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Carbone, Ludovico

Facezie


Indice




Cento trenta novelle o facezie de Ludovico Carbone




1. Proemio


[p. 133r]

Allo illustrissimo Principe ed excellentissimo Duca Borso
Molti odendomi ne le orazione mie tanto volentiera
piacevoleggiare si danno ad intendere ch'io abia una
natura tutta zoiosa e iocunda, onde cum suoi prieghi e
persuasione me hanno indutto a questo: ch'i' debba
componere qualche libro di facezie; e volendo compia-
cergli, bisogna pur che anche riguardi a l'onor mio. E
però me ha parso di dover eliegere la persona vostra a
cui sia intitolata l'opera mia, acioché la materia, per si
stessa tenue e legiera, sotto l'umbra de la maiestade del
nome vostro riceva qualche autoritade. Benché
[p. 133v]

di questo non temo reprehensione alcuna, consideran-
do tanti excellentissimi omini essersi dilettati nel mo-
teggiare e in tal fatta di parlare o scrivere che facilmen-
te muova riso a gl'audienti o a gli leggenti. E sopra
tutti il nostro Marco Tullio fu piacevole e faceto, in
tanto che molte cause pericolose e di grandissima im-
portanzia ottenne e vinse solamente per le sue bellissi-
me e dolcissime piacevolezze.
Sì che faremo una suave mistura di facezie e anti-
che e moderne, secondo me occorrerano alla mente: le
qual forsi potranno porgere qualche recreazione all'ani-
mo vostro affaticato da gravissimi pensieri e

[p. 134r]

altissime cogitazione. E se più vi piacerà le cosse grave
e severe, discorreriti un poco il mio vulgarizato Sallu-
stio mandato al vostro misser Alberto, o quell'altra
traduzione de l'arte militare iscritta al mio misser
Ercule.
Cominciaremo adonche da un religioso per aver
più stabile e fundato principio, acioché anche nelle
facezie se dimostri la nostra pura fede e vera religione.

2. Facezia 1

Maestro Agostino, cittadino nostro ferrarese de l'or-
dine de gli frati menori, fu gran teologo e buon predica-
tore, e se gli costumi suoi fossero stati simili a la dottri-
na
[p. 134v]

non gli seria mancata mitria episcopale; ma
ebbe tropo del cortesano, che non si conviene a tal
professione.
Siando a Roma nel tempo di quel notabilissimo
pastore Papa Nicola, dal qual tutti gli valentomini con-
correva, per il suo dissoluto vivere e la età molto senile
era diventato pallido, smorto, tutto sbolzegno e mazo-
co e ben maturo. Dimandato dal Papa come si sentiva,
subito alliegramente rispose:
‘Beatissimo Padre, io me sento molto forte e ga-
gliardo.
’Il Papa ridendo si maravegliava di tal risposta:
‘Che é quello che vui detti, maestro Agostino? Mo
vui avetti un colore che mi par proprio quello de la
morte, e da l'altra parte diceti
[p. 135r]

che setti cussì
gagliardo: come s'acorda questa loica?’
Il frate replicando rispose:
‘I' ve dico un'altra volta, santissimo Padre, che io
son più gagliardo che fosse mai, e sì ve 'l pruovo in
questa forma. Quando io era giovane e sano non era
rimedio alcuno ch'io potesse ritenere, rifrenare, castiga-
re, questo mio indurato, nervoso, indiavolato fratello:
non mi durava né tela né bindoni che non volesse dì e
notte sempre ussir fuor di casa. Adesso ch'i' son vechio
e infermo io il volgo e rivolgo di sotto e di sopra senza
resistenzia alcuna e facciogli il bel signo Salamone.
Vedetti vui se questa é maggior fortezza?’
Il Papa per vergogna non
[p. 135v]

s'attentava di ride-
re dicendo:
‘Avetti ragione, maestro Agostino, ma fatti per
Dio che mai più non mi ragionatti di tal cosse, perché
potriano conturbare il stomaco de la Santità papale’.


3. Facezia 2


Questo medesimo frate essendo ne la mensa cum
misser Petro da Nuceto, che era il summo secretario
cum il preditto Papa, vedendo che solamente a quegli
principali erano presentate le quaglie, fasani, perdice e
quest'altri giotti boconi, e a lui mai non pervenivano, si
deliberò cum bel motto aprire il suo disdegno e diman-
dò un de gli serventi a che muodo pigliavano queste
quaglie. Colui rispose:
‘A molti muodi le pigliamo, ma queste poche ave-
mo prese cum certo istrumento d'osso
[p. 136r]

ligato
cum una pelle che si chiama quagliaduro’.
‘I' la 'ntendo’" disse il frate, e l'altro dì, venendo
alla mensa, portò uno di questi quagliaduri. E in quel
che la brigata comincia a manzare, lui comincia piana-
mente a sonare dando cussì un botto, puo doi, puo tri.
Misser Petro, che stava come secondo Papa, tuto turba-
to diceva: ‘Chi é questo che suona qua?’.
Da lì a uno poco maestro Agostino spessega il suo-
no del so quagliaduro. Misser Petro, curozato da
divera:
‘Per certo questo é un quagliaduro: che onestà é
questa? Io voglio sapere chi é questo pazzo tanto
ardito’.
Maestro Agostino senza indugia rispose:
‘Io son quello: voleva pur vedere s'io potesse pi-
gliare qualcuna di
[p. 136v]

queste vostre quaglie’.
Intesa la facezia, le quaglie volarono a misser lo
frate in grande abundanzia, e non bisognò più quaglia-
duro per pigliarne.
Disse allora il bon frate:
‘Sapiati, misser Petro, che tute le gole son sorelle,
e che gli fratti gustano meglio che gl'altri gli buoni e
giotti boconi perché sono usi a la cognizione del sum-
mo bene’.

4. Facezia 3

Ne la terra di Cità di Castello forno dui fratelli che
molto se amavano insieme. L'uno era in tutto seculare,
intento al guadagno, dì e notte studiava come potesse
accumular roba, rare volte ricordandosi de l'anima soa
e che dovea morire. L'altro in tutto dato al spirito [...].


5. Facezia 4


[p. 137r]

[...] [buo] na vita, grasso, tondo, rubicundo,
ché a Dio Bacco divotamente sacrificava: per gli ochi,
per le guanze, per gli labri spumosi, facea ussire quel
santo liquore; gli vini da Bragantino gli faceano dolere
il capo, ma quegli da Monferrato o da Forlì o di can-
dia lo risanavano.
Misser Tito Stroza, non meno savio e onesto cava-
liero ca poeta zentile, rivolto a maestro Ieronimo Ca-
stello, excellentissimo filosofo e medico:
‘Per certo’, dissegli, ‘maestro Ieronimo mio, se
questa é la via de acquistar o di andar al paradiso, i'
non voria za pigliare altro camino’.

6. Facezia 5

Don Monte celebrando la messa in villa sentite
l'odore de certi figadetti che si cocevano, onde temen-
do che la massara
[p. 137v]

non pigliasse il meglior bo-
con per lei, se affrezzò sì precipitando le parole che
stragualzò quella messa. Misser Francesco Ariosto, poe-
ta piacevole, se gli rivoltò dicendo:
‘Don Monte mio, se le vostre orazione non serano
exaudite non vi meravegliati, perché avetti auto l'ani-
mo più a la mensa ca a la messa’.

7. Facezia 6

Frate Francesco da Roigo predicando a Lendenara
e despiacendogli le vanità di quelle done ebbe addire:
‘Per certo, done mie, il tocarà una volta a mi a
rimessedarvi a mio modo’.
Lui intese a bon fine, cioé a reprendere e castigare,
ma alcuni scolari che v'erano presenti lo pigliono in
altra parte; e anche lui dovea pure parlare più cauta-
mente.

8. Facezia 7


[p. 138r]

El Marchese di Mantoa cercava un capella-
no che dicesse messa da cavalcare. Dui se gli offerseno,
de li quali l'uno diceva che non si trovaria omo che la
dicesse più presto di lui; l'altro rispose:
‘Come la potresti dire più presto di me che non ne
dico mai la mitade?’.

9. Facezia 8

Misser Nicolò da Este, litteratissimo e dolcissimo
signore, siandogli portati per il suo sparaviero tutti gli
passarini de la columbara da porto e volendone tuore
alcuni un so famiglio:
‘Non fare’, dissegli; ‘se tu gli voi comprare te li ven-
derò; tu sai bene che già ho parechi figlioli: il me
bisogna pur tegnier muodo che io gli possa far le spe-
se’.

10. Facezia 9

Questo medesimo signor sentendo che
[p. 138v]

un
dottore poco dotto avea tolta per dona una brutissima
femina dicendo che facea conto che la fosse soa massa-
ra, rispose:
‘Per certo, se io volesse tuore massara anche voria
spender meglio gli miei denari’.

11. Facezia 10

Maestro Orazio, medico excellente, dimandava un
dì la moglie:
‘Che vuol dir questo, dona mia, che l'anno passato
facessemo poche mortadele e tutte sono buone, angua-
no ne avemo fatte assai e tutte son cative?’.
La dona savia rispose:
‘Dittemi, maestro Orazio: tuti gli vostri amalati
guariscono egli? Dovetti pensare che ancora nui avemo
il capo ad altro, o a la predica o a la confessione, e non
possemo mettere tuto il cervello ne le mortadele,

[p. 139r]

come alcuna volta fatti vui, che dovendo ponere
ogni studio a cura de gl'infermi, stati a ragionar de le
guerre de' Veneziani, del Duca di Milano, de' Fiorenti-
ni, del Duca Ioane, del Turco’.
‘Tu hai ragione, dona mia’ disse maestro Orazio.
‘Non parlo più’.

12. Facezia 11

Maestro Bonfrancesco da Rezo, filosofo e arcidiaco-
no, ma non era ancor prete quando fece questa piacevo-
leza, perché in uno prete seria pur stato peccato alman-
co veniale se non mortale: essendo tra lui e maestro
Francesco Benzo una fiera e aspera concurrenzia, cadau-
no di loro desiderava avere uno scolaro, perché a que-
sto tempo non basta la scienzia ma bisogna che gli
dottori comprino gli scolari o per dinari o per

[p. 139v]

qualche gran benificio.
Questo scolaro avendo voglia di avere un libro chia-
mato Zone sopra Verzilio promesse a cadauno separata-
mente d'esser so scolaro se gli facea aver questo Zone,
e non era niuno che l'avesse salvo ca don Bartolo,
maestro di scuola e padre de la pedantaria. Maestro
Francesco Benzo subito se ne va da don Bartolo pregan-
dolo che di questo libro gie ne fazza servizio. El buon
omo, di natura serviziale e anche bisognoso di opere
medicinale, perché era tuto crevato e guasto e scoriato,
per obligarsi il medico gie l'offerse a ogni sua requisi-
zione. Maestro Bonfrancesco tira anche lui da don Bar-
tolo per avere il Zone; il maestro risponde:

[p. 140r]

‘Volentiera ve 'l prestaria, ma io l'ho già
promesso a maestro Francesco Benzo’.
Allora maestro Bonfrancesco cominciò a usare de
la buona sofistaria, dicendo:
‘Non vi datti pensiero, che io il voglio per quel
medesimo per chi lui l'ha dimandato; tutti dui siamo
una medesima cossa’.
Don Bartolo non guardando più oltra, che non sape-
va pur grammatica, non voglio dire che intendesse sofi-
staria, glie dette o libro. Torna poi el Benzo e lamentas-
si di lui, che non gl'abia servata la promessa. Il maestro
si scusa:
‘Che voliti vu ch'io facesse? Il dice che vui setti
una medesima cossa’.
‘Come diavolo una medesima cossa! Che l'é il ma-
zor inimico ch'i' abbia!’ disse il Benzo.
Orsù,
[p. 140v]

la sofistaria ha vinta la medicina que-
sta volta. E certo fu bello che il sofista dicendo il vero
inganasse il buon omo.

13. Facezia 12


Maestro Ugo da Siena, prudentissimo medico, dete
una volta conseglio al Marchese Nicolò da Este che per
tuto un anno se astegnesse dal vino per non ingrassar
tanto; e cussì fece il savio signore. Ma un dì a la mensa
fece portare una gran taza piena di bona malvasia.
Maestro Ugo se la bevette lui. El Marchese rivolto a
Maestro Ugo:
‘Per certo’, disegli, ‘voi setti un dolce consegliero
a lassiare l'aqua per mi e bevere il vino per vui’.
Rispose il medico prudente:
‘Signore, l'aqua per adesso é bona per vui, e il
vino per mi’.
Cussì gli medici
[p. 141r]

danno alcuna volta consegli
ad altri che non servano per loro; alle volte ragionevol-
mente il fanno, alle volte son pur anche loro trasportati
da questa naturalissima sensualitade.

14. Facezia 13

Maestro Teodosio Specia, veramente amorevole e
dolce come specie, arciprete de la chiesa mazore, exami-
nando un prete che si volea ordinare, il dimandava:
‘Sa' tu bene l'officio de la dona?’.
Lui rispondeva:
‘Molto bene e d'avantazo’.
‘E qual é desso?’ disse l'acciprete.
Costui diceva:
‘L'é quel che comincia Domine, labia mea’.
‘Tu non sa' niente’ rispose maestro Teodosio.
‘L'officio de la dona si é a sapere molto ben filare e
cussire, e far la massaria’.

15. Facezia 14


[p. 141v]

El medesimo arciprete vedendo uno scolaro
che solea esser molto dissoluto aversi fatto frate e pi-
gliato abito monacale, sapiando che questo non era
processo da buona ispirazione, perché le più volte si
fano fratti quegli che cognoscono aver perso il tempo e
non gli basta l'animo di poter vivere onestamente si
riducono pur a la ostaria di Cristo, che ha buone spalle
e riceve ogni carogna per la sua infinita misericordia;
guardando adonche costui disse maestro Teodosio:
‘Che credi tu aver fato? Tu hai mutato il vestire
perché il Diavolo non ti cognosca?’.

16. Facezia 15

Siando trasferito il studio di Ferara al castello di
Roigo per cagione de la
[p. 142r]

peste, e non essendogli
venuti scolari, solamente v'erano gli dottori, e per la
incommoditade e spesa che bisognava fare fo necessa-
rio che inanti trato si desse le paghe, acioché si potesse-
mo levare e andar cussì lungi. Dimandando adonche gli
dottori il sallario, disse il Duca Borso trepando:
‘Non avetti coscienzia a volere mercede senza fati-
ca? Se gli non serà scolari non aretti briga di studiar
tropo’.
Maestro Teodosio rispose per tutti:
‘In verità, signor, nui averemo dopia fatica, perché
prima legevemo a gl'intendenti, adesso leggemo a quel-
le banche che hano sì duro il cervello che serà gran

[p. 142v]

fatica a potergli mettere o ficare lettere nel ca-
po’.

17. Facezia 16

La Lucia, nostra carissima sposa, tuta solacevole e
zoiosa, mi dice un dì ricordarsi esser nevato da san
Zorzo. Mi pareva il dir suo uno miracolo, [che] a tal tempo ne [v] asse, ma considerando bene non é miracolo
niuno, anci ogni anno suol nevare da san Zorzo.

18. Facezia 17

Trepando un'altra volta questa mia Lucia mi disse
che quando volesse mi faria andare fina a Bologna, o
anche a Roma, che mai non andaria per terra. Questo
mi parea uno stranio parlar, credendo che la fosse una
nigromantica, o che mi volesse dar le ale di Dedalo;
pur, meglio ripensando, mi par facil cossa e leggiera.

19. Facezia 18


[p. 143r]

Ancora questa madona Lucia me afferma
esser stata nuove mesi in mare, che mai non vedé Sole
né Luna. Non so za quando si fosse una sì grande
eclisse. E più forte me diceva che in quel tempo non
era in aque salse. E anche questo é verissimo e interve-
ne a cadauno che nasse.

20. Facezia 19

Papa Giovanni odendosi una volta comendare so-
pra la veritade da un di questi grandi oratori che fanno
per fama gli omini immortali e hanno nelle soe mane la
gloria e l'infamia di signori, e però si vuol star ben cum
loro; oldendo adonche Papa Gianni dir di lui quel che
non era, rispose a l'oratore:
‘Sazzo bene che non dici lo vero, pur me ne gab-
bo:
[p. 143v]

non é sì buono né sì cativo che non gli
sapia buona questa carne de la loldolina’.

21. Facezia 20

Questo medesimo Papa, dato più al seculo che al
timore di Dio né a la religione, vedendo certi fraticelli
discalci e desasiatamente abituati per l'amor divino e
per la speranza de la eterna gloria, non gustando lui
niente del spirito, se rivolse alloro dicendo:
‘Doh, poveri gabbadei, quanto saresti vu gabati se
la fede nostra non fosse vera!’.

22. Facezia 21

Il preditto Papa Gianni venendo a Ferara e in su la
porta di San Piero presentandogli el Marchese Nicolò
le chiave de la citade, rispose:
‘Sapiamo bene, o compatre mio, che n'avetti

[p. 144r]

un altro paio’.

23. Facezia 22


Papa Eugenio, magnanimo certamente e religiosissi-
mo pontefice, venuto anche lui a Ferara, dove dimorò
un anno e fece concilio per unire la chiesa orientale de
gli greci cum la romana, e presentandogli el Marchese
Nicolò gli figlioli suoi mazori, che erano tri: misser
Miliaduce, misser Lionello, misser Borso, il dimandò
che deliberazione avesse fatta de l'exercizio loro. Rispo-
se il Marchese:
‘Beatissimo padre, io voglio che misser Miliaduce
sia priete, misser Lionello signore, misser Borso omo
d'arme e capitanio’.
Papa Eugenio ridendo:
‘Per certo’, disegli, ‘signor Marchese, mi pare
ch'abiati ordinato tuto il contrario di quello che doveva-
ti fare: perché
[p. 144v]

misser Miliaduce mi pare aver
aiere da omo d'arme, misser Lionello che é tanto man-
sueto e litterato e religioso seria stato bon priete, mis-
ser Borso cum questo suo grazioso aspetto che a vui si
rasumiglia seria per certo tropo bel signore’.
Fin a quel tempo riluceva ne la facia sua apparen-
zia signorille, sì che quell'anima santa di Papa Eugenio
indivinò quel che doveva esser del Duca Borso. Ma se
al presente l'avesse visto cum questa dignissima maie-
stade, che per il suo continentissimo vivere ogni dì par
più bello, non dico di Ferara, ma di tutto il mondo
l'aria estimato convenientissimo Imperadore.

24. Facezia 23



[p. 145r]

Papa Pio, omo dotto e molto eloquente,
essendo fastidito da tanti poeti che tutto il dì gli rom-
peano il capo cum suoi versi sperando da lui denari,
per motegiare, com'io credo, non per disdegno, come
reputano alcuni, gli rispose anche lui per versi:
‘Imparati, o poeti, di aspetar da me versi per versi;
l'animo nostro é di render versi e non di comprare’.
Ma un nobel inzegno gli fece degna risposta:
‘Se a ti versi per versi avesse dato la Fortuna non
seria ne la testa toa sì gran corona’.

25. Facezia 24

El signor Sismondo Malatesta fo molto favorevole
e benigno a' litterati; fra gli altri tene apresso di sé in
grandissimo onore un nostro compagno chiamato Basi-
nio da Parma per le littere soe
[p. 145v]

e fecelo rico
donandogli possessione e case e degnamente maritando-
lo. La qual cossa vedendo uno de gli suoi soldati, mos-
so da invidia usò al signor tal parole:
‘Per certo, signor, non so che si voglia dir questo:
che io abia durate tante fatiche per vui e messomi tante
volte a pericolo di morte per vostro onor e apena ho da
vui ch'io possa vivere; e costui che chiamati poeta, che
se ne sta tuto il dì e notte in camera col pelizone, e non
vide mai cortello né campo, aveti sì mirabilmente
exaltato’.
Sismondo saviamente rispose:
‘Fratel mio, s'el si trovasse tanti de gli suo pari
quanti si truova de gli tuoi, ti prometto che a lui non
daria niente e tu saresti apresso di me avantagiato da
lui. Ma non vedi tu che omini son questi? Più rari

[p. 146r]

ca la fenice non vanno cussì per le cime de gli
arbori. Non cognosci tu quanto nui siamo obligati a
questi notabil inzegni? Che valeria le nostre prodezze,
gli nostri gran fatti, se non fosse chi ne servasse memo-
ria? Per costoro sapemo noi di Alexandro, di Cesaro,
di Pompeio, di Achille e de gli altri semidei: a loro sta
che li signori siano magnificati o in eterno vituperati.
Questi non sono di quegli dottorazi da parafi o capitola-
stri che pur che abiano la cintura dorata e 'l capuzo
pendente drieto le spalle si credeno avere la scienzia di
Platone, e non sano pur gramatica. Hanno avilupato il
cervello di fanfaluche e menicatarie e cautele sofistiche
ad inganare qualche vedoella o strassinare le eredità di
pupilli:
[p. 146v]

che molto meglio si rezeria le citade per
solo Tullio de gli Officii ca per tanti baldazi e bartola-
zi. Lasciano gli antichi, che ebeno prudenzia non meno-
re che scienzia, e van pur drieto seguitando questi afra-
paturi e zarlaturi; e poi hanno tanta presunzione che
vogliono arrogantemente esser preposti a gli savii orato-
ri e santi poeti, che son quegli che prima hanno le
parole zentilesseme e limatissime, ornatissime, appro-
priatissime ad ogni materia, poi la notizia de le storie
di quegli valorosi antichi. Questi adonche come l'inze-
gno e l'animo cussì ancora il corpo hanno delicatissimo
e tenerissimo, e però diligentissimamente e amorevel-
mente si debbano trattare e tenire in pianta di mano.
Ne le altre facultate é tanta copia
[p. 147r]

che si trovano
per ogni cantone, ma vedere un bon oratore o bon
poeta é grandissima grazia de gli cieli; e certo se cum
la eloquenzia s'agiunge la prudenzia e ornati costumi,
non potria la natura produre più mirabel frutto: perché
se solo il parlar fa gli omini differenti da le bestie, oh
quanta excellenzia debba esser di colui che in quel
medesimo avanzi gli altri omini; e beati quei signori
ch'el sano cognosere!’.

26. Facezia 25

Frate Alberto da Sartiano, che secondo il gusto e
iudicio nostro avanzò tutti gli predicatori che mai stati
siano a gli tempi nostri e di suavità de voce, e di
dolceza di sentenzie, e di copia di parole, e de senti-
menti acuti, e di profunda memoria, e di gesti accom-
modatissimi,
[p. 147v]

e di facezie iocundissime, e per
dar una buona similitudine, come il nostro misser Al-
berto di belleza di corpo, di aspetto signorille, di degna
presenzia, avanza tutti gli altri segnoretti da Este, cussì
frate Alberto vinse e soperchiò tutti gli altri predicato-
ri. Questo frate adonche fo dimandato quagli omini
fossero più savii, o li picoli o li grandi. Lui, ch'era
picolino, tene la parte soa dicendo:
‘Quando un omo é sì grande non é possibile che
l'intelletto arrivi dal capo infina alle calcagne’.

27. Facezia 26

Una vechia rencagnata, rempeglita, renfrignata, che
avea nome dona Degna, andò a la communione per
pigliar la sacratissima ostia e secondo l'usanza

[p. 148r]

dicendo il sacerdote:
‘Ditte, madona, queste parole: Signor i' non son
degna’, la vechia rispose:
‘E dico misser ch'i' son Degna’.
‘Ditte su in la buona ora’ disse il prete ‘com'io ve
dico: Signor i' non son degna’.
‘I' non voglio dir la bugia mi’ rispose la dona.
‘Voliti pur ch'i' dica ch'io non son Degna: e dico de sì,
ch'i' son madona Degna’.
E pur il priete diceva:
‘Deh, fatti quel che vi vien comandato dal vostro
parochiano e padre de l'anima vostra: Signor i' non son
degna’.
‘Non mi ragionati di questo, ch'i' no 'l diria mai,
ch'el seria peccato’.
E non fu ma' rimedio che la si potesse divolzere.
Cussì alle volte son queste femine sì ostinate e
bizare che se lassariano meglio morire ca levarsi de la
soa fantasia.

28. Facezia 27


[p. 148v]

Frate Ruberto da Lezo, magnanimo e memo-
riosissimo predicatore, fu dimandato qual fosse mazor
merito ne la chiesa di Dio: o exponere la vita soa
contra gli infidieli per acquistar la corona del martirio,
o starsene pur cussì quietamente e predicare e confessa-
re avendo le buone spese da gli segnori e communita-
de. Lui rispose:
‘Quanto a mi elezeria piutosto d'esser confessore
ca martire’.

29. Facezia 28

Lucio Silla, poi ch'ebbe ottenuta in tuto la vittoria
contra gli mariani, molta roba di loro come di soa
preda facea vendere a gl'incanto. Un poeta da buon
mercato gli presentò ne so che soe versesse, dove il
volea lodare, se avesse saputo, dimandandogli in dono
parte
[p. 149r]

di quella preda. Silla, che era intelligentis-
simo e valente ancora ne le littere, cognoscendo il scriver
di costui non esser di stima né de precio alcuno, gli
usò cortesia cum questa condizione: che mai più non
scrivesse né parlasse di lui.
Il simile se voria fare adesso ad alcuni che non
sano una buona littera e se ardiscono di componere o
piutosto imbratare libri, e pur che gli adornino de velu-
to e de gli azuli d'arzento credeno che basti a compi-
mento di buona poesia. Il belo vol star dentro e non di
fuora, ma gli nostri signori son tropo umani e piacevo-
li: lassano dire e scrivere a chi vuole, non ricordandosi
che Alexandro non volse esser depinto se non da Apel-
le perché era excellentissimo
[p. 149v]

ne l'arte soa, né
intagliato se non da Lisippo perché tutti gli altri avanza-
va in quel exercizio. La eloquenzia per certo richiede
una sì gran lizadria che non si può narrare né exprime-
re cum parole, ma solamente l'inteletto la comprende.

30. Facezia 29

Talete da Mileto, uno de gli sette savii greci, era
molto dato a l'astrologia e a contemplar le stelle. Un dì
andando per via e risguardando pur nel cielo non s'ac-
corse che ficando il piede in un buso cadde in terra.
Una vechia ridendo e calefandolo a lui disse:
‘Doh, bon uomo, come credi tu di saper quel che
nel cielo stia che tu non vedi pur quello che inanti a gli
ochi abi!’.
E ben pazzi son coloro che avendo poca notizia de
la
[p. 150r]

terra s'ardiscono a misurare il cielo.

31. Facezia 30

El preditto a la vechia rispose:
‘Di tre cosse rengrazio la natura: prima, che mi
fece uomo e non bestia; secondo, che mi fece nascere
in Grecia e non in Barbaria; terzo, che mi fece maschio
e non femina’.

32. Facezia 31

Diogene, filosofo cinico, cioé canino e mordente
perché ognuno riprendeva, getata via ogni sua roba
seguitò la povertade in tanto che non si riservò se non
una taza da bere; poi vedendo gli puti bevere al fiume
cum le mane zunte diss'egli: ‘I' non sapeva ancora che
la natura de le mane m'avesse fato bichiero’; e cussì
rotta la taza bevete sempre cum le mane.
Abitava per casa in uno vasello rivoltandolo secon-
do
[p. 150v]

il volger del sole. Alexandro Magno, trovan-
dolo un dì in questo vaso, il dimandò se da lui voleva
cossa niuna. Diogene rispose: ‘Levati dinanti dal mio
vasello, che tu non mi togli quel sole che tu non mi
potresti dare’. Gli compagni d'Alexandro il dimando-
no: ‘Che ti par di quest'omo?’. ‘Per certo’, diss'egli,
‘se io non fosse Alexandro voria esser Diogene’.
Andava questo buon omo alcuna volta da bel mezo
dì cum la candela impresa per piaza. Dicevano alcuni:
‘Che vuo' tu far di questa lanterna, o Diogene? L'é sì
bella lume de dì’. Lui rispondeva: ‘I' vo cercando un
omo’. Loro dicevano ‘Tu ne hai tanti inanti a gli
ochi’. Diogene rispondeva: ‘Voi setti bestie, non
omini’.

[p. 151r]

Alcuna volta manzava in mezo de la piazza.
Dicevano alcuni: ‘Non ti vergogni tu a manzare in
piaza?’. Lui rispondeva: ‘Non si vergogna la fame a
trovarmi in piaza?’. Trovandolo un dì Aristippo filoso-
fo manzare de l'erbette gli disse: ‘O Diogene, se tu
sapessi vivere cum gli omini non manzaresti erbe’. Lui
rispose: ‘E se tu sapessi manzare de l'erbe non saresti
adulatore de' tiranni’.
Erano compagni Diogene e Democrito e andando
per le citade come vedevano qualche vanitade o pacia
de gli omini Diogene continuamente piangeva per com-
passione, Democrito rideva avendose piacere e calefan-
do le bestialitade umane. Ma de Democrito
[p. 151v]

non
mi maraveglio se tanto rideva, perché il ridere si po far
senza spesa, ma che le lagrime abundasseno tanto a
Diogene molto é da maravegliare. Ma se fosseno stati a
li tempi nostri e avesseno viste tante fuoze nove che
tuto il dì si fano e di berette e di calce schiapate e
divisate; le nostre done cornute cum tanti balci, tanti
zocoli, tanti frisi, tante frappe, tante zelosie, tanti reca-
mi, tante code, tanti chiavacuori (questo gli mancava
bene!); e questi todeschi cum quelle caviare bagnate,
cum quelle punte cussì lunghe, o gli franzosi cum que-
gli spalazi o lavezoli di brette: ben credo che Diogene
seria schiopato di dolore e consumatosi
[p. 152r]

di lagri-
me, e Democrito se seria sbrendelato di riso.

33. Facezia 32

Venendo a morte Diogene, gli amici il dimandava-
no se volea ordinare qualche cossa per la sepultura.
Lui rispose:
‘Non voglio altra sepultura ca 'l cielo. Lassatime
star ne la via’.
Dicevano coloro: ‘Veranno li cani e ocelli e sì te
manzarano.’
‘Ben’, disse lui, ‘metteretimi da lato un bastone
acciocché gli possa caciar via’.
‘Mo tu non sentirai niente’ dicevano egli.
‘Se io non sentirò’ disse Diogene ‘a che buono
questa solenitade di sepultura?’.

34. Facezia 33

Disputando Platone cum Diogene e riducendo sem-
pre ogni parlar suo a quelle soe universale idee e

[p. 152v]

general forme, in luoco de la mensa diceva sem-
pre la mensalitade. Dicendo Diogene: ‘Io vedo la men-
sa e non la mensalitade’, rispose Platone:
‘Non me maraveglio, perché l'ochio col qual si
vede la mensa tu l'hai, ma l'ochio cum che si vede la
mensalitade tu non l'hai’.
Onde si po comprendere ch'el non fo intenzione de
Platone che le idee fosseno sustanzie reale existente in
la natura, separate da gli individui sensibili, ma che
l'intelletto é quelo che cum soe astrazione fa la univer-
salitade ne le cosse.

35. Facezia 34


Aristippo dimandava a Dionisio, re di Sicilia, che
gli sovegnesse di certa quantità de dinari. Rispose
Dionisio:
‘Gli filosofi non hanno bisogno de
[p. 153r]

dinari’.
Disse Aristippo:
‘Satisfà in prima a la dimanda mia e poi ti ri-
sponderò’.
Dionisio gli fece dare gli denari. Rispose allora Ari-
stippo:
‘Tu dici il vero: che non ho più di bisogno’.

36. Facezia 35


Bruto, citadino romano, avendo consumato il so
patrimonio e fra le altre cosse venduti certi suoi bagni,
dicendo un dì ch'el sudava forte, Crasso oratore
rispose:
‘Non é meraveglia se tu sudi, perché nuovamente
tu ei nessuto de gli bagni’: (intendendo che gli avea
venuti, sì che ne era ussito da divero).

37. Facezia 36

Spurio Carvilio, zopegando fortemente per una feri-
ta auta in bataglia per diffensione de la republica, per
vergogna non si attentava de venire
[p. 153v]

in publico.
La madre gli disse:
‘Che bisogna che tu ti vergogni, figliol mio? Ogni
volta che tu farai un passo ti ricordarai de le vertù
toe’.

38. Facezia 37

Tizio, bon zugadore di bala, era suspetto che di
notte rompesse certe statue d'arzento riposte nelle chie-
se. Onde mancando un dì a lo exercizio consueto e
dimandandolo gli compagni, Terenzio mostrando di
scusarlo disse:
‘Forsi che lui ha rotto un brazo’.
Si potea intendere che lui se avesse rotto un brazo
zugando a la balla, o che avesse rotto un brazo di
qualche statua per robare.

39. Facezia 38

Quinto Fabio Maximo avendo raquistato la cità di
Taranto presa da' Cartazenesi e volendossi scusare il

[p. 154r]

castellano dicendo: ‘O Fabio, per mia opera tu
hai guadagnato Taranto’, rispose Fabio:
‘Tu dici il vero: perché se tu non l'avesti perso io
non l'aria recuperato’.

40. Facezia 39

Scipione Nassica era venuto da Ennio poeta e di-
mandandolo da l'usso una schiava rispose ch'el non era
in casa. Nassica s'accorse che per comandamento del
missere costei avea fato tal risposta e che invero lui era
in casa. Da lì a pochi zorni acadette che Ennio venne a
casa di Nassica e dimandandolo da la porta Nasicca si
fece a la fenestra cridando: ‘Io non sono in casa’.
‘Come’, disse Ennio, ‘non cognosco io la voce
toa ? ’.
Allora Nasica rispose: ‘Che vergogna é la toa?

[p. 154v]

L'altro dì, quando io te dimandava, credetti a la
schiava toa che tu non fossi in casa: e tu non credi a mi
stesso?’.

41. Facezia 40


Antonio volendo occultamente riprendere un servo
ladro disse:
‘Costui solo é quelo a chi niente sta serrato né
chiavato in casa’.
Questo anche si potria dire de uno bon fameglio.


42. Facezia 41

Uno dimandava Crasso:
‘Si vengo da ti inanci dì, te serò io molesto?’.
Lui rispose:
‘No me serai molesto’.
Questo parlar fu dubioso, come appare a chi li
pensa bene.

43. Facezia 42

Lucio Porzio dimandato da Catone: ‘Attu moglie
secondo il tuo appetito?’, rispose:
‘No ch'i' no l'ho secondo il to appetito, anci secon-
do il mio’.

44. Facezia 43

Marco Servilio dimandava Marco
Pinario
[p. 155r]
:
‘Se io dico contra di te, me maledira' tu come tu
ha' fatto gli altri?’.
Lui rispose:
‘Come seminerai cussì mederai’.

45. Facezia 44

Fo una usanza apresso gli antichi che quando uno
moriva gli mettevano in boca uno quatrino per pagare
il nolo de la nave a Carone nuchiero de la Stigia palu-
de, la qual bisognava passare cadauna anima secondo il
credere loro. Uno filosofo morendo non si ricordò di
questo quatrino e venendo al passagio e dimandandogli
Carone il quatrino rispose:
‘Gli filosofi non si curano di queste cosse’.
Disse Carone:
‘Non sapevi tu l'usanza?’.
‘Ben sa' ch'io la sapeva’, disse il filosofo; ‘ma
volivi tu ch'io stesse per un quatrin di morire?’.

46. Facezia 45


[p. 155v]

Quinto Opimio consulo, che giovinetto era
stato infame, dicendo a uno piacevole chiamato Egilio
che pareva lascivo e non era: ‘O Egilia mia, quando
venera' tu da mi cum la toa roca e lana?’, rispose:
‘Non me attentaria per certo, perché mia madre
m'insegnò che non andasse a casa di persona famosa’.

47. Facezia 46

Uno siciliano oldendo un amico lamentarsi che la
dona soa s'era impicata a un figaro: ‘Deh, per Dio,
dame qualche tagliolo di quest'arbore’, dissegli, ‘ch'i'
lo pianti’.

48. Facezia 47

Esopo, antichissimo fabulatore greco e molto piace-
vole, trovando un dì una femina apicata ad una arbore
disse:
‘Dio volesse che tutti gl'arbori producesse tal frut-
ti, perché di tutti gli animali che
[p. 156r]

genera la terra,
l'aiere, l'aqua, non é niuno pezore de la femina’.

49. Facezia 48

Catulo dimandato da uno tristo oratore che gli pa-
resse de una soa orazione e se l'avea mosso misericor-
dia e compassione, come se richedeva in quella causa,
rispose:
‘Grande, per certo: non credo che sia stato uomo a
chi non sia parsa la orazione toa tuta miserabile’.

50. Facezia 49

Catone percosso da uno che portava una cassa, di-
cendo collui: ‘Guarte!’, dissegli:
‘Me voristu mai ferire un'altra volta?’.

51. Facezia 50

Scipione podestate assegnava per procuratore a uno
siciliano un so amico nobele ma grosso e indotto. Disse
il siciliano:
‘Deh, per Dio, misser lo podestate,
[p. 156v]

datti
questo procuratore al mio avversario e a mi non ne dati
niuno’.

52. Facezia 51

Siando un altro cativo avvocato per tropo cridare
tuto arregaito, un so amico chiamato Granio gli dava
conseglio che bevesse certo vino fredo e artificiato.
Dicendo lui: ‘Se io il facesse perderia la voce’, rispose
Granio:
‘Meglio seria ca perdere la causa’.

53. Facezia 52

Scauro essendo in odio perché possedeva li bieni
de uno morto senza testamento, Gaio Memmio accusa-
tore passando oltra un altro morto che si portava a la
sepultura rivoltato a Scauro dissegli:
‘Vette, o Scauro, il morto vien portato: guarda se
tu potessi esser suo possessore ed erede’.

54. Facezia 53

Lamentandossi alcuni de Lucio Lucullo
[p. 157r]

che
'l bestiame suo si pascolava ne gli campi altrui, Appio
mazore mostrando de difendere Lucullo disse:
‘Questo bestiame non é di Lucullo, vui aradigati: a
mi pare ch'el sia libero, perché si pascola dove gli
piace’.

55. Facezia 54

Crasso volendo calefare Sillo che diceva un testimo-
nio contra di lui:
‘Per certo’, disegli, ‘o Sillo, il po essere che colui
da chi tu dici avere odito questo fosse curozato’.
Sillo consentite.
‘Il po anche molto bene esser’ disse Crasso ‘che
tu non habii bene inteso’.
Consentendo Sillo ancora a questo, disse Crasso:
‘Forsi potria essere che questo che tu dici in tuto
non l'avesti udito’.
Questo parlar fu sufficiente a confundere

[p. 157v]

quel testimonio.

56. Facezia 55

Gaio Lelio dicendogli uno malamente nassuto che
l'era indegno de gli suoi mazori rispose:
‘Ma tu ei ben degno de gli tuoi’.

57. Facezia 56

Marco Lepido exercitandosi gli altri nel campo lui
si rivoltava per l'erbetta fresca dicendo:
‘Io voria che cussì fatta fosse la fatica’.

58. Facezia 57

Lepido censore avendo tolto il cavalo a uno zovene
per qualche soa dissoluzione e cridando gli amici suoi:
‘Che risponderà lui al padre per qual cagione gli sia
stato tolto il cavalo siando bon lavoratore, bon massa-
ro, modestissimo, temperatissimo?’, rispose:
‘Ditegli che di tute queste cosse non ne credo nul-
la’.

59. Facezia 58

Siando gran contesa e dubio in una
[p. 158r]

brigata
d'omini qual cossa fosse più da desiderare, chi diceva
‘Io voria esser Papa’, chi diceva ‘E mi un gran capita-
nio’, ‘E mi un gran valentomo’: chi una cossa e chi
un'altra. Un puto ardito disse:
‘E mi voria essere un melone, perché ognuno mi
basaria di sotto’.

60. Facezia 59

Essendo grande ammirazione e stupore de la pru-
denzia e discrezione de un puto che sopra la etade
pareva savio, disse un vechio:
‘Sapiati che costui serà matto in vechieza, perché
la perfezione inanti il tempo fa indebilire e marcire gli
sentimenti’.
Il puto inzegnoso subito rispose:
‘Vui adonca dovevati essere molto savio in gioven-
tude, poiché setti sì pazo in vechieza’.
E cussì percosse l'avversario cum l'arma soa.

61. Facezia 60


[p. 158v]

Dionisio siracusano, non solamente crudiele
ne gli omini ma ancora disprezatore de la divinitade,
tanti suoi sacrilegii quanti si sano cum trepevole parole
avea piacere di mottegiare.
Spogliato il tempio di Proserpina a Locri, ritornan-
do in nave per mare e avendo buon vento, ridendo
disse a gli compagni:
‘Vedeti vu come Dio presta prospera navigazione a
li sacrilegi?’.
Tolto ancora da la statua di Iove uno vestito d'oro
di gran peso, il quale gli avea offerto e donato il re
Ierone de le spoglie di Cartaginesi, e rimesogli un man-
tello di lana, disse che quel d'oro la state seria tropo
grieve, l'inverno tropo fredo: ma quel de lana ad ogni
tempo seria conveniente.

62. Facezia 61


[p. 159r]

Siando anche in Epidauro comandò che fos-
se tolta la barba d'oro al Dio Esculapio, dicendo non
convegnersi che 'l padre Apollo senza barba si vedesse
e lui barbato si depingesse.
Toglieva ancora de le chiese le tavole d'arzento e
d'oro; e perché in quele secondo il costume de la Gre-
cia era scritto che fosseno de gli dei buoni, lui diceva
che volentiera usaria la buntade loro. Levava eziandio
le tace, le corone, le altre oblazione che pendevano da
le mane de le statue de gli dei, dicendo che li accettava
e non le toglieva, affermando ch'el seria gran pacia
pregar tuto il dì gli dei che ne desseno del bene e non
volere accettare
[p. 159v]

quel che loro porgesseno cum
le soe mane.

63. Facezia 62

Essendo Dionisio odiato da tutta la terra di Siracu-
sa per l'asperitade de gli costumi suoi e graveze insu-
portabile e desiderando ognuno la morte soa, sola una
dona de extrema vechieza tutto il dì a' tempo del maiti-
no pregava Dio ch'el mantenesse in lunga vita.
Cognoscendo il tiranno non meritare questa benivo-
lenzia, la fece chiamare e dimandola per qual suo meri-
to facesse questo. Disse la vechia:
‘Per bon rispetto il facio, o signor: perché mi ricor-
do siando puta che avevemo un rencrescevole tiranno,
sì che desiderava ch'el mancasse presto; morto lui, suc-
cesse un altro
[p. 160r]

più crudiele, e cussì mi parea
dovere essere utile che tosto si finisse la soa signoria;
setti poi venuto voi pezore de gli altri, e però temendo
che se voi moresti non ne venisse un altro più cativo la
vita mia voria mettere per la vostra salute’.
Cussì faceta audacia si vergognò Dionisio a punir-
la.

64. Facezia 63

Claudio imperatore ebbe molto del simplice, e fra
l'altre cosse sentendo che uno era stato in pericolo di
morte per volere ritenere la ventositade, ché non ussis-
se di sottovia, fece fare una crida che ognuno libera-
mente fosse in che noçe o conviti si volesse senza timo-
re di vergogna alcuna potesse rutellare, soffiare, pette-
giare a suo modo per sanitade del corpo
[p. 160v]

e amo-
lare li presonieri, affermando che trentasei di cussì fat-
te ventositade potria generare una postema.

65. Facezia 64

Andrea da Labolico, omo avarissimo, venendo un
dì a casa secretamente per vedere se qualche mala mas-
saria si facesse, trovò che la dona coceva un ovo per gli
putini. Tuto coruçato:
‘Orsù’, dissegli, ‘porta qua un altro mezo ovo e
tri cuo' d'aio: da poi che la va a strusiare, strusiemo al
nome del Diavolo’.

66. Facezia 65

Maestro Guarino, utile precettore de la nostra gio-
ventude, passando oltra la Tadia Bonlea, bellissima
donzelina, e dicendo alcuni: ‘Per certo, misser, questa
fantina meritaria bene qualche bel verso’, rispose il
bon vechione
[p. 161r]

tutto piacevole:
‘Vui ditti il vero: che la meritaria d'esser versata e
riversata a la pulita da qualche zentil oratore o poeta’.

67. Facezia 66

Lodovico Casella, referendario dignissimo, nel qual
erano insieme racolte tutte le vertude, aspetto grazioso,
eloquenzia, umanitade, modestia, scienzia, una destreza
tropo mirabile, il qual la natura produsse per dar exem-
pio de un omo compito, la cui morte ha dato gran dano
a gli omini litterati (o Dio, che attu voluto fare?) [...]
avendo adunca in odio Lodovico queste assentazione e
blandizie che a questo tempo si usano nel
[p. 161v]

parla-
re e odendo uno che tante volte gli diceva "‘la vostra
magnificenzia, la vostra zuca fresca’:
‘Deh’, dissegli, ‘riserva questo mangiar de fiche a
la state, perché adesso non sono abonite’.

68. Facezia 67

Trepando ancora un dì questo nostro dolcissimo
Casella cum gli altri cancellieri e ragionando de la mor-
te a chi prima dovesse tocare, rivolto a ser Costantino
di Lardi:
‘Per certo’, dissegli, ‘padre nostro, voi setti pur il
più vechio: de ragione il toca a voi dar luoco a qual-
cheduno’.
Ser Costantino turbato gli rispose:
‘Io morirò quando Dio vorà; ma cussì vechio co-
me me vedetti voria manegiar meglio ca tuti quanti voi
un roncone bolegnese’.

69. Facezia 68


[p. 162r]

Maestro Zoane depintore, omo molto face-
to, era diventato tuto pallido e giallo e marzo. Entran-
do il Marchese Nicolò in la soa cancellaria e vedendo
costui in su l'usso disse:
"‘Che fatti vu qui, maestro Zoane?’".
Lui subito rispose:
"‘Signor, io so che a gli consegli vostri bisogna
omini maturi: non credo già che in Ferara sia il più
maturo omo de mi, sì che sto aparechiato’".
Siando il preditto in su il morire, gli parenti il
dimandavano se volesse ordinare più una cossa ca un'al-
tra. Disse lui:
‘Mai sì ch'io voglio una grazia da voi: che frate
Zucone, cum quella soa b [o] ca storta, non mi canti
sopra il corpo, perché il mi bisognarà star savio cum le
man zunte; ma se per la mala
[p. 162v]

ventura questo
frate Zucone mi canterà sopra non potrò star che non
rida’.

70. Facezia 69

Danti Aldigieri, poeta fiorentino, fo molto pronto a
rispondere. Siando molto speculativo e contemplativo
un dì oldendo la messa, o ch'el facesse per esser tropo
astratto a qualche sottile fantasia, o forsi a studio per
delezare gli nemici suoi, non si inzenochiò né si levò il
capuzo levandosi il corpo di Cristo. Gli emuli, che
molti avea perch'era valentomo, subito corseno al
vescovo accusando Danti che era eretico e non avea
fatto riverenzia al sacramento. Il vescovo fece chiamare
misser Danti riprendendolo de l'atto suo e dimandando-
lo che avea fatto
[p. 163r]

quando si levava l'ostia. Lui
rispose:
‘In verità io avea la mente mia sì a Dio che non mi
ricordo che atto facesse col corpo; ma questi cativi
omini che aveano l'animo e gli ochi più a mi ca a Dio
ve 'l saperiano dire. E se loro avesseno auta la mente a
Dio, non seriano stato a guardare quel che mi facesse’.
Il vescovo accettò la scusa e conoscette Danti per
savio uomo, scorgendo quegli invidiosi per bestioni.

71. Facezia 70

Siando anche a mensa cum misser Cane da la Scal-
la, che fo un graziosissimo signore, e volendo lui trepa-
re un poco cum Danti e incitarlo a qualche motto ordi-
nò cum gli servitori
[p. 163v]

che assunasseno tutte le
osse e occultamente le ponesseno a gli piedi de Danti.
Levate le tavole, vedendo la brigata tante osse cussì
adunate a gli piedi di Danti, cominciono a ridere diman-
dandolo se fosse maestro de dati. Lui subito rispose:
‘Non é maraveglia se gli cani hanno manzate le
osse soe; ma io non son cane, però non li ho potuto
manzare’.
E questo disse perché quel signore avea nome mis-
ser Cane.

72. Facezia 71

Un altro buffone per instizarlo gli disse:
‘Che vuol dir questo, misser Danti: che vui sì gran
valentomo e savio setti cussì povero, e io matto e igno-
rante son sta' fatto rico da questo mio signore?’.
Danti rispose degnamente:

[p. 164r]

Se tu ei rico non mi maraveglio, perché tu
hai trovato un signore simele a ti. Quando ancora io
troverò un signore simile a mi lui mi farà rico’.

73. Facezia 72

Un censore a Roma vedendo un omo d'arme esser
grassissimo lui e aver il cavallo magrissimo il dimandò
qual fosse la cagione di questa differenzia. Lui rispose:
‘Io me attendo a mi stesso, ma il famiglio attende
al cavallo’.
Per queste parole fu privato de la milizia e toltogli
il cavallo.

74. Facezia 73

El se vi fo una volta un buon omo in su el terreno
di Fiorenza che si tolse questo a fare: di volere castiga-
re li matti. Fece in casa una poza cava piena d'aqua
cum multi scallini
[p. 164v]

e secondo il grado de la pacia
a cadauno assignava conveniente luoco. Teneva il fami-
glio di fuor, ché introducesse tuti gli paçi che pas-
sasseno.
Or tuto il dì andava uno ocellatore dinanti a l'usso
suo cum cani e falconi, chiamando, cridando e consu-
mando il tempo. Costui fastidito gli dice un dì:
‘Che exercizio é questo tuo?’.
Lui gli narra come va discorrendo per le campagne
per trovare ocelli da pigliare e manda inanti gli bracchi
da bon naso a far reburir le quaglie e altri ocelli; e
come spesso gli sparvieri, non potendo pigliarli, si di-
sdegnano e ascendeno qualche arbore e lui sta nel sole
ardentissimo pur
[p. 165r]

chiamando bau bau, toi toi
rivoltando ne so che ludro, e falo alcuna volta dispera-
re e biastemare.
Disse allora il fameglio:
‘Doh, fratel mio, fuggi quanto tu poi, ché se 'l mio
misser ti vede in su questa bestia cum quest'altra bestia
a mano e cum quell'altra in pugno te meterà nel fondo
de la soa poça come il più matto omo che mai ve-
desse’.
Volse dimostrare che questo exercizio non é da
fare se non rare volte e solamente da' signori e potenti
per recreazione de le soe gran fantasie; perché non par
si debba far stima di quegli che usano più cum le bestie
ca cum gli omini.

75. Facezia 74

Maestro Biasio da Parma, excellente matematico e
astrologo, fo singularmente
[p. 165v]

trepevole. Avendo
in presto un libro dove trovava qualche notabele ditto,
in luoco de mane gli facea misser Santo Priapo, dicen-
do che quel membro era più noto ca la mane e meglio
reduria a memoria tutti gli notabili.

76. Facezia 75

Leggendo lui nel studio di Pavia e vedendo che per
la guerra del Duca de Milano cum Veneziani non si
facea il debito a gli dottori, ma a gli soldati si davano
le paghe inanti trato, vestitose curto cum una zornea da
soldati si fece scrivere per balestriero. Legendosi poi la
lista de gli soldati dinanti al Duca fu chiamato Biasio
da Parma. Il Duca maravegliato gli disse:
‘Non setti vui
[p. 166r]

maestro Biasio da Parma che
é conduto a liegere nel studio mio?’.
Risposse lui:
‘Ben sapetti ch'i' son desso: quando si pagava li
dottori io legeva volentiera; adesso che si paga gli sol-
dati voglio esser soldato’.
Questa piaceveleza il fece contentare e cussì lassato
il balestro ritornò a gli libri suoi.

77. Facezia 76

Papa Nicola, fautore e amatore de le littere e ne la
scienzia riponendo tutto il so piacere, era incitato da
certe potenzie d'Italia che si metesse anche lui in liga
per fare guerra. Lui sempre rispondeva:
‘De guerra e de archimia niuno mi parli’.

78. Facezia 77

A la Santitade Soa venendo Allegrino,
[p. 166v]

buon
sonatore de la piva mocetta; e avendo fatto molti atti e
pacie assai dimandogli una gran quantità de denari. Il
Papa, disprezatore de simeli buffoni, si scusò per la
graveza de la Camera. Disse Allegrino:
‘Almanco, beatissimo Padre, datime una benedizio-
ne amplissima’.
Allora il Papa cum la mano larghissima gli fece il
segno de la santa croce sopra il capo, e dettegli anche
indulgenzia di parechie quarantine.


79. Facezia 78

Il Cardinal niceno, patriarca di Costantinopoli, chia-
mato Bessarione, omo sapientissimo, valentissimo, mo-
deratissimo, che per scienzia, per eloquenzia, per gran-
deza d'animo, per onesti costumi, mille
[p. 167r]

volte ha
meritato il papato, se la invidia non regnasse, dicendo-
gli certi amici che ancora speravano di vederlo Papa,
rispose:
‘Non dite questo, perché non son de gli più tristi’.
Volse dimostrar che per le più volte quella mitria
di mal in peggio si travasa.

80. Facezia 79

Fatto che fu il Cardinale greco, maravegliandossi
gli altri che non mettese gioso la barba ma pur la
servasse secondo il costume de' greci, disse misser An-
gelotto, romano cardinal de San Marco:
‘Non vi maravegliati, perché tra tante capre sta
molto bene un beco’.

81. Facezia 80

Misser Bernabone, signor di Milano, essendo ritro-
vato in un bel giardino cum una belissima damisella da
un
[p. 167v]

religioso che sempre potea intrare a lui quan-
do gli piacesse, sdegnato che cussì importunamente fos-
se costui venuto, si pensò de pigliarlo in parole per
aver iusta cagione de farli male e disse:
"‘Dittemi, misser, se vui vi ritrovasti in uno luoco
secrieto e dilettevole cum cussì bella dona che faresti
voi? ’.
Il savio frate rispose:
‘Signor, i' so bene quel che doveria fare, ma quel
che mi facesse non so’.
E per questo parlar schifò l'ira del curozato signo-
re.

82. Facezia 81

Ragionandose ne la corte del Duca de Milano de la
facundia e bei muodi de un frate che il dì del venere
santo predicando avea commossa tuta la brigata e fatto
piangere ognuno [...]

83. Facezia 82


[p. 167r]

[...] gli servi di Dio. E cussì quelle benedet-
te brache tute ruzinente, amufate, puzolente, che sapea-
no da scraizo, da poeta que pars est, da mille sapori,
cum dupieri accesi e croce e summa riverenzia fono
riportate a la chiesa e riposte in luoco sacro come di-
gnissima reliquia.
O quante simile lordure e ribaldarie si commetteno
da questi pizocari e ipocriti, come quelo che misse
l'aqua nel muro dove era la figura de la Vergine Maria
depinta e dette ad intendere che la piangeva; e quel
altro che un osso d'aseno o di cavallo dicea esser il
brazo di san Cristofalo.

84. Facezia 83

Una volta fo presentato un orso molto mansueto al
Re di Persi, e dicendo
[p. 167v]

lui che non gli mancava
altro ca il saper parlare, un presuntuoso se offerse larga-
mente di volere insegnare di parlare a questo orso, sì
che in spacio di cinque anni proferiria voce umane,
cum questo che volea mille ducati inanti trato e poi
altretanti amaestrato che fosse l'orso.
Il signor vedendo l'ardita promessa di costui gli
fece dare li dinari dimandati, credendo che parlasse di
bon cuore e che cussì tenesse di fermo. Un amico di
quel temerario gravemente il riprendeva che avesse pro-
messo al signor cossa impossibile, di che ancora ne
seria malcontento. Lui rispose:
‘Tu mi pari un omo del quarantasei: el non po [...]’

85. Facezia 84


[p. 168r]

Un medico di poche littere, che medicava
cum certe soe ricette imparate da qualche vechia, avea
una soa usanza di guardar sempre in su la banca del
letto e atorno li amalati se vedea gusse o scorce di
frutti, acioché se pezoravano potesse dire che avessero
fatto disordene. E spesse volte diceva il vero, ché l'ama-
lato avea manzato o fiche o uva, o pere o perseche,
secondo che trovava le gusse per casa.
Pur un dì essendo l'amalato molto pegiorato e non
trovando niuna gussa per casa, perché la camara era
ben spazata e polita, voltò l'ochio sotto la lettiera e
vette un basto d'aseno.
‘Ben’, disegli, ‘non mi maraveglio se setti pegiora-
to,
[p. 168v]

perché avetti fatto un grandissimo di-
sordene’.
L'amalato, che sapeva di certo non aver mangiato
niuna cossa contraria, molto si maravegliò de le parole
del medico dicendo:
‘E che disordine ho io fatto?’.
Disse il medico:
‘Voi avetti mangiato carne d'aseno: io vedo bene il
basto sotto la lettiera’.
L'amalatto ebbe tanta recreazione di questo fatto
che tuto consolato guarrite, e sempre gli fo da ridere.

86. Facezia 85

Un altro amalato vedendosi ogni dì star pezo per le
medicine che toglieva se deliberò de non pigliarne più
niuna, ma lassar fare a la natura il corso suo; e quanti
siropi gli mandava il medico tutti li facea
[p. 169r]

mette-
re sotto il letto, e dava ad intendere al medico che gli
avea beuto.
Ogni dì grazia de Dio andava megliorando; il medi-
co se tenia buono laudando le medicine soe e siando
colui quasi guarrito disse il medico:
‘Acioché più presto possiati guarire vi manderò
l'ultima medicina, che in tuto vi risanarà’.
L'amalato la fece pur mettere cum le altre. Torna
poi il medico a visitarlo e vedendolo ben guarito regra-
zia Dio e le medicine soe. Disse il buon uomo:
‘Per certo, missere, l'é gran forza quela de queste
vostre medecine, che essendo poste sotto la lettiera me
hano risanato. Ben credo se le avesse beute me ariano

[p. 169v]

fatto immortale’.
E cussì tutte adunate in uno bacile le presentò e
rese al medico, dicendo che se le portasse via perché
lui non avea più di bisogno.

87. Facezia 86

Uno abbate grassissimo, come soglieno essere gli
suo pari per tropo studiare, veniva verso Ferara e sopra-
zunzendo la sira temeva de non potere arivare a tempo.
Trovando un contadino il dimandò s'el potria intrare
dentro da la porta. Il bon uomo risguardando a la
grasseza soa rispose:
‘El ge intraria bene un carro di feno: guarda se tu
gl'intrarasti’.

88. Facezia 87

Una donna tutta la notte stentata e travasata dal
marito come fastidita
[p. 170r]

e curozata disse:
‘Io priego Dio che tu non possi mai far altro’.

89. Facezia 88

Un dottore legista essendo amalato e vogliando il
medico vedere l'urina, la fantesca avendola spanta subi-
to gli ripose de la sua in cambio di quela del messier. Il
medico ridendo disse:
‘Questo male averà bon fine: il nostro amalato
parturirà presto’ (perché la fantesca era gravida).
Allora il dottore turbato se rivoltò a la dona:
‘Io te 'l diceva bene, moglie mia: tu voi pur star
sempre di sopra. Vedi a che pericolo tu me hai messo:
ch'io sia gravedo’.

90. Facezia 89

Un'altra fantesca avendo scozato l'urinale dove era
l'aqua de la madona amalata, toltone presto
[p. 170v]

un
altro gli fece de la soa. Il medico vedendo questa urina
vivida e gagliarda disse:
‘Questo é un bon male’.
E rivolto al marito dissegli:
‘Questa toa dona ha più bisogno de le toe medici-
ne ca de le mie: ha bisogno di coito’.
Il marito compassionevole perché la dona soa gua-
risse presto comincia a lavorargli intorno. La bona do-
na, benché sul principio gli fosse rencresevole, pur gli
seppe sì buono e dolce che guarite subito cum la grazia
di Dio.
Imparati adunche, o medici, che tutti li morbi de le
femine una sola medicina risana.

91. Facezia 90

Cosmo di Medici, che per le richeze e potenzia e
non minor prudenzia
[p. 171r]

soa ha menato e governato
gran tempo la cità di Fiorenza come ne fosse stato bel
signore, fu dato per auditore e risponsore a certi ambas-
satori luchesi. E ordinato il luoco de l'audienzia in casa
soa secondo il loro costume, e siando a parlamento
cum quegli, un fantolino so nipote venne a lui cum
certe canuze e un cortelino ché gli facesse una piva.
Cosmo mostrando di lassare il parlamento attendé al
putino e fecegli la piva, dicendo che se andasse mo a
zugare.
Gli ambassatori sdegnati se rivoltono a Cosmo
dicendo:
‘Per certo, misser Cosmo, nui non se potemo assai
maravegliare de gli fatti tuoi: che siando venuti a ti

[p. 171v]

per parte de la nostra communitade a trattare di
gravissime facende lassi star noi e attendi a' fantolini’.
Cosmo ridendo e abracciandogli disse:
‘O fratelli e mazuri miei, non setti anche voi pa-
dri? Non sapetti che amor sia quello de' fioli e nipoti?
Vi datti maraveglia ch'io abia fatta la piva: bon fo che
non disse ch'io sonasse, che averia anche sonato’.
E replicando ciò che aveano detto gli fece intende-
re che avea auta la mente a' fatti suoi.

92. Facezia 91

Misser Francesco Foscari, dignissimo e magnanimo
Duce di Vinesia, dimandando certi castellani che si
vedesse di ragione se dovevano perdere le castelle soe,
rispose:
‘Fratelli miei, da
[p. 172r]

diece millia ducati in suso
non si dà sentenzia in palazo da' iudici, ma ne la campa-
gna da' soldati’.

93. Facezia 92

Francesco Sforza Duca di Milano, che certo a li dì
nostri é stato un glorioso e venturato taliano, de picolo
stato salito a tanta signoria, dicendogli alcuni che era
tropo cupido in volere sempre vincere e star di sopra,
rispose:
‘Vi prometo che se io zugasse a manzar tortelli
voria sempre vincere’.

94. Facezia 93

El Conte Galeazo suo figliolo e adesso valorosissi-
mo Duca di Milano, il qual ne la gioveneza soa cegna e
dimostra di volere essere un notabilissimo signor, es-
sendogli detto che non tropo iustamente avea pigliato
Bresello, rispose:
‘Io pigliaria
[p. 172v]

el Paradiso s'el non fosse ben
guardato’.

95. Facezia 94

El sapientissimo e dolcissimo Duca Borso, del qual
seria difficile a dire qual sia la mazor virtù perché tutte
insieme copiosamente gli abundano, ricomandandossi a
lui un poveretto ché l'aiutasse perché avea dona e figlio-
li e la famigliola grieve, trepando rispose:
‘Tu non dovevi tuor dona vedendote povero e non
potergli far le spese. Tu dovevi far come ho fatto io,
che cognoscendo di non potere suplire e satisfare a'
desiderii de le done piutosto me ho voluto astegniere’.
E dicendo colui aver fatto come fanno gli altri gli
usò la consueta cortesia soa.

96. Facezia 95

Monsignor de Fois, onestissimo e mansuetissimo

[p. 173r]

protonotario e certo grandissimo ornamento del
studio nostro, invitandolo alcuni a zugare a scachi o
tavole, rispose:
‘Non mi par da perdere tempo in quelle cosse ne
le quale anche gli stabularii e vilissimi omini sono avan-
tagiati’.

97. Facezia 96

Misser Ercule da Este, tuto savio e pesato signore e
magnanimo e prudentissimo capitanio, oldendo uno
omo da poco e povero che si gloriava d'esser stato fatto
cavaliero dal Re di Napuli, rispose:
‘Meglio seria che te avesse donato mille ducati’.


98. Facezia 97

Bonvicino, fattore general e amatore del so signore,
facendo un dì
[p. 173v]

un magnifico e dignissimo presen-
te al Duca Borso, Scocola buffone rivolto al signore
disse:
‘Non l'acetare, signor, ch'el te costarà più ch'el non
vale: tu il pagarai il dopio’.
Cussì alcuni mostrando di donare vendeno caramen-
te.

99. Facezia 98

Al tempo del Marchese Nicolò, benigno e real si-
gnor, fo uno che se gli offerse a volere insegnare di
sparmiare e far massaria di certe superflue spese che si
faceano ne la corte. Il signor mostrò di darli orechie
dicendo che era molto contento.
Fece adunche costui stare il Marchese parechie not-
te ascoso a vedere gli furti che si faceano da la cocina,
da la panataria,
[p. 174r]

da la caneva, da la speciaria, da
la spenderia, da le altre salverobe, sì che vedea portare
chi pane, chi vino, chi carne salata, chi castagne, chi
altri frutti, chi candele e cetera. Disse alora costui:
‘Vedeti mo, signor: non seria buono avanzare que-
ste spesuze? Chi azunze un poco apresso un altro poco
il diventa assai’.
Rispose il Marchese:
‘A quanto ascenderia mo questo tale avanzo?’.
Dicendo colui: ‘Forsi a doe o tre millia libre’,
rispose il signor:
‘E tu voresti poi ch'io te le donasse a ti cum incari-
co de l'onor mio! Deh, lassa vivere gli poveretti sotto
le ale de l'aquila mia, che io ne son molto vago e
contento. Voria che tu me insegnassi
[p. 174v]

di far
massaria ne le gran spese, ma questo anche non si può
fare perché gli siamo derotti; e bisogna pure saziare e
contentare questi nostri appetiti che in tuto segnoreza-
no a la ragione’.
E cussì il savio signore scorse costui per un moro
turco e saraino che volesse levar via quel che sempre
era usato di fare.

100. Facezia 99

Antonio Sandelo, onorevole iudice de gli nostri do-
dece savii, litigando al so tribunale dui per una picola
quantitade e avendone tuto il dì gran fastidii e rompi-
menti di capo per non potergli accordare:
‘Per certo’, diss'egli, ‘l'é molto meglio che io pa-
ghi questi dinari perché farò
[p. 175r]

dui beni: accorda-
rò le parte e a mi levarò tanta molestia’.
Non so s'el facesse: disse bene che seria meglio a
farlo, almanco in sì picola summa; in le grande non
seria da usarsegli.

101. Facezia 100

Febo dal Sarasino per tropo luxuriare ogni dì più
perdeva la vista. Finalmente siando fatto in tutto cieco
disse lui:
‘O loldato sia Dio: che io potrò spazare quanto io
vorò che non arò più paura di perdere gli ochi’.

102. Facezia 101

Astolfo dal Campo del pero, poverissimo omo, era
sempre andato discalzo. Pur essendo uno inverno terri-
bile e molto fredo se affaticò tanto che guadagnò diece
soldi, e mandò la dona soa ne la citade
[p. 175v]

ché
comparasse un paro de scarpe.
Costei vedendo in piaça una cesta de fiche seche da
Cesena spese li dinari in fiche, e ritornando a casa
disse al marito:
‘O Astolfo mio, io ho fatta una buona spesa: tu sai
che tanto tempo avemo mangiato pan sutto; il venne
adesso la quaresema: non si passaressemo cussì bene
cum pane e scarpe come faremo cum pane e fiche. Tu
te ne starai a' pié del fuoco e non sentirai fredo, e
trastularemosse cum questo companadego’.
Cussì il buon Astolfo si consolò al meglio che pote-
te aspettando il mese di Mazo.

103. Facezia 102

La Zoana bona avendo una madona che per avari-
zia non comprava mai carne
[p. 176r]

fresca, mandata un
dì in piaza a comprare una scarana se abatete in una
dona che avea una oca grassa, e lassata star la scarana
comparò l'oca, dicendo a la madona che non gli era
scaranne e che bisognava pur vivere, ma senza scaran-
ne si potea bene sedere.

104. Facezia 103

Maestro Agostino teologo bevendo un dì di buona
malvasia:
‘Per certo’, diss'egli, ‘il si voria tagliar le mane a
quegli che podano cussì fatte vigne, perché se non si
podasseno arivariano infina a Ferara’.

105. Facezia 104

Demostene greco dovendo orare contra un nemico
de la patria, essendo sta' corroto per denari e vasi
d'arzento, venne al conseglio cum la gola
[p. 176v]

infas-
sata, scusandosi che non potea parlare perché era forte-
mente rifredato. Un altro oratore che sapea il fatto
rispose:
‘Non il fredo, ma l'arzento te ha astropata la gola’.
Demostene di questo gloriandose gli disse:
‘Io ho auto più per tacere ca ti per parlare’.

106. Facezia 105

Tullio nostro vedendo il socero suo di picola statu-
ra cum una gran spada a lato trepando disse:
‘Chi ha ligato mio socero a cussì gran cortello?’.

107. Facezia 106

Maestro Cerse, parabolano e cavadenti e çarlatore
polito, dette ad intendere a' veneziani, in quel tempo
che erano simplici e tropo buoni, che avea polvere da
far morire le pulice: ognuno corse a compararne come
fosse stato balsamo o cresma. Lui notando la buona
fede
[p. 177r]

di costoro, che aveano cusito il vestito di
reve sempio, dissegli:
‘Per certo, signori veneziani, mi maraveglio di voi
che non vogliati sapere che muodo avetti a tenere di
questa polvere. Or sapiati che bisogna far cussì: piglia-
ti queste pulice e apritegli la boca e butatigli dentro
questa polvere’.
E dicendo queste parole rideva, che se gli aria cava-
ti li denti. Li veneziani sdegnati, intesa la socheza loro,
ge butono li bussoli e scartozzi nel volto; e fu in perico-
lo.

108. Facezia 107

El Re d'Ingelterra volendo usare certa cortesia a
uno valentomo ordinò al cancelliero che gli facesse
dare mille ducati. Questo cancelliero, maligno, perver-
so, invidioso,
[p. 177v]

(non sono tuti simeli al nostro
piatosissimo e amorevelissimo Casella: o Dio, quante
volte se l'insuniaremeno!) volendo distuore il Re da
questa liberalitade disse:
‘Signore, se vedesti mille ducati in uno luoco assu-
nati vi pareria un bel numero’.
Il Re conoscendo la malignitade di costui rispose:
‘Deh, fa' ch'i' li vegga per toa fede’.
Portò costui li dinari e distendevali bene per tuta la
tavola, ché tenesseno più loco. Disse il Re:
‘Per certo, io credeva che mille ducati tenesseno
più gran posta. Or fa' che siano altretanti’.
E cussì l'invidia bevette il suo veneno.

109. Facezia 108

Fo scritta una lettera per parte del Duca

[p. 178r]

nostro ad uno podestate di Carpaneto in modenese
chiamato Polo da Foiano, ne la qual si conteneva che
dovesse pigliare un sparaviero e mandargelo ligato in
uno sacheto ché non fugisse. Le parole erano per lette-
ra in questa forma: Dilectissime noster, capias accipi-
trem et mitte nobis ligatum in sacculo ne aufugiat.
Misser lo podestà, che sapeva de la grammatica di
montagna, legendo questa parola accipitrem intese che
significasse l'accipriete, e chiamò Pavaione so genero e
dicegli:
‘Il signor mi scrive ch'io pigli l'accipriete e che ge
'l mandi ligato in un saco ch'el non fugga: qualche
tradimento de' aver fatto costui’.
Lieze quela
[p. 178v]

lettera Pavaione, che ne sapea
tanto de la grammatica quanto il misser. Liege e dice:
‘Questo é certo: che accipitrem vien a dire l'acci-
priete; ma non ditti niente al nodaro perché l'é so
parente’.
E mandono per l'acciprete dicendogli che l'era pre-
sone del Duca. Il buon omo innocente risponde che
sempre é presone del suo signore, ma che non ha fatto
mal niuno.
‘Or ben’, disseno coloro, ‘bisogna pure obedire’.
E cussì messolo nel sacco il condusseno a Ferara.
Vanno da Lodovico Casella dicendo che hanno exegui-
to quel che gi é stato commesso. Lodovico risponde
che non sa covelle di tal commissione.
‘Ma avetti vu littere’?.
‘Mai sì’ dicono costoro e mostrano la littera.
La qual legendo Lodovico se l'ebbe a piacere non é
da dimandare; ma per non discoprire la ignoranzia soa
disse ch'el seria col signore; e fogli risposto che lassas-
seno pur il priete, perché altro s'era deliberato.
E credo che d'alora in qua se son scritte le littere
per vulgare acioché non incontrasse più tal scandalo
che per sparavieri se
[p. 179r]

[pigliasseno gli acci-
prieti] .



Carbone, Ludovico.

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