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Giraldi Cinzio, Giovan Battista

Egle, Editio Princeps


Indice




EGLE SATIRA DI M. GIOVAN BATTISTA GIRALDI CINTHIO DA FERRARA




1. PROLOGO

ettatori, parravvi forse strano,
Che 'n questo luoco, in cui veder solete
Città grandi, et reali, hora veggiate
Sol boschi, et selve, Et certo havea 'l poeta,
5Per non uscire del suo primo costume,
Seco pensato d' apportarvi cosa,
Che già a l' ordine havea, di real grado,
Ma cosa a lo 'mproviso sovraggiunta
Dal suo primo pensier l' ha distornato,
10Ch' essendosi egli da la cara patria
Per molte miglia dilungato, et molte,
E andando per le selve de l' Arcadia,
Forse per ricrear la stancamente,
Lontan dal vulgo, et da la gente sciocca)
15Avenne, che trovo Pale, et Pomona,
C' havean tenzon d'una gran cosa insieme,
Ciò è de la natura: Et dicea Pale,
Che la natura venia meno, et meno
Venian le cose naturali in essa,
20Ma Pomona più saggia le dicea,
Che se 'ngannava, et che non era vero,
Che la madre natura ristringesse
Punto de la sua ampiezza, et che 'l mutarsi
Era più tosto al liberal, a l' ampio,
25Ch' al misero, a lo stretto, et a l' angusto,
?che ne farebbe il Dio de gli horti,
??pratico in lei, chi gli el chiedesse,
Hor, mentre havean tra lor simil sermoni,
S' avider, che gran pezza dietro a un faggio
30Il poeta s' havea preso piacere
Di veder la natura di nascosto
D'ambedue loro, al gareggiar si pronta
Dunque, poi che di lui si foro accorte,
Voller saper, di che oppenione ei fosse,
35Et promiser di star al suo giuditio,
Come gia stetter ne la valle Idea
A la sententia del pastor Troiano
Le tre più belle Dee, c'havesse 'l Cielo:
Et aprendo ambedue le sue ragioni
40Inanzi a gli occhi del poeta, Pale
Molte ne disse a suo favor, che lungo
Hora sarebbe lungo raccontarle tutte,
Et tra le molte si fermo su questa,
Ch' al mancar de gli effetti si vedea,
45Che d' essi ancho mancavan le cagioni,
Et che per cio, mancata essendo al mondo
La stirpe de Silvan, Satiri, e Fauni,
Dei vermigli nel viso, hispidi, et irti,
Et avezzi a cacciar pe densi boschi
50De la natura, Ella tenea per certo,
Che mancata di lei fosse gran parte,
Alhor Pompona tra le sue ragioni
Come per più possente addusse questa,
Che veggendosi ciò, per chiara prova,
55Che, quanto ella di se più dava, tanto
Si faceva atta a più poterne dare,
Creder deveasi, che fosse infinita
L'ampiezza natural, ch'ella havea seco,
Et ch'ella havea questa ragion per vera,
60Che, come, se mancasse il caldo al fuoco,
Più fuoco non saria, cosi, togliendo
L'ampiezza a la natura, mancherebbe
D'esser natura: Hor, poi c' hebbe il poeta
De l'una, et l'altra le ragioni aperte,
65Riverente a Pomona si rivolse,
Et le disse: Alma Dea, voi per natura
Possente a far de la natura fede,
Havete aperta al natural la via,
Però chi è quel, che savio sia, che pensi,
70Che la natura, per natura larga,
Si debba già mai dir manca, ne mozza?
Et poi rivolto a la Dea Pale disse,
Non son (come voi dite) unqua venuti
Ne la natura men Satiri, et Fauni,
75Anzi ella ne produce ogni di molti,
Ma avenuto è, per lor natural uso,
Che 'n una gran caverna, che prodotta
La natura gli havea, son stati in gioia
Il tempo, che veduti non gli havete:
80Et, quando gli voleste ne le parti
Vostre raccor, ve n' havreste molti;
Con gran piacer de la natura istessa:
Et in fede di questo, i' n' ho veduti
Venendo qui gran copia, et questo detto,
85Addito lor l' ampio, et capace luoco,
Ov' ascosi facean que Dei soggiorno,
Qual' hor con lor piacer volean celarsi;
Veduto adunque Pale, che Pomona
La sententia havea havuta in suo favor,
90Le cesse tutta vergognosa in viso,
Pomona al' hor voltatasi al poeta,
Il rengratiò de la sentenza data,
Poi disse: Perch' io so, che sono in questa
Sententia molti, in che dianzi era Pale,
95I' voglio, che 'n honor de la natura,
Viva non lasci tal sententia al mondo,
Et facci fede a ogniun d'haver veduti
Al venir qui in Arcadia gli Egipani,
Dei de le selve, dopo tanti lustri,
100Et perché ogniun creder tel possa, et possi
Farlo toccare, a chi vorrà, con mano,
Per tor tal biasmo a la natura, ovunque
Uopo sarà la sua larghezza aprire,
Farò venir con le sue selve Arcadia,
105Co i Dei, et co le Dee, che le fian dentro,
I quali (come già) di quelle istesse
Fiamme d'amor si troveranno accesi,
Che per le vaghe, et boschareccie nimphe
L'arsero il cor, et haveran quel fine
110Del loro ardente amor, c'hebbero allhora,
Il che potrà mostrar, che pur non manca
De l'ampiezza natia l'alma natura,
Ma che dopo un voltar lungo de cieli,
Vengon da lei quelli medesmi effetti,
115Ch'ella haveva altra volta ancho prodotti;
A la madre Pomona allhor promise
Il poeta di farlo, Ella di pome
Copia l'offerse, et gli soggiunse poi,
Ch' egli di ciò maggior mercede havria,
120C'havendo i Dei maggiori tal cosa a grado,
Allargheriano anch'essi a lui la mano;
Et mai nol lascierian sentire inopia:
Et dopo, havendo scorto, che 'l poeta
Di ritornare al suo natio paese
125Facea tra se pensiero, in uno istante
Ha fatto qui venir tutta l' Arcadia,
Queste sono le selve, et quei là i monti,
I fiumi, et le città, ch' ella in se tiene,
Occupati vi son da queste selve,
130Trovando adunque hora il poeta nostro
Circondato da boschi quel paese,
Ove vedeste già Susa, et Damasco,
Et se condotto, fuor d'ogni pensiero,
Qui in un momento, con la grande Arcadia,
135Lasciato quel proposto, ch' egli havea,
De lo rappresentar cose reali,
Le ha differite a miglior tempo, et hora
Deliberato ha di servire al luoco,
Et servare a Pomona la promessa,
140Dunque, per farvi fede hoggi per sempre,
Che de la sua abbondantiamai non scema
La liberal natura alcuna parte,
Hora i Satir venir vi farà inanzi,
Ch'accolti sono in un drappel nel boscho,
145Ma costui, che di qua viene, palese
Far' de l'apparir lor la cagione
Et i Caprigni Dei, ch'uscir vedrete,
Vi faran manifesto, di che sorte
Di favole sia questa or spettatori,
150Se vi sia sempre la natura amica,
Ne buon natural manchi a chi n' have uopo,
State cheti, et attenti, et se vi fia
Grato veder di nuovo questa gente,
Di cui credeasi il seme esser già spento,
155Fate, che si il Poeta se n' aveggia,
Che sia costretto ancho altra volta darvi,
Per la benignità vostra, Piacere.

2. ATTO PRIMO

2.1. SCENA I

Silvano solo

Silvano
Quando lo stuolo human né l' innocenza
Prima vivea, et dava cibo a ogni uno
Le ghiande ne le selve, et bever l'acque,
Foron le selve, et i pastori in pregio,
5Et noi, al par de gli altri, Dei, pregiati?
Foron poi da boschi, et da le selve
(O per vertù de l'eloquentia altrui,
O per opra d'alcun prudente, o vero,
Che così pur volessero le stelle)
10Gli huomini in un con le cittadi accolti,
Et col luoco mutar costumi, et legge,
Et in vece de l'acque, et de le ghiande,
Le quali il mondo, che le fugge, honora,
Diè lor Cerer le biade, et Baccho il vino,
15Baccho al qual non servimo, et che nodrito
Fu dal nostro Silen tener fanciullo,
Et quantunque essi ne le altier Cittadi
Havessero altra vita, altri costumi,
Nondimen raccordevoli d'havere
20Principio avuto da gli incolti boschi,
A noi Dei de le selve alzaro altari,
Tal che non pur ne luochi aspri, et selvaggi
Ma ne l'alte cittadi il nome nostro
Era havuto in honore, e'n riverentia,
25Et ne solenni giuochi, et ne le feste
Introdotti eravamo anchora noi,
Per dare essempio a ogniun di miglior vita;
Et quantunque, dopo che trasformossi
Quel giovanetto, che sovra ogni cosa
30Io amava, c'havea nel cor vivo scolpito
In questa pianta, che 'l suo nome serba,
Sempre i' sia stato misero, e 'nfelice,
Pur non m'era discar veder, ch' a noi
Desse il debito honor la gente humana,
35Avenne poi, che 'nsieme con l'impero
(Così il ciel varia gli costumi, e 'l mondo)
Appò Greci mancò l'util costume,
D'introdur ne suoi giuochi i Dei silvestri,
E a lungo andar, da quel debol principio
40Del Roman sangue, si aspramente crebbe
La soperba ambitione appresso loro,
Che si scordar le selve, et gli humil luochi,
Et non feron di noi stima, et in vece
Di quelle feste, ove soleano noi
45Ad essempio de' popoli introdurre,
Volser lo stile a biasimar i vitij,
Et diero il nome a quel modo di dire,
Ch'esser soleva già proprio a quell altro,
C'havea noi introdotti nelle scene,
50Et dopo a poco, a poco si s'estese
La soperbia de gli huomini, che noi
Sprezzaro ne le selve ancho i pastori:
Tal che ridotti ne più alpestri luochi,
Vissi siamo tra noi secoli, et lustri,
55Et quanto di piacere havuto havemo
Ne la so linga, et boscareccia vita,
E stato di veder le vaghe nimphe
Errar pe' boschi, et cacciar cervi, et dame,
Hor non veggendo noi altri, che queste
60Nimphe leggiadre, et amorose molti
De nostri hora di lor si son si accesi,
Che non han mai per lor tregua, ne pace,
M'accresce il suo dolore, ch'i dei celesti
Cercan di turbar lor fin ne le selve,
65Dandosi anch'essi a amar le nimphe loro,
Onde temendo, che non gli sia tolto
Del loro amore il frutto hanno, proposto
Non si voler lasciar tor da le mani
Quel, che par lor, che di ragion sia suo
70Et se l' amor non gioverà, a la forza
Vogliono al fin con tutto il cor voltarsi:
Et ch'altro far si dee, quando un'ingrata
Prende piacer di consumare un core?
Et vuol, che crudeltà sia il guiderdone
75D'un vero amore, et d'una fe sincera?
Ma, perche veggio comparir coloro,
Ch'ordine devon dare a questo effetto,
Vò dar lor luoco, et ne la selva entrare,
Fin che mi parerà d'uscirne fuori.

2.2. SCENA I I

SATIRO, FAUNO

Satiro
Amor, che mai non giunga a fine, amore
Dir non si dee, ma una continua pena.
Fauno
E troppo il ver, ma se vi s'accompagna
Sospetto, e gelosia, non è piu pena,
5Ma una continua, inevitabil morte.
Satiro
Troppo tutti il proviam, dopo che Giove,
Et gli altri dei del ciel venuti sono
A disturbar ne' boschi, et ne le selve
I nostri amori, già nissun di noi
10Ad essi ha fatto ingiuria, che per odio
Debbano disturbar la pace nostra.
Fauno
Sai, frate mio, quale ingiuria han da noi
I dei del ciel?
Satiro
Non io
Fauno
L'ingiuria è ch'essi
Veggono la beltà di queste nimphe,
15Et noi di lor minori, et sanno, quanto
Bellezza, che sia in man di pover, sia
Atta a potersi haver da illustre amante.
Satiro
Quanto dolore, ohime m'aggionge questo
Sospetto; et quanto più m'infiamma amore,
20Qual hor' io penso meco, che tai sono
Le nostre nimphe, ch'i celesti Dei
Cosa da lor le tengono? et dal cielo
Voglion discender, per goder di loro,
O di che ben sarem privati noi,
25Se ne fossero tolte da le mani
Le nostre nimphe
Fauno
Il lamentarsi è vano,
Quando non ponno le querele aiuto
Porgere, a chi si duole, et però prima,
Che dal cielo discendano nel bosco
30I Dei, buon fia, che noi preniamo il tempo
D' haverle ne le man prima di loro:
Dunque pria, che sia Giove, et gli altri dei
Possessori di quel, ch'a noi si deve,
Mentre l'habbiam qui ne le forze nostre,
35E da cercar, che cel godiamo noi.
Satiro
Ahi che più non vi veggio modo alcuno,
Come già di veder mi parea prima,
Che se ben sdegnosetta si mostrava
La Napea mia, et ne lo aspetto irata,
40I' vedea pur tra le turbate ciglia
Balenar di pietà tal hora un raggio,
Ma, poi ch'avista s' è questa crudele
De l'amor di costor, via piu soperba
Venuta è verso me, ch' una vitella,
45Mi mira con tort' occhio, et mi s' asconde,
Qualhor la miro, et sdegnosetta, et schiva
Mi fugge, et odia, ond'io m' affliggo, e struggo,
Fauno
Tal' è verso di me la Naide mia,
Quale a punto è ver te la tua Napea,
50Oime, quando mi torna a mente, ch'ella
Mi si mostra un poco, et con un riso
Mi rallegrava, o con un vivo sguardo,
Et poi dietro ad un pino, o ad una Quercia
Ratta si nascondea, come colei
55Che non volea mostrar d'havermi visto,
Et indi di nascosto m'assaliva,
Gettandomi una mela di sua mano,
Et hor la veggo fatta così acerba,
Me ne sento partir dal corpo l'alma,
60Et tutto avien, perche 'n soperbia salse
Tosto, che s'udi amar da dei celesti,
Ma non farà giamai con quanto sdegno
Ell' ha nel petto, ch' io non l'ami, et pregi,
Et non cerchi d'haverla a le mie voglie
Satiro
65Et che vogliam noi far, per goder qualche
Frutto de le fatiche di tanti anni?
Fauno
Volgio, che 'ntendiam ben prima, s'è vero,
Ch' i dei celesti sian per farne ingiuria.
Satiro
Che bisogna cercar, s'elle medesme
70L'han detto ad Egle del Sileno nostro.
Fauno
Costume è de le nimphe di mostrare
Essere da Dei maggiori amate, anchora
Che non sia ver, che cosi pensan pregio
Acquistarsi, et devere esser piu care
75A loro amanti, et pero buono fia,
Che noi bene intendiam la cosa prima,
Et, se ver sarà ciò, troverem via,
Ch'altri falce non ponga in quella messe;
Ch'essere accolta dee per nostra mano.
Satiro
80Et come ciò potrem saper?
Fauno
Sileno
E (come sai) gran famigliar di Baccho,
Come colui, che da fanciul nutrillo,
Et Baccho tien nel ciel parte co Dei,
(Mal grado di Giunon) per esser nato
85Di Giove, et puo saper tutte le cose
Che fanno gli altri Dei nel cielo, adunque
Andrà Sileno, e 'ntenderà da Baccho
Se deviamo temer de nostri amori,
È stiam sicuri c'havrem da lui il vero,
90Ch'essendo noi ministri suoi e havendo
Egli da noi et sacrifiti, et voti,
Non ci celerà cosa, ch' egli, sappia.
Satiro
Ma dove havrem Sileno? Egli dormire
Dee pien di vino in qualche grotta, o deve
95Esser col Chromi suo col suo, Mnasilo
In giuoco, e 'n festa, o con la sua dolce Egle
Fauno
Eccolo ch' egli vien co suoi compagni
Apunto fuor del bosco.
Satiro
Ei tutto è festa,
Ove noi miser siam doglia, è tormento,
100Andianle de nascosto ambiduo in contro.

2.3. SCENA I I I

Sileno, Chromi, Mnasilo, Egle

Sileno
Baccho, se nel nodrirti hebbi gia affanno,
Tant' hor piacere ho in core
Pel tuo dolce liquore,
Che mi par lieve ogni sofferto danno,
5O Chromi caro, o mio soave amore
Dolcissima Egle, o car Mnasilo honore
Di queste selve, c'hanno
Et de l'amata sua semel Thebana,
O Bromio, o Evio, o Dionisio Dio,
10Dio di letitie nove,
Se forse tra le nove
Sorelle d' Helicona hora ti trovi,
O se pur tu rinovi
I sacrifitij tuoi co le Bacchanti,
15O sei tra verdeggianti
Pampini de le viti, a ornar le fronti
Ne lidi, o prighij monti,
A chi ti fece honore
O a trarne il dolce humore,
20Che trahe de l'altrui alme ogni dolore;
Risguarda noi Signore,
Et come in ogni luoco,
Che 'l tuo nome s' honori,
Sen van le doglie fuori,
25Con tostissimo passo,
Così hor, Signor, fa casso
Il nostro fier timore,
Et al cocente ardor del grave foco
Da refrigerio, e 'n giuoco
30Volgi ogni nostra pena,
Si che dov' hora è piena,
L'alma nostra di doglia, et di sospetto,
Si faccia tutta gioia,
E 'l timor se ne moia,
35Et senta il tuo valore il nostro petto;
O Baccho, o Baccho, o Dionisio santo,
O Dio d'ogni diletto,
Volgiti a noi alquanto,
E ascolta i nostri preghi,
40Fa, che 'l dur cor si pieghi
Di queste Dee, che ne minaccian pianto,
O Baccho onnipotente,
Difendi la tua gente
Da gli oltraggi del cielo, et fa, che neghi
45Ogni nimpha di queste se a que Dei,
Che sconsolati, et rei
Voglion fare i dì nostri,
Temp' è, Signor, che mostri,
Se mai sempre ti piacque
50Il nostro non bere acque.

3. ATTO SECONDO

3.1. SCENA I

EGLE SOLA

Egle
Piu volte, et piu m'ha detto il mio Sileno,
Narrandomi i principij de le cose,
Che 'l piacere introdotto fu nel mondo,
Perche 'l mondo per lui si conservasse,
5Et che non solo queste mortai cose
Vivono pel piacer, ma i Dei medesmi,
Et che, tolto il piacer fuori del cielo,
Si leveranno col piacere i Dei:
Anzi piu detto m'ha, che cosi intenti
10Sono al diletto i Dei, che 'n otio eterno
Si giaccion senza haver cura di nulla,
Perche, s'havesser cura de le cose,
Si turberebbe ogni riposo loro,
Et di non esser Dei verriano a rischio,
15Perch'ei non pensa, ch'altro sia il piacere,
Ch'una requie lontana da orni cura,
C'habbia sempre il gioir fido compagno,
Et tante volte, et tante espressamente
Toccare ei lo mi ha fatto con le mani,
20Che quanto i' miro più, più chiaro i' veggio,
Ch' al mondo non è ben senza diletto,
Et che solo il piacere è, che condisce
Di dolcezza ogni amar di questa vita,
Tal, che la vita istessa, che viviamo,
25Saria una morte espressa, se privata
Fosse di quel piacer, che la conserva,
Ond'io conchiudo, che di cio, che vive,
Il diletto sia fine, e tra i diletti
Quel di Venere, et Baccho il maggior sia,
30E a chi nol crede, i' ne fo certa fede,
Che mentre in compagnia fui di Diana,
Fu sempre il viver mio senza una gioia,
Et che gioia tra donne haver poteva,
Giamai giovane donna? Il cacciar belve,
35Il lavarsi ne fonti, il bever l'acque
Non empiono i diletti de le donne:
Ma sol Venere gli empie, et gli empie Baccho,
Questi, facendo noi vivaci, et deste,
Quella, compiendo ogni imperfetto nostro,
40Et pero l'un, et l'altro i maggior Dei
Sono del mondo, appo chi scorge il vero,
Et chi a lor serve, veramente serve
Al diletto immortale, il che sapendo
Questi Dei de le selve, tosto ch'essi
45Havranno l'imbasciata, che Sileno
Per me gli manda, col piacer di Baccho,
Giungeran quel di Venere, cercando
Per ogni via goder di quello amore,
Che gli puo far sentir compiuta gioia,
50Ma veggo fuor del bosco uscir coloro,
Ch' attendono risposta da Sileno

3.2. SCENA I I

FAUNO, SATIRO, EGLE

Fauno
Pur che la nuova sia buona, il tardare
Non mi dorrà
Satiro
Sia pure o buona, o rea,
Me ne cal poco, i' seguirò il consiglio
De gli altri miei compagni in queste selve,
5E 'a dirti il vero, i' non havrei usato
Tanti rispetti, com' usar tu vuoi,
Ove pericol' è, che ti sia tolta
Cosa che ti sia cara, biasimato
Non sarai unqua a porlati in sicuro.
Fauno
10La tropp' audatia torna spesso indanno.
Satiro
Et il troppo temer fa perder spesso
Quel, c'haver si potrebbe, i' voglio audace
Perder piu tosto, che timido havere.
Fauno
Io mi ricordo anchor quel, che m'avenne:
15Quand' Hercol mi gittò fuori del letto,
Io mi sento dolere ancho le spalle,
Per la grave percossa, ch'alhor diedi
Satiro
Già non si conveniva altra mercede
A la tua gran folia, non fu l'ardire,
20Ma 'l tuo poco veder, che ti fe danno;
La preda havevi ne le man sicura,
E ti condusse l'ignoranza tua
(Lasciata la fanciulla delicata)
Intorno ad Hercole hispido, et feroce;
25Tu vedrai ben, che, s'io entro in questa caccia,
Io non piglierò l'orso per la lepra.
Egle
Che parole son queste? aman la pace
Le selve, et non le liti.
Fauno
Non è guerra
Egle tra noi, sol' aspettiam sapere,
30C' habbia inteso Silen nostro da Baccho,
Egle
Non vi è nulla di buono
Fauno
Tu m' hai morto
Satiro
Et a me animo hai dato a la mia impresa:
Narraci che ci manda a dir Sileno
Egle
Vi fa saper, ch'i Dei celesti sono
35Non men, che voi, di queste nimphe accesi,
Et che, tosto che 'l Sol tolga la luce
A le cose mortai, voglion dal cielo
Venirsi ne le selve a goder d' esse.
Fauno
Ohime
Satiro
io non vo già per ciò dolermi,
40Prima di lor i' me n'andrò a la caccia
Egle
Et ch'essi, per non esser conosciuti,
Sotto mentita forma a loro verranno.
Satiro
Et io v' andrò ne la medesma mia.
Prima che 'l Sol s' asconda, stati, Fauno,
45Tu su rispetti tuoi.
Fauno
Satir sei sciocco,
Io ti dico, che 'l senno, e 'l buon consiglio
Spesso vale ancho ne le selve molto,
Et se voglian, che questo ci soccieda,
In condurlo bisogna usar molt' arte:
50Altrimente ogni cosa andr' in sinistro.
Egle
Fauno non dice mal, Satir sta cheto,
E 'ascolta un pò quel, che vo dirti anch'io,
Bisogna, che con senno, et con prudentia
Voi conduciate queste Nimphe a l'hamo,
55Che, se palese forza lor vorrete
Fare, n'andrà tutta la cosa in nulla.
Satiro
Et perche? non siam noi per far lor forza?
Tu t' inganni Egle
Egle
i' non m'inganno, ascolta,
O che volete ritrovarle in caccia,
60O ver sotto qualch' ombra, o dentro a un fonte,
(Ch' altrimente non sono unqua nel bosco)
Se 'n caccia, havran con loro i fieri cani,
Et havran tutte in man dardi, et saette,
Et potran de l'ingiuria apparecchiate
65Tutte far contra voi aspra vendetta,
Se 'n qualche fonte forse, o vero a l'ombra
Vi pensate di corle, havran Diana
(Com' è costume loro) in compagnia,
Et, s' ella vi si trova, miser voi,
70Sapete ben quel, ch' a Atteone avenne,
Et quanto sia di voi ella maggiore,
Potreste dir d'accorle al ritornare,
Ch'elle faran dal bosco, a le lor stanze,
Ma sareste ancho nel medesmo caso,
75Perch'elle fian (come nel bosco) in schiera,
Armate ancho di dardi, et di saette,
Et non men seco havran, che prima, i cani,
Pero in essempio sianvi i Dei del cielo,
I quai conducon con inganni a fine
80I lor disiri, et con inganno anchora
Pensan di queste nimphe hoggi godere.
Satiro
Che deviam dunque far?
Fauno
prudentemente
Condur la cosa.
Satiro
Et come?
Fauno
I' voglio, ch' Egle
(Egle vià piu d'ogni altra nimpha accorta)
85Parli con lor (che so, che volentieri
Ella s'adoprerà con queste nimphe)
Et le disponga a non ci dar piu affanno.
Egle
Il farò volentier, perch'io vorrei
Vederle nel piacer, nel qual son' io:
90Accio che et elle, et voi foste contenti.
Fauno
Che non si vuol venir mai a la forza,
Fin che non s' è tentata ogni altra via,
Et sciochezza è voler tuor con violentia
Cosa, che per amor si possa havere,
95Et, s' Egle le potrà disporre, havremo
Quel, che cerchiamo, et se pur non potesse,
Vo, che con esso lei ella le 'nviti
Ad una festa, che 'ntendiam di fare.
Satiro
Tu non ce le corrai.
Fauno
Anzi verranle,
100Che vo, ch' ella lor dica, che noi tutti
Insino a un'hora, o due siam per partirci
Di queste selve, et gir fin' in Ispagna.
Satiro
So, che finger tu vuoi di gir da lunge.
Fauno
Ben bisogna mostrar, che gran paesi,
105Et varij mari, et varij fiumi, et monti,
Vogliam cercar, perche conoscan chiaro,
Che facil non ne fia il tornare a loro.
Satiro
Hor segui
Fauno
Io voglio poi, ch'ella le dica,
Ch' i nostri Satirini, e i picciol Fauni
110Hoggi, partiti noi, verso la sera
Vogliono far tra lor festa solenne,
Et le pregano tutte, che con loro
Voglian trovarsi, son bramose anch'esse
D'haver solazzo, et non temendo
115Di noi, verranvi: Noi, poi che fia tempo,
Et deposti elle havran dardi, et saette,
Usciremo del bosco, et farem quello
A lor, ch' i Roman fero a le Sabine
Egle
Fauno, molto mi piace il tuo consiglio,
120I' o, tosto che le veggia, con bel modo
Tentero di disporle al vostro amore,
Et, quando cio non mi soccieda, ogni arte
Usero poi, perche quest'altro segua
Satiro
Egle, te ne preghiamo, cosi mai
125Non ti manchi da ber vino soave,
E 'l tuo Silen sovra ogni cosa t'ami.
Egle
Io non manchero in cosa, ch' io presuma,
Ch' a espedir questo fatto esser possa atta,
Ma voglio, perche più agevol mi sia
130Quel, che 'ntendo di far, che voi chiamiate
Alcun de maggior vostri da la selva,
Et con mesta canzon tutti a una voce
Cantiate il vostro amor, le vostre doglie,
Et vi dogliate de la sorte rea,
135Che voi per crudelta di queste nimphe,
Ch'amate molto più, che gli occhi vostri,
Per non essere a lor sempre di noia,
Sete costretti a abbandonar le selve,
Et le parti d' Arcadia a voi natie,
140Elle quindi non son lontane molto
(Ch'io le vidi, al venir qui tutte insieme,
Porsi in assetto, per andare a caccia)
Et so, che v'udiranno, et forse, tosto
Che mi vedram, mi parleram del canto:
145Et io mi pigliero da questo il tempo
Di poter ragionar de la partenza,
Et, s'esse pur non ne parlasser, io
Tempo mi prendero di ragionarne,
Et cosi appresso loro havro piu fede,
150Et piu agevol mi fia finire il tutto.
Satiro
Hor vanne, Egle mia dolce, et faccia Baccho;
Che riesca a buon fin questo disegno:
Noi nel bosco entrerem, per chiamar fuori
Gli altri compagni, et dar principio al canto.

3.3. SCENA IIII

EGLE SOLA

Egle
Aviene di costor quello, ch'aviene
Del mio Silen, quando a le volte beve
Tanto, che se gli offusca il san discorso,
Che mentre, che narrar mi vuol le cose
5Soblimi, che narrar spesso mi suole,
Quando chiaro ha de la ragione il lume,
Il vin bevuto oltra misura in modo
Il trahe di se, che cosa gli fa dire,
Che parte ha in se ragion, parte n' è senza,
10Cosi costor naturalmente rozzi,
Poi c'han sentito l'amoroso ardore;
Si son svegliati in parte, et parte sono
Rimasi ne la lor prima grossezza,
Et per cio nel consiglio lor si vede
15Qualche cosa di buon, con molto reo,
Pensato han ben, per ingannar le nimphe,
Condurle al ballo, che cio è la via vera
Di trovar modo a gli amorosi effetti,
Ma il modo di condurgliele è si siocco,
20Che s'avedrebbe de lo 'nganno un bue,
Pero bisognera, ch'altra via i' tenti,
Se vorrò, che riesca questo inganno.

3.4. SCENA IIII

SATIRO, CHORO, FAUNO

Satiro
Che state a fare? venite fuori homai,
Choro
Tu ci hai tutti adunati, et non ci hai detto,
Perche cagion tu n'hai condotti insieme;
Che ci hai da dire?
Satiro
una bramata cosa
Choro
5Non bramiamo altra cosa, che potere
Godersi de le nimphe, che no' amiamo.
Satiro
Et d' altro non vi ho da ragionare,
Et dimostrarvi il modo, onde potremo,
Tutti a un tratto, dar fine a i nostri affanni.
Choro
10Ha, ah, ah, ah, ò Baccho, ò Baccho, ah, ah,
Ò Baccho, òè, ò Baccho, òegrave;,òegrave;,
Se cio ver' è, quai fian di noi piu lieti?
Satiro
Siam risoluti, ch' i celesti Dei
La ci vogliono fare, ad ogni modo,
15Et pe' l consiglio del canuto Fauno
Determinato habbiam di farla a loro.
Choro
Et cosi far si deve, ò Baccho, òegrave;,
Fa, che la cosa ne soccieda, et noi
Cinti d' Edera verde, et di chorimbi,
20Ti faren sacrifitio hoggi d' un Capro,
Versando a lui ne le rugose corna,
Per l'oltraggio, che gia fece a la vite,
Un napo pien di delicato vino,
Ma narra il modo, che tenir dobbiamo.
Fauno
25Il modo intenderete piu a bell'agio,
Hor fa mestieri, che cantiamo insieme
Canzone, che contenga i dolor nostri,
Et l'amor, che portiamo a queste nimphe,
Fingendo voler quindi ire in Ispagna,
30(Viaggio duro, et di fatica molta)
Per fuggir la cagion del nostro male,
Et non dar noia a lor, ch'amiamo tanto.
Satiro
Comincia tu che seguiremo tutti.
Fauno
Ponianci insieme a l'ombra di quel faggio,
35Et diam principio al lagrimevol canto:
Voi quattro rimarrete di cantare,
CHORO
Non arse mai stoppia per fiamma,
C' habbia bifolco in lei talhor' accesa,
Quant' hora a dramma, a dramma
40Noi arde quella accesa
Face d' Amor per queste belle Dee,
Che ne sono si ree,
Che fuggon noi qual fugge il cane Damma:
Deveva pur lo smisurato amore,
45Et la nostra sincera, et pura fede,
Per la qual chiaro il core,
E'l nostro amor si vede,
Scacciar cosi da lor la crudeltade,
Che vinte da pietade
50Porgesser refrigerio al nostro ardore:
Non è gia in questi boschi o ramo, o foglia,
Ne fiera si selvaggia, o si soperba,
Ne 'n questo pian germoglia
Alcuna sorte d' herba,
55Ne questi arbori fiede si fier vento,
Che del nostro tormento
Pieta non habbia, et de la nostra doglia:
Et queste nostre Dee, che ne l' aspetto
Si mostran tutte amore, et cortesia,
60Si prendono a diletto
La nostra pena ria,
Et quant' è acerba piu, quant' è più dura
La nostra aspra ventura,
Tanto di crudelta s' arman piu il petto:
65Pero, poi ch'esse son piu d'ogni fiera
Cruda, esdegnano a torto il servir nostro,
Ne amor, ne fede intiera,
L' ha insino ad hora mostro,
Qual mercede si deve a servi fidi,
70Andremo ad altri lidi,
Prima ch' ogniun di noi amando pera:
Non odran più in Arcadia i nostri accenti
Tristi, e 'nfelici Menalo, et Lyceo,
Ne i chiar rivi, et lucenti,
75Pel nostro pianto reo,
Saran turbati piu per queste selve,
Ne le selvaggie belve
Qui piangeranno i nostri aspri tormenti:
Ma odra l'Istro in Ispagna, odra l'Ibero
80(Che vogliam verso la volger' i passi,
Benche' l camin sia austero)
Quanto siamo noi lassi,
Et sperian, ch' ivi ogni solingo luoco,
(Udito il nostro fuoco)
85Mostrerà segno di pietate vero:
Ma voi. Quercie, Pin, Faggi che qui sete,
Et de le nostre nimphe il nome in voi
Da noi scolpito havete,
Dopo che quindi noi
90Sarem partiti, almen mostrate aperto,
Che si devea altro merto
A l'amor, di cui voi testimon sete:
Perche, s' avien, ch' alcuna mai vi miri,
De la sua crudelta seco sospiri.

4. ATTO TERZO

4.1. SCENA I

Oreadi, Driadi, Napee, Egle, Naiadi

Oreadi
Gia apparecchiata s' è digire al bosco
Diana per cacciar con l' altre nimphe,
Andiamo anchora noi a ritrovarla.
Driadi
Andian
Napee
Andiamo a l'honoranda nostra
5Dea, figlia di Latona, et del gran Giove,
Honor de le campagne, et chiaro pregio
Di vera castitade, et lume chiaro
Del ciel, quando il Sol toglie a noi la luce.
Driadi
Andiamo a la triforme nostra Dea,
10Non men chiara nel ciel, ch'ella sia in terra,
O nel regno di Dite
Oreadi
Honora Pale
Ogni Pastore, et Cerere i bifolchi,
Et chi vendemia Bacco, e Pluto quelli,
Che cercan le ricchezze, et noi, che solo
15Apprezzian castita, quanto la vita,
Devemo amar con tutto 'l cor Diana
Driadi
Et come face sacrifitio a Marte,
Chi segue la battaglia, et a Nettunno,
Chiunque il tempestoso Oceano varca,
20Cosi a Diana noi deven dar voti
Napee
Dunque Dea de le selve, et Dea de boschi,
In segno de la pura honesta nostra,
Ti spargian questi fiori, a l'aure estive
Teste da noi con vergini man colti,
25Ne piu fioriti, et ruggiadosi prati,
Ove mai non condusse Pastor greggia,
Ove non entro mai villan con falce;
Accoglili, ò Dea santa, et le tue chiome
Crespe, et lucenti cingi con tua mano
30Di questa, che t'offrian, varia corona:
Et serva in noi di pudicitia il fiore,
Che dicato t'habbian fin da primi anni,
Ma chi è costei, che par, che di noi rida?
E l' Egle di Sileno, ò come ha rossa
35La faccia, o come spira tutta fuoco,
So, che si vede, ch'ella serve a Baccho
Egle
Gelata non son gia, come voi sete,
Ne pallida mi face il ber de l'acque,
Come fa voi, uscita pure i' sono
40Una volta de fonti, semplicette,
Se sapeste, che cosa è 'l bever vino,
I fiumi, e i fonti vi verriano a noia,
Et non mi beffereste, come fate,
Ma vedreste, che 'l vin la prima parte
45E de la vita humana, et senza lui
Nulla di lieto al mondo esser mai puote
Naiadi
Ubriaca che tu sei, credi di darci
A veder, che l'error in che tu sei
In corsa, sia virtute? è un velen dolce
50Il vino, et fa, come serpente ascoso
Che, quando il pensi men, ti da di morso,
Et se ben par ch'egli sia di dolcezza
Et a la pudicitia è si contrario,
Ch'esser casto non puo, chi sen da a bere:
55Pero ben fero i buon Romani antichi,
Che non vollero mai, che le lor donne
Usasser di ber vino, oime non nacque
Questo letal humor de l'empio sangue
Di que Giganti, c'havean mosso guerra
60Al ciel, per cacciar Giove? I'ti vo dire
Quel, ch' udi gia del vin dire a Diana,
Mentre di cio parole havea con Bacco,
Ella dicea, che 'l vino è proprio il padre
Di tutti i vitij, et la radice certa
65D'ogni gran mal, l'origin de peccati,
La destruttion de l'honesta palese,
La tristezza del corpo, et la ruina
De sensi, et de la mente, et la vergogna,
Et certissima infamia de la vita:
70Hor pensa, se venir ci puo disio,
Qual' hora habbian tal cose inanzi a gli occhi,
Di darci a ber si abominevol succo.
Egle
Io ti dico incontrario di quel, c'hai
Contra me detto, che non è dolcezza
75Perfetta in terra, ne piacer perfetto,
Tolto che 'l vino sia fuori del mondo,
Egli da forza al corpo, et fa la mente
Vigile, et desta, et con lei desta i sensi,
Prudentia aggiunge a savi, et da valore
80A coraggiosi, et ' vero maestro
D'ogni vertù, d'ogni scientia buona:
Serva la gioventù,leva gli affanni,
Accresce la bellezza, et, per dir breve,
E la felicitade de mortali,
85Et l'ambrosia, et il nettare de Dei;
Se ne le mani mai mi da un buon Greco
Et, s'i Romani gia a le donne loro
Il vietar, come narri, fu perch' essi
Sapean, che forza, et che valore accresca
90Il bever vino, et pero temean molto,
Ch'essi, c'havean di tutto il mondo impero,
Da le lor donne non restasser vinti,
Con lor disnor, ne gli amorosi assalti;
Se ne le mani a me mai da un buon greco
95Od un corso, od un Gorro, o una vernaccia,
Et, ch'io ne beva a voglia mia, mi sento
Cosi desta al piacer, desta a la gioia
Ch'albora opra farei per dieci donne,
A quello, che tu di, che 'l vino atterra
100L'altrui virginita, i' ti rispondo,
Che non si dee verginita apprezzare.
Naiadi
Hor va malvaggia, va.
Oreadi
Vanne impudica,
Va nemica d' honore, oimè, che voce
Di questa bocca scelerata è uscita?
105Va, va al tuo Bacco, et noi lascia a Diana
Egle
O poverelle che voi sete, sciocche
Vi rimarrete, et io saro la saggia,
Et credetelo a me, che gia ho provato,
Che differentia sia tra l'uno, et l'altro
110Modo di vita
Napee
La lascivia tua
Ti fa parer vertù quello, ch' è vitio,
Ma a noi di pura mente, et di pur core
Pare altrimenti, et assai meglio parci,
Et tutte habbian disposto di servare
115La virginita nostra insino al five,
Et certe siam, ch'ogni thesoro avanza
Questa verginita, che custodimo.
Egle
Et io vi dico ch' è di nessun pregio
Questa verginita, che si lodate,
120Et s'ogniun la servasse, andrebbe il mondo
In nulla tutto, proveder bisogna
A l'immortalitade humana, ne altro
Rimedio v' è, che non conservar questa
Sciocca virginità, che si vi è a grado:
125Et, qual hor noi ci congiungemo a maschi,
Cerchian per soccession farci immortali,
E al mondo mantenir la spetie humana,
Et, se del parer vostro fusser state
Le madri nostre, ove saremo noi?
130Il mondo, in quanto a se, tutto distrugge,
Chi di servar verginita si pensa,
Et micidiale è una vergine donna
Di tutti quei, ch' ella produr potrebbe,
Onde ne deve esser dannata a morte,
135Com'uccisi ella havesse color tutti,
C'havria pottuti generare in terra.
Oreadi
Sono proprio da te queste parole,
Che chi avezzo è di star sempre nel fango,
Fugge la purità de l'acqua chiara,
140Pero sta tu col tuo parer con Baccho,
Noi con Diana rimarem col nostro.
Egle
Et che credete voi, che se ne stia,
Diana cosi casta, che non voglia
Il diletto provar di questa vita?
145Semplici, non vedete quante, et quante
Mutation vi face ne le mani?
Et quante volte ella da voi si toglie?
Perche credete voi, che la veggiate
Hora nel cielo, et hora ne ne lo 'nferno,
150Hora tra voi per questi boschi, et hora
Vi si nasconda tutta?Endimione
La si tien ne le braccia, et con lei giace,
Si trastula, con lei, et voi vi state,
senza piacere alcun, sempre digiune.
Napee
155Noi gia di giune di piacer non siamo,
Anzi 'l maggior piacer proviam del mondo,
Servando il fior de l'honestade intatto,
Ne creder ti voglian cio, che n'hai detto
De la nostra Diana
Egle
di Diana
160Credete voi cio, che vi piace, detto
Non vi ho cosa di lei, che non sia vera,
Ma che serbar vogliate intatto il fiore
Che pose in voi, per far frutto, natura,
Dico, che commettete un'error grave:
165Non so, se m' intendete;
Driadi
Hor va tra Fauni,
A la tua vita compagnia conforme;
Et lascia andar noi a Diana al bosco.
Egle
Ben fora il meglio, che veniste a Fauni,
A Satiri, a Silvan, poi che di lor
170Parlato havete, e abbandonar Diana,
Com' ho fatt'io, et prender vi sapeste
L'occasione, che vi s'offre innanzi,
Essi Dei son, qual voi, qual voi prodotti
Da la natura ad habitar le selve,
175Et v'amano via più, che gli occhi loro,
Et potrian trar dal vostro fiore il frutto,
Del qual voi sete debitrici al mondo
Driadi
Che noi amiam quelle bestiacce sozze?
De quai cosa non ha il mondo piu brutta?
Egle
180In lor parte non è da capo a piedi,
Che non sen possa haver dal ciel l'essempio,
Hanno le corna, et le corna have Bacco,
Et non dimen non lo sprezzo Ariadna,
Focosa hanno la faccia, et la faccia have
185Phebo di fuoco, et pur Climene l'ama;
Et, se sono terribili nel viso,
Terribile è Nettuno, et nondimeno
Thetide l'ama piu, che se medesma,
S'han rigida la barba, l'have tale
190Hercole, et mai Deianira sua
Non si sdegno darli amorosi basci,
S'hanno il corpo irto, et irto ha 'l corpo Marte,
N' Ilia il fuggi giamai, perche foss'irto,
Se vi spiaccion, per c'hanno i pie caprigni,
195Et chi è piu sozzo d'un torto, et zoppo,
Et tutto nero, e affumicato? e 'n cielo
Venere ama Vulcan, quantunque tale,
Et ella la Dea sia d'ogni bellezza,
Pero gran torto havete a non far stima
200Di questi Dei, che voi chiamate sozzi.
Napee
Poi che tu vuoi da Dei l'essempio torre,
Di quanto hanno di sozzo in se costoro,
Se volessimo amar, non fora il meglio,
Lasciar costoro, e amarci Dei del cielo;
205Che si mostran di noi cosi bramosi?
Egle
Udito ho sempre dir, che quello amore,
Che tra dissimil nasce e amore infido,
Et, che disuguaglianza sia tra noi
E 'i Dei del ciel, l' ha la natura mostro,
210Havendovi un da l'altro con distantia
Tanta disgiunti, appresso, se vorrete
Discorrere, et veder, che fine havuto
Habbin le donne, di che goduto hanno
I Dei del ciel, veder potrete chiaro,
215Che non o il lor amor se non di danno,
Io vi sia essempio, et Semele, et Calisto,
Et la misera Clitia, et la dolente
Madre di Phebo, et di Diana vostra,
La qual prima, che lor portasse a Delo,
220Tante fatiche, et tant' aspre sostenne,
Che vi puon distornar d'amor costoro,
Ma, se vi date a amare i Dei silvestri,
Che Dei sono, qual voi, qual voi, prodotti
Da la natura ad habitar le selve,
225Et hanno voi per le più dolci cose,
Che potesser gustar tra questi boschi,
Potrete ben sperar, non temer male.
Oreadi
Hor non ci dar piu noia, esser puo prima
Ogni impossibil cosa, che nissuna
230Di noi por possa amore a questi mostri.
Egle
I' vi so dir, che non andrete molto,
Che noia piu non vi daran pe boschi,
Ne questo detto v' ho, perch'essi imposto
M'havesser, ch'io lo vi dovessi dire,
235Ma sol, perch'amo voi, perche amo loro,
Et per farvi vedere il vostro bene,
Essi, per non noiarvi, et per fuggire
La cagione, ch'a morte li conduce,
Hanno deliberato irvi lontani,
240Et prima, che si fossero partiti
Volentieri v'havrian chiesto commiato,
S'havuto non havessero temenza
Di non destare in voi sdegno maggiore,
Et, se trovato havessi in voi pietade,
245Come trovare a gran ragion devea,
Cercato havrei di rivocarli indietro,
Per non veder restar senza i suoi Dei
Le selve gia felici de l'Arcadia.
Driadi
Vadano pur, che non ne cal di loro,
250Come se non gli havessimo unqua visti.
Egle
I miseri n'andranno, et sono in via,
Et vi van si lontani, che piu mai
Bisogno non vi fia d'haverne tema,
Ma prima, che si sian di qui partiti,
255Han fatto fede al ciel de le lor pene
Et testimon lasciati han questi faggi,
Del lor amor, de la durezza vostra.
Napee
Ben sentiti gli habiamo, et n' è piaciuto,
Che seccaggine tal da noi si levi:
260Ma sento abbaiar cani, et sonar corni;
Pero tempo è, che ce n' andiamo al bosco
Egle
Ahi crude piu d' ogni selvaggia fiera,
Piu d' ogni selce dure, et d' ogni scoglio,
Pieghevol meno, anchor potrebbe il cielo
265(Qual de l'asprezza gia d'Anassarete)
Vendetta far di crudelta si strana,
Rimasi sono i lor picciol
Senza governo alcun per queste selve,
(Cosa, ch'a pieta indur devrebbe i sassi)
270Che voluto non gli condur con loro,
I dolorosi, et miseri lor padri,
Per l'asprezza del lungo aspro viaggio,
(Che quindi se ne van fin in Ispagna)
Et perche, poscia che voi lor sdegnate,
275Essi sdegnano cio, che non è voi.
Naiadi
A questi Satirini, et picciol Fauni
Non mancherem d'esser cortesi sempre,
E'n tutto quel, che chiederam da noi,
Saranno parimente compiaciuti,
280Perche noi gli correm per propri figli,
Et quindi tu potrai veder, che noi
(Levatone il sospetto de l'honore)
Non siam (come detto hai) crude, et spietate,
Ma di gram cortesia, di pieta piene.
Egle
285Fate cosa lodevole, e 'n loro vece
Di tal bontade i' vi ringratio molto,
Et so, che scemeram la doglia loro,
Quando gli narrero nuova si buona.
Napee
Hor con Dio rimani Egle
Egle
Andate in pace
Oreadi
290Uno fermo proposito, che 'n donna
Sia di servarsi casta, al fine vince,
Et tor fa da l'impresa incominciata,
la sollecitava al suo disnore.

4.2. SCENA II

EGLE SOLA

Egle
Non è da apperecchiare a alcuno insidie,
Se non quand' ei si pensa esser sicuro,
Et che sia ver, non potero in dieci anni
Con ogni ingegno lor, con ogni forza
5Vincere i Greci Troia, e 'n quella notte,
Che finsero la pace, et il partirsi,
L'arsero tutta, et la gettaro a terra,
Cosi hora, che si pensano sicure,
Esser le nimphe, perche sian lontani
10Iti da loro i Dei Silvestri, tutte
Da lor fian vinte a una battaglia sola,
E 'n questa sera haveran compiutamente
Quel, che non hanno havuto in anni molti,
Ma veggio uscire un Satir de la selva,
15Et ragionar da se tutto pensoso,
Attender voglio qui ciò, ch'egli dice.

4.3. SCENA III

SATIRO, EGLE, FAUNO

Satiro
O che sia il troppo desiderio mio
D' haver la cosa amata, o pur, ch' Amore
L'amaro sempre dia prima, che 'l dolce,
Temendo, che lo 'ngano apparecchiato
5Non ne soccieda, per la gran paura,
Gelar mi sento per le vene il sangue,
Et quanto piu d'assicurarmi i' cerco,
Et cerco di far van questo timore,
Mi vengon tuttavia segni maggiori,
10Che l'accrescono piu, che 'l fan piu fermo.
Egle
Che non puo fare Amor con la sua fiamma,
Poi che dice costui cose si gravi?
Satiro
Al venir fuor de la spelonca usata,
Veduto ho sovra un pin due tortorelle,
15Che dolce mormorio faceano insieme,
Et ecco, in un' instante uno grifagno
Falcon scese dal ciel, ch' ambo l'uccise,
Poco dapoi m' occorse un rosignuolo,
Che l'antico suo mal mesto piangea,
20Et con dolente, et lagrimevol voce
Sempre seguito m'ha per tutto il bosco,
Come d'alcun mio mal presago fosse,
Et anchor ne l'orecchie mi risuona
La voce lamentevole d'un corvo,
25Che d'una quercia ombrosa a lo 'mproviso
Mi fece tristo augurio ne la selva
Egle
Che pazzia è questa, che gli augelli il mondo
Tema, se la natia lor voce fanno?
Satiro
Poco dopo, mi venne incontro un Toro,
30Squallido, magro, con dolente aspetto,
Che con mugiti miseri a pietade
Destava gli annosi olmi, e i duri faggi,
Et a pena quel Toro hebbi passato,
Ch'io vidi steso su la minut'herba
35Un capro, per amor cosi distrutto,
Che forata l'havean l'ossa la pelle,
Si che, giungenda tutti questi segni
In un, non trovo, onde sperar mi debba,
Poi, se quindi rivolgo il pensier mio
40A l'astuto veder de la vostra Egle,
Egle
Lodato Bacco, ch'anch' io merto lode,
Et son di qualche pregio in queste selve.
Satiro
È a la simplicita di queste nimphe,
In cosi gran timore ho qualche speme,
45Et spero, c'hoggi il Signor nostro Bacco,
Et Vener sempre a lui fida compagna,
Non verran meno a noi, che per li boschi
Honoriamo ambo lor con tutto il core,
Egle
Non voglio piu tardar, di che ti dogli?
50Qual passion t'affligge si aspramente,
Hor che siam per accor le augelle al visco?
Satiro
Mi tengono tra due speme, e timore,
Et, se vince un di due, vince la tema,
Tal ch'io non sento in ramo mover foglia,
55Che timor non m'aggiunga, com'io fossi
Una lepre, o un coniglio, sola puoi
Tu assicurar ogni temenza mia,
Se buona nuova da le nimphe porti
Fauno
Venuto son'anch'io, poi che v'ho visti
60Parlare insieme, per saper, se buona
Nova hai da queste nostre aspre nemiche.
Egle
La nova è, frate mio, che dopo, ch'io
Non le potei dispor ad amar voi;
(Che cio prima tentai d'ogni altra cosa)
65Creder lor feci, che voi dal dolore
Vinti, ne volevate andar lontani,
Creduto l'hanno, et se ne son rimase
Et contente, et sicure, a me non parve
Di farle invito allhora, perche strano
70Mi parve, a dirti il ver, che voi non foste
Anchor partiti, e i Satirini vostri
Pensasser di far festa.
Satiro
Ben pensasti,
Che gli poteva cio dar chiaro inditio
Di qualche inganno.
Egle
Adunque ov' io deveva
75Lo 'nvito farle, i'cercai di disporle,
C'havessero pietà de picciol nostri
Satiri, et Fauni.
Satiro
Et a qual fine questo?
Egle
Il saperai, s'ascolti, esse credendo,
Che voi ne foste giti, ad una voce
80Dissero di voler per figli accorgli.
Satiro
Non veggio anchor, che ciò nulla ne giovi,
O ne dia speme alcuna.
Egle
Se sei cieco,
Che vuoi, ch'io te ne faccia?
Satiro
Aprimi gli occhi
Tanto, ch' io veggia quel, che 'nsino ad hora
85Veder non ho saputo.
Egle
Ite a la caccia
Si sono insieme, et io nel ritornare,
Che faranno dal bosco, voglio offrirle
I fanciul vostri, et fatta lor l'offerta,
Pregar le vo, che gli accolgan per figli,
90Come t'ho detto, che promesso m'hanno.
Fauno
Non so veder, che quindi avenir altro
Possa, se non che noi da queste nimphe
Cacciati siamo, e nvece nostra i figli,
Ch' a ciò non pensam, siam da loro accolti.
Satiro
95Veggio, misero me, che saran veri
Gli auguri, di che dianzi i' dicea meco.
Egle
Lasciami, se tu vuoi, giungere al fine,
Ne ti doler pria, che cagion tu n' habbi,
Et dopo, ch'esse gli haveranno accolti,
100Io li voglio lasciar ne le lor mani;
Et dirle che, trovandosi con loro,
Men grave gli sarà mancar de padri.
Satiro
Incomincio a veder ciò, che vuoi fare,
Et cosi sono d'allegrezza pieno,
105Ch'io non posso capire in me medesmo,
Ah, ah, ah, ah, ah, ah, dolce Egle mia,
Esser pens' hoggi sol per te felice
Egle
Esse, che piu non temeranno insidie,
Se gli accorranno, et ne verran con loro
110(Ch'io senza dubio ciò farò avenire)
Fuori di casa, senza alcun sospetto,
Lasciati i dardi, gli archi, et le pharetre,
Io, ciò avenuto, tenterò di fare,
Ch' entrino in danza co fanciulli vostri,
115Et certa i' son, che si porranno in ballo,
Allhora voi, secondo l'ordin dato
Cercherete goder de l'amor vostro,
Hor parti che condotta habbia il mio ingegno
Ogni cosa a buon fine?
Fauno
Egle mia dolce,
120Tu ci hai data la preda ne le mani
Hor veggio ben, che spesso, spesso aviene,
C'huomo, che imponga una ambasciata, pensa
Bene, secondo se, la cosa, et poi
Che vien l'imbasciatore in fatto, è duopo
125Ch' usi lo 'ngegno, e un altro modo tenga,
Se tu facevi, come havevam detto,
Se n' andava ogni cosa a la mal' hora.
Egle
Saper bisogna usare il luoco, e 'l tempo,
A chi una cosa vuol condure al fine.
Fauno
130Ma entriam nel bosco a dar la nova a gli altri.
Egle
Entriam, ma vi bisogna star ascosi
Si, che non diate lor di ciò sospetto.
CHORO
Come avaro bifolco, poi che 'n terra
Il gran con piena mano
135Ha sparso, lieto aspetta,
Che 'l verno fugga, che le fronde atterra,
Et si rivesta il piano
Di varij fiori, et di minut' herbetta,
Et prega, che sia vano
140Tutto il furor, ch'irato il ciel disserra,
Et che gli sian cosi le stelle amiche,
Ch' el frutto accolga de le sue fatiche:
Cosi bramiamo noi, dopo le molte
Pene, et dopo il lamento,
145Haver giusta mercede
Da queste nimphe, al mal nostro si volte,
Che ci dan più tormento,
Quanto piu ogniun di noi pietà lor chiede,
Con doloroso accento,
150Pero preghiamo, c'hoggi a sera accolte
Le veggian tutte in questa selva insieme
Si, che 'l frutto accoglian del nostro seme:
Pero Vener, s' Amor giamai t'accese
Pel bello Adoni il core,
155Tra amiche selve ombrose,
Non ti sia grave d'esserne cortese
Del tuo santo favore,
Cosi corone di vermiglie rose,
Et di soave odore
160A tuoi altar, con grata man, sospese
Siam da lieti, et fortunati amanti:
Ne turbin le tue gioie affanni, ò pianti:
Et se mai sempre la tua forza dome
Ogni mente rubella,
165Almo signor Cupido,
Et voli altiero il tuo divino nome
In questa parte, e 'n quella,
Con glorioso, et honorato grido,
Leva le gravi some
170Del fier dolor, che 'l cor si ne puntella,
Che bramiamo, se noi d' aiutar schivi,
Per piu non ci doler, non esser vivi:
Ne grave ciò ti fia, che se le Tigri
Sentono la tua fiamma
175Non men, che Damme, o lepri,
Et s'i fieri Leoni, e 'i pardi impigri
L'alta tua face infiamma,
Et Aspi, et crudi Tiri entro a le vepri,
Se per te a dramma, a dramma
180Ardon gli augei veloci, ardono i pigri,
Esser non puote, che di noi accese
Non siano queste nimphe, et da noi prese:
Adunque a questa impresa
Sij, signor, si benigno,
185Che da Caso maligno
Non ne sia la merce nostra contesa
Che, se non vanno i nostri preghi vuoti,
Ti darem sempre sacrifiti, et voti.

5. ATTO QUARTO

5.1. SCENA I

PANE SOLO

Pane
Che giova a me l' esser d' Arcadia Dio?
Et l'haver sotto me tutti i pastori?
Et che mi pascam mille greggie i prati,
Poi ch' io non ho me stesso? et quella cruda,
5Che tratto m' ha di me col dolce sguardo,
Sen' va soperba de gli affanni miei,
Come leonessa, che persegua il lupo,
Ne mi val prego, ò lamentar, ch' io faccia?
Non sono gia si senza amor le selve,
10Che non devesse ancho costei sentire,
Con che fuoco arda Amor, con che stral fera,
Ne pur le cose, c'hanno senso, sono
Arse d' Amor, ma l' insensibili ancho,
Si vede pur la palma amar la palma;
15Et l' un piatano l' altro, et l' Alno l' Alno,
Et costei, che donn' è, ch' atta è ad amare,
Non deve mai sentir fiamma d'amore?
Ma che credi tu, Pan, ch'ella non ami,
Qualche vile caprar, se ben te sdegna?
20Deh non sai tu, che de le donne è proprio
Fuggire il meglio, et appigliarsi al peggio?
Ahi, se ventura tal' hoggi ha un capraro,
Capraro esser vorrei, non esser Dio,
Ma che pens'io de la Siringa mia?
25So pur, che perderebbe ella la vita
Piu tosto, che macchiar la sua honestade;
Et che, s'alcun di lei goder devesse,
Io sol sarei tra tutti gli altri elletto;
Deh non sai Pan, com' è mutabil cosa
30La donna per natura? Et che da terza
Nel pensiero non è de la mattina?
Non hai veduto, Pan, per le tue greggie
Spesso un montone, per l'amata agnella,
Con un'altro cozzar, ch'ella piu amava:
35E al fine al fine ella lasciare il primo,
Et darsi aquel, c'havea dianzi sprezzato?
Non potria far costei ancho il medesmo?
Et mostrarti, che 'l por la speme in donna
Altro non è, ch' edificar su' l vento?
40Ahi che fredda honesta si' l cor l' agghiaccia,
Che non la puo scaldar fiamma d'amore;
Tal che, seme disprezza, altri non ama;
O felice Vertuno, che potesti
Mutare per goder la tua Pomona,
45Che un fiore intatto era di pudicitia,
In tante forme, ch'ella a le tue voglie
Discese, et del tuo amor ti fece dono,
Se potessi cosi mutarmi anch'io,
Io non mi muterei in metitore,
50Ne' n un, che accor volesse Poma, ò 'n uno,
Che portasse sembianza di bifolco,
Ma mi farei Diana, come Giove
Si fece per Calisto, et cercherei
Accorla o sotto un'ombra, ò dentro a un fonte,
55Et compir' ivi il mio disio con lei:
Ma, poi che ciò non posso, al men mi fosse
Lecito per fatica alcuna haverla,
Come 'n premio del corso hebbe Atalanta
Hippomene, mal grato a Citherea,
60Ma se vedranno senza fiere i boschi,
E i fior verranno a la stagion piu fredda,
Prima ch'io arrivi a si felice giorno,
Oime, dapoi che congiurate sono
Tutte le crude stelle ne miei danni,
65Perche non vengo un'insensato tronco,
Esposto al procelloso mar su 'l lito,
Si che spegnessi con la vita il fuoco?
Ò perche, come gia da cephal morte
Fu la dolente Procri, ne le selve
70Non sono ucciso anch'io da la sua mano?
Sapess'io pur, per qual luoco ella aventa
Dardi, et saette contra cervi, et damme,
Ch'io mi nasconderei dentro a un cespuglio,
Et farei si, ch' ella m' aventerebbe,
75Credendomi una fiera, in core un dardo,
Pur spererei alhor, ch'ella devesse
Esser verso di me tanto pietosa,
Che con qualche sospir facesse segno,
Che le 'ncrescesse havermi dato morte,
80Ahi miser Pan, tu vai facendo sogni,
Et la Siringa tua di te si ride,
Quanto fia meglio, ch'a Liceo ritorni,
Ad haver cura de le pecorelle,
Che senza guardia se ne vanno errando,
85Et potriano venir preda de lupi;
Che sparger tante voci indarno al vento?
Se ti disprezza questa cruda nimpha,
Cerca d' un'altra, che non sei si vile,
Che non possi trovare una, che t'ami,
90Ma che ombra è questa, che da lato viemmi?
Ell' è Siringa, ch'escie fuor del bosco,
Attender qui la voglio, per vedere
S'indur la posso a haver di me pietade.

5.2. SCENA II

SIRINGA, PANE

Siringa
Io mi maravigliava haver vist'hoggi
Le selve si quiete, et si sicure,
Da le 'nsidie di Fauni, et mi pareva
Cosa nova di lor non veder orma,
5Et perch' io so, ch' a la lascivia nati
Son tutti, et soglion sempre insidie o 'nganni
Apparecchiarci, i' non potea pensare,
Che ciò avenisse, perche piu modesti
Fuor del solito lor fusser venuti,
10Che vitio natural, che 'n un sia impresso,
Et sia con lui cresciuto, non s' amenda
In un momento, or mentr' io mi stava
Tutta dubbiosa, et sovra me sospesa,
Diana, che di ciò havea maraviglia,
15Ne chiese la cagione ad una nimpha,
Et ella le rispose, che tentata
Havean costoro ogni possibil cosa,
Per goder de le nimphe, et dopo ch'essi
Le havean trovate più ferme, che scoglio,
20Ad ogni assalto, e havean veduto espresso,
Ch'era il costoro amor a lor di noia,
Havean deliberato di cercare
Altro paese, et men fiera ventura;
E 'l camin preso havean verso la spagna.
Pane
25Che cosa od'io? non ho gia udito dire
Hoggi di tal partenza ad alcun Fauno
Siringa
Diana si mostrò di ciò assai lieta,
Come colei, che ben sapea, ch'un lungo
Pregare, un lungo amore, una continua
30Battaglia un duro cor spesso fa molle;
Et rimasi io via piu lieta di tutte,
Anchor che no' l mostrassi allhor nel viso,
Pensandomi, che fosse con costoro
Andato anchora Pan, che tanto tempo
35Mi ha dato noia.
Pane
intendi, s'hai orecchio,
A che termine sei de l'amor tuo,
O miser me, ò 'nfelice
Siringa
Non perch'io
Fossi mai per amarlo, ò per mutarmi
Del mio primo pensier fisso in diamante.
Pane
40Ahi miser me, dov'ho io posto speme?
Per chi mi consumo io? per chi mi struggo?
Siringa
Ma perche non è rocca si munita,
Che non brami piu tosto haver lontani
I suoi nemici, che d'havere assalto,
45Per mostrar combattendo il suo potere;
Dunque sicure homai per queste selve
Ce ne potremo andar per ogni canto,
Ma chi è dietro a quel pino? ahi ch'egli è Pane
Ahi povera Siringa, a che sei giunta?
50Forse ch'ei non m'ha visto, oime ch'ei viene,
Che farai? Se ti dai lassa, a fuggire,
Tu sai, com'ei velocemente corre,
Et com' egli potra giungerti tosto,
Mi fermero, dopo c'ho in mano l'arco,
55Che teme costui piu, che 'l lupo il fuoco,
Et cosi minacciando di ferirlo,
Mal grado suo, il farò lontano starmi.
Pane
Ai Siringa crudel, Siringa ingrata,
Che bisogna fuggire? ò che temere?
60O pensar di ferirmi co gli strali?
Cosi la pecorella il lupo fugge;
La lepre il cane, et il leon la cerva,
Et l' Aquila grifagna le colombe,
Perche tra loro è nimicitia grave,
65Ma io, nimpha gentil, sol per amore
Ti seguo, et me tu, qual nemico fuggi,
Deh muta homai Siringa mia pensiero,
Et non m'esser cagion di tanto affano.
Siringa
Io lo ti ho detto, Pane, et tel ridico,
70Che vò servar la mia honesta intatta;
Et prima esser potria, che queste selve
Divenissero mare, e i mari boschi,
Ch' io ti lasciassi pur toccarmi il lembo.
Pane
Siringa, tu non sai, chi tu disprezzi,
75Io non sono un pastor di queste selve,
C'habbia una greggia, o due d'altri in custodia,
Tutto questo paese è in poter mio,
Et quante greggie pascon questi prati,
Son tutti di costui, c'hai cosi a vile:
80Et, se tu mi adimandi forse, quante
Elle per numer sian, no'l ti so dire,
N'aviene cio per stracuranza mia,
Ma perche tante van pascendo i campi,
Et tante ne son chiuse entro le mandre,
85Quante contar non puote alcun pastore,
Contino pure i poveri le loro,
Io a le mie non ho numer, ben so dirti,
Che sempre quindi havrai latte in gran copia,
Et gran copia d'agnelli, et di capretti,
90Et vedrai por mille caldaie al fuoco,
Da stringer latte, per formare il cascio,
Il qual non men fia tuo, ch'egli fia mio,
Siringa, tu non sai, chi tu disprezzi,
Se m'ami, non havrai piu mai fatica
95Ad altre fiere, et boscareccie belve,
Che tu n'havrai da me tante ogni giorno,
Quante in un'anno tu non trovi errando,
Et piu ti dico, che piu giorni sono,
Due cavrioli i' tolsi di un covile,
100Piu molli, che la piuma, et via piu bianchi,
Che le nevi, che vedi in su quest'alpe,
Io li ti serbo, et son gia si lascivi,
Che se tu gli vedessi scherzar meco,
Per haverli, verresti assai piu pia.
Siringa
105Non, se fussero tutti oro, et diamanti,
Tienliti pur, ch'io non mi curo haverli.
Pane
Ai poco saggia nimpha, anchor che sii
Più bianca, che i Ligustri, et piu vermiglia,
Che matutina rosa, et piu lucente,
110Che le gelate brine, et per ciò vadi
Soperba più, che giovane giuvenca,
Non devresti sprezzar si fatti doni,
Oltre che, se tu sei, come sei bella,
(Ch'io non ti vo levare alcun tuo pregio)
115Non son Laido anch' io, tal, qual io sono,
Anzi non è ne 'nl ciel, ne 'n terra cosa,
Di cui l'imago in me non sia scolpita,
Queste due corna, che mi vedi in capo,
Et che forse ti spiaccion, mostran chiaro
120Le corna de la Luna, e i rai del sole,
E 'l color, c'ho nel viso, il cielo ardente,
Ti figuran le stelle, et questi peli
Gli arbori, et l'herbe, et le frondose selve,
Et la sodezza de miei piedi è imago
125Di questa terra, su la qual tu vivi,
Siringa, tu non sai, chi tu disprezzi,
Et pur tui puoi veder, che me sprezzando,
Non sprezzi un vil, ma che tu sprezzi il tutto,
Et un, che quello ha in se, che non ha Giove,
130Quantunque egli dal ciel fulmini, et tuoni.
Siringa
Vè, che sozzo animal si vuol far bello?
Pane
Oltre di cio, ti puon far chiara fede
Gli arbori, et l'herbe, e i fior di queste selve,
Ch'al suono mio non altrimente movo,
135Che fosser mossi già dal suon d'Orpheo,
Con mal'augurio suo, gli arbor di Tracia,
Quant' i' superi ogniuno, che si pone
Tra Menalo, et Liceo fistula a i labri,
Parria roco Amphion, tal ch' oso dire,
140Che contender potrei col biondo Apollo,
Con piu felice fin, che non fe Marsia.
Siringa
Io m'llegro con te di virtù tale,
Ma perciò non farai mutarmi voglia,
Però non spender piu parole indarno.
Pane
145Siringa, se non vuoi di me far stima,
Io vorrei, che di te cura tenessi,
E aprissi gli occhi, et t'accorgessi homai,
Che portan l'hore i giorni, e i giorni i mesi,
E i mesi gli anni, et gli anni al fin la vita:
150Et però tu sapessi, come saggia,
La ventura pigliar, che 'l ciel ti dona,
Et che nel fior de tuoi piu fioriti anni
Sapessi il frutto cor de l' eta tua,
Ne pensar, ch' io ti dica cio, perch'io
155Non habbia una, che m'ami, in queste selve,
Mille nimphe mi chieggion per amante,
Et mille son da me per te sprezzate.
Siringa
Pero non voglio far ingiuria a l'altre,
Ama, chi t'ama, et non mi dar piu noia.
Pane
160Deh s'altro non mi vuoi, Siringa, dare
In refrigerio al men del mio gran fuoco,
Piacciati, prego, che da queste labra
Che più vermiglie son, ch'acerbo moro,
Et (com'o credo) più, ch' uva matura
165Dolci, et soavi più, che non è 'l mele,
Un bascio prenda, dopo tanti affanni,
Assai fuggito m'hai, lascia, ch'un giorno
Con un bascio ristori i danni miei.
Siringa
Un bascio? donna, che cortese sia
170D'un bascio ad altri, puo donarli il tutto,
Ch'appresso me più mai non sara casta.
Pane
Tu te inganni, Siringa, un bascio è poco,
Anzi (per meglio dire) è come nulla,
Deh non lo mi negar, vita mia cara.
Siringa
175Non mi t'accostar, Pane che se questo arco
Non mi vien men, ne men queste saette,
Io mi ti farò andar tanto da lunge,
Che non havrai piu ardir venirmi appresso
Pane
Ahi che vuoi far, Siringa, t'hai pur troppo
180Tinte del sangue mio, crudel, le mani,
Ma, se satia non sei de 'ncrudelire,
Eccoti il petto, il qual gia tu m' apristi,
Quando fuor ne trahesti il cor' afflitto,
Trafiggilo a tua voglia, che maggiore
185Piaga non li puoi far di quella, c'have,
Ma, se veder vorrai quel, che conviene
A un fido amante, a una pietosa nimpha,
In pieta muterai la crudeltade.
Siringa
Non mi ha voluto far la gratia il cielo,
190C'hoggi egli ha fatto a le compagne mie,
Che co Silvestri Dei tu ti sia gito.
Pane
Siringa, me n'andro pria, che sia sera,
Ne qui tenuto m'ham le greggie mie,
Od il paese, del quale io son Dio,
195Et mi dan per ciò doni, et porgon prieghi,
Ma 'l voler sol prima, ch' io mi partissi,
Da te pigliarmi l' ultimo commiato,
Però in questo partir dammi la mano,
Cara Siringa mia, ch'io la ti tocchi.
Siringa
200Stammi lontan, io ti ho pur ancho detto,
Se 'n te non vuoi che la pharetra i' scarchi,
Et, se tu mi vuoi far la maggior gratia,
Ch' a nimpha mai potesse fare alcuno,
Ponti in camin con i compagni tuoi:
205Et non mi venir più dinanzi a gli occhi.
Pane
Benche da te partendo io abbandoni
Ogni ben, pur, perche mi par minore
De l'ira tua qualunque acerba pena,
Io me n'andro, come ti ho detto dianzi,
210Da l'almo mio natio dolce paese,
Del qual son Dio, nel qual sempre son visso
Ove me 'ndrizzerà la sorte iniqua,
Ti prego bene in questa mia partenza
(Dopo che tu mi neghi tanta gratia)
215Che tenghi certo, che quanto amar puote
Un Dio nimpha gentil, tanto io t'ho amato.
Siringa
Hor non piu, Pan, Diana è qui vicina,
Ch'io sento il siton de corni, et veggio i cani,
Me ne voglio ir.
Pane
Deh ferma nimpha il passo,
220Non mi ti torre anchor.
Siringa
Lasciami, Pane,
Se non ti vuoi pentir d'havermi vista.
Pane
Deh lascia, ch'io ti tocchi almen la mano.
Siringa
Lasciami, dico, ch'io non son piu sola,
Che veggio la mia Dea, veggio le nimphe,
225Et guai a te, se tu mi fai chiamarle.
Pane
Non m'esser si crudel, nimpha gentile,
Habbi pieta del mio angoscioso affanno.
Siringa
Tu mi farai gridar.
Pane
Grida a tua voglia.
Siringa
Diana aiuto, che mi vuol far forza
230Questo villan di Pane
Pane
Ecco io ti lascio,
Siringa ingrata, ma tu via mi porti
In questo tuo partir l'anima, e 'l core.

5.3. SCENA III

PANE, SILVANO

Pane
Maledetta Diana, et le sue nimphe,
I can, gli strali, gli archi, et le pharetre,
Non mi poteva gia peggiore intoppo
Avenir hoggi, che dopo, ch'Amore
5Mi dipense nel cor questa crudele,
Non l'ho da sola a sol gia mai havuta,
Com' hoggi, et mi sperava al fin venirne,
Per forza almen, s'io non potea co prieghi,
che non venia Diana a darmi noia;
10Che maledetta sia quell' hora, ch' ella
Tolse la mia Siringa in compagnia;
A me proprio è avenuto: come aviene
Ad un pover bifolco, che le biade
Veggia quasi mature, et pensi porve
15La falce per accorle, e immantinente
Aspra tempesta vien, che glile toglie,
Ma non fia, che vendetta anch'io non faccia,
A mio poter di cosi grave oltraggio,
Non, s'io devessi abbandonar le selve,
20Et lasciar le mie greggie in preda a i lupi
Fonte non è per questi ombrosi boschi,
Che disturbar nol faccia da pastori,
Ne vi si trova alcun fiorito prato,
Che pascere i' nol faccia a le mie greggie,
25Si che Diana sia constretta quindi
(Malgrado suo) partirsi: Ai miser Pane,
Et che farai s'ella di qui si parte?
Andrà seco Siringa, et sarai stato
Tu lo 'nventor del tuo palese male,
30Almen veder la puoi, s'ella qui resta,
Et parlarle tal hor, com'hai fatto hora,
È indurla a haver pieta del tuo dolore,
Ch' è qualche cosa, fin ch' altro haver puoi,
Ma fuor di speme sei, s'ella si parte,
35A che termine sei, miser Pan, giunto?
Perdonar ti conviene a chi t'offende,
Per amor di chi t'arde, et ti distrugge,
Et preporre il veder dietro a un cupresso,
Od un Faggio, od un'olmo la cagione
40Del tuo dolor, al far vendetta giusta.
Silvano
Gravi querele son queste, ch'io odo,
Et mi paion di Pan nostro gran Dio.
Pane
Ma c'ha voluto dir la mia Siringa,
Quando m'ha detto, che lontani vanno
45I Satiri, e 'i Silvan da queste selve?
Silvano
Pane, che ci è, che ti lamenti tanto?
Et sei si maninconico nel giorno,
Che sono tutti i Dei Silvestri in gioia?
Pane
Scacci il duolo, chi vuole, et si rallegri,
50Gioia non è per me tra queste selve,
Et ciò, ch' è lieto, a me sol' è d'affanno,
Poi che, chi sola mi potria far lieto,
Quanto piu mesto son, tanto più gode.
Silvano
Et qual' è la cagion del tuo dolore?
55Non ti gravi di dirlami che forse
Potrei al tuo languir porger rimedio.
Pane
Silvano, tu non sai quello ch' è noto
A le piante, a le fiere, a i sassi, a l'herbe?
Siringa è la cagione d'ogni mio male,
60Et la crudele, che potrebbe sola
Beato farmi, il mio dolor nor cura,
Post'ho per lei le mie greggie in oblio,
Et non le greggie pur, ma me medesmo,
Ne per cosa, ch'io faccia, io posso havere
65Speme da lei di ritrovar mai pace.
Silvano
Pan, peggio non si puo far ne gli affanni,
Che pensar non dever' esser mai lieto,
Non sai, che 'l feminil sesso si muta
Di momento in momento? s'hor t'attrista,
70Forse empir ti potrà d'allegrezza ancho.
Pane
Il so, ma come che costei si mute,
Allegrezza per me non n'oscie mai.
Silvano
Ma dimmi, non è ella quella nimpha,
Nata in Nonacria, ch' è tanto a Diana
75Simil, che, se non fosse differentia
Tra lor l'habito, et l'arco, si potrebbe
Creder, che fosse ella Diana istessa?
Pane
Ell' è quella, Silvan
Silvano
Hor l'ho veduta
Gir con Diana
Pane
oime, ch'ella mi ha tolto
80Nel suo partire il core, et son rimaso,
Come pastor, c'habbia veduto il lupo
Sbranar le greggie sue di capo in capo,
Et tanto è 'l dolor mio, ch' io non vorrei
Esser piu vivo.
Silvano
Ben ti stimo sciocco,
85Poi che brami morir per una nimpha,
De quali n' è tal copia, che se n'have
Per ogni stran, per ogni incolto bosco.
Pane
Pari a lei non sen' ha, Silvano mio,
Perche è costei tra tutte l'altre nimphe,
90Qual' è tra minor fior rosa vermiglia,
E a dirti il ver, mi da non poca noia
Una cosa, che m'ha parlando detto,
Et intesa i' non l'ho.
Silvano
Che cosa è questa?
Ch'essendosi partiti gli altri Fauni,
95I Satiri, i Silvani, me n'andassi
Anch' io con loro, et pur di tal partenza
Non sapea, ne so nulla.
Silvano
et c'hai risposto?
Pane
Ch' anch'io mi volea gir.
Silvano
Ve, come il caso
Produce il tutto, non potevi meglio
100Risponder, questo è quel, ch'io dicea dianzi,
Ch'essendo tutti i tuoi Compagni in gioia,
Io mi maravigliava di vederti
Cosi maninconioso.
Pane
Hora ch' è questo,
Caro Silvan?
Silvano
La tua allegrezza certa.
105Il tuo certo gioir, quel, che ti puote
Si lieto far,che piu non sarai mesto.
Pane
Ai caro il mio Silvan, non mi dir fole,
Non cercare ammollire il mio dolore,
Con medicina falsa, perche poi
110Elli ritorneria più, che mai, grande,
Silvano
I' vo, che questa sera di Siringa
Tu goda.
Pane
Questa sera?
Silvano
Questa sera:
Com' i Satir godranno, e i Fauni tutti
De le lor nimphe.
Pane
Hor che potria più affanno
115Darmi, ò dolor, se questo aveniss'hoggi?
Dimmi il vero, Silvan
Silvano
Cosi vedere
Potess' io questa pianta ritornare
Nel mio fanciullo, com'egli gia in questa
Pianta nel piu bel fior fu trasformato,
120Com' io detto non t'ho, se non il vero.
Ne per altro fint' hanno la partenza
I Satiri, e i Silvan, che per godere
Le nimphe lor.
Pane
Ma ch' è mestier, ch'io faccia?
Perche mi goda di Siringa anch'io
Silvano
125Poi che l' hai detto di voler partirti,
Non dubitar di non haverla in braccio,
Prima, ch' appaia in ciel la nova aurora;
Ma non è tempo d'indugiar qui molto,
Che di qua veggio uscir fuori le nimphe,
130Pero entriamo nel bosco pria, che noi
Siam veduti da loro, e 'ntenderai
L'ordine posto da Silvestri Dei,
Onde vedrai, c'hoggi esser puoi felice,
Poi che Siringa puo felice farti.

5.4. SCENA IIII

AMADRIADI, ALTRE NIMPHE, EGLE, SATIRI PICCIOLI, SIRINGA

Amadriadi
Molti mesi ha, che più felice caccia
Noi fatto non habbiam di quella d' hoggi.
Nimphe
Ell' è stata felice, ma di molto
Pericol, se 'l cengial, che que due cani
5Uccise, et arse a que tre altri il pelo,
Ci cogliea con un dente, vedevamo,
Che pericolo in se tengano i boschi.
Amadriadi
Ben dimostro Diana, che suoi colpi
Venian da man divina, quando l'arco
10Scoccò verso il cengiale, et lo trafisse
In mezzo il capo, non di colpo lieve,
Come Atalanta gia, con infelice
Augurio del dolente Meleagro,
Trafisse il suo, ma d'un cosi possente,
15Che subito ei resto di vita privo.
Nimphe
Quanto fu bel veder gli aggiramenti
Di quella insidiosa astuta volpe,
Che tante volte, et tante ingannò i cani?
Ch'alhora, ch'essi si credean d'haverla
20Tra denti, si tornò ne la sua macchia.
Amadriadi
Ma, chi havria mai pensato di vedere,
Che quella gravida Orsa, che trafisse
Con il dardo Diana, partorire
Devesse per la piaga i cari figli,
25Si che l'istessa man, ch'a lei die morte,
Fosse a figli cagion del nascimento?
Nimphe
Ciò fu bello a veder, ma via piu bello,
Che, mentre questa nimpha cogliea il parto,
Venisse d'improviso quella cerva,
30Che cacciava Siringa, et la gettasse
Con un'urto tra l'herba, e i fiori in terra;
Tu ridi? se vi fusser stati i Fauni,
Potuto havrian veder, s'eri huomo, o donna;
Si stranamente in aria alzasti i piedi;
35Ma vedete Egle con i Satirini,
Che si viene ver noi fuor de la selva,
Vo, che qui l'aspettiam.
Amadriadi
Come ti piace.
Egle
Figliuoli miei, bisogna, che sappiate
Finger cosi, ch'i miser vostri padri
40Se ne sian giti, che se 'l credan certo
Queste vezzose nimphe, et ciò averravvi,
Se finger si saprete di dolervi,
Che le moviate a haver pietà di voi,
Io non mancherò punto d'aiutarvi,
45Ovunque io vedrò, che sia bisogno.
Satiri pioccioli
Et noi si sforzeremo in questa nostra
Tenera età non ci mostrar fanciulli,
Per ottener quel, ch'ottener bramemo,
Non ne venga pur men di favor Bacco
Egle
50Cosi, bisogna, che facciate, andiamo,
Et mostratevi tutti in viso mesti.
Nimphe
Ti sii la ben venuta, Egle, che buona
Nova ci apporta la venuta tua?
Egle
Nova buona non han piu queste selve:
55Poi ch'i Silvestri Dei se ne son giti,
Et testimon ne sian questi meschini,
Quai non posso mirar senza cordoglio,
Et, se non che su voi han qualche speme,
Io credo, che s'havrian data la morte,
60Veggendosi restar senza i lor padri,
Ma come a madri sue vengono a voi,
Fatevi inanzi, poveri fanciulli,
Et datevi a la fe di queste nimphe.
Satiri piccioli
Nimphe cortesi, anchor che senza pianto
65Non possiam raccordarsi l'improvisa
Partita di coloro, onde siam nati,
Pur diviene minor la nostra doglia
Qualhor pensiam ne la bontade vostra,
Però cortesi, et amorose nimphe,
70Non vi sia grave haver di noi pietade,
Quai qui rimasi siam, come rimane
Perduto il suo pastor greggia infelice.
Nimphe
Non vi saremo men, che madri, pie,
Ben vi preghiamo da costumi nostri
75Non si partire, et por tutta in oblio
De Satiri maggior l'aspra lascivia.
Egle
Non è da dubitar, ch'al viver vostro
Non s'assomiglin, perche da fanciulli
Comminciano apparar la vita vostra,
80Che come creta molle ogni figura
Agevolmente prende, cosi anchora
In un'animo tenero se 'mprime
Ogni modo di vita agevolmente:
Dunque, Satirin miei abbandonati,
85Poscia che queste nimphe si pietose
Havete verso voi hoggi trovate,
Date lor segno di deverle havere
(Come devete haver) semphe per madri,
Et voi, nimphe gentil d'haverli sempre
90(Com'essi vi si dan) per cari figli,
Stringete a lor picciol fanciulli, il collo,
Et voi altresi a lor, nimphe cortesi,
Et con basci di pace date segno,
Ch'esser debba tra voi perpetuo amore,
95Ma temp' è, ch' io ritorni al mio Sileno,
Che 'l pover vecchio è pien di tanto affanno,
Per la partita de compagni suoi,
Che non spero mai piu vederlo lieto,
Voi rimarrete con le madri vostre,
100Satirin miei, et dopo cena poi
(Se pero fia in piacer di queste nimphe)
Qui ci ritroveremo tutti insieme,
Forse contenti piu, che non siam' hora.
Amadriadi
Anzi verrenvi molto volontieri,
105Poi che noi vi possiam venir sicure.
Siringa
Deh di gratia dimmi, Egle, se d'Arcadia
Partito s' è co gli altri Fauni Pane?
Egle
Partito s' è pur troppo lo 'nfelice,
Et non è per vederlo Arcadia mai,
110Tanto incresciuto l' è che tu lo sdegni,
Siringa, i' tel' vo dire, per uno amante
Non vide il più fedele unquanco selva,
Et gli ti sei mostra si dura a torto,
Ma potria avenir tempo, c'havresti ancho
115Te stessa a sdegno, per haver sdegnato
Amante si fedel, fuor di ragione.
Siringa
Dolgasi egli di se, che si è voluto
Por ad amar, chi mai non senti amore,
Io non lo 'ndussi mai, ch' egli m'amasse.
Egle
120Estender non mi voglio in dimostrarti
Quanto meglio saria, ch'amor seguissi,
Perche, essendosi Pan quindi partito,
Non gioveriali il mio mostrarti il vero:
Ma tempo verrà ben, che tu te stessa
125Riprenderai.
Siringa
I' non son per pentirmi
Mai de l'honesta mia.
Egle
Te n'avedrai,
Quando il penserai men, restate in pace,
Nimphe, fin che torniamo a rivederci.

5.5. SCENA V

EGLE, SILENO

Egle
Chi fia, chi dica, che d'ingegno manchi
Donna, ch' a far si dia una grande impresa,
Se por vi vuole, com'ella dee, lo 'ngegno,
Dopo che tutte queste nimphe a un tratto
5Ho condotte a la rete in questo giorno?
Altro non resta più se non, ch'i Fauni
Tirin la rete, et ve l' accolgan sotto,
Et facciano di lor sicure prede;
Veggio Sileno, i' gli voglio dar nova,
10Ch' i Satir de le nimphe havran vittoria.
Sileno
Tu mi farai uscir del corpo l'alma
Con questo tuo tardar, tre fiaschi ho asciutti
Insino al fondo, poi che ti partisti,
Et dormito un gran sonno, et risvegliato,
15Beendo tuttavia, guardato ho a torno
A torno buona pezza, et non t'ho vista
Insino ad hora, gaglioffetta, guai
A te, se fatto tu m' havessi oltraggio.
Egle
Et, se fatto l'havessi ben, che fora?
20Perciò non t'averria nulla di novo,
Poi c'hai le corna per natura in capo.
Sileno
Tu mi dileggi ribaldella? dammi
Un bascio.
Egle
Volentieri
Sileno
Hor prendi 'l fiasco,
Et ricreati un poco.
Egle
I' n'ho bisogno,
25Per la durata mia nova fatica,
In ridur queste nimphe a le mie voglie.
Sileno
Et c' hai tu fatto?
Egle
Lasciami ber prima.
Sileno
Bevi, che dato i' t' ho per questo il fiasco.
Egle
O che buon vino è questo, i' me ne sento
30Fender la lingua si, che viemi a l'occhio
La lagrima, ò che vino, goda Giove
Nettare, e ambrosia, i' non cerco ber meglio:
Et onde l' hai tu avuto?
Sileno
Il mio Marone
Da la mensa di Bacco hoggi l' ha tolto.
Egle
35So, ch' ei conosce il buono, i' non mi posso
Satiar di ber.
Sileno
Vedi, s' io m' arricordo,
Egle, di te: non ne ho voluto bere,
Per servarloti, un goccio, anchor ch'havessi
Una gran sete.
Egle
I' ti farei ingiuria,
40S' io non lasciassi, che tu dessi un bascio
A la bocca del fiasco, tè Sileno,
Accostavi la bocca; che piu dolce
Basciar questo sarà, che le mie labbra.
Sileno
Questo non gia, che piu dolce, che manna,
45E questa tua boccuccia, hor lascia, ch'io
Dia un bascio a te, ne darò un'altro al fiasco,
Et cosi sentirò doppia dolcezza,
A ragion ben lodato hai questo vino,
Potta di Bacco, i' non bevi mai meglio.
Egle
50Bevilo tutto, ch' io non ho piu sete.
Sileno
Senza che tu mel dica, i' l' ho bevuto;
Et parmi, ch' io sia fatto un Dio celeste,
Hor c' hai fatto pe Fauni?
Egle
Hanno le nimphe,
Sotto spetie di fe, i nemici a cerco,
55Et molto non andrà, saran tutte,
Secondo l' ordin dato, in braccio a Fauni.
Sileno
Ah, ah, ah, ha, i' lodo il Signor Bacco,
Che dar non sdegna aiuto a la sua gente,
Vorrei anch' io poter d' una godere.
Egle
60Deh vecchiaccio, che sei, non ti par, ch'io
Sia troppo a le tue forze? Hor cerca, cerca,
Silen, dun' altra, che d' unaltro anch' io
(Poi ch' io non son per te) vo provedermi.
Sileno
Non ti adirar (vita mia cara) i' giuoco
65Con te, nol vedi?
Egle
Non mi par bel giuoco
Il minacciarmi di tormi il pan di casa,
Se' l facesti, insin hor ti fo sapere,
Ch' io non vorrei morirmi de la fame.
Sileno
Che dirai pazzarella?
Egle
M' hai intesa,
70Non mi vo veder tor la vittuaglia.
Sileno
Entriam nel bosco, che farem la pace.
Egle
I' non vi vo venir.
Sileno
Perche?
Egle
Non voglio.
Sileno
Deh vien di gratia, so, che gita al naso
Ti è subito la colera.
Egle
cagione
75Forse non me n' hai data, se non fosse
L'amor, col quale io t'amo i' staria un anno,
Ch' io non verrei, ove tu fossi.
Silvano
Eh andiamo;
Car' Egle mia, nel bosco: Eh vien di gratia.
Egle
Va, ch' io ti seguo: Non è cosa al mondo,
80Che star piu faccia uno marito al segno,
Che la moglie minacci di volersi
Di cibo procacciar, s'egli le toglie
Il cibo, che mantien le donne in vita,
Et chiaro hor visto i' l'ho nel mio Sileno
CHORO
85Hor, che siam per por fine a nostri affanni,
Et si mostra cortese
A prieghi nostri Amore,
Non temiam più, che rea sorte ne 'nganni,
N' altrui fallaci inganni,
90Onde cagion habbiam d'aspro dolore,
Però con tutto 'l core,
Benedicemo il di, ch'amor ne prese;
Et con la face, accese
La fiamma in noi del suo vivace ardore.
95Felice l'hora, che rivolser gli occhi
Queste nimphe ver noi,
Et for si da be rai
De lumi loro i nostri cori tocchi,
Acciò ch'indi hor trabocchi
100Il ben, ch' addolcir dee gli havuti guai,
Si che non sentiam mai
Dolor alcun, che co gli amari suoi
Ci dia noia, dopoi
Che tanto bene Amore hoggi ne dai:
105Pero non sarem mai stanchi, ne satij
Di darti lode eterne,
Per queste selve ombrose,
Poi che di darci ben tu non ti satij,
Qual fia, che non ringratij
110Le faci, onde habbiam noi quell'amorose
Fiamme, c'hanno in se ascose
Tutte le gioie, s'altri le discerne,
Onde siam per haverne
Tregua con queste cure aspre, et noiose.
115Et benche non possiamo in marmi vivi,
Ne 'n ben saldi metalli
Sculpir tue vere lode,
Non fia pero, che non rimangan vivi
(Pur che tu non lo schivi)
120I tuoi honori, et non t' apprezzi, et lode
Tra noi, chiunque gode
Per te il ver ben: dunque per queste valli
Sempre amorosi balli
Guideremo a tuo honor, senza far frode:
125Et lascierem scolpiti in faggi, en olmi
(Benche con rozza mano)
Che fai ogni duol vano,
Et di sommo gioir l' anime, colmi.

6. ATTO QUINTO

6.1. SCENA I

EGLE, SATIRI

Egle
Sapete, ove la cosa è gia condotta,
Atro non resta piu, se non che usiate
Astutia nel pigliar le fiere in caccia.
Satiri
Pericol piu non v' è, poi che ce l'hai
5Con l'arte tua quasi condotte in mano.
Egle
Non vo, che vi paia esser si sicuri,
Che non debbiate haver tema di quello,
Che 'n simil caso vi potria avenire,
Non basta a cacciatore esperto havere
10Fatto tra se disegno di pigliare
Astuta fiera, se nel bosco, poi
Che destata egli l'ha, non ha disposto
La caccia si, ch'ella fuggir non possa,
Dunque bisogna, che voi siate accorti,
15Perche, se s'avedesser de lo 'nganno,
Tutto quel, che fatto è, sarebbe nulla.
Satiri
Da noi non mancherà, che con ingegno
Non sia provisto a ogni possibil cosa.
Egle
Dunque io me n' andrò dritto a trovarle,
20Et cercherò di porle in danza insieme
Co Satirini vostri, voi nascosti
State dietro a questi arbori, et il tempo
Pigliatevi a la preda.
Satiri
Vanne, et credi,
Che l'hora non veggian, che 'l fine aggiunga,
25Gite voi ne la selva, et tutti gli altri
Fate disporre a luochi, ov' è bisogno,
Et dite, che si pongan tutti in punto,
Si ch' al sibilo sol d' uno di noi
Sian tutti pronti a la parata preda:
30Ecco i Satirin vengono, et le nimphe,
Egle
lor s'appresenta, non fia molto,
C'havremo ne le mani il nostro bene.

6.2. SCENA II

Nimphe, Egle, Satiri Piccioli, Satiro grande, Choro

Nimphe
State sicuri pur d' haver trovato
Un perpetuo riposo.
Egle
Et voi d' havere
L'inciampo ritrovato.
Satiri piccioli
Certo nulla
Ci par d' haver perduto, tanto amore
5Ci havete mostro, e tai carezze fatte.
Nimphe
Ogni giorno haverete maggior segno;
Quanto v'amiam, quanto ne siate cari,
Ma vedete Egle vostra.
Egle
Figli miei,
Come vi contentate de la vita
10Di queste vostre madri? Se voi sete,
Contenti, ogni dolor da me è fuggito.
Satiri piccioli
Ci hanno, Egle, queste nimphe tanto amore
Mostrato, che, per dirti il vero, mai
Tanto non cen mostraro i padri nostri,
15E tanto addolcito have il nostro duolo
L'immensa cortesia di queste nimphe,
C'haver non potevam maggior conforto.
Egle
Io non me ne credetti altro giamai,
Tanto cortesemente i' vidi accorvi.
Nimphe
20Gli a saputo un pò strano il bever l'acqua,
Ma nel resto si son cosi acquetati,
Che parso n' è, ch' assai restin contenti
De la compagnia nostra.
Egle
E de l' etade
Tenera proprio questo, che di mente
25L' esca tosto l'amore, et tosto l'odio,
Et ami similmente, et odij tosto,
Et pero maraviglia non è, s'hora
Si sian scordati questi fanciullini
I padri loro, e a amar voi si sian dati;
30Voi, che vezzo gli fate, cosi anchora
Molto non andrà, che 'l ber de l'acque
(Posto il vino in oblio) non gli fia noia.
Satiri piccioli
Anzi insin' hor non n' è spiacciuto il berne,
Et si sentiam via piu leggiadri, et snelli,
35Che noi non eravam, bevendo il vino,
Vedete, come siamo agili, et destri
Su la persona, se la riverentia,
Che noi portiamo a queste nostre madri,
Non s' opponesse al voler nostro, noi
40Le chiederemo a far con noi un ballo.
Egle
Et perche ricusar deono lo 'nvito?
Quando son famigliari accolti insieme,
Non si deon vergognar famigliarmente
Prender tra lor con honesta sollazzo,
45Pero i' non credo, che queste cortesi
Nimphe si sdegnin di danzar con voi.
Nimphe
Non gia per nostra fe.
Egle
Voi fate bene,
Poi che 'l maggior piacer, ch' esser mai possa,
Per donna al mondo, voi havete a schivo.
Nimphe
50Et qual' è questo?
Egle
Amare, et de lo amore
Goder d'un' huomo, che s' ami.
Nimphe
Tu sei pure?
Egle, su le sciocchezze.
Egle
Anz' io vi dico,
Che di ciò non vi vo mover parola,
Ma ben vi dico, che cosi tra noi
55Ci possiam por con questi putti in danza,
Et solazzarsi honestamente insieme.
Nimphe
Facciam, come ti par.
Satiro grande
Son quasi al fine
Le cose?
Choro
Vuoi, che usciamo?
Satiro
State cheti
Non vi scoprite, che non è anchor tempo.
Choro
60Oime quando fia l'hora?
Nimphe
Et come in ballo
Potrem condurci, non vi essendo alcuno,
Che tra noi suoni?
Satiro piccolo
se fosse tra noi
Fistula alcuna, sonerebbe parte
Di noi, et parte si daria a danzare.
Egle
65Ma non sapete voi, se sempre meco
Porto le fistole io?
Satiri piccioli
Dalleci adunque,
Che sonarem.
Egle
Tenete.
Satiro grande
State in punto,
Che 'l tempo vien, che se n' entriamo in caccia.
Choro
A l'ordine noi siamo.
Egle
A coppia, a coppia
70Noi entreremo in ballo, et le carole,
Come 'l suon chiederà, guiderem tutte.

QUI S' INCOMINCIA. IL BALLO.

6.3. SCENA III

SATIRO, CHORO, SILENO, PANE, NIMPHE

Satiro
State a l'ordine, dico.
Choro
Sian pur troppo
A l' ordine, non fu mai si tes' arco,
Questi obietti non son da non destare,
Chi neghitoso dorme, che tardiamo?
5Che non li diamo dentro; ci sentimo
Mancar la vita.
Satiro
Non ' anchora il tempo
D'uscir, fratelli miei.
Choro
Non veggian l' hora,
Che possiamo sfogar nostro disio:
V' è, com' è snella quella vaga nimpha,
10C' hora si ruota, ò che rotonda gamba,
Ò che pie scarno, et rotondetto, et vago
Sostien quella vittina.
Satiro
Con che gratia
Move la mia Napea l'un lato, et l'altro,
Come s'aggira, et come s'alza a tempo,
15Come si ferma, et (per dir breve) come
Leggiadramente al suon col pie risponde.
Choro
Ma vedi, che a noi vien Sileno, et Pane,
Pan venir dee per la Siringa sua,
Ma non so, a qual fin qui venga Sileno,
Satiro
20Che vi è Sileno?
Sileno
Son venuto anch' io
A veder questa festa.
Choro
Deh sta indietro
Con questo asino tuo ne la mal'hora,
Che, s'ei ragghiasse, siam tutti disfatti,
Non odi tu Silen?
Sileno
Tu mi vuoi fare
25Uscir si, ch' io sia visto, io quel son stato,
C' ho condotta la cosa, et mi volete
Cacciar, com' una bestia? i' voglio andare
Fuor de la selva, va inanzi.
Pane
Eh non fare,
Caro Sileno
Sileno
I' voglio andar, va la;
30Vo, che tutti costor paiano bestie.
Choro
Costui è ubriaco.
Satiro
A punto, il vin lavora.
Pane
Non ci turbar Silen, Silen mio resta,
Non voler, ch'un tuo sdegno ci disfaccia.
Sileno
Per amor tuo mi rimarro.
Pan
E Siringa
35Forse nel ballo.
Satiro
Ella al fin de la danza
Git' è con l'altre nimphe, et con lor siede.
Pane
La veggio, ai fiera, ai soperbetta, ai schifa,
Ai nemica d'amore, et di pietade,
Come mi struggi il cor? come m'ancidi?
40Ma che tardiamo piu?
Satiro
Lascia, che 'n ballo
Entri di novo: Ve la tua Siringa,
Che guida la carola.
Pane
Oime che vita?
Oime che leggiadria? Che movimenti?
Non tardiam più, ch' io ne moio, ahi lasso,
45Io mi dileguo.
Choro
Tempo è di far segno,
Satiro, a gli altri.
Nimphe
Havete udito quello
Sibillo?
Egle
E nulla fia qualche pastore
Che chiama la sua greggia, ò chiama i cani,
Seguiamo il ballo.
Nimphe
Son quasi rimasa
50Fuori di me.
Egle
Tu temi ben di poco:
Su a la danza, sonate.
Satiri piccioli
Noi soniamo.
Satiro
Hora animosamente tutti a un tratto
Entriam, compagni miei, lieti nel campo,
Che vincitor sarem di questa guerra.

6.4. SCENA IIII

Nimphe, Choro, Pane, Egle, Sileno

Nimphe
O poverelle noi nimphe, siam morte,
O poverelle noi, vedete i Fauni,
I Satiri, e i Silvani, ò triste noi.
Choro
Eh non fuggite, che temete? Siamo
5I vostri amanti.
Nimphe
Ai Egle, oime malvagia,
O noi semplici, et sciocche.
Pane
Eh non fuggire,
Siringa, eh non fuggire.
Nimphe
ò meschinelle
Che siamo.
Choro
Andate a quel varco un di voi,
Piglia questa, che vien verso la selva,
Nimphe
10O noi misere, et triste.
Choro
che tardate?
Correte al bosco.
Egle
Su Satir, su Fauni,
Su valorosamente, ben sarete
Cosi da poco, che fuggiranno ancho;
Et ne le man le havrete.
Nimphe
Ahi malvagia Egle,
15Quest' è la fe?
Egle
Dove ne vai Sileno?
Sileno
Io vò per dar soccorso a miei compagni,
Ch' anch' essi m' aiutar, quando io ti tolsi.
Egle
O cho soccorso, mover non ti puoi
Et gli vuoi dare aiuto?
Sileno
Prender voglio
20Questa, che viene in qua.
Choro
Tosto, non state
Satiri a bada, su picciol fanciulli,
Correr non le lasciate, per la mano
Tenetele, pe panni, et per le gambe.
Sileno
A questa, a questa, tutti a dosso a questa.
Choro
25Ci fuggiran, non state a bada, al bosco,
Al bosco tutti, ch'elle al bosco vanno.
Nimphe
Oime dove siam giunte?
Sileno
A dosso a dosso,
A dosso a questa, piglia, piglia, piglia,
Egle che fai? a dosso, ahi che caduto
30Sono, et rotto mi son quasi una costa;
Oime, et ho fatto nulla, ch' è fuggita,
Oime.
Egle
Tel dissi io ben, sei tu ben atto
Correr dietro a chi fugge: in tua mal' hora
Tienti al tuo fiasco, che non fugge, et lascia
35Correr chi vuol.
Sileno
S'io lo facea per bene.
Egle
Havresti fatto meglio haver bevuto,
Hor levati, se puoi.
Sileno
Dammi la mano,
Aiutami.
Egle
Vorravvi altro potere,
Che 'l mio.
Sileno
Dammi la mano, perche anch' io
40Mi sorgerò, son pur risorto alquanto,
Aiutami, Egle, regger non mi posso,
Oime.
Egle
Monta a caval, ve, che allegrezza
Tu mi vuoi dar sta notte, mentre in gioia
Gli altri saran; sarai tu su 'l dolerti.
Sileno
45Non mica, tosto c' haverò bevuto,
Non haverò più mal, volea potere
Dir d' haver fatto qualche cosa anch' io,
Ma non l' ha consentito il mio destino.

6.5. SCENA V

SILVANO, PANE

Silvano
Ogni cosa nel bosco è sotto sopra,
Chi corre in qua, chi in là prendute han molte
Nimphe i compagni miei, ma quelle astute
Prima, che por s'habbin lasciato a dosso
5Le man, squarciate s'han da corpi i panni,
Et lasciate le vesti, cosi nude
Si sono date a correr per lo bosco,
Nude corron le Nimphe, et corron nudi
I Dei silvestri, come gia i Romani
10Ne le feste di Pan correano a Roma,
Onde, s'avien, che le giungan nel corso,
I' penso, che tra lor non andrà indugio
A giungersi un con l'altro, i più bei corpi
Di donne non vidi unqua, paion proprio
15Cose celesti, se dinanzi forse
Le guato, mi rassembram Citherea,
Se di dietro le miro, un Ganimede,
Cosa non han, che biasimar si possa,
Mirinsi par nel petto, o ne la schiena,
20Per la mia fe, ch'io non ne so incolpare
I dei del ciel, s'ardon de loro amore,
Havendole dal ciel tante fiate
Vedute ignude ne le vive fonti,
Ben saranno felici, e aventurosi
25Que Satiri, que Fauni, et que Silvani,
Che da le molli, et delicate braccia
Saran stretti, et legati, et accorranno
Da lor soavi fiori il dolce frutto;
Che nel ciel potria fare invidia a Giove
Pane
30Haver nemico il cielo, e immaginarsi
Poter condurre uno suo effetto al fine,
Silvano
Che lamentevol voce è questa, ch' odo
Uscir del bosco in cosi gran letitia?
Pane
A chi ciò crede, avien quel, ch' è avenuto
35A gli altri hoggi, et a me, miser Pane,
O Pan tristo, e 'nfelice, ò Pan dolente,
A che termine sei?
Silvano
Egli mi pare
Pane, che si lamenti, et che puo havere
Egli di tristo, essendo ogniuno in gioia?
Pane
40O doloroso Pane, hai pur perduto,
Quanto di bene havevi.
Silvano
Che ci è Pane?
Pane
Potrai pur poverello a voglia tua
Gir per le selve, senza haver sospetto
D' offender la tua Nimpha.
Silvano
Ch' avenuto
45T' è di dolente, Pan, che si ti dogli?
Pane
Oime, Silvano, oime, tra queste selve,
Selve gia di piacere et di diletto,
Non fu giamai cagion di maggior pianto;
Ov' esser credevam lieti, et felici,
50I piu miseri siam, che fossero unqua.
Silvano
Tu mi togli la vita, Pan, ch' è questo,
Che tu mi di? quando pensar piu debbo
Vedervi lieti, s'hoggi sete tristi?
Pane
Avenuta, Silvan, ci è cosa tale,
55Che fin, c'havranno mai fronde le selve,
Sempre tristi sarem, sempre dolenti.
Silvano
Deh fa, ch' io sappia, Pan, che cosa è questa.
Pane
Silvano, non voler (se m' ami) udire
L' infelicita nostra, e 'l nostro affanno?
60Che 'ncredibile angoscia havrai a udirlo.
Silvano
I' non posso sentir doglia maggiore
Di quella, c' hor per voi il cor mi preme,
Pero non mi tener' hor piu sospeso.
Pane
Mentre, Silvan, le nostre care nimphe
65(Ch' io pur lo ti diro, poi che 'l ricerchi)
Noi seguivamo, per l'ombrosa selva,
A guisa, che seguia gia Phebo Daphne,
Et gia si credevamo haverle in braccio,
Fuggiron tutte in varij luochi alcune
70A radici de monti, altre a le rive
De vivi fiumi, altre a le dense piante,
La folta de le quai lor tolse il corso,
Altre vedemmo tra vermigli, et gialli
Fiori cadute, ci la volubil' herba
75Le legò i piedi si, che sen caddero,
Alhora i Fauni, i Satiri, i Silvani,
Credendo haver la preda in man sicura,
Si tennero padron de le lor nimphe,
Ai speme vana, et ben folle pensiero,
80Ai nemica fortuna a i bei desiri,
Ma cosi tosto, che le furon presso,
(Cosa io ti diro, ch' a pena i' posso
Crederla a me medesmo, et pur l'ho vista)
Altre divenner fiumi, altre ne fonti
85Restarò si, che non si videro, altre
Divenner fior ne la minuta herbetta.
Silvano
Ai che mi di tu, Pan? che meraviglie
Son queste, ch' i'odo?
Pane
Io non ti mento punto,
Ne furono alcun' altre in questo tempo,
90I piedi de le quai furon pur dianzi
Si veloci a fuggir, che su la terra
Fermar le piante, et ivi fer radici;
E unir si vider le lor gambe in tronco,
Et coprirlesi il petto di corteccia,
95Et le chiome gia d'oro in verdi fronde,
Ne vidi alcuna trasformarsi in vite,
E 'n tanto, ch' io l' ho detto, su per gli olmi
Le braccia aviticchiar lente, et distorte,
Et, per non dir minutamente il tutto,
100Furon tutte mutate in varie forme,
Onde si vede in varij luochi al bosco
Alcun de nostri lamentarsi a un faggio,
Et de le frondi sue farsi corona,
Altri abbracciare un fico, altri una quercia,
105Et creder pur d' haver l'amata in braccio,
Altri a la scorza d'un castagno dare
Con pianto grave affettuosi basci,
Alcuno altro dolersi a pie d'un salce,
Et bramar di morrir sotto quell' ombra,
110Alcuni accrescer con amaro pianto
Le lucid' onde al rio, nel qual veduta
Havevan transformar' l' amata nimpha,
Altri versar da gli occhi un largo fonte,
E nacquer le radici di que fiori,
115In che le nimphe lor s' eran converse,
Alcun' altri bramar veder Medusa,
Per potersi mutar in duro sasso,
È star sasso nel monte, appresso a quella
Nimpha, che l' havea fatto il cor di pietra.
Silvano
120Non credo, mai che 'n un sol giorno tante
Mutation fosser vedute.
Pane
A nostro
Danno servate son le maraviglie,
Insino a questi giorni perche sempre
Miseri siamo, et io via piu d'ogniuno
125Languisca sempre, et mi tormenti sempre.
Silvano
Perc'hai tu, Pan, maggior de gli altri doglia?
Perche strugger ti vuoi tu piu de gli altri?
Pane
Perche quant' era la Siringa mia
D'ogni nimpha piu bella, ancho maggiore
130Era il mio fuoco, ond'io mi doglio tanto,
Quanto era bella, et quanto io gia l'amai.
Silvano
Deh dimmi, Pan, che avenut' è di lei
Pane
O sventurato me, dopo ch' io vidi
Mutate l' altre nimphe in varie forme,
135Anch' io temei, che cio non avenisse
A la Siringa mia, pero mi diedi
Con piu veloce corso a seguitarla,
Ella fugace piu, che leggier cervo,
Si die a fuggir cosi velocemente,
140C' havria potuto gir sovra le spiche,
Et non ne premer' una, Hora nel corso
Giunse al fiume Lodone, et non potendo
Andar piu là, veggendo me, che lei
Correndo a piu poter ratto seguia,
145Prego la deità del vivo fiume,
Che le porgesse aiuto, si che fosse
Salva l'honesta sua, vi giunsi io in tanto,
Et essendole gia tanto vicino,
Ch' io le spargea col fiato mio le chiome,
150Et stendendo per prenderla la mano,
Oime la vidi, oime Silvano, oime,
A pena il posso dir, mutarsi in canna.
Silvano
Ne lo posso udir' io senza gran doglia,
Et testimon ten faccia il pianto mio,
155Ma che stormento è questo, che ti pende
A lato?
Pane
oime, ch' io vo sempre haver questo
Per la piu cara cosa, ch' al mondo habbia.
Silvano
Et perche: Pan
Pane
Perche di quella canna,
In che mutata s' è la mia Siringa,
160Composta i' l'ho, per isfogar col suo
Suon la mia doglia, e'l mio angoscioso affanno.
Silvano
Et come in cor ti venne di comporre
Tanti calami in un?
Pane
Non fu mutata
Cosi tosto Siringa, che spirando
165Soave Zephir dolcemente, un suono
I' senti uscir da le nodose canne,
Et mi parve la voce di Siringa,
Che si dolesse, che mi fusse suta
Tanto crudel, mentre poteva amarmi.
170Onde in memoria de l' amata nimpha,
Dopo un grave lamento, e un duro pianto,
Composi questa fistula, che 'l nome
Sempre otterrà de la Siringa mia,
Con la qual risonar farò ogni selva
175Del caro nome suo, del mio dolore.
Silvano
Felice sei tu, Pan, appresso gli altri,
Perche con Ega tua antica mogliera
In parte sfogar puoi l'acerba doglia,
Ma gli altri poverelli, che non hanno
180Rifugio alcun, si pon ben chiamar tristi.
Pane
Ohime, caro Silvan, tanto piu d'Ega
Era bella costei, quanto più belli
Son gli amaranthi de minori fiori.
Silvano
Et io ti dico, Pan, ch' è piu bell' Ega
185In questa età, che mai non fu Siringa
Nel piu bel fior de suoi piu fioriti anni.
Pane
Non piu, Silvan, che tu m' accresci doglia,
Vien meco, entra nel bosco a veder gli altri.
Silvano
Entra, ch' anch' io di subito ti seguo,
190Non si dee desiar cosa, che neghi
Il ciel, ne cosa a l'honesta contraria;
Che non sen puo veder felice fine.

IL FINE.

Appendice A DEDICATIONE

Questa corona di Silvestri fiori,
Colti con rozza man nel più selvaggio
Luoco d' Arcadia, appendo a questo saggio,
Ad honor de le Nimphe, et d' i Pastori:
5Et prego lor, s' à lor semplici amori
Non sia mai fatta froda, o fatt' o oltraggio,
Ch' accolgan cosi il don, ch' offerto i' l' haggio,
Ch' altri si desti a suoi pregi maggiori:
Che, s' averrà, che con più dotta mano
10Corone alcun gli tessa, o che dimostri
A qualche meglior via la virtu loro,
Spero, et il mio sperar non sarà vano;
Che 'l nome pastorale a tempi nostri
Tal fia, qual fu gia ne l' eta de l' oro.

Appendice B Al'honorato. M. Giovanbattista Giraldo.

Grave scrittor, ch' a nova gloria desti
La nostra età, mentre tu canti et scrivi
I dolci amor de i Satiri lascivi,
Di Sileno, di Pan, d'i Fauni agresti,
5Ben rara gratia dal ciel largo havesti,
Onde di doppio honor famoso vivi,
Ch' a i boschi, che ne fur gran tempo privi
Primo, tra noi, la Satira rendesti.
Phebo di Lauro una immortal corona
10Dianzi ti diede a te benigno, come
A Lino, ad Amphione, al Thracio Orpheo.
Hor del bel novo stile in premio dona
D' hedere, et di Corimbi a le tue chiome
Nova ghirlanda il buon padre Liceo.

Il signor Hercole Bentivoglio.



Giraldi Cinzio, Giovan Battista.

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