composizioni non dessero loro eterna vita.

6.2. PARAGRAFO 2 La pittura

E' giudicata l'arte del dipingere cosa degna di nobil animo e che aggiunga pregio e riputazione a chi la possede. Ed è cosa ragionevole che tali artefici abbiano onesto luogo nelle republiche e appresso a' prìncipi grandi, come abbiamo veduto avere a' nostri tempi Michele Angelo Bonarroti, nello sculpire e nel dipingere tanto eccellente, che ha fatta nell'una e nell'altra facultà minore la gloria degli antichi, tanto si è egli in esse avanzato. La virtù del quale ha tanto stimato Cosimo de' Medici, secondo duca di Firenze e primo di Siena, che avendolo avuto vivo in molta stima, gli ha fatto quell'onor nella morte che maggiore non si avrebbe potuto fare ad uno de' maggiori prìncipi del mondo: chiarissimo indizio del signorile animo di Sua Eccellenza, col quale ha mostrato agli altri gran prìncipi in quanto pregio debbano avere i virtuosi cittadini loro mentre son vivi, e quanto gli debbano onorare dopo la morte.

Ma, ritornando là onde ci siam partiti, dico che, quantunque la pittura sia del pregio che detto abbiamo e la giudicasse Fabio Pittore degna di gentiluomo romano, e per averla egli esercitata ne meritasse il nome di Pittore (in quella onoratissima famiglia de' Fabi che si tenevano
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di avere avuto Ercole, figliuolo di Giove, loro progenitore), nondimeno a me non piace che il Giovane si occupi in lei per impararla, sì perché ella vuole gran tempo ad essere appresa, sì perché il formare imagini degne di loda vuole non solamente la mano dell'artefice, ma l'animo e la mente: la qual cosa distorrebbe il Giovane dall'ufficio suo e dalle altre cose che dette abbiamo, di maggiore importanza nel servigio del Signore che il dipingere non è. Vero è che, se il Giovane ne' primi anni, come solevano usare gli antichi, si fusse dato a questa arte e vi si conoscesse avere fatto tanto progresso che gli paresse di essere buono ad altro che allo schicherare le carte e ad impiastrare le mura, non farebbe se non bene se talora, nelle occasioni che apporta il tempo, vi ponesse mano: se non per altro, almeno per pigliarsi diletto delle imagini sue, non altri- mente che lo si pigli il poeta delle cose da lui composte, delle quali poco fa abbiamo ragionato. Imperoché tanta è la convenienza c'hanno fra loro la poesia e la dipintura, che quella è detta dipintura che favelli e questa poesia muta. E perciò diceva Marco Tullio che, ancora che Omero fusse cieco, la sua poesia monstrava una leggiadra dipintura e, mi credo io, per la simiglianza c'hanno fra esse le due predette arti. Ché, oltre gli altri utili che ne potrebbe egli trarre, non gli sarebbe se non utilissima cosa che, adoperando egli maestrevolmente il pennello, dimostrasse col- l'ombre e co' lumi e colla vaghezza de' colori qualche fatto virtuoso del suo Signore e, mi credo, che gli sarebbe ciò poco men grato che gli fusse per essere leggiadra composizione poetica della medesima materia. E se questa e quella gli porgesse, credo che gli darebbe doppia cagione di averlo caro. Ma perché non attendiamo noi or ad altro che ad indirizzare un Giovane, che cominci a servire a gran Principe, a quella via che al disiato onorevole fine il conduca, ci basta ora proporgli quello che gli dia ad eseguire ciò, lodevole principio: perché, Signore Pietro Battista, più oltre non si stende la dimanda vostra.

7. CAPITOLO V I GIUOCHI

7.1. PARAGRAFO 1 Giuochi onesti


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Laonde, standomi fra termini di essa, dopo le dette esercitazioni non disdirà anche al Giovane (a sollevamento delle fatiche e a ricreazio- ne dell'animo, per fuggire la pigrizia e l'ozio biasimevole, il quale è capitale nemico della virtù e perciò fu detto che non si sedesse sopra il moggio) il darsi a qualche onesto giuoco che si usi fra gentiluomini nella corte, non per cupidigia di guadagno (che ciò è sopramodo vizioso) ma per onesto diletto e per requie dell'animo, per potere ritornare alle cose importanti con più gagliardia e con maggiore vivacità. E come si possono dimandare infelici coloro che si pigliano il giuoco per fine delle loro azioni, così si fa più desto alla virtù chi, per la cagione già detta, vi si pone, perché è necessaria la quiete dopo i travagli. E, per ciò si vede che la madre natura o chi lei regge, veggendo il bisogno ch'aveva l'uomo del riposo, gli diè il sonno dopo la vigilia, acciò che l'uomo, dormendo, ristorasse le forze lasse dalla fatica del giorno e potesse ritornare a' lasciati uffici più gagliardo. E, come dice Platone, gli autori e i maestri delle religioni ci diedero i giorni delle feste perché, oltre darsi al culto divino, cessassero gli uomini dalle fatiche e onorando la maestà divina ripigliassero forza e valore alle future fatiche.

7.2. PARAGRAFO 2 Gli scacchi

Ora, ritornando al giuoco, quello degli scacchi è dignissimo di gentiluomo, perché porta egli seco, vie più che altri, una aperta sembian- za di battaglia, che agguzza maravigliosamente lo ingegno e fa l'uomo accortissimo e nell'offendere e nel difendere. E quindi è che giuoco tale non si vede nelle barraterie, perché in lui non han luogo né le truferie né gli inganni che si fanno da' barri ne' giuochi de' dadi e nelle carte; giuoco, per quanto io stimo, non conosciuto né usato dagli antichi nella
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forma che noi l'abbiamo. E non vi hanno tali inganni luogo perché il giuoco de' scacchi pende tutto dalla industria dell'ingegno e dallo avedi- mento di chi sa antivedere quello che bisogna fare per la vittoria. E, se non che m'incresce la lunghezza del tempo che va in simile giuoco, se sono due uomini bene intendenti alle mani, io direi che a questo solo si desse il nostro Giovane, come a degno di ogni gran principe. Quindi monsignore il Vida gli diè ragionevolmente tanta riputazione, che nella sua Scaccheide il finse giuocato da due dei. Però se il Giovane conoscerà che ciò nol distorni dal servigio del Signore, lascerà gli altri giuochi a' quei che sono di minore ingegno, e qui egli spenderà quell'ozio che gli avanzerà dalle cose importanti.

7.3. PARAGRAFO 3 La musica

E' anche la musica delle voci di molta efficacia in rallegrare le menti umane e a dare, con lodevole maniera, onesta requie all'animo; e quella degli stromenti e da tasti e da corde anche. Non lodò nondimeno Alci- biade gli instromenti che si suonano col fiato dall'uomo, seguitando l'esempio di Pallade che gittò le tibie nel fiume Meandro per lo gonfio delle gote che le guastava la faccia. Lasciando adunque questa sorte di musica alle persone più basse, si darà il nostro Giovane alle più onorevo- li, che sono quelle delle corde, per sua ricreazione. Perché Platone, e dopo di lui il suo discepolo Aristotile, posero la musica fra le cose allegranti l'animo. Ma il tutto si dee fare con tal modo che non riesca la virtù vizio.

E, sopra tutte le cose, dee sempre aver l'occhio il Giovane di non si occupar tanto ne' detti esercizi, che non sia alle ore convenevoli a quello ufficio al quale a servigio del Signore egli sarà nella corte, accio- ché, avendo di lui bisogno il Principe in quelle ore, non gli sia di mestiero andarlo a cercare, come ch'egli si sia dimenticato di quello che far dee.

Non dee però essere tanto assiduo alla persona del Signore che, per essergli troppo negli occhi, gli venga a fastidio. Ho conosciuto io alcuni i quali, poscia c'hanno compito quello che loro apparteneva di fare, si hanno pensato che lo stare di continuo a lato al Principe sia loro per riuscire a bene; e loro n'è al fine avenuto male. E quando si abbia a peccare in uno di due, egli è meglio errare nel poco che nel troppo:
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perché questo induce fastidio e sazietà, e quello desta nel Signore deside- rio di chi lo serve, quando ciò è però fatto con quel riguardo che si conviene a discreto gentiluomo.

Ma, con tutto ciò, se gli imporrà cosa alcuna da fare il Signore, non vi mancherà egli di cura e di diligenza per condurla al segno che diside- rerà il Signore. E avrà sempre fisso nell'animo che è molto grave il pigliarsi cura delle cose altrui, e che è più che malagevole (usandovi anche molta diligenza) non dirò l'adempire, ma il gire appresso, ne' maneggi del mondo, a' desideri de' grandi uomini. E però non perdonerà egli né a studio né a fatica, per arrivare a quel miglior segno ch'egli potrà, cercando colla sua cura di superare tutte le difficultà perché riesca grata l'opera sua.

Ma qui è da avertire che mandano alle volte i prìncipi i giovani c'hanno dato segno di vivacità d'ingegno, in ambascerie, a trattare cose d'importanza, e gli ordinano minutamente ciò che a fare hanno, pensan- do che le cose si stiano nella guisa ch'essi le si hanno imaginate. E aviene molte fiate che chi è ito ad eseguirle le ritrova al contrario, o in altro termine che il Signore non si è avisato ch'elle fussero; e perciò vede, chi ha avuta la commissione, che altro modo bisognerebbe tenere a menarle a fine, che quello che gli è stato proposto. Ma non dee perciò egli fare nulla di suo capo, perché è cosa troppo pericolosa il pigliarsi libertà nelle cose altrui, e spezialmente in quelle de' prìncipi, i quali hanno soprema autorità verso chi loro serve. E però, se sarà in luogo ove possi dare aviso di quanto egli avrà veduto e compreso, tosto gli significherà il tutto e ne aspetterà risoluzione. Ma se il luogo e la qualità del negozio non patisse dilazione, egli, secondo la commissione avuta o con poca differenza, eseguirà quanto meglio potrà quello che gli sarà stato imposto e non si porrà a rischio (se forse non avesse licenza di fare quello che meglio gli paresse, come sogliono dar signori accorti a coloro di che si fidano) di entrare in travaglio per esser uscito fuori del prescritto: perché molte fiate le cose, per la inconstanza della fortuna, riescono altrimente che l'uomo non pensa, onde la diligenza gli tornerebbe a biasimo; oltre che ci insegnano le istorie che anche nelle cose felicemente avenute i padri istessi hanno fatto tagliare la testa a' figliuoli, per essere usciti essi dalle commissioni lor date.

7.4. PARAGRAFO 4 Gli scherzi

Abbiamo detto pur dianzi che il Giovane dee con molto riguardo procedere col suo Signore. Ma sopra tutte le cose, se il Signore sia festevole e si diletti di scherzare o con fatti o con parole, come noi
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veggiamo fare i signori spezialmente giovani verso i loro domestici e famigliari loro, sarà molto aveduto il nostro Giovane quando ciò averrà, e considererà tacitamente lo stato suo e la maggioranza dell'altro, e lascerà sempre che il suo Signore in ciò si avanzi, né egli sarà mai il primo ad entrare in simili scherzi. E se forse scherzando averrà ch'egli sia tocco più sul vivo che non vorrebbe, non lo si recherà però ad ingiuria né se ne adirerà, ma lascerà al suo Signore questa libertà e rivolterà piuttosto il dispiacere in giuoco, che voglia mostrare di avere sentita l'amarezza c'ha portata seco lo scherzo: mostrerà egli adunque che grato gli sia che il suo Signore scherzi così domesticamente con lui, ché non può dar l'uomo segno di maggiore pazzia che adirarsi con quelli a' quali egli dee soggiacere. E che non pure quello che ne' scherzi è grave a chi serve si debba tolerare con gentile pazienza, ma le più gravi e crudeli ingiurie, il dimostrò Arpago verso il suo re. Il qual re, tenendo- si gravemente offeso da lui solo per avere egli servato Cirro, figliuolo della figliuola di esso re, ch'egli gli aveva dato perché l'uccidesse, gli uccise il figliuolo e, invitatolo a mangiare con lui, glielo diede in cibo, e poscia facendogli sapere ch'egli aveva mangiato il suo figliuolo, per più affligerlo, gli fé portare il capo di esso, e gli chiese quanto grato gli fusse vederlo e di quanta allegrezza gli fusse stato quel convito. Gli rispose egli, che non gli potevano non essere grate tutte quelle cose che piacesse al suo re di fare verso di lui. Non ho però detto questo perché io pensi che il nostro Giovane sia per incappare in questi empi, né il Signore di animo sì fiero (ché io non credo, mercé della bontà divina, che oggidì si ritrovino simili mostri nel mondo), ma perché egli conosca quanto pa- zientemente si debbano tolerare le cose leggeri, quando questi una cotan- to grave se la passò con viso lieto e con parole cortesi, quantunque credere si debba ch'egli ne portasse trafisso il core.

Né mi pare fuori di proposito il raccordare al nostro Giovane che non solamente ne' scherzi del Signore, ma in quelli degli altri ancora non si arecchi a sdegno e a male quello che gli è detto o fatto da altri cortegiani nelle corti, e perciò venga in ira. Imperoché ciò è dare cagione di essere punto tuttavia più gravemente, onde poscia s'induca a fare sconvenevolezze che gli levino la riputazione e finalmente il facciano divenir giuoco non pure della corte, ma di tutta la plebe; la quale non ha
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punto minor numero di capi che si avesse l'Idra, ed è della medesima natura, imperoché tagliatone uno per cagion di simili cose, ne sorgono dieci invece di quello. Però la migliore provisione che si possi fare a ciò è che mostri il Giovane di non si curare di quel che si dica questi o quegli: che, venendo in ira, non si faccia dare a quella sorte di vil gente in giuoco, come ho io veduto avenire, ne' giorni miei, di uomini di grande stima; che, essendosi adirati con chi avea lor detta qualche cosa da burla per ischerzo, la si hanno recata a dispetto e hanno data cagione che chi gli aveva giocando proverbiati, gli ha messi nascosamente fra sartori e fabri, talmente che ne hanno levate le grida, sì che non poteva- no apparere nel publico. Il che è poscia stato cagione di far lor fare sconvenevolezze non degne di gentiluomo, per le quali è loro sempre divenuta più molesta quella vil gente, dandole egli pasto con volere fare risentimento contra chiunque loro gridava, servendosi delle parole che in corte eran loro state dette, e alzandole a gran voce con molti strepiti. Ma non incorrerà il nostro Giovane in pericolo tale s'egli, colla sua pruden- za, non darà cagione ad alcuno di così fare.

7.5. PARAGRAFO 5 Giovare agli altri e a sé, senza essere tedioso

Appresso, quantunque sia ufficio di gentiluomo ed appartenga ad ottima creanza il porgere aiuto appresso al Signore a chi bisogno ne ha, averà nondimeno il Giovane molta avertenza intorno a ciò. Non dee egli veramente mai negare il suo favore ad alcuno che lo ricerchi virtuosa- mente, ma ciò farà egli spezialmente verso poveri, perché a' ricchi non mancano vie di far sapere a' signori le occorrenze loro, onde i poveri molte fiate se ne rimangono oppressi per essere loro vietato il potere ire a' signori per la loro infima condizione. E quello che dico de' poveri voglio che si allarghi a vedove, donne e a' pupilli, che sono senza ardimento ed esposti, bene spesso, alle insidie de' mali uomini che man- giano la carne e bevono il sangue di questi poverelli. Ma nel porsi a questo ufficio è da considerare il tempo, il luogo ed il modo con che possa essere talmente giovevole ad altri, che non faccia danno a sé
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coll'essere al Signore in ciò tedioso, entrandogli a parlare fuori di tempo e fuori di luogo e con non dicevole maniera. Quindi appresso Vergilio disse Enea di volere ritrovare tempo attissimo di potere parlare a Dido- ne. E Didone istessa, volendo indurre Anna a parlare ad Enea e ratte- nerlo, che non si partisse da lei, le disse ch'ella sola sapeva il tempo atto e la via convenevole di potergli parlare. Il che mostra quanto accorta- mente e con quanto rispetto si dee parlare a' gran maestri, e quanto sia giovevole il sapere ritrovare tempo atto a poterlo disporre al suo volere.

E nel vero molto saggiamente disse quel savio, che ci ammonì che la opportunità faceva ogni cosa e che l'occasione era il fiore del tempo. E felice si può dire chi conosce la occasione e se ne sa servire, quando ella si appresenta. E credo (come per esperienza ho veduto e provato io) che chi a tempo e a luogo atto, e con gentile destrezza e con dolce maniera, entra in ragionamento col suo Signore intorno a quello che egli disidera ottenere, avrà sempre grata udienza e riporterà, se non appieno (impero- ché i signori nelle dimande vogliono per lo più riservarsene qualche parte, acciò che chiedendo loro di novo il servitore quel che rimane da ottenere e concedendogliele essi, rimanga loro maggiormente obbligato), riporterà, dico, almeno gran parte di quello di che egli dimanderà grazia per beneficio altrui. Ma dee usare il Giovane grandissima avertenza di non essere conosciuto dal Signore appassionato intercessore, perché ciò incontinente mette sospetto nell'animo suo, ond'egli si fa più ritroso a concedergli quello ch'egli dimanda e fa danno a coloro a' quali cercava giovare. Egli è adunque meglio, con una certa gentile dissimulazione, ridurre il Signore al suo desiderio, che, quasi col volergli far forza, importunarlo troppo ed infastidirlo in simili occasioni.

E come egli dee usare questa modestia in dimandare qualche cosa ad utile e a beneficio d'altri, la dee molto maggiormente usare nel diman- dare per se medesimo. E si dee persuadere di avere fedele avocato il ben servire, che continuamente dimandi il guiderdone, quantunque egli si taccia. E se a ricompensarlo per ciò non si move il Signore, non si moverà anche per dimanda ch'egli gli faccia. E quando il Giovane vegga che il Signore vuole che il favore che egli gli presta e la grazia sua sia la ricompensa del suo servire, senza ch'egli ne abbia mai da sperare altro, non si contentando egli di ciò, gli sarà molto meglio, con destrezza, levarsi dalla corte tacendo e rimanendo in grazia del Signore, che diman- dando guiderdone non l'ottenere od ottenendolo perdere la sua grazia; e
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rimanendo (ove favorito essere soleva nella corte fra gli altri) senza alcun pregio, avere un perpetuo rimordimento nell'animo che mortal- mente l'afligga: come ne ho io conosciuti alcuni i quali, essendo carissimi a' prìncipi loro e di tanta autorità che i negozi dello Stato cadevano tutti nelle lor mani e senza il lor consiglio non si faceva nulla, ottenuto quello che dimandavano con molta importunità, sono venuti in tanto odio al Signore che appena gli ha voluti mirare. E avendo tali uomini conosciuto il loro errore, non solamente avrieno dato quel ch'ottenuto aveano per ritornare nel primo grado, ma tutto anche l'aver loro.

Qui, a confirmazione di ciò e ad amaestramento del Giovane, non mi pare fuori di proposito addurre un notabile esempio avenuto in simil caso a' giorni miei. Era appresso un gran principe un consigliere, che molto meritava e per la virtù sua e per le fatiche da lui durate, per molti e molti anni, per la conservazione dello Stato del Signore, dal quale egli aveva avuti doni e grazie di non picciola importanza. Ma, parendo a lui che non fusse uguale il guiderdone alla qualità dell'opera sua e alle lungamente durate fatiche, se ne stava tuttavia ad aspettare che gli si offerisse occasione di potere aver più di quello ch'egli avuto aveva. Ed ecco che, a danno suo, gli offerse la fortuna (che forse anch'ella si era messa in apparecchio per trafiggerlo, sotto colore di volergli giovare) cosa che gli levò ogni contentezza ed ogni autorità. Era il Signore a Napoli per le importanze dello Stato suo, ove allora si ritrovava Carlo quinto, e aveva il consigliere con lui, bene informato di tutto il fatto che si deveva porre in maneggio appresso lo imperatore. Mentre erano in questo maneggio morì la moglie del consigliere senza avergli partoriti figliuoli, la quale possedeva molti beni feudali i quali, per la sua morte, erano ricaduti al fisco. E volendo il consigliere succedere in luogo della moglie (il che si persuadeva che meritassero le sue gravi e molte fatiche usate per lo mantenimento dello Stato), porse supplicazione al Signore - il quale avea fatto disegno di gratificarsi, con quella occasione, un altro servitore che gli era caro - pregandolo a voler porre lui in luogo della moglie. Gli rispose il Signore che quella era cosa da trattare quando fussero ritornati allo Stato; il consigliere, alle orecchie del quale era già arrivato che altri dimandava la roba che era stata della moglie sua: ‘E perché non ora?’ rispose. ‘Perché’ disse il Signore ‘qui non sono né inchiostri né penne per far rescritto’. ‘Anzi sì, vi sono’ ripigliò il consigliere, e postasi la mano alla cintola onde pendeva il calamaio, lo
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pose sulla tavola e, pigliata, la penna e tintala nell'inchiostro, glielo porse, dicendogli: ‘Ecco, Signore, da potermi signare la grazia’. Aveva questi il negozio di tutto lo Stato del Signore, come abbiamo detto, nelle mani, il quale non era ancora stabilito. Laonde temendo il Signore, se dopo tanta istanza gli negasse la dimanda, che ciò non fosse cagione ch'egli, che già a buon termine avea condotto il maneggio, non rivolgesse ogni cosa sottosopra, fece egli forza a se medesimo e gli segnò la grazia. Ma, stabilite le cose e ritornato ch'egli fu allo Stato, considerata la diffidenza ch'aveva avuto il consigliere di lui e che gli aveva quasi fatta forza, arse di tanto odio contra lui (tanto tosto pongono in oblio molti signori i singolari benefici riceputi e le molte fatiche durate da' servitori loro, a loro utile ed onore), che lo si gittò dopo le spalle, non altrimente che se il gentiluomo, che meritava molto, non avesse mai meritato nulla. E questo aviene sovente, perché pare che alcuni de' gran prìncipi vogliano che, ancora che chi serve meriti molto, paia che gli donino per loro liberalità, e non per merito o per obligazione.

Oltre a ciò, non vi mancano di quelli che istimano che i gentiluomi- ni che loro servono siano loro come schiavi, tanto insuperbiscono per le ricchezze loro. E perciò non più stima ne fanno che se gli si avessero comperati servi, a denari contanti (come sogliamo dire), non che si vogliano mostrare loro benigni e cortesi. Vero è che sogliono questi tali, que' due o tre primi anni che altri si mette al loro servigio, usare cortesi maniere col mostrar loro buon viso, per invaghirgli al servir loro. Ma, passati que' primi anni, considerando che il servitore non vorrà avere gittato quel tempo, par loro di avergli messi i ceppi a' piedi, e così, mutando le cortesie in severità e in asprezza, usano verso lui parole acerbe e modi strani; e vogliono che paia al servitore avere da loro assai, poiché si contentano ch'egli al loro servigio si stia. E certo infelicemente servono coloro che, per loro mala sorte, incappano in simili scogli, mentre solcano il pelago della servitù.

Ma, quantunque il Giovane mal soddisfatto rimanga, non si dee egli nondimeno dolere con biasimo del suo Signore: perché se ciò gli viene alle orecchie, oltre al danno che patisce di non essere rimunerato; perde anche quel poco di grazia ch'egli si avea guadagnato con lui, perché il Signore volta l'animo ad odiarlo, cosa contraria al fine per lo quale il Giovane serve. Ma se egli avrà usata diligenza di conoscere la natura del Principe, come nel principio di questo ragionamento dicemmo, non si
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lascerà egli ridurre al termine di che ora ragioniamo: anzi, lasciando simili intoppi, si volgerà egli alla servitù de' signori cortesi e benigni, a' quali paia di far gran guadagno qualora liberalissimamente si mostrano grati a' servitori loro. Tale fu nel principio del suo ducato l'eccellentissi- mo signore mio Ercole, secondo di quel nome e duca quarto di Ferrara, il quale, il dì medesimo che fu assunto alla signoria, non aspettò che i suoi servitori gli dimandassero, ma egli stesso gli invitò a dimandargli quello che più lor fu a grado, e tanto a tutti dié quanto essi chiederono.

Fra' quali vi fu uno di questi che lavorano al torno (cosa da non potere essere né detta né udita senza riso) che, potendogli chiedere cosa di qualche importanza con sicurtà di ottenerla, gli chiese, per singolar grazia, che suo figliuolo potesse portare di notte la spada senza il lume. La qual cosa considerando il Signore, conobbe che animo vile non sa levar la mente a cose grandi; e come gli fu concessa la grazia benignissi- mamente da quel graziosissimo Signore, così fu ciò poscia cagione che ne avesse il figliuolo tre gran tratti di corda, per le sconvenevolezze fatte da lui col mezzo di quella licenza, in tempo di notte.

Ora, perché nelle corti varie sono le qualità delle persone, sie ad onore e ad utile al Giovane portarsi con ognuno di modo che a ciascuno riesca grata la sua conversazione. E dee, quasi un altro Proteo, acco- modarsi a' costumi di tutti, considerando i tempi, l'età, i luoghi, le dignità e i gradi d'ognuno: laonde si mostrerà gentile, cortese, grazioso, affabile e desideroso di servire e di compiacere a ciascuno, per quanto potranno le forze sue ed il rispetto dell'onesto.

7.6. PARAGRAFO 6 Il motteggiare

Sarà, oltre a ciò, secondo il bisogno e come porterà la occasione, festevole e ridente, usando qualche motto vivo e grazioso, così in toccare altri civilmente come in ritoccare chi toccasse lui, guardandosi però
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sempre di non usar parola che morda troppo sul vivo: ché, come il motteggiare gentilmente e con leggiadria è cosa gratissima, così chi lascia il freno alla lingua od agguzza i denti più che non conviene a dar di morso, si acquista odio con non poco biasimo. E, nel ribattere cosa detta da grand'uomo a persona minore, dee spirito gentile molto accorta- mente mostrare di avere conosciuto il colpo e usare tal arte nel ribatterlo che, ancora che entri alquanto la percossa, non faccia nondimeno palese piaga.

Fu molto a proposito (per parlare delle cose antiche) la risposta che fé quel contadino ad Ottaviano Augusto: perché, avendolo veduto Otta- viano a sé simigliantissimo, gli chiese se sua madre era mai stata a Roma e, conosciuto l'occulto morso, il contadino rispose che no, ma che suo padre molte volte vi era bene stato; benché potrebbe anche essere avenu- to che così appunto fusse stato, che il padre solo fosse ito a Roma e la madre non mai, e la Fortuna piuttosto avesse fatta la risposta ad Ottavia- no che l'accortezza del contadino. Ma fu sopra modo gentile ed accorto, ne' tempi nostri, quello di messere Bartolomeo Cavalcanti, gentiluomo fiorentino, il quale, come era degno di migliore fortuna per essere singo- lare in ogni spezie di virtù, così era nel motteggiare prontissimo e vivace.

Essendo egli adunque nella corte dello eccellentissimo signore duca Er- cole (del quale noi di sopra dicemmo e al quale fu sempre gratissima la conversazione di questo onorato gentiluomo) ed essendo sul camino di una gran sala una Venere uscita dal mare, dipinta assisa sul nicchio di
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una gran conca, in guisa che si vedeano tutte le parti di dietro scoperte e maestrevolmente dipinte, si rivolse verso lui un gran signore e, mostran- dogli col dito quelle parti: ‘Eccovi’ disse ‘messer Bartolomeo, ch'è apparita la cometa’. Egli, conosciuto il fele che sotto quel motto piace- vole si nascondea, di subito rispose: ‘Le comete, signore, appaiono per gli gran signori, non per gli poveri fuori usciti come sono io’. E ritor- cendo a questo modo accortamente il motto verso chi l'aveva voluto ferire, lasciò lui ferito gentilmente colla propria arma. E ciò fé con tanta grazia, che parve che nel rimorderlo gli desse riputazione.

Qui potrei addurre altri motti di simile natura, ma voglio che mi bastino questi ad amaestramento del Giovane, al qual voglio che così in questa come nelle altre cose stia sempre inanzi agli occhi la modestia e la onestà. E perciò si guardi di non usare motteggiando detti che siano da giocolieri o da buffoni, per fare smascellare chi l'ode dalle risa, perché ciò non convien punto alla nobilità. E come simili giuochi escono grati da quelli animali che buffoni, come abbiam detto, si appellano, per la libertà che ha loro data la viltà loro (perché sono questi fra gli altri vilissimi e di niun pregio) e per la licenza che loro concedono i prìncipi, di sputar fuori ciò che loro viene alle labbra, quantunque anche spessissi- me volte mordano, motteggiando, il Principe oltre il convenevole; così divengono que' scherzi e que' motti dissipiti in tutto, se sono detti da nobile persona, e mettono in dispregio chi gli dice. E, per questa cagio- ne, egli è molto meglio piegarsi al grave che trascorrere in questa
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scon- venevole licenza, la quale, come non è di danno al buffone, così potreb- be ella portarlo gravissimo al gentiluomo, dalla bocca del quale non dee uscir parola se non degna del Principe e della qualità sua.

E, nello scherzare co' motti, si dee sopra ogni cosa guardare il Giovane da parole sconcie e disoneste, e spezialmente avanti a gentildon- ne, il pregio delle quali è la modestia e l'onestà. E, ancora che la donna toccasse alquanto sul vivo il Giovane, egli dee nondimeno piuttosto concedere graziosamente quella licenza alla donna, ch'egli voglia fare arrossir lei col rimorderla licenziosamente. Fu troppo sconcia la risposta di colui che, essendosi egli vestito, per voto, di bigio ove soleva ir vestito di nero, e scherzando con esso una onorata gentildonna (gli disse: ‘Voi mi parete essere trasformato di generoso cavallo morello in un vile asino’), rispose di subito: ‘Madonna, poiché asino vi paio, se aveste voi così viso di bue come l'avete di vacca, faremmo veramente un bel preseppe’. Fu, nel vero, licenziosa la parola della donna, ma tanto più fuori dell'onesto fu quella dell'uomo, quanto egli la toccò di disone- stà: perché non si possono non arrecare le donne a gravissima ingiuria tali motti, parendo loro che non sia tenuto, da chi gli usa, quella stima che si dee tenere dell'onor loro. Fu anche, più che non si conveniva, mordente la risposta che fé un altro ad una dimanda che gli fu fatta. Era questi un giovane di prima barba e si era egli, come i giovani fanno, invaghito della moglie di un dottore, e di lui il marito e la moglie si pigliavano gabbo. Laonde, essendo il dottore un giorno sulla porta della via con un altro dottore e volendo beffare il giovane che indi passava, gli disse: ‘Deh, ditemi, figliuol mio, per fede vostra: ha egli vostro fratello ancor la barba?’ Il giovane, cui parve che il dottore gli facesse ingiuria volendo da fanciullo trattarlo: ‘Dimandatene’ disse ‘la moglie vostra’. E da questa risposta fu per riuscire un strano scherzo. E certo da tali motti rimangono offese non solamente le donne, ma i mariti e gli altri di quella famiglia, che della loro riputazione deono fare istima; e possono da ciò nascere dissensioni, nemicizie e morti, e però fa gran senno chi se ne astiene.

8. CAPITOLO VI LA VERITA' E LA SIMULAZIONE

8.1. PARAGRAFO 1 La verità


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Or, passando da' scherzevoli motti alle cose grandi, non dee mai ne' suoi ragionamenti partirsi il Giovane dalla verità, sì che gli possa essere rimproverato ch'egli abbia detta la bugia: perché ciò è grandissima mac- chia ad ogni uomo, ma vie maggiore al nobile, massimamente s'egli vi è colto nelle cose d'importanza. E tennero i Persi la verità degna di tanta stima, che pensarono che non potesse essere in uomo maggior peccato che il mentire. E appresso agli Indi chi era colto in bugia cadeva tanto da ogni riputazione che non gli era mai più dato magistrato alcuno.

Perché sono due cose più di tutte le altre contrarie alla conversazione umana: l'una la bugia, l'altra la ingratitudine, delle quali chi si ritrova macchiato rimane in guisa disonorato che diviene infame. E quanto alla menzogna, diceva Senofonte ch'ella era indignissima di perdono; e disse Platone, che fu con lui sotto la disciplina di Socrate ad apparare la vita civile e la creanza morale, che la bugia era in odio a Dio e agli uomini. E non meno di lei la ingratitudine, dalla quale non altrimente si dee allon- tanare il nostro Giovane, che si allontani accorto nocchiero, mentre egli solca il mare, da periglioso scoglio. Perché chi è immerso in questo vizio dee essere scacciato dalla conversazione umana, e perciò disse Aristotile che la ingratitudine era il distruggimento della vita civile. Sarà adunque il nostro Giovane di gratissimo animo a chi gli averà giovato, e avrà sempre la lingua prontissima e disposta alla verità. E perciò non afferme- rà mai cosa alcuna, né alcuna ne negherà, che dell'una e dell'altra non abbia piena cognizione e non possa egli, con manifesti indizi, mostrare il vero. E posto che sempre e appresso di ognuno egli debba dire il vero,
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lo dee principalmente dire nelle relazioni al suo Signore: perché una sola volta ch'egli sia colto in bugia basta a farglielo venire in tanto odio che nol voglia pure udir nominare.

8.2. PARAGRAFO 2 La gratitudine

Ora dalla verità ritornando alla gratitudine, la quale come non ha luogo negli animi vili e mal nati, così è dignissima di nobile e generoso core, il Giovane nostro non solamente cercherà di agguagliare il riceputo beneficio, ma di molto avanzarlo. Quindi gli antichi dissero che tre erano le Grazie, e facendole dipingere vollero che stessero in tal guisa che due avessero volto il viso verso chi le mirava e la terza avesse le spalle rivolte a' riguardanti, volendoci in quella guisa mostrare che chi fa il beneficio se ne dee smenticare e quasi gittarlosi dopo le spalle; ma chi il riceve lo si dee sempre tenere avanti agli occhi e cercare di renderlo raddoppia- to al suo benefattore. Egli è vero che quando altri ha fatto beneficio e lo si vede avere allogato in animo ingrato e malvagio, come veggiamo più spesso avenire che non bisognerebbe, gli è - come disse lo ingegnoso Ovidio - invece di consolazione il rimproverarlo allo ingrato, per farlo vergognare di se medesimo. E ancora che oggidì non abbia questo orribile ed abominevol vizio la dicevol pena dagli uomini (mercé del guasto mondo), l'ha egli nondimeno in parte dalla divina giustizia: impe- roché ha lo ingrato continuamente la conscienza sua medesima che lo traffige e, quasi celato verme, il rode continuamente; onde non ode mai ragionare né de ingrato, né de ingratitudine che non gli paia di essere tocco da acutissima saetta, che gli passi insino alle radici il core. Onde egli, vergognandosi di se medesimo, ne patisce una croce intolerabile, pensandosi che tutto quello ch'egli ode in vituperio degli ingrati sia detto di lui stesso: pena veramente in parte degna della sua ingrata mente e della sua malvagità. Ma, essendo cotal vizio spezialmente di uomini di vil sangue, come abbiamo già detto, e che hanno anche l'animo vie più vile del nascimento, presuponendo noi il nostro Giovane nobilissimamente nato, voglio che crediamo che in lui non avrà mai luogo così sozzo e abominevole vizio, ma che egli, di animo generoso, cercherà di ricom- pensare larghissimamente chi gli averà in qualche maniera giovato, e fra sé si pregerà di averlo vinto colla ricompensa. E come ciò gli sie ad onore in ogni sorte di persone, gli sarà egli a gran loda appresso il suo Signore se grato sarà egli verso lui con sommo affetto e con molta
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osservanza, qualora egli o singolari favori od onorati doni avrà ricevuti da lui. Ché ho io sempre tenuti degni di grandissimo biasimo coloro che, poscia c'hanno avute entrate da' signori loro, di subito, come avessero ricevuta qualche mazzata, voltano loro le spalle. Anzi mi pare che i favori e i doni dati debbano essere loro come stimoli e speroni acutissi- mi, che gli facciano tuttora più desti al servire con maggiore diligenza e con maggiore affetto, cercando per ogni via loro possibile di mostrarsi grati.

Se forse non si fusse il Giovane abbattuto, per sua mala ventura, a servire a tale che fusse stato invece di gran maraviglia l'avere ricevuta da lui qualche ricompensa; ché, come non è da perdere punto la occasione, quando si appresenta, di essere rimunerato da tale, così, venutali la opportunità di levarsi da tal servitù, non la dee tralasciare a modo alcuno. Ma, come è officio di nobilissimo animo il mostrarsi verso i benefattori tale quale abbiamo detto, così dee proporsi il Giovane che non è cosa degna di alto core, se forse riceve ingiuria, il cercare di renderla raddoppiata, come si dee rendere il beneficio. Anzi mostrerà egli (dicane quel che lor pare coloro che per ogni torta parola vogliono essere colla spada in mano) la grandezza dell'animo suo se piuttosto perdonerà l'offesa, che cerchi di farne grave vendetta; il che a tanto maggiore laude gli riuscirà, quanto che ognuno sa cercare la vendetta, ma sanno perdonare solamente i magnanimi, i quali hanno animo d'ogni ingiuria maggiore. Oltre che il Giovane propor si dee che il fine, per lo quale egli è ito a servire, non è stato il far vendetta delle ingiurie, ma il guadagnare la grazia del Principe e al fine riportarne onore e utile. Il che male gli averrà s'egli vorrà stare tuttavia (come fusse un coltellatore) sul bravare e sul dare mentite, che ciò è spesso cagione che, con poco onore e anche con pericolo della vita, sia scacciato dalle corti chi ciò si pone a fare.

Non dico però questo perché io voglia ch'egli si offerisca alle ingiu- rie, come un vile e codardo, ma perché si mostri generoso col perdonare e tenga certo (quantunque gli sgherri altrimente credano) che è men biasimevole ricevere l'ingiuria che farla. E che appartenga a grande e magnifico animo il perdonare il mostrò Senofonte nella spedizione di Cirro minore. Perché, essendosi Cirro armato contra Artaserse ed avendo fra gli altri suoi capitani Xenio, che era duce degli Arcadi, e
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insieme Passione, che conduceva i Megaresi, aveva avuto Cirro qualche sospetto della fede loro, onde essi gli diedero (volendolo assicurare) per statichi di avergli a servar fede, le mogliere e insieme i figliuoli, con piena libertà di uccidergli se forse gli venivano meno. Ma nulla poté, appresso que' malvagi, né la fede data a Cirro, né la carità de' figliuoli e delle mogli, i quali lasciavano in pericolo della vita perché i frodolenti se ne fuggirono. Fu nondimeno tanta la bontà di Cirro, che non solo non volle commettere che fussero seguitati ed uccisi, come bene il meritava- no, ma rese loro gli statichi dicendo: ‘Io voglio ch'essi conoscano che maggiore è stata la mia benignità verso loro, che la lor fede verso me’; atto veramente degno di re e da essere stato celebrato dalla penna di Senofonte.

Ma, ritornando al nostro Giovane, egli schiverà di essere ingiuriato se non sarà superbo, arrogante, maldicente, calonniatore, invidioso e maligno, e sprezzante delle buone qualità altrui. Però si dimostrerà uma- no, modesto, lodatore delle virtù, non aspro riprensore degli altrui erro- ri, lieto del bene e degli onori degli altri e, oltre a ciò, sarà verso ognuno benigno e cortese. Perché con questo modo di vita si acquisterà loda, e ognuno che sia di candido animo, veggendolo tale, cercherà di onorarlo e di essergli amico, e si astenerà da tutto quello che gli possa dispiacere.

8.3. PARAGRAFO 3 Guadagnarsi l'amore di ognuno

Né dee egli cercare solamente di essere amato da questo e da quello, ma insieme da tutti della corte.

E devrebbe essere nelle corti tale e così fatta concordia di animo, che non altrimente si amassero i cortegiani fra loro, che se fussero fratelli. Ma la qualità de' nostri tempi e la maniera del vivere di oggidì con pessimo costume porta altrimente. Ma, quantunque regni incredibil- mente la malizia e la malvagità nelle corti, dee nondimeno il Giovane cercare di guadagnarsi l'amore di ognuno; e in questa spezie di amicizia di corte, che piuttosto benivolenza si può dire, egli dee con ogni diligen- za cercare di essere caro a coloro che, per le loro virtù, di molta autorità sono appresso il Principe e che si possono dire gli occhi e gli orecchi suoi. Perché quindi non gli potrà venire se non utile ed onore, e a questi si guarderà, con ogni possibile diligenza, di fare pure un piccolo dispia- cere: perché nuoce più a' Giovane, che cerchi di venire in grazia e in favore del suo Signore, il venire in disgrazia di tali uomini, che non
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giova quanta servitù egli abbia mai fatta o sia per fare verso il suo Principe. Imperoché, avendosi acquistato costoro il credito e la riputazio- ne, dà tanta fede il Principe alle parole loro, ch'è loro molte fiate più creduta la bugia - se forse per isdegno o per qualche altra cagione si diano a dirla - che ad altri la verità. Oltre a ciò, non essendo tenuta quella stima di coloro che sono avuti in somma riputazione, si stima il Signore che non sia fatta minore ingiuria a lui che a loro. Vero è che alle volte pare fuori di modo strano a nobile animo e a ben nato spirito, vedersi star sopra, come spesso aviene, uomo ornato di gran dignità che, se fusse un tronco, appena ne potrebbe sostenere il titolo, come si vede di uomo talora tratto dalla feccia della plebe e anche sovente dall'aratro.

E non può il Giovane non dolersi che tanta autorità gli abbia data il Signore, e non sommamente sdegnare di avere in riverenza chi forse egli si sdegnerebbe avere per servo, spezialmente se vede simil uomo starsi gonfio e superbo, e non curar tutti gli altri, come veggiamo fare ad alcuni (come già si è detto) i quali la cieca fortuna, per fare ingiuria alla nobiltà e alla virtù altrui, ha levati da infima bassezza a qualche grado di dignità. Quantunque fra questi se ne veggano alcuni ornati di virtù i quali, conoscendo il beneficio c'hanno ricevuto, non voglio dire dalla fortuna ma dalla bontà divina, si mostrano benigni e cortesi, mostrando con nobili azioni che meritevolmente sono a tal grado alzati, onde sono da ognuno singolarmente amati; ove quegli altri si acquistano sì grande odio, che non sono mai veduti se non con torto occhio, non pure da' nobili, ma da quelli della plebe istessa dalla quale gli ha tratti la fortuna.

Ma poscia che talora i Signori, per mostrare che possono fare (come in proverbio si dice) gli asini destrieri, a tali danno tanto di favore quanto abbiamo detto, bisogna o che il Giovane si levi dal servire o che si contenti di quanto piace al suo Signore, al quale egli non può, né dee, dar legge. Egli è nondimeno vero che ciò, fra le altre cose spiacevoli che si patiscono nelle corti, può mostrare quanto sia dura e grave l'essere in simile servitù, e che fa gran senno chi ha avuta la fortuna tanto amica ch'egli è nobilmente nato e può acconciamente e onoratamente viver del suo, non sottoporre la sua libertà allo imperio altrui, per non soggiacere a simili indegnità, che movono lo stomaco solo a pensarvi.

8.4. PARAGRAFO 4 La simulazione dei malvagi

Appresso dee il Giovane, nell'avere nella corte ognun per amico, tenere aperti gli occhi e non pensare che ognuno che gli si offre con buon viso e gli mostra amore gli sia vero amico. Perché l'amicizia è una
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spezie d'amore tanto eccellente ch'ella si ritrova fra pochi, e la cagione è che pare che sia come impossibile che si ritrovino molti che siano di una medesima natura e di una conformità di passioni e di appetiti. Perché, quantunque siano di una medesima spezie gli uomini, sono nondimeno di sì vari e di sì diversi pareri, e di sì contrari voleri ed opinioni, che è cosa quasi maravigliosa che si ritrovino due di un medesimo animo e di una istessa volontà. E perciò non senza cagione diceva Persio, che nel mondo erano molte qualità di uomini e che ciascuno aveva il suo volere, né vivevano gli uomini con un medesimo desiderio; il che è più che necessario fra veri amici, e per questa cagione malagevolmente può essere vera amicizia in più di due. E perciò diceva Seneca il morale, che l'uomo dee avere un solo amico, ma che perciò non dee egli essere nemico di alcuno. Per questo rispetto adunque accetterà il Giovane con grazia e benignamente le amorevoli dimostrazioni che gli saranno fatte da ognuno, ma tenerà per cosa certissima che le vere amicizie sono fra gli uomini saggi e prudenti, e che nelle corti per lo più sono, come fra il volgo, solamente imagini e similitudini di esse. E però egli temerà sempre di essere ingannato per le gran simulazioni e per le molte finzioni che sono di continuo nelle corti: ché ancora che gli uomini molto più tranquillamente, e molto più civilmente e con maggiore utilità, vivereb- bero se procedesse l'uno con l'altro con animo sincero e con pura mente, nondimeno questa nobile spezie d'animali, che si può dir divina fra tutte le altre, ha, non già di natura ma dalla malizia degli uomini, questa imperfezione, la quale si può dire il veleno della umana conversazione. E perciò non senza cagione diceva Momo che bisognava che Giove, nel crear gli uomini, avesse loro fatto aperto il petto, accioché come loro si vede il viso così si avesse anche potuto vedere il core, che così sarebbero stati levati gli inganni e le simulazioni.

Or, perché molti si ritrovano che con larghissime offerte e dolcissi- me parole si offeriscono prontissimi a' tuoi bisogni, massimamente se ti conoscono avere la grazia ed il favore del Principe, della quale maligna- mente e con celata froda cercano poscia di privarti se ti colgono sprove- duto, déi stare tuttavia sull'aviso. Perché se la mala sorte è così favorevo- le al reo desiderio e al tradimento loro (ché ciò non è altro che una sceleratissima spezie di tradimento) che veggano di poterti far danno
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perché tu abbi lor dato fede, non tralasciano l'occasione di farloti quanto maggior possono appresso al Principe. E si pregiano questi malvagi e scelerati uomini che ti abbiano sotto simolazione amorevole ingannato, e a gran loda si arrecano quello che sovra ogn'altra cosa è dignissimo di biasimo. E se loro vien fatto che o in tutto o in parte manchi il caldo del favore ch'altri aveva appresso al Principe, danno subito segno del loro mal animo e della loro simolata benivolenza, sotto la quale teneano celato il frodolente core. Perché essi, che maggiori offerte ti aveano fatte e fingevano di averti caro al pari dell'anima loro, sono i primi che ti si voltano contra e che cercano di darti l'ultima spinta, ancora che, per singolari benefici ricevuti, ti si sentano infinitamente obligati.

Ho veduto io essere alcuni in sommo disagio e non sapere onde avere un picciolo aiuto, per essere, per loro mali costumi, venuti in tanto odio a' padri loro che non volevano udir raccordargli: e ricorrere essi a persone di molta autorità nella corte, che intercedessero grazia per loro, ed averla, per loro intercessione, non pure ottenuta, ma essere divenuti in possessione di tutto l'avere del padre; né pure averne riceputo questo beneficio, da sé grande e da non essere mai posto in oblio, ma avere anche avuta la medesima persona procuratrice de' loro utili, difenditrice delle loro ragioni e conservatrice de' lor gradi, de' quali erano in grandis- simo pericolo di essere privati. E nondimeno essere essi di così mala natura, e di animo così ingrato e maligno e tanto lontano da ogni umanità, che così tosto che si è loro offerta occasione di poter nuocere a chi in tante guise aveva loro giovato, gittatisi i riceputi benefici dopo le spalle e spinti da ingratissimo animo, hanno chiaramente mostrato che, sotto sembianza di Piladi e di Oresti, sono Atrei e Tiesti e se altri peggiori di questi si possono imaginare. Onde si è chiaramente veduto da questa pessima sorte di uomini, i quali più ragionevolmente mostri di uomini si potrebbono chiamare, che la malvagità non conosce benefizio, né offici, né carezze, né cortesie. Perché, quantunque insino c'ha avuta amica la fortuna chi ha loro giovato, gli abbiano mostrato amore, siano conservati farmigliarissimamente con lui, abbiano mangiato alle sue tavo- le, conferiti con lui i loro negozi e presone fede ed amorevole consiglio,
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e gli si siano conosciuti obligatissimi e gli abbiano perciò fatte grandissi- me offerte di isporre, se bisogno fusse, la vita per lui; non si è nondimen loro (come pur dianzi ho detto) sì tosto offerto l'agio di poterlo offende- re, che hanno palesemente mostrato che, simolando amore, non attende- vano ad altro che a potere nuocere a chi aveva loro difesi, far danno a chi aveva loro giovato, fare scorno a chi aveva con ogni affezione procacciato il loro onore e conservato il lor grado. Così questi mal nati e peggio cresciuti, gittatisi (come dicea Senofonte) l'onestà, la umanità, la vergogna e finalmente il timor di Dio dopo le spalle, fanno chiaramente vedere (ché non voglio rimanermi di replicare, ad amaestramento del Giovane, questa sentenza) che le cortesie ed i benefici non mutano punto i mali animi. E che non è cosa alcuna più dannosa all'uomo che, fra tanta copia di uomini malvagi, credere di leggeri di essere amato.

Però che, come ho detto. questi malvagi, che celano un animo di volpe sotto il bianco vello dell'armelino e una mente di lupo rapace sotto il cuoio di semplice agnello, stimano che sia una lodevole accortezza il sapere, sotto l'amore e sotto la fede, apparecchiare l'ultima ruina a chi loro pienamente crede. E come Ulisse si vanta appresso i Feaci di essere il figliuolo di Laerte, che con frodolente astuzia (cosa nondimeno poco degna di eroe) ingannava tutti i mortali, e come Filippo, padre di Alessandro Magno, si gloriava col mezzo della fede e de' giuramenti d'ingannare e di vincere quelle città che non poteva vincere coll'armi; così questi ribaldi si pregiano della loro mala natura. E perciò diceva Solone: ‘Guardati di non credere a coloro che sotto volto lieto ascondo- no uno occulto odio, e che parlano con due lingue’. E non ci comandò egli punto che ci guardassimo da' palesi nemici, perché è agevole cosa fuggire gli impeti e le ingiurie che ci possono fare quelli che tengono con noi palese nemicizia, ma volle bene che non prestassimo fede a questi, che celano l'odio sotto il mantello dell'amore, da' quali appena chi ha gli occhi d'Argo ed il vedere di lince si puote guardare. Per questa cagione diceva Diogene che il cavallo edificato da' Greci alla ruina di Troia fé
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quello in una notte che non poté fare con tutte le forze la Grecia in diece anni: perché quella machina, accompagnata dalla amorevole simolazione, ingannò i Troiani, perché portò il nome di Pallade con esso lei, sotto il quale simolando pace portarono i Greci a' Troiani miseramente l'ultimo giorno.

E, fra le altre malvagità, hanno questi uomini così finti, quando loro ne viene l'occasione, le male lor lingue vie più acute di ogni taglien- te ferro, e vie più velenose che il morso dell'aspe. Imperoché, come gli antichi sacravano le lingue a Mercurio, ch'appresso loro era il dio della eloquenza, perché concedesse loro grazia di ben parlare a beneficio delle republiche, così questi iniqui spiriti, a danno de' virtuosi e nobili animi, le hanno sacrate al nemico dell'umana natura e tintele nelle onde di Stige, per accender sempre foco e per versare veleno a ruina di coloro ch'essi fingono di amare. E mi sono in questo ragionamento alquanto esteso, perché questa avertenza mi pare una delle maggiori che si possa dare a Giovane ch'entri fra l'onde di questo mare, tanto pericoloso e pieno di così tanti scogli.

Come sarà adunque questo nobil Giovane di animo prontissimo a sempre giovare e a non nuocere mai, né in fatti né in parole, come si conviene al gentiluomo che di questo nome si voglia mostrar degno, così si persuaderà, anzi averà per cosa certissima, che ognuno nella corte non sarà di quello istesso animo ch'egli è, e però non crederà, come semplice, di leggeri a chiunque gli si faccia incontro con buon viso e con parole lusinghevoli. Raccordandosi a prò e a ben suo che Plauto chiama fon- ghi, cioè da nulla, coloro che danno fede di leggeri a ciò che loro è detto; le parole del quale nelle Bacchide son queste: "Adeo me fungum esse putas ut tibi credat?", cioè "Credi tu che io sia così fongo che io ti creda?". E chiama egli "fongo" quegli che noi forse diressimo o sciocco o goffo. Non conferirà adunque il nostro Giovane con ognuno i suoi disegni, né i suoi desideri, temendo di non incappare in alcuno di questi mali uomini che cercano di turbare col loro mal dire il bene altrui. Perché per la costoro mala natura aviene che la semplicità, la quale è degna di favore, è vinta dalla malizia, la candidezza dell'animo dalla malvagità e la confidenza è riputata sciocchezza.

Mi viene qui a mente un piacevole detto di un vecchio ed esperto cortigiano. Diceva egli a' giovani che entravano nella corte: ‘Figliuoli miei, soleano dir gli antichi 'Nosce te ipsum', cioè 'Conosci te stesso'’, e che il conoscere se stesso era cosa malagevolissima. ‘"Ed io"’ diceva egli ‘vi dico che oggi bisogna dire 'Nosce alios', cioè 'Conosci gli altri'’,
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tanto è egli mutato il viver del mondo da quel tempo a questo. Laonde egli è più malagevole oggi di conoscer gli altri che se medesimo, per la malignità che cela altri sotto benigno sembiante; il qual vizio presso i popoli di Lidia, quantunque barbari e mal creati, fu tanto abominevole, che tennero più degno di grave pena chi si mostrava amico ed occulta- mente noceva alla fama altrui col mal dire, che chi, con l'arma in mano, si poneva ad uccidere il suo nemico. Ma se il Giovane starà sugli avedi- menti che intorno a ciò dati gli abbiamo, troncherà la via a chi, fingendo amore, cercherà di fargli danno.

Non voglio però ch'egli mostri di non credere loro, ma che fingen- do anch'egli (ché il simolare per difesa sua e non per ingannare non è vizio, ma è giudicata una spezie di prudenza da' migliori giudici ed è spesso cagione di molto bene, come si vide in Solone appresso gli Ateniesi e appresso i Romani in Iunio Bruto) di prestar fede alle parole loro, se ne stia in guisa sull'aviso, che sprovedutamente non ingozzi il mortifero amo celato sotto la dolce esca di viso allegro ed amichevole, e delle belle e simolate parole alla ruina sua.

8.5. PARAGRAFO 5 L`amicizia

Ma se averrà che, per ben felice e fortunata sorte, ritrovi uno che sia vero amico per lunga e certa prova (che di ciò è molto bisogno prima che altri si fidi, e però si legge che non prima ci teniamo alcuno amico, che noi non abbiamo mangiato con lui un moggio di sale), averà egli quel caro, quello amerà, quello onorerà, a quello aprirà i segreti suoi, con quello si consiglierà, farà lui participe di ciò che gli averrà o di lieto o di mesto, o di fortunato o d'infelice, e (per conchiudere in poche parole ogni cosa) di ciò che mai egli averà di bene e di male. Perché io voglio ch'egli l'abbia per un altro sé e non meno si fidi di lui che di se medesimo: ché così vuole la legge della vera e santa amicizia, la quale statuisce che tutte le cose di uno amico siano comuni con l'altro, e perciò chi diede la diffinizion dell'amico non senza cagione disse che egli era un altro sé. E non può veramente (avendo riguardo alle cose esteriori) in terra venire all'uomo dal cielo cosa più desiderabile e che gli sia di maggior contentezza e di maggiore utile, che un vero amico: il che, quanto più di rado aviene, tanto chi lo si ritrova avere lo si dee tenere più caro e in maggior pregio. Perché a me non è mai piaciuta l'opinione di coloro i quali, veduta la incostanza degli animi umani e la poca fede che regna tra gli uomini, hanno lasciato ad eterna memoria, ne' loro precetti, che non dee per modo alcuno un uomo fidarsi dell'altro, e che è meglio vivere da sé nella solitudine che avere con alcuno conversazione strettissima; perché vivendo l'uomo solo ischiverà i pericoli che
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soprasta- no a noi per la malizia altrui. Non mi è mai piaciuta, dico, la costoro opinione, perché la natura ha generato l'uomo alla compagnia e perciò è detto 'uomo', e non alla solitudine alla quale ha dannate la medesima natura le più selvagge fiere. E posto che alcuni dicano che la costoro opinione è confirmata col testimonio delle sacre lettere, nelle quali si ritrova scritto: "Che sia maledetto quell'uomo che si confida nell'altro uomo", e dicano che ciò non vuole dire altro che si fugga la compagnia degli uomini perché non si dee confidare l'uno dell'altro; dico io, rispon- dendo a costoro, che il non intendere le cose che a nostro amaestramen- to e a bene nostro sono scritte, spesso conduce gli uomini, come ciechi, nel labirinto degli errori. E tali sono costoro, perché ad altro fine che a quello che dicono essi ciò si ritrova scritto. Né vuole quella sentenza dire altro che: sia maledetto quell'uomo che, lasciato lo sperare e il confidarsi nella divina bontà, pone tutta la sua speranza e la sua confidenza negli uomini, come che loro tengano da più che non è Iddio ottimo massimo, e però come malvagi gli maledice. E non senza cagione, perché ciò è antiporre la creatura al Creatore, al quale vivono tutte le cose umane e divine; e tale sceleragine è vie più di qualunque altra contra la divina maestà.

Ma, ritornando a coloro di che prima dicevamo, avrieno, per lo mio debile parere, molto meglio ordinato e dato più utile consiglio agli uomini, se avessero comandato non che si lasciasse la conversazione umana, come comandato l'hanno, ma che ella si conservasse santissima- mente, come han detto i più savi del mondo, e si scegliessero i malvagi da' buoni, e si mandassero questi, che per nuocere si fingono essere amici, ne' boschi e ne' luoghi selvaggi a vivere colle fiere, ovvero ad essere divorati (come ben ne sono degni) da esse. Perché non consente la qualità della natura umana che l'uomo, animal civile, non solamente non possi vivere bene da sé solo, ma neanche vivere per le bisogne che occorrono alla giornata intorno al mantenersi in vita, intorno al vestire, al consigliarsi, all'operare e alle altre cose che ci apporta vicendevolmen- te la necessità dello stato umano. E questo fu cagione, come ben dice Platone e dopo di lui il suo discepolo Aristotile, che gli uomini si riducessero nelle città e si facessero i parentadi, e si cercassero le amici- zie, accioché aiutando l'uno l'altro vivessero finalmente gli uomini in vita lieta e sicura, e pervenessero alla felicità civile alla quale sono dirizzate le virtù e, per mantenimento di esse, sono costituite le leggi e ordinate alla felicità come a vero e ad ottimo fine di tutte le azioni umane di questa vita. Il che male considerarono coloro che dissero che l'uomo deveva viver solo per fuggire gli inganni altrui; sentenza veramente indegna
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delle orecchie umane, com'è contraria in tutto al vivere civile, perché senza l'amicizia non può essere l'uomo felice nel corso di questa vita, alla quale da sé solo non può l'uomo bastare.

Voglio adunque che il nostro Giovane tenga altretanta cura del- l'amicizia quanto della vita. E, quantunque sia ufficio di vero amico (parlando di quella amicizia che con puro e sincero amore è fermata fra persone uguali di fortuna e di stato) che l'uno riprenda l'altro, accioché l'uno divenga per l'altro migliore, deono nondimeno far ciò fra loro i veri amici modestissimamente, accioché fra essi non intervenga cosa che possi disturbare o spegnere così perfetto e così santo amore, il quale è cagione che spesse volte più amiamo gli amici e più di loro ci fidiamo, che de' propri parenti: perché tali abbiamo quelli quali noi gli ci eleggia- mo, ma questi tali quali gli ci dà la natura, siano essi buoni o rei.

Per mantenimento adunque dell'amicizia dee l'amico essere modesto nel riprendere, e in tutte le altre cose che occorrono nel corso della vita; dee parimente essere cortese, benigno, affabile e liberale in tutto quello ch'egli puote dare all'amico, o con l'avere o col consiglio: ché non merita meno nome di liberale (per mio parere) chi è largo ad altrui di fedele consiglio nelle occorrenze del mondo, che chi con larga e cortese mano col proprio avere gli porge aiuto ne' bisogni suoi. E ciò massimamente si dee fare nelle tribulazioni che avengono, per fiero accidente che sopra- venga: ché, come un vero amico si allegra delle contentezze dell'altro, dee così dolersi delle sciagure che loro avengono, o per qualità delle cose umane, o per la malvagità de' mali uomini, o per lo volere di chi puote, o per gli scambiamenti degli stati e delle mortali cose, che non hanno altro di stabile che la continua mutazione e la loro instabilità, la quale bene spesso supera l'ingegno e la prudenza altrui. E, oltre il dolersi, gli dee porgere amorevole conforto, fedele consiglio e cortese aiuto, senza aspettare di esserne da lui richiesto. Perché puote avenire che quegli c'ha voluto aver sempre le sue contentezze con l'amico comuni, poi che gli hanno dato assalto i fieri e gravi accidenti, piuttosto voglia languire e dolersi solo, che, col comunicare le sue passioni all'altro, noiarlo ed averlo compagno nel dolore; e perciò se ne taccia e non gli chieda quel soccorso di che egli ha bisogno. Il quale da sé glielo dee porgere tanto più volentieri e più prontamente, quanto conosce la sua modestia mag- giore.

è comune opinione degli antichi che trattano della natura delle piante, che sia tanta conformità fra il mirto e il pomo granato che, ancora che l'una e che l'altra di queste piante sia posta alquanto lontana, l'una celatamente va a ritrovare le radici dell'altra e, quasi che l'una
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voglia dare soccorso all'altra, si congiungono insieme. Per la qual cosa la natura istessa ci ha voluto mostrare che l'uno amico dee gire a ritrovar l'altro che ha bisogno di lui, ancora ch'egli fusse lontano, senza esserne ricercato.

Questa affezione singolare ed amorevolissima ho io conosciuta per prova, nel molto magnifico e molto onorato signore Prospero Paseti, ottimo conoscitore di ogni lodevole disciplina e chiarissimo lume degli studi delle leggi, maneggiate da lui con non minore eloquenza che con sincerità d'animo. Il medesimo posso io dire del signore Alfonso Trot- ti, gentiluomo ferrarese, adoperato per le rare qualità e singolari doti dell'animo suo in varie ambascierie ed in magistrati importantissimi ne' governi delle città, dagli Eccellentissimi Signori nostri. Questi, per la sua benigna e cortese natura, mi si mostrò così efficacemente vero amico, che mi rendo certo che si potrebbe porre per chiarissimo e raro paragone di vera amicizia fra quanti ne furono mai ne' tempi antichi.

E certamente non è cosa che più faccia conoscere i veri amici, che i casi aversi. Imperoché, insin che le cose vanno prospere, molti si ritrovano che in parole si dimostrano affezionatissimi; ma se la fortuna muta tenore e vi sia bisogno de' fatti, non si ha altro da loro se non uno stringersi nelle spalle e un dire che della sua mala ventura loro incresce grandemente. E posto che prima abbiano promesso insino di spargere il sangue, se così forse portasse la sorte, nondimeno, venuto il bisogno, non solamente si astengono da' fatti, ma dalle parole anche, in servigio di chi ne ha bisogno e glielo chiede.

Or, perché non mancano malvagi che con le loro male arti, come nemici della quiete umana, usano ogni studio per turbare e rompere colle loro maldicenze i santi legami con che sono congiunti gli amici, cercando di seminare discordia fra gli animi congiuntissimi, sotto sembianza d'amore e sotto colore di voler giovare, ritrovando invenzioni diaboli- che a questo mal fine, sarà intorno a ciò molto accorto il Giovane, e a tali uomini (se forse non sono più degni di essere chiamati furie inferna- li) non crederà egli nulla in biasimo dell'amico; e terrà per cosa certissi- ma ch'egli avrà migliore cognizione di colui che gli avrà fatto amare la virtù ed i buoni costumi conosciuti per lunga prova, che tutti gli altri che di lui gli favellino. E però responderà a' maldicenti come fé quel saggio
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filosofo ad uno che cercava di porgli in disgrazia l'amico suo, cioè: ‘Se tu conoscessi così costui, di che tu mi parli, come il conosco io, tu ti vergogneresti di favellarmi in tal guisa di lui e piuttosto ti morderesti la lingua che dirmene male’. E con queste parole chiuderà talmente la bocca a quel malvagio, che non oserà più mai di dirgliene male.

E questa diligente osservanza di vera amicizia, e questo mostrarsi cortese e fedele allo amico, sarà di tanta efficacia che lo farà gratissimo al Signore, perché egli, veduta questa bontà, goderà avere appresso di sé giovane di tal prudenza e di tal fede: ché so io, per prova, che si promettono i gran prìncipi d'uomini tali tutto quello che di leale servito- re si dee promettere giudizioso e virtuoso Signore, e si sta sicuro di potere affidare a tal bontà, non che altro, se medesimo. E ciò apre anche la via al Giovane di farsi tanto domestico e famigliare al Principe, che non l'ha da temere come Signore, ma sì bene da amare e da osservare come singolarissimo amico. Perché, ancora che l'amicizia sia una ugualità fra le persone di ugual grado e che debba il minore usare riverenza al maggiore, nondimeno la bontà della quale favelliamo fa una certa pro- porzione fra il servitore e il Signore: ché questi non vuol più di quello che quegli gli possi dare, quegli non più oltre si estende di quello che comporti l'amare con riguardo e con riverenza, e quasi in questa parte gli si fa uguale e gli dà sicurezza di dirgli, con dicevole maniera nondi- meno, tutto quello che gli soviene a beneficio e ad onore di lui. Ed ama infinitamente ch'egli gli dica la verità, tanto intorno alle cose dello Stato quanto intorno a' costumi e alla vita sua; e ciò gli è tanto più caro quanto sanno i signori che malagevolmente odono il vero, non pure delle cose di fuori, ma di loro medesimi, per regnare la simolazione come in proprio albergo nelle stanze regali. La qual cosa non so io imputare ad altro che al vil animo di coloro che a simolar si danno, non ardendo di dire la verità, senza la quale mancano tutte le virtù e se ne cade affatto l'umana conversazione.

Vero è che se non conoscerà il Giovane di aversi acquistata questa sigurtà della quale ragioniamo, farà ciò tanto modestamente e con tanto rispetto, che schivi il pericolo nel quale incorse Callistene per partirsi da' ricordi che gli aveva dati Aristotile, nel riprendere più acerbamente che non conveniva quel re giovane e di animo feroce: ché, sebbene la morte di Callistene macchiò ciò che di virtuoso fé Alessandro mai,
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rimase egli nondimeno miseramente morto per aversi lasciato portare al desiderio di riprendere quel re per voler vederlo compiutamente virtuo- so, fuori de' termini che la qualità della persona gli deveva prescrivere, e fuor di quello ch'Aristotile sopra ciò detto l'aveva.

Ho conosciuto io (per parlar degli avenimenti de' nostri tempi intorno a questo proposito) un cameriere napoletano alquanto attempa- to, che si aveva presa tanta baldanza, per poco avedimento, in riprendere il suo Signore, ch'egli non poteva mai fare né dire cosa alcuna così dirittamente che non gli fusse il cameriere alle orecchie, a riprenderlo. Onde, essendogli questo suo strano procedere venuto a fastidio, chiamati un giorno quattro trombetti, glielo fé porre in mezzo dicendo: ‘Tu assordi me colla tua lingua e io voglio che anche le mie trombe, col loro suono, assordino te’. E, detto ciò, il fé accompagnare da un canto all'altro della corte, ove egli aveva le sue stanze, avendo egli sempre il terribil suono delle trombe agli orecchi, che, oltre lo scorno, il lasciò per lo spazio di alquanti giorni sordissimo. Porterassi adunque il nostro Giovane col Principe suo sì gentilmente, ch'egli l'abbia piuttosto da lodare, che il suo bene ed il suo onore egli abbia raccordato, che si abbia da dolere di esserne stato ripreso.

8.6. PARAGRAFO 6 La verità fissa nell'animo

Gli sarà nondimeno la verità tanto a core e sempre l'averà così fissa nell'animo, che non volendo, o non gli parendo di riprendere il Principe di cosa sconciamente fatta, tacerà piuttosto che, come adulatore, lodi quello che meriti di essere ripreso: ché è cosa fuor di modo biasimevole l'essere annoverato fra quella feccia e pessima sorte di uomini de' quali (mercé di molti signori che fuggono di sapere il vero di se medesimi e amano più le false lodi di coloro che gli attuffano nell'ignoranza di loro stessi - così miseramente, che non più non si conoscono che conoschino quelle cose che non videro mai - che il vero che sia lor detto da lealissimo e fidelissimo servitore) quanto più sono piene in ogni parte le corti, tanto gli dee egli schifare e starne lontano. Ché sono nati costoro, per infelice nostro destino, ad avelenare l'animo di que' signori che lor danno orecchie e, finalmente, uccidergli al vero onore che si dee all'uo- mo per singolare segno o per premio estrinseco delle virtuose azioni. E dico per premio estrinseco, perché non dee l'uomo, coll'operare colla guida delle virtù, porsi fine l'onore. Perché il fine delle azioni umane dee
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essere in colui che fa ed opera, non in chi gli dà estrinsecamente onore, delle quali azioni ed operazioni virtuose è fine la felicità, come ne' Dialoghi della vita civile abbiamo pienamente dimostrato. E però i più saggi del mondo dissero che l'onore e la gloria seguivano il ben fare ed il virtuoso operare, non altrimente che segua l'ombra il corpo. E per questa cagione (secondo che io istimo), nel dedicare il tempio all'onore e alla virtù mettevano questo inanzi e quello altro dopo, volendo dimostra- re che facea mestiero, a chi voleva essere onorato, darsi alla virtù e per lo mezzo di lei meritare l'onore. Imperoché vedevano tanta essere la forza della virtù, che costringeva gli uomini a darle pregio; la qual cosa non solamente per quel che detto abbiamo, non solamente per le scrittu- re de' filosofi è manifesta, ma per lo consentimento universal delle genti, perché noi sentiamo tutto il giorno uscire dalle bocche degli uomini: ‘Le virtù del tale e del tale gli mi hanno fatto schiavo’. Il che non vuol dire altro che le altrui virtù si sono insignorite dell'animo mio e mi costringo- no a fargli onore.

E per darci a vedere coloro che edificarono il tempio all'onore, che l'onore non era in noi, ma che vi era la cagione dell'essere onorato meritevolmente, e che i segni dell'onore erano di fuori, qualora in quella antica superstizione facevano sacrificio a quel lor dio, riverenti stavano avanti alla sua imagine coi capo scoperto: perché intendessimo che l'ono- re è segno di virtù, portoci da coloro che, e col trarsi il cappello e col darci la via, e con altri simili modi convenevoli a fare onore a chi n'è degno, per le virtuose azioni nostre ci fanno riverenza.

8.7. PARAGRAFO 7 L'adulazione

Ma ritornando al nostro Giovane dal quale ci ha alquanto dilungato questo ragionamento dell'onore, replico ch'egli per modo alcuno non si dee dare alla adulazione, vizio indignissimo di nobile animo, il quale tanto è in odio a' generosi cori che piuttosto eleggono di patire pena per dire il vero, che portare ricchi premi per adulare.

Si legge che al tempo di Dionisio siracusano vi fu un poeta tragico, il cui nome fu Filosseno, il quale per essere dotto e per essere eccellente nel comporre tragedie era caro al tiranno, perché anch'egli in simil modo di comporre si dilettava. Avendo adunque questi composta una tragedia, la diede a correggere a Filosseno, il quale, non ritrovando in lei cosa che
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meritasse di essere lodata, tutta, con un sol frego, la dannò dal principio al fine: il che fu tanto grave al tiranno, che della sua ignoranza si delettava, che lo condannò alla catena a tagliare, con gli altri servi, i marmi, ove il fé stare per alquanti mesi (tanto è periculosa cosa il parlare liberamente co' tiranni, i quali hanno i loro voleri e gli appetiti loro invece di legge e di ragione). Poscia, imaginandosi Dionisio che per la pena data egli devesse aver mutato animo, il fé levare da quella miseria e condurlosi nella corte; e volendo pure ch'egli facesse con lui l'adulatore e che gli andasse, come si dice, a verso, egli, di animo grande e ch'aveva in odio l'adulazione quanto la morte, gli disse con buon viso: ‘Fammi ritornare alla servitù dalla quale mi hai fatto torre, ch'amo più d'ivi languire che, per piacerti, mentire’. Contrario a costui fu Aristippo, il quale fu detto il cane del medesimo tiranno per essere (quantunque filosofo e nutrito nella scola di Socrate, come si è detto, insieme con Platone) di natura abietta: era ridotto a tanta viltà d'animo che pativa, per trarne utile, che Dionisio gli sputasse nel viso e lo si arrecava in luogo di favore.

8.8. PARAGRAFO 8 Eleggere il mezzo

Fra questi due estremi dee il nostro Giovane eleggere il mezzo e lodare le virtù del suo Signore e tacere i vizi, piuttosto che, riprendendo- gli aspramente, porsi al rischio di Filosseno o di Callistene o, dandogli loda, divenire un Aristippo o un Gnatone, il quale, punto non curando di mentire, si teneva a somma loda affirmare e negare, lodare e biasimare tutto quello (fosse che essere si volesse) che dicevano coloro da' quali egli cercava di avere il vivere, per star loro in grazia; se forse il Giovane non si averà acquistata tanta baldanza col fedel servire appresso al suo Signore, che gli potesse dire - riverentemente nondimeno, come abbia- mo detto - tutto quello ch'egli conoscerà essere a suo utile ed a suo onore.

Ma in questa sicurtà ch'egli si avrà guadagnata col suo Principe, dee volere che tanto maggiore libertà verso di lui abbia il Signore nel ripren- der lui, quanto egli è di maggiore dignità e di maggiore autorità ch'egli non è. E però s'egli userà talora parola un poco più gagliarda e più pungente ch'egli forse non vorrebbe, non se ne adirerà ma piglierà ogni cosa in buona parte. E per sodisfazione del suo Signore, o per utile ed onor suo, userà tanto studio e tanta diligenza in servirlo, che più non gli dia giusta cagione di poterlo riprendere acerbamente; e possa egli piutto- sto, se averrà pure che sia ripreso (il che appena credo io che possi avenire da modesto Signore verso chi con fede e con diligenza il serva),
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darne la colpa alla moltitudine de' gravi e noiosi pensieri che premono talora in guisa gli animi de' prìncipi grandi, che loro sono anche alle volte di fastidio quelle cose c'hanno più care. Ché non è così in fatto piacevole e dilettevole essere Signore, come si pensa chi non ne ha fatta la prova. Laonde diceva quel saggio e prudente stoico: ‘Leva a' signori quelle vesti dorate e quella pompa d'oro, d'argento, di gemme, di nobili servitori che tu vedi loro intorno, che non ti lasciano vedere a dentro le cure, i travagli, le afflizioni degli animi loro; e, levate queste pompe, agguzza la vista, e vederai ch'è più felice un povero uomo che non sono essi’. Perché ove essi non hanno mai il core libero da cure incredibili, che continuamente glielo rodono, il povero non più oltre stende i suoi pensieri che porti lo stato della sua povertà, e così col poco avere ha pochi affanni. Ove, quanto sono maggiori gli stati e le signorie de' prìncipi, tanto è maggiore la moltitudine de' noiosi pensieri.

Quindi Seleuco re, considerando di quanta importanza fusse l'essere Signore e qual peso gli soprastava, soleva ragionevolmente dire che se gli uomini che istimavano lo stato signorile tutto contentezza e solazzo, sapessero quanto di gravezza e di disconcio porti seco quella spezie di vita che pare ad alcuni tanto felice, non vi sarebbe alcuno che, veggendo la corona reale in terra, la volesse indi levare per porlasi in capo ed essere re. Né molto lontana da questa opinion fu quella di Abdolomino, creato da Alessandro Magno re de' Persi. Questi, quantunque fusse di stirpe regale, nondimeno povero uomo era e si viveva de' frutti ch'egli coglieva da un suo picciolo orto, che colle sue mani coltivava; creato ch'egli fu re e condotto alla presenza di Alessandro, gli chiese egli con che animo egli avesse portata la povertà sua. Gli rispose Abdolomino: ‘Dio voglia che io possi patire con quell'animo il regno, col quale ho sopportata insino ad ora la povertà mia. Il lavoro delle mie mani, insino ad ora, è stato bastevole al mantenimento della mia vita, e ha fatto che, non avendo nulla, nulla nondimeno mi è mancato ne' bisogni dei vive- re’. E ciò disse egli considerando il peso e la gravezza del reggere gli imperi. Potrà adunque essere cagione questa gran moltitudine di gravissi- me sollecitudini che portano con esso loro le signorie, che il Principe talora usi agre parole contra il servitore, e perciò egli non se ne adirerà punto, ma ricompenserà la dolcezza delle accoglienze e delle carezze continue con questa poca amaritudine.

Oltre a ciò, per il desiderio c'hanno i principi che i servitori a lor
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grati si avanzino di giorno in giorno nella diligenza e nel servire, voglio- no che tali riprensioni siano loro come stimoli a fargli crescere in soffi- cienza, accioché essi gli abbino ad amar maggiormente e ad avergli di giorno in giorno più cari.

Ho anche veduto io che, ancora che rimangano contentissimi del ben servire de' giovani, i Signori nondimeno ciò usano alle volte fare acciò che non si alzino in superbia, ma abbino da pensare che, sebbene sono fedeli, solleciti, accorti, diligenti, molto anche avanza loro a fare per avere pienamente la grazia loro.

Aviene anche talora che il Signore, per volere aggiungere più caldo sperone al fianco del Giovane, mostrerà di contentarsi più di un altro in alcune cose, che sarà da meno di lui e meno anche di lui amato: di ciò non si adirerà il Giovane punto, ma pigliando il tutto in buona parte userà maggior diligenza e maggiore sollecitudine che prima, perché altri non gli ponga il piede inanzi.

Non voglio tralasciare di raccordare al nostro Giovane che aviene spessissime volte che i Signori, non meno che i servitori, si dilettano e di lettere e di armeggiare e di altre cose simili, e come tengono grado maggiore degli altri, così vogliono essere tenuti eccellenti in tali facultà. Però egli userà gran senno, benché si vegga in ció molto valere: non dirò di non volere avanzare il Signore, ma neanche di volerlo appareggiare, ché ció spesse fiate è cagione di farsi maravigliosamente odiare e levare anche dal mondo. Questo fu cagione che Nerone condannasse alla morte Lucano, sebbene usò altro colore nel fargli dar morte, per volere egli nel compor versi anteporsi a lui ed ostinatamente contender seco. La qual cosa considerando, al tempo de' nostri padri Angelo Poliziano volle piuttosto tralasciare di comporre stanze volgari, nelle quali egli molto valeva (come si vede da quelle poche che noi leggiamo, nelle quali nel descrivere la casa di Venere ha fatta maravigliosa concorrenza a Claudia- no), che concorrere col magnifico Lorenzo de' Medici, al quale egli serviva, veggendo ch'egli in simil maniera di comporre bramava il primo luogo. Ed io, quando l'eccellentissimo Signore mio mi chiamò (come ho detto di sopra) al suo servigio, veggendo ch'egli componeva epigrammi latini eccellentemente, rimasi di comporne, se non alcuna volta in sua lode e in rendergli grazie di qualche grazia ottenuta, o per me o per qualche amico (ché mi fu in ciò Sua Eccellenza sempre molto cortese): ché, ancora ch'io conoscessi la infinita modestia ch'era in lui e che perció
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non avessi da aspettare da lui altro che loda del ben comporre, nondime- no mi parve sempre di portargli, come servitore che io gli era, tanto rispetto e tanta riverenza che non devessi in ciò volergli far concorrenza.

E, quanto all'armeggiare, fu nella sua giovanezza esso eccellentissimo Signore, non meno raro nelle giostre che in tutte le altre cose degne di grandissimo principe (come ho mostrato nella orazione che nella sua improvisa, e a me acerba, morte con molta affezione composi): e perciò si delettava di correre le sue lance con que' cavalieri che erano tenuti nelle giostre eccellenti. Fioriva, in quel medesimo tempo, Girolamo Bra- savola, gentiluomo ferrarese e cavaliere molto gentile, il quale era nel correre leggiadramente la lancia a niuno altro secondo. Voleva don Ercole, il quale ancora duca non era (come quegli che era tutto intento all'eccellenze e tutte le eseguiva con diligenza), sempre giostrare con lui.

Ma qualunque volta ciò aveniva, usava tal modestia quel cavaliere in correre la lancia, che non si mostrava in ciò meno atto né men leggiadro ch'egli si fusse, né dava però materia al Signore di non credere che Sua Eccellenza non fosse quel gran cavaliere che nel vero era, come ne diè espressissimo segno nella giostra che si publicò in Ferrara nel tempo del signore duca Alfonso, signore di eterna memoria e padre di lui. Alla quale essendo venuti molti nobilissimi cavalieri da varie parti, e spezial- mente alquanti molto valorosi e di gran nome da Bologna, città non meno madre delle azioni cavalleresche che de' migliori studi, volle don Ercole col più eccellente di tutti quelli, il cui nome era Ferraguto, correre le sue lance; e fra quanti corsero egli ottenne il primo pregio, che fu una catena d'oro preziosissima. Ed essendo rimaso il cavaliere, che seco aveva valorosamente corso, ferito, l'andò a ritrovare quel Signore, che mai da principe alcuno, per grande ch'egli fusse, non si lasciò punto vincere di cortesia né di grandezza d'animo, e, lodatolo molto, gli donò in segno della sua virtù la catena che a lui data aveva la vittoria. Della qual cosa Lodovico Bonacciuoli, medico eccellentissimo e nel compor- re epigrammi molto vivo ed acuto, questi due versi compose: "Vicerat ille alios, hunc vincunt Herculis arma; Praemia victus habet, victor uterque fuit"
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De' quali versi il sentimento è questo: "Quegli già aveva tutti gli altri vinti, ma l'armi d'Ercole ora han vinto lui; al vinto il vincitore il premio dona, onde rimangon vincitori entrambi".

8.9. PARAGRAFO 9 L'animo fermo e l'onesto

Oltre le cose che dette abbiamo, voglio, non senza gran cagione, dare due ricordi al nostro Giovane. L'uno de' quali è ch'egli in guisa fermi e disponga l'animo suo, che non si attristi troppo per le cose averse, né si allegri per le felici più del convenevole e perciò si dia tutto a' soverchi piaceri, come che la fortuna sempre sia per aver volta la fronte verso lui e mantenergli fede. Perché il darsi in preda al dolore avilisce l'animo altrui e l'allegrezza accompagnata da piacere disordinato gli lieva dell'animo i maschi pensieri: e perciò giudicò Platone che queste due passioni, non governate dalla prudenza, fussero contrarie alla vita lodevole ed onorata. Laonde disse che l'uomo aveva entro a sé due compagni pazzi: l'uno il dolore, l'altro il piacere, i quali, se non erano governati dalla ragione, guidavano l'uomo a trabocchevole camino.

L'altro, che gli sia sempre così a core il giusto e l'onesto, due principali duci alla virtuosa vita, ch'egli da loro mai non si parta. E perciò, se forse averrà che il Signore gli comandi cosa dall'onesto e dal giusto lontana (come fanno talora alcuni che, senza mirare cosa altra alcuna, si propongono l'utile solo e il contentarsi in ogni guisa per fine de' loro pensieri e delle azioni loro: cosa veramente indignissima di principe che goda di fuggire il nome di tiranno), non si lasci a modo alcuno indurre, né per premi né per preghi, a farla mai. Ché oltre l'offendere Iddio, ch'è di somma importanza, egli offende se medesimo, prodotto dalla natura a conservare il giusto e l'onesto; e permette soven- te la divina giustizia - la quale con discernevole occhio soprastà alle azioni umane e dà il premio alle opere buone e la pena alle ree - che ove il servitore si ha creduto, per la mal'opra eseguita, di entrare in molto maggior grazia col Signore, gli cade egli finalmente in tanto odio che bene spesso, con colorata cagione, il dà all'ultimo supplicio. E non ho mai tenuta degna di loda la sentenza di colui che disse che molta pruden- za mostrava chiunque serviva, ad impazzare co' pazzi e ad essere reo co' malvagi: perché ciò non solamente non è mostrare prudenza, ma manca- re di essere uomo, l'officio del quale è l'operare virtuosamente per conse- guire la civile felicità.

Ma se porterà la sorte (il che non credo io che possi avenire in corte di onesto ed onorato principe) che il Signore in cosa disonesta il ricerchi, non voglio ch'egli gli contradica o che ricusi di farlo: perché ciò
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appresso a principe ch'abbia animo disposto al male, porta il pericolo della vita del servitore, come se n'è veduta alcuna volta la prova. Ma finga di voler pensare come far possi quanto egli desidera e, toltosi da lui, di subito gli si levi di corte, conoscendo che non dee stare al servigio di Signore che il voglia indurre ad opera rea. Perché non solamente dee fuggire simile servitù, siasi grande il principe quanto esser voglia, ma piuttosto elegere di morire che porsi a far cosa scelerata ed abominevole onde rimanga perpetuamente infame. Perché ove una sola virtuosa azio- ne non è atta a dare la felicità all'uomo e farlo onorato, è bene atto un sol vizio solenne a farlo per sempre infelice ed infame; né quanti privile- gi gli facciano tutti i prìncipi del mondo, ponno fare ch'egli non abbia malamente operato e non rimanga in continuo vituperio appresso i migliori giudici, i quali conoscono che le cose fatte non possono essere non fatte per ottenuto privilegio, e s'esse sono vituperose, tali rimango- no quali le ha fatte il loro autore.

9. CAPITOLO VII L'AMORE

9.1. PARAGRAFO 1 L'amore onesto


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Ora, parendomi di avere parlato a bastanza dell'officio del Giovane in generale - per quanto ha patito il corso di questo breve e quasi improviso ragionamento - verso il suo Signore, non voglio mancare di parlargli in questa conclusione di quella passione che è naturalmente propria alla gioventù ed è chiamata amore. La quale tanto mostrar suole le sue forze negli animi giovanili (quantunque anche si vegga alle volte potentissima negli anni canuti), che chi in tale età non è innamorato dà segno di essere quasi una imagine di stucco o di legno in forma di uomo, senza sentimento alcuno. E, a questo proposito, soleva dire l'onorato mio padre Cristoforo Giraldi, uomo di gran giudicio e di molta esperien- za nelle cose del mondo, che giovane ch'abbia così gelato il core che non glielo riscaldi mai face amorosa, ovvero che sia di sì ferrigno animo che rimanga impenetrabile agli strali d'amore, si può giudicare un melenso e un dormiglione, così profondamente sepolto nel sonno della pigrizia che sia come di perduta speranza intorno alle azioni magnifiche e coraggiose, e finalmente non sia mai per far cosa degna di alto spirito e di animo grande.

Piacemi adunque che il nostro Giovane se innamori, ma in tal guisa, come diceva il detto signor mio padre, che non vi perda il cervel- lo: cosa che io ho veduta avenire molte fiate a que' mal consigliati giovani che, accecati da non so che mi dire, si sono dati ad amare donne lascive ed infami le quali, gittatosi l'onore dopo le spalle, hanno isposti i corpi loro a vile e disonesto guadagno. Perché si puote verissimamente
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dire che tali donne sono edifici di tutti i mali e ruina di tutti i buoni costumi, soffocatrici d'ogni virtù, destatrici di tutti i vizi, turbatrici della pace, origini delle sedizioni, ministre delle guerre, più voraci delle Arpie e delle Cariddi. Onde non senza cagione disse Orazio a giovane così malamente innamorato: ‘Oh quanta è quella Cariddi, misero te, che ti travaglia, quando saresti tu degno di miglior fiamma!’ Ed oltre a ciò, sono tali donne (se si possono dir donne) più frodolenti che le volpi, più crudeli che le tigri e più velenose che le serpi. E tali passioni non si deono nominare col santissimo nome di amore, ma si deono piuttosto chiamare furori insani ed appetiti bestiali, degni d'infinito biasimo. Da queste sozze fiamme e disoneste voglio che si astenga in tutto il nostro Giovane, e segua il precetto di Platone, che comandò che gli uomini della sua città si astenessero dalle meretrici, accioché il seme umano non si donasse a disonesto ed impudico luogo.

Ma non voglio già ch'egli si rimanga di amare giovane nobile o polcella o vedova ch'ella si sia (ché le maritate non si possono amare con desiderio di goderne, se non disonestamente e con biasimo gravissimo, non pur della donna, s'ella consente a' disonesti desideri del giovane amante, ma di tutta la famiglia e della posterità ancora, e perciò se ne dee molto astenere Giovane ben nato), che sia da lui amata per averla per moglie. Perché questo amore onesto alza la mente del Giovane a nobili pensieri, questo pudico fuoco accende gli spiriti a cose grandi, o sia ne' maneggi della cavaleria o negli studi delle lettere. In quegli il Giovane si scuopre, per piacere alla sua donna, vago, gentile, leggiadro, valoroso e tutto ornato di una grazia, di una vaghezza che spira da ogni lato valore e gentilezza; e non lascia negli atti de cavaleria, finalmente, cosa a fare, onde egli possi nobilmente e virtuosamente acquistarsi la grazia della sua amata.

9.2. PARAGRAFO 2 Imprese e motti

Quindi talora agguzza lo ingegno a dimostrare di fuori con que' segni che oggidì imprese dimandiamo, la fede sua verso la donna amata e la costanza altresì, e quella di lei verso lui, talora gli sdegni, le gelosie, i favori, le grate accoglienze ed altre simili cose che fra cortesi amanti
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occorrono. Il che fanno in varie guise gli accorti giovani, con molta dimostrazione d'ingegno e di prontezza di animo, ponendo nelle imprese or questa cosa ed or quell'altra, che dia gentile indizio del suo concetto.

E qui non lodo io punto l'opinione di coloro che non vogliono che figure umane si veggano nelle imprese, quantunque la maggior parte delle genti che non considerano i costumi antichi abbiano accettata l'opi- nione di costoro; la quale nondimeno mostrano vana le medaglie greche e latine, ove si veggono in forma umana le imagini delle paci, delle fedi, delle fortune, delle abbondanze, delle vittorie, degli Ercoli, de' Giani e di altre tali cose, tutte mostrate con forma di uomo o di donna colle cose appartenenti alle loro intenzioni, come corni di divizia, ancore, temoni, olive, caducei ed altre tali cose che tengono le figure nelle lor mani. Il medesimo si vede negli scudi antichi (lascio stare quel d'Esiodo e di Vergilio, che contengono piuttosto istorie e favole che imprese), come si legge appresso a Cicerone, nello scudo di Mario, nel quale era dipinto colui ch'aveva quel francese legato in vari modi, colla lingua in fuori e colla bocca inumidita; e quel gran Greco teneva nello scudo un Cupidine che spezzava un fulmine; e appresso a Stazio si legge che alcuni capitani portavano sopra l'elmo Marte, alcuni altri un gigante. Le quali tutte cose possono mostrare - insieme con molte altre che potrei addurre, dalle quali mi astengo per non noiare chi legge - che non avevano a schifo gli antichi le imagini umane nelle imprese loro, volendo dimostra- re o amore o fede o felicità od altri simili loro affetti.

E a compimento di questa parte è da avertire che i motti che si pongono intorno all'imprese aggiungono loro molta vaghezza, se sono gentilmente condotti e bene convengano all'impresa; fra' quali, quegli che sono espressi senza verbo sono molto gentili e molto si accostano alle inscrizioni antiche, come si vede appresso a Vergilio: "Daphnis ego in sylvis hinc usque ad sydera notus", "Formosi pecori custos, formosior ipse"; ed altrove: "Nerinae Galatea thimo mihi dulcior Hyble"; e nel- l'Eneide: "Aeneas haec de Danais victoribus arma". La qual cosa non fu occulta al Petrarca, quando diede il suo privilegio agli amanti dicendo:
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"Sciolti da tutte qualitati umane"; ed il nostro Ariosto nel trofeo del- l'arme di Orlando lasciò scritto: "Armatura di Orlando paladino". Sono anche molto gentili quelle che sono di due verbi soli, come se si volesse mostrare la forza del tempo intorno alla sua imagine e si dicesse: ‘fert, aufert’; e intorno a quella della fortuna: ‘Dat, adimit’.

Ma come sono queste degne di molta loda, non sono però da sprezzare quelle inscrizioni né que' motti che portano legata la sentenza col verbo, come dicemmo già noi intorno a chi si volle mostrare costan- te ne' travagli: ‘Gaudet constantia duris’; e intorno alla fortezza di un altro, forte e coraggioso, che si deveva porre a gran pericolo: ‘Fortes dura iuvant’; e con parole greche intorno al tempo, significato con un serpente rivolto in cerchio che si teneva la coda in bocca: ‘Hapanta cronos, echei’, che significa in latino Omnia tempus habet. E intorno all'arbore della nave (ch'era impresa di gran significato dell'Eccellentissi- mo Signore mio, di felice ed onorata memoria), al cui governo era un Ercole che teneva il timone fra l'onde turbate: "Poterit nec decumanus", e sulla prora si leggeva: "Saeviat Hippocrates". Ma fra le medaglie de' Signori che oggidì vanno a torno, porta seco motto significantissimo quella del serenissimo di Savoia, posto sul mezzo della corona della quercia: "Instar omnium", volendo, come io credo, significare l'essere stati da sua Altezza servati i cittadini suoi, avendo riguardo all'uso de' Romani antichi, che donavano la corona della quercia a chi nelle batta- glie toglieva dal pericolo della morte e servava alla vita un cittadino romano. Laonde era giudicata questa opera, fra tutte le altre, nobilissima e degna della corona di quella pianta ch'era detta l'arbor di Giove, dalla quale solevano ne' primi secoli prender gli uomini il nutrimento ed il mantenimento della vita.

Fu anche bellissima quella di un gran signore, che volle gentilmente mostrare spento il foco ond'egli ardea, dicendo: ‘Nunc cinis est quod flamma fuit’. Né senza grande e significantissima cagione mise l'Ariosto intorno alla casa od alveo, o bugno che lo voglian chiamare, delle api, alle quali era posto il fuoco ed il fumo intorno: "Pro bono malum"; e volendosi egli mostrare infiammato di quella Alessandra della quale fa egli menzione nel suo Furioso dicendo: "Alessandra gentil, ch'umidi avea per la pietà del giovanetto i rai" e quel che segue, pose sulla sua casa,
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in vari luoghi, due ale con queste parole: "Reliquum in corde". E perché nella parte stampata del nostro Ercole, che già molti anni si legge, abbiamo dati alcuni tocchi e delle imprese e de' motti, e nel particolar trattato ragionatone largamente, voglio che per ora mi basti avere accen- nato al nostro Giovane: ch'egli, non meno in questa che in tutte le altre cose, cerchi di mostrarsi vivace, accorto, ingegnoso e gentile, sicuro che ciò gli serà anche di molta laude appresso il suo Signore.

E perché aviene sovente che, essendo la bellezza invitatrice del- l'amore e la quiete dell'amante, s'egli per sua felice sorte ottiene grazia di onestamente possederla, questo disiderio di possederla si ritrova spes- so acceso in due nobilissimi cori; se averrà che il Giovane amante ritrovi altro giovane acceso di quella donna ch'egli ama, non per colpa della giovane che non si contenti di un solo amore (ché, quando ciò fosse, vorrei ch'egli la prendesse a sdegno e la si levasse in tutto del core come vana, e che non meritasse punto di essere amata da gentile spirito), ma perché anch'egli, tratto dalla vaghezza di quella beltà, cercasse di guada- gnarsi l'amor suo: voglio ch'egli, non col dir male del suo rivale né con altri strani e sconvenevoli modi, cerchi porlo in disgrazia della donna (perché ciò è ufficio di maligno e d'invidioso), ma che col valore, colla virtù, co' gentili costumi, colla cortesia e con certi segni di fede e di singolare amore, mostrandosi magnanimo e costante, si faccia conoscere a lei degno che ella il proponga a qualunque altro.

9.3. PARAGRAFO 3 Il duello per amore

Non dico però questo perché voglia che, se l'aversario si dà a volergli fare ingiuria con braverie (ché non vi mancano uomini pieni di tanta insolenza che, ancora che la donna gli sdegni e gli abbia piuttosto in odio che no, non si voglino nondimeno levare da darle noia e non cerchino di impaurire chi è amato da lei, perché lasci di amarla), egli come vile e neghitoso sostenga la ingiuria. Perché, s'egli ciò facesse, mi crederei ch'egli veramente non amasse, perché vero amore non regna in animo vile. Ma voglio che con destro modo faccia conoscere all'aversario il suo errore e, se pure egli persevera e continua nella sua contumacia e non cessa dalla ingiuria, è suo ufficio risentirsene valorosamente, insino al paragon della spada (non con superchierie o con altro mal modo,
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come oggidì far veggiamo, che, pur che diano e offendano in quadriglia questo o quello, par loro de aver fatta cosa lodevole, e fatta l'hanno vituperosa e perciò degna di grandissimo biasimo), se così porterà la insolenza dell'aversario. Come già fece Ercole secondo, duca di Ferrara e primo di quel nome, con Pandione, mentre egli era nella corte del re Alfonso, re di Napoli, come abbiamo mostrato nella sesta deca degli Ecatommiti nostri e ne' Commentari della antichità della illustrissima casa da Este scritti da noi in lingua latina, che già molti anni vanno per le mani degli uomini dotti e sono poscia stati tradotti in lingua italiana.

Ma quando per onesta cagion di onore egli sia a ciò costretto e perciò si riduca all'atto di adoprare la spada, secondo che apporti la occasione, userà anche, col cercare di essere vincitore, tutta quella mode- stia che usare si puote in tal maneggio, lasciando in tutto le villane parole ed i modi sconci, massimamente se conosce il rivale essere in grazia al suo Signore, accioché non l'abbia meno a lodare il Principe per la modestia usata nel vincere, che per la ottenuta vittoria.

E questo dico, perché il trapassare il segno dell'onesta modestia in simili imprese è piuttosto di vergogna che di onore al vincitore; e si acquista l'odio del Signore veggendolo villanamente trattare persona a lui cara. Venne per questa cagione ad Alessandro Magno odioso Deiosippo nel duello ch'egli ebbe con Orrata, non già per cagione d'amore di donna o per cagione di ricepute ingiurie, come oggidì si usa malamente fra noi, ma per mantenimento dell'onore e della riputazione non pur sua, ma di tutta la nazione. Imperoché, essendo Orrata, che macedone era, carissi- mo ad Alessandro, ed essendogli parimente caro Deiosippo ateniese, ed essendo ambidui nella milizia di Alessandro Magno, vennero un giorno a contesa, in presenza del re, del valore dell'una e dell'altra nazione. Cercò il re di acquetare la loro tenzone. Ma, essendo i guerrieri ostinati, permi- se loro Alessandro (come giovane e fiero ch'egli era) il venire a duello, ed avutone i guerrieri sicuro il campo, e posti i padiglioni, ciascuno di essi si apparecchiò nel suo, come meglio gli parve, alla battaglia. Venuta l'ora del venire alla zuffa, Orrata comparve nel campo tutto armato, colla spada a lato e coll'asta in mano; ma fidandosi Deiosippo nella destrezza e nella prestezza ch'egli aveva nel moversi, si unse di olio e, nudo come egli nacque, venne alla battaglia con un bastone dalla man destra e con
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un rivolto di panno rosato intorno alla sinistra. E, dato il segno, se n'andò coraggiosamente verso Orrata, il quale gli spinse contra l'asta per ferirlo. Piegossi alquanto Deiosippo con la persona, onde il colpo del- l'aversario riuscì vano, e percossa con molta forza l'asta col suo bastone gliela ruppe nel mezzo. Volle mettere di subito Orrata mano alla spada, ma gli fu incontinente addosso Deiosippo e, abbraciatolo, postagli una delle gambe fra' piedi e datogli di urto, il gittò a terra col capo in giù, e toltagli la spada gli mise il piede sul collo per ucciderlo; e ucciso l'avreb- be se Alessandro non gliel'avesse vietato. La vittoria di Deiosippo tanto spiacque al re (parendogli che in dispregio de' Macedoni, co' quali egli soggiogava tutte le genti, fusse Deiosippo andato così nudo a menar le mani) che, ove l'avrebbe forse sommamente lodato se, del pari armato, l'avesse assalito e fusse rimaso vittorioso, l'ebbe così a male che si accese di grandissimo sdegno contra lui. Laonde, veggendosi Deiosippo in desgrazia di quel re dal quale egli soleva sommamente essere pregiato, venne a fastidio e in odio a se stesso e si uccise, colla sua propria mano, miseramente.

Userà adunque il Giovane in tali avenimenti, come detto abbiamo, per non incorrere in simile errore, la sua modestia e, veggendosi avere la vittoria nelle mani, farà piuttosto meno di quel che potrebbe, che passi oltre il segno. E gli stia a mente che questo troppo, ovunque egli entra, è sempre a danno e porta disconcio alle cose nelle quali egli entra, e che tanta è la forza della modestia in tutte le azioni umane, che ella anche fa riuscir grate le cose che, senza essa, riuscirebbero ingrate e spiacevoli.

Per mostrare la virtù della modestia descrivevano gli antichi Nemesi, come ella temperi le cose umane, col cubito (il quale è quella misura che noi braccio o raggio chiamiamo, e l'usiamo nel misurare i panni) nell'una delle mani e col freno da l'altra: per dimostrare, col cubito, che si dee tenere convenevole misura dagli uomini nelle cose che si mettono essi a fare, e per far conoscere, col freno, che non si deono passare i termini del devere e del giusto. Perché da lei, punitrice (come stimavano gli antichi) della superbia e della insolenza, se ne ha grandissimo gastigo. Si legge di ciò uno elegantissimo distico di monsignore Celio Calcagnini, uomo nobilissimo e dottissimo, da essere da ognuno tenuto a mente, il quale è questo:

Sum Nemesis quae hominum cubito res metior omnes
Neve quis abscedat limite frena gero.


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I quali versi hanno questo sentimento nella nostra lingua:

Son Nemesi, la qual tutte le cose
degli uomini col cubito misuro,
5e perché non trapassi il giusto mai
alcuno de' mortali, i' porto il freno

9.4. PARAGRAFO 4 Composizioni poetiche

Ma lasciando gli esercizi di Marte, a' quali ha chiamata la penna mia la insolenza altrui, e venendo alla tranquilla quiete e al dilettevole ozio delle Muse e degli studi, a' quali dicemmo che amore infiamma i cori nobili: se il nostro Giovane, per sua buona ventura, averà così felice amore che lo infiammi di nobile giovanetta che sia stata introdotta - come ve ne sono oggidì molte - egli studi della poesia e nello scrivere in prose (come avenne a me nel fiore degli anni miei, il che fu principale cagione di farmi entrare nelle scuole di Apolline), farà ciò che, scrivendo l'uno e rispondendo l'altro, si nutrirà in ambidue il fuoco amoroso con lodevole maniera, vivacissimamente; onde risoneranno nelle lor compo- sizioni, con molto pregio d'ambidue, que' caldi sospiri, que' dolci sdegni, quelle soavi ire e que' focosi disiri che proviamo nel regno d'Amore dalle nostre care guerriere e amate nemiche, mentre elle, or con allegro viso or con turbato, e quando ad un modo e quando ad un altro, ci spronano, ci ravolgono, ci aggirano. Le quali composizioni portano con esso loro le fiamme vive, vive negli animi di chi le legge. E, descrivendo il Giovane l'oro de' capelli della sua donna, onde gli avrà ordita Amore la rete e posti mille dolci lacci intorno al core, per tenervilo felicemente involto ed in cara servitù, vie più felice di qualunque libertà; il sereno di quella fronte, più chiara d'ogni quadro e fin diamante, ove ha veduto Amore tenere la maggior sede ed ivi spiegare la insegna sua; le ciglia di ebano finissimo, delle quali ha veduto il medesimo Amore farsi arco e mandargli al core le dorate quadrella per la luce di quegli occhi, vie più di tutte le stelle fiammeggianti; i gigli e le rose di quelle guancie, fra le quali egli ha veduta la istessa bellezza dolcemente scherzare; la porpora delle vermiglie labbra che sembran due preziosissimi rubini; e que' denti che avanzano le orientali perle; il collo, che fa colonna alle suddette bellezze, appo il quale perde l'alabastro; ed il petto, che vince l'avorio istesso, ornato di quelle sue acerbette pome che, malgrado della villana,
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si mostrano morbide e rilevate; e la vaghezza di quella disiata mano e di quelle gentili dita, colle quali sono spiegate in carte dalla sua donna quelle care note che gli fanno soavi i dolori, grati i sospiri, amabili le fiamme e felici i tormenti; e descrivendo, finalmente, come dolce parla, come dolce ride, come mette in silenzio quelle rosate labbra; come gentilmente si muove e leggiadramente si asside, come sotto il suo scarno e rotondetto piede fiorisce l'erba ovunque ella leggiadra e snella mova i cari passi; come al lampeggiare degli sguardi si faccia serena l'aria; come alla dolce armonia delle sue voci pongano l'ira i venti, si fermi il sole vago di vederla e di udirla; e come Amore le voli tuttavia d'intorno, come che di lei non abbia egli più caro pegno in tutto il regno suo: descrivendo, dico, tutte queste cose predette e le altre molte che s'imparano nelle oneste scuole d'Amore da' nobili spiriti, di gentile ed onesto fuoco infiammati, e dalle risvegliate menti le quali, per non gire più a lungo del convenevole, mi taccio, si acquista fama e grido e manda il suo amore - accompagnato dalla bellezza, dalla virtù, dall'onestà e dalle vaghe maniere della sua cara donna, co' suoi versi amorosi e colle vivaci rime - per le dotte bocche degli spiriti cortesi, sotto gli occhi degli animi gentili, e a questo modo il nome dell'uno e dell'altro rimane eterno nel seno dell'immortalità. E se gli è tanto felice il destino ch'egli si accoppi con matrimonial legge con quella ben nata alma (ché questo, amando onesta giovane, dee solamente desiderare il nostro Giovane per fine del suo amore), possedendo quelle care e preziose bellezze ch'egli ha ardentemente amate, così affettuosamente lodate e sommamente deside- rate, vive con incredibile contentezza felicissima vita, e godono ambidui insieme i dolcissimi frutti delle amorose loro passioni. E, avenendo, come in tali amori spessissime volte aviene, che fra le loro dolcezze questa felicissima coppia ragioni delle passate fiamme, delle sofferte pas- sioni, degli sdegni, dell'ire ridotte al fine a dolcissima pace, provano una dolcezza tanto grande e così perfetta, che non la potrebbe veramente altra lingua narrare che quella di quello istesso Amore che gli ha accop- piati.

10. CAPITOLO VIII LA RELIGIONE

10.1. PARAGRAFO 1 La religione cattolica


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Or, perché si confaccia il fine di questo nostro ragionamento col principio nel quale, come mi ricordo, dicemmo che il Giovane, prima che a servire il Signore andasse, si proponesse una eccellente dabenagine (usando noi questa voce per meglio esprimere il nostro concetto), tenerà per cosa certissima il Giovane che non senza cagione disse Aristotile che l'operar bene e virtuosamente faceva l'uomo felice. E perché il nostro bene operare (quantunque le operazioni vengano dal nostro libero vole- re) ha bisogno della divina grazia ad essere perfetto, vogliamo dare questo ultimo ricordo al nostro Giovane: ch'egli abbia sempre in tutte le sue azioni compagna perpetua la religione nostra santissima e divinissi- ma, né mai si lascerà persuadere da questi mali uomini che oggidì hanno armate le lingue e le mani (celando la loro malizia sotto il mantello del divin Vangelo) contra la religione, contra la fede apostolica e contra l'autorità de' sommi pontefici, lasciatici dal Redentor nostro con divina potestà per suoi vicari in terra; non si lascerà, dico, persuadere dalle costoro fallaci arti ad esser mai men che cattolico e men che osservatore delle leggi, degli ordini e delle costituzioni della santa Romana Chiesa, da santi uomini, spirati dallo Spirito Santo, costituite e per tanto spazio di tempo da tanti e tanti uomini santi confirmate ed osservate. Ma averà in odio le eretiche opinioni di costoro che, come ministri del demonio, si sono voltati non pure a turbare la quiete cristiana, ma a sprezzare i sacramenti, a violare le vergini dedicate a Dio, a gittare a terra i tempi, ad uccidere i sacerdoti, a rubare le cose sacre e a fare tante e tante altre operazioni abominevoli, che fugge la penna a scriverle e la lingua a narrarle, per lo lezzo ch'elle portano con esso loro. E veramente se
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costoro si avessero proposto la vendetta che prese Iddio d'Eliodoro, ministro di Seleuco, quando entrò nel tempio di Gerusalemme per ispo- gliarlo, e quella che prese d'Antioco che lo spogliò e (per parlar de' nostri tempi) quella che prese di coloro che, spogliato il tempio di Gaieta, si credettero ritornare ricchissimi a casa e, fatto il naufragio al monte Circelli, tutti si affogorono nel mare, avrebbono temuto che Iddio alle male operazioni loro fosse per dar tal pena (dopo avergli lungamente tolerati perché si convertissero alla cattolica vita), che passassero in esempio insino a quelli che verranno dopo mill'anni. Ma credo io che ciò non temano, perché siano in tutto senza fede e non credano nulla, come stolti e malvagi e, mossi da insolente superbia, si diano a così inique operazioni.

Lasciando adunque il nostro Giovane costoro nella loro perfidia, se ne starà sempre lontano dalle loro eretiche opinioni: ché oltre che ciò gli sarà a loda e ad onore appresso il suo Principe, infonderà Iddio ottimo massimo la grazia sua sopra lui, con così larga mano che sarà sempre la vita sua così lontana da ogni vizio ed avrà sempre in guisa compagna ogni nobile virtù, e pensieri così conformi alle ordinazioni cattoliche e divine della sacrosanta Romana Chiesa, che si guadagnerà eterna gloria fra gli uomini, e fra gli spiriti divini certissimo luogo nella patria celeste.

Questo, illustre Giovane, è quello che, insomma, mi è venuto in mente intorno alla creanza di nobile Giovane che si voglia porre al servigio di gran Principe, che sia degno della sua servitù. S'avrò aggua- gliato il desiderio vostro e quella opinione ch'avete conceputa di me, mi terrò veramente di avere bene allogato lo studio posto intorno a questo discorso, raccogliendo in pochissime ore quello che in lunghissimo tem- po ho osservato intorno a tal materia. Ma se, forse, sarà altrimente, accetterete il desiderio che io ho avuto e che ho di volervi, per quanto porteranno le forze mie, pienamente sodisfare.

Vivete felice. Dal Monte Regale di Piemonte, a dì XVII di febraro MDLXV.



Giraldi Cinzio, Gionvanbattista.

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