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Ariosto, Ludovico

Erbolato


Indice




Erbolato




1. Capitolo Primo



[p. 93]
Egli è credibile che a principio che il sommo Id–
dio fece gli animali che in queste ultime sfere, in aria,
in acqua et in terra versano, il nuovo uomo rivolgendosi
intorno, e considerando le altre specie de' viventi, si
attristasse e della natura si ramaricasse non poco, ve–
dendo alcune levarsi a volo e salir verso il cielo, altre ne
l'acque dal sommo all'imo nuotar sicure, altre con ce–
lerità scorrere ed aggirarsi per la spaziosa terra; alcune
di penne e di piume, alcune de diversi peli e quali di
setole, e quali di cuoio e di grossi peli, e quali di dure
croste e scaglie, e quali d'acute spine vestite, e tolerar
per questo di notte e di giorno il freddo e 'l caldo, e
senza offesa di lor corpi giacere per l'umide spelonche e
sopra la nuda terra al ciel scoperto; né solo de gli sensitivi
animali essere questa natura sollecita, ma alli alberi ancora
aver concesso di potersi con doppia scorza dalla state
e dal verno riparare: e vedere appresso alcune specie di
animali di pungenti corna armate, altre di fortissimi den–
ti, alcune di robustissimi piedi, o sì veloci, che di ogni
pericolo poteano levarle in un momento. Se stesso poi
dall'altra parte considerando, si conoscea pigro e lento
e più di tutti gli altri debole, né d'alcuna difesa, o per
resistere o per fuggire, provisto. Vedeasi solo esser creato
ignudo, e con pianto e con gemito nella nuda terra es–
sere, il dì che nasce, gittato; né alcuno aver più di sé
le lagrime pronte. Egli sì inetto, egli sì imbecile che nel
suo principio non si può se non carpone muovere, né
su la persona, se non con lunghezza di tempo, reggere,
né mutare, né firmare i passi, né articulare la voce, né

[p. 94]
pure apprender di mangiare, né da sé nodrirsi. Poi si
vedea a grandi et innumerabili infermità più de tutti gli
altri soggetto. Onde, fra queste cose discorrendo, venne
in openione che gli fusse stato assai meglio non esser
nato, e che la natura facesse in lui più officio di matrigna
che di madre, come dice Plinio nel settimo. Ma la som–
ma bontà non vuolse ch'egli stesse lungamente in questo
errore et in sì grave affanno, e gli mandò una ispirazione
per mezzo della quale gli fece vedere che un sol dono che
particolarmente gli aveva concesso, oltre gli infiniti che
gli erano dati in commune, non pure uguale, ma lo
facea di gran lunga superiore a tutti gli altri animali
e questo era la ragione, con la quale consigliandosi sem–
pre, né mai da gli ottimi ricordi di lei scostandosi, era
atto a conseguire per sé solo tutte le grazie che fra molte e
diverse specie di creature avea il ciel largo compartite.
Avuto ch'ebbe il nuovo uomo quel lume, non più dan–
do, come era solito, orecchie ai sensi, ma pigliando per
consigliera e guida la ragione, s'avide esser stato fatto da
Dio Prencipe e Signore non pur degli altri animali,
ma de gli elementi ancora; e che tutte le cose che si
trovano al mondo ci erano poste per suo utile e pia–
cere, pur che pigliarle a tempo et a suo beneficio e
conservazione sua, e non a destruzione della vita, di–
spensar le sapesse. Che se bene egli era nudo, potrebbe
facendosi da gli inferiori a sé, a chi dar la lana o il pe–
lo, a chi levando il cuoio e la pelle coprir la sua nudezza,
e dal freddo e dal caldo ripararsi; e che dalla silvosa terra
e da gli altri elementi potrebbe aver materia da difen–
dersi dalle mutazioni dell'aria opportunamente; e che
per alleviare le sue fatiche quindi potria medesimamente
avere instromenti e machine, con le quali, e con opera di
più robusti animali, [ch] e con industria si sapria fare
ubbidienti, ridurrebbe i rozzi campi a cultura et a ren–
dergli
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copiosissimi frutti. E se volesse da luogo a luogo
muoversi, usando ora l'agilità de' cavalli, ora il corso
dell'acque, e spesso aggiungendovi lo spirare de' propizii
venti, non averebbe né alle gambe de' cervi, né alle pen–
ne de gli ucelli invidia. E quantunque non gli fusse stato
di native armi né d'altra difesa dalla natura provisto,
s'avvide che molti di quelli ch'aveano i denti o l'ugne
si potea far ministri e satelliti, a pigliare, occidere e
cacciare quando questi e quando quelli che overo gli
paressero nocivi e molesti, overo che per cibo o per altro
suo commodo gli facessero di bisogno. Ebbe considera–
zione appresso che a tante infirmità non era sottoposto se
non perché l'ingegno, il quale era la prencipale e propria
operazione dell'anima, non si lasciasse marcire nell'ozio,
ma sempre avesse da cercare, per conservazion di questa
vita, quali cose gli fossero utili e quali dannose; e che
tante specie d'alberi, tante varietà di erbe, tante sorte di
gummi, tante differenze di liquori e tante e tant'altre
cose non erano dal sommo Creatore prodotte indarno,
le quali conoscendo, et opportunamente adoperandole,
potria fuggire e mantenere in lungo e ottimo stato la sua
vita. E così il nuovo uomo, dove prima ascoltando i
sensi sé avea creduto d'essere la più povera e necessitosa
creatura di tutte le altre, consigliandosi poi con la ragione,
s'avide essere di tutte la più ricca e la più agiata. Così
gli si offersero molte e molte cose belle et utili, che come
da uno eminentissimo prospetto gli fe' d'appresso e da
lontano vedere la ragione, e le giudicò degne ove avesse
a porre lungo studio e diligenza grande.

2. Capitolo Secondo



[p. 96]
Ma più di tutte l'altre gli parve bella et utile e di
lunghissimo studio e grandissima diligenza degna quel–
l'arte che mostra di tenere l'uomo sano e dalla mala
disposizione ritirarlo alla buona, la quale si chiama me–
dicina; ché, senza alcun dubbio, se la vita e questo essere
è la più preziosa cosa che noi abbiamo, l'arte che di man–
tenerla in buono et ottimo stato e di prolungarla ci inse–
gna, conviene che sia la più nobile e la più necessaria
che se impari. Questa cognizione ebbero i primi uomini
e quelli che di età in età per molti secoli da loro succes–
sero; per questo non aveano in quella prima antichità
altro più caro né miglior studio, che di cercare, investi–
gare, apprendere le disposizioni e le proprietà dell'erbe,
delle piante e dell'altre cose a loro servigio create; né
più bel dono potea fare uno amico all'altro, né lasciare il
padre al figliuolo eredità più proficua, che qualche nuova
cognizione di alcuna cosa che a mantenimento e ricupe–
razione della sanità fusse utile. E si può credere che se a
quella antichissima antichità, viveano gli uomini le
centinaia d'anni, non fusse, dopo la grazia dell'onnipo–
tente Iddio, per altra causa che per la diligenza e studio
che a conservazione della propria vita usava ciascuno. E
mi conferma in questa oppenione Esculapio, medico
eccellentissimo, non nato già in quei tempi, quando gene–
ralmente la vita era sì lunga, ma in questi più inferiori,
nelli quali non si vivea più che si faccia ora. Di costui
si riferisce che tanto si confidò nella scienza sua che disse
che, se in tutto il tempo ch'egli stesse al mondo mai fusse
veduto infermo, non volea esser riputato medico. E be–
ne ottenne quanto avea promesso, imperoché senza alcun

[p. 97]
dolore o molestia menò la vita sua oltre il centesimo anno;
il che fariano forse all'età nostra molti se la inerzia, l'ava–
rizia, la gola e la libidine e più la superbia non lo vetassi
loro. Sono pochi che vogliano la fatica dello studio, e
fanno più stima di ogn'altro guadagno che di quello della
sanità e della vita; et a molti pare abastanza di sapere
tanto che loro dia credito e reputazione di medico.
Molti altri che sanno quello che loro sia nocivo si lascia–
no vincere o dalla gola o d'alcuno altro dannoso appetito.
Ma la più parte, per superbia, non si degna di usare altro
parere che 'l suo. e più tosto vuole che l'infermo muoia
che desister da quello che, o bene o male, abbia inco–
minciato, o rivocar quello che abbia detto una volta.
E non vuole avvedersi che, essendo infinite le specie delle
cose, sarebbe impossibile che l'intelletto de uno uomo
solo fusse ad investigare sofficiente le proprietà di tutte;
e che per questo è fatto l'uomo sociale e conversativo,
e ha avuto il dono della favella meglio che niuno altro
animale, a ciò che, imparando costui questa cosa e colui
quell'altra et un altro un'altra, et indi esplicando e met–
tendo ogn'uno la sua in commune, si venissero, o in tut–
to o per la maggior parte, dilucidando e risappiendo.
Ma che dico io, che non sia alcuno per sé solo sofficiente
a sapere tutte quelle cose, quando né ancora quanti ne
sono in una gran città, né quanti in una gran provincia
siano sofficienti a saperne pure la.centesima parte? Al–
tre cose si sanno in Grecia che non si sanno in Italia,
molte in India che né in Grecia né in Italia si intendono,
e molte e molte che in diversi luoghi sono né si trovano
altrove se non ivi. Altre cose nascono in Scithia che non
produce l'Egitto, molte in Egitto che né in Scithia né
altrove si conoscono, e così va discorrendo; in molti luo–
ghi se intendono molte cose che né in un luogo né in
quattro si potrebbono intendere. E per questo non parve a

[p. 98]
Platone, né a Pitagora, né ad Apollonio Thianeo, né a
molti altri li quali nelle scienze sono stati eminentissimi,
di potere imparare a bastanza in una scola sola, né in una
città quale era Atene; onde andorono peregrinando e
volsero intendere altri pareri et altre openioni che quelle
de gli Accademici, de gli Stoici, de gli Peripatetici
e de gli Epicuri. E volsero parlare in Persia con gli
Maghi, in India con gli Ginnosofisti, in Egitto et in
Fenicia con gli Profeti, in Gallia con gli Druidi, e
con gli altri che ne gli altri paesi erano riputati savi. E
così cercando il mondo, e parte udendo e parte vedendo
cose diverse, riuscirono eccellentissimi, e con il lor di–
sagio riportarono commodo et utile non solo alle loro
patrie, ma a tutta la generazione umana. Che dirò d'Apol–
line, e di Chirone e di molt'altri che. per aver con
diligenza investigato le forze e le qualità dell'erbe e por–
tato da diverse parti salutiferi rimedi a conservazion
della vita umana alle loro patrie, sono stati riveriti ed
adorati per Dii? Che se non si fussero mai dilungati
dalle paterne case, come non se ne dilungano molti me–
dici et i più stimati a nostra età, solo averiano delle
medicine che nascono ne' loro paesi, e non delle pere–
grine, avuto,notizia. E così tante e tante qualità di radici,
di legni, e di erbe, che vengono quali d'India, quali
d'Etiopia, quali di Soria, e quali de Arabia, non sa–
riano state né da Galeno, né da Serapione, né da
Dioscoride, né da Cornelio, né da Avicenna, Me–
sue, né d'alcuno altro medico Greco, Latino o Barbaro,
conosciute.

3. Capitolo Terzo



[p. 99]
Non dico questo perché io voglia derogare ad alcuno
né arrogare a me più del dovere, che derogare e dir
mal d'altri non fu, né voglio mai che sia, mia usanza;
anzi fu e sarà sempre di fare onore et avere in riverenza
ogn'uno, massimamente quelli che sono virtuosi, o che
di virtù abbiano qualche apparenza. Né anco il volermi
di me medesimo lodare non credo mi giovasse molto,
che, non apparendo altro che parole uscite dalla mia
propria bocca, più tosto starei a pericolo di acquistare
nota di bugiardo, che ritrovare credenza di veridico.
Ma lo dico per difendermi contro una falsa oppenione
che, per suggestione d'alcuni invidi et avari, è stata im–
pressa nella mente della maggior parte de gli uomini:
e questa è che i medici, che si veggono ire ora in una
terra ora in un'altra, e da questi luoghi eminenti farsi
vedere in publico, sieno di poco prezzo, e più tosto
venditori di ciance che facitori d'alcuna utile opera, e
che solo quelli che stanno fermi tuttavia in un luogo
sappiano et intendano il tutto. Alla quale oppenione ri–
spondendo, dico che se il medico il quale nelle scole e
nella prattica di una sola città si è fatto esperto e dotto
merita onore e credito, voi non mi dovereste negare,
volendomi rispondere per la verità, che assai più onore e
più credito debbe meritar quello che sia versato in diversi
studi, e sia versato in tutte le scole non pur d'Italia ma
d'oltramontani et oltra mare et in qualunque altro luogo
s'impari scienza; e discorrendo diverse province e diverse
nature e diversi costumi abbia veduto tutte l'infirmità
che imaginare si possano, et avutole in esperienza.

[p. 100]
Ch'io sia o non sia tale, l'opere e non le parole mie il
dimostrino. Le quali opere se per altro tempo o in altro
luogo m'hanno dato lode o biasimo, ne può [in] Italia
rendere testimonio la santissima città di Roma, la poten–
tissima Vinegia, il popoloso Melano con molte altre città
de Lombardia; tutto il regno di Napoli con l'isola di
Sicilia; e più di tutte l'antichissima Mantova, la nobilis–
sima città di Ferrara; ne l'una de le quali per le mirabili e
frequenti cure fatte per me in essa, l'illustrissimo suo si–
gnor Duca mi fece di sua casa, e mi donò di potere, io e
la progenie mia, portar l'arme sua che vedete dipinte
qua su; nell'altra il sapientissimo et invitissimo signor
duca Alfonso, oltre gli altri doni di che son stato da sua
eccellenza larghissimamente premiato, mi fece cavallieri
a sproni d'oro, e mi donò il titolo di conte, e volse ch'io
togliessi in Ferrara grado di dottore dell'arti e di medici–
na in quello suo eccellente e famosissimo collegio, come
ne gl'uni e ne gl'altri miei privilegi si contiene amplissi–
mamente. E partendomi da Ferrara per qualche giorno,
imperò ch'io vi sono per ritornar di corto, quello gra–
ziosissimo Signore mi fece dipinger questa bandiera in
testimonio di molte esperienze, parte da sua eccellenza
vedute, parte da essa per degni di fede testimoni intese.
Ora quale e quanto sia maestro Antonio Faventino,
che questo è il nome mio, sa, non meno dell'Italia, la
ingegnosa Alemagna, cominciando dal ducato d'Austria
sino a quello di Sansonia e di Selesia; e scendendo lun–
go il Reno per tutte le terre Franche, il sa tutta la Fian–
dra col Barbante, e sino ne l'isola di Olanda. De
l'opere mie son testimoni molti luoghi di Francia e d'In–
ghilterra e di Scozia, che tutto per ordine sarebbe lungo
a dire, e restano ancora stupefatti dell'opere mie e mira–
bili cure che in ogni generazione d'infermità far mi
videro. Ora che si volgesse verso il Levante, cercando

[p. 101]
l'Albania, la Bossina, la Romania, la Morea, l'Arcipe–
lago e tutta la Grecia sino alla famosa città di Costanti–
nopoli, e da un altro canto discorrendo per l'isole di
Candia, di Rodi e di Cipro e venendo in Alessandria
d'Egitto e nella grandissima e popolosa città del Cairo,
di Hierusalem e di Damasco e per tutta la Soria sino alla
radice del monte Tauro et alle paludi Meotide, udiria
non altrimenti esser nominato maestro Antonio Faventino
che da gli antichi Epidauri fusse Esculapio; e la quantità
de l'opre mie in tutti i connumerati paesi et in molt'altri
ancora, i quali per fuggire la lunghezza del parlare io
pretermetto, non mi basterebbe tutto questo giorno né
un altro appresso a raccontare. Pure n'ho fatto suso questa
bandiera ritrarre l'immagine d'alcune, accioché si possa
vedere con gli occhi quello che volendo io riferire a questo
et a quello che fusse curioso di saperlo, mi saria fastidioso
e molesto a replicare tante volte. A questo, che parte vi
narro a bocca e parte dimostro qua su dipinto, potrebbe
essere che io non ritrovarei quella credenza che merita
la verità che mi sia data: né me ne attristo né me ne dol–
go però molto, perché a me non avviene cosa che a molti
altri eccellenti uomini, assai maggiori di me, non sia av–
venuta quando sono capitati in luoghi ove non sieno stati
conosciuti.

4. Capitolo Quarto



[p. 102]
Ma acciò che la verità non resti dalla falsa oppenione
soffocata, e che un'altra volta, quando io tornarò in
questa città, possiate conoscere e dire a chi non avea
di me notizia ch'io sia veridico e non mendace, ho pen–
sato di lasciarvi una gemma. un tesoro, una ricchezza,
che, se voi amate la sanità, la salute e la vita vostra,
vi debbe essere più cara che s'io donassi oggi a ciascuno
di voi diecimila scudi d'oro contanti. Che giovano l'oro e
l'argento ad uno infermo? che giovano ad uno morto i
larghi campi e le fertilissime possessioni? la perpetua
sanità e la vita lunga si può chiamare, et è in effetto,
vera et incomparabile ricchezza. Di questo prezioso et
inestimabile dono vi voglio oggi arricchire tutti donando–
vi in un picciolo vasetto, di forma picciolo ma di valor
grandissimo, quello eccellente medicamento, quello mi–
racoloso rimedio, che dal mio eccellentissimo precettore
e da me sempre con somma venerazione memorato, mi
fu insegnato e quasi per eredità lasciato, cioè da maestro
Nicolò da Lunigo, quello sapientissimo vecchio, quella
inesauribile arca di scienza. Dell'amore che sopra tutti
gli altri suoi discepoli mi aveva portato sempre, mi fece
più volte chiaro segno et evidentissima dimostrazione, ma
più quando, pervenuto al fine della sua vita, a sé chia–
mommi e disse: – Antonio mio dilettissimo, il più cer–
to segno che possa di benivolenza mostrare l'uno amico
all'altro mi pare che sia quando venendo a morte se lo
lascia della maggiore o migliore parte delle sue facultà
erede. Io ti donarei volentieri a questo punto ciò ch'io
mi trovo possedere al mondo, che non mi parrebbe di

[p. 103]
poterlo meglio in altra persona collocare: ma da l'una
parte vedendo che né di terreno, né di case hai bisogno,
come quello che con le tue virtù n'hai acquistato a ba–
stanza, e, volendo, sei per acquistarne assai più che non
posseggo io; da l'altra parte parendomi che di tal cosa
non potrei, senza mio grandissimo carico e biasimo,
privare della loro legittima successione gli miei propinqui
e stretti parenti, ti prego che tu sia contento ch'io lasci
questi beni di poco momento a chi n'ha più di te biso–
gno: anzi bisogno non ne hai tu alcuno, et essi, senza,
difficilmente et a fatica potrebbono vivere. E se io ti levo
questo, che per certo mi par di levarti tutto quello che di
mio non faccio tuo, a questo punto sia sicuro ch'io te ne
do così grande e ricca ricompensa che hai da stare tutta
la tua età di tal cambio contento. E questo che io ti do
sappi ch'egli è la scienza di fare l'incomparabile Elettua–
rio Vitae, prima da Ippocrate e poi da Galeno et indi
da molt'altri fisici eccellentissimi più tosto imaginato che
posto in opera. Io ultimamente per lungo studio, e più
per divina grazia, l'ho condotto a perfezione sì che con
questo, come tu sai, ho conservato in prospera valetudi–
ne e lunga vita molti uomini ch'erano degni d'essere
immortali; e fra gli altri l'illustrissimo et eccellentissimo
duca Ercule, il signor Sigismondo, il signor Rinaldo, et il
signor Alberto, tutti fratelli, e della illustrissima casa da
Este. I quali con altri infiniti che sarebbe lungo a nomi–
narne tanti, usando, per esortazione mia, questo prezio–
sissimo Elettuario, hanno menato la lor vita oltre l'ot–
tuagesimo anno perpetuamente sana; e se anco l'avessero
meglio usato, et apunto secondo i miei precetti, sariano
per questo, e per la naturale sua buona valetudine, forse
vivi ancora. Et io, se la natura mi avesse a principio for–
mato di complessione più forte, era per passare con questo
aiuto oltre i cento e venti anni, che più termine di vita
non vuole Iddio ch'abbia l'uomo. Ma con tutta la debole

[p. 104]
et imbecille mia disposizione sono senza febbre e dolore
alcuno passato il nonagesimo settimo anno. –
§E così dicendo l'amorevole e santo vecchio mi porse
un picciolo libretto, nel quale con lungo trattato si con–
teneva il modo di fare l'eccellentissimo Elettuario.


5. Capitolo Quinto



[p. 105]
Come io avessi sì ricco e prezioso dono avete inteso.
Le prove ed esperimenti che con essolui ho da poi fatto,
sono notissimi nelle città e nei paesi sopra nominati,
dovunque sono ito sempre travagliandomi, [parte] per
soccorrere alle calamità umane, parte per acquistare e
fare maggiore la salutifera scienza di medicina, che né in
una, né in quattro, né in dieci, né in cinquanta città si
può avere perfetta. La prencipale virtù di questo da
Iddio benedetto Elettuario è che, pigliandone ogni mat–
tina nell'uscire de l'alba e poi dormirvi dietro una
mez'ora, cominciando a mezzo aprite infino a mezzo
maggio, quanto è grossa una noce, distemperato in brodo
di pollo. dove non sia né sale né cosa salata, ti conserva
tutto quello anno senza dolore o infermità alcuna. E
chi poi seguendo d'anno in anno al medesimo modo, et
in quel tempo che si piglia [guardandosi] da cose salate,
da cipolle, da aglio, e da gli altri cibi di simile specie, et
insomma da tutte quelle cose che da gli medici sono
proibite a chi se purga, condurrà senza febbre e dolore
alcuno la sua vita sino alla estrema decrepità. Ma chi
non l'avessi tolto in questo tempo, e che fra l'anno, o
di state o di verno, fusse oppresso da dolore di capo,
o da dolore di fianchi, da mal di pietra, escoriazione di
vescica, da ardore circa quelle parti, da stranguria o dis–
suria, che non potesse retenere l'orina, chi sentisse dolore
colico o matricale o di qualunque altra sorte dolore, ne
pigli la quantità già detta in malvasia, o vernaccia, o in
altro vino bianco e possente, e subito rimarrà libero e sano.

[p. 106]
Similmente chi patisse il mal di Giob usando questo
non sentirà mai doglie; e giovarà ancora che più tosto
gli si saldaranno le broze e l'altre piaghe che vengono
di fuore. L'uso di questo lieva la sciatica, e pigliandone
una donna che sentisse, innanzi o dopo il parto, dolori,
restarà subito senza alcuna noia. Questo altro rimedio è
anco appropriato a levare le gotte, o vogliam dire podagre
Gli è il vero che in questa infirmità et in quella di mal
di corpo e flusso di sangue (perché vale a l'una et all'al–
tra mirabilmente) s'ha da pigliare con vino vermiglio e
più carico di colore che si possa ritrovare. Così chi avesse
doglia de denti o che se [li] sentisse crollare, col medesimo
vino negro facendo scaldare questo Elettuario, e tenendo–
ne in bocca, sarà sicuro che mai più non sarà per perdere
un dente né per sentirvi doglia. Et a levare la strettezza
del petto, pigliandone con acqua di mele, non è cosa
più mirabile. Chi fusse per perdere la vista, o per di–
fetto di catarratte, o di ungelle, o per oftalmia, o per
altro accidente, o chi se la sentisse perduta, pur che gli
occhi non gli fussero usciti del capo, pigli di questo
quanto è una noce e lo distemperi in un bicchiero, che
sia li dui terzi di acqua di finocchio et uno terzo di mal–
vasia, o vino bianco ottimo, e di quello si lavi tre volte
il giorno gli occhi: in pochissimi giorni ricuperarà tanto
della veduta che si vederà, che, seguendo per qualche
tempo, sarà per liberarsi in tutto. O voi che temete
di deventare etici o tisici, o voi altri che avete qualche
principio de idropisia, ecco la vostra salute se la sapete
ora prendere. Le diverse infirmità, alle quali il mio Elet–
tuario è prontissimo rimedio, sarebbe troppo lungo a
connumerarvi tutte, ma siate certissimi che chi l'usarà
si potrà preservare da ogni sorte de infirmità che pos–
sa venire in corpo umano; e chi già sarà in qualche in–
firmità caduto, sia di qualunque si voglia specie, usando

[p. 107]
questo, o totale liberazione o sentirà mirabile giovamento.
E quando un'altra volta io tornarò in questa città, la
quale, per il bel sito e per la conversazione de gli genti–
luomini et ottimi cittadini che ci ho ritrovati, delibero di
frequentare, se Iddio mi dà la vita, così spesso quanto per
adietro abbi mai fatto in altro luogo d'Italia o d'altra
parte, quando io ci tornarò spero che per questo dono
che io vi averò fatto. non solo mi vederete e udirete vo–
lentieri,. ma che mi onorarete et averete in riverenza assai
più che non si conviene al stato d'alcuno mortale. Ora
eccovi il dono, eccovi la ricchezza, eccovi il miracoloso
Elettuario che dar vi voglio. Questo picciolo vasetto ha
in sé rinchiuso la continova sanità e lunghezza della vita
umana, e maggiore che non può concedere la difettiva
natura. E se non che le leggi eterne et immutabili, per
colpa del nostro primo padre il vietano, questo saria
stato sufficiente a farci perpetui et immortali. Ho detto di
donarlovi e ve lo voglio donare veramente: perché dan–
dovi cosa di valuta grandissima per un picciolo e minimo
prezzo non si può dire che non si doni. Né anco questo
minimo e picciolo prezzo vi dimandarei se io potessi fare
l'Elettuario con mediocre spesa; ma perché gli è composto
di diversi simplici, nati chi in una parte chi in un'altra
del mondo. che non si possono avere se non con molta
spesa e fatica, son costretto, se finiti questi pochi bussoli
ne voglio fare degli altri, di dimandarvene quel prezzo.
E se ben vi arò da por del mio, non vi ponga però tanto
che per fare bene a voi io faccia male a me. Quello
ch'io ne dimandarò sarà tanto poco che non vi doverà
parer grave. Ben vi certifico che a me costa più di quello
ch'ora costarà a voi. Ma non mi curo di perdere al pre–
sente, perché spero che, conosciutane e fattane l'esperien–
za,
[p. 108]
un'altra volta e sempre ch'io ritorni in questa città
non mi negarete prezzo ch'io ve ne dimandi. Ma bene
mi escusarete se allora ve ne dimandarò molto più che
non voglio fare ora. Allora ve lo vorrò vendere, ora
son contento donarlovi. Non voglio da voi più d'un gros–
so d'ogni bussolo. Ora chi sarà quello sì avaro, quello
sì misero, a cui incresca di spendere per salute e per con–
servazion de la sua vita sì minimo prezzo? Chi sarà
quello sì povero che non impegni o venda il mantello?
e se non l'ha che non si spogli del giuppone, e della
camicia ancora? che non si sforzi di stare digiuno un
giorno o dui fin che si avanzi un grosso col quale si
guadagni et acquisti questo tesoro e questa ricchezza ine–
stimabile? Deh, non lasciate fuggire l'occasione, che se
rivolge il calvo, dove ora ella vi porge la capillata fron–
te, non so quando altra volta sì benigna sia per ritornar–
vi alle mani.



Ariosto, Ludovico.

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