minimizza
Testi di Ferrara

Elenco testi disponibili
   

Carbone, Ludovico

DIALOGO DELLA PARITA SOA





Dialogo de Lodovico Carbone dove se introduce a parlare Ferara e
Bologna de la partita soa: e dasse materia di varii ragionamenti




FERARA:

[p. 113r]
Se non ti fosse stata sempre tan-
to amica, o savia Bologna, averia per certo gran ragio-
ne a lamentarmi de' fatti tuoi: che cussì invidiosamente
m'abbi tolto il mio candido Carbone, de tutt'i miei
cittadini ornamento singulare, del mio sì degno Duca
ferventissimo predicatore. Per la suave boca di costui
in ogni canto s'udia risonare il dolcissimo nome del
mio largo e iusto Borso; non è pur casa di reputazione
alcuna che non abia qualche testimonio di quella soa
melliflua
[p. 113v]
e angelica voce: in tanti modi, per sì
diverse maniere, quel delicato inzegno mi tenea in alto
solazzo e glorioso piacere. Ora per la noiosa partita soa
mi ritrovo meza sconsolata e di questo male tu ne sei
cagione.
BOLOGNA:
Qual iustizia ti muove, o Ferara bel-
la, che cussì acerbamente ti rivolti a dolerti contra di
me? E che inzuria è stata questa mia? Se a gli mei
cittadini talvolta incontra qualche sciagura, tu sei mol-
to presta a porzergli adiuto, subitamente in ogni modo
gli socurri; non gli mancò mai il sussidio de la toa
graziosissima casa da Este, che per tutto il mondo por-
ta vanto di cortesia e magnificenzia, ma sopra

[p. 114r]

gli altri il to valoroso Duca Borso, che in vero a tutt'i
passati e anche da vegnire in ogni laude e zentilezza ha
dato scaco. Che gratitudine adonca serìa stata la mia se
cussì nobel inzegno ferrarese non avesse ricettato, offe-
rendosi lui a' mei servizii cum tanta umanitade. Gli
mei governatori l'hanno auto caro, e se gli tempi non
fossero andati tanto sinestri, come ancora tu hai prova-
to, assai meglio aria gustata la dolcezza bolegnese. Tu
hai sì gran copia de omini facundi ed eloquenti che tu
me il poi ben lasciare almanco quest'altro anno. Ristora-
remo quello in che forsi abiamo mancato.
FERARA:
Ricevo contento assai, Bologna
cara, se tu l'hai onorato e ben trattato, perché merita
questo e ogni altro bene. Te ne renderà bon cambio il
so e il mio dolce signore; ma guarda bene che cussì sia:
non son ancor di questo a pieno informata. Una cossa
ti so ben dire: che lui saperà molto bene usare soa
ragione, e se tu gli farai torto alcuno, ti prometto gli
bastarà l'animo dinanti a Papa e cardinali lamentarse-
ne. Vero è che mi son rimasti de gli altri litterati; ma
parte di loro son tanto altieri e superbi che apena se gli
po parlare. Usano tanta gravitade che oramai si conver-
te in fastidiosa puzza, e quel che apertamente non sano
fare
[p. 115r]
vogliono mostrare de non dignarsi di farlo.
Parte son sì rusticani e bestiali e mal costumati che le
littere gli stano male, benché ne sapiano poche di bo-
ne. Onde mi stessa mi vergogno che in diffetto del
buono il tristo sedda in banca. El Carbon mio tuto
piacevole, tuto benigno, tutto cortese, tuto mansueto,
tuto liberale, mai fu richesto di cossa ch'el potesse che
realmente non servisse. Credo la natura l'abbia produt-
to per illustrare gli innumerabeli ornamenti del mio
belo e savio Borso: non so quando ma' più se abia a
nascere in Feraracussì pellegrino inzegno. Questa lau-
de gli ha data il so prudentissimo
[p. 115v]
signor: che
simele omo a lui non è per aver la terra soa. Or pensa
mo tu se lungamente posso soferire a star privata di tal
zoglia. Convien che ritorni all'antico sogiorno.
BOLOGNA:
Per quel poco di tempo ch'io l'ho
provato, veramente gli posso rendere fermo testimonio
di doe gran laude: l'una de umanità, l'altra de onesta-
de. Ma di questa seconda più me ne meraveglio ne gli
tempi nostri tanto corroti; e sappi ch'io te l'avea posto
in su el più bello e aliegro cantone di Bologna, dove
son di molte formosissime e delicatissime madone, che
anche a gli savii potriano fare impedimento.
[p. 116r]
In
costui l'amor non ha passato gli ochi. Sogliono questi
poeti aver gli più novi e stranii costumi del mondo, e
accostarsi piutosto a Marciale e a Tibullo, poeti lascivis-
simi, che a la onestà di Verzilio o alla zentileza d'Ovi-
dio. Io ho notata nel tuo Carbone una continenzia mira-
bile: non è persona in tutta Bologna, né maschio né
femena, che si possa gloriare de averlo tirato pur una
volta ad atto disonesto. Le soe continue fatiche di lie-
ger tante lezione non gli hano lassato mettere il capo a
lascivia alcuna: e anche ha voluto fare questo onore al
suo pudicissimo signore, da cui ha imparata l'una e
l'altra di queste doe vertude. Ben ti so dire
[p. 116v]
che
porta scolpito nel cuore il to sapientissimo Duca: non
po pur scrivere tri versiti che non gli interserisca il suo
bel nome. L'è per certo un gran fatto: faciasi quel che
si voglia, sempre vien in campo questo Borso; però se
meravegliano alcuni grandemente come abia mai possu-
to comportare che da lui s'alontani.
FERARA:
Son ben d'accordo fra loro. Non sa' tu
che gli sdegni de gli amanti radoppiano l'amore? Ti par
questo picol segno d'amore e de affettuosa disposizion
d'animo verso lui, che il luogo suo gli ha voluto servare
cum tanta costanzia né continui stimoli d'altri han potu-
to rompere il suo fermo proposito? Poi sentendo che 'l
salario tuo non bastava,
[p. 117r]
ancora gli ha sovenuto
e portogli di mano in assenzia. Voria ben esser duro
quel cuor che non spezzasse tanta cortesia. Vedeva pur
alcune cosse che non gli andavano per la mente, non za
per diffeto del mio iustissimo Duca, ma per fantasia
d'altri a chi bisogna compiacere.
BOLOGNA:
Forsi ch'ancor l'ha mosso l'antiquità
del studio mio, per esser approvato in quella terra dove
ogni valentomo volentiera concorre.
FERARA:
Tutte le antiquità non son da laudare.
Intervene alle cittade come accade ne gli omeni, che
per decrepita vechieza perdeno l'intelletto e la memo-
ria, e tutte le force sì de
[p. 117v]
l'animo come del
corpo. Gran parte de le case toe son desutele e molto
incommode ad abitare: par che non sappiati edificare.
Ma questi mei Feraresi eziandio in poco terreno sano
tropo bene compartire. Hanno la commodità del Po re
de gli fiumi, che in una nave porta tutta una casa.
BOLOGNA:
Se tu hai el Po per toa commodità e
gran diffesa, io ho tanti bei monticelli, gratissimo exer-
cizio a gli scolari.
FERARA:
Se Bologna avesse il Po, e Ferara il
monte, seriamo tropo superbe. Niente ce mancheria;
ma pur mi tengo al proverbio che dice loda il monte e
tienti al piano.
E chi vole più bello exercizio o corpora-
le o spirituale, chi
[p. 118r]

mai saperia desiderare più
diletevole spasso ca il mio da Belfiore? da gli
Anzoli?
da la Certosa?
BOLOGNA:
Gli scolari cercano buon vini: io so
molti todeschi e d'altre nazione che correno a me per
fama del bon vino, perché, a dir pur il vero, non è
l'omo solamente composto de l'animo, ma bisogna pur
aver qualche rispetto al corpo. Gli tuoi vini come sian
fatti tu 'l sai molto bene.
FERARA:
De cussì fatti scolari faccio poco conto,
ché ti prometto daran picolo conforto a' suoi parenti se
vengono in Italia per sbevazare. Non ti ricordi tu di
quel excellentissimo filosofo Platone che riprese il con-
vivare italico dicendo impossibel
[p. 118v]

cossa essere
che mai la sapienzia potesse abitare cum sì fatte mense.
E se ne gli altri cibi ti consentisse alquanto il vino, per
certo riputo contrario a' grandi inzegni, nemico ad ogni
vertù e morale e intellettuale, benché il vino ferarese
ha mutata condizione da quel che solea: come anche
tutte l'altre cosse sono megliorate, e il mio Carbone
confessa che li albane ferrarese gli pareno più soave
che le toe.
BOLOGNA:
Che dira' tu di tanta abondanzia de
frutti che tutto il dì si vedeno ne la piaza mia? Chi mai
vette il più bel mercato del mio?
FERARA:
Voristu mai mettere li tuoi melloni cum
gli miei? O le mie saporite perseche cum le toe? Del
pesse
[p. 119r]

non ti ragiono, che in questa parte non te
attentaresti di parlar.
BOLOGNA:
La vita da pesse non è tanto necessa-
ria, e anche molti fraticelli malvolentiera fano la qua-
resema.
FERARA:
Forsi che li tuoi citadini non sono cussì
divoti come gli miei perché vui setti più vicini al gran
Pastore. Ma io ho molte personcelle che non solamente
il veneri dì e il sabbato e le vigilie comandate e gli
avventi, ma eziandio el mercuri dì degiunano, del qual
numero è il mio Carbone, che spesse volte solea degiu-
nar per soa divozione. Ma dapoi che l'è stato in Bolo-
gna non credo che pur una volta l'abbia degiunato, non
già per minor divozione ch'el s'abbia, ma

[p. 119v]
per
diffetto di bon pesse.
BOLOGNA:
A mi non manca mai quaglie, perdise
o fasani, e chi ne vole, sempre ne pote avere.
FERARA:
In questo per certo tu commetti un gran-
de errore a lasciare questi delicati cibi cussì communi
ad ogn'omo igualmente. Ti par questi boconi da conta-
dini? Il mio discreto signor piglia solamente il piacere
de caciarli, ma poi gli distribuisse e dona a chi el meri-
ta. Vederai se lui solo ne mandarà più al mio
Carbone
che non avetti fatto tutti voi: benché le quaglie son
pericolose e non sono da usare tropo spesso perché
solo questo animale oltra l'omo incorreno in quel bruto
male che si chiama comiziale; e però gli savii omini da
le mense soe le rimoveno.

[p. 120r]
BOLOGNA:
Questo almanco non me nega-
rai tu: che le done mie non siano molto più graziose e
piacevole ca le toe.
FERARA:
Non è meraveglia alcuna, perché sì lun-
go tempo hanno auto il studio, che da sapientissimi
omini hanno imparato come si debbano rezere e gover-
nare. Quando ancora le mie aranno tanto studiato, sape-
rano meglio quel che si debbano fare.
BOLOGNA:
Se io ho auto il studio, tu hai la
corte, che di cussì fatte cosse sole esser molto bona
maestra; e adesso avendo l'uno e l'altro, ragionevole-
mente le toe debbano superare le mie.
FERARA:
Non piace a'
Carbon mio questa toa
usanza che le donzelle
[p. 120v]
stiano ascose e non appa-
riscano. Te pare anche bella festa che le done toe vada-
no cussì in calce solate, e portino questi zocoli alla foza
francese? Quanto a la belleza, dice lui, le bolegnese
esser più venuste, le ferarese più elegante. Voria mo
sapere da questi legisti, a li quali se dano sì gran salla-
rii, che differenzia facesseno tra eleganzia e venustade.
BOLOGNA:
Deh, lasciamo andare le cosse che
non sono di gran peso: consideremo più oltra. Che ti
pare del mio rezimento?
FERARA:
Non voglio per adesso far comparazione
da stato populare a la monarchia, benché non mi potria-
no mancare autoritade di poeti
[p. 121r]
antiquissimi, di
oratori gravissimi, di filosofi excellentissimi, che tuti
per una voce confermano e anteponeno il principato de
un solo, e dimostrano apertamente assai più beni e
utilitade grandissime, e fatti meravegliosi, e remunera-
zione de valenti omini, esser provenute da signori che
da republiche. Credi tu per toa fede che la republica
romana avesse potuto resistere e durare tanto a quelle
sedizione tribunizie se prima non fosse stata fondata e
stabilita da quegli sette Ri? Non cerchemo altra ragio-
ne. Nui credemo esser un Dio del cielo: se cussì è,
dovemo, a imitazione de
[p. 121v]
Lui, costituire un Re
ne la terra. Se no 'l sapemo di certo, anche non voglia-
mo parer più savii di tanti che l'hanno creduto. Ma per
adesso, come è ditto, mettiamo per fermo e concluso
che l'uno e l'altro muodo sia approvato, pur che gli
governatori sian boni e fideli, e amatori del ben
commune.
BOLOGNA:
Non ti piace questo mio venerabel
legato?
FERARA:
Veramente l'è da piacere a cadauno di
bon sentimento e dritto iudicio: l'è tuto modesto, tuto
continente, tuto di santissima vita. Volesse Dio che gli
altri prelati de la Chiesa soa fossero di tal pasta: non se
udiria tante simonie, tante pompe, tante ambizione,
tante
[p. 122r]
diavolarie; non seminazione de discordie,
non suspizion di guerre: pace seria e tranquillità per
tuto. Quanta commendazione merita lui per quel de-
gno collegio ha ordinato a Roma; quanta laude se gli
conviene per la reformazione del mio San Bartolo, che
tuto era dissipato e mal regolato per negligenzia e avari-
zia de' precessori: quest'omo dabene l'ha reduto all'anti-
ca devozione. Molti gl'indovinano il papato; se gli one-
sti costumi valesseno, seria ben cussì. Vero è che il mio
Carbone voria che fosse alquanto più acceso a dar favo-
re a' litterati, ma sempre le gran facende impazano le
minore.

[p. 122v]
BOLOGNA:
Mo el mio bel misser Giovane
come ti va per la mente?
FERARA:
Dimanda pur il mio Carbone, che di
quella mansuetudine è caldamente inamorato. Pur a
vederlo seria iudicato degno di quella ben voluta fami-
glia; ben gli sta quel nome, amore e benivolenzia de
tutto il populo. Ah fiere salvatiche, ah mente ingrate,
ah maladetti lupi, ah cani rabiosi, ah serpe venenose!
Come mai vi potette capere ne l'animo de lasciarvi
trascorrere a tanta crudeltà, discendere a sì gran furore
che occidesti quel nobel paladino di so padre? I' dico
Anibale Bentivoglio, che a tanti pericoli s'era messo
per rimettervi in casa, liberarvi
[p. 123r]
da' tiranni, cavar-
vi di servitù. Tropo grande inzuria fo la vostra, tropo
odiosa ingratitudine: di che il mio Carbone ha delibera-
to cantarne per altro stilo, a eterna confusione di tanto
scelerazene e gloria immortale de la ben vogliuta casa.
BOLOGNA:
Va drieto un poco a l'altre onorate
famiglie: gli miei Malvezzi come san di buono.
FERARA:
Mi par questa per certo una delle più
gloriose e ben costumate famiglie di tuta Italia. Molto
il mio Carbone ama e reverisse quel to Verzilio, molto
gli piace la maniera di quest'omo: l'è prudente, l'è mo-
desto, l'è umano, l'è tuto sapienzia. Novamente in certi
suoi versetti ha pregata la febre
[p. 123v]
che non gli dia
impazo né molestia perché ha da fare assai.
BOLOGNA:
Gli
Marescotti non dubito ti pareno
degni di grande onore, siando il mio nobel cavaliero
misser Galeazzo singularmente affezionato al to savio
Duca.
FERARA:
Molto senza falo tu dei esser obligata a
quel animo zentile, a quel ardito barone che cum tanta
industria e sagacitade seppe trare di pregione il tuo
buono e piatoso e ben vogliuto Anibale. Bastaria bene
quel atto a gli antichi Romani.
BOLOGNA:
Gli poeti mei pur nel nome solo di-
mostrano il so gran sapere, e polito parlare; gli castelli
ancora dechiarano la costanzia soa e summa fortezza.

[p. 124r]
FERARA:
El mio Carbone assai comenda la
umanitade e la dolcezza di questi tuoi Pepoli. Non
poria mica negare il Conte Guido col fratello suo che
non fossero veri zentilomini, tanto gli piace gli omini
litterati, e fannogli grande onore.
BOLOGNA:
Che dira' tu del mio prudentissimo e
facundissimo cavalier misser Iacomo Grato, che bene
Dio e la natura l'hanno auto grato e datogli grazie assai
e de onesta apparenzia e di suave eloquenzia? Pare
quest'omo allevato nella republica romana. Quante am-
bassarie gli son state comesse? E tutte per lui tirate a
bon porto, e appresso gli pontifici, e appresso il senato
veneziano, e apresso il to graziosissimo
[p. 124v]
Duca
Borso.
FERARA:
Questo misser Iacomo è stato quello
che m'ha furato il mio Carbone, tanto gli piaque una
volta oldirlo sì dolcemente orare in cospetto di quel
eloquentissimo Papa Pio ne la chiesa mia da gli
Anzoliin quella soa bella vesta bianca damaschina, quando il
Papa il fece Conte palatino.
BOLOGNA:
La mia cancellaria non ti pare anche
laudabele?
FERARA:
Se tu sapessi quanta stima fa il mio
Carbone del tuo Alberto Parisi, ne pigliaresti piacere
assai. L'è inamorato de la buntà, de la onestà, de la
dolceza, de la religione, de la dottrina, di questo alber-
to. Non è maraveglia se quanti valentomini sono in

[p. 125r]
Italia gli mandano tanto volentieri le opere soe,
come a colui che gli fa grande onore e debita conserva.
è stato viso dal mio Carbone d'esser col suo magnifico
Casella, nel qual solo tute le vertù insieme son raccol-
te, se non fosse anche lui tanto timido a intercedere
per soi fideli amici e serventi. El simele ancora te dico
del to Benedetto Morando, tutto litterato e ben costu-
mato, che cum la dilettevole poesia ha mescolata la
sottile filosofia.
BOLOGNA:
Poich'io te vedo tanto benigna e amo-
revole a' miei citadini, o Ferara graziosa, non mi posso
ritenere che non parli alquanto e ragioni cum tiego de
le maravegliose excellenzie del to Duca Borso.
FERARA:
Non potristi far cossa che più grata

[p. 125v]
mi fosse, né trovar materia di parlar che fusse
più degna. Non ti mancherà da dire se tu voi ragionare
del mio Duca.
BOLOGNA:
Io ho sentito e sento continuamente
tante stupende laude di questo Borso: de buntade, de
integritade, de umanitade, de modestia, de continenzia,
de liberalitade, de iustizia, de religione, che mai d'altro
signore ne sentiti altretante. Doveria il mondo cieco,
che vertù non cura, desiderarlo, cercarlo, chiamarlo,
per universal signor e unico imperadore. Se io mi potes-
se svilupare da questa benedetta Chiesa, che non so
per qual ragione debba ritenere dominio temporale,
quanto volentiera salteria ne le braccie del
[p. 126r]
rto
Borso.
FERARA:
El non fo pur mai la più dolce natura de
la soa, la più amorevele creatura di lui: l'è tuto amore,
tuto carità, tutto benignità. Seria contento che ogn'omo
avesse bene; voria, s'el fosse possibile, obligarsi tuto il
mondo cum suoi beneficii.
BOLOGNA:
Quanto sempre l'è stato paziente a
soferire gl'inzurie, pur aspettando che gli omini se con-
vertano e riconoscendo l'errore suo se pentiscano de
aver fallito. Non so come mai abbia potuto usar tanta
pazienzia cum quel arrogante e superbo e stizzoso Ma-
grino da l'Abbadia, che de bassa e rusticana liga sallito
in sì alto grado per la casa da Este contra di lui se
ardiva movere trattato.

[p. 126v]
FERARA:
E quanto tempo ha sopportata la
ostinata bizaria di quel vescovo padoano che essendo
forestiero voleva segnorezar Ferara, cum soe ipocresie
togliendose più arbitrio che non bisognava, e non co-
gnosette la grazia che Dio gli avea datta.
BOLOGNA:
Io te voglio narrare un atto molto
laudabele ch'io notai in lui. Al tempo che misser Milia-
duce so fratello studiava a Bologna vene qua per visitar-
lo: accadette che un famiglio se ne fugitte, portandogli
via un so mantello e certe altre cosse. Questa novella
gli fo detta. Credi tu mo che si turbasse biastemando
come fanno questi pazzi che non sano rafrenare gl'impe-
tuosi movimenti de l'animo? Non
[p. 127r]
disse altro se
non questo: ‘"Gli è usanza che famigli se ne vadano:
ma di portar via la robba non ha fatto bene".’ E non
procedette più oltra. Questo fo segno de un animo
maturo, de un ripossato sentimento; un altro non ave-
ria lassato de' santi in paradiso che non avesse trascor-
so tuto il calendario. Non bisognò che stesse tropo a
Bologna per apparare il seno; in poco tempo comprese
tuta la sapienzia.
FERARA:
La onestade soa si vede da tutti. Per
certo non fu mai el più onesto signore né in ditti né in
fatti. Mai uscitte di quella boca parola indegna de omo
savio. Non è picola laude in cussì delicato principo che
abia tanta licenzia vivere temperatamente.
BOLOGNA:
La prudenzia
[p. 127v]
soa mi pare una
meravegliosa cossa, che in questo apertamente se dimo-
stra: che in tante perturbazione de Italia lui sempre
mantegna in pace il so tranquillissimo stato, diletto e
ben voluto generalmente da' signori e communitade; e
quando tra gli altri sorze qualche discordia se ricorre
pur a lui come a bon medico, come a fonte di sa-
pienzia.
FERARA:
Quanto discreta e savia distribuzione è
stata questa soa di mettere in exercizio gli fratelli cussì
valorosi cavalieri e il nepote tanto litterato per adattarli
al governo futuro, ché non marciscano in ozio. A tutti
ha datto sì fatto onore che non si po discernere qual sia
il mazore. Par che abbia
[p. 128r]
voluto dire: ‘"La signo-
ria è data di sopra. Sforzatevi pur voi di meritarla, il
qual solo è in vostra potestate".’
BOLOGNA:
La iustizia da lui mai non si parte:
questa è il timone, questa è la brena soa. Vuol che
[ca] dauno abbia il so dovere, non si façii violenzia
alcuna: non è sì grande omo apresso lui che se ardisca
far inzuria a' menori, non è sì picolo a chi voglia de
negar rasone.
FERARA:
Anci per servar la santa iustizia s'è priva-
to d'alcuni amici ch'el volevano indure a sentenzia iniu-
sta. E dicendo loro: ‘"Che ne giova adonca la vostra
amicizia se non potemo ottenire quel che volemo?",’
rispose lui: ‘"Anche che debbo far io de vostra amicizia
se per voi mi convien
[p. 128v]
rompere la dritta iustizia?
Questo non piaccia a Dio".’ Non se attentano malfatto-
ri e viziosi abitar nel so terreno: tutti gli ha in odio,
tutti gli perseguita, tutti cum le soe mane gli occideria.
Non so se quel famoso Ercule purgasse mai tanto bene
la terra da' fiere crudele, da' mostri, da' tiranni, quanto
il Duca Borso da' giotti e da' ribaldi ha purgato e
liberato il so paese. Le selve dove si solevano occultar
malandrini adesso, grazia del Duca Borso, sono securis-
sime e per quelle si po portare il bel oro in mano.
BOLOGNA:
La liberalità tuta è soa propria. Cre-
do per certo che de un medesimo corpo nascesse il
Duca Borso e la liberalità soa
[p. 129r]
sorella. Non sola-
mente privati citadini e forestieri hanno provato e tutto
il dì provano la soa magnificenzia, ma ancora gli altri
signori. Par che non abbia altro piacere se non di dona-
re il suo: non si po lui vincere di cortesia. Che onore fo
quello qual fece a l'Imperatore Federico terzo cum tan-
ti altri principi e baroni, tra li quali lui solo pareva
degno d'imperio. Oltra le sun [tuo] sissime e abundantis-
sime f [este] fecegli anche sì fatti pres [enti] [...] andata
che aria ben b [...]mo Cesaro over a
[...] Augusto: simi-
le m [...] al Papa Pio e cu [...] la corte romana [...]

[p. 129v]
ricevette il figliuolo del Duca de Milano. E
novamente cum quanta festa e manifesti segni di vero
amore ha recettata madona Duchessa col Conte Galea-
zo so primogenito, e il figliuol del Re di Napoli cum la
sposa soa, figliola del Duca de Milano.
FERARA:
Del Conte
Iacomo Picinino non dico, il
qual tanto tempo ha sustentato siandogli li cieli e la
terra contraria. E se avesse [fatto] [...] a seno suo, non
seria stato cum [...] [tra] dimenti menato alla be [rlina] [...].
BOLOGNA:
La grandezza [...] dimostrano tanti
bei [...] [edi] ficii, tanti pallazi [,] [...] e in contado per
[...] na:
Quartiero,
[p. 130r]
Zenzalino, Quartesana,
Ostellato, Benvegnante, Belombra, Figarollo; e tutti ha
donatti a' suoi fideli servitori. Ma ben staria tra tanti
che se ne nominasse anche uno del so Carbone: non gli
poneria lui altro nome ca Borsiolo, dove potesse poe-
tando cantare a suo muodo e d'inverno e di state.
FERARA:
Ce n'è bene riservato un per lui; e ben-
ché Schifarnoglia sia buono, pur entrar nel paradiso
serà meglio. Ma oltra gli altri, dui notabilissimi edificii
gli darano immortal gloria: le mure nove sopra il Po, e
quel devotissimo e fortissimo tempio certosino, al qual
non arà tutta
[p. 130v]
Italia il simele, dove ancora con-
zunze sì regale abitacolo che se epso Dio cum tutti gli
anzoli e santi discendesseno in terra, gli potriano com-
modamente ripossare.
BOLOGNA:
De la religione soa e del timore de
Dio ho sentito che dice l'officio integramente e tutte le
ore canoniche devotissimamente percorre insieme col
sacerdote, e ode ogni dì la messa e spesso le prediche e
la parola de Dio, pregando umelmente Cristo Iesù che
gli conceda di poter pervenire a salvamento cum tutti
gli popoli che gli sono racomandati.
FERARA:
Tante prestantissime vertude di che
abiamo ragionato adornano doe altre grazie che larga-
mente la natura
[p. 131r]
gli ha concesse. Quella suave
lingua che par pure uno istrumento de diverse corde:
l'è una dolceza odirlo parlare, pareno perle che escano
di quella boca. Non è omo sì duro, sì aspero, sì barba-
ro, che udendo il prudentissimo parlar suo non gli
donasse il cuore. Gli gesti suoi tutti signorelli: seria
stato lui un bello oratore. Dice 'l mio Carbone che se
spesso l'udisse ragionare impareria molte cosse da lui.
Poi questa dote accumula singular formosità di corpo;
ben credo che tutti li cieli s'affaticorno per componere
quel corpo divino: l'è una maiestà, una gloria a contem-
plare quegli ochi risplendenti, quella faza serena

[p. 131v]
che a mezo il giorno oscureria il sole.
BOLOGNA:
Non me meraveglio punto se lui pri-
mo, essendo ancora in vita, ha meritata sì bella statua
in mezo la piacia, nel più onorato luoco di Ferara; se
lui ha meritato d'esser il primo Duca ne la ca' da Este;
se fina di Barbaria e de l'ultime parte del mondo son
venuti allui onorabilissimi ambassatori a offerirgli gran
presenti, come a vero e natural signore.
FERARA:
Però non pigliar ammirazione alcuna se
'l mio Carbone cum tanto ardore desidera ritornare al
so dolce Borso, senza il quale niuna de l'opre soe po
essere né buona né bella.
BOLOGNA:
El commendo sumamente s'el vole

[p. 132r]
obedire a tal signore, di che anche il cielo se
potria contentare e gloriare. Ma ho questa speranza:
che se 'l to Carbone si potrà dimenticare la soa bella
Fontanina, ancora il vedremo o tuo o mio pastore.


Carbone, Ludovico.

Crediti | Info testo

Nome utente:

Password:


Registrati


Informatica Umanistica

Università di Pisa